Posto in completamento
Domenica delle PalmeIs 50. Il profeta ha una mentalità e un linguaggio da discepolo, cioè è una persona che trasmette fedelmente la Parola ricevuta. Al mattino riceve il messaggio da diffondere. Con la sua predicazione sostiene lo stanco, il popolo scettico e sfiduciato. Pur subendo una grave serie di umiliazioni, rimane fedele a Dio. Egli sintetizza nella sua persona tutti i profeti e gli uomini di Dio che furono osteggiati e maltrattati. Il più eminente tra loro è stato Gesù. Il profeta, tuttavia, ha sperimentato l’aiuto del Signore. Egli è stato come il difensore che siede nel giudizio alla destra dell’imputato innocente. Dio, che conosce la verità, si pone al suo fianco così da realizzare la sua missione.
Filippesi 2. I primi due versetti trasferiscono al mondo celeste e riferiscono, per così dire, ciò che Gesù decise mentre viveva con Dio Padre, nell’eternità. «L’esistenza donata dell’uomo Gesù è il prolungamento, o lo specchio, di un ragionare divino» (B. Maggioni).
Servire non è stato in primo luogo una scelta di Gesù nella sua vita terrena, ma è la caratteristica tipica della divinità, del modo di essere e di pensare di Dio. Gesù «non ha fatto se non opere mirabili ma l’azione più sorprendente è stata la sua volontaria umiliazione quando ha assunto la nostra carne e ha condiviso le nostre sofferenze» (Bruno di Segni PL 164,836 C).
Paolo interpreta la vita umana come schiavitù. La schiavitù consiste nel non avere la padronanza di sé e della propria vita. Agli uomini capitano tante cose che non scelgono e che spesso li sgomentano.
Gesù, per definizione di se stesso, è stato Colui che «non ha voluto fare nulla da se stesso» ma piuttosto a fare sempre ciò che vedeva fare dal Padre (Cf Gv 5,19). In questo è consistito l’esercizio della sua divinità o figliolanza divina. Messo di fronte ad una scelta come lo fu Adamo, l’uomo tipico, Gesù non cercò il proprio vantaggio, diffidando di Dio, ma si abbandonò a Lui. Gesù, perciò, ha voluto accettare anche ciò che di solito è ripugnante per gli uomini. Ha ricevuto il consenso ma ha affrontato per lo più anche il rifiuto.
Il Padre non lo salvaguardò e Gesù dovette percorrere il curriculum tipico dei profeti e abbracciare il peggio dell’esperienza umana. Il peggio della vita umana è finire nella morte ma Gesù dovette affrontare, in aggiunta, una morte particolarmente dura ed infamante. «È per questo motivo che i Giudei diedero da fare per eliminarlo in tal modo: per renderlo esecrabile, affinché, se qualcuno non si fosse distaccato da lui a causa della sua condanna a morte, si staccasse a causa di questo tipo di condanna […] pensavano di renderlo abominevole e di farlo apparire più abominevole di tutti» (GFI 8,3 PG 62,232).
In ogni caso, si abbandonò al volere del Padre che sembrava richiedere il suo annientamento e visse una fiducia estrema. Fu un vero uomo religioso. In Gesù l’umanità compie ciò che non era stata in grado di fare e così Egli diventa causa di salvezza eterna. Fu tale da rendere graditi a Dio tutti gli uomini.
Per questo (diò)… Dio Padre esalta il dono totale di sé vissuto da Gesù, capace di accogliere l’estrema umiliazione. Desiderare di salire fino alla realtà celeste è facile; difficile è, dalle sublimità celesti, scendere in basso con una decisione volontaria, condividendo la sorte degli umili. Gesù è l’unico, tra i grandi personaggi religiosi, del quale si può annunciare un fatto simile. Perciò è l’unico al quale viene dato il Nome più sublime. L’inno non proclama l’ascesa di Gesù, il quale non sale da se stesso ma viene assunto (anelêmphthê) da Dio (At 1,2) e riceve in dono da Lui il nome più elevato.
Morte in croce e risurrezione formano una unità perché viene glorificata la totale dedizione di sé. «Per questo il gesto di Dio che risuscita Gesù non è solo un gesto che ha approvato il Crocifìsso, ma un gesto che ne ha rivelato l'identità».
Passione secondo Matteo. L’unzione del profumo
Mt 26,14 ss. Matteo menziona l'arrivo di Gesù nella casa di Simone il lebbroso (v. 6), una persona probabilmente nota ai suoi ascoltatori. La menzione della lebbra ricorda il primo racconto di miracolo operato da Gesù (8,1-4) e conferma che, per lui, il confine fra puro e impuro è sorpassato.
È presente una donna (v. 7a) e il narratore si limita a descrivere il suo gesto, sorprendente ed eccessivo: ella versa sulla testa di Gesù un profumo molto costoso (v. 7b). La reazione indignata dei discepoli (v. 8) è perfettamente in linea con ciò che lo stesso Gesù ha chiesto al giovane ricco (19,21): il denaro ricavato dalla vendita del profumo poteva servire ai poveri (v. 9). La risposta di Gesù (vv. 10-13) qualifica il gesto della donna come un'«azione buona» nei suoi confronti (v. 10), che prefigura la sua sepoltura (v. 12). L’unzione è un’immagine del Vangelo che si diffonde oltrepassando, in modo silenzioso, tutti gli ostacoli. L’adesione vera al messaggio di Gesù presuppone la volontà di servire i poveri ma questa decisione deriva dall’amore smisurato per il Signore. Dall’imitazione di Lui, poi, trae anche il suo stile d’azione e la sua misura. Esiste, infine, un’adesione di fede soltanto apparente. Il caso di Giuda non è l’unico esempio perché «se anche dessi in cibo tutti i miei beni e consegnassi il mio corpo per averne vanto, ma non avessi la carità, a nulla mi servirebbe» (1 Cor 13,3). Giuda rimane in una logica contabile, come se si trattasse di riguadagnare il denaro perduto a causa del gesto della donna, vendendo colui che ne fu il beneficiario.
Preparativi della Pasqua
«II primo giorno degli Azzimi» (v. 17) è il primo giorno della Pasqua ebraica. Con questa precisazione, il narratore suggerisce che Gesù celebra la Pasqua ebraica, ma anche che sta vivendo la sua propria pasqua, il suo proprio passaggio (secondo l'etimologia del termine ebraico Pesach).
