martedì 13 gennaio 2026

Il lavoro nella Bibbia

 

L’uomo e il lavoro

1. La fatica del lavoro e la fatica di vivere

Nella Bibbia non troviamo un discorso compiuto sul lavoro. Manca persino un termine specifico per significare il lavoro come noi oggi lo intendiamo. E tuttavia si parla molto dell'uomo che si affatica nel lavoro. La profonda e originale esperienza religiosa che Israele ha vissuto, non poteva non investire e trasformare anche questa profonda esperienza umana. E così le suggestioni per una comprensione del lavoro non mancano, e sono di un'efficacia esistenziale e religiosa che non è facile trovare altrove.

Israele ha conosciuto tutti i tipi di lavoro che erano comuni nel mondo antico. Molto diffuso, naturalmente, il lavoro agricolo. Nella Bibbia si parla con frequenza di contadini, falciatori e mietitori, vignaioli e allevatori. La vita urbana ha poi creato, e via via allargato, il lavoro artigianale: mugnai, panettieri, tessitori, barbieri, vasai, lavandai, carpentieri. Ad un livello più alto si collocano i mercanti e i vari funzionari dello Stato.

Oltre i molti mestieri, Israele ha conosciuto anche le diverse condizioni sociali del lavoro: il lavoratore proprietario che coltiva il suo campo o lavora nella sua bottega, il salariato, le molte forme di dipendenza e di sfruttamento (il lavoratore straniero, l'israelita indebitato, lo schiavo).

L'uomo biblico come ha vissuto la fatica del lavoro? Come ha saputo leggerla e interpretarla? Naturalmente non possiamo illustrare qui, ne sarebbe utile, tutte le reazioni dell'uomo biblico che vanno, come in ogni altra cultura, dalla gioia alla fatica, dal gusto alla noia, dall'esaltazione per le conquiste della tecnica alla paura di fronte alle minacce che queste stesse conquiste comportano.

Per la nostra lettura scegliamo, anzitutto, una prospettiva esistenziale, già di per sé carica di significato religioso: la fatica del lavoro come parabola della fatica di vivere.

1.1. Il vocabolario

Un primo punto di osservazione, che già può farci intravvedere la reazione fondamentale dell'uomo biblico, è il vocabolario. Non ci permette, ovviamente, di osservare l’intero panorama, ma è un ottimo punto di partenza.

Fra i diversi vocaboli ne scegliamo cinque, i più significativi: aboda (lavoro, servizio, lavoro duro e faticoso), mas (lavoro forzato), amai (fatica), jegia (fatica), issabon (fatica). È facile concludere che l'esperienza dominante è la fatica: il lavoro dell'uomo è duro e penoso. Più nascosto, ma non meno importante, un secondo rilievo: i termini elencati non servono unicamente per significare il lavoro in senso stretto, ma una gamma più vasta di attività e di situazioni. Aboda, per fare un esempio, non significa solo la fatica del lavoro, ma anche il servizio cultuale.

L'uomo biblico non vede il lavoro come una realtà a sé stante e isolabile (abbiamo già notato che manca perfino un termine specifico per indicarlo), ma come un'attività inserita nella più vasta gamma delle relazioni che delineano il quadro complessivo della vita (le relazioni con Dio, con gli altri uomini e con le cose).

1.2. Le tentazioni del lavoro

E così l'uomo biblico ha capito ben presto che il lavoro, come può generare benessere, così può facilmente trasformarsi in prepotenza e ingiustizia, e può perfino far dimenticare Dio. Israele ha sperimentato lucidamente tutte e tre gli aspetti negativi del mondo del lavoro. La prima è che spesso l'uomo non lavora per se stesso, per godere i frutti della sua fatica, ma per altri: operai privati di salario (Ger 22,13; cfr. Gc 5,4), contadini immiseriti dalla tasse (Am 5,11), faticosi lavori di corvée (2Sam 12,31; Sir 33,25-29), soprattutto (condizione mai dimenticata) il lavoro da schiavi in Egitto (Es 1,11-14; 2,23).

Il secondo aspetto negativo è che il lavoro può generare ingiustizia, dominio, arroganza. L'origine e la radice di questo stravolgimento del lavoro è sempre l'idolatria. In una pagina antica (Gen 4,17-22) si racconta che i discendenti di Caino progredirono nel lavoro e nella tecnica, ma parallelamente anche nell'orgoglio e nella violenza: «Caino... divenne costruttore di una città, che chiamò Enoch, dal nome del figlio...; Ada partorì Jabal, che fu il padre di quanti abitano sotto le tende presso il bestiame; suo fratello si chiamava Jubal e fu il padre di tutti i suonatori di cetra e di flauto; Ziila partorì Tubalkain, il fabbro, che fu il padre di quanti lavorano il rame e il ferro». Commenta L. Alonso Schokel: «L'uomo si costruisce città (homo politicus), lavora il ferro (homofaber) e costruisce strumenti musicali (homo ludens), ma tutto questo lo riempie di arroganza e lo trasforma in un essere violento: "Ho ucciso un uomo per una mia scalfittura e un ragazzo per un mio livido!"».

L'orgoglio del lavoro non solo conduce alla violenza e al-l'ingiustizia, ma anche alla dimenticanza di Dio, come avviene quando l'uomo attribuisce a se stesso ciò che invece è dono. Si legge nel Deuteronomio (8,11-18): «Guardati dal dire nel tuo cuore: la mia forza e la robustezza della mia mano mi hanno procurato questo benessere. Ricordati del Signore tuo Dio, poiché Lui ti ha dato la forza di procurarti tale benessere».

1.3. La parabola della vita

Più profondamente, infine, l'uomo biblico ha capito che il lavoro - quasi parabola di tutto l'agitarsi dell'uomo sulla terra - è una fatica spesso delusa, uno sforzo perennemente incompiuto. Nessuno ha approfondito questo tema meglio del saggio e disincantato Qohelet, che inizia la sua inchiesta alla rovescia, prima la risposta e poi l'interrogativo: «Vanità delle vanità, dice Qohelet, vanità delle vanità: tutto è vanità. Che senso ha tutta la. fatica dell'uomo sulla terra?» (1,1-3). La parola vanità è molto forte: significa inconsistenza, nullità, vuoto e non senso. Qohelet non sta pensando al profìtto del lavoro, ma al senso. Il lavoro può avere un suo risultato, e Qohelet lo riconosce ampiamente, ma mai tale da dare un senso alla vita. Proprio per questa sua incapacità di soddisfare pienamente l'uomo, la fatica del lavoro diventa una parabola dell'intera esistenza: un'esistenza incompiuta e, alla fine, senza senso. Così è l'agitarsi dell'uomo sotto il sole. Fatica sempre incompiuta, il lavoro diventa lo specchio della verità dell'uomo. Il lavoro non è il senso della vita. L'uomo non è fatto per il lavoro, ma per qualcosa che sta oltre. Concepire il lavoro e i suoi frutti come il tutto dell'uomo è idolatria. Idolatra è l'uomo che cerca la spiegazione in se stesso, nelle sue opere, anziché in Dio e nel suo dono. Perennemente insoddisfatto, l'uomo cade nell'esasperazione del lavoro («II suo cuore non riposa nemmeno di notte», dice Qohelet) e, fatalmente, nella schiavitù dell'accumulo (cercando un'illusione di pienezza nella quantità delle cose: cfr. Mt 6,24-34), che definitivamente lo spoglia della gioia di vivere. L'uomo deve invece sapere che la pienezza che va cercando non sarà mai una conquista sua, ma un gratuito dono di Dio.

L'acuta percezione dell'incompiutezza della fatica non ha però impedito all'uomo biblico, uomo profondamente sano e amante della vita, di sperimentare anche la gioia del lavoro (e la gioia di vivere). Le testimonianze sono numerosissime: la gioia del lavoro fecondo, del raccolto dei frutti, della benedizione di Dio che accompagna il lavoro (Sal 128,1-3;Es 34,22; Lv 23,9 ss.; Nm 28,26 ss.; Dt 16,9-15). Il Salmo 104 elenca fra le meraviglie del creato, dono di Dio, anche il lavoro dell'uomo: «Esce l'uomo per il suo lavoro, per la sua fatica fino alla sera». Ma si tratta di una meraviglia che nasce da un'altra meraviglia: lo stupore per la grandezza di Dio («Signore, mio Dio, quanto sei grande!») e per la generosità dei suoi doni (il vino, l'olio e il pane sono dono di Dio, non semplicemente frutto della fatica dell'uomo: v. 15).

1.4. Dentro la contraddizione dell'esistenza

Le cose sin qui dette non costituiscono ancora una vera e propria riflessione teologica. Sono spunti esistenziali e religiosi di rara efficacia, ma non ancora propriamente teologici. Una riflessione teologica già robusta compare nei primi tre capitoli del libro della Genesi.

Possiamo considerare gli spunti presenti nei capitoli 2-3 della Genesi come la più antica teologia del lavoro. Dobbiamo, dunque, prendere nuovamente in esame i capitoli sulla creazione e sull'uomo e la donna. È necessario farlo, anche se con inevitabili ripetizioni, forse però non del tutto inutili. Queste pagine non sono una riflessione astratta, teorica, sul lavoro, ma un'interpretazione attenta dell'esperienza quotidiana del lavoro, alla luce della fede. Non si interrogano anzitutto sul lavoro, ma sull'esistenza.

Ma proprio in questo contesto in cui ci si interroga sul-l'ambivalenza della storia - amata da Dio eppure contraddittoria - le nostre pagine si interrogano anche sull'ambivalenza del lavoro. Come altre grandi realtà della vita, il lavoro ha un volto positivo e negativo, rivela il progetto di Dio e insieme lo nasconde. L'esperienza del lavoro fa parte di quel numero di esperienze fondamentali nelle quali l'uomo raggiunge il fondo dell'esistenza: da una parte il disegno di Dio, dall'altra la forza del peccato che lo contraddice.

Narrativamente le due facce del lavoro sono poste come un prima e un poi, ma nella realtà della vita l'uomo le sperimenta contemporaneamente.

Nel racconto di Genesi 2 l'uomo è posto nel giardino per «coltivarlo» e «custodirlo». Il narratore intende esplicitamente riferirsi al lavoro del contadino, ma indirettamente ciò che dice riguarda anche ogni altro lavoro. Il lavoro non viene dal peccato e non è un castigo: appartiene all'uomo prima del peccato (2,15).

Il lavoro dell'uomo è un dono di Dio. Ma è anche un comando, un compito che Dio ha assegnato all'uomo posto nel giardino. Israele lo sa molto bene, tanto che il dovere di lavorare è stato inserito nel decalogo: «Sei giorni faticherai e farai ogni lavoro» (Es 20,9; Dt 5,13). Si noti, però, come anche qui nel decalogo la fatica del lavoro - come ogni altro comando - è inserita nel quadro dell'alleanza (Es 20,2) e fa parte della risposta dell'uomo al suo Dio. Ma la risposta che sale dall'uomo a Dio è a vantaggio dell'uomo, non di Dio. Il lavoro è per l'uomo, non per gli dei come nel mito.

Genesi 2 ha delineato soltanto una faccia del lavoro, il progetto. L'altra è delineata in Genesi 3. La tradizione biblica racconta come il dramma si sia insediato nelle fibre più profonde dell'uomo e nei suoi rapporti essenziali, fra cui quello con il lavoro (3,17-19). La causa del dramma non va cercata fuori dall'uomo, nel progetto di Dio, e nemmeno nella costituzione dell'uomo, ma nella sua volontà di sottrarsi al comando divino. L'uomo ha voluto farsi arbitro del bene e del male, arrogandosi un diritto di Dio. Scardinata la relazione con Dio, si è scardinata anche la relazione dell'uomo con la terra. E così il lavoro è ormai irrimediabilmente segnato dalla fatica («mangerai il pane con il sudore della fronte») e, spesso, anche dalla sterilità (la terra «farà spuntare spine e cardi»).

Il peccato, che ha introdotto il disordine nel rapporto dell'uomo col mondo, è descritto ancora più chiaramente nel racconto della torre di Babele (Gen 11,1-9). E l'idolatria che rovina il lavoro, cioè il tentativo prometeico dell'uomo di costruirsi da solo e di fare come gli piace. Gli uomini di Babele vogliono costruire un'unità politica (una città), un'unità religiosa (una torre alta sino al cielo), una potenza (un nome) e un'unità culturale (una lingua). Ma tutto questo da soli, per volontà propria, al di fuori del progetto di Dio.

A conclusione di questa brevissima lettura dell'Antico Testamento, ripropongo un'immagine già considerata ma che ora possiamo comprendere con maggiore chiarezza: la fatica del lavoro è una parabola dell'esistenza2. Lo faccio rinviando al capitolo primo, là dove si parla del settimo giorno. Da una parte, il lavoro è un dono, in quanto esprime il dominio dell'uomo su una creazione che Dio ha fatto per lui; dall'altra, in quanto fatica sempre insoddisfatta, esprime il desiderio dell'uomo che non può rinchiudersi nel mondo e nei suoi prodotti, sempre in cerca di una pienezza che non sta nelle cose.

Da una parte, il lavoro è il segno della potenza dell'uomo, capace di dominare le cose; dall'altra, è il segno dell’insufficienza dell'uomo, incapace di trovarsi da solo un compimento. Il lavoro si muove pertanto all'interno della benedizione: l'uomo lavora sulla creazione che è dono, e quindi deve sentire gratitudine e rispetto; e attende una pienezza che non può darsi da solo, e quindi si muove nell'orizzonte della speranza. Il comando divino è di accogliere un dono.

2. Il significato cristiano del lavoro

Può forse sorprendere, ma il Nuovo Testamento sembra non aggiungere molto al discorso dell'Antico. Il suo discorso è per lo più indiretto e per cenni. Parla del lavoro in contesti che si preoccupano di altro.

I vocaboli più frequentemente usati sono due: ergon/ergazesthai (lavoro e lavorare, opera e operare) e kopos/kopiao (fatica e faticare). Non sono adoperati soltanto per designare il lavoro in senso stretto: in Paolo kopos significa anche la fatica apostolica; in Giovanni ergon designa anche l'opera della redenzione. Mai però, ci sembra, è assente l'aspetto della fatica.

