domenica 19 luglio 2026

16 settimana

lunedi 16

Michea 6

Dio convoca il suo popolo ad una “controversia bilaterale” (rib). Avveniva tra persone strette da tempo in una relazione amichevole, quando essa rischiava di infrangersi a causa del comportamento scorretto di uno dei soggetti coinvolti. L’accusatore non mirava alla ritorsione ma cercava di ristabilire la buona relazione precedente. Per indurre il colpevole al ravvedimento, l’accusatore ricorreva ad una serie di domande che dovevano far riflettere l’altro e richiamava i fatti positivi precedenti che avevano che avevano determinato la buona relazione. È un genere che si trova di frequente soprattutto nella predicazione profetica. Dio non si presenta come giudice, una figura assente in questo genere di controversie, ma come parte lesa, interessata a ristabilire una relazione soddisfacente (Cf. Os 4,1). 

«Popolo mio, che cosa ti ho fatto? In che cosa ti ho stancato? Rispondimi». Il Signore, che impersona la parte lesa, esprime le sue rimostranze e dichiara di aver procurato numerosi benefici al popolo e di non averlo mai oberato con richieste eccessive. Anzi è stato piuttosto il popolo a stancare il Signore: «Tu non mi hai invocato, o Giacobbe; anzi ti sei stancato di me, o Israele. Io non ti ho molestato con richieste di offerte, né ti ho stancato esigendo incenso. Ma tu mi hai dato molestia con i peccati, mi hai stancato con le tue iniquità» (Is 43,22-24; Cf Mal 2,17).

v.4 rievoca i ricordi legati all’uscita dall’Egitto: l’invio di Mosè e dei suoi fratelli, la protezione assicurata lungo il cammino rischioso verso la terra (le insidie di Balak), l’attraversamento prodigioso del Giordano (Sittim e Galgala) devono far comprendere che il possesso della terra grazie è avvenuto grazie alla bontà di Dio. 

6«Con che cosa mi presenterò al Signore, mi prostrerò al Dio altissimo? Mi presenterò a lui con olocausti, con vitelli di un anno? 7Gradirà il Signore migliaia di montoni e torrenti di olio a miriadi? Gli offrirò forse il mio primogenito per la mia colpa, il frutto delle mie viscere per il mio peccato?».

Il popolo, riconoscendo i torti commessi, sembra disposto a ravvedersi ma non è pentito in verità e anziché dichiararsi disponibile ad obbedire ai comandi del Signore e praticare il bene, pensa di allestire atti di culto assai vistosi. Perfino si propone l’offerta di sacrifici umani, un atto considerato obbrobrioso dai profeti (2 Cr 36,6; Ger 32,35; Ez 16,21; 20,31). La soluzione non è affatto condivisa da Dio e gradita a lui. Più che gesti dispendiosi di culto, egli vorrebbe che il popolo, in obbedienza a lui, esercitasse la corretezza fraterna. 

8Uomo, ti è stato insegnato ciò che è buono e ciò che richiede il Signore da te: praticare la giustizia, amare la bontà, camminare umilmente con il tuo Dio.

Dio non esige doni materiali ma una qualità diversa di vita. Chiede, in primo luogo, la pratica della giustizia, ossia l’osservanza di tutti gli obblighi sociali a favore dei poveri. In secondo luogo esige la fedeltà sincera all’alleanza (amare la fedeltà ) e in terza istanza vivere con fede seguendo il Signore con umiltà. In una parola, il profeta insegna ad evitare l’orgoglio di chi esclude il Signore dalla propria esistenza e poi manifesta questa scelta nefasta nel rifiuto della fraternità. «Chi ama l’altro ha adempiuto la Legge. Infatti: Non commetterai adulterio, non ucciderai, non ruberai, non desidererai, e qualsiasi altro comandamento, si ricapitola in questa parola: Amerai il tuo prossimo come te stesso. La carità non fa alcun male al prossimo: pienezza della Legge infatti è la carità» (Rm 13,8-10)

Matteo 12,38-42

Questo passo affronta anzitutto il tema della fede autentica. Chi interroga Gesù non è mosso da un sincero desiderio di conoscere la verità, ma pretende una dimostrazione spettacolare. Il problema non è la mancanza di prove: Gesù ha già compiuto molti miracoli. Manca invece la disponibilità del cuore ad accogliere ciò che Dio sta già mostrando. Il segno di Giona è un riferimento alla morte e alla risurrezione di Gesù. La sua Pasqua sarà il segno definitivo dell'amore e della potenza di Dio. Non un prodigio destinato a stupire, ma un evento che chiede una risposta di fede. Gli abitanti di Ninive rappresentano coloro che si convertono ascoltando una predicazione imperfetta, quella del profeta Giona. La regina del Sud affronta un lungo viaggio per ascoltare la sapienza di Salomone. Entrambi sono esempi di persone disponibili ad accogliere la verità. Per questo Gesù afferma che essi condanneranno chi, pur avendo davanti il Messia, rimane chiuso e incredulo. 

Anche oggi si può cadere nella tentazione di chiedere continuamente "segni" a Dio: un miracolo, una prova evidente, una risposta straordinaria. Gesù invita invece a riconoscere i segni già presenti: la sua Parola, la sua morte e risurrezione, la vita della comunità cristiana, i gesti di amore e di giustizia che rendono presente il Regno. Il messaggio centrale del brano è che la fede nasce dall'ascolto e dalla conversione del cuore, non dalla ricerca del sensazionale. Il segno decisivo è Cristo stesso, soprattutto nel mistero pasquale. Chi accoglie questo segno entra in una relazione nuova con Dio; chi lo rifiuta rischia di restare cieco anche davanti ai miracoli più grandi. 



domenica 5 luglio 2026

Lunedi 14 sett. TO

Osea 2,16-22

Dopo aver lanciato in nome di Dio le più forti accuse contro il suo popolo (che non è più la sua sposa, come egli non è più suo marito), e dopo averlo minacciato, il profeta si dimostra convinto che, da parte del popolo (la sposa), tutto sia perduto. Dio la castigherà: « La ridurrò a una sterpaglia, e a un pascolo di animali selvatici », che sono i popoli vicini e, più precisamente, l'Assiria.

Ma, ecco subito il rovescio della medaglia: l'Osea tenero e innamorato non può far a meno d'amare la sua sposa che si è nuovamente prostituita. Come il secondo matrimonio di lei è avvenuto per iniziativa esclusivamente sua, così ora, per esclusiva iniziativa di Yahveh, promette di sposarla un'altra volta. È offerto a Israele un nuovo matrimonio, una nuova alleanza.

Un preliminare indispensabile sarà: « La condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore ». Davanti alla prosperità della vita sedentaria, fonte di tutti i mali nell'ottica dei profeti, Osea ricorda i giorni del deserto, quando Israele non conosceva nessuno fuori di Yahveh, e li ricorda come il periodo ideale degli sposalizi divini. Per questo, ora, alla vigilia di nuove nozze, l'immagine del deserto si riempie nuovamente di contenuto. Israele deve andare nel deserto, dimenticare tutti i Baal e i culti cananei, incontrarsi da solo a solo col suo Baal o Signore, Yahveh, e lì, nella solitudine e nell'intimità, parlare e ascoltare, come fanno due giovani innamorati nell'intimità del cuore: «Come nei giorni della sua giovinezza, come quando uscì dal paese d'Egitto ».

« In quel giorno » altrettanto impreciso quanto sicuro, « ti farò mia sposa» è ripetuto tre volte per far notare l'importanza dell'intenzione divina e la solennità dell'atto. Sposalizio in piena regola, con tutti i crismi giuridici che l'accompagnano, così che non lo chiamerà più mio padrone o «mio Baal », bensì « marito mio ».

« Ti farò mia sposa nella giustizia e nel diritto... ». Si allude al prezzo o dote della fidanzata che, in origine, era pagata al padre e ai fratelli della giovane, poiché questa diveniva proprietà dello sposo e, successivamente, era consegnata alla sposa stessa come garanzia per il timore di vedovanza o d'un ingiusto divorzio.

