domenica 29 marzo 2026

Settimana Santa

 Posto in completamento

Domenica delle Palme

Is 50. Il profeta ha una mentalità e un linguaggio da discepolo, cioè è una persona che trasmette fedelmente la Parola ricevuta. Al mattino riceve il messaggio da diffondere. Con la sua predicazione sostiene lo stanco, il popolo scettico e sfiduciato. Pur subendo una grave serie di umiliazioni, rimane fedele a Dio. Egli sintetizza nella sua persona tutti i profeti e gli uomini di Dio che furono osteggiati e maltrattati. Il più eminente tra loro è stato Gesù. Il profeta, tuttavia, ha sperimentato l’aiuto del Signore. Egli è stato come il difensore che siede nel giudizio alla destra dell’imputato innocente. Dio, che conosce la verità, si pone al suo fianco così da realizzare la sua missione. 

Filippesi 2. I primi due versetti trasferiscono al mondo celeste e riferiscono, per così dire, ciò che Gesù decise mentre viveva con Dio Padre, nell’eternità. «L’esistenza donata dell’uomo Gesù è il prolungamento, o lo specchio, di un ragionare divino» (B. Maggioni). 

Servire non è stato in primo luogo una scelta di Gesù nella sua vita terrena, ma è la caratteristica tipica della divinità, del modo di essere e di pensare di Dio. Gesù «non ha fatto se non opere mirabili ma l’azione più sorprendente è stata la sua volontaria umiliazione quando ha assunto la nostra carne e ha condiviso le nostre sofferenze» (Bruno di Segni PL 164,836 C). 

Paolo interpreta la vita umana come schiavitù. La schiavitù consiste nel non avere la padronanza di sé e della propria vita. Agli uomini capitano tante cose che non scelgono e che spesso li sgomentano. 

Gesù, per definizione di se stesso, è stato Colui che «non ha voluto fare nulla da se stesso» ma piuttosto a fare sempre ciò che vedeva fare dal Padre (Cf Gv 5,19). In questo è consistito l’esercizio della sua divinità o figliolanza divina. Messo di fronte ad una scelta come lo fu Adamo, l’uomo tipico, Gesù non cercò il proprio vantaggio, diffidando di Dio, ma si abbandonò a Lui. Gesù, perciò, ha voluto accettare anche ciò che di solito è ripugnante per gli uomini. Ha ricevuto il consenso ma ha affrontato per lo più anche il rifiuto. 

Il Padre non lo salvaguardò e Gesù dovette percorrere il curriculum tipico dei profeti e abbracciare il peggio dell’esperienza umana. Il peggio della vita umana è finire nella morte ma Gesù dovette affrontare, in aggiunta, una morte particolarmente dura ed infamante. «È per questo motivo che i Giudei diedero da fare per eliminarlo in tal modo: per renderlo esecrabile, affinché, se qualcuno non si fosse distaccato da lui a causa della sua condanna a morte, si staccasse a causa di questo tipo di condanna […] pensavano di renderlo abominevole e di farlo apparire più abominevole di tutti» (GFI 8,3 PG 62,232). 

In ogni caso, si abbandonò al volere del Padre che sembrava richiedere il suo annientamento e visse una fiducia estrema. Fu un vero uomo religioso. In Gesù l’umanità compie ciò che non era stata in grado di fare e così Egli diventa causa di salvezza eterna. Fu tale da rendere graditi a Dio tutti gli uomini. 

Per questo (diò)… Dio Padre esalta il dono totale di sé vissuto da Gesù, capace di accogliere l’estrema umiliazione. Desiderare di salire fino alla realtà celeste è facile; difficile è, dalle sublimità celesti, scendere in basso con una decisione volontaria, condividendo la sorte degli umili. Gesù è l’unico, tra i grandi personaggi religiosi, del quale si può annunciare un fatto simile. Perciò è l’unico al quale viene dato il Nome più sublime. L’inno non proclama l’ascesa di Gesù, il quale non sale da se stesso ma viene assunto (anelêmphthê) da Dio (At 1,2) e riceve in dono da Lui il nome più elevato. 

Morte in croce e risurrezione formano una unità perché viene glorificata la totale dedizione di sé. «Per questo il gesto di Dio che risuscita Gesù non è solo un gesto che ha approvato il Crocifìsso, ma un gesto che ne ha rivelato l'identità». 


Passione secondo Matteo. L’unzione del profumo

Mt 26,14 ss. Matteo menziona l'arrivo di Gesù nella casa di Simone il lebbroso (v. 6), una persona probabilmente nota ai suoi ascoltatori. La menzione della lebbra ricorda il primo racconto di miracolo operato da Gesù (8,1-4) e conferma che, per lui, il confine fra puro e impuro è sorpassato. 

È presente una donna (v. 7a) e il narratore si limita a descrivere il suo gesto, sorprendente ed eccessivo: ella versa sulla testa di Gesù un profumo molto costoso (v. 7b). La reazione indignata dei discepoli (v. 8) è perfettamente in linea con ciò che lo stesso Gesù ha chiesto al giovane ricco (19,21): il denaro ricavato dalla vendita del profumo poteva servire ai poveri (v. 9). La risposta di Gesù (vv. 10-13) qualifica il gesto della donna come un'«azione buona» nei suoi confronti (v. 10), che prefigura la sua sepoltura (v. 12). L’unzione è un’immagine del Vangelo che si diffonde oltrepassando, in modo silenzioso, tutti gli ostacoli. L’adesione vera al messaggio di Gesù presuppone la volontà di servire i poveri ma questa decisione deriva dall’amore smisurato per il Signore. Dall’imitazione di Lui, poi, trae anche il suo stile d’azione e la sua misura. Esiste, infine, un’adesione di fede soltanto apparente. Il caso di Giuda non è l’unico esempio perché «se anche dessi in cibo tutti i miei beni e consegnassi il mio corpo per averne vanto, ma non avessi la carità, a nulla mi servirebbe» (1 Cor 13,3). Giuda rimane in una logica contabile, come se si trattasse di riguadagnare il denaro perduto a causa del gesto della donna, vendendo colui che ne fu il beneficiario. 

Preparativi della Pasqua

«II primo giorno degli Azzimi» (v. 17) è il primo giorno della Pasqua ebraica. Con questa precisazione, il narratore suggerisce che Gesù celebra la Pasqua ebraica, ma anche che sta vivendo la sua propria pasqua, il suo proprio passaggio (secondo l'etimologia del termine ebraico Pesach). 

L'annuncio del tradimento di Giuda avviene durante la cena. È significativo che ognuno dei discepoli esprima il timore di essere colui che può tradire Gesù. Infatti ognuno dice: «Sono forse io, Signore?» (v. 22) e non: «Chi è?». Non nominando esplicitamente Giuda, ma rispondendo semplicemente che egli «ha messo con me la mano nel piatto», Gesù li indica potenzialmente tutti, dato che allora si mangiava prendendo il cibo dallo stesso piatto! In realtà, la differenza fra Giuda e gli altri discepoli consiste nell'immagine che egli ha di Gesù, che non chiama «Signore» come gli altri (v. 22), ma «Rabbì» (v. 26); egli interpreta Gesù nel quadro della Legge, mentre quest'ultimo la compie oltrepassandola (cf. 5,17-48).

Ultima cena di Gesù

Sono tutti i discepoli, compreso Giuda, a ricevere dalle mani di Gesù il pane e il calice dell'alleanza (vv. 26-29). L'Ultima cena di Gesù comprende i tre momenti: un'azione e una parola sul pane (v. 26); un'azione e una parola sul calice (vv. 27-28); una promessa escatologica (v. 29). 

L'azione sul pane somiglia a quella del padre di famiglia ebreo, che prende il pane, recita la benedizione e lo distribuisce ai convitati. La differenza consiste nelle parole pronunciate da Gesù. Parlando del suo «corpo» a proposito del pane spezzato, Gesù istituisce una vera comunione fra i discepoli e lui. 

Nell'azione sul vino si ripete quella sul pane. Come in precedenza, la differenza consiste nelle parole di Gesù che assimilano il vino al suo sangue: «Questo è il mio sangue dell'alleanza». Partecipando a questo calice, i discepoli sono inseriti in questa alleanza. Poi viene la promessa: l'attesa del banchetto celeste nel quale Gesù berrà il vino nuovo del regno dei cieli. 

Quello che si attendeva per il futuro, la nuova alleanza, cioè un nuovo ordine di cose nel quale Dio mettesse la sua legge nel cuore e perdonasse i peccati è giunto con questa cena pasquale. Il sangue è sparso per molti. È un semitismo che equivale a tutti. La ragione per cui ha scelto l'aggettivo molti è quella di mettere in rilievo efficacia di quel sacrificio mediante l'opposizione fra uno che dà la vita e quelli per cui la da, che sono molti (da questo punto di vista, parlare di molti più efficace che parlare di tutti, perché tutti possono essere pochi). L'espressione il mio corpo è il mio sangue, nel linguaggio del tempo, era sinonimo di «io stesso». La vita di Gesù messo a morte può essere assimilata attraverso l'assunzione del pane e del calice

Al monte degli Ulivi

Non è privo di significato il fatto che l'annuncio del tradimento (vv. 20-25) e quello del rinnegamento (vv 30-35) inquadrino il racconto dell'istituzione dell'eucaristia (vv. 26-29). Si citano ancora una volta le Scritture (v. 31). Non bisogna comprenderle come una predizione, ma come ciò che esse sono veramente: la rivelazione di ciò che c'è nella parte più profonda della natura umana. 

Gesù offre ai discepoli una via d'uscita. Essa è qualcosa che non deriva dalle capacità umane, ma da un atto esterno alla volontà dei discepoli: la risurrezione (v. 32). Qui essa viene considerata in vista dei discepoli: il Risorto li aspetterà in Galilea. Nella prospettiva dell'annuncio del rinnegamento e dell'abbandono, la risurrezione si presenta come una speranza per i discepoli. In qualche modo Gesù è risorto per loro, perché non restino nella disperazione del rimorso.

La risurrezione non viene quindi intesa come un supplemento di vita in continuità con ciò che essi già possiedono, ma come una realtà che rompe la relazione con la vita quotidiana caratterizzata dal fallimento e dalla morte. È una vittoria non solo sulla morte subita da Gesù, ma anche sulla forza del fallimento che minaccia continuamente i discepoli. Pietro non coglie la seconda parte della parola di Gesù, la promessa di una ripartenza possibile (v. 33). Egli rimane alla prima parte, l'annuncio del rinnegamento di tutto il gruppo, che rifiuta violentemente di applicare a se stesso. Propriamente parlando, l'atteggiamento di Pietro è una negazione, cioè il rifiuto di riconoscere la presenza in lui del sentimento insopportabile dell'abbandono del Maestro. La precisazione di Gesù (v. 34) non fa che rafforzare la negazione, alla quale del resto si associano tutti i discepoli (v. 35).

Getsemani

Penetriamo ora nell'intimità e nell'umanità di Gesù. Il tono è molto diverso da quello degli annunci della passione, nei quali Gesù sembra accettare senza la minima riserva la sorte che lo attende. Non assume il comportamento degli eroi dell'antichità, pronti a sacrificare la toro vita per una nobile causa. Gesù è un uomo alle prese con la prospettiva della sua morte, che desidera evitare. Giunti al Getsemani («frantoio per l'olio»), Gesù lascia i suoi discepoli per andare a pregare (v, 36): vuole essere solo davanti al suo Dio. Tuttavia qui si comporta diversamente dal solito: si allontana per pregare, ma prende con sé i tre discepoli con i quali ha vissuto momenti particolari: Pietro, Giacomo e Giovanni (v. 37a; cf. 17,1-13). Matteo precisa che Gesù prova tristezza e angoscia (v. 37b). Unica volta nel Vangelo, mette in bocca a Gesù l'espressione di un sentimento molto intimo: «La mia anima è triste fino alla morte» (v. 38a). Gesù chiede ai suoi discepoli di vegliare (v. 38b; cf. 24,42). Il contenuto della sua preghiera (v. 39) tradisce la lotta interiore: desidera sfuggire alla morte che incombe (il «calice»), ma si rimette alla volontà del Padre. La preghiera si sposta dal «come voglio io» al «come vuoi tu». Questo spostamento si inserisce in un percorso personale: Gesù prega tre volte (vv. 39.42.44). La preghiera di Gesù al Getsemani è unica. E tuttavia nella sua stessa unicità dice qualcosa sulla preghiera dei discepoli: anch'essa si compie in uno spostamento della propria volontà alla volontà del padre. In questa lotta singolare di Gesù contro la morte, i discepoli sono incapaci di vagliare con lui. 

I versetti 45-46 riuniscono l’autorizzazione data da Gesù ai discepoli di dormire e riposarsi l'ordine di alzarsi, dato che l'ora del Figlio dell'uomo si avvicina, come indica l'arrivo di Giuda. 

