lunedì 20 luglio 2026

Martedi 16

Michea 7

v. 14 Ora il profeta parla con il Signore e lo invoca perché agisca di nuovo come re e pastore. In quel momento storico il suo popolo vive come  isolato in una foresta mentre è circondato da una terra fertile, ma con il suo aiuto potrebbe recuperare gli spazi che possedeva un tempo in Basan e Galaad. 

v. 15 Soprattutto, Dio può rinnovare l’evento più significativo rappresentato dalla liberazione dall’Egitto. Il ritorno degli esuli rinnova l’uscita dall’Egitto: «Non sei tu che hai prosciugato il mare, le acque del grande abisso, e hai fatto delle profondità del mare una strada, perché vi passassero i redenti? Ritorneranno i riscattati dal Signore e verranno in Sion con esultanza» (Is 51,10-11). «Ecco, verranno giorni – oracolo del Signore – nei quali non si dirà pi˘: ìPer la vita del Signore che ha fatto uscire gli Israeliti dalla terra d’Egitto!î, ma piuttosto: ìPer la vita del Signore che ha fatto uscire e ha ricondotto la discendenza della casa d’Israele dalla terra del settentrione e da tutte le regioni dove li aveva dispersi!îª (Ger 23,7-8). 

Il cristiano sperimenta cose prodigiose: ´Per mezzo di Ges˘ abbiamo l’accesso a questa grazia nella quale ci troviamo e ci vantiamo, saldi nella speranza della gloria di Dioª (Rm 5,2). 

18Quale dio è come te, che toglie l’iniquità e perdona il peccato al resto della sua eredità? Egli non serba per sempre la sua ira, ma si compiace di manifestare il suo amore. 19Egli tornerà ad avere pietà di noi, calpesterà le nostre colpe. Tu getterai in fondo al mare tutti i nostri peccati. 20Conserverai a Giacobbe la tua fedeltà, ad Abramo il tuo amore, come hai giurato ai nostri padri fin dai tempi antichi. 

v.18 Dopo aver attraversato il mare, gli scampati dal Faraone, uscirono in una lode stupita: «Chi è come te fra gli dèi, Signore? Chi è come te, maestoso in santità, terribile nelle imprese, autore di prodigi?». Ora, preso da uno stupore analogo, il profeta esclama: «Quale dio è come te, che toglie l’iniquità e perdona il peccato?». 

La misericordia divina è celebrata sempre con convinzione: «Non ci tratta secondo i nostri peccati e non ci ripaga secondo le nostre colpe. Perché quanto il cielo è alto sulla terra, così la sua misericordia è potente su quelli che lo temono; quanto dista l’oriente dall’occidente, cosÏ egli allontana da noi le nostre colpe» (Sal 103,10). 

v.19 Il Signore, al quale il profeta ha volto lo sguardo come unica possibilità di salvezza, interviene con prontezza non più per punire, neppure per una correzione pedagogica, ma per distruggere i peccati e consolidare l’alleanza, tradita dagli uomini ma alla quale Egli resta sempre fedele. L’azione salvifica del Signore non è motivata dal pentimento degli uomini, dal loro desiderio di riconciliarsi con lui o da loro eventuali meriti, ma si attua in modo esclusivo per la sua bontà immotivata e sorprendente. «Io li guarirò dalla loro infedeltà, li amerò profondamente» (Os 14,5). «Non è un figlio carissimo per me Èfraim, il mio bambino prediletto? Ogni volta che lo minaccio, me ne ricordo sempre con affetto. Per questo il mio cuore si commuove per lui e sento per lui profonda tenerezza» (Ger 31,20). 

v.20 Come un tempo si era mosso per liberare il suo popolo dalla schiavitù in Egitto, anche se quest’ultimo non sperava in un suo intervento né lo invocava, così ora interviene per liberarlo dalla tirannia ancora più pesante del peccato. Senza questa azione di grazia, annunciata come certa anche se non precisata nei tempi e nei modi, gli uomini non sarebbero capaci di liberarsi da soli dalla loro iniquità. La fedeltà di Dio costituisce l’unica soluzione, l’unico motivo di speranza. Dio aborrisce il peccato, non può tollerarne la vista, a motivo della sofferenza che esso provoca ma continua ad amare i peccatori. Per questo motivo conserva verso di loro la sua fedeltà e trova il modo per farli uscire dalla loro miseria. «In quei giorni e in quel tempo – oracolo del Signore – si cercherà l’iniquit‡ d’Israele, ma essa non sar‡ pi˘; si cercheranno i peccati di Giuda, ma non si troveranno, perché io perdonerò al resto che lascerò» (Is 50,20). 

