venerdì 8 maggio 2026

6 settimana di Pasqua

 

Domenica VI di Pasqua

Sarebbe un grande guadagno per noi scoprire e godere della presenza del Signore Gesù in noi e nella nostra vita. Egli ha promesso: mi manifesterò a chi crede in me e mi ama. Non lo lascerò orfano ma tornerò presso di Lui. La promessa che Gesù rivolge a tuttti dobbiamo scoprirla come un bene personale. 

Gesù si rivela a chi vive il suo messaggio o almeno cerca di farlo. Quando noi amiamo Gesù e desideriamo obbedire a Lui, è il segno che siamo stati amati da Dio, che ci è venuto incontro e ci ha offerto il dono di godere dell’amicizia del suo Figlio Gesù. 

Può verificarsi che il contesto attorno a noi sia molto difficile. Allora dobbiamo continuare ad adorare Gesù e testimoniarlo con dolcezza. «Un servo del Signore non deve essere litigioso, ma mite con tutti, capace di insegnare, paziente, dolce nel rimproverare quelli che gli si mettono contro, nella speranza che Dio conceda loro di convertirsi» (2 Tm 2,24-26).

La persona retta suscita l’ammirazione ma anche l’irritazione di chi si sente giudicato dalla sola vista della rettitudine: «È diventato per noi una condanna dei nostri pensieri; ci è insopportabile solo al vederlo, perché la sua vita non è come quella degli altri, e del tutto diverse sono le sue strade» (Sap 2,14-15). Soffrire, non perché si agisce male ma, al contrario, perché si compie il bene, diventa un’accasione preziosa. Non per la sofferenza in sé (che non è mai auspicata dal Signore) ma perché è un’occasione preziosa per imparare la carità e non c’è nulla di meglio nella vita che sperimentare la dolcezza infinita dell’amore vero. 

È il dono portato da Filippo alle città della Samaria. Dove giunge il Vangelo, arriva la gioia. «Il Regno di Dio è giustizia, pace e gioia nello Spirito Santo» (Rm 14,17). Come Paolo, Filippo potrebbe dire: «Noi non intendiamo fa da padroni sulla vostra fede; siamo invece collaboratori della vostra gioia, perché nella fede voi siete saldi» (2 Cor 1,24). Essa non è soltanto un sentimento, forse passeggero, ma una stabilità di fondo, una partecipazione alla gioia  di Gesù (Gv 17,13) e può sovvrabondare anche nelle stesse tribolazioni (2 Cor 7,4). È frutto dell’amore, del dono di sé, non del semplice benessere psico-fisico. «Vi è più gioia nel dare che nel ricevere» (At 20,5).

Prima lettura

Atti 8,5-17 5Filippo, sceso in una città della Samaria, predicava loro il Cristo. 6E le folle, unanimi, prestavano attenzione alle parole di Filippo, sentendolo parlare e vedendo i segni che egli compiva. 7Infatti da molti indemoniati uscivano spiriti impuri, emettendo alte grida, e molti paralitici e storpi furono guariti. 8E vi fu grande gioia in quella città. 14Frattanto gli apostoli, a Gerusalemme, seppero che la Samaria aveva accolto la parola di Dio e inviarono a loro Pietro e Giovanni. 15Essi scesero e pregarono per loro perché ricevessero lo Spirito Santo; 16non era infatti ancora disceso sopra nessuno di loro, ma erano stati soltanto battezzati nel nome del Signore Gesù. 17Allora imponevano loro le mani e quelli ricevevano lo Spirito Santo. 

Filippo, sfuggendo alla persecuzione, trasforma una sventura in opportunità. Sceso in Samaria, annuncia Cristo. Il Vangelo riguarda la persona di Gesù; è lui la vite fruttuosa alla quale dobbiamo restare uniti. I Samaritani talora si erano mostrati ostili verso Gesù (Lc 9,52), altre volte accoglienti (Gv 4,39). Gesù avevato seminato, soprattutto con la sua morte in croce ed ora i suoi discepoli, diventati suoi missionari, mietono subentrando nella sua fatica (Gv 4,38). Filippo, ripresentando nella sua opera, la persona stessa di Gesù annuncia, guarisce e libera dal diavolo. Dove giunge il Vangelo, arriva la gioia. «Il Regno di Dio è giustizia, pace e gioia nello Spirito Santo» (Rm 14,17). Come Paolo, Filippo potrebbe dire: «Noi non intendiamo fa da padroni sulla vostra fede; siamo invece collaboratori della vostra gioia, perché nella fede voi siete saldi» (2 Cor 1,24). Essa non è soltanto un sentimento, forse passeggero, ma una stabilità di fondo, una partecipazione alla gioia stessa di Gesù (Gv 17,13) e può sovvrabondare anche nelle stesse tribolazioni (2 Cor 7,4). È frutto dell’amore, del dono di sé, non del semplice benessere psico-fisico. «Vi è più gioia nel dare che nel ricevere» (At 20,5). 

Gli aposoli stabiliscono una comunione tra Gerusalemme e Samaria. Ogni chiesa è costituita sulla testimonianza degli apostoli come fondamento. «Voi non siete più stranieri né ospiti, ma siete concittadini dei santi e familiari di Dio, edificati sopra il fondamento degli apostoli e dei profeti, e avendo come pietra angolare lo stesso Cristo Gesù. In lui anche voi insieme con gli altri venite edificati per diventare dimora di Dio per mezzo dello Spirito» (Ef 2,19-22). 

Il loro primo compito è pregare perché i nuovi discepoli ricevano lo Spirito. «In verità vi dico ancora: se due di voi sopra la terra si accorderanno per domandare qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli ve la concederà» (Mt 18,19).

Godere della presenza dello Spirito, è necessario per poter essere discepoli di Gesù e rivestirsi di lui. L’iniziazione cristiana prevedeva l’immersione nell’acqua per la purificazione e l’imposizione delle mani per la trasmissione dello Spirito. Qui il rito avviene in due tempi per evidenziare il rapporto di comunione con la Chiesa degli apostoli. 


Secona lettura

1 Pt 3,15-18 Adorate il Signore, Cristo, nei vostri cuori, pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi. 16Tuttavia questo sia fatto con dolcezza e rispetto, con una retta coscienza, perché, nel momento stesso in cui si parla male di voi, rimangano svergognati quelli che malignano sulla vostra buona condotta in Cristo. 17Se questa infatti è la volontà di Dio, è meglio soffrire operando il bene che facendo il male, 18perché anche Cristo è morto una volta per sempre per i peccati, giusto per gli ingiusti, per ricondurvi a Dio; messo a morte nel corpo, ma reso vivo nello spirito. 

Adorare Gesù e testimoniarlo con dolcezza. «Un servo del Signore non deve essere litigioso, ma mite con tutti, capace di insegnare, paziente, dolce nel rimproverare quelli che gli si mettono contro, nella speranza che Dio conceda loro di convertirsi, perché riconoscano la verità e rientrino in se stessi, liberandosi dal laccio del diavolo, che li tiene prigionieri perché facciano la sua volontà» (2 Tm 2,24-26).

La persona retta può suscitare l’ammirazione ma anche l’irritazione di chi si sente giudicato dalla sola vista della rettitudine: «È diventato per noi una condanna dei nostri pensieri; ci è insopportabile solo al vederlo, perché la sua vita non è come quella degli altri, e del tutto diverse sono le sue strade» (Sap 2,14-15). 

La Sacra Scrittura, allora, presenta persone rimaste fedeli a Dio (e protette da Lui) nel soffrire ostilità e ingiustizia. Fu il caso particolare di Giuseppe: «Perché io sono stato portato via ingiustamente dal paese degli Ebrei e anche qui non ho fatto nulla perché mi mettessero in questo sotterraneo… Il Signore fu con Giuseppe, gli conciliò benevolenza e gli fece trovare grazia agli occhi del comandante della prigione» (Gen Gen 40,15; 39,21). 

Trovarsi a vivere in una relazione difficile o perfino ingiusta è passare come in un crogiolo che libera dalle scorie e rivela la preziosità della carità. «Esorta ancora i più giovani a essere assennati, offrendo te stesso come esempio in tutto di buona condotta, con purezza di dottrina, dignità, linguaggio sano e irreprensibile, perché il nostro avversario resti confuso, non avendo nulla di male da dire sul conto nostro. Esorta gli schiavi a esser sottomessi in tutto ai loro padroni; li accontentino e non li contraddicano, non rubino, ma dimostrino fedeltà assoluta, per fare onore in tutto alla dottrina di Dio, nostro salvatore» (Tt 2,6-10). 


Vangelo

Gv 14. 15Se mi amate, osserverete i miei comandamenti; 16e io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre, 17lo Spirito della verità, che il mondo non può ricevere perché non lo vede e non lo conosce. Voi lo conoscete perché egli rimane presso di voi e sarà in voi. 18Non vi lascerò orfani: verrò da voi. 19Ancora un poco e il mondo non mi vedrà più; voi invece mi vedrete, perché io vivo e voi vivrete. 20In quel giorno voi saprete che io sono nel Padre mio e voi in me e io in voi. 21Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi ama. Chi ama me sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui». 

Giovanni adopera il termine comandamenti ma altre volte usa il singolare, comandamento oppure parola. Non pensa soltanto in termini morali ma allude a tutta la rivelazione che trasmette vita. 

L’amore si manifesta nell’obbedienza. «Non vogliate mostrare l’amore che avete per me con le lacrime, ma con l’obbedienza ai miei comandi» (TO 645). [L’amore obbediente prepara a ricevere lo Spirito: infatti lo Spirito che è amore, non viene dato se non a coloro che amano. Tuttavia amore ed obbedienza presuppongono già la mozione dello Spirito Santo. Perciò queste qualità, sono già elargite a noi perché possiamo ricevere doni maggiori. Vale a dire, «se mi amate mediante lo Spirito Santo che già avete e se obbedite ai miei comandi, riceverete lo Spirito con maggior pienezza» (TO 649)]. 

16 Pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre, 17lo Spirito della verità, che il mondo non può ricevere perché non lo vede e non lo conosce. Gesù si definisce il primo Paraclito (cf 1 Gv 2,1); il secondo Paraclito, lo Spirito, resterà sempre con i discepoli; «si ha donazione vera quando il dono è per sempre» (TO 653). È Spirito di verità perché guida i discepoli alla comprensione della rivelazione che è Cristo. «Il vero, da chiunque sia detto, viene dallo Spirito» (Ambrosiaster). Rimane, tuttavia, un mondo che rifiuta e il dramma vissuto da Gesù si perpetua nel tempo. Nessuno può amare insieme Dio e il mondo. Chi ama il mondo non può ricevere lo Spirito che è amore per Dio. Inoltre «i doni spirituali non possono essere accolti senza essere desiderati», ma chi ama il mondo non desidera i beni del Signore (TO 659)

18. Voi lo conoscete perché egli rimane presso di voi e sarà in voi. I discepoli conoscono lo Spirito nella persona di Gesù e nella spinta alla fede che hanno percepita nel loro intimo, ma dopo la sua glorificazione sperimenteranno la sua azione in modo più efficace. Lo Spirito farà in modo che anche Gesù rimanga sempre con loro anche se non più in modo visibile (v.18).

v. 19 Ancora un poco e il mondo non mi vedrà più; voi invece mi vedrete, perché io vivo e voi vivrete. Mentre il mondo abbandonato ai suoi soli mezzi di conoscenza sarà incapace di percepire Gesù oltre la sua morte, i discepoli sperimenteranno la presenza di Cristo Risorto e condivideranno la sua nuova vita (così pure quelli che crederanno in base alla loro testimonianza). Questa conoscenza e partecipazione alla vita del Risorto prepara e anticipa ciò che si compirà del momento della Parusia. L'essenziale è dato fin d'ora, anche se resta aperta la prospettiva di un compimento.

v. 20 «In quel giorno voi saprete che io sono nel Padre mio e voi in me e io in voi». In quel giorno è una formula ricorrente nell'Antico Testamento per designare la venuta dell'epoca escatologica che comincerà con la resurrezione di Gesù. Allora i discepoli, nella fede, crederanno che Gesù vive ormai nel Padre ma anche godranno della comunione profonda che si realizzerà tra Gesù e loro, vivendo della stessa vita. 

v.21 «Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi ama. Chi ama me sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui». Una persona cerca di osservare i comandamenti, per il fatto che ama il Signore. Dio, che ama il discepolo dall’eternità, manifesterà nel tempo questo suo amore, nel corso della vita del suo fedele. Cristo stesso, che agisce sempre in sintonia con il Padre, ci amerà a sua volta e ci farà godere le conseguenze della sua predilezione. 

