lunedì 2 novembre 2015

Lettera ai Romani (1) Capitoli 1-5


Il guasto e il rimedio




Seguiamo i passi strutturanti della lettera ai Romani, così sarà più facile coglierne il contenuto di grande valore. 



Nel dare inizio all’argomentazione, dopo i saluti e convenevoli iniziali (1,8-15), l’apostolo afferma:

«Io non mi vergogno del Vangelo, perché è potenza di Dio per la salvezza di chiunque crede, del giudeo, prima, come del Greco. In esso infatti si rivela la giustizia di Dio, da fede in fede, come sta scritto: il giusto per fede vivrà».

Scorgiamo nel testo quattro parole chiavi: potenza, giustizia, salvezza, fede.
1. La parola del Vangelo è «potenza di Dio», forza creativa.
Mediante l'annuncio, Egli agisce nel mondo e converte gli uomini al bene. L'annunciatore non manifesta delle semplici opinioni. Il Vangelo non si risolve nel perdono e nella assoluzione della colpa; non è semplicemente una manifestazione di paziente tolleranza, ma è una forza che crea, rinnova e trasforma (cfr. Maggioni…, p. 29). È il dispiegamento di una forza positiva che può contare su tutta la potenza di Dio perché, nell'annuncio, Egli interviene in modo analogo a ciò che ha compiuto quando ha risuscitato Cristo dai morti (cfr. Penna, CLR, p. 136).
2. Il Vangelo manifesta la giustizia di Dio; qui giustizia significa fedeltà,  fedeltà alle promesse.
Con la predicazione del Vangelo, «si rivela», comincia ad attuarsi un disegno di salvezza progettato da lungo tempo e che Dio aveva già preannunciato nella storia di Israele. Il vangelo rende nota la giustizia di Dio, perché Egli, nel suo operare, manifesta sempre in primo luogo se stesso, le sue qualità divine, e solo successivamente indica le conseguenze che la sua azione provoca nell'uomo.
3. Parlando, infine, di salvezza, l'apostolo Paolo pensa soprattutto al futuro. Il cristiano non è già stato salvato interamente ma si trova sulla via della salvezza. Saremo salvi soltanto quando saremo simili al Cristo Risorto, partecipi della sua gloria. Per il momento, pur non vivendo la dimensione della glorificazione, possiamo considerarci, senza illusioni, nuove creature, persone riconciliate con Dio e che godono di una vera anticipazione dello splendore futuro.
4. Dio vuole salvare chiunque crede: la prospettiva della salvezza possiede un carattere universale: appartiene a chiunque crede. Dio Padre vuole agire a favore di tutti gli uomini e non soltanto del popolo d'Israele, come è accaduto in prevalenza all'epoca della prima alleanza. Mediante la predicazione del Vangelo, si propone di salvare tutti gli uomini, rinunciando a stabilire delle condizioni previe. La forza salvifica di Dio si manifesta in tutti gli uomini che, accogliendo questo messaggio, vi prestano fede: «Sebbene tu ti sia comportato finora in modo riprovevole; quand’anche tu abbia agito come una fiera, abbandonando del tutto la ragione e ti fossi aggravato di un’infinità di colpe, non appena sentirai annunciare il messaggio della croce e ti farai battezzare, cancellerai tutto il tuo passato» (Crisost., CLR 2,5).



Un mondo da riedificare


Il termine vangelo compare nel libro del profeta Isaia (Deuteroisaia). Il profeta annuncia che Dio sta operando a favore del popolo poiché lo riconduce dall’esilio (Is 52,7-8). Il Vangelo è dunque un’azione potente e misericordiosa di Dio, non una semplice proposta di buone intenzioni, come le promesse elettorali.
L’nnuncio porta consolazione ma questo fatto presuppone che ci sia un motivo di sconforto, di sofferenza. Il Vangelo viene annunciato, infatti, alle rovine di Gerusalemme. «Prorompete insieme in canti di gioia, rovine di Gerusalemme, perché il Signore ha consolato il suo popolo» (Is 52,9). Il Vangelo compare dove ci sono rovine e dove si deve ricostruire!
Dopo aver annunciato il Vangelo, Paolo indica dove stanno le macerie.
Esaminando la realtà di questo mondo, presenta la situazione negativa che si crea quando il soccorso di Dio viene rifiutato dagli uomini. Fuori dalla sfera della salvezza, appare l’ira di Dio, ossia l’esperienza di non-salvezza. L’ira non indica un sentimento di Dio, il quale non nutre ostilità o rancore ma è il vivere in una situazione che suscita il suo e il nostro disgusto.
L’ira di Dio si rivela dal cielo contro ogni empietà e ogni ingiustizia di uomini che soffocano la verità nell’ingiustizia, poiché ciò che di Dio si può conoscere è loro manifesto; Dio stesso lo ha manifestato a loro. Infatti le sue perfezioni invisibili, ossia la sua eterna potenza e divinità, vengono contemplate e comprese dalla creazione del mondo attraverso le opere da lui compiute (1,16-20).


