sabato 4 aprile 2026

Ottava di Pasqua

 Che cosa signica Risurrezione?

Gesù non soltanto riprende a vivere, ma viene collocato alla destra del Padre. Comincia regnare con il Padre su tutti gli uomini e su tutta la storia umana. Riprende e porta a compimento la missione d'introdurre nel mondo il Regno di Dio, la missione che aveva cominciato quando era tra gli uomini. Ora, finalmente, la sua missione riprende e avrà il suo compimento.

La Risurrezione è una cosa sola con l’umiliazione: Gesù Risorto mostra le ferite della sua passione. Questo significa che la passione di morte, senza il compimento della nuova vita, è uno spreco d’amore, un clamoroso fallimento. La risurrezione, senza la croce, è un vuoto trionfo perché Dio onora chi ha dato tutto se stesso per amore. 

La risurrezione non è un ritorno alla vita precedente (come lasciano intendere le raffigurazioni di Cristo Risorto, dipinte o scolpite) ma inizio di una vita gloriosa che ha come caratteristica principale di essere eterna. Gesù si riveste di un corpo glorioso, un corpo di cui non abbiamo e non possiamo avere alcuna idea. San Paolo lo descrive così: «è seminato nella miseria, risorge nella gloria; è seminato nella debolezza, risorge nella potenza; è seminato corpo animale, risorge corpo spirituale» (1 Cor 15,43-44). 

Cristo ritorna presso il Padre dal quale era stato mandato sulla terra. Non ritorna, però, così com’era partito ma rivesito d’un corpo umano glorioso e portando con sé la moltitudine degli uomini salvati. L’umanità è innalzata accanto a Dio nella gloria. 

Per noi, la salvezza consiste nel saper vivere l’amore stesso di Cristo ma anche nell’essere una cosa sola con lui, il Risorto. Un giorno risorgeremo con il Signore e saremo come Lui. «Trasfigurerà il nostro misero corpo per conformarlo al suo corpo glorioso, in virtù del potere che egli ha di sottomettere a sé tutte le cose» (Fil 3,21).

Intanto riceviamo lo Spirito Santo che infonde in noi una vita nuova, libera dal peccato e dall’egoiso, una vita che è inizio e caparra di quella eterna.

Il tempo di Pasqua dura sette settimane, numero di pienezza, 49 giorni più il 50' giorno di Pentecoste. L'Ottava ha lo stesso valore della Domenica di Risurrezione. 

 

Domenica di Risurrezione 

 Atti 10. Pietro rievoca la vita di Gesù: guidato dallo Spirito, agì come Messia beneficando e risanando tutti quelli che stavano sotto il potere del diavolo. Contrastato dai capi per il suo insegnamento,  venne infine appeso alla croce ma Dio lo risuscitò. Ora siamo in attesa che Egli ritorni come giudice per dare compimento alla nuova creazione, preparata nella sua esistenza e iniziata con la sua Risurrezione. Pietro (e gli altri discepoli) sono testimoni di questi eventi. «La pietra scartata dai costruttori, è divenuta la pietra d’angolo», il perno di una nuova costruzione. 

Col 3. Cercare le cose di lassù e non quelle della terra, non significa pretendere di essere già persone  appartenenti totalmente al mondo celeste, né significa abbandonare il mondo a se stesso. Le cose del cielo (di lassù) le abbiamo viste nella persona di Gesù. Sono i suoi insegnamenti, sono le Beatitudini che ha già proclamato quand’era sulla terra e che ora continua ad infondere nel cuore dei fedeli. Le cose di lassù sono la vita eterna che è la carità stessa. «… come Cristo fu risuscitato dai morti per mezzo della gloria del Padre, così anche noi possiamo camminare in una vita nuova» (Rm 6,4).

Noi infatti siamo già morti al male, al peccato e perfino a questa vita mortale; viviamo con Cristo in Dio. Dio è come un nuovo spazio, una casa nella quale abitiamo insieme a Gesù. Il futuro atteso è già cominciato ma dobbiamo ancora attendere il suo compimento definitivo, quando appariremo con Lui nella gloria. «L’ardente aspettativa della creazione, è protesa verso la rivelazione dei figli di Dio» (Rm 8,19). Dio «nella sua grande misericordia ci ha rigenerati, mediante la risurrezione di Gesù Cristo dai morti, per una speranza viva, per un'eredità che non si corrompe, non si macchia e non marcisce. Essa è conservata nei cieli per voi, che dalla potenza di Dio siete custoditi mediante la fede, in vista della salvezza che sta per essere rivelata nell'ultimo tempo» ( 1 Pt 1,3-5). 

1 Cor 5. Paolo richiama la Pasqua ebraica, quando il popolo si nutriva di pane senza lievito: «Nel primo mese, dal giorno quattordici del mese, alla sera, voi mangerete azzimi fino al giorno ventuno del mese, alla sera. Per sette giorni non si trovi lievito nelle vostre case...» (Es 12,18-19). Il lievito è simbolo dell’inclinazione malvagia del cuore: «Guardatevi dal lievito dei farisei!» (Mt 16,6). Purtroppo “un po’ di lievito fa fermentare tutta la pasta” perciò bisogna eliminare il “lievito vecchio” (malizia e corruzione) per essere “pasta nuova”. 

Il lievito è simbolo del male che si diffonde;  rappresenta qualcosa che si espande silenziosamente. Il peccato tollerato nella comunità, anche se sembra qualcosa di piccolo, gradualmente può contaminare tutto. Non si può convivere tranquillamente con il male pensando che resti “limitato”. “Eliminate il lievito vecchio”: l’invito è radicale; non basta correggere superficialmente, ma serve una purificazione interiore e comunitaria. La fede non è solo teoria, ma trasformazione concreta. 

Paolo, collega poi questa precauzione, alla Pasqua. Gesù Cristo, immolato come il vero Agnello, è la vera Pasqua, il suo sacrificio segna una liberazione dal peccato. La vita del cristiano deve essere coerente con questa nuova realtà. Celebrare “con azzimi di sincerità e verità”, allude ad uno stile di vita autentica e senza doppiezza. Verità è vivere secondo Dio, senza compromessi. Non si può appartenere a Cristo e tollerare il male come se nulla fosse. La fede implica una trasformazione reale, personale e comunitaria. 

Gv 20. «La Luce splende nelle tenebre…» (Gv 1,5). Maria va al sepolcro “quando era ancora buio”, un dettaglio cronologico e anche simbolico. Il buio rappresenta lo smarrimento, il dolore, la mancanza di senso dopo la morte di Gesù. Per lei non poter più incontrare Gesù, era un dolore troppo forte. Eppure Maria si muove: l’amore è più forte della paura e dell’oscurità. Anche nella fede, spesso si parte dal buio, ma è l’amore che spinge a cercare. «Chi segue me, non camminerà nelle tenebre» (Gv 8,12). 

La corsa dei discepoli: Pietro e l’altro discepolo corrono insieme. Il discepolo amato arriva per primo: rappresenta l’intuizione dell’amore. Pietro arriva dopo ma entra per primo: rappresenta l’autorità e la guida. Si impone una complementarità: l’amore “vede” prima, ma la comunità (Pietro) ha un ruolo decisivo. 

I due discepoli non vedono Gesù, ma soltanto dei segni che sono, però, estremamente eloquenti: i teli posati, il sudario piegato a parte. Non si trovano di fronte ad un caos (come sarebbe avvenuto se ci fosse stato un furto), ma ad un ordine sorprendente, denso di mistero. La fede nasce non da prove schiaccianti, ma da segni da interpretare che inducono all’adesione. Il discepolo amato “vide e credette”.  Vede gli stessi segni di Pietro ma fa un passo in più di lui perché crede. Questo passaggio è decisivo: la fede è un salto, non solo una constatazione. Il Signore ci sostiene perché possiamo compiere questo atto di abbandono. La risurrezione non si impone: si lascia scoprire. Dio agisce nel silenzio, lasciando segni. Anche senza capire tutto, si può già credere. Solo del discepolo amato è detto che, dopo aver visto, «cominciò a credere» grazie aiutati segni delle bende e del sudario ripiegato. Per il discepolo è il preludio della fede piena, ecclesiale, che egli vivrà nel vedere Gesù risorto, sia nel cenacolo che sulla riva del lago di Tiberiade (cf. 20, 19; 21, 7). Cosi l'evangelista ci descrive l’alba di questo primo giorno che si preannuncia pieno di luce; siamo all'inizio del cammino di fede pasquale per la comunità dei discepoli. I discepoli, dopo aver constatata la tomba vuota di Gesù e i segni visibili della sua presenza «se ne tornarono di nuovo a casa» (v. 10), senza aver colto pienamente l'evento della risurrezione, ma certamente pieni di stupore per quanto era accaduto ed avevano visto con i loro occhi. Essi fanno ritorno al loro mondo fatto d'incertezze, di dubbi e di speranze. 

“Non avevano ancora compreso la Scrittura”. Credono, ma non capiscono tutto; la fede cresce nel tempo. Il ricorso alla Sacra Scrittura rimane sempre fondamentale per farci guidare dal Signore stesso. Per mezzo di essa, il Signore ci conduce per mano. La conoscenza di Gesù avviene tramite l’assimilazione continua del Nuovo Testamento. Non dobbiamo cercare un Gesù ricostruito dagli esperti ma quello che si rivela a noi tramite gli scritti degli Apostoli che Egli ci ha donato per istruirci. Prima di questo bagno nella Scrittura, restiamo privi di vera comprensione. La fede, anche se è sincera ed immediata, non è ancora adeguata al Mistero. 

«Nella Chiesa che va alla ricerca dei segni ci sono diversi temperamenti, diverse mentalità: c’è l'affetto di Maria, l'intuizione di Giovanni, la massiccia lentezza di Pietro; si tratta di diversi tipi, di diverse famiglie di spiriti che cercano i segni della presenza del Signore. Ma tutti, se sono veramente nella Chiesa, hanno in comune l’ansia della presenza di Gesù fra noi. Esistono quindi nella Chiesa diversi doni spirituali, da cui hanno origine diverse disposizioni: alcuni sono più veloci, altri più lenti; tutti comunque si aiutano a vicenda, rispettandosi reciprocamente, per cercare insieme i segni della presenza di Dio e comunicarceli, nonostante le diversità delle reazioni di fronte al mistero. In questo episodio troviamo l'esempio di una collaborazione nella diversità: ciascuno comunica all'altro quel poco che ha visto, e insieme ricostruiscono l'orientamento dell'esistenza cristiana, laddove i segni della presenza del Signore, di fronte a gravi difficoltà o a situazioni sconvolgenti, sembrano essere scomparsi... Quando manca la presenza dei segni visibili del Signore, bisogna scuotersi, muoversi, correre, cercare comunicazione con altri, con la certezza che Dio è presente e ci parla. Se nella Chiesa primitiva Maddalena non avesse agito in tal modo, comunicando ciò che sapeva, se non ci si fosse aiutati l'un l'altro, il sepolcro sarebbe rimasto là e nessuno vi sarebbe andato; sarebbe rimasta inutile la risurrezione di Gesù. Soltanto la ricerca comune e l'aiuto degli uni, agli altri portano finalmente a ritrovarsi insieme, riuniti nel riconoscimento dei segni del Signore» (Martini). 


