sabato 16 maggio 2026

7 settimana di Pasqua

 Ascensione del Signore


1. Nella liturgia, quando festeggiamo Cristo, festeggiamo anche noi. Tra noi e Gesù esiste un legame, una unità inscindibile: siamo il suo Corpo. Il Padre ha innalzato Gesù accanto a sé nella gloria e noi viviamo nella speranza di raggiungere Cristo. Non soltanto speriamo ma cominciamo già da ora a partecipare alla sua comunione con il Padre. Siamo con Cristo in Dio. Siamo parteci della sua vita divina. Intanto cominciamo questa nuova vita, ma dobbiamo viverla in pienezza e lasciare che lo Spirito Santo susciti in noi il desiderio del cielo. 

2. Gesù asceso presso il Padre intercede a nostro favore. Dobbiamo imparare ad accostarci con fiducia a Dio per ricevere sempre la sua misericordia. Quando guarda il Figlio, vedi insieme anche noi con lui e quando guarda a noi ci vede insime a Gesù. Noi non offriamo al Padre la nostra giustizia ma la sua, il tesoro di grazia che ci ha procurato il Signore. 

3. Se diciamo che Gesù è in Dio Padre, nel cielo, non dobbiamo pensare che sia lontanissimo da noi, riuscemdo soltanto a comunicare con Lui (mediante qualche telefonata come capita con un congiunto lontano) ma dobbiamo pensare e credere che Egli è accanto a noi, qui, sulla terra. Quando era sulla terra, se Gesù si trovava in un luogo, non poteva essere in un altro, ora può essere sempre con ognuno di noi, in ogni luogo e in ogni tempo. 

4. Il Signore domina su tutto l’universo e su tutta la storia. Domina, persuadendo, convincendo, rendendoci partecipi della sua carità. Senza quella, non siamo niente. Tuttavia la pienezza del suo dominio la esercita nella Chiesa. Egli non trascura nessuno ma può riversare tutta la sua ricchezza in noi battezzati che formano il suo Corpo. 

5. Il primo dono della sua ricchezza è lo Spirito Santo perciò ora ci chiama all’unanime preghiera, sull’esempio di Maria e degli apostoli, nell’attesa di una rinnovata Pentecoste


Liturgia Ascensione



At 1 1Nel primo racconto, o Teòfilo, ho trattato di tutto quello che Gesù fece e insegnò dagli inizi 2fino al giorno in cui fu assunto in cielo, dopo aver dato disposizioni agli apostoli che si era scelti per mezzo dello Spirito Santo. 3Egli si mostrò a essi vivo, dopo la sua passione, con molte prove, durante quaranta giorni, apparendo loro e parlando delle cose riguardanti il regno di Dio. 4Mentre si trovava a tavola con essi, ordinò loro di non allontanarsi da Gerusalemme, ma di attendere l’adempimento della promessa del Padre, «quella – disse – che voi avete udito da me: 5Giovanni battezzò con acqua, voi invece, tra non molti giorni, sarete battezzati in Spirito Santo». 6Quelli dunque che erano con lui gli domandavano: «Signore, è questo il tempo nel quale ricostituirai il regno per Israele?». 7Ma egli rispose: «Non spetta a voi conoscere tempi o momenti che il Padre ha riservato al suo potere, 8ma riceverete la forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi, e di me sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino ai confini della terra». 9Detto questo, mentre lo guardavano, fu elevato in alto e una nube lo sottrasse ai loro occhi. 10Essi stavano fissando il cielo mentre egli se ne andava, quand’ecco due uomini in bianche vesti si presentarono a loro 11e dissero: «Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo? Questo Gesù, che di mezzo a voi è stato assunto in cielo, verrà allo stesso modo in cui l’avete visto andare in cielo». 

La missione di Gesù ha avuto due inizi: quando aveva cominciato ad annunciare il regno in Galilea (primo inizio) e quando, da Risorto, apparve ai discepoli, per istruirli fino alla sua ascensione (secondo inizio). 

Il Vivente incontrò i discepoli dando loro prove inconfutabili (tekmeriois) della sua risurrezione. La vera istruzione degli apostoli, scelti nello Spirito, è avvenuta dopo la risurrezione e comportò un insegnamento completo, in un tempo necessario (quaranta giorni) e così divennero trasmettitori dell’autentica tradizione di Gesù. A questo insegnamento degli apostoli deve riferirsi sempre ogni chiesa, in ogni luogo e in ogni tempo. Essa è fondata sui dodici apostoli. 

In uno di questi incontri, Gesù promise di effondere su di loro il suo Spirito, il vero iniziatore della missione apostolica. Questa effusione, già preconizzata dai profeti e dal Battista, sarebbe avvenuta a Gerusalemme, centro nevralgico della storia della salvezza. 

La fine della storia, con la inaugurazione del regno messianico per Israele, che nella speculazione apocalittica sarebbe stata concomitante all’effusione dello Spirito, è davvero imminente? Gesù rifiuta queste speculazioni e ribadisce che soltanto Dio conosce l’ora del compimento finale. Nel frattempo gli apostoli, fortificati dallo Spirito, testimonieranno Gesù ovunque, sulla terra. 

La risurrezione di Gesù è un’ascensione a Dio. Egli entra nella nube, cioè viene accolto dal Padre nella vita celeste. «Cristo è alla destra di Dio, dopo essere salito al cielo e aver ottenuto la sovranità sugli angeli, i Principati e le Potenze» (1 Pt 3,22). In modo simile, Elia era stato portato presso Dio: «Mentre camminavano conversando [Elia e Eliseo], ecco un carro di fuoco e cavalli di fuoco si interposero fra loro due. Elia salì nel turbine verso il cielo» (2 Re 2,11). 

Un giorno ritornerà nella stessa gloria ma il suo ritorno sarà una manifestazione visibile e gloriosa della sua presenza permanente e invisibile. «A ciascuno di noi è stata data la grazia secondo la misura del dono di Cristo. Che significa la parola «ascese», se non che prima era disceso quaggiù sulla terra? Colui che discese è lo stesso che anche ascese al di sopra di tutti i cieli, per riempire tutte le cose. E' lui che ha stabilito alcuni come apostoli, altri come profeti, altri come evangelisti, altri come pastori e maestri...» (Ef 4,8-10). 

Ef 1. 17Il Dio del Signore nostro Gesù Cristo, il Padre della gloria, vi dia uno spirito di sapienza e di rivelazione per una profonda conoscenza di lui; 18illumini gli occhi del vostro cuore per farvi comprendere a quale speranza vi ha chiamati, quale tesoro di gloria racchiude la sua eredità fra i santi 19e qual è la straordinaria grandezza della sua potenza verso di noi, che crediamo, secondo l’efficacia della sua forza e del suo vigore. 20Egli la manifestò in Cristo, quando lo risuscitò dai morti e lo fece sedere alla sua destra nei cieli, 21al di sopra di ogni Principato e Potenza, al di sopra di ogni Forza e Dominazione e di ogni nome che viene nominato non solo nel tempo presente ma anche in quello futuro. 22 Tutto infatti egli ha messo sotto i suoi piedi e lo ha dato alla Chiesa come capo su tutte le cose: 23 essa è il corpo di lui, la pienezza di colui che è il perfetto compimento di tutte le cose. 

Dio non è più soltanto il Dio di Abramo, il Dio di Isacco e il Dio di Giacobbe ma il Dio di Gesù. Egli è ormai pienamente rivelato in Gesù e indissociabile da lui. Egli è Padre di gloria, è avvolto di luce come d’un manto e questo splendore si riverbera negli “occhi del cuore dei credenti”. Illuminati dal suo Spirito, noi possiamo conoscerlo in un modo sempre più profondo. Già da ora, nella vita di fede, sperimentiamo e riconosciamo la sua potenza con la quale ci chiama a sé, ci conserva nella comunione con Lui, senza che nulla possa strapparci dalla sua mano e ci infonde la speranza nel suo dono definitivo. Questo è un tesoro di gloria, un’eredità che riceveremo in modo gratuito (come è per ogni eredità), insieme a tutti gli altri credenti (santi). 

La potenza di Dio non è una teoria. Si è manifestata nella resurrezione di Gesù e nella sua collocazione alla destra del Padre. Egli ormai ha il dominio su ogni possibile autorità, cosmica o mondana: non incontra niente e nessuno che possa competere con la sua signoria universale o contrastarla. In Cristo, perciò, si realizza il progetto di Dio di rendere l’uomo signore del creato (Cf Sal 8). 

Infine Cristo è il Capo del Corpo della Chiesa: strettamente congiunto ad essa, rimane distinto da essa. La Chiesa è la sua pienezza, l’ambito dove la sua azione sovrana si esprime in modo compiuto. Cristo è signore dell’universo ma il vertice della sua iniziativa è la Chiesa, alla quale riserva il meglio delle sue attenzioni. 

Mt 28. 16Gli undici discepoli, intanto, andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro indicato. 17Quando lo videro, si prostrarono. Essi però dubitarono. 18Gesù si avvicinò e disse loro: «A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra. 19Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, 20insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo». 

Siamo dopo la risurrezione. Gli undici discepoli vanno in Galilea, sul monte indicato da Gesù. Il “monte” in Matteo è spesso il luogo della rivelazione. Non sono più dodici poichè manca Giuda. La comunità, ferita ed incompleta, riceve proprio essa la missione universale, la quale non dipende dalla perfezione, ma dalla chiamata di Cristo. La Galilea, terra periferica, mista di ebrei e pagani, lontana dal centro religioso di Gerusalemme, è il luogo di partenza per l’annuncio a tutti i popoli. 

I discepoli adorano e dubitano nello stesso momento. La relazione di fede non viene idealizzata e il dubbio non esclude il rapporto con Cristo. La fede cristiana appare come un cammino reale, non come certezza acquisita in modo definitivo. 

“A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra”. Gesù risorto parla con autorità divina, richiamando la visione del Figlio dell’uomo nel libro di Daniele (cap 7), dove viene dato il dominio universale ad un Essere celeste. Questa autorità, però, non si esercita come dominio politico o forza militare. Il Risorto che possiede “ogni potere” è lo stesso che è stato crocifisso. Il Signore domina perché ha donato tutto se stesso agli uomini. 

“Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli”. Non dice semplicemente “trasmettete idee” o “imponete una religione”, ma fate discepoli, cioè introducete persone in una relazione viva con Cristo, insegnando e battezzando. “Tuttti i popoli” indica l’universalità della missione. Il vangelo che prevedeva che Gesù fosse inviato “alle pecore perdute d’Israele” termina aprendosi all’intera umanità. 

Il battesimo è trinitario: “Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo”. Questa formula è una delle più importanti del Nuovo Testamento per sostenere la fede trinitaria. “Nel nome” è al singolare; c’è un solo nome, ma tre persone. La comunione tra Padre, Figlio e Spirito rappresenta il nucleo della vita cristiana. Il battesimo, quindi, non è solo un rito di appartenenza sociale ma è ingresso in una nuova relazione con Dio. 

“Insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato”. La missione comprende anche l’insegnamento e l’obbedienza. Non basta ascoltare le parole di Gesù, ma occorre “osservarle”. 

“Io sono con voi tutti i giorni”: il vangelo si conclude con una promessa, non con un addio. Già all’inizio Gesù era stato chiamato “Emmanuele”, cioè “Dio con noi”. La presenza del Risorto sostiene la Chiesa nella storia, anche nelle crisi, nei dubbi e nelle persecuzioni. Il centro non è la forza dei discepoli, ma la presenza permanente del Cristo risorto. (Elaborato con IA). 




Domenica VII di Pasqua

[Celebrata là dove l’Ascensione è stata festeggiata giovedi scorso]

At 1 12 ritornarono a Gerusalemme dal monte detto degli Ulivi, che è vicino a Gerusalemme quanto il cammino permesso in giorno di sabato. 13Entrati in città, salirono nella stanza al piano superiore, dove erano soliti riunirsi: vi erano Pietro e Giovanni, Giacomo e Andrea, Filippo e Tommaso, Bartolomeo e Matteo, Giacomo figlio di Alfeo, Simone lo Zelota e Giuda figlio di Giacomo. 14Tutti questi erano perseveranti e concordi nella preghiera, insieme ad alcune donne e a Maria, la madre di Gesù, e ai fratelli di lui. 

Il passo descrive il momento immediatamente successivo all’ascensione di Gesù. Gli apostoli tornano a Gerusalemme dal monte degli Ulivi e si raccolgono nel “piano superiore” della casa dove s’incontravano. Si trovano in una situazione di particolare fragilità perché mentre Gesù non è più con loro visibilmente, lo Spirito Santo non è ancora disceso su di loro per renderli idonei alla loro missione. È un tempo di passaggio, quasi di sospensione, ma non attesa passiva. È vissuto nella preghiera e nella comunione. Le grandi opere di Dio maturano nel silenzio e nella fedeltà quotidiana. Erano “perseveranti” e “concordi”. Perseveranti: la preghiera non è un gesto occasionale, ma continuo. Concordi: la comunità esige l’unità. L’unità è il vaso che può accogliere il dono dello Spirito, il presupposto perché possa farsi percepire. «In verità vi dico ancora: se due di voi sopra la terra si accorderanno per domandare qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli ve la concederà. Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro» (Mt 18,19).