La fisionomia del Signore che viene qui delineata è del tutto conforme al messaggio del Vangelo. Ora sappiamo, in modo molto più preciso di quanto poteva fare il profeta, che Dio Padre ha distrutto il peccato, mediante la redenzione compiuta da Gesù (Rm 3,21). «Tutti noi, come loro, un tempo siamo vissuti nelle nostre passioni carnali seguendo le voglie della carne e dei pensieri cattivi: eravamo per natura meritevoli d’ira, come gli altri. Ma Dio, ricco di misericordia, per il grande amore con il quale ci ha amato, da morti che eravamo per le colpe, ci ha fatto rivivere con Cristo: per grazia siete salvati. Con lui ci ha anche risuscitato e ci ha fatto sedere nei cieli, in Cristo Gesù, per mostrare nei secoli futuri la straordinaria ricchezza della sua grazia mediante la sua bontà verso di noi in Cristo Gesù. Per grazia infatti siete salvati mediante la fede; e ciò non viene da voi, ma è dono di Dio; né viene dalle opere, perché nessuno possa vantarsene» (Ef 2,3-9). 

Mt 12

"Questa parola di Gesù, se ci pensiamo bene, genera un modo nuovo di intendere la famiglia. Vedete? All’inizio io mi sono rivolto a voi chiamandovi “fratelli e sorelle”. Non è solo una formula, un modo di dire convenzionale. No. È una realtà, una realtà nuova generata da Gesù Cristo. E come vi dicevo, questa parola di Gesù ha radicalmente rinnovato la famiglia, per cui il legame più forte, più importante per noi cristiani non è più quello di sangue, ma è l’amore di Cristo. Il suo amore trasforma la famiglia, la libera dalle dinamiche dell’egoismo, che derivano dalla condizione umana e dal peccato, la libera e la arricchisce di un legame nuovo, ancora più forte ma libero, non dominato dagli interessi e dalle convenzioni della parentela, ma animato dalla gratitudine, dalla riconoscenza, dal servizio reciproco. (…) Le radici sono importanti! E noi rendiamo grazie a Dio per il dono della vita e per quelli che ce l’hanno trasmessa. Ma soprattutto rendiamo grazie perché Gesù Cristo ci ha chiamato a far parte della sua famiglia, nella quale ciò che conta è fare la volontà del Padre che è nei cieli. (Francesco - Discorso nel pellegrinaggio alla diocesi di Asti, 5 maggio 2023) 



domenica 19 luglio 2026

16 settimana

lunedi 16

Michea 6

Dio convoca il suo popolo ad una “controversia bilaterale” (rib). Avveniva tra persone strette da tempo in una relazione amichevole, quando essa rischiava di infrangersi a causa del comportamento scorretto di uno dei soggetti coinvolti. L’accusatore non mirava alla ritorsione ma cercava di ristabilire la buona relazione precedente. Per indurre il colpevole al ravvedimento, l’accusatore ricorreva ad una serie di domande che dovevano far riflettere l’altro e richiamava i fatti positivi precedenti che avevano che avevano determinato la buona relazione. È un genere che si trova di frequente soprattutto nella predicazione profetica. Dio non si presenta come giudice, una figura assente in questo genere di controversie, ma come parte lesa, interessata a ristabilire una relazione soddisfacente (Cf. Os 4,1). 

«Popolo mio, che cosa ti ho fatto? In che cosa ti ho stancato? Rispondimi». Il Signore, che impersona la parte lesa, esprime le sue rimostranze e dichiara di aver procurato numerosi benefici al popolo e di non averlo mai oberato con richieste eccessive. Anzi è stato piuttosto il popolo a stancare il Signore: «Tu non mi hai invocato, o Giacobbe; anzi ti sei stancato di me, o Israele. Io non ti ho molestato con richieste di offerte, né ti ho stancato esigendo incenso. Ma tu mi hai dato molestia con i peccati, mi hai stancato con le tue iniquità» (Is 43,22-24; Cf Mal 2,17).

v.4 rievoca i ricordi legati all’uscita dall’Egitto: l’invio di Mosè e dei suoi fratelli, la protezione assicurata lungo il cammino rischioso verso la terra (le insidie di Balak), l’attraversamento prodigioso del Giordano (Sittim e Galgala) devono far comprendere che il possesso della terra grazie è avvenuto grazie alla bontà di Dio. 

6«Con che cosa mi presenterò al Signore, mi prostrerò al Dio altissimo? Mi presenterò a lui con olocausti, con vitelli di un anno? 7Gradirà il Signore migliaia di montoni e torrenti di olio a miriadi? Gli offrirò forse il mio primogenito per la mia colpa, il frutto delle mie viscere per il mio peccato?».

Il popolo, riconoscendo i torti commessi, sembra disposto a ravvedersi ma non è pentito in verità e anziché dichiararsi disponibile ad obbedire ai comandi del Signore e praticare il bene, pensa di allestire atti di culto assai vistosi. Perfino si propone l’offerta di sacrifici umani, un atto considerato obbrobrioso dai profeti (2 Cr 36,6; Ger 32,35; Ez 16,21; 20,31). La soluzione non è affatto condivisa da Dio e gradita a lui. Più che gesti dispendiosi di culto, egli vorrebbe che il popolo, in obbedienza a lui, esercitasse la corretezza fraterna. 