L’arresto

Giuda è ancora indicato come uno dei dodici. La differenza fra Gesù e la grande folla con spada e bastoni mandata dalle autorità religiose, è sorprendente. Giuda consegna ai soldati con un bacio. Nel saluto Giuda (Salve, rabbì) usa lo stesso titolo con il quale ha interrogato Gesù al momento dell'annuncio del tradimento. Gli altri discepoli si rivolgono a Gesù come Signore. Giuda resta fedele fino in fondo all'immagine che si fa di Gesù; non il Signore, ma un rabbi che gli consegna ad altri rabbi, forse perché essi cerchino l'ultima volta di conformarlo all'immagine che egli si fa di lui. Gesù risponde a Giuda chiamandolo amico: le altre due occorrenze di questo termine la parabola degli operai dell'ultima ora e nella parabola del banchetto nuziale. In queste parabole, l'amico indica colui che era inizialmente invitato al regno, ma non è entrato nella sua logica. Nella scena che segue, Gesù impedisce a uno di quelli che sono con lui di rispondere alla violenza con la violenza. Compiendo ciò che raccomandava nel discorso sul monte, egli rifiuta la logica della retribuzione e della reciprocità, indicando così l'esito mortale di una logica vicina alla legge del taglione. Da parte di Gesù non c'è alcuna constatazione della sua impotenza: ha scelto liberamente di non fare appello alla figura di un Padre onnipotente. Qui probabilmente Gesù resiste all'ultima tentazione. Dopo la fuga dei discepoli, Gesù si ritrova solo, abbandonato da tutti. 

Davanti al Sinedrio

Gesù è condotto davanti al tribunale religioso (v. 57). La menzione di Pietro che segue «da lontano» (v. 58) prepara il racconto del suo rinnegamento (vv. 69-75). Il sinedrio si preoccupa di trovare un valido motivo di accusa contro Gesù (v. 59). Questa precisazione sottolinea la mancanza di equità di questo tribunale; non si tratta dì esaminare una questione per cercare di discernere l'innocenza o la colpevolezza dell'accusato, ma di trovare un motivo per condannare uno di cui si desidera la morte. A questo servono i falsi testimoni (vv. 60-62). Con il suo silenzio (v. 63a) Gesù costringe il sommo sacerdote a formulare l'accusa che spiega la sua presenza in questo luogo: Gesù pretende di essere «il Cristo, il Figlio di Dio» (v. 63b)? A questa domanda, Gesù risponde positivamente e vi associa l'annuncio di un giudizio escatologico: coloro che oggi lo condannano lo vedranno trionfante (v. 64); questa formulazione si basa su Dn 7,13 e ricorda Ap 1,7: «Ecco, viene con le nubi e ogni occhio lo vedrà, anche quelli che lo trafissero». Di conseguenza, viene condannato per bestemmia (v. 65). Ma in che cosa consiste la bestemmia di Gesù? Consiste in quest'affermazione di cui l'evangelista Giovanni espliciterà le conseguenze teologiche: «Tu, che sei uomo, ti fai Dio» (Gv 10,33). La condanna di Gesù provoca una rilassatezza morale degli accusatori, che sprofondano negli insulti, nella violenza e negli scherni (vv. 67-68). 

Ciò che accade a Pietro induce a pensare a Rm 7,15: «Non riesco a capire ciò che faccio: infatti io faccio non quello che voglio, ma quello che detesto». Con una tragica escalation, Pietro rinnega Gesù, fino a giurare di non conoscerlo (v. 72; cf. 5,33-37!). Quale differenza fra Giuda e Pietro? La differenza che esiste fra il rimorso e il pentimento. Il rimorso conduce alla morte, perché non esiste alcuna via d'uscita che permetta la pace e il perdono (27,3-10). Al contrario, il pentimento è il riconoscimento del proprio fallimento (v. 75), che apre al perdono e a una possibile ripresa. La possibilità del pentimento era iscritta nella stessa parola di Gesù che annunciava ai suoi discepoli la speranza di una ripartenza (26,32). Pietro e Giuda sono entrambi rappresentanti di una stessa umanità. Che cosa spiega, in ultima analisi, i loro diversi percorsi? I segreti dell'esistenza di ognuno offrono probabilmente elementi di risposta, ma questo sfugge a ogni forma di sapere. Una cosa è certa: ognuno, prima o poi, tradisce e abbandona. È «scritto» in qualche modo in ogni uomo, checché ne sia della forza delle negazioni (cf. 26,35). Questo tradimento porterà il peso del rimorso (27,3-10) o aprirà al pianto del pentimento (v. 75)?

Davanti a Pilato

Matteo precisa che le autorità religiose vogliono «farlo morire», accentuando così la loro responsabilità. Perciò lo conducono da Pilato e Matteo continua a sottolineare lungo tutto il processo la sua funzione di «governatore» (v. 2; cf. vv. 11.14.15. 21.27). Forse questa insistenza sulla funzione di Pilato è un modo per indicare che egli rappresenta le autorità pagane (cf. 10,18) e più in generale i pagani.

Matteo inserisce nel racconto tradizionale una fonte che gli è propria e che racconta la fine di Giuda (vv. 3-10). In preda al rimorso, Giuda riporta i denari, cosciente di avere «tradito sangue innocente» (v. 4). Oltre all'aspetto tragico della situazione dell'uomo in preda al rimorso, si sottolinea l'ipocrisia e la responsabilità dei «capi dei sacerdoti e degli anziani» (v. 3): i primi e principali colpevoli sono loro. Inoltre, come rappresentanti della Legge, lasciano Giuda senza un interlocutore. Quest'ultimo non trova in loro l'istanza terza che rappresenta la Legge. Perciò si fa giustizia da sé (v. 5), applicandosi così la legge del taglione: crede di dover vendicare su se stesso il sangue di colui che lo ha sparso per il perdono dei peccati (26,28). Con il denaro che Giuda ha riportato, il «prezzo di sangue» (v. 6), le autorità religiose acquistano un campo per la sepoltura degli stranieri (v. 7), che una tradizione antica collocava a Gerusalemme, nel quartiere dei vasai. Questo offre l'occasione per una citazione di compimento, che ricorda esplicitamente il profeta Geremia (cf. 2,17; 16,14), ma che, in realtà, unisce Zc 11,12-13; Ger 18,2-3; 19,1-2 e 32,6-15. Lo stesso denaro del tradimento è inserito nel piano salvifico di Dio; partecipa in un modo in definitiva positivo al compimento delle promesse. Inoltre, con il riferimento a Geremia, Matteo ricorda che l'acquisto di un campo, fosse anche il «campo del sangue», apre su una promessa di avvenire (Ger 32,14-15).

Condanna di Gesù

Matteo insiste sulla posizione di Gesù che sta davanti al governatore: rende testimonianza davanti ai popoli pagani, come i discepoli saranno invitati a farlo davanti agli uomini. L'unica parola di Gesù durante tutta la scena risposta lapidaria a Pilato se gli chiede se è il re dei Giudei: tu lo dici. Poi il silenzio di Gesù il silenzio del servo del Signore, come agnello condotto al macello, come pecora muta davanti ai suoi tosatori. La domanda di Pilato colloca subito la discussione sul terreno politico: si tratta di sapere c'è il re dei Giudei. Sul piano storico, sarà del resto la ragione principale della sua condanna. Infatti la ragione sembra sufficiente, soprattutto se si accorda un qualche credito alla testimonianza di Giuseppe Flavio sui disordini e le insurrezioni quasi continui all'epoca, provocati soprattutto dalla volontà di proclamarsi re di questo o quell'insorto. Gesù si trova quindi messo a confronto con un rivoltoso omicida, il cui nome aramaico significa letteralmente «figlio del padre». 

L'episodio della moglie di Pilato (v. 19) permette di insistere sull'innocenza di Gesù, il «giusto» al quale Dio stesso rende testimonianza in modo soprannaturale, come durante i racconti dell'infanzia (1,20; 2,12.13.19.22). La moglie di Pilato desidera che il marito non si comprometta in questa faccenda. A differenza di Erodìade, la moglie di Pilato gioca un ruolo positivo. Come Giuseppe (1,20), ella riceve una visione. I padri della Chiesa e gli apocrifi la chiameranno Procula e ne faranno una discepola di Gesù. La designazione di Gesù come «giusto» fa inclusione con quella di Giuseppe in 1,19. Egli è l'ultimo giusto conosciuto, ma supera ciò che si intende per giusto nella tradizione ebraica: non è colui che obbedisce alla Legge, ma colui che la compie e le attribuisce il suo significato fondamentale (la misericordia). La moglie di Pilato rende con termini appropriati al contesto ebraico ciò che la rivelazione soprannaturale le ha fatto intravedere su Gesù (il timore davanti al divino e al sacro). Ella è comparabile ai discepoli dopo la tempesta sedata (14,31).

Matteo drammatizza il dialogo fra la folla e Pilato (vv. 21-22). L'insistenza del governatore a interrogare la folla la spinge a esprimere in modo ancor più violento la sua volontà di vedere crocifisso Gesù. La scena della lavanda delle mani (vv. 24-25) è propria di Matteo (cf. Dt 21,6-7: Pilato si comporta come il pio ebreo!?); essa segue logicamente il v. 19. La preoccupazione di Pilato è quella di un governatore: evitare il tumulto. Il v. 25b può essere compreso come una profezia del giudizio che, secondo Matteo, si compirà contro il popolo d'Israele: le origini veterotestamentarie dell'espressione (cf. Ger 51,35 e soprattutto 2Sam 1,13-16; 3,29) depongono a favore di questa interpretazione. Tuttavia, il sangue di Gesù è anche il sangue «versato per molti per il perdono dei peccati» (Mt 26,28).

In seguito, Gesù viene consegnato nelle mani dei soldati romani (vv. 27-31). La precisazione «tutta la truppa» (v. 27; cioè seicento uomini!) è enfatica. La menzione degli oltraggi (v. 30; cf. 26,67) evoca Is 50,6. Tuttavia gli scherni hanno certamente un aspetto ironico, che corrisponde al contesto particolare dei vangeli: i soldati pagani adorano il re dei giudei che è, in realtà, il Signore dei cristiani! Questo può anche significare che il popolo d'Israele si è rifiutato di riconoscere e adorare il suo Messia, mentre i pagani lo adorano senza riconoscerlo.

Crocifissione

Dopo aver requisito Simone di Cirene per «portare la croce» di Gesù (v. 32; cf. 10,38), quest'ultimo viene condotto al Gòlgota per essere crocifìsso (v. 33; «Luogo del cranio», in latino calvaria, forse a causa dell'aspetto del luogo). Gesù si rifiuta di prendere la bevanda leggermente anestetizzante che si dava allora ai condannati, molto probabilmente perché soffrissero di meno (v. 34). La spartizione delle vesti (v. 35), normale in quelle occasioni, offre all'evangelista l'opportunità di collegare gli avvenimenti al compimento delle Scritture (Sal 22,19). La scritta appesa sulla croce menziona «il re dei Giudei» (v. 37). Questo titolo costituisce il motivo della condanna: Gesù è condannato in quanto liberatore d'Israele. Poi Matteo ricorda la crocifissione di due ladroni (v. 38). Re dei giudei o brigante? Come in precedenza con Barabba, è sempre in discussione l'identità di Gesù. Egli è re dei giudei deriso dai soldati e dal suo popolo, re crocifisso circondato da due fuorilegge, «uno a destra e uno a sinistra», la posizione che volevano occupare i figli di Zebedeo nella gloria (cf. 20,21). L'ironia suggerita dal narratore nella presentazione dei dettagli che circondano la crocifissione viene fatta propria dai testimoni diretti della scena: i passanti riprendono le false testimonianze del processo (vv. 39-40; cf. Sai 22,8-9), i capi dei sacerdoti e gli scribi si fanno beffe del titolo di rè d'Israele (vv. 41-43), infine gli stessi ladroni si schierano dalla parte dei carnefici (v. 44).

Dietro agli schemi che accompagnano la fine miserabile di Gesù si profila, in filigrana, una comprensione della messianicità piuttosto tradizionale: un Messia o è potente o non lo è; non può lasciarsi crocifiggere senza reagire. Come credere, se non viene offerto alcun segno tangibile (cf. I Cor 1,22)?

Il motivo delle tenebre che si abbattono sulla terra (v. 45) è probabilmente un'allusione ad Am 8,9 («In quel giorno [...] farò tramontare il sole a mezzogiorno e oscurerò la terra in pieno giorno»). Queste tenebre sono il segno che il mondo si trova in una grave crisi e che la morte del giusto è un giorno di lutto per il creato. Nel caso di Gesù, questo giorno di lutto è anche giorno di abbandono. Recitando il Sal 22, egli manifesta la sua incomprensione di ciò che gli accade: colui che ha proclamato la vicinanza del regno dei cieli si ritrova solo davanti alla morte. Gesù non è un eroe tragico che lotta contro la morte senza temerla. Nella bufera, gli restano solo le parole del salmista. Questa tradizione biblica gli permette di esprimere la sua disperazione con le parole della fede nel cuore del dubbio più profondo. Si è spesso osservato che il Sai 22 serve da modello all'interpretazione della morte di Gesù. Questo salmo è il grido di disperazione del credente abbandonato da tutti. Non si dimenticherà tuttavia che esso termina con la scoperta, nel cuore stesso dell'angoscia e della morte, della presenza sorprendente di Dio al proprio fianco (cf. Sai 22,22b.27). Verosimilmente Matteo e i primi cristiani conoscevano questo salmo: sapevano quindi che termina con questa fiducia del salmista nel suo Dio. Gesù muore gridando a gran voce (v. 50). Alle soglie della morte, non è più in grado di parlare.