2.1. Gesù e il lavoro

A fronte della constatazione che la predicazione neotestamentaria non si è particolarmente occupata del lavoro, sta però la sorprendente constatazione che Gesù di Nazareth ha passato gran parte della sua vita come un comune lavoratore (Me 6,3). Così pure i primi discepoli: pescatori chiamati alla sequela mentre attendevano al loro lavoro (Me 1,16-20). In Me 6,3 si legge: «Non è costui il carpentiere (tékton), il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Giuseppe, di Giuda e di Simone?». Tékton è il lavoratore del legno: in un piccolo villaggio come Nazareth, essere falegname significava, soprattutto, costruire e riparare piccoli attrezzi agricoli. Evidentemente i molti anni che il Figlio di Dio ha passato lavorando, non si possono considerare anni vuoti, bensì rivelatori e redentori, come saranno più tardi i pochi anni della vita pubblica. Basta questo a porre il lavoro dell'uomo in una luce nuova. L'Incarnazione ha lasciato - in apparenza - tutto come prima (ancora la fatica, l'incompiutezza, i pericoli del lavoro), ma in profondità ha tutto rinnovato. Il fatto che il Figlio abbia passato gran parte della sua vita in un lavoro umile e faticoso, mostra la sorprendente solidarietà di Dio nei nostri confronti. Il lavoro di Gesù è uno dei segni più chiari che il Figlio ha condiviso pienamente la nostra condizione di uomini. Ma possiamo anche rovesciare la prospettiva: lavorando, noi condividiamo - a nostra volta - resistenza di Gesù, solidarizziamo con la sua fatica e la sua redenzione. Così il lavoro di Gesù ci offre nel contempo una rivelazione e un'opportunità: rivela la solidarietà del Figlio di Dio con noi e ci indica il modo di solidarizzare con Lui.

2.2. Regno di Dio e lavoro

Se è vero che Gesù non ha speso molte parole per parlare del lavoro, è altrettanto vero, però, che ha desunto ampiamente dalla vita dei lavoratori le immagini per parlare del Regno di Dio: il lavoro del seminatore, la pazienza del contadino che attende il frutto, la fatica mai terminata del servo che dopo una giornata piena di lavoro deve ancora servire il padrone a tavola, la preoccupazione del pastore per le sue pecore, i braccianti chiamati a lavorare nella vigna. Non si tratta mai, come si vede, di un discorso sul lavoro. Anzi, tutte le immagini desunte dal mondo del lavoro servono per parlare d'altro. Ma sta proprio qui l'interesse: per Gesù l'esperienza del lavoro (fatto di fatica, sottomissione, preoccupazione, attesa, speranza) è una di quelle essenziali esperienze che permettono all'uomo, se sa leggerle, di aprirsi alla comprensione del Regno di Dio.

Questo, però, è solo un aspetto della stretta connessione fra Regno di Dio e lavoro dell'uomo. Se è vero che l'esperienza del lavoro umano serve a Gesù per aprire l'uomo alla comprensione del Regno, è ancora più vero - a rovescio - che la rivelazione del Regno diventa per il discepolo l'unico criterio per valutare il lavoro, cioè per scoprirne il senso e i rischi. Qui il discorso potrebbe farsi lungo. Ma ci accontentiamo di tre parole del Signore che ci sembrano particolarmente chiare e attuali.

«Non affannatevi dicendo: che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Oppure: di che cosa ci vestiremo? Tutte queste cose le ricercano i pagani... Cercate prima u regno di Dio e la sua giustizia» (Mt 6,31-33). Il lavoro, qualsiasi lavoro, deve sottomettersi al primato del Regno, non rinnegarlo ne oscurarlo, come avviene invece quando esso si trasforma m affanno (merimnan). Il lavoro si snatura non soltanto per Pavidità di possedere, e neppure soltanto per una cattiva gerarchla di valori (il vestito e il cibo prima del Regno), ma soprattutto per mancanza di fede. Ciò rovina il lavoro è la persuasione che tutto dipenda da noi. Di qui l'esasperazione del lavoro (che si trasforma in affanno) e l'ansia dell'accumulo («mammona»), segno inequivocabile di una ricerca deviata: si cerca sicurezza nelle cose anziché in Dio.

«Se qualcuno vuole essere mio discepolo, rinneghi se stesso, prenda ogni giorno la sua croce e mi segua» (Lc 9,23). In quel ogni giorno, che il confronto con Matteo (16,24) e Marco (8,34) rivela essere proprio di Luca, è difficile non vedere la fatica quotidiana del lavoro. La fatica del lavoro è luogo di sequela, è la normale condivisione della Croce di Cristo.

«Marta, Marta, tu ti preoccupi e ti agiti per troppe cose, ma una sola è la cosa necessaria» (Lc 10,41-42). C'è anche il pericolo, per la troppa premura verso l'ospite, per il troppo lavoro (anche per Cristo), di non trovare più lo spazio e la calma per l'ascolto della Parola. L'uomo non è nel mondo soltanto per produrre, e nemmeno solo per servire, ma per ascoltare e contemplare, cioè per trovare le tracce di Dio e il senso di se stesso.

2.3. La serietà professionale del cristiano

Paolo pone il dovere del lavoro fra i compiti della vita cristiana. Rivolgendosi a cristiani dissipati e disimpegnati (forse distratti dal loro lavoro da una malintesa spiritualità che invitava a trascurare le «cose di questo mondo», o forse dispersi in mille cose con la scusa dell'apostolato!), Paolo raccomanda di «attendere ai propri affari e lavorare con le proprie mani» (ITs 4,11). Al primo posto, dunque, la serietà nel lavoro, la serietà professionale. Che è il segno della serietà della vita.

Nella seconda lettera ai Tessalonicesi Paolo ritorna sul-l'argomento, formulando addirittura una specie di regola generale: «Chi non lavora non deve neppure mangiare» (3,10). Ma non è tutto: per Paolo il lavoro è anche la via ordinaria per praticare la grande legge cristiana della carità. Non a caso già in ITs 4,9-12 il precetto della carità e quello del lavoro sono accostati. Il legame fra lavoro e carità è, poi, implicitamente affermato in 1 Ts 5,13. E in Efesini 4,28 è del tutto esplicito: «Ognuno lavori con le proprie mani, per farne parte a chi si trova in necessità».

2.4. Paolo e il suo lavoro

Come ogni giudeo, Paolo ha imparato fin da ragazzo un lavoro manuale, continuando poi ad esercitarlo anche durante la sua fatica missionaria: «Non abbiamo vissuto oziosamente tra voi, ne abbiamo mangiato gratuitamente il pane di alcuno, ma abbiamo lavorato con fatica e sforzo notte e giorno per non essere di peso ad alcuno» (2 Ts 3,7-8). Di questo suo lavoro Paolo parla anche ai fedeli di Corinto (1 Cor 4,12), e persino il suo biografo Luca ne fa menzione in due passi (At 18,3; 20,34). Perché tanta importanza? Quale significato 'cristiano' Paolo ha attribuito al suo lavoro?

Sono rintracciabili, ci sembra, tre motivazioni, le prime due sicure, mentre la terza è solo una ragionevole supposizione.

Anzitutto, Paolo continua a vivere del proprio lavoro per rendere più credibile il vangelo che annuncia. Non vuole essere in alcun modo confuso con i molti retori, propagatori di religioni e ciarlatani che pullulavano nel mondo greco e tenevano le loro lezioni a pagamento. Paolo desidera che il suo disinteresse sia chiaro a tutti: lui predica unicamente per amore di Cristo, non per un proprio vantaggio, neppure indiretto (cfr. 2Cor 9,16-18). 

La seconda ragione è la carità, come Paolo stesso ha raccomandato ai cristiani di Tessalonica e di Efeso, e come Luca riporta nel discorso ai presbiteri di Efeso: «In tutte le maniere vi ho dimostrato che lavorando così si debbono soccorrere i deboli, ricordandoci delle parole del Signore Gesù che disse: vi è più gioia nel dare che nel ricevere» (At 20,35). 

Una terza ragione possibile è il desiderio di Paolo di condividere la condizione della stragrande maggioranza dei suoi fedeli, umili lavoratori. Nel mondo greco il lavoro manuale era per lo più disprezzato, lasciato agli schiavi e alle classi inferiori. Degna dell'uomo libero era l'attività intellettuale e politica. Paolo non si vergogna di presentarsi come un lavoratore manuale.

2.5. Il gemito dell'intera creazione

Ma vogliamo concludere queste note necessariamente frammentarie (abbiamo detto che la Bibbia non fa un discorso diretto e compiuto sul lavoro) con un passo paolino di sorprendente densità teologica. Non vi si parla del lavoro, tuttavia costituisce una pietra di primaria importanza per una qualsiasi teologia del lavoro: Rm 8,19-22. Condannata dal peccato dell'uomo alla nullità, al vuoto e all'insignifìcanza - questo è il significato del termine «vanità» - la creazione intera «nutre la speranza di essere liberata dalla schiavitù della corruzione». Solidale con l'uomo nella rovina, la creazione è solidale con l'uomo anche nel cammino della salvezza. Ora la creazione «geme» e «soffre nelle doglie del parto»: non, dunque, il gemito del disperato, ne la sofferenza della sterilità, bensì la sofferenza carica di senso della donna che partorisce una vita. Questa visione non è senza significato per il lavoro dell'uomo. Da una parte, infatti, mostra che l'intera creazione condivide la fatica dell'uomo, nell'incompiutezza e nell'apertura alla speranza. Dall'altra, fa intuire che il lavoro dell'uomo, lo sforzo di estendere il suo 'dominio' sulle cose, la fatica di ricostituire l'armonia del mondo, tutto questo si inserisce in un cammino di salvezza che non riguarda solo l'uomo ma l'intera creazione.

3. Conclusione

Anche la conclusione di questo capitolo è semplice. La Parola di Dio non fa un discorso sul lavoro come se si trattasse di un fenomeno a sé stante, uno dei tanti ambiti, anche se importanti, in cui si svolge la vita dell'uomo. Neppure una riflessione semplicemente moralistica. Ancor meno un discorso ascetico, indugiando sulla fatica del lavoro come penitenza e riscatto. Più ampiamente invita l'uomo a pensare il proprio lavoro come uno specchio in cui gli è dato vedere il 'fondo' dell'esistenza: davanti a Dio, alle cose, agli altri e a se stesso. Nell'esperienza del lavoro, comein altre grandi esperienze, l'uomo è chiamato a vivere secondo quella logica che caratterizza l'intera esistenza del credente: l'accoglienza del dono di Dio che gli permette di godere del mondo e, insieme, il ricordo della solidarietà verso i più deboli, perché il mondo è di tutti; la gioia del frutto raggiunto e, insieme, la constatazione dell'incompiutezza. Non si vive il lavoro come una logica differente rispetto a quella con cui si vive negli altri ambiti dell'esistenza: nel lavoro l'idolatria del possesso e l'illusione di essere padrone del mondo, e altrove (al tempio, davanti a Dio, o in ambiti più personali, spesso chiamati spirituali) l'illusione di affidarsi a Dio e di aprirsi alla carità.

Non si introduce nel proprio tempo una parentesi di volontariato, per poi permettersi di essere esosi nella professione, ma per imparare quei valori che anche (e soprattutto) nella professione si devono vivere. Non si introducono nel proprio tempo alcuni momenti per Dio, per poi avere il diritto negli altri di porre al centro se stessi, ma per capire la bellezza e la verità di porre sempre Dio al primo posto.


venerdì 9 gennaio 2026

La fine dei padri

A coloro che lo seguono Gesù promette che già da ora ritrovano ciò che hanno abbandonato: case, fratelli, sorelle, madri, figli e campi. Mancano i padri! Nel parallelismo di Mc 10,29s., costruito in maniera così accurata, nella seconda serie non vengono più nominati i padri. È forse un caso? Dovremmo lasciare in sospeso la risposta, se altri testi non venissero a dirci che si tratta di ben altro che di un caso o di una dimenticanza.

Nella seconda parte del detto di Gesù i padri vengono intenzionalmente omessi perché nella nuova famiglia non vi devono più essere; «padri». Essi sono pesantemente il simbolo del dominio patriarcale. La comunità dei discepoli di Gesù e, con essa, il vero Israele devono avere un unico padre: colui che sta nei cieli! È quanto ci dice Mt 23,9.

Nel suo ampio discorso contro i dottori della legge e i farisei (23,1-36) Matteo inserisce una sezione che è una specie di catechesi per coloro che dirigono le comunità cristiane. Il discorso viene suggerito dalla costatazione che i dottori della legge si fanno chiamare volentieri Rabbi ( = mio signore!) (23,7), e con voluta antitesi prosegue: «Ma voi non fatevi chiamare rabbi perché uno solo è il vostro maèstro e voi siete tutti fratelli. E non chiamate nessuno padre sulla terra perché uno solo è il Padre vostro, quello del cielo. E non fatevi chiamare maestri perché uno solo è il vostro Maestro, il Cristo. Il più grande tra voi sia vostro servo. Chi invece si innalzerà sarà abbassato e chi si abbasserà sarà innalzato» (Mt 23,8-12).

È chiaro che qui ci troviamo già di fronte alle formulazioni di Matteo o della tradizione che le ha preparate; a garantircene basta il titolo cristologico nel terzo detto. È non meno chiaro che qui trovano già espressione problemi consistenti della chiesa primitiva. La tentazione di fruire di onori ecclesiastici in forma di titoli onorifici deve aver giocato già nel primo secolo. Contro tutto ciò Matteo prende posizione con forza straordinaria. Egli proibisce a coloro che esercitano ministeri nella chiesa non soltanto titoli onorifici come «padri» o «rabbi» — rabbi (alla lettera: mio grande!) poteva allora essere indirizzato in Israele a ogni persona distinta — ma persino designazioni funzionali come «maestro».

In che modo Matteo poteva essere così sensibile su un problema su cui purtroppo la chiesa non avrebbe mai più mostrato la stessa sensibilità? Essa ha creato un gran numero di designazioni di funzione e di titoli onorifici. Allora, dove ha attinto Matteo la sua sensibilità tutt'altro che ovvia in questa faccenda? Non può averlo fatto che da Gesù stesso. Certo, la catechesi di Mt 23,8-12 è già in parte redazionale (soprattutto nei detti 1 e 3); tuttavia in ogni riga vi sentiamo esprimersi lo spirito di Gesù. Sostiamo un momento sui particolari.

