sabato 20 giugno 2026

LECTIO DIVINA 2

 

LE IDEE-FORZA CHE GUIDANO LA LETTURA

È il pensiero che guida la vita; sono le concezioni di fondo che comandano le applicazioni pratiche. Sono queste dunque che occorre anzitutto individuare: si tratta di cogliere quelle grandi visuali di fede in cui gli antichi hanno colto il messaggio che Dio ha consegnato alle Scritture: da esse dipende, più che da ogni altro elemento, il modo della loro lettura.

A) Maiestas Scripturarum

Cos'è per gli antichi la Bibbia? La risposta non può certo essere condensata in un termine solo. Le immagini si moltiplicano: si assume ciò che di più grande conosce l'universo umano e divino. Per la nost'ra mentalità critica il testo rischia di diventare un libro storico; anche se la storia che narra ha Dio come protagonista, e come oggetto i suoi portenti. Per gli antichi « il testo respira », come direbbe Claudel. Essi colgono la sua presenza misteriosa sotto le formule. La Scrittura è Dio presente che mi interpella48. Ascoltando le sue parole « è come se vedessi la sua propria bocca »49. Ancor più precisamente mi incontro di persona con il Cristo vivente, quando al di là della « lettera » colgo lo « spirito » delle Scritture: è Lui presente che fa l’esegesi della sua propria Parola, che si rivela progressivamente al mio sguardo di fede50. La comprensione della Bibbia è dunque come uria conversazione con Lui51.

Da questa convinzione di fondo nasce una cascata di immagini per esprimere ciò che la Bibbia rappresenta per la vita dello spirito. È come una lettera che Dio scrive agli uomini per manifestare loro i suoi segreti52, uno specchio che rivela all'uomo il suo volto interiore53, un campo di grano che alimenta lo spirito54, un tesoro inestimabile55. La Bibbia è fonte di vita per chi giace nella morte del peccato, una fiaccola che illumina i passi di chi cammina nelle tenebre di questa vita56, un pozzo che, immettendoci nelle profondità del suo senso occulto, ci dà accesso alla contemplazione57. Essa è perciò una consolazione per le anime mistiche, un riposo in Dio e una fonte di acque vive58. A questa mensa che Cristo ci imbandisce si alimentano tutte le attività dello spirito:

« Scriptura sancta est mensa Christi... unde pascimus, unde intelligimus quid amemus, quid desideremus, ad quem habeamus oculos levatos »59.

« Una fonte di acque vive » dice Giovanni di Fécamp. Ma qual è esattamente l'acqua viva che l'anima vi attinge? La risposta giunge da ogni parte, corale e suggestiva, vibrante come esperienza da cui sgorga. « Si beve alla fonte della conoscenza divina » grida Ruperto di Deutz, che sulle pagine della Bibbia ha consumato tutta la sua esistenza60. Riccardo da S. Vittore sottolinea « il fulgore » di questa conoscenza61 divina; e lo Pseudo-Ambrogio la chiama una Parola di eternità: «... cum de divinis Scripturis cibum eloquii perennis accipimus »62. È « un pregustamento del cibo di verità che ci verrà imbandito nella mensa del cielo »63.

Non si tratta d'altronde di una scienza speculativa ed astratta: è una « scienza della salvezza ». Tutta l'esperienza tradizionale avalla quel che Paolo aveva scritto a Timoteo: « Ogni Scrittura ispirata da Dio è utile per insegnare, convincere, correggere, formare, alla giustizia, e mettere così l'uomo in condizione di compiere ogni opera buona » (2 Tim 3,17-18).

È una conoscenza ordinata alla vita, capace di trasformare tutto l'uomo interiore, di « rifare le forze del nostro cuore »64.

A partire da tali presupposti si comprende che l'entusiasmo per il Libro sacro diventi incontenibile. Parlandone si esaltano e trovano accenti commossi. Maiestas Scripturarum ama dire Ruperto64. Qualunque linguaggio umano impallidisce davanti alla trascendenza della Parola; perde tutto il suo sapore e la sua chiarezza se non lo nobilita il sale delle « lettere venute dal cielo »65. «Coelestis pagina regnat »66 canta in un poema uno dei pre-scolastici. Tali termini non sono frutto dello slancio estemporaneo di qualche esegeta. Sono denominazioni quasi tecniche, adottate dall'uso comune. Si dice: divina pagina, sacra pagina, coelestis pagina, pagina perennis, ecc...67. Quella pagina è collocata ben alta, molto al di sopra dei poveri frutti dell'ingegno umano, in una zona divina che sconfina col cielo in un atto di fede senza ombre. Nel nostro contesto odierno tale atto di fede diventa più laborioso: l'applicazione sistematica delle categorie scientifiche al testo biblico, da quelle dei generi letterari al metodo della Formgeschichte, se per un lato si rivela fecondo di preziose acquisizioni, per un altro può snervare questo senso vivo della trascendenza della Parola. Ma a che servirebbe tutto il nostro armamentario scientifico, se funzionasse a danno dei valori di fondo? Non sarebbe un progresso, ma un regresso. Di fronte alle realtà « divine » (e la Parola è tale) ciò che più conta è l'attitudine di fede: solo essa è in grado di introdursi nel Mistero. Tutto il resto vale se si inserisce e funziona in questo clima.

Il P. De Lubac, che a una sbalorditiva familiarità con gli antichi unisce una buona conoscenza dell'esegesi moderna, osserva discretamente in una nota:

M. A. Gelin scrive, a proposito del libro di Ezechiele: — I brani su Tiro sono i più celebri, a causa delle informazioni che ci danno sul commercio internazionale68 —. È la constatazione di un fatto, ma ciò suppone presso i nostri contemporanei una certa scala dei valori ben diversa da quella degli uomini del Medioevo! » 69. 

B) Osculum aeternitatis

Con particolare insistenza viene annodato dagli antichi un rapporto tra le Scritture e la visione del cielo. Il tema è così importante che introduce una divisione a parte nella sistemazione dei sensi scritturistici: è il senso « anagogico » 70. Rabano Mauro non esita a dire che la Scrittura « ci spalanca le porte del Regno celeste » 71. La sua intelligenza è già quaggiù un « bacio di eternità »: osculum aeternitatis 72, aggiunge Guglielmo di san Teodorico.

È una prospettiva ardita che viene delineata con molte sfumature, a seconda delle diverse correnti spirituali. Ma il rapporto viene concordemente sottolineato da tutti. Gregorio papa riassume il pensiero di tutti quando dice che « attraverso lo sviluppo degli eventi e dei racconti, siamo come incamminati passo passo verso l'eternità »73. Applicandosi al testo sacro si ha l'impressione di abbandonare già la terra di schiavitù, per entrare nel dominio della libertà e bussare alle porte del Regno74. La lettura è Così considerata come una visione anticipata della gloria divina 75. 

Ma sono, queste, affermazioni troppo gravi, per non aver bisogno di ulteriori precisazioni. In realtà emergono due modi di prospettare il rapporto. Il primo considera la Scrittura nella sua lettera e nella pluralità dei suoi insegnamenti; così presa, essa si distingue dal Verbo che è l'oggetto gaudioso della contemplazione dei Santi. Così Agostino distingue il Vangelo da Colui che ce l'ha dato76.

In questa prospettiva, il rapporto di cui sopra poggia su una netta distinzione. Altro è la nostra meditazione della Scrittura quaggiù e altro la contemplazione svelata del Verbo, riservata ai beati che bevono alla fonte stessa della Sapienza77. Allora le Scritture saranno pienamente comprese, ma per questo fatto stesso saranno soppresse. Aut vero, dice Agostino78, in illa patria evangelium recitabitur, ubi ipsum Dei Verbum contemplabitur? ». Rimane naturalmente il fatto che l'intelligenza delle Scritture è ordinata a quella suprema contemplazione in cui si rivelerà al nostro sguardo il suo stesso autore.

Ma ci si può collocare anche in una prospettiva inversa, come fa Giovanni Scoto79. Considerando l'essenza stessa delle Scritture, si può affermare l'unicità del Logos, che è ad un tempo « Verbo » e «Parola ». Allora la distinzione sarà meno netta; dall'uno all'altro termine c'è solo una graduazione ascendente. Quaggiù la mia ricerca del volto di Dio si confonde con lo sforzo di interpretare la Parola di Dio; lassù la mia gioia consisterà nella piena intelligenza della stessa Parola. Perciò, come dice Ruperto, « comprendere in spirito i misteri della Scrittura e viverne, è già regnare nel Regno di Dio »80. Il mistero della Scrittura è il mistero stesso del Regno di Dio; tra gli altri è il grande, Girolamo che lo proclama: « regnum coelorum notitia Scripturarum »81: « leggere le Scritture è conoscere già la sacra beatitudine » 82.

È chiaro che le due prospettive non si oppongono, ma integrandosi precisano il pensiero; le ritroviamo infatti volta a volta negli stessi autori. Se nella prima si considera il libro scritto, nella seconda si considera il Vangelo vivente, quel « divino Vangelo che leggeremo per sempre nel cielo »83 e che è nascosto ora sotto il velo delle parole; si considera — come direbbe Bernardo — quella Parola che non è più solo « udibile alle orecchie », ma pure « visibile agli occhi e palpabile alle mani »; non è « scritta e muta, ma incarnata e vivente »84. È più che evidente che questo Libro vivente non sarà abolito nella visione del cielo, ma si presenterà al nostro sguardo assetato di Lui in tutto lo splendore della sua bellezza e della sua verità. Solo allora capiremo questa Parola, perché « la vedremo come è ».

Meditando ora le Scritture, lo sguardo di fede si applica a scoprire lo stesso Verbo. E in quella forma suprema di preghiera, che la tradizione chiama « contemplativa », lo raggiunge anche. Dovremo ''illustrare più avanti il rapporto tra la « lectio » e la « contemplazione ». Come dice arditamente Ambrogio Autperto la mente è allora « sollevata da uno spirito di eternità » « ad divina mysteria rimanda »85. Lo spirito è sollevato talmente al di sopra di sé « ut... usque ad domum Dei rapiatur »86. È un itinerario affascinante che introduce già l'anima in una zona divina, ma che ha il suo punto di partenza nella lettera dei Libri santi. Tutto questo però avviene nell'oscurità della fede. Non è ancora la visione o, se vogliamo è la visione « incoata ». La contemplazione senza ombre, l'anagogia totale è riservata alla Patria: « nequaquam contemplatio perficitur quamvis ardentissime inchoetur »87. Col suo linguaggio pittoresco Ruperto direbbe che noi, che abbiamo tra le mani la Scrittura, avanziamo come esploratori fino alla Terra dei viventi, ma non vi fissiamo la nostra dimora88. Il volto di Dio balugina allo sguardo di fede nella penombra, ma non si svela ancora nel suo pieno fulgore. Per questo bisogna continuare a cercarlo attraverso le pagine della Scrittura: « ... amore crescente inquisitio crescat inventi »89.

C) Libro vivente

Abbiamo parlato di una Parola o di un « Libro vivente »: esso è Cristo Gesù, oggetto di tutte le Scritture. Ma la tradizione considera come vivente lo stesso testo scritto della Bibbia. È una delle intuizioni di fede più profonde, che anima dal di dentro la lectio divina. Essa sgorga da un concetto di « ispirazione » forse meno tecnico, ma certamente più ricco del nostro,, e documentabile in Molti dei grandi Padri. Essi non considerano il fatto della ispirazione soltanto in fieri, come qualcosa che ha agito un giorno sugli agiografi dando origine ai testi ispirati; ma anche in tò facto esse, come un influsso perenne e sempre attuale che agisce all'interno degli stessi Libri, i quali sono e rimangono ispirati. Quello Spirito che un giorno ha dettato la Scrittura, con la sua presenza ne assicura la « giovinezza » perenne (per riprendere un termine di Ireneo), continua ad animarla con il suo soffio. Essa rimane piena dello Spirito di Dio90, ed è di continuo «fecondata miracolosamente da Lui »91. Si può a giusto titolo raffrontate questo concetto con quello di creazione. Essa non implica solo un atto iniziale di Dio che suscita dal nulla la creatura; implica pure una presenza continua di Dio con la sua azione, che la teologia chiama «conservazione » e che è in realtà una creazione continuata. Le cose « esistono » perché Dio comunica loro l'essere goccia a goccia in ogni istante. L'aveva notato Agostino: « Non enim fecit [Deus] atque abiit; sed ex illo in illo sunt »92. Ora, non è la Parola una creazione dello Spirito? Può forse abbandonarla lo Spirito dopo di averla suscitata?

Parola vivente, la Scrittura implica così ad un tempo la presenza dello Spirito che l'ha suscitata, e del Verbo di Dio che vi è espresso. Certo, gli strumenti di cui lo Spirito si è servito, da Mosè a Giovanni, sono morti; il loro compito è terminato. Ma non è terminato quello del Verbo ch Dio e del suo Spirito. È lui presente in ogni pagina, che ci parla ancora « attingens a fine usque ad finem»: dispiegando la sua forza da un capo all'altro, toccando il fondo delle nostre anime come i limiti dell'universo. Alla presenza di Cristo nelle Scritture dedicheremo il paragrafo seguente. Qui occorre illustrare quello dello Spirito. E ci servirà da guida il grande Gregorio, che ha toccato il tema con quella unzione suasiva che lo distingue.

Per il santo Dottore l'ispirazione, che egli chiama profezia, si trova in stretto rapporto con la vita spirituale del credente che si curva sulle pagine ispirate. Il profeta e il fedele si trovano ambedue sotto m il tocco dello Spirito»: «Spiritus vitae tangit animum prophetae. Spiritus vitae tangit animum legentis ». Gregorio non vuole certamente collocare questi due « tocchi » sullo stesso piano: vuole solo affermare la presenza dello stesso Spirito di santità nell'uno e nell'altro.

Commentando la visione di Ezechiele ove appare il simbolico carro, egli scrive:

« In rotis enim Spiritus vitae est, quia per sacra eloquia dono Spiritus vivificamur... Legentis animum diversis modis et ordinibus tangit Deus quando hunc per verba sacri eloquii modo , in zelo excitat, modo ad patientiam mitigat, modo ad praedicationem instruit, modo ad paenitentiae lamenta compungit »93.

È Parola vivente, perché animata dallo « Spirito di vita ». È perciò Parola vivificante (vivificannir) perché, nello Spirito, mi fa attingere alla fonte stessa della vita divina. Griderà più tardi san Bernardo: « Quia sic vivitur, et in talibus vita spiritus mei »94. Penetrando nel cuore dell'uomo, con « tocco » divino ne fa vibrare le corde, traendone una varietà di suoni, dallo zelo alla compunzione, che si fondono in una stupenda sinfonia spirituale. Tra l'agiografo, che ha fissato il testo sotto la mozione dello Spirito, e il lettore che accosta il testo sotto la mozione dello stesso Spirito, si stabilisce una profonda comunione che annulla le distanze di tempo, perché li mette entrambi in comunione con la parola del Dio vivente. Tale prospettiva non è propria di Gregorio. L'aveva già aperta Girolamo scrivendo ché la Bibbia va letta e interpretata « eodem Spiritu quo scripta est »95. La tradizione medievale la accoglie e la approfondisce instancabilniente. Ecco come la esprime nel secolo XII Guglielmo di san Teodorico: « Quo enim spiritu Scripturae factae sunt, eo spiritu legi desiderant: ipso etiam intelligendae sunt » 96.

Nella densità di queste righe vengono prospettati tre momenti della Scrittura tutti segnati dalla presenza dello Spirito: la sua elaborazione che avviene in virtù dello Spirito Santo, l'accosta-mento della pagina sacra (lectio) che deve avvenire mediante un contatto con lo 'stesso Spirito, la penetrazione in profondità (intellectio) che stabilisce nelle pieghe più profonde dell'anima una comunanza di sentimenti con lo Spirito di Dio: è l’unitas spiritus del linguaggio paolino (1 Cor 6,17). È una visuale profonda che trova un'eco anche nei documenti recenti del magistero97 e negli stessi testi del Concilio98. 

È questa presenza continua dello Spirito che — al dire di Ireneo — « ringiovanisce » continuamente la Parola. è la giovinezza di una continua creazione. C'è al riguardo un testo di Gregorio mirabilmente audace:

«Contemplatio virtus est, per quam non solum ipsa Scriptura condita reco gnoscitur, sed per quam nondum condita conderetur; et per quam condita ad Dei voluntatem quotidie disponatur »99.

La contemplazione di cui parla qui Gregorio è quella profonda esperienza cristiana, radicata nella carità, che prolunga nel singolo l'economia storica d'ella salvezza. Quando è autentica, essa si muove sotto l'azione diretta dello Spirito, è si trova in radicale dipendenza dalla Parola di Dio scritta; in essa si riconosce, ad essa conferisce una densità nuova. In quella esperienza contemplativa la Scrittura è in qualche modo « ricreata ». E questo è così vero che, se non ci fosse ancora, verrebbe creata ora: nondum condita conderetur. Come si potrebbe esprimere più fortemente la freschezza primigenia di una Parola che rivive in ogni esperienza vitale del Cristiano?

Il Vaticano II si pone sulla stessa linea quando ci dice che per mezzo dello Spirito la voce del Vangelo continua a risuonare viva nella Chiesa. Non è una Parola che appartiene al passato: Dio non cessa di parlare100. Perciò, nella misura in cui si accostano a questa Parola vivente, anche le altre realtà ecclesiali, come la teologia, trovano una perpetua giovinezza: semper iuvenescit. Questo aspetto della teologia della Parola ha trovato in Karl Barth una formulazione particolarmente felice, in cui confluisce il meglio della esperienza protestante, che si trova su questo punto in continuità con la migliore tradizione patristica.