Il mondo pagano


Per il momento, l’apostolo osserva le macerie che si trovano nel mondo pagano. Il male dei pagani consiste nel cercare di soffocare la verità che viene intuita. Gli uomini che avevano avuto la possibilità percepire l'esistenza, la grandezza e la presenza di Dio nel mondo, attraverso la contemplazione delle sue opere, non hanno voluto riconoscerlo. Il rifiuto di Dio compare in modo esplicito nell'idolatria, ossia nel dare valore assoluto alle cose.
Non si deve confondere il divino con il mondano poiché Dio è nettamente distinto dal cosmo quale suo creatore. L'esercizio della ragione deve condurre dalle cose fatte o visibili, a quelle invisibili, quali l'eterna potenza e la divinità. Tramite il pensiero, si può vedere l'invisibile e, così dicendo, mostra fiducia nelle possibilità della ragione.
Non solo i pagani si confondono nel ragionamento ma si confondono anche nel loro agire: gli uomini, pur conoscendo Dio, di fatto non lo glorificano né lo ringraziano quale Signore del mondo e benefattore degli uomini.
Non intende condannare in modo globale la religione antica (greco romana) ma denunciare il fatto che, nonostante molteplici e nobili attestazioni, essa non raggiunze una vera trascendenza. Dio viene ridotto alla nostra dimensione umana e diventa una nostra proiezione. L'idolatria comincia già nella mente e poi si materializza nei manufatti, ossia negli idoli, là dove il Signore della gloria perde tutta la sua grandezza. I giudei e molti filosofi pagani avrebbero condiviso tali affermazioni perchè gli uni e gli altri sarebbero stati d’accordo nell’affermare che Dio non può essere identificato con gli esiti delle proiezioni umane. Dalla confusione a livello mentale, si passa a quella pratica. La corruzione della mente e del cuore, genera opere malvagie.
Essi dunque non hanno alcun motivo di scusa perché, pur avendo conosciuto Dio, non lo hanno glorificato né ringraziato come Dio, ma si sono perduti nei loro vani ragionamenti e la loro mente ottusa si è ottenebrata. Mentre si dichiaravano sapienti, sono diventati stolti e hanno scambiato la gloria del Dio incorruttibile con un’immagine e una figura di uomo corruttibile, di uccelli, di quadrupedi e di rettili. Perciò Dio li ha abbandonati all’impurità secondo i desideri del loro cuore, tanto da disonorare fra loro i propri corpi, perché hanno scambiato la verità di Dio con la menzogna e hanno adorato e servito le creature anziché il Creatore, che è benedetto nei secoli. Amen (1,20-25)
E poiché non ritennero di dover conoscere Dio adeguatamente, Dio li ha abbandonati alla loro intelligenza depravata ed essi hanno commesso azioni indegne: sono colmi di ogni ingiustizia, di malvagità, di cupidigia, di malizia; pieni d’invidia, di omicidio, di lite, di frode, di malignità; diffamatori, maldicenti, nemici di Dio, arroganti, superbi, presuntuosi, ingegnosi nel male, ribelli ai genitori, insensati, sleali, senza cuore, senza misericordia. E, pur conoscendo il giudizio di Dio, che cioè gli autori di tali cose meritano la morte, non solo le commettono, ma anche approvano chi le fa (1,28-32).
L'apostolo ora non vuole descrivere il comportamento di ogni singola persona né escludere che nella società vi siano dei valori positivi ma rilevare ciò che avviene, comunque, nella storia e all'interno della nostra umanità. Tutti, in qualche misura, partecipiamo al male che ora viene denunciato. Nessuno totalizza in sé le forme di malvagità di cui ora si parla, ma ognuno è chiamato a chiedersi se non deve purtroppo riconoscersi in questo o in quell'altro aspetto del ritratto proposto (cfr Attinger…, p. 43). «Dio li ha abbandonati significa che Egli ha permesso che accadesse loro ciò che avevano scelto. Ha abbandonato a loro stessi, gli uomini che l’avevano abbandonato per primi. Essi non si erano serviti delle creature per innalzarsi fino a Lui, ma agirono in senso contrario. Che cosa doveva fare? Doveva costringerli? Agire in questo modo non sarebbe stato corretto. Non poteva fare altro che lasciarli a se stessi e così, sperimentando la negatività delle loro scelte, avrebbero abbandonato ogni malvagità» (Crisost., CLR 3,3).
Compare, poi, una descrizione del modo scorretto con cui l'uomo vive la sua dimensione sessuale (1,24-27). L'apostolo infatti sa quale sia forza e conosce l'importanza che questo l’impulso detiene nella vita dell’uomo.
Del resto, qualsiasi deviazione dalla retta condotta all’interno delle relazioni umane, è un'autopunizione che deriva dal rifiuto di Dio e sono un segno di questa decisione. Perdere il contatto con Dio, è smarrire il corretto rapporto con se stessi e con gli altri. Dio continua ad amare l'umanità ma essa si chiude al suo amore. L'uomo vuole essere lasciato a se stesso e Dio rispetta il suo rifiuto. La cosa peggiore per l'uomo è trovarsi in balia di sé. L'umanità non era condannata a sperimentare questa negatività in cui ora si rende conto ma di fatto ha scelto ciò che sta sperimentando con durezza e sofferenza.



Il mondo ebraico



Dopo aver esaminato le maceriei dei pagani, Paolo descrive quelli degli ebrei.
Perciò chiunque tu sia, o uomo che giudichi, non hai alcun motivo di scusa perché, mentre giudichi l’altro, condanni te stesso; tu che giudichi, infatti, fai le medesime cose. Eppure noi sappiamo che il giudizio di Dio contro quelli che commettono tali cose è secondo verità. Tu che giudichi quelli che commettono tali azioni e intanto le fai tu stesso, pensi forse di sfuggire al giudizio di Dio? (2,1-3).
L’ebreo condanna i pagani ma poi si comporta allo stesso modo. Più in generale, gli uomini compiono il male e si mostrano molto incoerenti ed ambigui riguardo ad esso. A volte condannano il fratello che si è reso colpevole, senza accorgersi che in altre circostanze hanno fatto altrettanto e che ognuno ritrova in se stesso ciò che disprezza nell'altro; altre volte invece si mettono perfino ad approvare il male compiuto dagli altri, forse per non dover criticare anche se stessi.
Sarebbe opportuno ricorrere sempre al giudizio del Signore: «Anche se uno lo potesse, non dovrebbe voler sfuggire al giudizio di Dio. Non andare al giudizio significa non andare verso la correzione, la guarigione, il rimedio» (Orig.,CLR/1 p. 54).
Egli solo giudica secondo verità, perché il giudizio è un atto molto complesso e la profondità della persona sfugge allo sguardo dell’altro: «Certo si deve credere e ci si deve aspettare il giudizio di Dio secondo verità. Vi sono infatti alcune opere che si commettono con un'azione cattiva però non con animo cattivo: come, per esempio, se uno ha commesso un omicidio involontariamente. Altre imprese invece sono sì compiute con un'azione buona, però con animo non buono: come se uno facesse un’opera di misericordia non per comandamento di Dio, ma per essere lodato dagli uomini. Ve ne sono infine altre in cui l'animo concorda con l’azione sia nel bene sia nel male. E poiché è proprio del solo Dio conoscere i cuori degli uomini e discernere i segreti della mente, per questo egli solo è colui che può avere un giudizio secondo verità» (Orig.,CLR/1 p. 52)
O disprezzi la ricchezza della sua bontà, della sua clemenza e della sua magnanimità, senza riconoscere che la bontà di Dio ti spinge alla conversione? Tu, però, con il tuo cuore duro e ostinato, accumuli collera su di te per il giorno dell’ira e della rivelazione del giusto giudizio di Dio, che renderà a ciascuno secondo le sue opere (2,1-6).
Nel giudicare, gli uomini si mettono allo stesso posto di Dio, l'unico vero giudice ma mentre di Dio si mostra tollerante e paziente, nell'attesa della conversione del peccatore, l'uomo che giudica appare piuttosto affrettato e sollecito nel condannare, privo di misericordia nei confronti di chi ha sbagliato. «Può riconoscere le ricchezze della bontà di Dio chi considera quanti mali ogni giorno gli uomini commettono sulla terra e ciononostante per tutti costoro Dio ogni giorno fa uscire il suo sole e provvede le piogge; e può riconoscerle chi considera quante persone ogni giorno bestemmiano contro Dio e volgono le loro lingue contro il cielo. Cosa dirò poi delle frodi, della violenza, dell'empietà, dei sacrilegi e delle azioni criminali? A tutti quelli che commettono tali cose, tuttavia, nel passo presente sembrano anteposti nella malvagità quelli che, giudicando altri, commettono essi stessi ciò che negli altri puniscono» (Orig.,CLR/1 p. 55).