Qui chi paga la dote è Yahveh. E lo fa con cinque regali: giustizia, diritto, benevolenza, amore e fedeltà, c sono l'essenza della felicità e della santità. «Diritto e stizia » divina verso di lei e verso i popoli che la circondano; « benevolenza » nel trattamento che le riserverà cercando sempre quello che è retto come norma della su azione; « amore costante » e non solo affettività o senti mento, ma affettività che comporta solidarietà, lealtà e assistenza, e anche misericordia, perché la conosce, gli sono note le sue debolezze umane, e quindi, saprà coni prendere e perdonare la sua fragilità innata; e infine, « fedeltà »: le sarà fedele per sempre o, per dirla con altre parole, sarà un Dio-sposo nel quale si può sempre confidare e del quale ci si può sempre fidare. Non vi fu mai sposa che ricevesse una dote migliore.

« E tu conoscerai il Signore ». La conoscenza di cui parla Osea non è la nostra conoscenza puramente intellettuale, ma una dedizione totale dell'uomo che si piega alla volontà di Dio. Per questo, l'ebraico si esprime dicendo che « conoscerà col cuore ». 


Matteo 9.18-26.

Secondo Matteo, la ragazza era già morta quando suo padre ricorre a Gesù per chiedergli aiuto (gli altri due sinottici dicono che la fanciulla era molto grave). A che cosa mirava Matteo introducendo questa variante? Fra le opere che il Messia avrebbe compiute e fra i segni per i quali sarebbe stato riconosciuto, figurava la risurrezione dei morti. E, prima di ricordare espressamente questi segni (11,5). Matteo intende presentare alcuni esempi di tutte le opere che il Messia avrebbe compiute. Così sarebbe stato più evidente il messianismo di Gesù.

Lo scopo dell'evangelista è chiaro: Gesù è il vincitore della morte (v. il commett 8,18-22). Egli è la via, la risurrezione e la vita. Come Messia, egli è il portatore del regno di Dio nella quale la morte non è lo stadio finale dell'uomo. Per il regno di Dio significa vita, vita inestinguibile o eterna come la chiama il quarto vangelo. Da questo punto vista, tutta la vita di Gesù fu una parabola in azione camminò verso la morte per superarla con la risurrezzione. Dal fatto della risurrezione prende senso tutto quei che egli disse e fece; e dalla risurrezione di Cristo prende il suo ultimo senso quello che egli fece durante il ministero terreno. Solo tenendo conto di questo è possibile comprendere la profondità dell'affermazione di Gesù che, riferendosi alla fanciulla morta, disse che dormiva. Nel linguaggio biblico, l'immagine del sonno sta a indicare che i morti attendono di essere destati, di esse risuscitati (Is 57,2; Dn 12,2; lTs 4,13-14).

Qualcosa di simile si può dire dell'emorroissa. Il vincitore della morte può vincere l'infermità. Chi può il più, può anche il meno. E non possiamo leggere una storia come questa, pensando che l'azione di Dio si limiti sempre all'intimo dell'uomo: essa tocca l'uomo nella sua totalità. 

Gesù non è un « miracolista », ma è tuttavia chiara una cosa: che sarà conosciuto tanto meglio quanto più saranno conosciuti i suoi miracoli. 



Salmo 80 (79)

 2Tu, pastore d’Israele, ascolta, Tu che guidi Giuseppe come un gregge. 

«Come un pastore Egli fa pascolare il gregge e con il suo braccio lo raduna» (Is 40,11). Dio, da sempre, ha guidato il suo popolo mediante la cura pastorale di Cristo: «Era stato Lui a guidare Giuseppe e rimase sempre con lui, quando i fratelli lo insidiarono e vendettero ai mercanti. Giacobbe quando scese in Mesopotamia, sperando in Dio, ebbe come pastore lo stesso Verbo di Dio che camminava con lui» (Es23,953). 

Seduto sui cherubini, risplendi 3davanti a Efraim, Beniamino e Manasse. 

«“Mosè, quando entrava nella tenda per parlare con il Signore, udiva la voce che gli parlava dall’alto del propiziatorio fra i due cherubini. Ed egli parlava a lui” (Nm 7,89). Ecco il motivo per il quale ora li menziona e chiede a Dio che siede tra loro, di manifestarsi di nuovo» (Td 1512). Le tribù di Efraim, Beniamino e Manasse, erano le prime a mettersi in marcia nel cammino verso la terra (Nm 10,22-24). 

Risveglia la tua potenza e vieni a salvarci. 4O Dio, fa’ che ritorniamo, fa’ splendere il tuo volto e noi saremo salvi. 

«Invita il Signore a risvegliarsi, a non restare inerte» (Td 1512). «Per molto tempo, ho taciuto, ho fatto silenzio, mi sono contenuto ma ora griderò come una partoriente… » (Is 42,14). «Conoscendo quale utilità ci sarebbe pervenuta dall’incarnazione del Signore, lo invoca di risvegliare la sua potenza e di venire a detergere i peccati del genere umano» (Cs 580). V.4 «Fammi ritornare e io ritornerò, perché tu sei il Signore, mio Dio» (Ger 31,18). 



sabato 4 luglio 2026

XIV DOMENICA A

 

Gesù ringrazia il Padre per il piccolo gregge dei discepoli che hanno creduto in lui e sono disposti a seguire i suoi insegnamenti. Non recrimina per il fatto che molti altri, forse qusi tutti, non lo seguono affatto e alcuni perfino lo detestano. Ogni persona che crede in Gesù ha seguito un suggerimento interiore che proviene dal Padre (per mezzo dello Spirito Santo). Gesù lo ringrazia per questo. Noi, al contrario di Gesù, siamo piuttosto inclini a lamentarci di quel che ci manca, secondo certe nostre aspirazioni, non certo a ringraziare per quanto abbiamo già ottenuto. 

Il regno di Dio cresce nel mondo grazie alle persone che lo accogono, anche se queste non sono importanti nella società, non attirano l’attenzione o il plauso, anzi perfino vengono derise o disprezzate. Chi sono oggi questi piccoli amati da Dio? Sono coloro che, nell’ambiente di lavoro, si sentono dire: ma vai ancora a messa? Smollati un poco! E cose del genere. 

Gesù poi ci fa sapere che tra lui e il Padre vige una comunione profondissima, una relazione di vita, una conoscenza reciproca così vasta che Egli nella sua persona può rappresentare Dio nel modo più completo e vero. Solo Lui può farlo e nessun altro fondatore di religioni. 

Infine ci chiede di accogliere sulle nostre spalle il suo giogo e, così facendo, troveremo vita vera e pace. Il giogo è pesante e sembra insopportabile. Perché avviene questo? Insegna un maestro spirituale: «A quelli che cominciano ad amare la pietà la via della virtù sembra troppo scabrosa e impraticabile, non perché sia veramente tale, ma perché la natura umana subito, fin dal seno materno, è per ogni verso proclive ai piaceri. A quelli invece che hanno la forza di andare oltre la metà della via, essa si presenta tutta liscia e agevole.

Infatti, sottomesse alle buone abitudini con l'esercizio del bene, le cattive scompaiono assieme al ricordo dei piaceri più contrari alla ragione, e d'allora in poi l'anima percorre con gioia tutti i sentieri della virtù. Perciò il Signore, volendo indurci alla via della salvezza, dice: « Quanto è stretta ed angusta la via che conduce al Regno, e pochi quelli che la intraprendono ». E a quelli che vogliono con fermo proposito camminare per la via dell'osservanza dei suoi santi comandamenti dice: « Il mio giogo infatti è dolce, e il mio carico leggero ». Bisogna dunque agli inizi della lotta mettere in pratica i santi comandamenti del Signore con volontà combattiva, affinché il buon Dio guardando al nostro impegno operoso ci mandi dall'alto quella volontà pronta che ci renda docilmente disponibili ad operare da servitori dei suoi gloriosi voleri. Perché a questa condizione « il Signore concede la pronta volontà » che ci faccia praticare il bene incessantemente e, direi, con grande gioia. Allora, infatti, sentiremo realmente che « è Dio che suscita in noi e il volere e l'operare, per l'esecuzione del suo beneplacito ». 



giovedì 2 luglio 2026

Siamo così poveri

 

Presto ci venga incontro la tua misericordia, perché siamo così poveri! (Salmo 79)

La richiesta d’aiuto si appoggia su tre motivi. Il primo: il popolo è un povero, ridotto all’estremo e in quanto tale attira la sollecitudine di Dio verso i poveri, come da sempre. Nelle sventure, Israele, non potendo appoggiarsi sulla sua innocenza, fa leva sulla sua povertà: «“Signore Dio desisti [dalla siccità]! Come potrà resistere Giacobbe? È tanto piccolo”. Il Signore allora si ravvide» (Am 7,5). 