La morte di Gesù ha anzitutto un effetto sul tempio (v. 51a): il velo che separa il Santo dal Santo dei Santi, dove il sommo sacerdote entra solo una volta all'anno per offrire il sacrificio in vista del perdono, si squarcia in due, da cima a fondo. La morte di Gesù abolisce il tempo del tempio e del sacrificio (un'idea che svilupperà la Lettera agli Ebrei). All'inizio del Vangelo, i cieli si sono aperti (letteralmente: «strappati») al momento del battesimo di Gesù (3,16); in lui Dio si rivelava agli uomini in modo decisivo. 

Quasi al termine del suo racconto, Matteo sottolinea che anche la morte di Gesù causa uno strappo che inaugura un nuovo passaggio verso Dio. La morte di Gesù fa tremare anche il creato (v. 51b: la terra trema), segno del giudizio. La morte di Gesù viene interpretata come un avvenimento che fa precipitare la storia: quando Gesù muore, l'umanità passa da un'epoca a un'altra. L'episodio dei sepolcri che si aprono e dei santi che risuscitano e si fanno vedere alla risurrezione di Gesù (vv. 52-53) ne sono un'altra conferma. In un linguaggio apocalittico, Matteo sottolinea che morte e risurrezione di Cristo sono riunite in un unico avvenimento: l'evento pasquale viene compreso come un passaggio dalla morte alla vita, dal vecchio al nuovo eone; nel mondo ebraico, il nuovo eone era inaugurato dalla risurrezione dei giusti. In questi avvenimenti soprannaturali, il centurione e le guardie riconoscono una vera epifania (v. 54). 

Lunedi santo

Is 42 Un profeta, nel perido conclusivo dell’esilio, esercita la funzione sacerdotale che consiste nel proclamare la Legge, in questo caso anche ai pagani; esercita la funzione profetica annunciando la Parola con coraggio, nell’estrema difficoltà, senza abbattersi o venir meno. Infine esercita la funzione regale riuscendo ad attuare il suo programma. 

In sintesi, rinnova l’alleanza di Dio con il popolo e diventa luce delle nazioni. Compie una missione così vasta e così ardua perché conta sul sostegno del Signore che lo ha eletto e gli ha infuso il suo Spirito. “Se contro di me si accampa un esercito, il mio cuore non teme” (Sal 26). Il Signore che lo invia e l’accompagna è il Creatore; perciò, non solo detiene una potenza enorme ma esercita il suo influsso su ogni uomo. 

Gesù è il migliore interprete di questo ruolo profetico. Scelto, amato e consacrato dal Padre, riceve da lui lo Spirito senza misura. Ha vissuto senza esercitare una signoria dominatrice (non ha spento il lucignolo fumigante) prestando attenzione alle persone lontane da Dio. Egli con la sua morte ha confermato l’allenza antica e, dopo la sua risurrezione, ha inaugurato l’annuncio del Vangelo ai pagani, già redenti con il suo sangue. È lui che dona la vista ai ciechi e libera dal carcere i prigionieri del Peccato e dell’egoismo. 

Gv 12. Lazzaro, Marta e Maria sono amici di Gesù. Sono dei discepoli “sedentari”, ossia persone alle quali non è stato richiesto di abbandonare la famiglia e il lavoro come era stato richiesto ai Dodici. Nonostante ciò, amano Gesù e si propongono di praticare il suo insegnamento. Sono un sostegno per Gesù che li ricerca. Andando a visitarli un’altra volta, rinfocola le polemiche suscitate dalla risurrezione di Lazzaro (v.10). La reazione omicida dei capi dei giudei sta per raggiungere il suo intento. Il clima di morte viene disperso dall’ospitalità dei tre fratelli, mentre si diffonde il profumo della devozione di Maria che emerge e si fa percepire. È un’immagine del Vangelo che si diffonde oltrepassando, in modo silenzioso, tutti gli ostacoli. L’adesione vera al Vangelo presuppone la volontà di servire i poveri ma essa è preceduta, in via normale, dall’amore smisurato per il Signore, dal quale scaturisce come da una fonte. Dall’imitazione di Lui, poi, trae anche il suo stile d’azione e la sua misura. Esiste, infine, un’adesione di fede soltanto apparente; essa mantiene tutte le forme della devozione ma è soltanto apparenza, anzi diventa, in realtà, opposizione e contrasto. Il caso di Giuda non è l’unico esempio. perché «se anche dessi in cibo tutti i miei beni e consegnassi il mio corpo per averne vanto, ma non avessi la carità, a nulla mi servirebbe» (1 Cor 13,3). 

Martedi santo

Is 49. A differenza del primo canto (Is 42), qui il servo rappresenta l’Israele fedele a Dio, quella parte del popolo che ha vissuto di fede in modo esemplare. Egli ha ricevuto una vocazione e una missione così come l’ha ricevuta Geremia, come la riceverà san Paolo. Soprattutto questo Israele fedele a Dio prefigura Gesù. 

Prima di inviarlo, il Signore lo ha preparato per il suo compito, lo ha reso come un guerriero sagace che si prepara allo scontro affilando la spada e riempiendo la faretra. Il servo è armato, però, in modo pacifico; la spada è la sua bocca; le frecce appuntite sono le sue parole. Nella sua predicazione, che attua un progetto divino, manifesta la gloria del Signore. 

Ciò nonostante, la missione è difficoltosa e il servo teme d’aver faticato inutilmente. Dio che lo ha inviato, però, lo conferma, anzi dilata i confini del suo mandato. Non soltanto ricondurrà al Signore il popolo ribelle e disperso, ma diventerà una luce per tutte le nazioni e porterà la salvezza fino alle terre più lontane. Nell’ora dello scoraggiamento, il Servo dovrà fare affidamento sul sostegno che gli viene da Dio: «Sei tu, Signore, la mia speranza… Su di te mi appoggiai fin dal gremmo materno» (Sal 70,5-6). 

Gv 13. Gesù è preso da turbamento al pensiero che verrà tradito da uno dei dodici da lui scelto. Così mostra una coscienza superiore a qualle normale e, in ultima analisi, è lui che consente a Giuda di agire (dandogli il comando equivoco: quello che vuoi fare, fallo presto), mentre quest’ultimo, male usando il suo libero arbitrio, diventa uno strumento di Satana. 

All’opposto di Giuda, un discepolo amato (il Vangelo non precisa chi sia, ma la tradizione lo identificherà in Giovanni) gode di una intimità particolare con Gesù. Dopo la risurrezione, egli rappresenta la possibilità concessa ad ogni credente , cioè poter conoscere, penetrare e “assorbire come una spugna” (Gregorio di Nissa) i segreti del Maestro. Se il comportamento di Giuda avvilisce Gesù, come era stato avvilito il Servo, l’accoglienza del discepolo amato gli conferma l’efficacia della missione ricevuta. 

Fuori dal cenacolo prevale la notte perché la tenebra viene sperimentata da chi rompe la comunione con Gesù. 

La fatica di Gesù (cioè in ultima analisi la sua morte), apparentemente vana ed insensata, è in realtà una glorificazione. Proprio essa permetterà di conoscere la efficacia estrema della sua missione e, in questo modo, Dio stesso verrà riconosciuto e celebrato come il protagonista dell’opera di salvezza. 

Ogni discepolo partecipa alla donazione d’amore di Gesù, soltanto quando riceve la forza sufficiente per compiere un servizio del genere. Abbandonato a se stesso, conosce il fallimento del suo intento. 

Mercoledi santo

Is 50. Il profeta mostra un linguaggio da discepolo poiché trasmette fedelmente la Parola ricevuta. Al mattino riceve il messaggio da diffondere. Con la sua predicazione sostiene lo stanco, il popolo scettico e sfiduciato. Pur subendo una grave serie di umiliazioni, dalle quali non tenta neppure di difendersi, rimane fedele a Dio. Egli sintetizza nella sua persona i travagli di tutti i profeti e degli uomini di Dio che furono osteggiati e maltrattati. Il più eminente tra loro è stato Gesù. Il profeta, tuttavia, ha sperimentato l’aiuto del Signore. Egli è stato come il difensore che siede nel giudizio alla destra dell’imputato innocente. Per questo, il profeta riprende il suo compito con decisione e determinazione. 

Mt 26. «II primo giorno degli Azzimi» Gesù celebra la Pasqua ebraica, ma sta vivendo anche la sua propria pasqua, il suo proprio passaggio. Notare il modo sorprendente in cui Matteo rende l'invito di Gesù ai suoi discepoli di andare a preparare la cena: «Andate in città da un tale» («un uomo con una brocca d'acqua»). La mancanza di qualsiasi precisazione sull'identità dell'ospitante permette a ogni ascoltatore di identificarsi con lui, e accogliere così Gesù e i suoi discepoli per la cena pasquale.

L'annuncio del tradimento di Giuda avviene durante la cena. È significativo che ognuno dei discepoli esprima il timore di essere colui che sta per tradire. Infatti ognuno dice: «Sono forse io, Signore?» (v. 22) e non: «Chi è?». Non nominando esplicitamente Giuda, ma rispondendo semplicemente che egli «ha messo con me la mano nel piatto», Gesù li indica potenzialmente tutti, dato che allora si mangiava prendendo il cibo dallo stesso piatto! La differenza fra Giuda e gli altri discepoli consiste nell'immagine che egli ha di Gesù; non lo chiama «Signore» come gli altri (v. 22), ma «Rabbì» (v. 26). Del resto, soltanto chi crede che Gesù sia il Signore (e non soltanto un rabbi), può nutrire la speranza d’essergli fedele in ogni circostanza. 

Giovedi Santo

Esodo 12. L’anno inizia la liberazione la quale deve essere imitata dal popolo ogni anno. L’immolazione dell’Agnello che fino a quel momento segnava l’inizio della transumanza dei pastori verso nuovi pascoli, ora acquista il significato dell’inizio di una nuova esistenza libera dalla schiavitù. Il primo a «passare» è il Signore stesso che intende fare giustizia delle divinitò dell’Egitto che sono stati i promotori dell’oppressione. 


Gv 13. La lavanda dei piedi è immagine del servizio estremo di Gesù, che ama fino alla fine, cioè fino alla perfezione, fino al dono totale di sé. È, quindi, un’immagine per parlare della sua morte redentrice e, in secondo luogo, delle modalità con le quali è possibile accogliere la redenzione. La reazione di Pietro mette in risalto l’umiltà estrema di Gesù che compie un servizio da schiavo. Gesù lo invita ad accettare: farsi lavare i piedi significa accogliere la redenzione operata da lui, che ha come primo effetto il perdono (la purificazione dei peccati). Pietro non ha bisogno di un bagno totale perché si è purificato, in parte, accogliendo l’insegnamento del Maestro. Tutta la missione di Gesù è stata un lavaggio. Gesù compie questo gesto sbalorditivo perché, con la sua morte, sta creando una comunità di discepoli che avranno come regola quella di prestarsi un servizio reciproco, ad imitazione di quello di Gesù. L’uomo salvato è il credente che imita, in modo reale, lo stile di vita di Gesù. 

Venerdi Santo

Gv 18-19. 1. Il drappello delle guardie che vanno ad arrestare Gesù è composto da giudei e romani: tutto il mondo è coalizzato contro di lui. L’azione avviene nella notte, perché le tenebre vogliono ghermire la Luce. Gesù è pienamente consapevole dell’evento e si consegna volontariamente ai nemici. Di fronte alla sua dichiarazione solenne “Io sono”, il mondo indietreggia confuso davanti al Rivelatore. 

Gesù agisce come il buon pastore che vuole salvaguardare i suoi; poi, si oppone alla violenza di Pietro e si abbandona al volere del Padre. 

2. È condotto davanti ad Anna, membro influente del Sinedrio. Nel cortile della casa del Sommo Sacerdote, Pietro rinnega di essere discepolo di Gesù. Mentre questi avvevano dichiarato “Io sono”, l’apostolo si difende dicendo “non lo sono” e si unisce al gruppo dei nemici del Signore. Riscalda il corpo mentre sente freddo nel cuore. Lo schiaffo dato dalla guardia manifesta il rifiuto del mondo alla Verità di Gesù. 

3. Gesù viene condotto davanti a Pilato. 

Il governatore esce dal pretorio e viene a conoscere la richiesta dei giudei che vogliono la condanna di Gesù. Egli poi rientra e dialoga con Lui. Questi afferma di possedere un Regno che non deriva dal mondo e che è venuto a dare testimonianza alla verità.

Uscito all’esterno, Pilato dichiare l’innocenza di Gesù e spera di salvarlo preferendolo a Barabba. 

All’interno del pretorio, Gesù viene flagellato, incoronato di spine e beffeggiato.  

Pilato esce di nuovo e ribadisce la sua opinione sull’innocenza di Gesù (Ecco l’uomo!). I Giudei si accaniscono contro Gesù e vogliono ucciderlo perché si è fatto Figlio di Dio. Pilato, scosso da questa notizia, rientra per parlare con Gesù, ma questi, in un primo momento, rimane in silenzio e poi accusa di Pilato di codardia e gli ricorda di aver ricevuto il potere da Dio stesso al quale dovrà rispondere. 

