Non soltanto la chiesa primitiva, ma anche la chiesa dei secoli successivi si è continuamente confrontata con questo problema. Basti ricordare che l'interrogativo se e a quali condizioni un cristiano possa prestare servizio militare ha tormentato le comunità cristiane fino al IV secolo. «In Occidente e nelle minacciate province di confine si era più inclini a compromessi che non nelle tranquille province di lingua greca... Secondo la costituzione ecclesiastica di Ippoh'to di Roma, un soldato battezzato doveva in ogni caso sentirsi obbligato a non compiere esecuzioni capitali e non prestare giuramenti militari; un catecumeno o un cristiano che si offriva spontaneamente al servizio militare veniva espulso dalla comunità'». C'erano però anche voci più radicali, che consideravano assolutamente incompatibili esistenza cristiana e servizio militare. Così per esempio il rigorista Tertulliano nel suo periodo montanista dichiara:
«Non è possibile essere simultaneamente sottoposti al giuramento di fedeltà a Dio e agli uomini, essere sotto la bandiera di Cristo e quella del diavolo, nel campo della luce e in quello delle tenebre; una stessa persona non può essere al servizio di due: di Cristo e del diavolo» (De idolatria 19).
C'erano evidentemente cristiani che per legittimare il loro servizio militare si richiamavano alla bibbia, per esempio alla «predica ai soldati» di Giovanni Battista in Le 3,14 o al battesimo del centurione Cornelio in At 10. La risposta di Tertulliano non lascia nulla a desiderare quanto a chiarezza:
«Come può uno far guerra, come può anche solo prestare servizio militare in tempo di pace, se il Signore gli ha tolto la spada? Certo, c'erano soldati che andavano da Giovanni e ne ricevevano regole di condotta, ci fu un centurione credente; tuttavia il Signore, disarmando Pietro, ha sfilato la spada a ogni soldato» (De idolatria 19).
Indubbiamente, la realtà era più complessa di questa formulazione rigorista: nel suo Apologeticum Tertulliano aveva parlato in maniera ben diversa (cfr. 42,3). Tuttavia fu molto importante per la teologia cristiana che frasi come queste siano state pronunciate. Esse tenevano desta la coscienza del problema. Tertulliano ha visto con intuito sicuro che, a partire da Gesù e dalla sua prassi di non-violenza assoluta, era accaduto qualcosa su cui la chiesa non poteva chiudere gli occhi.
Anche Origene può pronunciarsi in linea di principio contro ogni servizio militare cristiano. Per lui la santità delle comunità non è compatibile con la violenza. All'esortazione incalzante di Celso, secondo cui i cristiani dovrebbero «scendere in campo con l'imperatore», egli rispondeva:
«Anche i vostri sacerdoti, che sono addetti al culto di certe immagini divine, e i servitori del tempio di coloro che voi considerate dèi, non possono macchiare la loro destra con sacrifici, per poter offrire ai vostri dèi i sacrifìci tradizionali con mani pure, senza traccia di sangue umano; e quando scoppia una guerra, non trasformate i vostri sacerdoti in soldati. Se voi avete buone ragioni per agire così, quanto più sarà ragionevole che i cristiani, mentre gli altri vanno in battaglia, vi partecipino come sacerdoti e servi di Dio, conservando pure le loro mani e, con le loro preghiere rivolte a Dio, lottando per coloro che combattono per la giusta causa e per coloro che governano con giustizia» (Contro Celsum Vili 73).
Due sono i punti notevoli di quest'argomentazione. Anzitutto: Origene non dice: «Noi preghiamo per la vittoria dell'imperatore» ma: «Preghiamo per la giusta causa». Non è la stessa cosa. Purtroppo la cristianità ha dimenticato ben presto questa accurata distinzione, e in maniera troppo spesso pesante ha messo la sua preghiera e il suo influsso al servizio di interessi di potere e di dominio. Proprio quello che Origene voleva evitare: per lui il compito della chiesa consiste proprio nel creare un'atmosfera in cui debbano scomparire i dèmoni della guerra che seducono gli uomini. Soltanto così diventa possibile la pace:
«Con le nostre preghiere annientiamo tutti i dèmoni che provocano la guerra, rompono i giuramenti e disturbano la pace, e in questo modo aiutiamo i governanti più di coloro che scendono visibilmente in combattimento per chiunque» (Contra Celsum VIII 73).