L'annuncio del tradimento di Giuda avviene durante la cena. È significativo che ognuno dei discepoli esprima il timore di essere colui che può tradire Gesù. Infatti ognuno dice: «Sono forse io, Signore?» (v. 22) e non: «Chi è?». Non nominando esplicitamente Giuda, ma rispondendo semplicemente che egli «ha messo con me la mano nel piatto», Gesù li indica potenzialmente tutti, dato che allora si mangiava prendendo il cibo dallo stesso piatto! In realtà, la differenza fra Giuda e gli altri discepoli consiste nell'immagine che egli ha di Gesù, che non chiama «Signore» come gli altri (v. 22), ma «Rabbì» (v. 26); egli interpreta Gesù nel quadro della Legge, mentre quest'ultimo la compie oltrepassandola (cf. 5,17-48).
Ultima cena di Gesù
Sono tutti i discepoli, compreso Giuda, a ricevere dalle mani di Gesù il pane e il calice dell'alleanza (vv. 26-29). L'Ultima cena di Gesù comprende i tre momenti: un'azione e una parola sul pane (v. 26); un'azione e una parola sul calice (vv. 27-28); una promessa escatologica (v. 29).
L'azione sul pane somiglia a quella del padre di famiglia ebreo, che prende il pane, recita la benedizione e lo distribuisce ai convitati. La differenza consiste nelle parole pronunciate da Gesù. Parlando del suo «corpo» a proposito del pane spezzato, Gesù istituisce una vera comunione fra i discepoli e lui.
Nell'azione sul vino si ripete quella sul pane. Come in precedenza, la differenza consiste nelle parole di Gesù che assimilano il vino al suo sangue: «Questo è il mio sangue dell'alleanza». Partecipando a questo calice, i discepoli sono inseriti in questa alleanza. Poi viene la promessa: l'attesa del banchetto celeste nel quale Gesù berrà il vino nuovo del regno dei cieli.
Quello che si attendeva per il futuro, la nuova alleanza, cioè un nuovo ordine di cose nel quale Dio mettesse la sua legge nel cuore e perdonasse i peccati è giunto con questa cena pasquale. Il sangue è sparso per molti. È un semitismo che equivale a tutti. La ragione per cui ha scelto l'aggettivo molti è quella di mettere in rilievo efficacia di quel sacrificio mediante l'opposizione fra uno che dà la vita e quelli per cui la da, che sono molti (da questo punto di vista, parlare di molti più efficace che parlare di tutti, perché tutti possono essere pochi). L'espressione il mio corpo è il mio sangue, nel linguaggio del tempo, era sinonimo di «io stesso». La vita di Gesù messo a morte può essere assimilata attraverso l'assunzione del pane e del calice
Al monte degli Ulivi
Non è privo di significato il fatto che l'annuncio del tradimento (vv. 20-25) e quello del rinnegamento (vv 30-35) inquadrino il racconto dell'istituzione dell'eucaristia (vv. 26-29). Si citano ancora una volta le Scritture (v. 31). Non bisogna comprenderle come una predizione, ma come ciò che esse sono veramente: la rivelazione di ciò che c'è nella parte più profonda della natura umana.
Gesù offre ai discepoli una via d'uscita. Essa è qualcosa che non deriva dalle capacità umane, ma da un atto esterno alla volontà dei discepoli: la risurrezione (v. 32). Qui essa viene considerata in vista dei discepoli: il Risorto li aspetterà in Galilea. Nella prospettiva dell'annuncio del rinnegamento e dell'abbandono, la risurrezione si presenta come una speranza per i discepoli. In qualche modo Gesù è risorto per loro, perché non restino nella disperazione del rimorso.
La risurrezione non viene quindi intesa come un supplemento di vita in continuità con ciò che essi già possiedono, ma come una realtà che rompe la relazione con la vita quotidiana caratterizzata dal fallimento e dalla morte. È una vittoria non solo sulla morte subita da Gesù, ma anche sulla forza del fallimento che minaccia continuamente i discepoli. Pietro non coglie la seconda parte della parola di Gesù, la promessa di una ripartenza possibile (v. 33). Egli rimane alla prima parte, l'annuncio del rinnegamento di tutto il gruppo, che rifiuta violentemente di applicare a se stesso. Propriamente parlando, l'atteggiamento di Pietro è una negazione, cioè il rifiuto di riconoscere la presenza in lui del sentimento insopportabile dell'abbandono del Maestro. La precisazione di Gesù (v. 34) non fa che rafforzare la negazione, alla quale del resto si associano tutti i discepoli (v. 35).
Getsemani
Penetriamo ora nell'intimità e nell'umanità di Gesù. Il tono è molto diverso da quello degli annunci della passione, nei quali Gesù sembra accettare senza la minima riserva la sorte che lo attende. Non assume il comportamento degli eroi dell'antichità, pronti a sacrificare la toro vita per una nobile causa. Gesù è un uomo alle prese con la prospettiva della sua morte, che desidera evitare. Giunti al Getsemani («frantoio per l'olio»), Gesù lascia i suoi discepoli per andare a pregare (v, 36): vuole essere solo davanti al suo Dio. Tuttavia qui si comporta diversamente dal solito: si allontana per pregare, ma prende con sé i tre discepoli con i quali ha vissuto momenti particolari: Pietro, Giacomo e Giovanni (v. 37a; cf. 17,1-13). Matteo precisa che Gesù prova tristezza e angoscia (v. 37b). Unica volta nel Vangelo, mette in bocca a Gesù l'espressione di un sentimento molto intimo: «La mia anima è triste fino alla morte» (v. 38a). Gesù chiede ai suoi discepoli di vegliare (v. 38b; cf. 24,42). Il contenuto della sua preghiera (v. 39) tradisce la lotta interiore: desidera sfuggire alla morte che incombe (il «calice»), ma si rimette alla volontà del Padre. La preghiera si sposta dal «come voglio io» al «come vuoi tu». Questo spostamento si inserisce in un percorso personale: Gesù prega tre volte (vv. 39.42.44). La preghiera di Gesù al Getsemani è unica. E tuttavia nella sua stessa unicità dice qualcosa sulla preghiera dei discepoli: anch'essa si compie in uno spostamento della propria volontà alla volontà del padre. In questa lotta singolare di Gesù contro la morte, i discepoli sono incapaci di vagliare con lui.