Gli apostoli erano persone diverse, con paure e fragilità, eppure rimangono insieme. Pietro aveva rinnegato Gesù, altri erano fuggiti; eppure il gruppo non si dissolve. Questo mostra che la Chiesa nascente non si fonda sulla perfezione dei suoi membri, ma sulla fedeltà di Dio. Maria appare qui come figura della Chiesa che attende lo Spirito. Aveva accolto Cristo mediante lo Spirito nell’annunciazione ed ora attende ancora lo Spirito insieme alla comunità dei discepoli. Gli undici apostoli sono incompleti poiché manca Giuda Iscariota. La comunità, che porta ancora la ferita del tradimento e della paura, non si chiude nella delusione ma rimane aperta alla promessa di Dio, il quale opera attraverso persone vulnerabili che si lasciano trasformare.

1 Pt 4 Nella misura in cui partecipate alle sofferenze di Cristo, rallegratevi perché anche nella rivelazione della sua gloria possiate rallegrarvi ed esultare.14Beati voi, se venite insultati per il nome di Cristo, perché lo Spirito della gloria, che è Spirito di Dio, riposa su di voi. 15Nessuno di voi abbia a soffrire come omicida o ladro o malfattore o delatore. 16Ma se uno soffre come cristiano, non ne arrossisca; per questo nome, anzi, dia gloria a Dio. 

«[Gli apostoli furono] lieti di essere stati giudicati degni di subire oltraggi per il nome di Gesù» (At 5,41). «Riguardo a Cristo, a voi è stata data la grazia non solo di credere in lui, ma anche di soffrire per lui» (Fil 1,29). «Vi prego di non perdervi d’animo a causa delle mie tribolazioni per voi: sono gloria vostra» (Ef 3,13).

«Su di lui si poserà lo Spirito del Signore» (Is 11,2). «Se siamo figli, siamo anche eredi: eredi di Dio, coeredi di Cristo, se davvero prendiamo parte alle sue sofferenze per partecipare anche alla sua gloria» (Rm 8,17). *

Gv 17. 1Così parlò Gesù. Poi, alzàti gli occhi al cielo, disse: «Padre, è venuta l’ora: glorifica il Figlio tuo perché il Figlio glorifichi te. 2Tu gli hai dato potere su ogni essere umano, perché egli dia la vita eterna a tutti coloro che gli hai dato. 3Questa è la vita eterna: che conoscano te, l’unico vero Dio, e colui che hai mandato, Gesù Cristo. 4Io ti ho glorificato sulla terra, compiendo l’opera che mi hai dato da fare. 5E ora, Padre, glorificami davanti a te con quella gloria che io avevo presso di te prima che il mondo fosse. 6Ho manifestato il tuo nome agli uomini che mi hai dato dal mondo. Erano tuoi e li hai dati a me, ed essi hanno osservato la tua parola. 7Ora essi sanno che tutte le cose che mi hai dato vengono da te, 8perché le parole che hai dato a me io le ho date a loro. Essi le hanno accolte e sanno veramente che sono uscito da te e hanno creduto che tu mi hai mandato. 9Io prego per loro; non prego per il mondo, ma per coloro che tu mi hai dato, perché sono tuoi. 10Tutte le cose mie sono tue, e le tue sono mie, e io sono glorificato in loro. 11Io non sono più nel mondo; essi invece sono nel mondo, e io vengo a te. 

La preghiera è una rivelazione della persona e del ministero di Gesù. Nella prima parte, Gesù prega per sé, per poter attuare il volere del Padre. 

Padre, il momento culminante, decisivo, a cui tendeva la mia missione è finalmente giunto. Mostra tutta la mia grandezza affinchè possa rivelare la tua. Non cerco il mio vantaggio ma l’adempimento del tuo disegno. La mia gloria l’ho già mostrata compiendo i segni che ho fatto, ma ora concedimi di manifestarla nella sua massima intensità, nell’amore con cui accetto l’innalzamento sulla croce e nell’approvazione che mi assicurerai nella mia risurrezione. 

Tu mi hai dato la possibilità di donare la vita ad ogni uomo, non qualsiasi tipo di vita ma quella piena e sovrabbondante che Tu possiedi (quella eterna). La riceve chi crede in te e in me, chi conosce te e conosce me: questi partecipa alla tua pienezza che io condivido da sempre. 

Ho mostrato la tua grandezza agli uomini realizzando fedelmente la mia missione. Ho mostrato il tuo vero volto, nella maniera più completa, agli uomini ai quali avevi concesso la possibilità di credere in me. Ho sperimentato spesso il rifiuto ma i miei discepoli hanno creduto al mio insegnamento e sono rimasti fedeli ad esso. In questo momento hanno superato ogni esitazione e hanno raggiunto la loro maturazione richiesta. 

Nella seconda parte Gesù prega per i suoi apostoli. 

Mentre ho incontrato la resistenza della tenebra del mondo, mi hai donato i primi credenti in me. So che essi appartengono a te ma so anche che tu mi doni tutti gli uomini che sono tuoi. Saranno loro a continuare la mia opera, a glorificarmi. Io lascio il mondo e ritorno da te mentre loro, restando su questa terra, si trovano nella sofferenza e nel pericolo. Ti prego, perciò, di custodirli nella fede. 


Lunedi VII

At 19 1Mentre Apollo era a Corinto, Paolo, attraversate le regioni dell’altopiano, scese a Èfeso. Qui trovò alcuni discepoli 2e disse loro: «Avete ricevuto lo Spirito Santo quando siete venuti alla fede?». Gli risposero: «Non abbiamo nemmeno sentito dire che esista uno Spirito Santo». 3Ed egli disse: «Quale battesimo avete ricevuto?». «Il battesimo di Giovanni», risposero. 4Disse allora Paolo: «Giovanni battezzò con un battesimo di conversione, dicendo al popolo di credere in colui che sarebbe venuto dopo di lui, cioè in Gesù». 5Udito questo, si fecero battezzare nel nome del Signore Gesù 6 e, non appena Paolo ebbe imposto loro le mani, discese su di loro lo Spirito Santo e si misero a parlare in lingue e a profetare. 7Erano in tutto circa dodici uomini. 8Entrato poi nella sinagoga, vi poté parlare liberamente per tre mesi, discutendo e cercando di persuadere gli ascoltatori di ciò che riguarda il regno di Dio.  

La situazione delle primitive9 comunità cristiane era piuttosto complessa e variegata. L’influsso del Battista aveva oltrepassato i limiti della Palestina ed aveva raggiunto anche molti giudei abitanti nell’Asia Minore (ebrei della diaspora). Alcuni di questi estimatori del Battista avevano anche accettato Gesù come Messia. Paolo, con tutta la Chiesa, sa che per poter seguire Gesù (e rivestirsi di lui) è necessario essere animati dallo Spirito Santo, inviato da Gesù Risorto. Per questo non è sufficiente qualsiasi battesimo o rito di conversione ma è necessario farsi battezzare nel Nome di Gesù. Gli Apostoli, tempo prima, avevano voluto che i Samaritani ricevessero, con il Battesimo, lo Spirito Santo: «Gli apostoli, a Gerusalemme, seppero che la Samaria aveva accolto la parola di Dio e inviarono a loro Pietro e Giovanni. Essi scesero e pregarono per loro perché ricevessero lo Spirito Santo; non era infatti ancora disceso sopra nessuno di loro, ma erano stati soltanto battezzati nel nome del Signore Gesù. Allora imponevano loro le mani e quelli ricevevano lo Spirito Santo» (At 8,14-17).

Ora, qui, ad Efeso, l’apostolo istruisce meglio questo gruppo di discepoli del Battista e credenti in Gesù. Li battezza, impone su di loro le mani (un gesto che ricorda come essi siano custoditi da Dio) perché possano ricevere lo Spirito Santo. Così diventano tralci della Vite/Cristo, membra del suo Corpo. Ricevono anche un segno esterno che li garantisce di aver ricevuto questo dono e si mettono a parlare in lingue e a “profetare”. 

Lo stesso era accaduto a Gerusalemme, a Pentecoste poi, in seguito, in casa del pagano Cornelio: «Pietro stava ancora dicendo queste cose, quando lo Spirito Santo discese sopra tutti coloro che ascoltavano la Parola. E i fedeli circoncisi, che erano venuti con Pietro, si stupirono che anche sui pagani si fosse effuso il dono dello Spirito Santo; li sentivano infatti parlare in altre lingue e glorificare Dio» (Atti 10,44-46). Lo Spirito Santo, ottenuto mediante la preghiera, abilita a credere in Gesù e a rendersi partecipi di lui. 

Gv 16. 29Gli dicono i suoi discepoli: «Ecco, ora parli apertamente e non più in modo velato. 30Ora sappiamo che tu sai tutto e non hai bisogno che alcuno t’interroghi. Per questo crediamo che sei uscito da Dio». 31Rispose loro Gesù: «Adesso credete? 32Ecco, viene l’ora, anzi è già venuta, in cui vi disperderete ciascuno per conto suo e mi lascerete solo; ma io non sono solo, perché il Padre è con me. 33Vi ho detto questo perché abbiate pace in me. Nel mondo avete tribolazioni, ma abbiate coraggio: io ho vinto il mondo!». 

Gesù aveva assicurato che le sue parole sarebbero state comprese, accettate e praticate, soltanto dopo la venuta in loro del suo Spirito (16,13). I discepoli anticipano il momento previsto dal Maestro. Esprimono la convinzione che Gesù conosca tutto. Infatti Egli conosce in pienezza il volere di Dio, ciò che Dio ha rivelato di sé agli uomini per ricondurli a sé. Aggiungono d’essersi resi conto che Gesù, come tutte le persone ispirate, è capace di anticipare le domande dei suoi interlocutori e, in questo modo, mostrano di credere in lui. Gesù, però, conosce i limiti della loro fede. Sa che loro credono giustamente che Egli sia stato inviato dal Padre ma sa anche che rimarranno turbati negli eventi della sua passione e che lo lasceranno solo. La solitudine di Gesù sarà soltanto apparente perché verà sempre accompagnato dal Padre in modo invisibile. Egli non è preoccupato del suo futuro ma di quello dei discepoli. Un giorno anche loro sperimenteranno l’avversione e la persecuzione. In quella circostanza dovranno fare propria la fiducia di Gesù nel Padre. Soltanto allora troveranno la pace e parteciperanno alla sua vittoria sulla malvagità del mondo.  


Martedi VII

Atti 20. 17Da Mileto mandò a chiamare a Èfeso gli anziani della Chiesa. 18Quando essi giunsero presso di lui, disse loro: «Voi sapete come mi sono comportato con voi per tutto questo tempo, fin dal primo giorno in cui arrivai in Asia: 19ho servito il Signore con tutta umiltà, tra le lacrime e le prove che mi hanno procurato le insidie dei Giudei; 20non mi sono mai tirato indietro da ciò che poteva essere utile, al fine di predicare a voi e di istruirvi, in pubblico e nelle case, 21testimoniando a Giudei e Greci la conversione a Dio e la fede nel Signore nostro Gesù. 22Ed ecco, dunque, costretto dallo Spirito, io vado a Gerusalemme, senza sapere ciò che là mi accadrà. 23So soltanto che lo Spirito Santo, di città in città, mi attesta che mi attendono catene e tribolazioni. 24Non ritengo in nessun modo preziosa la mia vita, purché conduca a termine la mia corsa e il servizio che mi fu affidato dal Signore Gesù, di dare testimonianza al vangelo della grazia di Dio. 25E ora, ecco, io so che non vedrete più il mio volto, voi tutti tra i quali sono passato annunciando il Regno. 26Per questo attesto solennemente oggi, davanti a voi, che io sono innocente del sangue di tutti, 27perché non mi sono sottratto al dovere di annunciarvi tutta la volontà di Dio.  

Prima parte dell’unico discorso di Paolo rivolto a responsabili della comunità cristiana. Appare il suo spirito di pastore, totalmente dedito al Signore e al suo “gregge”. 

Come risulta anche da altri discorsi e dal suo faticoso impegno missionario, egli ha esortato sempre gli uomini alla conversione (come avevano fatto i profeti, il Battista, Gesù stesso). Più precisamente, ha esortato i pagani a convertirsi al Dio vivente e a Gesù che lo rivelava mentre ha esortato i giudei a credere nel Signore Gesù. Lo ha fatto in pubblico e nelle case, in modo collettivo e personale. 

La caratteristica del suo stile missionario è stata l’umiltà, la quale, oltre ad essere uno stato d’animo, è stata soprattutto una condizione di vita poiché era un uomo senza potere, esposto alla persecuzione e alle sofferenze. Questo è ciò che gli è capitato finora e ciò che gli accadrà in seguito. «In tutto siamo tribolati, ma non schiacciati; siamo sconvolti, ma non disperati; perseguitati, ma non abbandonati; colpiti, ma non uccisi, portando sempre e dovunque nel nostro corpo la morte di Gesù, perché anche la vita di Gesù si manifesti nel nostro corpo. Sempre infatti, noi che siamo vivi, veniamo consegnati alla morte a causa di Gesù, perché anche la vita di Gesù si manifesti nella nostra carne mortale. Cosicché in noi agisce la morte, in voi la vita» (2 Cor 4,8-12). 

Il suo futuro gli viene annunciato dallo Spirito, cioè da profeti: «Scese dalla Giudea un profeta di nome Àgabo. Egli venne da noi e, presa la cintura di Paolo, si legò i piedi e le mani e disse: “Questo dice lo Spirito Santo: l’uomo al quale appartiene questa cintura, i Giudei a Gerusalemme lo legheranno così e lo consegneranno nelle mani dei pagani”. All’udire queste cose, noi e quelli del luogo pregavamo Paolo di non salire a Gerusalemme. Allora Paolo rispose: “Perché fate così, continuando a piangere e a spezzarmi il cuore? Io sono pronto non soltanto a essere legato, ma anche a morire a Gerusalemme per il nome del Signore Gesù”» (At 21,10-13)

Egli ha annunciato il Regno di Dio, il messaggio centrale del Vangelo, facendo tutto il possibile perché i suoi discepoli accogliessero la volontà di Dio, ossia il progetto di salvezza che si sta compiendo. «Vi supplichiamo in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio. Colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo fece peccato in nostro favore, perché in lui noi potessimo diventare giustizia di Dio» (2 Cor 5,20-21).