Ma l'argomentazione di Origene è notevole anche perché egli non fonda il rifiuto ecclesiale del servizio militare in guerra sul fatto che un soldato cristiano potrebbe essere implicato nel culto all'Imperatore. Il suo argomento è invece che la chiesa è un popolo santo e sacerdotale e che perciò i suoi membri non possono macchiarsi di sangue. Se traduciamo nel nostro linguaggio odierno il linguaggio cultuale adottato qui da Origene, il senso della sua espressione è che la chiesa è la divina società alternativa (è santa) e non può perciò usare la violenza (versare il sangue) come il resto della società. Il suo servizio specifico al mondo (il suo sacerdozio) può essere svolto soltanto nella non-violenza assoluta.
7. Il compimento di Isaia 2
Tertulliano e Origene hanno evidentemente percepito con chiarezza che il problema della compatibilita tra esistenza cristiana e servizio militare non è una questione marginale. È in gioco il problema della non-violenza della chiesa e quindi del nucleo della esistenza cristiana, poiché Cristo, signore della chiesa, ha rinunciato a ogni violenza ed è morto in croce nell'impotenza.
Il tema della chiesa non-violenta è presente in tutti i Padri, non soltanto in Tertulliano e in Origene. E non basta studiarlo nel contesto del problema del servizio militare cristiano, dato che esso viene trattato anche in contesti del tutto diversi. Uno di questi è Pesegesi patristica di Isaia 2.
Abbiamo già visto come Is 2,2-5 (cfr. Mi 4,1-5) sia uno dei testi più importanti dell'Antico Testamento per la presentazione del pellegrinaggio dei popoli (cfr. parte prima, c. 5). Alla fine dei giorni, dice Isaia, il monte di Sion con la casa del Signore si innalzerà al di sopra di tutti gli altri monti. Questo significa: nel tempo escatologico di salvezza Israele comincerà a brillare come la società esemplare di Dio. Allora i popoli da tutto il mondo confluiranno su Gerusalemme per impararvi l'ordinamento sociale, l’unico che è degno di essere vissuto e che promuove la vita: «poiché da Sion uscirà un ordinamento sociale come parola di Dio da Gerusalemme» (Is 2,3). Elemento decisivo in quest'ordinamento sociale è che esso non resti pura teoria ma venga vissuto in Israele. Diversamente non riuscirebbe ad affascinare i popoli del mondo e, soprattutto, non riuscirebbe ad attirarli. Ma decisivo in questo nuovo ordinamento di vita è pure che esso riesca a cogliere e risolvere il problema fondamentale di ogni società umana: la sete di potere, l'impulso all'uso della violenza, le rivalità eterne. Ciò che da al nuovo ordinamento sociale il suo fascino è proprio la non-violenza, che ne costituisce palesemente il carattere più importante: «Forgeranno le loro spade in vomeri, le loro lance in falci. Un popolo non alzerà più la spada contro un altro popolo, non si eserciteranno più nell'arte della guerra» (Is 2,4).
Questo testo di Isaia sul pellegrinaggio escatologico dei pagani a Sion e sull'inizio della nuova società di Dio ha un rilievo straordinario nell'esegesi patristica. I primi Padri sono convinti che la promessa di Isaia si è adempiuta. Il tempo della salvezza di cui parlava Isaia è spuntato; la parola di Dio è venuta: il nuovo ordinamento sociale di Dio è proclamato. La casa del Signore è già ampiamente visibile su tutti i colli, e i popoli affluiscono ormai assieme nella casa di Dio.
La formulazione più grandiosa di questa visione la troviamo in Origene. Come tutti i Padri, egli interpreta la «casa del Signore» riferendola alla chiesa mentre identifica le nazioni che si muovono verso il «monte del Signore» con i cristiani di provenienza pagana. Ma la legge che viene da Sion è la «legge spirituale», cioè la dottrina di Gesù.