Egli distingue la « Parola di Dio » dalle espressioni umane di cui si serve per giungere fino a noi, siano pure scelte dallo Spirito; la parola scritta è solo il mezzo per cui mi giunge la Parola vivente di Dio, azione divina con cui Egli mi interpella, pone in questione tutta la mia esistenza e mi salva. Paolo direbbe: « potenza divina per la salvezza di chiunque crede » (Rom 1,16). Non trasmette solo un messaggio, costituisce una Presenza, è Qualcuno. Barth « considera la Parola come un atto di Dio il quale ci cerca, ci insegue, un atto creatore e ricreatore che ci offre un contatto immediato col mondo della nuova creazione in Cristo; scopre la Parola come presenza di Dio con noi, ed infine come la Persona stessa di Dio fatto carne ». Non sa perciò capire l'attitudine di chi accosta la Bibbia come un libro che lo interessa, ma non lo riguarda. Nessuno può mettersi davanti a quella Parola in attitudine di « spettatore ». Bisogna cogliere tutto il valore « drammatico » di questa Parola: è una Persona che si rivela alla mia disponibilità ed esige che io mi impegni con essa. Non è solo l'incontro con una « scrittura », sia pure divina: è un incontro col Dio vivente.

D) Forza divina di salvezza

Appunto perché continuamente vivificata dalla presenza dello Spirito, la Parola reca in sé un potenziale di salvezza: « potenza divina per la salvezza di chiunque crede », la definisce Paolo (Rom 1,16). Non è solo verità: è forza. Non si accontenta di insegnare: opera in noi. Non ci addita solo dei modelli di azione: ci fa agire. È un aspetto della Bibbia che la « teologia della Parola » ha riscoperto solo recentemente104, ma che si trova al centro della concezione tradizionale, come appare da molti testi già citati. Dalle Scritture « si beve la salvezza », dice stupendamente una regola monastica105.

I Padri non avevano per questo che da soppesare, con l'attenzione riverente che li caratterizza, le stesse affermazioni del Libro sacro. Nessun altro aspetto è più fortemente sottolineato. La Parola di Dio nella Bibbia si presenta carica di forza creatrice. Le creature rispondono al suo appello collocandosi al loro posto nel cosmo: « Sia la luce e la luce fu ». La Parola ha una forza iiresistibile, perché è connessa col soffio-spirito di Dio:

« Io sono Colui che dice all'oceano: prosciugati; Io inaridisco i fiumi » (Is 44,27).

È una Parola che « non ritorna » (Is 44,23; 55,10-11). I Vangeli poi ci presentano Cristo che comanda ai venti e alle acque, alla febbre e 'ai demoni, e il suo imperativo è potente, irresistibile.

È al livello cosmico che questa forza si rivela nel modo più spettacolare; ma è nella vita dell'uomo che essa agisce più profondamente. Inserita nell'umanità, la Parola suscita il cammino della storia, sulla quale impone il sigillo di Dio facendone una storia sacra. Qui la Parola agisce inserendosi nel cuore dell'uomo e rendendolo capace di rispondere liberamente all'iniziativa divina, e di collaborare con lui all'avvento della salvezza. L'oracolo divino penetra come un elemento attivo nella pasta della storia umana, con le sue complesse reazioni. Non è semplice predizione: collocandosi all'incrocio delle decisioni umane, con il suo dinamismo le anima e le coordina-verso il té/os finale. Quando poi questa Parola piomba sulla vita di un uomo e lo afferra mediante il carisma profetico, lo trasforma nell'intimo, ne rafforza la parola, ne compie il consiglio (Is 44,26); quell'uomo è introdotto nel dinamismo irresistibile della Parola divina:

« Il Signore mi chiamò dal ventre, dalle viscere materne pronunciò il mio nome, fece della mia boeca una spada affilata » (Is 49,2).

Sulla bocca di Cristo questa potenza raggiunge il suo culmine. La sua parola ha un potere che ridona la vita: « Lazzaro, esci fuori ». « Nomina » un uomo, e ne fa un apostolo. Rinnova in un istante le carni disfatte di un lebbroso con un atto di volontà espresso in una parola: « Voglio, sii inondato ». Ricostruisce una esistenza e rinnova l'intimo di un 'uomo con la sua parola efficace di perdono: « Ti sono perdonati i tuoi peccati ». Egli ha percorso le vie della Palestina « potente in opere e parole ». E sono parole che « non passeranno ». Cristo risortò, continua a vivere nella sua Chiesa:e con lui rimane nel Vangelo la sua parola, che è oggi la parola del Cristo glorificato. E se, come dice Paolo, la risurrezione lo ha costituito in « potenza » e lo ha fatto « spirito vivificante », anche la sua Parola è soggetta a questa trasformazione: non è debilitata, ma al contrario è incrementata. Interviene infatti il dono del suo Spirito. Sotto il suo influsso non solo la Parola può essere meglio « compresa », ma penetra „più profondamente, come spada tagliente, fino a quel punto misterioso dell'essere dove

lo spirito soprannaturale si congiunge con il nostro principio vitale:

« Viva è la Parola di Dio ed energica, è più tagliente di una spada a due tagli e penetrante fino alla divisione dell'animo e dello spirito, delle articolazioni e delle midolla » (Ebr 4,12).

Viva, energica, tagliente, penetrante: l'incalzare di questi aggettivi conferisce al ritmo stesso della frase una forza impressionante, fedele riflesso dell'energia della parola che salva. Essa è il seme incorruttibile da cui rinascono i figli di Dio (1 Piet 1,22-25). È il potere di Dio in azione: dynamis theou (Rom 1,16), « per chi crede » aggiunge Paolo. Suppone infatti « un uditore » capace di spalancare le porte dell'anima con la fede ad accogliere il dono.

La spiritualità degli antichi era profondamente impregnata di questa dottrina rivelata. Il loro culto della Bibbia era fondato su questa visuale di fede. Ivi attingeva la sua animazione e il suofervore:

« Sacre veramente queste lettere, che non solo veramente

santificano, ma anche divinizzano »:

esclama Clemente di Alessandria106. E il Crisostorno gli fa eco:

« Se la frase è breve, grande è però la sua forza. E spesso basta prendere una parola di li per avere una viatico per tutta la vita »107

Con il suo estro poetico Efrem mutua una immagine dalla vita dei campi:

« Dal campo proviene la gioia della messe, dalla vigna il frutto che nutre, dalla Sacra Scrittura la dottrina che dà vita »108.

Con termini ancora più infuocati Ambrogio afferma che quando si beve la Scrittura divina « ... è immesso nelle vene dell'anima e nelle potenze interiori il succo della Parola eterna »109. Stabilendo un parallelo ardito tra il seno della Madre di Dio è le intime profondità del testo biblico, Bernardo dà la stura al suo entusiasmo con questa esclamazione:

« In pro fundo sacri eloquii gremio, spiritum mibi scrutaboi et vitam...; sed enim quod in ea tectum est, de Spiritu Sancto est »110.

Naturalmente, non è il suono materiale delle sillabe ché immette « nelle vene dell'anima » questa forza divina di salvezza. In tal caso la parola agirebbe per una specie di forza magica, come le formule delle fattucchiere. Anche a proposito delle parole « sacramentali » la teologia sta rivedendo le sue formulazioni per eliminare ogni parvenza anche lontana di concezione magica.

Sarebbe un controsenso trasferirla ora a tutta la Bibbia mentre si riscopre una feconda concezione tradizionale che si pone su tutt'altra linea.

La Parola agisce come « parola »: va dunque capita ed accettata. Suppone nell'uditore apertura e disponibilità. Entrano in gioco qui tutte le disposizioni spirituali di cui parleremo in seguito, prima fra tutte la fede, legata alla parola da un vincolo indissolubile: se infatti è l'ascolto della parola di Cristo che genera il primo atto di fede (Rom 10,17), questa a sua volta condiziona ogni successivo ascolto della stessa parola e può, essa sola, animata dalla carità, creare il contesto spirituale in cui la Parola può adeguatamente risuonare. Allora, accolta docilmente, essa è « piantata » nell'intimo dell'uomo, e « può salvare la sua anima » (Giac 1,21). Mentre lo illumina lo trasforma. Anche a livello dell'uomo la parola è il tramite per cui si crea tra due spiriti una comunione. Parlando, Dio comunica se stesso; e la sua comunione è grazia. Si diventa « un solo spirito » con Lui.

E) Mistero inesauribile

«Mira profunditas eloquiorum tuorum... Mira profunditas, Deus meus, mira pro funditas »: questo grido, strappato dalla Scrittura

al cuore di Agostino m trova nella tradizione un'eco meravigliosamente ricca. Miracolosamente fecondata dalla presenza di quello Spirito che Bernardo chiama « spiritus multiplex » 112, la Scrittura si presenta come un universo insondabile, che commisura le sue dimensioni su quelle del Mistero che in essa è rinchiuso: 'altitudo et longitudo et sublimitas et profundum. L'uomo che vi si avventura non può mai dire di averne toccato il fondo.

Al punto di partenza c'è una concezione della Scrittura che potremmo qualificare « sacramentale ». A parte la frequenza con cui ritorna la parola sacramentum, siamo di fronte a tutto un linguaggio che riecheggia quello usato pr la Liturgia e per l'Incarnazione 113. Dal momento che il Verbo ha assunto la nostra carne, Cristo diventa il « sacramento primordiale », secondo la grande parola di Origene. In Lui si realizza con suprema pienezza la nozione di « sacramento »: un elemento sensibile che contiene una realtà divina. Egli è il « sacramento dell'incontro con Dio » Chi si incontrava con Gesù di Nazareth, si incontrava col Dio vivente. I segni ecclesiali, chiamati appunto « sacramenti », prolungano questa economia: tutto perciò nella Liturgia tende a cogliere, al di là dei segni, la presenza del Cristo che salva. Tutto questo è trasferito in blocco nell'ambito della Bibbia. Non c'è forse anche qui un segno sensibile, la Parola? E questa Parola non presenta normalmente dei fatti, cioè delle realtà che si inscrivono nell'ambito concreto e tangibile di una storia? Ma è « Storia sacra », sono fatti salvifici. Quegli elementi sensibili sono mediatori del divino: esprimono e comunicano una realtà invisibile. Anche qui bisogna dunque superare l'elemento esterno, l'involucro, « la lettera », come dicono i Padri per giungere al « mistero », al senso « arcano » della Scrittura: che è poi sempre uno solo, il Mistero di Cristo.

Bibbia e creato

Scoto Eriugena, da profondo pensatore quale è, ha sistematizzato queste visuali tradizionali in un insieme coerente e suggestivo. Filosofo più che teologo, egli preferisce accostare la Bibbia alla creazione. Il creato è il primo libro di Dio. L'idea piaceva anche ad Agostino: con uno dei suoi geniali giochi di parole, egli diceva che il mondo è scritto da Dio come un libro, e d’altraparte la Scrittura è creata da Dio come un universo115.

Scrittura e creazione sono dunque entrambi un riflesso della luce eterna, dice l'Eriugena116. Senza il peccato sarebbe bastata la prima117: il mondo sarebbe stato un libro abbastanza grande e luminoso, e ogni creatura una teofania di Dio 118. Ma dopo il peccato pesa su di essa una maledizione che la rende opaca alla luce divina; e più ancora, pesa sul nostro spirito una maledizione che lo rende impuro e incapace di afferrare il linguaggio delle cose, di contemplare in esse il riflesso dell'eterna bellezza 118 bis. Dio ha creato allora un nuovo universo, ha dispiegato davanti a noi questo nuovo firmamento ,che canta la gloria di Dio: la Scrittura. Entrandovi, l'uomo ritornà in grado di ascoltare la sua Parola, di vedere la sua luce, di entrare in comunione con lui. E lì, ad un tempo, trova la chiave che gli permette di decifrare il libro della creazione. Alla luce della Parola, dunque, anche l'universo sensibile ritrova la sua trasparenza. Sono due realtà che si integrano a vicenda e presentano un'identica struttura: precisamente una struttura sacramentale, perché sono simboli del divino. 

Alla superficie il creato presenta un aspetto visibile e la Bibbia un senso letterale. Il punto di partenza è dunque « la semplicità della lettera e della creazione sensibile ». Ma non bisogna arrestarsi a questa prima- frontiera: occorre superarla per attingere nell'una « lo spirito », nell'altra « la ragione ». È un cammino esaltante che conduce « fino alla vetta della contemplazione » 119. Infatti — prosegue l'Eriugena — sia « la superficie delle Scritture » che « le forme sensibili del mondo » sono le due vesti di Cristo: quasi due veli che attenuano lo splendore abbagliante del suo volto, ma ad un tempo ne riflettono la bellezza 120.

Siamo qui nel cuore del pensiero dell'antichità sulla 'Bibbia. «Christus in littera continetur »121, essi ripetono instancabilmente. La Scrittura è dunque tutta intera un grande sacramento » che contiene in una specie di involucro sensibile il Mistero della salvezza che si incentra in Cristo 122. Sotto la guida dello Spirito devo inoltrarmi attraverso la « lettera » fino alle profondità del Mistero ove mi incontro con Lui.

Un peso immenso di misteri

Questa visuale, che approfondiremo meglio nel paragrafo seguente, alimenta il sentimento che provano gli antichi davanti ad ogni testo biblico: é un Mistero che commisura le sue dimensioni su quelle del Mistero di Cristo. La sua vastità è infinita e nessuna lettura ne può mai toccare il fondo. Al riguardo essi amano moltiplicare le immagini: è un mare immenso 123, un cielo profondo, un abisso insondabile 124. Agostino parla di « un peso immenso di misteri: pondus mysteriorum » 125. E prima di lui Origene era colto da sacro sgomento nell'entrare con la sua fragile imbarcazione nell'oceano vasto, profondo e misterioso della Parola di Dio 126.

È una esplorazione che non ha più fine: per quanto la mente si dilati in uno sforzo di comprensione, non potrà mai abbracciare le dimensioni ultime di un testo sacro « qui mysteriorum immensi-tate extenditur »127. È sempre così quando si tratta di realtà divine. Newman condivideva questa convinzione dei Padri:

« Nessuno è in grado di esplorare fino in fondo, la Scrittura. Dopo di aver applicato tutta la diligenza, al termine della vita, nell'ultimo giorno della stessa vita della Chiesa, sarà ancora una terra inesplorata e vergine: valli e pendii, foreste e ruscelli, a destra e a sinistra, ai nostri piedi, nascondono meraviglie e tesori rari » 128.

C'è una sproporzione radicale tra l'uomo e il mistero di quella Parola che pure è stata scritta per lui 129. « Quis ita est capax spi-ritus — si chiedeva Origene — ut haec sacramenta dilucidet? ».

Del resto la tradizione in questo non fa che prolungare le riflessioni della letteratura sapienziale di Israele sul grande mistero della Legge:

« Essa fa abbondare la saggezza come acque di Fison,

Come il Tigri nella stagione dei frutti;

Fa straripare l'intelligenza come l'Eufrate,

Come il Giordano nel tempo della messe.

Fa scorrere la disciplina come il Nilo,

Come il Gihon nei giorni di vendemmia.

Il primo non ha finito di scoprirla,

Né l'ultimo riuscirà a trovarla.

Poiché i suoi pensieri sono più vasti del mare,

I suoi disegni più grandi dell'abisso » (Eccli 24,25-29).

Questa costatazione mette l'uomo in un'attitudine di profonda umiltà di fronte alla Parola, ma non scoraggia la sua ricerca. Al contrario, la stimola: rimane sempre qualcosa da scoprire, si può attingere sempre nnova acqua da questo pozzo inesauribile130. Ad ogni lettura te la ritrovi davanti come un universo nuovo da scoprire: « semper nova reperdur »131. È come se Dio « cominciasse allora quasi da capo (quasi de novo) a spalancarti dinanzi quell'abisso insondabile di misteri », dice il cistercense Elredo 132. E il confratello Gilberto di Hoyland gli fa eco:

« Semper nova reperiri possunt in Christo. Ad nova potest penetrari » 133.

È ancora Gregorio che trova i termini Più felici per fissare questa intuizione di fede. Egli dice che la Scrittura cresce con lo spirito di chi la legge:

«Dicta sacri eloquii cum legentium spiritu crescunt; quo enim spiritus legentis tendit, illuc et divina eloquia levantur... Haec sacra eloquia tecum crescunt, tecum in affiora ascendant... » 133 bis.

Sono parole giustamente celebri che troveranno una larga eco nella tradizione successiva 134. Cosa vogliono esprimere esattamente? Un'altra frase di Gregorio mette sulla giusta pista: « quaesita sacra lectio talis invenitur, qualis et ipse fit a quo quaeritur »135. 

La dimensione oggettiva della Parola non aumenta perché è già commisurata sul Mistero di Cristo, ed ha in sé la presenza dello Spirito che le comunica vitalità senza limiti. È lo spirito del lettore che « cresce »: e cresce per influsso della stessa Parola che scava, nell'anima che vi si applica con fedeltà, una capacità sempre nuova di accoglierla 136. Investito dalla luce di Dio, lo spirito dell'uomo si dilata: « in interioribus ampliatur », « men-tes... inde apud se amplae fiunt »137 . E nella stessa misura in cui si dilata l'intelligenza di chi la riceve, si dilata la Parola. L'aveva già detto in termini molto precisi Giovanni Cassiano: 

« A misura che il nostro spirito si rinnova con la meditazione delle Scritture, anche queste cominciano ìr rinnovarsi e la bellezza di un senso più sacro cresce, per così dire, a misura del nostro progresso » 138.

« Quanto più tu ti elevi in alto — dice Rabano Mauro - tanto più la divina Parola si innalza con te » 139.

È evidente che sulla via di questo progresso non è mai lecito d'ire « basta ». Gregorio è stato chiamato « Dottore del desiderio » 140 perché al centro della sua spiritualità c'è il bisogno di un continuo superamento di sé: l'uomo spirituale, con dinamismo Instancabile, si slancia verso Dio con ali di aquila. La durata del tempo diventa un mezzo provvidenziale per aprirsi sempre più alla sua « infinita pienezza » 141, alla « luce senza limiti » 142 della sua Parola che rivela il Mistero stesso di Dio.

Davvero suggestivo il mistero di questa Parola vivente che cresce attraverso l'esperienza spirituale dell'uomo di fede; oppure — in prospettiva inversa, e con maggior esattezza — di una vita di fede che si arricchisce attraverso una esperienza setnpre- più vasta della Parola di vita, e si rinnova in un progresso continuo e indefinito. 