Gv 17. 1Così parlò Gesù. Poi, alzàti gli occhi al cielo, disse: «Padre, è venuta l’ora: glorifica il Figlio tuo perché il Figlio glorifichi te. 2Tu gli hai dato potere su ogni essere umano, perché egli dia la vita eterna a tutti coloro che gli hai dato. 3Questa è la vita eterna: che conoscano te, l’unico vero Dio, e colui che hai mandato, Gesù Cristo. 4Io ti ho glorificato sulla terra, compiendo l’opera che mi hai dato da fare. 5E ora, Padre, glorificami davanti a te con quella gloria che io avevo presso di te prima che il mondo fosse. 6Ho manifestato il tuo nome agli uomini che mi hai dato dal mondo. Erano tuoi e li hai dati a me, ed essi hanno osservato la tua parola. 7Ora essi sanno che tutte le cose che mi hai dato vengono da te, 8perché le parole che hai dato a me io le ho date a loro. Essi le hanno accolte e sanno veramente che sono uscito da te e hanno creduto che tu mi hai mandato. 

La preghiera è una rivelazione della persona e del ministero di Gesù. Nella prima parte, Gesù prega per sé, per poter attuare il volere del Padre. 

Padre, il momento culminante, decisivo, a cui tendeva la mia missione è finalmente giunto. Mostra tutta la mia grandezza affinchè possa rivelare la tua. Non cerco il mio vantaggio ma l’adempimento del tuo disegno. La mia gloria l’ho già mostrata compiendo i segni che ho fatto, ma ora concedimi di manifestarla nella sua massima intensità, nell’amore con cui accetto l’innalzamento sulla croce e nell’approvazione che mi assicurerai nella mia risurrezione. 

Tu mi hai dato la possibilità di donare la vita ad ogni uomo, non qualsiasi tipo di vita ma quella piena e sovrabbondante che Tu possiedi (quella eterna). La riceve chi crede in te e in me, chi conosce te e conosce me: questi partecipa alla tua pienezza che io condivido da sempre. 

Ho mostrato la tua grandezza agli uomini realizzando fedelmente la mia missione. Ho mostrato il tuo vero volto, nella maniera più completa, agli uomini ai quali avevi concesso la possibilità di credere in me. Ho sperimentato spesso il rifiuto ma i miei discepoli hanno creduto al mio insegnamento e sono rimasti fedeli ad esso. In questo momento hanno superato ogni esitazione e hanno raggiunto la loro maturazione richiesta. 

9Io prego per loro; non prego per il mondo, ma per coloro che tu mi hai dato, perché sono tuoi. 10Tutte le cose mie sono tue, e le tue sono mie, e io sono glorificato in loro. 11Io non sono più nel mondo; essi invece sono nel mondo, e io vengo a te.

Nella seconda parte Gesù prega per i suoi apostoli. 

Mentre ho incontrato la resistenza della tenebra del mondo, mi hai donato i primi credenti in me. So che essi appartengono a te ma anche che tu mi doni tutti gli uomini che sono tuoi. Saranno loro a continuare la mia opera, a glorificarmi. Io lascio il mondo e ritorno da te mentre loro, restando su questa terra, si trovano nella sofferenza e nel pericolo. 


Mercoledi VII

Atti 20. 28Vegliate su voi stessi e su tutto il gregge, in mezzo al quale lo Spirito Santo vi ha costituiti come custodi per essere pastori della Chiesa di Dio, che si è acquistata con il sangue del proprio Figlio. 29Io so che dopo la mia partenza verranno fra voi lupi rapaci, che non risparmieranno il gregge; 30perfino in mezzo a voi sorgeranno alcuni a parlare di cose perverse, per attirare i discepoli dietro di sé. 31Per questo vigilate, ricordando che per tre anni, notte e giorno, io non ho cessato, tra le lacrime, di ammonire ciascuno di voi. 32E ora vi affido a Dio e alla parola della sua grazia, che ha la potenza di edificare e di concedere l’eredità fra tutti quelli che da lui sono santificati. 33Non ho desiderato né argento né oro né il vestito di nessuno. 34Voi sapete che alle necessità mie e di quelli che erano con me hanno provveduto queste mie mani. 35In tutte le maniere vi ho mostrato che i deboli si devono soccorrere lavorando così, ricordando le parole del Signore Gesù, che disse: “Si è più beati nel dare che nel ricevere!”». 36Dopo aver detto questo, si inginocchiò con tutti loro e pregò. 37Tutti scoppiarono in pianto e, gettandosi al collo di Paolo, lo baciavano, 38addolorati soprattutto perché aveva detto che non avrebbero più rivisto il suo volto. E lo accompagnarono fino alla nave.  

Seconda parte del discorso di Paolo ai responsabili della Chiesa, costituiti dal Signore come custodi e pastori. 

L’immagine del gregge e dei pastori ritorna spesso nella Bibbia: «La misericordia dell'uomo riguarda il prossimo, la misericordia del Signore ogni essere vivente. Egli rimprovera, corregge, ammaestra e guida come un pastore il suo gregge. Ha pietà di quanti accettano la dottrin e di quanti sono zelanti per le sue decisioni» (Sir 18,12-14). «Come un pastore egli fa pascolare il greggee con il suo braccio lo raduna; porta gli agnellini sul senoe conduce pian piano le pecore madri» (Is 40,11). 

Nel Nuovo Testamento la comunità cristiana appare come gregge aggregata ad Israele e Dio pasce il suo popolo tramite Gesù Cristo. «Il Dio della pace che ha fatto tornare dai morti il Pastore grande delle pecore, in virtù del sangue di un'alleanza eterna, il Signore nostro Gesù, vi renda perfetti in ogni bene, perché possiate compiere la sua volontà, operando in voi ciò che a lui è gradito per mezzo di Gesù Cristo, al quale sia gloria nei secoli dei secoli. Amen» (Eb 13,20-21).

Gli apostoli e i dirigenti della comunità rappresentano Gesù Pastore. «Pascete il gregge di Dio che vi è affidato, sorvegliandolo non per forza ma volentieri secondo Dio; non per vile interesse, ma di buon animo; non spadroneggiando sulle persone a voi affidate, ma facendovi modelli del gregge» (1 Pt 5,2-3). 

La comunità non è loro proprietà perché è stata acquistata da Dio tramite il sangue del Figlio Gesù (1 Pt 1,18-19). 

Come il Buon Pastore difende il gregge dai ladri (al contrario dei mercenari), i Pastori dovranno difendere il gregge dai lupi, ossia dai divulgatori di dottrine false, parlando ad ognuno dei fedeli. Il vero custode della comunità è la Parola che sempre si comunica a motivo della grazia, della bontà di Dio.  

Paolo si presenta come modello di comportamento disinteressato e solidale, memore dell’insegnamento di Gesù: la beatitudine sta nel dare piuttosto che nel ricevere. Questa beatitudine non onora gli atteggiamenti ma le persone: chi dona liberamente, spoglio d’ogni egoismo, vive la nuova creazione e viene onorato da Dio. Paolo lascia im modo definito i suoi discepoli nella preghiera e nell’affetto sincero. 

Gv 17. Padre santo, custodiscili nel tuo nome, quello che mi hai dato, perché siano una sola cosa, come noi. 12Quand’ero con loro, io li custodivo nel tuo nome, quello che mi hai dato, e li ho conservati, e nessuno di loro è andato perduto, tranne il figlio della perdizione, perché si compisse la Scrittura. 13Ma ora io vengo a te e dico questo mentre sono nel mondo, perché abbiano in se stessi la pienezza della mia gioia. 14Io ho dato loro la tua parola e il mondo li ha odiati, perché essi non sono del mondo, come io non sono del mondo. 15Non prego che tu li tolga dal mondo, ma che tu li custodisca dal Maligno. 16Essi non sono del mondo, come io non sono del mondo. 17Consacrali nella verità. La tua parola è verità. 18Come tu hai mandato me nel mondo, anche io ho mandato loro nel mondo; 19per loro io consacro me stesso, perché siano anch’essi consacrati nella verità.

Custodisci la comunità dei miei discepoli che mi hai donato. Vivano una comunione profonda e vitale tra di loro, come quella che ho vissuto con te. Quando vivevo con loro, li ho custoditi con grande cura e così uno solo di loro è andato perduto, come era stato previsto dalla Bibbia. Voglio che posseggano in pienezza la mia stessa gioia. Ho dato a loro la forza di credere alla mia parola e, per questo motivo, hanno subito l’avversione degli uomini iniqui, così come, a mia volta, ero stato odiato da loro. Non toglierli dal mondo ma mentre vivono su questa terra, difendili dagli assalti del diavolo. Essi non condividono il pensare comune degli uomini mondani, come neppure io lo condividevo. Piuttosto, siano totalmente dediti a vivere e ad annunciare la tua Parola. Siano capaci di continuare la mia missione; do la mia vita per loro affinche essi si dedichino in tutto all’annuncio della verità del Vangelo. 


Giovedi VII

At 22.23. 30Il giorno seguente, volendo conoscere la realtà dei fatti, cioè il motivo per cui veniva accusato dai Giudei, gli fece togliere le catene e ordinò che si riunissero i capi dei sacerdoti e tutto il sinedrio; fece condurre giù Paolo e lo fece comparire davanti a loro. 6Paolo, sapendo che una parte era di sadducei e una parte di farisei, disse a gran voce nel sinedrio: «Fratelli, io sono fariseo, figlio di farisei; sono chiamato in giudizio a motivo della speranza nella risurrezione dei morti». 7Appena ebbe detto questo, scoppiò una disputa tra farisei e sadducei e l’assemblea si divise. 8I sadducei infatti affermano che non c’è risurrezione né angeli né spiriti; i farisei invece professano tutte queste cose. 9Ci fu allora un grande chiasso e alcuni scribi del partito dei farisei si alzarono in piedi e protestavano dicendo: «Non troviamo nulla di male in quest’uomo. Forse uno spirito o un angelo gli ha parlato». 10La disputa si accese a tal punto che il comandante, temendo che Paolo venisse linciato da quelli, ordinò alla truppa di scendere, portarlo via e ricondurlo nella fortezza. 11La notte seguente gli venne accanto il Signore e gli disse: «Coraggio! Come hai testimoniato a Gerusalemme le cose che mi riguardano, così è necessario che tu dia testimonianza anche a Roma».  

Il passo vuole attestare che tra l’annuncio cristiano e una particolare forma di ebraismo (il fariseismo, che stava per esercitare l’influsso più forte nella società ebraica), può esserci un’intesa e non una rottura radicale. Contrariamente ai Sadducei, i farisei ammettevano la possibilità di una risurrezione dai morti. Com’era convinzione dei discepoli di Gesù. Purtroppo, però, i farisei non credevano che Gesù fosse risorto. Era questo, dunque, l’elemento di contrasto decisivo tra l’ebraismo e il cristianesimo. Alcuni farisei difendono Paolo nel Sinedrio, come Gamaliele aveva difeso gli apostoli. 

In genere, però, Paolo evidenzia, piuttosto, una rottura tra la sua vita passata di fariseo e l’adesione a Gesù Cristo: «Circonciso all’età di otto giorni, della stirpe d’Israele, della tribù di Beniamino, Ebreo figlio di Ebrei; quanto alla Legge, fariseo; quanto allo zelo, persecutore della Chiesa; quanto alla giustizia che deriva dall’osservanza della Legge, irreprensibile. Ma queste cose, che per me erano guadagni, io le ho considerate una perdita amotivo di Cristo. Anzi, ritengo che tutto sia una perdita a motivo della sublimità della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore. Per lui ho lasciato perdere tutte queste cose e le considero spazzatura, per guadagnare Cristo ed essere trovato in lui, avendo come mia giustizia non quella derivante dalla Legge, ma quella che viene dalla fede in Cristo, la giustizia che viene da Dio, basata sulla fede: perché io possa conoscere lui, la potenza della sua risurrezione, la comunione alle sue sofferenze, facendomi conforme alla sua morte, nella speranza di giungere alla risurrezione dai morti» (Fil 3,5-10). 

Infine Gesù rassicura l’apostolo che la sua travagliata esistenza di missionario è compresa nel piano di Dio. «Sono pieno di forza con lo spirito del Signore, di giustizia e di coraggio, per annunziare a Giacobbe le sue colpe, a Israele il suo peccato» (Mi 3,8). 

Gv 17. 20Non prego solo per questi, ma anche per quelli che crederanno in me mediante la loro parola: 21perché tutti siano una sola cosa; come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi, perché il mondo creda che tu mi hai mandato. 22E la gloria che tu hai dato a me, io l’ho data a loro, perché siano una sola cosa come noi siamo una sola cosa. 23Io in loro e tu in me, perché siano perfetti nell’unità e il mondo conosca che tu mi hai mandato e che li hai amati come hai amato me. 24Padre, voglio che quelli che mi hai dato siano anch’essi con me dove sono io, perché contemplino la mia gloria, quella che tu mi hai dato; poiché mi hai amato prima della creazione del mondo. 25Padre giusto, il mondo non ti ha conosciuto, ma io ti ho conosciuto, e questi hanno conosciuto che tu mi hai mandato. 26E io ho fatto conoscere loro il tuo nome e lo farò conoscere, perché l’amore con il quale mi hai amato sia in essi e io in loro». 