I versetti 45-46 riuniscono l’autorizzazione data da Gesù ai discepoli di dormire e riposarsi l'ordine di alzarsi, dato che l'ora del Figlio dell'uomo si avvicina, come indica l'arrivo di Giuda.
L’arresto
Giuda è ancora indicato come uno dei dodici. La differenza fra Gesù e la grande folla con spada e bastoni mandata dalle autorità religiose, è sorprendente. Giuda consegna ai soldati con un bacio. Nel saluto Giuda (Salve, rabbì) usa lo stesso titolo con il quale ha interrogato Gesù al momento dell'annuncio del tradimento. Gli altri discepoli si rivolgono a Gesù come Signore. Giuda resta fedele fino in fondo all'immagine che si fa di Gesù; non il Signore, ma un rabbi che gli consegna ad altri rabbi, forse perché essi cerchino l'ultima volta di conformarlo all'immagine che egli si fa di lui. Gesù risponde a Giuda chiamandolo amico: le altre due occorrenze di questo termine la parabola degli operai dell'ultima ora e nella parabola del banchetto nuziale. In queste parabole, l'amico indica colui che era inizialmente invitato al regno, ma non è entrato nella sua logica. Nella scena che segue, Gesù impedisce a uno di quelli che sono con lui di rispondere alla violenza con la violenza. Compiendo ciò che raccomandava nel discorso sul monte, egli rifiuta la logica della retribuzione e della reciprocità, indicando così l'esito mortale di una logica vicina alla legge del taglione. Da parte di Gesù non c'è alcuna constatazione della sua impotenza: ha scelto liberamente di non fare appello alla figura di un Padre onnipotente. Qui probabilmente Gesù resiste all'ultima tentazione. Dopo la fuga dei discepoli, Gesù si ritrova solo, abbandonato da tutti.
Davanti al Sinedrio
Gesù è condotto davanti al tribunale religioso (v. 57). La menzione di Pietro che segue «da lontano» (v. 58) prepara il racconto del suo rinnegamento (vv. 69-75). Il sinedrio si preoccupa di trovare un valido motivo di accusa contro Gesù (v. 59). Questa precisazione sottolinea la mancanza di equità di questo tribunale; non si tratta dì esaminare una questione per cercare di discernere l'innocenza o la colpevolezza dell'accusato, ma di trovare un motivo per condannare uno di cui si desidera la morte. A questo servono i falsi testimoni (vv. 60-62). Con il suo silenzio (v. 63a) Gesù costringe il sommo sacerdote a formulare l'accusa che spiega la sua presenza in questo luogo: Gesù pretende di essere «il Cristo, il Figlio di Dio» (v. 63b)? A questa domanda, Gesù risponde positivamente e vi associa l'annuncio di un giudizio escatologico: coloro che oggi lo condannano lo vedranno trionfante (v. 64); questa formulazione si basa su Dn 7,13 e ricorda Ap 1,7: «Ecco, viene con le nubi e ogni occhio lo vedrà, anche quelli che lo trafissero». Di conseguenza, viene condannato per bestemmia (v. 65). Ma in che cosa consiste la bestemmia di Gesù? Consiste in quest'affermazione di cui l'evangelista Giovanni espliciterà le conseguenze teologiche: «Tu, che sei uomo, ti fai Dio» (Gv 10,33). La condanna di Gesù provoca una rilassatezza morale degli accusatori, che sprofondano negli insulti, nella violenza e negli scherni (vv. 67-68).
Ciò che accade a Pietro induce a pensare a Rm 7,15: «Non riesco a capire ciò che faccio: infatti io faccio non quello che voglio, ma quello che detesto». Con una tragica escalation, Pietro rinnega Gesù, fino a giurare di non conoscerlo (v. 72; cf. 5,33-37!). Quale differenza fra Giuda e Pietro? La differenza che esiste fra il rimorso e il pentimento. Il rimorso conduce alla morte, perché non esiste alcuna via d'uscita che permetta la pace e il perdono (27,3-10). Al contrario, il pentimento è il riconoscimento del proprio fallimento (v. 75), che apre al perdono e a una possibile ripresa. La possibilità del pentimento era iscritta nella stessa parola di Gesù che annunciava ai suoi discepoli la speranza di una ripartenza (26,32). Pietro e Giuda sono entrambi rappresentanti di una stessa umanità. Che cosa spiega, in ultima analisi, i loro diversi percorsi? I segreti dell'esistenza di ognuno offrono probabilmente elementi di risposta, ma questo sfugge a ogni forma di sapere. Una cosa è certa: ognuno, prima o poi, tradisce e abbandona. È «scritto» in qualche modo in ogni uomo, checché ne sia della forza delle negazioni (cf. 26,35). Questo tradimento porterà il peso del rimorso (27,3-10) o aprirà al pianto del pentimento (v. 75)?
Davanti a Pilato
Matteo precisa che le autorità religiose vogliono «farlo morire», accentuando così la loro responsabilità. Perciò lo conducono da Pilato e Matteo continua a sottolineare lungo tutto il processo la sua funzione di «governatore» (v. 2; cf. vv. 11.14.15. 21.27). Forse questa insistenza sulla funzione di Pilato è un modo per indicare che egli rappresenta le autorità pagane (cf. 10,18) e più in generale i pagani.