Il peccato, esperienza  universale

Tutti quelli che hanno peccato senza la Legge, senza la Legge periranno; quelli invece che hanno peccato sotto la Legge, con la Legge saranno giudicati. Infatti, non quelli che ascoltano la Legge sono giusti davanti a Dio, ma quelli che mettono in pratica la Legge saranno giustificati. Quando i pagani, che non hanno la Legge, per natura agiscono secondo la Legge, essi, pur non avendo Legge, sono legge a se stessi. Essi dimostrano che quanto la Legge esige è scritto nei loro cuori, come risulta dalla testimonianza della loro coscienza e dai loro stessi ragionamenti, che ora li accusano ora li difendono. Così avverrà nel giorno in cui Dio giudicherà i segreti degli uomini, secondo il mio Vangelo, per mezzo di Cristo Gesù.
Il nostro comportamento scorretto non dipende da ignoranza della legge. Come tutti possono conoscere l'esistenza di Dio, così pure tutti avvertono in se stessi i richiami potenti della coscienza che li spinge ad un comportamento conforme alla volontà di Dio e alla solidarietà tra di noi. Gli ebrei conoscono la legge ricevuta tramite Mosé e gli altri uomini conoscono la stessa legge, come scritta nei loro cuori. Chi trasgredisce allora lo fa perché viene travolto dalla sua malizia, non perché non sappia ciò che sarebbe giusto compiere. L'apostolo si mostra addolorato delle incoerenze dimostrate dal popolo ebreo al quale appartiene. Ma quanto è accaduto a Israele, vale per tutte le altre istituzioni religiose (2,17-24).
Dio ha donato la sua Legge e gli ordinamenti sacri, per convertire il cuore dell'uomo e cambiare il suo orientamento di vita, ma proprio per quanto riguarda il raggiungimento di questo scopo, l'umanità fallisce miseramente e rimaniamo uomini sprofondati nel nostro male (2,25-3,20).
L'uomo vive nel peccato perché è incapace di liberarsi in maniera definitiva dal suo male. Siamo forse noi superiori? No! Infatti abbiamo già formulato l’accusa che, Giudei e Greci, tutti sono sotto il dominio del peccato (3,9). La legge scritta nel cuore degli uomini da Dio e quella donata al popolo d'Israele, per mezzo di Mosè, non sono state in grado di farci uscire dalla nostra pesante incongruenza. Il massimo che una legge può ottenere in definitiva è quello di rivelare la nostra miseria morale, mostrarla chiaramente, e contrastarla in parte.
Il guasto che crea rovine nel mondo è il Peccato, al quale non possiamo sottrarci. A creare problema non sono i peccati ma il Peccato, inteso come un dominatore dalle caratteristiche personali che sta all’origine delle trasgressioni; esso regna in modo universale su tutti e si manifesta nelle azioni degli uomini.



La svolta operata da Cristo


Il Vangelo annuncia una novità di grande rilievo, l'attuarsi dell'azione risolutiva di Dio che era già stata testimoniata dalla Legge e dai Profeti, ossia preannunciata nel tempo della prima alleanza. Come abbiamo visto, l'umanità finiva sempre col trovarsi sotto il dominio del male e la forza del peccato superava ogni buona volontà: tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio.
Il nuovo progetto di Dio Padre consiste nel tentativo, definitivo, di rendere il perdono ai peccatori ma anche nel dare loro la possibilità di diventare persone rette e innocenti, sottraendosi al dominio del Peccato. Al centro di questo progetto c’è redenzione compiuta da Gesù.
Ora invece, indipendentemente dalla Legge, si è manifestata la giustizia di Dio, testimoniata dalla Legge e dai Profeti: giustizia di Dio per mezzo della fede in Gesù Cristo, per tutti quelli che credono. Infatti non c’è differenza, perché tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio, ma sono giustificati gratuitamente per la sua grazia, per mezzo della redenzione che è in Cristo Gesù.
Il vangelo di Dio prende così la forma di una «buona novella mediante la quale i peccatori sono convocati al perdono» (Ambr., CLR p. 41).

