sabato 18 aprile 2026

3 settimana di Pasqua

 

III domenica di Pasqua

At 2,14.22-33 [Nel giorno di Pentecoste,] Pietro con gli Undici si alzò in piedi e a voce alta parlò così: «Uomini d'Israele, ascoltate queste parole: Gesù di Nàzaret - uomo accreditato da Dio presso di voi per mezzo di miracoli, prodigi e segni, che Dio stesso fece tra voi per opera sua, come voi sapete bene -, consegnato a voi secondo il prestabilito disegno e la prescienza di Dio, voi, per mano di pagani, l'avete crocifisso e l'avete ucciso. Ora Dio lo ha risuscitato, liberandolo dai dolori della morte, perché non era possibile che questa lo tenesse in suo potere. Dice infatti Davide a suo riguardo: "Contemplavo sempre il Signore innanzi a me; egli sta alla mia destra, perché io non vacilli. Per questo si rallegrò il mio cuore ed esultò la mia lingua, e anche la mia carne riposerà nella speranza, perché tu non abbandonerai la mia vita negli inferi né permetterai che il tuo Santo subisca la corruzione. Mi hai fatto conoscere le vie della vita, mi colmerai di gioia con la tua presenza".Fratelli, mi sia lecito dirvi francamente, riguardo al patriarca Davide, che egli morì e fu sepolto e il suo sepolcro è ancora oggi fra noi. Ma poiché era profeta e sapeva che Dio gli aveva giurato solennemente di far sedere sul suo trono un suo discendente, previde la risurrezione di Cristo e ne parlò: "questi non fu abbandonato negli inferi, né la sua carne subì la corruzione".

L’umile Gesù di Nazaret ha avuto l’onore di essere stato accreditato dal Padre in modo da agire come Messia, compiendo miracoli e prodigi, per opera di Dio. Gli uditori di Pietro sanno tutto questo. Con grande coraggio, l’apostolo invita costoro a riconoscere di aver voluto la sua morte, pur servendosi di pagani. Questo fatto, pur essendo un crimine, era stato previsto dalla prescienza divina (fu permesso da Dio ma non fu voluto da Lui in modo diretto; cf però At 4,28). Egli mostrò il suo volere immediato quando lo fece risorgere, accreditandolo così in modo definitivo. Lo fece sedere alla sua destra per donargli un’autorità di salvezza pari alla sua. Tale evento è conforme alla Sacra Scrittura. Il Salmo 15 (16) preannuncia che il Messia, sceso nel regno dei morti (inferi), non sarà abbandonato in quello stato né subirà la corruzione. Il passo non parla di immortalità dell’anima ma di risurrezione di tutta la persona, la quale spera con fiducia in Dio, nonostante la morte, perché è certa d’essere amata da lui. 

Il salmista desiderava la comunione con Dio e sperava di continuarla anche dopo la morte. Ora il cristiano desidera stare con il Signore Gesù fino a volere l’incontro con lui: «ho il desiderio di lasciare questa vita per essere con Cristo, il che sarebbe assai meglio» (Fil 1,26). «…siamo in esilio lontano dal Signore finché abitiamo nel corpo – camminiamo infatti nella fede e non nella visione –, siamo pieni di fiducia e preferiamo andare in esilio dal corpo e abitare presso il Signore» (2 Cor 5,6-8). 

1 Pt 1,17-21 Carissimi, se chiamate Padre colui che, senza fare preferenze, giudica ciascuno secondo le proprie opere, comportatevi con timore di Dio nel tempo in cui vivete quaggiù come stranieri. Voi sapete che non a prezzo di cose effimere, come argento e oro, foste liberati dalla vostra vuota condotta, ereditata dai padri, ma con il sangue prezioso di Cristo, agnello senza difetti e senza macchia. Egli fu predestinato già prima della fondazione del mondo, ma negli ultimi tempi si è manifestato per voi; e voi per opera sua credete in Dio, che lo ha risuscitato dai morti e gli ha dato gloria, in modo che la vostra fede e la vostra speranza siano rivolte a Dio.

Dio non fa preferenze: «Tu sei nostro padre, noi siamo argilla e tu colui che ci plasma, tutti siamo opera delle tue mani» (Is 64,7). Il re Giosafat così disse ai giudici appena costituiti. «Il terrore del Signore sia con voi; nell’agire badate che nel Signore, nostro Dio, non c’è nessuna iniquità: egli non ha preferenze personali né accetta doni» (2 Cr 19,7). «Anche voi, padroni, comportatevi allo stesso modo verso di loro [i servi], mettendo da parte le minacce, sapendo che il Signore, loro e vostro, è nei cieli e in lui non vi è preferenza di persone» (Ef 6,9). 

La liberazione è avvenuta attraverso il sangue di Cristo. «Siete stati comprati a caro prezzo» (1 Cor 6,20). «Egli ha dato se stesso per noi, per riscattarci da ogni iniquità e formare per sé un popolo puro» (Tt 2,14). Il termine condotta non indica solo il comportamento ma anche i valori, le norme e gli impegni che danno forma a tutto il modo di vivere. Il modo di vivere d’un tempo dei battezzati viene descritto come vuoto. La rottura radicale con le precedenti abitudini dovette contribuire a far crescere la animosità contro i cristiani da parte degli amici precedenti, con la conseguente pressione a conformarsi di nuovo alle tradizioni abbandonate dopo la conversione. 

Cristo è al centro della pre-conoscenza e della intenzione di Dio. Il passivo “si è manifestato” comporta che sia stato Lui a operare la manifestazione, in chiusura della storia: qualcosa di nascosto e di sconosciuto viene svelato. «La grazia ci è stata data in Cristo Gesù fin dall’eternità, ma è stata rivelata ora, con la manifestazione del salvatore nostro Cristo Gesù» (2 Tm 1,10). 

La certezza che Dio ha risuscitato dai morti Gesù è l’elemento centrale dell'annuncio. «Dio dà vita ai morti e chiama all’esistenza le cose che non esistono» (Rm 4,17). La glorificazione e la resurrezione di Gesù solo una dimostrazione dell'onore attribuitogli da Dio a dispetto del rifiuto umano. L'onore e la gloria di Cristo sofferente diventano una garanzia l'onore della gloria riservata ai credenti che rimangono fedeli nelle avversità. 

Lc 24,13-35. Ed ecco, in quello stesso giorno [il primo della settimana] due dei [discepoli] erano in cammino per un villaggio di nome Èmmaus, distante circa undici chilometri da Gerusalemme, e conversavano tra loro di tutto quello che era accaduto. Mentre conversavano e discutevano insieme, Gesù in persona si avvicinò e camminava con loro. Ma i loro occhi erano impediti a riconoscerlo. Ed egli disse loro: «Che cosa sono questi discorsi che state facendo tra voi lungo il cammino?». Si fermarono, col volto triste; uno di loro, di nome Clèopa, gli rispose: «Solo tu sei forestiero a Gerusalemme! Non sai ciò che vi è accaduto in questi giorni?». Domandò loro: «Che cosa?». Gli risposero: «Ciò che riguarda Gesù, il Nazareno, che fu profeta potente in opere e in parole, davanti a Dio e a tutto il popolo; come i capi dei sacerdoti e le nostre autorità lo hanno consegnato per farlo condannare a morte e lo hanno crocifisso. Noi speravamo che egli fosse colui che avrebbe liberato Israele; con tutto ciò, sono passati tre giorni da quando queste cose sono accadute. Ma alcune donne, delle nostre, ci hanno sconvolti; si sono recate al mattino alla tomba e, non avendo trovato il suo corpo, sono venute a dirci di aver avuto anche una visione di angeli, i quali affermano che egli è vivo. Alcuni dei nostri sono andati alla tomba e hanno trovato come avevano detto le donne, ma lui non l’hanno visto». Disse loro: «Stolti e lenti di cuore a credere in tutto ciò che hanno detto i profeti! Non bisognava che il Cristo patisse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?». E, cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui. Quando furono vicini al villaggio dove erano diretti, egli fece come se dovesse andare più lontano. Ma essi insistettero: «Resta con noi, perché si fa sera e il giorno è ormai al tra- monto». Egli entrò per rimanere con loro. Quando fu a tavola con loro, prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma egli sparì dalla loro vista. Ed essi dissero l’un l’altro: «Non ardeva forse in noi il nostro cuore mentre egli conversava con noi lungo la via, quando ci spiegava le Scritture?». Partirono senza indugio e fecero ritorno a Gerusalemme, dove trovarono riuniti gli Undici e gli altri che erano con loro, i quali dicevano: «Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone!». Ed essi narravano ciò che era accaduto lungo la via e come l’avevano riconosciuto nello spezzare il pane.

Cleopa, ed un altro discepolo, sono delusi perché, mentre Gesù aveva annunciato la venuta del Regno, il suo progetto sembrava aver conosciuto un fallimento irrimediabile a causa della sua morte. O Gesù aveva preteso il falso o era necessario cambiare le prospettive errate riguardo al Messia e alla sua opera. Bisognava cogliere nella Sacra Scrittura un orizzonte al quale non si era prestata alcuna attenzione. La discussione che si svolge tra di loro è inconcludente. 

Gesù, mostrando compassione per la loro tristezza infinita, li accompagna e cambia gradatamente la loro opinione instruendoli sul contenuto della sua missione. La sua resurrezione dimostra che Dio Padre ha avallato la sua opera e che essa può ora continuare. Al ritorno del Signore, la sua opera sarà compiuta in modo perfetto e solo allora giungeranno i tempi messianici. Per conseguire questo risultato, il Signore chiede la nostra collaborazione, come aveva chiesto quella di Gesù. 

Come sempre, quando Gesù parla, affascina. Istruendoli, il Risorto comincia ad aprire il loro cuore. Ora che parla dal cielo può commuovere, infondere una gioia grande, suscitare un pentimento gioioso. 

Per completare ciò che ha cominciato, i due dovranno trattennerlo più a lungo, offrirgli il pasto, solidarizzare con questo sconosciuto come Abramo aveva mostrato premura nei confronti dei tre personaggi misteriori che erano passati presso la sua tenda. La carità operativa spalanca la porta alla luce che era soltanto filtrata attraverso le parole ristoratrici. In Giovanni il racconto dell’istituzione dell’Eucaristia viene sostituito dal rito dellla lavanda dei piedi. Qui accoglienza dell’ospite e rito eucaristico si sovrappongono perché l’Eucarestia è nulla senza esercizio dell’amore. 

Annuncio e incontro con il Risorto avviene, in via normale, nell’Eucaristia. Nell’antichità, essa prevedeva un dialogo prolungato, come quello tra Gesù e i due discepoli, e una condivisione di mensa. Questa doveva essere caratterizzata in verità da una vera fraternità, altrimenti i commensali avrebbero assunto la loro condanna. Si incontra Dio, quando si comincia ad imitarlo.  


Lunedi III

At 6,8-15. In quei giorni, Stefano, pieno di grazia e di potenza, faceva grandi prodigi e segni tra il popolo. Allora alcuni della sinagoga detta dei Liberti, dei Cirenèi, degli Alessandrini e di quelli della Cilìcia e dell'Asia, si alzarono a discutere con Stefano, ma non riuscivano a resistere alla sapienza e allo Spirito con cui egli parlava. Allora istigarono alcuni perché dicessero: «Lo abbiamo udito pronunciare parole blasfeme contro Mosè e contro Dio». E così sollevarono il popolo, gli anziani e gli scribi, gli piombarono addosso, lo catturarono e lo condussero davanti al sinedrio.Presentarono quindi falsi testimoni, che dissero: «Costui non fa che parlare contro questo luogo santo e contro la Legge. Lo abbiamo infatti udito dichiarare che Gesù, questo Nazareno, distruggerà questo luogo e sovvertirà le usanze che Mosè ci ha tramandato». E tutti quelli che sedevano nel sinedrio, fissando gli occhi su di lui, videro il suo volto come quello di un angelo.

Gli apostoli evangelizzano ma, con loro, lo fanno anche altri, tra i quali primeggia Stefano, persona carismatica, operatore di prodigi perché amato da Dio (pieno di grazia). [I Liberti erano giudei di lingua greca, deportati da Pompeo 63 a.C. Ottenuta la libertà, e ritornati in patria, avevano fatto costruire una Sinagoga]. Alcuni di loro sono certi che la predicazione di Stefano sia incompatibile con la fede ebraica. Falsi testimoni l’accusano di volere la distruzione del tempio e di sovvertire le pratiche della Legge. I due pilastri della fede ebraica sono messi in discussione. 

Capita a Stefano, ciò che era accaduto a Gesù quando venne perseguitato ed egli segue il suo comportamento. I membri del Sinedrio fissano lo sguardo su di lui come gli abitanti di Nazaret l’avevano fissato Gesù (Lc 4,20). Vedono risplendere il suo volto, come era accaduto a Mosè (Es 34,24), perché una vicinanza eccezionale a Dio lascia sul volto un riflesso della sua gloria. «Se il ministero della morte, inciso in lettere su pietre, fu avvolto di gloria al punto che i figli d'Israele non potevano fissare il volto di Mosè a causa dello splendore effimero del suo volto, quanto più sarà glorioso il ministero dello Spirito?» (2 Cor 4,7). «I giusti splenderanno come il sole nel regno del Padre loro» (Mt 13,43). «Quando un uomo è del tutto mescolato, per così dire, all'amore di Dio, allora mostra anche all'esterno, nel suo corpo, lo splendore dell'anima, come se esso fosse uno specchio. In questa maniera venne glorificato Mosé, colui che contemplò Dio» (G. Climaco, Scala del Paradiso, XXX,199).

 

Gv 6,22-29. 22Il giorno dopo, la folla, rimasta dall’altra parte del mare, vide che c’era soltanto una barca e che Gesù non era salito con i suoi discepoli sulla barca, ma i suoi discepoli erano partiti da soli. 23Altre barche erano giunte da Tiberìade, vicino al luogo dove avevano mangiato il pane, dopo che il Signore aveva reso grazie. 24Quando dunque la folla vide che Gesù non era più là e nemmeno i suoi discepoli, salì sulle barche e si diresse alla volta di Cafàrnao alla ricerca di Gesù. 25Lo trovarono di là dal mare e gli dissero: «Rabbì, quando sei venuto qua?». 26Gesù rispose loro: «In verità, in verità io vi dico: voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati. 27Datevi da fare non per il cibo che non dura, ma per il cibo che rimane per la vita eterna e che il Figlio dell’uomo vi darà. Perché su di lui il Padre, Dio, ha messo il suo sigillo». 28Gli dissero allora: «Che cosa dobbiamo compiere per fare le opere di Dio?». 29Gesù rispose loro: «Questa è l’opera di Dio: che crediate in colui che egli ha mandato». 