Matteo inserisce nel racconto tradizionale una fonte che gli è propria e che racconta la fine di Giuda (vv. 3-10). In preda al rimorso, Giuda riporta i denari, cosciente di avere «tradito sangue innocente» (v. 4). Oltre all'aspetto tragico della situazione dell'uomo in preda al rimorso, si sottolinea l'ipocrisia e la responsabilità dei «capi dei sacerdoti e degli anziani» (v. 3): i primi e principali colpevoli sono loro. Inoltre, come rappresentanti della Legge, lasciano Giuda senza un interlocutore. Quest'ultimo non trova in loro l'istanza terza che rappresenta la Legge. Perciò si fa giustizia da sé (v. 5), applicandosi così la legge del taglione: crede di dover vendicare su se stesso il sangue di colui che lo ha sparso per il perdono dei peccati (26,28). Con il denaro che Giuda ha riportato, il «prezzo di sangue» (v. 6), le autorità religiose acquistano un campo per la sepoltura degli stranieri (v. 7), che una tradizione antica collocava a Gerusalemme, nel quartiere dei vasai. Questo offre l'occasione per una citazione di compimento, che ricorda esplicitamente il profeta Geremia (cf. 2,17; 16,14), ma che, in realtà, unisce Zc 11,12-13; Ger 18,2-3; 19,1-2 e 32,6-15. Lo stesso denaro del tradimento è inserito nel piano salvifico di Dio; partecipa in un modo in definitiva positivo al compimento delle promesse. Inoltre, con il riferimento a Geremia, Matteo ricorda che l'acquisto di un campo, fosse anche il «campo del sangue», apre su una promessa di avvenire (Ger 32,14-15).
Condanna di Gesù
Matteo insiste sulla posizione di Gesù che sta davanti al governatore: rende testimonianza davanti ai popoli pagani, come i discepoli saranno invitati a farlo davanti agli uomini. L'unica parola di Gesù durante tutta la scena risposta lapidaria a Pilato se gli chiede se è il re dei Giudei: tu lo dici. Poi il silenzio di Gesù il silenzio del servo del Signore, come agnello condotto al macello, come pecora muta davanti ai suoi tosatori. La domanda di Pilato colloca subito la discussione sul terreno politico: si tratta di sapere c'è il re dei Giudei. Sul piano storico, sarà del resto la ragione principale della sua condanna. Infatti la ragione sembra sufficiente, soprattutto se si accorda un qualche credito alla testimonianza di Giuseppe Flavio sui disordini e le insurrezioni quasi continui all'epoca, provocati soprattutto dalla volontà di proclamarsi re di questo o quell'insorto. Gesù si trova quindi messo a confronto con un rivoltoso omicida, il cui nome aramaico significa letteralmente «figlio del padre».
L'episodio della moglie di Pilato (v. 19) permette di insistere sull'innocenza di Gesù, il «giusto» al quale Dio stesso rende testimonianza in modo soprannaturale, come durante i racconti dell'infanzia (1,20; 2,12.13.19.22). La moglie di Pilato desidera che il marito non si comprometta in questa faccenda. A differenza di Erodìade, la moglie di Pilato gioca un ruolo positivo. Come Giuseppe (1,20), ella riceve una visione. I padri della Chiesa e gli apocrifi la chiameranno Procula e ne faranno una discepola di Gesù. La designazione di Gesù come «giusto» fa inclusione con quella di Giuseppe in 1,19. Egli è l'ultimo giusto conosciuto, ma supera ciò che si intende per giusto nella tradizione ebraica: non è colui che obbedisce alla Legge, ma colui che la compie e le attribuisce il suo significato fondamentale (la misericordia). La moglie di Pilato rende con termini appropriati al contesto ebraico ciò che la rivelazione soprannaturale le ha fatto intravedere su Gesù (il timore davanti al divino e al sacro). Ella è comparabile ai discepoli dopo la tempesta sedata (14,31).
Matteo drammatizza il dialogo fra la folla e Pilato (vv. 21-22). L'insistenza del governatore a interrogare la folla la spinge a esprimere in modo ancor più violento la sua volontà di vedere crocifisso Gesù. La scena della lavanda delle mani (vv. 24-25) è propria di Matteo (cf. Dt 21,6-7: Pilato si comporta come il pio ebreo!?); essa segue logicamente il v. 19. La preoccupazione di Pilato è quella di un governatore: evitare il tumulto. Il v. 25b può essere compreso come una profezia del giudizio che, secondo Matteo, si compirà contro il popolo d'Israele: le origini veterotestamentarie dell'espressione (cf. Ger 51,35 e soprattutto 2Sam 1,13-16; 3,29) depongono a favore di questa interpretazione. Tuttavia, il sangue di Gesù è anche il sangue «versato per molti per il perdono dei peccati» (Mt 26,28).
In seguito, Gesù viene consegnato nelle mani dei soldati romani (vv. 27-31). La precisazione «tutta la truppa» (v. 27; cioè seicento uomini!) è enfatica. La menzione degli oltraggi (v. 30; cf. 26,67) evoca Is 50,6. Tuttavia gli scherni hanno certamente un aspetto ironico, che corrisponde al contesto particolare dei vangeli: i soldati pagani adorano il re dei giudei che è, in realtà, il Signore dei cristiani! Questo può anche significare che il popolo d'Israele si è rifiutato di riconoscere e adorare il suo Messia, mentre i pagani lo adorano senza riconoscerlo.
Crocifissione
Dopo aver requisito Simone di Cirene per «portare la croce» di Gesù (v. 32; cf. 10,38), quest'ultimo viene condotto al Gòlgota per essere crocifìsso (v. 33; «Luogo del cranio», in latino calvaria, forse a causa dell'aspetto del luogo). Gesù si rifiuta di prendere la bevanda leggermente anestetizzante che si dava allora ai condannati, molto probabilmente perché soffrissero di meno (v. 34). La spartizione delle vesti (v. 35), normale in quelle occasioni, offre all'evangelista l'opportunità di collegare gli avvenimenti al compimento delle Scritture (Sal 22,19). La scritta appesa sulla croce menziona «il re dei Giudei» (v. 37). Questo titolo costituisce il motivo della condanna: Gesù è condannato in quanto liberatore d'Israele. Poi Matteo ricorda la crocifissione di due ladroni (v. 38). Re dei giudei o brigante? Come in precedenza con Barabba, è sempre in discussione l'identità di Gesù. Egli è re dei giudei deriso dai soldati e dal suo popolo, re crocifisso circondato da due fuorilegge, «uno a destra e uno a sinistra», la posizione che volevano occupare i figli di Zebedeo nella gloria (cf. 20,21). L'ironia suggerita dal narratore nella presentazione dei dettagli che circondano la crocifissione viene fatta propria dai testimoni diretti della scena: i passanti riprendono le false testimonianze del processo (vv. 39-40; cf. Sai 22,8-9), i capi dei sacerdoti e gli scribi si fanno beffe del titolo di rè d'Israele (vv. 41-43), infine gli stessi ladroni si schierano dalla parte dei carnefici (v. 44).