«Negli ultimi giorni, dopo che il nostro Gesù è apparso visibilmente in mezzo a noi, noi arriviamo dunque al monte irradiante del Signore, alla parola che s'innalza al di sopra di ogni parola, e alla casa di Dio, che è la comunità del Dio vivente, colonna e fondamento della verità. E vediamo in che modo questa casa viene costruita sulle vette dei monti, cioè sulle parole pofetiche che ne sono il fondamento. Ma questa casa vie ne innalzata sui colli, cioè su coloro che presso gli uomini annunciano manifestamente elementi speciali di saggezza e di verità.E noi, nazioni tutte, veniamo a questa casa, e noi, nazioni numerose, ci mettiamo in cammino e ci esortiamo a vicenda al culto di Dio che negli ultimi giorni splende attraverso Gesù Cristo: venite, saliamo al monte del Signore, alla casa del Dio di Giacobbe. Allora egli ci mostrerà la sua strada e noi la percorreremo. Infatti da coloro che sono sul Sion è uscita la legge, ed è venuta su di noi come legge spirituale» (Contro Celsum V 33).
In maniera analoga interpretano questo testo Giustino, Ireneo e Tertulliano. Tutti sono convinti che la profezia di Isaia 2 si è ormai adempiuta. Che cosa li ha portati a questa convinzione? Anzitutto, ovviamente, l'affermazione che da Gerusalemme esce la parola del Signore. Probabilmente la chiesa primitiva fin dall'inizio ha interpretato le sue esperienze missionarie con i pagani alla luce del messaggio profetico del pellegrinaggio dei popoli (cfr. sopra parte terza, e. 8). I Padri, in ogni caso, lo hanno fatto certamente. Per essi era una certezza incrollabile: se la parola del Signore ha raggiunto tutti i popoli con la predicazione degli apostoli che erano usciti da Gerusalemme (cfr. At 1,8), e se dai popoli che hanno accolto l'evangelo è nato un «popolo di provenienza pagana» (At 15,14), allora vuoi dire che è avvenuto il pellegrinaggio dei popoli a Sion, che si è compiuto Is 2. Noi, cristiani di provenienza pagana — dice Origene — siamo coloro che «esponenti di tutte le nazioni» siamo venuti al monte irradiante del Signore. I Padri non hanno difficoltà a identificare la nascita della chiesa dai pagani con il pellegrinaggio dei popoli a Sion, poiché per essi appunto la «casa del Signore» sul Sion non è altro che la chiesa.
Ma c'è ancora una seconda ragione per cui molti Padri considerano Is 2 già realizzato. Non soltanto perché la parola del Signore è venuta da Gerusalemme e ha raggiunto tutti i popoli, ma anche perché la situazione escatologica di non violenza e di pace profetizzata da Isaia è già diventata realtà nella chiesa. Questa concezione è così sorprendente e al tempo stesso così caratteristica dell'ecclesiologia dei primi tre secoli, che è proprio il caso di lasciar parlare da sé una serie di testi. Giustino scrive nella sua Apologia:
«Ma quando lo spirito profetico, annunciatore del futuro, viene percepito, dice così: da Sion uscirà la legge, e la parola del Signore da Gerusalemme. Egli giudicherà in mezzo alle nazioni e sarà arbitro tra molti popoli. Forgeranno le loro spade in vomeri e le loro lance in falci. Un popolo non alzerà più la spada contro un altro popolo e non si eserciteranno più nell'arte della guerra. Che tutto ciò sia accaduto, ve ne potete convincere. Infatti da Gerusalemme sono partiti uomini per andare in tutto il mondo, dodici uomini senza cultura e senza eloquenza. Ma con la forza di Dio essi hanno mostrato a tutto il genere umano di essere stati inviati da Cristo per insegnare a tutti la parola di Dio. E noi, che 'in tempo ci uccidevamo l'un l'altro, non solo freniamo ogni ostilità verso i nemici ma affrontiamo con gioia la morte per la confessione di Cristo, pur di non mentire e di non ingannare i giudici istruttori» (Apologia I 39).
