sabato 26 maggio 2018

DE INSTITUTO CHRISTIANO


 

GREGORIO DI NISSA

La regola del cristiano



Ambientazione storica


Il movimento ascetico


L’opera di Gregorio di Nissa, il De Instituto christiano (La regola del cristiano), rappresenta un deciso tentativo di avvicinamento ad un vivace movimento spirituale fiorente nella sua epoca. Sorto in Mesopotamia, si sviluppò in Siria, Armenia ed Asia Minore, a partire nei dai secoli IV e V.
Mentre il cristianesimo si propagava nell’impero romano e diventava maggioritario, molti cristiani cercarono d’attuare un’esistenza di fede più intensa e di trascinare altri a condividere il loro ideale. Avvertivano forse il rischio di un affievolimento del fervore iniziale. Il movimento presenta dei caratteri monastici ma i protagonisti non si ritenevano né si presentavano come monaci, non vestivano un abito particolare, né professavano voti; pensavano, piuttosto d’essere un’espressione, o meglio un’avanguardia, di tutta la comunità cristiana. Si tratta di un movimento pre-monastico. Basilio ci rivela la sua ammirazione verso di loro:
«Ne trovai molti ad Alessandria, molti nel resto dell'Egitto, e altri nella Palestina e nell'interno della Siria e della Mesopotamia. Di costoro io ammiravo l'astinenza nel vitto, ammiravo la capacità di sopportare le fatiche, ed ero colpito dalla loro costanza nella preghiera. Essi vincevano il sonno senza lasciarsi piegare da alcuna necessità fisica, mantenendo la loro anima elevata e libera nella fame e nella sete, nel freddo e nella nudità, senza piegarsi al corpo ne accettare di concedergli alcuna cura; ma vivendo quasi in un corpo che non fosse loro, dimostravano con i fatti che cosa significhi essere pellegrini in questa vita e che cosa significhi avere la propria abitazione in cielo. Ammirando queste qualità e proclamando beata la vita di questi uomini, in quanto dimostravano con i fatti di portare nel proprio corpo la morte di Gesù, pregavo di essere anch'io loro imitatore, per quanto le mie possibilità me lo consentissero»[1].
Essere pellegrini in questa vita e avere l’abitazione in cielo. Basilio si esprime in questi termini. Infatti nel movimento era molto forte la tensione escatologica che si esprimeva nella convinzione che la resurrezione di Cristo aveva offerto la possibilità dell’ingresso ad un mondo nuovo, divino, alla realtà celeste. Erano certi di essere diventati partecipi del Cristo Risorto e che potevano quindi aspirare a crescere in base a questo modello: «… i cristiani sono pervenuti alla perfezione di Cristo, il solo uomo perfetto, alla misura della sua statura»[2]. Il loro impegno consisteva nella volontà di partecipare a questa realtà nuova, godendo finora le primizie e la caparra del dono definitivo[3].
Le prime forme di vita religiosa del movimento furono caratterizzate soprattutto da un eremitismo spontaneo. Ritirati in luoghi remoti, gli asceti vivevano contando sui prodotti spontanei della natura o sulle elargizioni di altri fedeli. La verginità era preferita al matrimonio (che da taluni era considerato perfino illecito); i ruoli sociali venivano infranti, la cultura deprezzata. L’attività più assorbente era costituita dalla preghiera perseverante. Tra i membri più ragguardevoli e carismatici, troviamo Eustazio di Sebaste, che eserciterà col tempo una grande influenza su tutta la famiglia di Gregorio[4].
Tuttavia, «le manifestazioni premonastiche di povertà, di disprezzo del mondo e di preghiera purificatrice non sempre riuscirono però a inserirsi armonicamente nella società e nella chiesa gerarchica»[5]. Il movimento raccolse via, via persone tendenti all’estremismo, così da suscitare una forte apprensione da parte dei vescovi. Le devianze ereticali hanno raccolto spesso forme di protesta derivanti dal disagio sociale.
Udiamo una eco di queste inquietudini nel sinodo radunato a Gangra (in Paflagonia, verso il 341) che cercò di arginare le posizioni più estreme. I vescovi intervengono per difendere il valore del matrimonio[6]:
Un santissimo Sinodo si è radunato presso la Chiesa di Ganga… per indagare sul caso di Eustazio. Abbiamo rilevato che gli Eustaziani fanno molte cose sbagliate ed allora abbiamo emesso un decreto, lo abbiamo reso pubblico perché venga estirpato il male commesso. Ecco alcuni degli errori rilevati: dichiarano illegittime le nozze e insegnano che i coniugati non possono sperare alcun perdono da parte del Signore. Molte donne, convinte da loro, si sono allontanate dai loro mariti e molti mariti dalle loro mogli. Tuttavia, non sopportando la castità, hanno commesso adulterio e, a motivo di ciò, sono caduti in grave disonore.
Si preoccupano poi del rifiuto della vita ecclesiale e, come verrà denunciato in modo più esplicito in altri interventi, del rifiuto dei sacramenti:
Alcuni si sono separati dalle dimore di Dio e dalla Chiesa poiché hanno disprezzato la Chiesa e tutti i suoi riti. Si sono radunati in case private; nella predicazione, hanno insegnato nuove dottrine; hanno denigrato l'insegnamento della Chiesa e ciò che si compie in essa… Pretendono che le offerte di primizie, destinate alla Chiesa secondo un uso immemorabile, vengano distribuite tra di loro e tra i loro seguaci, come se fossero dati a persone sante e meritevoli. Mostrano disprezzo per i preti sposati e non vogliono partecipare ai sacramenti celebrati da costoro…
Infine segnalano una irriquietezza nel campo sociale e tali disagi, forse, stavano alla base anche del problema religioso:
Gli schiavi abbandonano i loro padroni e, dopo aver indossato un vestito inconsueto, li rifiutano. Perfino le donne, col pretesto di essere diventate devote, invece di indossare un abito da donne, si vestono con abiti maschili, contro l'uso. Alcune, sempre col pretesto di devozione, si radono il capo, privandosi dell'ornamento muliebre. Sopratutto insegnano che quei ricchi che non rinunciano ai loro possessi sono condannati da Dio…
L’istanza equalitaria fra tutti i membri della comunità ecclesiale, a sfondo escatologico, è molto forte. Le persone più disagiate, le donne e gli schiavi, reclamano più libertà appoggiando la loro richiesta su motivazioni religiose. Eustazio si sottomise alle decisioni del Sinodo e rimase in comunione con la Chiesa ma altri si separarono da essa[7].
Tra i sospetti ribelli, compaiono i messaliani: la denominazione era originata dall'importanza esclusiva, assoluta, accordata alla preghiera (messialiani, termine siriaco, sta per oranti; altre denominazioni: euchiti o entusiasti). Furono condannati in diversi sinodi episcopali[8]. Quali erano le accuse rivolte a costoro?
A Gangra era emersa una certa difficoltà ad accettare la comunione ecclesiale e le sue istituzioni, in modo particolare il matrimonio e il diritto di proprietà.

In un Sinodo successivo, a Side (in Panfilia, nel 388), oltre a questi elementi già rilevati, emerge un’accusa più cicostanziata: la convinzione che i sacramenti del Battesimo e dell’Eucarestia, fossero inefficaci a liberare il cristiano dal male, e quindi del tutto inutili.
Non conosciamo gli atti di Side, ma le accuse contro i messaliani, rivolte in seguito da Timoteo di Costantinopoli, sembrano provenire da quel Sinodo. La lista degli errori riferitaci da cosui, è il documento migliore per comprendere quali dottrine venivano sostenute da loro o, almeno, che venivano attribuite a loro.
Stando a quanto Timoteo ci riferisce, i Messaliani pensavano che, già al momento della nascita, un demonio s’unisse ad ogni uomo (fino a costituire un solo essere con lui) e che i sacramenti (Battesimo ed Eucaristia) non erano in grado di scacciarlo. Per ottenere la liberazione desiderata, occorreva piuttosto una preghiera perseverante, accompagnata dallo sforzo ascetico:
2. Dichiarano anche che il Battesimo non serve a nulla per espellere il demonio. Il Battesimo non è affatto sufficiente ad estirpare le radici del peccato presenti nell'uomo fin dalla sua nascita. 3. Insegnano che soltanto la preghiera fervente può cacciare il demonio… Una volta che si è allontanato, lo Spirito Santo viene ad abitare nell'orante. Nel momento in cui viene a visitarli, lo contemplano e lo avvertono in modo sensibile. 12. Sostengono che la santa comunione del santo Corpo e Sangue di Cristo, nostro Dio, non aiuta affatto chi la riceve in modo degno e neppure danneggia chi l'assume indegnamente. Tenendo conto di questo, nessuno deve respingere la comunione della Chiesa, essendo un gesto del tutto inutile. Neppure deve assumere (tali sacramenti) con timore e con fede come se fossero vivificanti.
I messaliani, giunti alla perfezione, vengono inabitati dalla Spirito e percepiscono la sua visita in modo sensibile ed ottengono una partecipazione anticipata della vita celeste. L’uomo spirituale sperimenta la gioia e la pace, vede la Trinità, è libero dalle passioni e dal peccato e perfino dalla necesstità del lavoro. La tensione escatologica appare ora piuttosto come escatologia già realizzata.
4. Dichiara l'eretico che, dopo aver ottenuto la cosiddetta impassibilità, l'anima percepisce l'unione che avviene tra lei e lo Sposo celeste, come una donna avverte la relazione nell'atto di unirsi con il proprio sposo. 5. Dicono che la santa, vivificante e beata Trinità, che è invisibile per essenza ad ogni creatura, può essere vista con gli occhi carnali dalle persone che hanno ottenuto la cosiddetta impassibilità. 9. Dichiarano questo: dopo che… è avvenuta l'espulsione del demonio…, l'uomo liberato non ha bisogno di sottoporsi ai digiuni, nè di impegnarsi in altre pratiche spirituali o fisiche. Non ha neanche bisogno di continuare ad istruirsi. Infatti il suo corpo è stato liberato dalla tirannide delle passioni e la sua anima non è più soggetta all'inclinazione al male. L'anima e il corpo godono da quel momento di una perfetta impassibilità… 13. La loro dottrina insegna che il lavoro manuale deve essere rifiutato come azione spregevole. Dal momento che si reputano uomini spirituali, non credono che sia lecito né appropriato a persone del genere dedicarsi ad opere  materiali. Su questo punto si oppongono alla tradizione degli apostoli.
Riferiscono di godere di altri particolari carismi:
10. Dicono anche questo: le persone che sono diventate impassibili, possono prevedere il futuro, e contemplare le virtù in modo sensibile. Gli eretici di cui sto dando informazioni, saltando all'improvviso, credono di scavalcare i demoni e, unendo le dita, credono di trafiggerli. 14. Dicono a loro riguardo che, coloro che hanno ricevuto l'impassibilità, dormono a lungo e i sogni che sono infusi in loro da un malvagio demonio, li annunciano come profezie. Insegnano che bisogna prestar fede ad esse come se fossero ispirate dallo Spirito Santo. Denominano e chiamano entusiasti questi santi.
Infine riemergono le tematiche sociali, già rilevate a Gangra:
15. Insegnano che non bisogna elargire elemosine ai mendicanti… né a quelli che sono caduti in qualche disgrazia o in qualche malattia... Bisogna piuttosto dare a loro ogni offerta poiché sono loro i veri poveri in spirito. 16. Ritengono che chi ha ottenuto la cosiddetta impassibilità, possa abbandonarsi al piacere e all'immoralità, senza che quest'atto debba essere considerato colpevole o pericoloso. Infatti dal momento che egli non sarebbe più soggetto alle passioni, avrebbe il permesso di abbandonarsi a vizi di per sé proibiti.18. Promuovono delle donne come maestre delle loro dottrine eretiche. Permettono che esse esercitino autorità non soltanto sui semplici laici ma anche sui sacerdoti e, mentre costituiscono delle donne come loro capi, disonorano il vero Capo, Cristo nostro Dio[9].
Queste accuse non erano semplici calunnie. Gregorio di Nissa, un vescovo favorevole al moviento acetico, a suo tempo, aveva preso posizione contro alcune manchevolezze praticate da certi asceti: il rifiuto netto del lavoro, l’eccessiva credulità concessa ai visionari, la falsa continenza[10].
Le opinioni e le pratiche riferite da Timoteo, per lo più, rinviano ad un mondo popolare, incolto. Sembrano fraitendimenti di nozioni teologiche e spirituali più robuste, ma facilmente equivocate da persone prive di cultura ed emarginate a livello sociale. Il problema sta nell’accertare se queste proposizioni teologiche fossero realmente sostenute dai capi del movimento (o se fossero fonte d’imbarazzo anche per loro). Il dubbio nasce dal confronto tra queste testimonianze e l’insegnamento che emerge dall’unica attestazione diretta proveniente dal movimento, l’opera del Pseudo-Macario, di cui riferirò.
In ogni caso, precisa J. Gribomont: «I messaliani… non miravano affatto a costituire una setta ribelle. L’ala estremista potrebbe rintracciarsi nell’ascendenza dei bogomili e dei catari; l’ala monastica influì sull’esicasmo e su tutto il monachesimo greco, russo e orientale»[11].



Eustazio e la Cappadocia


Abbandoniamo per il momento, la questione messalina per interessarci della famiglia di Gregorio di Nissa. Attraverso la mediazione di Eustazio di Sebaste, alcuni membri della famiglia conobbero il movimento e decisero di farne parte: la madre, Emmelia; la sorella maggiore, Macrina, e i fratelli Naucrazio e Pietro. Macrina istituì una comunità stabile di sorelle. L’occupazione di gran lunga più importante era costituita dalla preghiera (salmodia e lettura della Sacra Scrittura). Inoltre, a differenza di altri asceti, s’impegnavano in un lavoro manuale regolare. Cercavano di realizzare una vera fraternità; l’amore reciproco era il risultato di un lungo esercizio nel dominare se stesse. Ciò che caratterizza la comunità di Macrina era il proposito di realizzare una vera uguaglianza tra le sorelle. Macrina ed Emmelia smisero di vivere da nobili signore, si accomunarono alle altre sorelle; le resero libere e si sottoposero ai lavori più faticosi[12].
Nell’ultima parte del suo soggiorno ad Atene, ove si era recato per formarsi culturalmente, Basilio consolidò la sua fede cristiana e, ritornato in famiglia, in Cappadocia, si fece battezzare. Così scriverà in seguito:
«Io, dopo avere speso molto tempo nella vanità, e aver dissipato quasi tutta la mia gioventù in un vano operare, dedicandomi all'apprendimento di quelle dottrine della scienza proclamata vana da Dio, un giorno, quasi risvegliandomi da un lungo sonno, guardai verso la luce meravigliosa della verità del Vangelo, e scoprii la vanità della sapienza dei principi di questo mondo che vengono distrutti. Allora piansi a lungo sulla mia vita degna di pietà, e pregavo che mi fosse data una guida capace di introdurmi agli insegnamenti della pietà. Prima di tutto mi prendevo cura di correggere in qualche modo i miei costumi, traviati dalla diuturna frequentazione dei malvagi. Letto dunque il Vangelo, scoprii che in esso un validissimo punto di partenza verso la perfezione è costituito dal vendere i propri beni e porli in comune con i fratelli poveri; dal non darsi assolutamente pensiero per questa vita e dal non permettere che l'anima sia trascinata verso le cose di quaggiù da alcuna passione»[13].
Ammirando il fervore dei cristiani dediti all’ascetismo, intraprese una vita che oggi definiremmo monastica, insieme all’amico Gregorio di Nazianzo e al fratello Gregorio di Nissa; si stabilirono ad Annisa vicino alla comunità di Macrina. Per lungo tempo si fece guidare da Eustazio stesso[14].
Quali tratti caratterizzava la loro vita spirituale? Lo possiamo cogliere da alcuni stralci dall’Epistolario di Basilio e di Gregorio Nazianzeno[15]. Si ritirarono in un luogo solitario. L’attività principale consisteva nella preghiera a diverse ore del giorno e nella lettura della Bibbia: «Chi mi recherà in dono quelle salmodie, le veglie, I pellegrnaggi a Dio attraverso la preghiera? Chi il fervente studio dei divini oracoli e la luce che in essi trovammo scortati dalo Spirito Santo?»[16]. Si sottoposero ad un lavoro faticoso: «Come potrei omettere di rammentare quei giardini che dei giardini non avevano né parvenza né piante e il letame tolto via dalla stalla e che usavamo quale concime di questi giardini, nel tempo in cui trainavamo il carro atto a dissodar la terra, io nelle vesti di viticoltore, tu in quelle di lavoratore intancabile»[17].
Composero la loro regola: una raccolta di testi biblici, ordinati in capitoli e titoli (mille cinquecento versetti del Nuovo Testamento), denominati in seguito Moralia (Regole morali). Lo scopo che si erano prefissi era quello di saper dominare le passioni per ottenere la pacificazione interiore[18]. Basilio rimase sempre vincolato a questo desiderio di vita cristiana perfetta e da vescovo, cercò di consolidare le fraternità ascetiche, come viene dimostrato dalla redazione delle Regole (Regole Brevi, Regole ampie)[19].

 

 Gregorio di Nissa e il Pseudo-Macario

 

Gregorio di Nissa e l’ascetismo

 

Parliamo ora di Gregorio Nisseno (denominato così perché divenne vescovo di Nissa), il fratello di Basilio, l’autore del De Instituto cristiano. Basilio lo chiamò ad Annisa, nella comunità che stava avviando; dapprima accettò e, divenendo Lettore, sembrò avviarsi nel servizio pastorale all’interno della Chiesa. In seguito ritornò sui suoi passi, preferendo la carriera di retore e il matrimonio. Il ripensamento dispiacque a Basilio e provocò il risentimento di Gregorio di Nazianzo, come risulta da una lettera inviatagli da quest’ultimo[20].
Nel corso della vita, Gregorio di Nissa cambiò prospettiva, accettò di sobbarcarsi il ministero episcopale e si mostrò interessato al movimento ascetico-monastico.
Infatti, nell’omelia, In suam odinationem, dichiara di ammirare gli asceti della Mesopotamia, incolti ma ferventi[21]. Al tempo della composizione delle Omelie sul Cantico dei Cantici, troviamo due menzioni, molto favorevoli al monachesimo[22]. Ne La Vita di Mosè afferma di tenere la direzione spirituale di molte persone, forse erano i componenti di una comunità monastica[23]. Le Omelie sul Cantico dei Cantici sono dedicate ad una nobildonna, Olimpiade e «Secondo il Daniélou, Gregorio avrebbe tenuto le sue omelie sul Cantico proprio all’interno di una comunità ascetica retta da Olimpiade, a Costantinopoli»[24].
Nella stessa epoca (tra il 386 e il 394), Gregorio scrive il De insituto christiano, dove espone una sorta di regola per una comunità di tipo monastico.
Ora dobbiamo dedicare attenzione ad una questione di grande importanza per comprendere la motivazione e il contenuto di questo scritto.
Esso presenta delle somiglianze molto strette con un’altra opera destinata agli asceti dell’epoca, La Grande Lettera[25], al punto da sembrare, quasi, una sintesi ordinata di questo testo. La critica ha accertato che la priorità cronologica spetti alla Grande Lettera e che Gregorio, componendo la sua regola, si sia ispirato a questo scritto.
Chi fu l’autore di questo testo che attirò l’attenzione del Nisseno? Manoscritti antichi attribuirono La Grande Lettera al monaco Macario l’egiziano, ma ora la critica storica ha accertato che non è possibile considerarla opera sua; quindi l’estensore, rimasto anonimo, venne denominato Pseudo-Macario. Inoltre, a questo autore sconosciuto, la tradizione ha assegnato, oltre alla la composizione della Grande Lettera, una folta raccolta di omelie e dialoghi con i discepoli. Si è cercato d’individuare chi fosse la personalità rimasta in ombra dietro tale pseudonimo.
Non è stato identificata con certezza ma la critica ha valorizato un indizio promettente: alcuni manoscritti attribuiscono la collezione delle opere ad un certo Simeone di Mesopotamia. Questi appare tra i capi messaliani, convocati e condannati al concilio di Efeso[26]. È probabile che, in seguito alla condanna, la Grande Lettera e le Omelie siano state assegnate, in modo fittizio, a Macario l’Egiziano, per salvare gli scritti dall’oblio, dare ad essi autorità e garantirne l’ortodossia. Ora, quasi all’unanimità, gli studiosi si servono della dizione, più neutrale, di Pseudo-Macario; altri si spingono a parlare di Macario/Simeone, ritenendo che l’ipotesi formulata sia un dato accertato[27].
In ogni caso, l’autore della Grande Lettera, sia stato Simeone o meno, era a stretto contatto con i Messaliani o con gruppi di fedeli che avevano una relazione regolare con membri di tale movimento. Questo è considerato un dato sicuro: l’opera pseudo-macariana è frutto della guida spirituale di un carismatico molto apprezzato che era in stretta relazione col movimento ascetico e con le problematiche spirituali legate al messalianesimo.
Stando così la cosa, in questi scritti, si dovrebbe con facilità trovare delle conferme delle dottrine attribuite ai Messaliani. Ora, nonostante la vicinanza col movimento, negli scritti di questo autore, non si rileva la presenza di alcuna opinione che riprenda qualcuna delle tesi condannate e possa essere considerata meritevole di disapprovazione ecclesiastica.
«Se è innegabile la somiglianza, e in taluni casi la perfetta coincidenza tra alcune proposizioni condannate a Efeso e certi passi degli scritti dello Pseudo-Macario, va riconosciuto tuttavia che esistono pure notevoli differenze e talora palesi contrasti tra la dottrina spirituale del corpus pseudo-macariano e il messalianesimo così come viene presentato dagli accusatori. Non troviamo, negli scritti dello Pseudo-Macario, nessun disprezzo né del lavoro né della carità fraterna; la definitiva liberazione dalle passioni, l'impassibilità quale viene compresa dai messaliani, è oggetto di severe e ripetute critiche, e se il riferimento ai sacramenti è raro - fatto questo assai diffuso nella letteratura monastica antica - non ve n'è tuttavia alcun deprezzamento. Del resto, su tutto il materiale relativo ai messaliani a noi pervenuto grava il sospetto di essere stato fortemente alterato e travisato; anche proposizioni effettivamente reperibili negli scritti dello Pseudo-Macario, estrapolate dal loro contesto in modo sommario e capzioso, si prestano a facili fraintendimenti...»[28].
Come spiegare la stretta vicinanza con una movimento sospettato d’eresia e nello stesso tempo verificare l’assoluta ortodossia degli scritti? Forse alcuni suoi ascoltatori hanno mal compreso il suo messaggio e gli hanno dato una piega estranea all’autore. Questo sembra essere la migliore spiegazione del fatto. Infatti, come osserva K. Fitschen: «Tali insegnamenti frenano l’entusiasmo di alcuni seguaci che dovevano stare in contatto con il messalianesimo»[29].
L’altra ipotesi, più ardita, è quella di pensare che i vescovi oppositori del movimento abbiano frainteso alcune delle opinioni di Pseudo-Macario, e abbiano dato un rilievo di proposizione teologica a delle opinione ingenue e primitive. Del resto non tutti i vescovi si unirono alla condanna dei messaliani. Cirillo d’Alessandria si schierò a loro favore, considerandoli persone semplici[30]. Basilio e Gregorio Nisseno si mostrarono indulgenti nei confronti del movimento; ammirarono lo zelo dei componenti, cercando nel frattempo di attenuarne le punte estreme, che pure esistevano.
Gregorio di Nissa, componendo il De Instituto christiano tiene conto degli insegnamenti del Pseudo-Macario e, in questo modo, stabilisce un dialogo fruttuoso tra l’episcopato e il movimento ascetico, che era fervente dal punto di vista spirituale, fluido dal punto di vista teologico, piuttosto caotico a livello sociale ed organizzativo. Osserva Claudio Moreschini:
«Gregorio scrisse anche L’istituzione dei cristiani, un'opera di netta impronta ascetica, destinata a tracciare l’ideale del cristiano, vale a dire la perfezione monastica. E vero che essa sarebbe stata la rielaborazione della cosiddetta Grande Epistola contenuta nel complesso degli scritti di Macario-Simeone, ma ciò non ne sminuisce l’importanza; anzi, sembra che essa avesse, tra l’altro, anche lo scopo di frenare la diffusione del movimento messaliano in Asia Minore (l’opposizione alla dottrina messaliana fu sanzionata proprio in quel torno di tempo dal Concilio di Side)»[31].
Forse più che frenare la diffusione del movimento, Gregorio cercò di sostenerlo, attenuandone nel frattempo le posizioni più estreme.
Il De Instituto christiano è uno scritto monastico di grande rilievo perché raccoglie il pensiero spirituale raggiunto dal Nisseno nella sua maturità ed è come un crocevia d’incontro con altre proposte spirituali. È opportuno vedere i rimandi alle altre opere dello stesso (Vita di Mosè, Omelie sul Cantico dei Cantici). Inoltre nello scritto troviamo non pochi riferimenti al pensiero ascetico di Basilio, soprattutto le Regole. Naturalmente ci sono paralleli con la Grande Lettera e con le Omelie del Pseudo-Macario. Due autori sono collegati al Nisseno in modo più indiretto; il primo, Teodoreto di Cirro che ha scritto la vita dei monaci della Siria (Storia religiosa ) e una breve opera teologica che risente dell’influsso del Cappadoce (Trattato sulla divina carità). Infine, il secondo autore è Diadoco di Foticea che ha conosciuto anch’esso il messialianesimo ed ha cercato un dialogo con gli asceti, componendo un’opera pastorale con un intento simile a quello condotto dal Nisseno (Centurie gnostiche).