Lunedi di Pasqua

At 2. Primo discorso di Pietro nel giorno di Pentecoste. Gesù di Nazaret (titolo di grande umiltà) ha avuto l’onore di essere stato accreditato dal Padre nel corso della sua missione. Pur essendo un povero, agì come Messia. Gli ascoltatori, se sono onesti, devono riconoscere che Egli compì miracoli e prodigi, per opera di Dio. Con grande coraggio, l’apostolo invita i suoi ascoltatori a riconoscere anche di averlo ucciso, servendosi di pagani malvagi. Questo fatto, pur essendo un crimine, era stato previsto dalla prescienza divina. Fu permesso da Dio ma non voluto da Lui. Egli mostrò il suo volere quando lo fece risorgere, accreditandolo così in modo definitivo. Lo fece sedere alla sua destra per donargli un’autorità di salvezza pari alla sua e Gesù lo dimostra subito nell’invio dello Spirito Santo. Pietro deve testimoniare l’evento della Risurrezione. Esso è già preannunciato dalla Sacra Scrittura. Ad esempio il Salmo 15 (16) profetizza che un eletto del Signore non avrebbe subito la corruzione della morte. 

Pietro afferma che la crocifissione di Gesù è stata una colpa commessa dai giudei, un crimine. Quindi è stato un atto contrario alla volontà di Dio perché egli non istiga e non vuole il peccato. Dio ha mostrato la sua volontà quando lo ha fatto risorgere da morte e in questo ha mostrato di approvare Gesù perché Egli era stato ucciso in modo da far credere che era stato maledetto da Dio. Però la morte di Gesù, pur non essendo approvata dal Padre, è avvenuta nella sua prescienza. Dio ha permesso che avenisse questo crimine pe il bene che avrebbe ricavato da esso. Egli fa sempre così: permette il male del mondo per ripararlo con un bene ancora più grande. 

Gesù risorto è stato approvato da Dio. e collocato alla sua destra. Così  riprende e porta a compimento la missione di introdurre nel mondo il Regno di Dio, la missione che aveva cominciato quando era tra gli uomini. Ora, finalmente, la sua missione avrà la sua ripresa e il suo compimento. La Risurrezione, però,  è una cosa sola con l’umiliazione: Gesù Risorto mostra le ferite della sua passione. Questo significa che la passione di morte, senza il compimento della risurrezione, è uno spreco d’amore, un clamoroso fallimento. La risurrezione, senza la croce, è un vuoto trionfo perché Dio onora chi ha dato tutto se stesso per amore. Dio anche ora realizza il suo regno senza violenza, utilizzando la sua misericordia

Mt 28. Le donne (Maria di Magdala e “l’altra Maria”) lasciano il sepolcro con timore e grande gioia. Questo doppio sentimento è tipico dell’esperienza del divino: il timore nasce dalla consapevolezza di trovarsi davanti a qualcosa di più grande dell’umano; la gioia scaturisce dalla speranza nuova: la morte non ha vinto. La fede non elimina la paura, ma la trasforma. L’incontro con Gesù Cristo conferma il messaggio dell’angelo. Gesù le rassicura (“Non temete”) e affida loro una missione: annunciare ai discepoli che lo vedranno in Galilea. 

La risurrezione è un evento che chiede testimonianza. È significativo che le prime testimoni siano donne, in un contesto culturale in cui la loro testimonianza non aveva valore legale: questo sottolinea l’autenticità e la logica “sorprendente” di Dio. Dio affida la sua rivelazione a testimoni semplici e disponibili.

Parallelamente, le guardie vivono anche loro la paura, ma reagiscono in modo opposto: invece di aprirsi alla verità, si lasciano corrompere dai capi religiosi che offrono denaro per diffondere una versione menzognera. La resistenza alla verità, da parte dei capi, può perdurare anche davanti all’evidenza. La verità può essere rifiutata, ma non per questo perde la sua forza. 


Martedi di Pasqua

At 2. Continua il discorso di Pietro a Pentecoste. Egli fa conoscere il vero significato della Risurrezione: Dio ha costituito Gesù Risorto come Signore e Cristo, due titoli che esprimo la medesima convinzione di fede, elaborata dalla primitiva comunità palestinese. Da Signore, Gesù riprende a introdurre nel mondo e a dilatare il suo Regno, che è quello di Dio. Pietro rinfaccia al popolo la colpa non per risentimento ma per suscitare il pentimento. Tutti quelli che ascoltano il Vangelo, che annuncia la misericordia di Dio e il suo giudizio, si pongono la medesima domanda: che cosa dobbiamo fare? L’attenzione, oltre al sentimento di compunzione, necessario, si sofferma sulla necessità del “fare”. 

Il primo atto che scaturisce dalla conversione consiste nel sottoporsi al Battesimo, il rito già esigito dal Battista. Ma questo bagno purificatore ora è compiuto nel nome di Gesù. È il sangue dell’Agnello a purificarci. Quando il Signore osserva la verità della nostra conversione, la rende solida, stabile e vera, donando il suo Spirito. Lo Spirito rende possibile credere in Gesù e uniformarsi a Lui. L’orizzonte della conversione è aperto a tutti ma essa, in primo luogo, è opera di Dio il quale dispone che una moltitudine l’accolga. Costoro costituiranno una comunità ben distinta dalla generazione malvagia che la circonda e che cercherà di soffocare la verità. Sullo sfondo si staglia la “prossimità” (teologica e non cronologica) del giudizio, già annunciato dal Battista. 


Gv 20. Maria piange presso il sepolcro. Chi non crede alla risurrezione piange senza alcuna speranza: «Non vogliamo, fratelli, lasciarvi nell’ignoranza a proposito di quelli che sono morti, perché non siate tristi come gli altri che non hanno speranza» (1 Ts 4,13). Del resto Gesù stesso reagì con grande tristezza di fronte alla morte: «Gesù allora, quando la vide piangere (Maria), e piangere anche i Giudei che erano venuti con lei, si commosse profondamente e, molto turbato» (Gv 11,33). 

I due angeli non rivelano a Maria l’evento della risurrezione, a differenza dei Sinottici perché  Giovanni pone in risalto il dialogo tra Gesù e Maria. Solo nel dialogo personale con Gesù si persuaderà. 

La parola degli angeli fanno emergere il sentimento di Maria. Ella è rattristata per un temuto sfregio reso al corpo di Gesù. Ella, ormai, dovrà abbandonare il tipo di relazione con Gesù di cui godeva quando era in vita. Ora, infatti, il credente può godere dell’amicizia intima con il Signore, vivente realmente ma in modo invisibile. «Ecco: sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me» (Ap 3,20). 

Colpisce l’atteggiamento di Gesù, che si avvicina a lei con quell'amabilità, più volte sottolineata da Giovanni, quando il Maestro parla con le varie persone che incontra, come i primi discepoli, Nicodemo, la Samaritana, il paralitico, il cieco nato, gli amici di Betania... Egli si pone sempre a livello della persona, partendo dai problemi e dalle domande che riguardano il suo presente e, con delicatezza e fine sensibilità, illumina il mondo interiore dell'uomo, perché egli stesso si definisca e crei lo spazio per la sua rivelazione. Solo dopo aver creato l'ambiente per una sua presenza, egli si rivela e suscita nell'intimo la fede, facendosi riconoscere. Ora rialza di nuovo una canna spezzata e riaccende uno stoppino dalla fiamma smorta (Cf Is 42,3). 

Maria si volge per due volte verso Gesù. Non si tratta di un volgersi fisico ma interiore. Prima si volge verso un presunto giardiniere, poi verso il Risorto che l’ha chiamata. Egli è il Pastore che chiama le sue pecore ad una ad una. «Le pecore ascoltano la sua voce: egli chiama le sue pecore, ciascuna per nome, e le conduce fuori» (Gv 10,3). Maria è una delle persone sfinite che attirano la compassione di Gesù: «Vedendo le folle, ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite come pecore che non hanno pastore» (Mt 9,36). Chiamandola per nome (il nome rappresenta il segreto ultimo di una persona), il Risorto restituisce Maria a se stessa). 

Un monaco del XIII secolo descrisse questo incontro tra Cristo e Maria nel giardino dopo la risurrezione riportando queste parole di Gesù: «Donna, perché piangi? Chi cerchi? Colui che tu cerchi, già lo possiedi e non lo sai? Tu hai la vera ed eterna gioia e ancora tu piangi? Questa gioia è nel più intimo del tuo essere e tu ancora lo cerchi al di fuori? Tu sei là, fuori, a piangere presso la tomba. Il tuo cuore è la mia tomba. E li non sto morto, ma vi riposo vivo per sempre. La tua anima è il mio giardino. Avevi ragione di pensare che io fossi il giardiniere. Io sono il nuovo Adamo. Lavoro nel mio paradiso e sorveglio tutto ciò che qui accade. Le tue lacrime, il tuo amore, il tuo desiderio, tutte queste cose sono opera mia. Tu mi possiedi nel più intimo di te stessa senza saperlo ed è per questo che tu mi cerchi fuori. E dunque anche fuori che io ti apparirò, e cosi io ti farò ritornare in te stessa, per farti trovare nell'intimo del tuo essere colui che tu cerchi altrove» (PL 184,766).

Convertita da Gesù, comincia a credere, però non deve più chiamare Gesù “Rabbuni” ma Signore (come farà davanti agli apostoli (v.18). Gesù è ormai presso il Padre: è il senso ultimo della risurrezione. 

Il Signore non chiamò soltanto Maria, ma anche Paolo (1 Cor 15,8), Lidia (At 16,14) e una moltitudine, nella quale siamo anche ciascuno di noi.  (At 2,39). 


Mercoledi di Pasqua

At 3. Gli apostoli continuano a praticare la religione ebraica ed osservano la prescrizione di accompagnare con la preghiera i due sacrifici tradizionali, quello del mattino e quello della sera (che veniva offerto alle tre del pomeriggio). Questa prassi sta alla base della liturgia cristiana delle Ore. Come dapertutto, il tempio è frequentato da mendicanti i quali sperano che i fedeli osservino la pratica dell’elemosina, raccomandata dai profeti e dai saggi. 

Compiendo il miracolo, Pietro continua la prassi di Gesù che operava prodigi come segni per rendere coscienti i suoi contemporanei della presenza del Regno. Anche questo miracolo è un’occasione per annunciare il Vangelo: Gesù è ancora vivo e continua a parlare ed operare mediante i suoi discepoli. Come il paralitico guarito, noi possiamo, a nostra volta, balzare in piedi, camminare nella vita nuova, avanzare nella carità lodando Dio per ciò che ha operato ed opera in noi. Possiamo essere noi un segno del Regno sempre attuale. 

Lc 24. Cleopa ed un discepolo anonimo (che rappresenta ogni ascoltatore del Vangelo), sono delusi perché, mentre Gesù aveva annunciato la venuta del Regno, con la sua morte, il suo progetto sembrava aver conosciuto un fallimento irrimediabile . O Gesù aveva preteso il falso o era necessario cambiare le prospettive errate riguardo al Messia e alla sua opera. Bisognava cogliere nella Sacra Scrittura un orientamento diverso al quale non si era prestata alcuna attenzione. Gesù, mostrando compassione per la loro tristezza infinita, li accompagna e cerca di cambiare la loro opinione instruendoli sul vero senso della sua missione. La sua resurrezione dimostra che Dio Padre ha avallato la sua opera e che essa può ora continuare. Come sempre, quando Gesù parla, affascina. Ora che parla dal cielo può commuovere, infondere una gioia grande, suscitare un pentimento gioioso. Istruendoli, il Risorto comincia ad aprire il loro cuore. Perché Egli possa completare ciò che ha cominciato, i due dovranno tratennerlo più a lungo, offrirgli il pasto, solidarizzare con questo sconosciuto come Abramo aveva mostrato premura nei confronti dei tre personaggi misteriori che erano passati presso la sua tenda. La carità operativa spalanca la porta alla luce che era soltanto filtrata attraverso le parole ristoratrici. Annuncio e incontro con il Risorto avviene, in via normale nell’Eucaristia. Nell’antichità, essa prevedeva un dialogo prolungato e una condivisione di mensa. Questa doveva essere caratterizzata in verità da una vera fraternità, altrimenti i commensali avrebbero assunto la loro condanna. 