La reazione della folla al segno della moltiplicazione dei pani, è deludente perché segue Gesù per curiosità o per puro interesse. Anche Paolo verificherà questo fatto: «Non ho nessuno che condivida come lui (Timoteo) i miei sentimenti e prenda sinceramente a cuore ciò che vi riguarda: tutti in realtà cercano i propri interessi, non quelli di Gesù Cristo» (Fil 2,21). 

Gesù cerca di orientare il desiderio della folla nella direzione da lui sperata e vuole indurla cercare un pane imperituro, l’unico che qualifica la nostra esistenza, poiché «si vantano di ciò di cui dovrebbero vergognarsi e non pensano che alle cose della terra» (Fil 3,19). Il pane vero è la rivelazione che Dio offre nella persona del Figlio. Alla richiesta di conoscere quali siano le opere che Dio esige, li avverte che l’opera fondamentale che dovrebbero compiere non è un’opera ma la fede in lui. È necessario cominciare un nuovo orientamento di vita accogliendo l’opera di Dio in Cristo. Non c’è nulla di più importante del credere in Gesù, ascoltare il suo insegnamento ed applicarlo nella nostra esistenza. Questo ci permette di vivere in verità. La possibilità di compiere altre opere buone, dipende dall’aver accolto Gesù. «Chi rimane in me e io in lui, costui produce frutto abbondante, perché senza di me non potere fare nulla» (Gv 15,5). «È Dio infatti che suscita in voi il volere e l’operare secondo il suo disegno d’amore» (Fil 2,13). 


Martedi III

At 7,51-8,1 In quei giorni, Stefano [diceva al popolo, agli anziani e agli scribi:] «Testardi e incirconcisi nel cuore e nelle orecchie, voi opponete sempre resistenza allo Spirito Santo. Come i vostri padri, così siete anche voi. Quale dei profeti i vostri padri non hanno perseguitato? Essi uccisero quelli che preannunciavano la venuta del Giusto, del quale voi ora siete diventati traditori e uccisori, voi che avete ricevuto la Legge mediante ordini dati dagli angeli e non l'avete osservata». All'udire queste cose, erano furibondi in cuor loro e digrignavano i denti contro Stefano. Ma egli, pieno di Spirito Santo, fissando il cielo, vide la gloria di Dio e Gesù che stava alla destra di Dio e disse: «Ecco, contemplo i cieli aperti e il Figlio dell'uomo che sta alla destra di Dio».Allora, gridando a gran voce, si turarono gli orecchi e si scagliarono tutti insieme contro di lui, lo trascinarono fuori della città e si misero a lapidarlo. E i testimoni deposero i loro mantelli ai piedi di un giovane, chiamato Sàulo. E lapidavano Stefano, che pregava e diceva: «Signore Gesù, accogli il mio spirito». Poi piegò le ginocchia e gridò a gran voce: «Signore, non imputare loro questo peccato». Detto questo, morì. Sàulo approvava la sua uccisione. 

Stefano non si lascia prendere dal rinsentimento ma la sua invettiva, come estremo tentativo drammatico, è volta a suscitare la conversione. Non è una manifestazione antisemitica, ma la ripresa della predicazione profetica. Come i profeti, da medico esperto e compassionevole, mette a fuoco il morbo che ha sempre accompagnato la storia del popolo. Israele, in gran parte se non nella sua totalità, non soltanto si è opposto agli inviati di Dio, ma spesso li hanno anche eliminati. Del resto, anche tutti gli altri popoli hanno peccato contro Dio: tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio. I suoi ascoltatori, eliminando Gesù, il Giusto, si sono mostrati solidali con i loro antenati che hanno ucciso i profeti. In questo senso essi hanno trasgredito la Legge comunicata loro dal Signore stesso tramite il ministero di angeli. Stefano compedia in questo modo negativo la storia del popolo, a partire dalla vicenda di Gesù dove essa ha raggiunto il culmine.

Mentre i suoi interlocutori reagiscono con indignazione, Stefano riceve il dono di una visione. Dio si manifesta a lui, accompagnato dal Risorto. È lo Spirito Santo che rende possibile il contatto diretto con la realtà celeste. 

Reagendo nel modo descritto e compiendo un linciaggio violento, i suoi avversari dimostrano di essere persone meritevoli delle accuse pronuciate contro di loro. La violenza fisica scaturisce dall’indignazione interiore. «Chi odia il fratello, è omicida» (1 Gv 3,15). «Dal di dentro infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono i propositi di male» (Mc 7,21). 

Stefano muore alla stessa maniera di Gesù. La continuità con Cristo non si attua soltanto nell’operare prodigi ma soprattutto nell’imitazione della sua carità e del suo abbandono in Dio. Stefano, nel morire, rende culto a Gesù allo stesso modo con cui i giudei avevano venerato Dio stesso. 


Gv 6,30-35 Allora gli dissero: «Quale segno tu compi perché vediamo e ti crediamo? Quale opera fai? I nostri padri hanno mangiato la manna nel deserto, come sta scritto: Diede loro da mangiare un pane dal cielo». Rispose loro Gesù: «In verità, in verità io vi dico: non è Mosè che vi ha dato il pane dal cielo, ma è il Padre mio che vi dà il pane dal cielo, quello vero. Infatti il pane di Dio è colui che discende dal cielo e dà la vita al mondo».Allora gli dissero: «Signore, dacci sempre questo pane». Gesù rispose loro: «Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà fame e chi crede in me non avrà sete, mai! 

[Gesù ha appena detto: la sola opera che Dio vuole è la fede, è aderire all’opera che Dio compie nel Figlio e per mezzo di lui. ] La folla risponde con stizza a chiede a Gesù di di accreditarsi come Inviato di Dio, compiendo prodigi grandiosi come fece Mosé con la manna. Esigono un segno sebbene Egli ne abbia appena compiuto uno e in questo modo mostrano di essere simili ai loro padri che nel percorso del deserto avevano innalzato di continuo mormorazioni, rifiutando di credere. 

Gesù, in risposta, ricorda che il donatore non era stato Mosè ma Dio stesso. Non contrappone se stesso alla manna perché anch’essa era stata un dono celeste. Dio, però non ha esaurito tutti i suoi doni nel passato ma ancora continua a cibare il suo popolo con un alimento ancora migliore, con un pane definito vero perché completo rispetto alla manna. Chiarisce in modo inequivocabile l'identità del Donatore del pane. La dichiarazione «Io sono il pane della vita» è la prima di una serie di sette affermazioni «Io sono» con predicato. Questa parola che rivela l'identità di Gesù è accompagnata da una promessa, ossia la vita vera (eterna). Identificandosi con il pane Gesù si presenta come colui che, diversamente da ogni altro, è e dona ciò che è più necessario alla vita di ogni essere umano. Questo accesso alla Vita in pienezza, espresso attraverso le metafore della fame e della sete, è possibile solo nella fede. 


Mercoledi III

At 8,1-8. In quel giorno scoppiò una violenta persecuzione contro la Chiesa di Gerusalemme; tutti, ad eccezione degli apostoli, si dispersero nelle regioni della Giudea e della Samarìa. Uomini pii seppellirono Stefano e fecero un grande lutto per lui. Sàulo intanto cercava di distruggere la Chiesa: entrava nelle case, prendeva uomini e donne e li faceva mettere in carcere. Quelli però che si erano dispersi andarono di luogo in luogo, annunciando la Parola. Filippo, sceso in una città della Samarìa, predicava loro il Cristo. E le folle, unanimi, prestavano attenzione alle parole di Filippo, sentendolo parlare e vedendo i segni che egli compiva. Infatti da molti indemoniati uscivano spiriti impuri, emettendo alte grida, e molti paralitici e storpi furono guariti. E vi fu grande gioia in quella città.

Scoppia una persecuzione improvvisa e violenta contro i discepoli di Gesù di lingua greca (ellenisti), dalla quale, perciò, sono preservati gli apostoli (che erano di lingua aramaica). Alcuni coraggiosi seppelliscono ed onorano Stefano, riconoscendo che «le anime dei giusti sono nelle mani di Dio, nessun tormento li toccherà. Agli occhi degli stolti parve che morissero, la loro fine fu ritenuta una sciagura, la loro partenza da noi una rovina, ma essi sono nella pac» (Sap 1,1-3). Questi giusti imitano ciò che fece Giuseppe d’Arimatea nei confronti di Gesù (Lc 23, 52-53). 

Gli Atti danno risalto allo zelo persecutorio di Paolo, per preparare il discorso sulla sua conversione. La persecuzione, pur essendo un male in sé, provoca degli aspetti positivi; in questo caso i credenti, dispersi in vari luoghi, vi diffondono il Vangelo. Più tardi anche Paolo si rafforzerà grazie alla persecuzione: «Dopo aver sofferto e subito oltraggi a Filippi, abbiamo trovato nel nostro Dio il coraggio di annunciarvi il vangelo di Dio in mezzo a molte lotte» (1 Ts 2,2). Gesù aveva già suggerito di spostarsi altrove ed ovunque: «Quanto a coloro che non vi accolgono, uscite dalla loro città e scuotete la polvere dai vostri piedi come testimonianza contro di loro. Allora essi uscirono, ovunque annunciando la buona notizia e operando guarigioni» (Lc 9,5-6). 

Filippo sfugge alla persecuzione e si reca in Samaria per diffondervi il Vangelo. Ad imitazione di Gesù guarisce paralitici e storpi ma soprattutto, espelle i demoni. I Samaritani sono disponibili alla fede ed essa procura loro una grande gioia. La gioia è un carattere tipico della fede: «I discepoli erano pieni di gioia e di Spirito Santo» (At 13,52). «Frutto dello Spirito è amore, gioia, pace, mgnanimità» (Gal 5,22). 

Gv 6,35-40. In quel tempo, disse Gesù alla folla: «Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà fame e chi crede in me non avrà sete, mai! Vi ho detto però che voi mi avete visto, eppure non credete. Tutto ciò che il Padre mi dà, verrà a me: colui che viene a me, io non lo caccerò fuori, perché sono disceso dal cielo non per fare la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato. E questa è la volontà di colui che mi ha mandato: che io non perda nulla di quanto egli mi ha dato, ma che lo risusciti nell’ultimo giorno. Questa infatti è la volontà del Padre mio: che chiunque vede il Figlio e crede in lui abbia la vita eterna; e io lo risusciterò nell’ultimo giorno».

Gesù chiarisce meglio il significato del credere a Lui. La fame e la sete erano bisogni manifestati dal popolo nella liberazione dall’Egitto, per cui avevano spinto Dio al dono della manna (Es 16,20) e dell’acqua dalla roccia (Es 17). Dio vuole colmare il popolo con doni migliori: «O voi tutti assetati, venite all'acqua, voi che non avete denaro, venite, comprate e mangiate; venite, comprate senza denaro, senza pagare, vino e latte. Su, ascoltatemi e mangerete cose buone e gusterete cibi succulenti. Porgete l'orecchio e venite a me, ascoltate e vivrete» (Is 55,1-2). I discepoli della Sapienza possono nutrirsi, dissetarsi e desiderano tornare sempre a trarre soddisfazione dall’alimento offerto loro per la sua qualità: «Avvicinatevi a me, voi che mi desiderate,e saziatevi dei miei frutti, perché il ricordo di me è più dolce del miele, il possedermi vale più del favo di miele. Quanti si nutrono di me avranno ancora famee quanti bevono di me avranno ancora sete». (Sir 24,19-21). I credenti in Cristo, invece, estinguono fame e sete. L’acqua da lui donata diventa in loro sorgente zampillante e il pane li appaga per sempre. 

La fede è in primo luogo un dono di Dio, l’unico che può spingere verso Cristo. I Galilei che diffidano di lui, in realtà non vogliono ascoltare la voce del Padre. Egli garantisce che la salvezza definitiva (escatologica) si realizza già al presente per chi crede in lui ed avrà il suo sviluppo definitivo nel tempo futuro. 


Giovedi III

At 8,26-40. In quei giorni, un angelo del Signore parlò a Filippo e disse: «Àlzati e va' verso il mezzogiorno, sulla strada che scende da Gerusalemme a Gaza; essa è deserta». Egli si alzò e si mise in cammino, quand'ecco un Etíope, eunùco, funzionario di Candàce, regina di Etiòpia, amministratore di tutti i suoi tesori, che era venuto per il culto a Gerusalemme, stava ritornando, seduto sul suo carro, e leggeva il profeta Isaìa. Disse allora lo Spirito a Filippo: «Va' avanti e accòstati a quel carro». Filippo corse innanzi e, udito che leggeva il profeta Isaìa, gli disse: «Capisci quello che stai leggendo?». Egli rispose: «E come potrei capire, se nessuno mi guida?». E invitò Filippo a salire e a sedere accanto a lui. Il passo della Scrittura che stava leggendo era questo: "Come una pecora egli fu condotto al macello e come un agnello senza voce innanzi a chi lo tosa, così egli non apre la sua bocca. Nella sua umiliazione il giudizio gli è stato negato, la sua discendenza chi potrà descriverla? Poiché è stata recisa dalla terra la sua vita". Rivolgendosi a Filippo, l'eunùco disse: «Ti prego, di quale persona il profeta dice questo? Di se stesso o di qualcun altro?». Filippo, prendendo la parola e partendo da quel passo della Scrittura, annunciò a lui Gesù. Proseguendo lungo la strada, giunsero dove c'era dell'acqua e l'eunùco disse: «Ecco, qui c'è dell'acqua; che cosa impedisce che io sia battezzato?». Fece fermare il carro e scesero tutti e due nell'acqua, Filippo e l'eunùco, ed egli lo battezzò. Quando risalirono dall'acqua, lo Spirito del Signore rapì Filippo e l'eunùco non lo vide più; e, pieno di gioia, proseguiva la sua strada. Filippo invece si trovò ad Azoto ed evangelizzava tutte le città che attraversava, finché giunse a Cesarèa. 

Dopo i Samaritani, giudei paganizzanti, troviamo un pagano giudaizzante, segno della diffusione universale della Parola, tanto più che l’Etiopia rappresenta un limite estremo del mondo allora conosciuto. «Verranno i grandi dall’Egitto, l’Etiopia tenderà le mani a Dio» (Sal 68,32). «Iscriverò Raab e Babilonia fra quelli che mi riconoscono; ecco Filistea, Tiro ed Etiopia: là costui è nato» (Sal 87,4). 