8Uomo, ti è stato insegnato ciò che è buono e ciò che richiede il Signore da te: praticare la giustizia, amare la bontà, camminare umilmente con il tuo Dio.

Dio non esige doni materiali ma una qualità diversa di vita. Chiede, in primo luogo, la pratica della giustizia, ossia l’osservanza di tutti gli obblighi sociali a favore dei poveri. In secondo luogo esige la fedeltà sincera all’alleanza (amare la fedeltà ) e in terza istanza vivere con fede seguendo il Signore con umiltà. In una parola, il profeta insegna ad evitare l’orgoglio di chi esclude il Signore dalla propria esistenza e poi manifesta questa scelta nefasta nel rifiuto della fraternità. «Chi ama l’altro ha adempiuto la Legge. Infatti: Non commetterai adulterio, non ucciderai, non ruberai, non desidererai, e qualsiasi altro comandamento, si ricapitola in questa parola: Amerai il tuo prossimo come te stesso. La carità non fa alcun male al prossimo: pienezza della Legge infatti è la carità» (Rm 13,8-10)

Matteo 12,38-42

Questo passo affronta anzitutto il tema della fede autentica. Chi interroga Gesù non è mosso da un sincero desiderio di conoscere la verità, ma pretende una dimostrazione spettacolare. Il problema non è la mancanza di prove: Gesù ha già compiuto molti miracoli. Manca invece la disponibilità del cuore ad accogliere ciò che Dio sta già mostrando. Il segno di Giona è un riferimento alla morte e alla risurrezione di Gesù. La sua Pasqua sarà il segno definitivo dell'amore e della potenza di Dio. Non un prodigio destinato a stupire, ma un evento che chiede una risposta di fede. Gli abitanti di Ninive rappresentano coloro che si convertono ascoltando una predicazione imperfetta, quella del profeta Giona. La regina del Sud affronta un lungo viaggio per ascoltare la sapienza di Salomone. Entrambi sono esempi di persone disponibili ad accogliere la verità. Per questo Gesù afferma che essi condanneranno chi, pur avendo davanti il Messia, rimane chiuso e incredulo. 

Anche oggi si può cadere nella tentazione di chiedere continuamente "segni" a Dio: un miracolo, una prova evidente, una risposta straordinaria. Gesù invita invece a riconoscere i segni già presenti: la sua Parola, la sua morte e risurrezione, la vita della comunità cristiana, i gesti di amore e di giustizia che rendono presente il Regno. Il messaggio centrale del brano è che la fede nasce dall'ascolto e dalla conversione del cuore, non dalla ricerca del sensazionale. Il segno decisivo è Cristo stesso, soprattutto nel mistero pasquale. Chi accoglie questo segno entra in una relazione nuova con Dio; chi lo rifiuta rischia di restare cieco anche davanti ai miracoli più grandi. 



domenica 5 luglio 2026

Lunedi 14 sett. TO

Osea 2,16-22

Dopo aver lanciato in nome di Dio le più forti accuse contro il suo popolo (che non è più la sua sposa, come egli non è più suo marito), e dopo averlo minacciato, il profeta si dimostra convinto che, da parte del popolo (la sposa), tutto sia perduto. Dio la castigherà: « La ridurrò a una sterpaglia, e a un pascolo di animali selvatici », che sono i popoli vicini e, più precisamente, l'Assiria.

Ma, ecco subito il rovescio della medaglia: l'Osea tenero e innamorato non può far a meno d'amare la sua sposa che si è nuovamente prostituita. Come il secondo matrimonio di lei è avvenuto per iniziativa esclusivamente sua, così ora, per esclusiva iniziativa di Yahveh, promette di sposarla un'altra volta. È offerto a Israele un nuovo matrimonio, una nuova alleanza.

Un preliminare indispensabile sarà: « La condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore ». Davanti alla prosperità della vita sedentaria, fonte di tutti i mali nell'ottica dei profeti, Osea ricorda i giorni del deserto, quando Israele non conosceva nessuno fuori di Yahveh, e li ricorda come il periodo ideale degli sposalizi divini. Per questo, ora, alla vigilia di nuove nozze, l'immagine del deserto si riempie nuovamente di contenuto. Israele deve andare nel deserto, dimenticare tutti i Baal e i culti cananei, incontrarsi da solo a solo col suo Baal o Signore, Yahveh, e lì, nella solitudine e nell'intimità, parlare e ascoltare, come fanno due giovani innamorati nell'intimità del cuore: «Come nei giorni della sua giovinezza, come quando uscì dal paese d'Egitto ».