Giovedi di Pasqua

At 3. Secondo discorso di Pietro agli abitanti di Gerusalemme.  L’apostolo spiega il messaggio implicito nella guarigione dello storpio. Egli distoglie l’attenzione su di sé (e su Giovanni) come farà Paolo a Listra (At 14,13-15). Non sono profeti taumaturghi ma inviati del Signore Gesù che ora agisce per mezzo di loro. Di nuovo, con grande coraggio, denucia la colpa commessa dai giudei. Essi hanno rinnegato Gesù e favorito la sua uccisione. Questi, denominato l’autore della vita, detiene un nome potente: allo stesso modo con cui guarisce, può comunicare vita, liberando gli uomini dai peccati che corrompono la loro esistenza. Gesù, a sua volta, aveva guarito un paralitico dal male fisico ma lo aveva anche prosciolto dai suoi peccati. Gesù ha introdotto il Regno ma esso dovrà ottenere il suo compimento nel futuro, quando giungeranno «i tempi della consolazione». Il Messia doveva dare avvio ai tempi messianici. Cosi intanto siamo salvati nella speranza. Gesù, rinnegato e crocifisso, è tornato dai suoi non per condannarli, ma per comunicare la sua benedizione, come aveva promesso ad Abramo. 

Lc 24 (36-48). Dopo l’incontro con due discepoli (Cleopa e un altro anonimo), si parla dell’incontro con la comunità degli apostoli. Gesù Risorto, stando in mezzo a loro augura la pace, non inizia muovendo dei rimproveri o delle recriminazioni. Usa premura verso di loro e vuole infondere pace perché Dio desidera e cerca la nostra pace. 

Le persone di cultura ellenistica davano esclusiva importanza all’anima, disprezzando il corpo. Gesù dichiara di non essere puro spirito, né un’apparizione immateriale. Offre loro la possibilità di essere contemplato nell’aspetto che aveva in precedenza per adattarsi alla nostra capacità di uomini vincolati ai sensi. La risurrezione non è un’idea astratta ma un’esperienza concreta. Gesù mostra mani e piedi feriti per amore degli uomini. Attiva loro tutti i sensi: l’udito, il tatto, la vista, gusto (con l’olfatto). Noi siamo il nostro corpo e dobbiamo riunificare tutte le componenti della nostra persona, diventare un corpo spirituale. Egli di nuovo mangia con loro come aveva fatto nella sua vita terrena. Pietro testimonierà: «Abbiamo mangiato e bevuto con lui dopo la sua risurrezione dai morti» (At 10,41). La comunità primitiva era assidua ai pasti comuni (At 2,46), come segno di familiarità e condivisione, seguendo l’esempio di Gesù (1 Cor 11,20-22). Anche noi dobbiamo prenderci cura del corpo dei fratelli e dei loro bisogni (Fil 4,10-14 : «Sono allenato a tutto, alla sazietà e alla fame… avete fatto bene tuttavia a prendere parte alle mie tribolazioni»). 

Come fece con i discepoli di Emmaus, sostiene che per credere alla Risurrezione è necessario confrontare questo annuncio con il messaggio della Sacra Scrittura. Tuttavia, dal momento che possiamo leggere senza comprendere, mentre ci inoltriamo nella lettura, Egli apre la nostra mente alla comprensione di ciò che viene annunciato. La fede, neppure essa, è nostro merito ma, in primo luogo, un dono di Dio (che richiede la nostra accoglienza). 

La Pasqua apre a tutti gli uomini la possibilità di credere in Dio (al Dio d’Israele) e ottenere il perdono dei peccati. Sono questi a creare una distanza, una diffidenza e una contrapposizione tra noi e Lui. Gli apostoli potranno annunciare a tutti questa novità perché saranno guidati e sorretti dalla presenza dello Spirito Santo. 


Venerdi di Pasqua

At 4. Pietro affronta il Sinedrio, composto da Sadducei che non credevano nella risurrezione e quindi erano infastiditi non soltanto per la predicazione su Gesù ma anche perché annunciavano la risurrezione. I membri del Sinedrio non negano l’evidenza del miracolo (a differenza di quanto avevano fatto con il cieco nato guarito da Gesù) ma non capiscono come sia avvenuto. Pietro proclama che esso è avvenuto per opera di Gesù, che loro avevano rinnegato ingiustamente. Pietro ora formula una dichiarazione fondamentale di fede: «In nessun altro c’è salvezza; non vi è infatti sotto il cielo, altro nome dato agli uomini, nel quale è stabilito che noi siamo salvati». In altre parole, Gesù è l’unico Salvatore di tutti gli uomini di ogni epoca e di ogni luogo. Ogni verità (salvifica) scoperta e ogni atto di bontà derivano da Lui, anche se la persona che la scopre o la compie non ne è neppure consapevole. Senza di lui, non possiamo far nulla. 

Gv 21. Un gruppo di pescatori galilei, discepoli di Gesù, dopo l'insuccesso della notte precedente nel loro lavoro di pescatori, ottengono una pesca straordinaria, calando le reti nel luogo indicato loro da uno sconosciuto che è sulla riva del lago (un racconto simile ci è presentato da Lc 5,1-11). Gesù si prende cura di loro e prova compassione della loro mancanza di cibo. L’obbedienza a Gesù provoca il miracolo inaspettato ed essi ottengono la gioia di verificare la forza della loro fede. I discepoli si sono fidati di Gesù, hanno posto al centro della loro vita la sua parola ed hanno sperimentato, con Gesù in mezzo, la sconvolgente novità della vita: la loro fede.

I protagonisti di questa scena miracolosa sono Pietro e il discepolo che il Signore amava. Pietro è quello che si da maggiormente da fare nella pesca perché l’iniziativa è sua ma l'altro discepolo riconosce per primo Gesù nello sconosciuto che è sulla riva. Tutti gli altri discepoli, tuttavia, collaborano, trascinando la rete. Nella comunità appaiono doni diversi ma tutti sono necessari. Chi non possiede carismi particolari, collabora partecipando alla fatica di trascinare una rete colma e pesante.

Subito dopo la pesca, si parla d'una colazione dei discepoli col Signore risuscitato; ma questa colazione è raccontata in modo tale, che il lettore non può non pensare all'eucaristia. 

Il numero dei pesci: se l'evangelista ne ricorda il numero, dobbiamo essere sicuri che non lo fa per soddisfare una curiosità o precisarne fa quantità. Se avesse mirato solo a far vedere il carattere straordinario della pesca, sarebbe ricorso al numero « tondo », che fa sempre maggior impressione. Alcuni naturalisti elencavano 153 specie diverse pesci. Quindi, la quantità indicata, 153, dev'essere intesa come il simbolo della totalità di qualcosa. La totalità dell'umanità? La totalità della Chiesa? Abbiamo lo sviluppo d'una metafora originaria di Gesù: «Vi farò pescatori di uomini» (Mc 1,17). 

«e benché fossero tanti, la rete non si spezzò». Se i pesci devono simboleggiare la totalità dei popoli che devono entrare nella Chiesa, e se la rete non si spezzò questo fatto deve simboleggiare l'unità della Chiesa. 


Sabato di Pasqua

At 4. Il Sinedrio, come unica possibilità di imporre la menzogna, cerca di impedire che tra il popolo si diffonda la notizia della guarigione dello storpio ed allora proibiscono a Pietro di parlare. Troviamo la terza grande affermazione dell’apostolo: Bisogna obbedire a Dio piuttosto che agli uomini. Su questo principio, affermato dalla Sacra Scrittura, anche il Sinedrio è d’accordo e quindi deve rilasciare l’apostolo sperando soltanto che egli taccia per timore. 

Mc 16. La prima annunciatrice del Risorto è Maria di Magdala: una testimone improbabile perché donna (la testimonianza di una donna non aveva alcun valore giuridico) e perché era una persona dal passato burrascoso. In questo modo, Gesù cominciare ad introdurre la nuova creazione: «Non c’è Giudeo né Greco; non c’è schiavo né libero; non c’è maschio e femmina, perché tutti voi siete uno in Cristo Gesù» (3,28). La risurrezione spazza via i pregiudizi e i passati negativi. 

Gli apostoli non credono alla sua testimonianza e perciò rimangono in lutto e in pianto. In positivo, essi non sono creduloni né persone impressionabili emotivamente. Conservano una concretezza inattaccabile: troppo bello per essere vero! Le possibilità di Dio sono infinitamente superiori a quelle umane. Il Signore creato l’inaspettato, è colui che in tutto ha potere di fare molto più di quanto possiamo domandare o pensare, secondo la potenza che opera in noi» (Ef 3,20). Il realismo negativo non è più la parola più saggia. 

Il Signore Risorto mantiene verso i discepoli la stessa enorme pazienza che aveva sempre mostrato nella vita terrena precedente. Anche ora continua a bussare alla nostra porta. Se crediamo, se cominciamo a dare qualcosa di buono lo dobbiamo alla sua premurosa insistenza. È l’unico che ci può rimproverare perché è l’unico libero dal peccato, l’unico che rimprovera per amore (e non per stizza), l’unico che rimprovera per aiutare i colpevole e non per affermare la propria autorità: «Io, tutti quelli che amo, li rimprovero e li educo. Sii dunque zelante e convèrtiti. Ecco: sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verròda lui, cenerò con lui ed egli con me» (Ap 3,19-20). 


venerdì 3 aprile 2026

Passione secondo Giovanni

 


1. Il drappello delle guardie che vanno ad arrestare Gesù è composto da giudei e romani: tutto il mondo è coalizzato contro di lui. L’azione avviene nella notte, perché le tenebre vogliono ghermire la Luce. Gesù è pienamente consapevole dell’evento e si consegna volontariamente ai nemici. Di fronte alla sua dichiarazione solenne “Io sono”, il mondo indietreggia confuso davanti al Rivelatore. 

Gesù agisce come il buon pastore che vuole salvaguardare i suoi; poi, si oppone alla violenza di Pietro e si abbandona al volere del Padre. 

2. È condotto davanti ad Anna, membro influente del Sinedrio. Nel cortile della casa del Sommo Sacerdote, Pietro rinnega di essere discepolo di Gesù. Mentre questi avvevano dichiarato “Io sono”, l’apostolo si difende dicendo “non lo sono” e si unisce al gruppo dei nemici del Signore. Riscalda il corpo mentre sente freddo nel cuore. Lo schiaffo dato dalla guardia manifesta il rifiuto del mondo alla Verità di Gesù. 

3. Gesù viene condotto davanti a Pilato. 

Il governatore esce dal pretorio e viene a conoscere la richiesta dei giudei che vogliono la condanna di Gesù. Egli poi rientra e dialoga con Lui. Questi afferma di possedere un Regno che non deriva dal mondo e che è venuto a dare testimonianza alla verità.

Uscito all’esterno, Pilato dichiare l’innocenza di Gesù e spera di salvarlo sperando che lo preferiscano a Barabba. 

All’interno del pretorio, Gesù viene flagellato, incoronato di spine e beffeggiato.  

Pilato esce di nuovo e ribadisce la sua opinione sull’innocenza di Gesù (Ecco l’uomo!). I Giudei si accaniscono contro Gesù e vogliono ucciderlo perché si è fatto Figlio di Dio. Pilato, scosso da questa notizia, rientra per parlare con Gesù, ma questi, in un primo momento, rimane in silenzio e poi accusa di Pilato di codardia e gli ricorda di aver ricevuto il potere da Dio stesso al quale dovrà rispondere. 