«Io amo coloro che mi amano, e quelli che mi cercano mi trovano. Ricchezza e onore sono con me, sicuro benessere e giustizia. Il mio frutto è migliore dell’oro più fino, il mio prodotto è migliore dell’argento pregiato. Sulla via della giustizia io cammino e per i sentieri dell’equità, per dotare di beni quanti mi amano e riempire i loro tesori» (Pr 8,17-21). «Se uno è in Cristo, è una creatura nuova; le cose vecchie sono passate, ecco ne sono nate di nuove» (2 Cor 5,17).


Lunedi VI

Atti 16. 11Salpati da Tròade, facemmo vela direttamente verso Samotràcia e, il giorno dopo, verso Neàpoli 12e di qui a Filippi, colonia romana e città del primo distretto della Macedonia. Restammo in questa città alcuni giorni. 13Il sabato uscimmo fuori della porta lungo il fiume, dove ritenevamo che si facesse la preghiera e, dopo aver preso posto, rivolgevamo la parola alle donne là riunite. 14Ad ascoltare c’era anche una donna di nome Lidia, commerciante di porpora, della città di Tiàtira, una credente in Dio, e il Signore le aprì il cuore per aderire alle parole di Paolo. 15Dopo essere stata battezzata insieme alla sua famiglia, ci invitò dicendo: «Se mi avete giudicata fedele al Signore, venite e rimanete nella mia casa». E ci costrinse ad accettare. 

A Filippi, Paolo cerca di unirsi a9lla preghiera del Sabato, propria degli Ebrei. Trova un luogo di preghiera in una zona della città, frequentato da alcune donne. L’apostolo ebbe sempre una particolare attenzione per loro. Non si tratta di una vera Sinagoga, con una liturgia regolare. 

L’apostolo parla alle presenti e viene “ascoltato” da Lidia, una pagana che condivideva la fede giudaica, senza essere ebrea. Il Signore le aprì il cuore, perché non è possibile credere senza una mozione di grazia. «Nessuno può venire a me, se non lo attira il Padre che mi ha mandato… Sta scritto nei profeti: E tutti saranno ammaestrati da Dio» (Gv 6,44-45). «Dio conceda a tutti voi volontà di adorarlo e di compiere i suoi desideri con cuore generoso e animo pronto; vi dia una mente aperta ad intender la sua legge e i suoi comandi, e volontà di pace» (2 Mac 1-5).

Lidia viene battezzata e con lei tutta la sua famiglia, com’era frequente in quell’epoca. Dimostra di aver intrapreso una nuova vita perché costringe i missionari ad accettare la sua ospitalità, sebbene essi, normalmente, si facessero ospitare da giudei. Lidia imita l’ospitalità di Abramo (Gen 18,4-5) e adempie un obbligo d’amore fraterno: «Perseverate nell’amore fraterno. Non dimenticate l’ospitalità; alcuni, praticandola, hanno accolto degli angeli, senza saperlo» (Eb 13,1-2). 

Nasce la Chiesa di Filippi con la quale Paolo stringerà un solido legame d’amicizia: «Dio mi è testimone del profondo affetto che ho per tutti voi nell’amore di Cristo Gesù» (Fil 1,8). In seguito, in modo contrario al suo stile normale, accetterà, aiuti da questa comunità: «Ben sapete proprio voi, Filippesi, che nessuna Chiesa aprì con me un conto di dare o di avere, se non voi soli; ed anche a Tessalonica mi avete inviato per due volte il necessario. Non è però il vostro dono che io ricerco, ma il frutto che ridonda a vostro vantaggio. Adesso ho il necessario e anche il superfluo; sono ricolmo dei vostri doni, che sono un profumo di soave odore, un sacrificio accetto e gradito a Dio» (Fil 4,15-18).

Gv 15. 26Quando verrà il Paràclito, che io vi manderò dal Padre, lo Spirito della verità che procede dal Padre, egli darà testimonianza di me; 27e anche voi date testimonianza, perché siete con me fin dal principio. 16 1Vi ho detto queste cose perché non abbiate a scandalizzarvi. 2Vi scacceranno dalle sinagoghe; anzi, viene l’ora in cui chiunque vi ucciderà crederà di rendere culto a Dio. 3E faranno ciò, perché non hanno conosciuto né il Padre né me. 4Ma vi ho detto queste cose affinché, quando verrà la loro ora, ve ne ricordiate, perché io ve l’ho detto. 

«Io manderò su di voi quello che il Padre ha promesso» (Lc 24,49). Lo Spirito che procede dal Padre è inviato da Cristo glorificato, con il quale è intimamente legato e si manifesterà attraverso la testimonianza dei discepoli: «Avrete forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi e mi sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino agli estremi confini della terra» (At 1,8). «Quando vi consegneranno nelle loro mani, non preoccupatevi di come o di che cosa dovrete dire, perché vi sarà suggerito in quel momento ciò che dovrete dire: non siete infatti voi a parlare, ma è lo Spirito del Padre vostro che parla in voi» (Mt 10,19-20). Paolo dichiara: «Ecco ora, avvinto dallo Spirito, io vado a Gerusalemme senza sapere ciò che là mi accadrà. So soltanto che lo Spirito Santo in ogni città mi attesta che mi attendono catene e tribolazioni. Non ritengo tuttavia la mia vita meritevole di nulla, purché conduca a termine la mia corsa e il servizio che mi fu affidato dal Signore Gesù, di rendere testimonianza al messaggio della grazia di Dio» (At 20,22-24). 


Martedi VI

Atti 16. 22La folla allora insorse contro di loro e i magistrati, fatti strappare loro i vestiti, ordinarono di bastonarli 23e, dopo averli caricati di colpi, li gettarono in carcere e ordinarono al carceriere di fare buona guardia. 24Egli, ricevuto quest’ordine, li gettò nella parte più interna del carcere e assicurò i loro piedi ai ceppi. 25Verso mezzanotte Paolo e Sila, in preghiera, cantavano inni a Dio, mentre i prigionieri stavano ad ascoltarli. 26D’improvviso venne un terremoto così forte che furono scosse le fondamenta della prigione; subito si aprirono tutte le porte e caddero le catene di tutti. 27Il carceriere si svegliò e, vedendo aperte le porte del carcere, tirò fuori la spada e stava per uccidersi, pensando che i prigionieri fossero fuggiti. 28Ma Paolo gridò forte: «Non farti del male, siamo tutti qui». 29Quello allora chiese un lume, si precipitò dentro e tremando cadde ai piedi di Paolo e Sila; 30poi li condusse fuori e disse: «Signori, che cosa devo fare per essere salvato?». 31Risposero: «Credi nel Signore Gesù e sarai salvato tu e la tua famiglia». 32E proclamarono la parola del Signore a lui e a tutti quelli della sua casa. 33Egli li prese con sé, a quell’ora della notte, ne lavò le piaghe e subito fu battezzato lui con tutti i suoi; 34poi li fece salire in casa, apparecchiò la tavola e fu pieno di gioia insieme a tutti i suoi per avere creduto in Dio. 

Paolo ha liberato una ragazza schiava da un spirito demoniaco che le faceva pronunciare oracoli e, per tale attività, forniva lauti compensi ai suoi padroni. Questi, indignati per il mancato guadagno, dal momento che la ragazza non era più in grado di dare oracoli, scatenano la folla contro di lui e contro Sila. I missionari finiscono in una prigione dalla quale è impossibile evadere. Un fatto analogo era capitato anche a Pietro (At 12). Incuranti della loro sorte, i prigionieri glorificano il Signore, senza preoccuparsi di chiedere la loro liberazione. «Guardatevi dal rendere male per male ad alcuno; ma cercate sempre il bene tra voi e con tutti. State sempre lieti, pregate incessantemente, in ogni cosa rendete grazie; questa è infatti la volontà di Dio in Cristo Gesù verso di voi» (1 Ts 5,15-18). «Pregando, non sprecate parole come i pagani, i quali credono di venire ascoltati a forza di parole. Non siate dunque come loro, perché il Padre vostro sa di quali cose avete bisogno ancor prima che gliele chiediate» (Mt 6,7-8). È il Signore stesso a provvedere alla loro liberazione compiendo atti clamorosi. 

Il carceriere, sorpreso dagli eventi accaduti, chiede come avrebbe potuto essere salvato. «Volgetevi a me e sarete salvi, paesi tutti della terra, perché io sono Dio; non ce n’è altri» (Is 45,22). Ad una domanda simile Gesù aveva suggerito ai suoi interlocutori di credere in lui. «Gli dissero allora [i Giudei]: “Che cosa dobbiamo fare per compiere le opere di Dio?”. Gesù rispose: “Questa è l'opera di Dio: credere in colui che egli ha mandato”» (Gv 628-29). Paolo rivolge il medesimo invito al carceriere. I missionari lo evangelizzano. 

Convertito, il carceriere si prende cura dei prigionieri che aveva maltrattato. Si comporta come il samaritano solidale della parabola: «Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi, caricatolo sopra il suo giumento, lo portò a una locanda e si prese cura di lui» (Lc 10,34). L’opera buona è segno autentico del cambiamento interiore avvenuto: «noi sappiamo che siamo passati dalla morte alla vita, perché amiamo i fratelli. Chi non ama rimane nella morte» (1 Gv 4,14). L’azione misericordiosa sollecita un dono maggiore. Solo allora può essere battezzato (e consumare una cena eucaristica?). 

Gv 16. 5Ora però vado da colui che mi ha mandato e nessuno di voi mi domanda: “Dove vai?”. 6Anzi, perché vi ho detto questo, la tristezza ha riempito il vostro cuore. 7Ma io vi dico la verità: è bene per voi che io me ne vada, perché, se non me ne vado, non verrà a voi il Paràclito; se invece me ne vado, lo manderò a voi. 8E quando sarà venuto, dimostrerà la colpa del mondo riguardo al peccato, alla giustizia e al giudizio. 9Riguardo al peccato, perché non credono in me; 10 riguardo alla giustizia, perché vado al Padre e non mi vedrete più; 11riguardo al giudizio, perché il principe di questo mondo è già condannato. 

I discepoli sono fortemente rattristati ed impauriti per la partenza di Gesù. Invece Gesù li rincuora e li invita ad avere fiducia perché, grazia alla sua assenza, potrà inviare lo Spirito Santo. Viene elargito, infatti, da Gesù glorificato e sostituirà la sua presenza in modo tale che essi eserciteranno una missione efficace. 

Lo Spirito attuerà un vero procedimento giudiziario contro il Principe di questo mondo. Dimostrerà la colpevolezza del mondo per l’incredulità dei suoi oppositori. Quanto alla giustizia, lo Spirito testimonierà che Dio ha riconosciuto Gesù, lo ha onorato e glorificato. Quanto al giudizio, lo Spirito convincerà che la condanna di Gesù è stata ingiusta e che la sua eliminazione, non è stata la sua sconfitta. 

La sentenza definita contro Satana è stata emessa all’atto della morte di Gesù; tuttavia, il mondo intero continua a restare in balia del Maligno (1 Gv 5,19). I credenti possono sfuggire a questo potere nefasto e abbandonare il peccato. 


Mercoledi VI

At 17. 22Allora Paolo, in piedi in mezzo all’Areòpago, disse: «Ateniesi, vedo che, in tutto, siete molto religiosi. 23Passando infatti e osservando i vostri monumenti sacri, ho trovato anche un altare con l’iscrizione: “A un dio ignoto”. Ebbene, colui che, senza conoscerlo, voi adorate, io ve lo annuncio. 24Il Dio che ha fatto il mondo e tutto ciò che contiene, che è Signore del cielo e della terra, non abita in templi costruiti da mani d’uomo 25né dalle mani dell’uomo si lascia servire come se avesse bisogno di qualche cosa: è lui che dà a tutti la vita e il respiro e ogni cosa. 26Egli creò da uno solo tutte le nazioni degli uomini, perché abitassero su tutta la faccia della terra. Per essi ha stabilito l’ordine dei tempi e i confini del loro spazio 27perché cerchino Dio, se mai, tastando qua e là come ciechi, arrivino a trovarlo, benché non sia lontano da ciascuno di noi. 28In lui infatti viviamo, ci muoviamo ed esistiamo, come hanno detto anche alcuni dei vostri poeti: “Perché di lui anche noi siamo stirpe”. 29Poiché dunque siamo stirpe di Dio, non dobbiamo pensare che la divinità sia simile all’oro, all’argento e alla pietra, che porti l’impronta dell’arte e dell’ingegno umano. 30Ora Dio, passando sopra ai tempi dell’ignoranza, ordina agli uomini che tutti e dappertutto si convertano, 31perché egli ha stabilito un giorno nel quale dovrà giudicare il mondo con giustizia, per mezzo di un uomo che egli ha designato, dandone a tutti prova sicura col risuscitarlo dai morti». 32Quando sentirono parlare di risurrezione dei morti, alcuni lo deridevano, altri dicevano: «Su questo ti sentiremo un’altra volta». 33Così Paolo si allontanò da loro. 34Ma alcuni si unirono a lui e divennero credenti: fra questi anche Dionigi, membro dell’Areòpago, una donna di nome Dàmaris e altri con loro. 