L'accenno ai martiri mostra con tutta la chiarezza possibile che Giustino non parla di un'educazione morale del genere umano nel suo insieme ma della non-violenza dei cristiani. Lo schema «un tempo/oggi» segnala qui la contrapposizione tra chiesa e società pagana. Non meno evidente nel suo significato è un testo di Giustino dal Dialogo con il giudeo Trifone:
«Dalla legge e dalla parola che sono uscite da Gerusalemme attraverso gli apostoli di Gesù abbiamo imparato l'adorazio-ne di Dio, e ci siamo rifugiati presso il Dio di Giacobbe e il Dio d'Israele. Sebbene fossimo così esperti in fatto di guerra, di assassinio e di ogni specie di mali, abbiamo trasformato su tutta la terra i nostri strumenti di guerra: le spade in aratri, le lance in falci; e ora costruiamo il timor di Dio, la giustizia, l'umanità, la fede e la speranza, quella speranza che ci viene data dal Padre stesso attraverso il crocifìsso» (Dialogo 110,2s.).
Più ancora dell'Apologia, questo testo del Dialogo di Giu-stino mette in luce la funzione originaria di quel tipo di esegesi con cui la chiesa antica vede già realizzato Is 2 (o Mi 4): nel confronto con il giudaismo si tratta di far vedere che in Gesù di Nazaret è già venuto il Messia. Infatti, appena prima del testo citato, Giustino aveva detto ai suoi interlocutori giudei:
«Come io so, i vostri maestri riconoscono che tutte le parole di questo passo vanno riferite al Messia. So pure che essi dicono che il Messia non è ancora venuto; o che, se anche è venuto, non si sa chi sia: soltanto quando verrà apertamente e nella gloria, si riconoscerà la sua identità. Soltanto allora, dicono, accadrà ciò che in questo passo viene profetizzato; proprio come se dalle parole della profezia non si potesse ancora assolutamente ricavare nessun frutto» (Dialogo 110,ls.).
Dunque, il passo di Is 2 (o di Mi 4) ha già portato, «frutto», cioè è già realizzato: il Messia è venuto, la svolta messianica si è già verificata. Anche Ireneo legge il testo esattamente in questo senso:
«La legge della libertà, cioè la parola di Dio, è stata annunciata su tutta la terra dagli apostoli usciti da Gerusalemme, e ha operato una trasformazione così grande che essi delle spade e delle lance di guerra hanno fatto aratri e falci,... cioè strumenti di pace, e ormai non vogliono più combattere ma, se qualcuno li colpisce, offrono l'altra guancia. Se tutto questo è vero, allora i profeti non hanno parlato di nessun altro che di colui che ha realizzato tutte queste cose. Ma questi è il nostro Signore! » (Ireneo, Adv. haer. IV 34,4).
Anche qui, non si parla della trasformazione dell’intera società ma del popolo del Messia, che vive in conformità a Mt 5,39, così che la trasformazione del mondo è iniziata e appunto in questo modo è provata la messianicità di Gesù. Lo stesso leggiamo in Tertulliano:
«Essi riforgeranno le loro spade in aratri e le loro lance in falci, e nessun popolo impugnerà più la spada contro l'altro e non impareranno più Parte della guerra. A chi si riferiscono queste parole se non a noi che, istruiti dalla nuova legge, osserviamo tutte queste cose? » (Tertulliano, Adv. ludaeos 3,9).
È identico anche il pensiero di Origene:
«Noi non impugnarne più la spada contro un popolo e non impariamo più l'arte della guerra, perché attraverso Gesù siamo diventati figli della pace» (Contro Celsum V 33).
Se vogliamo cogliere in maniera corretta il significato dei passi patristici citati, non dobbiamo disattendere il loro contesto vitale. Abbiamo visto che si tratta originariamente della polemica con il giudaismo: la cosa è chiara in Giustino, Ireneo e Tertulliano. Ma i giudei hanno tutte le ragioni per obiettare: come può essere venuto il Messia, se nel mondo non è cambiato nulla? Se il Messia fosse venuto, dovrebbe essersi avverata almeno la profezia di pace di Is 2,4. Invece non se ne vede nulla. Il mondo è ancora pieno di guerre, e gli uomini continuano con i loro conflitti. Perciò Gesù di Nazaret non può essere stato il Messia.
L'obiezione giudaica dev'essere presa seriamente, senza riserve: è l'obiezione più forte che si dia contro il cristianesimo. Essa tocca ir nervo vitale della fede cristiana. I Padri che abbiamo ascoltato la prendevano evidentemente con assoluta serietà. Soprattutto: essi non ne contestavano la premessa; essi erano cioè pienamente d'accordo con il giudaismo che alla venuta del Messia il mondo doveva cambiare effettivamente.