Nell’ultima uscita, il governatore mostra di temere di essere accusato dai giudei presso Cesare. Poi presenta Gesù come il loro re, cercando ancora una volta di proteggerlo ma alla fine cede alle loro pressioni. 

Pilato, tradendo se stesso, si sottomette alla folla sulla quale avrebbe dovuto esercitare il potere, con giustizia. I Giudei, a loro volta, accettano di sottomettersi a Cesare, andando contro le loro vere aspirazioni. Né Pilato né i Giudei sono persone libere e agiscono contro loro stessi. Soltanto Gesù che, in apparenza, è in loro balìa, si dimostra libero. 

4. La salita al Calvario

Gesù porta la croce da solo e non beve la bevanda che potrebbe stordirlo perché vuole essere padrone del suo destino. La sua posizione centrale tra i due malfattori e la scritta, redatta in tre lingue, ploclama la sua regalità che è di carattere universale; ad essa i suoi avversari si oppongono inutilmente. La spogliazione delle vesti: ciò che lo danneggia, diventa un vantaggio per gli altri. (La tunica rimasta intatta simboleggia l’unione della Chiesa, frutto della croce?). 

Agendo secondo il diritto ebraico, pone la madre sotto la protezione del discepolo, che diventa il rappresentante di Gesù, in sua assenza. Gesù crea la nuova famiglia che continuerà ad operare dopo la separazione con lui. 

Chiedendo da bere, ricorda che Egli ha sete di compiere la volontà del Padre ottenendo la salvezza di tutti. Nell’ultima parola pronunciata (“Tutto è compiuto, tutto si sta compiendo”), fa sapere che la sua Rivelazione è giunta al perfetto compimento e che il progetto di salvezza ha cominciato ad attuarsi. 

Le sue ossa non vengono spezzate come era prassi nei confronti dell’Agnello pasquale (e conforme alla promessa data al giusto). Dal fianco, sgorga l’acqua simbolo del Battesimo (e dello Spirito) e il sangue (simbolo dell’Eucarestia e del dono di se stessi). 

Egli è morto ma continua a vivere e a salvare tutti quelli che volgeranno a Lui il loro sguardo di fede e riconoscenza.


ESPIAZIONE DEL SERVO

 Is 52-53. 

Il testo presenta un Profeta, Servo di Dio, che sarà innalzato fino al vertice estremo (il trono di Dio è alto ed elevato e il Servo riceverà un onore che lo collocherà alla pari con il Signore). Questo evento colmerà di stupore le genti, perfino i re. Oltretutto, prima di ricevere una glorificazione del genere, il Servo aveva subito umiliazioni estreme. Il passaggio dalla umiliazione alla gloria sarà un evento inatteso, anzi mai accaduto fino ad allora (52,12-15). Nell’annunciare un fatto simile, il profeta teme di non essere creduto (53,1). 

Dopo questa introduzione, il resto biblico narra l’esistenza vissuta dal Servo (53,2-9). Nel periodo della sua umiliazione, fu visto come una persona dimessa, priva di forza attrattiva (mondana), al punto di ricevere disprezzo, rifiuto ed una totale disistima. Egli visse in quel modo perché volle condividere le sofferenze del popolo, pur potendo evitarle. Tutti pensavano che Egli fosse stato punito dal Signore per le sue colpe (com’era accaduto per tutti gli altri), invece volle farsi carico della situazione misera della sua gente per creare una nuova forma d’esistenza. Egli si sottopose alle medesime sofferenze del suo popolo, per farlo uscire in modo defintivo dal suo travaglio. Soffriva con i suoi e intercedeva per loro (53,12). La sua soldarietà conseguì una conclusione drammatica: si lasciò umiliare senza neppure tentare di difendersi; venne condannato a morte a motivo di ingiusta sentenza e fu sepolto al modo dei malvagi, insieme a loro, benchè fosse vissuto in modo opposto a loro. 

Infine il testo biblico svela il significato di questa vita travagliata e l’esito finale (53,10-12). Fu Dio a volere che il Servo attraversasse tutta questa sofferenza perché compisse una missione di riparazione del male (espiazione) compiuto dai malvagi. Avendo apprezzato l’opera solidale del Servo, Dio gli concederà di vivere a lungo, in una esistenza che è un godere della luce. Oltre a questo, Egli renderà giusti una moltitudine immensa di uomini e in questa conquista consisterà la sua ricompensa. 

Con il termine espiazione, la Bibbia indica tutto ciò che Dio ci dona per ottenere il perdono, riparare il nostro peccato e creare una nuova situazione. È un dono per noi e quindi non deriva dal desiderio divino di vendicare i nostri delitti. Rimanendo ben disposto verso di noi, cerca di aiutarci a vincere il nostro male. 

Ad esempio, espiazione era l’offerta di un giovenco (Es 29,36) o di due tortore (Lv 14,22), come segno di pentimento e volontà di rispondere al gesto di riconciliazione da parte di Dio. Meglio ancora comprese un sapiente: «sacrificio di espiazione è tenersi lontano dall’ingiustizia» (Sir 35,5). Ancora di più è combattere il male in modo energico, vincendo l’indifferenza (Sir 44,23). È ciò che ha compiuto Gesù opponendosi al peccato senza, però, eliminare i peccatori. 

La riparazione di Gesù è stata fondamentale per ottenere a noi la salvezza. L’espiazione degli uomini non è necessaria per creare la salvezza ma per accoglierla, per noi e per altri. Nella storia della Chiesa ci sono stati molti santi che hanno voluto espiare dandosi ad aspre penitenze. Il modo migliore di farlo è quello intrapreso, ad esempio, da santi come don Puglisi e dal giudice Livatino. Si sono opposti alla mafia fino al rischio della loro morte. Non soltanto si sono tenuti lontano dall’ingiustizia ma hanno vissuto una vita santa, come insegna san Paolo: «Vi esorto dunque, fratelli, per la misericordia di Dio, a offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio; è questo il vostro culto spirituale. Non conformatevi a questo mondo, ma lasciatevi trasformare rinnovando il vostro modo di pensare, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto» (Rm 12,1-2). 



mercoledì 1 aprile 2026

GESU LAVA I PIEDI

 La lavanda dei piedi è immagine del servizio estremo di Gesù, che ama fino alla fine, cioè fino alla perfezione, fino al dono totale di sé. È, quindi, un’immagine per parlare della sua morte redentrice e, in secondo luogo, delle modalità con le quali è possibile accogliere la redenzione. 

La reazione di Pietro mette in risalto l’umiltà estrema di Gesù che compie un servizio da schiavo. «Chi è più grande, chi sta a tavola o chi serve? Non è forse colui che sta a tavola? Eppure io sto in mezzo a voi come colui che serve» (Lc 22,27). Abramo diede disposizioni perché i suoi ospiti potessero lavarsi i piedi ma non li lavò lui stesso; sarebbe stato indegno per la dignità del patriarca: «Si vada a prendere un po' d'acqua, lavatevi i piedi e accomodatevi sotto l'albero» (Gen 18,4). 

Gesù invita l’apostolo Pietro ad accettare: farsi lavare i piedi significa accogliere la redenzione operata da lui. Tutta la missione di Gesù è stata un lavaggio. 

Questo significa, in primo luogo, accogliere il suo insegnamento: Pietro non ha bisogno di un bagno totale perché si è purificato, in parte, accogliendo l’insegnamento del Maestro. «Voi siete già puri, a causa della parola che vi ho annunciato» (Gv 15,3). 

In secondo luogo la redenzione è una purificazione dai peccati. Il lavaggio richiama il valore del Battesimo: «Alzati, fatti battezzare e purificare dai tuoi peccati, invocando il suo nome» (At 22,16). 

In terzo luogo, la lavanda dei piedi mette in evidenza l’elemento più rilevante del messaggio di Gesù. Il Maestro compie questo gesto sbalorditivo perché, con la sua morte, crea una comunità di discepoli che avranno come regola quella di prestarsi un servizio reciproco, ad imitazione del suo. L’uomo salvato è il credente che imita, in modo reale, lo stile di vita di Gesù: «Voi sapete che i governanti delle nazioni dóminano su di esse e i capi le opprimono. Tra voi non sarà così; ma chi vuole diventare grande tra voi, sarà vostro servitore e chi vuole essere il primo tra voi, sarà vostro schiavo. Come il Figlio dell'uomo, che non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti» (Mt 20, 26-28). «Fatevi dunque imitatori di Dio, quali figli carissimi, e camminate nella carità, nel modo in cui anche Cristo ci ha amato e ha dato se stesso per noi, offrendosi a Dio in sacrificio di soave odore» (Ef 5,1). 

Infine Gesù non ha servito solo in modo momentaneo ma servire è ciò che ha fatto e farà sempre: «Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli; in verità io vi dico, si stringerà le vesti ai fianchi, li farà mettere a tavola e passerà a servirli» (Lc 12,37)

domenica 29 marzo 2026

Settimana Santa

 Posto in completamento

Domenica delle Palme

Is 50. Il profeta ha una mentalità e un linguaggio da discepolo, cioè è una persona che trasmette fedelmente la Parola ricevuta. Al mattino riceve il messaggio da diffondere. Con la sua predicazione sostiene lo stanco, il popolo scettico e sfiduciato. Pur subendo una grave serie di umiliazioni, rimane fedele a Dio. Egli sintetizza nella sua persona tutti i profeti e gli uomini di Dio che furono osteggiati e maltrattati. Il più eminente tra loro è stato Gesù. Il profeta, tuttavia, ha sperimentato l’aiuto del Signore. Egli è stato come il difensore che siede nel giudizio alla destra dell’imputato innocente. Dio, che conosce la verità, si pone al suo fianco così da realizzare la sua missione. 

Filippesi 2. I primi due versetti trasferiscono al mondo celeste e riferiscono, per così dire, ciò che Gesù decise mentre viveva con Dio Padre, nell’eternità. «L’esistenza donata dell’uomo Gesù è il prolungamento, o lo specchio, di un ragionare divino» (B. Maggioni). 

Servire non è stato in primo luogo una scelta di Gesù nella sua vita terrena, ma è la caratteristica tipica della divinità, del modo di essere e di pensare di Dio. Gesù «non ha fatto se non opere mirabili ma l’azione più sorprendente è stata la sua volontaria umiliazione quando ha assunto la nostra carne e ha condiviso le nostre sofferenze» (Bruno di Segni PL 164,836 C). 

Paolo interpreta la vita umana come schiavitù. La schiavitù consiste nel non avere la padronanza di sé e della propria vita. Agli uomini capitano tante cose che non scelgono e che spesso li sgomentano. 

Gesù, per definizione di se stesso, è stato Colui che «non ha voluto fare nulla da se stesso» ma piuttosto a fare sempre ciò che vedeva fare dal Padre (Cf Gv 5,19). In questo è consistito l’esercizio della sua divinità o figliolanza divina. Messo di fronte ad una scelta come lo fu Adamo, l’uomo tipico, Gesù non cercò il proprio vantaggio, diffidando di Dio, ma si abbandonò a Lui. Gesù, perciò, ha voluto accettare anche ciò che di solito è ripugnante per gli uomini. Ha ricevuto il consenso ma ha affrontato per lo più anche il rifiuto. 

Il Padre non lo salvaguardò e Gesù dovette percorrere il curriculum tipico dei profeti e abbracciare il peggio dell’esperienza umana. Il peggio della vita umana è finire nella morte ma Gesù dovette affrontare, in aggiunta, una morte particolarmente dura ed infamante. «È per questo motivo che i Giudei diedero da fare per eliminarlo in tal modo: per renderlo esecrabile, affinché, se qualcuno non si fosse distaccato da lui a causa della sua condanna a morte, si staccasse a causa di questo tipo di condanna […] pensavano di renderlo abominevole e di farlo apparire più abominevole di tutti» (GFI 8,3 PG 62,232). 