I testi conciliari non potevano ignorare una prospettiva così, feconda: essa infatti viene formulata nel n. 8 della Dei Verbum I43. I fattori di crescita indicati sono tre: l'attività contemplativa del credente che, come Maria, medita la Parola; l'esperienza delle cose spirituali che permette di fissare sulla Parola uno sguardo più penetrante; e finalmente la predicazione. Si noti l'ordine della enumerazione: al primo posto c'è la contemplazione e l'esperienza. L'humus in cui il seme della Parola affonda le radici è quello della vita, prima ancora che, quello di un ministero, sia pure così autorevole come quello gerarchico 144. L'obiettivo finale di questa crescita è la pienezza della verità:

«La Chiesa, cioè nel corso dei secoli, tende incessantemente alla pienezza della verità divina, finché in essa vengano a

compimento (consummentur) le parole di Dio » (Dei Verbum, . n. 8).

Questa consummatio è il traguàrdo finale della Storia sacra: solo quando il Regno di Cristo avrà raggiunto la pienezza delle sue dimensioni, e Dio « sarà tutto in tutti » sarà pienamente svelato e attuato anche il Mistero della Parola.

Et ipse creavit et ipse aperuit145

Non bisogna pensare che l'agente della crescita sia l'uomo cd suo sforzo soggettivo di penetrazione. È troppo 'inadeguato lo spirito dell'uomo per capire una Parola che viene da altezze superiori a quella dell'intelligenza umana. 

L'agente della crescita è lo Spirito di Cristo, che anima dall'interno la Chiesa e la sospinge innanzi: che « introduce i credenti a tutta intera la verità, e in essi fa risiedere la Parola di Cristo in tutta la sua ricchezza » 146. Solo lui può spalancare gli cocchi dell'uomo interiore: «Non possiamo — diceva Girolamo — arrivare a comprendere la Scrittura senza l'aiuto dello Spirito che l'ha ispirata » 147. « L'animo si dilata a comprenderla solo per l'unzione interna dello Spirito che gliene rivela il Mistero » 148.

Gli antichi vedevano questo adombrato nel gesto di Cristo che prende il pane nelle sue Mani, lo benedice e lo spezza: Il pane del sacramento richiama in tutta la tradizione il pane della Parola 149. E gesto di Cristo si ripete nella Chiesa «non solum in mysterio, sed etiam in Scripturarum lectione», come dice Ruperto 150. Egli « spezza questo pane, divide questa Parola » e il risultato è « la scienza della Scrittura » 151. È a quel gesto che gli occhi dei discepali di Eminaus si sono aperti ed essi hanno ad un tempo riconosciuto il Cristo e compreso la Scrittura: «aperuit illis sensum ut intelligerent Scripturas»152. Solo l'operazione sovrana della sua grazia può produrre questa intelligenza: non sono in gioco l'abilità dell'esegeta, l'acume del suo ingegno o la profondità della sua cultura, ma ratto onnipotente del Cristo che «parla al nostro cuore e ci introduce in tutta la verità per mezzo del suo Spirito » Direbbe Origene: « Jesu vobis recitante legem, et revelante cordibus vestris intelligentiam spiritalem »154. 

Solo Lui può spezzare l'involucro esterno della sua Parola, e aprire il « senso spirituale » dell'uomo interiore, per farlo penetrare in quegli abissi in cui risiedono i segreti di Dio.

Alla fine di questo paragrafo prende tutto il suo rilievo l'esclamazione, cui abbiamo alluso all'inizio, nella quale Agostino condensa la sua esperienza della Parola:

« Straordinaria è la profondità delle tue parole, o mio Dio. Esse alla superficie ci attirano come fanciulli, ma straordinaria

ne è la profondità. A tentarne lo sguardo fa venire i brividi: brividi di veneraziott e, tremiti d'amore ».

Analogamente il Ctisostomo: 

« Se la frase è breve, grande però è la sua forza... E spesso

basta attingere di li una Parola, per avere un viatico per tutta

la, vita » 155

E quando Mistero si svela, è Cristo che si rivela. Il passaggio all'intelligenza della Scrittura, è un passaggio alla vita nel Cristo. Quando ci apre la Scrittura, Egli ci ammette nella sua intimità156. Ogni lettura in profondità del testo, è un movimento che converge verso di Lui. È il transito essenziale dell'esegesi, così espresso da nti cistercense: « ad mysterium Christi transferre »157 . Con una espressione ancora più pregnante, Ignazio di Antiochia aveva detto che bisogna andare a tutta la Scrittura « tamquam ad carnem Christi »158. Lui è il centro unico a cui convergono tutte le linee dell'universo biblico. E se è vero che ogni frase della Scrittura, siccome racchiude un mistero insondabile, ha parecchi sensi, è ancor più vero che tutte le frasi della Scrittura hanno sempre un senso solo 159. 

F) Hic unus liber Christus est

Siamo qui di fronte all'intuilione centrale di tutta l'antichità che al seguito di 'san Paolo ha visto nell'Antico Testamento una pedagogia che conduce al Cristo, una storia che trova in Lui la sua peripezia decisiva, una Parola che si condensa in Lui diven-

tando persona, una rivelazione che attinge in Lui la' sua chiarezza definitiva.

La Bibbia infatti si presenta ad un tempo come una Rivelazione e come una Storia. Qualcuno ha detto, con un gioco di parole: la Storia di una rivelazione e la Rivelazione di una storia. I due elementi sono del resto strettamente connessi, perché la Parola di Dio è creatrice. P essa che suscita l'evento e sospinge innanzi il cammino della storia e ad un tempo ne illumina la portata in ordine alla salvezza. Lo dice Gregorio con una frase incisiva dei Moralia: « Con le stesse parole racconta una storia e scopre un mistero ».

L'uni e l'altra 'realtà confluiscono in Cristo e vi trovano la loro suprema attuazione. Egli è la realizzazione finale di ciò che Dio voleva fare e l'espressione finale di ciò che Dio voleva dire. Nel suo mistero si radunano tutte le linee portanti della storia sacra, e si condensa tutto il messaggio della Rivelazione: « Verbum abbreviatum, Verbum coadunatum »160.

Ricapitolazione della storia salvifica

La tradizione antica si applica con entusiasmo a illustrare questi due aspetti. Cristo è anzitutto il compimento dell'economia. Nessuno l'ha detto meglio di Ireneo: « Ha ricapitolato in sé il lungo svolgimento della storia umana, offrendoci, condensata in lui, la salvezza » 161. E l'economia si « ricapitola » in lui, perché Egli la finalizza da un capo all'altro. Questo orientamento cristo-logico radicale anima dal di dentro tutta l'antica economia non le è stato imposto, dal di fuori, come un'etichetta, dall'apologia cristiana; « è interiore ad essa e ne penetra tutte le parti » 162. Se ci rappresentiamo la storia sacra come una linea, Cristo è nel suo termine e nel suo centro e in tutti i punti del suo svolgimento 163.

Fa veramente impressione questa prospettiva centrale che è il vero cuore di nana resegesi tradizionale. Essa ci fa assistere all'avanzare incessante e organico del granae evento centrale, che si profila e va man mano crescendo, dai primi versetti del Genesi fino agli ultimi dell'Apocalisse ove Cristo appare come l'Alfa e l'Omega, il Primo e l'Ultimo, Principio e la Fine. È la chiave di volta che dà un senso unico a tutte levicende della storia e le armopizza in una profonda unità.

Tutti gli elementi di cui si intesse questa economia sono, segni che annunziano la sua misteriosa venuta e insieme attuano già una sua misteriosa presenza 164. Perciò l’Antico Testamento non é solo preparazione estrinseca al Mistero di Cristo: ne fa già parte integralmente. Israele lo vive già: e ne ha già coscienza, sià pure in modo imperfetto, alla luce della rivelazione profetica, che con tratti sempre più chiari prospetta l'eschatan della fine dei tempi. Il suo mistero è già all'opera nelle istituzioni del Popolo di Dio, che preparano i cuori ad accogliere Lui 165 e che significano oscuramente la sua opera redentrice. È già 'all'opera nella storia d'Israele, che è fin dall'inizio polarizzata dal termine verso il quale cammina, e di cui presenta già un misterioso abbozzo nelle figure bibliche 165. Mentre esso si rivela progressivamente, Israele ne fa già l'esperienza sotto il velo delle istituzioni e degli avvenimenti figurativi. Cristo anima tutti questi elementi dal di dentro e li trascina verso la sua venuta, come la corrente impetuosa di un fiume che spinge avanti irresistibilmente ogni cosa nella sua dire. zione.

Con diversa immagine si può dire che questi elementi sono già segretamente gravidi del suo mistero, come una spiga che si gonfia nell'attesa del frutto maturo. Ruperto vede l'antica Chiesa, diventata « mente gravida in prophetis », avanzare attraverso i secoli, portando il Verbo eterno nel suo seno 167. 

Tutta la storia è vista come una gravidanza che tende essenzialmente al parto del Verbo di Dio nella carne. Quel momento segna la pienezza dei tempi in cui l'esperienza parziale d'Israele cede il posto all'esperienza diretta del Verbo di vita ascoltato, visto, toccato dai suoi testimoni (1 Giov 1,1-2). E in forma «sacramentale » si prolunga nella storia della Chiesa, tanto che Ambrogio poteva esclamare: « Ti sei mostrato a me, o Cristo, a faccia a faccia. Io ti incontro nei tuoi sacramenti ». E intanto il cammino della storia prosegue verso il suo termine ultimo: il ritorno glorioso di Cristo alla fine dei tempi, quando sarà consumato il mistero della salvezza e noi saremo introdotti con lui nella gloria.

Queste visuali — qui sinteticamente abbozzate — costituiscono la trama di fondo del pensiero, ad un tempo teologico ed esegetico, dei Padri e dei medievali. Nell'esprimerlo essi trovano accenti inarrivabili. Tutto nella Bibbia è visto come una indicazione in questo senso. Nel titolo di un Salmo si trova la menzione: in finem. Agostino annota: « Cum audis Psalmurn dicere: In finem, corda convertantur ad Christum » 168. È lui infatti il fine al di là del quale non c'è più nulla da cercare. Intorno a lui, che ne è l'oggetto unico, la Scrittura trova la sua profonda unità, secondo la celebre affermazione di Ugo: « Omnis Scriptura divina unus liber est, et ille unus liber Christus est, quia omnis Scriptura divina de Christo loquitur, et omnis Scriptura divina in Christo impletur » 169.

Lui fa della « totalità della Scrittura » (universitas Scripturarum) l'unica Parola di Dio 170. Gli antichi commentano instancabilmente il testo in cui Paolo, a proposito dei suoi connazionali, parla di un « velo sul volto » (2 Cor 3,12 ss.): leggere la Bibbia senza scoprirvi Cristo, è come avere davanti agli occhi un velo impenetrabile; significa non vedere nulla.

È la stupenda pedagogia di un Dio che per tappe successive « conduce finalmente il suo popolo davanti a Qualcuno » 171. 

E lo lascia là: perché dopo di Lui non c'è più nulla di sostanzialmente nuovo. Egli è la novità totale e perenne: « omnem novitatem attulit, semetipsum afferens » 172. È l'unità totalizzante del piano divino, l'Amen che Dio appone a tutte le sue promesse (cf 2 Cor 2,19), la « ricapitolazione universale » che conduce tutto a compimento: « qui consuminat omnia »173.

Concentrazione di luce: «Verbum brevissimum »

Ricapitolando l'economia, Cristo ricapitola e condensa anche quella Parola che ne suscita il cainmino e ne illumina la portata. I «verba multa » diventano per sempre « Verbum unum »174 . Prima la Parola di Dio si frammentava in una molteplicità di parole umane. Risuonava in molti modi, tutti ancora incompleti, attraverso il cuore e la bocca di molti agiografi: «multifariam multisque modis » (Ebr 1,1-2). Certo, nel suo mistero Dio pronuncia una sola, eterna Parola, nell'atto immobile con cui genera il Verbo: « sema locutus est Deus »175. Ma essa è molteplice nella sua audizione umana, e si dilata attraverso il linguaggio diverso, vario e frammentario delle Scritture: «sermo di1atatus» 176. Ma viene il momento in cui la Parola viene ricondotta alla sua unità primigenia, quando il Verbo di Dio pianta la sua tenda fra gli uomini: « Semel locutus'est Deus, quando locutus in Filio est »177 . 

Prima risuonava sulla bocca di strumenti umani più o meno deficienti: ora è Dio in persona che parla attraverso una umanità che ha assunto nell'unità della sua persona:

« Meruerunt priora tempora Prophetas afflatos, et impletos Verbo Dei; meruimus nos prophetam ipsum Verbum Dei »178.

In quel momento tutte le parole precedenti, disseminate nella Bibbia nei secoli dell'attesa, si raccolgono in Lui, si illuminano, rivelano la loro portata e il loro senso definitivo e trovano in Lui il loro centro di unità. In esse infatti era sempre l'unico Verbo che si esprimeva e dirigeva segretamente ogni cosa in vista della sua epifania finale 179. Quest'unica Parola, che ormai risuona sulla bocca di Cristo, è dunque come direbbe Origene — « Verbum consummans et brevians » 180. In essa si condensa tutta la Scrittura in un « salubri compendio »181. É il « Verbum brevissimum » in cui si condensa tutta la luce 182, in cui è possibile percepire con chiarezza « il midollo stesso della Scrittura » 183. E tuttavia, mentre 11 linguaggio umano quando è preoccupato di brevità finisce spesso col diventare oscuro (« dum brevis esse laboro, obscurus fio » diceva già Orazio )184 qui viceversa, abbreviandosi, la Parola divina raggiunge la sua suprema chiarezza 185.

In questa condensazione che la raduna tutta in Cristo, la Scrittura non si impoverisce, ma al contrario rivela la sua anima, spalanca i suoi più intimi recessi, si trasfigura. In lui — come dice Paul Claudel — « il Verbo si dispiega davanti a noi e vi possiamo leggere dentro a libro aperto » 186. 

È la costante dell'esegesi cristiana attraverso i secoli; cambia il clima culturale, si affinano i metodi esegetici, ma il credente che accosta la Bibbia nella fede vi scopre sempre é solo Cristo. È così del resto che egli stesso l'ha letta: « Di tutti i suoi elementi egli fa divinamente la sintesi: non dal di fuori, ma dal di dentro. Proietta sulle profezie la sua luce interiore; allora esse si rifiniscono, pieìdono la traccia delle circostanze in cui furono proclaniate, si armonizzano e si perfezionano... Scoprendo la Bibbia, Gesù vi riconosce il riflesso della luce che brilla, in lui, vi ascolta un'eco indebolita della Parola che risuona nella sua obscienza umana »187.

Ma il Verbum brevissimum aggiunge alla sua luminosa densità una sbalorditiva concretezza. Il Messaggio non si può separare dalla Persona concreta: e la persona è il Verbo fatto carne. Prima la Parola era solo « udibile alle oreccchie »; ora è anche « visibile agli occhi e palpabile alle mani. Non è più « scritta e muta », ma « incarnata e vivente » 188. È un tema questo che trova negli antichi variazioni stupende e inesauribili 189 e che rieecheggia anche in opere di autori più recenti quali il P. Olier190

Rivelazione suprema

Cristo « compie » le Scritture, ricapitola l'economia e condensa in sé la Parola. E con ciò ce ne offre la suprema rivelazione. Compiendole, ne manifesta il senso ultimo. Egli, oggetto unico dell’esegesi, ne è anche il soggetto: è il Libro che apre se stesso 191. Tutta la sua vita è una esegesi in atto. E lo è soprattutto quel vertice della sua vita che è il mistero pasquale. La sua Croce è la chiave unica che apre tutti i misteri 192. È il grande libro aperto in cui ognuno può ormai leggere il disegno divino. 

Senza quel costato aperto, donde sono sgorgate, le fonti del nuovo Testamento, « noi subiremmo ancor tutti la sete della Parola di Dio » l93. Diceva Ruperto: « Non enim intellegerentur Scripturae nisi in illo fuissent impletae »194.

In quel supremo momento si squarcia davvero il velo che teneva nascosto il mistero della grazia 195, e si spalancano gli occhi interiori dell'uomo per poterlo contemplare 196.

« Ecco — esclama Claudel — voltata la pagina che rischiara tutto, come quel grande foglio illustrato sul messale... Eccola splendente e dipinta in rosso la grande Pagina che separa i due Testamenti. Tutte le porte si aprono ad un tempo, tutte le oppo-sizióni si dissipano, tutte le contraddizioni si risolvono » 197.

Cadono dal Libro i sigilli 198 e la rivelazione attinge la sua pienezza. Appare nella sua luce definitiva « tutto il Mistero della redenzione dell'uomo che si trovava nascosto nei libri del Vecchio Testamento: in Cruce revelatum et piene consummatum » 199.

Appare nell'atto stesso in cui si compie (Ef 3,8-11): un atto in cui Dio manifesta al più alto grado il suo Mistero che è agape.

Quell'atto opera nella Scrittura una vera conversione che i nostri paragonano alla consacrazione eucaristica. Amano vedere la Scrittura tutta raccolta carne un pane nelle mani di Cristo: « Scripturarum panes in manus' suas accepit Dgminus...». Nell'atto stesso in cui egli si offre al Padre in sacrificio, quel pane

è consacrato e trasformato in lui 200. E ci è offerto: « Toute la Bible en substance, pour ,que nous n'en fassions qu'une bouchée... » 201. Aveva proprio ragione pgo di dire: «Hic unus liber Christus est ». Il Libro è lui 202, la Parola vivente del Padre cui ogni altra parola rende testimonianza. Ed ha ragione anche il P. De Lubac di scrivere: « Le christianisme n'est pus la réligion biblique: il est la réligiòn de Jesus-Christ »203.

Alla ricerca del Diletto

Tutto questo è gravido di conseguenze per la lettura della Bibbia. Non si tratta tanto di leggere un libro, quanto di cercare Qualcuno: « Ecclesia tota intentione Dilectum in Scripturis quaerit »204. L'esegesi non è una tecnica, ma una mistica 204 bis. Il senso della Scrittura non è una verità impersonale: è la figura fascinosa di Cristo: « ipse Christi arcanus et reconditus sensus »205. Tutta la scienza esegetica è la capacità di riconoscere Cristo 206. E quando ad applicarsi al testo sono dei grandi santi come Origene, Gregorio o Bernardo, h loro esegesi diventa una ricerca ardente, una scoperta gioiosa e quasi trasognata, un poema d'amore.