Regola del cristiano



SIGLE:
CC: Gregorio di Nissa, Omelie sul Cantico dei Cantici, a cura di V. Bonato, EDB, Bologna 2015.
VM: Gregorio di Nissa, La vita di Mosè, a cura di M. Simonetti, Mondadori Editore, Fondazione Lorenzo Valla 1984.
VMA: Gregorio di Nissa, La Vita di S. Macrina, a cura di E. Giannarelli, Edizioni Paoline, Milano 1988.
Basilio, Regole brevi per i monaci, PL 103, 487-554.
CG: Diadoco di Foticea, Opere spirituali, ESC. ESD 15, Bologna 2016.
DISC: Pseudo-Macario, Discorsi (III), a cura di F. Aleo, Collana testi patristici 206, Città nuova, Roma 2009.
GL: Pseudo-Macario, La grande lettera, Gribaudi, Torino 1989.
OS: Pseudo-Macario, Spirito e fuoco. Omelie spirituali (II), a cura di L. Cremaschi, Magnano (VC) 1995.
DD: Macario/Simeone, Discorsi e dialoghi spirituali/1, a cura di F. Moscatelli, Bresseo di Teolo, Padova 1988.
HR: Teodoreto di Cirro, Historia Religiosa. Oratio de divina et sancta charitate, accurante Migne, PG 82 (cc. 1279-1520), Venezia 1864 (Tr. italiana: a cura di S. Di Meglio, Edizioni Messaggero, Abbazia di Praglia, Padova 1986).

 

1. [40] Se ti distaccherai un poco dal modo di pensare causato dalle tue cattive abitudini e ti sarai liberato dalla schiavitù delle passioni; se, riflettendo su di te con onestà e chiarezza, abbandonerai la stoltezza, allora potrai capire chi sei veramente. Scorgerai con chiarezza dentro di te il segno dell’amore di Dio verso di noi e il motivo per il quale siamo stati posti a questo mondo. Grazie a questa indagine, t’accorgerai che in te arde un desiderio intenso di raggiungere la bellezza e la perfezione e di essere conformi a quella Immagine spirituale e beata, della quale l'uomo è un'imitazione. Questa aspirazione fa parte del nostro essere uomini e costituisce la nostra vera identità. Cf. GL 1 p. 41. 

È presente in noi una predisposizione ad innescare il desiderio intenso di ottenere la bellezza e la perfezione. Chi si lascia catturare, sviluppa quelle qualità grazie alle quali è costituito ad immagine di Dio. L’attrattiva per il buono-bello è stata immessa nell’uomo da Dio e rappresenta, in ultima istanza, l’invito ad entrare in comunione con Lui, Bellezza e Bontà assoluta (cf. CC IV p. 78), riproducendola in sé. Chi lo imita, non tenta di duplicare un modello che gli è estraneo ma sviluppa una potenzialità di cui è dotato (cf. CC II p. 58; Basilio, Regola, 2, 5-32 PL 103, 489 A-B).
La vita spirituale si radica nelle aspirazioni più profonde e più autentiche della persona. Non è imposizione di un progetto estraneo, ma scoperta e consolidamento, fino al suo pieno sviluppo, di un anelito incoercibile che risiede nel profondo di ogni uomo. Anzi, esso rappresenta il nucleo della nostra umanità. L’uomo è essenzialmente desiderio, un progetto di superamento di sé.
Cf. Basilio, Regola 49, 1-5 PL 103, 114 D-115-A: «Come sradicare il vizio del cattivo desiderio? Con un desiderio più buono: ciò si otterrà se saremo più infiammati e accesi per l’amore di Dio... il desidero di ciò che è meglio... che possiede sempre e del tutto i nostri animi, e ci spinge a lottare per godere quanto desideriamo, ci fa disprezzare e respingere le cose meno elevate, come ci hanno insegnato i nostri santi, e quanto più quindi tutto ciò che è cattivo e disonesto?»; DISC XIX, 1,3-2 (1) p. 164: «La virtù è più grande, più elevata e migliore di tutte le svariate bellezze del cielo... L’anima deve essere sollecitata alla ricerca e all’investigazione di ciò che è buono e bello, sorpassando la bellezza di tutte le forme di sapienza che sono nel mondo... verso il solo bene incomparabile, superando ogni cosa e non legandosi a nulla, ma desiderando unicamente quello soltanto. Qual’è allora il Bene e il Bello incomparabile, quello che cercano e in cui vivono i cristiani? È il Signore stesso».
Il termine plasmare, tipico del linguaggio filosofico, ed estraneo al Nuovo Testamento (eccetto demiourgos in Eb 11,10). Solo il Verbo è ad immagine di Dio: noi siamo immagine di questa Immagine.
L’uomo stenta a comprendere se stesso e a lasciarsi coinvolgere dall’aspirazione verso l’ottimo, a causa della mentalità del corpo e della schiavitù alle passioni. La prima espressione risente del dualismo di anima e corpo, tipico del pensiero greco ma in seguito compare la dizione pensiero della carne (come in Rm 8,7; cf. § 3) più conforme al linguaggio biblico (la carne non corrisponde al corpo ma all’uomo condizionato dal male). Nella seconda espressione, osserva le passioni nel loro esito negativo e qui, come in altri passi di questa opera, sono sinonimo di vizio. 

 

2. Ciò nonostante, le passioni irrazionali e la ricerca dell’amaro piacere, fanno in modo che veniamo ingannati e incantati dai beni della vita, benché siano sempre così instabili e insicuri. Ciò avviene se, per pigrizia, ci troviamo distratti e disattenti a noi stessi.

[41] Ingannati, veniamo trascinati verso qualche vizio rovinoso; generato dalla ricerca del piacere, genera la morte chi lo ama. 



È descritta la misera situazione degli uomini, nonostante la loro bontà costitutiva. Vengono ingannati e ammaliati, come fossero vittime di un incantesimo. Il nostro male inizia dalla disattenzione a se stessi e dal mancato riconoscimento dei veri beni (cf. CC II, p. 56).
Se non siamo vigilanti, veniamo trascinati verso qualche vizio rovinoso che rende la nostra vita, una morte vivente; cf. CC XII p. 195: «L’uomo, se fa illanguidire la vera vita, decade in questa spenta esistenza. Quando, invece, fa morire questa esistenza contrassegnata dalla morte e degna degli animali, passa alla vita che non ha fine».
Il modo d’operare, infatti, determina la personalità in profondità, in bene e in male; cf. CC IV p. 76: «Chi si lascia prendere dall'ira, finisce col diventare un tutt'uno con essa; chi si lascia vincere dal desiderio, si lascia andare al piacere; chi viene preso dalla viltà o dalla paura o da qualche altra passione, si conforma a queste. È vero anche il contrario: chi acconsente alla pazienza, alla purezza, allo spirito di pacificazione, al dominio di sé, alla sopportazione del dolore, al coraggio e all'incorruttibilità imprime nella sua personalità ognuna di queste doti e trova la pace nell'assenza da ogni turbamento».
Cf. DISC XVIII, 2 p. 158: «È proprio quest’anima, una tale preziosa immagine di Cristo, a cadere nell’abisso delle passioni della malvagità, delle tenebre, delle potenze malvagie». 

 

3. La grazia del nostro Salvatore ha donato la conoscenza della verità a quanti vi aderiscono con disponibilità. È un farmaco salutare: scioglie l'inganno che ha irretito l'uomo e dissolve il pensiero vergognoso della carne. Nella luce della verità, conduce l'anima verso il divino e la sua salvezza, quella mostrata dalla conoscenza stessa.


Esaminate le caratteristiche migliori dell’umanità e considerata, anche, la sua misera situazione, annuncia il soccorso. Dio è venuto incontro all’uomo e gli ha offerto come medicina la verità del Vangelo. La conoscenza (gnosi) è un farmaco che libera la persona umana dagli abbagli che l’hanno impoverita. Soprattutto risveglia e offre una giusta direzione all’amore di Dio già presente in essa (cf. § 4).

 

4. Voi avete accolto con sincerità la verità e avete risvegliato l’amore divino che costituisce la vostra identità. Vi siete, allora, riuniti insieme, con entusiasmo. Di comune accordo, avete ricalcato quel modello di vita che è tracciato nel libro degli Atti degli Apostoli. Mi avete chiesto che vi facessi da guida e avete voluto che vi inviassi un testo che vi conducesse, in modo retto, lungo il viaggio della vita che avete intrapresa (Cf. GL 1, p. 42)

Chiedete che vi indichi, con esattezza, quale sia la meta del vostro comune intento, ossia come attuare il volere di Dio, passando da ciò che è bene, a ciò che è ancora migliore, fino a raggiungere l’ottimo (Cf Rm 12,1) (Cf. GL 1, p. 42).

Non solo ma, oltre la meta, volete che vi faccia conoscere anche quale sia la via che consente di raggiungerla. In pratica desiderate che vi spieghi come debbano collaborare insieme i compagni desiderosi di affrontare questo viaggio, in che modo i vostri capi debbano dirigere con saggezza il coro spirituale di cui fate parte. Devo farvi conoscere quali esercizi faticosi sarebbe opportuno che utilizzaste, visto che aspirate raggiungere il vertice della virtù. Essi vi disporrebbero ad accogliere, nel modo più adeguato, l’azione dello Spirito Santo.

[42] Mi chiedete un discorso che vi faccia da guida, ma non volete soltanto udirlo dalla mie labbra ma preferite che lo riporti in un testo scritto. In questo modo avreste la possibilità di ricordare i miei insegnamenti e attingervi di nuovo, come da una dispensa, nei momenti di bisogno.


Ora, nella costituzione della comunità, sta avvenendo di nuovo quanto accadde all’epoca degli apostoli. La scelta di vita dei primi discepoli di Gesù è uno stampo da conio che ogni generazione deve riempire. La storia della salvezza prosegue anche al presente.
La comunità vuole conoscere quale sia la meta che deve prefiggersi e anche la strada per raggiungerla; dovrà comprendere ed attuare il volere di Dio, con una fedeltà sempre più grande. Per ottenere questo, si dispone ad affrontare molte fatiche. Quest’ultime, da sole, non consentono affatto di raggiungere l’obiettivo preposto ma attestano la verità del consenso alla chiamata della fede e soprattutto sono attesa di una nuova elargizione dello Spirito, il solo che può creare in noi una trasformazione positiva. Lo Spirito accompagna il credente fin dal principio della vita di fede e di conversione, ma, soltanto chi ha raggiunto la perfezione, verifica la sua forza salvifica in modo completo. Cf. OS 29,5 p. 313: «Nelle anime che manifestano tale zelo…, il Signore stesso è già nascostamente presente le aiuta, le protegge, le sostiene… Tuttavia non hanno ancora ricevuto la grazia dello Spirito e il riposo del dono celeste e non lo sperimentano ancora con piena certezza».
Riguardo alle fatiche, di quali fatiche usare, Gregorio non intende riferirsi a pratiche ascetiche gravose, ma all’impegno per convertire se stessi. Inoltre la vita virtuosa non è soltanto faticosa ma anche gioiosa (§ 11. 23. 26). Sulle pratiche austere dei monaci siri cf. Garcìa Colombàs, Il monachesimo delle origini, Jaca Book, Milano 1983, pp. 156-165.

 

5. Cercherò, allora, di esporre i miei suggerimenti, in quest’ora di grande fervore, contando sull’ispirazione generosa dello Spirito Santo. So con certezza che la vostra vita di credenti si fonda sulla retta confessione della fede: venerate l’unica natura divina in tre persone, beate ed eterne; non ritenete che vi siano delle disuguaglianze tra di loro, ma attribuite loro la stessa natura, la stessa gloria e la stessa volontà e adorate l’unica divinità in tre Persone. Preceduti da numerose attestazioni, abbiamo formulato questa confessione di fede [al concilio di Costantinopoli], sostenuti dal soccorso dello Spirito Santo che ci ha lavati nella fonte spirituale del sacramento del battesimo. So che questa confessione di fede, santa e sicura, è piantata saldamente in voi; so anche che arde in voi il desiderio della bontà e della beatitudine, che volete salire fino ad esse, superando voi stessi nelle varie vicissitudini (Cf. GL 1, p. 43).


Un secondo presupposto storico al cammino spirituale, dopo la venuta del Vangelo, sono le decisioni maturate nel Concilio di Costantinopoli (381), dove la Chiesa, guidata dallo Spirito, ha confermato la fede Trinitaria.
I presupposti, esposti finora che rendono possibile lo sviluppo di una spiritualità, sono: il desiderio naturale di perfezione, il Vangelo che lo conferma, la presenza attuale dello Spirito che si serve dei sacramenti e della guida della Chiesa. La retta confessione di fede e l’obbedienza alle prescrizioni della Chiesa sono considerate due condizioni necessarie per aspirare a godere dell’elargizione dei doni dello Spirito. Gregorio ribadisce qui un modo di pensare comune (Cf. HR, PG 82,1336 C-D). L’accettazione piena della fede predicata dalla Chiesa (fides quae) è possibile solo se il credente cresce nel sentimento di fede (fides qua), in sintonia con lo Spirito. Ad esempio, il credente, soltanto grazie ad un adeguato processo di conversione, riesce a contemplare l’unità di Dio nell’uguaglianza delle Persone; cf. CC VIII, 258, p. 151. Chi non è in sintonia con la Chiesa, quindi, non può godere in pienezza dei doni dello Spirito. Le decisioni dell’autorità ecclesiastica facevano parte della regola monastica (Cf § 6). All’epoca, un certo numero di asceti, in seguito alle condanne rivevute, si separavano dalla Chiesa.

6. [43] Vi mando allora brevi istruzioni, attinte da vari testi della Scrittura, che ci è già stata elargita dallo Spirito. Spesso, quando sarà necessario, citerò dei versetti della Bibbia, per rendere credibili le mie parole e mostrarvi che la sto seguendo [fedelmente]. Non voglio darvi l’impressione che, abbandonata la grazia celeste, invento falsità, servendomi di ragionamenti ingannevoli e miseri. Non [voglio che pensiate] che, mentre sto formando questi modelli di vita di fede, introduco [errori], attinti da fuori [della fede] e che sono così inesperto e gonfio di un sapere vuoto da mescolarli agli insegnamenti della Bibbia. (Cf. GL 1, p. 43).


La regola deve ricalcare l’insegnamento della Bibbia. In questo modo, si potranno seguire con certezza le indicazioni dello Spirito Santo, che si è già espresso nell’ispirare la composizione di quei libri sacri. Già Basilio si era posta la questione se fosse possibile dare indicazioni di vita senza testimonianza diretta della Bibbia (Cf. Regola 12,1-19 PL 103, 505 A-506 C).
Gregorio è preoccupato di rendere credibile la sua proposta. I suoi corrispondenti avranno la possibilità di verificare la continuità esistente tra il messaggio biblico e l’applicazione da lui suggerita. Tratta i suoi discepoli con rispetto. Probabilmente viene incontro ad alcuni che nutrono una certa diffidenza nei suoi confronti. Si sapeva che egli conosceva bene la cultura pagana, denominata, con diffidenza, una cultura estranea, da fuori. Gregorio, al contrario era molto aperto ad essa: Cf. VM II,37 p. 81: «C’è anche nella cultura profana una parte con la quale non dobbiamo rifiutare di unirci al fine di generare la virtù».
La regola non va intesa come appare nel mondo latino. «La regola per il monaco orientale erano gli esempi dei padri spirituali, gli ordini di un superiore, i canoni di un sinodo o di un concilio» (Garcìa Colombàs, Il monachesimo delle origini, cit. p. 155).

7. Chi, stando ciò che è richiesto, vuole offrire a Dio tutto se stesso, e venerarlo in un culto spirituale e puro, prenda come guida le persone che hanno già vissuto con grande fede. In tutta la Sacra Scrittura, li udiamo proclamare il loro messaggio. Affronterà, allora, con docilità e arrendevolezza, le fatiche necessarie per crescere nella virtù. Si libererà dai ceppi, ossia dal tipo di vita condotto fino a quel momento; svincolato dalla schiavitù di abitudini meschine e vuote, apparterà soltanto a Dio, vivendo intensamente la sua fede. (Cf. GL 2, p. 44).


Esposti, in breve, i presupposti dell’itinerario spirituale cristiano, Gregorio comincia a tracciarne il percorso. La vita di fede è un culto o un sacrificio. La formula ricorda l’invito di Paolo: «Vi esorto ad offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio; è questo il vostro culto spirituale» (Rm 12,1). Nessuno dei due verbi usati, avvicinarsi e dare fanno parte del linguaggio sacrificale [sebbene il primo tuttavia sia usato in Esodo 29,10 (LXX) per indicare un gesto che prepara un sacrificio]. In ogni caso, l’esistenza cristiana viene definita come un’offerta fatta a Dio, in un sacrificio incruento (αναμακτον). Tra i due verbi, il secondo presenta un significato più coinvolgente: consegnare se stessi a Dio, come ha fatto Cristo nella sua vita e nella sua passione (Mc 10,45). Riaffiora il tema biblico dell’obbedienza come il sacrificio migliore che Dio si aspetta (Prov 21,3; Sir 35,1-5; Is 53,10; Ger 7,22; Dan 3,39-40). Cf. DISC V, 2 p. 80: «... allo stesso modo, anche qui, adesso, l’anima che vuole offrire se stessa viene esaminata da Cristo, il sacerdote celeste, come un sacrificio vivente, santo, gradito a Dio, per vedere se ha l’abbondanza dello Spirito...».
Leggendo il testo biblico, si odono voci di santi che gridano. Nella fede, vale soprattutto l’istruzione che viene da testimoni. Si passa da esperienza ad esperienza. Secondo Pseudo-Macario a gridare sono i santi che, istruiti dallo Spirito, riescono a persuadere gli uomini; cf. DISC V,3 p. 81: «gridano a gran voce dal cuore, per mezzo della grazia che parla in loro, portando gli uomini ad una santità simile alla loro» (passim). Altri predicatori possono essere buoni annunciatori ma meno efficaci: DISC VII, 2 (1) p. 97.
Il credente, obbedendo con docilità e sottomissione (obbediente alle briglie), si libera dai ceppi e dalla schiavitù del male, e, quanto più diventa soltanto di, sua proprietà, tanto più diventa libero. Nell’insegnamento di Gregorio, il tema della libertà acquista un valore primario; cf. VM II, 121 p. 127; G. Del Toso, Proairesis, GND, pp. 475-476.

 

8. Sa bene che, in colui che vive con fede retta e con santità, è attiva tutta la potenza salvifica di Cristo; così può allontanare da sé ogni male e la morte che ruba la nostra vita. Il male non è così forte da poter resistere alla potenza del Signore. [Non è un’energia congenita a noi poiché] si è aggiunto [come elemento estraneo] in seguito alla disobbedienza ai comandamenti (Cf. GL 2, p. 44).

[44] Ciò che sperimentò un tempo il primo uomo, ora lo assaporano quanti, in piena libertà, imitano la sua disobbedienza.