« In quel giorno » altrettanto impreciso quanto sicuro, « ti farò mia sposa» è ripetuto tre volte per far notare l'importanza dell'intenzione divina e la solennità dell'atto. Sposalizio in piena regola, con tutti i crismi giuridici che l'accompagnano, così che non lo chiamerà più mio padrone o «mio Baal », bensì « marito mio ».

« Ti farò mia sposa nella giustizia e nel diritto... ». Si allude al prezzo o dote della fidanzata che, in origine, era pagata al padre e ai fratelli della giovane, poiché questa diveniva proprietà dello sposo e, successivamente, era consegnata alla sposa stessa come garanzia per il timore di vedovanza o d'un ingiusto divorzio.

Qui chi paga la dote è Yahveh. E lo fa con cinque regali: giustizia, diritto, benevolenza, amore e fedeltà, c sono l'essenza della felicità e della santità. «Diritto e stizia » divina verso di lei e verso i popoli che la circondano; « benevolenza » nel trattamento che le riserverà cercando sempre quello che è retto come norma della su azione; « amore costante » e non solo affettività o senti mento, ma affettività che comporta solidarietà, lealtà e assistenza, e anche misericordia, perché la conosce, gli sono note le sue debolezze umane, e quindi, saprà coni prendere e perdonare la sua fragilità innata; e infine, « fedeltà »: le sarà fedele per sempre o, per dirla con altre parole, sarà un Dio-sposo nel quale si può sempre confidare e del quale ci si può sempre fidare. Non vi fu mai sposa che ricevesse una dote migliore.

« E tu conoscerai il Signore ». La conoscenza di cui parla Osea non è la nostra conoscenza puramente intellettuale, ma una dedizione totale dell'uomo che si piega alla volontà di Dio. Per questo, l'ebraico si esprime dicendo che « conoscerà col cuore ». 


Matteo 9.18-26.

Secondo Matteo, la ragazza era già morta quando suo padre ricorre a Gesù per chiedergli aiuto (gli altri due sinottici dicono che la fanciulla era molto grave). A che cosa mirava Matteo introducendo questa variante? Fra le opere che il Messia avrebbe compiute e fra i segni per i quali sarebbe stato riconosciuto, figurava la risurrezione dei morti. E, prima di ricordare espressamente questi segni (11,5). Matteo intende presentare alcuni esempi di tutte le opere che il Messia avrebbe compiute. Così sarebbe stato più evidente il messianismo di Gesù.

Lo scopo dell'evangelista è chiaro: Gesù è il vincitore della morte (v. il commett 8,18-22). Egli è la via, la risurrezione e la vita. Come Messia, egli è il portatore del regno di Dio nella quale la morte non è lo stadio finale dell'uomo. Per il regno di Dio significa vita, vita inestinguibile o eterna come la chiama il quarto vangelo. Da questo punto vista, tutta la vita di Gesù fu una parabola in azione camminò verso la morte per superarla con la risurrezzione. Dal fatto della risurrezione prende senso tutto quei che egli disse e fece; e dalla risurrezione di Cristo prende il suo ultimo senso quello che egli fece durante il ministero terreno. Solo tenendo conto di questo è possibile comprendere la profondità dell'affermazione di Gesù che, riferendosi alla fanciulla morta, disse che dormiva. Nel linguaggio biblico, l'immagine del sonno sta a indicare che i morti attendono di essere destati, di esse risuscitati (Is 57,2; Dn 12,2; lTs 4,13-14).

Qualcosa di simile si può dire dell'emorroissa. Il vincitore della morte può vincere l'infermità. Chi può il più, può anche il meno. E non possiamo leggere una storia come questa, pensando che l'azione di Dio si limiti sempre all'intimo dell'uomo: essa tocca l'uomo nella sua totalità. 

Gesù non è un « miracolista », ma è tuttavia chiara una cosa: che sarà conosciuto tanto meglio quanto più saranno conosciuti i suoi miracoli. 



Salmo 80 (79)

 2Tu, pastore d’Israele, ascolta, Tu che guidi Giuseppe come un gregge. 

«Come un pastore Egli fa pascolare il gregge e con il suo braccio lo raduna» (Is 40,11). Dio, da sempre, ha guidato il suo popolo mediante la cura pastorale di Cristo: «Era stato Lui a guidare Giuseppe e rimase sempre con lui, quando i fratelli lo insidiarono e vendettero ai mercanti. Giacobbe quando scese in Mesopotamia, sperando in Dio, ebbe come pastore lo stesso Verbo di Dio che camminava con lui» (Es23,953). 

Seduto sui cherubini, risplendi 3davanti a Efraim, Beniamino e Manasse. 