Anzitutto il problema dei titoli onorifici (detti 1 e 3). Gesù veniva chiamato rabbi da tutti, anche dai suoi discepoli. Ma si trattava semplicemente di una formula di cortesia, che Gesù tollerava. Bastava intensificare anche solo di poco questo linguaggio di rispetto allora abituale, e Gesù prendeva subito le distanze. Quando una volta un tale gli si rivolge con «Maestro buono» (in italiano pressapoco: «Maestro emerito»), egli lo prende in parola e lo corregge in maniera così brusca da essere quasi scortese: «Perché mi chiami buono? Nessuno è buono, se non Dio solo» (Mc 10,17s.). Questa espressione, che Matteo rielabora per motivi cristologici! e quindi annacqua (cfr. 19,16s.), dimostra a sufficienza che Gesù blocca subito i suoi interlocutori quando vanno oltre il limite della cortesia abituale sul posto.

Nella catechesi di Mt 23,8-12, insieme alla proibizione dei titoli onorifici cristiani, ha un peso notevole anche il problema della corretta gestione del ministero. Nella comunità il più grande dev'essere servo di tutti (detto 4). Anche qui è chiaro che sullo sfondo si profila il comportamento di Gesù. In generale Gesù ha tollerato il titolo di rabbi, ma ha messo in questione la prassi abituale tra i rabbini di farsi servire dai propri allievi. Dietro questa prassi stava un'idea in se stessa buona: gli allievi dei rabbini dovevano imparare la Torà non solo dalle lezioni del maestro ma anche dal rapporto quotidiano con lui. Ma il rapporto quotidiano voleva dire in concreto che gli allievi servivano il maestro come degli attendenti. Vigeva la regola: non si può acquistare la conoscenza della Torà senza servire coloro che vi sono istruiti. Rabbi Jochanan scriverà più tardi: «Chi impedisce ai propri allievi di servirlo è come chi nega loro l'amore». Ma è esattamente questo che Gesù ha fatto all'ultima cena: ha impedito ai suoi allievi di servirlo. Non si lascia lavare i piedi da loro, ma è lui stesso a rendere loro questo servizio che fa parte del pasto (Gv 13,1-20). Egli è in mezzo a loro come uno che serve (Lc 22,27). Non è venuto per farsi servire ma per servire (Mc 10,45). Il detto sul servizio appartiene, all'interno della tradizione di Gesù, alla parte più ampiamente documentata. Tutto ciò mette a fuoco un secondo punto su cui la catechesi di Mt 23,8-12 ha conservato lo spirito di Gesù con la più grande sensibilità. «Il più grande tra voi sia vostro servo» (23,11). Il fatto che Gesù — e non solo nell'ultima cena — non si facesse servire ma fosse lui stesso a servire deve aver lasciato un segno così profondo nella comunità dei discepoli, che più tardi essi chiameranno le loro funzioni diaconiai, servizi.

Ma nel nostro contesto la parte più importante della catechesi comunitaria è il secondo detto: «Non chiamate nessuno padre sulla terra perché uno solo è il Padre vostro, quello del cielo». 

Qui non solo si sente aleggiare lo spirito di Gesù; qui parla lo stesso Gesù storico. Come dimostra il contesto, Matteo ha inteso la parola «padre» come titolo onorifico: nella comunità cristiana nessuno deve farsi dare il titolo di «padre». Così Matteo attualizza in maniera del tutto pertinente il detto originario di Gesù. Ma personalmente Gesù va più in profondità.

In questo detto egli usa quasi sicuramente abba, che nell'aramaico palestinese era allora il modo familiare di rivolgersi al padre, usato già dai bambini ma poi anche dagli adulti. Non dovete chiamare nessuno sulla terra abba, «padre caro»! Gesù proibisce allora in generale questa maniera tenera e amorevole di rivolgersi al padre nelle famiglie ebree? La cosa sembra così assurda, che molti esegeti non considerano più Mt 23,9 come detto autentico di Gesù. Altri formulano l'ipotesi che dietro questo detto vi fosse un ammonimento di Gesù a non richiamarsi ai padri antichi della storia di Israele — come per esempio aveva ammonito anche il Battista: «Non dite: Abbiamo Abramo per padre...». A prima vista una costruzione strabiliante e ingegnosa! Ma niente affatto necessaria.

Se vogliamo capire Mt 23,9, dobbiamo prendere seriamente il fatto che qui si tratta originariamente di una parola dell'ethos radicale della sequela, che inizialmente era indirizzato soltanto alla cerchia dei discepoli. I discepoli di Gesù hanno abbandonato tutto, lavoro e famiglia. Ma della famiglia — che non va messa sullo stesso piano della nostra famiglia mononucleare — faceva parte anche il padre (cfr. Me 1,20). I discepoli di Gesù sono lontani dal padre, che finora chiamavano con fiducia e amorevolmente abba. In questa situazione Gesù dice loro: sulla terra non chiamerete più nessuno abba, e non dovrete più farlo. Chi infatti non compie questa separazione radicale dalla famiglia non può essere mio discepolo (Lc 14,26). Ma non avete neppure più bisogno di chiamare qualcuno padre sulla terra, poiché avete un altro abba, quello in cielo.

Se quest'interpretazione tiene, vuol dire che Gesù è convinto che con la loro sequela i suoi discepoli sono entrati in una nuova relazione con Dio. Dio è ora diventato loro padre in luogo del padre terreno, ed essi possono — come fa Gesù stesso ma urtando contro le usanze del linguaggio religioso di allora — chiamarlo con il termine familiare abba. Proprio qui, in questa nuova situazione dei discepoli di Gesù, avrebbe la sua collocazione anche la formula gesuana «Padre vostro», che originariamente non si riferisce mai agli esterni ma sempre ai discepoli. Con questa formula Gesù vuole evidenziare che i discepoli abbandonando le loro famiglie hanno acquisito come padre Dio in un senso nuovo e radicale. Non hanno più il loro padre terreno, che progettava e vegliava con lo sguardo lungimirante dell'uomo esperto, ma a questo scopo hanno ora Dio stesso: «Non affannatevi dunque dicendo; che cosa mangeremo, che cosa berremo? Che cosa indosseremo? Di tutte queste cose si preoccupano i pagani; il Padre vostro celeste infatti sa che ne avete bisogno. Cercate primi il Regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta» (cfr. Mt 6,31-33; par. Lc 12,29-31).

E proprio qui, in questa situazione speciale della cerchia dei discepoli, avrebbe la sua collocazione più antica anche il Padre Nostro, originariamente una preghiera per i discepoli che hanno lasciato tutto. In questa preghiera essi si rivolgono a Dio come al loro abba, al loro padre caro, a cui chiedono il pane per ogni giorno. 

Così Mt 23,9 acquista il suo senso preciso. I discepoli non debbono chiamare nessuno abba al di fuori di Dio, e non hanno bisogno di farlo. In Dio essi hanno acquisito un padre sollecito e buono, di cui possono fidarsi senza riserve. 

Ma il detto ha anche il rovescio della medaglia. Potere e signoria appartengono soltanto a quel Dio che i discepoli possono chiamare abba. Se per essi non ci sono più i padri solleciti e buoni di prima ma c'è soltanto l'unico Padre che è in cielo, a maggior ragione non vi sono più i padri che dominane ed esercitano il potere. Sarebbe paradossale lasciare i padri pieni di tenerezza e trovare nell'ambito dei discepoli padri signori. È questa la ragione precisa per cui in Me 10,30 Gesù non nomina più i padri. Nella nuova famiglia di Dio i discepoli ritroveranno tutto, fratelli e sorelle, madri e figli, ma non ritroveranno padri. Nella nuova famiglia non si può più dare il dominio, patriarcale ma soltanto la maternità, la fraternità e la figliolanza di fronte a Dio Padre. 

Con quale serietà Gesù intendesse questo punto ce lo lascia indovinare la pericope Mc 10,35-45, dove viene narrata la richiesta dei figli di Zebedeo. La pericope si conclude in Marco con un piccolo discorso redazionale, che ha carattere programmatico: «Voi sapete che coloro che sono ritenuti capi delle nazioni le dominano, e i loro grandi esercitano su di esse il potere. Fra voi però non è così; ma chi vuoi essere grande fra voi si farà vostro servitore, e chi vuol essere il primo tra voi sarà il servo di tutti. Il Figlio dell'uomo infatti non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti» (Mc 10,42-45).

Il testo, in cui dietro ogni riga si delinea il pensiero e l’azione di Gesù, si riferisce esattamente a quelle che oggi noi chiameremmo strutture di dominio. Esse sono normali nelle società di questo mondo. Ma nella comunità dei discepoli non vi debbono più essere rapporti di dominio. Qui colui che vuol essere il primo dev'essere lo schiavo di tutti. E il più grande deve diventare come il più piccolo (cfr. Lc 22,26). Gesù esige quindi dai suoi discepoli uno stile di rapporti del tutto diversi da quello che è abituale nella società. Ma questo significa che egli esige una società alternativa : l'esigenza della rinuncia alla violenza.

G. Lohfink


giovedì 8 gennaio 2026

Verginità cristiana

 L’agire casto di Gesù

Le personalità religiose che incontriamo nella storia sono, a questo riguardo [sulla sessualità], assai diverse l'una dall'altra. Le une hanno stimato semplicemente cattivi i rapporti tra l'uomo e la donna, condannando e cercando di eliminare l'istinto sessuale. Altre invece raccolsero sullo stesso terreno della religione, addirittura esaltando ciò che in esso vi ha di religioso. Ora, se da questi possibili casi fissiamo lo sguardo sopra Gesù, vediamo che nessuno gli conviene.

Nel suo desiderio e nel suo contegno personale, il problema non ebbe alcun significato. Gesù si muove in una libertà inaudita, così perfetta che noi non siamo neppure in grado di farcene un'idea, e senza una precisa occasione non si pone neppure il quesito.

D'altro lato, non troviamo in lui neppure alcun segno di lotta. Gesù non teme il problema, non l'odia, non lo dispregia, non lo combatte. Invano si cercherebbe un segno che egli l'abbia dovuto soggiogare.

Ci si chiede allora se egli sia stato forse insensibile: mancano forse uomini indifferenti, i quali non sanno né la lotta né il dominio? Certamente, no. L'essere di Gesù è pieno di profondo fervore. Tutto, in lui, vive. Tutto è vigilante e pieno di forza creatrice. Con quale interesse si presenta agli uomini! Il suo amore per essi non procede per dovere, ne in forma riflessa, ma fluisce da sé. Amore è l'anima del suo essere. Quand'egli si fa portare II bambino per indicare ai suoi discepoli quale genere di spiritualità convenga al regno dei cicli, lo prende in braccio. Per quanto stanco, benedice i pargoli che le madri gli porgono — e chi dirà quanto essi godessero di stare con lui?

I suoi discepoli non erano per lui puri strumenti della sua dottrina, ma personalmente cari: « Non vi chiamo più servi, ma vi ho chiamati amici » (Gv 1515). Le ore dell'addio erano esuberanti di tenerezza. Giovanni gli era particolarmente vicino: « quello che Gesù aveva caro » (Gv 13 23). Non per nulla, all'ultima cena, egli pose il capo sul cuore di Gesù — e non era ceno la prima volta... E quando, sbigottiti per la tremenda rivelazione: « Uno di voi mi tradirà », nessuno più osa proferir verbo, Pietro accenna a Giovanni: « Domandagli tu di chi parla »; ed egli, « posandosi sul cuore di Gesù, gli dice: — Signore, chi è mai? » (Gv 13, 21-25).

Sappiamo ancora della cura sollecita delle donne che lo assistevano e che egli contraccambiava naturalmente di gratitudine e di bont . Leggiamo della gente di Betania « che egli amava » (Gv 11 3). La descrizione della cena al capo dodicesimo di Giovanni rivela la sua delicata attenzione per Maria, sorella di Lazzaro. Quale casta intimità tra lui e Maria di Magdala! Lo manifesta quell'incontro divinamente suggestivo, dopo la resurrezione, nell'orto: « Maria! Rabboni, Maestro! » (Gv 20 16-17). Ma nessuno che abbia occhi per vedere e un cuore sano potrà mai scoprirvi neppure ombra di segreti vincoli o di desideri disordinati. Sono tutte espressioni di una serena, ardente libertà.

Riflettendo alla figura di Gesù, troviamo tutto, in lui, ricco e vitale; ma tutte le forze le troviamo raccolte nel cuore, fiorite in energia di affetto, orientale verso Dio e a lui tendenti con un moto incessante.

È un assaporare senza fine, come « cibo e bevanda » del suo essere più intimo, le sante esigenze di amore e la spontanea oblazione del Padre, per tradurle in opera e in creazione di amore (Gv 9 32 ss.), e questa pienezza di forze che spontanee, serene, diritte, s'intrecciano da Dio a Dio e da Dio all'uomo; questa purità e nitore rappresentano per l'appunto il lato impenetrabile della personalità di Gesù.

Da lui, che così poco ha parlato del problema sessuale, emana una virtù di sollievo, di castità e di dominio su quelle energie, che mai si conobbe l'uguale.

Non è possibile determinare in che cosa consista la regola cristiana del problema che presiede alla vita, dal modo con cui l'ha visto questa personalità cristiana o quell'opinione scientifica; bisogna determinarlo dal modo con cui lo vuole Gesù. Egli sovrasta tutto, anche il più grande santo, anche il più grande maestro. In ogni uomo e in ogni tempo e in ogni opinione scientifica dobbiamo appellare a lui. Egli solo è « la via, la verità e la vita » (G XIV 6), come in tutto, così anche qui.


Il significato della verginità

Il significato della verginità cristiana non si può rendere in un campo puramente umano, né in base all'istinto né in base allo spirito; lo si può attingere unicamente alla Rivelazione. Cristo dice: l'uomo ha potere di consacrare a Dio, con rettitudine e sincerità, la sua piena potenza di amore. Da parte sua, Dio ama con pienezza di amore e può diventare per l'uomo l'unico e il tutto. Non a mo' di surrogato, non come copertura, non come immagine stereotipa di un pensiero ridotto a misure umane, ma con schiettezza genuina. Dio è colui che amava sovranamente, e colui che solo può essere amato. Sì, Dio è colui che solo può essere amato senza misura, in senso pieno e definitivo.