L’elemento più rilevante del passo è l’importanza decisiva data alla presenza di Cristo in noi, con tutta la sua potenza salvifica. Cf. VM II, 248, p. 211: «Crediamo che ogni speranza di bene si trovi in Cristo, dove sappiamo essere tutti i tesori di bontà; chi è venuto in possesso di qualche bene, costui è certamente in Cristo, che contiene ogni bene». Per ottenere la salvezza, non basta che Cristo sia venuto sulla terra in un determinato periodo storico, ma deve rigenerarsi in noi, vivere in noi e sviluppare la sua vita nella nostra persona. Cf. CC XIII p. 210: «Egli si è unito definitivamente alla fragile natura umana poiché ne ha assunto una primizia… In conseguenza può santificare per sempre, insieme a questa primizia, tutta la massa, la natura che possiede in comune con noi. Compie questa santificazione negli uomini che si uniscono a Lui nella comunione del mistero, quando costituisce in vita il suo stesso corpo che è la Chiesa»; CC XIII p. 214: «Tu non ignori quante volte sia stato generato Colui che è il primogenito di ogni creatura, primogenito tra molti fratelli, primogenito tra i morti… e che, con la sua risurrezione ha aperto a tutti la possibilità della rinascita dopo la morte. Egli viene generato in tutti costoro»; CC XIV p. 232.
Compare una concezione ottimista circa il male. Nonostante l’uomo si trovi in condizione di schiavitù al peccato e debba affrontare un rigoroso travaglio per vincerlo, il bene è più forte del male. L’uomo originario è buono; come creatura è stato costituito in bontà e bellezza. Il male è un’aggiunta di carattere storico che non appartiene né alla costituzione dell’uomo né alla sua definizione. Come dato storico è destinato a scomparire. Accenna alla disobbedienza di Adamo, senza sviluppare qui una teologia del peccato originale. Adamo funge da prototipo negativo e tutti i peccatori agiscono come fece il primo uomo (Cf. M. Hauke, Peccato originale, in Gregorio di Nissa. Dizionario (GND), pp. 458-461.

 

9. Al contrario, la potenza dello Spirito Santo purifica coloro che si avvicinano alla vita spirituale con sincerità e che credono con fermezza, con la coscienza sgombra da ogni peso. Lo attestano alcuni passi della Bibbia: Il nostro Vangelo non si diffuse fra voi soltanto per mezzo della parola, ma anche con la potenza dello Spirito Santo e con profonda convinzione, come ben sapete (1 Ts 1, 5); tutta la vostra persona, spirito, anima e corpo, si conservi irreprensibile nel nome del Signore nostro Gesù Cristo (1 Ts 5,23) (Cf. GL 2, p. 44). Egli, nel battesimo, ha offerto ai santi la caparra dell’immortalità: il talento affidato ad ognuno otterrà una ricchezza invisibile, per l’operosità dei credenti (Cf. Mt 25,14-30). Molto efficace, fratelli, davvero molto efficace, se lo riceviamo con venerazione, è il santo battesimo, nel renderci capaci di acquisire i beni invisibili. Lo Spirito, che è ricco e vuole effondersi con generosità, si dona in continuazione ai credenti che l’accolgono. Come appare negli apostoli santi: dopo essere stati colmati da tale dono, ai credenti sparsi nelle diverse Chiese, mostrarono i frutti, prodotti da tanta ricchezza. Lo Spirito abita nei credenti e collabora con quanti accolgono il suo dono con vera disponibilità, e si riversa in loro a misura della fede di chi partecipa di lui. Egli sollecita ad operare nella fede, per attuare la parola del Signore, là dove dichiara che chi riceve la mina s’impegna a renderla fruttuosa secondo l’intento di chi glielo ha donata (Cf Lc 19,16-19). In altre parole, la grazia dello Spirito Santo viene donato a chi la riceve perché cresca e si moltiplichi.


Lo Spirito, in colui che lo accoglie con una fede retta e con la disponibilità alla santificazione, manifesta la sua potenza salvifica, in modo sempre più efficace. Parlare dell’azione santificante di Cristo nell’oggi del credente, significa evocare l’opera dello Spirito. L’azione dello Spirito Santo, operante a partire dal Battesimo, è decisiva. Il battezzato riceve dal Signore il talento (o la mina), ossia il denaro necessario per avviare la sua operosità. Il Battesimo è definito caparra di immortalità in quanto ci offre i mezzi per ereditare i beni futuri. Il termine usato da Gregorio per caparra (™νέχυρον), è estraneo al NT, dove appare arrabon (pegno; Cf. 2 Cor 1,22) o aparch (primizie; Cf. Rm 8,23). Nel § 48 troviamo lo stesso termine è al plurale, nello stesso significato; nel § 40 arrabon riceve il senso di anticipazione parziale della gioia della vita eterna; in ogni caso i tre termini sono usati come sinonimi.
Lo Spirito, è ricco (πλούσιον) e si dona, con generosità (lett. senza invidia φθονον). È come una sorgente dalla quale scorre sempre un’acqua benefica per chi vuole attingervi. È collaboratore (συνεργν), che agisce accompagnando l’azione dei fedeli; è dimorante in loro (σύνοικον) in permanenza, è costruttore del bene (οκοδομον) in ognuno. L’energia penetrante del suo agire, dipende dall’impegno di fede del credente che lo ospita. Gli apostoli hanno mostrato nella loro vita l’efficacia dell’azione dello Spirito. In un passo del Commento al Cantico dei Cantici, là dove l’Amato chiama l’amata “mia colomba”, Gregorio presenta la vita cristiana come una progressiva conformazione allo Spirito Santo, simboleggiato nei Vangeli dalla colomba (Mt 3,16; Mc 1,10; Lc 3,22); cf. CC V p. 99: «… ci si conforma a ciò a cui si dà importanza. Ora la (sposa) contempla la Bellezza Archetipa. Esponendosi alla luce, diventa luce e, rimanendo in questa luminosità, si sviluppa dentro di lei la figura della colomba; mi riferisco a quella colomba la cui apparizione ci rivela la presenza dello Spirito Santo». Pseudo-Macario parla di mescolanza dell’anima con lo Spirito (cf. DISC II, 2 p. 67), e menziona il talento in DISC XXI, 3 (3) p. 186: «Avendo la caparra del battesimo, possiedi il talento perfetto, se non lo farai fruttare sarai imperfetto, non solo, ma ti sarà tolto». Il talento corrisponde all’amore.

 

10. [45] È necessario che il fedele che è stato rigenerato grazie alla potenza di Dio cresca fino a raggiungere la statura spirituale nello Spirito, irrigato in continuità dal sudore per migliorare nella virtù e per l’afflusso generoso della grazia (Cf. GL 2, p. 45). Osserviamo ciò che avviene al nostro corpo: il bambino che ha ricevuto la vita da poco non rimane sempre fermo allo stato d’infanzia ma, corroborato da alimenti idonei, cresce fino a raggiungere la statura a lui propria. Lo stesso avviene per la nostra anima da poco rigenerata. Potendo avvantaggiarsi dell’azione dello Spirito, sconfigge la malattia antica, provocata dalla disobbedienza, e poi, soprattutto, rinnova la sua bellezza. In questo modo non rimaniamo sempre dei bambini, non restiamo inerti, soddisfatti di come eravamo in partenza. Al contrario, nutrendoci in modo opportuno e, sottostando alle fatiche richieste dall’impegno per essere migliori, cresciamo fino a raggiungere la dimensione prevista per noi. Così, grazie alla potenza dello Spirito e all’abilità acquisita, possiamo contrapporci validamente al ladro invisibile [il diavolo] sempre pronto ad insidiarci. Bisogna che sempre cerchiamo di crescere fino a raggiungere la nostra maturità, seguendo il consiglio dell’apostolo: Finché arriviamo tutti all’unità della fede e della conoscenza del Figlio di Dio, fino all’uomo perfetto, fino a raggiungere la pienezza di Cristo. Così non saremo più fanciulli in balia delle onde, trasportati qua e là da qualsiasi vento di dottrina, ingannati dagli uomini con quella astuzia che trascina nell’errore. Al contrario, agendo secondo la verità nella carità, cerchiamo di crescere in ogni cosa tendendo a lui, che è il capo, Cristo (Ef 4,13-15).

[46] Non conformatevi a questo mondo, ma lasciatevi trasformare rinnovando il vostro modo di pensare, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto (Rm 12,2). (Cf. GL 2, p. 46). Chiama volere perfetto di Dio formare se stessi, animati dalla fede. La grazia dello Spirito Santo, infatti, unendosi agli sforzi di colui che vuole migliorare, favorisce la piena fioritura della nostra bellezza. La crescita del nostro corpo verso il suo pieno sviluppo non dipende da noi né da un nostro progetto, perché la natura non si adatta a ciò che noi vorremmo essere, ma segue un suo percorso e una sua determinazione. Capita il contrario a chi si rinnova spiritualmente, dopo essere rinato. In questo caso, il risultato del nostro sviluppo, la bellezza della nostra persona, che in primo luogo viene sempre offerta dallo Spirito a chi lo accoglie con cura, dipende anche dal nostro volere. Quanto più uno s’impegna e lotta nella pratica della fede, tanto più cresce e si dilata. (Cf. GL 3, p. 47). Mi riferisco a quelle lotte e fatiche di cui parla nostro Signore: Lottate per entrare per la porta stretta (Lc 13,24). In un altro passo: Fatevi violenza: i violenti s’impadroniranno del Regno dei cieli (Mt 11,12); Chi avrà pazientato fino a termine, sarà salvo (Mc 13,13); Con la vostra pazienza, conquisterete le vostre anime (Lc 12,19). L’apostolo, da parte sua dichiara: Corriamo con costanza nella corsa che ci sta davanti (Eb 12,1); Correte in modo di ottenere il risultato (1 Cor 9,24). In un altro passo dice: Come servi di Dio, in molta perseveranza (2 Cor 6,4) e in tanti altri passi.


Ora entriamo nel vivo del discorso. Il primo obiettivo indicato è quello della crescita, connesso a quello della libera decisione. Come c’è una crescita fisica, c’è anche una crescita culturale e spirituale. La persona umana vuole e deve guadagnare se stessa, migliorare e superarsi. Gregorio ha sempre dato particolare rilievo all’avanzamento personale, visto come un progresso continuo dell’uomo verso Dio; cf VM II, 239, p. 205: «Nessun limite impedisce il progredire dell’ascesa verso Dio perché il bene non ha limite, Né il progredire del desiderio di bene è impedito da alcuna sazietà». Cristo rappresenta la misura della perfezione; cf. DISC XV, 2 p. 142.
Il credente è responsabile della misura della sua crescita: Quanto più uno s’impegna e lotta nella pratica della fede, tanto più cresce e si dilata. La differenza tra la crescita spirituale, che dipende dall’uomo, e quella fisica, che invece è indipendente dal nostro volere, viene segnalata in VM II, I,3, p. 65: «In qualche modo noi siamo padri di noi stessi, generandoci tali quali vogliamo, dandoci liberamente la forma che vogliamo».
Sulla via stretta, Cf. DISC X, 2 p. 109: «[La via angusta] è da intendersi secondo la somma virtù, perché questa è stretta... I comandamenti più elevati del Vangelo sono angusti per gli uomini di questo mondo, per coloro i quali non partecipano allo Spirito di Dio; ed è impossibile per altri passarvi, se non acquisteranno (quelli che sono trovati obbedienti e senza macchia in tutti i comandamenti evangelici) le ali dello Spirito Santo». Nella stessa omelia, illustra le varie fasi della crescita del credente fino al vertice dell’età spirituale (paragone tra l’opera della grazia e l’agire della madre dei piccoli uccelli): cf. DISC X, 2-4, pp. 110-111.

11. I doni della grazia si riversano in proporzione alle fatiche di chi l’accoglie; per questo motivo, allora, ci esorta a correre e ci sprona ad affrontare con coraggio le lotte.

[47] La grazia dello Spirito si spinge fino a donarci una vita eterna e una gioia ineffabile nei cieli, ma è l’amore per le fatiche, nel fervore della fede, a renderci degni di meritare il dono e godere della grazia. L’opera di santificazione e la grazia dello Spirito collaborano per lo stesso scopo; convergendo nella stessa persona, la riempiono d’una vita santa e felice, una con l’aiuto dell’altra. Se una rimane senza l’altra, non si ottiene nulla. Né la grazia di Dio può venire ad abitare nella persone che la rifiutano, né la forza della virtù umana è tale da essere in grado da sola a far salire le anime alla forma perfetta della vita, qualora risultasse priva della grazia. Se il Signore non costruisce la casa e non custodisce la città, invano veglia il custode o fatica il costruttore (Sal 126,1). In un altro passo leggiamo: Non con la loro spada ereditarono la terra, né li salvò il loro braccio, sebbene avessero usato spade e braccia nelle varie battaglie, ma li salvò la tua destra, il tuo braccio e la luce del tuo volto (Sal 43,4) (Cf. GL 3, p. 47). Che cosa ha voluto insegnare? Ha parlato della collaborazione con la quale il Signore, dall’alto, soccorre i credenti che stanno lottando; ha aggiunto poi che quanti credono di vincere contando solamente sulla loro bravura, non devono affatto porre la loro fiducia nella loro buona volontà ma devono piuttosto credere che potranno ottenere il risultato sperato quando Dio lo vorrà concedere loro.

La grazie esige l’accettazione e la collaborazione totale della persona. La ricompensa, sebbene rimanga un dono del tutto gratuito (perché non c’è proporzione tra l’azione compiuta da Dio e quella dell’uomo, essendo la prima di gran lunga superiore, né proporzione tra il lavoro espletato e la ricompensa promessa) esige, comunque, una collaborazione da parte dell’uomo.
Dono di grazia e l’impegno personale sono entrambi necessari per ottenere la santificazione. La buona volontà, per quanto possa essere fervente, risulterà sempre del tutto insufficiente a liberare l’uomo dal male e a generare in lui la carità. Tuttavia soltanto quando vede che il credente vuole collaborare realmente con lui e che si impegna con tutte le sue forze, Dio viene in suo soccorso e gli comunica la pienezza dei doni dello Spirito, così che possa conseguire il fine sperato. Il Signore, però, non interviene soltanto al termine della fatica compiuta dal credente. Collobora in ogni fase: precede la decisione del credente (DISC XIX, 6 (1) p. 171), l’accompagna, la rinsalda e infine la porta a compimento.
Sulla necessità della grazia: cf. OS 3,4 p. 77: «Soltanto la potenza divina è in grado di sradicare il peccato e il male... Lottare, combattere, dare e ricevere colpi è compito tuo, ma sradicare il male spetta a Dio»; DISC XIX, 3 (1) p. 166.

12. Bisogna allora conoscere bene a che cosa miri il volere di Dio, che dovrà essere sempre ricordato da chi vuole condurre una vita santa e da chi desidera vivere interamente nella speranza di acquisirla.

[48] Dio vuole, in primo luogo, purificarci da ogni macchia mediante la sua grazia e renderci capaci di dominare i piaceri. Vuole che possiamo presentarci davanti a lui come uomini puri, desiderosi e capaci di vedere la luce spirituale e ineffabile. Il Signore proclama beati costoro quando afferma: Beati i puri di cuore perché vedranno Dio (Mt 5,8). In altri passi ci esorta: Siate perfetti come è perfetto il vostro Padre celeste (Mt 5,48). Anche l’apostolo Paolo ci esorta ad essere solleciti a conseguire questa perfezione: Mi affatico e lotto per rendere ogni uomo perfetto in Cristo (Cf Col 1,28). Davide, ispirato, a coloro che vogliono davvero comportarsi con saggezza, addita la strada della vera sapienza, l’unica che conduce alla destinazione finale: chiedere al Donatore ciò che lo Spirito insegna per mezzo di lui: Sia il mio cuore integro nelle mie azioni giuste affinché non debba arrossire (Sal 118,80). Ordina di temere la vergogna e di sbarazzarsene, come si trattasse d’una veste sudicia e disonorevole; lo ordina a quelli che l’hanno indossata operando il male. In un altro passo dice ancora: Allora non dovrò arrossire se avrò osservato tutti i tuoi comandi (Sal 118,6). Osserva bene: lo Spirito dichiara che si sentiranno sicuri quanti avranno osservato i comandamenti.

[49] Ancora: Crea in me o Dio un cuore puro, rinnova in me uno spirito retto e sorreggimi con un’ispirazione che mi faccia da guida (Sal 50,12-14). In un altro passo chiede: Chi salirà il monte del Signore? E risponde: chi ha mani pure e cuore puro (Sal 23,3) (Cf. GL 3, p. 49). Consente di salire al monte di Dio chi è totalmente puro, colui che non si è mai contaminato né col pensiero, né con l’intenzione né con le opere, compromettendosi con il male. Consente di ascendere a colui che dopo aver accolto lo spirito guida grazie alle sue opere e ai suoi propositi, ha rifatto il suo cuore corrotto dal male. L’apostolo santo, parlando della verginità, alle persone che l’avevano scelto, stabilisce come dovrebbe essere una vita di questo genere: La vergine si preoccupa delle cose del Signore, per essere santa nel corpo e nello spirito (1 Cor 7,34) e così insegna a purificare corpo e anima (Cf. GL 3, p. 49). Ingiunge di evitare in modo assoluto qualsiasi peccato, visibile o nascosto, ossia di tenersi lontani in qualsiasi modo dai peccati commessi con le opere e da quelli attuati nel pensiero. Lo scopo infatti di chi vuole onorare la verginità è quello di poter accostarsi a Dio e diventare una sposa di Cristo.

[50] Chi desidera entrare in familiarità con qualcuno, assumere il suo modo di essere imitandolo. Di conseguenza, chi vuole diventare una sposa di Cristo, deve essere bello come lui, nella virtù, per quanto gli è possibile. Non è possibile unirsi alla luce, se non si è luminosi come quella luce. Ho ascoltato infatti le parole di Giovanni: Chi ha questa speranza, purifichi se stesso, come Egli è puro (1 Gv 3,3). Lo conferma l’apostolo Paolo: imitate me come io imito Cristo (1 Cor 11,1).


Il terzo argomento affrontato, dopo quello della crescita e della collaborazione tra Dio e l’uomo, è quello della purificazione completa della persona, nella sua interiorità e nel suo operare, nelle sue intenzioni e nelle sue azioni. Dio esige in primo luogo la purificazione del nostro cuore. Diventare puri significa diventare capaci di praticare i comandamenti, di allontanare da noi il male, di imitare l’agire di Dio. La purezza del cuore è indispensabile per vivere in comunione con Dio e per entrare in relazione con gli altri. In § 20 e 22 Gregorio affermerà con chiarezza che purificare il cuore significa in pratica togliere ciò che impedisce la comunione con gli altri; corrisponde alla nascita e alla crescita in noi nell’amore; è manifestazione della nuova creazione.
La purificazione è, in ultima analisi, assimilazione della luce di Cristo. Non è possibile diventare amici di una persona da cui si è dissimili, né fondersi con la luce, senza risplendere. Cf. CC IV, p. 77: «Noi, dunque, possiamo scegliere, abbiamo la possibilità di renderci simili a ciò cui vogliamo assomigliare. Di conseguenza il Verbo dichiara, giustamente, alla sposa che si è resa bella: Allontanandoti dal contatto col male, ti sei avvicinata a me; avvicinandoti alla Bellezza archetipa, tu stessa sei diventata bella perché rifletti la mia immagine come fossi uno specchio. A ragione ogni uomo può essere paragonato a uno specchio poiché assume l'aspetto delle cose che predilige. L'anima purificata dal Verbo, avendo lasciato alle spalle il male, ha potuto ricevere in se stessa il sole nel suo splendore e ora brilla insieme alla luce che le si è manifestata».

Il credente che si propone di salire presso Dio e d’unirsi a Cristo, deve allontanare da sé ogni peccato, in primo luogo da quelli che si commettono in modo palese con le azioni; parlo del furto, della rapina, dell’adulterio, dell’avarizia, dell’impudicizia, dei peccati commessi con la parola, di ogni forma manifesta di male. Tuttavia, deve abbandonare anche i peccati che se ne stanno nascosti e sebbene non appaiono all’esterno, consumano la persona con grave suo danno, come se la divorassero con denti acutissimi. Tali sono l’invidia, la mancanza di fede, la malignità, l’inganno, il desiderio di ciò che non si deve desiderare, l’odio, l’arroganza, la vanagloria e tutto lo sciame del male che sta nascosto in noi (Cf. GL 3, p. 50). Essi sono aborriti e disprezzati dalla Scrittura allo stesso modo dei peccati manifesti, poiché appartengono al genere del male e provengono dal male allo stesso modo. Di quale uomo il Signore disperde le ossa? Di color che vogliono piacere agli uomini.

[51] Chi aborrisce il Signore considerandolo un uomo esecrato e macchiato di sangue? Non aborrisce l’uomo falso e teso sempre a trarre inganni (Cf. Sal 5,7)? Davide impreca in modo aperto contro gli uomini che parlano di pece al loro prossimo ma conservano la malizia nel cuore e supplica il Signore : Rendi loro secondo le loro opere (Sal 23,3-4). Poi precisa: voi sulla terra operate con il cuore colmo di malizia (Sal 57,3). Dio considera peccato l’intenzione cattiva segreta.

Sull’importanza del dominio delle passioni e sulla priorità data a questo esercizio, cf. DD IV,29, p. 113: «Molti, pur facendo sforzi ascetici..., credono che questo sia la perfezione, ma non scrutano il proprio cuore, e non vedono i mali che li opprimono. Se non si fa guerra al peccato, il male che è dentro si spande al di fuori e, nel suo abbondare, porta l’uomo a commettere anche peccati esterni». DISC V, 7 (2-3) p. 89: «Molti cristiani ritengono di essere sani (cioè spirituali), a motivo delle virtù superficiali e corporali, ma sono dominati nell’intimo da malattie nascoste terribili.... come vane opinioni, boria, arroganza, diffidenza, tracotanza, ipocrisia, vanagloria, viltà, turpi pensieri. È detto: l’uomo guarda il volto, Dio vede il cuore. Bisogna ottenere che l’uomo sia trovato sano all’esterno come all’interno...»; DISC XXI, 4 (3) p. 189.
HR PG 32, 1368 B: «Afraate, simile ad un ottimo contadino, tagliò le spine delle passioni, purificò il campo del Signore e gli offrì i frutti stagionali del seme evangelico»; HR PG 32, 1417 D: «Marone non curava soltanto le malattie del corpo ma anche quelle dell’anima: guariva uno dall’avarizia, un altro dall’ira, istruiva questo nella temperanza, quello nella giustizia…».