È soprattutto il Cantico che ne fornisce l'occasione. Origene vede apparire il Cristo dietro il muro della « lettera »: lo vede spiare attraverso i cancelli, e grida: « Lo Sposo arriva: eccolo » 207. È vero che quel grido gioioso è spesso preceduto da momenti di angoscia. L'anima si trova dapprima alle prese con gli enigmi del testo; certo, l'amore della Parola l'ha afferrata, ma nella Parola è « Cristo che ella anela a bere », come il cervo assetato anela alla sorgente 208: e tuttavia non arriva a scoprirlo. Ma ecco le tenebre diradarsi davanti alla luce dell'intelligenza spirituale: l'anima ,« riceve dall'alto il suono della sua voce »; sente che Egli viene e, trasalendo, lo scorge finalmente «, valicare i monti e balzare su per i colli » 209. E poi l'incontro, là, nel cuore della Scrittura, che Origene chiama il « senso spirituale »: è Gesù che dppare 210, introduce l'anima nel talamo nuziale, la intrattiene in un dialogo intimo e le rivela il mistero ineffabile della sua persona 211: « ciò che occhio non ha visto, né orecchio ha udito, né mai è salito fino al cuore dell'uomo ».

Sono pagine che lasceranno nella tradizione tracce, incancellabili. Sant'Ambrogio nella meditazione della Scrittura ascolta anch'egli l'eco di quella voce: un senso mistico dello spirito fiuta il profumo della sua presenza, percepisce l'alito del suo respiro:

« sentit sibi praesentiae eius fiaturn aspirare quem quaerit, et Ecce iste:ipse est quem requiro, ipse quem desidero»211bis. ,

Anche il lavoro biblico di Girolamo, nonostante una concezione più erudita e letteraria dell'esegesi, preoccupata anzitutto dell'haebraica veritas, eredita questo spirito. Scrive di lui il Gorge: « Un profumo di poesia mistica si sprigiona da una simile concezione dell'esegesi: c'è qualcosa di santificante in questo contatto immediato con la Scrittura, in questa ascensione verso Dio così piamente intrapresa » 212.

Ma sarà soprattutto nell'ambiente cistercense, dove il Cantico è un tema d'obbligo e quasi un emblema di scuola, che l'affiato di Origene, « l'esegeta mistico » 213, si prolunga ed è quasi ricreato dalla novitas 214 di Citeaux, che segna per l'esegesi quasi una nuova primavera.

I temi del Cantico sono sistematicamente applicati - all'esegesi spirituale. Gilberto di Hoyland vede nella sposa alla ricerca del Diletto, adombrata l'anima che cerca Cristo nella meditazione delle Scritture 215. Non è del resto una.esèlusiva di Citeauz. Già Ruperto aveva detto: « Quid est dilectum apprebendere, nisi Christi sensum in $cripturis invenire? » 216. E ancor più efficacemente Guglielmo Firmat: « Pertransisti paululum codices, et invenisti quem diligit anima tua »217. Un Monaco dell'Abbazia di Admont si spinge anche più innanzi. Egli sente di aver parte al privilegio di Giovanni che nell'ultima cena ha posato il capo sul cuore di Cristo. E si fonda su un'equivalenza rivelatrice: « Pectus Jesu, sacra Scriptura est ». Nelle parole palpita il cuore di Cristo. Chi la legge ne ascolta i battiti: « super pectus Jesu recumbit 218.

Naturalmente però: è in Bernardo che il tema trova uno sviluppo più coerente e uno slancio mistico più fremente. Si sente che i testi non enunciano una teoria; ma si radicano in una esperienza. « L'anima assetata — egli dice — prolunga volefnitieri il contatto con le Scritture, perché è certa di trovarvi Colui di cui ha sete » 219. Applicata a « scrutarne i misteri, essa sente che il fuoco divino la riscalda d'amore, la luce che irradia dallo Sposo le inonda l'intelligenza, e lo spirito prova una straordinaria dilatazione » 220. Sono segni indubitabili della sua presenza; è il Diletto che muove incontro all'anima: « Se sento il mio spirito aprirsi all'intelligenza delle Scritture, o parole di sapienza escono in abbondanza dal fondo del mio cuore, se la luce che mi è infusa dall'alto mi rivela i misteri.., allora non dubito più dell'arrivo dello Sposo: si sensero aperiri mihi sensum ut intelligam Scripturas... non ambigo Sponsum adesse » 221.

Si noti l'equivalenza. Per questa via il Signore introduce l'anima nella sua intimità: giardino, celliere e camera rappresentano tre gradi successivi di questa intimità e corrispondono a tre sensi scritturistici: storico, morale, mistico 222.

Certo questa esperienza di Cristo nella Bibbia non è continua: le « visite del Verbo » sono intermittenti. Dopo di essersi rivelato, Egli spesso si nasconde. Bernardo chiama tutto questo « un gioco divino » 223. L'anima conosce delle alternative di luce e di ombra, di gioia e di angoscia. Entra in gioco il tema tipicamente bernardino della vicissitudo: « vicissitudines euntis et redeuntis Verbi » 224. Quando Egli si assenta, si attende con paziente desiderio che ritorni. È un'alternanza che accompagna del resto ogni autentica esperienza religiosa. « Se è dunque fuori dubbio — annota acutamente il P. De Lubac — che l'esegesi di san Bernardo è l'esegesi di un mistico, non è meno vero che' nella sua orditura essenziale la sua mistica è la mistica di un esegeta » 225. E lo si può dire di tutta una generazione di monaci. Attraverso le pagine del Libro sacro essi sanno attuare l'incontro vivente con quel Cristo alla cui ricerca e al cui amore hanno votato la vita.

In seguito si è attuato quei lento divorzio tra pietà ed esegesi, che si è poi consumato nei tempi più recenti. È una separazione violenta tra due realtà che Dio stesso ha unito: perché la sua è una « Parola di vita ». Di tutto ciò noi risentiamo ancora le conseguenze. Non è venuto il tempo di ricostituire l'unità? Non ne esistono oggi nella- Chiesa tutte le premesse? Non sarà certamente inutile, per questo, un ritorno alle ricche fonti di cui abbiamo riesumato qui qualche frammento, non per curiosità erudita, ma per una riscoperta vitale. È una esperienza esemplare e stupenda che può ancora oggi stimolare e animare dal di dentro la nostra lettura, così fiera dei suoi apparati scientifici, ma così povera di slancio spirituale.

Magrassi


LECTIO DIVINA 1

 

« È necessario che tutti conservino un contatto continuo con le Scritture mediante la sacra lettura e lo studio accurato... onde apprendere "la sublime scienza di Gesù Cristo" (Fil 3,8) con la frequente lettura delle divine Scritture. L'ignoranza delle Scritture, infatti, è ignoranza di Cristo ». Queste esortazioni che il Concilio rivolge a tutti i membri del Popolo di Dio, chierici, religiosi e laici al n. 25 della Dei Verbum, meritano somma attenzione, e la loro accoglienza condiziona in gran parte il successo dell'opera di rinnovamento intrapresa dal Concilio. 

È stato insistentemente e da più parti ribadito che la riforma liturgica, senza una parallela catechesi biblica, si risolverà in un insuccesso sul piano pastorale: avremo sì dei riti rinnovati, ma non un'attiva, cosciente e piena partecipazione ad essi. E questo non è ancora tutto. Occorre aggiungere che la catechesi biblica a sua volta non arriverà a « piantare » nel cuore dei fedeli la parola di Dio se nel contatto assiduo con essa, non attingerà quell'animazione e quel fervore che darà alle sue parole il carattere di un vero euangelion: infatti « è vano predicatore della parola di Dio all'esterno, colui che non l'ascolta di dentro »1; e se d'altra parte non avrà come obiettivo quello di portate ogni fedele («Christifideles omnes »: dice il testo conciliare) a quel contatto personale con la Parola che permette ad essa. di « compiere in noi la sua corsa ». È quello che un'antica regola monastica esprimeva con questi termini suggestivi: « de Scripturis sanctis salutem bibere ut spiritualiter inardescant »2. La sacra lectio viene così ad essere, per ogni proclamazione biblica (e liturgica), la fonte a cui attinge il suo fervore e il termine ultimo in cui trova la sua piena fecondità spirituale.

Il tema affrontato in questa prospettiva si inserisce in un problema più vasto che da qualche tempo è oggetto di vivo interesse e di appassionate discussioni: quello cioè del rapporto tra Liturgia e vita interiore; Jacques Maritain direbbe: « Liturgia e contemplazione »3. La riflessione su questo problema capitale, nata in un clima di polemiche e di incomprensioni, ha ritrovato l'equilibrio tra preghiera liturgica e preghiera privata, e ne ha riscoperto la profonda unità. E in questo ha avuto un ruolo di primo piano la riscoperta della tradizione patristica e medievale. È su questa linea che vorremmo mettere in luce la continuità vitale che lega tra loro questi due momenti della vita cristiana: l'ascolto della Parola nelle celebrazioni ecclesiali e la lettura privata del testo sacro.

Primato dell'ascolto ecclesiale

Evidentemente la proclamazione liturgica rimane il luogo e il mezzo privilegiato del contatto con il testo sacro. Lì mi è restituita nella sua pienezza la Parola «vivente ed efficace ». È facile mostrano in base a una semplice riflessione teologica4. La Parola è viva quando è presente l’interlocutore e risuona attualmente dalla sua bocca. Solo la presenza di Cristo impedisce dunque alla Parola di trsformarsi in un puro documento di storia. La Chiesa ha il privilegio di questa presenza, perché essa si identifica con Cristo; ne è la continuazione; « c'est le Christ répandu et communiqué » direbbe Bossuet. Ora il Mistero della Chiesa trova la sua attuazione massima nella celebrazione. 

L'assemblea liturgica non è solo una manifestazione, una « epifania» del grande «Popolo adunato nell'unità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo », secondo la celebre definizione di Cipriano ripresa dal Concilio; essa rappresenta pure il culmen della sua attuazione. Ogni assemblea locale è come una concentrazione della grande Chiesa universale (Cf Lumen Gentium, n. 26). E poiché la Chiesa è il Corpo di Cristo, l'attuazione plenaria del suo Mistero trascina con sé la pienezza della presenza del Risorto. In questa prospettiva prendono tutto il rilievo le parole della Costituzione liturgica: « È ben Lui che parla quando ; nella Chiesa si leggono le Scritture » (n. 7). Lì la parola è legata al rito che è azione di Cristo, e ritrova tutta la sua forza nativa di proclamazione che salva tutta la tradizione liturgica orientale e occidentale, nei suoi riti (vedi gli onori resi agli Evangeliari) e nei suoi testi sottolinea questa presenza del Signore. Ci basta qui citare la Didaché che ammoniva: « Sermonem Dei ut Dominum timebis. Nam unde maiestas Domini loquitur ibi Dominus adest » (IV,1) e il dialogo introduttivo alla lettura del Vangelo nel rito armeno, in cui all'invito del diacono: «Siate attenti » il popolo risponde: «è Dio che parla! ». Quando è Dio presente che parla, la sua Parola conserva tuttó il suo originario potenziale di salvezza. È Parola creatrice: fa quello che dice. 

Da questi principi occorre trarre tutte le conseguenze, evitando però maggiorazioni indebite. Affermare con il Concilio che la Liturgia in tutti i suoi elementi è « il culmine verso cui tende tutta l'azione della Chiesa » (Cost. lit., n. 10) non significa fare del pan-liturgismo. è detto infatti con la stessa chiarezza che essa « non esaurisce tutta l'azione della Chiesa » (Ibid. n. 9). La Chiesa non attua il suo Mistero e non esplica la sua attività unicamente negli atti liturgici. Ne deriva, per l'argomento che ci interessa, che la Parola è viva e attuale nell'atto liturgico massimamente, ma non esclusivamente. Ogni altra forma di predicazione, quella del missionario o del catechista ad esempio, impegna la Chiesa in qualche modo, ed implica perciò una presenza di Cristo nella Parola proclamata. È apostolo infatti colui che la trasmette e « l'apostolo di un uomo è come un altro lui stesso »: lo diceva già un detto giudaico. Come preparazione anzitutto. È evidente, e l'esperienza ce lo prova ogni giorno, che non basta ascoltare una lettura biblica per trarne automaticamente un frutto spirituale. Non è il suono materiale delle sillabe che ci vivifica; chi ascolta deve comprendere; deve afferrare con una fede illuminata la portata del messaggio che Dio gli trasmette, deve spalancare le porte dell'anima a Colui che si dona nella sua Parola, con una disponibilità amante. È, possibile questo per chi non ha mai preso in mano la Bibbia? Il Concilio direbbe piuttosto che « bisogna tenerla sempre tra le mani ». Il discorso è analogo a quello che si suol fare per il Pane eucaristico: Ricevuto senza preparazione, senza fede e senza amore, il « Pane di vita » non vivifica più. L'iniziativa salvifica di Dio è frustrata. Dio si arresta davanti alle porte chiuse.

Analogamente si deve dire per la lettura privata della Bibbia. Certo il Libro in sé non è la parola di Dio: è solo il mezzo attraverso cui mi è trasmessa. Ma colui che legge nel Libro è un membro della Chiesa. La sua lettura si pone nel contesto del Mistero ecclesiale ove è presente ed agisce quello stesso Spirito che ha animato i profeti e gli agiografi; il testo può dunque essere letto « con lo stesso Spirito con cui è stato scritto ». Se la Chiesa è l'organo che conserva e trasmette la Parola viva ed attuale, chiunque vive in essa e prende il messaggio biblico dalle mani di colei che lo possiede nella sua integrità vivente, è interpellato da una Parola divina, in cui Dio stesso è presente. È un punto questo su cui la teologia dovrebbe approfondire la sua riflessione. Basta qui aver affermato il principio generale. 

Ma questo carattere vivente della Parola nel seno della Chiesa, dovunque la si accosti, non distrugge la priorità indiscussa di quell'ascolto che si ha là dove la presenza del Salvatore raggiunge il suo apice. E come ogni proclamazione ecclesiale della Parola è orientata a quella liturgica come al suo termine ultimo, così ogni lettura personale del testo sacro trova nell'ascolto liturgico il suo centro focale: come preparazione ad esso, o come prolungamento. 

La lectio divina preparazione all’ascolto liturgico

C'è un’altra ragione anche più evidente. Per quanto la riforma ci abbia preparato « una mensa più ricca della Parola », per necessità di cose la Liturgia ci presenterà sempre dei frammenti dei libri biblici: una « pagina sacra », come dicevano gli antichi, che ha bisogno di essere integrata nel contesto globale della pericope e del libro da cui è tratta. Anche il nuovo Lezionario, se permette una scelta più abbondante, non giunge però a presentarci tutta la Bibbia. E del resto esso è affare di pochi: per la massa del popolo cristiano c'è solo la lettura domenicale. La situazione era diversa per i monaci medievali che avevano meno fretta di noi. Si riferisce che l'abate Giovanni di Gorze, nel secolo X, un giorno fece leggere come terza lezione tutto il libro di Daniele! E del resto le letture dell'Ufficio venivano prolungate da quelle del refettorio. In taluni Lezionari manoscritti è indicato il punto del testo biblico ove si sospendeva la lettura liturgica per riprenderla durante il tempo della mensa5. E con tutto ciò i legislatori monastici prescrivono nell'orario della giornata parecchie ore dedicate alla lectio divina: e si sa che in questa il testo biblico aveva una parte preponderante6. Dopo tutto ciò, non ci meraviglia più il fatto che la familiarità con la Scrittura facesse di questi uomini quasi delle « concordanze viventi ». Ma, ahimè, quanto noi, monaci o no, ne siamo lontani!

Col Breviario le letture di una volta sono state ridotte, come dice il termine stesso, a un compendio: e il contatto personale con il testo sacro era diventato l'affare di qualche biblista o di qualche contemplativo. Se ne sono viste le conseguenze: si è visto l'impoverimento di una teologia e di una prassi pastorale sempre più lontana dal tenore autentico della parola di Dio. Il Concilio esige una riconversione.

La riforma assicura alle letture liturgiche una scelta migliore, e una più grande varietà: ma è chiaro che il « Breviario » rimarrà breviario e le letture della Messa dovranno tener conto dei limiti imposti dalla situazione pastorale. Altre epoche hanno conosciuto la tendenza a rendere più prolisse le celebrazioni liturgiche: oggi il movimento è in senso opposto. E non è detto che ciò sia necessariamente un male: « non ut minus sed ut melius oremus », era il titornello ripetuto dai fautori di tale tendenza in un congresso di Abati. Ma il compendio conserva il suo pieno significato solo grazie al tutto di cui è il riassunto. La «lezione breve » riprende la pienezza del suo senso se ritrova il suo posto in una lettura più lunga, sotto forma di lettura privata. Nel momento e nell'ordine in cui il ciclo del tempo ce ne offre dei saggi, bisognerà impegnarsi a leggere i libri della Bibbia da cui sono tratti. Solo a questa condizione potremo tornare alla pienezza biblica di un tempo, anche se non è possibile, e neppure opportuno, riprodurre la situazione liturgica di allora.

Approfondimento e personalizzazione

Ma non è solo questione di estensione: è anzitutto questione di approfondimento. È chiaro che il testo biblico, anche se accompagnato dall'omelia, non rivela tutte le sue ricchezze a un primo ascolto: tanto meno riesce di primo acchito a calarsi vitalmente nel vivo dell'esistenza di ciascuno, a incorporarsi profondamente a tutto il suo mondo interiore. Un ascolto vitale esige un ripiegamento amoroso, calmo, meditato, personale sul testo.