La redenzione di Gesù

Vediamo ora in che cosa consista la redenzione annunciata: essa si presenta in un primo passo come espiazione. Era già conosciuta da Israele poiché i regolamenti stabiliti nel Primo Testamento prevedevano delle modalità attraverso le quali Dio concedeva il perdono. Tuttavia gli uomini perdonati rimanevano ovunque sempre schiavi del peccato. Il Signore ho voluto porre un rimedio a questa situazione senza sbocco: gli uomini sono giustificati gratuitamente per la sua grazia.
È lui che Dio ha stabilito apertamente come strumento di espiazione, per mezzo della fede, nel suo sangue, a manifestazione della sua giustizia per la remissione dei peccati passati mediante la clemenza di Dio, al fine di manifestare la sua giustizia nel tempo presente, così da risultare lui giusto e rendere giusto colui che si basa sulla fede in Gesù. Dove dunque sta il vanto? È stato escluso! Da quale legge? Da quella delle opere? No, ma dalla legge della fede. Noi riteniamo infatti che l’uomo è giustificato per la fede, indipendentemente dalle opere della Legge (3,21-28).
Per un suo atto di bontà, la fedeltà dimostrata da Gesù, in tutta la sua vita ma soprattutto della sua morte in croce, viene considerata da Dio come espiazione, compiuta a favore degli uomini. Di per sé, sarebbe sbagliato ed ingiusto assolvere un peccatore senza che questi si penta e risarcisca il danno ma Cristo ha risarcito per noi. «Dio è giusto e come tale non poteva giustificare gli ingiusti: volle perciò che ci fosse l'intervento di un propiziatore affinché venissero giustificati per la fede in lui quanti non potevano essere giustificati per le proprie opere (Orig.,CLR, p. 155)».
Il perdono gratuito di Dio è una nuova manifestazione e rivelazione che Egli fa di se stesso poiché mostra la vastità della sua bontà. Come ho già detto, giustizia di Dio significa la sua fedeltà alle promesse, già formulate per grazia. «Paolo non parla soltanto di salvezza, ma di giustizia, dichiarando: la giustizia di Dio si rivela. Egli si manifesta negli eventi gloriosi, mirabili e magnifici» (Crisost., CLR, 8,1). Il perdono è uno di queste meraviglie.
Dall’altra parte anche l’uomo riceve una nuova identità poiché diventa giusto: «Chi viene salvato in questo modo [in base alla sua fiducia nel perdono di Dio], viene rassicurato sulla certezza della sua salvezza perchè viene accolto come giusto» (Crisost., CLR, 8,1).
Il versetto citato (v.21) ricorda in modo esplicito il valore del sangue di Gesù, ossia della sua morte in croce. Gesù ha obbedito a Dio mentre sperimentava la durezza della condizione umana.
La redenzione operata da Cristo segna una svolta nella storia degli uomini. Soltanto grazie al dono di sé da Lui compiuto, ora il bene può attecchire nel nostro mondo. Lo testimonia la modalità con cui si è attuata l’evangelizzazione: «Uomini stranieri, privi di sapere e di novità strabilianti, girarono il mondo predicando il crocifisso, proponendo il digiuno al posto delle crapule, una scomoda morigeratezza al posto della sensualità. Eppure avevano presa sulle persone. Che tesoro avevano? La potenza della croce. Prima della crocifissione i discepoli non operano nulla; dopo sì, quando noi immondi fummo lavati con il sangue. E come il ferro prima del contatto col fuoco è freddo ma quando è messo nel fuoco, diventa incandescente, allo stesso modo si comportano i mortali che si sono rivestiti di Gesù» (Eusebio di Emesa, Discorsi, 14,7-8).


Nessun vanto

L’ebraismo non era di per sé una religione legalistica. Israele non obbediva alla Legge per meritare l’amore di Dio ma per rispondere all’amore già ricevuto. All’interno di questo atteggiamento, però, poteva insinuarsi l’illusione di farcela da soli, la presunzione di essere innocenti in sostanza, accompagnata dal disprezzo verso i trasgressori, in questo caso, i pagani. Questo è un rischio permanente per tutti gli uomini religiosi. È necessario al contrario, sentirci bisognosi d’aiuto e di perdono, tolleranti verso chi sbaglia. Se la giustificazione è un dono perché proviene dall’opera di Dio e non dai nostri meriti, ogni vanto, ossia ogni sentimento di presunzione e d’orgoglio, viene escluso, non è più possibile. La morte in croce di Gesù deve ispirarci sempre questi sentimenti.
Dove dunque sta il vanto? È stato escluso! Da quale legge? Da quella delle opere? No, ma dalla legge della fede. Noi riteniamo infatti che l’uomo è giustificato per la fede, indipendentemente dalle opere della Legge (3,21-28).
«Il vanto che proveniva dalle opere della legge viene escluso perché non ha l'umiltà della croce di Cristo; e chi in essa si gloria ascolta cosa dice: “Lungi da me il gloriarmi, se non della croce del Signore mio Gesù Cristo, per il quale il mondo è per me crocifisso e io per il mondo” (Gal 6,14). Vedi come l'apostolo non si glori della propria giustizia né della castità né della sapienza né delle altre sue virtù e azioni, ma assai apertamente proclami e affermi: “Chi si gloria, si glori nel Signore” (1 Cor 1,31). Chi infatti potrà con ragione gloriarsi della propria castità dal momento che legge: “Se uno avrà guardato una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel suo cuore” (Mt 5,28)? Onde anche il profeta dice: “Come si glorierà uno di avere il cuore casto”? (Pro 20,9). Oppure chi si glorierà della propria giustizia dal momento che ascolta Dio dire mediante il profeta: “Tutta la vostra giustizia è come il panno di una donna mestruata?” (Is 64,6). L’unico vanto giusto è quello per la fede nella croce di Cristo, fede che esclude il vanto proveniente dalle opere» (Orig.,CLR/1, p. 166).
Origene cerca poi di rassicurare gli scandalizzati, ossia quelli che pensavano che, garantendo una modalità di perdono così facile, sarebbe stato come incoraggiare gli uomini a continuare a peccare, ma cerca anche di correggere eventuali approfittatori. Agli uni e agli altri dichiara in modo inequivocabile: «La fede non può avere nulla in comune con l’incredulità né la giustizia una qualche comunione con l’iniquità, così come per la luce non può esserci associazione con le tenebre. Se, infatti, chi crede che Gesù è il Cristo, è nato da Dio e chi è nato da Dio non pecca, è chiaro che chi crede a Gesù Cristo non pecca: ché se pecca, è certo che non crede a lui» (Orig.,CLR/1, p. 176). Dalle fede autentica scaturisce un retto comportamento.



Abramo, uomo della fede

Paolo ha parlato della nostra situazione di peccato e di come Dio abbia cercato di porvi rimedio in base alla sua fedeltà e alla sua buona volontà (capp. 1-3). Il suo impegno raggiunge il culmine con l'invio del Figlio Gesù e quindi, da parte di Dio non c'è nessuna difficoltà nel venirci incontro e nell'accoglierci. La sua iniziativa, però, può rimanere inefficace a causa del nostro rifiuto e incredulità. Abbiamo bisogno di essere stimolati ad accoglierla con un atteggiamento di fede. Infatti, sebbene possa sembrare il contrario, facciamo fatica ad accogliere un gesto simile di amore gratuito. Abramo ci stimola con il suo esempio.
«Il punto di riferimento per Paolo non è Mosé ma Abramo che… si rapportò a Dio prima di ogni legge e soltanto mediante la fede» (R. Penna, Parola Fede…, p. 210).