13. Per questo ordina di non ricercare l’approvazione degli uomini né di vergognarci del loro biasimo. Secondo il messaggio della Scrittura, chi soccorre il povero per fare mostra di sé e si inorgoglisce della sua beneficenza, perde la ricompensa che riceverebbe nel cielo. Se cerchi di piacere agli uomini ed il motivo per cui doni è quello di essere lodato, il compenso della tua buona azione si ridurrà all’elogio che riceverai dagli altri, in vista del quale hai ostentato il tuo atto di misericordia. Non cercare ricompensa da Dio; hai svilito la tua opera! Non aspettarti che il Signore ti approvi, perché sei già stato ricompensato dagli uomini. Vuoi ottenere una gloria immortale? A Colui che ti può dare ciò che desideri, mostra la tua vita nel segreto. Temi la vergogna eterna? Abbi timore di Colui che la svelerà nel giorno del giudizio. Per quale motivo il Signore avrebbe detto: Risplenda la vostra luce davanti agli uomini affinché vedano le vostre opere buone e glorifichino il Padre vostro che è nei cieli? (Mt 5,16) (Cf. GL 3, p. 51).

[52] Egli ordina a chi osserva i comandamenti di Dio, di compiere tutto ciò che fa, come se lo facesse davanti a Lui che lo sta osservando, e di voler piacere soltanto a Lui, senza andare a caccia dell’approvazione degli uomini. Dovrà fuggire piuttosto gli elogi e l’ostentazione del suo gesto, nell’intento nascosto di essere riconosciuto da tutti per il suo stile di vita e le sue opere, così da ottenere ammiratori. Il Signore non ha detto che gli uomini dovranno onorare colui che fa sfoggio del suo gesto ma glorificare il Padre vostro che è nei cieli. Ordina di trasferire ogni gloria a Colui che tiene in serbo presso di sé il premio dell’azione virtuosa e di compiere tutto secondo il suo volere. Quanto a te è meglio che tu t’allontani e ti ritragga dalle lodi e dai riconoscimenti. Chi brama di essere onorato e fa di tutto per ottenere questo plauso per tutta la vita, non soltanto perde la ricompensa nel cielo, ma va incontro ad una punizione già da ora. Guai a voi, dice il Signore, quando tutti gli uomini diranno bene di voi (Lc 6,26). Non cercare di essere riconosciuto dalla gente perché, così facendo, vai incontro alla vergogna e al disonore ma aspira ad ottenere la glorificazione del cielo. Ne parla Davide nel salmo: Da te proviene la mia lode; nel Signore verrà onorata l’anima mia (Sal 21,26; 33,3). Il beato apostolo Paolo non permette neppure che il commensale cominci subito a mangiare senza prima aver glorificato il Signore che dona la possibilità di vivere (Cf. 1 Cor 10,31). Così, quasi sempre, ripete di rifiutare le lodi degli uomini e di cercare soltanto di essere approvati da Dio. Chi agisce in questo modo, verrà stimato da Dio come un uomo fedele. Chi invece fa di tutto per essere onorato, viene considerato un infedele.

[53] Come potete credere voi che cercate di ricevere gloria gli uni dagli altri e non cercate per nulla la gloria che viene da Dio? (Gv 5,44).


Gregorio sta parlando della purezza del cuore e, per primo, espone un insegnamento sulla retta intenzione dell’agire. È preoccupato che i suoi interlocutori non guastino il valore delle loro azioni per colpa di un’intenzione maligna che anima in modo segreto il loro agire, di cui magari non si rendono neppure conto. Denuncia, allora, il ruolo nefasto della vanagloria e del rancore. Sono due vizi usati anche a titolo d’esemplificazione. Gli interessa sottolineare che le malvagie intenzioni, nascoste nel cuore, sono condannate al pari delle opere.

 

14. Vuoi sapere che cosa si guadagna odiando? Ascolta che cosa dice Giovanni: Chi odia il fratello è un omicida e sapete che nessun omicida può ottenere la vita eterna (1 Gv 3,15) (Cf. GL 3, p. 51). Reputa indegno della vita eterna colui che odia il fratello allo stesso modo di colui che l’uccide e, senza giri di parole, considera l’odio un omicidio. Chi dissolve e corrompo l’amore per il prossimo, e diventa un nemico del suo amico, viene annoverato tra gli omicidi. Tengono nascosta in se stessi verso il loro prossimo la stessa ostilità che quelli provano contro le loro vittime. Non esiste, quindi, alcuna differenza tra le forme di male tenute nascoste con quelle che sono palesi e manifeste. Lo conferma in modo sapiente l’Apostolo quando le raccoglie tutte insieme e le elenca assegnando loro lo stesso valore. Poiché non hanno cercato di conoscere Dio, dice, Dio li ha abbandonati in preda a pensieri meschini: commettono azioni vergognose, pieni come sono di ogni ingiustizia, fornicazione, malvagità, avidità, vizio; traboccano d’invidia, di omicidi, di discordia, d’inganno, di malignità; sono diffamatori, calunniatori, nemici di Dio, violenti, arroganti, vanagloriosi, orditori di male, disobbedienti ai genitori, stolti, perfidi, crudeli, implacabili, privi di misericordia. Eppure conoscono il volere di Dio. Chi agisce in questo modo, merita la morte ma, non solo continua a comportarsi in questo modo, ma approva chi agisce come lui (Rm 1,28-32).

[54] Vedi come l’apostolo mette sullo stesso piano l’omicidio, l’avidità e altri simili vizi come la malignità, la tracotanza, l’inganno e le rimanenti forme di male che restano nascoste in noi? Che cosa grida il Signore stesso? Ciò che è stimato da parte degli uomini, è cosa abominevole agli occhi di Dio; chi si esalta, sarà umiliato e chi si umilia sarà esaltato (Lc 16,15; 14,11). La Sapienza conferma: Chi si inorgoglisce, diventa impuro agli occhi di Dio (Pr 16,5).

Cf. OS 15, 7 p. 189: «I cristiani pertanto devono lottare in ogni cosa e non giudicare nessuno, né la prostituta, né i peccatori, né i dissoluti, ma guardare tutti con semplicità e occhio puro affinché diventi come naturale e istintivo non disprezzare, non giudicare, non odiare nessuno, ne fare differenze tra l'uno e l'altro. Se vedi uno con un occhio solo, non giudicarlo in cuor tuo, ma trattalo come se fosse sano, e chi ha una mano deforme come se l'avesse sana. Considera lo storpio come se avesse le gambe diritte e il paralitico come sano. Questa infatti è la purezza di cuore, che al vedere peccatori o i malati tu ne abbia compassione e misericordia»; CG 91 pp. 241-243: «Colui che ha fatto esperienza di un tale amore [nello Spirito], quand'anche fosse insultato o danneggiato in mille modi, non si irrita affatto contro il colpevole, anzi la sua anima resta come aderente all’anima di chi lo ha insultato o danneggiato. … Poiché chi ormai ama Dio molto più di se stesso, o meglio, non ama più se stesso, ma Dio soltanto, non rivendica più il proprio onore… E questo non gli viene più da un poco di volontà, ma per lui una tale disposizione è diventata un abito, a motivo della sua forte esperienza dell’amore di Dio».

15. Puoi trovare molti passi della Bibbia che condannano le passioni nascoste dentro di noi. Esse infatti sono maligne, resistenti ad ogni cura, radicate con forza nelle profondità della nostra persona; lo sforzo che possiamo profondere da noi stessi, per quanto possa essere vigoroso, non sarà mai sufficiente a sradicarle ed eliminarle. É necessario che accogliamo, mediante la preghiera, la potenza dello Spirito, come nostra alleata; soltanto allora potremo avere il dominio del male che ci tiranneggia nel nostro intimo. Ce ne avverte lo Spirito, tramite la voce di Davide: Purificami dalle energie presenti in segreto dentro di me e custodisci il tuo servo dalle forze che mi sono nemiche (Sal 18,13-14).

Ora l’attenzione viene posta sull’insieme delle tendenze maligne annidate nel cuore. Sono definite come dannose, difficili da guarire, dominatrici della profondità oscura della persona. La conseguenza è che l’uomo da solo non possiede l’energia per sradicarle o farle morire. Immaginiamo un esercito che stia assediando un avversario ben più potente, capace di opporgli una valida resistenza. Se non vuole andare incontro a sicura sconfitta, l’esercito assediante deve cercare un alleato. In questo caso l’alleato è lo Spirito Santo, chiamato in soccorso mediante la preghiera. Solo lo Spirito possiede la forza adeguata per impadronirsi della città del male, situata nella nostra interiorità, abbattendo la sua tirannide. Conclude con una citazione attinta dal salterio, nella versione dei LXX, ove si chiede che il Signore purifichi l’uomo dalle cose nascoste e che non lo ponga in balia degli estranei. I nemici sono definiti estranei. Il termine favorisce la concezione di Gregorio riguardo alle passioni: non sono connaturali; appartengono all’uomo ma sono sopraggiunte a lui dopo il peccato. Non è possibile né auspicabile annientarle ma è doveroso impedire che possano creare danni. Cf DISC VI, 3 p. 90.

16 [55]. Sono due le componenti umane con le quali viene conformato un solo uomo, l’anima e il corpo. Quest’ultimo è visibile all’esterno come un involucro, ma la componente interiore rimane per sempre finché egli vive. Bisogna custodire la componente esterna vegliando su di essa come fosse il tempio di Dio (Cf. GL 3, p. 53). Nessun peccato manifesto, irrompendo contro di essa, la scompagini per poi distruggerla. Volendo garantirci da questa eventualità, l’apostolo commina una minaccia: Chi distrugge il tempio di Dio, verrà distrutto da Dio (1 Cor 3,17). Inoltre bisogna custodire con ogni cura l’anima che si trova all’interno, ed evitare che il plotone del male risalga dalle nostre profondità e dopo aver reso impotente ogni sentimento di rettitudine, la renda schiava, la invada di passioni, senza che ce n’accorga, trascinandola infine dietro di sé. È necessario allora custodire la nostra interiorità con attenta premura, volgerci ad essa con frequenza, allo stesso modo con cui un comandante impartisce ordini alla truppa in modo deciso: uomo, custodisci il tuo cuore con ogni attenzione. La continuità della vita dipende soltanto da questo atteggiamento. Fortezza dell’anima è il pensiero spirituale, irrobustito dal timore di Dio, dalla grazia dello Spirito, e dalle azioni virtuose. Chi si è armato in questo modo, facilmente resiste agli attacchi dal male che lo assale: la menzogna, la concupiscenza, l’orgoglio, il rancore, l’invidia e ogni forma di male che si muove nel nostro interno. Chi si prende cura di sé, deve essere semplice ma anche tenace; interessato solamente a coltivare i frutti della vita di fede, non deve né abbandonare il percorso intrapreso per deviare verso il male, né distogliere la sua attenzione dal condurre una vita retta, intrapresa a motivo della fede.

[56] Dovrà mantenere uno stesso stile di vita, retto e libero dalle passioni che risiederanno fuori del suo cammino. La donna che rimane fedele ad unico marito e quella che, invece, contamina il matrimonio, non possono reclamare la stessa ricompensa.

Il corpo avvolge l’anima dall’esterno: immagine di tipo dualistico. Il distruttore del tempio, nel pensiero di Paolo è il fedele che crea discordia nella comunità (Cf. 1 Cor 3,17); tuttavia poiché l’apostolo afferma anche che il corpo è tempio di Dio (Cf. 1 Cor 6,19), Gregorio estende anche ai fornicatori la minaccia rivolta ai fomentatori di discordie.
Compare, poi, un’immagine drammatica, attinta dalla prassi bellica. Un drappello teso a tendere un’imboscata, dopo essere emerso dalla profondità del cuore, uccide i pensieri retti che stavano a sentinella e, solo allora possono catturare l’anima, trascinandola via di nascosto mediante le passioni che la rendono prigioniera. Un esempio analogo compare in CC VI, 191, p. 120: «La passione tende agguati alla nostra ragione come farebbe una banda di predoni e, dopo averla costretta a fare il suo volere, la trascina via prigioniera».
La necessità della vigilanza è richiamata con l’immagine del comandante che impartisce ordini decisi alla truppa. Cf CC X, 298, p. 171: «… il servo, il corpo, nutre timore per il suo signore, l’anima, ed esegue con prontezza gli ordini del suo superiore… questo è il vero senso del comando del centurione: Dico al mio servo: fa questo ed egli lo fa (Mt 8,9».

17. Non aggiogherai insieme – dice il santo Mosè – nella tua aia animali di diverso genere come il bue e l’asino, ma mieterai il tuo campo dopo aver aggiogato animali dello stesso tipo; non tesserai del lino in una veste di lana, né la lana in una veste di lino; non coltiverai nel tuo terreno due alberi da frutto insieme e neppure uno dopo l’altro nel corso dell’anno; non farai montare l’uno sull’altro due animali di genere diverso per la riproduzione, ma unirai insieme, due dello stesso genere (Dt 22,10; Lev 19,19; Dt 22,9) (Cf. GL 3, p. 53).

Che cosa significano queste immagini per l’uomo retto? Non è possibile far crescere insieme, nella stessa persona, la malvagità e l’onestà, né suddividere il comportamento di vita coltivando insieme cose del tutto opposti, spine e frumento. La sposa di Cristo non può fornicare con i nemici di Cristo, concepire luce e generare tenebra. Questi elementi non possono combinarsi insieme, e ciò che è virtuoso relazionarsi con ciò che appartiene al male.

[57] Quale amicizia può sussistere tra la temperanza e l’intemperanza? Quale accordo tra l’ingiustizia e la giustizia? Quale unione tra luce e tenebra? (Cf. 2 Cor 6,14-15). Non è vero forse che, sempre, un principio non può combinarsi con il suo opposto né vuole avere qualche relazione con ciò che l’avversa? Il saggio coltivatore, da una sorgente potabile e cristallina, deve lasciar sgorgare un comportamento di vita limpido, privo di fanghiglia, essere esperto soltanto della coltivazione gradita a Dio, di questa interessarsi e per questa faticare, per tutto il corso della vita.


Non bisogna assolutamente comporre insieme il bene con il male. C’è chi si oppone in modo strenuo ad alcuni peccati ma lasciar correre riguardo ad altri e scende a compromesso con essi. Tale preoccupazione appare anche in CC XII p. 192: «Chi si esercita nella virtù in modo imperfetto, muore ad alcune passioni, ma per altre rimane ben vivo. Si può notare come qualcuno sia morto all’intemperanza ma, ad esempio, alimenta con grande cura la vanità, oppure qualche altro vizio pericoloso come l’avidità, l’iracondia, l’ambizione…». Bene e male sono entità contrapposte, non possono sussistere insieme; cf CC IV p. 76: «Accade questo allora: se la virtù viene separata dal vizio in modo netto, è impossibile che l'una e l'altro dimorino insieme in una persona. Chi non aspira più alla temperanza, finisce col condurre una vita totalmente smodata mentre, chi detesta la sfrenatezza, riesce a conseguire l'integrità, allontanandosi sempre di più dal male. Lo stesso vale negli altri casi. Ad esempio, l'umile detesta la vanagloria mentre, chi si gonfia di boria, disprezza l'umiltà. Vi pare necessario, ora, che mi dilunghi a esemplificare ogni caso? Abbiamo visto, a proposito di due cose opposte tra loro per natura, che l'assenza di una di esse, favorisce la presenza e lo sviluppo dell’altra». Cf CC X p. 171.

 

18. Se spuntasse, a sorpresa, un pensiero estraneo alla coltura di cui intendeva occuparsi, il Signore che ha visto la sua fatica, dal momento che vede ogni cosa, subito eliminerà con la sua energia quel pensiero, come strappasse una radice fallace e purulenta, prima che cominci a germogliare. La grazia dello Spirito Santo si dona subito al credente che rimane costante nella fatica per condurre una vita virtuosa, fa inaridire i semi del male. Chi sempre rimane a servizio del Signore, non vedrà svanire la sua speranza, né si scoprirà senza difesa. Ricordi la vedova del Vangelo? Ella fece conoscere ad un giudice disonesto la grave ingiustizia che aveva subita. Continuando a chiedere e reiterando la sua richiesta, ebbe la meglio sul modo di fare di quel giudice e ricorse a lui perché condannasse il suo oppressore (Cf. GL 3, p. 55). Neanche tu, allora, devi desistere dal pregare. Quella vedova, grazie ad una richiesta sfrontata riuscì a cambiare la decisione del magistrato che era del tutto incurante e noi, da parte nostra, perderemo la fiducia nella premura di Dio, il quale, misericordioso quale è, spesso previene quanti l’invocano?

[58] Il Signore, che apprezza la nostra perseveranza nella preghiera, per esortarci ad essere costanti, ci esorta: Guardate che cosa dice il giudice iniquo! Tanto più il vostro Padre celeste renderà giustizia a chi lo invoca notte e giorno e vi dico che renderà loro giustizia prontamente (Lc 18,6-8).

Riprendendo un suggerimento già dato, insiste sul valore di una preghiera perseverante. Il credente, se pensa di non essere stato esaudito subito, non deve mai pensare che sta facendo qualcosa d’inutile. La perseverante della preghiera è messa in relazione diretta con il tema della crescita e con la possibilità di accogliere i doni dello Spirito.

19. L’apostolo desidera con forza che i discepoli continuino a crescere fino alla perfezione e lotta per questo scopo. Ricorda allora con chiarezza a tutti quale sia il vero traguardo da raggiungere: Consigliamo ogni uomo e lo istruiamo in ogni pazienza, per presentarlo perfetto in Cristo; per questo mi affatico e lotto (Col 1,28-29). Inoltre prega perché i credenti, contrassegnati dal sigillo dello Spirito dal battesimo, raggiungano la piena maturazione grazie all’elargizione dello Spirito. Ecco come si esprime: Avendo saputo della vostra fede e dell’amore che avete per tutti i santi, non cesso di pregare per voi perché il Dio del Signore nostro Gesù Cristo, il padre della gloria, vi conceda lo spirito di sapienza e di rivelazione perché possiate conoscerlo e illumini gli occhi dei vostri cuori in modo che sappiate quale sia la speranza della sua chiamata, quale sia fra i santi la ricchezza di gloria della sua eredità e quale sia la grandezza smisurata della sua potenza verso di noi (Ef 1,15-19). In seguito spiega in che modo il credente diventa partecipe dello Spirito: Secondo l’efficacia della sua forza, che manifestò in Cristo quando lo risuscitò dai morti (Ef 1,19-20).

[59] In questo passo parla con certezza della nostra partecipazione allo Spirito e della forza che ricevono quanti ne usufruiscono: Anche voi possiate ricevere allo stesso modo la sua pienezza (Ef 1,19-20). In un passo successivo della stessa lettera, invoca per loro un dono ancora maggiore e vuole fare in modo che possano godere in pienezza della potenza dello Spirito: Per questo io piego le ginocchia davanti al Padre del Signore nostro Gesù Cristo,dal quale ha origine ogni discendenza in cielo e sulla terra, perché vi conceda, secondo la ricchezza della sua gloria, di essere potentemente rafforzati nell’uomo interiore mediante il suo Spirito. Che il Cristo abiti per mezzo della fede nei vostri cuori, e così, radicati e fondati nella carità, siate in grado di comprendere con tutti i santi quale sia l’ampiezza, la lunghezza, l’altezza e la profondità, e di conoscere l’amore di Cristo che supera ogni conoscenza, perché siate ricolmi di tutta la pienezza di Dio (Ef 3,14-19).

20. [60] In un’altra lettera Paolo parla ai discepoli degli stessi argomenti; fa conoscere loro il tesoro dello Spirito e li esorta a divenire partecipe dei suoi doni: Desiderate i doni spirituali e voglio mostrarvi la strada più eccellente: Se parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sarei come bronzo che rimbomba o come cimbalo che strepita. E se avessi il dono della profezia, se conoscessi tutti i misteri e avessi tutta la conoscenza, se possedessi tanta fede da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, non sarei nulla. E se anche dessi in cibo tutti i miei beni e consegnassi il mio corpo per averne vanto, ma non avessi la carità, a nulla mi servirebbe (1 Cor 12,31-13,3). Espone poi con precisione quale sia il guadagno dell’amore, quali germogli faccia crescere, da quali errori preservi chi lo possiede e quali beni, invece, ottenga: la carità; non è invidiosa, non si vanta, non si gonfia d’orgoglio, non manca di rispetto, non cerca il proprio interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell’ingiustizia ma si rallegra della verità. Tutto scusa, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta. La carità non avrà mai fine (1 Cor 13,4-8) (Cf. GL 3, p. 57). Affermando che la carità non cade mai, ha parlato con grande finezza e sapienza. Che cosa significa? Anche se si ricevono grazie elargite dallo Spirito (come parlare le lingue degli angeli o profetare, godere della conoscenza o saper guarire), se non si è purificati radicalmente dalle passioni interne che ci molestano, grazie all’amore infuso in noi dallo Spirito, e quindi non siamo guariti totalmente per considerarci davvero salvi, dovremmo temere di poter cadere ancora. Infatti non saremmo ancora in possesso di quell’amore che ci consolida e ci fortifica veramente.

La lotta contro il peccato e l’impegno a dominare le passioni, avviene per poter accogliere in noi l’opera dello Spirito Santo, l’unico capace di renderci persone di amore. L’azione dello Spirito Santo si propone di impiantare e di far crescere in noi la carità. L’amore non è sentimento né passione ma dominio di sé e formazione continua di noi stessi, mediante continue vittorie sul male che rischia sempre di impadronirsi di noi.
Gregorio ci riferisce che le monache che componevano la comunità della sorella Macrina, erano diventate manifestazione della carità divina, segno della nuova creazione, proprio grazie al dominio delle passioni, cf VMA 10, pp. 101-102: «… in esse non si vedeva né collera, né invidia, né odio, né superbia, né alcun altro sentimento simile; il desiderio di vanità, di onore, di gloria, di ambizione e di orgoglio, di tutti i valori terreni era stato scacciato». Pseudo-Macario, a sua volta, ribadisce l’insegnamento paolino del primato dell’amore, cf DISC V, 2-3 pp. 84-85, XXI, 3 (1-3) pp. 186-187.

21. Non illuderti, per il fatto di godere d’abbondanza e di profusione di grazie da parte dello Spirito, che ti manchi ancora poco per raggiungere la perfezione, come se questa dipendesse dal possesso di certi doni particolari.

[61] Se vieni arricchito da doni, proprio allora devi pensare di essere un povero e rimanere sempre trepidante; prepara, per te, il fondamento del tesoro della grazia, e quindi, continua a lottare contro le inclinazioni cattive, finché avrei raggiunto la cima, il traguardo della vita di fede (Cf. GL 3, pp. 57-58).