Ancora una volta è illuminante un raffronto col Pane eucaristico. Si sa con quanta insistenza la prassi ascetica, guidata dai documenti ecclesiastici, inclusi gli ultimi7, insista sulla necessità di un ringraziamento personale. Esso permette all'anima di aprirsi alla presenza spirituale di Cristo e alla sua azione, perché Egli penetri tutte le facoltà e riempia la vita: così l'energia divina, immessa in noi dal sacramento, si radica nell'anima e si fissa in profondità. Le esigenze della Parola sono identiche, poiché con l'Eucaristia essa costituisce un'unica mensa. Non basta nutrirsi, bisogna assimilare; gli antichi dicevano: « ruminare ». La « lezione sacra » appare così come il naturale complemento della proclamazione ecclesiale. Lì il fedele penetra sempre più a fondo nelle ricchezze di un testo che si rivela inesauribile. Li è colto da quelle folgorazioni interiori, e spesso improvvise, che illuminano il messaggio di una luce nuova; di un testo mille volte ascoltato si percepisce finalmente la portata decisiva, capace di orientare e di nutrire tutta un'esistenza: un'esperienza che si ripete ogni giorno nel mondo delle anime. Si pensa spontaneamente al prologo della Lettera agli Efesini che ha rivelato a Dom Marmion quella che sarà « l'idée maltresse » del suo mondo interiore: la figliazione adottiva in Cristo, e a Suor Elisabetta della Trinità la sua vocazione di laudem gloriae8.

Con ciò tocchiamo un altro aspetto del problema: l'approfondimento diventa « personalizzazione ». Nella Liturgia « Dio parla al suo Popolo ... il Popolo a sua volta risponde a Dio con il canto e con la preghiera » (Cost. lit., n. 33). La parola del Dio vivente raduna l'intera comunità, la quale intorno all'altare nel comune ascolto cementa la sua unione. Si insiste oggi giustamente sul carattere comunitario di ogni atto liturgico e della stessa vita cristiana, in reazione a un'educazione troppo esclusivamente individuale che ha caratterizzato gli ultimi secoli. Ma occorre nello stesso tempo tenere presente il carattere personale e irrepetibile di ogni incontro con Dio. Dall'armoniosa fusione dei due elementi nasce l'equilibrio cristiano. La parola di Dio non sfugge a questa legge. Dio non parla soltanto al suo popolo: interpella anche personalmente me. La sua Parola assume per me un tono e una risonanza unica, in funzione di quel disegno particolare e irreperibile di Dio che traccia il cammino della mia esistenza. È così che il dialogo universale dell'atto liturgico diventa personale ed unico nella lectio sacra che lo prolunga: sento come rivolto a me quello che prima il Signore ha detto a tutti. Sento che quella Parola risponde ai miei problemi, illumina i miei passi, prospetta il mio ideale.

Ogni vita autenticamente contemplativa costituisce una splendida riprova di questo iter obbligato. Si pensi al modo con cui Charles de Foucauld rivive i misteri di Cristo sulle tracce del testo evangelico: quel « téte à téte » con l'Amico divino in cui l'anima si effonde con 'accenti caldi e appassionati, è ciò che di più personale si possa pensare: tua ad un tempo ogni anima che cerca sinceramente Dio si ritrova in quegli slanci contemplativi, che prolungano le celebrazioni ecclesiali dell'anno liturgico nell'intimo santuario dell'anima.

Tuttavia la tradizione cristiana conosce esempi in cui il nesso vitale tra ascolto liturgico e meditazione personale della Parola prende un rilievo più marcato. La figura più studiata in questa luce è quella di santa Gertrude9; ma il medioevo pullula di figure analoghe: sono casi privilegiati i quali riflettono ciò che tutti hanno realizzato in modo più ordinario: l'individuo che vibra interiormente in perfetta sintonia con le realtà oggettive che la celebrazione liturgica ha presentato a tutto il Popolo di Dio.

Meditazione, preghiera personale e vita mistica sgorgano dalla Parola colta sulle labbra della « Chiesa in preghiera » e si alimentano costantemente a quella sorgente. Caratteristiche al riguardo le « rivelazioni » di Gertrude: sono i momenti in cui ciò che prima era materia di fede diventa per lei oggetto di una certa esperienza. Il Signore le parla: e che cosa si sente dire? Le stesse parole che Egli ha pronunciato nella Liturgia. Quando Gertrude cerca di tradurre in iscritto quelle esperienze, il linguaggio di cui si serve è quello dei testi biblici ricorrenti nella liturgia del giorno. Troviamo qui il segno patente di una meditazione personale condizionata dalla Parola liturgica e inseparabile da essa.

Con termini tecnici i medievali direbbero che nell'ambito liturgico la Parola rivela soprattutto la sua dimensione allegorica (che si riferisce al Mistero di Cristo e della Chiesa) e anagogica " (in riferimento alla consumazione finale); mentre nella lettura personale rivela piuttosto la sua dimensione antropologica (in rapporto con la vita spirituale del singolo). Ora si sa che questi « sensi » sono molti e uno ad un tempo. Colgono aspetti diversi di una realtà unica: il Mistero di Cristo vissuto a diversi livelli. Donde la continuità organica che li lega insieme. La Chiesa e la singola anima non sono realtà del tutto diverse: non solo perché l'anima vive nella Chiesa, ma perché in ogni anima si aduna in qualche modo tutto il Mistero della Chiesa. Non è dunque un'accomodazione sentire come rivolto a sé ciò che il Signore dice alla sua Sposa.

Di questo gli antichi avevano un'esperienza viva. Non ci può essere separazione né conflitto tra il dialogo dell'anima con Dio e quello della Chiesa, perché ognuno sa di essere a suo modo tutta la Chiesa, sente rivivere in sé tutto il suo Mistero: « singuli nos qui simul Ecclesia sumus... » diceva Bernardo10, e altrove: « Ecclesia seu anima diligens Deum... »11. Per Origene poi questa identità. diventa uno dei motivi dominanti dell'esegesi: « Ego Ecclesia, ego Sponsa », non cessa di ripetere. In ogni anima credente vede il « microcosmo della Chiesa perfetta »: la Città di Dio, Gerusalemme, è nello stesso tempo la Chiesa di cui Cristo è l'architetto, e quella dimora interiore e invisibile che Egli si costruisce nel cuore di ciascuno12. I Commenti tradizionali al Cantico, considerato come il cuore di tutta la Rivelazione, applicano questo principio nel modo più sistematico: lì si esprime la coscienza comune della Tradizione13. 

Questa convinzione tradizionale ha dato prova di una meravigliosa fecondità e abbiamo un urgente bisogno oggi di farla nostra. Se l'anima ha coscienza di identificarsi con il Mistero della Chiesa ritroverà spontaneamente l'unità tra ascolto liturgico e meditazione personale. Dall'uno all'altro c'è allora un riflusso di fervore. Da una parte essa nei suoi momenti di preghiera rimane con facilità sotto l'influsso di ciò che l'ha fatta vibrare nella celebrazione, e lo rivive, lo approfondisce, lo personalizza nel dialogo a tu per tu con il divino interlocutore. Dall'altra ciò che esperimenta in questi momenti rifluisce, per così dire, durante la Liturgia, sull'atteggiamento dell'anima in ascolto: la rende presente tutta ntera, con un ascolto più ricettivo, con una disponibilità più piena. Diventano due momenti complementari di un unico atto vitale

L'esperienza di Gregorio Magno e le ricchezze spirituali della tradizione antica

Particolarmente illuminante è al riguardo l'esperienza di san Gregorio Magno che, Come pastore della Chiesa romana, ha spezzato quotidianamente il pane della Parola al suo popolo nella celebrazione, come monaco ha fatto della lectio divina uno dei cardini della sua giornata, e come santo ha saputo fondere le due cose in perfetta unità.

Potremmo dire che la sua esperienza si articola in due momenti. Il primo è comunitario. Egli sente che mentre egli illumina la Parola alla comunità con la sua predicazione, la fede dei fratelli a sua volta sostiene e illumina lo stesso Pastore; in seno alla comunità gli si rivela ciò che nella meditazione solitaria rimaneva oscuro:

« Scio enim quia plerumque multa in sacro eloquio, quae solus intelligere non potui, coram fratribus meis positus intellexi... Ex qua re, largiente Deo, agitur ut et sensus crescat et elatio decrescat, dum propter vos disco, quod inter vos doceo; quia verum fateor, plerumque vobiscum audio, quod dico »14.

La comunità dei fratelli assume così il ruolo di vivificare la Parola: l'intelligenza è comunitaria, perché il dialogo stesso è comunitario. Dio non parla al cuore dei singali, ma si rivolge a tutti: communiter15.

Il secondo momento è personale. Sembra trattarsi di un'esperienza opposta: ora è la lettura segreta e solitaria che introduce nei segreti del testo, permette di assaporare la parola di Dio:

« Saepe autem per omnipotentis Domini gratiam, in eius eloquio quaedam intelliguntur melius cum sermo Dei secretius legitur, atque animus culparum suarum conscius, dum recognoscit quod audierit, doloris se iaculo, percutit, et compunctionis gladio transfigit, et nibil ei nisi fiere libeat, et fluentis fletuum maculas lavare. Inter quae etiam aliquando ad sublimiora contemplanda rapitur, eorum desiderio suavi fletu cruciatur... Et quia inbaerere coelestibus nondum valet, fervore suo, in lacrimis fessa requiescit »16.

Si sente che questa non è letteratura, nonostante l'elegante cursus, ma ci presenta un pezzo d'anima e lirdore di una esperienza. E si notano alcune reazioni dominanti dell'anima in ascolto: compunzione per le colpe, rapimento contemplativo, struggente nostalgia del cielo. Nel clima liturgico la reazione prima è invece normalmente un'altra: è un canto corale e vibrante di lode e di azione di grazie. Non sono del resto sentimenti che si escludono e la demarcazione in concreto non è così netta. Sono in ogni caso due momenti complementari, che si condizionano a vicenda: e la loro armonica fusione produce un'esperienza biblica completa.

Forse noi moderni ne abbiamo perduto il segreto: per ritrovarlo potrà essere stimolante un contatto con la pietà biblica protestante degli ultimi secoli. Il sereno clima ecumenico in cui abbiamo la fortuna di vivere, ci permette di scorgere nella tradizione dei fratelli separati, accanto a deviazioni patenti, valori indiscussi di pietà tradizionale. Qualcuno che li ha vissuti prima di convertirsi al cattolicesimo ce ne ha dato questa descrizione: « Esiste un tipo di stampe o di incisioni, rese popolari da Diirer e poi da Rembrandt, nelle quali viene espresso l'essenziale di questa pietà. Vi si vede un uomo o una donna, la Bibbia aperta sulle ginocchia, le mani giunte e il pensiero visibilmente tutto assorto in ciò che hanno letto e in Dio che nella lettura hanno raggiunto. L'incontro personale, immediato con Lui, nel Libro ispirato, ha fatto si che cessassero dal leggere, come vinti dall'abbondanza delle ricchezze ottenute, per fissarsi in Colui che parla in esso e al quale ora rispondono come un bimbo risponde a suo padre o a sua madre... La famigliarità diretta con Dio, il cuore a cuore con Lui, suscitato, mantenuto, rinnovato continuamente dalla lettura personale della Bibbia, e quindi una preghiera fatta a Dio nella consapevolezza che essa è anzitutto una risposta alla sua propria parola: ecco la spiritualità protestante attinta alla sua fonte, colta nel suo centro vitale »17.

È nella stessa attitudine del resto che nelle antiche miniature è rappresentato il monaco medievale. La pratica della lectio divina, nei chiostri non è stata certamente meno ricca di pietà individuale: ma aveva inoltre il vantaggio di un ben più vivo sensus Ecclesiae, che si è successivamente oscurato nella Riforma. L'esempio di quest'ultima può stimolarci a ridare alla Parola il posto che le spetta nel dialogo personale con Dio. Ma solo alla scuola dei classici antichi potremo imparare a inserire questo colloquio nella,erisposta corale del popolo a quel Dio che con la sua Parola lo raduna, lo interpella e lo salva.

È proprio questa tradizione, fissata dai Padri, prolungata e per taluni aspetti arricchita dall'esperienza dei monaci medievali, che occorre riscoprire nelle sue intuizioni di fondo. Ci proponiamo di farlo qui: non con l'intento erudito di ricostruire storicamente l'esegesi e la lectio di tempi passati18, ma con lo scopo pratico di rianimare, a contatto con il loro slancio, l'aridità più o meno scientifica della nostra lettura che non sa più trasformarsi in preghiera e diventare alimento diretto della vita spirituale; perché anche dal nostro spirito salga l'implorazione di Agostino: « Sint castae deliciae meae Scripturae tuae »19. Certo non possiamo seguire sempre gli antichi nei dedali delle loro interpretazioni allegoriche, né imitare i loro procedimenti che, usati da noi, darebbero un suono falso, non procedendo più dallo stesso spirito: come una chiesa gotica nel secolo ventesimo. Ma potremo far nostre le loro visuali di fede e le loro attitudini spirituali dinanzi alla Parola: giacché le profonde esigenze dello spirito dinanzi a Dio che si dona nella sua Parola, non mutano.

I principali valori da ricuperare in pienezza sembrano i seguenti: una fede viva e coerente nella trascendenza della Parola di Dio; quel sentimento dell'infinita fecondità della Scrittura e della sua ricchezza inesauribile; quella profonda ammirazione per l'universo biblico in cui Dio ha deposto la bellezza come un riflesso del suo volto e la Verità come anticipo della visione verso la quale ci conduce20; quel senso profondo della sua unità per cui è vista tutta come una vasta ed unica parabola21, un solo grande « sacramento » delle realtà cristiane22 e soprattutto quel modo di accostarla come una Parola attuale che mi mette in dialogo col Dio vivente e presente; la facilità a tradurre la lettura in preghiera e a rifletterne la luce sui problemi dell'esistenza per modellare su di essa la vita; quella presenza di tutte le facoltà dell'anima nell'ascolto cui fa eco Paul Claudel quando scrive:

« Je prends le Verbe au mot. J'écoute. Je crois un Dieu qui jure par Lui-méme. Dieu est Acte et tout ce qu'Il dit à jamais ne cesse pas d'étre actualité »23.

E se non riusciremo a raggiungere il livello del loro fervore eviteremo almeno di fare la teoria della nostra aridità presente: e non crederemo più che basti un po' di critica storica e la prudenza calcolata dei nostri metodi per entrare nel Mistero di una Parola che è « Atto divino ».



LECTIO DIVINA: IL TERMINE E LA SUA PORTATA ESPRESSIVA

L'espressione lectio divina, accanto a quella di lectio sacra, trova un largo uso nella letteratura patristica in massime luminose e incisive come le seguenti:

« Mens quotidie divina lectione pascatur » (Girolamo)25;

«Divinae pabulo lectionis intentus » (Ambrogio, parlando di un cristiano)26;

« ...erigunt nos divinae lectiones» - «Ut timorem Dei... nutrias divina lectione gravique colloquio» (Agostino)27;

«Vacemus igitur divinae lectioni (Ilario) ecc.28

Con le Regole monastiche tale lectio viene consacrata come una delle pratiche fondamentali della vita ascetica, e gli viene riservata una parte notevole nell'economia della giornata del monaco29; allora le allusioni nella letteratura spirituale si moltiplicano a misura che la sua pratica guadagna in estensione è in profondità. A raccogliere la dottrina di Gregorio Magno al riguardo ci sarebbe da scrivere tutto un poema: un poema che non è architettato dalla mente, ma creato da una: esperienza vitale: « ... per studiosae lectionis allo quium cotidianae me aspiratio compunctionis animabat »30. E ha analizzato questa esperienza in descrizioni ammirabili. Da lui e dai grandi Padri, soprattutto Origene, Girolamo e Agostino, le generazioni monastiche del medioevo hanno imparato a fare di quell'esercizio una sorgente di luce per lo spirito: « sicut lux laetificat oculos, ita lectio, corda »32. Soprattutto ne hanno fatto una sorgente di preghiera; è «il pozzo di Giacobbe da cui si attingono le acque che si effondono poi sulla preghiera »33.

Tutto è guidato da una idea-forza ripetuta con un'insistenza martellante: se nella preghiera l'uomo parla a Dio, prima ancora nella lettura Dio parla all'uomo: « Cum oramus, ipsi cum Deo loquimur; cum vero legimus, Deus nobiscum loquitur »34. 

Il principio era già classico presso i Padri: « Oras, loqueris ad Sponsum: legis, ille tibi loquitur »35 diceva Girolamo. È una idea esaltante che fa gridare a uno dei tanti: « O dolce colloquio, o soave trattenimento »36. Nella sua riscoperta dei grandi valori biblici tradizionali, il Concilio non poteva fare a meno che ripresentarlo; e lo fa attraverso un testo di sant'Ambrogio37.

Prima di tentare un'analisi più dettagliata di questa lectio tradizionale, è bene individuare la portata evocativa del termine. Qualche testo patristico ce ne dà un'idea concreta facendo rivivere, in bozzetti vivaci, la lectio di qualche personaggio. Così Agostino ti descrive Ambrogio quando rientra affaticato dalla vita pubblica, e si ritira in un luogo appartato dalla sua casa; una fame spirituale lo attrae alle pagine del Libro sacro: « Mentre leggeva, con gli occhi scorreva le pagine e con la mente scrutava il significato; la voce e la lingua tacevano ». Agostino entra, lo guarda così profondamente assorto, e poi se ne va senza osare interromperlo38. Paolino da Nola descrive Melania senior così assorta nella lettura e inebriata dalla sua gioia da non sentire più la durezza del giaciglio su cui riposa: « ...cui... panis in verbo,... lectus in sagulo et centone, durus in terra fit mollis in littera, qua rigidi cubilis iniuriam mitigat lectionis voluptas »39.

Difficile trovare nel nostro linguaggio un termine che ne renda il contenuto. Non basta parlare di lettura: il nostro termine indica qualcosa di troppo superficiale e di troppo poco impegnato. Né è migliore quello di studio solo perché indica un'attività molto più impegnata; esso si situa infatti a un livello intellettuale, ma diventa facilmente sinonimo di ricerca scientifica o di cultura. Ora in nessun modo gli antichi miravano con la lectio a farsi una cultura, sia pure teologica o biblica. Più vicino il termine meditazione: ma i metodi recenti di orazione che lo hanno assunto, gli hanno dato connotazioni di sistematicità e di complessità psicologica che gli antichi ignoravano, e che ugualmente ignora quella scuola di preghiera ecclesiale che è la Liturgia. A scanso di equivoci sarà bene dunque conservare nell'uso il termine latino.