Nel discorso ai pagani di Atene, Paolo predica il monoteismo, come aveva fatto con quelli della Pisidia. Inizia lodando la loro religiosità e attesta di completare una lacuna nel loro spirito religioso: si sono premurati di onorare un dio ignoto e l’apostolo vuole far conoscere loro quel Dio che essi già venerano senza conoscerlo. Rivela loro che esiste un Dio creatore che non può essere contenuto in una costruzione umana (né materiale, né concettuale). Egli, inoltre, non ha bisogno del nostro culto ed opera sempre in maniera benefica e gratuita. L’apostolo aggiunge che il Signore ha spinto gli uomini a cercarlo, sebbene, poi, in realtà non sia lontano da nessuno. Anzi ha predisposto una certa connaturalità tra Lui e l’uomo. Filosofi insigni avevano sostenuto verità simili. Ciò nonostante l’uomo avanza nell’oscurità e ha bisogno, più che darsi alla ricerca intellettuale, di porsi in ascolto dell’unico vero Dio che parla attraverso il creato e personaggi storici da lui ispirati. 

Salomone, nella dedicazione del tempio, riconosce che questo luogo santo non può rinchiudere Dio: «è proprio vero che Dio abita sulla terra? Ecco i cieli e i cieli dei cieli non possono contenerti, tanto meno questa casa che io ho costruita!» (2 Cr 3,18). Dio è inaccessibile nelle sue vie ed agisce in totale gratuità: «Quanto sono imperscrutabili i suoi giudizi e inaccessibili le sue vie! Infatti, chi mai ha potuto conoscere il pensiero del Signore? O chi gli ha dato qualcosa per primo, sì che abbia a riceverne il contraccambio?» (Rm 11,33-35), È necessario che Dio si riveli perché «abita una luce inaccessibile; che nessuno fra gli uomini ha mai visto né può vedere» (1 Tm 6,16). 

Infine l’apostolo annuncia il contenuto essenziale della fede cristiana: Dio vuole che gli uomini, abbandonando le divinità si convertano a lui. Ha stabilito un giudizio su di loro che avverrà tramite Colui che ha risuscitato dai morte. Questo annuncio contraddice il pensiero greco che considera il corpo una prigione dell’anima, da cui conviene liberarsi. 

L’uditorio reagisce in modo scontato. Come accadeva nel mondo giudaico, si divide. Non c’è né trionfalismo, né totale pessimismo. Il dato positivo sta nel fatto che alcuni si convertono, tra loro anche un mebro ragguardevole del Consiglio della città. Il Vangelo comincia a radicarsi anche nella cultura pagana. 

La vita eterna consiste nel conoscere l’unico vero Dio e colui che ha mandato, Gesù Cristo (Gv 17,3). Paolo cerca di introdurre tutti gli uomini in questa conoscenza vitale. Queste persone vengono strappare dall’ignoranza («il mondo non ti ha conosciuto» Cf Gv 17,25) e partecipano alla conoscenza che Gesù ha del Padre: «Io ti ho conosciuto… Ho fatto conoscere il tuo Nome e lo farò conoscere» (Gv 17,26). Dio ama tutti gli uomini come ha amato Gesù («l’amore con il quale mi hai amato sia in essi Cf Gv 17,26)» e vuole rivelarsi a loro. 

Gv 16. 12Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso. 13Quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità, perché non parlerà da se stesso, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annuncerà le cose future. 14Egli mi glorificherà, perché prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà. 15Tutto quello che il Padre possiede è mio; per questo ho detto che prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà. 

Gesù ha trasmesso tutto ciò che sa, ciò che ha visto fare dal Padre ma i discepoli (cioè, in ultima analisi, tutti noi) sono incapaci di accogliere per intero il suo messaggio, di comprenderne la portata e di accettare le sue conseguenze. Spesso i suoi suggerimenti sembrano inacettabili («Chi non porta la propria croce e non viene dietro di me, non può essere mio discepolo» (Lc 14,27), invece ha sempre evitato di caricare gli uomini di pesi insopportabili, come facevano molti maestri, i quali, dopo tutto, cercavano di evitarli (Cf Lc 11,46) e impone a tutti un peso leggero (Mt 11,30). Gli apostoli si mostreranno increduli verso alcune indicazioni di Gesù, come il rifiuto del divorzio e la scelta della verginità (Mt 19,11-12). Egli causerà discordia (Lc 12,51-53) e invitera a passare attraverso la porta stretta (Lc 13,24). I discepoli, in primo luogo, dovranno, in primo luogo, cercare di comprendere il significato profondo della Pasqua di Gesù, un evento che avevano respinto (Cf Lc 18,34) . 

Paolo verificherà che anche i suoi fedeli faticheranno ad apprezzare il suo insegnamento nella sua interezza: «Io, fratelli, sinora non ho potuto parlare a voi come a uomini spirituali, ma come ad esseri carnali, come a neonati in Cristo. Vi ho dato da bere latte, non un nutrimento solido, perché non ne eravate capaci. E neanche ora lo siete; perché siete ancora carnali: dal momento che c'è tra voi invidia e discordia, non siete forse carnali e non vi comportate in maniera tutta umana?» (1 Cor 3, 1-3). 

Dio, da sempre, ha guidato il suo popolo mediante il suo Spirito: «Non inciamparono…, lo spirito del Signore li guidava al riposo. Così tu conducesti il tuo popolo, per farti un nome glorioso» (Is 63,13-14). Lo Spirito insegnerà a comprendere la forza, la profondità e la vitalità dell’insegnamento di Gesù, in modo che almeno alcuni possano capirlo e indurre tutti gli altri ad accoglierlo. «Quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrarono in cuore di uomo, queste ha preparato Dio per coloro che lo amano. Ma a noi Dio le ha rivelate per mezzo dello Spirito; lo Spirito infatti scruta ogni cosa, anche le profondità di Dio. Chi conosce i segreti dell'uomo se non lo spirito dell'uomo che è in lui? Così anche i segreti di Dio nessuno li ha mai potuti conoscere se non lo Spirito di Dio. Ora, noi non abbiamo ricevuto lo spirito del mondo, ma lo Spirito di Dio per conoscere tutto ciò che Dio ci ha donato» (1 Cor 2,9-12). 


Giovedi VI

Atti 18. 1Dopo questi fatti Paolo lasciò Atene e si recò a Corinto. 2Qui trovò un Giudeo di nome Aquila, nativo del Ponto, arrivato poco prima dall’Italia, con la moglie Priscilla, in seguito all’ordine di Claudio che allontanava da Roma tutti i Giudei. Paolo si recò da loro 3e, poiché erano del medesimo mestiere, si stabilì in casa loro e lavorava. Di mestiere, infatti, erano fabbricanti di tende. 4Ogni sabato poi discuteva nella sinagoga e cercava di persuadere Giudei e Greci. 5Quando Sila e Timòteo giunsero dalla Macedonia, Paolo cominciò a dedicarsi tutto alla Parola, testimoniando davanti ai Giudei che Gesù è il Cristo. 6Ma, poiché essi si opponevano e lanciavano ingiurie, egli, scuotendosi le vesti, disse: «Il vostro sangue ricada sul vostro capo: io sono innocente. D’ora in poi me ne andrò dai pagani». 7Se ne andò di là ed entrò nella casa di un tale, di nome Tizio Giusto, uno che venerava Dio, la cui abitazione era accanto alla sinagoga. 8Crispo, capo della sinagoga, credette nel Signore insieme a tutta la sua famiglia; e molti dei Corinzi, ascoltando Paolo, credevano e si facevano battezzare. 

Fondazione della Chiesa di Corinto. Paolo si stabilisce in casa di due giudeo-cristiani, Aquila e Priscilla, espulsi da Roma. Lavorava con loro nel tessere tende (di peli di capra della Cilicia?). Il Vangelo, a Corinto, entra in forma silenziosa e modesta, nella figura di un semplice lavoratore. «Non disprezzare il lavoro faticoso» (Sir 7,15), raccomandava il sapiente. «Voi ricordate infatti, fratelli, il nostro duro lavoro e la nostra fatica: lavorando notte e giorno per non essere di peso ad alcuno di voi, vi abbiamo annunciato il vangelo di Dio. Voi siete testimoni, e lo è anche Dio, che il nostro comportamento verso di voi, che credete, è stato santo, giusto e irreprensibile» (1 Ts 2,9).

L’incontro con i due coniugi fu provvidenziale perché, gradualmente, divennero suoi stretti collaboratori: «Salutate Prisca e Aquila, miei collaboratori in Cristo Gesù. Essi per salvarmi la vita hanno rischiato la loro testa, e a loro non io soltanto sono grato, ma tutte le Chiese del mondo pagano» (Rm 16,3). Tempo dopo, a Roma, ospiteranno nella loro abitazione una Chiesa domestica: «Vi salutano molto nel Signore Aquila e Prisca, con la comunità che si raduna nella loro casa» (1 Cor 16,19).

Nel giorno di Sabato, in Sinagoga, si rivolge ai giudei, ai timorati di Dio e proseliti, che frequentavano il culto ebraico. Cerca di dimostrare la messianicità di Gesù. Dal momento che gli Ebrei respingono questo annuncio, l’apostolo si dedica ai pagani. La conversione inattesa del capo della sinagoga convince molti a credere in Gesù. 

Gv 16 16Un poco e non mi vedrete più; un poco ancora e mi vedrete». 17Allora alcuni dei suoi discepoli dissero tra loro: «Che cos’è questo che ci dice: “Un poco e non mi vedrete; un poco ancora e mi vedrete”, e: “Io me ne vado al Padre”?». 18Dicevano perciò: «Che cos’è questo “un poco”, di cui parla? Non comprendiamo quello che vuol dire». 19Gesù capì che volevano interrogarlo e disse loro: «State indagando tra voi perché ho detto: “Un poco e non mi vedrete; un poco ancora e mi vedrete”? 20In verità, in verità io vi dico: voi piangerete e gemerete, ma il mondo si rallegrerà. Voi sarete nella tristezza, ma la vostra tristezza si cambierà in gioia. 

Il discorso di Gesù tenta di spiegare il sigificato degli avvenimenti pasquali. Egli sarà sottratto ai discepoli con violenza ed essi, per un po di tempo, rimarranno senza il conforto della sua presenza fisica. Tempo dopo, si mostrerà loro da Risorto. La sua presenza non sarà come lo era stata fino al tempo anteriore alla sua passione. Vivrà presso il Padre una vita glorosa ed eterna. Allo smarrimento dei discepoli, Gesù cerca di precisare al meglio la sua parola profetica ma l’evento della Pasqua che sta per compiersi non è comprensibile nel momento del suo svolgersi ma solo, ad esperienza avvenuta, con il sostegno dello Spirito Santo. 


Venerdi VI

Atti 18 9Una notte, in visione, il Signore disse a Paolo: «Non aver paura; continua a parlare e non tacere, 10perché io sono con te e nessuno cercherà di farti del male: in questa città io ho un popolo numeroso». 11Così Paolo si fermò un anno e mezzo, e insegnava fra loro la parola di Dio. 12Mentre Gallione era proconsole dell’Acaia, i Giudei insorsero unanimi contro Paolo e lo condussero davanti al tribunale 13dicendo: «Costui persuade la gente a rendere culto a Dio in modo contrario alla Legge». 14Paolo stava per rispondere, ma Gallione disse ai Giudei: «Se si trattasse di un delitto o di un misfatto, io vi ascolterei, o Giudei, come è giusto. 15Ma se sono questioni di parole o di nomi o della vostra Legge, vedetevela voi: io non voglio essere giudice di queste faccende». 16E li fece cacciare dal tribunale. 17Allora tutti afferrarono Sòstene, capo della sinagoga, e lo percossero davanti al tribunale, ma Gallione non si curava affatto di questo. 18Paolo si trattenne ancora diversi giorni, poi prese congedo dai fratelli e s’imbarcò diretto in Siria, in compagnia di Priscilla e Aquila. A Cencre si era rasato il capo a causa di un voto che aveva fatto. 

Il Risorto appare di nuovo a Paolo allo scopo di farlo rimanere a Corinto, in un luogo che poteva sembrare totalmente ostile al Vangelo. Egli aveva dovuto sopportare enormi fatiche: «Anch’io, fratelli, quando venni tra voi, non mi presentai ad annunciarvi il mistero di Dio con l’eccellenza della parola o della sapienza. Io ritenni infatti di non sapere altro in mezzo a voi se non Gesù Cristo, e Cristo crocifisso. Mi presentai a voi nella debolezza e con molto timore e trepidazione. La mia parola e la mia predicazione non si basarono su discorsi persuasivi di sapienza, ma sulla manifestazione dello Spirito e della sua potenza, perché la vostra fede non fosse fondata sulla sapienza umana, ma sulla potenza di Dio» (1 Cor 2,1-5). 

