Il motivo del «desiderio» nella spiritualità cristiana
La scoperta della vera «Bellezza»
La motivazione per trattare questo argomento, mi è venuta alla lettura dell'autobiografia di B. Griffiths, intitolata Il filo d'oro. Nel capitolo ottavo riflette sul significato dell’amore prendendo spunto da Platone.
Platone insegna che l’evento fondamentale della vita dell'uomo consiste nella scoperta della Bellezza assoluta: «Questo è il momento della vita - e io penso nessun altro - degno di essere vissuto: quando si ha negli occhi l’assoluto bello».
La Bellezza è la Bontà che si manifesta come forza irradiante e attrattiva. «Al vertice della scala dell’Eros, sta l’idea del Bello, che è strettamente connessa con l’Idea del Bene: può considerarsi, in un certo senso, come la suprema manifestazione del Bene. E per questo l’idea del Bello ha un privilegio addirittura rispetto all’Idea del bene: Solamente la Bellezza ricevette questa sorte di essere ciò che è più manifesto e più amabile».
Platone non esclude che si debbano amare gli esseri umani, le istituzioni, i beni culturali (come vedremo in seguito, ma spesso è stato frainteso in questo senso), perché sono un riflesso della Bontà, ma il pregio della sua intuizione sta nell’aver scoperto che l’uomo guadagna veramente se stesso nel desiderare la Bellezza in sé, la fonte d’ogni bene, per poi conformarsi ad essa.
In ambito cristiano, Basilio, tra i primi, ha valorizzato l’intuizione di Platone:
«Ora quale bellezza desta maggior meraviglia, quale pensiero è più gradevole di quello della magnificenza di Dio? Quale desiderio dell'anima è così vivo e insostenibile come quello che Dio fa nascere nell'anima purificata da ogni male e che con profonda sincerità esclama: Io sono ferita dall'amore? Assolutamente ineffabili, indescrivibili sono i raggi della Bellezza Divina».
Dio è bellezza che infonde nell’anima un desiderio intenso di Lui, al quale è difficile opporre resistenza.
Nel pensiero di Gregorio di Nissa, Dio è «bellezza indescrivibile» (anekphràston kàllos) e «l’unico amabile» (to mònon eràsmion).
Quando descrive, con gioia ammirata, le caratteristiche proprie di Dio, Gregorio, pur restando nell’ambito della fede cristiana, concorda con gli esiti della filosofia. Ad esempio in questo passo, tratto dalle Omelie sulle Beatitudini non c’è molta differenza tra l’intuizione dei filosofi e il messaggio dei teologi cristiani. Dio, la beatitutine stessa è «vita pura, bene ineffabile e incomprensibile, bellezza indescrivibile, grazia perfetta, sapienza e potenza, la vera luce, la fonte d’ogni bontà, l’autorità che trascende l’universo, la sola cosa amabile, l’essere immutabile, esultanza senza fine..».
Sulle prime egli sembra restare totalmente nell’ambito dell’ascesa alla divinità suggerita dalla filosofia perché si propone di ascendere oltre le stelle fino a raggiungere l’Essenza Immutabile: «Chi mi farà sollevare fino alle stelle per contemplare le loro meraviglie, e andare oltre, attraversare tutto ciò che è movimento e cambiamento per raggiungere l’immutabile essenza, l’irremovibile potenza, salda in se stessa?». In realtà, a sorpresa, aggiunge che, quando sarà divenuto capace di fissarsi sull’immutabile, allora potrà esprimere la parola più intima e dire: Padre. In altre parole, il filosofo sale ed incontra l’Idea della Bontà; il cristiano sale e incontra il Padre. Il cammino sembra identico perché entrambi devono riconoscere la trascendenza della natura divina ma solo il cristiano poi, incoraggiato dalla Sacra Scrittura, osa impiegare una parola nuova e chiamare questa essenza divina con il nome di Padre.
Il bene massimo per l’uomo è godere della comunione profonda con Lui. Perché? Dio non ci permette soltanto di vederlo come fosse al di fuori di noi, davanti a noi, sopra di noi, ma di partecipare a ciò che è. Gli uomini che Dio avvicina a sé non diventano soltanto spettatori (theatàs) ma partecipi (koinonòus) di Lui.
L’uomo è stato creato per vivere la gioia dell’amicizia con Dio, per essere come Lui e non può ottenere nulla di più grande di questo. «…propria degli uomini e conforme alla loro natura è la vita conforme alla divina natura». «Ciò che sono per il corpo il cibo e la bevanda, questo è per l’anima guardare verso il bene. Questo è veramente il dono di Dio: fissare lo sguardo su Dio». «Scopo finale della vita virtuosa è la somiglianza con Dio (omoiōsis)». Traguardo finale della vita è «l’unione deificante con Dio (metousia)».
Gregorio e Basilio evidenziano il valore del primo comandamento biblico, quello di amare Dio con tutto se stessi e lo ripropongono come Bontà/Bellezza (accogliendo la prospettiva di Platone). Quale il vantaggio di quest’operazione?