È possibile darne un'idea complessiva con una formula che in qualche modo la definisca? Certo, le realtà spirituali sono ricche e complesse, e difficilmente si lasciano ridurre in formule. Non è mancato tuttavia chi ha abbozzato un tentativo di definizione. Guigo il Certosino la definiva: « sedula Scripturarum cum animi intentione inspectio40»: definizione espressiva che evoca all'immaginazione le numerose generazioni di Monaci che, nel loro pacifico scriptorium, si sono amorosamente curvati sulle pagine della Bibbia e dei Padri. Ma in fondo rimane piuttosto generica e non dice nulla della sua intima natura. Gli antichi, del resto, non avevano il genio delle definizioni: più che analizzarle, queste realtà le vivevano.

Nella sua brevità concisa ci pare che l'espressione di Leclercq attinga l'anima stessa di questa lettura: « La lectio divina est une lecture priée »41. Bouyer ne ha tentato una descrizione più dettagliata: « è una lettura personale della Parola di Dio, durante la quale ci si sforza di assimilarne la sostanza; una lettura nella fede, in spirito di preghiera, credendo alla presenza attuale di Dio che ci parla nel testo sacro, mentre il monaco si sforza di essere egli stesso presente, in uno spirito di obbedienza, di completo abbandono alle promesse come alle esigenze divine »42.

In queste espressioni egli vuole condensare l'essenziale dell'attitudine tradizionale di fronte alla Parola, presso i Padri come presso tutta la tradizione monastica.

Un grande monaco, Dom Paul Delatte, abate di Solesmes, che, al pari degli autori citati, conosceva molto bene questa tradizione, ce ne ha dato a sua volta questa analisi:

« La lectio divina è l'insieme dei procedimenti intellettuali progressivi con cui ci rendiamo familiari le cose di Dio e ci abituiamo a guardare l'invisibile. Non è né speculazione astratta e fredda, né semplice curiosità umana, né lettura superficiale: è una ricerca seria, approfondita e perseverante della Verità stessa. Si può dire che di questo studio Dio solo è l'oggetto, l'ispiratore e anche l'agente principale: poiché essa si fa non solo sotto il suo sguardo, ma nella sua luce, e in contatto molto intimo con Lui. Essa è preghiera ed è tenerezza. Si chiama lectio, e non è che il primo grado di una serie ascendente: lectio, cogitatio, studium, meditatio, oratio, contemplatio »43.

Agli antichi forse la prima parte di questa descrizione sarebbe parsa troppo « intellettuale »: si sarebbero riconosciuti invece facilmente nella seconda parte, ove si sottolinea la presenza viva dell'Interlocutore che allaccia il dialogo e vi svolge il ruolo di agente principale, cui il lettore è associato in una forma di synergeia. È su questo punto che insiste pure P. Dumontier, con quel suo tono appassionato che sgorga da una grande familiarità e perfetta sintonia con la scuola cistercense. Egli si applica a spiegare l'aggettivo «divina » e osserva che non ha solo senso oggettivo: una lettura che ha per oggetto i Libri di Dio, la sua Parola; ma pure senso soggettivo: una lettura fatta a due, con Dio, cuore a cuore con Lui. Più ancora: una lettura che mi reca un messaggio d'amore del Deus desiderans, secondo una espressione cara a Bernardo, che raggiungendo l'anima le fa sentire il gusto di Dio, e la stabilisce in contatto personale con Lui. Si esperimenta allora la verità del versetto salmodico che tanta fortuna ebbe nella letteratura monastica: « Gustate et videte quoniam suavis est Dominus »44.

Altri si applica a precisare meglio gli elementi della psicologia e della grazia che entrano in gioco nella lettura. Certo non basta parlare di « procedimenti intellettuali ». Anche l'amore è un coefficiente di conoscenza, soprattutto nell'ambito della vita di fede e spesso penetra oltre i limiti imposti all'intelletto. « Amor ipse intellectus est » amavano dire i medievali45, anticipando « le ragioni del cuore » di Pascal. Accanto al lavoro intellettuale bisogna porre dunque quello affettivo: e al di sopra di essi la luce della fede che li 'trasfigura entrambi, e permette all'anima di penetrare nell'universo divino. Tutto si raccoglie Così in « uno sguardo profondo e tranquillo sul mondo invisibile » attraverso quella Parola che è « fiaccola per i nostri passi » nel cammino verso il Dio vivente.

Data dunque la serietà e l'impegno che caratterizzano questa lettura, non ci sorprende più l'enorme fiducia nella sua efficacia spirituale, testimoniata ad esempio da questo testo di Smaragdo che riflette la concezione comune:

Lectionis sacrae enim cognitio cultoribus suis sensus acumen. ministrat, intellectum multiplicat, torporem excutit, otium amo-vet, vitam componi, mores corrigit, salubrem gemitum facit et lacrymas compuncto corde producit... vaniloquium vanitatesque compescit, et desiderium Christi patriaeque caelestis accendit, quae semper orationi socia semperque orationi debet ehe connexa. Orationibus enim niundamur, lectionibus autem instruimur. Et ideo qui vult cum Deo semper esse, frequenter debet orare et frequenter legere. Nam cum oramus ipsi, cum Deo loquimur; cum vero legimús, Deus nobiscum loquitur. Omnis enim perfectus in lectione, oratione et meditatione procedit. Quae enim nescimus, lectione discimus; quae autem didicerimus, meditationibus conservamus, et ut conservata a nobis impleantur, oratione adipiscimur. Geminum enim confert donum sanctarum lectio Scripturarum, sive quia intellectum mentis erudit, sive quod a mundi vanitatibus abstractum hominem ad amorem Dei perducit... 

Dopo aver lumeggiato così, in modo sintetico, la portata del termine, si tratta di coglierne ora in modo più analitico le componenti; individuare cioè le linee portanti della spiritualità tradizionale di fronte alla Parola di Dio accostata nella lectio divina.

Magrassi

Settimana 12 TO

 

Domenica 12

Ger 20. 10Sentivo la calunnia di molti: «Terrore all’intorno! Denunciatelo! Sì, lo denunceremo».Tutti i miei amici aspettavano la mia caduta: «Forse si lascerà trarre in inganno, così noi prevarremo su di lui, ci prenderemo la nostra vendetta».11Ma il Signore è al mio fianco come un prode valoroso, per questo i miei persecutori vacilleranno e non potranno prevalere; arrossiranno perché non avranno successo, sarà una vergogna eterna e incancellabile. 12Signore degli eserciti, che provi il giusto, che vedi il cuore e la mente, possa io vedere la tua vendetta su di loro, poiché a te ho affidato la mia causa! 13Cantate inni al Signore lodate il Signore, perché ha liberato la vita del povero dalle mani dei malfattori.

Geremia si sente osteggiato da nemici e perfino da persone un tempo amiche. È vilipeso da calunnie, come accadrà a Gesù: «I sommi sacerdoti e tutto il sinedrio cercavano qualche falsa testimonianza contro Gesù per condannarlo a morte; ma non riuscirono a trovarne alcuna, pur essendosi fatti avanti molti falsi testimoni» (Mt 26,59-60). Gli avversari aspettano che commetta un errore per poterlo accusare. Il profeta è isolato e soffre proprio perché annuncia la parola di Dio. Tuttavia, subito dopo afferma: "Ma il Signore è con me come un prode valoroso". Gli avversari possono perseguitarlo, ma non vincerlo: «Il Signore mi è stato vicino e mi ha dato forza, perché per mezzo mio si compisse la proclamazione del messaggio» (2 Tm 4,17). 

Non cerca vendetta personale ma quella di Dio. «Se possibile, per quanto questo dipende da voi, vivete in pace con tutti. Non fatevi giustizia da voi stessi, carissimi, ma lasciate fare all'ira divina. Sta scritto infatti: A me la vendetta, sono io che ricambierò, dice il Signore» (Rm 12,18-19). 

Perciò affida la sua causa a lui, riconoscendolo come giudice giusto, come colui che scruta il giusto, ne vede i pensieri e il cuore, e giudica con rettitudine. «Oltraggiato non rispondeva con oltraggi, e soffrendo non minacciava vendetta, ma rimetteva la sua causa a colui che giudica con giustizia» (1 Pt 2,23). «Saranno eliminati quanti tramano iniquità. Quanti con la parola rendono colpevoli gli altri, quanti alla porta tendono tranelli al giudice e rovinano il giusto per un nulla» (Is 29,20-21). 

Anche se la situazione rimane difficile, si profonde nella lode perché la fede gli permette di vedere oltre la sofferenza presente. La relazione con Dio non elimina le difficoltà, ma permette di affrontarle sapendo che Egli conosce la verità, sostiene chi gli rimane fedele: «Perché tu [Signore] sei sostegno al misero, sostegno al povero nella sua angoscia, riparo dalla tempesta, ombra contro il caldo; poiché come arsura in terra arida è il clamore dei superbi. Tu mitighi l'arsura con l'ombra d'una nube, l'inno dei tiranni si spegne» (Is 25,4-5). 

Rm 5. 12 Come a causa di un solo uomo il peccato è entrato nel mondo e, con il peccato, la morte, e così in tutti gli uomini si è propagata la morte, poiché tutti hanno peccato… 13Fino alla Legge infatti c’era il peccato nel mondo e, anche se il peccato non può essere imputato quando manca la Legge, 14la morte regnò da Adamo fino a Mosè anche su quelli che non avevano peccato a somiglianza della trasgressione di Adamo, il quale è figura di colui che doveva venire. 15Ma il dono di grazia non è come la caduta: se infatti per la caduta di uno solo tutti morirono, molto di più la grazia di Dio e il dono concesso in grazia del solo uomo Gesù Cristo si sono riversati in abbondanza su tutti.

Adamo peccò e così fece entrare nel mondo il peccato e la morte. Gli uomini, suoi discendenti, eredi del suo fallimento morale, confermarono e ripeterono, a loro volta, la sua scelta nefasta (5,12). L’umanità si è dimostrata schiava del Peccato, l’oppressore che la domina. 

Adamo e Cristo sono entrambi dei capostipiti per i loro discendenti ma Cristo è il rovescio di Adamo perché «il dono della grazia non è come la caduta» (5,15), in questo senso «ha più potere la giustizia nel vivificare che il peccato nell’uccidere» (Pelagio 5,15 p.107). 

Adamo procurò la morte agli uomini; Cristo offre a tutti doni incomparabili di vita. Un solo uomo provocò una moltitudine di condanne; Gesù da solo fece sì che numerose condanne si tramutassero in una assoluzione e in un principio di vita nuova. «In Adamo fu condannato un solo delitto, nel Signore invece sono stati da lui perdonati molti delitti» (Agostino, Questioni sulla Lettera ai Romani, 23). 

Adamo fece entrare nel mondo il regno della morte; Cristo, invece, introdusse in esso il regno della vita (5,17). La vita, donata da lui, non è un’esistenza qualsiasi ma un vero regnare. «Non abbiamo ricevuto solo la misura di grazia necessaria per l'abolizione del peccato, ma molto di più. Infatti, siamo stati liberati dalla punizione, siamo stati rinati dall'alto, siamo stati risuscitati dopo aver seppellito l'uomo vecchio, siamo stati redenti e santificati, siamo stati portati all'adozione e giustificati, siamo diventati fratelli del Figlio unigenito, siamo stati costituiti suoi coeredi, membra del suo corpo, uniti a lui come il corpo lo è al capo. Tutto ciò costituisce ciò che Paolo chiama l'abbondanza della grazia: indicando che non abbiamo ricevuto solo il rimedio capace di guarire la nostra ferita, ma anche salute, bellezza, onore, gloria – dignità ben al di sopra della nostra natura» (CLR 10,2). 

In conclusione: la santità di Gesù ha ottenuto il perdono per tutti e l’inizio di una nuova esistenza “regale” (5,18-19). 

Mt 10. 26Non abbiate dunque paura di loro, poiché nulla vi è di nascosto che non sarà svelato né di segreto che non sarà conosciuto. 27Quello che io vi dico nelle tenebre voi ditelo nella luce, e quello che ascoltate all’orecchio voi annunciatelo dalle terrazze. 28E non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima; abbiate paura piuttosto di colui che ha il potere di far perire nella Geènna e l’anima e il corpo. 29Due passeri non si vendono forse per un soldo? Eppure nemmeno uno di essi cadrà a terra senza il volere del Padre vostro. 30Perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati. 31Non abbiate dunque paura: voi valete più di molti passeri! 32Perciò chiunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anch’io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli; 33chi invece mi rinnegherà davanti agli uomini, anch’io lo rinnegherò davanti al Padre mio che è nei cieli. 

Per tre volte ricorre l'esortazione: «Non abbiate paura». Gesù non nega che ci siano pericoli reali, ma insegna a guardare oltre il potere umano. 

La Parola di Dio cerca di diffondersi proprio là dove viene respinta: «La Sapienza grida per le strade nelle piazze fa udire la voce; dall'alto delle mura essa chiama, pronunzia i suoi detti alle porte della città: «Fino a quando, o inesperti, amerete l'inesperienzae i beffardi si compiaceranno delle loro beffe e gli sciocchi avranno in odio la scienza? Volgetevi alle mie esortazioni: ecco, io effonderò il mio spirito su di voi e vi manifesterò le mie parole. Poiché vi ho chiamato e avete rifiutato, ho steso la mano e nessuno ci ha fatto attenzione; avete trascurato ogni mio consiglioe la mia esortazione non avete accolto» (Pr 1,20-25). Il Vangelo deve essere divulgato. «Durante la notte un angelo del Signore aprì le porte della prigione, li condusse fuori e disse: Andate, e mettetevi a predicare al popolo nel tempio tutte queste parole di vita. Udito questo, entrarono nel tempio sul far del giorno e si misero a insegnare» (At 5,20-21). 

Gli uomini possono colpire il corpo, ma non possono distruggere ciò che è più profondo: la relazione dell'uomo con Dio. L'affermazione sul timore di chi può far perire «anima e corpo nella Geenna» vuole ristabilire una giusta gerarchia di valori: il giudizio di Dio conta più dell'approvazione o delle minacce degli uomini. 

Gesù usa l'immagine dei passeri, uccelli di scarso valore commerciale, eppure conosciuti e custoditi dal Padre. Se Dio si prende cura di creature così piccole, quanto più si prenderà cura dei suoi figli. L'espressione «perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati» è un linguaggio simbolico che indica la conoscenza perfetta e l'amore personale di Dio. Nulla della vita del discepolo gli sfugge. «Sarete odiati da tutti per causa del mio nome. Ma nemmeno un capello del vostro capo perirà» (Lc 21,17). «Finché non spuntò il giorno, Paolo esortava tutti a prendere cibo: «Oggi è il quattordicesimo giorno che passate digiuni nell'attesa, senza prender nulla. Per questo vi esorto a prender cibo; è necessario per la vostra salvezza. Neanche un capello del vostro capo andrà perduto» (At 27,33-34).

Richiede un atto di coraggio: chi lo riconosce davanti agli uomini sarà riconosciuto da lui davanti al Padre. La fede non è solo un fatto interiore; è una realtà che chiede testimonianza. Nei Vangeli Pietro rinnegherà Gesù, ma verrà poi perdonato e confermato nella sua missione: il punto è la direzione fondamentale della vita: scegliere se stare dalla parte di Cristo o prenderne le distanze. «Il vincitore sarà dunque vestito di bianche vesti, non cancellerò il suo nome dal libro della vita, ma lo riconoscerò davanti al Padre mio e davanti ai suoi angeli» (Ap 3,5). 

Lunedi 12

2 Re 17. 5Il re d’Assiria invase tutta la terra, salì a Samaria e l’assediò per tre anni. 6Nell’anno nono di Osea, il re d’Assiria occupò Samaria, deportò gli Israeliti in Assiria, e li stabilì a Calach e presso il Cabor, fiume di Gozan, e nelle città della Media. 7Ciò avvenne perché gli Israeliti avevano peccato contro il Signore, loro Dio, che li aveva fatti uscire dalla terra d’Egitto, dalle mani del faraone, re d’Egitto. Essi venerarono altri dèi, 8seguirono le leggi delle nazioni che il Signore aveva scacciato davanti agli Israeliti, e quelle introdotte dai re d’Israele. 13Eppure il Signore, per mezzo di tutti i suoi profeti e dei veggenti, aveva ordinato a Israele e a Giuda: «Convertitevi dalle vostre vie malvagie e osservate i miei comandi e i miei decreti secondo tutta la legge che io ho prescritto ai vostri padri e che ho trasmesso a voi per mezzo dei miei servi, i profeti». 14Ma essi non ascoltarono, anzi resero dura la loro cervice, come quella dei loro padri, i quali non avevano creduto al Signore, loro Dio. 15Rigettarono le sue leggi e la sua alleanza, che aveva concluso con i loro padri, e le istruzioni che aveva dato loro. 18Il Signore si adirò molto contro Israele e lo allontanò dal suo volto e non rimase che la sola tribù di Giuda. 

«Vedi, io pongo oggi davanti a te la vita e il bene, la morte e il male; poiché io oggi ti comando di amare il Signore tuo Dio, di camminare per le sue vie, di osservare i suoi comandi perché tu viva e ti moltiplichi e il Signore tuo Dio ti benedica nel paese che tu stai per entrare a prendere in possesso. Ma se il tuo cuore si volge indietro e ti lasci trascinare a prostrarti davanti ad altri dèi, io vi dichiaro oggi che certo perirete e che non avrete vita lunga nel paese di cui state per entrare in possesso passando il Giordano» (Dt 30,15-19).

La caduta di Samaria non era altro che la conclusione logica di queste premesse. Dopo l'avvento della monarchia, il popolo, con i re in testa, correva verso la rovina. I profeti non riuscirono ad arrestare la marcia del popolo che si precipitava verso la rovina ed ottennero solo di ritardare la catastrofe.