I giudei accusano Paolo presso il proconsole Gallione ma questi, da persona onesta, non si lascia ingannare. Comprende che i suoi avversari stanno trasferendo un dibattito religioso nel settore politico. Lo stesso farà il procuratore Festo («Gli accusatori gli si misero attorno, ma non addussero nessuna delle imputazioni criminose che io immaginavo; avevano solo con lui alcune questioni relative la loro particolare religione e riguardanti un certo Gesù, morto, che Paolo sosteneva essere ancora in vita. Perplesso di fronte a simili controversie, gli chiesi se voleva andare a Gerusalemme ed esser giudicato là di queste cose…» Cf At 25,18-20). 

Paolo, pazientando, mostra di non voler opporsi all’autorità dello stato perché anche questa appartiene al mondo della creazione, voluto e guidato da Dio. «I governanti infatti non sono da temere quando si fa il bene, ma quando si fa il male. Vuoi non aver da temere l'autorità? Fà il bene e ne avrai lode, poiché essa è al servizio di Dio per il tuo bene» (Rm 13,3). «Chi vi potrà fare del male, se sarete ferventi nel bene? E se anche doveste soffrire per la giustizia, beati voi! Non vi sgomentate per paura di loro, né vi turbate, ma adorate il Signore, Cristo, nei vostri cuori, pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi. Tuttavia questo sia fatto con dolcezza e rispetto, con una retta coscienza, perché nel momento stesso in cui si parla male di voi rimangano svergognati quelli che malignano sulla vostra buona condotta in Cristo» (1 Pt 3,13-16).

L’iniziativa maliziosa contro Paolo si volge a danno dei suoi accusatori. L’intraprendente Sostene riceve violente percosse, forse dalla folla sempre propensa all’ostilità nei confronti degli Ebrei. Gallione non si immischia, comportandosi come Pilato di fronte al tumulto giudaico: «Non sono responsabile…, vedetevela voi!» (Mt 27,24)

L’apostolo conclude il suo soggiorno a Corinto, facendosi accompagnare dai due coniugi incontrati provvidenzialmente e che, ora, diventano suoi collaboratori. 

Gv 16 20In verità, in verità io vi dico: voi piangerete e gemerete, ma il mondo si rallegrerà. Voi sarete nella tristezza, ma la vostra tristezza si cambierà in gioia. 21La donna, quando partorisce, è nel dolore, perché è venuta la sua ora; ma, quando ha dato alla luce il bambino, non si ricorda più della sofferenza, per la gioia che è venuto al mondo un uomo. 22Così anche voi, ora, siete nel dolore; ma vi vedrò di nuovo e il vostro cuore si rallegrerà e nessuno potrà togliervi la vostra gioia. 

Gesù cerca di precisare sempre meglio il contenuto del suo annuncio profetico che ha tanto sgomentato i discepoli. Nell’ora della passione, essi, rammaricati da fatti assai duri, che è quasi impossibile sopportare, proveranno una tristezza angosciante mentre gli avversari di Gesù godranno nella falsa certezza di averlo eliminato per sempre. Tuttavia, in un tempo abbastanza breve, conosceranno una gioia incontenibile (a motivo dell’apparizione a loro del Risorto). Per rassicurare i discepoli, Gesù usa l’immagine della donna partoriente che passa dal dolore acuto ad una gioia esplosiva che dimentica la sofferenza patita. «Si dirà in quel giorno: “Ecco il nostro Dio; in lui abbiamo sperato perché ci salvasse; questi è il Signore in cui abbiamo sperato; rallegriamoci, esultiamo per la sua salvezza”» (Is 25,9).

La gioia dei discepoli per il superamento della morte da parte di Gesù, è come un’anticipazione di quella di cui godrà l’umanità redenta. «Eliminerà la morte per sempre; il Signore Dio asciugherà le lacrime su ogni volto; la condizione disonorevole del suo popolo farà scomparire da tutto il paese, poiché il Signore ha parlato» (Is 25,8).

Nel tempo tra la Risurrezione e il ritorno glorioso del Signore, i cristiani vivranno sentimenti simili (ma non uguali) a quelli provati dagli apostoli dopo la morte di Gesù, prima di rivederlo da risorto. Infatti i cristiani affrontano le prove della fede non dominati dallo sconforto ma già ricolmi di gioia anche nella tribolazione: «Siete ricolmi di gioia, anche se ora dovete essere un pò afflitti da varie prove, perché il valore della vostra fede, molto più preziosa dell'oro, che, pur destinato a perire, tuttavia si prova col fuoco, torni a vostra lode, gloria e onore nella manifestazione di Gesù Cristo: voi lo amate, pur senza averlo visto; e ora senza vederlo credete in lui. Perciò esultate di gioia indicibile e gloriosa, mentre conseguite la mèta della vostra fede, cioè la salvezza delle anime» (1 Pt 1,6-9).

Sabato VI 

At 18. 23Trascorso là un po’ di tempo, partì: percorreva di seguito la regione della Galazia e la Frìgia, confermando tutti i discepoli. 24Arrivò a Èfeso un Giudeo, di nome Apollo, nativo di Alessandria, uomo colto, esperto nelle Scritture. 25Questi era stato istruito nella via del Signore e, con animo ispirato, parlava e insegnava con accuratezza ciò che si riferiva a Gesù, sebbene conoscesse soltanto il battesimo di Giovanni. 26Egli cominciò a parlare con franchezza nella sinagoga. Priscilla e Aquila lo ascoltarono, poi lo presero con sé e gli esposero con maggiore accuratezza la via di Dio. 27Poiché egli desiderava passare in Acaia, i fratelli lo incoraggiarono e scrissero ai discepoli di fargli buona accoglienza. Giunto là, fu molto utile a quelli che, per opera della grazia, erano divenuti credenti. 28Confutava infatti vigorosamente i Giudei, dimostrando pubblicamente attraverso le Scritture che Gesù è il Cristo. 

Vengono riportati eventi che riguardano il terzo viaggio missionario. Riparte di nuovo da Antiochia di Siria e dapprima visita le comunità già evangelizzate ma poi si reca ad Efeso, dove vive il culmine della sua attività evangelizzatrice. 

Il testo riferisce del suo incontro con Apollo. Questi era un giudeo-cristiano colto, itinerante, indipendente da Paolo. Era giunto ad Efeso prima di Paolo. Tuttavia non era ancora formato del tutto e, quindi, bisognoso di completare la sua istruzione, che gli venne impartita dai collaboratori dell’apostolo. L’evangelizzazione di Efeso era cominciata prima dell’arrivo di Paolo (come quella di Roma). Apollo vuole spostarsi a Corinto e viene raccomandato dai fratelli di Efeso, com’era prassi nelle comunità cristiane (Cf 2 Cor 3,1). 

Dopo la sua adesione al Signore, Paolo stesso era stato presentato da Barnaba alla comunità di Gerusalemme ancora diffidente nei suoi confronti: «Venuto a Gerusalemme, cercava di unirsi ai discepoli, ma tutti avevano paura di lui, non credendo che fosse un discepolo. Allora Barnaba lo prese con sé, lo condusse dagli apostoli... Così egli poté stare con loro e andava e veniva in Gerusalemme, predicando apertamente nel nome del Signore» (At 9,26-28). A sua volta l’apostolo si propose di raccomandare alla Chiesa di Gerusalemme le persone che volevano consegnare a quella Chiesa la colletta raccolta in Macedonia e in Grecia (Acaia): «Quando arriverò, quelli che avrete scelto li manderò io con una mia lettera per portare il dono della vostra generosità a Gerusalemme. E se converrà che vada anch'io, essi verranno con me» (1 Cor 16,3-4). 

Il discernimento era sempre necessario: «[I falsi profeti] vengono a voi in veste di pecore, ma dentro sono lupi rapaci» (Mt 7,15). «Perfino in mezzo a voi sorgeranno alcuni a parlare di cose perverse, per attirare i discepoli dietro di sé» (At 20,30). «Non prestate fede ad ogni spirito, ma mettete alla prova gli spiriti, per saggiare se provengono veramente da Dio» (1 Gv 4,1). «Verrà giorno in cui non si sopporterà più la sana dottrina, ma, pur di udire qualcosa, gli uomini si circonderanno di maestri secondo i propri capricci, rifiutando di dare ascolto alla verità per perdersi dietro alle favole» (2 Tm 4,3).

Gv 16 23Quel giorno non mi domanderete più nulla. In verità, in verità io vi dico: se chiederete qualche cosa al Padre nel mio nome, egli ve la darà. 24Finora non avete chiesto nulla nel mio nome. Chiedete e otterrete, perché la vostra gioia sia piena. 25Queste cose ve le ho dette in modo velato, ma viene l’ora in cui non vi parlerò più in modo velato e apertamente vi parlerò del Padre. 26In quel giorno chiederete nel mio nome e non vi dico che pregherò il Padre per voi: 27il Padre stesso infatti vi ama, perché voi avete amato me e avete creduto che io sono uscito da Dio. 28Sono uscito dal Padre e sono venuto nel mondo; ora lascio di nuovo il mondo e vado al Padre». 

v.23 Nel giorno “escatologico” cominciato con la risurrezione e culminante nel glorioso ritorno del Signore, i discepoli comprenderanno il Vangelo in maniera sempre più profonda, senza essere costretti ad interrogare il Maestro ripetutamente, rimanendo inoltre perplessi alle sue risposte. 

v. 24 Chiedere nel Nome di Gesù è fare nostra la sua richiesta al Padre, che santifichi il suo nome e faccia pervenire il suo Regno. Non soltanto in modo generico ma circostanziato, in ogni occasione. «Questa è la fiducia che abbiamo in lui: qualunque cosa gli chiediamo secondo la sua volontà, egli ci ascolta. E se sappiamo che ci ascolta in quello che gli chiediamo, sappiamo di avere già quello che gli abbiamo chiesto» (1 Gv 5,14-15). «Non avete perché non chiedete; chiedete e non ottenete perché chiedete male, per spendere per i vostri piaceri. Gente infedele! Non sapete che amare il mondo è odiare Dio?» (Gc 4,2-4)

v.25 Gesù, nel corso del suo ministero, aveva dovuto riprendere il suo insegnamento e offrire ai discepoli delle spiegazioni più chiare e più dettagliate. Tuttavia, qui, l’intero messaggio del Vangelo è considerato inaccessibile senza l’intervento dello Spirito Santo. Gesù, ora, potrà chiarire sempre meglio le sue parole, potrà persuadere e farle praticare. 

v.26 La mediazione di Cristo sarà talmente efficace da poter “scomparire”. Crescendo nella fede e nell’amore, i discepoli saranno uniti a Cristo così strettamente da partecipare alla sua comunione con il Padre. 


sabato 2 maggio 2026

5 settimana di Pasqua

Gesù per due volte dice: Io sono nel Padre e il Padre è in me. Con queste parole esprime la sua comunione profonda con Dio e la sua uguaglianza con Lui. Gesù non vuole che i discepoli si limitino a considerarlo un Inviato da parte di Dio, magari il più grande, ma vuole che lo considerino uguale al Padre. Devono fare uno scatto in più nella loro convinzione. Dio da Dio, Luce da Luce, Dio vero da Dio vero. 

Gesù afferma di essere una via, una strada che conduce al Padre (non soltanto con il suo insegnamento ma anche per la sua redenzione). Egli lo ha rivelato in modo perfetto (la verità) ed entrare in comunione con il Padre è sperimentare la vera vita. 

Noi tutti siamo con Gesù nel Padre. 

Siamo, allora stirpe eletta, sacerdozio regale, nazione santa, popolo che Dio si è acquistato perché proclami le opere ammirevoli di lui, che ci ha chiamato dalle tenebre alla sua luce meravigliosa. Che significa? Usiamo questa immagine: un re ha potestà su tutto il territorio del suo Regno però possiede anche delle proprietà particolari, private. Queste sono coltivate in modo speciale, in maniera più accurata. Questo vuol dire essere eletta (o scelta); coltivata in modo molto accurato. Nazione santa : santità è separazione, distinzione, allontanamento dalla tenebra e distinta da essa. Siamo anche re e sacerdoti. Perché Re? Perché dominiamo i nostri impulsi nagativi, vinciamo gli istinti malvagi, perché «Colui che è in noi è più forte di colui che è nel mondo» (Cf Gv 4,4), sconfiggiamo ideologie e menzogne. Sacerdozio : assieme alle altre pietre vive che costituiscono la comunità, siamo tempio del Signore e come sacerdoti possiamo offrire a Dio preghiere per tutta l’umanità ma soprattutto offrire a Dio la nostra vita. Quando siamo riuniti per il culto, questo essere un tempio è un fatto visibile ma lo rimaniamo sempre; in ogni giorno ed ogni ora possiamo proclamare l’opera meravigliosa del Signore che in Lui ci rende luminosi a favore di tutti gli altri. 