In ogni caso, si abbandonò al volere del Padre che sembrava richiedere il suo annientamento e visse una fiducia estrema. Fu un vero uomo religioso. In Gesù l’umanità compie ciò che non era stata in grado di fare e così Egli diventa causa di salvezza eterna. Fu tale da rendere graditi a Dio tutti gli uomini. 

Per questo (diò)… Dio Padre esalta il dono totale di sé vissuto da Gesù, capace di accogliere l’estrema umiliazione. Desiderare di salire fino alla realtà celeste è facile; difficile è, dalle sublimità celesti, scendere in basso con una decisione volontaria, condividendo la sorte degli umili. Gesù è l’unico, tra i grandi personaggi religiosi, del quale si può annunciare un fatto simile. Perciò è l’unico al quale viene dato il Nome più sublime. L’inno non proclama l’ascesa di Gesù, il quale non sale da se stesso ma viene assunto (anelêmphthê) da Dio (At 1,2) e riceve in dono da Lui il nome più elevato. 

Morte in croce e risurrezione formano una unità perché viene glorificata la totale dedizione di sé. «Per questo il gesto di Dio che risuscita Gesù non è solo un gesto che ha approvato il Crocifìsso, ma un gesto che ne ha rivelato l'identità». 



Passione secondo Matteo. L’unzione del profumo

Mt 26,14 ss. Matteo menziona l'arrivo di Gesù nella casa di Simone il lebbroso (v. 6), una persona probabilmente nota ai suoi ascoltatori. La menzione della lebbra ricorda il primo racconto di miracolo operato da Gesù (8,1-4) e conferma che, per lui, il confine fra puro e impuro è sorpassato. 

È presente una donna (v. 7a) e il narratore si limita a descrivere il suo gesto, sorprendente ed eccessivo: ella versa sulla testa di Gesù un profumo molto costoso (v. 7b). La reazione indignata dei discepoli (v. 8) è perfettamente in linea con ciò che lo stesso Gesù ha chiesto al giovane ricco (19,21): il denaro ricavato dalla vendita del profumo poteva servire ai poveri (v. 9). La risposta di Gesù (vv. 10-13) qualifica il gesto della donna come un'«azione buona» nei suoi confronti (v. 10), che prefigura la sua sepoltura (v. 12). L’unzione è un’immagine del Vangelo che si diffonde oltrepassando, in modo silenzioso, tutti gli ostacoli. L’adesione vera al messaggio di Gesù presuppone la volontà di servire i poveri ma questa decisione deriva dall’amore smisurato per il Signore. Dall’imitazione di Lui, poi, trae anche il suo stile d’azione e la sua misura. Esiste, infine, un’adesione di fede soltanto apparente. Il caso di Giuda non è l’unico esempio perché «se anche dessi in cibo tutti i miei beni e consegnassi il mio corpo per averne vanto, ma non avessi la carità, a nulla mi servirebbe» (1 Cor 13,3). Giuda rimane in una logica contabile, come se si trattasse di riguadagnare il denaro perduto a causa del gesto della donna, vendendo colui che ne fu il beneficiario. 

Preparativi della Pasqua

«II primo giorno degli Azzimi» (v. 17) è il primo giorno della Pasqua ebraica. Con questa precisazione, il narratore suggerisce che Gesù celebra la Pasqua ebraica, ma anche che sta vivendo la sua propria pasqua, il suo proprio passaggio (secondo l'etimologia del termine ebraico Pesach). 

L'annuncio del tradimento di Giuda avviene durante la cena. È significativo che ognuno dei discepoli esprima il timore di essere colui che può tradire Gesù. Infatti ognuno dice: «Sono forse io, Signore?» (v. 22) e non: «Chi è?». Non nominando esplicitamente Giuda, ma rispondendo semplicemente che egli «ha messo con me la mano nel piatto», Gesù li indica potenzialmente tutti, dato che allora si mangiava prendendo il cibo dallo stesso piatto! In realtà, la differenza fra Giuda e gli altri discepoli consiste nell'immagine che egli ha di Gesù, che non chiama «Signore» come gli altri (v. 22), ma «Rabbì» (v. 26); egli interpreta Gesù nel quadro della Legge, mentre quest'ultimo la compie oltrepassandola (cf. 5,17-48).

Ultima cena di Gesù

Sono tutti i discepoli, compreso Giuda, a ricevere dalle mani di Gesù il pane e il calice dell'alleanza (vv. 26-29). L'Ultima cena di Gesù comprende i tre momenti: un'azione e una parola sul pane (v. 26); un'azione e una parola sul calice (vv. 27-28); una promessa escatologica (v. 29). 

L'azione sul pane somiglia a quella del padre di famiglia ebreo, che prende il pane, recita la benedizione e lo distribuisce ai convitati. La differenza consiste nelle parole pronunciate da Gesù. Parlando del suo «corpo» a proposito del pane spezzato, Gesù istituisce una vera comunione fra i discepoli e lui. 

Nell'azione sul vino si ripete quella sul pane. Come in precedenza, la differenza consiste nelle parole di Gesù che assimilano il vino al suo sangue: «Questo è il mio sangue dell'alleanza». Partecipando a questo calice, i discepoli sono inseriti in questa alleanza. Poi viene la promessa: l'attesa del banchetto celeste nel quale Gesù berrà il vino nuovo del regno dei cieli. 

Quello che si attendeva per il futuro, la nuova alleanza, cioè un nuovo ordine di cose nel quale Dio mettesse la sua legge nel cuore e perdonasse i peccati è giunto con questa cena pasquale. Il sangue è sparso per molti. È un semitismo che equivale a tutti. La ragione per cui ha scelto l'aggettivo molti è quella di mettere in rilievo efficacia di quel sacrificio mediante l'opposizione fra uno che dà la vita e quelli per cui la da, che sono molti (da questo punto di vista, parlare di molti più efficace che parlare di tutti, perché tutti possono essere pochi). L'espressione il mio corpo è il mio sangue, nel linguaggio del tempo, era sinonimo di «io stesso». La vita di Gesù messo a morte può essere assimilata attraverso l'assunzione del pane e del calice

Al monte degli Ulivi

Non è privo di significato il fatto che l'annuncio del tradimento (vv. 20-25) e quello del rinnegamento (vv 30-35) inquadrino il racconto dell'istituzione dell'eucaristia (vv. 26-29). Si citano ancora una volta le Scritture (v. 31). Non bisogna comprenderle come una predizione, ma come ciò che esse sono veramente: la rivelazione di ciò che c'è nella parte più profonda della natura umana. 

Gesù offre ai discepoli una via d'uscita. Essa è qualcosa che non deriva dalle capacità umane, ma da un atto esterno alla volontà dei discepoli: la risurrezione (v. 32). Qui essa viene considerata in vista dei discepoli: il Risorto li aspetterà in Galilea. Nella prospettiva dell'annuncio del rinnegamento e dell'abbandono, la risurrezione si presenta come una speranza per i discepoli. In qualche modo Gesù è risorto per loro, perché non restino nella disperazione del rimorso.

La risurrezione non viene quindi intesa come un supplemento di vita in continuità con ciò che essi già possiedono, ma come una realtà che rompe la relazione con la vita quotidiana caratterizzata dal fallimento e dalla morte. È una vittoria non solo sulla morte subita da Gesù, ma anche sulla forza del fallimento che minaccia continuamente i discepoli. Pietro non coglie la seconda parte della parola di Gesù, la promessa di una ripartenza possibile (v. 33). Egli rimane alla prima parte, l'annuncio del rinnegamento di tutto il gruppo, che rifiuta violentemente di applicare a se stesso. Propriamente parlando, l'atteggiamento di Pietro è una negazione, cioè il rifiuto di riconoscere la presenza in lui del sentimento insopportabile dell'abbandono del Maestro. La precisazione di Gesù (v. 34) non fa che rafforzare la negazione, alla quale del resto si associano tutti i discepoli (v. 35).

Getsemani

Penetriamo ora nell'intimità e nell'umanità di Gesù. Il tono è molto diverso da quello degli annunci della passione, nei quali Gesù sembra accettare senza la minima riserva la sorte che lo attende. Non assume il comportamento degli eroi dell'antichità, pronti a sacrificare la toro vita per una nobile causa. Gesù è un uomo alle prese con la prospettiva della sua morte, che desidera evitare. Giunti al Getsemani («frantoio per l'olio»), Gesù lascia i suoi discepoli per andare a pregare (v, 36): vuole essere solo davanti al suo Dio. Tuttavia qui si comporta diversamente dal solito: si allontana per pregare, ma prende con sé i tre discepoli con i quali ha vissuto momenti particolari: Pietro, Giacomo e Giovanni (v. 37a; cf. 17,1-13). Matteo precisa che Gesù prova tristezza e angoscia (v. 37b). Unica volta nel Vangelo, mette in bocca a Gesù l'espressione di un sentimento molto intimo: «La mia anima è triste fino alla morte» (v. 38a). Gesù chiede ai suoi discepoli di vegliare (v. 38b; cf. 24,42). Il contenuto della sua preghiera (v. 39) tradisce la lotta interiore: desidera sfuggire alla morte che incombe (il «calice»), ma si rimette alla volontà del Padre. La preghiera si sposta dal «come voglio io» al «come vuoi tu». Questo spostamento si inserisce in un percorso personale: Gesù prega tre volte (vv. 39.42.44). La preghiera di Gesù al Getsemani è unica. E tuttavia nella sua stessa unicità dice qualcosa sulla preghiera dei discepoli: anch'essa si compie in uno spostamento della propria volontà alla volontà del padre. In questa lotta singolare di Gesù contro la morte, i discepoli sono incapaci di vagliare con lui. 

I versetti 45-46 riuniscono l’autorizzazione data da Gesù ai discepoli di dormire e riposarsi l'ordine di alzarsi, dato che l'ora del Figlio dell'uomo si avvicina, come indica l'arrivo di Giuda. 

L’arresto

Giuda è ancora indicato come uno dei dodici. La differenza fra Gesù e la grande folla con spada e bastoni mandata dalle autorità religiose, è sorprendente. Giuda consegna ai soldati con un bacio. Nel saluto Giuda (Salve, rabbì) usa lo stesso titolo con il quale ha interrogato Gesù al momento dell'annuncio del tradimento. Gli altri discepoli si rivolgono a Gesù come Signore. Giuda resta fedele fino in fondo all'immagine che si fa di Gesù; non il Signore, ma un rabbi che gli consegna ad altri rabbi, forse perché essi cerchino l'ultima volta di conformarlo all'immagine che egli si fa di lui. Gesù risponde a Giuda chiamandolo amico: le altre due occorrenze di questo termine la parabola degli operai dell'ultima ora e nella parabola del banchetto nuziale. In queste parabole, l'amico indica colui che era inizialmente invitato al regno, ma non è entrato nella sua logica. Nella scena che segue, Gesù impedisce a uno di quelli che sono con lui di rispondere alla violenza con la violenza. Compiendo ciò che raccomandava nel discorso sul monte, egli rifiuta la logica della retribuzione e della reciprocità, indicando così l'esito mortale di una logica vicina alla legge del taglione. Da parte di Gesù non c'è alcuna constatazione della sua impotenza: ha scelto liberamente di non fare appello alla figura di un Padre onnipotente. Qui probabilmente Gesù resiste all'ultima tentazione. Dopo la fuga dei discepoli, Gesù si ritrova solo, abbandonato da tutti. 