Nell’ultima uscita, il governatore mostra di temere di essere accusato dai giudei presso Cesare. Poi presenta Gesù come il loro re, cercando ancora una volta di proteggerlo ma alla fine cede alle loro pressioni. 

Pilato, tradendo se stesso, si sottomette alla folla sulla quale avrebbe dovuto esercitare il potere, con giustizia. I Giudei, a loro volta, accettano di sottomettersi a Cesare, andando contro le loro vere aspirazioni. Né Pilato né i Giudei sono persone libere e agiscono contro loro stessi. Soltanto Gesù che, in apparenza, è in loro balìa, si dimostra libero. 

4. La salita al Calvario

Gesù porta la croce da solo e non beve la bevanda che potrebbe stordirlo perché vuole essere padrone del suo destino. La sua posizione centrale tra i due malfattori e la scritta, redatta in tre lingue, ploclama la sua regalità che è di carattere universale; ad essa i suoi avversari si oppongono inutilmente. La spogliazione delle vesti: ciò che lo danneggia, diventa un vantaggio per gli altri. (La tunica rimasta intatta simboleggia l’unione della Chiesa, frutto della croce?). 

Agendo secondo il diritto ebraico, pone la madre sotto la protezione del discepolo, che diventa il rappresentante di Gesù, in sua assenza. Gesù crea la nuova famiglia che continuerà ad operare dopo la separazione con lui. 

Chiedendo da bere, ricorda che Egli ha sete di compiere la volontà del Padre ottenendo la salvezza di tutti. Nell’ultima parola pronunciata (“Tutto è compiuto, tutto si sta compiendo”), fa sapere che la sua Rivelazione è giunta al perfetto compimento e che il progetto di salvezza ha cominciato ad attuarsi. 

Le sue ossa non vengono spezzate come era prassi nei confronti dell’Agnello pasquale (e conforme alla promessa data al giusto). Dal fianco, sgorga l’acqua simbolo del Battesimo (e dello Spirito) e il sangue (simbolo dell’Eucarestia e del dono di se stessi). 

Egli è morto ma continua a vivere e a salvare tutti quelli che volgeranno a Lui il loro sguardo di fede e riconoscenza. 



domenica 22 marzo 2026

Susanna e l'adultera


 Dn 13. Susanna è una israelita che si propone di vivere, con grande impegno, i comandamenti del Signore, senza commette peccati gravi. Quando dichiara: “Meglio per me morire che peccare!” (Dn 13,23), rivive la migliore tradizione d’Israele, quella che si manifesta anche nel caso dei martiri dell’epoca dei Maccabei. La stessa risoluzione animerà anche i martiri cristiani e tutti i credenti che si proporranno di essere fedeli a Dio con tutto se stessi. 

Di fronte alla trama improvvisata dai due anziani, ma efficace, Susanna è impotente e sola. La possibilità della sua innocenza, non viene neppure considerata. L’unica possibilità per lei è ricorrere al Signore. Egli conosce le cose prima che accadano e, certamente, può intervenire per soccorrere una innocente. Susanna vive la spiritualità del povero, suggerita a più riprese dalla Sacra Scrittura. La sua fiducia ottiene l’esaudimento. 

La defezione dei due anziani dimostra che l’uomo, anche il più retto, non è esente dalla pressione delle passioni e dalla forza della concupiscenza. L’uomo compie il male che non vuole commettere e non attua il bene che desidera fare (Rm 7). Susanna manifesta il meglio d’Israele e gli anziani il peggio dell’umanità. Tutti però sono vittime di una legislazione troppo severa che vuole consolidare la bellezza dell’onestà ma non tiene conto dell’estrema povertà degli uomini. La sola giustizia è insufficiente per dare salvezza. 

Gv 8. Gesù privilegia la misericordia rispetto al rigore della giustizia. I suoi accaniti avversari, progettano un caso per poter o disonorarlo o condannarlo. Se suggerisce l’obbedienza alla Legge fino ad accettare la lapidazione dell’adultera, deve contraddire l’insegnamento sulla misericordia sostenuto da lui con insistenza (e così si disonora a motivo della sua incoerenza); se invece continua a sostenere il valore del condono della peccatrice, deve opporsi alla Legge e così dimostra d’essere un falso profeta. Egli non si limita a ricorrere ad uno stratagemma ma aiuta tutti a riconoscersi colpevoli. Il rigore della giustizia, da solo, condanna tutti. Salvando la donna adultera, provoca la sua condanna a morte ma Egli porta su di sé i peccati di tutti affinché noi potessimo liberarci dal peccato e da una giustizia implacabile. 



venerdì 20 marzo 2026

V Settimana Quaresima

Domenica V

La resurrezione di Lazzaro

La resurrezione nella Sacra Scrittura presenta due aspetti: una resurrezione morale e sociale (come quella annunciata da Ezechiele al popolo in esilio; si tratta di una risurrezione metaforica) ed una di carattere escatologico, definitivo (reale). Questa resurrezione presuppone l’avvento della una nuova creazione promessa. Tuttavia essa non è soltanto sperata, ma è cominciata realmente; è stata inaugurata dalla Risurrezione di Gesù nel suo corpo fisico e siamo in attesta di partecipare alla sua glorificazione, non per i nostri meriti ma per la ricchezza della misericordia di Dio. Siamo in attesa dell’adempimento della beata speranza, già cominciata nella storia. 

Intanto la risurrezione di Gesù viene partecipata a noi, già da ora, mediante il dono di una vita nuova. Mentre gli Ebrei credono che la nuova creazione (o il tempo messianico) avvenga soltanto alla conclusione della storia, per il cristiano il futuro atteso è già cominciato, anche se soltanto in modo parziale. Egli crede alle parole di Gesù, (divenute ancora più chiare e credibili dopo la sua risurrezione): Io sono la risurrezione e la vita. La partecipazione alla risurrezione si manifesta, per ora, come partecipazione ad una vita nuova. Essa affiora nella nostra vita nel pentimento e nell’uscire dall’abbattimento e dallo sconforto. 

Il punto capitale della nuova vita prende inizio quando Gesù risorto infonde in una persona il miracolo del pentimento. Il pentimento vero e profondo che cambia l’orientamento di vita di una persona è il più grande dono del Risorto. Da qui la preghiera di colletta: chiama a vita nuova coloro che stanno nelle tenebre e nell’ombra di morte. Il pentimento vero presuppone che l’uomo pentito, penitente, cominci ad amare il prossimo. L’amore, più che altre pratiche penitenziali, sono il segno di un cambiamento di vita. «Noi sappiamo che siamo passati dalla morte alla vita, perché amiamo i fratelli. Chi non ama rimane nella morte» (1 Gv 3,14). 

Le Letture, poi, presentano due motivi che rendono possibili la risurrezione: San Paolo parla di una motivazione teologica: la presenza in noi dello Spirito Santo.

Giovanni aggiunge una seconda motivazione: la compassione del Signore, l’orrore di Dio nei confronti della morte, manifestata nel turbamento e nel pianto di Gesù. Egli «non gode della rovina dei viventi» (Sap 1,13), perciò «non abbandonerai la mia vita negli inferi, né lascerai che il tuo fedele veda la fossa» (Sal 15,10). «Dio non è dei morti, ma dei viventi; perché tutti vivono per lui» (Lc 20,38), 


Lunedi V

 Dn 13. Susanna è una israelita che si propone di vivere, con grande impegno, i comandamenti del Signore, senza commette peccati gravi. Quando dichiara: “Meglio per me morire che peccare!” (Dn 13,23), rivive la migliore tradizione d’Israele, quella che si manifesta anche nel caso dei martiri dell’epoca dei Maccabei. La stessa risoluzione animerà anche i martiri cristiani e tutti i credenti che si proporranno di essere fedeli a Dio con tutto se stessi. 


Di fronte alla trama improvvisata dai due anziani, ma efficace, Susanna è impotente e sola. La possibilità della sua innocenza, non viene neppure considerata. L’unica possibilità per lei è ricorrere al Signore. Egli conosce le cose prima che accadano e, certamente, può intervenire per soccorrere una innocente. Susanna vive la spiritualità del povero, suggerita a più riprese dalla Sacra Scrittura. La sua fiducia ottiene l’esaudimento. 


La defezione dei due anziani dimostra che l’uomo, anche il più retto, non è esente dalla pressione delle passioni e dalla forza della concupiscenza. L’uomo compie il male che non vuole commettere e non attua il bene che desidera fare (Rm 7). Susanna manifesta il meglio d’Israele e gli anziani il peggio dell’umanità. Tutti però sono vittime di una legislazione troppo severa che vuole consolidare la bellezza dell’onestà ma non tiene conto dell’estrema povertà degli uomini. La sola giustizia è insufficiente per dare salvezza. 


Gv 8. Gesù privilegia la misericordia rispetto al rigore della giustizia. I suoi accaniti avversari, progettano un caso per poter o disonorarlo o condannarlo. Se suggerisce l’obbedienza alla Legge fino ad accettare la lapidazione dell’adultera, deve contraddire l’insegnamento sulla misericordia sostenuto da lui con insistenza (e così si disonora a motivo della sua incoerenza); se invece continua a sostenere il valore del condono della peccatrice, deve opporsi alla Legge e così dimostra d’essere un falso profeta. Egli non si limita a ricorrere ad uno stratagemma ma aiuta tutti a riconoscersi colpevoli. Il rigore della giustizia, da solo, condanna tutti. Salvando la donna adultera, provoca la sua condanna a morte ma Egli porta su di sé i peccati di tutti affinché noi potessimo liberarci dal peccato e da una giustizia implacabile. 


Martedi V

Nm 21. Il popolo non sopporta il viaggio. Deve preoccuparsi di trovare cibo ed acqua in un deserto. Dimenticano che il Signore era venuto in loro aiuto, mostrandosi Padre provvidente. Il viaggio della vita presenta momenti di serenità e di asprezza. Nell’ora della difficoltà è facile cadere nella preoccupazione e nell’angustia asfissiante. Anche questo viaggio può risultare opprimente. Il salmista consiglia: «Affida al Signore il tuo peso ed egli ti sosterrà, mai permetterà che il giusto vacilli» (Sal 55,23). «Non angustiatevi per nulla, ma in ogni circostanza fate presenti a Dio le vostre richieste con preghiere, suppliche e ringraziamenti. E la pace di Dio, che supera ogni intelligenza, custodirà i vostri cuori e le vostre menti in Cristo Gesù» (Fil 4,6-7). 

Il Signore sembra aggiungere dolore a dolore. Egli rattrista per un instante per far conoscere un bene più grande: «perché la sua collera dura un istante, la sua bontà per tutta la vita. Alla sera ospite è il pianto e al mattino la gioia» (Sal 30,6). «Se affligge, avrà anche pietà secondo il suo grande amore. Poiché contro il suo desiderio egli umilia e affligge i figli dell’uomo» (Lm 3,32). Così il popolo sperimenta la guarigione donata dal Signore e gode di un’altra prova del suo amore. L’esperienza della guarigione è sempre possibile per tutti noi. 

Gv 8. Il vero morso con cui siamo stati aggrediti è quello del peccato. «Sappiamo infatti che la Legge è spirituale, mentre io sono carnale, venduto come schiavo del peccato. Non riesco a capire ciò che faccio: infatti io faccio non quello che voglio, ma quello che detesto» (Rm 7,14). Per liberarci da questa schiavitù opprimente ed universale, dobbiamo ricorrere all’aiuto di Gesù: «Se qualcuno ha peccato, abbiamo un Paràclito presso il Padre: Gesù Cristo, il giusto. È lui la vittima di espiazione per i nostri peccati; non soltanto per i nostri, ma anche per quelli di tutto il mondo» (Gv 2,2). 

Gesù dimostra di avere una missione e di essere l’Inviato da Dio proprio perché dal suo incarico non ricava nulla di vantaggioso per se stesso anzi deve affrontare passione e morte. Il Padre non lo lascia solo ma lo apprezza in modo totale. L’obbedienza di Gesù comunica a tutti la sua santità. «Per l’opera giusta di uno solo si riversa su tutti gli uomini la giustificazione, che dà vita. Infatti, come per la disobbedienza di un solo uomo tutti sono stati costituiti peccatori, così anche per l’obbedienza di uno solo tutti saranno costituiti giusti» (Rm 5,18). In questo senso, attira tutti a sé. 


Mercoledi V

Dn 3. La litugia quaresimale riporta dei passi biblici che fanno riferimento al Battesimo e altri che accennano alla passione di Cristo e alle sofferenze affrontate da persone di fede, soprattutto dai martiri. 

Tre giovani vengono gettati in una fornace perché rifiutano di obbedire al comando del sovrano che vorrebbe costringerli all’idolatria. Il sovrano, Nabucodonosor, si è autodivinizzato (“Quale dio vi potrà liberare dalla mia mano?”. Israele ha conosciuto le pretese dei sovranni ellenistici, ai quali venivano attribuiti onori divini, che tentavano d’imporre la religione pagana, soffocando quella ebraica, difesa dai Maccabei. Nei tempi attuali, non di rado, le autorità costituite cercano l’appoggio della religione e assumono connotati religiosi. Esigono obbedienza sul piano legislativo e su quello culturale. La cultura preponderante tenta sempre di diventare dominante e totalizzante. 