Quando si manifesta nella vita la grazia dello Spirito, ricca e generosa, grazie ad una molteplicità di doni, non bisogna pensare di essere già arrivati alla meta. Chi la riceve deve continuare a considerarsi un misero e rimanere sorpreso [upopthsson lett: sospettoso] di essere stato beneficato, convinto di aver ricevuto un compenso immeritato e che potrebbe essergli ritirato; oppure rimanere trepidante, attento a non perdere il bene prezioso ricevuto. Tutti gli sforzi dell’uomo vengono paragonati alla preparazione del fondamento che potrà sostenere l’elargizione gratuita dei doni dello Spirito: si tratta della crescita in noi dell’amore, inteso come purificazione del cuore e dominio di sé. Ancora una volta Gregorio volge l’attenzione allo Spirito. Il credente è essenzialmente una persona che attende la liberazione definitiva e si sottopone alle fatiche, pur sapendo che esse, benché insufficienti da sole, sono tuttavia necessarie.

 

22. L’apostolo la raggiunse e vi fa salire i discepoli, pregando per loro e istruendoli. Indica a coloro che amano il Signore, quanto l’amore e la grazia attuino in noi un mutamento verso il meglio: Non è la circoncisione che conta né la non circoncisione, ma l’essere nuova creatura; a quanti seguiranno questa noma sia pace su di loro come se tutto l’Israele di Dio (Gal 6,15-16) (Cf. GL 4, p. 58). In un altro passo dichiara: Se qualcuno è in Cristo, allora ecco la nuova creazione; le cose vecchie sono passate (2 Cor 5,17). La nuova creazione corrisponde alla realizzazione della norma data dagli apostoli. Egli chiaramente indica se stesso in un altro passo, dichiarando: per presentare a me una chiesa gloriosa, senza macchia né ruga o qualcosa del genere, ma santa e immacolata (Ef 5,27). Ha definito nuova creazione l’inabitazione dello Spirito in noi, ormai purificati e divenuti immacolati, liberi da ogni male, malvagità e vergogna. Quando un credente detesta il peccato, quando si assimila a Dio, per quanto gli sia possibile grazie ad un comportamento retto, riceve infine la grazia dello Spirito, per aver cambiato il suo tipo di vita. Allora diventa tutto nuovo e viene ricreato.

[62] L’invito liberatevi dal vecchio fermento, per essere pasta nuovo (1 Cor 5,7) significa proprio ciò che ho appena detto, come anche: Celebriamo la festa non con il vecchio lievito, ma con gli azzimi della prezza e della verità (1 Cor 5,8).

L’apostolo Paolo, nel corso della sua vita, ha raggiunto la vetta della fede ma ora conduce ad essa anche noi, mediante il suo insegnamento. L’energia dell’amore, quando fa sentire in noi la sua presenza, provoca il desiderio di migliorare, fino a stabilire in noi la nuova creazione. Ancora una volta viene introdotta la relazione tra purificazione e venuta dello Spirito. Quando lo Spirito viene ad abitare in noi, atta la nuova creazione ma la sua venuta deve essere preparata dal lavoro rigoroso del credente.

23. Il tentatore continua ad assalirci da ogni parte, mostrando la sua malvagità, e noi uomini, siamo troppo deboli per poterlo vincere. L’apostolo ci ordina allora di rafforzarci con armi celesti: indossare la corazza della giustizia, calzare i piedi con la disposizione alla pace, cingere i fianchi con la verità, prendere soprattutto lo scudo della fede con la quale, come dice, sia possibile spegnere le frecce infuocate del maligno (Ef 6,14-16). Le frecce infuocate sono le passioni sfrenate. L’apostolo inoltre ci chiede di mettere l’elmo (Cf. Ef 6,17) del Salvatore e d’impugnare la spada dello Spirito (Cf. Ef 6,18). La spada santa è la parola potente di Dio, con la quale armiamo la nostra destra per respingere gli assalti del nemico. In che modo potrai prendere con facilità queste armi?

[63] Ascolta ancora l’istruzione di Paolo: prega usando ogni forma di supplica ed invocazione, in ogni tempo, nello Spirito; vigila con perseveranza nell’implorazione (Ef 6,18). Così egli prega per tutti in questo modo: La grazia del Signore nostro Gesù Cristo, l’amore di Dio Padre e la comunione dello Spirito santo sia con tutti voi (2 Cor 13,13). Dichiara in un altro passo: Spirito, anima e corpo si conservino integri nel giorno del Signore Gesù Cristo (1 Ts 5,23). Hai visto quante forme di salvezza ti ha indicato? Ti conducono tutte sulla stessa strada, per lo stesso scopo, che è quello della perfezione cristiana. È questo il fine che devono raggiungere quanti amano la verità, in una fede solida e una speranza certa, mentre lottando gioiosamente e camminano con prontezza. In questo modo, si compie con facilità la corsa della vita per osservare i comandamenti più impegnativi, dai quali dipendono Legge e profeti. Di quali comandamenti sto parlando? Amerai il Signore Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutta mente e il tuo prossimo come te stesso (Dt 6,5; Mt 22,37-39). È questo lo scopo della nostra vita di fede, che ci è stato tramandato dal Signore e dagli apostoli che lo hanno ricevuto da lui per apprenderlo.


Il combattimento contro il male è duro perché non prevede alcuna tregua ed è molto difficoltoso. Anzi l’uomo non può affrontarlo da solo, né tanto meno vincere. È necessario, quindi, che venga armato da Dio e la perseveranza nella preghiera fornisce tutta l’armatura necessaria.
Gregorio, poi, usa di nuovo il linguaggio profano dell’amore e parla degli uomini che amano la verità (τος τς αληθεαςραστàς). Inoltre, mentre ha sempre parlato di fatica, ora combina insieme fatica e piacere. Gli amanti della verità avanzano con prontezza, mentre lottano nel piacere. Solo conversando questi sentimenti è possibile restare in corsa con facilità. Chi si impegna nella vita virtuosa non incontra soltanto sofferenza perché, mentre lotta, sperimenta anche il sollievo della libertà, gode del rinvigorimento della sua persona, gioisce per la limpidezza della sua coscienza. Cf. CC, X p. 177-178: «Nell’uomo riscontriamo due forme di piacere: c’è quello che agisce nell’anima grazie alla libertà dalle passioni e c’è quello che opera nel corpo servendosi di esse; il libero arbitrio sceglie una delle due forme e questa viene a predominare sull’altra. Chi si lascia condizionare dal senso che è connaturale al corpo, travolto dal piacere, vivrà senza aver gustato la gioia divina. Al contrario per le persone che desiderano Dio, il bene rimane senza ombra di tenebra e così vogliono evitare tutto ciò che incanta la sensualità. L’anima, dedita ormai alla veglia spirituale, riceve la manifestazione di Dio nel suo intimo, nudo e puro». Anzi già l’intenzione di lottare implica l’acquisizione di una certa libertà; cf. CC V p. 104: «Vieni qui non malvolentieri né forzatamente, ma spontaneamente… La virtù non tollera padroni, è spontanea e libera da ogni costrizione».
Riguardo al comandamento dell’amore di Dio e del prossimo, cf. CC XIV p. 228: «La Legge offriva molteplici strade per giungere alla virtù… Ritengo però che il messaggio del Vangelo, Parola Abbreviata, abbia ricondotto a una forma più semplice e più essenziale tutta la perfezione… dal momento che il Signore ha insegnato così: a questi due comandamenti sono sospesi tutta le Legge e i profeti (Mt 22,40)». Cf § 32.

 

24. [64] Nessuno ci rimproveri se, per indicare ideali di grande valore, abbiamo protratto il discorso un po’ a lungo. Eravamo più preoccupati di esporre la verità piuttosto che abbreviare l’esposizione. È necessario che voi, che vi siete proposti di vivere con sapienza in sincerità, e di purificarvi radicalmente da ogni traccia di male, conosciate con chiarezza quale sia lo scopo di questa vita sapiente. Quando sarete consapevoli di quale fatica comporti questo cammino e quale sia il traguardo della corsa, abbandonerete ogni presunzione e ogni arroganza circa i risultati. Rinnegherete voi stessi e la vostra vita, secondo l’indicazione della Scrittura, e cercherete di acquistare la ricchezza che Dio ha stabilito come ricompensa a coloro che amano Cristo, proprio per il loro amore. Ha chiamato ad essa tutti quelli che accettano volentieri di sottoporsi alla lotta e che s’accontentano, lungo questo viaggio che dura per l’intera esistenza, di usufruire come viatico della croce di Cristo. Dovranno caricarsela con gioia, in fiduciosa speranza, e seguire il Salvatore Dio, ponendo il suo progetto come norma e strada della vita. Lo ha detto anche l’Apostolo: Diventate miei imitatori, come io lo sono di Cristo (1 Cor 11,1). In un altro posso suggerisce: Corriamo con perseveranza nella corsa che ci sta davanti, tenendo fisso lo sguardo su Gesù, colui che dà origine alla fede e la porta a compimento. Egli, di fronte alla gioia che gli era posta dinanzi, si sottopose alla croce, disprezzando il disonore, e siede alla destra del trono di Dio (Eb 12,1-2) (Cf. GL 5, p. 61).


L’istruzione che sta propendo è di grande valore perché riprende il messaggio di Gesù, trasmesso dagli apostoli. Chi si propone di viverlo, s’accorgerà che la sua realizzazione supera le possibilità dell’uomo, ma la necessità di ricorrere all’aiuto del Signore, lo sottrarrà al rischio della presunzione.
L’atteggiamento più adeguato per affrontare la vita cristiana sta nella disponibilità a rinnegare se stessi. Come già nei Vangeli, l’invito al rinnegamento di sé, viene seguito dall’esortazione a prendere la croce. Gregorio parla della croce come ad un viatico (™φόδιον), assunto con gioia e con speranza fiduciosa. Tale paragone non si riscontra nel NT. In che senso la croce è viatico? Nell’uso profano in genere il termine si trova al plurale (™φόδιa), in quanto i mezzi necessari per affrontare un viaggio sono molteplici, ma qui si pensa ad un unico mezzo necessario: portare in noi la morte di Gesù. Gregorio, quando parla della nostra partecipazione alla morte di Cristo, non pensa al compimento di gravose pratiche ascetiche, ma piuttosto al processo necessario per far morire in noi ogni germe di male; cf. CC XII p. 194: «L’anima passando attraverso la morte, risorge dalla morte. Se non muore, rimane morta per sempre e non può assolutamente essere ricondotta in vita. Morendo uccide ogni germe di morte e riacquista vita»; VM II, 274, p. 223: «Guardare alla croce significa rendere tutta la propria vita morta e crocifissa al mondo, irremovibile di fronte ad ogni peccato, inchiodando veramente la propria carne col timore di Dio». La croce è viatico perché ci consente di eliminare ciò che potrebbe distruggere la nostra vita.
Non basta, tuttavia, respingere il male. Seguire Cristo portando la sua croce, significa anche imitare la sua vita d’amore. Cf. CC IV p. 87: «Il Signore ci ha indicato, tramite la sua manifestazione nella carne, tutto ciò che riguarda il progetto di salvezza e ne ha offerto il modello nella sua stessa persona… Il medesimo insegnamento è stato impartito anche dall'apostolo; anch'egli mostra la via dell'umiltà a coloro che guardano verso l'alto. Posso confermarlo con una citazione: Abbiate gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù…. Egli dimorò sulla terra in carne e sangue; rinunciò alla gioia che gli era posta davanti, condivise spontaneamente la nostra miseria e si umiliò fino a sperimentare la nostra morte. Per questo la sposa chiede: “Sostenetemi con profumi affinché, guardando sempre verso l'alto, possa osservare, con diligenza, gli esempi virtuosi che irradiano dallo sposo. Là c'è la mitezza e il dominio dell'ira, là c'è il superamento del rancore verso i nemici, la bontà per gli infelici e il rendere bene per male, là c'è la temperanza, la purezza, la pazienza, là c'è il rifiuto della vanagloria e di ogni inganno terreno”». Nel § 48, Gregorio completa il discorso sulla croce, affermando che il cristiano maturato nell’amore è capace di partecipare alle sofferenze del Signore.

25. [65] Prima di aver raggiunto il traguardo del nostro proposito, dovremmo stare anche bene attenti a non insuperbirci per i doni ricevuti dello Spirito, a non inorgoglirci e darci importanza per aver realizzato qualcosa di buono. In questo caso perderemo il nostro slancio, rendendo inutile per noi, a motivo della nostra presunzione, tutta la fatica condotta finora e ci renderemo indegni di ottenere la perfezione, alla quale ci spinge la grazia dello Spirito. È necessario, in nessun caso diminuire l'intensità dello sforzo, abbandonare la gara tanto impegnativa o perderci nel ripensare ai risultati ottenuti. Piuttosto è opportuno dimenticare ciò che abbiamo fatto e, come insegna l'Apostolo, protenderci nel cammino da percorrere, posto davanti a noi (Fil 3,13), umiliare il cuore nel pensiero di ciò che ci resta ancora da fare, alimentando sempre il desiderio della santità. Quanti cercano la perfezione devono aver fame e sete soltanto di essa, sentendosi poveri e miseri, lontani dall’aver raggiunto quanto si ripromettevano e assai distanti dal possedere l’amore perfetto per Cristo (Cf. GL 5, p. 61-62).

Chi ha compiuto il bene, e ritiene di essere stato ricompensato da Dio, per aver ricevuto dei doni particolari, rischia di cadere nell’orgoglio. Non bisogna insuperbire né prendere spunto da qualche successo, per credere di essere ormai diventati qualcuno. Cf. DISC V, 6 (1) p. 86: «... [L’anima] non deve sentirsi arrivata e al sicuro... ma sforzarsi di ottenere l’amore perfetto dello Spirito promesso che scaccia via la paura... come se cominciasse sempre da capo».
Gregorio riprende il tema del progresso continuo e cita Paolo in modo diretto. L’apostolo diceva di sé di essere dimentico del passato e proteso verso il futuro (Fil 3,13). Lo stesso sentimento dovrebbe animare tutti i credenti. A questo proposito, egli usa il termine epektein che significa protendersi, estendersi al di là, crescere. Dall’uso di questo verbo, gli studiosi hanno ricavato il sostantivo epektasis (assente però nell’opera del Nisseno; usato soltanto da Aristotele). L’avanzamento incessante (epéktasis) viene trattato soprattutto nelle Omelie sul Cantico dei Cantici, un’opera che dovrebbe risalire allo stesso periodo della presente. «Orbene, tutto il complesso delle Omelie sul Cantico dei Cantici è costruito sullo schema dell'epéktasis: esse vogliono interpretare in modo organico e globale le parole che si susseguono nel testo biblico, comprendenti il dialogo tra la sposa e lo sposo, come una serie di esperienze successive dell’anima, la quale, dopo avere avuto un contatto, sia pure parziale, con lo sposo divino, approfondisce sempre di più il suo rapporto spirituale con lui. …Allo scrittore basta, dunque, sottolineare che ogni esperienza della sposa si attua su di un piano superiore alla precedente: all’inizio di ogni omelia egli si richiama all’esperienza delle omelie precedenti, per sottolineare che l’anima è ascesa a delle realtà sempre più grandi e più sublimi…» (C. Moreschini, Origene, Gregorio di Nissa, Sul Cantico dei Cantici, Bompiani, Milano 2016, pp. 108-109).
Pensare a ciò che non si è ancora realizzato, non costituisce soltanto un incitamento ad un ulteriore progresso, come auspica Paolo, ma diventa anche un motivo per un più umile sentire di sé che garantisce dall’orgoglio. Il percorso che si stende davanti è il futuro, ma anche ciò che non sì è ancora raggiunto, per lo più per fiacchezza. Riflettere su quanto ancora manca, umilia il cuore, anzi lo spezza (suntribein). L’umiliazione tuttavia, anziché portare alla depressione, rinfocola il desiderio di avanzare. Cf DD VIII, 1 p. 172: «Questo è il fondamento del cristianesimo: non riposarsi sulle buone opere, me essere povero nello spirito; se anche si è partecipi della grazia, non ritenere di avere afferrato, non credersi qualcuno mettendosi ad insegnare».

26. Chi desidera quell’amore ed è tutto intento ad ottenere la ricompensa celeste, non tralascia né il digiuno, né la veglia né gli altri esercizi necessari per diventare virtuosi, né si inorgoglisce per ciò che ha già realizzato. Ricolmo del desiderio di Dio, guarda intensamente Colui che lo chiama. Ritiene che ciò che ha realizzato sia poco per raggiungerlo e si considera indegno del premio.

[66] Combatte fino al termine della vita, aggiungendo fatica a fatica, virtù su virtù, per essere prezioso agli occhi di Dio grazie al suo operare, senza presumere nella propria coscienza di essersi reso degno di lui. Questo è il grande risultato per chi ha coltivato questa sapienza: essere grandi nelle opere e umili nel cuore, non far conto della vita, rigettando la presunzione nel timore di Dio. I benefici promessi si ottengono per l’intensità della fede e dell’amore, non per aver operato con tanto sudore. Dal momento che la ricompensa è smisurata, non è possibile agire così bene da riuscire a meritarla. Soltanto una grande fede e una grande speranza possono essere proporzionati al premio, non l’intensità degli sforzi. La sostanza della fede sta nella povertà di spirito e nell’amore smisurato per Dio.

Ci sviene svelata l’interiorità del credente ormai maturato nel cammino di fede. Gregorio usa un linguaggio paradossale, il primo termine appartiene al mondo profano, il secondo a quello biblico: chi ama quell’amore (agάπης γρκενηςρν). Il paragone con l’esperienza dell’innamoramento è ora necessario. Quando una persona è mossa da un vivo interesse, non esita ad affrontare qualsiasi fatica, come fece Giacobbe nel tentativo di conquistare Rachele. In questo testo, l’anelito dell’asceta non è più caratterizzato da una generica tensione verso la bellezza o la perfezione. Questo era il sentimento iniziale. Ora perfezione e bellezza hanno, per così dire, un volto: pieno del desiderio di Dio, guarda intensamente a Colui che sempre lo sta chiamando. Cf. DISC XIX, 2 (1) p. 164: «Qual’è allora il Bene e il Bello incomparabile, quello che cercano e in cui vivono i cristiani? È il Signore stesso. È lui colui che non è paragonabile a nulla, infatti tutto quanto v’è di bello viene da lui; è lui l’eredità e la vita dei cristiani, è detto infatti: Il Signore è mia parte di eredità e mio calice (Sal 15,5)».
Vuole soltanto corrispondere all’amore ricevuto, risultare gradito al Signore da cui si sente amato. Il sacrificio più grande, lo considera cosa da poco. Cf. DISC V, 6 p. 86: «Il cristiano non deve spiare la minima occasione per evitare la fatica, come un mercenario o uno schiavo; ma, piuttosto, com figlio ed erede, deve servire con ogni benevolenza e premura il Padre fino alla fine». Ora è possibile capire perché la fatica possa essere coniugata con gioia, asprezza del cammino con prontezza nel percorrerlo. Ora scompare anche il rischio dell’orgoglio. Pur crescendo nell’amore, non presume mai d’essere degno del Signore. Qui si tratta di un sentire, d’una esperienza e non di un ragionamento: l’asceta è grande nelle opere ma umile nel cuore.
Dio non pretende né desidera una grande quantità di fatiche e cumulo di sofferenze ma l’intensità dell’amore generato dalla fede. L’asceta non potrai mai faticare a sufficienza per guadagnare a suon di meriti la ricchezza smisurata del premio. Lo riceverà gratuitamente se avrà creduto ed amato con intensità.

27. Penso di aver parlato a sufficienza delle prospettive che si prefiggono quanti scelgono di vivere con sapienza. Tuttavia devo aggiungere altre cose, sul vivere insieme, sull’amore per le fatiche, sul sorreggersi insieme nella corsa, finché raggiungeranno la città celeste.

[67] Chi trascura, deliberatamente, ciò che viene stimato in questo mondo, rinnega i familiari, rinnega la gloria di questo mondo, vuole essere apprezzato da Dio, e si unisce spiritualmente a dei fratelli secondo Dio, deve rinnegare, insieme alla vita, anche se stesso. Il rinnegamento consiste nel non soddisfare mai il proprio volere, ma nel fare propria volontà quella parola di Dio, che è il superiore, e a lui affidarsi come a un esperto timoniere e vedere in lui il nocchiere che trasporta tutta la comunità, in piena sintonia, verso il porto del volere di Dio (Cf. GL 6, p. 63).

Riguardo alle caratteristiche dell’obbedienza, cf. Basilio, Regole, 13,6 PL 103, 505 D-506 C; 65,1-2 PL 103, 517 D-518 A.

28. Non possederà nulla, né considererà proprietà personale ciò che appartiene a tutti, eccetto il corpo coperto dal mantello (Cf. GL 6, p. 63). Chi non possiede nulla ed è del tutto libero da ogni preoccupazione di questa vita, servirà al comune bisogno. Sottomesso ai superiori, con gioia e fiducia, porterà a termine il suo compito volentieri, come fosse uno schiavo buono e semplice di Cristo, comprato per soddisfare le necessità dei fratelli, nella loro vita comune.

[68] È questo che il Signore vuole e ci esorta a praticare quando dichiara: Chi tra voi vuole essere il primo e il più grande, si renda l’ultimo di tutti e diventi lo schiavo di tutti (Cf. Mc 9,35).

Sulla comunione dei bei, tale da escludere ogni possesso personale, cf. Basilio, Regola, 29, 1-5 PL 103,510 C: «... Se qualcuno afferma come proprio qualche cosa, senza dubbio si esclude dal numero dei chiamati di Dio».

29. È necessario che chi si sottopone a questo genere di schiavitù, non riceva alcuna ricompensa né debba essere onorato o glorificato, affinché non sia come uno che vuole piacere alla gente, contro l’insegnamento della Scrittura, riducendo se stesso a ciò che viene approvato dagli altri. Non servirà agli uomini ma al Signore, camminerà sulla strada disagiata, sottomettendo volentieri il collo al suo giogo e lo porterà su di sé fino alla fine con gioia, in vista del fine buono in cui spera (Cf. GL 6, p. 64). È necessario stare sottomessi a tutti e servire i fratelli come se dovessimo appianare un debito contratto con un usuraio, preoccupandosi di tutti nel proprio intimo e mettendo in atto i gesti d’amore dovuti.

30. [69] È necessario che i superiori di questo coro spirituale si rendano conto dell’importanza della loro mansione e stiano attenti alla forza del male che aggredisce la vita di fede, combattere con forza gli assalti condotti con abilità, senza insuperbire del loro ruolo di potere. Proprio questo compito li espone al pericolo: alcuni, pensando di dirigere altri e di condurli alla vita del cielo, immersi nel loro compito, trascurano se stessi fino a perdersi.