Abramo, figura ideale

Noi comprendiamo meglio un rapporto religioso che appare simile ad un contratto: Dio offre qualche cosa e noi la acquistiamo mediante un impegno faticoso. È il rapporto normale che svolge, ad esempio, tra un imprenditore e il lavoratore; tra un’autorità che promulga la legge e il cittadino onesto che si cura di osservarla. In questo caso sono decisive le categorie di merito, di ricompensa, di giustizia, di colpa e risarcimento. Ci troviamo in pieno campo giuridico che è quello cui viviamo di solito, considerandolo un sistema rassicurante.
La vita, però, ci fa conoscere relazioni di altro tipo e diventa veramente interessante quando c’impegniamo in qualcosa che supera il semplice rapporto giuridico. L'amore di un padre verso il figlio va ben oltre lo scambio tipico del commercio. Il genitore che si impegna per amore, non calcola e non si lascia irretire dalla mancanza di riconoscenza e dall'insuccesso. È vero che in ogni relazione umana, il criterio di giustizia deve avere il suo giusto peso ma non può ridursi esclusivamente a questo ambito. La strada della gratuità è più vasta e alla fine offre una maggiore soddisfazione e una gioia più intensa.
Paolo dice che dovremmo concepire la nostra relazione con Dio nell’atteggiamento di gratuità. La giustizia non viene eliminata ma superata. Riusciremo ad assumere questa prospettiva più ampia? L'esempio di Abramo ci potrebbe aiutare.
Quando fu chiamato da Dio, era un pagano che viveva in Mesopotamia. Davanti a Dio non poteva vantare alcun merito, né aveva fatto qualcosa di cui si aspettasse qualche ricompensa. Eppure Dio si rivelò a lui e gli promise di realizzare le sue grandi aspettative, a titolo d’amicizia. Abramo si fidò della promessa e accettò di essere amato gratuitamente.
Questa forma di vita religiosa nella quale compare soprattutto una proposta d'amicizia, senza una motivazione e senza un secondo fine, è molto sorprendente:
A chi lavora, il salario non viene calcolato come dono, ma come debito; a chi invece non lavora, ma crede in Colui che giustifica l’empio, la sua fede gli viene accreditata come giustizia. Così anche Davide proclama beato l’uomo a cui Dio accredita la giustizia indipendentemente dalle opere: Beati quelli le cui iniquità sono state perdonate e i peccati sono stati ricoperti; beato l’uomo al quale il Signore non mette in conto il peccato! (4,2-8)
La giustificazione per grazia vuole riportare la religiosità nello spazio più vasto della gratuità e della relazione d’amore.


Abramo padre dei pagani

Abramo è stato un campione di fiducia nell’amore gratuito di Dio. Può essere un esempio anche per i pagani che si convertono al Vangelo. Gli ebrei pensavano che Abramo fosse il loro padre ed essi si vantavano di discendere da lui. San Paolo invece pensa che il patriarca sia una figura più universale, padre degli Ebrei e dei pagani. Si affidò a Dio prima di conoscere la Legge, anzi prima ancora di aver compiuto la circoncisione, quindi quando era ancora un pagano. Si fidò di Dio quando era ancora pagano. Egli può così diventare un esempio di come Dio vuole agire nei confronti degli uomini pagani, non circoncisi.
«Noi diciamo infatti che la fede fu accreditata ad Abramo come giustizia. Come dunque gli fu accreditata? Quando era circonciso o quando non lo era? Non dopo la circoncisione, ma prima. Infatti egli ricevette il segno della circoncisione come sigillo della giustizia, derivante dalla fede, già ottenuta quando non era ancora circonciso. In tal modo egli divenne padre di tutti i non circoncisi che credono, cosicché anche a loro venisse accreditata la giustizia ed egli fosse padre anche dei circoncisi, di quelli che non solo provengono dalla circoncisione ma camminano anche sulle orme della fede del nostro padre Abramo prima della sua circoncisione. Infatti non in virtù della Legge fu data ad Abramo, o alla sua discendenza, la promessa di diventare erede del mondo, ma in virtù della giustizia che viene dalla fede (4,9-11)».
Se soltanto gli osservanti delle Legge potessero conseguire le promesse e le ricompense stabilite da Dio, allora la fiducia nel suo amore perderebbe importanza. Tornerebbe ad essere decisivo il rapporto commerciale e giuridico. Allora Dio non ci beneficherebbe in modo gratuito ma soltanto sulla base delle nostre prestazioni e, alla fine, sarebbe costretto più a punire le nostre trasgressioni che a premiarci. Di fatto, considerando la nostra debolezza, invece di creditori resteremmo dei debitori nei suoi confronti. Fortunatamente, Dio pensa in un altro modo e vuole stabilire una relazione con noi da Padre a figlio, non da persone vincolate ad un contratto. Abramo diventa allora il Padre di tutti gli uomini che si affidano alla misericordia di Dio senza contare sui propri meriti (cfr. 4,12-17).

Abramo esempio per i cristiani


C'è una cosa ancora più grande da considerare: l'amore di Dio non soltanto offre la vita ma può far risorgere anche quella vita che si è spenta. Abramo continuò a credere in Dio quando sembrava che la sua promessa fosse un’illusione o perfino una beffa.
…Abramo, il quale è padre di tutti noi – come sta scritto: Ti ho costituito padre di molti popoli – davanti al Dio nel quale credette, che dà vita ai morti e chiama all’esistenza le cose che non esistono». Egli credette, saldo nella speranza contro ogni speranza, e così divenne padre di molti popoli, come gli era stato detto: Così sarà la tua discendenza. Egli non vacillò nella fede, pur vedendo già come morto il proprio corpo – aveva circa cento anni – e morto il seno di Sara. Di fronte alla promessa di Dio non esitò per incredulità, ma si rafforzò nella fede e diede gloria a Dio, pienamente convinto che quanto egli aveva promesso era anche capace di portarlo a compimento. Ecco perché gli fu accreditato come giustizia (4,18-22).
Il cristiano si trova nella stessa posizione del patriarca. Crede a ciò che Dio gli ha promesso nelle parole di Gesù. Crede che Dio lo ami nonostante possa o debba sentirsi colpevole o verificare la ristrettezza della sua vita. Soprattutto può e deve credere alla risurrezione. Il contenuto fondamentale della fede cristiana sta nella speranza della resurrezione. Una promessa del genere può essere annunciata da chi possiede la massima potenza ma anche il massimo di amore gratuito.
E non soltanto per lui è stato scritto che gli fu accreditato, ma anche per noi, ai quali deve essere accreditato: a noi che crediamo in colui che ha risuscitato dai morti Gesù nostro Signore, il quale è stato consegnato alla morte a causa delle nostre colpe ed è stato risuscitato per la nostra giustificazione (Rm 4, 23-25).
Paolo vuole aiutarci a superare i nostri schemi normali di pensiero che ci sostengono ma anche di limitano gravemente e che, in ogni caso, sono ben ristretti rispetto all'ampiezza dell'orizzonte di Dio.