«Quanto a me, non ho fatto molti digiuni, né veglie, e neppure ho affrontato macerazioni del corpo, ma ho riconosciuto la mia indegnità, ho accusato me stesso, mi sono umiliato, e il Signore con questo mi ha salvato» (Simeone NT, Discorso sulla fede, Filocalia 4, p. 497)§. 



mercoledì 1 luglio 2026

AMOS (13 Settimana)

 

Amos 2,6-16

Il profeta denuncia varie gravi trasgressioni dell’Alleanza stipulata con Dio; soprattutto mostra vivo orrore per il trattamento riservato ai poveri. Israele non ricorda più la solidarietà che il Signore aveva manifestato nei suoi confronti quando loro venivano oppressi da padroni spietati in Egitto. Non ricorda la pedagogia paziente con cui li aveva istruiri e sopportati per lungo tempo nel cammino verso la terra. Egli costringerà il popolo a riconoscere la sua impotenza e la sua miseria. Nessuno potrà più presumere di salvarsi da solo, contando sulla propria energia. «Il re non si salva per un forte esercito né il prode per il suo grande vigore. Ecco, l'occhio del Signore veglia su chi lo teme, su chi spera nella sua grazia. L'anima nostra attende il Signore, egli è nostro aiuto e nostro scudo. In lui gioisce il nostro cuore e confidiamo nel suo santo nome. Signore, sia su di noi la tua grazia, perché in te speriamo» (Sal 34,16.18. 19-22). «Poiché dice il Signore Dio, il Santo di Israele: “Nella conversione e nella calma sta la vostra salvezza, nell'abbandono confidente sta la vostra forza”. Ma voi non avete voluto, anzi avete detto: “No, noi fuggiremo su cavalli”.- Ebbene, fuggite! - Più veloci saranno i vostri inseguitori» (Is 30,15-16).


Amos 3,1-8; 4,11-12

1-2: Chi ha ricevuto di più, ha maggiore responsabilità. Israele è stato privilegiato fra tutti gli altri popoli e, perciò, dovrà anche rispondere al modo con cui ha accolto o dissipato questo dono: «Il servo che, conoscendo la volontà del padrone, non avrà disposto o agito secondo la sua volontà, riceverà molte percosse; quello invece che, non conoscendola, avrà fatto cose meritevoli di percosse, ne riceverà poche. A chiunque fu dato molto, molto sarà chiesto; a chi fu affidato molto, sarà richiesto molto di più» (Lc 12,47-48).

3-8. Ogni evento è determinato da una causa: il leone ruggisce perché ha trovato una preda, l'uccello cade nella trappola perché c'è un laccio che lo insidia... anche il ministero profetico è effetto di una causa, ossia dalla chiamata divina. Non nasce, perciò, da un'iniziativa personale. Amos non può tacere, perché la parola di Dio esercita su di lui una forza irresistibile. 


Amos 5,14-15.21-24

La proposta è molto semplice e netta: cercare il bene e odiare il male. «La carità non sia ipocrita: detestate il male, attaccatevi al bene» (Rm 12,9). «Se non proviamo odio per il male, non possiamo amare il bene» (Gr Lettera CXXV, 14). «Forse mi dirai: Io sono un fedele; anche se spesso mi vengono pensieri cattivi, non mi farò vincere dalla concupiscenza. Ma non sai che una radice non estirpata, spesso spacca anche la roccia? Non accogliere dal primo momento quel seme che a lungo andare finirà col fiaccare la tua fede. Strappa dalle radici il mal seme prima che germogli. Comincia dagli sguardi morbosi, cura per tempo la vista per non dover ricorrere al medico quanto già fossi divenuto cieco» (Cirillo di Gerusalemme, Catechesi, 2,3). È facile pensare “Dio è con noi” ma Egli è presente soltanto là dove si opera il bene nei confronti del prossimo.


Amos spera che il Signore decida di avere pietà, ma non offre alcuna assicurazione e non sa quale atto pedagogico Dio sceglierà per educare il suo popolo. «Del resto noi abbiamo avuto come educatori i nostri padri terreni e li abbiamo rispettati; non ci sottometteremo perciò molto di più al Padre celeste, per avere la vita?» (Eb 12,9). 

Il culto nel tempio deve proseguire nel perseguire una vita fraterna. Il culto, separato dalla carità, viene detestato dal Signore: «Chiunque mangia il pane o beve al calice del Signore in modo indegno, sarà colpevole verso il corpo e il sangue del Signore. Ciascuno, dunque, esamini se stesso e poi mangi del pane e beva dal calice; perché chi mangia e beve senza riconoscere il corpo del Signore, mangia e beve la propria condanna. È per questo che tra voi ci sono molti ammalati e infermi, e un buon numero sono morti. Se però ci esaminassimo attentamente da noi stessi, non saremmo giudicati; quando poi siamo giudicati dal Signore, siamo da lui ammoniti per non essere condannati insieme con il mondo» (1 Cor 11,27-32).


Amos 7,10-17

Nella serie di visioni della terza parte del libro di Amos (cc. 7-9), ci troviamo improvvisamente davanti a questa sovrapposizione narrativa in terza persona, frutto intenzionale di un discepolo di Amos, redattore del libro nel suo stato attuale. Questa parentesi biografica ha lo scopo di concludere la visione che precede, con l'annunzio della rovina della dinastia di Geroboamo II. Per essa, conosciamo un po' meglio la vocazione del profeta e le sue implicazioni socio-politiche.

La predicazione di Amos aveva ottenuto psicologicamente di risvegliare le assopite coscienze delle classi dirigenti. Amasia, il grande sacerdote del santuario regale di Betel, la «casa di Dio », stanco delle denunzie e delle minacce di quell'uomo, manda un messaggero al re, travisando la parola profetica, accusatrice di situazioni ingiuste e presentandola come un attacco alla persona del re e un sobillare il popolo alla ribellione. Otto secoli più tardi, la stessa falsa accusa sarebbe stata inventata contro Gesù. È la tecnica della menzogna contro la testimonianza della verità.

Senza attendere la reazione o là risposta del sovrano, Amasia prende l'iniziativa di intimare al profeta: « Vattene, veggente », disposto a fargli ponti d'oro, pur di liberarsi dalle noie del suo « non licet ». Il tono sprezzante e offensivo di Amasia provoca una precisa puntualizzazione di Amos: « Non ero profeta né figlio di profeta ».

Dai tempi di Samuele, il fenomeno del profetismo era stato una realtà in Israele. Elia ed Eliseo avevano avuto i loro seguaci con vita comune e con la ferma volontà di vivere meglio i postulati dello yahvismo (cf Intr. generale ai profeti). Ma quelle associazioni degenerarono e non pochi scioperati si infiltrarono in esse per assicurarsi un « modus vivendi ». Chiamare qualcuno «figlio di profeta » divenne un modo d'offenderlo e insultarlo.

Amos non è uno dei tanti fannulloni, visionari e chiacchieroni di professione. Egli viveva agiatamente del suo lavoro dal quale « il Signore mi prese ». Egli è un chiamato, un carismatico, non uno snobista interessato. 

Amos non dice di non essere profeta, perché Yahveh « mi disse: Va', profetizza al mio popolo Israele ». Dunque non era davvero quello che Amasia avrebbe amato che fosse, per tranquillizzare la sua coscienza. Questo disinteresse nella predicazione, questo abbandono della propria agiatezza economica per la parola di Yahveh sarà uno dei segni dei veri profeti dei due Testamenti.

Le ultime parole del profeta sono un segno della veracità del suo ministero. Egli tornerà alla sua terra, dato che ha compiuto la sua missione; riprenderà a lavorare i suoi campi e a coltivare i sicomori. Però, prima, come segno per Amasia, per il re, per il popolo e per i posteri, vaticinerà l'ignominiosa fine di Amasia e della sua famiglia, vittime della guerra e dell'esilio. Amasia muore dopo sei mesi. Fino a questi estremi di impegno lo spirito portò questi uomini coscienti e responsabili della loro vocazione.