1) La ricerca di Dio viene avvertita come movimento spontaneo che si muove all’interno dell’uomo; non viene inculcata come imposizione 2) La comunione con Lui non viene esigita soltanto dal punto di vista dell’etica (Dio come Legislatore e Giudice) e neppure dal punto della necessità utilitaristica (Dio protettore). Amare Dio ha pieno valore in se stesso, come accade in ogni innamoramento.
Chi si propone di giungere presto alla perfezione, prima di tutto allontana la paura (lasciarsi prendere da essa è da schiavi: non ci consente di avvicinarci al Signore amichevolmente nè ci libera dall'angoscia della punizione) ma poi si disinteressa anche della ricompensa poiché non sarebbe capace di stimare il dono più del Donatore. Egli ama con tutto il cuore, con tutta l'anima e con tutte le forze non qualcuno dei beni che derivano da essa ma colui che è la sorgente stessa di ogni bene. Senza dubbio, il Signore che ci ha chiamati alla comunione con sé richiede questa disposizione d'animo agli uomini che l'ascoltano.
Si cerca Dio perché l’unione con Dio ha valore in sé; è vissuta, infatti, come sposalizio (syzyghia). La relazione con Lui, infatti, è concepita dal Nisseno (e da tanti altri mistici) come comunione (koinonìa), congiunzione (synàpheia), adesione (proskòllesis), partecipazione (metousìa), mescolanza (anàkrisis), unità nello spirito. Egli è attingibile attivando tutta la sensibilità spirituale donata al credente. Giustamente, A. Poulain critica l’opinione che molti cristiani si son fatti dell’esperienza celeste (anticipata parzialmente nell’esperienza mistica): «Alcuni cristiani si foggiano un concetto incompiuto del cielo perché essi sanno che vi si vedrà Dio. Si godrà del magnifico spettacolo della sua natura Divina ma questo è tutto. Essi se lo immaginano come un principe severo, appartato sul suo trono… il cielo non è solo la vista di Dio ma è quasi l’immedesimamento con Dio nell'amore e nel godimento».
Il desiderio del bene
La scoperta desiderio
Ho parlato della visione della bellezza; ora mi soffermo a trattare il tema del desiderio di essa. Osservando l’universalità e la forza del desiderio del bene presente nell’uomo, Gregorio di Nissa pone quest’aspirazione alla base della ricerca spirituale. Dando inizio al De Instituto Christiano, egli scrive:
Se qualcuno si sarà distolto, almeno un poco, dalla schiavitù alle passioni, potrà lui stesso vedere la sua anima. Scorgerà con chiarezza nella sua natura, l'amore di Dio per noi e lo scopo per cui l'ha plasmata. Rimanendo in osservazione con questa libertà, avvertirà [la presenza] di un impulso che [innesca] la brama verso ciò che è bello ed infinito; questo [slancio] appartiene all'uomo come tale ed è conforme al suo essere. [Veramente] un desiderio santo, libero da passione, è connaturato alla nostra umanità.
L’uomo intraprende un autentico cammino spirituale quando scopre la sua istanza più profonda: il desiderio del bene. Questo fatto non è un’operazione intellettuale ma esistenziale, perché si innesca quando si avverte uno slancio (ormē) insopprimibile per il bene. La novità di vita inizia quando si avverte la forza di questa ormē che, con il tempo, si trasformerà addirittura in brama (ephitymia). L’uomo spirituale è una persona appassionata, perché agisce mossa dal desiderio intenso del bene.
Gregorio lo denomina eros e precisa che esso è stato immesso nella nostra umanità dall’amore di Dio per noi. L’agape divina semina in noi l’eros (desiderio) per il bene, che, alla fine di un percorso di santificazione, diventerà unione piena con Dio, il Bene stesso, la Fonte d’ogni altro bene. Scopriamo per la prima volta l’attenzione benevola di Dio nei nostri confronti, proprio nel momento in cui avvertiamo la tensione verso la bontà, allo stesso modo con cui avverte la tensione verso la bellezza.
Il bello, infatti, è lo splendore della bontà, la forza attrattiva della santità. La spiritualità è esperienza profonda di sè e dell’azione potente di Dio in noi. L’uomo che sente di detestare il male e di voler dirigersi verso il bene, avverte in questo sentimento la chiamata di Dio, la cui voce si confonde nel desiderio naturale per il bene. La ricerca spirituale, quindi, non è un rivestimento teologico che si sovrappone all’uomo, ma un accompagnamento offerto alla persona affinchè si dilati in pienezza.
Basilio presenta un punto di vista analogo, perché ha verificato che esiste nella persona umana un’attrattiva naturale per le cose buone. Vale a dire: gli uomini sono bramosi di cose belle: «Gli uomini desiderano naturalmente la bellezza. Ma, propriamente parlando, è bello e amabile ciò che è buono. Ora buono è Dio, ma ogni cosa anela al bene; ogni cosa dunque anela a Dio».
Il desiderio del bene è un sentimento che Dio stesso fa nascere nel cuore dell’uomo e può così parlare di un amore naturale dell’uomo per Dio:
«L'amore per Dio non lo si può insegnare. Non abbiamo imparato da altri, né rallegrarci della luce ad aver cara la vita, né altri ci hanno insegnato ad amare chi ci ha generato o allevato. Così, a maggior ragione, non è qualcosa di esterno che ti può insegnare il desiderio di Dio. Ma nella formazione stessa dell'essere vivente, intendo dire dell'uomo, viene immesso dentro di noi un qualche germe del Logos che contiene in se stesso la predisposizione alla familiarità con il bene» .