In fondo all'esperienza affettiva di ogni cuore nobile e delicato, foss'anche il più felice e il più ricco, vi è un'impossibilità di appagare in modo definitivo. Di fronte all'uomo l'amore non è in grado di sviluppare la sua forza suprema, perché l'uomo rimane troppo angusto per questo. L'altro non può essere compreso nella intimità assoluta, perché resta sempre una distanza... Di fronte a questa insufficienza ultima di ogni amore terreno l'uomo indovina che vi è ancora un altro amore, il quale però non può mai realizzarsi di fronte a un uomo, fin che non gli siano donati l'oggetto e la forza, la confidenza ed il cuore, la vicinanza e la capacità di rispondere.

Questo amore lo indica la Rivelazione. In esso è il segreto della verginità. Nei suoi confronti tutte le obiezioni dell'etica e della psicologia si riducono a presunzione e meschinità. Non vi è certamente nessuna regola per sapere se uno sia atto ad attuarlo. Qui vale la parola: Comprenda chi può, nel suo senso più rigoroso. È una riserva speciale — ancora all'interno di quella riserva della grazia nei confronti della natura, della quale fa parola il versetto undecimo.

Comunque, la forza in virtù della quale vengono edificati i due ordinamenti, del matrimonio e della verginità, è quella di cui parlavamo all'inizio di questa meditazione: la forza di Cristo. Qui dobbiamo pensare con tutta serenità e decisione. Matrimonio cristiano e verginità cristiana non sorgono in base a intendimenti sociologici, per quanto chiari; non procedono da forze morali e personali, per quanto buone; non da una religiosità immediata, per quanto pia. Tutto questo conduce lontano dalla sostanza del problema. Non sono neppure il risultato di una grazia genericamente intesa, come sarebbe a dire una particolare qualità religioso-umana, una purità naturale o valori del genere; ma di una forza insita all'essere di Cristo, la quale forza è egli stesso. Il matrimonio cristiano può centrarsi unicamente a patto che tra i due, che sono uniti, « sia lui in mezzo ad essi » (Mt XVIII 18-20). Egli stesso. La sua operante interiorità. La sua forza di sopportare, di pazientare, di amare, di superare, di perdonare « sette volte e settanta volte sette » (Mt XVIII 22).

Ecco la forza. E non un regno dei cieli astratto rende possibile la verginità; neppure, semplicemente Dio, ma Cristo. Ciò che da lui risplende, dalla sua persona, dai suoi sentimenti, dal suo operare, dal suo destino: il Santo, l'Innominabile, ciò che scuote, illumina, riempie i cuori. A far ricorso, a questo proposito, ad espressioni generiche, scomparirebbe; come, per esempio, se lo si dicesse l'ethos, o l'espressione della sua esistenza, o la plenitudine dei valori da lui rivelati. No, non ethos, non espressione, non valori — lui. Quello che può venire espresso con un solo nome: Gesù Cristo. Il Figlio del Dio vivo e Figlio dell'uomo. Il più bello tra i figli degli uomini. La vita stessa e lo stesso amore. Non appena Gesù Cristo cessi di essere la verità, la norma e la realtà, matrimonio e verginità cristiani sono destituiti di senso.

R. Guardini, È il Signore, 336-337. 343-344


mercoledì 7 gennaio 2026

Salmi 109. 113

 Salmo 109

1Di Davide. Salmo. 

Celebrazione per la vittoria del re [Messia]. 

Oracolo del Signore al mio signore: «Siedi alla mia destra finché io ponga i tuoi nemici a sgabello dei tuoi piedi». 

Un profeta fa conoscere al re che Dio lo ha proclamato suo collaboratore e, per questo motivo, ha deciso d’insediarlo alla sua destra [la reggia era alla destra del tempio]. 

Gesù, a partire della sua risurrezione, si è assiso alla destra di Dio Padre ed è stato costituito da Lui come Signore dell’universo (Mt 26,64; At 2,34-35; Rm 8,34; Ef 1,20). Il titolo di Signore è molto pregnante: «Dio Padre dichiara al Signore, cioè a Cristo, di essere il Signore e non attribuisce questo titolo ad una creatura» (Td 1767). «Il trono indica la dignità regale; la sessione la lunga durata del Regno; la collocazione alla destra, la partecipazione ai benefici di Dio Padre» (Es23,1341). 

2Lo scettro del tuo potere stende il Signore da Sion: domina in mezzo ai tuoi nemici!

Cristo sottomette i nemici cambiando il cuore degli uomini, annientando il peccato e la morte (Cf 1 Cor 15,26). Il Vangelo si diffonde in modo mite e silenzioso come il lievito nella pasta (Cf Lc 13,21) ma è «potenza di Dio per la salvezza di chiunque crede» (Rm 1,16). «Certo non vedi il Cristo seduto alla destra del Padre; puoi vedere, però, in che modo i suoi nemici siano posti a sgabello dei suoi piedi. Questo sta avvenendo! Anche se in forma lenta e graduale, si attua in modo continuo» (Ag37,1452). 

3A te il principato nel giorno della tua potenza tra santi splendori; dal seno dell’aurora, come rugiada, io ti ho generato.

Il testo ebraico, deteriorato, è di difficile interpretazione. Il principato di Cristo si manifesterà in pienezza nell’ora del giudizio e nel momento in cui i santi parteciperanno alla sua gloria di Risorto: «Profetizza l’ora del giudizio, nella quale, con la sua divina potenza, giudicherà tutti gli uomini, venendo con tutti i suoi santi angeli» (Atanasio, 461). 

4Il Signore ha giurato e non si pente: «Tu sei sacerdote per sempre al modo di Melchisedek». 

Il re viene anche elevato al sacerdozio, con una designazione divina, mentre i sacerdoti del tempio diventavano tali per discendenza umana. Melchisedek che fu re e sacerdote (Cf Gen 14,17-20) senza appartenere alla stirpe di Levi, prefigura il sacerdozio di Cristo (Cf Eb 5,6; 7,17). «[Dio] ha giurato che questo sacerdozio sarebbe durato in eterno e che non sarebbe mai stato abolito» (Td 1772). «Che cosa fa Cristo come sacerdote in eterno? Sta alla destra di Dio ed intercede per noi. Egli, il solo che non ha peccato, purifica con facilità dai peccati» (Ag37,1460). 

5Il Signore è alla tua destra! Egli abbatterà i re nel giorno della sua ira, 6sarà giudice fra le genti, ammucchierà cadaveri, abbatterà teste su vasta terra. 

Dio protegge il re da lui scelto e gli assicura una piena vittoria. «Il Signore distruggerà i suoi avversari! Il Signore giudicherà le estremità della terra; darà forza al suo re, innalzerà la potenza del suo Messia» (1 Sm 2,10). «La sua parola sarà una verga che percuoterà il violento» (Is 11,4). Cristo, al contrario, vince i nemici dando forza al suo Vangelo, senza usare violenza: «Vuoi sapere quali re? Hai forse dimenticato il testo: “Si levarono i re della terra, ed i principi si riunirono insieme contro il Signore e contro il suo Cristo?” (Sal 2). Hanno tentato con ogni sforzo di cancellare dalla terra il nome cristiano e non ci sono riusciti» (Ag37,1460). 

7Lungo il cammino si disseta al torrente, perciò solleva alta la testa. 

Il re, mentre combatte, si china a bere e poi rialza il capo; il chinarsi a bere indica la sua fatica; il sollevare il capo la sua gloriosa vittoria. «Lo disseti al torrente delle tue delizie» (Sal 35,9). «Per questo Dio l’ha esaltato e gli ha dato il nome che è al di sopra di ogni altro nome» (Fil 2,9). 

Salmo 110

Alleluia. 

Si ode «la voce di un uomo che esulta nella gioia, e prefigura il popolo il cui cuore si effonde nell'amore di Dio, cioè il Corpo di Cristo, ormai liberato da ogni peccato» (Ag37,1403). «Gesù esultò nello Spirito Santo e disse: “Io ti rendo lode, o Padre”» (Lc 10,21). «L’inno di ringraziamento è pronunciato dal Salvatore in persona che rende grazie per la salvezza di tutti» (Es23,1344). 

1Renderò grazie al Signore con tutto il cuore, tra gli uomini retti riuniti in assemblea. 

Un singolo fedele ringrazia a nome di tutta l’assemblea e così la istruisce. «Con tutto il cuore, Signore, ti offro lodi e ringraziamenti. Non lo faccio da solo, ma assieme a me c’è l’intera comunione dei fedeli» (Td 1776). «Non dice rendo grazie ma renderò grazie perché continuerà a farlo» (Gero 698). 

2Grandi le opere del Signore, le contemplino coloro che le amano. 

Contempliamo «la straordinaria grandezza della sua potenza verso di noi credenti» (Ef 1,19). «Degne di meraviglia e di stupore sono le gesta operate dalla potenza di Dio. Meritano d’essere meditate senza posa» (Td 1776.1777). «Dio ha operato con magnificenza quando ha dichiarato giusti coloro che prima erano peccatori. Che cosa poteva fare di più grande? Ha fatto diventare uomo giusto chi era malvagio e figlio, chi era suo nemico» (BW 409). 

4Ha lasciato un ricordo delle sue meraviglie, misericordioso e pietoso è il Signore. 

«Liberò l'antico popolo dall'Egitto, ma il secondo da quella del demonio. L'antico popolo fu guidato nel passaggio del mar Rosso ma il nuovo nell'acqua del battesimo; nutrì l'uno con il pane celeste e l'atro con il Pane vivo che scende dal cielo; al primo concesse la terra promessa ai padri, all'altro donò la terra dei viventi promessa ai santi» (Gero 699). 

5Egli dà il cibo a chi lo teme, si ricorda sempre della sua alleanza. 

«Fortezze sulle rocce saranno il rifugio [del giusto], gli sarà dato il pane, avrà l’acqua assicurata» (Is 33,16). «Dal cielo offristi loro un pane già pronto senza fatica, capace di procurare ogni delizia e soddisfare ogni gusto» (Sap 16,20). 

6Mostrò al suo popolo la potenza delle sue opere, gli diede l’eredità delle genti. 

Il cammino di liberazione per Israele è culminato nel dono della terra promessa, quello Chiesa si compie nella vita eterna: «Non devi pensare ad una terra che stilla latte e miele, o a qualche bene desiderato dallo sguardo dell’avaro. La cupidigia è la radice di tutti i mali e dev'essere mortificata. Quaggiù sia distrutta, per essere saziata lassù» (Ag37,1466). 

7Le opere delle sue mani sono verità e diritto, stabili sono tutti i suoi comandi, 8immutabili nei secoli, per sempre, da eseguire con verità e rettitudine. 

«Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno» (Mt 24,35). «Accogliete con docilità la Parola che è stata piantata in voi e può portarvi alla salvezza. Siate di quelli che mettono in pratica la Parola, e non ascoltatori soltanto, illudendo voi stessi» (Gc 1,21-22). 

9Mandò a liberare il suo popolo, stabilì la sua alleanza per sempre. 

«Guidasti con il tuo favore questo popolo che hai riscattato, lo conducesti con forza alla tua santa dimora» (Es 15,13). «Cristo Gesù ha dato se stesso in riscatto per tutti» (1 Tm 2,6). «Concluderò con loro un’alleanza eterna e non cesserò più dal beneficarli; metterò nei loro cuori il mio timore, perché non si allontanino da me» (Ger 32,40). 

Santo e terribile è il suo nome. 10Principio della saggezza è il timore del Signore, rende saggio chi ne esegue i precetti. 

«Noi, che possediamo un regno incrollabile, conserviamo questa grazia, mediante la quale rendiamo culto in maniera gradita a Dio con riverenza e timore; perché il nostro Dio è un fuoco divorante» (Eb 12,28-29). 

V.10 «La sapienza non consiste nel retto pensiero ma nell'esperienza delle realtà divine. Ai principianti è dovuto il timore ma ai perfetti l'amore pieno» (Td 1780). 

La lode del Signore è senza fine. 

«Il fine dei beati consiste nell’essere accanto a Dio e nel dedicarsi soltanto alla teologia (=glorificazione) e alla lode» (Es23,1345). 

Salmo 111

Alleluia. 

«Il Profeta parla della beatitudine del giusto; preannuncia l’incarnazione di Cristo e la condanna dei malvagi» (BW 411). 

1Beato l'uomo che teme il Signor. Nei suoi precetti trova la sua gioia. 

Il salmista «parla del timore che nasce dall’amore, perché nessun altro timore causa beatitudine. «La bontà è come un giardino di benedizioni, la misericordia dura sempre» (Sir 40,17). Anche i demoni temono Dio ma questo timore non produce in loro la beatitudine ma piuttosto una sofferenza» (Bs PL 164 1131). «L'uomo innamorato della pace ripone tutte le sue delizie nei comandamenti [divini]» (Ag37,1468). 

2Potente sulla terra sarà la sua stirpe, la discendenza degli uomini retti sarà benedetta. 3Prosperità e ricchezza nella sua casa, la sua giustizia rimane per sempre. 

«I giusti ottengono di generare quando altri uomini li imitano e così si perpetuano in quelli che agiscono come loro» (BW 411). «L'uomo timorato di Dio non aspira a gloria umana né è avido di ricchezze. Nella sua casa, tuttavia, stanno gloria e ricchezza. La sua casa è il cuore e dal suo intimo egli loda Dio» (Ag37,1469). 

4Spunta nelle tenebre, luce per gli uomini retti. Misericordioso, pietoso e giusto. 

«Gli uomini retti volgono a Dio il cuore e camminano con lui; antepongono alla propria volontà quella di Dio né si arrogano alcun successo alla sola propria volontà. Sanno d'essere stati tenebra e se ora sono luce, lo sono nel Signore (Cf Ef 5,8)» (Ag37,1469). 

Dio riserverà un giudizio severo, senza misericordia, verso colui che non ha agito con misericordia (Cf Gc 2,13). «Quando perdoni, usi quella compassione per la quale sarà perdonato anche a te; quando doni, presti al prossimo qualcosa che ti verrà restituito. Perdono dei peccati ed elargizione benevola di benefici, sono segnalate nelle parole del Vangelo: “Perdonate e vi sarà perdonato; date e vi sarà dato” (Lc 6,37-38)» (Ag37,1469). 