Filippo ha tratti in comune con Elia ed Eliseo. [L’eunuco supera le imposizioni culturali che avrebbero impedito di appartenere al popolo di Dio? : «Non dica lo straniero che ha aderito al Signore: “Certo, mi escluderà il Signore dal suo popolo!”. Non dica l’eunuco: “Ecco, io sono un albero secco!”. Poiché così dice il Signore: “Agli eunuchi che osservano i miei sabati, preferiscono quello che a me piace e restano fermi nella mia alleanza, o concederò nella mia casa e dentro le mie mura un monumento e un nome più prezioso che figli e figlie; darò loro un nome eterno che non sarà mai cancellato» (Is 56,3-5). Forse il termine eunuco significa soltanto funzionario]. 

Nel ritorno dal pellegrinaggio, il ministro legge ad alta voce un testo di Isaia, Nell’antichità, meditare era leggere il testo biblico a voce alta (cf Sal 37,30). Filippo si affianca al lettore (come aveva fatto Gesù con i discepoli di Emmaus) e si appoggia sulla Scrittura per illuminare l’evento-Cristo. Tutta la Sacra Scrittura parla di lui e l’ignoranza della Bibbia è ignoranza di Cristo. La catechesi si conclude con il Battesimo (riguardo ai discepoli di Emmaus la catechesi culminava con la frazione del pane /Eucaristia). L’eunuco, appena vede dell’acqua, non chiede altre spiegazioni ma desidera entrare subito nella nuova vita. La fede viva genera una risposta pronta e concreta. Da semplice ascoltatore della Parola, diventa un membro vivo del Corpo di Cristo. Al termine, non ha più bisogno della presenza fisica del ministro perché ha ricevuto lo Spirito che gli insegnerà ogni cosa. 

Gv 6,44-51. In quel tempo, disse Gesù alla folla: «Nessuno può venire a me, se non lo attira il Padre che mi ha mandato; e io lo risusciterò nell'ultimo giorno. Sta scritto nei profeti: "E tutti saranno istruiti da Dio". Chiunque ha ascoltato il Padre e ha imparato da lui, viene a me. Non perché qualcuno abbia visto il Padre; solo colui che viene da Dio ha visto il Padre. In verità, in verità io vi dico: chi crede ha la vita eterna. Io sono il pane della vita. I vostri padri hanno mangiato la manna nel deserto e sono morti; questo è il pane che discende dal cielo, perché chi ne mangia non muoia. Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo».

Osservando la mormorazione incredula dei suoi interlocutori (vv. 41-43), Gesù insegna che la fede prima di tutto è un dono, non scaturisce semplicemente da una scelta dell’uomo. Dio Padre attira l’uomo verso il Figlio. La libertà dell’uomo e la necessità della sua risposta nascono da un’iniziativa divina. «Così, quando ascolti: Nessuno viene a me se non è attratto dal Padre, non pensare di essere attratto per forza. Anche l'amore è una forza che attrae l'anima. Come posso credere di mia volontà se vengo attratto? Rispondo: Non è gran cosa essere attratti da un impulso volontario, quando anche il piacere riesce ad attrarci. Che significa essere attratti dal piacere? Esiste anche un piacere del cuore, per cui esso gusta il pane celeste. Che se il poeta ha potuto dire: "Ciascuno è attratto dal suo piacere" (Virg., Ecl. 2), non dalla necessità ma dal piacere, non dalla costrizione ma dal diletto; a maggior ragione possiamo dire che si sente attratto da Cristo l'uomo che trova il suo diletto nella verità, nella beatitudine, nella giustizia, nella vita eterna, in tutto ciò, insomma, che è Cristo » (Agostino, Su Giovanni 26,4). 

Gli uomini sono istruiti da Dio. È il mantenimento della promessa espressa dal profeta Isaia (54,13) e precisata da Geremia: «Porrò la mia legge dentro di loro, la scriverò sul loro cuore» (31,33). 

Definendosi pane, Gesù attesta di non offrire soltanto un insegnamento ma tutto se stesso. A differenza dei giudei che si sono nutriti di un cibo che sostentava il corpo, i cristiani ricevono una vita che possiede la caratteristica dell’eternità. Nutre con la sua carne: il dono totale di sé lungo il corso della vita terrena fino alla morte in croce diventa nutrimento per l’umanità e continua ad offrire se stesso nell’Eucaristia. 

«Io sono - dice - il pane della vita». I padri vostri mangiarono la manna e sono morti. Perché sono morti? Perché credevano solo a ciò che vedevano; e non comprendevano ciò che non vedevano. Per quanto riguarda la morte visibile e carnale, moriremo anche noi come quelli. Ma per quanto riguarda quella morte che il Signore c'insegna a temere, quella morte ci sarà risparmiata. Mangiò la manna Mosè, la mangiò Aronne, la mangiò Finees e molti altri che erano graditi a Dio, e non sono morti. Perché? Perché ebbero l'intelligenza spirituale di quel cibo visibile: spiritualmente lo desiderarono, spiritualmente lo gustarono, e spiritualmente furono saziati. Anche noi oggi riceviamo un cibo visibile: ma altro è il sacramento, altra è la virtù del sacramento. Quanti si accostano all'altare e muoiono, e, quel che è peggio, muoiono proprio perché ricevono il sacramento! E' di questi che parla l'Apostolo quando dice: Mangiano e bevono la loro condanna (1 Cor 11, 29). Non si può dire che fosse veleno il boccone che Giuda ricevette dal Signore. E tuttavia non appena lo ebbe preso, il nemico entrò in lui; non perché avesse ricevuto una cosa cattiva, ma perché, malvagio com'era, ricevette indegnamente una cosa buona. Procurate dunque, o fratelli, di mangiare il pane celeste spiritualmente, di portare all'altare l'innocenza. I peccati, anche se quotidiani, almeno non siano mortali» (Agostino Su Giovanni, 26,11). 

«I fedeli dimostrano di conoscere il corpo di Cristo, se non trascurano di essere il corpo di Cristo. Diventino corpo di Cristo se vogliono vivere dello Spirito di Cristo. Dello Spirito di Cristo vive soltanto il corpo di Cristo. Il corpo di Cristo non può vivere se non dello Spirito di Cristo. E' quello che dice l'Apostolo, quando ci parla di questo pane: Poiché c'è un solo pane, noi, pur essendo molti, siamo un solo corpo (1 Cor 10, 17). Mistero di amore! Simbolo di unità! Vincolo di carità! Chi vuol vivere, ha dove vivere, ha di che vivere. S'avvicini, creda, entri a far parte del Corpo, e sarà vivificato. Non disdegni d'appartenere alla compagine delle membra, non sia un membro infetto che si debba amputare, non sia un membro deforme di cui si debba arrossire. Sia bello, sia valido, sia sano, rimanga unito al corpo, viva di Dio per Iddio» (Agostino, Su Giovanni 26,13).  


Venerdi III

At 9,1-20 In quei giorni, Sàulo, spirando ancora minacce e stragi contro i discepoli del Signore, si presentò al sommo sacerdote e gli chiese lettere per le sinagoghe di Damàsco, al fine di essere autorizzato a condurre in catene a Gerusalemme tutti quelli che avesse trovato, uomini e donne, appartenenti a questa Via. E avvenne che, mentre era in viaggio e stava per avvicinarsi a Damàsco, all'improvviso lo avvolse una luce dal cielo e, cadendo a terra, udì una voce che gli diceva: «Sàulo, Sàulo, perché mi perséguiti?». Rispose: «Chi sei, o Signore?». Ed egli: «Io sono Gesù, che tu perséguiti! Ma tu àlzati ed entra nella città e ti sarà detto ciò che devi fare».

Gli uomini che facevano il cammino con lui si erano fermati ammutoliti, sentendo la voce, ma non vedendo nessuno. Sàulo allora si alzò da terra, ma, aperti gli occhi, non vedeva nulla. Così, guidandolo per mano, lo condussero a Damàsco. Per tre giorni rimase cieco e non prese né cibo né bevanda. C'era a Damàsco un discepolo di nome Ananìa. Il Signore in una visione gli disse: «Ananìa!». Rispose: «Eccomi, Signore!». E il Signore a lui: «Su, va' nella strada chiamata Diritta e cerca nella casa di Giuda un tale che ha nome Sàulo, di Tarso; ecco, sta pregando, e ha visto in visione un uomo, di nome Ananìa, venire a imporgli le mani perché recuperasse la vista». Rispose Ananìa: «Signore, riguardo a quest'uomo ho udito da molti quanto male ha fatto ai tuoi fedeli a Gerusalemme. Inoltre, qui egli ha l'autorizzazione dei capi dei sacerdoti di arrestare tutti quelli che invocano il tuo nome». Ma il Signore gli disse: «Va', perché egli è lo strumento che ho scelto per me, affinché porti il mio nome dinanzi alle nazioni, ai re e ai figli d'Israele; e io gli mostrerò quanto dovrà soffrire per il mio nome».Allora Ananìa andò, entrò nella casa, gli impose le mani e disse: «Sàulo, fratello, mi ha mandato a te il Signore, quel Gesù che ti è apparso sulla strada che percorrevi, perché tu riacquisti la vista e sia colmato di Spirito Santo». E subito gli caddero dagli occhi come delle squame e recuperò la vista. Si alzò e venne battezzato, poi prese cibo e le forze gli ritornarono. Rimase alcuni giorni insieme ai discepoli che erano a Damàsco, e subito nelle sinagoghe annunciava che Gesù è il Figlio di Dio.

Saulo è un persecutore sicuro di sé ma sarà testimone di un intervento diretto, inatteso e travolgente del Risorto. Nessune evoluzione psicologica prepara la svolta di vita. Saulo viene avvolto da una luce amorevole, come era accaduto ai pastori di Betlemme e percepisce la voce di Gesù risorto. Cade a terra (non da cavallo) e viene a sapere che Cristo si identifica con i suoi discepoli perseguitati. I compagni non partecipano all’evento ma rimangono estranei. La cecità di Saulo è un atto pedagogico che insegna al cieco quale sia la sua situazione di vita e dalla tenebra, dovrà passare alla luce. «Il Signore replicò [a Mosé]: “Chi ha dato una bocca all'uomo o chi lo rende muto o sordo, veggente o cieco? Non sono forse io, il Signore? Ora va'! Io sarò con la tua bocca e ti insegnerò quello che dovrai dire”» (Es 4,11-12). «Così interpreterà in seguito la conversione dei pagani battezzati: «Eravate tenebra, ora siete luce nel Signore» (Ef 5,8). 

Il digiuno lo prepara al Battesimo. Deve essere vuoto di tutte le cinvinzioni che lo avevamo nutrito fino a questo momento di svolta. Anania funge da mediatore tra Paolo e la Chiesa anche se, come era accaduto ad altri profeti, si mostra riluttante (Es 4,13-14). In seguito Paolo incontrerà la diffidenza degli altri discepoli (9,26). Paolo cercherà, in ogni modo, di stare sempre in comunione con tutta Chiesa. Tre anni dopo, infatti, salirà a Gerusalemme affinché la sua missione sia confermata e riconosciuta dagli apostoli (Gal 2,2). 

Intanto veniamo a sapere che Gesù lo ha costituito come suo annunciatore e che Saulo, da apostolo, dovrà soffrire molto. Anania impone le mani perché il nuovo chiamato dal Signore riceva lo Spirito Santo, come Gesù aveva potuto intraprendere la missione solo dopo questa investitura celeste. 

«Rendo grazie a colui che mi ha reso forte, Cristo Gesù Signore nostro, perché mi ha giudicato degno di fiducia mettendo al suo servizio me, che prima ero un bestemmiatore, un persecutore e un violento. Ma mi è stata usata misericordia, perché agivo per ignoranza, lontano dalla fede, e così la grazia del Signore nostro ha sovrabbondato insieme alla fede e alla carità che è in Cristo Gesù. Questa parola è degna di fede e di essere accolta da tutti: Cristo Gesù è venuto nel mondo per salvare i peccatori, il primo dei quali sono io» (1 Tm 1,12-15)

Gv 6,52-59. In quel tempo, i Giudei si misero a discutere aspramente fra loro: «Come può costui darci la sua carne da mangiare?». Gesù disse loro: «In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell'uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell'ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me. Questo è il pane disceso dal cielo; non è come quello che mangiarono i padri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno». Gesù disse queste cose, insegnando nella sinagoga a Cafàrnao.

L’evangelista ha detto finora che la persona di Gesù, ricevuta per mezzo della fede, è il mezzo col quale è data e conservata la vita eterna. 

I giudei, stravolgendo il senso delle parole di Gesù che chiedeva di nutrirsi di Lui assimilando il suo insegnamento e il suo stile di vita, accusano Gesù di suggerire una specie di antropofagia. Aprofittando dell’obiezione, Egli afferma che la sua stessa carne è pane di vita. Il crudo realismo delle espressioni - mangiare la carne e bere il sangue – intende affermare la reale umanità di Cristo. Mangiare qualcosa equivale a farla propria e diventare una cosa sola con essa. Senza escludere la valenza eucaristica del discorso, l’invito di Gesù è denso di significato anche se fosse privo di un’allusione all’Eucaristia. 

La maggioranza degli esegetici ritiene, tuttavia, che Giovanni alludea qui alla mensa eucaristica. L'Eucarestia significa continuazione dell'incarnazione attraverso il tempo. È significativo che l'evangelista abbia riservato il termine carne per descrivere l'incarnazione e per presentare l'Eucaristia. Tuttavia l'insistenza sulla realtà della carne e del sangue non può arrivare fino al punto di attribuire all'Eucaristia un effetto magico. Questi versetti sono una continuazione dei precedenti nei quali è messa in rilievo la necessità della fede in Gesù. L'Eucarestia non è nulla senza la fede. Non è un mangiare qualunque che dia vita, bensì un mangiare con fede, quando ci sia la fede. Ma l'adempimento della sua volontà del Signore non si realizza neppure solo rivolgersi a Gesù con la fede esclusivamente, bensì del servirsi di questo strumento: il sacramento del suo corpo e del suo sangue. Come non era soltanto la fede che faceva entrare nel regno di Dio, ma l'uso di quell'altro sacramento che si realizza attraverso il rito dell'acqua battesimale. 