31. È necessario che i superiori, mentre esplicano il loro incarico, fatichino più degli altri e siano più umili dei sottoposti. Devono mostrare ai fratelli, nel loro stile di vita, un modello di servizio e ritenere che le persone che sono state a loro affidate, siano un deposito che appartiene a Dio. Se pensano in questo modo, se governano il sacro coro con la loro cura e elargiscono il loro insegnamento secondo il bisogno di ciascuno, in modo autentico, affinché ognuno eserciti il suo compito, se custodiscono l’umiltà nel loro intimo, come servi buoni, accumuleranno per sé una grande ricompensa per quanto hanno compiuto nella loro vita, grazie alla loro fede. Prendetevi cura dei fratelli, allora, come foste maestri benevoli di teneri bambini, affidati alle vostre cure dai loro padri (Cf. GL 6, p. 65). Gli educatori osservano con attenzione il comportamento dei ragazzi: qualcuno lo puniscono, un altro lo rimproverano, un altro ancora lo elogiano o usano qualche altro espediente.

[70] Non agiscono mossi da simpatia o da astio, ma cercano ciò che è preferibile e si adattano a ciò che esige l’indole propria del bambino, e vogliono che imparino a vivere imitando le persone migliori. È necessario che voi, deposto ogni sentimento di astio o di tracotanza verso i vostri fratelli, parliate loro secondo la capacità e l’utilità d’ognuno: uno deve essere minacciato, un altro esortato, un altro consolato. Offrirete ad ognuno di loro la medicina adatta, come farebbe un medico esperto. Questi, tenendo conto del tipo di malattia, somministra una medicina leggera o molto forte; non si mostra insofferente verso quelli che hanno bisogno delle sue attenzioni ma, adatta la cura in base alle necessità spirituali e fisiche del malato. Anche tu adattati alle situazioni, affinché, educando bene il discepolo che si affida a te, possa mostrare a suo Padre che è maturato in modo splendido, mettendo a frutto i suoi doni.

32. Se agirete tutti in questo modo, parlo dei superiori e dei discepoli che godono dei loro insegnamenti, gli uni guidando con piacere i fratelli verso la maturità, gli altri obbedendo con gioia agli ordini, se vi onorerete a vicenda (Cf Rm 12,10), potrete condurre sulla terra la vita degli angeli. Non compaia tra voi l’orgoglio; al contrario la semplicità, la concordia, la sincerità tengano unito il coro.

[71] Ognuno si persuada a considerarsi inferiore all’altro, non solo al fratello che vive con lui ma anche ad ogni altro uomo. Agendo in questo modo, sarete veri discepoli di Cristo: Chi si innalza, sarà umiliato e chi si umilia, sarà esaltato (Mt 23,12), come ha detto il Salvatore. In un altro passo leggiamo: Chi vuole essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servo di tutti, sul modello del Figlio dell’uomo che è venuto per essere servito ma per servire e dare la vita in riscatto di molti (Mc 9,35) (Cf. GL 6, p. 66). Anche l’apostolo insegna: Non annunciamo noi stessi ma Gesù Cristo Signore, quanto a noi siamo vostri servi a motivo di lui (2 Cor 4,5). Conoscendo i frutti dell’umiltà e il danno dell’orgoglio, imitate il Signore amandovi reciprocamente, senza rifuggire la morte o qualche altra sventura, se fosse utile per procurare un bene gli uni per gli altri. Camminate anche voi in quella strada che Dio percorse quando era con voi; in un solo corpo e in una sola anima, obbedite alla chiamata celeste, amando Dio e gli altri.

I discepoli si sottomettono con gioia e i superiori guidano con piacere ossia volentieri, non forzatamente (Cf. 1 Pt 5,2-3). Il compito di quest’ultimi è soprattutto quello di insegnare. Conservando questa collaborazione armonica, è possibile per la comunità condurre una vita angelica; gli angeli sono modello per l’obbedienza a Dio e l’assenza di passioni. cf VMA 10, pp. 101-102. Ogni membro della comunità deve considerarsi l’ultimo (katadeesteroj) dei fratelli ma anche di ogni altro uomo: questo significa disponibilità a porsi al servizio di tutti, fino ad offrire la vita. L’esempio è stato offerto da Gesù, il Dio tra noi, come viene specificato in difesa del dogma niceno. Cf. Basilio, Regole, 64,1-2, PL 103, 517 D: «In che modo bisogna ubbidire a vicenda? Come schiavi ai padroni, secondo il precetto del Signore: Chi vuole fra voi essere grande sia l’ultimo di tutti e schiavo di tutti (Mc 10,44). E aggiunge per commuoverci: Come il Figlio dell’uomo non è venuto per essere servito, ma per servire (Mc 10,45)...». Cf. DD IV, p. 120: «Alcuni, se si abbassano a servire i fratelli, lo ritengono un peso. Ma non vedi che il Signore, venuto sulla terra, mostrò se stesso come Via? Prese un lino, se ne cinse e lavò i piedi ai discepoli?»; DD V, 2 p.123: «È meglio servire con ogni disponibilità, e non giudicare. Se giudichi il prossimo perché è peccatore, puoi forse dire a Dio: sono giusto? Se dici che è malvagio e impuro, anche tu di fronte a Dio sei malvagio e impuro. Come tu fai al tuo prossimo, così Dio fa a te. Se tu ami il tuo prossimo, Dio viene a te e ti ama».

33. Custodire l’amore e il timore (per Dio) è il primo modo per compiere la legge. È necessario che ognuno di voi ponga nella sua persona il timore e l’amore, come una fortezza potente e solida. Irrigatevi con opere buone e una preghiera costante.

[72] L’amore per Dio non spunta in noi in modo spontaneo e automatico, ma attraverso molte fatiche e molti travagli, con l’aiuto di Cristo, come si esprime la Sapienza: Se la cercherai, come l’argento e come un tesoro, allora arriverai a comprendere il timore del Signore e troverai la conoscenza di Dio (Pr 2,4-5) (Cf. GL 7, pp. 67-68).

Amore e timore vengono considerati una sola virtù. L’amore di Dio, benché sia presente in modo vivo in noi, non nasce e non si sviluppa in modo spontaneo ma mediante molte fatiche e travagli, con l’aiuto di Cristo. Come siamo già stati avvertiti fin dall’inizio (§ 2), il desiderio naturale di unirci a Dio, come Bontà attraente, viene soffocato da ragionamenti e comportamenti errati e reagire a questi condizionamenti costa fatica.
In CG 16 p. 121, invece, il timore costituisce la qualità del principiante mentre l’amore appartiene al credente maturo: «Nessuno può amare Dio col senso del cuore, se prima non ha cominciato a temerlo con tutto il cuore. Purificata e come intenerita dall’operazione del timore, perviene all’amore operante».

Se conoscerai Dio e lo temerai, sarai capace di adempiere senza grande sforzo il compito che ne deriva, mi riferisco all’amore del prossimo. Dopo che, con fatica, sarai stato in grado di praticare il primo e il più grande comandamento, il secondo, di valore inferiore, deriverà da quello con facilità. Se il primo però non sarà presente, non potrà esserci, assolutamente, neppure il secondo. Infatti chi non ama Dio con tutto il cuore e con tutta l’anima, come potrà interessarsi dell’amore dei fratelli, in modo reale e autentico? Se non vive l’amore verso il Signore, dal quale trae anche l’amore per il fratello? Chi vive in questa incertezza e non dona a Dio tutto se stesso né si unisce all’amore per lui, verrà disarmato dall’operatore del male che lo sottometterà facilmente, lasciandolo in balia di pensieri nefasti. Ora lo indurrà a pensare che i comandamenti della Scrittura sono insostenibili e che la cura dei fratelli è una cosa odiosa.

[73] Ora lo gonfierà, lo renderà vanaglorioso e orgoglioso per essersi preso cura dei confratelli; lo persuaderà a considerarsi uno che ha adempiuto a perfezione i comandamenti del Signore e che sarà reputato grande nei cieli. Non si tratta di un equivoco di poco conto.

L’amore del prossimo deriva dall’amore di Dio. Chi non è interessato a Dio e non si dispone a vivere secondo i suoi comandamenti, troverà troppo difficile amare i fratelli; Cf. CG 15 p. 121: «Quando qualcuno comincia a percepire con abbondanza l’amore di Dio, allora comincia, col senso spirituale, ad amare anche il prossimo. Questo è infatti l’amore di cui parlano tutte le Scritture. L’amicizia secondo la carne, infatti, si dissolve con tutta facilità, quando appena si verifichi un minimo motivo per questo, perché essa non ha quale vincolo il senso spirituale. Perciò, dunque, anche se accade che una certa irritazione si impadronisce dell’anima sulla quale Dio agisce, in essa non si scioglie il vincolo dell'amore. Infatti, di nuovo, infiammata dal calore dell’amore di Dio, è rapidamente richiamata al bene e, con grande gioia, all’amore del prossimo, quand'anche fosse stata gravemente insultata o danneggiata. Nella dolcezza di Dio, essa totalmente consuma l’amarezza della contesa».
C’è anche il rischio di compiere opere buone ma senza essere animati da vero amore, in modo reale e autentico. La pratica della solidarietà potrebbe essere inficiata da motivazione d’interesse o perfino frammista a comportamenti scorretti, mentre dovrebbe essere priva di ogni malizia.

34. È necessario che il servo buono e fedele affidi al Signore il giudizio sulla sua benevolenza e non voglia essere lui a farsi giudice ed estimatore del proprio agire, al posto del suo padrone. Se diventasse lui il giudice, rimuovendo quello vero, perderà la ricompensa, perché, prima del giudizio, avrebbe cercato soddisfazione nel glorificarsi e nel vantarsi. Secondo l’insegnamento di Paolo, è necessario, che sia lo spirito di Dio a rendere testimonianza al nostro spirito e non dobbiamo essere noi a valutare le nostra vita, in base ai nostri parametri. Non chi si raccomanda da sé viene approvato ma colui che il Signore approva (2 Cor 10,18). Chi non aspetta l’approvazione del Signore, ma precede il suo giudizio, pecca ingolfandosi della lode che viene dagli uomini. Sollecitando il riconoscimento da parte dei fratelli dell’impegno profuso, agisce come gli increduli. Incredulo è colui che cerca la gloria umana al posto di quelle celeste, poiché come dichiara il Signore: Come potete avere fede, se ricercate la gloria gli uni dagli altri e non cercate la gloria che dà l’unico Dio? (Gv 5,44).

[74] A chi assomigliano costoro? Non sono simili a quelli che puliscono l’esterno del calice e della coppa ma all’interno sono colmi di ogni genere di male (Mt 23,25)? Guardate di non dover subire un giudizio del genere, ma sollevandovi verso l’alto, abbiate come unico progetto di piacere a Dio; non lasciate mai cadere il ricordo dei beni celesti e disinteressatevi degli onori del mondo. Piuttosto lanciatevi nella corsa, senza riferire ciò che avete fatto di buono; altrimenti, il diavolo che vuole indurvi a desiderare gli onori, trovata l’occasione opportuna, vi trascinerà via da dalla pratica della verità e vi farà cercare cose vane e ingannevoli. Se non trova mai il modo di insinuarsi per adescare i fedeli che sono indirizzati verso una meta elevata, perisce e cade a terra cadavere. La morte del diavolo avviene quando il male rimane inattivo e inerte (Cf. GL 7, p. 69). Se in voi dimora l’amore per Dio, allora, di necessità, si aggiungono tutte le altre qualità: l’amore fraterno, la mitezza, la sincerità, la costanza e la fedeltà nella preghiera e, in una parola, tutte le virtù.


Il riferimento ad una pratica di carità falsata, porta Gregorio a stigmatizzare ancora una volta la presunzione e la vanagloria; cf. DISC XV, 3 (2) p. 143: «C’è un uomo che ha molte virtù, ma poiché agisce per la gloria umana e non per Dio, riceve qui la sua ricompensa (Mt 6,2). Gli uomini che lo glorificano, proprio loro sono i suoi déi»; e XXI, 5 (3) p.191: «Preghiamo perché tu sfugga alla fama dinanzi agli uomini.... perché tu non sia sconfitto a causa del disprezzo degli uomini, né tu ti inorgoglisca ancora, a causa della loro esaltazione nei tuoi riguardi». Cf. OS 16,12 p. 221: «L'uomo spirituale si ritiene miserabile a confronto di tutti i peccatori e i dissoluti, e quanto più è immerso nell'abisso di grazia e di luce, tanto più si considera indigente e povero di tutto più di qualsiasi peccatore, e tale pensiero è radicato in lui fino a diventare come naturale, e quanto più avanza nella conoscenza di Dio, tanto più si considera ignorante, e quanto più impara, tanto più ritiene di non sapere nulla. La grazia che agisce in lui opera queste cose come un effetto naturale».

 

 35. [75] Il guadagno è notevole, e per ottenerlo sono necessarie allora grandi fatiche, realizzate non per ostentazione davanti agli uomini ma per piacere a Dio, che vede nel segreto. A lui bisogna sempre rivolgere l’attenzione e scrutare il nostro intimo e recintarlo con pensieri di fede. Allora l’avversario non si insinuerà né troverà spazio per aggredirci. Bisognerà che ci esercitiamo là dove siamo più fragili, per imparare a distinguere il bene dal male.

Chi segue Dio, purché si unisca a Lui con tutto se stesso, saprà operare questa distinzione; vorrà ottenere questo risultato per amore di Dio. Cercherà di guarire la sua malizia pensando a ciò che bisogna fare per diventare virtuosi e praticando i comandamenti, restando sempre unito al Potente. Ci rafforziamo e ci curiamo soltanto se ci ricordiamo del Signore e lo desideriamo, alimentando sempre buoni pensieri, non desistendo dal nostro proposito, né quando mangiamo, né quando beviamo, né quando siamo soli, né quando parliamo. Tutto da parte nostra deve essere condotto a termine per la gloria di Dio, non per la nostra; la nostra vita non deve presentare alcuna sporcizia né alcuna macchia, provocate dagli assalti del maligno.


Il paragrafo presenta il principio essenziale che deve guidare la vita del credente: ricordo permanente di Dio ed esame di sé. Egli ha ricevuto un tesoro (l’amore per il bene e per Dio), e ha il compito di custodirlo con grande attenzione, erigendo un solido recinto di protezione interno ad esso (περιφράσσειν). In che cosa consiste tale protezione? Nel volgere l’attenzione a Dio e a se stessi. Volge l’attenzione a Dio chi lo segue, e vive con lui. Volge l’attenzione a se stesso chi, nel dedicarsi a Dio, cura il proprio male. Il credente è uno che segue Dio (πόμενος), abita con lui (συνοικiζων), s’unisce a lui (συνάπτων). Le espressioni che significano l’unione con Dio a livello mistico (§ 47), vengono introdotte invece per parlare della relazione quotidiana di ogni credente con lui. La comunione con Dio è profonda da sempre, già dall’inizio del camino, molto prima di essere sperimentata, a livello mistico, come traguardo di perfezione. Unica sicurezza e medicina per l’uomo è il ricordo costante di Dio ma questo atteggiamento di fede diventa autentico quando, ricordando Dio, alimentiamo pensieri di conversione. L’attenzione a Dio e a se stessi deve essere un fatto permanente, fino a ripristinare in sé l’innocenza. Sull’importanza del ricordo di Dio, cf. Basilio, Regole, 55, 1-4 PL 103, 515 D. OS 43,3 p. 374: «Il cristiano deve custodire sempre la memoria di Dio. Sta scritto infatti: Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore (Mc 12,30), affinché egli ami il Signore non solo quando si reca nel luogo della preghiera ma custodisca il ricordo di Dio, l'amore e l'affetto per lui anche mentre cammina, parla, mangia. È detto infatti: Dove è il tuo cuore, là è il tuo tesoro (Mt 6,21). Ciò cui è attaccato il cuore di ciascuno e a cui l'ardente brama lo trascina, questo è il suo Dio. Se il cuore desidera sempre Dio con brama ardente, è lui il Signore del suo cuore, ma se uno dopo aver fatto la rinuncia, è ancora attaccato alla propria persona o alle cose del mondo o alla casa, ciò cui il suo cuore è vincolato e da cui le profondità del suo cuore sono trattenute prigioniere, questo è il suo Dio. E si ritrova ad essere uscito dal mondo per la porta principale, ma a rientrarvi e ricader vi per la porta di servizio».

 

36. Per le persone che amano Dio, la fatica affrontata per osservare i comandamenti è leggera e dolce, perché è l’amore che spinge ad affrontare la lotta, a renderla lieve ed amabile. Sapendo questo, il maligno fa di tutto per allontanare da noi il timore di Dio e per dissolvere l’amore per lui, allettandoci con piaceri proibiti e con esche allettanti.

[76] Ci vuole disarmati e distratti, poiché solo allora potrà distruggere tutto il nostro impegno. Ci indurrà a preferire la gloria terrena a quella celeste, a scegliere per errore, invece di quelli reali, dei beni che sembrano tali alla nostra immaginazione, ormai tratta in inganno. Incombe sempre questo pericolo: se s’accorge che i custodi si distraggono, coglie subito l’occasione per dissolvere l’impegno di chi vuole essere virtuoso. Mescolerà la sua zizzania in mezzo al grano (Mt 13, 25), ossia la maldicenza, l’orgoglio, la vanagloria, l’ambizione, la discordia e tutti gli altri allettamenti del male. È necessario allora restare ben desti e sorvegliare da ogni parte l’assediante affinché, nel caso avesse la tracotanza di assalirci, venga sbaragliato prima di causarci qualche danno.

Chi ama non sente il peso del lavoro a cui si sottopone, anzi considera la sua fatica facile e perfino dolce e la lotta ingaggiata, leggera e amabile (cf. § 47). Timore ed amore di Dio, usati come sinonimi, sono le qualità più pregevoli. Il maligno, che ci combatte aspramente, cerca di allontanare da noi il primo e di dissolvere il secondo usando maniere delicate. Rivaleggia con noi adescandoci con i piaceri. Si comporta come il pescatore abile che getta in mare gli uncini, mascherandoli con esche. In pratica cerca di confonderci facendoci scegliere beni apparenti rispetto a quelli reali. L’altra tattica usata dal nemico sta nel coglierci di sorpresa: in questo caso seminerà zizzania in mezzo al grano. Sarà opportuno imitare le sentinelle: restare in all’erta ben svegli e sorvegliare l’accampamento nemico da ogni parte, per contrattaccare al primo assalto. Cf. DD V,2 p.122: «Coloro che intraprendono la via della giustizia, sono nel lutto... ma in questo lutto vi è gioia, in questa fatica, consolazione riposante; le lacrime e i gemiti che nascono dal profondo del cuore fanno vivere nella felicità».

37. Ricordatevi sempre, vi prego, anche di questi esempi: Abele offriva al Signore in sacrificio i primogeniti delle pecore e degli animali grassi, mentre Caino gli offriva i frutti della terra, ma non le primizie. Dio guardava ai sacrifici di Abele, come sta scritto, ma non prestava alcuno attenzione alle offerte di Caino (Gen 4,4-5). Che cosa ricaviamo dal racconto? C’è da ricordare che Dio gradisce ogni dono offerto con un sentimento di timore e di fede, ma non apprezza le offerte presentate senza amore, quand’anche fossero di per sé molto ricche.

[77] Abramo ricevette la benedizione da parte di Melchisedek dopo aver donato al sacerdote di Dio delle primizie e altre offerte preziose (Cf. GL 7, p. 71). Il testo biblico considera primizie e doni più graditi, tra i vari beni, la nostra stessa persona nella sua totalità (anima e mente) e ci vieta di offrire a Dio lodi e suppliche con animo gretto. Ci prescrive, piuttosto, di presentare al Signore non dei doni di scarso valore, ma ciò che per noi è più prezioso, quindi di donare noi stessi con totalità, con amore e prontezza. Allora sempre nutriti dalla grazia dello Spirito Santo, riceveremo la forza di Cristo, correremo con più slancio nella corsa verso la salvezza. Avvertiremo come leggera e piacevole la lotta per la rettitudine, saremo sostenuti da Dio stesso che ci consentirà di affrontare le fatiche con energia e, proprio lui, porterà a compimento in noi opere di giustizia. Su questo argomento, possiamo pensare di aver concluso.

Riprende il discorso sul timore e l’amore, che, insieme alla fede, sono tre modalità di esprimere lo stesso atteggiamento di ricerca di Dio. A rendere prezioso un dono non è la consistenza materiale dell’offerta in sé, ma il sentimento religioso di chi dona. L’amore induce ad offrire se stessi, in totalità. Cf. DISC X, 2-3 pp. 118-119: «Il Signore cerca presso di noi tutt’intera la nostra volontà d’amarlo con tutta l’anima.... questo il Signore cerca presso di noi, la nostra ininterrotta ricerca di lui» (passim). DISC XIX, 2 (1) p. 164: «... né l’oro, né l’argento, né la ricchezza, né animali... null’altro allora ricerca il Signore se non la sola fede vera e l’amore per lui che viene dal cuore».
Il Signore apprezzerà allora il nostro dono e ci ripagherà in abbondanza, secondo il suo modo d’agire (Cf Gen 22,16): riceveremo in larga misura la grazia dello Spirito e la potenza di Cristo. Spirito e Cristo agiscono sempre in sintonia al punto che l’opera dell’uno coincide con l’azione dell’altro. Il risultato consiste nel saper espletare un impegno strenuo con estrema leggerezza. Dio starà al nostro fianco, anzi sarà lui stesso ad operare all’interno del nostro agire (Cf. Sal 18, 33-40; 138,8). Cf DISC XXI, 4 p. 190: «colui che è agito da Cristo».

38. Riguardo alle componenti della virtù, non è facile capire quale valga più delle altre, quale coltivare con maggior cura, quale viene come seconda, quali altre virtù sono da considerare dopo queste, una dopo l’altra. Hanno tutte lo stesso valore e tutte insieme conduco alla vetta i fedeli che le coltivano. (Cf. GL 8, p. 73).

[78] La semplicità rende obbedienti, l’obbedienza ci rende dei veri credenti, la fede poi ci apre alla speranza, la speranza ci spinge a vivere rettamente. La rettitudine ci sprona al servizio e quest’ultimo ci fa diventare più umili. La mitezza, creata in noi dall’umiltà, ci rende partecipi della gioia, la gioia fa maturare in noi la carità e questa ci rende fervidi nella preghiera. Dipendono perciò l’una dall’altra e colui che le ha ereditate viene condotto alla meta desiderata. Lo stesso avviene col male. La malvagità conduce fino all’estrema perfidia quanti la seguono, attraverso le sue ramificazioni.