Nell'anno 734, Tiglat-Pilezer III invase Israele e condusse con sé i primi deportati. Poco più tardi, nel 721, cadde definitivamente Samaria e, con essa, il regno del nord, sotto Sargon II. Era l'adempimento esatto della profezia di Amos. La sua visione teologica del castigo non diminuì in nulla la realtà storica della catastrofe. La storia salvifica è tale appunto perché è storia.

Amos 8,4-12

Il presente oracolo, posto in mezzo a visioni e così distaccato dal contesto, è una chiara testimonianza della presenza di redattori tardivi dei libri dell'AT e, in concreto, del libro di Amos. Il luogo che l'oracolo occupa ora fu scelto come giustificazione della quarta visione nella quale Israele è presentato come un frutto maturo sul punto di cadere.

Il suo contenuto è una coraggiosa e particolareggiata denunzia di ingiustizie sociali, denunzia così realista e oggettiva, che, ripetuta ai nostri giorni, godrebbe della più palpitante attualità.

L'ambizione dei potenti è così insaziabile, che non celebrano più le feste come dedicate a Yahveh, ma come un peso gravoso che, non potendo evitare, attendono nervosamente che passi per poter tornare ai loro affari. La loro mentalità potrebbe essere definita molto bene col termine moderno di « società dei consumi ». Mancava e manca il tempo per « negoziare », eufemismo col quale si coprono le ingiustizie umane più ripugnanti.

A parte quell'ansia per le cose terrene, per l'economia e le cose materiali che lì fa soffrire tanto nei giorni del riposo umano-religioso, i loro affari sono sempre accompagnati da inganno e slealtà: diminuiscono le misure, aumentano i prezzi e falsificano i pesi. La borsa della spesa del povero è vittima delle più ingiuste violazioni. L'abuso raggiunge estremi disumani. Il povero e il bisognoso (come l'operaio di oggi) dovevano vendere la loro libertà, il proprio costitutivo di persona, quello che Dio stesso non osa toccare, per poter sopravvivere a un livello infraumano. Non può essere descritto con maggior coraggio il peccato sociale di tutti i tempi.

Il Signore « giura » di fare giustizia (vv. 7-8), e la farà «quel giorno », altrettanto imprecisato quanto sicuro, che andrà acquistando, nel corso della letteratura profetica e apocalittica, caratteri tipicamente escatologici.

La descrizione del «giorno del Signore » è fatta coi classici elementi di convulsione cosmica, simbolo della trasformazione intrinseca che dovranno subire le cose. Secondo la moderna astrologia, vi fu un'eclissi di sole, visibile in Palestina, nell'anno 763 a. C. Forse, questa eclissi servì al profeta come riferimento fenomenologico. Anche se fosse così, Amos supera i fatti letterariamente e teologicamente per annunziare il castigo con gli stessi elementi del peccato. Quindi, tutto quello che ora è festa, canto, e vigore sarà trasformato in lutto, pianto e decadenza. Tutta l'abbondanza, frutto di latrocini compiuti con guanti gialli, sarà trasformata in fame e sete, una fame e una sete non solo di quello che è necessario per vivere materialmente, ma anche della parola di Dio. Sentiranno il silenzio di Dio, il peggior castigo che possa toccare all'uomo, fatto per Dio.

Come ubriachi e disperati, essi cammineranno in tutte le direzioni « per cercare la parola del Signore », il dialogo con Dio; ma — terribile e incomprensibile castigo, identificabile con la condanna — «non la troveranno ». Quando l'uomo peccò nel paradiso fu Dio che gli andò incontro offrendogli la sua parola: « Dove sei? ». Ora è l'uomo che disprezza la parola di Dio che gli arriva attraverso il suo profeta, e sarà castigato con la mancanza di questa parola quando la cercherà. Rottura di dialogo, assenza di Dio, condanna sono termini sinonimi che esigono dall'uomo di tutti i tempi una seria riflessione. Israele e Giuda sperimentarono questo silenzio profetico per quattro secoli, fino a che venne la Parola di Dio incarnata fra noi.


Amos 9

Dopo tante denunzie, tanti oracoli minacciosi, tante predizioni dure e amare, il libro di Amos non si poteva chiudere senza qualche parola d'incoraggiamento e di speranza, senza un ideale con prospettive di futuro. É la speranza messianica d'un Israele ideale in «quel giorno » prefissato negli eterni disegni di Dio.

Gli esegeti non sanno precisare se questo oracolo messianico pieno di speranza sia di Amos o di qualcuno dei suoi discepoli che vide la rovina di Gerusalemme nell'anno 587. Le stesse ragioni di contenuto, di stile e di vocabolario conducono all'una e all'altra conclusione. Fino a che non avremo altri elementi di giudizio, ci basti, come credenti, sapere che abbiamo davanti a noi un oracolo profetico, quale che sia l'uomo che l'ha scritto e il tempo in cui l'ha scritto.

Comunque, sia come previsione o come avvenimento già passato, il profeta contempla la casa di Davide trasformata in una capanna screpolata e caduta, in un mucchio di rovine. Ma Dio la « rialzerà », in perfetta armonia con tanti oracoli di restaurazione davidica. E questo risorgimento sarà espresso con le plastiche immagini di dominio della casa di Davide su tutte le nazioni, fra le quali si trova Edom, per la sua proverbiale inimicizia nei riguardi di Davide, profeticamente riflessa nell'inimicizia dei due fratelli Esaù-Edom e Giacobbe-Israele (Gn 27,30-41). Edom era l'Idumea dei tempi di Gesù, la zona nordica della penisola del Sinai, con capitale Bersabea.

L'ultima parte della lettura del libro di Amos rappresenta la classica immagine del tempo messianico, dipinto con tutti i caratteri di felicità idilliaca e paradisiaca. Era il linguaggio più appropriato, l'unico che potevano comprendere quelle menti giudaiche, avvezze a occuparsi della terra.

È un insieme di benedizioni in contrappunto con le maledizioni di 5,11, un insegnamento implicito per dire come il lavoro dell'uomo divenga fecondo sotto In hh nedizione di Dio. È un anello in più nella catena di profezie di restaurazione messianica, col loro duplice elemento di restaurazione della dinastia davidica e di pro verbiale sovrabbondanza di beni temporali. Di fronte ai veri valori che ci sono stati rivelati nell'era messianica da essi sognata, le loro vive descrizioni sono rimaste sfumate come nebbiolina mattutina davanti al meriggio del vero Sole di giustizia.

(E. Gallego).


sabato 27 giugno 2026

Settimana 13 T.O.

Domenica 13

2 Re 4,8-16

La donna riconosce in Eliseo un uomo di Dio e, insieme al marito, gli prepara una stanza dove possa fermarsi durante i suoi viaggi. La donna non offre ospitalità per interesse personale ma accoglie il profeta perché riconosce la sua missione. La sua generosità è discreta e concreta; l'accoglienza del messaggero di Dio equivale spesso ad accogliere Dio stesso. La donna non cerca il miracolo; cerca semplicemente di fare il bene. La religiosità autentica si manifesta spesso nella cura concreta degli altri e che Dio sa trasformare la generosità nascosta in una sorgente di vita nuova.

Per ricompensare la generosa ospitalità, Eliseo annuncia che, nonostante la sterilità della coppia, la donna avrà un figlio entro l'anno successivo. Dio porta vita dove essa sembra impossibile. La sterilità, nella mentalità biblica, rappresentava una situazione umanamente senza sbocco. L'annuncio della nascita di un figlio richiama altri racconti biblici, come quelli di Sara o di Anna: Dio può aprire un futuro anche quando ogni speranza sembra morta. Il cristiano crede in un Dio che risuscita da morte. Ciò che ha operato a favore della donna di Sunen, lo ha fatto e continua a farlo per noi: «Sia benedetto Dio e Padre del Signore nostro Gesù Cristo, che nella sua grande misericordia ci ha rigenerati, mediante la risurrezione di Gesù Cristo dai morti, per una speranza viva» (1 Pt 1,3). 

La donna fa spazio a Eliseo nella sua casa, e Dio fa spazio a una vita nuova nella sua esistenza. «A colui che in tuttoha potre di fare molto di più di quanto possiamo domabdare o pensare, secondo la potenza che opera in noi, a lui la gloria nella Chiesa e in Cristo Gesù per tutte le generazioni, nei secoli dei secoli» (Ef 3,20). 