«“Mosè, quando entrava nella tenda per parlare con il Signore, udiva la voce che gli parlava dall’alto del propiziatorio fra i due cherubini. Ed egli parlava a lui” (Nm 7,89). Ecco il motivo per il quale ora li menziona e chiede a Dio che siede tra loro, di manifestarsi di nuovo» (Td 1512). Le tribù di Efraim, Beniamino e Manasse, erano le prime a mettersi in marcia nel cammino verso la terra (Nm 10,22-24). 

Risveglia la tua potenza e vieni a salvarci. 4O Dio, fa’ che ritorniamo, fa’ splendere il tuo volto e noi saremo salvi. 

«Invita il Signore a risvegliarsi, a non restare inerte» (Td 1512). «Per molto tempo, ho taciuto, ho fatto silenzio, mi sono contenuto ma ora griderò come una partoriente… » (Is 42,14). «Conoscendo quale utilità ci sarebbe pervenuta dall’incarnazione del Signore, lo invoca di risvegliare la sua potenza e di venire a detergere i peccati del genere umano» (Cs 580). V.4 «Fammi ritornare e io ritornerò, perché tu sei il Signore, mio Dio» (Ger 31,18). 



sabato 4 luglio 2026

XIV DOMENICA A

 

Gesù ringrazia il Padre per il piccolo gregge dei discepoli che hanno creduto in lui e sono disposti a seguire i suoi insegnamenti. Non recrimina per il fatto che molti altri, forse qusi tutti, non lo seguono affatto e alcuni perfino lo detestano. Ogni persona che crede in Gesù ha seguito un suggerimento interiore che proviene dal Padre (per mezzo dello Spirito Santo). Gesù lo ringrazia per questo. Noi, al contrario di Gesù, siamo piuttosto inclini a lamentarci di quel che ci manca, secondo certe nostre aspirazioni, non certo a ringraziare per quanto abbiamo già ottenuto. 

Il regno di Dio cresce nel mondo grazie alle persone che lo accogono, anche se queste non sono importanti nella società, non attirano l’attenzione o il plauso, anzi perfino vengono derise o disprezzate. Chi sono oggi questi piccoli amati da Dio? Sono coloro che, nell’ambiente di lavoro, si sentono dire: ma vai ancora a messa? Smollati un poco! E cose del genere. 

Gesù poi ci fa sapere che tra lui e il Padre vige una comunione profondissima, una relazione di vita, una conoscenza reciproca così vasta che Egli nella sua persona può rappresentare Dio nel modo più completo e vero. Solo Lui può farlo e nessun altro fondatore di religioni. 

Infine ci chiede di accogliere sulle nostre spalle il suo giogo e, così facendo, troveremo vita vera e pace. Il giogo è pesante e sembra insopportabile. Perché avviene questo? Insegna un maestro spirituale: «A quelli che cominciano ad amare la pietà la via della virtù sembra troppo scabrosa e impraticabile, non perché sia veramente tale, ma perché la natura umana subito, fin dal seno materno, è per ogni verso proclive ai piaceri. A quelli invece che hanno la forza di andare oltre la metà della via, essa si presenta tutta liscia e agevole.

Infatti, sottomesse alle buone abitudini con l'esercizio del bene, le cattive scompaiono assieme al ricordo dei piaceri più contrari alla ragione, e d'allora in poi l'anima percorre con gioia tutti i sentieri della virtù. Perciò il Signore, volendo indurci alla via della salvezza, dice: « Quanto è stretta ed angusta la via che conduce al Regno, e pochi quelli che la intraprendono ». E a quelli che vogliono con fermo proposito camminare per la via dell'osservanza dei suoi santi comandamenti dice: « Il mio giogo infatti è dolce, e il mio carico leggero ». Bisogna dunque agli inizi della lotta mettere in pratica i santi comandamenti del Signore con volontà combattiva, affinché il buon Dio guardando al nostro impegno operoso ci mandi dall'alto quella volontà pronta che ci renda docilmente disponibili ad operare da servitori dei suoi gloriosi voleri. Perché a questa condizione « il Signore concede la pronta volontà » che ci faccia praticare il bene incessantemente e, direi, con grande gioia. Allora, infatti, sentiremo realmente che « è Dio che suscita in noi e il volere e l'operare, per l'esecuzione del suo beneplacito ». 



giovedì 2 luglio 2026

Siamo così poveri

 

Presto ci venga incontro la tua misericordia, perché siamo così poveri! (Salmo 79)

La richiesta d’aiuto si appoggia su tre motivi. Il primo: il popolo è un povero, ridotto all’estremo e in quanto tale attira la sollecitudine di Dio verso i poveri, come da sempre. Nelle sventure, Israele, non potendo appoggiarsi sulla sua innocenza, fa leva sulla sua povertà: «“Signore Dio desisti [dalla siccità]! Come potrà resistere Giacobbe? È tanto piccolo”. Il Signore allora si ravvide» (Am 7,5). 