Domenica V di Pasqua

ATTI 6, 1-7 1In quei giorni, aumentando il numero dei discepoli, quelli di lingua greca mormorarono contro quelli di lingua ebraica perché, nell’assistenza quotidiana, venivano trascurate le loro vedove. 2Allora i Dodici convocarono il gruppo dei discepoli e dissero: «Non è giusto che noi lasciamo da parte la parola di Dio per servire alle mense. 3Dunque, fratelli, cercate fra voi sette uomini di buona reputazione, pieni di Spirito e di sapienza, ai quali affideremo questo incarico. 4Noi, invece, ci dedicheremo alla preghiera e al servizio della Parola». 5Piacque questa proposta a tutto il gruppo e scelsero Stefano, uomo pieno di fede e di Spirito Santo, Filippo, Pròcoro, Nicànore, Timone, Parmenàs e Nicola, un prosèlito di Antiòchia. 6Li presentarono agli apostoli e, dopo aver pregato, imposero loro le mani. 7E la parola di Dio si diffondeva e il numero dei discepoli a Gerusalemme si moltiplicava grandemente; anche una grande moltitudine di sacerdoti aderiva alla fede. 

Gli apostoli ritengono impossibile accollarsi tutti gli impegni della vita ecclesiale. La comunità, adempiendo le prescrizioni bibliche, si prendeva cura degli orfani e delle vedove. «Imparate a fare il bene, soccorrete l’opresso, rendete giustizia all’orfano, difendete la causa della vedove» (Is 1,17). Alcuni familiari le scaricavano sulla comunità: «Onora le vedove, quelle che sono veramente vedove; ma se una vedova ha figli o nipoti, questi imparino prima a praticare la pietà verso quelli della propria famiglia e a rendere il contraccambio ai loro genitori, poiché è gradito a Dio» (1 Tm 5,3-4). 

L’assistenza ordinata alle vedove, tuttavia, richiedeva un dispendio di tempo e di energia tale da ostacolare la predicazione e la preghiera. Gli apostoli chiedono alla comunità di scegliere persone stimate per compiere dei servizi che, fino a quel momento, avevano svolto loro. Già Ietro aveva suggerito a Mosé, aggravato da impegni: «Non va bene quello che fai! Finirai per soccombere, perché il compito è troppo pesante per te; non puoi attendervi da solo» (Es 18,17). Mosè avrebbe dovuto farsi aiutare da persone di provata onestà (Cf Es 18,21). 

Al tempo degli apostoli, nasce, così, un ministero parallelo al loro, costituito da persone che si dedicheranno in gran parte all’evangelizzazione. Riguardo ai diaconi, Paolo darà queste prescrizioni: «I diaconi siano dignitosi, non doppi nel parlare, non dediti al molto vino né avidi di guadagno disonesto, e conservino il mistero della fede in una coscienza pura. Perciò siano prima sottoposti a una prova e poi, se trovati irreprensibili, siano ammessi al loro servizio» (1 Tm 3,8-10).

Istituendo questo nuovo servizio, la Chiesa spegne le tensioni esistenti tra i discepoli di lingua aramaica e quelli di lingua greca (che probabilmente si radunavano in luoghi diversi per motivi linguistici). 

Sull’importanza del dedicarsi alla preghiera: «Pregate inoltre incessantemente con ogni sorta di preghiere e di suppliche nello Spirito, vigilando a questo scopo con ogni perseveranza e pregando per tutti i santi, e anche per me, perché quando apro la bocca mi sia data una parola franca, per far conoscere il mistero del vangelo, del quale sono ambasciatore in catene, e io possa annunziarlo con franchezza come è mio dovere» (Ef 6,18-20). 

Circa l’importanza della predicazione: «Non è infatti per me un vanto predicare il vangelo; è un dovere per me: guai a me se non predicassi il vangelo! Infatti, pur essendo libero da tutti, mi sono fatto servo di tutti per guadagnarne il maggior numero: mi sono fatto Giudeo con i Giudei, per guadagnare i Giudei. Con coloro che non hanno legge sono diventato come uno che è senza legge, pur non essendo senza la legge di Dio, anzi essendo nella legge di Cristo, per guadagnare coloro che sono senza legge. Mi sono fatto debole con i deboli, per guadagnare i deboli; mi sono fatto tutto a tutti, per salvare ad ogni costo qualcuno. Tutto io faccio per il vangelo, per diventarne partecipe con loro» (1 Cor 10).

2 Lettura

1 Pt 2,4-9 4Avvicinandovi a lui, pietra viva, rifiutata dagli uomini ma scelta e preziosa davanti a Dio, 5quali pietre vive siete costruiti anche voi come edificio spirituale, per un sacerdozio santo e per offrire sacrifici spirituali graditi a Dio, mediante Gesù Cristo. 6Si legge infatti nella Scrittura: Ecco, io pongo in Sion una pietra d’angolo, scelta, preziosa, e chi crede in essa non resterà deluso. 7Onore dunque a voi che credete; ma per quelli che non credono la pietra che i costruttori hanno scartato è diventata pietra d’angolo 8e sasso d’inciampo, pietra di scandalo. Essi v’inciampano perché non obbediscono alla Parola. A questo erano destinati. 9Voi invece siete stirpe eletta, sacerdozio regale, nazione santa, popolo che Dio si è acquistato perché proclami le opere ammirevoli di lui, che vi ha chiamato dalle tenebre alla sua luce meravigliosa. 

Gesù Cristo (2,3) è «pietra vivente», rifiutata dagli uomini ma onorata da Dio. Il salmista aveva paragonato il popolo oppresso dai suoi nemici ad una pietra scartata dai costruttori (Sal 118,22, cf Zc 3,9). Nella parabola evangelica dei vignaioli omicidi il salmo è citato applicandolo al figlio che viene rigettato e quindi, implicitamente, a Gesù, respinto dai suoi avversari di Gerusalemme (cfr. Mt 21,42.45). La tradizione della passione adopera il verbo rigettato per descrivere il rifiuto subito dal Cristo (cfr. Mc 8,3 Lc 9,22; 17,25), così nel discorso di Pietro di fronte al Sinedrio di Gerusalemme (cfr. At 4,8-12): «Egli è la pietra respinta da voi costruttori». Qui «costruttori» è sostituito dal termine «uomini»: si esce dalla polemica strettamente antigiudaica estendendo l'accusa a tutti coloro che rigettano Gesù. 

L’opera di costruzione e di consolidamento della comunità è compiuta da Dio. Perseverando nel rapporto con la Pietra Vivente, i credenti condividono la stessa identità di pietre viventi. «In Lui [Cristo] tutta la costruzione cresce ordinata per essere tempio santo nel Signore; in lui anche voi venite edificati insieme per diventare abitazione di Dio per mezzo dello Spirito» (Ef 2,21). «Siete tempio di Dio e lo Spirito di Dio abita in voi. Se uno distrugge il tempio di Dio, Dio distruggerà lui» (1 Cor 3,16). 

La comunità è un luogo abitato da Dio e i suoi membri sono veri sacerdoti che esercitano il culto a Dio: «Voi sarete per me un regno di sacerdoti e una nazione santa» (Es 19,6). «Tu sei un popolo consacrato al Signore» (Dt 14,2). «Hai fatto di loro, per il nostro Dio, un regno e sacerdoti, e regneranno sopra la tera» (Ap 5,9-10). «Per mezzo di lui offriamo a Dio continuamente un sacrificio di lode, cioé il frutto di labbra che confessano il suo nome» (Eb 13,15). I “sacrifici” comportano la glorificazione di Dio con la lode e una condotta di vita onorata e santa: «Vi esorto ad offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio; è questo il vostro culto spirituale» (Rm 12,1; Cf Rm 15,16; Fil 2,17; 2 Tm 4,6). I sacrifici graditi a Dio sono suscitati dallo Spirito ed offerti attraverso la mediazione di Cristo. 

Isaia annuncia che Dio porrà in Sion una pietra sicura, fondamento di giustizia (Is 28,16). È scelta con particolare cura, perché la sua funzione di pietra angolare richiede misura appropriata, robustezza e bellezza. Probabilmente la pietra era un riferimento ad regno fondato sullo stile del re Davide ma nella tradizione israelitica l’oracolo è stato interpretato come messianico. Gesù è la pietra angolare della costruzione della chiesa come edificio eretto sul fondamento degli apostoli e dei Profeti (Ef 2,20-22). 

Gli uomini che non credono in Cristo inciampano nella pietra (Cf Rm 9,33). «Cristo è qui come segno di contraddizione» (Lc 2,34). «Noi annunciamo Cristo crocifisso: scandalo per i Giudei e stoltezza per i pagani» (1 Cor 1,23). 

«A questo erano destinati». Questa formulazione non ha nulla a che vedere con la predestinazione divina dei non credenti alla condanna. Ciò che è predisposto da Dio è che chi rifiuta la parola cada, non la decisione di rifiutarla. «Il Signore degli eserciti, lui solo ritenete santo. Egli sia l’oggetto del vostro timore, della vostra paura. Egli sarà insidia e pietra di ostacolo e scoglio d’inciampo per le due case d’Israele, laccio e trabocchetto per gli abitanti di Gerusalemme. Tra di loro molti inciamperanno, cadranno e si sfracelleranno, saranno presi e catturati (Is 8,13-15). La speranza non è che siano condannati ma che si convertano. 

«Voi invece siete stirpe eletta, sacerdozio regale, nazione santa, popolo che Dio si è acquistato perché proclami le opere ammirevoli di lui, che vi ha chiamato dalle tenebre alla sua luce meravigliosa». 

L'elezione di Israele segna la sua unicità. «Il Signore predilesse soltanto i tuoi padri, li amò e, dopo di loro ha scelto fra tutti i popoli la loro discendenza, cioè voi, come avviene oggi» (Dt 10,15). Quando nel corso della storia si fa appello a tale chiamata da parte di Dio, esso è diretto a una minoranza del popolo o a un resto che si trova emarginato in terra straniera. L'elezione di tale comunità assicurava ad essa la protezione divina nonostante le circostanze sfavorevoli, fornendo forza per resistere all'oppressione. I vari epiteti dell'Antico Israele esprimono delle qualità non individuali, ma comunitarie. 

Applicando questi attributi alla comunità messianica, il nostro autore afferma l'incorporazione dei credenti, in precedenza pagani o israeliti, nel popolo escatologico di Dio. I credenti sono ritratti come destinatari dei favori divini e sono invitati a lodare Dio che li ha fatti suoi. L'elezione Divina non comporta un isolamento in uno spazio circoscritto ma al contrario esige una testimonianza in favore della potenza e della gloria di Dio. 

La lode pubblica della gloria di Dio è descritta con l'espressione sacrifici spirituali. Questa lode può essere intrecciata a quella degli estranei che glorificano Dio per la buona condotta dei credenti. 

La salvezza dei cristiani è descritta come un linguaggio che ricorda i termini utilizzati da Isaia per la liberazione di Israele dalle tenebre dell'Egitto e dell'esilio babilonese. «Il popolo che camminava nelle tenebre ha visto una grande luce» (Is 9,1). «Eravate tenebra, ora siete luce nel Signore» (Ef 5,8). Il Signore disse a Paolo: «Ti libererò dal popolo e dalle nazioni, cui ti mando per aprire loro gli occhi, perché si convertano dalle tenebre alla luce e dal potere di Satana a Dio, e ottengano il perdono dei peccati e l’eredità, in mezzo a coloro che sono stati santificati per la fede in me» (At 26,18). I cristiani sono, dunque, il compimento escatologico di Israele, non un nuovo Popolo. Attraverso la fede in Cristo si è ammessi al popolo santo ed è eletto di Dio, non per discendenza carnale.