Cristo è morto per gli uomini malvagi


Paolo torna a parlare dell'impegno di Dio per noi. Cristo è morto per noi, per annullare le nostre colpe. Tutti i peccati degli uomini sono stati come eclissati dalla sua santità e dalla sua obbedienza, che manifestava la sua completa fiducia nel Padre.
Quando eravamo ancora deboli, nel tempo stabilito Cristo morì per gli empi. Ora, a stento qualcuno è disposto a morire per un giusto; forse qualcuno oserebbe morire per una persona buona. Ma Dio dimostra il suo amore verso di noi nel fatto che, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi (5,6-8).
«L'apostolo, volendo far capire meglio la forza dell'amore, ci insegna che Cristo è morto, non per gli uomini pii, ma per gli empi. Eravamo infatti empi prima di convertirci a Dio, e Cristo certamente ha subito la morte per noi prima che credessimo. Non avrebbe fatto questa cosa se non avesse avuto verso di noi un amore straordinario e sovrabbondante, sia il Signore Gesù morendo per gli empi, sia Dio Padre consegnando il suo Unigenito. In questo vi è un indizio della sua infinita bontà divina. Se infatti non fosse Figlio di quel Padre di cui è detto: “Nessuno è buono, se non il solo Dio Padre” (Mc 10,18), non avrebbe certo potuto manifestare una bontà così grande verso di noi» (Orig., CLR/1, p. 224).
A maggior ragione ora, giustificati nel suo sangue, saremo salvati dall’ira per mezzo di lui. Se infatti, quand’eravamo nemici, siamo stati riconciliati con Dio per mezzo della morte del Figlio suo, molto più, ora che siamo riconciliati, saremo salvati mediante la sua vita. Non solo, ma ci gloriamo pure in Dio, per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo, grazie al quale ora abbiamo ricevuto la riconciliazione (5,9-11)
Nel momento presente, cominciamo ad essere salvi e possiamo essere liberati dall’ira. L’ira corrisponde alla nostra situazione di miseria e di peccato (le macerie). È l'incapacità di uscire dal male che ci attanaglia. L'evento della salvezza non è però soltanto una liberazione dal male ma l'avvio in un cammino verso il bene. Siamo stati riconciliati con Dio e abbiamo la possibilità di rimanere in questo stato di grazia. La giustificazione non è soltanto un atto di perdono ma anche l' inizio di una vera trasformazione dell'uomo; è questo che Paolo intende quando parla di riconciliazione.
«Se si è manifestato buono verso gli empi in tal misura da dare l’unico Figlio per la loro salvezza, quanto più generoso sarà verso coloro che si sono convertiti e che sono stati redenti dal suo sangue?» (Orig.,CLR, p. 226). Dio non rende giusti gli uomini soltanto nel momento in cui li perdona gratuitamente e concede loro il dono della fede in Lui ma continua a coltivarci nell’attesa di verificare la nostra produttività. «Il fatto stesso che possiamo compiere qualcosa o pensare o parlare, ci è possibile farlo per suo dono e benevolenza» (Orig.,CLR/1, p. 179).
«È evidente che se, per riconciliarci a sé, Dio consegnò suo Figlio alla morte, quanto più una volta riconciliati ci renderà salvi per mezzo della vita del Figlio stesso, perché non potrà non amare gli amici colui che fa del bene ai nemici. Certo, se la morte del Salvatore ha giovato a noi ancora empi, quanto più, una volta giustificati, ci gioverà la sua vita di risorto dai morti? Perché, come la sua morte ci ha strappati al diavolo, cosi anche la sua vita ci libererà dal giorno del giudizio di Dio» (Ambr., CLR p. 129).
«Dio ha amato gli uomini che lo odiavano e continua ad amarli. Infatti “fa sorgere il sole sopra i cattivi e sopra i buoni e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti” (Mt 5,45). Ama Colui che ti ama e ti ama davvero. Obietterai: come è possibile che mi ami se minaccia la pena eterna e il castigo? Lo fa proprio perché ti vuol bene. Elimina da te la malizia e frena la tua inclinazione al male; Egli fa tutto questo, ti promette il premio e ti minaccia il castigo per impedire che tu ti volga al peggio» (Crisost., CLR, 9,4).