«Quanto a me, non ho fatto molti digiuni, né veglie, e neppure ho affrontato macerazioni del corpo, ma ho riconosciuto la mia indegnità, ho accusato me stesso, mi sono umiliato, e il Signore con questo mi ha salvato» (Simeone NT, Discorso sulla fede, Filocalia 4, p. 497)§. 



mercoledì 1 luglio 2026

AMOS (13 Settimana)

 

Amos 2,6-16

Il profeta denuncia varie gravi trasgressioni dell’Alleanza stipulata con Dio; soprattutto mostra vivo orrore per il trattamento riservato ai poveri. Israele non ricorda più la solidarietà che il Signore aveva manifestato nei suoi confronti quando loro venivano oppressi da padroni spietati in Egitto. Non ricorda la pedagogia paziente con cui li aveva istruiri e sopportati per lungo tempo nel cammino verso la terra. Egli costringerà il popolo a riconoscere la sua impotenza e la sua miseria. Nessuno potrà più presumere di salvarsi da solo, contando sulla propria energia. «Il re non si salva per un forte esercito né il prode per il suo grande vigore. Ecco, l'occhio del Signore veglia su chi lo teme, su chi spera nella sua grazia. L'anima nostra attende il Signore, egli è nostro aiuto e nostro scudo. In lui gioisce il nostro cuore e confidiamo nel suo santo nome. Signore, sia su di noi la tua grazia, perché in te speriamo» (Sal 34,16.18. 19-22). «Poiché dice il Signore Dio, il Santo di Israele: “Nella conversione e nella calma sta la vostra salvezza, nell'abbandono confidente sta la vostra forza”. Ma voi non avete voluto, anzi avete detto: “No, noi fuggiremo su cavalli”.- Ebbene, fuggite! - Più veloci saranno i vostri inseguitori» (Is 30,15-16).


Amos 3,1-8; 4,11-12

1-2: Chi ha ricevuto di più, ha maggiore responsabilità. Israele è stato privilegiato fra tutti gli altri popoli e, perciò, dovrà anche rispondere al modo con cui ha accolto o dissipato questo dono: «Il servo che, conoscendo la volontà del padrone, non avrà disposto o agito secondo la sua volontà, riceverà molte percosse; quello invece che, non conoscendola, avrà fatto cose meritevoli di percosse, ne riceverà poche. A chiunque fu dato molto, molto sarà chiesto; a chi fu affidato molto, sarà richiesto molto di più» (Lc 12,47-48).

3-8. Ogni evento è determinato da una causa: il leone ruggisce perché ha trovato una preda, l'uccello cade nella trappola perché c'è un laccio che lo insidia... anche il ministero profetico è effetto di una causa, ossia dalla chiamata divina. Non nasce, perciò, da un'iniziativa personale. Amos non può tacere, perché la parola di Dio esercita su di lui una forza irresistibile. 


Amos 5,14-15.21-24

La proposta è molto semplice e netta: cercare il bene e odiare il male. «La carità non sia ipocrita: detestate il male, attaccatevi al bene» (Rm 12,9). «Se non proviamo odio per il male, non possiamo amare il bene» (Gr Lettera CXXV, 14). «Forse mi dirai: Io sono un fedele; anche se spesso mi vengono pensieri cattivi, non mi farò vincere dalla concupiscenza. Ma non sai che una radice non estirpata, spesso spacca anche la roccia? Non accogliere dal primo momento quel seme che a lungo andare finirà col fiaccare la tua fede. Strappa dalle radici il mal seme prima che germogli. Comincia dagli sguardi morbosi, cura per tempo la vista per non dover ricorrere al medico quanto già fossi divenuto cieco» (Cirillo di Gerusalemme, Catechesi, 2,3). È facile pensare “Dio è con noi” ma Egli è presente soltanto là dove si opera il bene nei confronti del prossimo.


Amos spera che il Signore decida di avere pietà, ma non offre alcuna assicurazione e non sa quale atto pedagogico Dio sceglierà per educare il suo popolo. «Del resto noi abbiamo avuto come educatori i nostri padri terreni e li abbiamo rispettati; non ci sottometteremo perciò molto di più al Padre celeste, per avere la vita?» (Eb 12,9). 

Il culto nel tempio deve proseguire nel perseguire una vita fraterna. Il culto, separato dalla carità, viene detestato dal Signore: «Chiunque mangia il pane o beve al calice del Signore in modo indegno, sarà colpevole verso il corpo e il sangue del Signore. Ciascuno, dunque, esamini se stesso e poi mangi del pane e beva dal calice; perché chi mangia e beve senza riconoscere il corpo del Signore, mangia e beve la propria condanna. È per questo che tra voi ci sono molti ammalati e infermi, e un buon numero sono morti. Se però ci esaminassimo attentamente da noi stessi, non saremmo giudicati; quando poi siamo giudicati dal Signore, siamo da lui ammoniti per non essere condannati insieme con il mondo» (1 Cor 11,27-32).