Basilio, a differenza di Gregorio, evita d’usare il linguaggio platonico; non parla di eros ma preferisce il termine pothos. Entrambi i termini significano desiderio, ma mentre il primo richiama un sentimento passionale (più prossimo al contesto platonico), il secondo, più generico, evoca spesso anche il rimpianto. Attingendo alla tradizione, accenna ad un germe di razionalità deposto in noi, di un logos spermatikos. Qui la razionalità non significa semplice esercizio della ragione scientifica, una una corrispondenza mentale con quella Ragione che è il Verbo. Gregorio e Basilio concordano su questo: quando un uomo comincia ad amare Dio, comincia a coltivare un desiderio naturale, spontaneo, che non può essere insegnato (adìdaktos), né introdotto a forza da imposizioni ideologiche.
Abbandono e ritorno
L’incapacità di giungere a contemplare Dio, suprema Bellezza, e di relazionarsi con Lui si traduce in una immensa perdita: «Quale discorso potrebbe mai descrivere il danno rappresentato dalla perdita della vera bellezza?... Chi l’ha vista per effetto di una grazia ed ispirazione divina conserva nell’intimo della propria coscienza uno stupore inesprimibile; chi invece non l’ha vista, non può neppure rendersi conto del danno rappresentato da questa privazione».
Infatti, nonostante le possibilità che Dio ha concesso agli uomini, essi tendono ad interessarsi soltanto dei beni materiali e non stimano affatto il bene della comunione con Dio.
L’uomo si interessa solo ai beni materiali. Lì si dispiega il suo ardore, il suo desiderio, lì il suo spirito e la sua speranza, sempre all’erta, sempre in azione per ottenere di più: questa è la natura umana, capace in ogni cosa di concepire più di quanto non possieda. Si tratti della dignità o della gloria, dell'opulenza delle ricchezze o della malattia, della collera: in tutto questo l’uomo esige sempre. Dei veri beni di Dio l’uomo non si cura, si tratti dei beni presenti o di quelli promessi.
Sono inclini, inoltre, a considerare superfluo l’aiuto di Dio. Ecco una descrizione dei fatti che avvengono:
Il commerciante si alza all’alba per badare ai suoi affari. Si preoccupa di essere il primo a esporre la sua merce ai clienti… Si può constatare la stessa cosa nell’artigiano, l'uomo di lettere, la parte in causa in un processo, il giudice: ognuno si consacra interamente al suo compito, con tutte le sue energie; non si preoccupa affatto di pregare, ritenendo che il tempo offerto a Dio sia perso per i propri affari… Il risultato è che il peccato invade la nostra vita, si sviluppa trascinando incessantemente nuovi elementi, si mischia a tutto ciò che facciamo e questo perché avevamo dimenticato Dio e il nostro lavoro si svolge prescindendo dalla preghiera. Il commercio apre così la porta alla cupidigia. Il coltivatore non si dedica al suo lavoro in funzione dei suoi bisogni reali, ma si da da fare per guadagnare sempre di più, e questo è il modo migliore per aprire la porta al peccato, accaparrando i beni degli altri per accrescere il proprio fondo. Di qui derivano le beghe difficili da evitare tra uomini avidi per questioni di confine: essi soffrono tutti dello stesso cancro, la cupidigia. Di qui le ire e il fascino del male che non indietreggiano troppo spesso né davanti al delitto, né davanti all’omicidio… La ragione di tutto questo e che gli uomini non invitano Dio a lottare accanto a loro quando trattano i loro affari quotidiani.
Abbandonando Dio, gli uomini soffocano le aspirazioni più nobili di sé e perdono se stessi: «Chi è uscito da Dio è anche uscito dalla luce, perché Dio è luce, come pure dalla vita, dall'incorruttibilità, e da ogni concetto o fatto ordinato al bene, da tutto ciò che è appunto Dio. Infatti, chi non si trova in queste realtà si trova senza dubbio in quelle contrarie: lo attendono dunque tenebra, corruzione, distruzione e morte».
La parabola evangelica del figlio prodigo, da lui rievocata commentando il Padre nostro, presenta la vicenda di tutta l’umanità: «Il prodigo non si sarebbe accusato di aver peccato contro il cielo se non fosse stato convinto che il cielo era la sua patria, e che aveva peccato lasciandolo». Dio richiama a sé l’uomo perduto infondendo in lui il desiderio della sua origine e della sua patria:
«Insegnandoci a invocare il Padre nei cieli, il Signore vuole farti pensare alla tua bella patria, per imprimere in te un ardente desiderio del bene e ricondurti sulla via del ritorno. La via che porta al cielo non è altro che la fuga dal peccato. Mi sembra che non ci sia altro mezzo per fuggirlo che diventare simile a Dio. Diventare simile a Dio significa diventare giusto, santo, buono, e così via. Chi cerca, con tutte le sue forze, di realizzare queste virtù nella sua vita, passerà senza fatica, del tutto naturalmente, da questa esistenza terrena, alla città celeste».