Rom 6,3-11

Nella prima parte della lettera ai Romani, Paolo ha detto che Dio ha giustificato (o perdonato) gli empi tramite la santità di Gesù, la sua carità infinita, la sua obbedienza fino alla croce. Così si è presentatato un uomo nuovo, un nuovo Adamo. Non basta però essere perdonati ma è necessario essere salvati, diventare giusti realmente. Per fare questo possiamo e dobbiamo partecipare alla santità di Gesù. Possiamo e dobbiamo essere Cristo. Questo, prima di essere uno sforzo morale, è un dono. Gesù, mediante il Battesimo, ci unisce a sé, partecipiamo alla sua pasqua. Moriamo (al peccato) e risorgiamo con Lui. Per il momento risorgere con Cristo significa camminare in una vita nuova. La vita nuova non incontra la morte. Chi è risorto, riceve una vita eterna (a differenza di chi è stato soltato rivivificato come Lazzaro, come il figlio della vedova, come la ragazza in Mc 5,41)

Mt 10,37-42

 Abbiamo nuovamente davanti a noi la parola di Gesù approfondita alla luce dell'esperienza della Chiesa. Gesù chiede una lealtà e una fedeltà assolute alla sua persona, lealtà e fedeltà superiori a quelle che dobbiamo praticare verso le persone più amate. Gesù, del resto, aveva insistito sugli obblighi verso i genitori (Mc 7,10-13). Può avvenire, però, che i vincoli più stretti si trasformino in un ostacolo per i legami con Cristo e le esigenze che essi comportano. Questo è stato messo in rilievo, particolarmente in tempi di persecuzione. In casi di concorrenza o di conflitto deve prevalere, nella gerarchia dei valori, quello supremo.

Sicuramente Gesù è la persona che, per il suo estremo valore, per la sua bontà infinita, può e deve essere amato al di sopra di tutto. Anzi, Egli è l’unico che merita d’essere amato infinitamente. Chi lo ama, ha trovato il tesoro, che prima era nascosto, ma che, una volta scoperto, merità di perdere tutti gli altri beni per acquistarlo. Le richieste di Gesù presuppongono questo sentire profondo. 

La fedeltà totale nella sequela di Cristo comporta spesso difficoltà e anche persecuzioni. Accettare il discepolato cristiano senza condizioni, con tutte le implicazioni che porta con sé, è prendere sulle spalle la croce. Si tratta dei discepoli d'un uomo che morì sulla croce. Se i discepoli non possono aspirare a essere da più del Maestro, devono essere disposti a morire come lui.

Segue il proverbio paradossale di dare o perdere la vita per ritrovarla. Il gioco di parole del proverbio è giustificato dal duplice significato del termine « vita ». Si parla di dare o perdere la vita « corporale » – nel discepolato, si suppongono le persecuzioni e anche il martirio – per trovare o assicurarsi la vita « spirituale ». Il discepolo di Gesù non appartiene a se stesso: appartiene alla famiglia di Gesù, a Colui che è venuto perché abbiamo la vita nella sua pienezza. Così, la vita « corporale » acquista tutta la sua dimensione nella vita eterna, trovandosi nella vita di colui al quale ci siamo dati. Al contrario, aggrapparsi alla vita corporale, uscendo dalla sfera della vita inestinguibile, significa entrare nel circolo inesorabile della morte.

Il discorso sul vero discepolato – il secondo nel vangelo di Matteo – ha trattato costantemente di esigenze, di rinunzie e persino di dare la vita per ragioni di fedeltà al Maestro. Vi dev'essere una buona ragione perché l'uomo prenda una decisione di fronte a un programma come questo. E questa ragione – quella che qui è ricordata come conclusione del discorso sul discepolato – è il premio che egli attende come contropartita. Tuttavia il premio consiste già da ora nel fatto stesso di amare, e di amare grandemente. Non c’è premio più grande del Signore stesso. 

La menzione di due casi particolari di solidarietà può essere motivata dalla situazione della Chiesa nel momento cui Matteo scrisse il vangelo. Erano numerosi i profeti « itineranti » e i giudei o i cristiani perseguitati che dovevano andare di città in città, sia come annunziatori di parola di Dio e sia semplicemente per sfuggire ai loro secutori. Chi li riceve e pratica l'ospitalità verso di loro avrà il giusto premio. Anche la cosa più piccola in fa del prossimo, come quella di dargli un bicchiere d'acqua fresca, avrà la sua ricompensa.

Lunedi 13

Amos 2,6-16

Il profeta denuncia varie gravi trasgressioni dell’Alleanza stipulata con Dio; Mostra vivo orrore per il trattamento riservato ai poveri. Israele non ricorda più la solidarietà che il Signore aveva manifestato nei suoi confronti quando loro venivano oppressi da padroni spietati in Egitto. Non ricorda la pedagogia paziente con cui li aveva istruiri e sopportati per lungo tempo nel cammino verso la terra. Egli costringerà il popolo a riconoscere la sua impotenza e la sua miseria. Nessuno potrà più presumere di salvarsi da solo, contando sulla propria energia. «Il re non si salva per un forte esercito né il prode per il suo grande vigore. Ecco, l'occhio del Signore veglia su chi lo teme, su chi spera nella sua grazia. L'anima nostra attende il Signore, egli è nostro aiuto e nostro scudo. In lui gioisce il nostro cuore e confidiamo nel suo santo nome. Signore, sia su di noi la tua grazia, perché in te speriamo» (Sal 34,16.18. 19-22). «Poiché dice il Signore Dio, il Santo di Israele: “Nella conversione e nella calma sta la vostra salvezza, nell'abbandono confidente sta la vostra forza”. Ma voi non avete voluto, anzi avete detto: “No, noi fuggiremo su cavalli”.- Ebbene, fuggite! - Più veloci saranno i vostri inseguitori» (Is 30,15-16).

Mt 8,18-22

Gesù ha appena compiuto diversi miracoli. La sua fama cresce e molta gente lo cerca. Matteo inserisce questo episodio per chiarire che seguire Gesù non significa semplicemente ammirarlo o beneficiare delle sue opere, ma entrare in una relazione che richiede una scelta radicale. Uno scriba dichiara: «Ti seguirò dovunque tu vada».

La risposta di Gesù sembra scoraggiante: «Il Figlio dell'uomo non ha dove posare il capo». Non rifiuta il discepolo, ma gli mostra il costo della sequela. Seguirlo non garantisce sicurezza, prestigio o comodità. Il Regno di Dio richiede disponibilità a vivere nell'incertezza e nell’affidamento a Dio. Seguo Cristo per ciò che mi dà o perché riconosco in lui la verità? Un altro interlocutore chiede: «Permettimi prima di andare a seppellire mio padre». Forse voleva chiedere: "Lasciami restare a casa finché mio padre non morirà". Nella cultura ebraica, seppellire il padre era uno dei doveri più sacri. Per questo la risposta di Gesù appare dura: «Seguimi, e lascia che i morti seppelliscano i loro morti». In ogni caso, il punto centrale non è il disprezzo per la famiglia, ma l'urgenza della chiamata. I "morti" che seppelliscono i morti sono coloro che non hanno ancora accolto la vita nuova del Regno. Chi è chiamato da Gesù è invitato a riconoscere che nulla può avere priorità assoluta rispetto a questa chiamata.

Non si può seguire Gesù cercando sicurezza e vantaggi. Egli chiede il primo posto: non perché svaluti gli affetti o i doveri, ma perché da lui deriva il senso di ogni altra relazione.


Martedi 13

Amos 3,1-8; 4,11-12

1-2: Chi ha ricevuto di più, ha maggiore responsabilità. Israele è stato privilegiato fra tutti gli altri popoli e, perciò, dovrà anche rispondere al modo con cui ha accolto o dissipato questo dono: «Il servo che, conoscendo la volontà del padrone, non avrà disposto o agito secondo la sua volontà, riceverà molte percosse; quello invece che, non conoscendola, avrà fatto cose meritevoli di percosse, ne riceverà poche. A chiunque fu dato molto, molto sarà chiesto; a chi fu affidato molto, sarà richiesto molto di più» (Lc 12,47-48).