 7Cattive notizie non ha da temere: saldo è il suo cuore, confida nel Signore. Sicuro è il suo cuore, non teme, finché non vedrà la rovina dei suoi nemici. 

«Il Signore promette di soccorrere quanti incorrono in qualche sventura. Ad esempio: impedì che Giuseppe venisse ucciso dai fratelli e poi lo liberò; diede aiuto ad Abramo nel rapimento di Sara. È un contrassegno della potenza divina, lasciare che i giusti incontrino la sofferenza per esercitarli nel bene, ma presto dissolve ogni nube e dona un tempo sereno» (Td 1781). 

 9Egli dona largamente ai poveri, la sua giustizia rimane per sempre, la sua fronte s’innalza nella gloria. 10Il malvagio vede e va in collera, digrigna i denti e si consuma. Il desiderio dei malvagi fallisce. 

«L'uomo timorato di Dio non soltanto usa misericordia verso i miseri, ma lo fa con grande generosità; imita il seminatore che sparge il seme con larghezza (Cf 2 Cor 9,6)» (Td 1784). «Il peccatore proverà un pentimento infruttuoso perché tardivo. Contro chi si scaglierà se non contro se stesso?» (Ag37,1470). 

Salmo 112

Salmi pasquali (112-117). La liberazione dalla schiavitù d’Egitto è il segno più chiaro della cura che Dio esercita verso gli oppressi. «Anna ringrazia Dio dicendo: “Solleva da terra il misero e dal letame rialza il povero” (1 Sam 2,7 ss). Il Dio Altissimo opera questo di continuo. Ha fatto sedere sul trono regale Giuseppe che era stato condotto schiavo (Gen 37,28). Ha fatto re il beato David che era pastore (1 Sam 16,1-13). Mosè, che custodiva le pecore, è stato costituito come dio per Faraone» (Es23,1352). La compassione di Dio verso i miseri, raggiunge il suo culmine nella redenzione operata da Gesù: «Che cosa c’è di più povero della nostra umanità? Tuttavia Cristo l’ha innalzata, ne ha sollevato in alto le primizie e l’ha fatta sedere nel più alto dei cieli» (Es23,1352). 

Alleluia. Lodate, servi del Signore, lodate il nome del Signore. 

Il Nome del Signore (Shèm Adonai) viene evocato tre volte. Dio ha rivelato il suo Nome a Mosè: «Dirai agli Israeliti: “Il Signore, Dio dei vostri padri, mi ha mandato a voi”. Questo è il mio nome per sempre; questo è il titolo con cui sarò ricordato di generazione in generazione» (Es 3,15). Il Nome di Dio è stato ripresentato da Gesù, il Dio con noi: «[Il salmista] sapeva che c’è un “Nome che è al di sopra di ogni nome” (Cf Fil 2,9). Come ci sono degli incantesimi, certe parole o certi nomi, allo stesso modo sapeva che il Nome che è al di sopra di ogni nome è salutare» (Es23,465). 

2Sia benedetto il nome del Signore, da ora e per sempre. 3Dal sorgere del sole al suo tramonto, sia lodato il nome del Signore. 

La lode riempie il tempo (ora e sempre) e lo spazio (dal sorgere del sole, al tramonto): «Solo a Dio si addice essere glorificato sempre e dovunque» (Ag37,1471) «Parole simili sgorgano da un affetto immenso! Quanto più si ama Dio, tanto più si gode nel lodarlo» (Bs 1134). 

4Su tutte le genti eccelso è il Signore, più alta dei cieli è la sua gloria.  

«Apparve qualcosa come una pietra di zaffìro in forma di trono e su questa specie di trono, in alto, una figura dalle sembianze umane. Così percepii in visione la gloria del Signore. Quando la vidi, caddi con la faccia a terra» (Ez 1,27-29). Il Verbo tuttavia «pur essendo di natura divina, spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo» (Fil 2,7). «Dio non ha fatto se non opere mirabili. L’azione più sorprendente, tuttavia, è stata la sua volontaria umiliazione, quando ha assunto la nostra carne e ha condiviso le nostre sofferenze» (Bs 836).

5Chi è come il Signore, nostro Dio, che siede nell’alto 6e si china a guardare sui cieli e sulla terra? 

«Così dice il Signore: “Io sono il primo e io l’ultimo; fuori di me non vi sono dei. Chi è come me? Lo proclami, lo annunci e me lo esponga”» (Is 44,6-7). «Su chi volgerò lo sguardo? Sull’umile e su chi ha lo spirito contrito e su chi teme la mia parola» (Is 66,2). «Dio abita negli umili che Egli ha esaltato rendendoli suo cielo, trova il suo riposo nei santi (Cf Is 57,15)» (Ag37,1472).

7Solleva dalla polvere il debole, dall’immondizia rialza il povero, 8per farlo sedere tra i principi, tra i principi del suo popolo. 

‘Ashpot: immondizia, letame. Dio si prende cura della persona disprezzata e del suo popolo umiliato: «Ho osservato la miseria del mio popolo in Egitto» (Es 3,7). «Non viene sollevato dall’immondizia l’uomo asservito ai desideri dell’egoismo? Ora si trova in alto perché il Signore abita nel suo cuore; quindi è in cielo» (Ag37,1474). Di solito gli uomini agiscono al contrario: «Se guardate a colui che è vestito splendidamente e gli dite: “Tu siediti qui comodamente”, e al povero dite: “Tu mettiti in piedi”, non siete giudici perversi?» (Gc 2,3). 

9Fa abitare nella casa la sterile, come madre gioiosa di figli. Alleluia. 

La sterile rappresentava il caso tipico della donna disprezzata. «Esulta o sterile che non hai partorito!» (Is 54,1). «Questo fatto si verificò più volte: Sara, Rachele, Anna, la madre di Sansone ed Elisabetta, pur essendo sterili, divennero madri. L’evento si realizza soprattutto per la Chiesa: di per sé sterile, diventa madre per opera di Dio, lieta per un numero grandissimo di figli» (Td 1788). 

Salmo 113/a

Con accenti poetici, il salmo celebra l’uscita dall’Egitto, il passaggio del mar Rosso (Cf Es 14,22) e del fiume Giordano (Cf Gs 3,14-17), insieme ad altre azioni prodigiose di Dio, come il miracolo dell’acqua sgorgata dalla roccia (Cf Es 17,6). «Per l'intervento dello Spirito, in opere e in parole, fu annunziato, in antecedenza, quel che era destinato a manifestarsi in modo pieno, ora, per noi, nella pienezza del tempo» (Ag37,1475). 

1Quando Israele uscì dall’Egitto, la casa di Giacobbe da un popolo barbaro, 2Giuda divenne il suo santuario, Israele il suo dominio. 

«Quel popolo non poté allontanarsi dall'Egitto se non per l'intervento di Dio liberatore; così nessuno si stacca col cuore dalla malvagità di questo mondo, se la misericordia divina non interviene ad aiutarlo» (Ag37,1477). «Quando il Signore liberò Israele dall'Egitto, lo stabilì quale suo popolo e in Giudea edificò il suo tempio» (Td 1789). Anzi il popolo stesso divenne abitazione di Dio (leqodshò) e lo spazio nel quale Egli esercita la sua sovranità (mamshelotàv): «Noi siamo il tempio del Dio vivente, come Dio stesso ha detto: Abiterò in mezzo a loro e con loro camminerò» (2 Cor 6,16). «[Cristo] che ci ama e ci ha liberati dai nostri peccati con il suo sangue e ha fatto di noi un regno» (Ap 1,5-6). 

3Il mare vide e si ritrasse, il Giordano si volse indietro, 4le montagne saltellarono come arieti, le colline come agnelli di un gregge. 

«Attribuisce la sensibilità a cose inanimate per annunciare la potenza di Dio: “Mentre tu, Signore, conducevi il tuo popolo, il mare, sconvolto dalla paura, offrì un sentiero spedito. Si ritirò anche il fiume e trattenne il flusso della corrente. Come se fosse provvisto di ragione, vide la tua potenza presente nell'arca. Monti e colline tripudiarono per accogliere il Signore dei cieli» (Td 1789). «Voi avete deciso di aderire a Dio con tutto il cuore. Volete sbarazzarvi delle antiche passioni e sottomettervi, con animo docile, al giogo soave del Signore. Tutti gli impedimenti del mondo sono ormai superati. Il mare ha visto ed è fuggito. A te è rimasta aperta la via alla libertà spirituale senza alcuna resistenza» (Ag37,1478.1479). 

5Che hai tu, mare, per fuggire, e tu, Giordano, per volgerti indietro? 6Perché voi, montagne, saltellate come arieti e voi, colline, come agnelli di un gregge?

«Per qual motivo, o mare, fuggisti? Tu, o Giordano, perché ti rivolgesti indietro? Come mai sono finiti tutti gli ostacoli? Come mai vi volgete al Signore, voi, miriadi di fedeli sparsi per tutta la terra, rinunziando al mondo presente?» (Ag37,1479) «Tale grande stupore, deriva da una gioia immensa. Questo cambiamento non è opera vostra. Dio ha realizzato questa uscita e ha creato tanta gioia» (Bs 1136). 

7Trema, o terra, davanti al Signore, davanti al Dio di Giacobbe. 8 che muta la rupe in un lago, la roccia in sorgenti d’acqua. 

«Il tremore non è avvenuto come scuotimento di montagne ma come conversione felice di tanti popoli» (BW PL 142 415). «Convocate la comunità e alla loro presenza parlate a quella roccia, ed essa farà uscire l'acqua» (Nm 20,8). Dalla roccia che è Cristo [Dio] «fa scaturire, per il popolo assetato, fonti che zampillano alla vita eterna» (Bs 1137). «Mi mostrò un fiume d’acqua viva limpida come cristallo, che scaturiva dal trono di Dio e dell’Agnello» (Ap 22,1). 



La Chiesa e la guerra

La chiesa antica e la guerra

Non soltanto la chiesa primitiva, ma anche la chiesa dei secoli successivi si è continuamente confrontata con questo problema. Basti ricordare che l'interrogativo se e a quali condizioni un cristiano possa prestare servizio militare ha tormentato le comunità cristiane fino al IV secolo. «In Occidente e nelle minacciate province di confine si era più inclini a compromessi che non nelle tranquille province di lingua greca... Secondo la costituzione ecclesiastica di Ippolito di Roma, un soldato battezzato doveva in ogni caso sentirsi obbligato a non compiere esecuzioni capitali e non prestare giuramenti militari; un catecumeno o un cristiano che si offriva spontaneamente al servizio militare veniva espulso dalla comunità'». C'erano però anche voci più radicali, che consideravano assolutamente incompatibili esistenza cristiana e servizio militare. Così per esempio il rigorista Tertulliano nel suo periodo montanista dichiara:

«Non è possibile essere simultaneamente sottoposti al giuramento di fedeltà a Dio e agli uomini, essere sotto la bandiera di Cristo e quella del diavolo, nel campo della luce e in quello delle tenebre; una stessa persona non può essere al servizio di due: di Cristo e del diavolo» (De idolatria 19).

C'erano evidentemente cristiani che per legittimare il loro servizio militare si richiamavano alla bibbia, per esempio alla «predica ai soldati» di Giovanni Battista in Lc 3,14 o al battesimo del centurione Cornelio in At 10. La risposta di Tertulliano non lascia nulla a desiderare quanto a chiarezza:

«Come può uno far guerra, come può anche solo prestare servizio militare in tempo di pace, se il Signore gli ha tolto la spada? Certo, c'erano soldati che andavano da Giovanni e ne ricevevano regole di condotta, ci fu un centurione credente; tuttavia il Signore, disarmando Pietro, ha sfilato la spada a ogni soldato» (De idolatria 19).

Indubbiamente, la realtà era più complessa di questa formulazione rigorista: nel suo Apologeticum Tertulliano aveva parlato in maniera ben diversa (cfr. 42,3). Tuttavia fu molto importante per la teologia cristiana che frasi come queste siano state pronunciate. Esse tenevano desta la coscienza del problema. Tertulliano ha visto con intuito sicuro che, a partire da Gesù e dalla sua prassi di non-violenza assoluta, era accaduto qualcosa su cui la chiesa non poteva chiudere gli occhi.

Anche Origene può pronunciarsi in linea di principio contro ogni servizio militare cristiano. Per lui la santità delle comunità non è compatibile con la violenza. All'esortazione incalzante di Celso, secondo cui i cristiani dovrebbero «scendere in campo con l'imperatore», egli rispondeva:

«Anche i vostri sacerdoti, che sono addetti al culto di certe immagini divine, e i servitori del tempio di coloro che voi considerate dèi, non possono macchiare la loro destra con sacrifici, per poter offrire ai vostri dèi i sacrifìci tradizionali con mani pure, senza traccia di sangue umano; e quando scoppia una guerra, non trasformate i vostri sacerdoti in soldati. Se voi avete buone ragioni per agire così, quanto più sarà ragionevole che i cristiani, mentre gli altri vanno in battaglia, vi partecipino come sacerdoti e servi di Dio, conservando pure le loro mani e, con le loro preghiere rivolte a Dio, lottando per coloro che combattono per la giusta causa e per coloro che governano con giustizia» (Contro Celsum VIII 73).

Due sono i punti notevoli di quest'argomentazione. Anzitutto: Origene non dice: «Noi preghiamo per la vittoria dell'imperatore» ma: «Preghiamo per la giusta causa». Non è la stessa cosa. Purtroppo la cristianità ha dimenticato ben presto questa accurata distinzione, e in maniera troppo spesso pesante ha messo la sua preghiera e il suo influsso al servizio di interessi di potere e di dominio. Proprio quello che Origene voleva evitare: per lui il compito della chiesa consiste proprio nel creare un'atmosfera in cui debbano scomparire i dèmoni della guerra che seducono gli uomini. Soltanto così diventa possibile la pace:

«Con le nostre preghiere annientiamo tutti i dèmoni che provocano la guerra, rompono i giuramenti e disturbano la pace, e in questo modo aiutiamo i governanti più di coloro che scendono visibilmente in combattimento per chiunque» (Contra Celsum VIII 73).