Il ritorno non esige che ci si debba sobbarcare un lungo viaggio ma lasciarci trascinare dal nostro desiderio: «Dipende, a quanto pare, solo dalla nostra volontà trovarci là dove ci porta il nostro desiderio… Tu puoi, unendoti a Dio, abitare fin d'ora in cielo. Chi è unito a Dio si trova necessariamente presso di lui».
L’uomo, se vuole, può dimorare nelle altezze, nella sua vera patria, in Dio. Il nostro stesso desiderio ci spinge in quella direzione. La benevolenza del Padre facilita il ritorno «infondendo un desiderio veemente delle cose belle».
Discernimento
L’esercizio del desiderio/amore necessita d’un preciso discernimento, perché ci si confonde nel valutare ciò che è buono/bello: «… a uno sembra buona una cosa e all’altro un’altra». Gli uomini sono sempre alla ricerca di ottenere ciò che considerano un bene per loro e vivono sempre per amore di qualcosa. La presenza di questa attrattiva verso il bene (o ciò che è considerato tale) risalta in evidenza, in prima istanza, quando gli uomini cercano il piacere e agiscono perché mossi da qualche passione. Stanno sempre cercando qualcosa, sono inquieti. Faticano a scegliere bene e ad orientarsi in modo positivo tra i beni apprezzabili. Questo avviene perché già dall’infanzia, percepiscono la forza della sensualità, in modo molto più intenso di quanto avvertono, invece, la forza della razionalità, che li aiuterebbe a scegliere secondo verità. L’uomo si confonde anche perché il male non si presenta mai nella sua brutalità ma si camuffa come apparenza di bene.
L’amare, quindi, diventa anche assai rischioso perché condiziona fortemente la persona e se essa ama un falso bene, si depaupera, correndo perfino il rischio di rovinarsi. Infatti la relazione tra l’amante e la cosa amata non rimane soltanto un fatto esteriore ma la cosa amata si mescola (katakìrnatai) con l’amante, in modo tale che questi comincia a diventare ciò che ama. Ciò che amiamo entra, almeno in parte, dentro di noi e ci trasforma in sé. In questo sta la forza e il rischio dell’amore. Poco dopo, nella stessa omelia, egli richiama l’aspetto positivo di questo movimento: «La relazione d’amore produce naturalmente la mescolanza (anakrasin) con l’oggetto amato; ciò che abbiamo conquistato mediante l’amicizia, è quello che diventiamo. Chi avrà amato il bene sarà buono egli stesso». Chi ama, quindi, è come un cacciatore che cattura qualche ricchezza da ciò che ama, ma questo bene catturato, anziché la sua vittima, diventa il suo dominatore.
La passione umana si distingue sempre dall’istinto animalesco, perché è sempre accompagnata, almeno un poco, dalla riflessione razionale ma, putroppo, si orienta con facilità in base al piacere e all’attaccamento passionale. L’energia del desiderio, per guadagnare in umanità, deve offrirsi come unità di sentimento e ragione. Secondo Gregorio, la passione non è in contraddizione con la ragione, quando si lascia guidare da essa. L’ideale è vivere una razionalità appassionata o una passione accompagnata da razionalità. Questo vale anche, soprattutto, per l’uomo religioso, per non lasciarsi travolgere dal fanatismo. Mentre l’uomo vive nell’incertezza e nella contraddizione, fortunatamente, Dio si fa avvertire nell’intimo infondendo il desiderio di lui affinchè, orientandosi a Lui, l’uomo raggiunga il massimo bene per sé.
Le passioni
A questo punto è necessario un chiarimento sul significato della passionalità. «Ogni passione comporta un impulso pronto e irrefrenabile verso la soddisfazione».
È un bene o una sventura? Gregorio adopera il significato di passione (pathos) in due sensi diversi:
1) è un’energia utile alla persona per poter affrontare la vita e realizzare se stessa, ma, per poter essere utile, deve essere controllata; la passione come necessità per la vita: «Con il coraggio, i carnivori si preservano nella vita; l’amore del piacere salva le molte nascite degli animali; la timidità protegge coloro che sono senza forze e la paura quelli che sono facile preda dei più forti.. ». Le protezioni di cui sono dotati gli animali per proteggere la loro vita, hanno un correspettivo nelle passioni di cui sono provvisti gli uomini, allo stesso scopo. Così conclude il Nisseno:
«Tutte queste cose che vengono ciascuna dalla natura irrazionale degli animali, diventano vizi per l'uso cattivo dell'intelligenza. Accade però anche l'inverso e se il ragionamento impone la sua forza a questi movimenti, ciascuno di essi si muta nella forma della virtù, la viltà si cambia in sicurezza, l’ira genera il valore, la timidezza la prudenza, la paura l'obbedienza, l'odio l’avversione della malvagità; la forza dell’amore il desiderio del bello»
2) Dal momento che l’uomo fatica a dominarsi, la passione può trasformarsi in energia distruttiva:
«Ciascuna delle passioni che sono in noi, ogni qual volta prende il sopravvento, diviene padrona di ciò che è stato reso schiavo e, come un tiranno, impadronitasi dell'acropoli dell'anima, fa del male a ciò che le è sottomesso per mezzo di subordinati, servendosi dei nostri ragionamenti come scherani per il suo proposito: così l'ira, così la paura, la viltà, l'insolenza, la sensazione di dolore e di piacere, odio, rivalità, mancanza di pietà, durezza, invidia, adulazione, rancore e insensibilità, e tutte le passioni che in noi si concepiscono all'estremo opposto costituiscono una schiera di tiranni e di padroni che, imponendo la propria forza, assoggettano l’anima come una prigioniera di guerra».