3-8. Ogni evento è determinato da una causa: il leone ruggisce perché ha trovato una preda, l'uccello cade nella trappola perché c'è un laccio che lo insidia... anche il ministero profetico è effetto di una causa, ossia dalla chiamata divina. Non nasce, perciò, da un'iniziativa personale. Amos non può tacere, perché la parola di Dio esercita su di lui una forza irresistibile. Come il ruggito del leone segnala la presenza della preda, così la sua profezia avverte che Dio sta per intervenire nella storia. 

Mt 8,23-27

« I suoi discepoli lo seguirono ». Questa frase, che non si trova in Marco, ha una grande importanza nel racconto di Matteo: presenta il tratto essenziale che definisce il discepolo di Gesù: seguirlo. E come quei discepoli, così tutti i discepoli, la Chiesa. Effettivamente nei vangeli il verbo « seguire » è usato unicamente quando l'oggetto del verbo è Gesù, e sta a indicare l'unione del discepolo col Gesù della storia, la partecipazione al suo destino, l'entrata nel regno mediante l'appartenenza a Cristo attraverso l'ubbidienza e la fiducia.

La fiducia nasce dalla fede o, forse meglio, la fede ha una dimensione essenziale nella fiducia. I discepoli che si trovano sulla barca non hanno fiducia, sono « uomini di poca fede ». Ma il racconto non raccoglie solo quel momento: tiene conto anche del tempo in cui Matteo scrive. La Chiesa era perseguitata, lottava coraggiosamente come la barca fra le onde d'un mare infuriato per non andare a fondo; e in molte occasioni si fece sentire lo scoraggiamento, la sfiducia e giunse persino la defezione. Essendo parola di Dio, il racconto, partendo da quello che avvenne, continua a parlare in tutti i tempi e in tutte le circostanze a ognuno dei discepoli. L'atteggiamento dei discepoli è sconcertante. Da una parte, credono che Gesù ha il potere di calmare il mare e impedire che inghiottisca la barca; dall'altra, temono di affondare. Il potere di Dio è in Gesù: essi lo sanno, e tuttavia si meravigliano quando si manifesta. Questo non è il modo di comportarsi del discepolo. Forse per questo Matteo cerca di attenuare l'antinomia nella condotta dei discepoli e, al termine del suo racconto, parla di « quegli uomini », e non dice « discepoli ». Lo stupore e lo sconcerto di fronte a un fatto che non si attendevano — e che, tuttavia, sapevano che poteva avvenire — non sono l'atteggiamento del discepolo, bensì di chi ha poca fede o di colui che vive praticamente lontano da Dio. Il potere di Dio agisce in Gesù, ma essi non sono uomini aperti a questo potere di Dio. Caratteristica del discepolo è la fede, la fiducia e il coraggio di fidarsi del potere di Dio, che è al di sopra del furore del mare. Così questo miracolo afferma che Dio è presente, particolarmente in Gesù, con tutto il suo potere di vittoria sulla morte e sui pericoli mortali. È la convinzione profonda che devono avere i discepoli di Gesù e la Chiesa come tale. L'interrogativo finale: « Chi è mai costui? » sta a indicare l'atteggiamento d'incredulità di colui che vuole spiegare tutto razionalmente. O forse l'evangelista intendeva dire che chi interrogava aveva la risposta dall'insieme del racconto. In questo caso sarebbe una confessione di fede.


Mercoledi 13

Amos 5,14-15.21-24

La proposta è molto semplice e netta: cercare il bene e odiare il male. «La carità non sia ipocrita: detestate il male, attaccatevi al bene» (Rm 12,9). «Se non proviamo odio per il male, non possiamo amare il bene» (Gr Lettera CXXV, 14). «Forse mi dirai: Io sono un fedele; anche se spesso mi vengono pensieri cattivi, non mi farò vincere dalla concupiscenza. Ma non sai che una radice non estirpata, spesso spacca anche la roccia? Non accogliere dal primo momento quel seme che a lungo andare finirà col fiaccare la tua fede. Strappa dalle radici il mal seme prima che germogli. Comincia dagli sguardi morbosi, cura per tempo la vista per non dover ricorrere al medico quanto già fossi divenuto cieco» (Cirillo di Gerusalemme, Catechesi, 2,3). È facile pensare “Dio è con noi” ma Egli è presente soltanto là dove si opera il bene nei confronti del prossimo.

Amos spera che il Signore decida di avere pietà, ma non offre alcuna assicurazione e non sa quale atto pedagogico Dio sceglierà per educare il suo popolo. «Del resto noi abbiamo avuto come educatori i nostri padri terreni e li abbiamo rispettati; non ci sottometteremo perciò molto di più al Padre celeste, per avere la vita?» (Eb 12,9). 

Il culto nel tempio deve proseguire nel perseguire una vita fraterna. Il culto, separato dalla carità, viene detestato dal Signore: «Chiunque mangia il pane o beve al calice del Signore in modo indegno, sarà colpevole verso il corpo e il sangue del Signore. Ciascuno, dunque, esamini se stesso e poi mangi del pane e beva dal calice; perché chi mangia e beve senza riconoscere il corpo del Signore, mangia e beve la propria condanna. È per questo che tra voi ci sono molti ammalati e infermi, e un buon numero sono morti. Se però ci esaminassimo attentamente da noi stessi, non saremmo giudicati; quando poi siamo giudicati dal Signore, siamo da lui ammoniti per non essere condannati insieme con il mondo» (1 Cor 11,27-32).


Mt 8,28-34

Compare la lotta di Gesù col demonio: è un'intenzione chiara in altri passi del vangelo, e non solo nelle storie in cui compare esplicitamente il demonio (4,24; 9,33-34; 12,22ss), ma in tutti gli interventi di Gesù destinati a superare il dolore, la malattia e la morte. Si commetterebbe un'ingiustizia contro il vangelo, tentando di spiegare questi racconti partendo dal campo della psicologia e della psicoterapia. Qui si tratta di poteri misteriosi ostili all'uomo. I demoni conoscono il nome di Gesù, che è « Figlio di Dio »; sanno di essere soggetti a lui e gli si riconoscono inferiori. E con le parole. « Sei venuto qui prima del tempo a tormentarci? » esprimono la realtà evangelica più profonda: con Gesù, è giunta quella fine dei tempi nella quale Dio sarebbe intervenuto in un modo unico a favore degli uomini. Sono cominciati gli ultimi tempi, la fase escatologica. Noi viviamo in essa e non attendiamo che il suo compimento. I demoni scacciati e vinti vogliono fare ostentazione del loro potere, affermare che questa fine dei tempi non è ancora giunta a porre fine alla loro attività. La loro sconfitta è la liberazione dell'uomo e, per rendere visibile la loro uscita dall'uomo, si cerca per essi un nuovo luogo. La scena dei porci da un lato rende visibile la liberazione dell'uomo, e dall'altro, dimostra che i demoni hanno ancora un tremendo potere distruttore (annientano la mandria dei porci). 

Riappare un incontro di Gesù con i pagani, come era avvenuto col centurione. Tuttavia vi è una differenza radicale: il centurione crede ed accetta Gesù; i gadareni non credono e lo rigettano, perché pensano che quel taumaturgo costituiva un danno per la loro economia.

Giovedi 13

Mt 9,1-8

Gesù ha il potere di perdonare i peccati, come dimostra la guarigione dell'infermo. E, come se questo non bastasse, per fondare la sua autorità, si aggiunge un argomento più forte: Gesù scopre quello che quegli scribi pensavano e che nessuno gli aveva detto. Gesù quindi ha una conoscenza sovrumana, soprannaturale, datagli dallo Spirito. Questa conoscenza soprannaturale di Gesù è un'altra ragione che attesta la sua dignità unica e che giustifica il suo potere, anch'esso unico, di perdonare i peccati. Pare che questa sia l'unica ragione della guarigione dell'infermo: dimostrare che la salute globale della psona — il perdono dei peccati — è più importante di quella fisica. L'evangelista mette in rilievo la fede di quegli uomini che si accostarono a Gesù; una fede così grande da vincere tutti gli ostacoli e tutte le difficoltà (particolare più accentuato nel racconto di Marco, il quale dice che dovettero scoperchiare il tetto); una fede che è fiducia illimitata nel potere di Gesù messo a disposizione dell'uomo. In fine appare lo stupore della gente davanti a un fatto così straordinario: « rese gloria a Dio che aveva dato un tale potere agli uomini ». Il potere che ha Gesù di perdonare i peccati fu comunicato alla Chiesa.