La risposta dei primi Padri alla fondamentale obiezione giudaica non era dunque che il mondo non ha bisogno di cambiare per noi perché la redenzione si compie in maniera invisibile o si compie soltanto alla fine del mondo. La loro risposta era invece la seguente: il Messia è venuto e il mondo è effettivamente cambiato. Esso è cambiato nel popolo del Messia, che vive secondo la legge di Cristo. Nel popolo messianico della chiesa non c'è più violenza: qui sono diventati tutti «figli della pace» (Le 10,6). Qui si preferisce porgere P altra guancia che restituire il colpo ricevuto (Mt 5,39). Qui si disimpara l'arte della guerra. Dunque, Isaia 2 ha già trovato compimento nella chiesa.
Una cosa appare subito chiara: questa risposta è estremamente pericolosa. Essa fa correre a tutta la cristologia il rischio di essere un giorno smentita dalla realtà della chiesa. Che i primi Padri abbiano avuto il coraggio di dare una risposta del genere è tanto più impressionante se si pensa che proprio essi avevano già elaborato un principio ermeneutico che poteva offrire una soluzione più innocua e molto meno pericolosa. Giustino compendia come segue questo principio di interpretazione. A proposito di Cristo bisogna distinguere due parusie: la sua prima venuta nell'impotenza e la sua seconda venuta dal cielo con potenza. Una parte delle profezie dell'Antico Testamento si riferisce già alla sua prima apparizione in umiltà; invece un'altra parte vale esclusivamente della sua apparizione in gloria e potenza (Giustino, Dialogo 110,2).
Come sarebbe stato facile, con questo principio ermeneutico, interpretare Is 2,4 riferendolo a quella «pace eterna» che si darà soltanto dopo il ritorno di Cristo nel Regno perfetto di Dio. Ma i primi Padri non hanno percorso questa strada innocua e senza rischio (cfr. Giustino, Dialogo 110,5). Essi hanno creduto e ribadito che il nuovo culto di Dio, il nuovo stile di vita, la nuova creazione sono già al? opera ora nella chiesa in forma visibile e percettibile. Hanno creduto e ribadito che Is 2,4 si è realizzato e deve realizzarsi già ora nel tempo della chiesa.
8. La dimostrazione della verità mediante la prassi
Nel capitolo precedente ci siamo imbattuti nell'obiezione centrale che il giudaismo rivolgeva alla pretesa dei cristiani: come può essere venuto il Messia, se nel mondo nulla è cambiato? Guardiamo più attentamente, e vedremo che questa non è soltanto l'obiezione fondamentale dei giudei. Ogni non-cristiano chiede oggi allo stesso modo: Come potete parlare di redenzione, di liberazione, se dalla venuta del vostro redentore e liberatore non è cambiato nulla nel mondo? La verità della fede cristiana può perciò brillare, in ultima analisi, soltanto se essa traspare dalla prassi dei cristiani. La chiesa antica, anche in questo caso piena di imparzialità e di semplicità biblica, ha riconosciuto con chiarezza questa connessione: ha visto che era suo compito essere con tutta la sua esistenza segno della verità dell'evangelo. La crescita stupefacente che essa conobbe in un tempo relativamente breve può essere spiegata soltanto così: il segno splendeva.
N. Brox ha richiamato recentemente l'attenzione sul fatto che la chiesa antica non possedeva organi e strategie per un lavoro missionario sistematico. Se si può parlare di una teoria missionaria della chiesa antica, secondo Brox lo si può fare al più nel senso seguente: i dodici Apostoli hanno proclamato l'evangelo in tutto il mondo e hanno fondato un numero sufficiente di chiese locali. Con questo la missione era propriamente chiusa. Da questo momento le comunità fondate dagli Apostoli esistono come segno della verità. Ora la società pagana può fare la sua scelta180.
In sostanza, fu tutta qui la teoria missionaria della chiesa antica. Si distingueva nettamente tra il compito missionario specifico e irripetibile degli Apostoli e il compito della presenza come segno di tutte le comunità. Ovviamente, non è che con questo si escludesse un impegno missionario per il futuro. Ma è evidente «che nel periodo precostantiniano il cristianesimo ha conosciuto la sua crescita stupefacente non in ragione di sforzi di organizzazione missionaria, ma semplicemente con la sua presenza e capacità di richiamo».