La risposta de Tre è una testimoniana profonda di fede non soltanto perché rifiutano ogni atto idolatrico ma soprattutto perché non pretendono neppure di essere salvaguardati da Dio in questo mondo. Questo sarà anche l’atteggiamento di Gesù. 

Un angelo scende in basso insieme a loro e i giovani vengono protetti da un vento pieno di rugiada. La vicinanza dell’angelo assicura quella di Dio. Egli è sempre dalla parte di chi soffre e subisce oppressione. Scendere è un’attitudine normale del Signore. La rugiada è un’immagine dell’aiuto concreto che i perseguitati ricevono da Dio. Essa si manifesta non sempre in una liberazione, ma nella disponibilità a salvaguardare le decisioni della loro coscienza. Il testimone conosce l’esperienza della consolazione: «Egli ci consola in ogni nostra tribolazione, perché possiamo anche noi consolare quelli che si trovano in ogni genere di afflizione con la consolazione con cui noi stessi siamo consolati da Dio» (2 Cor 1,4). 

Gv 8. La discussione di Gesù con i Giudei si fa sempre più accesa ed Egli sa di rischiare la condanna a morte. Gesù, perseguitato, continua a svolgere la missione ricevuta dal Padre (“non sono venuto da me stesso, ma lui mi ha mandato” “Io dico quello che ho visto presso il Padre”). Le verità parziali degli uomini possono liberare da false opinioni  da situazioni oppressive, ma Gesù Egli è la verità che offre la libertà totale, perché libera dal peccato e dalla morte. Chi non lo accoglie e non si fa guidare da Lui, vive liberazioni incomplete. La malattia degli uomini non sta nel singolo atto peccaminoso ma nell’incapacità di evitare il peccato. La persona continua ad essere dominata, più o meno gravemente, dal proprio egoismo. Un segno di questa schiavitù sta nel rifiutare di riconoscere il proprio limite e nella presunzione di credersi già risanati. 


Giovedi V

Gen 17. Gv 8. Questo passo evangelico è in stretta relazione con il Vangelo. Gesù dichiara: «Abramo, vostro padre, esultò nella speranza di vedere il mio giorno; lo vide e fu pieno di gioia» (Gv 8,56). In realtà il testo biblico non dichiara che Abramo abbia contemplato, in visione, i giorni messianici e tanto meno la persona stessa del Messia. Il patriarca riceve la promessa che dalla sua discendenza sarebbe provenuta una serie di sovrani (tra i quali può spiccare il Messia). Le parole di Gesù non si appoggiano sul testo ma sopra una interpretazione rabbinica secondo la quale ad Abramo era stata concessa la grazia di vedere l’era messianica. 

In aggiunta, Gesù proclama l’intera estensione della sua grandezza. Egli è più grande di Abramo e dei profeti. Afferma di essere al di sopra e al di fuori del tempo: «Io sono» (v.58). Prima della sua nascita come uomo, Egli già preesisteva presso il Padre. Grazie alla sua divinità, Egli può dare una vita eterna a coloro che credono in lui (v.51). Queste attestazioni vengono considerate blasfeme dai Giudei perché, oltrepassando il limite di una creatura, lo mettono alla pari con Dio. Gesù, tuttavia, ha mostrato dei segni che rivelano la sua gloria. Già comincia la sua passione nella reazione scandalizzata dei Giudei che tentano, inutilmente, di lapidarlo. 

Il compito della Chiesa, ora, è espresso dal salmista: «Cercate il Signore e la sua potenza, ricercate sempre il suo volto» (Sal 104,4). Gesù, promesso e desiderato dai profeti, offre a noi la possibilità di sfuggire a due nemici fatali: il Peccato e la Morte. «È necessario infatti che egli regni finché non abbia posto tutti i nemici sotto i suoi piedi. L’ultimo nemico a essere annientato sarà la morte, perché ogni cosa ha posto sotto i suoi piedi» (1 Cor 15,25-26).


Venerdi V

Ger 20,10-13. Geremia confessa di aver avuto notizia diretta delle trame persecutorie intessute contro di lui. Perfino gli amici sono irritati dalla sua predicazione; si sentono smascherati dalle sue parole e desiderano vendicarsi.

Tuttavia si sente protetto da Dio e sa che la sua causa non è sua ma di Dio, il quale farà prevalere il suo progetto. Gli oppositori saranno delusi. 

Poiché è meglio parlare a Dio che parlare di Dio, il profeta si affida a lui. Gli ricorda la sua innocenza e gli chiede di portare a compimento la sua causa. La vendetta sugli avversari non ha una componente astiosa ma è la richiesta che Egli faccia prevalere la verità. Anticipa il ringraziemento, unendosi a tutti i poveri del Signore che sono stati esauditi perché avevano in lui l’unica speranza. 

Gv 10,31-42. La persecuzione contro Gesù diventa sempre più insistente. Egli non incontra degli interlocutori critici nei suoi confronti ma degli avversari pronti a lapidarlo. Egli deve cercare di sfuggire e di nascondersi. Il motivo per il quale viene osteggiato è il fatto che Egli si proclama Figlio di Dio, in una relazione di parità con lui. Se le autorità religiose, incaricate da Dio ad interpretare ed applicare la Legge, furono chiamati dèi (Cf Sal 82,6), quanto più Gesù che è l’Inviato definitivo di Dio, la Parola, può essere chiamato Figlio di Dio. Se la divinità, in qualche misura, può essere attribuita alle persone che accolgono la parola, tanto più deve essere assegnata alla Parola di Dio stesso. 

La persecuzione contro Gesù continua da parte di coloro che, ancora oggi, negano la sua singolarità e lo pongono alla pari di altre figure religiose. Il rifiuto nei suoi confronti prosegue, in modo altrettanto accanito, da partre di coloro che negano ogni valore salvifico alla sua morte e la verità della sua risurrezione nel suo vero corpo. 


sabato 14 marzo 2026

IV SETTIMANA Quaresima

Commento Bibbia liturgica

 Lunedi IV

Is 65. È chiaro che la creazione, come appare attualmente, è degradata e non corrsponde perfettamente al progetto originario del Signore. Ciò nonostante è ancora buona e, in ogni caso, rimane sempre oggetto dell’attenzione premurosa di Dio. «Io esulterò di Gerusalemme, godrò del mio popolo» (v.19). 

I tempi messianici rappresentano una ripresa del progetto originario di Dio, il quale donerà anche di più. «Simeone, uomo giusto e pio, aspettava la consolazione d’Israele, e lo Spirito Santo era su di lui» (Lc 2,25). La Resurrezione di Gesù ha inaugurato il rinnovamento globale della creazione e, a partire dall’annuncio pasquale, la speranza del cristiano si sposta verso il tempo della consolazione. Esso, per ora, è atteso ma non soltanto atteso, perché può essere affrettato: «Convertitevi dunque e cambiate vita, perché siano cancellati i vostri peccati e così possano giungere i tempi della consolazione da parte del Signore ed egli mandi colui che vi aveva destinato come Cristo, cioè Gesù» (At 3,19-20). 

La nuova creazione appare nell’uomo di fede che lascia dimorare in sé il Risorto. Se uno è in Cristo, allora c’è la nuova creazione: «Se uno è in Cristo, è una nuova creatura; le cose vecchie sono passate; ecco, ne sono nate di nuove» (2 Cor 5,17). Nel frattempo, la Chiesa in parte invoca (Vieni in mio aiuto! Sal 20,11), dall’altra anticipa il ringraziamento: «Hai mutato il mio lamento in danza (Sal 20,12; «Ora si è compiuta la salvezza, la forza e il regno del nostro Dio e la potenza del suo Cristo» (Ap 12,10). 

Gv 4. La guarigione del figlio del funzionario del re, anticipa la guarigione pasquale e la redenzione definitiva. Di ognuno si può dire: «Vive!» e la presenza anticipata in noi della vita eterna, è prova della credibilità della nostra fede. 


Martedi IV

Ez 47. Il salmo 45 presuppone che in Gerusalemme, la città di Dio, la più santa tra le dimore di Dio, ci sia grande abbondanza di acqua, segno di benedizione. L’acqua esce dall’altare, dal lato destro; è quindi un dono particolare del Signore. Quest’acqua è sempre più abbondante e rigenera il territorio fino a farlo diventare un nuovo Eden: vi era una grandissima quantità di alberi. Questi alberi sono, come troviamo in altri passi un’immagine per parlare del giusto: sono fruttiferi in modo straordinario, rimangono sempre verdeggianti, forniscono cibo e medicine. Lo Spirito Santo è rappresentato in quest’acqua sempre più abbondante. Più respingiamo il male e più acconsentiamo alla grazia, lo Spirito Santo può riversare in noi il suo frutto con un’abbondanza sempre maggiore: amore, gioia, pace, magnanimità, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé. 

Gesù ci immerge in un’acqua salutare. Lui stesso è la forza che ci guarisce. Egli si avvicina al paralitico senza essere stato supplicato o richiesto; guarisce con una sola parola perché è la Parola a guarirci; s’allontana senza sollecitare o attendere alcun ringraziamento. Ci imparte un grande insegnamento: ciò che ci paralizza e ci fa ammalare è il peccato, la rottura od ogni incrinatura del nostro rapporto con Dio. Ciò che ci guarisce è la carità, la benevolenza gratuita verso coloro che possiamo aiutare. 


Mercoledi IV

Il passaggio pasquale è considerato un nuovo Esodo. 

 “Al tempo della benevolenza…” Nell’ora (nel tempo) in cui Dio ancora una volta si prende cura del suo popolo, attua un nuovo Esodo (in pratica è il ritorno degli esuli in patria). Questo ritorno o nuovo Esodo è visto come una risurrezione (“per far risorgere la terra”) e una liberazione dal carcere (“per dire ai prigionieri: uscite!”). Il buon esito del cammino è assicurato dalla benevolenza del Signore perché «Colui che ha misericordia di loro li guiderà» e consentirà agli esuli di rioccupare la terra dalla quale erano stati scacciati. Si ripetono, perciò, i prodigi del primo Esodo: il gregge/popolo trova nutrimento ovunque (“lungo tutte le strade”), anche nei luoghi più impensati; non soffrirà l’arsura. Ogni ostacolo verrà superato (trasformerò i monti in strade). Anzi le vie del Signore “saranno elevate”. Avverrà il raduno completo di tutti i dispersi. Il Signore mostra tutta la forza della sua compassione (del suo amore materno), «la sua tenerezza si espande su tutte le creature» (Sal 114). 

Il tempo della benevolenza è l’oggi: «Vi esortiamo a non accogliere invano la grazia di Dio. Egli dice infatti: Al momento favorevole ti ho esaudito e nel giorno della salvezza ti ho soccorso. Ecco ora il momento favorevole, ecco ora il giorno della salvezza!» (2 Cor 5,21-6,2). Che cosa è accaduto? «Gesù, colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo fece peccato in nostro favore, perché in lui noi potessimo diventare giustizia di Dio». 

Oggi il Signore ci fa uscire dalla malvagità del mondo (Gal 1,4): eravamo tenebre e siamo stati illuminati (Ef 5,8). Veniamo nutriti da una manna nascosta (Ap 2,17) e dissetati dall’acqua che toglie ogni sete (Gv 4,14). Facciamo parte dei figli radunati dal Signore: «Gesù doveva morire per la nazione; e non soltanto per la nazione, ma anche per riunire insieme i figli di Dio che erano dispersi» (Gv 11,51-52). Questa nuova situazione di grazia anticipa la realtà futura (Ap 21, 4-5)

Gv 5. Gesù è la novità assoluta che attua la nuova creazione e il nuovo Esodo. Non conosce soltanto in mondo indiretto e incompleto il volere del Padre, ma vede ciò che Dio compie e lo replica all’interno di questo mondo. È il Padre che gli manifesta la sua opera per amore in modo che il Figlio, ubbidendo a Lui, diventa pari a Lui. 

Gesù dona la vita eterna a chi lo ascolta. Il discepolo fedele passa da morte a vita e si sottrae ad un altro giudizio futuro, quando dovrà separarsi da chi non vuole accoglierlo. 

Giovedi IV

Il popolo si mostra privo di fede e di riconoscenza verso Dio. Egli li ha liberati dall’Egitto ma essi non si fidano di Lui, come avevano fatto altre volte. In realtà tutti manchiamo di riconoscenza e fatichiamo a nutrire fiducia in Lui. In fondo, Israele non rinnega Dio in modo diretto, ma lo riduce ad una divinità. Non vogliono sottomettersi ad un Dio misterioso che li accompagna per educarli seguendo un suo percorso, ma un dio che esegue i loro desideri, che si fa manipolare; deve essere una potenza posta a loro servizio. 