Davanti al Sinedrio

Gesù è condotto davanti al tribunale religioso (v. 57). La menzione di Pietro che segue «da lontano» (v. 58) prepara il racconto del suo rinnegamento (vv. 69-75). Il sinedrio si preoccupa di trovare un valido motivo di accusa contro Gesù (v. 59). Questa precisazione sottolinea la mancanza di equità di questo tribunale; non si tratta dì esaminare una questione per cercare di discernere l'innocenza o la colpevolezza dell'accusato, ma di trovare un motivo per condannare uno di cui si desidera la morte. A questo servono i falsi testimoni (vv. 60-62). Con il suo silenzio (v. 63a) Gesù costringe il sommo sacerdote a formulare l'accusa che spiega la sua presenza in questo luogo: Gesù pretende di essere «il Cristo, il Figlio di Dio» (v. 63b)? A questa domanda, Gesù risponde positivamente e vi associa l'annuncio di un giudizio escatologico: coloro che oggi lo condannano lo vedranno trionfante (v. 64); questa formulazione si basa su Dn 7,13 e ricorda Ap 1,7: «Ecco, viene con le nubi e ogni occhio lo vedrà, anche quelli che lo trafissero». Di conseguenza, viene condannato per bestemmia (v. 65). Ma in che cosa consiste la bestemmia di Gesù? Consiste in quest'affermazione di cui l'evangelista Giovanni espliciterà le conseguenze teologiche: «Tu, che sei uomo, ti fai Dio» (Gv 10,33). La condanna di Gesù provoca una rilassatezza morale degli accusatori, che sprofondano negli insulti, nella violenza e negli scherni (vv. 67-68). 

Ciò che accade a Pietro induce a pensare a Rm 7,15: «Non riesco a capire ciò che faccio: infatti io faccio non quello che voglio, ma quello che detesto». Con una tragica escalation, Pietro rinnega Gesù, fino a giurare di non conoscerlo (v. 72; cf. 5,33-37!). Quale differenza fra Giuda e Pietro? La differenza che esiste fra il rimorso e il pentimento. Il rimorso conduce alla morte, perché non esiste alcuna via d'uscita che permetta la pace e il perdono (27,3-10). Al contrario, il pentimento è il riconoscimento del proprio fallimento (v. 75), che apre al perdono e a una possibile ripresa. La possibilità del pentimento era iscritta nella stessa parola di Gesù che annunciava ai suoi discepoli la speranza di una ripartenza (26,32). Pietro e Giuda sono entrambi rappresentanti di una stessa umanità. Che cosa spiega, in ultima analisi, i loro diversi percorsi? I segreti dell'esistenza di ognuno offrono probabilmente elementi di risposta, ma questo sfugge a ogni forma di sapere. Una cosa è certa: ognuno, prima o poi, tradisce e abbandona. È «scritto» in qualche modo in ogni uomo, checché ne sia della forza delle negazioni (cf. 26,35). Questo tradimento porterà il peso del rimorso (27,3-10) o aprirà al pianto del pentimento (v. 75)?

Davanti a Pilato

Matteo precisa che le autorità religiose vogliono «farlo morire», accentuando così la loro responsabilità. Perciò lo conducono da Pilato e Matteo continua a sottolineare lungo tutto il processo la sua funzione di «governatore» (v. 2; cf. vv. 11.14.15. 21.27). Forse questa insistenza sulla funzione di Pilato è un modo per indicare che egli rappresenta le autorità pagane (cf. 10,18) e più in generale i pagani.

Matteo inserisce nel racconto tradizionale una fonte che gli è propria e che racconta la fine di Giuda (vv. 3-10). In preda al rimorso, Giuda riporta i denari, cosciente di avere «tradito sangue innocente» (v. 4). Oltre all'aspetto tragico della situazione dell'uomo in preda al rimorso, si sottolinea l'ipocrisia e la responsabilità dei «capi dei sacerdoti e degli anziani» (v. 3): i primi e principali colpevoli sono loro. Inoltre, come rappresentanti della Legge, lasciano Giuda senza un interlocutore. Quest'ultimo non trova in loro l'istanza terza che rappresenta la Legge. Perciò si fa giustizia da sé (v. 5), applicandosi così la legge del taglione: crede di dover vendicare su se stesso il sangue di colui che lo ha sparso per il perdono dei peccati (26,28). Con il denaro che Giuda ha riportato, il «prezzo di sangue» (v. 6), le autorità religiose acquistano un campo per la sepoltura degli stranieri (v. 7), che una tradizione antica collocava a Gerusalemme, nel quartiere dei vasai. Questo offre l'occasione per una citazione di compimento, che ricorda esplicitamente il profeta Geremia (cf. 2,17; 16,14), ma che, in realtà, unisce Zc 11,12-13; Ger 18,2-3; 19,1-2 e 32,6-15. Lo stesso denaro del tradimento è inserito nel piano salvifico di Dio; partecipa in un modo in definitiva positivo al compimento delle promesse. Inoltre, con il riferimento a Geremia, Matteo ricorda che l'acquisto di un campo, fosse anche il «campo del sangue», apre su una promessa di avvenire (Ger 32,14-15).

Condanna di Gesù

Matteo insiste sulla posizione di Gesù che sta davanti al governatore: rende testimonianza davanti ai popoli pagani, come i discepoli saranno invitati a farlo davanti agli uomini. L'unica parola di Gesù durante tutta la scena risposta lapidaria a Pilato se gli chiede se è il re dei Giudei: tu lo dici. Poi il silenzio di Gesù il silenzio del servo del Signore, come agnello condotto al macello, come pecora muta davanti ai suoi tosatori. La domanda di Pilato colloca subito la discussione sul terreno politico: si tratta di sapere c'è il re dei Giudei. Sul piano storico, sarà del resto la ragione principale della sua condanna. Infatti la ragione sembra sufficiente, soprattutto se si accorda un qualche credito alla testimonianza di Giuseppe Flavio sui disordini e le insurrezioni quasi continui all'epoca, provocati soprattutto dalla volontà di proclamarsi re di questo o quell'insorto. Gesù si trova quindi messo a confronto con un rivoltoso omicida, il cui nome aramaico significa letteralmente «figlio del padre». 

L'episodio della moglie di Pilato (v. 19) permette di insistere sull'innocenza di Gesù, il «giusto» al quale Dio stesso rende testimonianza in modo soprannaturale, come durante i racconti dell'infanzia (1,20; 2,12.13.19.22). La moglie di Pilato desidera che il marito non si comprometta in questa faccenda. A differenza di Erodìade, la moglie di Pilato gioca un ruolo positivo. Come Giuseppe (1,20), ella riceve una visione. I padri della Chiesa e gli apocrifi la chiameranno Procula e ne faranno una discepola di Gesù. La designazione di Gesù come «giusto» fa inclusione con quella di Giuseppe in 1,19. Egli è l'ultimo giusto conosciuto, ma supera ciò che si intende per giusto nella tradizione ebraica: non è colui che obbedisce alla Legge, ma colui che la compie e le attribuisce il suo significato fondamentale (la misericordia). La moglie di Pilato rende con termini appropriati al contesto ebraico ciò che la rivelazione soprannaturale le ha fatto intravedere su Gesù (il timore davanti al divino e al sacro). Ella è comparabile ai discepoli dopo la tempesta sedata (14,31).

Matteo drammatizza il dialogo fra la folla e Pilato (vv. 21-22). L'insistenza del governatore a interrogare la folla la spinge a esprimere in modo ancor più violento la sua volontà di vedere crocifisso Gesù. La scena della lavanda delle mani (vv. 24-25) è propria di Matteo (cf. Dt 21,6-7: Pilato si comporta come il pio ebreo!?); essa segue logicamente il v. 19. La preoccupazione di Pilato è quella di un governatore: evitare il tumulto. Il v. 25b può essere compreso come una profezia del giudizio che, secondo Matteo, si compirà contro il popolo d'Israele: le origini veterotestamentarie dell'espressione (cf. Ger 51,35 e soprattutto 2Sam 1,13-16; 3,29) depongono a favore di questa interpretazione. Tuttavia, il sangue di Gesù è anche il sangue «versato per molti per il perdono dei peccati» (Mt 26,28).

In seguito, Gesù viene consegnato nelle mani dei soldati romani (vv. 27-31). La precisazione «tutta la truppa» (v. 27; cioè seicento uomini!) è enfatica. La menzione degli oltraggi (v. 30; cf. 26,67) evoca Is 50,6. Tuttavia gli scherni hanno certamente un aspetto ironico, che corrisponde al contesto particolare dei vangeli: i soldati pagani adorano il re dei giudei che è, in realtà, il Signore dei cristiani! Questo può anche significare che il popolo d'Israele si è rifiutato di riconoscere e adorare il suo Messia, mentre i pagani lo adorano senza riconoscerlo.

Crocifissione

Dopo aver requisito Simone di Cirene per «portare la croce» di Gesù (v. 32; cf. 10,38), quest'ultimo viene condotto al Gòlgota per essere crocifìsso (v. 33; «Luogo del cranio», in latino calvaria, forse a causa dell'aspetto del luogo). Gesù si rifiuta di prendere la bevanda leggermente anestetizzante che si dava allora ai condannati, molto probabilmente perché soffrissero di meno (v. 34). La spartizione delle vesti (v. 35), normale in quelle occasioni, offre all'evangelista l'opportunità di collegare gli avvenimenti al compimento delle Scritture (Sal 22,19). La scritta appesa sulla croce menziona «il re dei Giudei» (v. 37). Questo titolo costituisce il motivo della condanna: Gesù è condannato in quanto liberatore d'Israele. Poi Matteo ricorda la crocifissione di due ladroni (v. 38). Re dei giudei o brigante? Come in precedenza con Barabba, è sempre in discussione l'identità di Gesù. Egli è re dei giudei deriso dai soldati e dal suo popolo, re crocifisso circondato da due fuorilegge, «uno a destra e uno a sinistra», la posizione che volevano occupare i figli di Zebedeo nella gloria (cf. 20,21). L'ironia suggerita dal narratore nella presentazione dei dettagli che circondano la crocifissione viene fatta propria dai testimoni diretti della scena: i passanti riprendono le false testimonianze del processo (vv. 39-40; cf. Sai 22,8-9), i capi dei sacerdoti e gli scribi si fanno beffe del titolo di rè d'Israele (vv. 41-43), infine gli stessi ladroni si schierano dalla parte dei carnefici (v. 44).

Dietro agli schemi che accompagnano la fine miserabile di Gesù si profila, in filigrana, una comprensione della messianicità piuttosto tradizionale: un Messia o è potente o non lo è; non può lasciarsi crocifiggere senza reagire. Come credere, se non viene offerto alcun segno tangibile (cf. I Cor 1,22)?

Il motivo delle tenebre che si abbattono sulla terra (v. 45) è probabilmente un'allusione ad Am 8,9 («In quel giorno [...] farò tramontare il sole a mezzogiorno e oscurerò la terra in pieno giorno»). Queste tenebre sono il segno che il mondo si trova in una grave crisi e che la morte del giusto è un giorno di lutto per il creato. Nel caso di Gesù, questo giorno di lutto è anche giorno di abbandono. Recitando il Sal 22, egli manifesta la sua incomprensione di ciò che gli accade: colui che ha proclamato la vicinanza del regno dei cieli si ritrova solo davanti alla morte. Gesù non è un eroe tragico che lotta contro la morte senza temerla. Nella bufera, gli restano solo le parole del salmista. Questa tradizione biblica gli permette di esprimere la sua disperazione con le parole della fede nel cuore del dubbio più profondo. Si è spesso osservato che il Sai 22 serve da modello all'interpretazione della morte di Gesù. Questo salmo è il grido di disperazione del credente abbandonato da tutti. Non si dimenticherà tuttavia che esso termina con la scoperta, nel cuore stesso dell'angoscia e della morte, della presenza sorprendente di Dio al proprio fianco (cf. Sai 22,22b.27). Verosimilmente Matteo e i primi cristiani conoscevano questo salmo: sapevano quindi che termina con questa fiducia del salmista nel suo Dio. Gesù muore gridando a gran voce (v. 50). Alle soglie della morte, non è più in grado di parlare.