Nella terza parte, Gesù prega per tutti i suoi discepoli futuri. 

Ti prego per tutti coloro che, accogliendo la testimonianza degli apostoli, diventeranno miei discepoli in ogni epoca. Vivano in profonda comunione tra loro, allo stesso modo con il quale io sono stato e sono unito a te. Questa unità d’amore convincerà gli uomini a credere in me, quale tuo inviato. Ho trasmesso a loro la mia forza d’amore, quella che avevi donato a me, affinchè condividano tra loro la comunione inseparabile e profonda che ci fu e continua ad essere tra me e te. L’apparizione di questa carità divina sarà un fatto così sorprendente da far capire che essa è un bene incomparabile che ho portato sulla terra e che Tu avevi voluto diffonderla tra gli uomini. Padre, i miei discepoli, infine, condividano la mia stessa gloria, quella che ho ricevuto in dono da Te, da sempre, a motivo del tuo amore per me. Padre giusto, sulla terra, ho vissuto una comunione profonda con Te, mentre molti si opponevano al tuo progetto. I miei discepoli, invece, hanno creduto che ero stato mandato da Te. Ho potuto così rivelarti a loro e continuerò a farlo affinchè tra me e loro si stabilisca una relazione d’amore totale e permanente. 


Venerdi VII

  At 25. 13Erano trascorsi alcuni giorni, quando arrivarono a Cesarèa il re Agrippa e Berenice e vennero a salutare Festo. 14E poiché si trattennero parecchi giorni, Festo espose al re le accuse contro Paolo, dicendo: «C’è un uomo, lasciato qui prigioniero da Felice, 15contro il quale, durante la mia visita a Gerusalemme, si presentarono i capi dei sacerdoti e gli anziani dei Giudei per chiederne la condanna. 16Risposi loro che i Romani non usano consegnare una persona, prima che l’accusato sia messo a confronto con i suoi accusatori e possa aver modo di difendersi dall’accusa. 17Allora essi vennero qui e io, senza indugi, il giorno seguente sedetti in tribunale e ordinai che vi fosse condotto quell’uomo. 18Quelli che lo incolpavano gli si misero attorno, ma non portarono alcuna accusa di quei crimini che io immaginavo; 19avevano con lui alcune questioni relative alla loro religione e a un certo Gesù, morto, che Paolo sosteneva essere vivo. 20Perplesso di fronte a simili controversie, chiesi se volesse andare a Gerusalemme e là essere giudicato di queste cose. 21Ma Paolo si appellò perché la sua causa fosse riservata al giudizio di Augusto, e così ordinai che fosse tenuto sotto custodia fino a quando potrò inviarlo a Cesare». 

I magistrati romani si comportano in modo corretto e riconoscono che Paolo, innocente per riguarda la legge romana, è coinvolto in una disputa religiosa, circa la quale lo Stato non esercita alcuna competenza. Durante il processo di Gesù, Pilato aveva compreso che, anche in quel caso, la disputa era di carattere religioso ma preferì lasciarsi condizionare dai capi e dalla folla aizzata da loro contro Gesù. 

Paolo mostra rispetto per le istituzioni statali ma è necessario che i responsabili che ricoprono cariche siano onesti e amministrino con giustizia i sudditi. Così consiglia anche Pietro: «State sottomessi ad ogni istituzione umana per amore del Signore: sia al re come sovrano, sia ai governatori come ai suoi inviati per punire i malfattori e premiare i buoni. Perché questa è la volontà di Dio: che, operando il bene, voi chiudiate la bocca all'ignoranza degli stolti. Comportatevi come uomini liberi, non servendovi della libertà come di un velo per coprire la malizia, ma come servitori di Dio. Onorate tutti, amate i vostri fratelli, temete Dio, onorate il re» (1 Pt 2,13-17). 

Gv 21. 15Quand’ebbero mangiato, Gesù disse a Simon Pietro: «Simone, figlio di Giovanni, mi ami più di costoro?». Gli rispose: «Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene». Gli disse: «Pasci i miei agnelli». 16Gli disse di nuovo, per la seconda volta: «Simone, figlio di Giovanni, mi ami?». Gli rispose: «Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene». Gli disse: «Pascola le mie pecore». 17Gli disse per la terza volta: «Simone, figlio di Giovanni, mi vuoi bene?». Pietro rimase addolorato che per la terza volta gli domandasse: «Mi vuoi bene?», e gli disse: «Signore, tu conosci tutto; tu sai che ti voglio bene». Gli rispose Gesù: «Pasci le mie pecore. 18In verità, in verità io ti dico: quando eri più giovane ti vestivi da solo e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti vestirà e ti porterà dove tu non vuoi». 19Questo disse per indicare con quale morte egli avrebbe glorificato Dio. E, detto questo, aggiunse: «Seguimi».

Gesù chiama Pietro “Simone di Giovanni” come aveva fatto nel primo incontro con lui quando cambiò il suo nome in Pietro/ Roccia. Ora quel mutamento diventa reale in modo completo. La richiesta d’amore, ripetuta per tre volte, rattrista l’apostolo perché gli ricorda il triplice tradimento. In realtà, Gesù gli rassicura il suo perdono. Non solo, ma gli affida una missione pastorale di capitale importanza e perciò Pietro dovrà amarlo più di quanto lo faranno tutti gli altri suoi compagni. Lo amerà facendo sua la cura pastorale di Gesù, descritta nella metafora del Buon Pastore (cap.10). Il dolore di Pietro alle parole di Gesù ricorda il suo pianto dirotto. È certo che non deve cercare di rassicurare il Mestro perché questi conosce in modo perfetto il cuore degli uomini e sa che l’apostolo lo ama veramente. Le pecore sono affidate a Pietro ma esse rimangono proprietà di Gesù, il Pastore profondamente interessato alla loro salvezza. La dedizione di Pietro raggiungerà la sua massima estensione quando accetterà di essere consegnato in balìa dei persecutori. Soltanto se è dispostoa donare tutto se stesso, può decidere di seguire Gesù. 


Sabato VII

At 28. 16Arrivati a Roma, fu concesso a Paolo di abitare per conto suo con un soldato di guardia. 17Dopo tre giorni, egli fece chiamare i notabili dei Giudei e, quando giunsero, disse loro: «Fratelli, senza aver fatto nulla contro il mio popolo o contro le usanze dei padri, sono stato arrestato a Gerusalemme e consegnato nelle mani dei Romani. 18Questi, dopo avermi interrogato, volevano rimettermi in libertà, non avendo trovato in me alcuna colpa degna di morte. 19Ma poiché i Giudei si opponevano, sono stato costretto ad appellarmi a Cesare, senza intendere, con questo, muovere accuse contro la mia gente. 20Ecco perché vi ho chiamati: per vedervi e parlarvi, poiché è a causa della speranza d’Israele che io sono legato da questa catena». 30Paolo trascorse due anni interi nella casa che aveva preso in affitto e accoglieva tutti quelli che venivano da lui, 31annunciando il regno di Dio e insegnando le cose riguardanti il Signore Gesù Cristo, con tutta franchezza e senza impedimento.  

Al termine del quarto viaggio, Paolo giunge a Roma da prigioniero in attesa di giudizio. Non si limita, però, ad attendere la chiusura del procedimento, ma continua a parlare di Gesù, obbedendendo alla consegna ricevuta da Lui. L’annuncio del Regno, a Roma, prefigura l’evangelizzazione del mondo intero: «Riceverete la forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi, e di me sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino ai confini della terra» (At 1,8). 

Egli non nutre risentimento contro i fratelli di Gerusalemme che hanno causato il suo arresto su una falsa accusa (la profanazione del tempio) ma cerca di rassicurare quelli di Roma. Dichiara di essere stato arrestato “a causa della speranza d’Israele”. Avendo riconosciuto Gesù come il Messia, a lungo atteso dal popolo, la sua fede è diventata motivo di accese controversie. 

Nella capitale di un impero pagano, orgoglioso della sua cultura e potenza, Paolo continua l’annuncio del Regno intrapreso da Gesù e ripreso con forza dopo la sua risurrezione dagli apostoli da lui inviati. L’annuncio del regno di Dio, imperniato sugli eventi che ebbero come protagonista Gesù Cristo, prosegue con con tutta libertà e senza impedimenti. «Annuncia la parola, insisti in ogni occasione opportuna e non opportuna, ammonisci, rimprovera, esorta con ogni magnanimità e dottrina» (2 Tm 4,2). Paolo incontra giudei e pagani perché diventino un solo popolo, un Israele rinnovato. «Ricordatevi che un tempo voi, pagani per nascita, chiamati incirconcisi da quelli che si dicono circoncisi, ricordatevi che in quel tempo eravate senza Cristo, esclusi dalla cittadinanza d'Israele, senza speranza e senza Dio in questo mondo. Ora invece, in Cristo Gesù, voi che un tempo eravate i lontani siete diventati i vicini grazie al sangue di Cristo. Egli infatti è la nostra pace, colui che ha fatto dei due un popolo solo, abbattendo il muro di separazione che era frammezzo, cioè l'inimicizia. Egli è venuto perciò ad annunziare pace a voi che eravate lontani e pace a coloro che erano vicini. Per mezzo di lui possiamo presentarci, gli uni e gli altri, al Padre in un solo Spirito» (Ef 2,11-18). 

Gv 21. 20Pietro si voltò e vide che li seguiva quel discepolo che Gesù amava, colui che nella cena si era chinato sul suo petto e gli aveva domandato: «Signore, chi è che ti tradisce?». 21Pietro dunque, come lo vide, disse a Gesù: «Signore, che cosa sarà di lui?». 22Gesù gli rispose: «Se voglio che egli rimanga finché io venga, a te che importa? Tu seguimi». 23Si diffuse perciò tra i fratelli la voce che quel discepolo non sarebbe morto. Gesù però non gli aveva detto che non sarebbe morto, ma: «Se voglio che egli rimanga finché io venga, a te che importa?». 24Questi è il discepolo che testimonia queste cose e le ha scritte, e noi sappiamo che la sua testimonianza è vera. 25Vi sono ancora molte altre cose compiute da Gesù che, se fossero scritte una per una, penso che il mondo stesso non basterebbe a contenere i libri che si dovrebbero scrivere.

Pietro rappresenta l’azione, la guida pastorale; Giovanni la testimonianza, la contemplazione. Il testo suggerisce che nella Chiesa non esiste un solo modo di seguire Cristo ma utti però sono chiamati alla fedeltà personale. Si era diffusa la voce che quel discepolo non morirà. L’evangelista corregge: Gesù non aveva detto questo. Qui si vede una comunità che riflette su sé stessa, chiarendo interpretazioni sbagliate. È un segno di onestà: anche le prime comunità cristiane potevano fraintendere. Il discepolo sarebbe rimosto per sempre per il Vangelo che aveva scritto. 

Il brano si chiude con una dichiarazione solenne: “Questo è il discepolo che testimonia queste cose e le ha scritte.” E poi con un’immagine suggestiva: il mondo non basterebbe a contenere tutti i libri su ciò che Gesù ha fatto. È un modo poetico per dire che il mistero di Cristo è inesauribile: il Vangelo racconta il necessario, ma non esaurisce tutto. In sintesi, questo passo invita ad evitare il confronto sterile con gli altri; ad accogliere la propria vocazione personale. Invita a restare fedeli alla sequela di Cristo e a riconoscere che la verità del Vangelo è più grande di ogni racconto.


Pentecoste



At 2. 1Mentre stava compiendosi il giorno della Pentecoste, si trovavano tutti insieme nello stesso luogo. 2Venne all’improvviso dal cielo un fragore, quasi un vento che si abbatte impetuoso, e riempì tutta la casa dove stavano. 3Apparvero loro lingue come di fuoco, che si dividevano, e si posarono su ciascuno di loro, 4e tutti furono colmati di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue, nel modo in cui lo Spirito dava loro il potere di esprimersi. 5Abitavano allora a Gerusalemme Giudei osservanti, di ogni nazione che è sotto il cielo. 6A quel rumore, la folla si radunò e rimase turbata, perché ciascuno li udiva parlare nella propria lingua. 7Erano stupiti e, fuori di sé per la meraviglia, dicevano: «Tutti costoro che parlano non sono forse Galilei? 8E come mai ciascuno di noi sente parlare nella propria lingua nativa? 9Siamo Parti, Medi, Elamiti, abitanti della Mesopotamia, della Giudea e della Cappadòcia, del Ponto e dell’Asia, 10della Frìgia e della Panfìlia, dell’Egitto e delle parti della Libia vicino a Cirene, Romani qui residenti, 11Giudei e prosèliti, Cretesi e Arabi, e li udiamo parlare nelle nostre lingue delle grandi opere di Dio».

Il capitolo secondo narra l’effusione dello Spirito che spinge gli apostoli ad evangelizzare (Spirito); espone la predicazione di Pietro kerigmatica e morale (Parola); manifesta la vita della comunità primitiva (vita), alla quale si aggregano nuovi salvati. Questi tre elementi testimoniano la presenza e l’azione dello Spirito, invisibile nella sua persona ma percepibile nei suoi effetti. 

La Pentecoste si sta «compiendo» perché si «compie» la fatica salvifica di Gesù (Gv 19,30) e la sua promessa più rilevante. Si rinnovano i fenomeni della manifestazione divina e delle vocazioni profetiche. Lo Spirito viene segnalato da fenomeni simbolici (vento e fuoco) che accompagnano il segno più decisivo della Parola. Egli, dal momento che ha investito ogni membro della comunità, si posa su tutti. La comunità non è un amalgama indistinto ma una comunione di persone rilevanti, perché lo Spirito è in relazione con ognuno. 