39. È necessario allora che noi soprattutto restiamo costanti nella preghiera; essa è la capofila del corteo delle virtù; pregando possiamo chiedere a Dio di donarci tutte le altre virtù. Chi prega con perseveranza si unisce al Signore ed entra in contatto con Lui attraverso un’azione spirituale, mistica e santa e un’opera ineffabile (Cf. GL 8, p. 73). Lo Spirito, dopo essersi introdotto in noi con questo mezzo, continua ad ardere, e così ci guida ed assiste per condurci all’amore di Dio. Alimenta il nostro desiderio affinché non ci stanchiamo di pregare. Rinfocola sempre in noi l’amore del bene e irriga l’anima con il suo fervore, secondo quanto è scritto: Quanti si nutriranno di me, avranno ancora fame, quanti berranno, avranno ancora sete (Sir 24,21). In un altro passo leggiamo: Hai dato gioia al mio cuore (Sal 4,8).

Una virtù favorisce la nascita dell’altra, Cf DD, IV, 1 p. 83.
La virtù principale è la preghiera, grazie alla quale possiamo ottenere da Dio tutte le altre virtù (cf. OS 3,3 p. 76). Essa unisce a Dio in modo ineffabile ma, affinché l’orante possa avvertire un reale cambiamento nella propria esistenza, dovrà pregare con perseveranza e non in modo estemporaneo. Chi prega così si unisce a Dio e si congiunge con Lui (κοινωνεκα συνάπτεται). Egli permette allo Spirito Santo di entrare in lui come guida e alleato. Lo Spirito lo accende d’amore per Dio in modo tale che l’orante brucia del desiderio di Dio (φλέγεται πρς τν το κυρου aγάπην κα ζέει τ πόθ). Cf. DISC XXI,5 p. 190 : «Come lo splendore della luce del sole ha effetto sugli occhi della carne, così la gloria dello Spirito Santo ha effetto sugli occhi puri, secondo l’uomo interiore».
Viene escluso, perciò, il rischio della stanchezza e della noia. Cf OS 40,2 pp. 364-365. Chi cresce nella comunione con Dio non prova noia, cf. VM II, 233, p. 201: «Dio non si sarebbe mostrato al suo servo [Mosé], se la visione fosse stata tale da por fine al desiderio di Mosé che guardava, in quanto si vede veramente Dio quando vedendolo non si cessa mai di desiderare di vederlo»; VM II, 239, p. 205: «Vedere Dio significa non saziarsi mai di desiderarlo»; OS 15, 37 p. 206: «Nel godimento di Dio non vi è sazietà e quanto più uno ne gusta e ne mangia, tanto più ne è affamato e brucia di ardente e incontenibile passione per Dio, e quanto più si sforza di progredire, tanto più si sente povero e bisognoso di tutto», HR PG 32, 1501 D-1504 A p. 229-230: «Questa l’ebbrezza che procurò [a Mosé] l’amore divino e tale ebbrezza non placò la sete ma la rese più forte. Quanto più beveva, tanto più in lui ne cresceva il desiderio. Come il fuoco quanto più alimento riceve, tanto maggior vigore dimostra… Quanto più uno si consacra alle cose divine, tanto più in lui arde la fiamma della carità».

40. [79] Il Signore dichiara: Il regno dei cieli è dentro di voi (Lc 17,21). In che cosa consiste questo regno interiore? Non può essere altro che la gioia la quale, scendendo dall’alto, entra in noi per mezzo dello Spirito (Cf. GL 8, p. 74). È un’immagine, una primizia e una prova della gioia eterna di cui godranno i santi nel secolo avvenire.

Tramite l’azione potente dello Spirito, il Signore ci consola, in tutte le nostre afflizioni, affinché salvaguardiamo i beni e i doni spirituali e li trasmettiamo ad altri. Il Signore che ci consola in ogni nostra afflizione, lo fa perché possiamo consolare quanti si trovano in ogni genere di sofferenza (Cf. 2 Cor 1,4). In un altro testo: Il mio cuore e la mia carne esultano nel Dio vivente (Sal 83,3). Come se si fosse nutrita di grasso e di abbondanza, l’anima mia si è saziata (Sal 62,2). Tutti questi versetti ci svelano, mediante immagini significative, la gioia nello Spirito e la sua consolazione.

Gregorio, seguendo una interpretazione ormai tradizionale, comprende il detto evangelico in modo riduttivo poiché fa consistere la venuta del regno in un evento esclusivamente interiore. Gesù parlava, invece, della manifestazione visibile del regno nel mondo: è tra di voi (stessa citazione in DISC XXI, 1 (1) p. 184). Il regno però si manifesta anche nell’interiorità del credente come gioia ineffabile, donata dallo Spirito Santo. Chi ne partecipa, anticipa la condizione futura (questa volta usare il termine biblico arrabon). L’esperienza della gioia, oltre a costituirsi come un pegno della vita futura, ne è anche un’immagine e una prova. Cf. CG 14 p. 119: «Un tale uomo c’è e non c’è in questa vita, poiché, benché ancora risieda nel proprio corpo, tuttavia, grazie all’amore, incessantemente migra verso Dio col movimento dell’anima. Ormai, infatti, avendo il cuore ardente per il fuoco dell’amore, aderisce a Dio senza sosta con un desiderio irresistibile, come uno che una volta per tutte è uscito dall’amore di sé grazie all’amore di Dio».

41. Ho mostrato quale sia lo scopo verso il quale devono dirigersi quanti hanno scelto di vivere un’esistenza gradita a Dio: purificarsi e divenire un’abitazione dello Spirito, crescendo nelle opere buone (Cf. GL 9, pp. 74-75).

[80] Ognuno di voi, allora, segua il modello che vi ho indicato. Dopo essersi preparato colmandosi di amore divino, si dedichi con intensità alle preghiere e ai digiuni, secondo il volere divino, ricordando le parole di Paolo che così ci esorta: Pregate senza posa (1 Ts 5,17); Siate ferventi nella preghiera (Rm 12,12). Non dimentichiamo neppure la promessa del Signore: quanto più Dio farà giustizia ai credenti che lo implorano notte e giorno (Lc 18,7). Dice di aver raccontato (la parabola del giudice disonesto) perché (impariamo che) bisogna pregare sempre senza stancarsi (Lc 18,1). L’orazione frequente ci procura grandi benefici e fa sì che lo Spirito venga ad abitare in noi. Lo attesta chiaramente l’apostolo: pregate e invocate in ogni tempo nel vostro spirito e vegliate nella supplica in ogni momento (Ef 6,18).


Lo scopo ultimo della vita spirituale consiste nel permettere allo Spirito di abitare in noi ricolmandoci in pienezza dei suoi doni, grazie alla purificazione del cuore ottenuta mediante un comportamento retto. Il credente, se si dedica ad una preghiera perseverante, diventa capace di assorbire le energie trasformatrici dello Spirito. Pregare è il modo migliore di assorbire l’energia dello Spirito. Cf. OS 40,2 p. 365: «[L’orante] riceve la grazia della perfezione santificante dello Spirito».

 

42. Se qualcuno dei fratelli si dedica a praticare questa virtù, si prende cura di un grande tesoro ed ama il bene massimo (Cf. GL 9, p. 76).

[81] Tuttavia prenda questa decisione soltanto se è stimolato da un richiamo della coscienza forte e ben guidato. Guardi di non ingannarsi da sé, né agisca contro voglia, per aver subito pressioni. Colmo d’amore e di desiderio, mostri a tutti i vantaggi della sua perseveranza. Gli altri fratelli lo sostengano in questa scelta e si rallegrino della sua preghiera perseverante; in questo modo, dal momento che lo hanno assistito in questa decisione, potranno godere anche loro dei suoi frutti. Il Signore suggerisce agli oranti come si deve pregare, quando dichiara: dona la preghiera a chi prega (1 Re 2,9 LXX).


Espone il caso di chi vuole dedicarsi esclusivamente alla preghiera. La scelta di vivere da reclusi in una casetta per dedicarsi alla preghiera, in modo quasi esclusivo, era un genere di vita monastica molti stimata nell’ambiente ascetico, soprattutto in Siria (Cf HR PG 32 3, 1324 D-1325 A; 6, 1357 C;). Questo fatto avrebbe potuto spingere qualcuno a fare questa scelta per vanagloria, senza che vi fosse in lui una vera vocazione. D'altra parte non tutti condividevano questo stile di vita ma preferivano quella comunitaria o apostolica (Cf HR PG 32, 8, 1373 A-B; 15, 1416 C). Gregorio chiede di non opporsi alla richiesta per un rifiuto precostituito. Chi, nella comunità, desidera esercitare questo particolare compito ha il diritto di essere sostenuto dalla comunità dei fratelli e dai superiori ma, da parte sua, deve accettare di essere esaminato circa l’autenticità della sua intenzione: non dovrà né imporsela da sé, né lasciarsi condizionare da pressioni esterne. I fratelli, che l’avranno incoraggiato, parteciperanno ai buoni frutti dell’impresa proprio per averlo aiutato a godere di quel carisma (sunhdesqai). Pseudo-Macario riferisce circa le difficoltà sollevate nei confronti di tale carisma e insiste sulla necessità di collaborazione tra i membri della comunità, cf. OS 3,1-2 p. 75. Proprio l’esperienza mistica può indurre a compiere opere di solidarietà, cf DD, IV,4 pp. 86-87: «Il riposo stesso, sovrabbondando nell’uomo, gli dona misericordia ed altri servizi...». Dio dona la preghiera, cf. DISC IV,7 p. 92: «Dopo aver contemplato la tua retta e incessante ricerca...., ti dona la vera preghiera, il vero amore, la vera fede e la vera gioia»; DD. VII, 9 p- 153: «Tu preghi in modo naturale con distrazioni e discussioni interiori: Dio ti dona la preghiera pura, in spirito e verità».

 

43. È necessario che chi vuole dedicarsi con perseveranza alla preghiera, ad un ministero così grande, chieda il consenso (al superiore) e comprenda che sta per intraprendere un genere di combattimento che esige molta determinazione e molta forza. Le grandi intraprese esigono molta fatica, poiché il male s’accanisce proprio contro questi oranti; li aggredisce da ogni parte, li accerchia e vuole annientare il loro proposito. Per questo li assale il sonno, la pesantezza del corpo, l’infiacchimento, l’accidia, la svogliatezza, la noia, tante altre passioni ed incursioni del male. A causa di questi turbamenti, il fedele può perdersi; viene trascinato via almeno in parte e poi passa nel campo del nemico (Cf. GL 9, p. 76).

[82] Bisogna che l’anima si sottometta al pensiero, come ad un esperto timoniere, senza mai lasciarlo in balia dei turbamenti dello spirito maligno né farsi sballottare dalle sue ondate. Subito si diriga verso il porto del cielo, restituisca immacolata la sua anima a Dio che gliel’ha affidata e che gliela richiede. Secondo l’insegnamento della Scrittura, se la mente vaga lontana da Dio, conta poco e non ha valore cadere in ginocchio né assumere posizioni particolari. Chiede che si respingano i pensieri prodotti da svogliatezza e da distrazioni e che ci si dia alla preghiera con tutta l’anima e il corpo.

La preghiera non consiste nell’assumere certe pose ma nel concentrasi sul Signore; cf. OS 33,1-2 p. 337: «La nostra preghiera non deve consistere in atteggiamenti del nostro corpo: gridare, rimanere in silenzio, oppure piegare le ginocchia; dobbiamo piuttosto attendere con un cuore sobrio e vigilante che Dio venga e visiti l'anima… Come il corpo quando è intento a un'occupazione vi si applica interamente, tutto preso dal lavoro, e tutte le sue membra si prestano mutuo soccorso, così anche l'anima tutta, senza lasciarsi sviare né distrarre dai pensieri, deve darsi alla supplica e all'amore per il Signore, deve impegnarsi con tutte le sue forze, raccogliersi, radunare tutti i suoi pensieri e consacrarsi all'attesa del Cristo. Egli allora la illuminerà, le insegnerà la vera supplica, le farà dono di una preghiera pura, spirituale, degna di Dio e dell'adorazione in spirito e verità». DISC IV,7 p. 92: «Quanto più costringerai la tua mente a cercarlo, tanto più giungerà, costretto dalla sua misericordia e bontà a venire a te, a darti spiritualmente riposo». CG 68 p. 193: «Il nostro intelletto sopporta per lo più difficilmente la preghiera, per il carattere fortemente stretto e contenuto di tale virtù della preghiera mentre si da con gioia alla teologia per la vastità e la dilatazione delle divine contemplazioni. Pertanto per non lasciargli via libera al molto parlare… dedichiamoci il più possibile alla preghiera alla salmodia alla lettura della Sacra Scrittura senza trascurare le speculazioni degli studiosi la cui fede si riconosce dalle loro parole. Così facendo infatti non indurremo l’intelletto a mescolare i propri discorsi alle parole della grazia né gli permetteremo di lasciarsi trascinare dalla vanagloria per la molta gioia e i molti discorsi».

44. È necessario che i superiori collaborino con questo fratello; con premura e saggezza lo incoraggino nel suo desiderio di dedicarsi alla preghiera e lo purifichino con accuratezza. Gli oranti producono frutti di vita virtuosa a sostegno dei loro confratelli, non solo a favore di quelli che sono già avanzati ma anche di quelli che muovono i primi passi e che hanno bisogno di un insegnamento proficuo. Li spronano, infatti, e li spingono a imitare il modello che vedono davanti a loro.

Chi si dà al ministero della preghiera non deve esercitarlo soltanto per se stesso ma a vantaggio di tutti gli altri, se non altro per la testimonianza di vita che offre loro.

45. Frutto della preghiera autentica è la semplicità, la carità, l’umiltà, la perseveranza, il superamento di ogni malizia e altre qualità simili (Cf. GL 9, p. 78).  

[83] L’uomo che si sobbarca alla fatica della preghiera [incessante] produce questi frutti già da ora, prima di raccogliere altri frutti nell’eternità, dopo questa vita. L’esistenza di chi prega dovrebbe adornarsi di questi frutti, e se non apparissero, diventerebbe una fatica sprecata. Non solo il dedicarsi alla preghiera, ma anche qualsiasi altra intrapresa di carattere spirituale, se provoca un miglioramento nel bene, si attesta come una vera strada che conduce alla meta con sicurezza. Se invece fosse priva di questi risultati, risulterebbe soltanto una parola vuota.

La preghiera, insieme alle altre pratiche religiose, vengono apprezzate come un vero bene, se conseguono l’obiettivo per il quale vengono praticate, che consiste nella trasformazione della persona grazie alla presenza del vero amore. Viene fornito così un criterio di discernimento per valutare l’autenticità del carisma di chi ha scelto una vita di preghiera. Se questi obbedisce ad una vocazione e si lascia condurre dallo Spirito, allora dovrà manifestarsi come un uomo pacifico e sereno, fiducioso nell’opera dello Spirito e privo di supponenza vanagloriosa. Cf. OS 14,1-2 p. 181-182: «Nel mondo ogni opera è compiuta nella speranza di ottenere i frutti delle proprie fatiche… Così anche a proposito del regno dei cieli, chi si vi consegna… lo fa nella speranza che gli occhi del cuore siano illuminati...» (passim).

45/2. [Succederebbe di nuovo ciò che accadde] alle vergini stolte, che nel momento critico, non ebbero l’olio per poter partecipare alle nozze (Cf Mt 25,1-13). In loro non c’era quella luce che viene accesa dalla vita virtuosa e il loro sentire non era illuminato dallo Spirito. A ragione la Scrittura le ha chiamate stolte: in loro la virtù s’era già spenta, prima dell’arrivo dello sposo e lo Sposo dovette escludere le misere dalla camera nuziale del cielo.

Non apprezzò la loro scelta della verginità poiché non vedeva in loro la potenza dello Spirito. La sua valutazione fu ineccepibile. Che utilità c’é nell’affaticarsi a coltivare una vigna, se poi non si ricava il frutto in vista del quale il vignaiolo si è sobbarcato a tanto lavoro? Quale guadagno producono i digiuni, le preghiere, le veglie, se mancano la pace, la gioia, la carità e gli altri frutti della grazia dello Spirito, elencati dall’apostolo (Cf. Gal 5,22-23)?


Le vergini stolte rappresentano bene coloro che vivono la fede come osservanza senza trasformare se stessi, ossia senza ottenere la carità, attraverso la purificazione del cuore. Cf. DD VII,18 p. 166-167. 170: «I cristiani non debbono tener occupata la loro mente solo nella preghiera, ma anche in tutte le opere rette; devono raffrenare l’avidità, l’avarizia, la gola, l’ira, la superbia, l’inganno e tutti gli altri vizi... Il nostro cuore sia vergine, puro e santo, perché possiamo vedere quello sposo che ha il cuore vergine e santo».

 

46. [84] Chi desidera la gioia celeste, sopporta ogni travaglio per godere di quei frutti, grazie ai quali attira in sé lo Spirito. Divenuto infine partecipe di lui, abbonda ancora di più e si rallegra per i risultati della sua coltivazione, che sono stati realizzati dalla grazia dello Spirito, servendosi della sua umiltà e del suo fervore nelle opere buone. È necessario sobbarcarsi ai travagli delle preghiere, dei digiuni e delle altre pratiche con grande gioia, con un grande amore, con grande speranza e credere che i fiori e i frutti delle fatiche derivino dall’opera dello Spirito. Se uno pensa che siano soltanto opera sua e ritiene che siano il risultato del suo impegno, al posto di quei frutti imperituri, produrrà presunzione e orgoglio. Questi vizi, attaccandosi alle persone più facili ad accontentarsi come una cancrena, distruggeranno e manderanno in rovina tutto l’impegno profuso.


Nonostante la buona volontà dell’uomo, soltanto lo Spirito porta a compimento l’opera. Se non si riconosce questo, superbia e arroganza fungono come una cancrena che finisce col corrodere tutta l’opera di chi è incline a sentisi soddisfatto di ciò che ha fatto (eukolwn), perché esamina soltanto l’agire senza scrutare l’intenzione che lo animava e lo spirito con cui operava. Cf. OS 14,1-2 p. 181-182: «...Non confida però nelle sue fatiche, fino a che il Signore non viene ad abitare in lui mediante la piena esperienza dello Spirito. Allora è certo di avere con sé il Signore e gioisce come un mercante che ha realizzato un guadagno, ma tuttavia conosce ancora la lotta e la paura dei briganti e, finché non è stato giudicato degno del regno dei cieli, teme di cedere alla negligenza e di perdere la sua fatica» (passim).

 

47. Che cosa deve fare chi vive per Dio e pone in lui la sua speranza? Deve sostenere con piacere le lotte per acquisire la virtù, lavarsi dalle passioni, affrontare la salita per raggiungere la vetta di una vita retta, sperare che otterrà la perfezione grazie al Signore e al suo amore per gli uomini.

[85] Mantenendo questa disposizione d’animo, e godendo della grazia alla quale si è affidato, corre senza affannarsi. Vince gli assalti predisposti dalla malvagità del nemico, poiché, con la grazia di Cristo, è diventato a lui estraneo e libero dalle sue passioni (Cf. GL 9, p. 80).

Gli uomini che, per aver trascurato il bene, fanno entrare in loro le passioni malvagie e si abbandonano ad esse con gioia, gli danno spazio, senza alcun sforzo. Le vivono come fossero un piacere a loro congenito, un fatto naturale. Producono avidità, invidia, lussuria e tutte le altre malvagità causate dall’aggressione del male. Al contrario gli operatori della verità di Cristo, mediante la fede e l’applicazione al bene, con una soddisfazione indicibile, danno esito a risultati positivi che sono superiori a loro, proprio per aver accolto con piena disponibilità la grazia comunicata loro dallo Spirito. Ottengono un amore puro e duraturo, una fede irremovibile, una pace che non viene meno, beni veri e tante altre qualità grazie alle quali, la persona, divenuta migliore di quel che era e superiore ad ogni assalto del male, dispone se stessa a diventare una dimora accogliente dello Spirito, venerabile e santo. Riceve così da Lui la pace immortale di Cristo, si unisce ad essa e diventa una cosa sola con il Signore.


Si opera un confronto tra i malvagi e i giusti. I primi si abbandonano al male senza opporvi alcuna resistenza; vi si sprofondano come se ormai facesse parte del loro essere. I giusti, invece, pur sperimentando sempre una certa fatica, lavorano ormai con piacere, con piacere oltre ogni dire; godono della grazia, certi che lo Spirito porterà a compimento il loro desiderio. (Cf. § 36; DISC X, 1 (1)-2 p. 109; CG pp. 245-247: «La via della virtù appare molto aspra e triste a quelli che cominciano ad amare la pietà. In realtà essa non è tale, ma ciò accade perché sin dal seno materno la natura umana ha cominciato a convivere a suo agio con i piaceri. A quelli però che hanno avuto la forza di superare lo stadio intermedio, essa si mostra tutta amabile e agevole. Infatti, la cattiva abitudine, sottomessa a quella buona, grazie alla sinergia del bene, si perde insieme al ricordo dei piaceri irrazionali. A quel punto, ormai, l’anima percorre con piacere tutti i sentieri delle virtù. Per questo il Signore, introducendoci nella via della salvezza, dice che è stretta e angusta la via che conduce al Regno, e che sono pochi quelli che vi entrano (cf. Mt 7,14). Ma a quanti sono ben determinati a impegnarsi nell'osservanza dei suoi santi comandamenti, dice: II mio giogo è soave e il mio fardello è leggero (Mt 11,30). Agli inizi della nostra lotta, bisogna dunque compiere i comandamenti con una certa violenza della volontà, affinché il nostro Signore buono, considerando l'intenzione e la fatica, ci invii una volontà pronta a mettersi al servizio dei suoi gloriosi voleri: allora infatti, dal Signore ci viene preparata la volontà (cf. Pr 8,35), in modo che noi operiamo incessantemente il bene con grande gioia. Allora veramente noi sentiamo che è Dio che opera in noi il volere e l'agire per compimento del suo beneplacito (Fil 2,13)» .
Chi raggiunto l’obiettivo della trasformazione di sé, possiede un amore puro e duraturo, una fede irremovibile, una pace indefettibile. Divenuto molto migliore di quel che era e superiore ad ogni assalto del male, aspira a diventare una dimora accogliente dello Spirito. La pace, un sentimento che riceve dal Signore stesso, rende possibile l’unirsi a Lui, in piena comunione (συνάπτεται δι᾿ατς κα προσκολλται τ κυρi). Il possesso della pace segnala presenza della carità, che è dominio di sé e delle passioni. Essa rende possibile l’unione perfetta con Dio, indicata come sunafeia, relazione matrimoniale, e proskollesiς, aderenza perfetta con l’amata. Cf. DISC IV,10 p. 95-96: «...l’anima risplende per la gran gioia, come un bimbo innocente e semplice, e non condanna né giudeo né greco, né peccatore né secolare: l’uomo interiore vede tutto con occhio puro, gioisce per tutto il mondo, vuole venerare tutti...».