Dietro agli schemi che accompagnano la fine miserabile di Gesù si profila, in filigrana, una comprensione della messianicità piuttosto tradizionale: un Messia o è potente o non lo è; non può lasciarsi crocifiggere senza reagire. Come credere, se non viene offerto alcun segno tangibile (cf. I Cor 1,22)?
Il motivo delle tenebre che si abbattono sulla terra (v. 45) è probabilmente un'allusione ad Am 8,9 («In quel giorno [...] farò tramontare il sole a mezzogiorno e oscurerò la terra in pieno giorno»). Queste tenebre sono il segno che il mondo si trova in una grave crisi e che la morte del giusto è un giorno di lutto per il creato. Nel caso di Gesù, questo giorno di lutto è anche giorno di abbandono. Recitando il Sal 22, egli manifesta la sua incomprensione di ciò che gli accade: colui che ha proclamato la vicinanza del regno dei cieli si ritrova solo davanti alla morte. Gesù non è un eroe tragico che lotta contro la morte senza temerla. Nella bufera, gli restano solo le parole del salmista. Questa tradizione biblica gli permette di esprimere la sua disperazione con le parole della fede nel cuore del dubbio più profondo. Si è spesso osservato che il Sai 22 serve da modello all'interpretazione della morte di Gesù. Questo salmo è il grido di disperazione del credente abbandonato da tutti. Non si dimenticherà tuttavia che esso termina con la scoperta, nel cuore stesso dell'angoscia e della morte, della presenza sorprendente di Dio al proprio fianco (cf. Sai 22,22b.27). Verosimilmente Matteo e i primi cristiani conoscevano questo salmo: sapevano quindi che termina con questa fiducia del salmista nel suo Dio. Gesù muore gridando a gran voce (v. 50). Alle soglie della morte, non è più in grado di parlare.
La morte di Gesù ha anzitutto un effetto sul tempio (v. 51a): il velo che separa il Santo dal Santo dei Santi, dove il sommo sacerdote entra solo una volta all'anno per offrire il sacrificio in vista del perdono, si squarcia in due, da cima a fondo. La morte di Gesù abolisce il tempo del tempio e del sacrificio (un'idea che svilupperà la Lettera agli Ebrei). All'inizio del Vangelo, i cieli si sono aperti (letteralmente: «strappati») al momento del battesimo di Gesù (3,16); in lui Dio si rivelava agli uomini in modo decisivo.
Quasi al termine del suo racconto, Matteo sottolinea che anche la morte di Gesù causa uno strappo che inaugura un nuovo passaggio verso Dio. La morte di Gesù fa tremare anche il creato (v. 51b: la terra trema), segno del giudizio. La morte di Gesù viene interpretata come un avvenimento che fa precipitare la storia: quando Gesù muore, l'umanità passa da un'epoca a un'altra. L'episodio dei sepolcri che si aprono e dei santi che risuscitano e si fanno vedere alla risurrezione di Gesù (vv. 52-53) ne sono un'altra conferma. In un linguaggio apocalittico, Matteo sottolinea che morte e risurrezione di Cristo sono riunite in un unico avvenimento: l'evento pasquale viene compreso come un passaggio dalla morte alla vita, dal vecchio al nuovo eone; nel mondo ebraico, il nuovo eone era inaugurato dalla risurrezione dei giusti. In questi avvenimenti soprannaturali, il centurione e le guardie riconoscono una vera epifania (v. 54).
Is 42 Un profeta, nel periodo conclusivo dell’esilio, esercita la funzione sacerdotale nel proclamare la Legge (in questo caso anche ai pagani); esercita la funzione profetica nell’annunciare con coraggio la Parola nella difficoltà estrema, senza abbattersi o venir meno. Infine esercita la funzione regale attuando il suo intento. Rinnova l’alleanza di Dio con il popolo e diventa luce delle nazioni. Compie una missione così vasta e così ardua perché conta sul sostegno del Signore che lo ha eletto e gli ha infuso il suo Spirito. “Se contro di me si accampa un esercito, il mio cuore non teme” (Sal 26). Il Signore che lo invia e l’accompagna è il Creatore stesso che detiene una potenza enorme ed esercita il suo influsso su ogni uomo.
Gesù è il migliore interprete di questo ruolo profetico. Scelto, amato e consacrato dal Padre, riceve da lui lo Spirito senza misura. Ha vissuto senza esercitare una signoria dominatrice (non ha spento il lucignolo fumigante) prestando attenzione alle persone lontane da Dio. Egli ha detto: «Il regno di Dio non viene in modo di attirare l’attenzione» (Lc 17,20). A imitazione di Gesù «un servo del Signore non deve essere litigioso, ma mite con tutti, capace di insegnare, paziente, dolce nel rimproverare quelli che gli si mettono contro, nella speranza che Dio conceda loro di convertirsi, perché riconoscano la verità e rientrino in se stessi, liberandosi dal laccio del diavolo, che li tiene prigionieri perché facciano la sua volontà» (2 Tm 2,24-26)
Gesù con la sua morte ha rinnovato l’allenza antica e, dopo la sua risurrezione, ha inaugurato l’annuncio del Vangelo ai pagani, già redenti con il suo sangue. È lui che dona la vista ai ciechi e libera dal carcere i prigionieri del Peccato e dell’egoismo.
Gv 12. Lazzaro, Marta e Maria sono amici di Gesù. Sono dei discepoli “sedentari”, ossia persone alle quali non è stato richiesto di abbandonare la famiglia e il lavoro come era stato fatto ai Dodici. Nonostante ciò, amano Gesù e si propongono di praticare il suo insegnamento. Sono un sostegno per lui che li ricerca. Andando a visitarli un’altra volta, rinfocola le polemiche suscitate dalla risurrezione di Lazzaro (v.10). La reazione omicida dei capi dei giudei sta per raggiungere il suo intento. Il clima di morte viene disperso dall’ospitalità dei tre fratelli, mentre si diffonde il profumo della devozione di Maria che emerge su tutto e si fa percepire. È un’immagine del Vangelo che si diffonde oltrepassando, in modo silenzioso, tutti gli ostacoli. L’adesione vera al Vangelo presuppone la volontà di servire i poveri ma essa è preceduta, in via normale, dall’amore smisurato per il Signore, dal quale scaturisce come da una fonte. Dall’imitazione di Lui, poi, trae anche il suo stile d’azione e la sua misura.