La morte di Gesù ha anzitutto un effetto sul tempio (v. 51a): il velo che separa il Santo dal Santo dei Santi, dove il sommo sacerdote entra solo una volta all'anno per offrire il sacrificio in vista del perdono, si squarcia in due, da cima a fondo. La morte di Gesù abolisce il tempo del tempio e del sacrificio (un'idea che svilupperà la Lettera agli Ebrei). All'inizio del Vangelo, i cieli si sono aperti (letteralmente: «strappati») al momento del battesimo di Gesù (3,16); in lui Dio si rivelava agli uomini in modo decisivo. 

Quasi al termine del suo racconto, Matteo sottolinea che anche la morte di Gesù causa uno strappo che inaugura un nuovo passaggio verso Dio. La morte di Gesù fa tremare anche il creato (v. 51b: la terra trema), segno del giudizio. La morte di Gesù viene interpretata come un avvenimento che fa precipitare la storia: quando Gesù muore, l'umanità passa da un'epoca a un'altra. L'episodio dei sepolcri che si aprono e dei santi che risuscitano e si fanno vedere alla risurrezione di Gesù (vv. 52-53) ne sono un'altra conferma. In un linguaggio apocalittico, Matteo sottolinea che morte e risurrezione di Cristo sono riunite in un unico avvenimento: l'evento pasquale viene compreso come un passaggio dalla morte alla vita, dal vecchio al nuovo eone; nel mondo ebraico, il nuovo eone era inaugurato dalla risurrezione dei giusti. In questi avvenimenti soprannaturali, il centurione e le guardie riconoscono una vera epifania (v. 54). 


Lunedi santo

 Is 42 Un profeta, nel periodo conclusivo dell’esilio, esercita la funzione sacerdotale nel proclamare la Legge (in questo caso anche ai pagani); esercita la funzione profetica nell’annunciare con coraggio la Parola nella difficoltà estrema, senza abbattersi o venir meno. Infine esercita la funzione regale attuando il suo intento. Rinnova l’alleanza di Dio con il popolo e diventa luce delle nazioni. Compie una missione così vasta e così ardua perché conta sul sostegno del Signore che lo ha eletto e gli ha infuso il suo Spirito. “Se contro di me si accampa un esercito, il mio cuore non teme” (Sal 26). Il Signore che lo invia e l’accompagna è il Creatore stesso che detiene una potenza enorme ed esercita il suo influsso su ogni uomo. 

Gesù è il migliore interprete di questo ruolo profetico. Scelto, amato e consacrato dal Padre, riceve da lui lo Spirito senza misura. Ha vissuto senza esercitare una signoria dominatrice (non ha spento il lucignolo fumigante) prestando attenzione alle persone lontane da Dio. Egli ha detto: «Il regno di Dio non viene in modo di attirare l’attenzione» (Lc 17,20). A imitazione di Gesù «un servo del Signore non deve essere litigioso, ma mite con tutti, capace di insegnare, paziente, dolce nel rimproverare quelli che gli si mettono contro, nella speranza che Dio conceda loro di convertirsi, perché riconoscano la verità e rientrino in se stessi, liberandosi dal laccio del diavolo, che li tiene prigionieri perché facciano la sua volontà» (2 Tm 2,24-26)

Gesù con la sua morte ha rinnovato l’allenza antica e, dopo la sua risurrezione, ha inaugurato l’annuncio del Vangelo ai pagani, già redenti con il suo sangue. È lui che dona la vista ai ciechi e libera dal carcere i prigionieri del Peccato e dell’egoismo. 


Gv 12. Lazzaro, Marta e Maria sono amici di Gesù. Sono dei discepoli “sedentari”, ossia persone alle quali non è stato richiesto di abbandonare la famiglia e il lavoro come era stato fatto ai Dodici. Nonostante ciò, amano Gesù e si propongono di praticare il suo insegnamento. Sono un sostegno per lui che li ricerca. Andando a visitarli un’altra volta, rinfocola le polemiche suscitate dalla risurrezione di Lazzaro (v.10). La reazione omicida dei capi dei giudei sta per raggiungere il suo intento. Il clima di morte viene disperso dall’ospitalità dei tre fratelli, mentre si diffonde il profumo della devozione di Maria che emerge su tutto e si fa percepire. È un’immagine del Vangelo che si diffonde oltrepassando, in modo silenzioso, tutti gli ostacoli. L’adesione vera al Vangelo presuppone la volontà di servire i poveri ma essa è preceduta, in via normale, dall’amore smisurato per il Signore, dal quale scaturisce come da una fonte. Dall’imitazione di Lui, poi, trae anche il suo stile d’azione e la sua misura. 


Martedi santo

Is 49. A differenza del primo canto (Is 42), qui il servo rappresenta l’Israele fedele a Dio, quella parte del popolo che ha vissuto di fede in modo esemplare. Egli ha ricevuto una vocazione e una missione così come l’ha ricevuta Geremia, come la riceverà san Paolo. Soprattutto questo Israele fedele a Dio prefigura Gesù. 

Prima di inviarlo, il Signore lo ha preparato per il suo compito, lo ha reso come un guerriero sagace che si prepara allo scontro affilando la spada e riempiendo la faretra. Il servo è armato, però, in modo pacifico; la spada è la sua bocca; le frecce appuntite sono le sue parole. Nella sua predicazione, che attua un progetto divino, manifesta la gloria del Signore. 

Ciò nonostante, la missione è difficoltosa e il servo teme d’aver faticato inutilmente. Dio che lo ha inviato, però, lo conferma, anzi dilata i confini del suo mandato. Non soltanto ricondurrà al Signore il popolo ribelle e disperso, ma diventerà una luce per tutte le nazioni e porterà la salvezza fino alle terre più lontane. Nell’ora dello scoraggiamento, il Servo dovrà fare affidamento sul sostegno che gli viene da Dio: «Sei tu, Signore, la mia speranza… Su di te mi appoggiai fin dal gremmo materno» (Sal 70,5-6). 

Gv 13. Gesù è preso da turbamento al pensiero che verrà tradito da uno dei dodici da lui scelto. Così mostra una coscienza superiore a qualle normale e, in ultima analisi, è lui che consente a Giuda di agire (dandogli il comando equivoco: quello che vuoi fare, fallo presto), mentre quest’ultimo, male usando il suo libero arbitrio, diventa uno strumento di Satana. 

All’opposto di Giuda, un discepolo amato (il Vangelo non precisa chi sia, ma la tradizione lo identificherà in Giovanni) gode di una intimità particolare con Gesù. Dopo la risurrezione, egli rappresenta la possibilità concessa ad ogni credente , cioè poter conoscere, penetrare e “assorbire come una spugna” (Gregorio di Nissa) i segreti del Maestro. Se il comportamento di Giuda avvilisce Gesù, come era stato avvilito il Servo, l’accoglienza del discepolo amato gli conferma l’efficacia della missione ricevuta. 

Fuori dal cenacolo prevale la notte perché la tenebra viene sperimentata da chi rompe la comunione con Gesù. 

La fatica di Gesù (cioè in ultima analisi la sua morte), apparentemente vana ed insensata, è in realtà una glorificazione. Proprio essa permetterà di conoscere la efficacia estrema della sua missione e, in questo modo, Dio stesso verrà riconosciuto e celebrato come il protagonista dell’opera di salvezza. 

Ogni discepolo partecipa alla donazione d’amore di Gesù, soltanto quando riceve la forza sufficiente per compiere un servizio del genere. Abbandonato a se stesso, conosce il fallimento del suo intento. 


Mercoledi santo

Is 50. Il profeta mostra un linguaggio da discepolo poiché trasmette fedelmente la Parola ricevuta. Al mattino riceve il messaggio da diffondere. Con la sua predicazione sostiene lo stanco, il popolo scettico e sfiduciato. Pur subendo una grave serie di umiliazioni, dalle quali non tenta neppure di difendersi, rimane fedele a Dio. Egli sintetizza nella sua persona i travagli di tutti i profeti e degli uomini di Dio che furono osteggiati e maltrattati. Il più eminente tra loro è stato Gesù. Il profeta, tuttavia, ha sperimentato l’aiuto del Signore. Egli è stato come il difensore che siede, nel giudizio, alla destra dell’imputato innocente. Per questo, il profeta riprende il suo compito con decisione e determinazione. 

Mt 26. «II primo giorno degli Azzimi» Gesù celebra la Pasqua ebraica, ma sta vivendo anche la sua propria pasqua, il suo proprio passaggio. Notare il modo sorprendente in cui Matteo rende l'invito di Gesù ai suoi discepoli di andare a preparare la cena: «Andate in città da un tale» («un uomo con una brocca d'acqua»). La mancanza di qualsiasi precisazione sull'identità dell'ospitante permette a ogni ascoltatore di identificarsi con lui, e accogliere così Gesù e i suoi discepoli per la cena pasquale.

L'annuncio del tradimento di Giuda avviene durante la cena. È significativo che ognuno dei discepoli esprima il timore di essere colui che sta per tradire. Infatti ognuno dice: «Sono forse io, Signore?» (v. 22) e non: «Chi è?». Non nominando esplicitamente Giuda, ma rispondendo semplicemente che egli «ha messo con me la mano nel piatto», Gesù li indica potenzialmente tutti, dato che allora si mangiava prendendo il cibo dallo stesso piatto! La differenza fra Giuda e gli altri discepoli consiste nell'immagine che egli ha di Gesù; non lo chiama «Signore» come gli altri (v. 22), ma «Rabbì» (v. 26). Del resto, soltanto chi crede che Gesù sia il Signore (e non soltanto un rabbi), può nutrire la speranza d’essergli fedele in ogni circostanza. 



Giovedi Santo

Messa d'introduzione al Triduo pasquale

Esodo 12. L’anno inizia con la liberazione dalla schiavitù, la quale deve essere celebrata e imitata dal popolo ogni anno (nessuno dovrà opprimere un altro fratello). L’immolazione dell’Agnello, che fino a quel momento segnava l’inizio della transumanza dei pastori verso nuovi pascoli, ora acquista il significato dell’inizio di una nuova esistenza libera da ogni peso. Il primo a «passare» è il Signore stesso che intende fare giustizia delle divinitò dell’Egitto che sono stati i promotori dell’oppressione. La prima Pasqua non avviene senza un giudizio. Nel caso di Gesù, Egli non fece morire nessuno ma offerse la sua vita per tutti. 

L’immolazione dell’Agnello/Cristo segna l’inizio di una nuova esistenza: «Non sapete che un po’ di lievito fa fermentare tutta la pasta? Togliete via il lievito vecchio, per essere pasta nuova, poiché siete azzimi. E infatti Cristo, nostra Pasqua, è stato immolato! Celebriamo dunque la festa non con il lievito vecchio, né con lievito di malizia e di perversità, ma con azzimi di sincerità e di verità» (1 Cor 5,6-8). «Voi sapete che non a prezzo di cose effimere, come argento e oro, foste liberati dalla vostra vuota condotta, ereditata dai padri, ma con il sangue prezioso di Cristo, agnello senza difetti e senza macchia» (1 Pt 1,18-19). Gli eletti «sono quelli che vengono dalla grande tribolazione e che hanno lavato le loro vesti, rendendole candide nel sangue dell’Agnello» (Ap 7,14). 