Adamo e Cristo

Stiamo riflettendo sulla nostra situazione di miseria e di grazia. Cristo, annunciando lo splendore della grazia, mostra, per contrasto, la nostra povertà estrema. Entrambe le situazioni vengono collegate a due figure esemplari e così si sviluppa un confronto tra Adamo e Cristo. Come ha recuperato la figura di Abramo, Paolo riprende opra quella di Adamo.
In realtà, tra i due si scorgono più differenze che somiglianze. Il primo rappresenta l'immagine-tipo dell'uomo, la parabola dell'umanità; è una rappresentazione in figura di una situazione umana; Cristo, invece, è realmente un uomo concreto reale e inizio di una nuova umanità.
L’apostolo ci presenta, subito, la nostra povertà ma anche la causa che l’ha provocata:
Come a causa di un solo uomo il peccato è entrato nel mondo, e con il peccato, la morte, e così in tutti gli uomini si è propagata la morte, poiché tutti, perché tutti hanno peccato... (5,12).
Adamo e, dietro di lui, ogni uomo che ripete volontariamente ciò che egli ha compiuto, diventano responsabili della situazione di morte presente nel mondo. Insieme al peccato compare la morte perché il peccato spegne e dequalifica l’esistenza.
Dopo Adamo e condizionati dal suo esempio negativo, gli uomini, da sempre, fino ai nostri giorni, confermano la scelta sbagliata dei progenitori. «Il peccato viene quasi personificato come una potenza malefica, entrata nella natura umana, che provoca la morte come segno della morte spirituale. Sotto l'influsso di questa potenza, tutti hanno peccato, non per un destino cieco, ma assecondandola in se stessi con i peccati personali» (cfr. Pulcinelli, La Bibbia. Via Verità e Vita… p. 2681). Ogni uomo, anche un bambino, è Adamo disobbediente, perché il peccato non è qualcosa di occasionale ma invade la struttura profonda di ogni esistenza umana. «Nell’ottica di Paolo c’è una situazione, uno status di peccato in cui gli uomini sono immersi, senza una loro personale responsabilità» (R. Penna, Parola Fede…, p. 209).
Come può avvenire per gli uomini questo sprofondare nel male?
Il sole risplende su tutti, ma qualcuno può sempre chiudere gli occhi e costringersi a camminare al buio: «La luce solare può essere percepita da tutti coloro che sono provvisti della facoltà visiva. Chi vuole può, chiudendo gli occhi, rimanere estraneo a questa percezione; in tal caso però non è il sole a ritirarsi altrove ed a produrre quindi la tenebra, ma è l'uomo a separare il proprio occhio dal raggio chiudendo le palpebre» (Gregorio di Nissa, La Verginità… pp. 76-77).
L’uomo, creato ad immagine di Dio, era dotato della libertà ed era così capace di compiere il bene a cui aspirava. Non è stato Dio a creare il male ma fu Adamo a rivolgersi contro se stesso, e a dare consistenza, nel suo agire, a quel male che di per sé non ha una propria consistenza. «L'uomo era l'immagine e l'imitazione [di Dio], della potenza che su tutto regna, e per tale ragione, nella libertà delle sue scelte, era simile al padrone di tutte le cose. Non era schiavo di nessuna necessità esterna, e poteva disporre di sé come voleva secondo il proprio giudizio, giacché aveva la facoltà di scegliere ciò che gli piaceva. Fu lui ad attirare volontariamente su di sé, fuorviato da un inganno, la disgrazia in cui ora si trova il genere umano: da sé scopri il male, senza averlo visto prodotto da Dio. Non fu infatti Dio a creare la morte (cfr. Sap 1,13), ma fu l'uomo a divenire in un certo senso il creatore e l'artefice del male (Gregorio di Nissa, La Verginità… pp. 76-77).
Il male, quindi, è legato al nostro volere, non ha consistenza in se stesso: «[Adamo] il primo uomo nato dalla terra, o piuttosto colui che fece nascere il male nel genere umano, trovava il bello ed il buono a portata di mano in qualsiasi punto del suo ambiente naturale e ne poteva disporre come voleva; tuttavia, agendo contro se stesso, introdusse volontariamente delle novità contrarie alla natura e così, rifiutando la virtù, venne a provare il male di sua libera scelta. Il male, considerato al di fuori della libera scelta ed in se stesso, non esiste nella natura: “tutte le cose che Dio ha fatto sono fin troppo belle” (Gen 1,31)» (Gregorio di Nissa, La Verginità… pp. 76-77).
Dobbiamo evitare di pensare che il male esista di per sé o che l’uomo sia in uno stato totale di depravazione. Come persone umane siamo deboli, cioè suscettibile di tentazioni, ma non corrotti alla radice. Oltretutto Gesù è vissuto in una carne debole come la nostra ma è stato esente dal peccato perché il peccato non si identifica con la carne dell'uomo, ossia con il suo corpo.
Esiste, però, una situazione di malvagità e oscurità che ci precede, nella quale veniamo inseriti e poi travolti. … a causa di un solo uomo il peccato è entrato nel mondo e, con il peccato, la morte. Il peccato non è soltanto trasgressione della legge ma un comportamento sbagliato in sé e per sé, un operare che genera morte. Questo tipo di danno compare anche là dove nessuna legislazione esplicita è intervenuta in precedenza per stabilire un regolamento. Adamo sperimenta la morte, la quale nel suo ultimo sviluppo negativo è inferno. Da Gesù scaturiscono invece la libertà dal peccato e la vita nuova che raggiunge il suo culmine nella vita eterna.