Martedi santo
Is 49. A differenza del primo canto (Is 42), qui il servo rappresenta l’Israele fedele a Dio, quella parte del popolo che ha vissuto di fede in modo esemplare. Egli ha ricevuto una vocazione e una missione così come l’ha ricevuta Geremia, come la riceverà san Paolo. Soprattutto questo Israele fedele a Dio prefigura Gesù.
Prima di inviarlo, il Signore lo ha preparato per il suo compito, lo ha reso come un guerriero sagace che si prepara allo scontro affilando la spada e riempiendo la faretra. Il servo è armato, però, in modo pacifico; la spada è la sua bocca; le frecce appuntite sono le sue parole. Nella sua predicazione, che attua un progetto divino, manifesta la gloria del Signore.
Ciò nonostante, la missione è difficoltosa e il servo teme d’aver faticato inutilmente. Dio che lo ha inviato, però, lo conferma, anzi dilata i confini del suo mandato. Non soltanto ricondurrà al Signore il popolo ribelle e disperso, ma diventerà una luce per tutte le nazioni e porterà la salvezza fino alle terre più lontane. Nell’ora dello scoraggiamento, il Servo dovrà fare affidamento sul sostegno che gli viene da Dio: «Sei tu, Signore, la mia speranza… Su di te mi appoggiai fin dal gremmo materno» (Sal 70,5-6).
Gv 13. Gesù è preso da turbamento al pensiero che verrà tradito da uno dei dodici da lui scelto. Così mostra una coscienza superiore a qualle normale e, in ultima analisi, è lui che consente a Giuda di agire (dandogli il comando equivoco: quello che vuoi fare, fallo presto), mentre quest’ultimo, male usando il suo libero arbitrio, diventa uno strumento di Satana.
All’opposto di Giuda, un discepolo amato (il Vangelo non precisa chi sia, ma la tradizione lo identificherà in Giovanni) gode di una intimità particolare con Gesù. Dopo la risurrezione, egli rappresenta la possibilità concessa ad ogni credente , cioè poter conoscere, penetrare e “assorbire come una spugna” (Gregorio di Nissa) i segreti del Maestro. Se il comportamento di Giuda avvilisce Gesù, come era stato avvilito il Servo, l’accoglienza del discepolo amato gli conferma l’efficacia della missione ricevuta.
Fuori dal cenacolo prevale la notte perché la tenebra viene sperimentata da chi rompe la comunione con Gesù.
La fatica di Gesù (cioè in ultima analisi la sua morte), apparentemente vana ed insensata, è in realtà una glorificazione. Proprio essa permetterà di conoscere la efficacia estrema della sua missione e, in questo modo, Dio stesso verrà riconosciuto e celebrato come il protagonista dell’opera di salvezza.
Ogni discepolo partecipa alla donazione d’amore di Gesù, soltanto quando riceve la forza sufficiente per compiere un servizio del genere. Abbandonato a se stesso, conosce il fallimento del suo intento.
Mercoledi santo
Is 50. Il profeta mostra un linguaggio da discepolo poiché trasmette fedelmente la Parola ricevuta. Al mattino riceve il messaggio da diffondere. Con la sua predicazione sostiene lo stanco, il popolo scettico e sfiduciato. Pur subendo una grave serie di umiliazioni, dalle quali non tenta neppure di difendersi, rimane fedele a Dio. Egli sintetizza nella sua persona i travagli di tutti i profeti e degli uomini di Dio che furono osteggiati e maltrattati. Il più eminente tra loro è stato Gesù. Il profeta, tuttavia, ha sperimentato l’aiuto del Signore. Egli è stato come il difensore che siede, nel giudizio, alla destra dell’imputato innocente. Per questo, il profeta riprende il suo compito con decisione e determinazione.
Mt 26. «II primo giorno degli Azzimi» Gesù celebra la Pasqua ebraica, ma sta vivendo anche la sua propria pasqua, il suo proprio passaggio. Notare il modo sorprendente in cui Matteo rende l'invito di Gesù ai suoi discepoli di andare a preparare la cena: «Andate in città da un tale» («un uomo con una brocca d'acqua»). La mancanza di qualsiasi precisazione sull'identità dell'ospitante permette a ogni ascoltatore di identificarsi con lui, e accogliere così Gesù e i suoi discepoli per la cena pasquale.
L'annuncio del tradimento di Giuda avviene durante la cena. È significativo che ognuno dei discepoli esprima il timore di essere colui che sta per tradire. Infatti ognuno dice: «Sono forse io, Signore?» (v. 22) e non: «Chi è?». Non nominando esplicitamente Giuda, ma rispondendo semplicemente che egli «ha messo con me la mano nel piatto», Gesù li indica potenzialmente tutti, dato che allora si mangiava prendendo il cibo dallo stesso piatto! La differenza fra Giuda e gli altri discepoli consiste nell'immagine che egli ha di Gesù; non lo chiama «Signore» come gli altri (v. 22), ma «Rabbì» (v. 26). Del resto, soltanto chi crede che Gesù sia il Signore (e non soltanto un rabbi), può nutrire la speranza d’essergli fedele in ogni circostanza.
Giovedi Santo
Messa d'introduzione al Triduo pasquale
Esodo 12. L’anno inizia con la liberazione dalla schiavitù, la quale deve essere celebrata e imitata dal popolo ogni anno (nessuno dovrà opprimere un altro fratello). L’immolazione dell’Agnello, che fino a quel momento segnava l’inizio della transumanza dei pastori verso nuovi pascoli, ora acquista il significato dell’inizio di una nuova esistenza libera da ogni peso. Il primo a «passare» è il Signore stesso che intende fare giustizia delle divinitò dell’Egitto che sono stati i promotori dell’oppressione. La prima Pasqua non avviene senza un giudizio. Nel caso di Gesù, Egli non fece morire nessuno ma offerse la sua vita per tutti.