Gv 13. La lavanda dei piedi è immagine del servizio estremo di Gesù, che ama fino alla fine, cioè fino alla perfezione, fino al dono totale di sé. È, quindi, un’immagine per parlare della sua morte redentrice e, in secondo luogo, delle modalità con le quali è possibile accogliere la redenzione. 

La reazione di Pietro mette in risalto l’umiltà estrema di Gesù che compie un servizio da schiavo. «Chi è più grande, chi sta a tavola o chi serve? Non è forse colui che sta a tavola? Eppure io sto in mezzo a voi come colui che serve» (Lc 22,27). Abramo diede disposizioni perché i suoi ospiti potessero lavarsi i piedi ma non li lavò lui stesso; sarebbe stato indegno per la dignità del patriarca: «Si vada a prendere un po' d'acqua, lavatevi i piedi e accomodatevi sotto l'albero» (Gen 18,4). 

Gesù invita l’apostolo ad accettare: farsi lavare i piedi significa accogliere la redenzione operata da lui. Tutta la missione di Gesù è stata un lavaggio. 

Questo significa, in primo luogo, accogliere il suo insegnamento: Pietro non ha bisogno di un bagno totale perché si è purificato, in parte, accogliendo l’insegnamento del Maestro. «Voi siete già puri, a causa della parola che vi ho annunciato» (Gv 15,3). 

In secondo luogo la redenzione è una purificazione dei peccati. Il lavaggio richiama il valore del Battesimo: «Alzati, fatti battezzare e purificare dai tuoi peccati, invocando il suo nome» (At 22,16). 

In terzo luogo, la lavanda dei piedi mette in evidenza l’elemento più rilevante del messaggio di Gesù. Il Maestro compie questo gesto sbalorditivo perché, con la sua morte, crea una comunità di discepoli che avranno come regola quella di prestarsi un servizio reciproco, ad imitazione del suo. L’uomo salvato è il credente che imita, in modo reale, lo stile di vita di Gesù: «Voi sapete che i governanti delle nazioni dóminano su di esse e i capi le opprimono. Tra voi non sarà così; ma chi vuole diventare grande tra voi, sarà vostro servitore e chi vuole essere il primo tra voi, sarà vostro schiavo. Come il Figlio dell'uomo, che non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti» (Mt 20, 26-28). «Fatevi dunque imitatori di Dio, quali figli carissimi, 2e camminate nella carità, nel modo in cui anche Cristo ci ha amato e ha dato se stesso per noi, offrendosi a Dio in sacrificio di soave odore» (Ef 5,1). 

Infine Gesù non ha servito solo in modo momentaneo ma è Ciò che ha fatto e farà sempre: «Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli; in verità io vi dico, si stringerà le vesti ai fianchi, li farà mettere a tavola e passerà a servirli» (Lc 12,37)


TRIDUO PASQUALE

Celebrazione della Pasqua di morte (venerdì), sepoltura (sabato) e risurrezione (domenica)



Venerdi Santo

Is 52-53. Il testo presenta un Profeta, Servo di Dio, che sarà innalzato fino al vertice estremo (il trono di Dio è alto ed elevato e il Servo riceverà un onore che lo collocherà alla pari con il Signore). Questo evento colmerà di stupore le genti, perfino i re. Oltretutto, prima di ricevere una glorificazione del genere, il Servo aveva subito umiliazioni estreme. Il passaggio dalla umiliazione alla gloria sarà un evento inatteso, anzi mai accaduto fino ad allora (52,12-15). Nell’annunciare un fatto simile, il profeta teme di non essere creduto (53,1). 

Dopo questa introduzione, il resto biblico narra l’esistenza vissuta dal Servo (53,2-9). Nel periodo della sua umiliazione, fu visto come una persona dimessa, priva di forza attrattiva (mondana), al punto di ricevere disprezzo, rifiuto ed una totale disistima. Egli visse in quel modo perché volle condividere le sofferenze del popolo, pur potendo evitarle. Tutti pensavano che Egli fosse stato punito dal Signore per le sue colpe (com’era accaduto per tutti gli altri), invece volle farsi carico della situazione misera della sua gente per creare una nuova forma d’esistenza. Egli si sottopose alle medesime sofferenze del suo popolo, per farlo uscire in modo defintivo dal suo travaglio. Soffriva con i suoi e intercedeva per loro (53,12). La sua soldarietà conseguì una conclusione drammatica: si lasciò umiliare senza neppure tentare di difendersi; venne condannato a morte a motivo di ingiusta sentenza e fu sepolto al modo dei malvagi, insieme a loro, benchè fosse vissuto in modo opposto a loro. 

Infine il testo biblico svela il significato di questa vita travagliata e l’esito finale (53,10-12). Fu Dio a volere che il Servo attraversasse tutta questa sofferenza perché compisse una missione di riparazione del male (espiazione) compiuto dai malvagi. Avendo apprezzato l’opera solidale del Servo, Dio gli concederà di vivere a lungo, in una esistenza che è un godere della luce. Oltre a questo, Egli renderà giusti una moltitudine immensa di uomini e in questa conquista consisterà la sua ricompensa. 

Con il termine espiazione, la Bibbia indica tutto ciò che Dio ci dona per ottenere il perdono, riparare il nostro peccato e creare una nuova situazione. È un dono per noi e quindi non deriva dal desiderio divino di vendicare i nostri delitti. Rimanendo ben disposto verso di noi, cerca di aiutarci a vincere il nostro male. 

Ad esempio, espiazione era l’offerta di un giovenco (Es 29,36) o di due tortore (Lv 14,22), come segno di pentimento e volontà di rispondere al gesto di riconciliazione da parte di Dio. Meglio ancora comprese un sapiente: «sacrificio di espiazione è tenersi lontano dall’ingiustizia» (Sir 35,5). Ancora di più è combattere il male in modo energico, vincendo l’indifferenza (Sir 44,23). È ciò che ha compiuto Gesù opponendosi al peccato senza, però, eliminare i peccatori. 

Nella storia della Chiesa ci sono stati molti santi che hanno voluto espiare dandosi ad aspre penitenze. Il modo migliore di farlo è quello intrapreso, ad esempio, da santi come don Puglisi e dal giudice Livatino. Si sono opposti alla mafia fino al rischio della loro morte. Non soltanto si sono tenuti lontano dall’ingiustizia ma hanno vissuto una vita santa, come insegna san Paolo: «Vi esorto dunque, fratelli, per la misericordia di Dio, a offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio; è questo il vostro culto spirituale. Non conformatevi a questo mondo, ma lasciatevi trasformare rinnovando il vostro modo di pensare, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto» (Rm 12,1-2)

Eb 4.5. Il sacerdote è l’uomo dalle due vicinanze: è vicino a Dio, a lui gradito e vicino agli uomini, gradito anche a loro. Il passo sottolinea, soprattutto, la vicinanza di Gesù con la situazione umana perché ha saputo prendere parte alle nostre sofferenze ed essere messo alla prova come noi (Eb 4,14-15). Egli offrì al Padre preghiere intense (non sacrifici d’animali), anzi offrì se stesso. Rinunciare del tutto al proprio diritto per accogliere il volere del Padre, questo fu il modo con cui offerse tutto se stesso. La caratteristica del suo spirito religioso fu il suo totale abbandono in Dio. Come uomo, vivendo i travagli della vita, imparò a fidarsi del Padre e obbedire a Lui, come quando era in cielo, accanto a Dio. Così facendo, riparò il male del mondo e insegnò come distruggere la malvagità in modo definito. Fu causa di salvezza eterna, in questa e nell’altra vita, per coloro che seguono il suo metodo di lotta. 



Gv 18-19. Passione secondo Giovanni. 

Il drappello delle guardie che vanno ad arrestare Gesù è composto da giudei e romani: tutto il mondo è coalizzato contro di lui. L’azione avviene nella notte, perché le tenebre vogliono ghermire la Luce. Gesù è pienamente consapevole dell’evento e si consegna volontariamente ai nemici. Di fronte alla sua dichiarazione solenne “Io sono”, il mondo indietreggia confuso davanti al Rivelatore. 

Gesù agisce come il buon pastore che vuole salvaguardare i suoi; poi, si oppone alla violenza di Pietro e si abbandona al volere del Padre. 

2. È condotto davanti ad Anna, membro influente del Sinedrio. Nel cortile della casa del Sommo Sacerdote, Pietro rinnega di essere discepolo di Gesù. Mentre questi avvevano dichiarato “Io sono”, l’apostolo si difende dicendo “non lo sono” e si unisce al gruppo dei nemici del Signore. Riscalda il corpo mentre sente freddo nel cuore. Lo schiaffo dato dalla guardia manifesta il rifiuto del mondo alla Verità di Gesù. 

3. Gesù viene condotto davanti a Pilato. 

Il governatore esce dal pretorio e viene a conoscere la richiesta dei giudei che vogliono la condanna di Gesù. Egli poi rientra e dialoga con Lui. Questi afferma di possedere un Regno che non deriva dal mondo e che è venuto a dare testimonianza alla verità.

Uscito all’esterno, Pilato dichiare l’innocenza di Gesù e spera di salvarlo preferendolo a Barabba. 

All’interno del pretorio, Gesù viene flagellato, incoronato di spine e beffeggiato.  

Pilato esce di nuovo e ribadisce la sua opinione sull’innocenza di Gesù (Ecco l’uomo!). I Giudei si accaniscono contro Gesù e vogliono ucciderlo perché si è fatto Figlio di Dio. Pilato, scosso da questa notizia, rientra per parlare con Gesù, ma questi, in un primo momento, rimane in silenzio e poi accusa di Pilato di codardia e gli ricorda di aver ricevuto il potere da Dio stesso al quale dovrà rispondere. 

Nell’ultima uscita, il governatore mostra di temere di essere accusato dai giudei presso Cesare. Poi presenta Gesù come il loro re, cercando ancora una volta di proteggerlo ma alla fine cede alle loro pressioni. 

Pilato, tradendo se stesso, si sottomette alla folla sulla quale avrebbe dovuto esercitare il potere, con giustizia. I Giudei, a loro volta, accettano di sottomettersi a Cesare, andando contro le loro vere aspirazioni. Né Pilato né i Giudei sono persone libere e agiscono contro loro stessi. Soltanto Gesù che, in apparenza, è in loro balìa, si dimostra libero. 

4. La salita al Calvario

Gesù porta la croce da solo e non beve la bevanda che potrebbe stordirlo perché vuole essere padrone del suo destino. La sua posizione centrale tra i due malfattori e la scritta, redatta in tre lingue, ploclama la sua regalità che è di carattere universale; ad essa i suoi avversari si oppongono inutilmente. La spogliazione delle vesti: ciò che lo danneggia, diventa un vantaggio per gli altri. (La tunica rimasta intatta simboleggia l’unione della Chiesa, frutto della croce?). 

Agendo secondo il diritto ebraico, pone la madre sotto la protezione del discepolo, che diventa il rappresentante di Gesù, in sua assenza. Gesù crea la nuova famiglia che continuerà ad operare dopo la separazione con lui. 

Chiedendo da bere, ricorda che Egli ha sete di compiere la volontà del Padre ottenendo la salvezza di tutti. Nell’ultima parola pronunciata (“Tutto è compiuto, tutto si sta compiendo”), fa sapere che la sua Rivelazione è giunta al perfetto compimento e che il progetto di salvezza ha cominciato ad attuarsi. 

Le sue ossa non vengono spezzate come era prassi nei confronti dell’Agnello pasquale (e conforme alla promessa data al giusto). Dal fianco, sgorga l’acqua simbolo del Battesimo (e dello Spirito) e il sangue (simbolo dell’Eucarestia e del dono di se stessi). 

Egli è morto ma continua a vivere e a salvare tutti quelli che volgeranno a Lui il loro sguardo di fede e riconoscenza.