 

Vangelo Gv 14,1-12 

Gv 14,1-6 1Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me. 2Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore. Se no, vi avrei mai detto: “Vado a prepararvi un posto”? 3Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi. 4E del luogo dove io vado, conoscete la via». 5Gli disse Tommaso: «Signore, non sappiamo dove vai; come possiamo conoscere la via?». 6Gli disse Gesù: «Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me. 7Se avete conosciuto me, conoscerete anche il Padre mio: fin da ora lo conoscete e lo avete veduto». 8Gli disse Filippo: «Signore, mostraci il Padre e ci basta». 9Gli rispose Gesù: «Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me, ha visto il Padre. Come puoi tu dire: “Mostraci il Padre”? 10Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me? Le parole che io vi dico, non le dico da me stesso; ma il Padre, che rimane in me, compie le sue opere. 11Credete a me: io sono nel Padre e il Padre è in me. Se non altro, credetelo per le opere stesse. 12In verità, in verità io vi dico: chi crede in me, anch’egli compirà le opere che io compio e ne compirà di più grandi di queste, perché io vado al Padre. 13E qualunque cosa chiederete nel mio nome, la farò, perché il Padre sia glorificato nel Figlio. 14Se mi chiederete qualche cosa nel mio nome, io la farò. 

v.1 Superando lo smarrimento della partenza di Gesù da loro, i discepoli devono credere in Gesù proprio come credono in Dio, senza abbandonarsi allo sconforto a motivo della morte in croce di Gesù (1-2). 

v.2 «Casa del Padre non è detta solo la dimora un cui egli inabita, ma anche egli stesso, poiché egli è in se stesso. Ora l’uomo dimora in questo luogo, ossia in Dio, mediante la volontà e l’affetto con la fruizione della carità: “Chi sta nella carità sta in Dio e Dio in lui“ (1 Gv 4,16)» (To 582-583). «Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore». Così immaginava la gente del tempo. L'immagine popolare dell'aldilà era legata a un determinato numero di posti, nei quali la gente sarebbe stata alloggiata in base alle virtù e ai vizi della loro vita sulla terra. Le molte dimore sono le varie partecipazioni alla sua beatitudine perché «chi ha il cuore più fervente di amore di dio, godrà maggiormente della fruizione divina» (To 543. 545). [TO= Tommaso d'Aquino]

v.3 Il Signore ritorna (erchomai) presso i discepoli da Risorto e li prenderà con sé (paralempsomai) nel suo glorioso ritorno. Il cristiano ha un posto assicurato nella vita eterna, perché sarà con Cristo. Lo stesso Signore, come dice l'apostolo, ci verrà incontro e così saremo sempre con Lui (1 Ts 4,16-17).

v.6-7 Qual è la via al Regno? Il quarto Vangelo rispondete decisamente: «Io sono la via, la verità è la vita». Mediante la sua stessa morte, Cristo apre una strada che permette di accedere alla realtà divina (verità) e, attraverso di essa, alla vita in pienezza. Il Crocifisso è il passaggio obbligato ch conduce a Dio

v.8-9 Gesù parla spesso della relazione col Padre, della sua unione con lui. I discepoli, rappresentati ora da Filippo, vorrebbero qualcosa di immediato una visione diretta del Padre. Ora questa visione di Dio si raggiunge attraverso Gesù. Gesù è il Figlio di Dio, trasparente al Padre. Nella vita di obbedienza a lui, compie il programma che Dio gli ha assegnato, il piano d'amore che ha sull'uomo per comunicargli la vita. Ne consegue che, nella misura in cui cresce la conoscenza di Gesù, crescerà la conoscenza e la visione di Dio. Perciò la richiesta di Filippo era fuori posto, perché stava a indicare che non aveva compreso la relazione esistente tra Gesù e il Padre. Attraverso i segni dati da lui offerti, i discepoli hanno contemplato la sua gloria ma credere che Egli e il Padre sono la stessa cosa è un passo ulteriore. Gesù vuole condurli a un livello superiore e confessino la sua piena uguaglianza con il Padre. 

v.10 L’evangelista usa la “formula dell'immanenza”: Io sono nel Padre e il Padre è in me. Questa formula si muove sul piano metaforico: come può una persona essere in un'altra? Con l’amore, con l'identità di pensiero, di sentire e di operare. Gesù è nel Padre in questo senso. Questa mutua immanenza del Padre e del Figlio non è raggiungibile se non con la fede. 

vv. 12-14 Quello che è stato affermato di Gesù deve essere applicato anche al cristiano. Come il Padre è nel Figlio così deve essere anche nel credente. Se il Padre è nel credente, può anche operare attraverso di lui, come operò per mezzo del Cristo. Può persino operare cose maggiori, perché ciò che ottiene è il risultato della morte redentrice di Gesù. 

Il lavoro dei credenti, della chiesa, è riportare altri uomini a Dio. Queste opere saranno compiute principalmente attraverso la preghiera. Gesù non promette l’esaudimento di tutte le richieste immaginabili ma solo quelle preghiere che sono in profonda comunione con lui e la sua missione salvifica. Il credente autentico invoca la manifestazione della santità di Dio nel mondo e questa sua richiesta viene esaudita. 

Lunedi V

At 14,5-18. [A Iconio] ci fu un tentativo dei pagani e dei Giudei con i loro capi di aggredirli e lapidarli, 6essi lo vennero a sapere e fuggirono nelle città della Licaònia, Listra e Derbe, e nei dintorni, 7e là andavano evangelizzando. 8C’era a Listra un uomo paralizzato alle gambe, storpio sin dalla nascita, che non aveva mai camminato. 9Egli ascoltava Paolo mentre parlava e questi, fissandolo con lo sguardo e vedendo che aveva fede di essere salvato, 10disse a gran voce: «Àlzati, ritto in piedi!». Egli balzò in piedi e si mise a camminare. 11La gente allora, al vedere ciò che Paolo aveva fatto, si mise a gridare, dicendo, in dialetto licaònio: «Gli dèi sono scesi tra noi in figura umana!». 12E chiamavano Bàrnaba «Zeus» e Paolo «Hermes», perché era lui a parlare. 13Intanto il sacerdote di Zeus, il cui tempio era all’ingresso della città, recando alle porte tori e corone, voleva offrire un sacrificio insieme alla folla. 14Sentendo ciò, gli apostoli Bàrnaba e Paolo si strapparono le vesti e si precipitarono tra la folla, gridando: 15«Uomini, perché fate questo? Anche noi siamo esseri umani, mortali come voi, e vi annunciamo che dovete convertirvi da queste vanità al Dio vivente, che ha fatto il cielo, la terra, il mare e tutte le cose che in essi si trovano. 16Egli, nelle generazioni passate, ha lasciato che tutte le genti seguissero la loro strada; 17ma non ha cessato di dar prova di sé beneficando, concedendovi dal cielo piogge per stagioni ricche di frutti e dandovi cibo in abbondanza per la letizia dei vostri cuori». 18E così dicendo, riuscirono a fatica a far desistere la folla dall’offrire loro un sacrificio.  

A Iconio, gli evangelizzatori vengono aggrediti da pagani e da giudei. La lapidazione era,spesso, la sorte dei profeti: «Gerusalemme che lapidi quelli che ti sono inviati…» (Mt 23,37). Essi fuggono altrove, seguendo il consiglio di Gesù: «Quando vi perseguiteranno in una città, fuggite in un’altra» (Mt 10,23). La Parola non può essere incatenata (Cf 2 Tm 2,9).

A Listra, Paolo guarisce uno storpio (come aveva fatto Pietro a Gerusalemme Cf At 3,6). Questi si comporta come un modello di fede per l’attenzione prestata alla predicazione dell’apostolo. Imita la fede del centurione (Mt 8,10) e quella della donna cananea (Mt 15,28), che suscitarono l’ammirazione di Gesù stesso. 

Gli apostoli si oppongono fortemente alla folla di pagani che li scambiano per divinità. All’epoca c’erano persone dedite alla magia che compivano opere strabilianti come Simon Mago (At 8,9-11). Più tardi, giunto a Malta, Paolo, per essere scampato dalla morte in seguito al morso d’una vipera, verrà considerato dagli abitanti come un dio (At 28,6). Paolo improvvisa il discorso e sottolinea che l’unico vero Dio è il Creatore del mondo il quale ha continuato a prendersi cura di tutti gli uomini e continua a provvedere loro. Secondo il profeta, gli Israeliti avrebbero dovuto dire: «Temiamo il Signore, nostro Dio che elargisce la pioggia d’autunno e quella di primavera a suo tempo.. ha fissato le settimane per la messe e ce le mantiene costanti» (Ger 5,24). «Ciò che di Dio si può conoscere è loro [ai pagani] manifesto; Dio stesso lo ha loro manifestato. Infatti, dalla creazione del mondo in poi, le sue perfezioni invisibili possono essere contemplate con l'intelletto nelle opere da lui compiute, come la sua eterna potenza e divinità; essi sono dunque inescusabili, perché, pur conoscendo Dio, non gli hanno dato gloria né gli hanno reso grazie come a Dio» (Rm 119-21). 

Con grande difficoltà trattengono la folla dal compiere una pazzia, come Gesù cercò di opporsi alla folla che voleva farlo re (Gv 6,15). 

Gv 14,21-26 21Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi ama. Chi ama me sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui». 22Gli disse Giuda, non l’Iscariota: «Signore, come è accaduto che devi manifestarti a noi, e non al mondo?». 23Gli rispose Gesù: «Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui. 24Chi non mi ama, non osserva le mie parole; e la parola che voi ascoltate non è mia, ma del Padre che mi ha mandato. 25Vi ho detto queste cose mentre sono ancora presso di voi. 26Ma il Paràclito, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto.

Amare è osservare. Come è possibile che i futuri discepoli di Gesù, i quali non lo hanno mai visto, lo amino? Osservando i suoi comandi, oppure osservando la sua parola! Non solo attenzione ai vari precetti ma all’insieme della rivelazione che è Parola di Dio. 

L’assenza fisica di Gesù non è un abbandono. I discepoli non potranno vederlo fisicamente ma, se lo ameranno, potranno godere della sua manifestazione. Gesù non evita la domanda di Giuda (le obiezioni degli apostoli sono anche gli interrogativi della comunità all’evangelista), ma lo induce a riflettere con maggiore profondità accogliendo la nuova notizia che ora gli espone: non solo Gesù si manifesterà al discepolo, ma verrà presso di lui assieme al Padre e dimorerà in lui. Non solo i discepoli a dover innalzarsi alle dimore celesti, ma sarà Dio stesso a scendere presso di loro. 

Il tempo di Gesù sta per concludersi ed Egli invierà un altro Consolatore al suo posto, grazie alla sua intercessione presso il Padre. Lo Spirito insegnerà, interpretando ed attualizzando le sue parole. 

Martedi V

Atti 14,19-28 19 Giunsero da Antiòchia e da Icònio alcuni Giudei, i quali persuasero la folla. Essi lapidarono Paolo e lo trascinarono fuori della città, credendolo morto. Allora gli si fecero attorno i discepoli ed egli si alzò ed entrò in città. Il giorno dopo partì con Bàrnaba alla volta di Derbe. 21Dopo aver annunciato il Vangelo a quella città e aver fatto un numero considerevole di discepoli, ritornarono a Listra, Icònio e Antiòchia, 22confermando i discepoli ed esortandoli a restare saldi nella fede «perché – dicevano – dobbiamo entrare nel regno di Dio attraverso molte tribolazioni». 23Designarono quindi per loro in ogni Chiesa alcuni anziani e, dopo avere pregato e digiunato, li affidarono al Signore, nel quale avevano creduto. 24Attraversata poi la Pisìdia, raggiunsero la Panfìlia 25e, dopo avere proclamato la Parola a Perge, scesero ad Attàlia; 26di qui fecero vela per Antiòchia, là dove erano stati affidati alla grazia di Dio per l’opera che avevano compiuto. 27Appena arrivati, riunirono la Chiesa e riferirono tutto quello che Dio aveva fatto per mezzo loro e come avesse aperto ai pagani la porta della fede. 28E si fermarono per non poco tempo insieme ai discepoli.  

Dopo il trionfo, ecco un tentativo di uccisione da parte dei giudei, dal quale i missionari si salvano per grazia: «Abbiamo ricevuto su di noi la sentenza di morte per imparare a non riporre fiducia in noi stessi, ma nel Dio che risuscita i morti» (2 Cor 1,9; Ap 11,10-12). «Del resto, tutti quelli che vogliono vivere piamente in Cristo Gesù saranno perseguitati» (2 Tm 3,12). Scrivendo a Timoteo, Paolo ricorderà questi fatti: «Tu mi hai seguito da vicino nell'insegnamento, nella condotta, nei propositi, nella fede, nella magnanimità, nell'amore del prossimo, nella pazienza, nelle persecuzioni, nelle sofferenze, come quelle che incontrai ad Antiochia, a Icònio e a Listri. Tu sai bene quali persecuzioni ho sofferto. Eppure il Signore mi ha liberato da tutte» (2 Tm 3,10-12). Conoscerà questa ed altre situazioni simili: «[Sono ministro di Cristo] molto di più nelle fatiche, molto di più nelle prigionie, infinitamente di più nelle percosse, spesso in pericolo di morte. Cinque volte dai Giudei ho ricevuto i trentanove colpi; una volta sono stato lapidato. Viaggi innumerevoli…» (2 Cor 11,25). 

Ormai pensano di ritornare ad Antiochia di Siria, la loro comunità di partenza ma, prima di recarsi là, vogliono incontrare un’ultima volta i discepoli delle città in cui erano passati per consolidarli. Soprattutto chiedono a loro di restare perseveranti nella fede nell’incontrare l’opposizione dell’ambiente circostante. «Noi possiamo gloriarci di voi nelle Chiese di Dio, per la vostra fermezza e per la vostra fede in tutte le persecuzioni e tribolazioni che sopportate. Questo è un segno del giusto giudizio di Dio, che vi proclamerà degni di quel regno di Dio, per il quale ora soffrite» (“ Tm 1,4-5). 