Sabato III

At 9,31-42 . La Chiesa era dunque in pace per tutta la Giudea, la Galilea e la Samaria: si consolidava e camminava nel timore del Signore e, con il conforto dello Spirito Santo, cresceva di numero. 32E avvenne che Pietro, mentre andava a far visita a tutti, si recò anche dai fedeli che abitavano a Lidda. 33Qui trovò un uomo di nome Enea, che da otto anni giaceva su una barella perché era paralitico. 34Pietro gli disse: «Enea, Gesù Cristo ti guarisce; àlzati e rifatti il letto». E subito si alzò. 35Lo videro tutti gli abitanti di Lidda e del Saron e si convertirono al Signore. A Giaffa c’era una discepola chiamata Tabità – nome che significa Gazzella – la quale abbondava in opere buone e faceva molte elemosine. 37Proprio in quei giorni ella si ammalò e morì. La lavarono e la posero in una stanza al piano superiore. 38E, poiché Lidda era vicina a Giaffa, i discepoli, udito che Pietro si trovava là, gli mandarono due uomini a invitarlo: «Non indugiare, vieni da noi!». 39Pietro allora si alzò e andò con loro. Appena arrivato, lo condussero al piano superiore e gli si fecero incontro tutte le vedove in pianto, che gli mostravano le tuniche e i mantelli che Gazzella confezionava quando era fra loro. Pietro fece uscire tutti e si inginocchiò a pregare; poi, rivolto al corpo, disse: «Tabità, àlzati!». Ed ella aprì gli occhi, vide Pietro e si mise a sedere. 41Egli le diede la mano e la fece alzare, poi chiamò i fedeli e le vedove e la presentò loro viva.La cosa fu risaputa in tutta Giaffa, e molti credettero nel Signore.

La Chiesa (di solito si parla di Chiese) è in pace non soltanto perché, in quel momento, non viene perseguitata ma perché gode della pienezza di vita inaugurata da Cristo Risorto. Quando si consolida e cammina nel timore di Dio, grazie all’assistenza dello Spirito Santo, facilmente cresce di numero. Si realizza la promessa e il comando del Signore: sarete miei testimoni ovunque. La crescita e il progresso dell’evangelizzazione non si ottengono soltanto con le difficoltà e le persecuzioni ma anche con la pace e le facilitazioni concesse alla predicazione. 

Pietro, portavoce del collegio dei Dodici e sempre presente in tutti i momenti di svolta della missione della Chiesa, si reca in visita pastorale presso i cristiani fuori da Gerusalemme. Egli porta con sé il Cristo Risorto che guarisce ed è sempre all’opera. A Lidda guarisce Enea; a Ioppe (Yafo, oggi Tel Aviv) risuscita Tabita, riprendendo anche il ministero degli antichi profeti (1 Re 17,17-23; 2 Re 4,19-37). Questa donna è una cristiana ideale che si distingue per le buone opere. Pietro la risveglia e dandole la mano l’aiuta per poi affidarla alla comunità. Il fatto favorisce l’evangelizzazione: molti (non tutti) credettero in Gesù. 

Gv 6,60-69. Molti dei suoi discepoli, dopo aver ascoltato, dissero: «Questa parola è dura! Chi può ascoltarla?». Gesù, sapendo dentro di sé che i suoi discepoli mormoravano riguardo a questo, disse loro: «Questo vi scandalizza? E se vedeste il Figlio dell'uomo salire là dov'era prima? È lo Spirito che dà la vita, la carne non giova a nulla; le parole che io vi ho detto sono spirito e sono vita. Ma tra voi vi sono alcuni che non credono». Gesù infatti sapeva fin da principio chi erano quelli che non credevano e chi era colui che lo avrebbe tradito. E diceva: «Per questo vi ho detto che nessuno può venire a me, se non gli è concesso dal Padre». Da quel momento molti dei suoi discepoli tornarono indietro e non andavano più con lui. Disse allora Gesù ai Dodici: «Volete andarvene anche voi?». Gli rispose Simon Pietro: «Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna e noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio»

Gesù aveva radunato attorno a sé una larga schiera di discepoli ma molti di loro non riuscivano a condividere il suo messaggio. Egli ribadisce di essere una persona dall’origine celeste e che un giorno tornerà presso il Padre. Questa convinzione dovrebbe indurli ad accettare quelle parole che, per il momento, non riescono a comprendere. L’uomo, essendo carne, deve essere visitato dallo Spirito Santo per poter entrare in sintonia con il messaggio divino. Gli insegnamenti di Gesù sono suggerito a Lui dallo Spirito e, una volta accolti e attuati, comunicano la sua stessa vita. Molti discepoli lo abbandonano. Gesù cerca di rafforzare nella fede i Dodici discepoli particolari che aveva scelto e costituito come tali. Vorranno forse abbandonarlo anche loro? Non è ciò che Gesù vuole o induce a fare. Pietro risponde a nome del gruppo e pronuncia una profonda dichiarazione di fede. Nessun maestro può essere paragonato a Gesù. Le sue parole non sono inerti ma infondono una nuova vita. È ciò che hanno verificato e perciò continueranno a credere che Gesù è un Inviato dal Padre. 


sabato 11 aprile 2026

2 settimana di Pasqua


II domenica di Pasqua

Prima lettura

At 2,42-47 [Quelli che erano stati battezzati] erano perseveranti nell'insegnamento degli apostoli e nella comunione, nello spezzare il pane e nelle preghiere. Un senso di timore era in tutti, e prodigi e segni avvenivano per opera degli apostoli. Tutti i credenti stavano insieme e avevano ogni cosa in comune; vendevano le loro proprietà e sostanze e le dividevano con tutti, secondo il bisogno di ciascuno. Ogni giorno erano perseveranti insieme nel tempio e, spezzando il pane nelle case, prendevano cibo con letizia e semplicità di cuore, lodando Dio e godendo il favore di tutto il popolo. Intanto il Signore ogni giorno aggiungeva alla comunità quelli che erano salvati.

La prima caratteristica è l’istruzione. La Chiesa si fonda sull’insegnamento degli apostoli: «Voi non siete più stranieri né ospiti, ma siete concittadini dei santi e familiari di Dio, edificati sopra il fondamento degli apostoli e dei profeti, avendo come pietra d’angolo lo stesso Cristo Gesù. In lui tutta la costruzione cresce ben ordinata per essere tempio santo nel Signore» (Ef 2,19-22). La comunità riceve il messaggio autentico dalla loro predicazione (e dai loro scritti) e solo dopo rielabora, senza deviare. «Fratelli, state saldi e mantenete le tradizioni che avete appreso sia dalla nostra parola sia dalla nostra lettera» (2 Ts 2,15). Questa istruzione, viene dilatata e approfondita dall’ammaestramento reciproco e non soltanto dagli esperti, perché tutti hanno ricevuto l’unzione. «La parola di Cristo abiti tra voi nella sua ricchezza. Con ogni sapienza istruitevi e ammonitevi a vicenda con salmi, inni e canti ispirati, con gratitudine, cantando a Dio nei vostri cuori» (Col 3,16).

Dall’adesione di fede, nasce la comunione, unione di sentimenti e di risorse concrete, di mitezza e pazienza indomabile, propria di coloro che accettano di portare gli uni. i pesi degli altri. È comunione di perdono e di scambio di beni materiali. La comunione si rafforza nel ripetere il gesto di Gesù della frazione del pane e nella preghiera intensa. 

La vita gioiosa di fede ardente permette a Dio di aggiungere alla comunità altri salvati. Se non ci fossero già dei salvati, non potrebbe aggregare nessun altro. 


2 lettura

1 Pt 1, 3-9 Sia benedetto Dio e Padre del Signore nostro Gesù Cristo, che nella sua grande misericordia ci ha rigenerati, mediante la risurrezione di Gesù Cristo dai morti, per una speranza viva, per un'eredità che non si corrompe, non si macchia e non marcisce. Essa è conservata nei cieli per voi, che dalla potenza di Dio siete custoditi mediante la fede, in vista della salvezza che sta per essere rivelata nell'ultimo tempo.

Perciò siete ricolmi di gioia, anche se ora dovete essere, per un po' di tempo, afflitti da varie prove, affinché la vostra fede, messa alla prova, molto più preziosa dell'oro - destinato a perire e tuttavia purificato con fuoco -, torni a vostra lode, gloria e onore quando Gesù Cristo si manifesterà. Voi lo amate, pur senza averlo visto e ora, senza vederlo, credete in lui. Perciò esultate di gioia indicibile e gloriosa, mentre raggiungete la mèta della vostra fede: la salvezza delle anime.

Dio è il Padre rivelato da Gesù. Si è fatto conoscere a noi operando la nostra rigenerazione, quando «ci ha salvati, non per opere giuste da noi compiute, ma per la sua misericordia, con un’acqua che rigenera e rinnova nello Spirito» (Tt 3,5). Il primo beneficio della rinascita è la speranza, qualificata come viva perché reale, esistente in verità. Qui la speranza non consiste in un atteggiamento virtuoso ma è un possesso. «Dio illumini gli occhi del vostro cuore per farvi comprendere a quale speranza vi ha chiamati, quale tesoro di gloria racchiude la sua eredità» (Ef 1,18). Per Israele, l’eredità era costituita dal paese di Canaan; per i cristiani non è un territorio ma una esistenza nell’eternità. «Se siamo figli, siamo anche eredi: eredi di Dio, coeredi di Cristo» (Rm 8,17). La nostra eredità non è più esposta al rischio di essere perduta ma è custodita da Dio stesso nei cieli, il quale custodisce e protegge gli eletti fino al compimento del suo progetto: «La vostra fede è fondata sulla potenza di Dio» (1 Cor 2,5). «Sono persuaso che Dio il quale ha iniziato in voi quest’opera buona, la porterà a compimento fino al giorno di Cristo Gesù» (Fil 1,6). «Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo» (Mt 25,34).

Sebbene sperimenti le sofferenze derivate dalla fedeltà al Vangelo, la comunità, è ricolma di gioia. Dio non chiede la sofferenza in quanto tale ma l'obbedienza alla sua volontà. Il valore del credente apparirà alla venuta del Signore La prova della lealtà del cristiano è paragonata al passaggio dell'oro attraverso il fuoco del crogiolo. «L’opera di ciascuno sarà ben visibile perché con il fuoco si manifesterà e il fuoco proverà la qualità dell’opera di ciascuno» (1 Cor 3,13). 

Amare Cristo è molto di più di un mero sentimento ma è sovrabbondante e concreta forza di volere, è dono di sé nella viva attesa d’incontrarlo in modo definitivo. «Siamo in esilio lontano dal Signore finché abitiamo nel corpo. Preferiamo andare in esilio dal corpo e abitare presso il Signore» (2 Cor 5,6-8). 

Vangelo

Gv 20,19-32 La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore.
Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati».
Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo».
Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c'era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: «Pace a voi!». Poi disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!». Gli rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!».
Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro. Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome.

La Pasqua (oppure la Domenica) è il primo giorno, non il fine/settimana. La sera la comunità si raccoglieva per l’Eucaristia. L’apparizione del Risorto esprime il significato della Pasqua per la Chiesa: Cristo ora si manifesta dove e quando vuole. Essa era ed è sempre timorosa. Al tempo degli apostoli, si temevano i Giudei, oggi l’andazzo del mondo e l’impeto della secolarizzazione. Gesù, attraversa sempre le porte chiuse, viene dove siamo e come siamo. Sta in mezzo a noi come aveva promesso: dove ci sono due o tre radunati nel mio Nome, Io sono in mezzo a loro (Cf Mt 18,20). Il Signore che passa, fa passare i discepoli dallo sgomento alla gioia. Invece di ricriminare nei nostri confronti, uomini di poca fede, ci comunica il dono massimo, che è la pace. Pace significa l’insieme di tutti i doni. 

I segni della sua identità, sono le ferite della sua passione. Un Cristo che non dona tutto se stesso per noi, è un falso Cristo. 

I discepoli non solo credono ma gioiscono del Signore. Questa gioia sarà ancora maggiore, indicibile e gloriosa, quando sapranno soffrire per il Signore. 

Il primo dono è la missione; il secondo è la remissione dei peccati e il terzo dono è lo Spirito, ma è il più rilevante. Senza lo Spirito non potrebbero credere in Cristo, amarlo, assimilarlo e testimoniarlo. Grazie a questa presenza, ormai si sta espandendo una nuova creazione di uomini liberi dal peccato. 

Otto giorni dopo: Cristo porta a compimento il suo impegno verso la comunità in ogni scadenza settimanale. La domenica è il primo giorno, il giorno della prima creazione (la luce), il giorno della risurrezione e L'OTTAVO giorno, anticipo della vita eterna, oltre le scadenze settimanali.

Tommaso non crede all’attestazione dei testimoni oculari. Gesù non lo rimprovera ma lo rende credente. 

Tommaso proclama l’essenza della fede: Mio Signore e mio Dio! Noi non crediamo nella risurrezione ma nel Risorto. Il centro del Vangelo è Gesù. Il credente che si affida alla testimonianza dei testimoni oculari, possiede la beatitudine: «Voi lo amate, pur senza averlo visto e ora, senza vederlo, credete in lui. Perciò esultate di gioia indicibile e gloriosa, mentre raggiungete la metà della nostra fede» (1 Pt 1,8-9). 


Lunedi II

At 4. "In quei giorni, rimessi in libertà, Pietro e Giovanni andarono dai loro fratelli e riferirono quanto avevano detto loro i capi dei sacerdoti e gli anziani. Quando udirono questo, tutti insieme innalzarono la loro voce a Dio dicendo: «Signore, tu che hai creato il cielo, la terra, il mare e tutte le cose che in essi si trovano, tu che, per mezzo dello Spirito Santo, dicesti per bocca del nostro padre, il tuo servo Davide: "Perché le nazioni si agitarono e i popoli tramarono cose vane? Si sollevarono i re della terra e i prìncipi si allearono insieme contro il Signore e contro il suo Cristo"; davvero in questa città Erode e Ponzio Pilato, con le nazioni e i popoli d'Israele, si sono alleati contro il tuo santo servo Gesù, che tu hai consacrato, per compiere ciò che la tua mano e la tua volontà avevano deciso che avvenisse. E ora, Signore, volgi lo sguardo alle loro minacce e concedi ai tuoi servi di proclamare con tutta franchezza la tua parola, stendendo la tua mano affinché si compiano guarigioni, segni e prodigi nel nome del tuo santo servo Gesù».Quand'ebbero terminato la preghiera, il luogo in cui erano radunati tremò e tutti furono colmati di Spirito Santo e proclamavano la parola di Dio con franchezza."

Il Sinedrio ha proibito in modo netto la predicazione degli Apostoli. Tutta la comunità viene radunata perché sia consapevole di ciò che accade ed interessa a tutti. Non ci sono privilegiati messi al corrente e altri che ignorano ogni cosa. La risposta unanime è la preghiera. Dio solo può concedere alla comunità di continuare ad essere se stessa e rimanere fedele alla sua missione, ad imitazione di Gesù. La preghiera si fonda sulla Parola (qui sul Salmo secondo). La Chiesa prega servendosi delle parole che Dio stesso ha suggerito di dire, come un bambino impara a parlare la lingua nazionale ascoltando i genitori. Dopo aver citato il testo del salmo, lo applicano alla situazione particolare che stanno vivendo. Chiedono, in primo luogo, di rimanere fermi nella testimonianza, non di uscire dalla difficoltà ottenendo magari una punizione degli avversari. Implorano che Dio continui ad operare prodigi (che rivelino non la loro abilità taumaturgica ma la continua presenza del Risorto). La risposta di Dio consiste nell’invio dello Spirito, il dono massimo che la Chiesa può ricevere ed Egli la abilita subito nel suo compito. 