Ma l'argomentazione di Origene è notevole anche perché egli non fonda il rifiuto ecclesiale del servizio militare in guerra sul fatto che un soldato cristiano potrebbe essere implicato nel culto all'Imperatore. Il suo argomento è invece che la chiesa è un popolo santo e sacerdotale e che perciò i suoi membri non possono macchiarsi di sangue. Se traduciamo nel nostro linguaggio odierno il linguaggio cultuale adottato qui da Origene, il senso della sua espressione è che la chiesa è la divina società alternativa (è santa) e non può perciò usare la violenza (versare il sangue) come il resto della società. Il suo servizio specifico al mondo (il suo sacerdozio) può essere svolto soltanto nella non-violenza assoluta.

7. Il compimento di Isaia 2

Tertulliano e Origene hanno evidentemente percepito con chiarezza che il problema della compatibilita tra esistenza cristiana e servizio militare non è una questione marginale. È in gioco il problema della non-violenza della chiesa e quindi del nucleo della esistenza cristiana, poiché Cristo, signore della chiesa, ha rinunciato a ogni violenza ed è morto in croce nell'impotenza.

Il tema della chiesa non-violenta è presente in tutti i Padri, non soltanto in Tertulliano e in Origene. E non basta studiarlo nel contesto del problema del servizio militare cristiano, dato che esso viene trattato anche in contesti del tutto diversi. Uno di questi è l'esegesi patristica di Isaia 2.

Abbiamo già visto come Is 2,2-5 (cfr. Mi 4,1-5) sia uno dei testi più importanti dell'Antico Testamento per la presentazione del pellegrinaggio dei popoli (cfr. parte prima, c. 5). Alla fine dei giorni, dice Isaia, il monte di Sion con la casa del Signore si innalzerà al di sopra di tutti gli altri monti. Questo significa: nel tempo escatologico di salvezza Israele comincerà a brillare come la società esemplare di Dio. Allora i popoli da tutto il mondo confluiranno su Gerusalemme per impararvi l'ordinamento sociale, l’unico che è degno di essere vissuto e che promuove la vita: «poiché da Sion uscirà un ordinamento sociale come parola di Dio da Gerusalemme» (Is 2,3). Elemento decisivo in quest'ordinamento sociale è che esso non resti pura teoria ma venga vissuto in Israele. Diversamente non riuscirebbe ad affascinare i popoli del mondo e, soprattutto, non riuscirebbe ad attirarli. Ma decisivo in questo nuovo ordinamento di vita è pure che esso riesca a cogliere e risolvere il problema fondamentale di ogni società umana: la sete di potere, l'impulso all'uso della violenza, le rivalità eterne. Ciò che da al nuovo ordinamento sociale il suo fascino è proprio la non-violenza, che ne costituisce palesemente il carattere più importante: «Forgeranno le loro spade in vomeri, le loro lance in falci. Un popolo non alzerà più la spada contro un altro popolo, non si eserciteranno più nell'arte della guerra» (Is 2,4).

Questo testo di Isaia sul pellegrinaggio escatologico dei pagani a Sion e sull'inizio della nuova società di Dio ha un rilievo straordinario nell'esegesi patristica. I primi Padri sono convinti che la promessa di Isaia si è adempiuta. Il tempo della salvezza di cui parlava Isaia è spuntato; la parola di Dio è venuta: il nuovo ordinamento sociale di Dio è proclamato. La casa del Signore è già ampiamente visibile su tutti i colli, e i popoli affluiscono ormai assieme nella casa di Dio.

La formulazione più grandiosa di questa visione la troviamo in Origene. Come tutti i Padri, egli interpreta la «casa del Signore» riferendola alla chiesa mentre identifica le nazioni che si muovono verso il «monte del Signore» con i cristiani di provenienza pagana. Ma la legge che viene da Sion è la «legge spirituale», cioè la dottrina di Gesù.

«Negli ultimi giorni, dopo che il nostro Gesù è apparso visibilmente in mezzo a noi, noi arriviamo dunque al monte irradiante del Signore, alla parola che s'innalza al di sopra di ogni parola, e alla casa di Dio, che è la comunità del Dio vivente, colonna e fondamento della verità. E vediamo in che modo questa casa viene costruita sulle vette dei monti, cioè sulle parole pofetiche che ne sono il fondamento. Ma questa casa vie ne innalzata sui colli, cioè su coloro che presso gli uomini annunciano manifestamente elementi speciali di saggezza e di verità.E noi, nazioni tutte, veniamo a questa casa, e noi, nazioni numerose, ci mettiamo in cammino e ci esortiamo a vicenda al culto di Dio che negli ultimi giorni splende attraverso Gesù Cristo: venite, saliamo al monte del Signore, alla casa del Dio di Giacobbe. Allora egli ci mostrerà la sua strada e noi la percorreremo. Infatti da coloro che sono sul Sion è uscita la legge, ed è venuta su di noi come legge spirituale» (Contro Celsum V 33).

In maniera analoga interpretano questo testo Giustino, Ireneo e Tertulliano. Tutti sono convinti che la profezia di Isaia 2 si è ormai adempiuta. Che cosa li ha portati a questa convinzione? Anzitutto, ovviamente, l'affermazione che da Gerusalemme esce la parola del Signore. Probabilmente la chiesa primitiva fin dall'inizio ha interpretato le sue esperienze missionarie con i pagani alla luce del messaggio profetico del pellegrinaggio dei popoli (cfr. sopra parte terza, e. 8). I Padri, in ogni caso, lo hanno fatto certamente. Per essi era una certezza incrollabile: se la parola del Signore ha raggiunto tutti i popoli con la predicazione degli apostoli che erano usciti da Gerusalemme (cfr. At 1,8), e se dai popoli che hanno accolto l'evangelo è nato un «popolo di provenienza pagana» (At 15,14), allora vuoi dire che è avvenuto il pellegrinaggio dei popoli a Sion, che si è compiuto Is 2. Noi, cristiani di provenienza pagana — dice Origene — siamo coloro che «esponenti di tutte le nazioni» siamo venuti al monte irradiante del Signore. I Padri non hanno difficoltà a identificare la nascita della chiesa dai pagani con il pellegrinaggio dei popoli a Sion, poiché per essi appunto la «casa del Signore» sul Sion non è altro che la chiesa.

Ma c'è ancora una seconda ragione per cui molti Padri considerano Is 2 già realizzato. Non soltanto perché la parola del Signore è venuta da Gerusalemme e ha raggiunto tutti i popoli, ma anche perché la situazione escatologica di non violenza e di pace profetizzata da Isaia è già diventata realtà nella chiesa. Questa concezione è così sorprendente e al tempo stesso così caratteristica dell'ecclesiologia dei primi tre secoli, che è proprio il caso di lasciar parlare da sé una serie di testi. Giustino scrive nella sua Apologia:

«Ma quando lo spirito profetico, annunciatore del futuro, viene percepito, dice così: da Sion uscirà la legge, e la parola del Signore da Gerusalemme. Egli giudicherà in mezzo alle nazioni e sarà arbitro tra molti popoli. Forgeranno le loro spade in vomeri e le loro lance in falci. Un popolo non alzerà più la spada contro un altro popolo e non si eserciteranno più nell'arte della guerra. Che tutto ciò sia accaduto, ve ne potete convincere. Infatti da Gerusalemme sono partiti uomini per andare in tutto il mondo, dodici uomini senza cultura e senza eloquenza. Ma con la forza di Dio essi hanno mostrato a tutto il genere umano di essere stati inviati da Cristo per insegnare a tutti la parola di Dio. E noi, che un tempo ci uccidevamo l'un l'altro, non solo freniamo ogni ostilità verso i nemici ma affrontiamo con gioia la morte per la confessione di Cristo, pur di non mentire e di non ingannare i giudici istruttori» (Apologia I 39).

L'accenno ai martiri mostra con tutta la chiarezza possibile che Giustino non parla di un'educazione morale del genere umano nel suo insieme ma della non-violenza dei cristiani. Lo schema «un tempo/oggi» segnala qui la contrapposizione tra chiesa e società pagana. Non meno evidente nel suo significato è un testo di Giustino dal Dialogo con il giudeo Trifone:

«Dalla legge e dalla parola che sono uscite da Gerusalemme attraverso gli apostoli di Gesù abbiamo imparato l'adorazione di Dio, e ci siamo rifugiati presso il Dio di Giacobbe e il Dio d'Israele. Sebbene fossimo così esperti in fatto di guerra, di assassinio e di ogni specie di mali, abbiamo trasformato su tutta la terra i nostri strumenti di guerra: le spade in aratri, le lance in falci; e ora costruiamo il timor di Dio, la giustizia, l'umanità, la fede e la speranza, quella speranza che ci viene data dal Padre stesso attraverso il crocifìsso» (Dialogo 110,2s.).

Più ancora dell'Apologia, questo testo del Dialogo di Giustino mette in luce la funzione originaria di quel tipo di esegesi con cui la chiesa antica vede già realizzato Is 2 (o Mi 4): nel confronto con il giudaismo si tratta di far vedere che in Gesù di Nazaret è già venuto il Messia. Infatti, appena prima del testo citato, Giustino aveva detto ai suoi interlocutori giudei:

«Come io so, i vostri maestri riconoscono che tutte le parole di questo passo vanno riferite al Messia. So pure che essi dicono che il Messia non è ancora venuto; o che, se anche è venuto, non si sa chi sia: soltanto quando verrà apertamente e nella gloria, si riconoscerà la sua identità. Soltanto allora, dicono, accadrà ciò che in questo passo viene profetizzato; proprio come se dalle parole della profezia non si potesse ancora assolutamente ricavare nessun frutto» (Dialogo 110,ls.).

Dunque, il passo di Is 2 (o di Mi 4) ha già portato, «frutto», cioè è già realizzato: il Messia è venuto, la svolta messianica si è già verificata. Anche Ireneo legge il testo esattamente in questo senso:

«La legge della libertà, cioè la parola di Dio, è stata annunciata su tutta la terra dagli apostoli usciti da Gerusalemme, e ha operato una trasformazione così grande che essi delle spade e delle lance di guerra hanno fatto aratri e falci,... cioè strumenti di pace, e ormai non vogliono più combattere ma, se qualcuno li colpisce, offrono l'altra guancia. Se tutto questo è vero, allora i profeti non hanno parlato di nessun altro che di colui che ha realizzato tutte queste cose. Ma questi è il nostro Signore! » (Ireneo, Adv. haer. IV 34,4).

Anche qui, non si parla della trasformazione dell’intera società ma del popolo del Messia, che vive in conformità a Mt 5,39, così che la trasformazione del mondo è iniziata e appunto in questo modo è provata la messianicità di Gesù. Lo stesso leggiamo in Tertulliano:

«Essi riforgeranno le loro spade in aratri e le loro lance in falci, e nessun popolo impugnerà più la spada contro l'altro e non impareranno più Parte della guerra. A chi si riferiscono queste parole se non a noi che, istruiti dalla nuova legge, osserviamo tutte queste cose? » (Tertulliano, Adv. ludaeos 3,9).

È identico anche il pensiero di Origene:

«Noi non impugnarne più la spada contro un popolo e non impariamo più l'arte della guerra, perché attraverso Gesù siamo diventati figli della pace» (Contro Celsum V 33).

Se vogliamo cogliere in maniera corretta il significato dei passi patristici citati, non dobbiamo disattendere il loro contesto vitale. Abbiamo visto che si tratta originariamente della polemica con il giudaismo: la cosa è chiara in Giustino, Ireneo e Tertulliano. Ma i giudei hanno tutte le ragioni per obiettare: come può essere venuto il Messia, se nel mondo non è cambiato nulla? Se il Messia fosse venuto, dovrebbe essersi avverata almeno la profezia di pace di Is 2,4. Invece non se ne vede nulla. Il mondo è ancora pieno di guerre, e gli uomini continuano con i loro conflitti. Perciò Gesù di Nazaret non può essere stato il Messia.

L'obiezione giudaica dev'essere presa seriamente, senza riserve: è l'obiezione più forte che si dia contro il cristianesimo. Essa tocca il nervo vitale della fede cristiana. I Padri che abbiamo ascoltato la prendevano evidentemente con assoluta serietà. Soprattutto: essi non ne contestavano la premessa; essi erano cioè pienamente d'accordo con il giudaismo che alla venuta del Messia il mondo doveva cambiare effettivamente.

La risposta dei primi Padri alla fondamentale obiezione giudaica non era dunque che il mondo non ha bisogno di cambiare per noi perché la redenzione si compie in maniera invisibile o si compie soltanto alla fine del mondo. La loro risposta era invece la seguente: il Messia è venuto e il mondo è effettivamente cambiato. Esso è cambiato nel popolo del Messia, che vive secondo la legge di Cristo. Nel popolo messianico della chiesa non c'è più violenza: qui sono diventati tutti «figli della pace» (Le 10,6). Qui si preferisce porgere  l'altra guancia che restituire il colpo ricevuto (Mt 5,39). Qui si disimpara l'arte della guerra. Dunque, Isaia 2 ha già trovato compimento nella chiesa.

Una cosa appare subito chiara: questa risposta è estremamente pericolosa. Essa fa correre a tutta la cristologia il rischio di essere un giorno smentita dalla realtà della chiesa. Che i primi Padri abbiano avuto il coraggio di dare una risposta del genere è tanto più impressionante se si pensa che proprio essi avevano già elaborato un principio ermeneutico che poteva offrire una soluzione più innocua e molto meno pericolosa. Giustino compendia come segue questo principio di interpretazione. A proposito di Cristo bisogna distinguere due parusie: la sua prima venuta nell'impotenza e la sua seconda venuta dal cielo con potenza. Una parte delle profezie dell'Antico Testamento si riferisce già alla sua prima apparizione in umiltà; invece un'altra parte vale esclusivamente della sua apparizione in gloria e potenza (Giustino, Dialogo 110,2).

Come sarebbe stato facile, con questo principio ermeneutico, interpretare Is 2,4 riferendolo a quella «pace eterna» che si darà soltanto dopo il ritorno di Cristo nel Regno perfetto di Dio. Ma i primi Padri non hanno percorso questa strada innocua e senza rischio (cfr. Giustino, Dialogo 110,5). Essi hanno creduto e ribadito che il nuovo culto di Dio, il nuovo stile di vita, la nuova creazione sono già all'opera ora nella chiesa in forma visibile e percettibile. Hanno creduto e ribadito che Is 2,4 si è realizzato e deve realizzarsi già ora nel tempo della chiesa.