Una grande e incrollabile fiducia nella forza di convinzione immanente alla prassi cristiana attraversa gli scritti di tutti gli apologeti. Essi ripetono continuamente ai loro lettori pagani: noi non abbiamo soltanto la vera dottrina ma anche la vera prassi, e tra le due sussiste una profonda connessione:
«Da noi potete tr'ovare gente incolta, artigiani, vecchiette, che, anche se non sono in grado di esporre a parole Futilità delle loro dottrine, esibiscono con le opere l'utilità dei loro principi. Infatti non pronunciano parole imparate a memoria ma mostrano buone azioni: non restituire i colpi ricevuti, non portare in processo chi li ha derubati, dare a chi chiede, amare il prossimo come se stessi» (Atenagora, Presbeia 11).
Chi ha capito di dover convincere con la prassi giusta sa anche che il proprio fallimento significa oscurare la forza di segno della comunità. Perciò Ignavo scrive alla comunità di Tralli:
«Nessuno tra di voi deve avere alcunché contro il prossimo. Non scandalizzate i pagani, affinchè la comunitàdi Dicinon venga vilipesa da pochi sconsiderati! Infatti (è scritto): guai a colui per la cui stoltezza sarà bestemmiato il mio nome» (Ign., Troll 8,2).
Allo stesso modo si esprime anche Policarpo di Smirne. La prossima citazione, da una delle sue due lettere alla comunità di Filippi, mostra che sulla base dei dati dell'Antico Testamento sta già nascendo uno schema parenetico fìsso, che troverà in seguito sempre più applicazione:
«Vivete in maniera irreprensibile in mezzo ai pagani, perché voi raccogliate lode dalle vostre buone opere e il Signore non venga bestemmiato a causa vostra» (Policarpo, 2Fil 10,2s.).
Una delle espressioni più belle e più commoventi di questo schema parenetico si trova nella cosiddetta seconda lettera di Clemente, una predica cristiana antica di ampio respiro e non databile con precisione. L'autore comincia mettendo in luce che il vero culto di Dio consiste non in belle parole ma nella retta prassi:
«Noi non vogliamo accontentarci di chiamare Gesù Cristo Signore, perché questo non ci salverebbe. Egli dice infatti: Non chiunque mi dice: Signore, Signore, sarà salvato, ma chi fa la giustizia. Perciò, fratelli, noi vogliamo confessarlo con le opere: amandoci a vicenda, non commettendo adulterio, non sparlando degli altri, rinunciando alla gelosia, essendo continenti, misericordiosi e buoni» (2Clem 4,1-3).
Più avanti l’autore parla del rinnegamento di Dio attraverso le opere cattive. Una prassi errata non può che portare i pagani alla conclusione che la dottrina cristiana è soltanto inganno e invenzione:
«II Signore dice: In ogni luogo il mio nome viene bestemmiato presso tutti i popoli; e ancora: Guai a colui a causa del quale il mio nome viene bestemmiato. Perché viene bestemmiato? Perché voi non fate la mia volontà. Infatti quando i pagani ascoltano dalla nostra bocca le espressioni di Dio, ne rimangono stupiti poiché le trovano parole buone e nobili; ma quando poi osservano che le nostre opere non corrispondono alle parole che pronunciamo, la conseguenza è che bestemmiano Dio e dicono che è un mito o un errore» (2Clem 13,2s.).
In tutti questi testi si può toccare con mano la relazione biblica tra la comunità e la gloria di Dio: quando la comunità viene oltraggiata dai pagani a causa del suo cattivo esempio, è lo stesso nome santo di Dio a essere disonorato. Questo presuppone che la comunità sia il segno, la presenza, Po-nore di Dio nel mondo. Quando essa oscura questo segno, ostacola l'opera di salvezza e snatura la vera essenza di Dio. Se invece essa vive la verità dell'evangelo, il nome di Dio viene glorificato in mezzo ai pagani e il disegno di Dio sul mondo avanza. In questa luce è giusto pensare che in Idem 59,4 viene presentata una relazione di conoscenza tra comunità, Cristo e Dio. Leggiamo in questo testo:
«Tutti i popoli devono riconoscere che tu sei il Dio unico e Gesù Cristo il tuo servo e noi il tuo popolo e le pecore del tuo gregge».