Il Signore chiede, allora, il controllo della passionalità, non il suo annullamento. L’armonia instabile tra ragione e passione costituisce la condizione normale dell’uomo in questa vita. «[Dio] non prescrive l'assoluta assenza di passione alla natura umana; neppure si addice a un giusto legislatore ordinare quanto supera il limite della natura: sarebbe come se uno trasferisse gli esseri acquatici a vivere nell'aria».
Se l’uomo si sforza di dominare le sue passioni, la tranquillità diventa una condizione permanente che consente una certa sicurezza e una certa pacificazione. L’«impassibilità» (apatheia) non è, quindi, la situazione, impossibile e disumana, di chi vorrebbe estinguere le passioni ma quella di chi sperimenta la pacificazione interiore, sempre bisognosa di essere confermata.
Osserva B. Griffiths: «Dobbiamo imparare ad essere distaccati da ogni forma di passione, se vogliamo diventare liberi di amare senza limiti. Questo significa che dobbiamo abbandonarci senza riserve all'amore di Dio. Il più piccolo grado di egoismo danneggerà l'amore e l'amore di Dio richiede una completa donazione di sé. Dobbiamo dare tutto per poter ricevere tutto».
Gregorio accetta che l’uomo in questa vita viva la passione e in questo modo accoglie pienamente la nostra umanità. Alla sua epoca c’erano filosofi che si vergognavano di vivere in un corpo. Atanasio, elogiando Antonio l’eremita, ricorda che questi si vergognava di dover soddisfare le necessità fisiche. Il Nisseno si mostra di parere opposto: «Qualcuno forse si vergogna di dover sostenere la vita con il cibo somiglianza degli animali e per questo conclude che è indegno pensare che l'uomo sia stato creato ad immagine di Dio. Costui speri che l'esenzione da questo servizio sarà data la nostra natura nella vita che attendiamo». Allora saremo simili agli angeli ma per il momento è necessario accettarci come siamo, senza operare anticipazioni controproducenti. In modo simile avveva ragionato circa la sessualità: Dio non vuole che la distruggiamo ma che la viviamo in modo umano. «Non ci obbliga a soffocare gli impulsi della carne, a uccidere le nostre membra terrene o a eliminare dal nostro linguaggio le parole attinenti ai nostri istinti».
Cura ed esito del desiderio
Perché Gregorio di Nissa, andando oltre il sentire di Basilio, ha introdotto nella spiritualità cristiana il linguaggio appartenente all’ambito filosofico dell’eros? Egli si proponeva, a mio parere, due guadagni:
1) Attestare che il cambiamento reso possibile dalla grazia è efficace al punto da trasformare in positivo una pulsione che può facilmente sfuggire ad un saggio autocontrollo:
«Che cosa si può fare di più mirabile per rinnovare la nostra persona se non renderla talmente padrona dei nostri istinti così che la sapienza possa esigere la libertà dalle passioni ed educare ad essa proprio usando gli stessi termini che normalmente vengono adoperati per parlare delle passioni?».
2) Mostrare che la carità può rivestire quel carattere di intensità passionale che di solito veniva assegnato, in modo esclusivo all’eros: la persona d’amore manifesta tutta una gamma di sentimenti appassionati. Da qui l’invito paradossale rivolto alla sposa:
«Se a rivolgerti questo invito è la stessa Sapienza, amala (agàpēson) quanto puoi, con tutto il cuore e con tutta la tua forza; desiderala (epithymēson) quanto ne sei capace! Anzi aggiungo a queste sollecitazioni un invito ancora più audace: amala con passione (erasthēti). L’ardore (pathos) per le realtà spirituali è irreprensibile (apathes)».
In questo passo Gregorio usa tre verbi che di solito erano avvertiti come contrastanti: altra cosa era l’amore disinteressato dell’agape e altra ancora il desiderio acquisitivo dell’eros (espresso nei due imperativi epithymēson ed erasthēti). A suo parere, invece, se l’oggetto amato è totalmente virtuoso (come il Signore che è bellezza/bontà piena) può essere amato senza riserve con tutte le energie proprie della nostra umanità. Parla perciò di «passione impassibile», di una passione che può esprimere una vera capacità d’amore.
Facciamo attenzione, ora, ad alcune conseguenze pratiche. Come è possibile coltivare questo istinto e renderlo un’energia di maturazione?