Amos 7,10-17

Nella serie di visioni della terza parte del libro di Amos (cc. 7-9), ci troviamo improvvisamente davanti a questa sovrapposizione narrativa in terza persona, frutto intenzionale di un discepolo di Amos, redattore del libro nel suo stato attuale. Questa parentesi biografica ha lo scopo di concludere la visione che precede, con l'annunzio della rovina della dinastia di Geroboamo II. Per essa, conosciamo un po' meglio la vocazione del profeta e le sue implicazioni socio-politiche.

La predicazione di Amos aveva ottenuto psicologicamente di risvegliare le assopite coscienze delle classi dirigenti. Amasia, il grande sacerdote del santuario regale di Betel, la «casa di Dio », stanco delle denunzie e delle minacce di quell'uomo, manda un messaggero al re, travisando la parola profetica, accusatrice di situazioni ingiuste e presentandola come un attacco alla persona del re e un sobillare il popolo alla ribellione. Otto secoli più tardi, la stessa falsa accusa sarebbe stata inventata contro Gesù. È la tecnica della menzogna contro la testimonianza della verità.

Senza attendere la reazione o là risposta del sovrano, Amasia prende l'iniziativa di intimare al profeta: « Vattene, veggente », disposto a fargli ponti d'oro, pur di liberarsi dalle noie del suo « non licet ». Il tono sprezzante e offensivo di Amasia provoca una precisa puntualizzazione di Amos: « Non ero profeta né figlio di profeta ».

Dai tempi di Samuele, il fenomeno del profetismo era stato una realtà in Israele. Elia ed Eliseo avevano avuto i loro seguaci con vita comune e con la ferma volontà di vivere meglio i postulati dello yahvismo (cf Intr. generale ai profeti). Ma quelle associazioni degenerarono e non pochi scioperati si infiltrarono in esse per assicurarsi un « modus vivendi ». Chiamare qualcuno «figlio di profeta » divenne un modo d'offenderlo e insultarlo.

Amos non è uno dei tanti fannulloni, visionari e chiacchieroni di professione. Egli viveva agiatamente del suo lavoro dal quale « il Signore mi prese ». Egli è un chiamato, un carismatico, non uno snobista interessato. 

Amos non dice di non essere profeta, perché Yahveh « mi disse: Va', profetizza al mio popolo Israele ». Dunque non era davvero quello che Amasia avrebbe amato che fosse, per tranquillizzare la sua coscienza. Questo disinteresse nella predicazione, questo abbandono della propria agiatezza economica per la parola di Yahveh sarà uno dei segni dei veri profeti dei due Testamenti.

Le ultime parole del profeta sono un segno della veracità del suo ministero. Egli tornerà alla sua terra, dato che ha compiuto la sua missione; riprenderà a lavorare i suoi campi e a coltivare i sicomori. Però, prima, come segno per Amasia, per il re, per il popolo e per i posteri, vaticinerà l'ignominiosa fine di Amasia e della sua famiglia, vittime della guerra e dell'esilio. Amasia muore dopo sei mesi. Fino a questi estremi di impegno lo spirito portò questi uomini coscienti e responsabili della loro vocazione.

Nell'anno 734, Tiglat-Pilezer III invase Israele e condusse con sé i primi deportati. Poco più tardi, nel 721, cadde definitivamente Samaria e, con essa, il regno del nord, sotto Sargon II. Era l'adempimento esatto della profezia di Amos. La sua visione teologica del castigo non diminuì in nulla la realtà storica della catastrofe. La storia salvifica è tale appunto perché è storia.

Amos 8,4-12

Il presente oracolo, posto in mezzo a visioni e così distaccato dal contesto, è una chiara testimonianza della presenza di redattori tardivi dei libri dell'AT e, in concreto, del libro di Amos. Il luogo che l'oracolo occupa ora fu scelto come giustificazione della quarta visione nella quale Israele è presentato come un frutto maturo sul punto di cadere.

Il suo contenuto è una coraggiosa e particolareggiata denunzia di ingiustizie sociali, denunzia così realista e oggettiva, che, ripetuta ai nostri giorni, godrebbe della più palpitante attualità.

L'ambizione dei potenti è così insaziabile, che non celebrano più le feste come dedicate a Yahveh, ma come un peso gravoso che, non potendo evitare, attendono nervosamente che passi per poter tornare ai loro affari. La loro mentalità potrebbe essere definita molto bene col termine moderno di « società dei consumi ». Mancava e manca il tempo per « negoziare », eufemismo col quale si coprono le ingiustizie umane più ripugnanti.