Nonostante questa descrizione, pesante nel suo realismo, l'interesse primario dell’Apostolo non è quello di descrivere la condizione negativa dell'umanità, quasi per il gusto di denigrare, ma è quello di presentare l'ampiezza e la vastità della grazia e del rimedio al nostro male, procurato da Dio per mezzo di Gesù.
Dio Padre ha posto gli uomini in solidarietà tra di loro, così che il comportamento dell'uno influisce su quello dell'altro. Dal momento che Gesù è venuto sulla terra, la sua santità ha esercitato e continua ad esercitare un influsso positivo al massimo grado. Per l'obbedienza di un uomo solo, cioè Cristo, tutti veniamo prima considerati e poi formati da Dio come uomini giusti. Proprio per poter godere appieno dei benefici portati a noi da Gesù, siamo stati posti da Dio in solidarietà gli uni o gli altri, in ogni evenienza. Il guadagno che avremmo ricevuto da questo legame costitutivo, sarebbe stato superiore a qualsiasi perdita.
Ma il dono di grazia non è come la caduta: se infatti per la caduta di uno solo tutti morirono, molto di più la grazia di Dio e il dono concesso in grazia del solo uomo Gesù Cristo si sono riversati in abbondanza su tutti. E nel caso del dono non è come nel caso di quel solo che ha peccato: il giudizio infatti viene da uno solo, ed è per la condanna, il dono di grazia invece da molte cadute, ed è per la giustificazione. Infatti se per la caduta di uno solo la morte ha regnato a causa di quel solo uomo, molto di più quelli che ricevono l’abbondanza della grazia e del dono della giustizia regneranno nella vita per mezzo del solo Gesù Cristo. Come dunque per la caduta di uno solo si è riversata su tutti gli uomini la condanna, così anche per l’opera giusta di uno solo si riversa su tutti gli uomini la giustificazione, che dà vita. Infatti, come per la disobbedienza di un solo uomo tutti sono stati costituiti peccatori, così anche per l’obbedienza di uno solo tutti saranno costituiti giusti (5, 15-19).
L’umanità intera si trovava nell’incapacità di vincere il peccato e di evitare l’esperienza della morte. La possibilità di superare questo accumulo di male e recuperare in tutto la nostra esistenza ci venne offerta da Cristo Gesù. «La morte ha regnato da Adamo, che per primo aprì il passaggio al peccato in questo mondo, fino a Mosé, cioè fino alla legge. Mediante la legge infatti cominciò a manifestarsi la purificazione dei peccati e, in qualche misura, per mezzo delle vittime immolate, dei vari riti di espiazione, dei sacrifici e dei precetti si iniziò a contrastare la sua tirannide. Ma poiché il suo dominio era talmente grande da superare le forze della legge, furono mandati in aiuto di essa i profeti. Anche costoro però, riconoscendo che la potenza del tiranno era superiore alle loro forze, implorarono che venisse di persona lo stesso re, supplicando Dio: “Manda la tua luce e la tua verità” (Sal 42,3), e ancora: “Abbassa i tuoi cieli e discendi” (Sal 143,26) e “Sorgi, Signore, soccorrici” (Sal 43,26). Venne dunque Gesù Cristo Figlio di Dio» (Orig., CLR/1, pp. 250-251).
Grazie alla redenzione di Cristo, ci è possibile recuperare la situazione originaria della nostra umanità e tornare a far risplendere in noi l’immagine di Dio e, in questo senso, la conversione è un ritorno a se stessi. «Quando l'ingranaggio del male s'introdusse nella vita dell'uomo corrompendola, anche la bellezza della sua anima venne annerita come un ferro dalla ruggine del vizio. L'uomo non seppe più conservare la grazia dell'immagine che gli era propria, conforme alla natura, ed assunse l'aspetto turpe del peccato. Egli, “questa cosa grande e preziosa” (Pr 20,6), abbandonò la propria dignità. Come chi cade nel sudiciume diventa irriconoscibile anche alle persone con cui ha familiarità, perché appare tutto sporco di fango, così anche l'uomo, caduto nel sudiciume del peccato, perse l'immagine del Dio incorruttibile ed assunse, con il peccato, un'immagine soggetta a corruzione e fangosa. La parola divina suggerisce di toglierla, lavandola con l'acqua pura della retta condotta di vita, ed allora apparirà di nuovo la bellezza originaria. La deposizione di ciò che è contrario all'uomo consiste nel ritorno a ciò che gli è proprio e secondo natura» (Gregorio di Nissa, La Verginità… pp. 77-78).
Esiste una grande differenza tra l’opera di Adamo e quella di Cristo. Gesù ripara il nostro male e ci dona molto di più che di quanto avevamo all’origine e di quanto potevamo desiderare. Se l’uno e l’altro sorreggono una relazione del tipo uno - tutti, l’azione di Gesù ottiene un risultato che è incomparabile, al punto da rendere pienamente giustificabile il nostro precedente coinvolgimento nel peccato di tutta umanità. La vita è molto più forte della morte e la giustizia del peccato. …Quelli che ricevono l'abbondanza della grazia: l’apostolo non parla soltanto di grazia ma di abbondanza di grazia. «Noi non abbiamo ricevuto, infatti, soltanto una stretta misura di grazia, il minimo necessario per evitare il peccato, ma molto di più. Siamo stati sottratti al castigo, abbiamo deposto ogni fardello di peccato, siamo stati rigenerati dall’alto, siamo stati risuscitati dopo aver sepolto l’uomo vecchio, siamo stati riacquistati e santificati, abbiamo ricevuto l’adozione a figli e la giustificazione, siamo diventati fratelli dell’unico Figlio, siamo stati designati come coeredi, membra del suo corpo, uniti a lui come il corpo alla testa. Tutti questi beni sono parte dell’abbondanza di grazia di cui ci parla Paolo. Non ci è stato dato soltanto una medicina per guarire dalle nostre ferite, ma la santità, la bellezza, l’onore, la gloria, tutti doni che superano le nostre possibilità umane» (Crisost., CLR, 10, 2)
L’attenzione viene rivolta al futuro: regneranno nella vita per mezzo di quell'uno che è Gesù Cristo. L’uomo non ha ancora ricevuto la salvezza ma soltanto un inizio di salvezza; esso di già molto ricco, rimane ancora inferiore alle sue potenzialità ultime. «Mentre ha detto “tutti muoiono in Adamo”, non ha detto così anche in Cristo tutti sono vivificati ma “saranno vivificati”. Non ha detto: la vita regna, ma “la vita regnerà per il solo Gesù Cristo”» (Orig.,CLR/1, p. 263). Inoltre c’è una crescita della vita divina in noi anche al presente. Abbiamo la possibilità di acconsentire alla vita di Cristo di regnare in noi in modo sempre più profondo.
La legge poi è intervenuta a moltiplicare la trasgressione; ma dove il peccato è abbondato, la grazia è sovrabbondata, affinché, come il peccato regnò mediante la morte, così pure la grazia regni mediante la giustizia a vita eterna, per mezzo di Gesù Cristo, nostro Signore (Rm 5, 12-21).
La promulgazione della legge, mediante Mosè, ha avuto una conseguenza indesiderata. Invece di indurre gli uomini ad una maggiore obbedienza a Dio e ad una vita più santa, li ha spinti ad alimentare uno spirito di ribellione ancora più acuto. Il dono si è così trasformato in sventura. Dio però non si è lasciato travolgere dal male ma ha escogitato un rimedio di grande forza e di grande valore: dove il peccato è abbondato, la grazia è sovrabbondata.
La legge è intervenuta a moltiplicare la trasgressione. «La Legge non era stata data perché il peccato aumentasse ancora di più, ma perché diminuisse e sparisse. Invece è successo il contrario; non a causa della Legge in se stessa ma della debolezza degli uomini che l’avevano accolta. Perchè dice che la Legge è intervenuta e non dice che essa è stata donata? Voleva dire che era stata data per un certo tempo e che non godeva di un’importanza primaria e definitiva. Nella lettera ai Galati afferma lo stesso contenuto in un’altra forma: “Prima che venisse la fede, eravamo custoditi e rinchiusi sotto la Legge, in attesa della fede che doveva essere rivelata” (Gal 3,23)» (Crisost., CLR, 12,3)
Dove il peccato è abbondato, la grazia è sovrabbondata. «Non dice che la grazia ha abbondato ma che ha sovrabbondato. Essa, infatti, non ci elargito l’essenziale ma doni molto grandi: come se un medico riuscisse non soltanto a togliere la febbre ad un malato, ma gli restituisse il fiore dell’età, dell’energia e dell’onore; come se un benefattore non solo nutrisse un affamato, ma lo ricolmasse di ricchezze e poi lo elevasse alla carica più elevata. In che senso il peccato ha abbondato? La Legge ribadiva i suoi innumerevoli precetti ma dal momento che venivano tutti violati, il peccato abbondava. Avete colto la differenza tra la Legge e la Grazia? La prima ha reso più grave la nostra condanna mentre l’altra ci ha riversato un dono sopra l’altro» (Crisost., CLR, 12,3).
La grazia regni mediante la giustizia a vita eterna. «Il peccato esercitava il ruolo di un sovrano e la morte stava al suo servizio, come un soldato armato posto ai suoi ordini. Ora se è il peccato ad armare la morte, è chiaro che la giustizia, prodotta dalla grazia, non soltanto annienta il peccato, ma disarma la morte, la elimina e ne dissolve il dominio. La morte ci ha espulsi dalla vita presente; la grazia non ci ha restituito questa vita, ma ci ha donato una vita immortale ed eterna. Cristo ne è l’autore. Non dubitate della vita, poiché avete la giustizia: la giustizia è più grande della vita perché ne è la madre» (Crisost., CLR, 12,4). 

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