A prima vista, la spiegazione che la teologia deuteronomista dà della caduta di Samaria pare semplicistica: si basa sul principio della rigida retribuzione, secondo il quale l'osservanza della clausola dell'alleanza porta al successo, come l'inosservanza porta alla rovina.

I deuteronomisti intesero dire che Dio non può essere accusato di essere ingiusto o infedele. È certo che Dio aveva fatto alcune promesse ai patriarchi, fra le mali vi era anche la promessa della terra. Ma le promesse di Dio non si adempiono in modo meccanico e automatico: esigono la misteriosa collaborazione dell'uomo che, nel caso presente, è venuta a mancare. Perciò, l'infedeltà non è dalla parte di Dio, ma da quella del popolo: « Dio è giusto quando parla e retto nel suo giudizio » (Sal 51,6).

La teologia deuteronomista si fonda su un concetto bilaterale dell'alleanza che dovrebbe essere completato con la dottrina paolina della giustificazione mediante la fede in Cristo, e non mediante il compimento delle opere della legge. La storia e l'esperienza dimostrano che l'uomo è incapace di osservare tutti i precetti della legge. La salvezza procede non tanto dall'osservanza della legge quanto piuttosto dalla grazia gratuita di Dio. Le due cose sono necessarie, ma, all'inizio, nel corso e al termine del viaggio, vi è sempre la grazia che, in qualche modo, avvolge tutto.

Mt 7. 1Non giudicate, per non essere giudicati; 2perché con il giudizio con il quale giudicate sarete giudicati voi e con la misura con la quale misurate sarà misurato a voi. 3Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello, e non ti accorgi della trave che è nel tuo occhio? 4O come dirai al tuo fratello: “Lascia che tolga la pagliuzza dal tuo occhio”, mentre nel tuo occhio c’è la trave? 5Ipocrita! Togli prima la trave dal tuo occhio e allora ci vedrai bene per togliere la pagliuzza dall’occhio del tuo fratello.

«Chi esamina le colpe altrui con moderazione e indulgenza, si mette da parte con il suo giudizio, una grande riserva di indulgenza. Se uno è un fornicatore, non dovrei dire che la fornicazione è un male e non dovrei correggere quel dissoluto? Correggilo certamente, ma non come un nemico, né come un avversario che reclama vendetta, ma come un medico che fornisce medicine. Non ha detto: non far desistere chi pecca, ma non giudicare, cioè: non essere un giudice aspro. 

Ipocrita, togli prima la trave dal tuo occhio. Qui vuole mostrare la grande irritazione che prova nei confronti di coloro che agiscono con asprezza, perché tutte le volte che vuole indicare la grandezza del peccato e la grande punizione e indignazione, ad esso riservate, comincia con un'invettiva. Il giudizio aspro è segno non di sollecitudine, ma di avversione; si mette davanti una maschera di umanità, ma compie un'azione di estrema malvagità, lanciando verso il prossimo vane ingiurie e accuse, usurpando il ruolo di maestro, senza essere nemmeno degno discepolo; perciò lo ha chiamato ipocrita. Tu infatti che in ciò che riguarda gli altri sei così aspro, da vedere anche i piccoli difetti, come sei così negligente in ciò che ti riguarda, da trascurare anche le grandi colpe? Togli prima la trave dal tuo occhio. Vedi che non proibisce di giudicare, ma ordina di togliere prima la trave dall'occhio e poi correggere i difetti degli altri? Si ama più se stessi che il prossimo. Perciò se agisci così per sollecitudine, preoccupati prima di te stesso, dove il peccato è più chiaro e più grande. Se [il prossimo che sbaglia] deve essere giudicato, dovrebbe esserlo da chi non ha un tale peccato, non da te. Difatti successivamente Gesù avrebbe giudicato, dicendo: Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, ma non gli si poteva fare carico di niente di quanto era stato detto; non toglieva la pagliuzza, non aveva la trave negli occhi, ma, essendo puro da tutto ciò, correggeva così i peccati di tutti. Se è male non vedere i propri peccati, è doppio e triplo male giudicare gli altri, mentre si portano negli occhi le travi senza accorgersene; e il peccato è più pesante di una trave. Questo è quello che ha ordinato con le sue parole: chi è tenuto a rendere conto di innumerevoli colpe non sia aspro giudice dei peccati altrui, soprattutto quando questi sono di lieve entità. Non vieta di rimproverare né di correggere, ma proibisce di non prendersi cura delle proprie colpe e di scagliarsi contro quelle altrui. Chi si abitua a non curarsi dei suoi grandi difetti e ad esaminare invece aspramente quelli altrui che sono lievi e di poco conto, si rovina doppiamente, in quanto trascura i propri vizi e si fa promotore di inimicizie e di animosità verso tutti e si esercita ogni giorno nella più grande durezza e incomprensione» (Crisostomo, Su Matteo 23,2-3)

Martedi 12

Il re d’Assiria inviò di nuovo messaggeri a Ezechia dicendo: 10«Così direte a Ezechia, re di Giuda: “Non ti illuda il tuo Dio in cui confidi, dicendo: Gerusalemme non sarà consegnata in mano al re d’Assiria. 11Ecco, tu sai quanto hanno fatto i re d’Assiria a tutti i territori, votandoli allo sterminio. Soltanto tu ti salveresti?». 14Ezechia prese la lettera dalla mano dei messaggeri e la lesse, poi salì al tempio del Signore, l’aprì davanti al Signore 15e pregò davanti al Signore: «Signore, Dio d’Israele, che siedi sui cherubini, tu solo sei Dio per tutti i regni della terra; tu hai fatto il cielo e la terra. 16Porgi, Signore, il tuo orecchio e ascolta; apri, Signore, i tuoi occhi e guarda. Ascolta tutte le parole che Sennàcherib ha mandato a dire per insultare il Dio vivente. 17È vero, Signore, i re d’Assiria hanno devastato le nazioni e la loro terra,18hanno gettato i loro dèi nel fuoco; quelli però non erano dèi, ma solo opera di mani d’uomo, legno e pietra: perciò li hanno distrutti. 19Ma ora, Signore, nostro Dio, salvaci dalla sua mano, perché sappiano tutti i regni della terra che tu solo, o Signore, sei Dio». 20Allora Isaia, figlio di Amoz, mandò a dire a Ezechia: «Così dice il Signore, Dio d’Israele: “Ho udito quanto hai chiesto nella tua preghiera riguardo a Sennàcherib, re d’Assiria. 21Questa è la sentenza che il Signore ha pronunciato contro di lui: Ti disprezza, ti deride la vergine figlia di Sion. Dietro a te scuote il capo la figlia di Gerusalemme. 31Poiché da Gerusalemme uscirà un resto, dal monte Sion un residuo. Lo zelo del Signore farà questo. 32Perciò così dice il Signore riguardo al re d’Assiria: “Non entrerà in questa città né vi lancerà una freccia, non l’affronterà con scudi e contro essa non costruirà terrapieno. 33Ritornerà per la strada per cui è venuto; non entrerà in questa città. Oracolo del Signore. 34Proteggerò questa città per salvarla, per amore di me e di Davide mio servo”». 35Ora in quella notte l’angelo del Signore uscì e colpì nell’accampamento degli Assiri centoottantacinquemila uomini. Quando i superstiti si alzarono al mattino, ecco, erano tutti cadaveri senza vita. 36Sennàcherib, re d’Assiria, levò le tende, partì e fece ritorno a Ninive, dove rimase. 

Nella sua preghiera, Ezechia mette avanti la gloria e il buon nome di Adonai: Ora, Signore Dio nostro, liberaci dalla sua mano, perché sappiano tutti i regni della terra che tu sei il Signore, il solo Dio. In virtù dell'alleanza, Adonai era il Dio d'Israele e Israele era il suo popolo. Fra i due, quindi, vi era un impegno reciproco e gl'interessi dell'uno erano gl'interessi dell'altro. Perciò, se il popolo d'Israele era umiliato e sconfitto, l'umiliazione e la sconfitta ricadevano, in ultima istanza, su Dio. Per conseguenza, in certe occasioni, Dio agiva non tanto per difendere il popolo quanto piuttosto per salvaguardare la gloria del suo santo nome. «Ma io ho avuto riguardo del mio nome santo che gl'israeliti avevano disonorato fra le genti presso le quali sono andati. Annunzia alla casa d'Israele: Così dice il Signore Dio. Io agisco non per riguardo a voi, gente d'Israele, ma pe nome santo, che voi avete disonorato pres so le quali siete andati. Santificherò il mi disonorato fra le genti, profanato da voi (Ez 36,21-23).

Per cause non del tutto conosciute (forse una insurrezione a Ninive), Sennacherib fu costretto a rompere l'assedio di Gerusalemme. 

Mt 7. 6Non date le cose sante ai cani e non gettate le vostre perle davanti ai porci, perché non le calpestino con le loro zampe e poi si voltino per sbranarvi. [7Chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto. 8Perché chiunque chiede riceve, e chi cerca trova, e a chi bussa sarà aperto. 9Chi di voi, al figlio che gli chiede un pane, darà una pietra? 10E se gli chiede un pesce, gli darà una serpe? 11Se voi, dunque, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro che è nei cieli darà cose buone a quelli che gliele chiedono!] 12Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro: questa infatti è la Legge e i Profeti. 13Entrate per la porta stretta, perché larga è la porta e spaziosa la via che conduce alla perdizione, e molti sono quelli che vi entrano. 14Quanto stretta è la porta e angusta la via che conduce alla vita, e pochi sono quelli che la trovano!

Non date le cose sante ai cani… Non invita al disprezzo delle persone, ma alla prudenza. Le "cose sante" e le "perle" rappresentano il Vangelo, la sapienza di Dio, ciò che è prezioso. Il discepolo deve essere generoso nell'annuncio, ma anche capace di riconoscere quando chi ascolta rifiuta deliberatamente il messaggio e lo calpesta. Non tutto può essere esposto in qualsiasi tempo. L'evangelizzazione richiede amore, ma anche discernimento sui tempi e sui modi. [2. Chiedete, cercate, bussate. Questa sezione contiene tre verbi al presente. Nel testo greco indicano un'azione continua: «continuate a chiedere, a cercare, a bussare». Gesù presenta Dio come un Padre buono. Se un padre terreno dà cose buone ai figli, quanto più Dio ascolterà chi si rivolge a lui. Qui la preghiera non è descritta come una tecnica per ottenere qualsiasi cosa, ma come una relazione filiale. Il centro non è il soddisfacimento dei desideri umani, bensì la fiducia nella bontà del Padre]. 

3. «Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro»: questa frase riassume «la Legge e i Profeti», cioè l'intero insegnamento morale dell'Antico Testamento. Esistevano già formulazioni simili nel mondo ebraico e antico, ma spesso in forma negativa: «Non fare agli altri ciò che non vuoi sia fatto a te». Gesù la esprime in forma positiva: non basta evitare il male; occorre prendere l'iniziativa nel bene. La vita cristiana non consiste soltanto nel non nuocere, ma nel promuovere attivamente il bene degli altri. 

4. Gesù contrappone due vie: la via larga e spaziosa, che molti percorrono; la via stretta, che conduce alla vita. La "strettezza" non indica arbitrarietà o severità di Dio. Indica piuttosto che la sequela di Cristo richiede rinunce all'egoismo. La via larga è quella che segue l'impulso immediato e il consenso della maggioranza; la via stretta è quella della fedeltà al Vangelo. Il fatto che «pochi la trovino» non vuole scoraggiare, ma mettere in guardia contro l'illusione che il bene sia sempre la scelta più facile. 

«Il santo precetto libera l'uomo da tutto ciò e gli concede ogni libertà da preoccupazioni e da timore e spesso anche letizia ineffabile, soprattutto per quelli che volontariamente scelgono la povertà. Che vi è dunque di più gradito dell'essere liberi da passioni, per nulla dominati dall'ira o dalla concupiscenza per qualcuna delle cose del mondo, ma anzi, non tenendo in alcun conto ciò che, per i più, è oggetto di concupiscenza, e rendendosi superiori a tutte le cose così da passare la vita come nel paradiso, o meglio in cielo, al di sopra di qualsiasi necessità, per la dedizione a Dio libera da preoccupazione? Infatti, se uno sopporta con gioia ciò che accade, qualsiasi cosa avvenga gli dà riposo; e se ama tutti, è amato da tutti… Chi dunque ha potuto in parte contemplare la grazia del santo vangelo e ciò che esso contiene — cioè, le azioni e gli insegnamenti del Signore, i suoi precetti e i suoi dogmi, le minacce e le promesse — costui sa quali inesauribili tesori ha trovato, anche se non può parlarne come si deve perché le cose celesti sono inesprimibili» (Pietro Damasceno, Quarta contemplazione).

Mercoledi 12

2 Re 22.23. 8Il sommo sacerdote Chelkia disse allo scriba Safan: «Ho trovato nel tempio del Signore il libro della legge». Chelkia diede il libro a Safan, che lo lesse. 9Lo scriba Safan quindi andò dal re e lo informò dicendo: «I tuoi servitori hanno versato il denaro trovato nel tempio e l’hanno consegnato in mano agli esecutori dei lavori, sovrintendenti al tempio del Signore». 10Poi lo scriba Safan annunciò al re: «Il sacerdote Chelkia mi ha dato un libro». Safan lo lesse davanti al re. 11Udite le parole del libro della legge, il re si stracciò le vesti. 12Il re comandò al sacerdote Chelkia, ad Achikàm figlio di Safan, ad Acbor, figlio di Michea, allo scriba Safan e ad Asaià, ministro del re: 13«Andate, consultate il Signore per me, per il popolo e per tutto Giuda, riguardo alle parole di questo libro ora trovato; grande infatti è la collera del Signore, che si è accesa contro di noi, perché i nostri padri non hanno ascoltato le parole di questo libro, mettendo in pratica quanto è stato scritto per noi». 1Il re mandò a radunare presso di sé tutti gli anziani di Giuda e di Gerusalemme. 2Il re salì al tempio del Signore; erano con lui tutti gli uomini di Giuda, tutti gli abitanti di Gerusalemme, i sacerdoti, i profeti e tutto il popolo, dal più piccolo al più grande. Lesse alla loro presenza tutte le parole del libro dell’alleanza, trovato nel tempio del Signore. 3Il re, in piedi presso la colonna, concluse l’alleanza davanti al Signore, per seguire il Signore e osservare i suoi comandi, le istruzioni e le leggi con tutto il cuore e con tutta l’anima, per attuare le parole dell’alleanza scritte in quel libro. Tutto il popolo aderì all’alleanza.  

Gli autori ritengono che il libro della legge trovato nel tempio ai tempi di Giosia corrisponda al libro del Deuteronomio.

La lettura impressionò tanto il giovane re, che, dopo aver consultato la profetessa Culda, convocò tutto il popolo a Gerusalemme e lo fece leggere pubblicamente alla presenza di tutta l'assemblea. A misura che la lettura avanzava, il sentimento di colpevolezza andò impadronendosi di tutta la collettività poiché, fra le esigenze del libro e la realtà religiosa che il popolo stava vivendo, vi era un abisso. Abbiamo visto in molte occasioni che la situazione religiosa d'Israele s'era andata deteriorando, specialmente dopo l'avvento della monarchia. Fin da quando gl'israeliti si erano installati in Palestina, la fede aveva sempre subito un inquinamento da parte delle religioni cananee; soprattutto negli ultimi tempi sotto l'influenza assira.

Alla vista della situazione religiosa del popolo, tenendo presenti le esigenze del libro della legge, il re rinnovò pubblicamente l'alleanza e si impegnò a osservare e far osservare i comandamenti, le testimonianze e i precetti della legge con tutto il cuore e con tutta l'anima. Tutto il popolo aderì alla decisione del re.

Mt 7. 15Guardatevi dai falsi profeti, che vengono a voi in veste di pecore, ma dentro sono lupi rapaci! 16Dai loro frutti li riconoscerete. Si raccoglie forse uva dagli spini, o fichi dai rovi? 17Così ogni albero buono produce frutti buoni e ogni albero cattivo produce frutti cattivi; 18un albero buono non può produrre frutti cattivi, né un albero cattivo produrre frutti buoni. 19Ogni albero che non dà buon frutto viene tagliato e gettato nel fuoco. 20Dai loro frutti dunque li riconoscerete.

«Guarda la sua mansuetudine. Non ha detto: Puniteli, ma: non lasciatevi danneggiare da essi» (Crisostomo, Su Matteo 23,7). 

Finchè una persona è retta, non può che compiere opere rette e viceverva. Non è retta un’opera di per sé buona ma compiuta con intenti egoistici. Sono le opere buone compiute per motivi diversi dalla carità. «Se parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sarei come bronzo che rimbomba o come cimbalo che strepita. E se avessi il dono della profezia, se conoscessi tutti i misteri e avessi tutta la conoscenza, se possedessi tanta fede da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, non sarei nulla. E se anche dessi in cibo tutti i miei beni e consegnassi il mio corpo per averne vanto, ma non avessi la carità, a nulla mi servirebbe» (1 Cor 13,1-3). Il Signore può servirsi anche di azioni falsamente rette, ma chi le compie non viebe approvato da Dio: «Alcuni predicano Cristo anche per invidia e spirito di contesa, ma altri con buoni sentimenti. Questi lo fanno per amore; quelli invece predicano Cristo con spirito di rivalità, con intenzioni non rette. Ma questo che importa? Purché in ogni maniera, per convenienza o per sincerità, Cristo venga annunciato» (Fil 1,15-18). 

Spesso gli uomini cambiano, in meglio ma anche in peggio. Così chi ha prodotto frutti buoni, può, in un altro momento, produrre frutti cattivi e viceversa. 