A parte quell'ansia per le cose terrene, per l'economia e le cose materiali che lì fa soffrire tanto nei giorni del riposo umano-religioso, i loro affari sono sempre accompagnati da inganno e slealtà: diminuiscono le misure, aumentano i prezzi e falsificano i pesi. La borsa della spesa del povero è vittima delle più ingiuste violazioni. L'abuso raggiunge estremi disumani. Il povero e il bisognoso (come l'operaio di oggi) dovevano vendere la loro libertà, il proprio costitutivo di persona, quello che Dio stesso non osa toccare, per poter sopravvivere a un livello infraumano. Non può essere descritto con maggior coraggio il peccato sociale di tutti i tempi.

Il Signore « giura » di fare giustizia (vv. 7-8), e la farà «quel giorno », altrettanto imprecisato quanto sicuro, che andrà acquistando, nel corso della letteratura profetica e apocalittica, caratteri tipicamente escatologici.

La descrizione del «giorno del Signore » è fatta coi classici elementi di convulsione cosmica, simbolo della trasformazione intrinseca che dovranno subire le cose. Secondo la moderna astrologia, vi fu un'eclissi di sole, visibile in Palestina, nell'anno 763 a. C. Forse, questa eclissi servì al profeta come riferimento fenomenologico. Anche se fosse così, Amos supera i fatti letterariamente e teologicamente per annunziare il castigo con gli stessi elementi del peccato. Quindi, tutto quello che ora è festa, canto, e vigore sarà trasformato in lutto, pianto e decadenza. Tutta l'abbondanza, frutto di latrocini compiuti con guanti gialli, sarà trasformata in fame e sete, una fame e una sete non solo di quello che è necessario per vivere materialmente, ma anche della parola di Dio. Sentiranno il silenzio di Dio, il peggior castigo che possa toccare all'uomo, fatto per Dio.

Come ubriachi e disperati, essi cammineranno in tutte le direzioni « per cercare la parola del Signore », il dialogo con Dio; ma — terribile e incomprensibile castigo, identificabile con la condanna — «non la troveranno ». Quando l'uomo peccò nel paradiso fu Dio che gli andò incontro offrendogli la sua parola: « Dove sei? ». Ora è l'uomo che disprezza la parola di Dio che gli arriva attraverso il suo profeta, e sarà castigato con la mancanza di questa parola quando la cercherà. Rottura di dialogo, assenza di Dio, condanna sono termini sinonimi che esigono dall'uomo di tutti i tempi una seria riflessione. Israele e Giuda sperimentarono questo silenzio profetico per quattro secoli, fino a che venne la Parola di Dio incarnata fra noi.


Amos 9

Dopo tante denunzie, tanti oracoli minacciosi, tante predizioni dure e amare, il libro di Amos non si poteva chiudere senza qualche parola d'incoraggiamento e di speranza, senza un ideale con prospettive di futuro. É la speranza messianica d'un Israele ideale in «quel giorno » prefissato negli eterni disegni di Dio.

Gli esegeti non sanno precisare se questo oracolo messianico pieno di speranza sia di Amos o di qualcuno dei suoi discepoli che vide la rovina di Gerusalemme nell'anno 587. Le stesse ragioni di contenuto, di stile e di vocabolario conducono all'una e all'altra conclusione. Fino a che non avremo altri elementi di giudizio, ci basti, come credenti, sapere che abbiamo davanti a noi un oracolo profetico, quale che sia l'uomo che l'ha scritto e il tempo in cui l'ha scritto.

Comunque, sia come previsione o come avvenimento già passato, il profeta contempla la casa di Davide trasformata in una capanna screpolata e caduta, in un mucchio di rovine. Ma Dio la « rialzerà », in perfetta armonia con tanti oracoli di restaurazione davidica. E questo risorgimento sarà espresso con le plastiche immagini di dominio della casa di Davide su tutte le nazioni, fra le quali si trova Edom, per la sua proverbiale inimicizia nei riguardi di Davide, profeticamente riflessa nell'inimicizia dei due fratelli Esaù-Edom e Giacobbe-Israele (Gn 27,30-41). Edom era l'Idumea dei tempi di Gesù, la zona nordica della penisola del Sinai, con capitale Bersabea.

L'ultima parte della lettura del libro di Amos rappresenta la classica immagine del tempo messianico, dipinto con tutti i caratteri di felicità idilliaca e paradisiaca. Era il linguaggio più appropriato, l'unico che potevano comprendere quelle menti giudaiche, avvezze a occuparsi della terra.

È un insieme di benedizioni in contrappunto con le maledizioni di 5,11, un insegnamento implicito per dire come il lavoro dell'uomo divenga fecondo sotto In hh nedizione di Dio. È un anello in più nella catena di profezie di restaurazione messianica, col loro duplice elemento di restaurazione della dinastia davidica e di pro verbiale sovrabbondanza di beni temporali. Di fronte ai veri valori che ci sono stati rivelati nell'era messianica da essi sognata, le loro vive descrizioni sono rimaste sfumate come nebbiolina mattutina davanti al meriggio del vero Sole di giustizia.

(E. Gallego).