Vediamo la risposta di Basilio:
«Come sradicare il vizio del cattivo desiderio? Con un desiderio più buono: ciò si otterrà se saremo più infiammati e accesi per l’amore di Dio... il desidero di ciò che è meglio... che possiede sempre e del tutto i nostri animi, e ci spinge a lottare per godere quanto desideriamo, ci fa disprezzare e respingere le cose meno elevate, come ci hanno insegnato i nostri santi, e quanto più quindi tutto ciò che è cattivo e disonesto?».
Un desiderio può essere vinto soltanto da un desiderio più forte, non da una costrizione, da un semplice atto di volontà o da un ragionamento più sottile.
La castità non si pone come un ideale eccessivo e, alla fine, disumano? Gregorio sorprende quando afferma che la castità è «contro natura (antibanei ē parthenia tei physei)». In realtà, non intende dire che essa impoverisce la persona ma che non è una scelta alla quale si perviene in modo spontaneo. Invece la redenzione della passionalità, realizzato dalla castità (e particolarmente dalla verginità) rende l’uomo superiore a se stesso. Dobbiamo precisare: la grazia, portando a compimento il desiderio insito nell’uomo, lo rende capace di oltrepassare la sua condizione normale e a recuperare quella forma alla quale, con le sue uniche forze, non sarebbe in grado di pervenire ma che era quella che era stata pensata in origine da Dio.
Gregorio, nell’educare alla verginità, suggerisce anch’egli dei consigli pratici. L’abitudine può creare una nuova situazione di vita e, l’assenza dell’esercizio della sessualità, non priva e non deve privare l’uomo da ogni appagamento. La privazione del piacere è cosa disumana, ma c’è piacere e piacere: «Se la battaglia contro i piaceri sembra dura, ci si faccia coraggio; va ricordato a tal proposito che l’abitudine non è di piccolo aiuto nel produrre mediante la perseveranza un nuovo piacere... si tratta del piacere più bello e più puro, di cui può degnamente cingersi l’uomo assennato».
L’asceta non perde né il desiderio, né l’amore, né la gioia (più grande di ogni piacere) perché orienta la sua disposizione all’amore (epithymetikēn kinēsin) verso la bellezza invisibile (eis to aòraton kallos) e di quella diventa partecipe.
La Bellezza del Verbo fatto carne
La nuova Luce
Platone aveva cercato di dare un carattere più personale all’Idea della Bellezza assoluta, una forza divina attraente ma piuttosto astratta. Il desiderio mira a trovare «quell’intero dell’essere che si configura nel Bene assoluto (il primo Amico di cui parla il Liside)».
Il cristianesimo opera un superamento dellla concezione di Platone: mentre la bellezza divina deve essere trovata dal filosofo stesso, con uno sforzo della sua mente e della sua disciplina interiore, Dio la manifesta nelle opere compiute nella creazione e lungo la storia della salvezza, soprattutto nell’invio del Figlio Gesù. «Quando ripenso a tutte queste cose, per dirvi ciò che provo, sono preso da una sorte di tremore, da uno stupore terribile». B. Griffiths, nella sua riflessione sull’amore, scrive: «Cristo è [la] bellezza assoluta, manifestata in una forma umana, in un carattere umano. È la sola persona che è possibile amare all'infìnito».
La Bellezza trascendente del Verbo, rivelandosi nell’umanità di Gesù, apparve nella carne, in un uomo concreto, e questi diventa allora il vero Primo Amico. Il Nisseno, commentando il Cantico dei cantici, fa dire all’innamorata: «Ritengo che non ci sia nulla di bello oltre a te; quanto prima mi piaceva, ora lo disprezzo né mi inganno più nel valutare il pregio così da credere che ci sia un'altra bellezza oltre a Te… il tuo nome è amore per gli uomini».
Avviene, ora, un secondo superamento della concezione di Platone, in quanto il Bello assoluto era amato ed attirava a sè, ma non amava. Cristo è invece amore per gli uomini. Nessuno può restare insensibile (anérastos) di fronte a Lui.
Divenire conformi alla Bellezza contemplata
La contemplazione del Bello non rimane limitata alla visione fine a se stessa, ma determina un cambiamento profondo in chi l’ammira. Come ho già rilevato: si diventa ciò che si contempla, ciò che si ama; contemplare è sinonimo di amare e di divenire partecipi. Platone insegna che chi ama il bello ossia il bene «guadagna d’essere felice». Più ancora «partorisce virtù vera».
L’ideale filosofico, vero ma difficilmente raggiungibile, diventa un progetto salvifico reale dopo l’incarnazione del Verbo. Cristo rivela la sua bontà per diffonderla negli uomini:
Colui che è sempre ciò che è, […] a motivo del suo amore per gli uomini, divenne immagine del Dio invisibile perché tu diventassi di nuovo immagine di Dio, affinché, grazie alla natura che assunse, si trasformasse in te e tu, per mezzo di lui, recuperassi la tua bellezza conformandoti alle caratteristiche dell'Archetipo.
Giustamente, B. Griffiths afferma: «Tutto il cristianesimo è, in realtà, incentrato sulla trasformazione dell'amore umano provocata dall'amore di Cristo».