Gv 3,1-8. Vi era tra i farisei un uomo di nome Nicodèmo, uno dei capi dei Giudei. Costui andò da Gesù, di notte, e gli disse: «Rabbì, sappiamo che sei venuto da Dio come maestro; nessuno infatti può compiere questi segni che tu compi, se Dio non è con lui». Gli rispose Gesù: «In verità, in verità io ti dico, se uno non nasce dall'alto, non può vedere il regno di Dio».Gli disse Nicodèmo: «Come può nascere un uomo quando è vecchio? Può forse entrare una seconda volta nel grembo di sua madre e rinascere?». Rispose Gesù: «In verità, in verità io ti dico, se uno non nasce da acqua e Spirito, non può entrare nel regno di Dio. Quello che è nato dalla carne è carne, e quello che è nato dallo Spirito è spirito. Non meravigliarti se ti ho detto: dovete nascere dall'alto. Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai da dove viene né dove va: così è chiunque è nato dallo Spirito»."

Riprende la lettura sistematica del Vangelo di Giovanni (ad esclusione dei passi già proclamati). Gesù viene consultato da Nicodemo, una personalità del giudaismo che era stato attratto da Gesù nella sua predicazione a Gerusalemme. (Questi più tardi difenderà Gesù nel Sinedrio cf Gv 7,50 ed onererà il suo corpo deposto dalla croce cf Gv 19,39). Tutti i giudei onesti avrebbero dovuto ragionare come lui.

Nell’antichità era comune l’idea che l’uomo, quando accetta una nuova religione o filosofia, rinasca. Gesù, tuttavia, insegna che c’è una rinascita dall’alto, cioè operata da Dio. La salvezza non è un oggetto di discussione tra dotti ma deriva da un’opera di Dio. Solo quest’ultima crea una nuova nascita. 

La Persona che era nell’alto ed è venuta sulla terra, soltanto quella può rigenerare. Tutte le possibilità umane sono inadeguate al fine dell’appartenenza al Regno. È necessario lo Spirito che si comunica tramite la fede e il Battesimo. Lo Spirito crea un nuovo ordine d’esistenza, superiore ad ogni possibilità umana (la carne). Questa nuova nascita è imprevedibile e inafferrabile come il vento. Non vediamo Dio in se stesso ma ne verifichiamo il passaggio. Proprio lo Spirito ha fatto rinascere la comunità che si era trovata umiliata ed incerta a causa della proibizione del Sinedrio.

Martedi II

At 4, 32-37 La moltitudine di coloro che erano diventati credenti aveva un cuore solo e un'anima sola e nessuno considerava sua proprietà quello che gli apparteneva, ma fra loro tutto era comune. Con grande forza gli apostoli davano testimonianza della risurrezione del Signore Gesù e tutti godevano di grande favore. Nessuno infatti tra loro era bisognoso, perché quanti possedevano campi o case li vendevano, portavano il ricavato di ciò che era stato venduto e lo deponevano ai piedi degli apostoli; poi veniva distribuito a ciascuno secondo il suo bisogno. Così Giuseppe, soprannominato dagli apostoli Bàrnaba, che significa “figlio dell’esortazione”, un levìta originario di Cipro, padrone di un campo, lo vendette e ne consegnò il ricavato deponendolo ai piedi degli apostoli.

La Pasqua di Gesù, affermata dagli apostoli con grande coraggio, crea comunione. Dove giunge il Vangelo nasce una comunione di vita e questa non si riduce ad un ideale astratto ma è densa di concretezza, dal momento che crea una comunione di beni. “Tutto era comune”: ciò era anche l’ideale della grecità (Platone, Aristorele) e dell’ebraismo : «Non vi sarà alcun bisognoso in mezzo a voi» (Dt 15,4). La comunione dei beni come veniva realizzata? Giuseppe Barnaba vendette il suo campo ma questo fu un caso particolare. Normalmente non accadeva questo ma la solidarietà era inculcata e vissuta. La Nuova creazione introdotta dal Vangelo esige l’attenzione verso i bisognosi. «Non dimenticatevi della beneficenza e della comunione dei beni, perché di tali sacrifici il Signore si compiace» (Eb 13,16). «Se uno ha ricchezze di questo mondo e, vedendo il suo fratello in necessità, gli chiude il proprio cuore, come rimane in lui l’amore di Dio? Figlioli, non amiamo a parole né con la lingua, ma con i fatti e nella verità» (1 Gv 3,17-18). «Non si tratta di mettere in difficoltà voi per sollevare gli altri, ma che vi sia uguaglianza. Per il momento la vostra abbondanza supplisca alla loro indigenza, perché anche la loro abbondanza supplisca alla vostra indigenza, e vi sia uguaglianza, come sta scritto: Colui che raccolse molto non abbondò e colui che raccolse poco non ebbe di meno» (2 Cor 8,13-15)

Gv 3,7-15 In quel tempo, Gesù disse a Nicodèmo: «Non meravigliarti se ti ho detto: dovete nascere dall'alto. Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai da dove viene né dove va: così è chiunque è nato dallo Spirito».Gli replicò Nicodèmo: «Come può accadere questo?». Gli rispose Gesù: «Tu sei maestro di Israele e non conosci queste cose? In verità, in verità io ti dico: noi parliamo di ciò che sappiamo e testimoniamo ciò che abbiamo veduto; ma voi non accogliete la nostra testimonianza. Se vi ho parlato di cose della terra e non credete, come crederete se vi parlerò di cose del cielo? Nessuno è mai salito al cielo, se non colui che è disceso dal cielo, il Figlio dell'uomo. E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell'uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna».

Riprende il discorso di Gesù a Nicodemo. Questo saggio Israelita non aveva dato abbastanza peso all’annuncio profetico di una rigenerazione del popolo per mezzo dell’infusione dello Spirito (Ez 36,25-27). Il Signore è paragonabile ad un vento poiché non si rende mai visibile ma si notano gli effetti del suo passaggio che sono talora clamorosi. I segno primario dello Spirito è l’uomo che si converte a Dio perché è nato da lui. 

Gesù ha esperienza delle cose del cielo perché contempla ciò che vede fare dal Padre e lo imita. Quale Figlio dell’uomo, unisce cielo e terra. Egli realizzerà in pienezza questo compito quando accetterà di essere innalzato in croce. Da allora, sempre, in ogni epoca e per oggni uomo, chi crede in Lui, riceve la vita eterna. 

Mercoledi II

At 5,17-26. In quei giorni, si levò il sommo sacerdote con tutti quelli della sua parte, cioè la setta dei sadducèi, pieni di gelosia, e, presi gli apostoli, li gettarono nella prigione pubblica. Ma, durante la notte, un angelo del Signore aprì le porte del carcere, li condusse fuori e disse: «Andate e proclamate al popolo, nel tempio, tutte queste parole di vita». Udito questo, entrarono nel tempio sul far del giorno e si misero a insegnare. Quando arrivò il sommo sacerdote con quelli della sua parte, convocarono il sinedrio, cioè tutto il senato dei figli d'Israele; mandarono quindi a prelevare gli apostoli nella prigione. Ma gli inservienti, giunti sul posto, non li trovarono nel carcere e tornarono a riferire: «Abbiamo trovato la prigione scrupolosamente sbarrata e le guardie che stavano davanti alle porte, ma, quando abbiamo aperto, non vi abbiamo trovato nessuno».Udite queste parole, il comandante delle guardie del tempio e i capi dei sacerdoti si domandavano perplessi a loro riguardo che cosa fosse successo. In quel momento arrivò un tale a riferire loro: «Ecco, gli uomini che avete messo in carcere si trovano nel tempio a insegnare al popolo». Allora il comandante uscì con gli inservienti e li condusse via, ma senza violenza, per timore di essere lapidati dal popolo."

Il Sinedrio, visto il successo conseguito dagli apostoli, si colma di gelosia. Lo zelo per Dio può essere positivo o negativo. I due campi che qui si affrontano, ritengono entrambi di difendere il volere di Dio. Gli apostoli vengono confermati dalla visita angelica. Il Signore non chiede loro di fuggire ma di continuare a proclamare con coraggio le parole di vita. Già il profeta Daniele aveva resistito al potere politico. Dio vince la resistenza dei poteri che maltrattano la fede e si oppongono ad essa. Trovando il carcere sbarrato ma vuoto, le guardie e, poi, i membri del Sinedio, in attesa dei prigionieri, rimangono sbalorditi. Si sentono beffati quando vengono a sapere che i prigionieri liberati stanno facendo proprio quello che era stato loro proibito di fare. Risalta perciò, l’impotenza delle autorità incapaci di mantenere il controllo della situazione. Gesù, a sua volta, era stato protetto dalla simpatia del popolo (Lc 20,19; 22,2). 

Gv 3, 6-18. In quel tempo, Gesù disse a Nicodèmo: «Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell'unigenito Figlio di Dio. E il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce, perché le loro opere erano malvagie. Chiunque infatti fa il male, odia la luce, e non viene alla luce perché le sue opere non vengano riprovate. Invece chi fa la verità viene verso la luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio».

La venuta di Cristo nel mondo è il segno massimo dell’amore di Dio per gli uomini perché dona a loro il Figlio stesso (come Abramo aveva donato Isacco). Egli è stato mandato per portare la salvezza definitiva (o escatologica). La vita è un bene messianico e riassume la somma dei beni attesi dall’inviato di Dio e costituenti il successo della vita di ogni uomo. 

Con il termine escatologia, la tradizione biblica intende l'ultimo intervento di Dio nella storia umana. Quest'ultima venuta è caratterizzata specialmente dal giudizio finale e dalla Risurrezione dei morti. Essa conferisce alla venuta di Dio una portata cosmica: pone fine sia la storia, sia al mondo così come esiste; dà inizio a un mondo nuovo. Il quarto Vangelo conosce questa attesa (5,28-29; 11,23-24; 14,2-3). Senza escluderla o condannarla, esso compie uno spostamento significativo: il giudizio, la resurrezione dei morti, il dono della vita eterna non sono più eventi che si verificano in un lontano avvenire, ma qui e ora nell'incontro con Cristo. Mentre l'escatologia tradizionale ricorda che il credente vive nella storia e nella finitudine, l'escatologia cristologica sottolinea che la vita in pienezza, così come viene offerta da Dio a chi crede, comincia qui e ora. Questa concezione della salvezza che si gioca nel presente opera una piena rivalutazione delle opere. A seconda se sono compiute lontano da Dio o per sua iniziativa, le opere fanno della vita umana, qui e ora, un luogo di tenebre o di luce. 

L’evangelista aggiunge una spiegazione riguardo l’opposizione della tenebra alla luce di Cristo: gli uomini non vogliono che le loro opere malvagie siano svelate. Se molti rifiutano, molti accettano la luce. Quest’ultimi operano la verità, cioè accolgono e attuano l’insegnamento di Gesù e non sentono la necessità di nascondersi perché le loro azioni sono fatte in Dio, in comunione profonda con Lui. 

Giovedi II

At 5,27-33. In quei giorni, [il comandante e gli inservienti] condussero gli apostoli e li presentarono nel sinedrio; il sommo sacerdote li interrogò dicendo: «Non vi avevamo espressamente proibito di insegnare in questo nome? Ed ecco, avete riempito Gerusalemme del vostro insegnamento e volete far ricadere su di noi il sangue di quest'uomo». Rispose allora Pietro insieme agli apostoli: «Bisogna obbedire a Dio invece che agli uomini. Il Dio dei nostri padri ha risuscitato Gesù, che voi avete ucciso appendendolo a una croce. Dio lo ha innalzato alla sua destra come capo e salvatore, per dare a Israele conversione e perdono dei peccati. E di questi fatti siamo testimoni noi e lo Spirito Santo, che Dio ha dato a quelli che gli obbediscono». All'udire queste cose essi si infuriarono e volevano metterli a morte.

Il Sinedrio accusa gli apostoli di aver disobbedito agli ordini dell’autorità religiosa e di averlo diffamato attribuendo ad esso la responsabilità della morte di Gesù. Pietro ricorda che l’obbedienza a Dio prevale sull’obbedienza agli uomini. All’apostolo, però, interessa ribadire l’annuncio che erano chiamati di dare: il crocifisso è stato rivalutato da Dio stesso ed è stato costituito da lui come capo e salvatore. Dio non vuole vendicarsi ma concedere a tutti la possibilità della concersione in vista del perdono dei peccati, 

Gv 3,31-36. Chi viene dall'alto è al di sopra di tutti; ma chi viene dalla terra, appartiene alla terra e parla secondo la terra. Chi viene dal cielo è al di sopra di tutti. Egli attesta ciò che ha visto e udito, eppure nessuno accetta la sua testimonianza. Chi ne accetta la testimonianza, conferma che Dio è veritiero. Colui infatti che Dio ha mandato dice le parole di Dio: senza misura egli dà lo Spirito. Il Padre ama il Figlio e gli ha dato in mano ogni cosa. Chi crede nel Figlio ha la vita eterna; chi non obbedisce al Figlio non vedrà la vita, ma l'ira di Dio rimane su di lui.

L'evangelista utilizza categorie « spaziali » — dall'alto, dal basso, dal cielo, dalla terra — per presentarci il Rivelatore e la sua importanza per la vita dell'uomo.

L'inviato di Dio viene dall'alto, dal mondo del divino. Si impone quindi la conclusione che questo inviato di Dio è superiore a tutti. Rispetto al mondo e, in concreto, all'uomo, questo inviato di Dio è uguale a Dio. L'essere divino dell'inviato è messo nella contrapposizione a «quello che viene dalla terra». L'insistenza nello scoprire l'origine e la natura del rivelatore ha un'intenzione esistenziale assai chiara. Nessuna parola che proceda dalla terra, per quanto possa essere autorevole, può essere paragonata alle parole di Gesù. Nessuno può entrare in concorrenza col rivelatore che viene dall'alto ed è superiore a tutti.

Solo chi viene dall'alto offre tutte le garanzie di essere un testimone vero. Avrebbe dovuto essere accettato subito dall'uomo mediante la fede (che, in ultima analisi, decide della vita e della morte). Questa parola interpellante che procede dall'alto, tuttavia, non è accolta (Cf Gv 1,11), perché il mondo ama quello che è suo (Gv 15,19) e le parole del rivelatore gli sono estranee (Gv 8,43). 