La decisione più immediata sarebbe quella di abbandonare questo popolo indegno ma questa reazione sarebbe troppo umana. Il Signore detesta di distruggere la sua creatura ma ama essere misericordioso. «Dio non ha creato la morte e non gode per la rovina dei viventi. Egli infatti ha creato tutte le cose perché esistano; le creature del mondo sono portatrici di salvezza, in esse non c’è veleno di morte» (Sap 1,13-14). Inoltre è Dio di estrema fedeltà che mantiene la parola data ai Patriarchi. Mosè conosce questo modo di sentire del Signore (avendolo sperimentato anche su di sé) e si mette a suo servizio disposto ad avviare un nuovo percorso. Soltanto questa pazienza di Dio rivela la sua gloria, che rimarrebbe offuscata se distruggesse il suo popolo (gli Egiziani fraintenderebbero del tutto il suo operato). 

Gv 5. Gesù viene misconosciuto allo stesso modo in Dio, suo Padre, era stato rifiutato dall’antico Israele. Eppure il Padre ha fornito attestazioni chiare sulla veridicità della sua missione: ha mandato Giovanni il Battista che ha testimoniato a suo favore; gli ha dato la possibilità di compiere segni miracolosi; ha predisposto la testimoniamza delle Scritture. Mosè che un tempo aveva interceduto per il popolo, ora invece condannerebbe gli Israeliti contemporanei di Gesù. 

Non basta computare la Bibbia. Questo diventa un esercizio salvifico se, in chi la legge, sorge un vero sentimento d’amore per Dio e una reale disponibilitò ad obbedirgli, sostenendo l’opposizione di chi è lontano da Lui. 

Venedi IV

Sap 2. Il passo rivela la reazione sdegnata dei malvagi contro il giusto, per i quali è insopportabile soltanto il vederlo. Il giusto evocato in questo testo non è simile al fariseo della parabola che, ritenendosi un uomo integro, disprezza chi ha commesso peccato. Sono i malvagi ad attribuire al giusto sentimenti deleteri nei loro confronti. È vero, tuttavia, che il giusto proclama la verità etica e rimprovera le azioni criminose che infrangono la Legge. Condanna le azioni, non le persone. Inoltre attesta di godere della comunione con Dio e confida nella sua protezione. 

Questa convinzione è, invece, derisa dagli empi. Giungono al punto di tormentare e perfino di condannare a morte l’uomo retto per cercare di minare la sua integrità, costituita da mitezza e spirito di sopportazione, e per dare la prova che Dio, in realtà, lo trascura. Senza il giudizio divino, i poveri rimangono in balìa dei prepotenti privi di scrupoli e di sentimenti religiosi. In realtà il Signore è vicino a chi ha il cuore spezzato, custodisce la sua persona e li riscatta (Sal 33). 

Il giusto prefigura Gesù. Elevato in croce, i suoi persecutori non riescono a distruggere la sua mitezza e il suo spirito di sopportazione (Lc 23,34). Deridono la sua certezza di essere custodito da Dio (Lc 23,35) ma Gesù non pretende di essere salvaguardato dal Padre e si abbandona a Lui (Eb 5,7) e ai suoi misteriosi segreti. La sua opera non viene distrutta ma incrementata in maniera esponenziale dalla sua stessa morte (Gv 12,32). Dio ha custodito le sue ossa, neppure una viene spezzata (Sal 33,21; Gv 19,33).

Gv 7. Gesù sperimenta la persecuzione inflitta al giusto, in continui tentativi di arrestarlo (Gv 7,30) o perfino di ucciderlo (Gv 7,1). Benché prenda delle precauzioni per non essere sorpreso lungo il cammino verso Gerusalemme, giunto nella città santa, nel tempio stesso, proclama il suo messaggio con estremo coraggio e chiarezza. Lo fa per adempiere la sua missione e rimanere nella piena comunione con il Padre, di cui è Figlio. 

Sabato IV

Ger 11. Il profeta confessa di essere venuto a sapere che erano state ordite contro di lui diverse trame, di cui non s’era neppure accorto. Si paragona all’agnello mansueto che viene prelevato e condotto al macello senza che l’animale lo sappia. «Si lasciò umiliare e non aprì la bocca: era come un agnello condotto al macello» (Is 53,7). 

I nemici lo vogliono morto, anzi desiderano che sia dimenticato in modo totale. Il suo insegnamento deve scomparire, insieme al ricordo del su coraggioso impegno profetico. La sua unica difesa resta il Signore che lo ha inviato. “Cessi la cattiveria dei malvagi. Rendi saldo il giusto! Il mio scudo è in Dio” (Sal 7,10). In realtà chi vuole annientare il profeta, desidera annullare il progetto del Signore, ma questo è impossibile. Paolo incoraggerà il discepolo Timoteo con queste parole: «Ricòrdati di Gesù Cristo, per il quale soffro fino a portare le catene come un malfattore. Ma la parola di Dio non è incatenata! Perciò io sopporto ogni cosa per quelli che Dio ha scelto, perché anch’essi raggiungano la salvezza che è in Cristo Gesù, insieme alla gloria eterna» (2 Tm 2,8-10.

La causa dei testimoni di Dio prosegue anche dopo la loro eliminazione, anzi essa acquista maggiore forza. «Finché siamo pecore, vinciamo ma, se diventiamo lupi, siamo sconfitti perché ci viene meno il soccorso del pastore. Non pascola lupi, ma pecore e quindi ti abbandona e si ritira perché non permetti che si mostri la sua potenza» (Crisostomo, Su Matteo 33,1). 

Gv 7. Gesù suscita una controversia vivace. Molti fra coloro che si oppongono a lui, dimostrano di non conoscerlo bene. Non possiedono tutti i dati necessari per valutarlo in modo corretto. Le guardie inviate ad arrestarlo, mentre lo ascoltano, capiscono che il suo insegnamento, non solo non è errato o fuorviante, ma degno della massima attenzione e approvazione, pieno di fascino. Le autorità, preoccupate del rispetto della Legge, sono disposte ad infrangerla pur di elimare Gesù. Per il momento tutto rimane come prima e ciascuno torna a casa propria senza aver ottenuto alcun risultato. 

Spesso i profeti ricevono stima perfino da parte di chi li elimina. Il Battista aveva suscitato, a sua volta, l’attenzione ammirata di Erode: «Temeva Giovanni, sapendolo uomo giusto e santo, e vigilava su di lui; nell’ascoltarlo restava molto perplesso, tuttavia lo ascoltava volentieri» (Mc 6,20). «Tenete una condotta esemplare fra i pagani perché, mentre vi calunniano come malfattori, al vedere le vostre buone opere diano gloria a Dio nel giorno della sua visita» (1 Pt 2,12).





Guarigione del cieco nato

 

Il cieco nato rapprenta l’umanità che, creata buona da Dio e rimasta ancora buona, si mostra incapace di vivere secondo la verità. È cieca perché, pur conoscendo Dio, non gli rende onore come a Dio, non gli riconosce la grandezza; non vede quale ricchezza sia accogliere Dio e quale cecità trascurarlo. Il Signore, tuttavia, per grazia, cerca sempre di salvare. 

Il cieco appartiene a mondo dei poveri, trascurati e disprezzati. Anche Davide non era stato apprezzato dal padre Iesse ma soltanto da Dio. L’umanità peccatrice è quel povero seduto sull’immondezza di cui Dio ha pietà per pura misericordia. 

Il fango fatto con lo sputo ricorda la prima creazione quando Dio formò l’uomo dalla terra. Egli ora lo crea di nuovo. «Eravate un tempo tenebra, ora siete luce nel Signore» (Ef 5,8). Il cieco inizia un cammino d’illuminazione: crede nella parola di Gesù e s’affretta a lavarsi nella piscina di Siloe. In realtà si purifica nel sangue di Gesù, nella sua morte che ottiene il perdono dei nostri peccati. 

Comincia ad essere credente perché testimonia a favore di Gesù precisando come è avvenuta la sua guarigione. Noi possiamo parlare di Dio soltanto raccontando ciò che è avvenuto in noi. È capace di resistere alla prepotenza dei nemici di Gesù e offre loro perfino un’istruzione saggia (se Gesù fosse peccatore, non avrebbe potuto compiere un miracolo) e, in modo indiretto, suggerisce loro di diventare suoi discepoli. 

Infine subisce una persecuzione in quanto viene espulso dalla Sinagoga ed affronta una morte civile. Il cieco guarito è costretto a percorrere la valle oscura ma, trovandosi nel buio, riceve la consolazione di sentire presso di sé i passi del Signore, il rumore del suo bastone: Egli infatti lo sta accompagnando e confortando.

Riguardo a questo consolidamento, possiamo dire che anche noi abbiamo ricevuto un dono simile a quello di Davide. Il Signore ci conferma con il dono dello Spirito: «È Dio stesso che ci conferma, insieme a voi, in Cristo e ci ha conferito l’unzione, ci ha impresso il sigillo e ci ha dato la caparra dello Spirito nei nostri cuori» (2 Cor 1,21-22). Lo Spirito è unzione perché fa penetrare nella nostra persona le cose di Dio; è sigillo perché ci fa appartenere a Dio in modo permanente; è caparra perché anticipa nella nostra povera vita, la vita eterna. 

Il frutto dello Spirito (Gal 5,22: amore, gioia, pace, magnanimità, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé) è migliore dei suoi sette doni. I sette doni sono una predisposizione (una patente di guida) mentre il frutto rappresenta il risultato (il traguardo raggiunto). 



martedì 10 marzo 2026

Senso teologico della preghiera

 

CHE COSA FA LA CHIESA QUANDO PREGA ?

A una tale domanda, si possono dare — credo — le tre seguenti risposte : 

1. — Essa esprime la sua identità più profonda.

La Chiesa, quando prega, si manifesta proprio in quanto Chiesa. Essa si riunisce. E nota l'affermazione della Costituzione conciliare sulla Liturgia ; affermazione, a mio avviso, tra le piu importanti del Concilio Vaticano II: «... tutti devono dare la più grande importanza alla vita liturgica della diocesi che si svolge intorno alvescovo, principalmente nella chiesa cattedrale: convinti che la principale manifestazione della Chiesa (praecipua manifestatio Ecclesiae) consiste nella partecipazione piena e attiva di tutto il popolo santo di Dio alle medesime celebrazioni liturgiche, soprattutto alla medesima Eucaristia, in una sola preghiera (in una oratione), presso il medesimo altare cui presiede il vescovo circondato dai suoi sacerdoti e ministri». La manifestazione per eccellenza della Chiesa si verifica quando questa si riunisce per la preghiera comune. È allora che essa realizza se stessa al più alto grado; diviene allora « visibilmente » ciò che è « misteriosamente » : popolo di Dio riunito davanti a Lui; essa trova allora anche la sua struttura fondamentale : popolo riunito...

Si ricorda che Ignazio d'Antiochia scriveva ai Magnesii: « II Signore, che era tutt’uno con il Padre, non fece nulla senza di Lui (cfr. Gv 5, 18 ; 12, 50), né agendo da solo, né (agendo) per mezzo dei suoi Apostoli; e cosi anche voi nulla dovete fare senza il vescovo e senza i presbiteri. Ed è inutile che cerchiate di far apparire buono ciò che fate voi, privatamente; siate una cosa sola : un'unica speranza nell'amore, un'unica gioia purissima : questo è Gesù Cristo e nulla e meglio di Lui! Accorrete dunque tutti a quell'unico tempio di Dio, intorno a quell'unico altare che è Gesù Cristo : Egli è uno, e procedendo dall'unico Padre, e rimasto a Lui unito, e a Lui è ritornato nell'unità».

Benché, tuttavia, quest’assemblea della Chiesa non possa non essere assemblea locale, essa ha di fatto dimensioni molto più estese, nello spazio e nel tempo : per e attraverso la sua preghiera comune diviene la Chiesa di Dio, tale quale è a X ; e questa localizzazione dev'esser presa sul serio, perché essa è una delle condizioni della sua ecclesialità. Ma l'assemblea della Chiesa diviene ancor di più : il sacramento, cioé, — con e accanto alle altre Chiese locali — della santa Chiesa stessa di Dio, diffusa nel mondo e nei secoli, che si unisce alla compagnia degli angeli per celebrare il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo. Sicché, quando si parla di preghiera comune, bisogna dire che essa è necessariamente comune alla Chiesa in tutta la sua cattolicità : quando 1'assemblea della Chiesa prega, prega, di fatto, con la Chiesa intera. Essa è, nei limiti inevitabili del «qui» e dell' «ora », epifania del popolo di Dio. Ma se la Chiesa acquista nella preghiera comune la sua identità più profonda in quanto popolo, anche ciascuno dei suoi membri trova in essa che cosa egli è nel più profondo di se stesso : innestato sul Figlio unico, egli è divenuto capace, attraverso lo Spirito, di dire a Dio : «Padre » (4). Egli ha raggiunto il suo vero destino ; ha risposto alla sua vocazione : quella di mettersi alla presenza del Signore, per celebrare, coi fratelli, la gloria del Padre, del Figlio e dello Spirito, e per divenire, attraverso e in questa celebrazione, theias koinonòs physeos (2 Pt. 1, 4) : partecipe della divina natura.

2. — Essa ubbidisce al comando del Signore.