Rappresentanti di tutta l’umanità sono convocati a Gerusalemme, secondo la promessa profetica. Viene ricostruita l’unità della famiglia umana nell’amore, che era sta disgregata alla torre di Babele, in conseguenza all’istinto di prepotenza costrittiva. 

1 Cor. 12 3Nessuno può dire: «Gesù è Signore!», se non sotto l’azione dello Spirito Santo. 4Vi sono diversi carismi, ma uno solo è lo Spirito; 5vi sono diversi ministeri, ma uno solo è il Signore; 6vi sono diverse attività, ma uno solo è Dio, che opera tutto in tutti. 7A ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito per il bene comune. 12Come infatti il corpo è uno solo e ha molte membra, e tutte le membra del corpo, pur essendo molte, sono un corpo solo, così anche il Cristo. 13Infatti noi tutti siamo stati battezzati mediante un solo Spirito in un solo corpo, Giudei o Greci, schiavi o liberi; e tutti siamo stati dissetati da un solo Spirito.

Il compito primario dello Spirito è suscitare la fede in Gesù. Dichiarare che Gesù è Signore mostra che l’uomo che esprime questa confessione è cristiano, appartiene a Criso e partecipa alla comunione della Chiesa. Nessuno, al di fuori del Nazareno morto e risuscitato per noi, può pretendere una quasivoglia signoria (in contrasto con la formula “Cesare è Signore”). 

Paolo accenna ad una formulazione trinitaria (Spirito, Signore, Dio agiscono insieme, in collaborazione) ma sviluppa il discorso sullo Spirito santo, creando una Pentecoste paolina. Dal momento che è il medesimo Spirito ad operare in tutti, nessun carisma è in diritto di affermarsi a detrimento degli altri. Lo Spirito stabilisce un’equaglianza tra i membri della comunità perché è Spirito di comunione. Pur essendo uguale per tutti (come l’aria che tutti respirano), da origine ad esiti diversi, in vista, però, dell’utilità comune. 

Paolo, poi, formula un discorso sulla Chiesa. Definita come corpo di Cristo. non costituisce soltanto una società morale, sottomessa lui. In senso molto realistico, il corpo di Cristo è Cristo stesso, il Risorto, già preesistente a qualsiasi incorporazione a lui. La Chiesa non è solo appartenente a Cristo ma è lui stesso (è un corpo di molte membra). Egli incorpora a sé come proprie membra i battezzati, i quali superano ogni distinzione etnica e sociale, ritrovandosi ad essere «uno solo in Cristo Gesù» (Gal 3,28). 

Gv 20. 19La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». 20Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. 21Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». 22Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. 23A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati». 

La sera di quel giorno: riecheggia la scansione del tempo udita all’inizio della storia del mondo perché, con la sua risurrezione, Gesù opera la seconda creazione che rinnova radicalmente la prima. 

Le porte sono chiuse perché i discepoli sono nella tenebra e conoscono soltanto la paura ma l’attraversamento delle porte da parte di Gesù segnala la sua nuova condizione perché, pur essendo ancora corporeo (è lo stesso che fu crocifisso) non è più soggetto alle leggi limitanti della corporeità. Egli può, ora, operare ora il rinnovamento delle cose. La menzione della pace annuncia la restaurazione dell’era messianica. È il dono che prelude a tutti i successivi e li riassume in sé. «Ho visto le sue vie, ma voglio sanarlo, guidarlo e offrirgli consolazioni. Pace, pace ai lontani e ai vicini, dice il Signore, io li guarirò» (Is 57,18-19). 

I discepoli reagiscono con la gioia. «Come una madre consola un figlio così io vi consolerò; in Gerusalemme sarete consolati. Voi lo vedrete e gioirà il vostro cuore, le vostre ossa saranno rigogliose come erba fresca» (Is 66,13-14)

La ripetizione del dono della pace ne accentua il valore ed essi scopriranno questo dono proprio nel corso delle successive tribolazioni: «Vi ho detto queste cose perché abbiate pace in me. Voi avrete tibolazione dnel mondo, ma abbiate fiducia; io ho vinto il mondo!» (Gv 16,33). 

Il soffio di Gesù ricorda quello di Dio nella prima creazione: «Il Signore Dio plasmò l’uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita e l’uomo divenne un essere vivente» (Gen 2,7); «Il Creatore gli ispirò un’anima attiva e gli infuse uno spirito vitale» (Sap 15,11). «Dalla parola del Signore furono fatti i cieli, dal soffio della sua bocca ogni loro schiera» (Sal 33,6). Ricorda la potenza dello Spirito di ridare vita ai morti «Lo spirito entrò in essi e ritornarono in vita» (Ez 37,10). 

L’affidamento della missione, già promessa nei discorsi d’addio, è dono ed impegno. La missione di Gesù continuerà nel mondo per mezzo dei discepoli, in una forma nuova. Come fu per Cristo, anche i discepoli usufruiscono del dono dello Spirito. Il potere contro il Peccato è essenziale al fine di ristabilire il rinnovamento finale ma solo in situazione di fede può avvenire l’annientamento del male. I discepoli non escludo nessuno ma alcuni possoono autoescludersi da soli. 

SI CONCLUDE IL TEMPO DI PASQUA

SPEGNIMENTO DEL CERO



venerdì 8 maggio 2026

6 settimana di Pasqua

 


Domenica VI di Pasqua

Sarebbe un grande guadagno per noi scoprire e godere della presenza del Signore Gesù in noi e nella nostra vita. Egli ha promesso: mi manifesterò a chi crede in me e mi ama. Non lo lascerò orfano ma tornerò presso di Lui. La promessa che Gesù rivolge a tuttti dobbiamo scoprirla come un bene personale. 

Gesù si rivela a chi vive il suo messaggio o almeno cerca di farlo. Quando noi amiamo Gesù e desideriamo obbedire a Lui, è il segno che siamo stati amati da Dio, che ci è venuto incontro e ci ha offerto il dono di godere dell’amicizia del suo Figlio Gesù. 

Può verificarsi che il contesto attorno a noi sia molto difficile. Allora dobbiamo continuare ad adorare Gesù e testimoniarlo con dolcezza. «Un servo del Signore non deve essere litigioso, ma mite con tutti, capace di insegnare, paziente, dolce nel rimproverare quelli che gli si mettono contro, nella speranza che Dio conceda loro di convertirsi» (2 Tm 2,24-26).

La persona retta suscita l’ammirazione ma anche l’irritazione di chi si sente giudicato dalla sola vista della rettitudine: «È diventato per noi una condanna dei nostri pensieri; ci è insopportabile solo al vederlo, perché la sua vita non è come quella degli altri, e del tutto diverse sono le sue strade» (Sap 2,14-15). Soffrire, non perché si agisce male ma, al contrario, perché si compie il bene, diventa un’accasione preziosa. Non per la sofferenza in sé (che non è mai auspicata dal Signore) ma perché è un’occasione preziosa per imparare la carità e non c’è nulla di meglio nella vita che sperimentare la dolcezza infinita dell’amore vero. 

È il dono portato da Filippo alle città della Samaria. Dove giunge il Vangelo, arriva la gioia. «Il Regno di Dio è giustizia, pace e gioia nello Spirito Santo» (Rm 14,17). Come Paolo, Filippo potrebbe dire: «Noi non intendiamo fa da padroni sulla vostra fede; siamo invece collaboratori della vostra gioia, perché nella fede voi siete saldi» (2 Cor 1,24). Essa non è soltanto un sentimento, forse passeggero, ma una stabilità di fondo, una partecipazione alla gioia  di Gesù (Gv 17,13) e può sovvrabondare anche nelle stesse tribolazioni (2 Cor 7,4). È frutto dell’amore, del dono di sé, non del semplice benessere psico-fisico. «Vi è più gioia nel dare che nel ricevere» (At 20,5).

Prima lettura

Atti 8,5-17 5Filippo, sceso in una città della Samaria, predicava loro il Cristo. 6E le folle, unanimi, prestavano attenzione alle parole di Filippo, sentendolo parlare e vedendo i segni che egli compiva. 7Infatti da molti indemoniati uscivano spiriti impuri, emettendo alte grida, e molti paralitici e storpi furono guariti. 8E vi fu grande gioia in quella città. 14Frattanto gli apostoli, a Gerusalemme, seppero che la Samaria aveva accolto la parola di Dio e inviarono a loro Pietro e Giovanni. 15Essi scesero e pregarono per loro perché ricevessero lo Spirito Santo; 16non era infatti ancora disceso sopra nessuno di loro, ma erano stati soltanto battezzati nel nome del Signore Gesù. 17Allora imponevano loro le mani e quelli ricevevano lo Spirito Santo. 

Filippo, sfuggendo alla persecuzione, trasforma una sventura in opportunità. Sceso in Samaria, annuncia Cristo. Il Vangelo riguarda la persona di Gesù; è lui la vite fruttuosa alla quale dobbiamo restare uniti. I Samaritani talora si erano mostrati ostili verso Gesù (Lc 9,52), altre volte accoglienti (Gv 4,39). Gesù avevato seminato, soprattutto con la sua morte in croce ed ora i suoi discepoli, diventati suoi missionari, mietono subentrando nella sua fatica (Gv 4,38). Filippo, ripresentando nella sua opera, la persona stessa di Gesù annuncia, guarisce e libera dal diavolo. Dove giunge il Vangelo, arriva la gioia. «Il Regno di Dio è giustizia, pace e gioia nello Spirito Santo» (Rm 14,17). Come Paolo, Filippo potrebbe dire: «Noi non intendiamo fa da padroni sulla vostra fede; siamo invece collaboratori della vostra gioia, perché nella fede voi siete saldi» (2 Cor 1,24). Essa non è soltanto un sentimento, forse passeggero, ma una stabilità di fondo, una partecipazione alla gioia stessa di Gesù (Gv 17,13) e può sovvrabondare anche nelle stesse tribolazioni (2 Cor 7,4). È frutto dell’amore, del dono di sé, non del semplice benessere psico-fisico. «Vi è più gioia nel dare che nel ricevere» (At 20,5). 

Gli aposoli stabiliscono una comunione tra Gerusalemme e Samaria. Ogni chiesa è costituita sulla testimonianza degli apostoli come fondamento. «Voi non siete più stranieri né ospiti, ma siete concittadini dei santi e familiari di Dio, edificati sopra il fondamento degli apostoli e dei profeti, e avendo come pietra angolare lo stesso Cristo Gesù. In lui anche voi insieme con gli altri venite edificati per diventare dimora di Dio per mezzo dello Spirito» (Ef 2,19-22). 

Il loro primo compito è pregare perché i nuovi discepoli ricevano lo Spirito. «In verità vi dico ancora: se due di voi sopra la terra si accorderanno per domandare qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli ve la concederà» (Mt 18,19).

Godere della presenza dello Spirito, è necessario per poter essere discepoli di Gesù e rivestirsi di lui. L’iniziazione cristiana prevedeva l’immersione nell’acqua per la purificazione e l’imposizione delle mani per la trasmissione dello Spirito. Qui il rito avviene in due tempi per evidenziare il rapporto di comunione con la Chiesa degli apostoli. 


Secona lettura

1 Pt 3,15-18 Adorate il Signore, Cristo, nei vostri cuori, pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi. 16Tuttavia questo sia fatto con dolcezza e rispetto, con una retta coscienza, perché, nel momento stesso in cui si parla male di voi, rimangano svergognati quelli che malignano sulla vostra buona condotta in Cristo. 17Se questa infatti è la volontà di Dio, è meglio soffrire operando il bene che facendo il male, 18perché anche Cristo è morto una volta per sempre per i peccati, giusto per gli ingiusti, per ricondurvi a Dio; messo a morte nel corpo, ma reso vivo nello spirito. 

Adorare Gesù e testimoniarlo con dolcezza. «Un servo del Signore non deve essere litigioso, ma mite con tutti, capace di insegnare, paziente, dolce nel rimproverare quelli che gli si mettono contro, nella speranza che Dio conceda loro di convertirsi, perché riconoscano la verità e rientrino in se stessi, liberandosi dal laccio del diavolo, che li tiene prigionieri perché facciano la sua volontà» (2 Tm 2,24-26).

La persona retta può suscitare l’ammirazione ma anche l’irritazione di chi si sente giudicato dalla sola vista della rettitudine: «È diventato per noi una condanna dei nostri pensieri; ci è insopportabile solo al vederlo, perché la sua vita non è come quella degli altri, e del tutto diverse sono le sue strade» (Sap 2,14-15). 

La Sacra Scrittura, allora, presenta persone rimaste fedeli a Dio (e protette da Lui) nel soffrire ostilità e ingiustizia. Fu il caso particolare di Giuseppe: «Perché io sono stato portato via ingiustamente dal paese degli Ebrei e anche qui non ho fatto nulla perché mi mettessero in questo sotterraneo… Il Signore fu con Giuseppe, gli conciliò benevolenza e gli fece trovare grazia agli occhi del comandante della prigione» (Gen Gen 40,15; 39,21). 

Trovarsi a vivere in una relazione difficile o perfino ingiusta è passare come in un crogiolo che libera dalle scorie e rivela la preziosità della carità. «Esorta ancora i più giovani a essere assennati, offrendo te stesso come esempio in tutto di buona condotta, con purezza di dottrina, dignità, linguaggio sano e irreprensibile, perché il nostro avversario resti confuso, non avendo nulla di male da dire sul conto nostro. Esorta gli schiavi a esser sottomessi in tutto ai loro padroni; li accontentino e non li contraddicano, non rubino, ma dimostrino fedeltà assoluta, per fare onore in tutto alla dottrina di Dio, nostro salvatore» (Tt 2,6-10). 