Vi sono eccezioni a questa regola, e sono quelli che ricevono la sua testimonianza (Cf Gv 1,12). Accettare la testimonianza del Rivelatore vuol dire, allo stesso tempo, riconoscere la veracità di Dio. Perché? Per l'identità fra il rivelatore e quello che egli rivela. Nelle parole del rivelatore divino parla Dio stesso. Nelle parole di Gesù, si riflettono l'azione e il pensiero divini. Inoltre le parole hanno valore in quanto procedono dalla Parola. Gesù non può essere separato dalle sue parole perché Egli è « il Verbo che si fece carne ». 

Il Padre comunica al Figlio lo Spirito senza misura, senza restrizioni e senza limiti, nella sua pienezza. Questo significa e garantisce che la rivelazione portata da Gesù è completa, sufficiente, e non ha, quindi, bisogno di essere completata. Ci troviamo di fronte all'unica Parola che Dio doveva e deve dire all'uomo.

Il Padre ama il Figlio e ha posto nelle sue mani tutte le cose. Dio si è reso presente e operante nel suo Figlio. II Padre è presente in Gesù e Gesù rappresenta il Padre. Il Figlio ha la stessa autorità del Padre. Di qui si deduco una conclusione importante: la decisione fra accettarlo a non accettarlo, fra fede e incredulità, ha conseguenze decisive. Chi accetta il Figlio, ha la vita; chi lo rigetta, è sotto l'ira di Dio. Le affermazioni di Gesù sono anche un serio avvertimento. 


Venerdi II

In quei giorni, si alzò nel sinedrio un fariseo, di nome Gamalièle, dottore della Legge, stimato da tutto il popolo. Diede ordine di far uscire [gli apostoli] per un momento e disse: «Uomini di Israele, badate bene a ciò che state per fare a questi uomini. Tempo fa sorse Tèuda, infatti, che pretendeva di essere qualcuno, e a lui si aggregarono circa quattrocento uomini. Ma fu ucciso, e quelli che si erano lasciati persuadére da lui furono dissolti e finirono nel nulla. Dopo di lui sorse Giuda il Galileo, al tempo del censimento, e indusse gente a seguirlo, ma anche lui finì male, e quelli che si erano lasciati persuadére da lui si dispersero. Ora perciò io vi dico: non occupatevi di questi uomini e lasciateli andare. Se infatti questo piano o quest'opera fosse di origine umana, verrebbe distrutta; ma, se viene da Dio, non riuscirete a distruggerli. Non vi accada di trovarvi addirittura a combattere contro Dio!». Seguirono il suo parere e, richiamati gli apostoli, li fecero flagellare e ordinarono loro di non parlare nel nome di Gesù. Quindi li rimisero in libertà. Essi allora se ne andarono via dal sinedrio, lieti di essere stati giudicati degni di subire oltraggi per il nome di Gesù. E ogni giorno, nel tempio e nelle case, non cessavano di insegnare e di annunciare che Gesù è il Cristo. 

Gamaliele cerca di scoprire la volontà di Dio esaminando i fatti a lui contemporanei: i falsi messia vengono travolti abbastanza in breve. Chi agisce, invece, in nome di Dio consegue il risultato sperato. Il Sinedrio deve evitare di combattere contro Dio. È Lui a guidare la storia: ciò che viene da Lui non può essere bloccato. Il discernimento è essenziale: non tutto va combattuto subito. Gli apostoli mostrano una fede autentica perché perseverante; non si spegne davanti alle difficoltà ma affronta le autorità e le flagellazioni. La sofferenza può avere un senso quando è vissuta per una causa giusta e per la persona del Signore Gesù. Gli apostoli, pur flagellati, sono colmi di gioia. «Voi lo amate e ora, senza vederlo, credete in lui. Perciò esultate di gioia indicibile e gloriosa, mentre raggiungete la meta della nostra fede» (1 Pt 1,8-9). La gioia è un carattere tipico della fede: «I discepoli erano pieni di gioia e di Spirito Santo» (At 13,52). «Frutto dello Spirito è amore, gioia, pace, mgnanimità» (Gal 5,22). 

Gv 6,1-15. In quel tempo, Gesù passò all'altra riva del mare di Galilea, cioè di Tiberìade, e lo seguiva una grande folla, perché vedeva i segni che compiva sugli infermi. Gesù salì sul monte e là si pose a sedere con i suoi discepoli. Era vicina la Pasqua, la festa dei Giudei. Allora Gesù, alzàti gli occhi, vide che una grande folla veniva da lui e disse a Filippo: «Dove potremo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?». Diceva così per metterlo alla prova; egli infatti sapeva quello che stava per compiere. Gli rispose Filippo: «Duecento denari di pane non sono sufficienti neppure perché ognuno possa riceverne un pezzo».Gli disse allora uno dei discepoli, Andrea, fratello di Simon Pietro: «C'è qui un ragazzo che ha cinque pani d'orzo e due pesci; ma che cos'è questo per tanta gente?». Rispose Gesù: «Fateli sedere». C'era molta erba in quel luogo. Si misero dunque a sedere ed erano circa cinquemila uomini. Allora Gesù prese i pani e, dopo aver reso grazie, li diede a quelli che erano seduti, e lo stesso fece dei pesci, quanto ne volevano. E quando furono saziati, disse ai suoi discepoli: «Raccogliete i pezzi avanzati, perché nulla vada perduto». Li raccolsero e riempirono dodici canestri con i pezzi dei cinque pani d'orzo, avanzati a coloro che avevano mangiato. Allora la gente, visto il segno che egli aveva compiuto, diceva: «Questi è davvero il profeta, colui che viene nel mondo!». Ma Gesù, sapendo che venivano a prenderlo per farlo re, si ritirò di nuovo sul monte, lui da solo.

Gesù si reca in territorio pagano, accompagnato dalla folla interessata alle guarigioni. L’indicazione sulla prossimità della Pasqua, non è menzionata solo come indicazione cronologica, ma come un'allusione alla Pasqua della quale Gesù sarebbe stato l'Agnello pasquale. Sale sul monte e siede come maestro e apre un dialogo pedgogico con i discepoli. Costoro devono riconoscere la loro impotenza a mantenere l’esistenza umana. Al contrario, Egli fornisce un pasto in abbondanza, mostrando che non è l’essere umano a poter garantirsi la vita ma la benevolenza divina. Il dono non è separabile dal Donatore: è lui che dona il pane di vita. A differenza dei sinottici, chi prende l'iniziativa è Gesù: la distribuzione del pane fu fatta da lui. Il suo modo di agire, poi, ricorda l'ultima cena e l’Eucaristia. L'ordine di raccogliere gli avanzi, perché nulla vada perduto, è interpretato simbolicamente: «che non si perda nessuno di quanti mi hai dato» (11,52).

La folla segue Gesù per il « segno » che ha visto: i «segni» compiuti da Gesù devono portare a lui. Respinta l’interpretazione trionfalista (rifiuto della regalità terrena), rimane solo quella profetica. Gesù è un profeta pari a Mosé (Dt 18,15), ed è interessato alla sua Autorivelazione: nella sua Pasqua, è il nuovo Liberatore del popolo. 


Sabato II

At 6,1-7. In quei giorni, aumentando il numero dei discepoli, quelli di lingua greca mormorarono contro quelli di lingua ebraica perché, nell'assistenza quotidiana, venivano trascurate le loro vedove. Allora i Dodici convocarono il gruppo dei discepoli e dissero: «Non è giusto che noi lasciamo da parte la parola di Dio per servire alle mense. Dunque, fratelli, cercate fra voi sette uomini di buona reputazione, pieni di Spirito e di sapienza, ai quali affideremo questo incarico. Noi, invece, ci dedicheremo alla preghiera e al servizio della Parola».Piacque questa proposta a tutto il gruppo e scelsero Stefano, uomo pieno di fede e di Spirito Santo, Filippo, Pròcoro, Nicànore, Timone, Parmenàs e Nicola, un prosèlito di Antiòchia. Li presentarono agli apostoli e, dopo aver pregato, imposero loro le mani. E la parola di Dio si diffondeva e il numero dei discepoli a Gerusalemme si moltiplicava grandemente; anche una grande moltitudine di sacerdoti aderiva alla fede

Racconta un momento concreto e spirituale nella vita della prima comunità. Non è solo un episodio organizzativo ma rivela come la Chiesa affronti i conflitti nella carità, distribuisca i compiti e custodisca l’elemento centrale della propria missione. La comunità cresce, ma insieme emergono difficoltà. I cristiani di lingua greca, provenienti dall’ebraismo (ellenisti), si lamentano perché le loro vedove vengono trascurate nella distribuzione quotidiana. La Chiesa nascente non è perfetta, ma viva. Le tensioni non vengono negate, bensì affrontate. Gli apostoli riconoscono che non possono occuparsi di tutto. Non svalutano il servizio concreto, ma chiariscono le priorità. La loro missione principale sta nell’annuncio della Parola e nella preghiera. Non tutto, può essere fatto da tutti, perciò la comunità sceglie sette uomini “di buona reputazione, pieni di Spirito e di sapienza”. Il servizio concreto è ministero spirituale, non solo organizzativo. Il brano si conclude con una crescita: la Parola di Dio si diffonde, aumenta il numero dei discepoli. Quando i conflitti sono gestiti in modo sapiente, diventano occasione di crescita. Il testo mostra tre pilastri della vita cristiana: comunione, in quanto si ascoltano i bisogni di tutti; ministerialità: ci sono ruoli diversi ma complementari. Missione: tutto è orientato all’annuncio del Vangelo. Anche oggi nelle comunità ci sono tensioni che non vanno ignorate. È necessario collaborare e il servizio ai più fragili è parte essenziale della fede. Una comunità cresce quando unisce preghiera, giustizia concreta e organizzazione sapiente. 

Gv 6,16-21. Venuta la sera, i discepoli di Gesù scesero al mare, salirono in barca e si avviarono verso l’altra riva del mare in direzione di Cafàrnao. Era ormai buio e Gesù non li aveva ancora raggiunti; il mare era agitato, perché soffiava un forte vento. Dopo aver remato per circa tre o quattro miglia, videro Gesù che camminava sul mare e si avvicinava alla barca, ed ebbero paura. Ma egli disse loro: «Sono io, non abbiate paura!». Allora vollero prenderlo sulla barca, e subito la barca toccò la riva alla quale erano diretti.

L'evangelista presenta la scena come una “epifania di Gesù”. Il centro del racconto sta nella presentazione che Gesù fa di sé: «Sono Io». Giovanni ha fatto di questa espressione il motivo dominante del suo Vangelo. L’autorivelazione del Figlio mediante il ricorso alla formula «Sono Io» fa ricordare lo «Io sono colui che sono» dell'Esodo. Non si deve vedere in lui taumaturgo o un miracolista popolare: quello che Gesù è, può essere espresso solo ricorrendo alla formula «Sono Io». 

La tradizione giudaica stabilisce una relazione fra la Pasqua, il passaggio del mare e il dono della manna. L'evangelista sembra stabilire la stessa relazione: camminare sulle acque equivale a passare il mare. Dopo di essa, sarà logico attendersi la manna (o il Pane della vita). 


sabato 4 aprile 2026

I settimana di Pasqua

 Che cosa signica Risurrezione?

Gesù non soltanto riprende a vivere, ma viene collocato alla destra del Padre. Comincia regnare con il Padre su tutti gli uomini e su tutta la storia umana. Riprende e porta a compimento la missione d'introdurre nel mondo il Regno di Dio, la missione che aveva cominciato quando era tra gli uomini. Ora, finalmente, la sua missione riprende e avrà il suo compimento.

La Risurrezione è una cosa sola con l’umiliazione: Gesù Risorto mostra le ferite della sua passione. Questo significa che la passione di morte, senza il compimento della nuova vita, è uno spreco d’amore, un clamoroso fallimento. La risurrezione, senza la croce, è un vuoto trionfo perché Dio onora chi ha dato tutto se stesso per amore. 

La risurrezione non è un ritorno alla vita precedente (come lasciano intendere le raffigurazioni di Cristo Risorto, dipinte o scolpite) ma inizio di una vita gloriosa che ha come caratteristica principale di essere eterna. Gesù si riveste di un corpo glorioso, un corpo di cui non abbiamo e non possiamo avere alcuna idea. San Paolo lo descrive così: «è seminato nella miseria, risorge nella gloria; è seminato nella debolezza, risorge nella potenza; è seminato corpo animale, risorge corpo spirituale» (1 Cor 15,43-44). 

Cristo ritorna presso il Padre dal quale era stato mandato sulla terra. Non ritorna, però, così com’era partito ma rivesito d’un corpo umano glorioso e portando con sé la moltitudine degli uomini salvati. L’umanità è innalzata accanto a Dio nella gloria. 

Per noi, la salvezza consiste nel saper vivere l’amore stesso di Cristo ma anche nell’essere una cosa sola con lui, il Risorto. Un giorno risorgeremo con il Signore e saremo come Lui. «Trasfigurerà il nostro misero corpo per conformarlo al suo corpo glorioso, in virtù del potere che egli ha di sottomettere a sé tutte le cose» (Fil 3,21).

Intanto riceviamo lo Spirito Santo che infonde in noi una vita nuova, libera dal peccato e dall’egoiso, una vita che è inizio e caparra di quella eterna.

Il tempo di Pasqua dura sette settimane, numero di pienezza, 49 giorni più il 50' giorno di Pentecoste. L'Ottava ha lo stesso valore della Domenica di Risurrezione. 

 

Domenica di Risurrezione 

 Atti 10. Pietro rievoca la vita di Gesù: guidato dallo Spirito, agì come Messia beneficando e risanando tutti quelli che stavano sotto il potere del diavolo. Contrastato dai capi per il suo insegnamento,  venne infine appeso alla croce ma Dio lo risuscitò. Ora siamo in attesa che Egli ritorni come giudice per dare compimento alla nuova creazione, preparata nella sua esistenza e iniziata con la sua Risurrezione. Pietro (e gli altri discepoli) sono testimoni di questi eventi. «La pietra scartata dai costruttori, è divenuta la pietra d’angolo», il perno di una nuova costruzione. 

Col 3. Cercare le cose di lassù e non quelle della terra, non significa pretendere di essere già persone  appartenenti totalmente al mondo celeste, né significa abbandonare il mondo a se stesso. Le cose del cielo (di lassù) le abbiamo viste nella persona di Gesù. Sono i suoi insegnamenti, sono le Beatitudini che ha già proclamato quand’era sulla terra e che ora continua ad infondere nel cuore dei fedeli. Le cose di lassù sono la vita eterna che è la carità stessa. «… come Cristo fu risuscitato dai morti per mezzo della gloria del Padre, così anche noi possiamo camminare in una vita nuova» (Rm 6,4).