Quando la Chiesa prega, ubbidisce. È la seconda risposta che bisogna dare alla nostra domanda. Certo, la Chiesa tende verso il suo Signore come una giovane verso il suo fidanzato ; ma ciò che motiva la sua preghiera non e necessariamente la necessità o la voglia di pregare : in tempi di aridità spirituale, infatti, può non averne affatto voglia.

Essa si riunisce per pregare perchè ha ricevuto il comando di farlo. Il culto religioso non è anzitutto risultato di un bisogno religioso (per questo, la sua forma non è quella di riuscire ben gradito) : è innanzitutto ubbidienza ad un ordine : «... fate questo in memoria di me . . . », «... quando pregate, dite . . . », « pregate sempre . . . ». Ma perchè questo comando ? Credo si debba avere il coraggio di rispondere: perchè la preghiera, a causa dell'esaudimento di Dio, fa avanzare la storia della salvezza del mondo. Ogni autentica preghiera cristiana è portatrice, realizzatrice di storia, essa provoca l'avvicinamento della fine del mondo (e anche qui vediamo che non è possibile fare una netta distinzione teologica tra preghiera comune e preghiera privata, preghiera tradizionale e preghiera improvvisata). L'esaudimento della preghiera — sarà necessario ritornarvi sopra — mostra, come osserva K. Barth, che vi e « un influsso della preghiera sull'azione, sull'esistenza di Dio » (6).

In altre parole, quando la Chiesa si riunisce per la preghiera, diviene realizzatrice del disegno di Dio per il mondo ; «essa è allora — come dice J. Ellul — generazione di un futuro . . . , è (lì) . . . per assicurare la possibilità di una storia» (7) : la storia della salvezza. Si rivela qui, di fatto, il carattere politico della preghiera cristiana : essa fa maturare la storia, anche se in modo modesto, nascosto, non demagogico . . . « L'atto di pregare — diceva recentemente 1'arcivescovo Antonio Bloom - è un atto di ribellione contro la schiavitù, più essenziale più efficace della lotta armata» (8)

3 — Essa si presenta a Dio nel nome del mondo.

La Chiesa, quando prega, esprime l’identità più vera i se stessa, e 1'identità più naturale dei suoi membri. Essa ubbidisce a un comando del Signore e in tal modo contribuisce a far venire il Regno (9). In terzo luogo, bisogna dire che la Chiesa, quando prega, si sostituisce al mondo, che non sa più o non sa ancora, pregare. Essa si esercita nell'offrirsi sacrificio regale. II famoso «sacerdozio universale », infatti, e molto più 1'ufficio attraverso il quale la Chiesa intera, in Gesù Cristo, si presenta Dio in nome e al posto del mondo, che il diritto, per ogni uomo, di presentarsi immediatamente a Dio. L'ufficio, cioè, al riparo del quale il mondo può sussistere sotto la pazienza di Dio . . . Primizia delle creature, dice, parlando della Chiesa, la lettera di Giacomo (cf. 1, 18) : ciò in cui il mondo intero può comparire e sussistere dinanzi Dio.  È ciò che pone la Chiesa in preghiera, cosi vicino la Croce di Cristo.

Qui, fin dall'inizio noi troviamo, nella giusta prospettiva, la portata politica della preghiera comune : recitata in nome del mondo, questo sopravvive malgrado ciò che 1'attira verso la morte, e un tal fatto gli permette esser raggiunto ancora dall'Evangelo. Ci si sente colpiti, leggendo il Nuovo Testamento, nel notare che si manifesta in esso cosi poco sentimento di responsabilità politica diretta, il suo tenore, a proposito di questo fatto, e molto diverso da quel che si sente dire ascoltando la teologia contemporanea. Non credo ciò dipenda da una certa indifferenza per i poveri e gli sfruttati, e neppure dal fatto che l' ansia escatologica e 1'attesa dell' imminente parusia distogliesse la Chiesa nascente da un impegno politico concreto ; credo piuttosto sia dovuto al fatto che la Chiesa situava il principale esercizio della sua responsabilità politica nella preghiera : nel suo dovere, cioè, di porsi dinanzi a Dio in nome del mondo, perchè il mondo, protetto dalla di lei preghiera, potesse durare ancora e l'Evangelo vi fosse proclamato come 1'unica possibilità di salvezza. La Chiesa, quando prega, e come 1'apostolo Paolo che spezza il pane sul mare in tempesta e garantisce, mediante la sua presenza, la sopravvivenza di tutti i passeggeri. Sarebbe tanto desiderabile che la Chiesa riprendesse oggi coscienza che e proprio mediante la preghiera ch'essa si rende veramente utile al mondo! sarebbe tanto desiderabile che essa fosse fedele a questa sua vocazione!

II. CHE COSA DICE LA CHIESA QUANDO PREGA ?

Cominciamo con 1'osservare che non ogni preghiera è buona per esser recitata, in Chiesa. Bisogna pregare « secondo la volontà di Dio » (cf. 1 Gv 5, 14), o pregare «in nome di Gesù Cristo ». K. Barth chiama la preghiera cristiana «1'atto che consiste nel dare la nostra adesione all'opera di Dio»(10). Egli rileva, dunque, dal senso teologico della preghiera comune, che questa e regolata da ciò che noi sappiamo della volontà di Dio rivelata in Gesù Cristo. Questa volontà, vaglia — se cosi posso dire — tutto ciò che ci potrebbe venire in mente di dire a Dio. È ciò che fa anche in modo che la preghiera comune non possa non tener conto della tradizione liturgica della Chiesa: non necessariamente per ripetere preghiere di un tempo — come si ripeterebbero delle formule che essendo gia state esaudite garantirebbero di esser esaudite di nuovo — ma per pregare come un tempo, secondo gli stessi grandi schemi. Ora mi sembra possibile affermare che pregare « secondo la volontà di Dio » implichi essenzialmente tre cose : 1° - la celebrazione di Dio, che intende ed esaudisce; 2° - la domanda perchè venga il suo Regno ; 3° - 1'intercessione perchè la sua volontà di salvezza si diffonda, si realizzi, si consolidi. Tutte le altre preghiere non sono, per essere cristiane, che delle ramificazioni di questa triplice preghiera fondamentale. Vediamo la cosa un pò più da vicino.

1. — Essa celebra le grandi opere di Dio.

La preghiera comune e innanzitutto celebrazione delle grandi opere di Dio. « Santo è il suo nome : di generazione in generazione la sua misericordia stende su quelli che lo temono. Ha spiegato la potenza del suo braccio, ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore ; ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili; ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato a mani vuote i ricchi. Ha soccorso Israele, suo servo, ricordandosi della sua misericordia, come aveva promesso ai nostri padri, ad Abramo e alla sua discendenza, per sempre » (Lc 1, 50 ss).

«Benedetto il Signore Dio d'Israele, perchè ha visitato e redento il suo popolo, e ha suscitato per noi unasalvezza potente nella casa di Davide, suo servo, come aveva promesso per bocca dei suoi santi profeti d'un tempo : salvezza dai nostri nemici e dalle mani di quanti ci odiano. Cosi Egli ha concesso misericordia ai nostri padri e si e ricordato della sua santa alleanza, del giura-mento fatto ad Abramo, nostro padre, di concederci, liberati dai nemici, di servirlo senza timore, in santità e giustizia al suo cospetto, per tutti i nostri giorni» (Lc 1, 68 ss).

« Signore, tu sei Colui che hai fatto il cielo, la terra, il mare e tutte le cose che sono in essi, tu, mediante lo Spirito Santo, per bocca del padre nostro e tuo servo David, hai detto : 'Perchè fremettero le genti, e i popoli hanno meditate cose vane? I re della terra si presentarono, e i principi si sono radunati insieme contro il Signore e contro il suo Cristo. E veramente, in questa città si sono radunati Erode e Ponzio Pilato, insieme coi Gentili e con tutto il popolo d'Israele, contro il santo tuo Figliolo Gesù, che tu hai consacrato! Essi han fatto quel che la tua mano e il tuo consiglio decreto si facesse» (At 4, 24 ss).

A queste tre preghiere si dovrebbe aggiungere anche la citazione delle innumerevoli formule dossologiche contenute nelle lettere di Paolo, nell'Apocalisse, ed in altri testi. Si dovrebbero aggiungere ancora le formule di confessione di fede mediante le quali la Chiesa riunita si pone di fronte a Dio per celebrarlo, per enumerare tutto quello che Egli ha fatto in Gesù Cristo, dando in Lui, al mondo, un riferimento e una speranza. E questa celebrazione di Dio — primo contenuto della preghiera comune — si basa su una convinzione talmente salda che in Gesu di Nazareth Dio ha fatto biforcare la sorte del mondo intero che, come ad esempio nel magnificat o nel Cantico di Zaccaria, ciò che e ancora tutt’al più solo iniziato — la sconfitta degli orgogliosi, cioè, e il rovesciamento della situazione degli umili e degli affamati — è cantato come irreversibilmente stabilito e realizzato. Proprio come nell'espressione detta da Cristo sulla Croce : « Tutto è compiuto » (Gv 19, 30).

Nella sua preghiera, dunque, la Chiesa comincia col celebrare Dio, la sua misericordia, la sua storia, la sua vittoria. Si pensi al catechismo di Heidelberg, che tanto insiste sul fatto che la preghiera « e la principale parte della riconoscenza che Dio reclama da noi»(ll).

2. — Essa esprime la sua attesa del rinnovamento di tutte le realtà, in Gesù Cristo.

Ciò che la Chiesa esprime, in secondo luogo, nella preghiera comune, e il suo ardente desiderio di vedere incontestabilmente realizzato il rinnovamento di tutte le cose ottenuto dalla morte e resurrezione di Gesù Cristo. «Venga la (tua) grazia e passi questo mondo ! » (12). È la preghiera medesima che chiude lo stesso Nuovo Testamento : «Lo Spirito e la Sposa dicono : Vieni! Vieni, Signore Gesu ! » (Ap 22, 17.20) (13).

Ed e in questa prospettiva — credo — che bisogna interpretare anche 1'insieme dell'orazione domenicale. Essa e la preghiera di coloro per i quali niente conta altrettanto quanto la conferma pubblica, universale, della loro confessione di fede : la dimostrazione che la resurrezione di Gesù nel mattino di Pasqua non può non portare come conseguenza il rinnovamento dell'intera creazione, attraverso lo stabilirsi del Regno di Dio e il godimento dei beni escatologici. Per questo — mi sembra — anche il tenore delle ultime richieste dell'orazione domenicale implora la parusia : il pane epiousios, « soprasostanziale », la cancellazione di tutto ciò che porrebbe 1'uomo in conflitto con Dio, la capacita di resistere al maligno nel giorno dell'ultimo giudizio. E il semeron [oggi] della quarta richiesta mi sembra allora voglia dire che, nell'ansiosa attesa della parusia, fin d'oggi noi possiamo vivere della vittoria del Cristo e della venuta dello Spirito Santo, come attesta la variante della versione lucana della preghiera del Signore : «venga su di noi il tuo Santo Spirito e ci purifichi» (Lc 11,2).

3. — Essa attesta l'evangelizzazione del mondo

Il terzo elemento veramente importante della preghiera comune, e che non ostante gli ostacoli posti dal1'avversario, il disegno di Dio avanza nel mondo ; coloro, perciò, che sono incaricati di essere i portatori dell'Evangelo del Signore, lo siano senza affievolirsi. Si potrebbe anche dire che il terzo elemento veramente importante della preghiera comune, è 1'evangelizzazione del mondo. « E adesso, Signore, tieni presenti» le minacce di Erode, di Pilato, delle nazioni, del popolo d'Israele «e concedi ai tuoi servi di annunziare la tua parola con tutta fran-chezza, mentre tu stendi la mano a risanare e a operar segni e prodigi per mezzo del nome del santo tuo Figlio Gesù», dicono i fedeli di Gerusalemme al ritorno di Pietro e Giovanni dopo che avevano essi dovuto comparire dinanzi al Sinedrio (At 4, 29 ss). Sono stato colpito nel notare la regolarità di questo tipo di preghiera nei testi neotestamentari: la richiesta che 1'Evangelo si radichi, si fortifichi la dove e gia piantato, che arrivi a nuovi luoghi d'impiantazione. Non è possibile farne 1'enumerazione completa ; pochi esempi saranno sufficienti.