La Bellezza vuole trasformarmarci in sé. La contemplazione amorosa, come ho già rilevato, opera una mescolanza con l’oggetto amato: qualcosa dell’amato entra nel contemplante e lo nutre di sé. «La bontà di Colui che è venuto in lui [nel fedele], trasforma in se stessa colui che l’ha accolta». La bontà si muove dall’Amato al discepolo amante. Questo è anche il modo principale con cui Cristo si dona a chi lo ama per trasformarlo in se: «Colui che sempre è, ci offre in cibo se stesso affinché, assumendo lui in noi stessi, diveniamo ciò che Egli è». Gregorio non sta pensando soltanto all’Eucarestia. Oltre questo modo particolare, Gesù nutre di sé quando si fa amare.
Due tappe nel cammino
Chi ammira la Bontà, vuole unirsi ad essa ma: «L’anima non può unirsi al Dio incorruttibile se essa non diventa il più possibile pura in modo da comprendere il simile con il simile».
La contemplazione opera un cambiamento che avviene in due tappe: dapprima rende possibile una trasformazione morale, una purificazione etica; poi, nella fase culminante, rende capaci di vivere la stessa donazione di Cristo.
Trasformazione etica
Nel primo cambiamento, è necessario far diventare nostre le virtù mostrate da Gesù nella sua vita terrena. Gregorio si augura che la Sposa
«… guardando sempre verso l'alto, possa osservare, con diligenza, gli esempi virtuosi che irradiano dallo sposo. Là c'è la mitezza e il dominio dell'ira, là c'è il superamento del rancore verso i nemici, la bontà per gli infelici e il rendere bene per male, là c'è la temperanza, la purezza, la pazienza, là c'è il rifiuto della vanagloria e di ogni inganno terreno».
Questo passo potrebbe, però, fuorviare perché l’imitazione di Cristo, nella vita attuale del cristiano, non presenta più il carattere della sequela com’era stata proposta ai discepoli nella vita terrena del Maestro. Ora essa è molto di più, perché Cristo non è semplicemente un modello di vita posto davanti al cristiano, ma vive nella persona del discepolo e trasfonde se stesso in lui. Gregorio riscopre questo principio basilare dell’etica cristiana quando comprende la collaborazione esistente tra Cristo e lo Spirito Santo: «In colui nel quale c’è fede retta e vita santa, è presente la potenza di Cristo, e dove c’è la forza di Cristo, là [avviene] la fuga del male e della morte. Il male non è così forte da poter contrapporsi alla potenza del Signore». Mentre l’asceta può sforzarsi di realizzare l’autodominio, solo lo Spirito lo rende capace di superare le passioni e di vivere nella carità.
Le passioni nascoste in noi… sono maligne, resistenti ad ogni cura, radicate con forza nelle profondità della nostra persona e lo sforzo che possiamo profondere da noi stessi, per quanto possa essere energico, non sarà mai sufficiente a sradicarle ed eliminarle. Se, mediante la preghiera, riceviamo la potenza dello Spirito, come nostra alleato, soltanto allora potremo dominare il male che tiranneggia nel nostro intimo.
Nel trattato De Perfectione, l’attenzione non viene posta sulla moderazione delle passioni ma sulla possibilità, come dono straordinario, da parte del cristiano, di acquisire tutti i Nomi attribuiti a Cristo. Come Egli è Sapienza, Potenza, Pace, Santificazione ecc., così il cristiano deve ripresentare la bellezza del suo Signore manifestando in sé la sua sapienza, pace, santificazione e così via.
Gregorio sottolinea il valore della preghiera per ottenere questa conformazione a Cristo. Nel De Instituto christiano, menziona l’assistenza dello Spirito e prospetta l’esito dell’unione mistica con Dio:
Chi prega con perseveranza si unisce (koinōnei) al Signore ed entra in contatto con Lui (synaptetai) mediante un’azione spirituale, mistica, santa e mediante un’opera ineffabile. Dopo aver ricevuto, con questo mezzo, lo Spirito come guida ed alleato, [Egli] ci fa bruciare d’amore per Dio, rinfocola il nostro desiderio affinché non ci stanchiamo di pregare. Riaccende sempre in noi l’amore del bene e irriga l’anima con il fervore, secondo quanto è scritto: Quanti si nutriranno di me, avranno ancora fame, quanti berranno, avranno ancora sete (Sir 24,21). In un altro passo leggiamo: Hai dato gioia al mio cuore (Sal 4,8). Il Signore dichiara: Il regno dei cieli è dentro di voi (Lc 17,21).
Partecipare alla donazione di Cristo
La trasformazione ultima e decisiva, però, è più che un cambiamento dello stile di vita e consiste nella capacità di vivere la stessa donazione di Cristo. Abbiamo visto come Cristo appaia dotato di una bontà assoluta proprio perché ha accettato di farsi carne e di sottoporsi alla passione per noi. Ora chi imita questa bontà, gradualmente, imparerà a fare propria la medesima donazione.
L’esposizione migliore di questa intuizione la troviamo nell’Omelia quindicesima sul Cantico dei Cantici. La sposa, immagine del cristiano maturato nell’amore, diventata perfetta, riceve il nome di Benevolenza (Eudokia). Cristo si rivolge a lei dicendo: tu sei bella come la Benevolenza, sei ormai come me. Perchè assegnare questo titolo alla Sposa? La benevolenza è la caratteristica primaria di Cristo, è l’amore che dona tutto se stesso anche a chi non lo merita, in modo del tutto gratuito. Se riceve questa attestazione, significa che la Sposa, gradualmente, è diventata capace di imitare l’agire, anzi, il modo di essere del Signore.