Noi infatti siamo già morti al male, al peccato e perfino a questa vita mortale; viviamo con Cristo in Dio. Dio è come un nuovo spazio, una casa nella quale abitiamo insieme a Gesù. Il futuro atteso è già cominciato ma dobbiamo ancora attendere il suo compimento definitivo, quando appariremo con Lui nella gloria. «L’ardente aspettativa della creazione, è protesa verso la rivelazione dei figli di Dio» (Rm 8,19). Dio «nella sua grande misericordia ci ha rigenerati, mediante la risurrezione di Gesù Cristo dai morti, per una speranza viva, per un'eredità che non si corrompe, non si macchia e non marcisce. Essa è conservata nei cieli per voi, che dalla potenza di Dio siete custoditi mediante la fede, in vista della salvezza che sta per essere rivelata nell'ultimo tempo» ( 1 Pt 1,3-5). 

1 Cor 5. Paolo richiama la Pasqua ebraica, quando il popolo si nutriva di pane senza lievito: «Nel primo mese, dal giorno quattordici del mese, alla sera, voi mangerete azzimi fino al giorno ventuno del mese, alla sera. Per sette giorni non si trovi lievito nelle vostre case...» (Es 12,18-19). Il lievito è simbolo dell’inclinazione malvagia del cuore: «Guardatevi dal lievito dei farisei!» (Mt 16,6). Purtroppo “un po’ di lievito fa fermentare tutta la pasta” perciò bisogna eliminare il “lievito vecchio” (malizia e corruzione) per essere “pasta nuova”. 

Il lievito è simbolo del male che si diffonde;  rappresenta qualcosa che si espande silenziosamente. Il peccato tollerato nella comunità, anche se sembra qualcosa di piccolo, gradualmente può contaminare tutto. Non si può convivere tranquillamente con il male pensando che resti “limitato”. “Eliminate il lievito vecchio”: l’invito è radicale; non basta correggere superficialmente, ma serve una purificazione interiore e comunitaria. La fede non è solo teoria, ma trasformazione concreta. 

Paolo, collega poi questa precauzione, alla Pasqua. Gesù Cristo, immolato come il vero Agnello, è la vera Pasqua, il suo sacrificio segna una liberazione dal peccato. La vita del cristiano deve essere coerente con questa nuova realtà. Celebrare “con azzimi di sincerità e verità”, allude ad uno stile di vita autentica e senza doppiezza. Verità è vivere secondo Dio, senza compromessi. Non si può appartenere a Cristo e tollerare il male come se nulla fosse. La fede implica una trasformazione reale, personale e comunitaria. 

Gv 20. «La Luce splende nelle tenebre…» (Gv 1,5). Maria va al sepolcro “quando era ancora buio”, un dettaglio cronologico e anche simbolico. Il buio rappresenta lo smarrimento, il dolore, la mancanza di senso dopo la morte di Gesù. Per lei non poter più incontrare Gesù, era un dolore troppo forte. Eppure Maria si muove: l’amore è più forte della paura e dell’oscurità. Anche nella fede, spesso si parte dal buio, ma è l’amore che spinge a cercare. «Chi segue me, non camminerà nelle tenebre» (Gv 8,12). 

La corsa dei discepoli: Pietro e l’altro discepolo corrono insieme. Il discepolo amato arriva per primo: rappresenta l’intuizione dell’amore. Pietro arriva dopo ma entra per primo: rappresenta l’autorità e la guida. Si impone una complementarità: l’amore “vede” prima, ma la comunità (Pietro) ha un ruolo decisivo. 

I due discepoli non vedono Gesù, ma soltanto dei segni che sono, però, estremamente eloquenti: i teli posati, il sudario piegato a parte. Non si trovano di fronte ad un caos (come sarebbe avvenuto se ci fosse stato un furto), ma ad un ordine sorprendente, denso di mistero. La fede nasce non da prove schiaccianti, ma da segni da interpretare che inducono all’adesione. Il discepolo amato “vide e credette”.  Vede gli stessi segni di Pietro ma fa un passo in più di lui perché crede. Questo passaggio è decisivo: la fede è un salto, non solo una constatazione. Il Signore ci sostiene perché possiamo compiere questo atto di abbandono. La risurrezione non si impone: si lascia scoprire. Dio agisce nel silenzio, lasciando segni. Anche senza capire tutto, si può già credere. Solo del discepolo amato è detto che, dopo aver visto, «cominciò a credere» grazie aiutati segni delle bende e del sudario ripiegato. Per il discepolo è il preludio della fede piena, ecclesiale, che egli vivrà nel vedere Gesù risorto, sia nel cenacolo che sulla riva del lago di Tiberiade (cf. 20, 19; 21, 7). Cosi l'evangelista ci descrive l’alba di questo primo giorno che si preannuncia pieno di luce; siamo all'inizio del cammino di fede pasquale per la comunità dei discepoli. I discepoli, dopo aver constatata la tomba vuota di Gesù e i segni visibili della sua presenza «se ne tornarono di nuovo a casa» (v. 10), senza aver colto pienamente l'evento della risurrezione, ma certamente pieni di stupore per quanto era accaduto ed avevano visto con i loro occhi. Essi fanno ritorno al loro mondo fatto d'incertezze, di dubbi e di speranze. 

“Non avevano ancora compreso la Scrittura”. Credono, ma non capiscono tutto; la fede cresce nel tempo. Il ricorso alla Sacra Scrittura rimane sempre fondamentale per farci guidare dal Signore stesso. Per mezzo di essa, il Signore ci conduce per mano. La conoscenza di Gesù avviene tramite l’assimilazione continua del Nuovo Testamento. Non dobbiamo cercare un Gesù ricostruito dagli esperti ma quello che si rivela a noi tramite gli scritti degli Apostoli che Egli ci ha donato per istruirci. Prima di questo bagno nella Scrittura, restiamo privi di vera comprensione. La fede, anche se è sincera ed immediata, non è ancora adeguata al Mistero. 

«Nella Chiesa che va alla ricerca dei segni ci sono diversi temperamenti, diverse mentalità: c’è l'affetto di Maria, l'intuizione di Giovanni, la massiccia lentezza di Pietro; si tratta di diversi tipi, di diverse famiglie di spiriti che cercano i segni della presenza del Signore. Ma tutti, se sono veramente nella Chiesa, hanno in comune l’ansia della presenza di Gesù fra noi. Esistono quindi nella Chiesa diversi doni spirituali, da cui hanno origine diverse disposizioni: alcuni sono più veloci, altri più lenti; tutti comunque si aiutano a vicenda, rispettandosi reciprocamente, per cercare insieme i segni della presenza di Dio e comunicarceli, nonostante le diversità delle reazioni di fronte al mistero. In questo episodio troviamo l'esempio di una collaborazione nella diversità: ciascuno comunica all'altro quel poco che ha visto, e insieme ricostruiscono l'orientamento dell'esistenza cristiana, laddove i segni della presenza del Signore, di fronte a gravi difficoltà o a situazioni sconvolgenti, sembrano essere scomparsi... Quando manca la presenza dei segni visibili del Signore, bisogna scuotersi, muoversi, correre, cercare comunicazione con altri, con la certezza che Dio è presente e ci parla. Se nella Chiesa primitiva Maddalena non avesse agito in tal modo, comunicando ciò che sapeva, se non ci si fosse aiutati l'un l'altro, il sepolcro sarebbe rimasto là e nessuno vi sarebbe andato; sarebbe rimasta inutile la risurrezione di Gesù. Soltanto la ricerca comune e l'aiuto degli uni, agli altri portano finalmente a ritrovarsi insieme, riuniti nel riconoscimento dei segni del Signore» (Martini). 


Lunedi di Pasqua

At 2. Primo discorso di Pietro nel giorno di Pentecoste. Gesù di Nazaret (titolo di grande umiltà) ha avuto l’onore di essere stato accreditato dal Padre nel corso della sua missione. Pur essendo un povero, agì come Messia. Gli ascoltatori, se sono onesti, devono riconoscere che Egli compì miracoli e prodigi, per opera di Dio. Con grande coraggio, l’apostolo invita i suoi ascoltatori a riconoscere anche di averlo ucciso, servendosi di pagani malvagi. Questo fatto, pur essendo un crimine, era stato previsto dalla prescienza divina. Fu permesso da Dio ma non voluto da Lui. Egli mostrò il suo volere quando lo fece risorgere, accreditandolo così in modo definitivo. Lo fece sedere alla sua destra per donargli un’autorità di salvezza pari alla sua e Gesù lo dimostra subito nell’invio dello Spirito Santo. Pietro deve testimoniare l’evento della Risurrezione. Esso è già preannunciato dalla Sacra Scrittura. Ad esempio il Salmo 15 (16) profetizza che un eletto del Signore non avrebbe subito la corruzione della morte. 

Pietro afferma che la crocifissione di Gesù è stata una colpa commessa dai giudei, un crimine. Quindi è stato un atto contrario alla volontà di Dio perché egli non istiga e non vuole il peccato. Dio ha mostrato la sua volontà quando lo ha fatto risorgere da morte e in questo ha mostrato di approvare Gesù perché Egli era stato ucciso in modo da far credere che era stato maledetto da Dio. Però la morte di Gesù, pur non essendo approvata dal Padre, è avvenuta nella sua prescienza. Dio ha permesso che avenisse questo crimine pe il bene che avrebbe ricavato da esso. Egli fa sempre così: permette il male del mondo per ripararlo con un bene ancora più grande. 

Gesù risorto è stato approvato da Dio. e collocato alla sua destra. Così  riprende e porta a compimento la missione di introdurre nel mondo il Regno di Dio, la missione che aveva cominciato quando era tra gli uomini. Ora, finalmente, la sua missione avrà la sua ripresa e il suo compimento. La Risurrezione, però,  è una cosa sola con l’umiliazione: Gesù Risorto mostra le ferite della sua passione. Questo significa che la passione di morte, senza il compimento della risurrezione, è uno spreco d’amore, un clamoroso fallimento. La risurrezione, senza la croce, è un vuoto trionfo perché Dio onora chi ha dato tutto se stesso per amore. Dio anche ora realizza il suo regno senza violenza, utilizzando la sua misericordia

Mt 28. Le donne (Maria di Magdala e “l’altra Maria”) lasciano il sepolcro con timore e grande gioia. Questo doppio sentimento è tipico dell’esperienza del divino: il timore nasce dalla consapevolezza di trovarsi davanti a qualcosa di più grande dell’umano; la gioia scaturisce dalla speranza nuova: la morte non ha vinto. La fede non elimina la paura, ma la trasforma. L’incontro con Gesù Cristo conferma il messaggio dell’angelo. Gesù le rassicura (“Non temete”) e affida loro una missione: annunciare ai discepoli che lo vedranno in Galilea. 

La risurrezione è un evento che chiede testimonianza. È significativo che le prime testimoni siano donne, in un contesto culturale in cui la loro testimonianza non aveva valore legale: questo sottolinea l’autenticità e la logica “sorprendente” di Dio. Dio affida la sua rivelazione a testimoni semplici e disponibili.

Parallelamente, le guardie vivono anche loro la paura, ma reagiscono in modo opposto: invece di aprirsi alla verità, si lasciano corrompere dai capi religiosi che offrono denaro per diffondere una versione menzognera. La resistenza alla verità, da parte dei capi, può perdurare anche davanti all’evidenza. La verità può essere rifiutata, ma non per questo perde la sua forza. 


Martedi di Pasqua

At 2. Continua il discorso di Pietro a Pentecoste. Egli fa conoscere il vero significato della Risurrezione: Dio ha costituito Gesù Risorto come Signore e Cristo, due titoli che esprimo la medesima convinzione di fede, elaborata dalla primitiva comunità palestinese. Da Signore, Gesù riprende a introdurre nel mondo e a dilatare il suo Regno, che è quello di Dio. Pietro rinfaccia al popolo la colpa non per risentimento ma per suscitare il pentimento. Tutti quelli che ascoltano il Vangelo, che annuncia la misericordia di Dio e il suo giudizio, si pongono la medesima domanda: che cosa dobbiamo fare? L’attenzione, oltre al sentimento di compunzione, necessario, si sofferma sulla necessità del “fare”. 

Il primo atto che scaturisce dalla conversione consiste nel sottoporsi al Battesimo, il rito già esigito dal Battista. Ma questo bagno purificatore ora è compiuto nel nome di Gesù. È il sangue dell’Agnello a purificarci. Quando il Signore osserva la verità della nostra conversione, la rende solida, stabile e vera, donando il suo Spirito. Lo Spirito rende possibile credere in Gesù e uniformarsi a Lui. L’orizzonte della conversione è aperto a tutti ma essa, in primo luogo, è opera di Dio il quale dispone che una moltitudine l’accolga. Costoro costituiranno una comunità ben distinta dalla generazione malvagia che la circonda e che cercherà di soffocare la verità. Sullo sfondo si staglia la “prossimità” (teologica e non cronologica) del giudizio, già annunciato dal Battista. 


Gv 20. Maria piange presso il sepolcro. Chi non crede alla risurrezione piange senza alcuna speranza: «Non vogliamo, fratelli, lasciarvi nell’ignoranza a proposito di quelli che sono morti, perché non siate tristi come gli altri che non hanno speranza» (1 Ts 4,13). Del resto Gesù stesso reagì con grande tristezza di fronte alla morte: «Gesù allora, quando la vide piangere (Maria), e piangere anche i Giudei che erano venuti con lei, si commosse profondamente e, molto turbato» (Gv 11,33). 

I due angeli non rivelano a Maria l’evento della risurrezione, a differenza dei Sinottici perché  Giovanni pone in risalto il dialogo tra Gesù e Maria. Solo nel dialogo personale con Gesù si persuaderà. 

La parola degli angeli fanno emergere il sentimento di Maria. Ella è rattristata per un temuto sfregio reso al corpo di Gesù. Ella, ormai, dovrà abbandonare il tipo di relazione con Gesù di cui godeva quando era in vita. Ora, infatti, il credente può godere dell’amicizia intima con il Signore, vivente realmente ma in modo invisibile. «Ecco: sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me» (Ap 3,20). 