Venerdi 13

Mt 9,9-13

Questa lettura è divisa chiaramente in due parti: la vocazione di Matteo e la disputa originata dalla condotta di Gesù per la sua familiarità con i peccatori e con i pubblicani. La vocazione di Matteo ci è raccontata in funzione della scena seguente, ed è presentata dall'evangelista con due pennellate che raccolgono l'essenziale: Matteo che siede al banco delle imposte ed è, quindi, pubblicano, e la sua ubbidienza senza discussioni alla parola di Gesù che gli chiede di seguirlo. Si dice che era « pubblicano », il che equivaleva a dire che era peccatore, proscritto dalla società giudaica come una delle persone che si erano vendute a Roma. Il centro d'interesse dell'evangelista è tutto nella parola esigente di Gesù: « Seguimi ». Esigenza indiscutibile e inappellabile della parola del Maestro. Gesù chiama con lo stesso tono imperativo con cui Yahveh aveva chiamato nell'AT. Nel corso di tutta la Bibbia, troviamo sempre la stessa legge, la legge dell'amore, senza meriti precedenti che la giustifichino. Insieme con questo imperativo di esigenza, si fa ammirare la risposta data nella piena libertà e ubbidienza, l'ubbidienza della fede. « Lo scandalo farisaico » avvenne quando essi videro Gesù seduto a mensa con i pubblicani. Quali credenziali poteva avere un Maestro che frequentava quelle compagnie pericolose? Così i farisei presentarono il caso ai discepoli del Maestro sulla condotta del quale formulavano i loro dubbi. Non abbiamo qui un inno al peccato né una glorificazione del peccatore. Gesù vuole liberare e perdonare il peccatore, ma non vuole considerarlo come un nemico (come facevano i teologi del suo tempo). Quindi, invece di scomunicarlo e di buttarlo sdegnosamente fuori della società degli uomini e dell'amicizia di Dio, gli lancia una corda di salvataggio per riportarlo tanto nella società degli uomini come nell'amicizia di Dio. Gesù si rivolge ai peccatori non perché disprezza o stima meno i giusti, ma perché sono più bisognosi. Ed è forse necessario ricordare che, in pratica, proprio quelli che si consideravano come giusti — coloro che confidavano nella loro giustizia, quella che viene dalla legge (Fil 3,6) — quelli che lo rigettarono e non lo riconobbero, avevano anch'essi bisogno del redentore ed erano malati incoscienti che credevano di non aver bisogno del medico. 

Sabato 13

Mt 9,9-14

La condotta dei discepoli di Gesù riguardo al digiuno è interpretata dal Maestro come una parabola in azione, e sta a indicare che è giunto quel tempo futuro nel quale si adempiranno le speranze giudaiche, il tempo del regno di Dio. Gesù si presenta implicitamente come il Messia atteso. E questa affermazione è appunto l'insegnamento della prima fra queste tre parabole. Le nozze simboleggiano il tempo della salvezza e i giorni del Messia erano descritti col ricorso ai festeggiamenti propri delle nozze. Cristo si presenta come lo Sposo, il portatore dei beni salvifici. L'immagine del matrimonio non era nuova nella Bibbia: la cosa veramente nuova e sorprendente era che Gesti si presentasse nell'atto di realizzare nella sua persona il contenuto d'un simbolo utilizzato da Dio per descrivere la sua relazione d'amore col popolo eletto (Os 2,18-20; Is 54,5-6). Non era stato annunziato che sarebbe giunto un giorno nel quale egli si sarebbe presentato a Israele come lo sposo fedele, come il vero marito? Ebbene la speranza si è realizzata, la promessa è stata adempiuta. Quello che importa è entrare a far parte degli amici dello sposo per rallegrarsi nelle sue nozze. È tempo di gioia, e non di pianto, di lutto e di digiuno. Quando giunge la pienezza dei tempi, tutti sono invitati alla gioia. 

La seconda parabola ha come base il simbolismo del pezzo di stoffa o del mantello, che era una figura del mondo. I cieli e la terra invecchieranno, e Dio li raccoglierà come un mantello (Eb 1,10-12). Nel grande lenzuolo che scendeva dal cielo, Pietro vede simboleggiato il mondo nuovo, la nuova creazione (At 10,11ss). La religione del tempo di Cristo non poteva essere aggiornata con un rattoppo. Con la comparsa di Gesù, si è adempiuta l'antica promessa: Dio « creerà una cosa nuova sulla terra ». Una creazione che si rinnova ogni giorno. 

La novità radicale che comporta la presenza del regno rompe gli stampi tradizionali. In questa direzione dev'essere cercato anche l'insegnamento della parabola del vino e degli otri. Sia nella Bibbia (Gn 49,8-12; Gv 2,1-12), sia e più ancora nella tradizione talmudica, per descrivere i giorni del Messia si ricorreva spesso al vino che si sarebbe dato in misura favolosa. Novità radicale. L'antico è passato. Questo si poteva intendere nel senso che nell'antico non v'era nulla di valido; ma non era questa l'intenzione di Gesù. Per questo Matteo aggiunge molto giustamente e opportunamente: « Così l'uno e gli altri si conservano ».

Signore della vita

9.18-26.

La lettura raccoglie due scene intrecciate fra loro, che ci sono riferite dai tre sinottici. La relazione fra i sinottici stessi è alquanto complicata. Ancora una volta pare che Matteo abbia utilizzato la storia, tralasciando i particolari aneddotici che non lo interessavano per il suo racconto. La differenza più notevole fra i sinottici è che, secondo Matteo, la ragazza era già morta quando suo padre — che secondo la sua versione era un « capo », mentre, secondo la versione di Marco e Luca, era capo o presidente della sinagoga — ricorre a Gesù per chiedergli aiuto (gli altri due sinottici dicono che la fanciulla era molto grave). A che cosa mirava Matteo introducendo questa variante? Far risaltare meglio la grandezza del miracolo? Probabilmente, in caso che sia lui l'autore del cambiamento, lo fece per ragioni teologiche: fra le opere che il Messia avrebbe compiute e fra i segni per i quali sarebbe stato riconosciuto, figurava la risurrezione dei morti. E, prima di ricordare espressamente questi segni (11,5). Matteo intende presentare alcuni esempi di tutte le opere che il Messia avrebbe compiute. Così sarebbe stato più evidente il messianismo di Gesù.

Sebbene abbia abbreviato la narrazione di Marco, Matte() ci conserva particolari sommamente importanti, perché ci ricordano.le usanze giudaiche. Uno si riferisce alle frange del mantello di Gesù (v. 20). Ogni giudeo pio le portava, perché gli ricordassero i comandamenti del Signore (25,5; Nm 15,38ss). Gesù si adattò alle ur4 al modo di vestire dei suoi contemporanei. L'altro lare ci .è offerto dal ricordo dei flautisti di professio erano chiamati per rendere più solenne il lutto.

Lo scopo dell'evangelista è chiaro: egli ci ha già che Gesù è il vincitore della morte (v. il commett 8,18-22). Il quarto vangelo accentuerà questo DI Gesù è la via, la risurrezione e la vita. Mettendo Ger fronte alla morte, nel caso presente, Matteo ci preson una parabola in azione: Gesù, che è la risurrezione e vita, è il vincitore della morte e ha potere su di no Come Messia, egli è il portatore del regno di Dio quale la morte non è lo stadio finale dell'uomo, per il regno di Dio significa vita, vita inestinguibile o ete come la chiama il quarto vangelo. Da questo punto vista, tutta la vita di Gesù fu una parabola in azion camminò verso la morte per superarla con la risurrezl ne. Dal fatto della risurrezione prende senso tutto quei che egli disse e fece; e dalla risurrezione di Cristo pr de il suo ultimo senso quello che egli fece durante il ministero terreno. Solo tenendo conto di questo è poe bile comprendere la profondità dell'affermazione di Ge che, riferendosi alla fanciulla morta, disse che dormi Nel linguaggio biblico, l'immagine del sonno sta a in care che i morti attendono di essere destati, di esse risuscitati (Is 57,2; Dn 12,2; lTs 4,13-14).