È probabile che questa sia una preghiera per la comunità, perché sia riconoscibile come popolo di Dio. Se questo avviene, anche Cristo diventa riconoscibile, e Dio in Cristo. In ogni caso, Origene non ha difficoltà a dire:
«La divinità di Gesù viene dimostrata dalle comunità che gli devono la loro salvezza» (Contro Celsum III 33).
È evidente che, per la chiesa antica, tra il carattere di segno della chiesa stessa e la cristologia sussiste una relazione molto più solida che per noi oggi. La vera natura di Cristo può brillare soltanto quando la chiesa rende visibile l'alternativa messianica e la nuova creazione antropologica che a partire da Cristo si va facendo strada.
Di fronte a quest'ecclesiologia si rinnova la domanda, già posta (cfr. parte terza, e. 8): essa non impone ai cristiani una tremenda necessità di riuscire a tutti i costi e una spieiata esigenza di prestazione? Non finisce per trasformare la chiesa nel tipo più repellente di società di prestazione che vi sia, cioè quella religiosa? E come se la vede un'ecclesiologia del genere con i pigri e i deboli, con i colpevoli e i falliti, come se la vede con quelli che sono ai margini della comunità?
Queste obiezioni, che sono assolutamente serie, mostrano che la chiesa come società alternativa non può essere realizzata con il semplice investimento di un quantitativo maggiore di energia morale di quanto siano stati capaci di suscitare altri movimenti di risveglio etico della storia dell'uma-nità. La terza e quarta parte di questo libro, non a caso, hanno il titolo: «La chiesa alla sequela di Gesù». La sequela di Gesù non comincia con la preghiera di vivere in maniera ancor più eroica di quanto facciano o abbiano fatto altri. Essa comincia invece ricevendo un dono di ricchezza straordina-riat Con tutta la sua esistenza Gesù indica il miracolo che ora sta avvenendo nella storia: lo spuntare del Regno di Dio. Questo miracolo non poteva essere compiuto da forze umane; l'uomo non poteva disporne: era del tutto immeritato. La sequela significa presagire il miracolo del Regno di Dio e, affascinati dal dono di una nuova possibilità di comunità umana, percorrere radicalmente la via di Gesù.
Questa via non è certo una strada larga e comoda su cui avanzi la massa. È stretta e difficoltosa. Nel caso di Gesù ha portato alla morte violenta, e anche per molti che hanno seguito Gesù è diventata un cammino mortale. Ma è la strada che conduce alla vita. Al suo inizio sta il miracolo del Regno di Dio, e questo miracolo porta tutto ciò che in seguito accade.
La chiesa antica era consapevole che la sua esistenza messianica, la sua esistenza di società alternativa, è possibile soltanto sulla base del miracolo che Dio opera nella storia (cfr. parte quarta, e. 2). Era consapevole che lì dove la chiesa è interamente chiesa, tutto è grazia. Infine era consapevole che la chiesa vive dalla parte del crocifisso, che quindi la sua vita viene dalla morte, e che essa può guadagnare la propria vita soltanto se è sempre pronta a perderla.
Non era compito di questo libro scrivere sulla comunità come spazio della grazia e sulla chiesa come frutto della croce di Cristo. Per far questo sarebbe necessario un altro libro. Ma proprio perché abbiamo necessariamente messo tra parentesi tutto quest'ordine di considerazioni, dobbiamo rilevare ancora una volta: sarebbe fraintendere la chiesa come società alternativa il non considerarla come creazione della grazia e come frutto della croce di Cristo. Perciò la sua contrapposizione alla società pagana non nasce da «intraprendenza e moralismo» ma dal miracolo del Regno di Dio che sta irrompendo. E perciò anche i peccatori e i falliti hanno il loro posto nella chiesa, perché la grazia trova la sua espressione compiuta nell'impotenza umana. E perciò il miracolo della nuova creazione brilla in tutto il suo splendore lì dove amore e riconciliazione spuntano da situazioni che appaiono umanamente disperate e senza via d'uscita.
Lohfink