L’immolazione dell’Agnello/Cristo segna l’inizio di una nuova esistenza: «Non sapete che un po’ di lievito fa fermentare tutta la pasta? Togliete via il lievito vecchio, per essere pasta nuova, poiché siete azzimi. E infatti Cristo, nostra Pasqua, è stato immolato! Celebriamo dunque la festa non con il lievito vecchio, né con lievito di malizia e di perversità, ma con azzimi di sincerità e di verità» (1 Cor 5,6-8). «Voi sapete che non a prezzo di cose effimere, come argento e oro, foste liberati dalla vostra vuota condotta, ereditata dai padri, ma con il sangue prezioso di Cristo, agnello senza difetti e senza macchia» (1 Pt 1,18-19). Gli eletti «sono quelli che vengono dalla grande tribolazione e che hanno lavato le loro vesti, rendendole candide nel sangue dell’Agnello» (Ap 7,14).
Gv 13. La lavanda dei piedi è immagine del servizio estremo di Gesù, che ama fino alla fine, cioè fino alla perfezione, fino al dono totale di sé. È, quindi, un’immagine per parlare della sua morte redentrice e, in secondo luogo, delle modalità con le quali è possibile accogliere la redenzione.
La reazione di Pietro mette in risalto l’umiltà estrema di Gesù che compie un servizio da schiavo. «Chi è più grande, chi sta a tavola o chi serve? Non è forse colui che sta a tavola? Eppure io sto in mezzo a voi come colui che serve» (Lc 22,27). Abramo diede disposizioni perché i suoi ospiti potessero lavarsi i piedi ma non li lavò lui stesso; sarebbe stato indegno per la dignità del patriarca: «Si vada a prendere un po' d'acqua, lavatevi i piedi e accomodatevi sotto l'albero» (Gen 18,4).
Gesù invita l’apostolo ad accettare: farsi lavare i piedi significa accogliere la redenzione operata da lui. Tutta la missione di Gesù è stata un lavaggio.
Questo significa, in primo luogo, accogliere il suo insegnamento: Pietro non ha bisogno di un bagno totale perché si è purificato, in parte, accogliendo l’insegnamento del Maestro. «Voi siete già puri, a causa della parola che vi ho annunciato» (Gv 15,3).
In secondo luogo la redenzione è una purificazione dei peccati. Il lavaggio richiama il valore del Battesimo: «Alzati, fatti battezzare e purificare dai tuoi peccati, invocando il suo nome» (At 22,16).
In terzo luogo, la lavanda dei piedi mette in evidenza l’elemento più rilevante del messaggio di Gesù. Il Maestro compie questo gesto sbalorditivo perché, con la sua morte, crea una comunità di discepoli che avranno come regola quella di prestarsi un servizio reciproco, ad imitazione del suo. L’uomo salvato è il credente che imita, in modo reale, lo stile di vita di Gesù: «Voi sapete che i governanti delle nazioni dóminano su di esse e i capi le opprimono. Tra voi non sarà così; ma chi vuole diventare grande tra voi, sarà vostro servitore e chi vuole essere il primo tra voi, sarà vostro schiavo. Come il Figlio dell'uomo, che non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti» (Mt 20, 26-28). «Fatevi dunque imitatori di Dio, quali figli carissimi, 2e camminate nella carità, nel modo in cui anche Cristo ci ha amato e ha dato se stesso per noi, offrendosi a Dio in sacrificio di soave odore» (Ef 5,1).
Infine Gesù non ha servito solo in modo momentaneo ma è Ciò che ha fatto e farà sempre: «Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli; in verità io vi dico, si stringerà le vesti ai fianchi, li farà mettere a tavola e passerà a servirli» (Lc 12,37)
TRIDUO PASQUALE
Celebrazione della Pasqua di morte (venerdì), sepoltura (sabato) e risurrezione (domenica)
Venerdi Santo
Is 52-53. Il testo presenta un Profeta, Servo di Dio, che sarà innalzato fino al vertice estremo (il trono di Dio è alto ed elevato e il Servo riceverà un onore che lo collocherà alla pari con il Signore). Questo evento colmerà di stupore le genti, perfino i re. Oltretutto, prima di ricevere una glorificazione del genere, il Servo aveva subito umiliazioni estreme. Il passaggio dalla umiliazione alla gloria sarà un evento inatteso, anzi mai accaduto fino ad allora (52,12-15). Nell’annunciare un fatto simile, il profeta teme di non essere creduto (53,1).
Dopo questa introduzione, il resto biblico narra l’esistenza vissuta dal Servo (53,2-9). Nel periodo della sua umiliazione, fu visto come una persona dimessa, priva di forza attrattiva (mondana), al punto di ricevere disprezzo, rifiuto ed una totale disistima. Egli visse in quel modo perché volle condividere le sofferenze del popolo, pur potendo evitarle. Tutti pensavano che Egli fosse stato punito dal Signore per le sue colpe (com’era accaduto per tutti gli altri), invece volle farsi carico della situazione misera della sua gente per creare una nuova forma d’esistenza. Egli si sottopose alle medesime sofferenze del suo popolo, per farlo uscire in modo defintivo dal suo travaglio. Soffriva con i suoi e intercedeva per loro (53,12). La sua soldarietà conseguì una conclusione drammatica: si lasciò umiliare senza neppure tentare di difendersi; venne condannato a morte a motivo di ingiusta sentenza e fu sepolto al modo dei malvagi, insieme a loro, benchè fosse vissuto in modo opposto a loro.
Infine il testo biblico svela il significato di questa vita travagliata e l’esito finale (53,10-12). Fu Dio a volere che il Servo attraversasse tutta questa sofferenza perché compisse una missione di riparazione del male (espiazione) compiuto dai malvagi. Avendo apprezzato l’opera solidale del Servo, Dio gli concederà di vivere a lungo, in una esistenza che è un godere della luce. Oltre a questo, Egli renderà giusti una moltitudine immensa di uomini e in questa conquista consisterà la sua ricompensa.
Con il termine espiazione, la Bibbia indica tutto ciò che Dio ci dona per ottenere il perdono, riparare il nostro peccato e creare una nuova situazione. È un dono per noi e quindi non deriva dal desiderio divino di vendicare i nostri delitti. Rimanendo ben disposto verso di noi, cerca di aiutarci a vincere il nostro male.