Qualcosa di simile si può dire dell'emorroissa. Il vinci. tore della morte può vincere l'infermità. Chi può il più, può anche il meno. E non possiamo leggere con leggesti. za una storia come questa, pensando che l'azione di Dio si limiti sempre all'intimo dell'uomo: essa tocca l'uomo nella sua totalità. E la rottura che noi abbiamo stabilita — anima e corpo come realtà distinte e distanti — non corrisponde alla mentalità biblica.

Un altro motivo presente in queste due storie è la lede, fede nel potere di Gesù sulla morte, come quella che ha Giairo (così Marco e Luca chiamano il padre della bambina), e fede nel potere di Gesù sull'infermità (come nel caso dell'emorroissa). Dove si trova questa fede, è possibile che si compia il miracolo. Gesù non è un « mi• racolista », ma è tuttavia chiara una cosa: che sarà conosciuto tanto meglio quanto più saranno conosciuti i suoi miracoli.



Guarigione di due ciechi

9,27-3/.

lo sono venuto in questo mondo... perché i ciechi vedano e quelli che vedono diventino ciechi (Gv 9,39). La storia dei due ciechi è un'illustrazione pratica di queste parole di Gesù riferite nel vangelo di Giovanni. Là è usato un paradosso: coloro che vedevano, i dottori della legge, non vedono, non scoprono la dignità e il mistero di Gesù. Colui che non vedeva, per il fatto che non conosceva la legge, vide Gesù, scoprì chi era. Qui, abbiamo qualcosa di simile, un'altra specie di paradosso, sebbene lo troviamo in un contesto che non è polemico, come avveniva nel vangelo di Giovanni: i due ciechi vedono in

Gesù il Figlio di Davide.

La storia della guarigione di questi due ciechi ha una grande importanza nel vangelo di Matteo. Da un lato è necessario notare che il nostro evangelista ha raddoppiato il miracolo: al posto d'un cieco (come ci racconta Marco in 10,46ss), egli ne mette due; e, non contento di questo, ripete la scena prima di cominciare il suo racconto della passione (20,29-34). Per spiegare l'interesse e l'importanza che Matteo dà a questo racconto, è necessario tener presente che: a) la cecità era una delle infermità più estese e temute in Oriente; b) quando si sente profondamente una necessità, nasce l'ansia di soddisfarla, specialmente quando soddisfare questa necessità equivale a ricuperare la salute; c) l'AT aveva incluso la guarigione dei ciechi fra i beni che il Messia avrebbe portato (Is 29,18; 35,5); d) dalla cecità corporale si passò a quella spirituale. Anche la salvezza degli ultimi giorni fu presentata come « luce delle nazioni, perché tu apra gli occhi ai ciechi » (Is 42,6-7). Questi precedenti portano necessariamente alla conclusione seguente: Gesù è il portatore della salvezza, che realizzerà tutte le speranze d'un futuro — che è ormai presente — nel quale Dio interverrà definitivamente; e) Matteo decide in questo momento di affermare chiaramente, esplicitamente e decisamente la messianità di Gesù. Fino a questo momento lo aveva fatto varie volte, ma sempre in modo implicito, in immagini e nell'oscurità, come quando applica a Gesù il titolo di « Figlio dell'uomo ».

Perché Matteo manifesta con tanta chiarezza la dignità messianica di Gesù appunto in questo momento?

906 VANGELO SECONDO MATTEO

La risposta deve partire dai fatti seguenti: 1) I cc. mirano a presentarci un quadro del Messia dei fatti (

i cc. 5-7 ci avevano presentato l'immagine del Messia • e la parola). Orbene, terminando il quadro, Matteo dà pennellata più chiara e profonda, perché non resti potim bilità di dubbio sull'identità di Gesù. Egli è il Figlio di Davide, il Messia che doveva nascere dalla discendermi di Davide (v. il commento a 1,1-25). 2) Deve preparali il lettore perché, quando leggerà « i ciechi ricuperano vista » (11,3-5), possa concludere con fondamento chi Gesù è « colui che deve venire »: ha guarito due ciechi 3) Vuole anticipare la dignità di Gesù, Figlio di Davide, che dev'essere come il culmine dei racconti evangelici pii ma di cominciare il racconto della passione. In quel momento, sarà ripetuta la scena (20,29ss), affinché sia chiaro chi è colui che si avvia alla passione.

In fine Gesù cerca esplicitamente la fede in quelli che gli chiedevano la guarigione; e ordina loro di non divulgare la notizia (cosa che starebbe meglio nel vangelo di Marco per il suo celebre « segreto messianico »). Il mistero di Gesù resta nascosto a tutti fuorché alla fede.

Il sordomuto

9,32-38 (9,35-38; [9,35-10,1]; [9,35-10,1.6-8]).

Questo brevissimo racconto della guarigione d'un sordomuto ha uno scarso interesse storico. Per Matteo però ha una grande importanza teologica, un interesse funzionale. Nel racconto del miracolo, è anticipata quella che sarà la lotta più accanita di Gesù con i suoi nemici. Il potere di Gesù, secondo loro, dev'essere spiegato dal suo collegamento con il principe dei demoni. La questione ci è presentata ampiamente nel capitolo 12: qui si vuole solo anticipare quella discussione, preparare il lettore, perché non si meravigli per la reazione ostile dei nemici di Gesù, di fronte alle manifestazioni straordinarie del suo potere. Una ragione pedagogica, dunque.

Inoltre vi è una ragione teologica: era stato annunziato che il Messia avrebbe compiuto ogni genere di prodigi, che avrebbe fatto udire i sordi e parlare i muti. Dobbiamo tener presente che la mutezza e la sordità sono generalmente unite. Marco le presenta unite (7,31; 8,22ss), e sono unite anche nelle profezie (Is 29,18; 35,5) e le tro-

VANGELO SECONDO MATTEO 907

viamo insieme anche nel nostro linguaggio. Chi avesse compiuto quelle opere straordinarie, liberatrici dalla schiavitù e dai limiti umani, avrebbe dovuto essere necessariamente il Messia. t la ragione teologica. Come è abituale nella mentalità antica, la mutezza, cofne anche la cecità, sono attribuite al demonio, a un potere ostile all'uomo, che lo limita o lo rende schiavo. L'opera di Gesù è destinata a spezzare questo potere di satana e a liberare l'uomo.

La reazione della gente, molto logica, è quasi una confessione di fede: « Non si è mai vista una cosa simile in Israele ». Vuol dire che quello che Israele attendeva è ormai giunto? Al contrario, la reazione dei nemici è l'odio mortale verso Gesù, che si scatenerà nella discussione registrata nel capitolo 12.

Con questo racconto Matteo chiude un altro capitolo: il quadro del Messia dei fatti. Subito dopo, ne apre uno nuovo, il discorso della missione, che è introdotto, a modo di sommario, con la stessa frase sintetica che già abbiamo letta in 4,23. Naturalmente qui la frase è completata col riassunto di quanto è stato narrato nei capitoli precedenti. L'attività di Gesù, la sua predicazione e le sue guarigioni (cc. 5-7 e 8-9) offrono l'occasione per il discorso della missione: quello che Gesù ha detto e ha fatto dev'essere prolungato nei suoi discepoli; e per questo sono mandati.

I destinatari del vangelo sono presentati, con l'immagine biblica del gregge, come figura del popolo di Dio; ma si tratta d'un gregge privo di veri pastori, e quindi esposto a ogni genere di pericoli che lo possono portare alla rovina. Gesù sente nella sua carne le necessità di quel popolo, necessità che egli esprime con l'immagine della mietitura. Parlare di mietitura vuol dire parlare dell'azione di Dio e della corrispondente reazione dell'uomo (Is 9,2-3; Os 6,11). La mietitura è un'opera decisiva per la quale sono necessari gli operai. Il giudizio futuro, la decisione ultima è realizzata e anticipata nella decisione umana di fronte alla parola di Dio. Sorprendentemente Gesù non dice « lavorate », ma « pregate il padrone della messe... ». t Dio che sceglie e manda gli an-nunziatori della parola (Is 6,8; Gal 1,15-16). Dio resta sempre l'agente principale. Con questi precedenti si può ormai passare al nuovo discorso, quello della missione.