Giovedi 12

2 Re 24. 8Quando divenne re, Ioiachìn aveva diciotto anni; regnò tre mesi a Gerusalemme. Sua madre era di Gerusalemme e si chiamava Necustà, figlia di Elnatàn. 9Fece ciò che è male agli occhi del Signore, come aveva fatto suo padre. 10In quel tempo gli ufficiali di Nabucodònosor, re di Babilonia, salirono a Gerusalemme e la città fu assediata. 11Nabucodònosor, re di Babilonia, giunse presso la città mentre i suoi ufficiali l’assediavano. 12Ioiachìn, re di Giuda, uscì incontro al re di Babilonia, con sua madre, i suoi ministri, i suoi comandanti e i suoi cortigiani; il re di Babilonia lo fece prigioniero nell’anno ottavo del suo regno. 13Asportò di là tutti i tesori del tempio del Signore e i tesori della reggia; fece a pezzi tutti gli oggetti d’oro che Salomone, re d’Israele, aveva fatto nel tempio del Signore, come aveva detto il Signore. 14Deportò tutta Gerusalemme, cioè tutti i comandanti, tutti i combattenti, in numero di diecimila esuli, tutti i falegnami e i fabbri; non rimase che la gente povera della terra. 15Deportò a Babilonia Ioiachìn; inoltre portò in esilio da Gerusalemme a Babilonia la madre del re, le mogli del re, i suoi cortigiani e i nobili del paese. 16Inoltre tutti gli uomini di valore, in numero di settemila, i falegnami e i fabbri, in numero di mille, e tutti gli uomini validi alla guerra, il re di Babilonia li condusse in esilio a Babilonia. 17Il re di Babilonia nominò re, al posto di Ioiachìn, Mattania suo zio, cambiandogli il nome in Sedecìa.

Nell'anno 605, fu incoronato Nabucodonosor, l'anima dell'impero neobabilonese. Il Medio Oriente cambiava padrone: agli assiri succedevano i babilonesi. L'Egitto non vedeva di buon occhio la piega che avevano presa gli avvenimenti, e organizzò una spedizione, capeggiata dal faraone Necao, con lo scopo di appoggiare l'Assiria e aiutarla a frenare l'avanzata babilonese. Necao però fu battuto da Nabucodonosor a Karkemish, dove si erano radunati i resti dell'esercito assiro; e l'esercito egiziano fu costretto a ripiegare verso le sue terre.

Tuttavia, la politica egiziana continuò a cospirare contro Babilonia e tesseva intrighi con i reucci della fascia siro-palestinese, per guadagnarli alla sua causa e costituire un fronte comune contro il grande colosso della Mesopotamia. Entrò in questo gioco anche il piccolo regno di Giuda.

Nabucodonosor organizzò una spedizione punitiva e giunse con le sue truppe fino alle porte di Gerusalemme. In questa occasione, egli si contentò di assediare la città e di deportare la famiglia reale e il personale dirigente qualificato del regno. La prima deportazione, avvenne nell'anno 598. 

Le riflessioni teologiche su questa prima deportazione e sulla tragica fine del regno di Giuda si possono trovare nel profeta Geremia, che fu il portavoce di Dio in tutto questo tempo. Il pensiero di Geremia è in linea con la tesi deuteronomista: le deportazioni e la distruzione di Gerusalemme sono il giusto castigo che riceve un popolo impenitente. Il profeta di Anatot aveva moltiplicato i suoi inviti alla conversione, ma tutto era stato inutile; il male era ormai così inveterato e così congenito nel popolo, che Geremia perdette ogni speranza:

« Percorrete le vie di Gerusalemme, osservate bene e informatevi, cercate nelle sue piazze se trovate un uomo, uno solo che agisca giustamente e cerchi di mantenersi fedele, e io le perdonerò, dice il Signore. Anche quando esclamano: "Per la vita del Signore!" certo giurano il falso. Signore, i tuoi occhi non cercano forse la fedeltà? Tu li hai percossi, ma non mostrano dolore; li hai fiaccati, ma rifiutano di comprendere la correzione. Hanno indurito la faccia più di una rupe, non vogliono convertirsi » (Ger 5,1-3).

« Anche la cicogna nel cielo conosce i suoi tempi; la tortora, la rondinella e la gru scrutano la data del loro ritorno; il mio popolo, invece, non conosce il comando del Signore » (Ger 8,7).

La prima deportazione era il risultato finale della politica errata del re Ioiachin del quale Geremia traccia il seguente ritratto:

« Guai a chi costruisce la casa senza giustizia e il piano di sopra senza equità, che fa lavorare il suo prossimo per nulla, senza dargli la paga, e dice: "Mi costruirò una casa grande con spazioso piano di sopra", e vi apre finestre e la riveste di tavolati di cedro e la dipinge di rosso. Forse tu agisci da re, perché ostenti passione per il cedro? Forse tuo padre non mangiava e beveva? Ma egli praticava il diritto e la giustizia e tutto andava bene. Egli tutelava la causa del povero e del misero e tutto andava bene. Questo non significa infatti conoscermi? Oracolo del Signore. I tuoi occhi e il tuo cuore, invece, non badano che al tuo interesse, a spargere sangue innocente, a commettere violenza e angherie » (Ger 22,13-17).

21Non chiunque mi dice: “Signore, Signore”, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli. 22In quel giorno molti mi diranno: “Signore, Signore, non abbiamo forse profetato nel tuo nome? E nel tuo nome non abbiamo forse scacciato demòni? E nel tuo nome non abbiamo forse compiuto molti prodigi?”. 23Ma allora io dichiarerò loro: “Non vi ho mai conosciuti. Allontanatevi da me, voi che operate l’iniquità!”. 24Perciò chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica, sarà simile a un uomo saggio, che ha costruito la sua casa sulla roccia. 25Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ma essa non cadde, perché era fondata sulla roccia. 26Chiunque ascolta queste mie parole e non le mette in pratica, sarà simile a un uomo stolto, che ha costruito la sua casa sulla sabbia. 27Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa cadde e la sua rovina fu grande». 28Quando Gesù ebbe terminato questi discorsi, le folle erano stupite del suoinsegnamento: 29egli infatti insegnava loro come uno che ha autorità, e non come i loro scribi.

[Il Signore] dava la grazia con grande larghezza. Abbiamo compiuto molti miracoli. Io però dichiarerò loro in quel momento: non vi conosco. Ora pensano di essermi amici, ma allora sapranno che ho dato loro questa grazia non come ad amici. Perché ti meravigli se na concesso dei carismi a uomini che credevano in lui ma che non davano prova di una vita coerente con la fede, dal momento che si trova che abbia operato prodigi anche in coloro che non possedevano entrambi i requisiti [che non avevano né la fede, né le opere]? Infatti Balaam era lontano dalla fede e anche da un eccellente sistema di vita, ma tuttavia la grazia operò in lui per provvidenza verso altri. Quando la predicazione [del Vangelo] era agli inizi e occorreva che ci fosse una grande dimostrazione della sua potenza, ricevevano doni anche molti indegni. Tuttavia però essi non ebbero alcun vantaggio da questi miracoli, ma anzi vengono puniti maggiormente. Perciò pronunciò nei loro confronti quella terribile espressione: non vi ho mai conosciuti. Già da questa vita detesta molti e si ritrae da essi prima del giudizio. Abbiamo molta cura della nostra vita non pensiamo di averne meno perché ora non facciamo miracoli. Non ne avremo alcun vantaggio, come del resto non ce ne viene niente di meno per il fatto di non compierli, se pratichiamo ogni virtù. Dei miracoli in effetti siamo debitori a Dio mentre abbiamo Dio debitore della nostra vita e delle nostre opere» (Crisostomo, Su Matteo 24,2).

«Chiama pioggia, fiumi, venti in senso metaforico le sventure e le disgrazie umane, quali le calunnie, le insidie, le afflizioni, le morti, la perdita dei propri beni, le ingiurie altrui, tutto ciò che si potrebbe indicare come mali nella vita. Ma un'anima simile non cede di fronte a nulla, e il motivo è che è fondata sopra la roccia. Chiama Roccia la sicurezza del suo insegnamento, perché i suoi precetti sono più forti della roccia, quanto innalzano al di sopra di tutte le tempeste umane. Chi li osserva accuratamente, non soltanto sarà superiore alle ingiurie degli uomini, ma anche agli stessi demoni che tramano insidie contro di lui» (ivi).

Venerdi 12

2 Re 25. 1Nell’anno nono del suo regno, nel decimo mese, il dieci del mese, Nabucodònosor, re di Babilonia, con tutto il suo esercito arrivò a Gerusalemme, si accampò contro di essa e vi costruirono intorno opere d'assedio. 2La città rimase assediata fino all’undicesimo anno del re Sedecìa. 3Al quarto mese, il nove del mese, quando la fame dominava la città e non c’era più pane per il popolo della terra, 4fu aperta una breccia nella città. Allora tutti i soldati fuggirono di notte per la via della porta tra le due mura, presso il giardino del re, e, mentre i Caldei erano intorno alla città, presero la via dell'Araba. 5I soldati dei Caldei inseguirono il re e lo raggiunsero nelle steppe di Gerico, mentre tutto il suo esercito si disperse, allontanandosi da lui. 6Presero il re e lo condussero dal re di Babilonia a Ribla; si pronunciò la sentenza su di lui. 7I figli di Sedecìa furono ammazzati davanti ai suoi occhi; Nabucodònosor fece cavare gli occhi a Sedecìa, lo fece mettere in catene e lo condusse a Babilonia. 8Il settimo giorno del quinto mese – era l’anno diciannovesimo del re Nabucodònosor, re di Babilonia – Nabuzaradàn, capo delle guardie, ufficiale del re di Babilonia, entrò in Gerusalemme. 9Egli incendiò il tempio del Signore e la reggia e tutte le case di Gerusalemme; diede alle fiamme anche tutte le case dei nobili. 10Tutto l’esercito dei Caldei, che era con il capo delle guardie, demolì le mura intorno a Gerusalemme. 11Nabuzaradàn, capo delle guardie, deportò il resto del popolo che era rimasto in città, i disertori che erano passati al re di Babilonia e il resto della moltitudine. 12 Il capo delle guardie lasciò parte dei poveri della terra come vignaioli e come agricoltori. 

Prima, il regno del nord (722), e ora, quello del sud (587) scompaiono; e, con la scomparsa della monarchia, il popolo eletto perdette definitivamente la sua indipendenza, se si eccettua la breve parentesi degli asmonei. Alla dominazione babilonese successe quella persiana, alla persiana quella greca e a quella greca, la romana.

La distruzione di Gerusalemme fu una dura prova per il popolo eletto. Crollarono la dinastia davidica e il tempio insieme con le istituzioni politiche e religiose, sulle quali si appoggiava la vita del popolo. La fine di una tappa, e i segni dei tempi, sono ora rivolti verso una tappa nuova; ma, fra l'una e l'altra, vi sono gli anni dell'esilio che porta con sé i dolori e le sofferenze proprie di ogni periodo di gestazione.

Le personalità incaricate di gestire quali protagonisti la transizione sono tre profeti: Geremia, Ezechiele e il secondo Isaia. In tutti e tre la parola più caratteristica è l'aggettivo « nuovo »: nuova alleanza, nuovo esodo, nuovo Mosè, nuova terra, nuovo tempio, ecc. Geremia è il primo che comincia a parlare d'un'alleanza non scritta su tavole di pietra, ma nel fondo del cuore. 

Mt 8. 1Scese dal monte e molta folla lo seguì. 2Ed ecco, si avvicinò un lebbroso, si prostrò davanti a lui e disse: «Signore, se vuoi, puoi purificarmi». 3Tese la mano e lo toccò dicendo: «Lo voglio: sii purificato!». E subito la sua lebbra fu guarita. 4Poi Gesù gli disse: «Guàrdati bene dal dirlo a qualcuno; va’ invece a mostrarti al sacerdote e presenta l’offerta prescritta da Mosè come testimonianza per loro».

Alla conclusione del suo primo grande discorso, Gesù scende dalla montagna e la gente, stupita del suo insegnamento — non comparabile per autorità a quello degli scribi e dei farisei (Mt 7,28-29) — si mette a seguirlo. Il primo miracolo di Gesù, rivela la sua attività messianica che annuncia il regno e guarisce gli ammalati (cfr Mt 4,23-25).

Il primo vangelo è attento a descriverne l'atteggiamento di fiducia incondizionata verso Gesù. Egli si avvicina e si prostra davanti a lui, con un atto d'adorazione da rendersi esclusivamente a Dio (Mt 4,9.10). 

La richiesta del lebbroso, mette ancor di più in rilievo la sua fiducia in Gesù, capace di mutare una situazione disperata. La lebbra, che ha una particolare rilevanza in tutta la tradizione biblica, implica sia un risvolto sociale — il malato veniva isolato ed estromesso dai normali rapporti con gli altri—, sia un significato religioso, quale punizione di Dio.

La risposta di Gesù è accompagnata da un gesto, « stesa la mano ». Non si tratta di un rito magico, né tantomeno si vuol mettere in luce la trasgressione della legge che vieta il contatto con i lebbrosi. Piuttosto esso evoca l'azione potente di Dio impegnato nella liberazione dell'uomo (Es 7,5). La costatazione del miracolo, mette in rilievo l'immediata efficacia della parola di Gesù. 

Sebbene l'imposizione del silenzio non assuma lo stesso valore che ha nel vangelo di Marco, essa qui è tesa a prevenire qualsiasi tipo di fraintendimento. Gesù non può essere identificato con un qualunque taumaturgo o guaritore, ma egli è il « Signore » e solo come tale può venire in soccorso dei bisognosi.

Gesù inoltre esorta il lebbroso a presentarsi dal sacerdote, adempiendo così alla prescrizione biblica secondo la quale chi si trova guarito dalla lebbra deve sottoporsi ad una prassi rituale (Lv 14,3-19) prima di venir dichiarato mondo dal sacerdote (Lv 14,20). L'espressione conclusiva, « in testimonianza per loro », è un invito rivolto ai capi per la loro conversione. 

Sabato 12

Lm 2. 2Il Signore ha distrutto senza pietà tutti i pascoli di Giacobbe; ha abbattuto nella sua ira le fortezze della figlia di Giuda, ha prostrato a terra, ha profanato il suo regno e i suoi capi. 10Siedono a terra in silenzio gli anziani della figlia di Sion, hanno cosparso di cenere il capo, si sono cinti di sacco; curvano a terra il capo le vergini di Gerusalemme. 11Si sono consunti per le lacrime i miei occhi, le mie viscere sono sconvolte; si riversa per terra la mia bile per la rovina della figlia del mio popolo, mentre viene meno il bambino e il lattante nelle piazze della città. 12Alle loro madri dicevano: «Dove sono il grano e il vino?». Intanto venivano meno come feriti nelle piazze della città; esalavano il loro respiro in grembo alle loro madri. 13A che cosa ti assimilerò? A che cosa ti paragonerò, figlia di Gerusalemme? A che cosa ti eguaglierò per consolarti, vergine figlia di Sion? Poiché è grande come il mare la tua rovina: chi potrà guarirti? 14I tuoi profeti hanno avuto per te visioni di cose vane e insulse, non hanno svelato la tua colpa per cambiare la tua sorte; ma ti hanno vaticinato lusinghe, vanità e illusioni 18Grida dal tuo cuore al Signore, gemi, figlia di Sion; fa’ scorrere come torrente le tue lacrime, giorno e notte! Non darti pace, non abbia tregua la pupilla del tuo occhio! 19Àlzati, grida nella notte, quando cominciano i turni di sentinella, effondi come acqua il tuo cuore, davanti al volto del Signore; alza verso di lui le mani per la vita dei tuoi bambini, che muoiono di fame all’angolo di ogni strada. 


Mt 8. 5Entrato in Cafàrnao, gli venne incontro un centurione che lo scongiurava e diceva: 6«Signore, il mio servo è in casa, a letto, paralizzato e soffre terribilmente». 7Gli disse: «Verrò e lo guarirò». 8Ma il centurione rispose: «Signore, io non sono degno che tu entri sotto il mio tetto, ma di’ soltanto una parola e il mio servo sarà guarito. 9Pur essendo anch’io un subalterno, ho dei soldati sotto di me e dico a uno: “Va’!”, ed egli va; e a un altro: “Vieni!”, ed egli viene; e al mio servo: “Fa’ questo!”, ed egli lo fa». 10Ascoltandolo, Gesù si meravigliò e disse a quelli che lo seguivano: «In verità io vi dico, in Israele non ho trovato nessuno con una fede così grande! 11Ora io vi dico che molti verranno dall’oriente e dall’occidente e siederanno a mensa con Abramo, Isacco e Giacobbe nel regno dei cieli, 12mentre i figli del regno saranno cacciati fuori, nelle tenebre, dove sarà pianto e stridore di denti». 13E Gesù disse al centurione: «Va’, avvenga per te come hai creduto». In quell’istante il suo servo fu guarito. 14Entrato nella casa di Pietro, Gesù vide la suocera di lui che era a letto con la febbre. 15Le toccò la mano e la febbre la lasciò; poi ella si alzò e lo serviva. 16Venuta la sera, gli portarono molti indemoniati ed egli scacciò gli spiriti con la parola e guarì tutti i malati, 17perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta Isaia: Egli ha preso le nostre infermità e si è caricato delle malattie.  

Il centurione (un pagano a servizio di Erode), addolorato per la malattia dolorosa di un servo, chiede a Gesù la guarigione, con grande fiducia nella sua misericordia. Questi risponde: dovrò venire io a guarirlo? Il centurione non pretende questo perché di fronte alla grandezza del Maestro si sente immeritevole tuttavia mostra di nutrire grande fiducia sulla potenza della sua parola, potente nell’insegnamento e nell’agire benefico. Gesù rimane meravigliato della fede umile d’un pagano nei suoi confronti, superiore a quella degli stessi Israeliti. La fede è la condizione primaria per ricevere i doni di Dio. Il centurione anticipa la situazione che accadrà dopo la Pasqua quando i pagani entreranno in massa nella Chiesa. Gli ebrei increduli nei confronti del Vangelo vengono tagliati dall’ulivo santo di Israele ma rimangano nelle mani del Signore che cercherà di innestarli di nuovo. 

La suocera di Pietro viene soccorsa in modo spontaneo ed inmmediato da Gesù, senza che egli venisse richiesto d’un intervento guaritore. Diventa immagine dei futuri credenti che, guariti dalla fede nel Risorto, si pongono a servizio dei fratelli. La caratteristica di Gesù è la solidarietà profonda verso gli uomini sofferenti.