Ritengono opportuno creare, per ogni comunità, un collegio di responsabili, ad imitazione della Chiesa di Gerusalemme che si ispirava, a sua volta, all’uso ebraico. «I presbiteri che esercitano bene la presidenza siano trattati con doppio onore, soprattutto quelli che si affaticano nella predicazione e nell’insegnamento» (1Tm 5-17). Giunti ad Antiochia radunano l’intera comunità per far conoscere l’azione di Dio che aveva deciso di chiamare alla fede in Cristo anche numerosi pagani. Non tutti i giudeo-cristiani saranno disponibili ad accogliere questa novità. 

Gv 14,27-31 27Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi. Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore. 28Avete udito che vi ho detto: “Vado e tornerò da voi”. Se mi amaste, vi rallegrereste che io vado al Padre, perché il Padre è più grande di me. 29Ve l’ho detto ora, prima che avvenga, perché, quando avverrà, voi crediate. 30Non parlerò più a lungo con voi, perché viene il principe del mondo; contro di me non può nulla, 31ma bisogna che il mondo sappia che io amo il Padre, e come il Padre mi ha comandato, così io agisco.

Gesù lascia e dona la sua pace, un dono sempre attuale e infinito. La pace è l’insieme dei beni definitivi (messianici, escatologici) di Dio. La pace è un bene che soltanto il Signore può donare. Essa è opposta alla falsa pace proposta dal mondo, come era stata predicata dai falsi profeti. 

Consapevoli di questo, i discepoli possono vincere lo sgomento e la paura, prima della morte e, poi, dell’assenza fisica di Gesù. Non dovranno sgomentarsi perché egli, entrando in una sfera divina, presso il Padre, potrà essere ancora più vicino a loro ed allora verificheranno la verità della sua promessa. 

Oramai non può più intrattenersi con loro più a lungo perché deve affrontare la passione istigata dal diavolo. Questi non potrà fare di più di ciò che gli verrà permesso di fare e, perciò, non distruggerà la missione di Gesù. Anzi il Maestro potrà mostrare a tutti che Egli ama il Padre, fino a tal segno. 


Mercoledi V

Atti 15 1Ora alcuni, venuti dalla Giudea, insegnavano ai fratelli: «Se non vi fate circoncidere secondo l’usanza di Mosè, non potete essere salvati». 2Poiché Paolo e Bàrnaba dissentivano e discutevano animatamente contro costoro, fu stabilito che Paolo e Bàrnaba e alcuni altri di loro salissero a Gerusalemme dagli apostoli e dagli anziani per tale questione. 3Essi dunque, provveduti del necessario dalla Chiesa, attraversarono la Fenicia e la Samaria, raccontando la conversione dei pagani e suscitando grande gioia in tutti i fratelli. 4Giunti poi a Gerusalemme, furono ricevuti dalla Chiesa, dagli apostoli e dagli anziani, e riferirono quali grandi cose Dio aveva compiuto per mezzo loro. 5Ma si alzarono alcuni della setta dei farisei, che erano diventati credenti, affermando: «È necessario circonciderli e ordinare loro di osservare la legge di Mosè». 6Allora si riunirono gli apostoli e gli anziani per esaminare questo problema. 

Un gruppo di giudeo-cristiani ritengono necessario che i pagani convertiti a Cristo, prima di ricevere il Battesimo, si facciano circoncidere per aderire all’ebraismo. Soltanto gli Ebrei, a loro parere, potevano farsi battezzare. La richiesta scompaginò la Chiesa di Antiochia, che comprendeva un numero considerevole di pagani già battezzati. Una delegazione di questa comunità si recò a Gerusalemme presso gli apostoli per affrontare la questione, mentre facevano conoscere a tutte le comunità della regione la grande novità della conversione dei pagani. 

«Andai a Gerusalemme in compagnia di Barnaba, portando con me anche Tito: vi andai però in seguito ad una rivelazione. Esposi loro il vangelo che io predico tra i pagani, ma lo esposi privatamente alle persone più ragguardevoli, per non trovarmi nel rischio di correre o di aver corso invano. Ora neppure Tito, che era con me, sebbene fosse greco, fu obbligato a farsi circoncidere» (Gal 2,1-3). 

In pratica, i giudeo-cristiani davano un'importanza maggiore alla Legge di Mosè rispetto a Gesù e alla nuova situazione creata dalla sua redenzione. Anni dopo, scrivendo ai Filippesi, Paolo mette a fuoco la questione. Dichiara di aver compreso che la conoscenza di Gesù è incomparabile rispetto alla pratica del giudaismo: «Circonciso l'ottavo giorno, della stirpe d'Israele, della tribù di Beniamino, ebreo da Ebrei, fariseo quanto alla legge; quanto a zelo, persecutore della Chiesa; irreprensibile quanto alla giustizia che deriva dall'osservanza della legge. Ma quello che poteva essere per me un guadagno, l'ho considerato una perdita a motivo di Cristo. Anzi, tutto ormai io reputo una perdita di fronte alla sublimità della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore, per il quale ho lasciato perdere tutte queste cose e le considero come spazzatura, al fine di guadagnare Cristo» (Fil 3,5-7). 

Gv 15,1-8 1«Io sono la vite vera e il Padre mio è l’agricoltore. 2Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo taglia, e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto. 3Voi siete già puri, a causa della parola che vi ho annunciato. 4Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può portare frutto da se stesso se non rimane nella vite, così neanche voi se non rimanete in me. 5Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto, perché senza di me non potete far nulla. 6Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e secca; poi lo raccolgono, lo gettano nel fuoco e lo bruciano. 7Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quello che volete e vi sarà fatto. 8In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli.

La vite è un solo ceppo, anche se composta da molti tralci. Cristo è un singolo ma presenta una dimensione collettiva. Egli porta a pienezza il compito che era stato affidato ad Israele, la vigna prediletta da Dio dall’antichità. Il Padre si prende cura di questa vite e così a portare frutto è Cristo per opera di Dio. Rimanere in Cristo è la causa della santificazione. «Chi rimane in me col credere, con l’obbedire e col perseverare, e io rimango in lui con la mia illuminazione, con l’aiuto e col dono della perseveranza, lui (e non altri), fa molto frutto» (TO 741). 

I tralci secchi vengono recisi e quelli nuovi potati per rinvigorire la pianta. In altri termini, «alcuni rimangono uniti a Cristo solo per fede, ma senza partecipare alla linfa della vite, perché privi della carità» (TO 743). «La vostra carità si arricchisca sempre più in conoscenza e in ogni genere di discernimento, perché possiate distinguere sempre il meglio ed essere integri e irreprensibili per il giorno di Cristo, ricolmi di quei frutti di giustizia che si ottengono per mezzo di Gesù Cristo, a gloria e lode di Dio» (Fil 1,9-11).

A potare è Dio stesso che si serve della parola del Figlio. 

I discepoli devono rimanere uniti a Gesù, affinchè Egli possa rimanere unito a loro; solo così potranno portare drutto. «Camminate nel Signore Gesù, come l’avete ricevuto» (Col 2,6). «Tutto posso in colui che mi dà forza» (Fil 4,13).  Il tralcio, di per sé, non può scegliere di staccarsi dalla vite mentre il discepolo può separasi da Cristo e dalla comunità ma allora sperimentare la sua nullità. 

Rimanere in Cristo equivale a rimanere nelle sue parole. «Rimangono in noi le parole di Cristo quando facciamo ciò che ci comanda e amiamo quanto ci ha promesso» (TO 747). Allora il discepolo verrà esaudito nelle sue richieste: «La Parola di Dio creduta e meditata ci insegna a chiedere le cose che sono necessarie alla salvezza» (TO 747). Il Padre viene glorificato quando gli uomini producono frutto abbondante. 

Giovedi V

Atti 15,7-21 7Sorta una grande discussione, Pietro si alzò e disse loro: «Fratelli, voi sapete che, già da molto tempo, Dio in mezzo a voi ha scelto che per bocca mia le nazioni ascoltino la parola del Vangelo e vengano alla fede. 8E Dio, che conosce i cuori, ha dato testimonianza in loro favore, concedendo anche a loro lo Spirito Santo, come a noi; 9e non ha fatto alcuna discriminazione tra noi e loro, purificando i loro cuori con la fede. 10Ora dunque, perché tentate Dio, imponendo sul collo dei discepoli un giogo che né i nostri padri né noi siamo stati in grado di portare? 11Noi invece crediamo che per la grazia del Signore Gesù siamo salvati, così come loro». 12Tutta l’assemblea tacque e stettero ad ascoltare Bàrnaba e Paolo che riferivano quali grandi segni e prodigi Dio aveva compiuto tra le nazioni per mezzo loro. 13Quando essi ebbero finito di parlare, Giacomo prese la parola e disse: «Fratelli, ascoltatemi. 14Simone ha riferito come fin da principio Dio ha voluto scegliere dalle genti un popolo per il suo nome. 15Con questo si accordano le parole dei profeti, come sta scritto: 16Dopo queste cose ritornerò e riedificherò la tenda di Davide, che era caduta; ne riedificherò le rovine e la rialzerò, 17perché cerchino il Signore anche gli altri uomini i e tutte le genti sulle quali è stato invocato il mio nome, dice il Signore, che fa queste cose, 18note da sempre. 19Per questo io ritengo che non si debbano importunare quelli che dalle nazioni si convertono a Dio, 20ma solo che si ordini loro di astenersi dalla contaminazione con gli idoli, dalle unioni illegittime, dagli animali soffocati e dal sangue. 21Fin dai tempi antichi, infatti, Mosè ha chi lo predica in ogni città, poiché viene letto ogni sabato nelle sinagoghe».  

Il testo riporta dapprima l’intervento di Pietro, capo dei Dodici e poi quello di Giacomo responsabile della Chiesa giudeo-cristiana di Gerusalemme. Pietro non parla del viaggio missionario di Barnaba e Paolo ma ricorda la vicenda del Battesimo di Cornelio, il fatto decisivo che ha aperto l’evangelizzazione ai pagani. In quella circostanza lo Spirito si era manifestato in modo palese e quindi non bisogna ora opporsi al volere di Dio. Compare una critica alla Legge che però non corrisponde alla riflessione completa del Nuovo Testamento su questo argomento. Gli uomini non sono stati capaci di osservarla e, per questo, è diventata un peso troppo grave. La grazia di Gesù, al contrario, consente di viverla. Sono argomenti sviluppati nelle lettere di Paolo. 

Barnaba e Paolo espongono i frutti della loro attività missionaria. Infine interviene Giacomo, «fratello del Signore», l’apostolo molto stimato da parte dei giudeo-cristiani. Riassume l’intervento di Pietro e lo consolida con una citazione dell’Antico Testamento: Dio, facendo risorgere Gesù, ha fatto rivivere la dinastia (o tenda) di Davide ed ora questi chiama a sé tutti i popoli. 

L’assemblea, infine, decide a favore dell’ingresso dei pagani nella Chiesa, senza obbligarli alla circoncisione. L’evento Cristo ha superato l’evento della Legge mosaica. «Cristo ci ha liberati perché restassimo liberi; state dunque saldi e non lasciatevi imporre di nuovo il giogo della schiavitù. Ecco, io Paolo vi dico: se vi fate circoncidere, Cristo non vi gioverà nulla. E dichiaro ancora una volta a chiunque si fa circoncidere che egli è obbligato ad osservare tutta quanta la legge. Non avete più nulla a che fare con Cristo voi che cercate la giustificazione nella legge; siete decaduti dalla grazia. Noi infatti per virtù dello Spirito, attendiamo dalla fede la giustificazione che speriamo. Poiché in Cristo Gesù non è la circoncisione che conta o la non circoncisione, ma la fede che opera per mezzo della carità» (Gal 5,1-6). 

Gv 15,9-11 9Come il Padre ha amato me, anche io ho amato voi. Rimanete nel mio amore. 10Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore. 11Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena. 

v. 9. I discepoli sono amati da Dio come era stato amato il Figlio stesso, «li ha amati in una maniera consimile, cioè perché diventassero dèi mediante la partecipazione della grazia» (TO 755), «ci ha donato beni grandissimi e preziosi perché diventassimo partecipi della natura divina» (2 Pt 1,4). «Il fatto di rimanere in Cristo deriva a noi dalla sua grazia. Tutte le nostre opere buone sono nostre in virtù del beneficio dell’amore divino» (TO 753). 

Rimanere nell’amore è perseverare nel lasciarsi amare ma questo fatto è vero se si rimane costanti nell’amare. L’osservanza dei comandamenti è la prova che si è rimasti all’interno della corrente d’amore che ci ha investiti (più che una condizione per essere amati). «l’osservanza dei comandamenti è effetto dell’amore di Dio: non solo del nostro amore per lui, ma anche dell’amore che egli ha per noi. Infatti proprio perché ci ama, ci muove e ci aiuta ad adempiere i suoi precetti, che non possiamo osservare senza la grazia» (TO 757). 