Vangelo

Gv 14. 15Se mi amate, osserverete i miei comandamenti; 16e io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre, 17lo Spirito della verità, che il mondo non può ricevere perché non lo vede e non lo conosce. Voi lo conoscete perché egli rimane presso di voi e sarà in voi. 18Non vi lascerò orfani: verrò da voi. 19Ancora un poco e il mondo non mi vedrà più; voi invece mi vedrete, perché io vivo e voi vivrete. 20In quel giorno voi saprete che io sono nel Padre mio e voi in me e io in voi. 21Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi ama. Chi ama me sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui». 

Giovanni adopera il termine comandamenti ma altre volte usa il singolare, comandamento oppure parola. Non pensa soltanto in termini morali ma allude a tutta la rivelazione che trasmette vita. 

L’amore si manifesta nell’obbedienza. «Non vogliate mostrare l’amore che avete per me con le lacrime, ma con l’obbedienza ai miei comandi» (TO 645). [L’amore obbediente prepara a ricevere lo Spirito: infatti lo Spirito che è amore, non viene dato se non a coloro che amano. Tuttavia amore ed obbedienza presuppongono già la mozione dello Spirito Santo. Perciò queste qualità, sono già elargite a noi perché possiamo ricevere doni maggiori. Vale a dire, «se mi amate mediante lo Spirito Santo che già avete e se obbedite ai miei comandi, riceverete lo Spirito con maggior pienezza» (TO 649)]. 

16 Pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre, 17lo Spirito della verità, che il mondo non può ricevere perché non lo vede e non lo conosce. Gesù si definisce il primo Paraclito (cf 1 Gv 2,1); il secondo Paraclito, lo Spirito, resterà sempre con i discepoli; «si ha donazione vera quando il dono è per sempre» (TO 653). È Spirito di verità perché guida i discepoli alla comprensione della rivelazione che è Cristo. «Il vero, da chiunque sia detto, viene dallo Spirito» (Ambrosiaster). Rimane, tuttavia, un mondo che rifiuta e il dramma vissuto da Gesù si perpetua nel tempo. Nessuno può amare insieme Dio e il mondo. Chi ama il mondo non può ricevere lo Spirito che è amore per Dio. Inoltre «i doni spirituali non possono essere accolti senza essere desiderati», ma chi ama il mondo non desidera i beni del Signore (TO 659)

18. Voi lo conoscete perché egli rimane presso di voi e sarà in voi. I discepoli conoscono lo Spirito nella persona di Gesù e nella spinta alla fede che hanno percepita nel loro intimo, ma dopo la sua glorificazione sperimenteranno la sua azione in modo più efficace. Lo Spirito farà in modo che anche Gesù rimanga sempre con loro anche se non più in modo visibile (v.18).

v. 19 Ancora un poco e il mondo non mi vedrà più; voi invece mi vedrete, perché io vivo e voi vivrete. Mentre il mondo abbandonato ai suoi soli mezzi di conoscenza sarà incapace di percepire Gesù oltre la sua morte, i discepoli sperimenteranno la presenza di Cristo Risorto e condivideranno la sua nuova vita (così pure quelli che crederanno in base alla loro testimonianza). Questa conoscenza e partecipazione alla vita del Risorto prepara e anticipa ciò che si compirà del momento della Parusia. L'essenziale è dato fin d'ora, anche se resta aperta la prospettiva di un compimento.

v. 20 «In quel giorno voi saprete che io sono nel Padre mio e voi in me e io in voi». In quel giorno è una formula ricorrente nell'Antico Testamento per designare la venuta dell'epoca escatologica che comincerà con la resurrezione di Gesù. Allora i discepoli, nella fede, crederanno che Gesù vive ormai nel Padre ma anche godranno della comunione profonda che si realizzerà tra Gesù e loro, vivendo della stessa vita. 

v.21 «Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi ama. Chi ama me sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui». Una persona cerca di osservare i comandamenti, per il fatto che ama il Signore. Dio, che ama il discepolo dall’eternità, manifesterà nel tempo questo suo amore, nel corso della vita del suo fedele. Cristo stesso, che agisce sempre in sintonia con il Padre, ci amerà a sua volta e ci farà godere le conseguenze della sua predilezione. 

«Io amo coloro che mi amano, e quelli che mi cercano mi trovano. Ricchezza e onore sono con me, sicuro benessere e giustizia. Il mio frutto è migliore dell’oro più fino, il mio prodotto è migliore dell’argento pregiato. Sulla via della giustizia io cammino e per i sentieri dell’equità, per dotare di beni quanti mi amano e riempire i loro tesori» (Pr 8,17-21). «Se uno è in Cristo, è una creatura nuova; le cose vecchie sono passate, ecco ne sono nate di nuove» (2 Cor 5,17).


Lunedi VI

Atti 16. 11Salpati da Tròade, facemmo vela direttamente verso Samotràcia e, il giorno dopo, verso Neàpoli 12e di qui a Filippi, colonia romana e città del primo distretto della Macedonia. Restammo in questa città alcuni giorni. 13Il sabato uscimmo fuori della porta lungo il fiume, dove ritenevamo che si facesse la preghiera e, dopo aver preso posto, rivolgevamo la parola alle donne là riunite. 14Ad ascoltare c’era anche una donna di nome Lidia, commerciante di porpora, della città di Tiàtira, una credente in Dio, e il Signore le aprì il cuore per aderire alle parole di Paolo. 15Dopo essere stata battezzata insieme alla sua famiglia, ci invitò dicendo: «Se mi avete giudicata fedele al Signore, venite e rimanete nella mia casa». E ci costrinse ad accettare. 

A Filippi, Paolo cerca di unirsi a9lla preghiera del Sabato, propria degli Ebrei. Trova un luogo di preghiera in una zona della città, frequentato da alcune donne. L’apostolo ebbe sempre una particolare attenzione per loro. Non si tratta di una vera Sinagoga, con una liturgia regolare. 

L’apostolo parla alle presenti e viene “ascoltato” da Lidia, una pagana che condivideva la fede giudaica, senza essere ebrea. Il Signore le aprì il cuore, perché non è possibile credere senza una mozione di grazia. «Nessuno può venire a me, se non lo attira il Padre che mi ha mandato… Sta scritto nei profeti: E tutti saranno ammaestrati da Dio» (Gv 6,44-45). «Dio conceda a tutti voi volontà di adorarlo e di compiere i suoi desideri con cuore generoso e animo pronto; vi dia una mente aperta ad intender la sua legge e i suoi comandi, e volontà di pace» (2 Mac 1-5).

Lidia viene battezzata e con lei tutta la sua famiglia, com’era frequente in quell’epoca. Dimostra di aver intrapreso una nuova vita perché costringe i missionari ad accettare la sua ospitalità, sebbene essi, normalmente, si facessero ospitare da giudei. Lidia imita l’ospitalità di Abramo (Gen 18,4-5) e adempie un obbligo d’amore fraterno: «Perseverate nell’amore fraterno. Non dimenticate l’ospitalità; alcuni, praticandola, hanno accolto degli angeli, senza saperlo» (Eb 13,1-2). 

Nasce la Chiesa di Filippi con la quale Paolo stringerà un solido legame d’amicizia: «Dio mi è testimone del profondo affetto che ho per tutti voi nell’amore di Cristo Gesù» (Fil 1,8). In seguito, in modo contrario al suo stile normale, accetterà, aiuti da questa comunità: «Ben sapete proprio voi, Filippesi, che nessuna Chiesa aprì con me un conto di dare o di avere, se non voi soli; ed anche a Tessalonica mi avete inviato per due volte il necessario. Non è però il vostro dono che io ricerco, ma il frutto che ridonda a vostro vantaggio. Adesso ho il necessario e anche il superfluo; sono ricolmo dei vostri doni, che sono un profumo di soave odore, un sacrificio accetto e gradito a Dio» (Fil 4,15-18).

Gv 15. 26Quando verrà il Paràclito, che io vi manderò dal Padre, lo Spirito della verità che procede dal Padre, egli darà testimonianza di me; 27e anche voi date testimonianza, perché siete con me fin dal principio. 16 1Vi ho detto queste cose perché non abbiate a scandalizzarvi. 2Vi scacceranno dalle sinagoghe; anzi, viene l’ora in cui chiunque vi ucciderà crederà di rendere culto a Dio. 3E faranno ciò, perché non hanno conosciuto né il Padre né me. 4Ma vi ho detto queste cose affinché, quando verrà la loro ora, ve ne ricordiate, perché io ve l’ho detto. 

«Io manderò su di voi quello che il Padre ha promesso» (Lc 24,49). Lo Spirito che procede dal Padre è inviato da Cristo glorificato, con il quale è intimamente legato e si manifesterà attraverso la testimonianza dei discepoli: «Avrete forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi e mi sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino agli estremi confini della terra» (At 1,8). «Quando vi consegneranno nelle loro mani, non preoccupatevi di come o di che cosa dovrete dire, perché vi sarà suggerito in quel momento ciò che dovrete dire: non siete infatti voi a parlare, ma è lo Spirito del Padre vostro che parla in voi» (Mt 10,19-20). Paolo dichiara: «Ecco ora, avvinto dallo Spirito, io vado a Gerusalemme senza sapere ciò che là mi accadrà. So soltanto che lo Spirito Santo in ogni città mi attesta che mi attendono catene e tribolazioni. Non ritengo tuttavia la mia vita meritevole di nulla, purché conduca a termine la mia corsa e il servizio che mi fu affidato dal Signore Gesù, di rendere testimonianza al messaggio della grazia di Dio» (At 20,22-24). 


Martedi VI

Atti 16. 22La folla allora insorse contro di loro e i magistrati, fatti strappare loro i vestiti, ordinarono di bastonarli 23e, dopo averli caricati di colpi, li gettarono in carcere e ordinarono al carceriere di fare buona guardia. 24Egli, ricevuto quest’ordine, li gettò nella parte più interna del carcere e assicurò i loro piedi ai ceppi. 25Verso mezzanotte Paolo e Sila, in preghiera, cantavano inni a Dio, mentre i prigionieri stavano ad ascoltarli. 26D’improvviso venne un terremoto così forte che furono scosse le fondamenta della prigione; subito si aprirono tutte le porte e caddero le catene di tutti. 27Il carceriere si svegliò e, vedendo aperte le porte del carcere, tirò fuori la spada e stava per uccidersi, pensando che i prigionieri fossero fuggiti. 28Ma Paolo gridò forte: «Non farti del male, siamo tutti qui». 29Quello allora chiese un lume, si precipitò dentro e tremando cadde ai piedi di Paolo e Sila; 30poi li condusse fuori e disse: «Signori, che cosa devo fare per essere salvato?». 31Risposero: «Credi nel Signore Gesù e sarai salvato tu e la tua famiglia». 32E proclamarono la parola del Signore a lui e a tutti quelli della sua casa. 33Egli li prese con sé, a quell’ora della notte, ne lavò le piaghe e subito fu battezzato lui con tutti i suoi; 34poi li fece salire in casa, apparecchiò la tavola e fu pieno di gioia insieme a tutti i suoi per avere creduto in Dio. 

Paolo ha liberato una ragazza schiava da un spirito demoniaco che le faceva pronunciare oracoli e, per tale attività, forniva lauti compensi ai suoi padroni. Questi, indignati per il mancato guadagno, dal momento che la ragazza non era più in grado di dare oracoli, scatenano la folla contro di lui e contro Sila. I missionari finiscono in una prigione dalla quale è impossibile evadere. Un fatto analogo era capitato anche a Pietro (At 12). Incuranti della loro sorte, i prigionieri glorificano il Signore, senza preoccuparsi di chiedere la loro liberazione. «Guardatevi dal rendere male per male ad alcuno; ma cercate sempre il bene tra voi e con tutti. State sempre lieti, pregate incessantemente, in ogni cosa rendete grazie; questa è infatti la volontà di Dio in Cristo Gesù verso di voi» (1 Ts 5,15-18). «Pregando, non sprecate parole come i pagani, i quali credono di venire ascoltati a forza di parole. Non siate dunque come loro, perché il Padre vostro sa di quali cose avete bisogno ancor prima che gliele chiediate» (Mt 6,7-8). È il Signore stesso a provvedere alla loro liberazione compiendo atti clamorosi. 

Il carceriere, sorpreso dagli eventi accaduti, chiede come avrebbe potuto essere salvato. «Volgetevi a me e sarete salvi, paesi tutti della terra, perché io sono Dio; non ce n’è altri» (Is 45,22). Ad una domanda simile Gesù aveva suggerito ai suoi interlocutori di credere in lui. «Gli dissero allora [i Giudei]: “Che cosa dobbiamo fare per compiere le opere di Dio?”. Gesù rispose: “Questa è l'opera di Dio: credere in colui che egli ha mandato”» (Gv 628-29). Paolo rivolge il medesimo invito al carceriere. I missionari lo evangelizzano. 

Convertito, il carceriere si prende cura dei prigionieri che aveva maltrattato. Si comporta come il samaritano solidale della parabola: «Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi, caricatolo sopra il suo giumento, lo portò a una locanda e si prese cura di lui» (Lc 10,34). L’opera buona è segno autentico del cambiamento interiore avvenuto: «noi sappiamo che siamo passati dalla morte alla vita, perché amiamo i fratelli. Chi non ama rimane nella morte» (1 Gv 4,14). L’azione misericordiosa sollecita un dono maggiore. Solo allora può essere battezzato (e consumare una cena eucaristica?). 