8. La dimostrazione della verità mediante la prassi

Nel capitolo precedente ci siamo imbattuti nell'obiezione centrale che il giudaismo rivolgeva alla pretesa dei cristiani: come può essere venuto il Messia, se nel mondo nulla è cambiato? Guardiamo più attentamente, e vedremo che questa non è soltanto l'obiezione fondamentale dei giudei. Ogni non-cristiano chiede oggi allo stesso modo: Come potete parlare di redenzione, di liberazione, se dalla venuta del vostro redentore e liberatore non è cambiato nulla nel mondo? La verità della fede cristiana può perciò brillare, in ultima analisi, soltanto se essa traspare dalla prassi dei cristiani. La chiesa antica, anche in questo caso piena di imparzialità e di semplicità biblica, ha riconosciuto con chiarezza questa connessione: ha visto che era suo compito essere con tutta la sua esistenza segno della verità dell'evangelo. La crescita stupefacente che essa conobbe in un tempo relativamente breve può essere spiegata soltanto così: il segno splendeva.

N. Brox ha richiamato recentemente l'attenzione sul fatto che la chiesa antica non possedeva organi e strategie per un lavoro missionario sistematico. Se si può parlare di una teoria missionaria della chiesa antica, secondo Brox lo si può fare al più nel senso seguente: i dodici Apostoli hanno proclamato l'evangelo in tutto il mondo e hanno fondato un numero sufficiente di chiese locali. Con questo la missione era propriamente chiusa. Da questo momento le comunità fondate dagli Apostoli esistono come segno della verità. Ora la società pagana può fare la sua scelta.

In sostanza, fu tutta qui la teoria missionaria della chiesa antica. Si distingueva nettamente tra il compito missionario specifico e irripetibile degli Apostoli e il compito della presenza come segno di tutte le comunità. Ovviamente, non è che con questo si escludesse un impegno missionario per il futuro. Ma è evidente «che nel periodo precostantiniano il cristianesimo ha conosciuto la sua crescita stupefacente non in ragione di sforzi di organizzazione missionaria, ma semplicemente con la sua presenza e capacità di richiamo».

Una grande e incrollabile fiducia nella forza di convinzione immanente alla prassi cristiana attraversa gli scritti di tutti gli apologeti. Essi ripetono continuamente ai loro lettori pagani: noi non abbiamo soltanto la vera dottrina ma anche la vera prassi, e tra le due sussiste una profonda connessione:

«Da noi potete trovare gente incolta, artigiani, vecchiette, che, anche se non sono in grado di esporre a parole l'utilità delle loro dottrine, esibiscono con le opere l'utilità dei loro principi. Infatti non pronunciano parole imparate a memoria ma mostrano buone azioni: non restituire i colpi ricevuti, non portare in processo chi li ha derubati, dare a chi chiede, amare il prossimo come se stessi» (Atenagora, Presbeia 11).

Chi ha capito di dover convincere con la prassi giusta sa anche che il proprio fallimento significa oscurare la forza di segno della comunità. Perciò Ignavo scrive alla comunità di Tralli:

«Nessuno tra di voi deve avere alcunché contro il prossimo. Non scandalizzate i pagani, affinchè la comunità di Dici non venga vilipesa da pochi sconsiderati! Infatti (è scritto): guai a colui per la cui stoltezza sarà bestemmiato il mio nome» (Ign., Troll 8,2).

Allo stesso modo si esprime anche Policarpo di Smirne. La prossima citazione, da una delle sue due lettere alla comunità di Filippi, mostra che sulla base dei dati dell'Antico Testamento sta già nascendo uno schema parenetico fìsso, che troverà in seguito sempre più applicazione:

«Vivete in maniera irreprensibile in mezzo ai pagani, perché voi raccogliate lode dalle vostre buone opere e il Signore non venga bestemmiato a causa vostra» (Policarpo, 2Fil 10,2s.).

Una delle espressioni più belle e più commoventi di questo schema parenetico si trova nella cosiddetta seconda lettera di Clemente, una predica cristiana antica di ampio respiro e non databile con precisione. L'autore comincia mettendo in luce che il vero culto di Dio consiste non in belle parole ma nella retta prassi:

«Noi non vogliamo accontentarci di chiamare Gesù Cristo Signore, perché questo non ci salverebbe. Egli dice infatti: Non chiunque mi dice: Signore, Signore, sarà salvato, ma chi fa la giustizia. Perciò, fratelli, noi vogliamo confessarlo con le opere: amandoci a vicenda, non commettendo adulterio, non sparlando degli altri, rinunciando alla gelosia, essendo continenti, misericordiosi e buoni» (2Clem 4,1-3).

Più avanti l’autore parla del rinnegamento di Dio attraverso le opere cattive. Una prassi errata non può che portare i pagani alla conclusione che la dottrina cristiana è soltanto inganno e invenzione:

«II Signore dice: In ogni luogo il mio nome viene bestemmiato presso tutti i popoli; e ancora: Guai a colui a causa del quale il mio nome viene bestemmiato. Perché viene bestemmiato? Perché voi non fate la mia volontà. Infatti quando i pagani ascoltano dalla nostra bocca le espressioni di Dio, ne rimangono stupiti poiché le trovano parole buone e nobili; ma quando poi osservano che le nostre opere non corrispondono alle parole che pronunciamo, la conseguenza è che bestemmiano Dio e dicono che è un mito o un errore» (2Clem 13,2s.).

In tutti questi testi si può toccare con mano la relazione biblica tra la comunità e la gloria di Dio: quando la comunità viene oltraggiata dai pagani a causa del suo cattivo esempio, è lo stesso nome santo di Dio a essere disonorato. Questo presuppone che la comunità sia il segno, la presenza, l'onore di Dio nel mondo. Quando essa oscura questo segno, ostacola l'opera di salvezza e snatura la vera essenza di Dio. Se invece essa vive la verità dell'evangelo, il nome di Dio viene glorificato in mezzo ai pagani e il disegno di Dio sul mondo avanza. In questa luce è giusto pensare che in Idem 59,4 viene presentata una relazione di conoscenza tra comunità, Cristo e Dio. Leggiamo in questo testo:

«Tutti i popoli devono riconoscere che tu sei il Dio unico e Gesù Cristo il tuo servo e noi il tuo popolo e le pecore del tuo gregge».

È probabile che questa sia una preghiera per la comunità, perché sia riconoscibile come popolo di Dio. Se questo avviene, anche Cristo diventa riconoscibile, e Dio in Cristo. In ogni caso, Origene non ha difficoltà a dire:

«La divinità di Gesù viene dimostrata dalle comunità che gli devono la loro salvezza» (Contro Celsum III 33).

È evidente che, per la chiesa antica, tra il carattere di segno della chiesa stessa e la cristologia sussiste una relazione molto più solida che per noi oggi. La vera natura di Cristo può brillare soltanto quando la chiesa rende visibile l'alternativa messianica e la nuova creazione antropologica che a partire da Cristo si va facendo strada.

Di fronte a quest'ecclesiologia si rinnova la domanda, già posta : essa non impone ai cristiani una tremenda necessità di riuscire a tutti i costi e una spietata esigenza di prestazione? Non finisce per trasformare la chiesa nel tipo più repellente di società di prestazione che vi sia, cioè quella religiosa? E come se la vede un'ecclesiologia del genere con i pigri e i deboli, con i colpevoli e i falliti, come se la vede con quelli che sono ai margini della comunità?

Queste obiezioni, che sono assolutamente serie, mostrano che la chiesa come società alternativa non può essere realizzata con il semplice investimento di un quantitativo maggiore di energia morale di quanto siano stati capaci di suscitare altri movimenti di risveglio etico della storia dell'umanità. La terza e quarta parte di questo libro, non a caso, hanno il titolo: «La chiesa alla sequela di Gesù». La sequela di Gesù non comincia con la preghiera di vivere in maniera ancor più eroica di quanto facciano o abbiano fatto altri. Essa comincia invece ricevendo un dono di ricchezza straordinaria. Con tutta la sua esistenza Gesù indica il miracolo che ora sta avvenendo nella storia: lo spuntare del Regno di Dio. Questo miracolo non poteva essere compiuto da forze umane; l'uomo non poteva disporne: era del tutto immeritato. La sequela significa presagire il miracolo del Regno di Dio e, affascinati dal dono di una nuova possibilità di comunità umana, percorrere radicalmente la via di Gesù.

Questa via non è certo una strada larga e comoda su cui avanzi la massa. È stretta e difficoltosa. Nel caso di Gesù ha portato alla morte violenta, e anche per molti che hanno seguito Gesù è diventata un cammino mortale. Ma è la strada che conduce alla vita. Al suo inizio sta il miracolo del Regno di Dio, e questo miracolo porta tutto ciò che in seguito accade.

La chiesa antica era consapevole che la sua esistenza messianica, la sua esistenza di società alternativa, è possibile soltanto sulla base del miracolo che Dio opera nella storia (cfr. parte quarta, e. 2). Era consapevole che lì dove la chiesa è interamente chiesa, tutto è grazia. Infine era consapevole che la chiesa vive dalla parte del crocifisso, che quindi la sua vita viene dalla morte, e che essa può guadagnare la propria vita soltanto se è sempre pronta a perderla.

Sarebbe fraintendere la chiesa come società alternativa il non considerarla come creazione della grazia e come frutto della croce di Cristo. Perciò la sua contrapposizione alla società pagana non nasce da «intraprendenza e moralismo» ma dal miracolo del Regno di Dio che sta irrompendo. E perciò anche i peccatori e i falliti hanno il loro posto nella chiesa, perché la grazia trova la sua espressione compiuta nell'impotenza umana. E perciò il miracolo della nuova creazione brilla in tutto il suo splendore lì dove amore e riconciliazione spuntano da situazioni che appaiono umanamente disperate e senza via d'uscita.

Lohfink









lunedì 5 gennaio 2026

Pregare i Salmi con Cristo 1

1/ Signore, insegnaci a pregare!

È la parola con la quale i discepoli si rivolgevano a Gesù. E mentre dicevano questo riconoscevano che da se stessi erano incapaci di pregare: dovevano imparare a pregare.

'Imparare a pregare': è un'espressione che ci sembra contraddittoria. Noi diremmo piuttosto: o il nostro cuore sovrabbonda al punto tale che da se stesso comincia a pregare, o diversamente non imparerà mai a pregare.

Ma è un errore pericoloso, in verità oggi molto diffuso tra i cristiani, il pensare che l'uomo possa naturalmente pregare. Ciò significherebbe confondere il desiderio, la speranza, il sospiro, il pianto, la gioia, tutto ciò di cui il nostro cuore è capace per se stesso, con la preghiera. Sarebbe un confondere la terra e il cielo, l'uomo e Dio. No, pregare non significa solo aprire il nostro cuore; significa piuttosto trovare la via che conduce a Dio per dialogare con lui, sia che abbiamo il cuore pieno oppure vuoto. Ma nessuno è capace di fare questo con le sue forze: per fare questo è necessario Gesù Cristo.

I discepoli vogliono pregare ma non sanno come farlo. Può essere una grande sofferenza voler parlare a Dio senza poterlo fare, vedersi condannati ad essere muti davanti a Dio, nel dubbio che ogni appello si perda solo nella nostra soggettività, che il cuore e le labbra parlino una lingua sbagliata che Dio non vuole capire.

In questa difficile situazione noi andiamo alla ricerca di uomini che conoscano in qualche modo la preghiera e che siano capaci di venirci in aiuto. Se almeno qualcuno capace di pregare ci facesse partecipi della sua preghiera, se potessimo fare nostra la sua preghiera, noi saremmo salvati! Certamente degli uomini che vivono il loro cristianesimo possono fare molto per noi su questo punto! Ma anch'essi non lo possono fare se non in grazia di Gesù Cristo dal quale essi stessi ricevono l'aiuto, e al quale ci riconducono se sono veramente maestri di preghiera.

Quando Gesù Cristo ci unisce alla sua preghiera, quando possiamo fare nostra la sua preghiera, quando ci apre la via verso Dio mediante il suo cammino e ci insegna a pregare, allora noi siamo liberati dal tormento degli uomini che non possono pregare. Ma è proprio questo che Gesù Cristo vuole per noi. Egli vuole pregare con noi, vuole che facciamo nostra la sua preghiera, e che perciò ci sentiamo sicuri e gioiosi che Dio ci ascolta.

Noi preghiamo nel modo giusto quando la nostra volontà e tutto il nostro cuore si uniscono alla preghiera del Cristo. Solo in Gesù Cristo noi possiamo pregare; ed è anche con lui che noi saremo esauditi.

È in questo modo che dobbiamo imparare a pregare. Il bambino impara a parlare perché suo padre gli parla; in questo modo egli impara la lingua di suo padre. Allo stesso modo noi impariamo a parlare a Dio perché Dio ci ha parlato e continua a parlarci; è nel linguaggio del Padre che sta nei cieli che i suoi figli imparano a parlargli; ripetendo le parole stesse di Dio noi cominciamo a pregarlo. Non è nel linguaggio maldestro e confuso del nostro cuore, ma nella lingua chiara e pura nella quale Dio ci ha rivolto la parola in Gesù Cristo che noi dobbiamo parlare a Dio e che egli vuole ascoltarci quando parliamo a lui. 

Il linguaggio di Dio in Gesù Cristo lo conosciamo nella Bibbia. Se vogliamo pregare con fiducia e con gioia, è necessario che la parola della Sacra Scrittura sia la solida base della nostra preghiera. È là che ci è detto come Gesù Cristo, la Parola di Dio, ci insegna a pregare. Le parole venute da Dio saranno i gradini del nostro progressivo incontro con Lui.

2/La preghiera nel nome di Gesù

Tra i testi sacri vi è un libro diverso da tutti gli altri libri della Bibbia, perché è un libro che contiene solo preghiere: è il libro dei Salmi.