Colpisce l’atteggiamento di Gesù, che si avvicina a lei con quell'amabilità, più volte sottolineata da Giovanni, quando il Maestro parla con le varie persone che incontra, come i primi discepoli, Nicodemo, la Samaritana, il paralitico, il cieco nato, gli amici di Betania... Egli si pone sempre a livello della persona, partendo dai problemi e dalle domande che riguardano il suo presente e, con delicatezza e fine sensibilità, illumina il mondo interiore dell'uomo, perché egli stesso si definisca e crei lo spazio per la sua rivelazione. Solo dopo aver creato l'ambiente per una sua presenza, egli si rivela e suscita nell'intimo la fede, facendosi riconoscere. Ora rialza di nuovo una canna spezzata e riaccende uno stoppino dalla fiamma smorta (Cf Is 42,3). 

Maria si volge per due volte verso Gesù. Non si tratta di un volgersi fisico ma interiore. Prima si volge verso un presunto giardiniere, poi verso il Risorto che l’ha chiamata. Egli è il Pastore che chiama le sue pecore ad una ad una. «Le pecore ascoltano la sua voce: egli chiama le sue pecore, ciascuna per nome, e le conduce fuori» (Gv 10,3). Maria è una delle persone sfinite che attirano la compassione di Gesù: «Vedendo le folle, ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite come pecore che non hanno pastore» (Mt 9,36). Chiamandola per nome (il nome rappresenta il segreto ultimo di una persona), il Risorto restituisce Maria a se stessa). 

Un monaco del XIII secolo descrisse questo incontro tra Cristo e Maria nel giardino dopo la risurrezione riportando queste parole di Gesù: «Donna, perché piangi? Chi cerchi? Colui che tu cerchi, già lo possiedi e non lo sai? Tu hai la vera ed eterna gioia e ancora tu piangi? Questa gioia è nel più intimo del tuo essere e tu ancora lo cerchi al di fuori? Tu sei là, fuori, a piangere presso la tomba. Il tuo cuore è la mia tomba. E li non sto morto, ma vi riposo vivo per sempre. La tua anima è il mio giardino. Avevi ragione di pensare che io fossi il giardiniere. Io sono il nuovo Adamo. Lavoro nel mio paradiso e sorveglio tutto ciò che qui accade. Le tue lacrime, il tuo amore, il tuo desiderio, tutte queste cose sono opera mia. Tu mi possiedi nel più intimo di te stessa senza saperlo ed è per questo che tu mi cerchi fuori. E dunque anche fuori che io ti apparirò, e cosi io ti farò ritornare in te stessa, per farti trovare nell'intimo del tuo essere colui che tu cerchi altrove» (PL 184,766).

Convertita da Gesù, comincia a credere, però non deve più chiamare Gesù “Rabbuni” ma Signore (come farà davanti agli apostoli (v.18). Gesù è ormai presso il Padre: è il senso ultimo della risurrezione. 

Il Signore non chiamò soltanto Maria, ma anche Paolo (1 Cor 15,8), Lidia (At 16,14) e una moltitudine, nella quale siamo anche ciascuno di noi.  (At 2,39). 


Mercoledi di Pasqua

At 3. Gli apostoli continuano a praticare la religione ebraica ed osservano la prescrizione di accompagnare con la preghiera i due sacrifici tradizionali, quello del mattino e quello della sera (che veniva offerto alle tre del pomeriggio). Questa prassi sta alla base della liturgia cristiana delle Ore. Come dapertutto, il tempio è frequentato da mendicanti i quali sperano che i fedeli osservino la pratica dell’elemosina, raccomandata dai profeti e dai saggi. 

Compiendo il miracolo, Pietro continua la prassi di Gesù che operava prodigi come segni per rendere coscienti i suoi contemporanei della presenza del Regno. Anche questo miracolo è un’occasione per annunciare il Vangelo: Gesù è ancora vivo e continua a parlare ed operare mediante i suoi discepoli. Come il paralitico guarito, noi possiamo, a nostra volta, balzare in piedi, camminare nella vita nuova, avanzare nella carità lodando Dio per ciò che ha operato ed opera in noi. Possiamo essere noi un segno del Regno sempre attuale. 

Lc 24. Cleopa ed un discepolo anonimo (che rappresenta ogni ascoltatore del Vangelo), sono delusi perché, mentre Gesù aveva annunciato la venuta del Regno, con la sua morte, il suo progetto sembrava aver conosciuto un fallimento irrimediabile . O Gesù aveva preteso il falso o era necessario cambiare le prospettive errate riguardo al Messia e alla sua opera. Bisognava cogliere nella Sacra Scrittura un orientamento diverso al quale non si era prestata alcuna attenzione. Gesù, mostrando compassione per la loro tristezza infinita, li accompagna e cerca di cambiare la loro opinione instruendoli sul vero senso della sua missione. La sua resurrezione dimostra che Dio Padre ha avallato la sua opera e che essa può ora continuare. Come sempre, quando Gesù parla, affascina. Ora che parla dal cielo può commuovere, infondere una gioia grande, suscitare un pentimento gioioso. Istruendoli, il Risorto comincia ad aprire il loro cuore. Perché Egli possa completare ciò che ha cominciato, i due dovranno tratennerlo più a lungo, offrirgli il pasto, solidarizzare con questo sconosciuto come Abramo aveva mostrato premura nei confronti dei tre personaggi misteriori che erano passati presso la sua tenda. La carità operativa spalanca la porta alla luce che era soltanto filtrata attraverso le parole ristoratrici. Annuncio e incontro con il Risorto avviene, in via normale nell’Eucaristia. Nell’antichità, essa prevedeva un dialogo prolungato e una condivisione di mensa. Questa doveva essere caratterizzata in verità da una vera fraternità, altrimenti i commensali avrebbero assunto la loro condanna. 


Giovedi di Pasqua

At 3. Secondo discorso di Pietro agli abitanti di Gerusalemme.  L’apostolo spiega il messaggio implicito nella guarigione dello storpio. Egli distoglie l’attenzione su di sé (e su Giovanni) come farà Paolo a Listra (At 14,13-15). Non sono profeti taumaturghi ma inviati del Signore Gesù che ora agisce per mezzo di loro. Di nuovo, con grande coraggio, denucia la colpa commessa dai giudei. Essi hanno rinnegato Gesù e favorito la sua uccisione. Questi, denominato l’autore della vita, detiene un nome potente: allo stesso modo con cui guarisce, può comunicare vita, liberando gli uomini dai peccati che corrompono la loro esistenza. Gesù, a sua volta, aveva guarito un paralitico dal male fisico ma lo aveva anche prosciolto dai suoi peccati. Gesù ha introdotto il Regno ma esso dovrà ottenere il suo compimento nel futuro, quando giungeranno «i tempi della consolazione». Il Messia doveva dare avvio ai tempi messianici. Cosi intanto siamo salvati nella speranza. Gesù, rinnegato e crocifisso, è tornato dai suoi non per condannarli, ma per comunicare la sua benedizione, come aveva promesso ad Abramo. 

Lc 24 (36-48). Dopo l’incontro con due discepoli (Cleopa e un altro anonimo), si parla dell’incontro con la comunità degli apostoli. Gesù Risorto, stando in mezzo a loro augura la pace, non inizia muovendo dei rimproveri o delle recriminazioni. Usa premura verso di loro e vuole infondere pace perché Dio desidera e cerca la nostra pace. 

Le persone di cultura ellenistica davano esclusiva importanza all’anima, disprezzando il corpo. Gesù dichiara di non essere puro spirito, né un’apparizione immateriale. Offre loro la possibilità di essere contemplato nell’aspetto che aveva in precedenza per adattarsi alla nostra capacità di uomini vincolati ai sensi. La risurrezione non è un’idea astratta ma un’esperienza concreta. Gesù mostra mani e piedi feriti per amore degli uomini. Attiva loro tutti i sensi: l’udito, il tatto, la vista, gusto (con l’olfatto). Noi siamo il nostro corpo e dobbiamo riunificare tutte le componenti della nostra persona, diventare un corpo spirituale. Egli di nuovo mangia con loro come aveva fatto nella sua vita terrena. Pietro testimonierà: «Abbiamo mangiato e bevuto con lui dopo la sua risurrezione dai morti» (At 10,41). La comunità primitiva era assidua ai pasti comuni (At 2,46), come segno di familiarità e condivisione, seguendo l’esempio di Gesù (1 Cor 11,20-22). Anche noi dobbiamo prenderci cura del corpo dei fratelli e dei loro bisogni (Fil 4,10-14 : «Sono allenato a tutto, alla sazietà e alla fame… avete fatto bene tuttavia a prendere parte alle mie tribolazioni»). 

Come fece con i discepoli di Emmaus, sostiene che per credere alla Risurrezione è necessario confrontare questo annuncio con il messaggio della Sacra Scrittura. Tuttavia, dal momento che possiamo leggere senza comprendere, mentre ci inoltriamo nella lettura, Egli apre la nostra mente alla comprensione di ciò che viene annunciato. La fede, neppure essa, è nostro merito ma, in primo luogo, un dono di Dio (che richiede la nostra accoglienza). 

La Pasqua apre a tutti gli uomini la possibilità di credere in Dio (al Dio d’Israele) e ottenere il perdono dei peccati. Sono questi a creare una distanza, una diffidenza e una contrapposizione tra noi e Lui. Gli apostoli potranno annunciare a tutti questa novità perché saranno guidati e sorretti dalla presenza dello Spirito Santo. 


Venerdi di Pasqua

At 4. Pietro affronta il Sinedrio, composto da Sadducei che non credevano nella risurrezione e quindi erano infastiditi non soltanto per la predicazione su Gesù ma anche perché annunciavano la risurrezione. I membri del Sinedrio non negano l’evidenza del miracolo (a differenza di quanto avevano fatto con il cieco nato guarito da Gesù) ma non capiscono come sia avvenuto. Pietro proclama che esso è avvenuto per opera di Gesù, che loro avevano rinnegato ingiustamente. Pietro ora formula una dichiarazione fondamentale di fede: «In nessun altro c’è salvezza; non vi è infatti sotto il cielo, altro nome dato agli uomini, nel quale è stabilito che noi siamo salvati». In altre parole, Gesù è l’unico Salvatore di tutti gli uomini di ogni epoca e di ogni luogo. Ogni verità (salvifica) scoperta e ogni atto di bontà derivano da Lui, anche se la persona che la scopre o la compie non ne è neppure consapevole. Senza di lui, non possiamo far nulla. 

Gv 21. Un gruppo di pescatori galilei, discepoli di Gesù, dopo l'insuccesso della notte precedente nel loro lavoro di pescatori, ottengono una pesca straordinaria, calando le reti nel luogo indicato loro da uno sconosciuto che è sulla riva del lago (un racconto simile ci è presentato da Lc 5,1-11). Gesù si prende cura di loro e prova compassione della loro mancanza di cibo. L’obbedienza a Gesù provoca il miracolo inaspettato ed essi ottengono la gioia di verificare la forza della loro fede. I discepoli si sono fidati di Gesù, hanno posto al centro della loro vita la sua parola ed hanno sperimentato, con Gesù in mezzo, la sconvolgente novità della vita: la loro fede.

I protagonisti di questa scena miracolosa sono Pietro e il discepolo che il Signore amava. Pietro è quello che si da maggiormente da fare nella pesca perché l’iniziativa è sua ma l'altro discepolo riconosce per primo Gesù nello sconosciuto che è sulla riva. Tutti gli altri discepoli, tuttavia, collaborano, trascinando la rete. Nella comunità appaiono doni diversi ma tutti sono necessari. Chi non possiede carismi particolari, collabora partecipando alla fatica di trascinare una rete colma e pesante.

Subito dopo la pesca, si parla d'una colazione dei discepoli col Signore risuscitato; ma questa colazione è raccontata in modo tale, che il lettore non può non pensare all'eucaristia. 

Il numero dei pesci: se l'evangelista ne ricorda il numero, dobbiamo essere sicuri che non lo fa per soddisfare una curiosità o precisarne fa quantità. Se avesse mirato solo a far vedere il carattere straordinario della pesca, sarebbe ricorso al numero « tondo », che fa sempre maggior impressione. Alcuni naturalisti elencavano 153 specie diverse pesci. Quindi, la quantità indicata, 153, dev'essere intesa come il simbolo della totalità di qualcosa. La totalità dell'umanità? La totalità della Chiesa? Abbiamo lo sviluppo d'una metafora originaria di Gesù: «Vi farò pescatori di uomini» (Mc 1,17). 

«e benché fossero tanti, la rete non si spezzò». Se i pesci devono simboleggiare la totalità dei popoli che devono entrare nella Chiesa, e se la rete non si spezzò questo fatto deve simboleggiare l'unità della Chiesa. 


Sabato di Pasqua

At 4. Il Sinedrio, come unica possibilità di imporre la menzogna, cerca di impedire che tra il popolo si diffonda la notizia della guarigione dello storpio ed allora proibiscono a Pietro di parlare. Troviamo la terza grande affermazione dell’apostolo: Bisogna obbedire a Dio piuttosto che agli uomini. Su questo principio, affermato dalla Sacra Scrittura, anche il Sinedrio è d’accordo e quindi deve rilasciare l’apostolo sperando soltanto che egli taccia per timore. 

Mc 16. La prima annunciatrice del Risorto è Maria di Magdala: una testimone improbabile perché donna (la testimonianza di una donna non aveva alcun valore giuridico) e perché era una persona dal passato burrascoso. In questo modo, Gesù cominciare ad introdurre la nuova creazione: «Non c’è Giudeo né Greco; non c’è schiavo né libero; non c’è maschio e femmina, perché tutti voi siete uno in Cristo Gesù» (3,28). La risurrezione spazza via i pregiudizi e i passati negativi. 

Gli apostoli non credono alla sua testimonianza e perciò rimangono in lutto e in pianto. In positivo, essi non sono creduloni né persone impressionabili emotivamente. Conservano una concretezza inattaccabile: troppo bello per essere vero! Le possibilità di Dio sono infinitamente superiori a quelle umane. Il Signore creato l’inaspettato, è colui che in tutto ha potere di fare molto più di quanto possiamo domandare o pensare, secondo la potenza che opera in noi» (Ef 3,20). Il realismo negativo non è più la parola più saggia. 

Il Signore Risorto mantiene verso i discepoli la stessa enorme pazienza che aveva sempre mostrato nella vita terrena precedente. Anche ora continua a bussare alla nostra porta. Se crediamo, se cominciamo a dare qualcosa di buono lo dobbiamo alla sua premurosa insistenza. È l’unico che ci può rimproverare perché è l’unico libero dal peccato, l’unico che rimprovera per amore (e non per stizza), l’unico che rimprovera per aiutare i colpevole e non per affermare la propria autorità: «Io, tutti quelli che amo, li rimprovero e li educo. Sii dunque zelante e convèrtiti. Ecco: sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verròda lui, cenerò con lui ed egli con me» (Ap 3,19-20).