Si potrebbero anzitutto rilevare i rendimenti di grazie con cui Paolo inizia le sue lettere, e che sono dominati dalla preoccupazione dell'avanzamento dell'Evangelo nel mondo. «Ringraziamo Iddio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, ogni volta che preghiamo per voi, sentendo la fede che avete in Cristo Gesu e 1'amore che portate a tutti i santi, per via della speranza che e riposta per voi nei cieli; speranza che avete gia da tempo concepito nella parola di verità del Vangelo pervenuto a voi, come in tutto il mondo sta producendo i suoi frutti e facendo progressi quali fa tra voi, dal di che 1'avete udito, e avete conosciuto la grazia di Dio nella sua verità . . . Perciò anche noi. . . non cessiamo dal pregare per voi e dal chiedere che siate ben compenetrati della conoscenza di quel che e la sua volontà in tutto il campo della sapienza e intelligenza spirituale, si da procedere in modo degno del Signore, con pieno suo gradimento, in ogni opera buona, fruttificando e progredendo nella cognizione di Dio, in ogni virtù fortificati secondo la sua gloriosa potenza a sopportare ogni cosa con pazienza e longanimità, con gioia ringraziando Dio Padre dell'avervi resi atti ad aver parte nell'eredita dei santi nella luce ; quel Dio, che ci ha sottratti all'impero delle tenebre, e ci ha trasportati nel regno del Figlio dell'amor suo, in cui abbiamo la redenzione, la remissione dei peccati » (Cl 1, 3-14). O ancora : « Io ringrazio il mio Dio ad ogni ricordo di voi, sempre, in ogni orazione mia, pregando con gioia per tutti voi, a motivo della vostra partecipazione al Vangelo, dal primo giorno fino ad ora, persuaso di questo appunto che chi ha cominciato in voi 1'opera buona, la compirà fino al giorno di Gesu Cristo. Ed e giusto per me il pensar questo di tutti voi, perchè vi ho nel cuore, come quelli che, e nelle mie catene, e nella difesa e nella confermazione del Vangelo, siete tutti compagni a me nella grazia. Poiché Dio mi e testimone che io voglio bene a tutti voi nelle viscere di Gesù Cristo ; e questa e la mia preghiera che la vostra carità cresca sempre più e più, in cognizione e in ogni finezza di senso, si da riconoscere voi le cose migliori, affinché siate schietti e irreprensibili fino al giorno di Cristo, ripieni del frutto della giustizia per via di Gesù Cristo, a gloria e lode di Dio » (Fl 1, 3-11).

Questi esempi potrebbero esser moltiplicati. Ad essi bisogna aggiungere, nello stesso senso, 1'esortazione rivolta ai Tessalonicesi o ai Colossesi, di pregare per lui « perchè la parola del Signore abbia corso e sia glorificata ovunque . . . e affinché noi siamo liberati dagli uomini protervi e malvagi, poiché non e di tutti la fede » (2 Tss 3, 1 ss); o di pregare sempre per lui «affinché Iddio gli apra la porta della parola, e gli sia dato annunziare il mistero di Cristo, per il quale anche ora e in catene, affinché lo manifesti come conviene che ne parli» (cfr. Cl 4, 3 ss). Si ritrova qui come un'eco della preghiera sacerdotale di Gesù che chiede a Dio non di togliere dal mondo coloro a cui Egli da 1'incarico di rappresentarlo in esso, ma di preservarli dal male, santificarli attraverso la verità e unirli incrollabilmente « affinché il mondo riconosca che tu mi hai mandato e che li hai amati, come hai amato me » (Gv 17, 9 ss).

Questa stessa preoccupazione dell'avanzamento del1'Evangelo e del consolidamento della fede di coloro che hanno creduto, si ritrova ancora, di frequente, nelle benedizioni dossologiche riportate dal nuovo Testamento:

«A Colui che può consolidarvi secondo il mio Vangelo e la predicazione di Gesù Cristo, conforme alla rivelazione di un mistero per lunghi secoli taciuto, (ma ora rivelato, per mezzo delle Scritture profetiche, giusta 1'ordine dell'eterno Dio e conosciuto fra tutte le genti per trarle all'obbedienza della fede), a Dio unico Sapiente, per via di Gesù Cristo, sia gloria per i secoli dei secoli. Amen ! » (Rm 16, 25 ss: cf. Giud. 24 ss).

Riassumendo : se, mediante la preghiera comune, la Chiesa esprime la sua più profonda identità, fa avanzare la storia della salvezza, tiene il suo ruolo di popolo sacerdotale, mediatore tra Dio e il mondo, tra il mondo e Dio, quello che essa celebra in questa preghiera e innanzitutto Dio e la storia che Egli concretizza per salvare il mondo; e poi l' implorazione perchè venga la parusia e con essa sia (definitivamente) stabilito il Regno di Dio; e infine la richiesta che essa, la Chiesa, e coloro che ne sono i responsabili, possano fedelmente assolvere il com-pito che solo loro sono capaci di assolvere, e che e indispensabile al mondo e alla sua salvezza : far in modo, cioè, che nell'attesa della parusia, 1'Evangelo si diffonda, s'impianti, si consolidi e porti il suo frutto. Non credo esagerato dire che tutte le altre preghiere non sono cri-stiane che nella misura in cui scaturiscono da queste tre preghiere fondamentali e preparano ad esse.

III.

A CHE COSA, LA PREGHIERA COMUNE, IMPEGNA LA CHIESA, CHE LA RIVOLGE A DIO?

Mi domando spesso se l'attuale crisi della preghiera e della vita di preghiera non sia dovuta in gran parte ad un riflesso d'onesta : in coloro, evidentemente, che non dubitano (dell’esistenza) di un Dio, vivente e personale. Si prega male, si prega poco, perchè s'insiste sulla serietà della preghiera, s'insiste nel dire che la preghiera impegna. Si tende allora a rifugiarsi nella preghiera della Chiesa. Ma anche questa impegna, impegna altrettanto. A che cosa pero ?

1. — Volere ciò che si chiede a Dio.

La preghiera impegna la Chiesa a volere essa stessa ciò che domanda a Dio. Se la preghiera — per riprendere la citazione di K. Barth riportata poco fa — è «l'atto che consiste nel dare la nostra adesione all'opera di Dio » (14), questa adesione impegna. La Chiesa stessa diventa responsabile di ciò che domanda. Si, liberamente responsabile : senza alcun timore, cioè, per tutto ciò che si dovrà fare. A questo proposito, 1'assenza di frenesia che caratterizza la politica missionaria di Paolo : di lui, che, pure — se l' esegesi di 2 Tm 2 proposta da O. Cullmann è corretta (15) — era incaricato in modo più particolare degli altri del compimento del terzo momento del contenuto della preghiera, e che sapeva di essere un elemento chiave dell'avanzamento della storia della salvezza, e esemplare.

Se Paolo fosse stato veramente convinto della parusia, avrebbe egli organizzato si saggiamente la sua strategia missionaria, da impiantare 1'Evangelo soltanto nelle città, per poi arrivare a poco a poco, alle campagne ? Avrebbe egli pazientemente atteso tre anni nelle prigioni di Cesarea, prima di appellare a Cesare ? La preghiera impegna la Chiesa a mettersi innanzitutto al servizio dell'esaudimento di ciò che essa domanda a Dio. Essa stessa diviene allora collaboratrice di Dio nell'avanzamento del piano di salvezza, qualunque sia l'esegesi di Theou sunergoi [collaboratori di Dio] che si adotta per spiegare il testo di 1 Cr 3, 9 (16).

E di tutta la vita della Chiesa che bisognerebbe qui parlare, perchè essa non e altro che un volontariato per e nell'opera della salvezza che Dio persegue nel mondo.

Riguardo a ciò che abbiamo rilevato parlando del contenuto della preghiera cristiana, impegnarsi nel servizio dell'esaudimento di quel che si domanda a Dio, significa — ricondotto all'essenziale — : sapere che quel che conta veramente, nel mondo, e la venuta, 1'insegnamento, la passione, la vittoria e la glorificazione di Gesù Cristo e 1'agire m conseguenza (di queste stesse realtà) ; esser tesi verso la manifestazione di ciò che e avvenuto nel momento dell'incarnazione e sottomettere alla speranza di questa manifestazione 1'insieme della propria vita, dare all'impiantazione e alla crescita dell'Evangelo la preferenza su ogni altra attività ; compiere ciò che è specificamente cristiano, ciò che nessuna cosa e nessun altro che la Chiesa può compiere qui in terra.

2. — Pregare in modo unanime.

Parlando della preghiera comune, il Nuovo Testamento utilizza frequentemente due espressioni che fanno riflettere: la comunità cristiana, per la sua preghiera si riunisce epi to auto, «in uno stesso luogo » (17), e questa preghiera e pronunziata «in maniera unanime », «in comune», homothymadon (18). La Chiesa, che la preghiera costituisce in assemblea di Dio, e una Chiesa una.Come non si va a presentare a Dio la propria offerta in stato di inimicizia col fratello, ma si va prima a riconciliarsi con lui (cfr. Mt 5, 23 ss), cosi la Chiesa non deve presentarsi a Dio divisa. La sua divisione sarebbe infatti una smentita — per cosi dire — di ciò che essa e, un sabotaggio della propria preghiera (cfr. Mt 18, 19). È qui anche il senso del bacio di pace che precede il momento più importante della preghiera comune : 1'Eucaristia (19).

Se la preghiera comune impegna a mettersi al servizio di ciò che si domanda a Dio e ad accettare di divenire noi stessi operatori di esaudimento, bisogna ora dire, in secondo luogo, che la preghiera comune impegna la Chiesa — che la rivolge a Dio — a far questo in modo unanime, nell'unita ; che 1'impegna, di conseguenza, ad una particolare cura per impedire le divisioni e, se queste si sono prodotte, a guarirle.

Noi non siamo qui per abbordare, ancor meno per trattare le relazioni tra preghiera comune e ricerca ecumenica, ma sarebbe cosa estremamente importante il porci almeno le domande: sono le nostre divisioni talmente profonde, da impedirci di pregare insieme, perché convinti di non rivolgerci allo stesso Dio, attraverso lo stesso Cristo e nello stesso Spirito ? E se esse non sono tali, se esse non c'impediscono di pregare insieme, che cosa attendiamo per misurarne non la profondità ma la piccolezza e per svelarla ed eliminarla, onde la Chiesa locale possa riunirsi epi to auto, per rivolgersi a Dio homoihymadon ?

3. — Una preghiera già esaudita.

Un ultimo punto in questo breve esame da noi fatto, per conoscere a che cosa la preghiera impegna. Esso ci ha condotto all'esaudimento della preghiera. « Questa è la fiducia che noi abbiamo in Lui — dice la prima lettera di Giovanni — che qualunque cosa chiederemo secondo la sua volontà, Egli ci esaudisce. E sappiamo che ci esaudisce, qualunque cosa gli chiediamo ; lo sappiamo perchè abbiamo 1'effetto delle richieste a Lui fatte» (5, 14-15). Ciò significa — credo — che la preghiera cristiana e una preghiera gia esaudita in Gesù Cristo, una preghiera di cui noi domandiamo a Dio di confermare 1'esaudimento. « Perciò vi dico — afferma Gesù — tutte le cose che domanderete nella preghiera, abbiate fede di ottenerle e le otterrete » (Mc 11, 24). La preghiera comune dei cristiani si appoggia, in qualche modo, a ciò che Dio ha compiuto in Gesù Cristo e che e «infinitamente al di la di quel che noi domandiamo, o pensiamo » (Ef 3, 20); ed è in questa situazione ch'essa è pronunziata. Noi non possiamo domandare di più di quello che Dio ci ha donato, possiamo nondimeno domandare 1'apocalisse, lo svelamento, la manifestazione incontestabile di tutto questo. Ciò che mi sembra significare, in modo assai concreto, tre cose :

1° - la pazienza nell'attesa dell'esaudimento, o piuttosto dell'esaudimento manifesto. Può sembrare talvolta— o anche spesso — che Dio risponda al contrario di ciò che gli domandiamo anche con fede; come indica la preghiera stessa, non esaudita, di Gesù nel Getsemani

— prima che Egli si piegasse alla volontà di Dio (Mc 14, 36) — o come Paolo apprende dopo averchiesto per tre volte (anche lui 1 Cfr. Mc 14, 36.39.41) di esser oberato da quel misterioso stimolo della carne (cf. 2 Cr 12, 7). Apprende cioè che gli è sufficiente la grazia di Dio, poiché la forza di Dio si compie nella debolezza. Si, può sembrare che Dio risponda al contrario, come appresero anche quelle persone — di cui il mondo era indegno — che furono lapidate, segate, perirono di spada, andarono raminghe, furono denudate, oppresse, maltrattate perchè non dovevano giungere alla perfezione senza di noi (cf. Ebr 11, 37).

L'esaudimento segreto preliminare, e garante dell'esaudimento ultimo manifesto. La preghiera comune o privata impegna dunque alla fiducia nella virtù, nella validità, e sufficienza dell'esaudimento preliminare di ogni preghiera cristiana, impegna alla fede in Gesù Cristo, incarnato, crocifisso, risuscitato e glorificato.

In secondo luogo, se la preghiera impegna alla pazienza, nell'attesa dell'esaudimento finale della preghiera gia fin d'ora esaudita, essa non impegna di meno a ricercare tutti quei segni in cui 1'esaudimento preliminare e finale trovano la propria attestazione, ed a gioirne. E specie a ricercare ed a gioire di quel momento più importante, in cui si attesta, per eco ed anticipazione, l'esaudimento della preghiera : l'Eucaristia della domenica.

Infine, se l'esaudimento che attendiamo, è la manifestazione e la conferma di ciò che è passato nella vita, morte e resurrezione di Gesù di Nazareth, se esso è 1'esaurimento dell'esaudimento, allora noi sappiamo che cosa domandare per pregare secondo Dio: è infatti l'orazione domenicale quella preghiera totalmente differente dalla preghiera spontanea, che sale dal cuore dell'uomo (21) e provoca e segna l'avanzamento della storia della salvezza.