Si rimane sorpresi, di primo colpo, che nella Bibbia vi sia un libro di preghiera. La Bibbia non è infatti tutta una parola rivolta a noi da Dio? Ora le preghiere sono parole umane, e perciò come possono trovarsi nella Bibbia? Ma la Bibbia è parola di Dio anche nei Salmi; dunque anche le preghiere rivolte a Dio sono parola di Dio? Ci sembra difficile poter comprendere questo fatto.

Lo possiamo comprendere solo pensando che Gesù Cristo solo può insegnarci a pregare rettamente; allora comprendiamo infatti che la preghiera è la parola che il Figlio di Dio vivente tra di noi uomini rivolge al Padre che vive nell'eternità. Gesù Cristo ha portato innanzi a Dio tutto il dolore, tutta la gioia, tutta la gratitudine e tutta la speranza degli uomini.

Sulle sue labbra la parola dell'uomo diventa parola di Dio; ma inoltre, quando compiamo la nostra preghiera, la parola di Dio diventa a sua volta parola dell'uomo. In tale modo tutte le preghiere della Bibbia sono preghiere che compiamo assieme a Gesù Cristo e allo stesso tempo di lui; ad esse egli ci associa e in grazia di esse ci porta innanzi al volto di Dio; se così non fosse, esse non sarebbero preghiere autentiche poiché non è possibile pregare veramente se non in Cristo e con Cristo.

Se perciò vogliamo leggere e pregare le preghiere della Bibbia, e in modo particolare i Salmi, dobbiamo anzitutto chiederci non quale interesse essi hanno per noi, ma qualerapporto essi hanno con Gesù Cristo. Dobbiamo chiederci anzitutto come è possibile vedere nei Salmi la parola di Dio, e in seguito ci sarà possibile fare nostra questa preghiera. 

Non si tratta dunque di sapere se i Salmi esprimono esattamente i sentimenti attuali del nostro cuore; può anche accadere che sia necessario pregare anche contro la disposizione del nostro cuore, proprio per pregare in modo autentico.

Ciò che importa non è l'oggetto preciso che assegnamo alla nostra preghiera, ma quello per il quale Dio vuole che noi lo preghiamo. Se fossimo soli innanzi a noi stessi, è fuori dubbio che spesso non innalzeremmo altro che la quarta domanda del Padre nostro. Ma la volontà di Dio è un'altra. Non è la povertà del nostro cuore, ma è la ricchezza della parola di Dio che deve determinare la nostra preghiera.

Se la Bibbia contiene anche un libro di preghiere: dobbiamo dedurre che la parola di Dio non è soltanto quella che egli vuole rivolgere a noi, ma è anche quella che egli vuole sentirsi rivolgere da noi, poiché questa è la parola del suo Figlio diletto.

È una grande grazia che Dio ci dica come possiamo parlargli e come possiamo entrare in rapporto con lui; e lo possiamo fare pregando nel nome di Gesù Cristo: i Salmi ci sono dati perché noi impariamo a pregare nel nome di Gesù Cristo.

Quando i discepoli gli hanno chiesto di insegnare loro a pregare. Gesù ha dato loro il 'Padre nostro'. Ogni preghiera è racchiusa in esso; quanto è contenuto nelle domande del 'Padre nostro' è preghiera autentica, ma ciò che in esso non vi è, non è una preghiera. Tutte le preghiere della Scrittura sono riassunte nel 'Padre nostro' e vi sono assorbite largamente. Il 'Padre nostro' non le rende dunque superflue: esse sono la inesauribile ricchezza del 'Padre nostro', così come il 'Padre nostro' è il coronamento di esse e il legame che le unisce. 

Parlando del salterio, Lutero ha detto: «II salterio è attirato dal 'Padre nostro' e questo è attirato dal salterio; per questo l'uno può essere interpretato mediante l'altro in una maniera molto sottile, e può essere trovato tra di essi un forte rapporto».

Il 'Padre nostro' diventa così la pietra di paragone per sapere se noi preghiamo nel nome di Gesù Cristo o se preghiamo nel nostro nome. È dunque un fatto ovvio che il salterio sia frequentemente usato nel Nuovo Testamento: esso è la preghiera della comu

nità di Gesù Cristo, esso fa parte del 'Padre nostro'.

3/ Gli oranti del salterio

Nel salterio sono contenuti 150 salmi: set tantatre di essi sono attribuiti al rè Davide,dodici ad Asaf, maestro di coro al servizio di Davide, dodici ai figli di Core, famiglia levitica di cantori che esercitava la sua attività sotto il regno di Davide, due al re Salomone, e uno a ciascuno dei maestri di musica forse nel periodo di Davide e di Salomone, e cioè Héman e Etàn. Per questo motivo il nome di Davide è legato in modo particolare al salterio.

Si racconta che Davide, dopo essere stato consacrato rè segretamente, venne chiamato presso il rè Saul che Dio aveva ripudiato e che era tormentato da uno spirito cattivo; e Davide aveva il compito di suonare l'arpa davanti a Saul. «Così, ogni volta che lo spirito di Dio assaliva Saul, Davide prendeva la ce-.tra e suonava; allora Saul si calmava, si sentiva meglio e lo spirito cattivo lo abbandonava (1 Sam. 16,23). Forse ebbe origine da

questo fatto la poesia salmodica di Davide. Mediante la forza dello Spirito di Dio venuto su lui con la consacrazione reale, egli allontana lo spirito cattivo con il suo canto. Nessun salmo ci è ricordato che risalga a prima della sua unzione reale. Soltanto colui che aveva ricevuto la vocazione di rè messianico e dal quale doveva discendere il Cristo, il Messia promesso, esprimeva la sua preghiera in canti che più tardi sarebbero stati accolti nel canone della Scrittura.

Secondo la testimonianza della Bibbia, Davide, consacrato rè del popolo eletto di DÌO, è una prefigurazione di Gesù Cristo; ciò che in lui avviene, accade a motivo di colui che già è in lui e che da lui uscirà: Gesù il Cristo. Davide aveva coscienza di ciò; poiché «egli era profeta e sapeva che Dio gli aveva giurato di porre sul suo trono un discendente del suo sangue, egli ha previsto e annunciato la resurrezione del Cristo» (Atti 2,30). Davide fu un testimone del Cristo nella sua funzione, nella sua vita e nelle sue parole. Anzi, il Nuovo Testamento dice di più: nei salmi di Davide è il Cristo promesso che già parla (Ebrei 2,12; 10,5), o si può ben dire che è lo Spirito Santo che parla (Ebrei 3,7).

Le parole stesse che Davide pronunciava era il Messia futuro che le pronunciava in lui, le preghiere di Davide erano allo stesso tempo quelle del Cristo, o piuttosto era il Cristo stesso che le innalzava nel suo precursore Davide.

Questo breve accenno del Nuovo Testamento illumina tutto il salterio, lo ricollega al Cristo. Rifletteremo poi come questo avvenga in modo più particolare. Ciò che ora ci interessa è sapere che Davide stesso non pregava semplicemente per la sovrabbondanza personale del suo cuore, ma per il fatto che Cristo era presente in lui.

È certo tuttavia che è Davide a pregare i suoi salmi, e nonostante questo il Cristo li prega in lui e con lui. Le ultime parole del vecchio Davide esprimono tutto ciò in modo misterioso: «Oracolo di Davide, figlio di Jesse, oracolo dell'uomo posto più in alto di tutti, delPunto del Dio di Giacobbe, del cantore dei cantici di Israele. Lo spirito di Jahvé ha parlato in me, la sua parola è sulla mia lingua»; e a questa affermazione segue subito un'ultima profezia circa il futuro rè di giustizia. Gesù il Cristo (2 Sam. 23,2).    

Questo ci riporta a quanto abbiamo già appreso da poco; è certo che non tutti i salmi sono di, Davide, e così pure nel Nuovo Testamento non tutto il salterio è posto sulle labbra del Cristo. Rimane tuttavia il fatto-che le indicazioni da noi apprese.. hanno sempre importanza sufficiente in relazione a tutto il salterio legato m modo decisivo al nome di Davide. E inoltre Gesù stesso dice

dei salmi presi nel loro assieme, che essi hanno annunciato la sua morte e la sua resurrezione, come pure hanno annunciato la predicazione dell'Evangelo (Luca 24,44)

Ma come può essere che un uomo e Gesù il Cristo preghino allo stesso tempo il salterio? È il Figlio di Dio fatto uomo che ha portato tutta la debolezza umana nella sua propria carne, è lui che spalanca innanzi a Dio il cuore di tutta l'umanità, è lui che prende il nostro posto e prega per noi. Egli ha conosciuto più profondamente di noi il dolore e la sofferenza, la colpa e la morte. Per questo si tratta qui della preghiera della natura umana assunta da lui che si innalza davanti a Dio.

Essa è realmente la nostra preghiera; ma egli ci conosce meglio di quanto noi conosciamo noi stessi, egli stesso è vero uomo: si è

abbassato sino a noi, e perciò la preghiera è anche realmente la sua preghiera, ed essa può diventare la nostra solo perché è stata la sua. Chi prega il salterio? Davide, Salomone, Asaf... il Cristo, noi. Diciamo: noi... Cioè: la comunità intera, nella quale soltanto può essere pregata tutta la ricchezza del salterio;

ma in fondo siamo ognuno di noi, nella misura in cui partecipiamo del Cristo e della sua comunità e in cui facciamo nostra la loro

preghiera.

Davide, il Cristo, la comunità, io stesso:e quando pensiamo a tutto questo riunito in una sola realtà, allora comprendiamo la via meravigliosa che Dio segue per insegnarci a

pregare.

4/Saper pregare i salmi

II titolo ebraico del salterio ha lo stesso, significato di 'inno'. Il salmo 72,20 chiama tutti i salmi precedenti 'preghiere di Davide'; queste due denominazioni sono sorprendenti e allo stesso tempo comprensibili.

È vero che al primo sguardo il salterio non contiene né esclusivamente degli inni, né solo delle preghiere. Ma tuttavia, sia i poemi didattici che i canti di supplica sono anch'essi in fondo degli inni, poiché servono a lodare la magnificenza di Dio. Persino i salmi che non contengono neppure una parola rivolta a Dio (ad esempio i Salmi 1,2,78) devono essere chiamati preghiere, poiché conducono, ad approfondire il pensiero e la volontà di Dio.

Il psalterion era originariamente uno strumento musicale, e solo per trasposizione è servito a designare la raccolta delle preghiere rivolte a Dio rivestite di canto.

I salmi, così come oggi ci sono stati tramandati, sono in gran parte musicati per l'uso liturgico, mediante la voce dei cantori e di ogni genere di strumenti. Anche in questo caso si attribuisce a Davide la musica propriamente liturgica. Come un tempo la sua arpa allontanava lo spirito maligno così la musica liturgica e sacra è una forza efficace al punto che certe volte si può dire di essa la stessa cosa che designa la predicazione profetica (1 Cron. 25,2). Un buon numero di sottotitoli dei salmi che sono difficilmente comprensibili, sono indicazioni per i maestri di musica; lo stesso è per la parola che ritorna frequentemente, sélah, intercalata nel testo del salmo e che si presume indichi un interludio da inserire a quel punto. Lutero annotava: «II sélah sta a indicare che a quel punto bisogna fare una pausa e soffermarsi a riflettere sulla parola del salmo; poiché i salmi esigono uno spirito tranquillo e pacificato che sia nella disposizione di afferrare e comprendere ciò che lo Spirito Santo gli propone». 

I salmi sono stati senza dubbio, prevalentemente cantati a cori alternati; ciò era facilitato dalla forma in cui sono disposti i loro versetti: ognuno dei due membri del versetto è legato all'altro in modo che essi esprimono lo stesso pensiero con parole diverse. È appunto ciò che si dice parallelismo degli stichi; questa forma non è fortuita, al contrario essa induce a non interrompere la preghiera, e allo stesso tempo invita a pregare assieme agli altri.

Per noi che siamo abituati a pregare affrettatamente, ciò che sembra una inutile ripetizione è in realtà un vero approfondimento C raccoglimento nella preghiera; ed è anche il segno che molti credenti, anzi tutti i credenti, compiono una stessa preghiera con parole diverse. La forma dei versetti esige così da noi in modo particolare che preghiamo i salmi in comune.

5/La preghiera liturgica dei salmi

In numerose chiese i salmi sono cantati o letti in forma alternata la domenica o anche quotidianamente. Queste chiese hanno saputo conservare a se stesse una immensa ricchezza; infatti è solo mediante un uso quotidiano che si può penetrare progressivamente in questo divino libro della preghiera.

«Con una semplice lettura occasionale, queste preghiere sono per noi troppo dense di pensiero e troppo forti, così che ci e poi facile rivolgerci a nutrimenti più facili. Ma chi ha cominciato a pregare il salterio in modo serio e regolare abbandonerà presto le altre piccole preghiere facili, particolari e pie, e dirà: non certo in queste vi è la forza, il vigore, la violenza e il fuoco che trovo nel salterio; queste piccole preghiere mi sembrano troppo fredde e troppo prive di sentimento» (Lutero).

Quando perciò nelle nostre chiese non preghiamo più i salmi, abbiamo una ragione di più per usare il salterio nelle nostre preghiere quotidiane del mattino e della sera, per leggere e pregare ogni giorno alcuni salmi e per quanto ci è possibile in comune, così da poter percorrere questo libro più volte durante l'anno e entrare in esso sempre più profondamente. Ma dobbiamo allora evitare di fare un'a scelta secondo il nostro gusto, perché in tale caso faremmo un'offesa al libro di preghiera della Bibbia, dato che stimeremmo meglio di Dio stesso ciò che dobbiamo pregare. Nella chiesa antica non era affatto un caso straordinario il conoscere a memoria 'tutto il Davide'; in una chiesa orientale era anzi una condizione per- poter accedere di ministero ecclesiastico. Il padre della chiesa Gerolamo racconta che al suo tempo si poteva sentir cantare i salmi nei campi e negli orti. Il salterio ha riempito tutta la vita della giovane cristianità.

Ma ciò che è ancor più importante di tutto ciò, è che Gesù è morto in croce avendo sulle labbra le parole dei salmi.

Se una comunità cristiana perdesse il salterio, perderebbe un tesoro incomparabile; ma se lo riscopre, essa potrebbe ritrovare delle forze insperate.

D. Bonhoeffer