Gv 16. 5Ora però vado da colui che mi ha mandato e nessuno di voi mi domanda: “Dove vai?”. 6Anzi, perché vi ho detto questo, la tristezza ha riempito il vostro cuore. 7Ma io vi dico la verità: è bene per voi che io me ne vada, perché, se non me ne vado, non verrà a voi il Paràclito; se invece me ne vado, lo manderò a voi. 8E quando sarà venuto, dimostrerà la colpa del mondo riguardo al peccato, alla giustizia e al giudizio. 9Riguardo al peccato, perché non credono in me; 10 riguardo alla giustizia, perché vado al Padre e non mi vedrete più; 11riguardo al giudizio, perché il principe di questo mondo è già condannato. 

I discepoli sono fortemente rattristati ed impauriti per la partenza di Gesù. Invece Gesù li rincuora e li invita ad avere fiducia perché, grazia alla sua assenza, potrà inviare lo Spirito Santo. Viene elargito, infatti, da Gesù glorificato e sostituirà la sua presenza in modo tale che essi eserciteranno una missione efficace. 

Lo Spirito attuerà un vero procedimento giudiziario contro il Principe di questo mondo. Dimostrerà la colpevolezza del mondo per l’incredulità dei suoi oppositori. Quanto alla giustizia, lo Spirito testimonierà che Dio ha riconosciuto Gesù, lo ha onorato e glorificato. Quanto al giudizio, lo Spirito convincerà che la condanna di Gesù è stata ingiusta e che la sua eliminazione, non è stata la sua sconfitta. 

La sentenza definita contro Satana è stata emessa all’atto della morte di Gesù; tuttavia, il mondo intero continua a restare in balia del Maligno (1 Gv 5,19). I credenti possono sfuggire a questo potere nefasto e abbandonare il peccato. 


Mercoledi VI

At 17. 22Allora Paolo, in piedi in mezzo all’Areòpago, disse: «Ateniesi, vedo che, in tutto, siete molto religiosi. 23Passando infatti e osservando i vostri monumenti sacri, ho trovato anche un altare con l’iscrizione: “A un dio ignoto”. Ebbene, colui che, senza conoscerlo, voi adorate, io ve lo annuncio. 24Il Dio che ha fatto il mondo e tutto ciò che contiene, che è Signore del cielo e della terra, non abita in templi costruiti da mani d’uomo 25né dalle mani dell’uomo si lascia servire come se avesse bisogno di qualche cosa: è lui che dà a tutti la vita e il respiro e ogni cosa. 26Egli creò da uno solo tutte le nazioni degli uomini, perché abitassero su tutta la faccia della terra. Per essi ha stabilito l’ordine dei tempi e i confini del loro spazio 27perché cerchino Dio, se mai, tastando qua e là come ciechi, arrivino a trovarlo, benché non sia lontano da ciascuno di noi. 28In lui infatti viviamo, ci muoviamo ed esistiamo, come hanno detto anche alcuni dei vostri poeti: “Perché di lui anche noi siamo stirpe”. 29Poiché dunque siamo stirpe di Dio, non dobbiamo pensare che la divinità sia simile all’oro, all’argento e alla pietra, che porti l’impronta dell’arte e dell’ingegno umano. 30Ora Dio, passando sopra ai tempi dell’ignoranza, ordina agli uomini che tutti e dappertutto si convertano, 31perché egli ha stabilito un giorno nel quale dovrà giudicare il mondo con giustizia, per mezzo di un uomo che egli ha designato, dandone a tutti prova sicura col risuscitarlo dai morti». 32Quando sentirono parlare di risurrezione dei morti, alcuni lo deridevano, altri dicevano: «Su questo ti sentiremo un’altra volta». 33Così Paolo si allontanò da loro. 34Ma alcuni si unirono a lui e divennero credenti: fra questi anche Dionigi, membro dell’Areòpago, una donna di nome Dàmaris e altri con loro. 

Nel discorso ai pagani di Atene, Paolo predica il monoteismo, come aveva fatto con quelli della Pisidia. Inizia lodando la loro religiosità e attesta di completare una lacuna nel loro spirito religioso: si sono premurati di onorare un dio ignoto e l’apostolo vuole far conoscere loro quel Dio che essi già venerano senza conoscerlo. Rivela loro che esiste un Dio creatore che non può essere contenuto in una costruzione umana (né materiale, né concettuale). Egli, inoltre, non ha bisogno del nostro culto ed opera sempre in maniera benefica e gratuita. L’apostolo aggiunge che il Signore ha spinto gli uomini a cercarlo, sebbene, poi, in realtà non sia lontano da nessuno. Anzi ha predisposto una certa connaturalità tra Lui e l’uomo. Filosofi insigni avevano sostenuto verità simili. Ciò nonostante l’uomo avanza nell’oscurità e ha bisogno, più che darsi alla ricerca intellettuale, di porsi in ascolto dell’unico vero Dio che parla attraverso il creato e personaggi storici da lui ispirati. 

Salomone, nella dedicazione del tempio, riconosce che questo luogo santo non può rinchiudere Dio: «è proprio vero che Dio abita sulla terra? Ecco i cieli e i cieli dei cieli non possono contenerti, tanto meno questa casa che io ho costruita!» (2 Cr 3,18). Dio è inaccessibile nelle sue vie ed agisce in totale gratuità: «Quanto sono imperscrutabili i suoi giudizi e inaccessibili le sue vie! Infatti, chi mai ha potuto conoscere il pensiero del Signore? O chi gli ha dato qualcosa per primo, sì che abbia a riceverne il contraccambio?» (Rm 11,33-35), È necessario che Dio si riveli perché «abita una luce inaccessibile; che nessuno fra gli uomini ha mai visto né può vedere» (1 Tm 6,16). 

Infine l’apostolo annuncia il contenuto essenziale della fede cristiana: Dio vuole che gli uomini, abbandonando le divinità si convertano a lui. Ha stabilito un giudizio su di loro che avverrà tramite Colui che ha risuscitato dai morte. Questo annuncio contraddice il pensiero greco che considera il corpo una prigione dell’anima, da cui conviene liberarsi. 

L’uditorio reagisce in modo scontato. Come accadeva nel mondo giudaico, si divide. Non c’è né trionfalismo, né totale pessimismo. Il dato positivo sta nel fatto che alcuni si convertono, tra loro anche un mebro ragguardevole del Consiglio della città. Il Vangelo comincia a radicarsi anche nella cultura pagana. 

La vita eterna consiste nel conoscere l’unico vero Dio e colui che ha mandato, Gesù Cristo (Gv 17,3). Paolo cerca di introdurre tutti gli uomini in questa conoscenza vitale. Queste persone vengono strappare dall’ignoranza («il mondo non ti ha conosciuto» Cf Gv 17,25) e partecipano alla conoscenza che Gesù ha del Padre: «Io ti ho conosciuto… Ho fatto conoscere il tuo Nome e lo farò conoscere» (Gv 17,26). Dio ama tutti gli uomini come ha amato Gesù («l’amore con il quale mi hai amato sia in essi Cf Gv 17,26)» e vuole rivelarsi a loro. 

Gv 16. 12Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso. 13Quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità, perché non parlerà da se stesso, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annuncerà le cose future. 14Egli mi glorificherà, perché prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà. 15Tutto quello che il Padre possiede è mio; per questo ho detto che prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà. 

Gesù ha trasmesso tutto ciò che sa, ciò che ha visto fare dal Padre ma i discepoli (cioè, in ultima analisi, tutti noi) sono incapaci di accogliere per intero il suo messaggio, di comprenderne la portata e di accettare le sue conseguenze. Spesso i suoi suggerimenti sembrano inacettabili («Chi non porta la propria croce e non viene dietro di me, non può essere mio discepolo» (Lc 14,27), invece ha sempre evitato di caricare gli uomini di pesi insopportabili, come facevano molti maestri, i quali, dopo tutto, cercavano di evitarli (Cf Lc 11,46) e impone a tutti un peso leggero (Mt 11,30). Gli apostoli si mostreranno increduli verso alcune indicazioni di Gesù, come il rifiuto del divorzio e la scelta della verginità (Mt 19,11-12). Egli causerà discordia (Lc 12,51-53) e invitera a passare attraverso la porta stretta (Lc 13,24). I discepoli, in primo luogo, dovranno, in primo luogo, cercare di comprendere il significato profondo della Pasqua di Gesù, un evento che avevano respinto (Cf Lc 18,34) . 

Paolo verificherà che anche i suoi fedeli faticheranno ad apprezzare il suo insegnamento nella sua interezza: «Io, fratelli, sinora non ho potuto parlare a voi come a uomini spirituali, ma come ad esseri carnali, come a neonati in Cristo. Vi ho dato da bere latte, non un nutrimento solido, perché non ne eravate capaci. E neanche ora lo siete; perché siete ancora carnali: dal momento che c'è tra voi invidia e discordia, non siete forse carnali e non vi comportate in maniera tutta umana?» (1 Cor 3, 1-3). 

Dio, da sempre, ha guidato il suo popolo mediante il suo Spirito: «Non inciamparono…, lo spirito del Signore li guidava al riposo. Così tu conducesti il tuo popolo, per farti un nome glorioso» (Is 63,13-14). Lo Spirito insegnerà a comprendere la forza, la profondità e la vitalità dell’insegnamento di Gesù, in modo che almeno alcuni possano capirlo e indurre tutti gli altri ad accoglierlo. «Quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrarono in cuore di uomo, queste ha preparato Dio per coloro che lo amano. Ma a noi Dio le ha rivelate per mezzo dello Spirito; lo Spirito infatti scruta ogni cosa, anche le profondità di Dio. Chi conosce i segreti dell'uomo se non lo spirito dell'uomo che è in lui? Così anche i segreti di Dio nessuno li ha mai potuti conoscere se non lo Spirito di Dio. Ora, noi non abbiamo ricevuto lo spirito del mondo, ma lo Spirito di Dio per conoscere tutto ciò che Dio ci ha donato» (1 Cor 2,9-12). 


Giovedi VI

Atti 18. 1Dopo questi fatti Paolo lasciò Atene e si recò a Corinto. 2Qui trovò un Giudeo di nome Aquila, nativo del Ponto, arrivato poco prima dall’Italia, con la moglie Priscilla, in seguito all’ordine di Claudio che allontanava da Roma tutti i Giudei. Paolo si recò da loro 3e, poiché erano del medesimo mestiere, si stabilì in casa loro e lavorava. Di mestiere, infatti, erano fabbricanti di tende. 4Ogni sabato poi discuteva nella sinagoga e cercava di persuadere Giudei e Greci. 5Quando Sila e Timòteo giunsero dalla Macedonia, Paolo cominciò a dedicarsi tutto alla Parola, testimoniando davanti ai Giudei che Gesù è il Cristo. 6Ma, poiché essi si opponevano e lanciavano ingiurie, egli, scuotendosi le vesti, disse: «Il vostro sangue ricada sul vostro capo: io sono innocente. D’ora in poi me ne andrò dai pagani». 7Se ne andò di là ed entrò nella casa di un tale, di nome Tizio Giusto, uno che venerava Dio, la cui abitazione era accanto alla sinagoga. 8Crispo, capo della sinagoga, credette nel Signore insieme a tutta la sua famiglia; e molti dei Corinzi, ascoltando Paolo, credevano e si facevano battezzare. 

Fondazione della Chiesa di Corinto. Paolo si stabilisce in casa di due giudeo-cristiani, Aquila e Priscilla, espulsi da Roma. Lavorava con loro nel tessere tende (di peli di capra della Cilicia?). Il Vangelo, a Corinto, entra in forma silenziosa e modesta, nella figura di un semplice lavoratore. «Non disprezzare il lavoro faticoso» (Sir 7,15), raccomandava il sapiente. «Voi ricordate infatti, fratelli, il nostro duro lavoro e la nostra fatica: lavorando notte e giorno per non essere di peso ad alcuno di voi, vi abbiamo annunciato il vangelo di Dio. Voi siete testimoni, e lo è anche Dio, che il nostro comportamento verso di voi, che credete, è stato santo, giusto e irreprensibile» (1 Ts 2,9).

L’incontro con i due coniugi fu provvidenziale perché, gradualmente, divennero suoi stretti collaboratori: «Salutate Prisca e Aquila, miei collaboratori in Cristo Gesù. Essi per salvarmi la vita hanno rischiato la loro testa, e a loro non io soltanto sono grato, ma tutte le Chiese del mondo pagano» (Rm 16,3). Tempo dopo, a Roma, ospiteranno nella loro abitazione una Chiesa domestica: «Vi salutano molto nel Signore Aquila e Prisca, con la comunità che si raduna nella loro casa» (1 Cor 16,19).

Nel giorno di Sabato, in Sinagoga, si rivolge ai giudei, ai timorati di Dio e proseliti, che frequentavano il culto ebraico. Cerca di dimostrare la messianicità di Gesù. Dal momento che gli Ebrei respingono questo annuncio, l’apostolo si dedica ai pagani. La conversione inattesa del capo della sinagoga convince molti a credere in Gesù. 

Gv 16 16Un poco e non mi vedrete più; un poco ancora e mi vedrete». 17Allora alcuni dei suoi discepoli dissero tra loro: «Che cos’è questo che ci dice: “Un poco e non mi vedrete; un poco ancora e mi vedrete”, e: “Io me ne vado al Padre”?». 18Dicevano perciò: «Che cos’è questo “un poco”, di cui parla? Non comprendiamo quello che vuol dire». 19Gesù capì che volevano interrogarlo e disse loro: «State indagando tra voi perché ho detto: “Un poco e non mi vedrete; un poco ancora e mi vedrete”? 20In verità, in verità io vi dico: voi piangerete e gemerete, ma il mondo si rallegrerà. Voi sarete nella tristezza, ma la vostra tristezza si cambierà in gioia. 