 

48. Ricevuta la grazia dello Spirito, si unisce al Signore e diventa con Lui un solo spirito (1 Cor 6,17). Allora porta a compimento con grande facilità le sue opere virtuose, e non è costretto a lottare contro il nemico, poiché ormai è del tutto superiore ai suoi attacchi. Soprattutto, - questo è ragguardevole -, accoglie in se stesso le sofferenze del Signore e gode di esse come se fossero un lusso, più di quanto gli uomini mondani godono degli onori loro tributati, della gloria e del potere (Cf. GL 9, p. 81).

Per il cristiano che, grazie ad una buona condotta di vita e al dono dello Spirito, ha raggiunto la maturità spirituale, concessagli dalla grazia, gloria, piacere e godimento al disopra di ogni altro piacere, [86] sta nell’essere odiato per Cristo, nel ricevere persecuzione, nel sopportare qualsiasi violenza e offesa per la fede in Dio. Tutta la sua speranza sta nella risurrezione e nei beni futuri. Allora considera un piacere e un riposo, quali anticipazioni della vita del cielo, tutte le tribolazioni, le persecuzioni e tutte le altre sofferenze, fino la croce stessa: Beati i perseguitati per la giustizia, perché di essi è il regno dei cieli. Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli. Così infatti perseguitarono i profeti che furono prima di voi (Mt 5,10-12). Lo conferma l’apostolo: Ci vantiamo delle tribolazioni (Rm 5,3). In un altro passo dichiara: Mi vanterò quindi volentieri delle mie debolezze perché dimori in me la potenza di Cristo. Perciò mi compiaccio nelle mie infermità, negli oltraggi, nelle necessità, nelle prigionie: quando sono debole, è allora che sono forte (2 Cor 12, 9-10). Ecco che cosa opera la grazia dello Spirito Santo quando s’impadronisce di una persona; quando colma di gioia e di potenza la dimora in cui viene ad abitare: le rende dolci le sofferenze del Signore, come se ormai fosse divenuta insensibile al dolore, a motivo della speranza dei beni futuri.


L’uomo che ha raggiunta la maturazione spirituale, si unisce al Signore e diventa con Lui un solo spirito (κολληθεσα τ κυρ κα ες ν πνεμα μετ᾿ατο γενομένη). Una comunione di spirito, secondo Paolo (1 Cor 6,17), è un privilegio donato a tutti i cristiani. Gregorio la attribuisce piuttosto, o ancora di più, a quelli che sono maturati nella fede. Il detto di Paolo viene introdotto per alludere all’esperienza mistica; cf. CC I p. 36 (notare il contesto del ritorno al paradiso grazie alla libertà dalle passioni). Origene aveva già dato un’interpretazione mistica al versetto, cf. Commento al Cantico dei Cantici, I, 9, Bompiani, p. 253-254. Il passo paolino è molto amato dal Pseudo-Macario, cf. GL, p. 80. «Costui è veramente quello che ha aderito al Signore ed è diventato con lui un solo spirito: grazie all’operazione dello Spirito Santo e alla santità delle virtù, possono venire estinte le turpi passioni e le opere della malizia». Cf. DISC II, 2 p. 66; VIII, 2 p. 104; X,4 p. 117; XIX, 6 (2) p.171.
Ora l’uomo risulta capace di dominare il male stabilmente. Più che un lottatore, è un vincitore. Cf. CG 98 p. 257: «L’impassibilità non consiste nel non subire gli attacchi dei demoni… ma consiste nel restare imbattibili quando veniamo attaccati da loro». Cf DISC X, 5 p. 111: «Alla fine i figli di Dio diventano più elevati, superiori alla malvagità, potenziati dallo Spirito, avendo la propria dimora nei cieli e non sono più terrorizzati dalla durezza degli spiriti impuri»; DISC XIX, 4 (1) p. 168: «L’anima trattenuta dalla potenza del fuoco divino, è impedita, al punto da non poter compiere le opere del peccato, attirata totalmente... verso lo sposo celeste».
Più ancora, l’uomo unito a Dio è ben disposto a sopportare qualsiasi sofferenza che si rendesse necessaria per servire il Signore. Ecco il paradosso della condizione cristiana: proprio perché l’amico di Dio si trova pervaso dalla gioia comunicatagli dallo Spirito, è in grado di sopportare qualsiasi sofferenza. L’amore sembra averlo reso una persona oramai priva della sensibilità verso il dolore. L’amico di Dio che possiede una sicura caparra dei tesori celesti, non si sottrae affatto ai travagli della storia, anzi è l’unico disposto di affrontarli. Non soltanto può gustare la comunione con Dio ma sa anche soffrire per lui. Saper soffrire per l’amico è il segno certo che assicura l’acquisizione di un amore maturo. Sulla necessità della prova, cf. CG 94 p. 247.

49. [87] Comportatevi come se foste in procinto di innalzarvi verso una elevata potenza e un’elevata gloria, sostenuti dallo Spirito, sopportando con gioia ogni fatica e lotta per essere degni di accogliere dentro di voi la manifestazione dello Spirito, e l’eredità di Cristo. Non vantatevi ma neppure lasciatevi andare per pigrizia, perché non cadiate e non diventate per gli altri causa di rovina.


Non vantarsi, Cf. DD VII,17 p. 165: «Che significa povero nello spirito? Quando un giusto non si ritiene qualcosa davanti a Dio, ma giudica la propria anima senza valore e ignobile... Non vedi che Abramo, pur essendo un eletto di Dio, si considerò polvere e cenere (Gen 18,27)?».

50. Se alcuni fra voi non hanno la forza di sostenere una preghiera più elevata, e non sono abbastanza decisi e forti per affrontare una vita tutta dedita alla preghiera, compiano gli altri doveri, obbedendo secondo le loro possibilità: servano di buona voglia, lavorino con impegno, si prendano cura degli altri con gioia, non per essere apprezzati e onorati dagli uomini (Cf. GL 10, p. 83). Non vengano meno alle fatiche per pigrizia e negligenza, servendo i loro fratelli come se questi fossero corpi o anime estranee, ma come servissero Cristo, come fossero loro figli, per presentare a Cristo un’opera pura e sincera.

51. Nessuno, per evitare di impegnarsi nelle opere buone, accampi come pretesto la propria incapacità di realizzare ciò che sarebbe in grado di salvarlo. Dio non comanda ai suoi servi nulla che sia loro impossibile.

[88] Al contrario, mostra a tutti l’amore e la bontà della sua divinità, abbondante e ricca, e offre ad ognuno di poter fare qualcosa di buono, secondo il suo volere. Così a nessuno che si assume un compito viene meno la possibilità di salvarsi. In verità, in verità vi dico: Chi offre da bere solo un bicchiere d’acqua fresca a un mio discepolo, non perderà la sua ricompensa (Mt 10,42). (Cf. GL 10, p. 84). Che cosa c’è di più efficace di questo comandamento? Al bicchiere d’acqua fresca segue un premio celeste. Osservate con me la generosità smisurata del Signore: Ciò che avete fatto ad uno di costoro, dice, l’avete fatto fame (Mt 25,40). Il comando richiede poco sforzo, mentre il guadagno è immenso, ripagato da Dio con estrema generosità. Dio non chiede nulla che superi le tue forze, ma se compirai un grande o anche un piccolo servizio, riceverai un grande premio, a misura della tua disponibilità. Se operi per il nome e il timore di Dio, otterrai un dono splendido, che non ti potrà essere mai tolto. Se invece agisci per vanagloria, allora ascolta che cosa giura il Signore stesso: In verità, in verità vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa (Mt 6,2). [89] Per evitare di pronunciare questa sentenza, previene i discepoli insegnando questo ammonimento: guardate di non elargire elemosine, di pregare, o di digiunare per essere ammirati dagli uomini. Se fate così, non riceverete alcuna ricompensa dal Padre vostro che è nei cieli (Mt 6,1). Dicendo questo, ci ordina di fuggire gli elogi mortali, rivoltoci da uomini mortali; di fuggire una gloria che marcisce e di cercare soltanto quella che si manifesta in una bellezza superiore ad ogni parola e che non è racchiusa da alcun limite. Grazie ad essa anche noi potremo glorificare il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo, ora e sempre e nei secoli dei secoli.

Cf. DISC IV, 5 pp. 76-77 (ricevere il Regno) e X, 4 pp. 116-117 (interpretazione spiritualista).

 

Sintesi


L’aspirazione al bene, di cui ogni persona è dotata, è la prova che l’uomo è amato da Dio. Il desiderio del bene (ossia di essere persone buone) viene inteso da Gregorio come il segno della chiamata, da parte di Dio, alla comunione con Lui. Chi si stabilisce nel bene, entra in um processo che avanza all’infinito perché il Bene è Dio stesso, ed egli dona all’uomo un’esistenza che si protende al meglio, senza mai trovare posa.
L’uomo sperimenta tale processo dinamico perché è stato costituito ad immagine di Dio. Di per sé solo il Verbo è l’Immagine autentica e perfetta di Dio ma ogni persona è ad immagine di quest’Immagine, secondo uno sviluppo di somiglianza  sempre maggiore, che non conosce soluzione di continuità.
Tuttavia, pur avvertendo il desiderio del bene, l’uomo viene facilmente ingannato e il rischio a cui va incontro è quello di vivere un’esistenza inautentica. Chi è condizionato da qualche vizio e ha perduto la libertà, conduce una vita che è paragonabile ad una morte vivente.
Il cammino spirituale inizia quando una persona scopre d’essersi ingannata e cambia prospettiva di vita. La spiritualità corrisponde al recupero del desiderio del bene, della nostra umanità, del nostro essere ad immagine di Dio, della comunione con Dio.
A rendere possibile questa conversione è il Vangelo. Il Vangelo non è soltanto un insegnamento ma un’infusione di potenza; è una medicina che guarisce e rinforza. Grazie al Vangelo ci uniamo a Gesù che forma se stesso in noi. L’uomo non ha soltanto bisogno di conoscere la verità ma deve avere anche la capacità di attuarla. Il Vangelo non è soltanto annuncio verbale ma anche forza, derivata dalla presenza dello Spirito. Ricevere lo Spirito, significa accogliere in sé la presenza e la potenza salvifica di Gesù.
Facendo chiarezza nei confronti di taluni esponenti del movimento ascetico, Gregorio recupera il valore del Sacramento del Battesimo. A partire dalla ricezione di questo Sacramento, il cristiano comincia ad essere inabitato dallo Spirito (o da Cristo); riceve il talento che gli consente non soltanto di sovravvivere ma anche di produrre ricchezza. Solo adesso può cominciare ad essere pruduttivo e solo adesso può affrontare la fatica propria di ogni impegno.
Importante è riconoscere la sinergia tra l’attività del credente e l’opera dello Spirito Santo: entrambe devono essere presenti e concorrere. Tuttavia l’opera dello Spirito ha una rilevanza maggiore; è lo Spirito che suscita il volere e l’operare ed è sempre Lui a dare compimento all’impegno profuso, facendo in modo che il credente ottenga quei risultati che da solo non potrebbe mai raggiungere.
Questi sono i presupposti teologici del cammino spirituale: il desiderio di bene costitutivo della persona, la difficoltà ad assecondarlo, l’aiuto indispensabile da parte di Cristo e dello Spirito.
Dal punto di vista storico si possono aggiungere questi altri presupposti: la nascita di una comunità di persone interessate a raggiungere questo scopo, l’accettazione di una regola di vita comune intesa come attuazione della vera regola rappresentata dalla Sacra Scrittura e dalle decisioni sinodali.
Gregorio, poi, nella seconda parte della regola, espone gli obiettivi che i fratelli devono ripromettersi di raggiungere.
L’obiettivo primario è la crescita della persona, secondo la statura di Cristo e la condizione per ottenerla è la purificazione del cuore. Che cosa significa? La purificazione del cuore corrisponde allo sviluppo in noi della carità e questa si rivela nella relazione pacificata con il fratello. Il puro di cuore è in pace con Dio e con il prossimo. Compaiono modi diversi di dire la stessa cosa: osservare i comandamenti, evitare i peccati compiuti con le opere o con i pensieri, alimentare relazioni fraterne con il prossimo. Gregorio invita ad evitare i peccati commessi con le azioni, ma di evitare anche quelli latenti, come i sentimenti di vanagloria e rancore. È sorprendente come ritorni spesso sul rischio della vanagloria. Probabilmente era una sottile tentazione degli asceti: dare mostra di santità, considerarsi superiori agli altri cristiani. Un sentimento del genere demolisce tutto ciò che si è costruito con fatica. Il vantarsi di sé non ha alcuna ragione di essere: il fedele più santo non raggiunge mai una maturazione o un livello di perfezione tale da renderlo esente dalla possibilità di peccare. Le tendenze negative, anche se dominate a lungo, rimangono sempre vive e forti e possono prevalere. Inoltre, per quanto una persona cresca nella capacità d’amare, ciò che le rimane da fare e che potrebbe conseguire è sempre maggiore del risultato ottenuto.
La precarietà della condizione umana rappresenta una motivazione ulteriore per ricorrere alla preghiera intensa e frequente.
La terza parte espone alcune regole di vita comune. Ogni membro della comunità deve essere disposto a rinnegare se stesso; ossia preferire il bene comune al proprio. In pratica deve rinunciare al proprio volere per obbedire al superiore. Dovrà essere disposto a non possedere nulla di proprio e a considerarsi servo di tutti i fratelli. I superiori dovranno fare attenzione alla situazione personale d’ogni membro e ad agire sempre con carità.
Gregorio ribadisce il primato del comandamento dell’amore di Dio e del prossimo. Nonostante, l’amore per Dio sia un sentimento naturale deposto nell’uomo, questo sentimento deve essere protetto e coltivato come si fa con un tenero germoglio. L’amore per Dio rende possibile anche quello del prossimo. A chi intende darsi particolarmente al ministero della preghiera, il Nisseno ricorda che queso impegno ottiene pieno valore, se l’orante diventa una persona di carità e di pace. Tutta la vita dell’asceta diventerebbe inutile, se chi s’impegna in essa risultasse essere una persona orgogliosa e sprezzante.
Quali caratteristiche manifesta invece l’uomo spirituale? Vengono esposte nella quarta parte della regola. Egli è ovviamente l’uomo dello Spirito. Questo significa che lo Spirito di Dio, avendo visto che questa persona ha corrisposto agli stimoli ricevuti nella pratica di vita, ha potuto donarsi pienamente ad essa. Ha potuto elevarla là dove da sola non avrebbe mai potuto pervenire. Gode di una preghiera intensa e proficua: attraverso di essa accoglie in sé le energie dello Spirito. L’uomo spituale ama compiere il bene ed essere sempre più generoso. Rinnegare se stesso e vivere nell’amore, anche se comporta sofferenza, è un atto che produce pace, sollievo e gioia. Chi vive nella carità gode di una partecipazione vera della vita eterna, anche se parziale. Egli deve ancora, talora, lottare contro se stesso ma, sostenuto dalla forza dello Spirito, risulta sempre vincitore. L’uomo spirituale non deve più costringersi ad evitare il male poiché fare il male sarebbe per lui cosa ripugnante.
Infine pur godendo, sia pure in modo parziale, della gioia della vita futura, non si sottrae ai travagli della vita sulla terra ma si rende disponibile ad affrontare le sofferenze connesse ai servizi che gli vengono richiesti.



[1] Basilio, Epistole, 223,2, E. Paoline p. 624-625.
[2] Pseudo-Macario, Discorsi, I, 2 (1), Città Nuova, Roma 2009, p. 59.
[3] Pseudo Macario, Discorsi, IV, 3 (1-2), cit., p.75: «… considerano la distruzione e la fine di questo mondo, disprezzano la comunione carnale, sapendo che, dopo queste cose, vi sarà la dissoluzione dei corpi; riflettono sulla distruzione e sulla nudità che soggiace alla ricchezza visibile; disprezzano tutte le cose visibili, rammentando che vi saranno le pene per i peccatori. Considerano, ancora, per analogia, la città dei santi… e tutte bellezze celesti e le glorie divine, di cui i santi sono rivestiti per loro bella volontà; questi, anche se sono in questo mondo, sono così perché già godono di quei beni».
[4] Figlio del vescovo Eulalio di Sebaste, conobbe il monachesimo egiziano e cercò di diffondere lo stesso ideale in Asia Minore. Poichè da chierico continuava a vestire come gli asceti, venne esiliato nei sinodo di Neocesarea (339?). Tuttavia rappresentò una posizione moderata all’interno del movimento ascetico e restò in comunione con la Chiesa. Fu legato da amicizia con Basilio, che lo riconobbe come maestro ma, in seguito, entrarono in contrasto tra loro nella controversia sullo Spirito Santo; cf. J. Pauli, Eustazio di Sebaste, in Dizionario di Letteratura cristiana antica, Urbaniana University Press/Città Nuova, Roma 2006, p. 340.
[5] J. Gribomont, Messaliani, in Dizionario patristico e di Antichità cristiane, II, Marietti, Genova 1994, pp. 2238-2239.
[6] Cf. Mansi, II, 1095-10100 [ho riordinato il testo degli Atti del Sinodo per dare un assetto più chiaro alle preposizione espresse in modo disorganico]; C. Nardi, Gangra (Concilio di), in Dizionario patristico e di Antichità cristiane, II, cit. p. 1435.
[7] Un caso tipico è rappresentato da Aerio (m. 390): asceta della cerchia di Eustazio, divenne presbitero e direttore di un’ospizio nel Ponto. Ruppe con Eustazio perché rifiutò ogni forma di gerarchia ecclesiastica. Raccolse attorno a sé asceti d’ambo i sessi per vivere con essi in solitudine. Cf. A. Hoffmann, Aerio, Presbitero, in Dizionario patristico e di Antichità cristiane, II, Marietti, Genova 1994, p. 10.
[8] Sinodo di Side (Panfilia, nel 388) e di Antiochia (390 circa); Concilio di Efeso (431). Nel 428, una legge imperiale espulse i messaliani dall’impero (Codex Theodosianus XVI,5,65).
[9] Timoteo Presbitero, De iis qui ad Ecclesiam accedunt, PG 86, 45-52 (Le preposizioni sono esposte in un altro ordine rispetto al testo).
[10] Cf. La verginità, XXIII, in Gregorio di Nissa, Giovanni Crisostomo, La Verginità, Città Nuova, Roma 1976, pp. 113-114. Il problema principale era costituito, comunque, dalla convinzione dell’inefficacia dei sacramenti. Lo rileviamo dall’incontro tra uno dei capi, un certo Adelfio, con il vescovo Flaviano di Antiochia, in un Sinodo celebrato in quella città in opposizione al movimento: «[Adelfio] disse che dal divino battesimo non deriva alcuna utilità a chi lo riceve e che solo la continua preghiera allontana il demonio che dimora in lui. Quando [i demoni] sono scacciati dalla continua preghiera, allora viene lo Spirito Santo, mostrando in modo sensibile e visìbile la sua presenza e liberando il corpo dall'agitazione delle passioni e allontanando completamente l’anima dall'inclinazione al peggio, sicché non più il corpo ha bisogno dell'opprimente digiuno ne della dottrina che gli ponga un freno e gli insegni a camminare in maniera ben ordinata. Chi ottiene questo non solo si tiene lontano dalle agitazioni fisiche, ma anche prevede con chiarezza il futuro e contempla con gli occhi la vivina Trinità», Cf. Teodoreto di Cirro, Storia ecclesiastica, IV, 11, 7, Città Nuova, Roma 2000, pp. 277-278.  (=PG 82, 1141-1146).
[11] J. Gribomont, Messaliani, in Dizionario patristico e di Antichità cristiane, II, cit., p. 2239.
[12] Gregorio di Nissa, Vita di Macrina, 7 e 10, Edizioni Paoline, Milano 1988, p. 95 e 101.
[13] Basilio, Epistolario, 223,2 E. Paoline, Alba 1966, p. 624.
[14] Cf. Basilio, Epistolario, 223,5, cit., p. 628.
[15] Cf. Basilio, Epistolario, 2,1-6 cit. pp. 44-52; Gregorio Nazianzeno, Epistole, IV,V,VI Città Nuova, Roma 2017, pp. 32-42.
[16] Gregorio di Nazianzo, Epistole, VI,3, cit. p. 41.
[17] Gregorio di Nazianzo, Epistole, V,5, cit. p. 39
[18] Cf. Basilio, Epistolario, 2,2 cit. p. 45.
[19] Cf. C. Moreschini, I Padri Cappadoci, Roma 2008, p. 130-134.
[20] Gregorio di Nazianzo, Epistole, XI, cit., pp. 52-55. Gregorio gli rinfaccia «una brama d’onori infausta più d’ogni altro demonio» e di aver ricusato i libri sacri «prendendo al loro posto nelle mani libri di sale che non plcano la sete» e di volere ottenere la fama di retore più che di cristiano» (XI, 3-5 p. 53).
[21] PG 46, 544-554 (PDF 286). Cf. R. Staats, Die Asketen aus Mesopotamien in der Rede des Gregor von Nyssa «In suam ordinationem», Vigiliae Christianae 21 (1967) pp. 167-169.
[22] Gregorio di Nissa, Omelie sul Cantico dei Cantici, EDB, Bologna, 2015: VII, p. 134 e XIV, p. 245.
[23] Gregorio di Nissa, La vita di Mosè, Prologo, 2, Edizioni Valla 1984, p. 9.
[24] C. Moreschini, I Padri Cappadoci, cit., p. 71.
[25] Pseudo-Macario, La grande lettera, Gribaudi, Torino 1989.
[26] Cf. Teodoreto di Cirro, Storia ecclesiastica, IV, 11, 2, cit. p. 276.
[27] Cf. M. C. Campone, in La Mistica comunione. Le omelie dello Pseudo Macario, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 2002, pp. 9-12.
[28] Cf. L. Cremaschi, Pseudo-Macario, Spirito e Fuoco, op. cit. pp.16-17.
[29] Cf. K. Fitschen , Macario l’Egiziano/Simeone, in Dizionario di Letteratura cristiana antica, cit., p. 566.
[30] Cf. Epistula ad Amphilochium episcopum Side, PG 77,376.
[31] C. Moreschini, I Padri Cappadoci, cit., p. 70. 

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