Ad esempio, espiazione era l’offerta di un giovenco (Es 29,36) o di due tortore (Lv 14,22), come segno di pentimento e volontà di rispondere al gesto di riconciliazione da parte di Dio. Meglio ancora comprese un sapiente: «sacrificio di espiazione è tenersi lontano dall’ingiustizia» (Sir 35,5). Ancora di più è combattere il male in modo energico, vincendo l’indifferenza (Sir 44,23). È ciò che ha compiuto Gesù opponendosi al peccato senza, però, eliminare i peccatori.
Nella storia della Chiesa ci sono stati molti santi che hanno voluto espiare dandosi ad aspre penitenze. Il modo migliore di farlo è quello intrapreso, ad esempio, da santi come don Puglisi e dal giudice Livatino. Si sono opposti alla mafia fino al rischio della loro morte. Non soltanto si sono tenuti lontano dall’ingiustizia ma hanno vissuto una vita santa, come insegna san Paolo: «Vi esorto dunque, fratelli, per la misericordia di Dio, a offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio; è questo il vostro culto spirituale. Non conformatevi a questo mondo, ma lasciatevi trasformare rinnovando il vostro modo di pensare, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto» (Rm 12,1-2)
Eb 4.5. Il sacerdote è l’uomo dalle due vicinanze: è vicino a Dio, a lui gradito e vicino agli uomini, gradito anche a loro. Il passo sottolinea, soprattutto, la vicinanza di Gesù con la situazione umana perché ha saputo prendere parte alle nostre sofferenze ed essere messo alla prova come noi (Eb 4,14-15). Egli offrì al Padre preghiere intense (non sacrifici d’animali), anzi offrì se stesso. Rinunciare del tutto al proprio diritto per accogliere il volere del Padre, questo fu il modo con cui offerse tutto se stesso. La caratteristica del suo spirito religioso fu il suo totale abbandono in Dio. Come uomo, vivendo i travagli della vita, imparò a fidarsi del Padre e obbedire a Lui, come quando era in cielo, accanto a Dio. Così facendo, riparò il male del mondo e insegnò come distruggere la malvagità in modo definito. Fu causa di salvezza eterna, in questa e nell’altra vita, per coloro che seguono il suo metodo di lotta.
Gv 18-19. Passione secondo Giovanni.
Il drappello delle guardie che vanno ad arrestare Gesù è composto da giudei e romani: tutto il mondo è coalizzato contro di lui. L’azione avviene nella notte, perché le tenebre vogliono ghermire la Luce. Gesù è pienamente consapevole dell’evento e si consegna volontariamente ai nemici. Di fronte alla sua dichiarazione solenne “Io sono”, il mondo indietreggia confuso davanti al Rivelatore.
Gesù agisce come il buon pastore che vuole salvaguardare i suoi; poi, si oppone alla violenza di Pietro e si abbandona al volere del Padre.
2. È condotto davanti ad Anna, membro influente del Sinedrio. Nel cortile della casa del Sommo Sacerdote, Pietro rinnega di essere discepolo di Gesù. Mentre questi avvevano dichiarato “Io sono”, l’apostolo si difende dicendo “non lo sono” e si unisce al gruppo dei nemici del Signore. Riscalda il corpo mentre sente freddo nel cuore. Lo schiaffo dato dalla guardia manifesta il rifiuto del mondo alla Verità di Gesù.
3. Gesù viene condotto davanti a Pilato.
Il governatore esce dal pretorio e viene a conoscere la richiesta dei giudei che vogliono la condanna di Gesù. Egli poi rientra e dialoga con Lui. Questi afferma di possedere un Regno che non deriva dal mondo e che è venuto a dare testimonianza alla verità.
Uscito all’esterno, Pilato dichiare l’innocenza di Gesù e spera di salvarlo preferendolo a Barabba.
All’interno del pretorio, Gesù viene flagellato, incoronato di spine e beffeggiato.
Pilato esce di nuovo e ribadisce la sua opinione sull’innocenza di Gesù (Ecco l’uomo!). I Giudei si accaniscono contro Gesù e vogliono ucciderlo perché si è fatto Figlio di Dio. Pilato, scosso da questa notizia, rientra per parlare con Gesù, ma questi, in un primo momento, rimane in silenzio e poi accusa di Pilato di codardia e gli ricorda di aver ricevuto il potere da Dio stesso al quale dovrà rispondere.
Nell’ultima uscita, il governatore mostra di temere di essere accusato dai giudei presso Cesare. Poi presenta Gesù come il loro re, cercando ancora una volta di proteggerlo ma alla fine cede alle loro pressioni.
Pilato, tradendo se stesso, si sottomette alla folla sulla quale avrebbe dovuto esercitare il potere, con giustizia. I Giudei, a loro volta, accettano di sottomettersi a Cesare, andando contro le loro vere aspirazioni. Né Pilato né i Giudei sono persone libere e agiscono contro loro stessi. Soltanto Gesù che, in apparenza, è in loro balìa, si dimostra libero.
4. La salita al Calvario
Gesù porta la croce da solo e non beve la bevanda che potrebbe stordirlo perché vuole essere padrone del suo destino. La sua posizione centrale tra i due malfattori e la scritta, redatta in tre lingue, ploclama la sua regalità che è di carattere universale; ad essa i suoi avversari si oppongono inutilmente. La spogliazione delle vesti: ciò che lo danneggia, diventa un vantaggio per gli altri. (La tunica rimasta intatta simboleggia l’unione della Chiesa, frutto della croce?).
Agendo secondo il diritto ebraico, pone la madre sotto la protezione del discepolo, che diventa il rappresentante di Gesù, in sua assenza. Gesù crea la nuova famiglia che continuerà ad operare dopo la separazione con lui.
Chiedendo da bere, ricorda che Egli ha sete di compiere la volontà del Padre ottenendo la salvezza di tutti. Nell’ultima parola pronunciata (“Tutto è compiuto, tutto si sta compiendo”), fa sapere che la sua Rivelazione è giunta al perfetto compimento e che il progetto di salvezza ha cominciato ad attuarsi.
Le sue ossa non vengono spezzate come era prassi nei confronti dell’Agnello pasquale (e conforme alla promessa data al giusto). Dal fianco, sgorga l’acqua simbolo del Battesimo (e dello Spirito) e il sangue (simbolo dell’Eucarestia e del dono di se stessi).
Egli è morto ma continua a vivere e a salvare tutti quelli che volgeranno a Lui il loro sguardo di fede e riconoscenza.