Il discorso di Gesù tenta di spiegare il sigificato degli avvenimenti pasquali. Egli sarà sottratto ai discepoli con violenza ed essi, per un po di tempo, rimarranno senza il conforto della sua presenza fisica. Tempo dopo, si mostrerà loro da Risorto. La sua presenza non sarà come lo era stata fino al tempo anteriore alla sua passione. Vivrà presso il Padre una vita glorosa ed eterna. Allo smarrimento dei discepoli, Gesù cerca di precisare al meglio la sua parola profetica ma l’evento della Pasqua che sta per compiersi non è comprensibile nel momento del suo svolgersi ma solo, ad esperienza avvenuta, con il sostegno dello Spirito Santo. 


Venerdi VI

Atti 18 9Una notte, in visione, il Signore disse a Paolo: «Non aver paura; continua a parlare e non tacere, 10perché io sono con te e nessuno cercherà di farti del male: in questa città io ho un popolo numeroso». 11Così Paolo si fermò un anno e mezzo, e insegnava fra loro la parola di Dio. 12Mentre Gallione era proconsole dell’Acaia, i Giudei insorsero unanimi contro Paolo e lo condussero davanti al tribunale 13dicendo: «Costui persuade la gente a rendere culto a Dio in modo contrario alla Legge». 14Paolo stava per rispondere, ma Gallione disse ai Giudei: «Se si trattasse di un delitto o di un misfatto, io vi ascolterei, o Giudei, come è giusto. 15Ma se sono questioni di parole o di nomi o della vostra Legge, vedetevela voi: io non voglio essere giudice di queste faccende». 16E li fece cacciare dal tribunale. 17Allora tutti afferrarono Sòstene, capo della sinagoga, e lo percossero davanti al tribunale, ma Gallione non si curava affatto di questo. 18Paolo si trattenne ancora diversi giorni, poi prese congedo dai fratelli e s’imbarcò diretto in Siria, in compagnia di Priscilla e Aquila. A Cencre si era rasato il capo a causa di un voto che aveva fatto. 

Il Risorto appare di nuovo a Paolo allo scopo di farlo rimanere a Corinto, in un luogo che poteva sembrare totalmente ostile al Vangelo. Egli aveva dovuto sopportare enormi fatiche: «Anch’io, fratelli, quando venni tra voi, non mi presentai ad annunciarvi il mistero di Dio con l’eccellenza della parola o della sapienza. Io ritenni infatti di non sapere altro in mezzo a voi se non Gesù Cristo, e Cristo crocifisso. Mi presentai a voi nella debolezza e con molto timore e trepidazione. La mia parola e la mia predicazione non si basarono su discorsi persuasivi di sapienza, ma sulla manifestazione dello Spirito e della sua potenza, perché la vostra fede non fosse fondata sulla sapienza umana, ma sulla potenza di Dio» (1 Cor 2,1-5). 

I giudei accusano Paolo presso il proconsole Gallione ma questi, da persona onesta, non si lascia ingannare. Comprende che i suoi avversari stanno trasferendo un dibattito religioso nel settore politico. Lo stesso farà il procuratore Festo («Gli accusatori gli si misero attorno, ma non addussero nessuna delle imputazioni criminose che io immaginavo; avevano solo con lui alcune questioni relative la loro particolare religione e riguardanti un certo Gesù, morto, che Paolo sosteneva essere ancora in vita. Perplesso di fronte a simili controversie, gli chiesi se voleva andare a Gerusalemme ed esser giudicato là di queste cose…» Cf At 25,18-20). 

Paolo, pazientando, mostra di non voler opporsi all’autorità dello stato perché anche questa appartiene al mondo della creazione, voluto e guidato da Dio. «I governanti infatti non sono da temere quando si fa il bene, ma quando si fa il male. Vuoi non aver da temere l'autorità? Fà il bene e ne avrai lode, poiché essa è al servizio di Dio per il tuo bene» (Rm 13,3). «Chi vi potrà fare del male, se sarete ferventi nel bene? E se anche doveste soffrire per la giustizia, beati voi! Non vi sgomentate per paura di loro, né vi turbate, ma adorate il Signore, Cristo, nei vostri cuori, pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi. Tuttavia questo sia fatto con dolcezza e rispetto, con una retta coscienza, perché nel momento stesso in cui si parla male di voi rimangano svergognati quelli che malignano sulla vostra buona condotta in Cristo» (1 Pt 3,13-16).

L’iniziativa maliziosa contro Paolo si volge a danno dei suoi accusatori. L’intraprendente Sostene riceve violente percosse, forse dalla folla sempre propensa all’ostilità nei confronti degli Ebrei. Gallione non si immischia, comportandosi come Pilato di fronte al tumulto giudaico: «Non sono responsabile…, vedetevela voi!» (Mt 27,24)

L’apostolo conclude il suo soggiorno a Corinto, facendosi accompagnare dai due coniugi incontrati provvidenzialmente e che, ora, diventano suoi collaboratori. 

Gv 16 20In verità, in verità io vi dico: voi piangerete e gemerete, ma il mondo si rallegrerà. Voi sarete nella tristezza, ma la vostra tristezza si cambierà in gioia. 21La donna, quando partorisce, è nel dolore, perché è venuta la sua ora; ma, quando ha dato alla luce il bambino, non si ricorda più della sofferenza, per la gioia che è venuto al mondo un uomo. 22Così anche voi, ora, siete nel dolore; ma vi vedrò di nuovo e il vostro cuore si rallegrerà e nessuno potrà togliervi la vostra gioia. 

Gesù cerca di precisare sempre meglio il contenuto del suo annuncio profetico che ha tanto sgomentato i discepoli. Nell’ora della passione, essi, rammaricati da fatti assai duri, che è quasi impossibile sopportare, proveranno una tristezza angosciante mentre gli avversari di Gesù godranno nella falsa certezza di averlo eliminato per sempre. Tuttavia, in un tempo abbastanza breve, conosceranno una gioia incontenibile (a motivo dell’apparizione a loro del Risorto). Per rassicurare i discepoli, Gesù usa l’immagine della donna partoriente che passa dal dolore acuto ad una gioia esplosiva che dimentica la sofferenza patita. «Si dirà in quel giorno: “Ecco il nostro Dio; in lui abbiamo sperato perché ci salvasse; questi è il Signore in cui abbiamo sperato; rallegriamoci, esultiamo per la sua salvezza”» (Is 25,9).

La gioia dei discepoli per il superamento della morte da parte di Gesù, è come un’anticipazione di quella di cui godrà l’umanità redenta. «Eliminerà la morte per sempre; il Signore Dio asciugherà le lacrime su ogni volto; la condizione disonorevole del suo popolo farà scomparire da tutto il paese, poiché il Signore ha parlato» (Is 25,8).

Nel tempo tra la Risurrezione e il ritorno glorioso del Signore, i cristiani vivranno sentimenti simili (ma non uguali) a quelli provati dagli apostoli dopo la morte di Gesù, prima di rivederlo da risorto. Infatti i cristiani affrontano le prove della fede non dominati dallo sconforto ma già ricolmi di gioia anche nella tribolazione: «Siete ricolmi di gioia, anche se ora dovete essere un pò afflitti da varie prove, perché il valore della vostra fede, molto più preziosa dell'oro, che, pur destinato a perire, tuttavia si prova col fuoco, torni a vostra lode, gloria e onore nella manifestazione di Gesù Cristo: voi lo amate, pur senza averlo visto; e ora senza vederlo credete in lui. Perciò esultate di gioia indicibile e gloriosa, mentre conseguite la mèta della vostra fede, cioè la salvezza delle anime» (1 Pt 1,6-9).

Sabato VI 

At 18. 23Trascorso là un po’ di tempo, partì: percorreva di seguito la regione della Galazia e la Frìgia, confermando tutti i discepoli. 24Arrivò a Èfeso un Giudeo, di nome Apollo, nativo di Alessandria, uomo colto, esperto nelle Scritture. 25Questi era stato istruito nella via del Signore e, con animo ispirato, parlava e insegnava con accuratezza ciò che si riferiva a Gesù, sebbene conoscesse soltanto il battesimo di Giovanni. 26Egli cominciò a parlare con franchezza nella sinagoga. Priscilla e Aquila lo ascoltarono, poi lo presero con sé e gli esposero con maggiore accuratezza la via di Dio. 27Poiché egli desiderava passare in Acaia, i fratelli lo incoraggiarono e scrissero ai discepoli di fargli buona accoglienza. Giunto là, fu molto utile a quelli che, per opera della grazia, erano divenuti credenti. 28Confutava infatti vigorosamente i Giudei, dimostrando pubblicamente attraverso le Scritture che Gesù è il Cristo. 

Vengono riportati eventi che riguardano il terzo viaggio missionario. Riparte di nuovo da Antiochia di Siria e dapprima visita le comunità già evangelizzate ma poi si reca ad Efeso, dove vive il culmine della sua attività evangelizzatrice. 

Il testo riferisce del suo incontro con Apollo. Questi era un giudeo-cristiano colto, itinerante, indipendente da Paolo. Era giunto ad Efeso prima di Paolo. Tuttavia non era ancora formato del tutto e, quindi, bisognoso di completare la sua istruzione, che gli venne impartita dai collaboratori dell’apostolo. L’evangelizzazione di Efeso era cominciata prima dell’arrivo di Paolo (come quella di Roma). Apollo vuole spostarsi a Corinto e viene raccomandato dai fratelli di Efeso, com’era prassi nelle comunità cristiane (Cf 2 Cor 3,1). 

Dopo la sua adesione al Signore, Paolo stesso era stato presentato da Barnaba alla comunità di Gerusalemme ancora diffidente nei suoi confronti: «Venuto a Gerusalemme, cercava di unirsi ai discepoli, ma tutti avevano paura di lui, non credendo che fosse un discepolo. Allora Barnaba lo prese con sé, lo condusse dagli apostoli... Così egli poté stare con loro e andava e veniva in Gerusalemme, predicando apertamente nel nome del Signore» (At 9,26-28). A sua volta l’apostolo si propose di raccomandare alla Chiesa di Gerusalemme le persone che volevano consegnare a quella Chiesa la colletta raccolta in Macedonia e in Grecia (Acaia): «Quando arriverò, quelli che avrete scelto li manderò io con una mia lettera per portare il dono della vostra generosità a Gerusalemme. E se converrà che vada anch'io, essi verranno con me» (1 Cor 16,3-4). 

Il discernimento era sempre necessario: «[I falsi profeti] vengono a voi in veste di pecore, ma dentro sono lupi rapaci» (Mt 7,15). «Perfino in mezzo a voi sorgeranno alcuni a parlare di cose perverse, per attirare i discepoli dietro di sé» (At 20,30). «Non prestate fede ad ogni spirito, ma mettete alla prova gli spiriti, per saggiare se provengono veramente da Dio» (1 Gv 4,1). «Verrà giorno in cui non si sopporterà più la sana dottrina, ma, pur di udire qualcosa, gli uomini si circonderanno di maestri secondo i propri capricci, rifiutando di dare ascolto alla verità per perdersi dietro alle favole» (2 Tm 4,3).

Gv 16 23Quel giorno non mi domanderete più nulla. In verità, in verità io vi dico: se chiederete qualche cosa al Padre nel mio nome, egli ve la darà. 24Finora non avete chiesto nulla nel mio nome. Chiedete e otterrete, perché la vostra gioia sia piena. 25Queste cose ve le ho dette in modo velato, ma viene l’ora in cui non vi parlerò più in modo velato e apertamente vi parlerò del Padre. 26In quel giorno chiederete nel mio nome e non vi dico che pregherò il Padre per voi: 27il Padre stesso infatti vi ama, perché voi avete amato me e avete creduto che io sono uscito da Dio. 28Sono uscito dal Padre e sono venuto nel mondo; ora lascio di nuovo il mondo e vado al Padre». 

v.23 Nel giorno “escatologico” cominciato con la risurrezione e culminante nel glorioso ritorno del Signore, i discepoli comprenderanno il Vangelo in maniera sempre più profonda, senza essere costretti ad interrogare il Maestro ripetutamente, rimanendo inoltre perplessi alle sue risposte. 

v. 24 Chiedere nel Nome di Gesù è fare nostra la sua richiesta al Padre, che santifichi il suo nome e faccia pervenire il suo Regno. Non soltanto in modo generico ma circostanziato, in ogni occasione. «Questa è la fiducia che abbiamo in lui: qualunque cosa gli chiediamo secondo la sua volontà, egli ci ascolta. E se sappiamo che ci ascolta in quello che gli chiediamo, sappiamo di avere già quello che gli abbiamo chiesto» (1 Gv 5,14-15). «Non avete perché non chiedete; chiedete e non ottenete perché chiedete male, per spendere per i vostri piaceri. Gente infedele! Non sapete che amare il mondo è odiare Dio?» (Gc 4,2-4)

v.25 Gesù, nel corso del suo ministero, aveva dovuto riprendere il suo insegnamento e offrire ai discepoli delle spiegazioni più chiare e più dettagliate. Tuttavia, qui, l’intero messaggio del Vangelo è considerato inaccessibile senza l’intervento dello Spirito Santo. Gesù, ora, potrà chiarire sempre meglio le sue parole, potrà persuadere e farle praticare. 

v.26 La mediazione di Cristo sarà talmente efficace da poter “scomparire”. Crescendo nella fede e nell’amore, i discepoli saranno uniti a Cristo così strettamente da partecipare alla sua comunione con il Padre.