Nell’assomigliare sempre più a Cristo, il discepolo sperimenta una gioia profonda. «Il Signore vuole che con l’osservanza dei suoi comandamenti noi diveniamo partecipi della sua gioia» (TO 761). «Nell’Onnipotente troverai ogni delizia» (Gb 22,26). 

Venerdi V

 At 15. 22Agli apostoli e agli anziani, con tutta la Chiesa, parve bene allora di scegliere alcuni di loro e di inviarli ad Antiòchia insieme a Paolo e Bàrnaba: Giuda, chiamato Barsabba, e Sila, uomini di grande autorità tra i fratelli. 23E inviarono tramite loro questo scritto: «Gli apostoli e gli anziani, vostri fratelli, ai fratelli di Antiòchia, di Siria e di Cilìcia, che provengono dai pagani, salute! 24Abbiamo saputo che alcuni di noi, ai quali non avevamo dato nessun incarico, sono venuti a turbarvi con discorsi che hanno sconvolto i vostri animi. 25Ci è parso bene perciò, tutti d’accordo, di scegliere alcune persone e inviarle a voi insieme ai nostri carissimi Bàrnaba e Paolo, 26uomini che hanno rischiato la loro vita per il nome del nostro Signore Gesù Cristo. 27Abbiamo dunque mandato Giuda e Sila, che vi riferiranno anch’essi, a voce, queste stesse cose. 28È parso bene, infatti, allo Spirito Santo e a noi, di non imporvi altro obbligo al di fuori di queste cose necessarie: 29astenersi dalle carni offerte agli idoli, dal sangue, dagli animali soffocati e dalle unioni illegittime. Farete cosa buona a stare lontani da queste cose. State bene!». 30Quelli allora si congedarono e scesero ad Antiòchia; riunita l’assemblea, consegnarono la lettera. 31Quando l’ebbero letta, si rallegrarono per l’incoraggiamento che infondeva. 

L’assemblea di Gerusalemme rende note alla Chiesa di Antiochia (e a quelle limitrofe), le decisioni prese ed invia anche uno scritto. La lettera viene portata e accompagnata da persone stimate. L’epistolario è una forma di dialogo fraterno. 

Lo scritto precisa che coloro che avevano provocato turbamento nella comunità non erano stati inviati dalla Chiesa ma avevano seguito un’istanza personale impropria. Tesse un giusto elogio nei confronti dei due missionari, Barnaba e Paolo che avevano diffuso il Vangelo tra i pagani, ed erano stati contestati dai giudeo cristiani più radicali. Comunica il risultato del confronto (che aveva avuto anche toni accesi). Il convincimento conclusivo viene considerato ispirato dallo Spirito: i pagani che erano stati battezzati possono continuare con gioia il cammino della fede senza dover sottomettersi alle tradizioni ebraiche. 

La lettera contiene delle indicazioni (imposte successivamente?) necessarie per favorire la comunione tra giudeo-cristiani e etnocristiani. [Le quattro esigenze si ritrovano pressappoco nei precetti di Noé che, secondo l’interpretazione rabbinica, vincolavano pagani e giudei. Sarà necessario evitare di consumare carni provenienti dai sacrifici pagani, e carni di animali soffocati; evitare le unioni illegittime, non consumare sangue degli animali uccisi]. 

Non si tratta di leggi necessarie per la salvezza ma di norme pratiche atte a consentire il rasserenamento delle comunità. «Sono persuaso nel Signore Gesù, che nulla è immondo in se stesso; ma se uno ritiene qualcosa come immondo, per lui è immondo. Ora se per il tuo cibo il tuo fratello resta turbato, tu non ti comporti più secondo carità. Guardati perciò dal rovinare con il tuo cibo uno per il quale Cristo è morto! Diamoci dunque alle opere della pace e alla edificazione vicendevole. Non distruggere l'opera di Dio per una questione di cibo!» (Rm 14,14-15.19-20)

«Quanto al mangiare le carni immolate agli idoli, noi sappiamo che non esiste alcun idolo al mondo e che non c'è che un Dio solo. Ma non tutti hanno questa scienza; alcuni, per la consuetudine avuta fino al presente con gli idoli, mangiano le carni come se fossero davvero immolate agli idoli, e così la loro coscienza, debole com'è, resta contaminata. Se uno infatti vede te, che hai la scienza, stare a convito in un tempio di idoli, la coscienza di quest'uomo debole non sarà forse spinta a mangiare le carni immolate agli idoli? Ed ecco, per la tua scienza, va in rovina il debole, un fratello per il quale Cristo è morto! Peccando così contro i fratelli e ferendo la loro coscienza debole, voi peccate contro Cristo. Per questo, se un cibo scandalizza il mio fratello, non mangerò mai più carne, per non dare scandalo al mio fratello» (1 Cor 8,4.7.10-13).

Gv 15, 12-17 Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi. 13Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici. 14Voi siete miei amici, se fate ciò che io vi comando. 15Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamato amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre mio l’ho fatto conoscere a voi. 16Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga; perché tutto quello che chiederete al Padre nel mio nome, ve lo conceda. 17Questo vi comando: che vi amiate gli uni gli altri. 

Tutti i comandamenti confluiscono nell’unico precetto dell’amore verso il prossimo. «Chi ama il prossimo ha adempiuto la legge» (Rm 13,8). Gesù «in noi non amò altro che Dio e in ordine a Dio» (TO 763). L’evangelista pensa al fratello che ci sta accanto per impedire che un amore rivolto ad una generalità astratta finisca col diventare nullo. 

L’espressione massima della benevolenza è donare la vita per gli altri amici (ma questo non significa che il cristiano debba amare soltanto gli amici). «Cristo diede la sua vita per noi nemici non in quanto nemici, ossia così che restassimo nemici, ma per renderci suoi amici. Gli uomini erano amici in quanto amati» (TO 765)

Gli amici di Gesù sono le persone che, accogliendo la rivelazione dell’amore, osservano i comandamenti, come erano amici di Dio i giusti che camminavano nella via di Dio (v.14). Per rimanere nell’amicizia con Gesù, è necessario imitare la sua donazione gratuita. «Si deve però notare che l’osservanza dei comandamenti non è la causa dell’amicizia di Dio, ma ne è il segno: è segno, cioè; che Dio ci ama e che noi amiamo Dio» (TO 769). 

Tutta l’opera rivelatrice di Gesù è stata il tentativo di farci passare dalla condizione di servi a quella di amici ma chi è diventato suo vero amico, accettta di farsi servo del prossimo. «Lo schiavo non agisce a proprio vantaggio, ma a vantaggio del padrone; né agisce per volontà propria, bensì per quella del padrone, e quasi per costrizione. Chi è libero opera per se stesso come per un fine, e agisce da solo, perché mosso ad agire dalla propria volontà. Gli Apostoli erano mossi da se stessi a compiere opere buone, cioè dalla propria volontà sospinta dall’amore» (TO 773). 

Il gruppo dei discepoli non è sorto per affinità elettiva ma per opera di Gesù, il quale li ha scelti per una sua libera iniziativa ma ora dovranno andare oltre questa cerchia per introdurre molti altri in essa. «C’è l’amore eterno cl quale siamo stati predestinati e c’è l’amore che si esplica nel tempo, con il quale siamo chiamati da lui» (TO 779). Non c’è nulla che preceda come causa la scelta di Dio perché tutti i beni vengono a noi da Dio» (TO 781). 

Di nuovo la preghierà è di capitale rilevanza purchè l’orante desideri partecipare alla missione di Gesù e chieda il suo compimento.

Sabato V

Atti 16,1-10. 1Paolo si recò anche a Derbe e a Listra. Vi era qui un discepolo chiamato Timòteo, figlio di una donna giudea credente e di padre greco: 2era assai stimato dai fratelli di Listra e di Icònio. 3Paolo volle che partisse con lui, lo prese e lo fece circoncidere a motivo dei Giudei che si trovavano in quelle regioni: tutti infatti sapevano che suo padre era greco. 4Percorrendo le città, trasmettevano loro le decisioni prese dagli apostoli e dagli anziani di Gerusalemme, perché le osservassero. 5Le Chiese intanto andavano fortificandosi nella fede e crescevano di numero ogni giorno. 6Attraversarono quindi la Frìgia e la regione della Galazia, poiché lo Spirito Santo aveva impedito loro di proclamare la Parola nella provincia di Asia. 7Giunti verso la Mìsia, cercavano di passare in Bitìnia, ma lo Spirito di Gesù non lo permise loro; 8così, lasciata da parte la Mìsia, scesero a Tròade. 9Durante la notte apparve a Paolo una visione: era un Macèdone che lo supplicava: «Vieni in Macedonia e aiutaci!». 10Dopo che ebbe questa visione, subito cercammo di partire per la Macedonia, ritenendo che Dio ci avesse chiamati ad annunciare loro il Vangelo.

 Secondo viaggio missionario: Paolo si propone di ritornare nelle comunità già evangelizzate ma in seguito vivrà uno sviluppo imprevisto perché arriverà fino in Europa. A Listra incontra Timoteo che sarà un suo collaboratore molto stretto. «Non ho nessuno d'animo uguale al suo e che sappia occuparsi così di cuore delle cose vostre, perché tutti cercano i propri interessi, non quelli di Gesù Cristo. Ma voi conoscete la buona prova da lui data, poiché ha servito il vangelo con me, come un figlio serve il padre» (Fil 2,19-20). 

Difficile capire perché questi venga circonciso, tanto più che l’apostolo sta divulgando le decisioni prese a Gerusalemme che consentono il Battesimo anche ai pagani (senza che prima diventassero ebrei). L’insegnamento normale di Paolo , però, è questo: «Ciascuno continui a vivere secondo la condizione che gli ha assegnato il Signore, così come Dio lo ha chiamato; così dispongo in tutte le chiese. Qualcuno è stato chiamato quando era circonciso? Non lo nasconda! E' stato chiamato quando non era ancora circonciso? Non si faccia circoncidere! La circoncisione non conta nulla, e la non circoncisione non conta nulla; conta invece l'osservanza dei comandamenti di Dio» (1 Cor 7,17-19). «In Cristo Gesù non è la circoncisione che conta o la non circoncisione, ma la fede che opera per mezzo della carità» (Gal 5,6). 

Lo Spirito diventa determinante e sconvolge in modo determinante i progetti degli evangelizzatori. Egli li dirige verso Troade e quindi verso l’Europa. I cambiamenti di luogo vogliono assicurare che la venuta del Vangelo in quella regione è voluto da Dio. Il momento determinante è dato dalla visione di un Macedone. «Ora, come potranno invocarlo senza aver prima creduto in lui? Ecome potranno credere, senza averne sentito parlare? E come potranno sentirne parlare senza uno che lo annunzi? E come lo annunzieranno, senza essere prima inviati? Come sta scritto: Quanto son belli i piedi di coloro che recano un lieto annunzio di bene!» (Rm 10.14-15). 

Luca si unisce ora al gruppo degli evangelizzatori e comincia a parlare al plurale. 

Gv 15,18-21 18Se il mondo vi odia, sappiate che prima di voi ha odiato me. 19Se foste del mondo, il mondo amerebbe ciò che è suo; poiché invece non siete del mondo, ma vi ho scelti io dal mondo, per questo il mondo vi odia. 20Ricordatevi della parola che io vi ho detto: “Un servo non è più grande del suo padrone”. Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi; se hanno osservato la mia parola, osserveranno anche la vostra. 21Ma faranno a voi tutto questo a causa del mio nome, perché non conoscono colui che mi ha mandato.

La comunità dei discepoli è circondata dall’odio delle persone che si identificano nella spessa tenebra che ha rifiutato e rifiuta la luce di Cristo. Nonostante la forza della sua testimonianza, Egli non ha convinto tutti ma è stato oggetto di rifiuto e di disprezzo. «Disprezzato e reietto dagli uomini, uomo dei dolori che ben conosce il patire, come uno davanti al quale ci si copre la faccia, era disprezzato e non ne avevamo alcuna stima» (Is 53,3)

Lo stesso accadrà ai discepoli: «Sarete odiati da tutti a causa del mio nome; ma chi persevererà sino alla fine sarà salvato» (Mt 10,22). Non dovranno lasciarsi abbattere nelle dificoltà o lasciarsi bloccare dall’avversione perché, oltrettutto, fanno a far parte di una lunga serie di giusti e di profeti perseguitati. «Odiano chi ammonisce alla porta e hanno in abominio chi parla secondo verità» (Am 5,10). I discepoli che, a loro volta, avevano fatto parte del mondo, sono stati sradicati da esso per grazia ed è a motivo di tale separazione che diventano oggetto di odio e di disprezzo. «Noi sappiamo che siamo da Dio, mentre tutto il mondo giace sotto il potere del maligno» (1 Gv 5,19).