Quest’ultima tappa è assai rilevante per la spiritualità cristiana; vediamo il motivo. Il desiderio della bellezza conserva un aspetto d’amore di se stessi perchè è ricerca di appagamento, di felicità, di completezza. Nulla di sbagliato. Tuttavia il cristianesimo attesta che l’amore non deve essere soltanto acquisitivo ma soprattutto oblativo, dono totale di se stessi, a imitazione di Cristo che ha rinnegato se stesso. Ora il paradosso consiste proprio in questo annuncio: il cristiano si guadagna, quando accetta di perdersi, di donarsi. La contemplazione del Bello, il Cristo, non estranea dal mondo, nè si oppone alla situazione di carne propria della nostra umanità ma, al contrario, rende capaci di incarnarsi e di donarsi. Solo la contemplazione realizza la bontà dell’uomo e lo abilita al dono di sé.
Platone prevede che la contemplazione della Bontà avrebbe indotto i saggi a interessarsi della cittadinanza «come ad un dovere imprescindibile, al contrario di ciò che avviene ai governanti odierni», anche se questo loro generoso interessamento sarebbe stato molto rischioso per loro: «E chi si provasse a sciogliere quegli uomini e a condurli in alto, se mai potessero averlo nelle mani, non pensi tu che lo ucciderebbero senz’altro?».
Gregorio, nel De Insituto Christiano, insegna che il cristiano, maturo nella fede e nell’amore, è disposto a dare la sua vita per Cristo: «Il cristiano che ha raggiunto la maturità spirituale, considera un piacere e un godimento superiore ad ogni bene, essere odiato a motivo di Cristo, essere perseguitato, sopportare offese e insulti per la sua fede in Dio».
L’ascesi, ossia il distacco da ogni forma di passione, realizzato nella prima tappa dell’imitazione etica, non è considerato un valore autonomo e completo ma serve a rendere possibile la donazione di se stessi.
B. Griffiths ricorda il gesto liturgico della prostrazione, che avviene durante il rito della professione monastica, perché richiamerebbe questa verità:
«Alla fine il monaco neoprofesso restava prostrato a terra sul pavimento del santuario per il resto della Messa. Questo era il gesto più simbolico di tutti. Egli si offriva come un sacrificio vivente a Dio, in unione col sacrificio di Cristo che si celebrava sull'altare. Da questo momento non aveva nessun potere su di sé, non possedeva più niente e non faceva nulla di separato dalla comunità alla quale si era unito. La sua vita era totalmente consacrata a Dio. Questo era il modo in cui egli identificava la sua vita con quella di Cristo, facendo un'offerta di se stesso a Dio in Cristo. Il sacrificio era essenzialmente un sacrificio d'amore. Questa è la vera essenza della vita monastica. Non è semplicemente una vita di ubbidienza sotto una regola; è una vita d'amore. È l'amore di Cristo che costringe un uomo a farsi monaco ed è l'amore del suo fratello in Cristo il principio che governa la sua vita».
La partecipazione alla Bontà rende il contemplativo buono, capace di donarsi nei travagli della storia.
La spiritualità del Nisseno presenta un profondo risvolto di carattere sociale. Egli osserva, infatti, come spesso l’uomo, per soddisfare le proprie passioni smodate, diventi un nemico del prossimo e un oppressore. Il disordine interiore si tramuta in disordine sociale. Tutto dovrebbe essere in comune a tutti. Tutti dovrebbero godere di «uguaglianza di fronte alla legge (isonomia) e l’uguale diritto di parola (isegoria)». Per questo esprime una radicale condanna della schiavitù: «Dimmi, chi può mai vendere, chi può mai comperare colui che è a immagine di Dio». Si oppone drasticamente alla pena di morte: «Come può essere signore della vita di un altro colui al quale non appartiene neppure la propria?». Denuncia la cupidigia del denaro che muove al delitto e all’usura, considerata anch’essa una forma di rapina. Invita a prendersi cura dei profughi sfuggiti ad un’invasione di barbari: «Proprio il momento attuale ci offre l'occasione di una grande solidarietà generosa verso uomini nudi e senza tetto. Vicino alla nostra porta incontriamo una moltitudine di prigionieri. Troviamo esuli da ospitare. Vediamo ovunque delle persone che stendono una mano implorante. Costoro hanno come domicilio lo starsene all'addiaccio. Dimorano sotto i portici, lungo le vie della città, e negli angoli isolati delle piazze. Vivono grazie alla pietà di coloro che li commiserano» Chiede che sia rispettata l’uguaglianza tra maschi e femmine: «Dio non è né maschio né femmina. Come pensare una cosa simile a proposito della divinità, quando neppure per noi uomini questa distinzione varrà per sempre e quando tutti diventeremo una cosa sola con Cristo, ci spoglieremo di questa diversità insieme a tutto l'uomo vecchio».






