sabato 30 maggio 2026

Solennità della Santissima Trinità

 

Es 34. Mosè si alzò di buon mattino e salì sul monte Sinai, come il Signore gli aveva comandato, con le due tavole di pietra in mano. 5Allora il Signore scese nella nube, si fermò là presso di lui e proclamò il nome del Signore. 6Il Signore passò davanti a lui, proclamando: «Il Signore, il Signore, Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di amore e di fedeltà, 7che conserva il suo amore per mille generazioni, che perdona la colpa, la trasgressione e il peccato, ma non lascia senza punizione, che castiga la colpa dei padri nei figli e nei figli dei figli fino alla terza e alla quarta generazione». 8Mosè si curvò in fretta fino a terra e si prostrò. 9Disse: «Se ho trovato grazia ai tuoi occhi, Signore, che il Signore cammini in mezzo a noi. Sì, è un popolo di dura cervice, ma tu perdona la nostra colpa e il nostro peccato: fa’ di noi la tua eredità». 

Il passo, riportando una seconda stipula dell’Alleanza, in realtà vuole illustrare la situazione di Israele nel futuro. Come continua questo popolo ad essere il popolo dell'Alleanza lontano dal Sinai, lontano dalla presenza di Dio sul monte, e con un atteggiamento che porta il dubbio sulla stessa fede e un comportamento che comporta infedeltà alla Legge? È questa la domanda che il popolo intero si pone nel corso dei tempi. La risposta è nella possibilità che l’Alleanza rinasca, senza che possano essere di ostacolo il luogo, le tavole spezzate, la stessa situazione reale del popolo. Il luogo della presenza di Dio non è solo il Sinai, ma il Santuario; le tavole possono essere scritte un'altra volta; il vero luogo dell'Alleanza è nella Misericordia di Dio, che si manifesta in qualsiasi situazione, e nell'uomo che lo cerca portando con sé la sua situazione concreta. Dio sarà sempre il mistero inaccessibile e il popolo sarà sempre molto lontano da lui; ma Dio si avvicina in qualsiasi luogo e condizione per mezzo degli uomini di Dio, i carismatici, i profeti, i santi. Essi pronunciano il nome del Signore sul popolo e col nome lo rendono presente senza bisogno di una spettacolare teofania nella tempesta o nel fuoco. Il Mosè che sale sul monte o che entra nella tenda rappresenta tutti i mediatori futuri. Dio non può essere visto direttamente dall'uomo, ma passa vicino a lui liberando i suoi attributi di compassione, misericordia, clemenza e lealtà, come colui che perdona il peccato ed esige giustizia, che si manifesta nella punizione e nella grazia. L'uomo si riconoscerà sempre peccatore poiché non arriverà mai a praticare nel modo dovuto il precetto fondamentale dell'Alleanza, ma, allo stesso tempo, si sentirà sempre chiamato a tornare all'alleanza che si rinnova incessantemente quando si rinnova l'atteggiamento penitenziale dell'uomo. 

2 Cor 13. Siate gioiosi, tendete alla perfezione, fatevi coraggio a vicenda, abbiate gli stessi sentimenti, vivete in pace e il Dio dell’amore e della pace sarà con voi. 12Salutatevi a vicenda con il bacio santo. Tutti i santi vi salutano. 13La grazia del Signore Gesù Cristo, l’amore di Dio e la comunione dello Spirito Santo siano con tutti voi.

«Voi, figli di Sion, rallegratevi, gioite nel Signore, vostro Dio» (Gl 2,23). «Siate sempre lieti nel Signore, ve lo ripeto: siate lieti» (Fil 4,4). «Siate sempre lieti, pregate ininterrottamente, in ogni cosa rendete grazie: questa infatti è volontà di Dio in Cristo Gesù verso di voi» (1 Ts 5,16-18). 

«Abbiate in voi gli stessi sentimenti di Cristo Gesù» (Fil 2,5). «Buona cosa è il sale; ma se il sale diventa insipido, con che cosa gli darete sapore? Abbiate sale in voi stessi e siate in pace gli uni con gli altri» (Mc 9,50). «Il Dio della pace sia con tutti voi» (Rm 15,33). «Vi preghiamo, fratelli, di avere riguardo per quelli che faticano tra voi, che vi fanno da guida nel Signore e vi ammoniscono; trattateli con molto rispetto e amore, a motivo del loro lavoro. Vivete in pace tra voi. Vi esortiamo, fratelli: ammonite chi è indisciplinato, fate coraggio a chi è scoraggiato, sostenete chi è debole, siate magnanimi con tutti. Badate che nessuno renda male per male ad alcuno, ma cercate sempre il bene tra voi e con tutti» (1 Ts 5,12-15). 

«Vi salutano tutti i fratelli. Salutatevi a vicenda con il bacio santo» (1 Cor 16,20).

Gv 3. 16Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. 17Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. 18Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio. Solennità del Corpo e Sangue del Signore. 

Gesù è una dimostrazione in atto dell’amore di Dio per gli uomini. Non è venuto per condannare ma per salvare ma c’è il rischio che l’uomo si condanni da sé rigettando la salvezza che gli è stata e gli è offerta. Secondo la mentalità giudaica, il giudizio avverrà alla fine dei tempi per l’intera umanità. Questo è sostenuto anche dai Vangeli Sinottici e dallo stesso Giovanni. Tuttavia il quarto Vangelo offre una particolarità: l’avvenimento futuro del giudizio è anticipato al momento presente. Il criterio fondamentale del giudizio attuale sta nella fede. Chi non crede è già condannato, appunto per non aver creduto nel Figlio di Dio, inviato da lui come mssima prova del suo amore. Il passo mette in rilievo il valore della fede, qui ed ora. Il giudizio è già cominciato: si sta svolgendo attraverso la decisione umana. 

Domenica 9 T.O.

Dt 11. 18Porrete dunque nel cuore e nell’anima queste mie parole; ve le legherete alla mano come un segno e le terrete come un pendaglio tra gli occhi; 26Vedete, io pongo oggi davanti a voi benedizione e maledizione: 27la benedizione, se obbedirete ai comandi del Signore, vostro Dio, che oggi vi do; 28la maledizione, se non obbedirete ai comandi del Signore, vostro Dio, e se vi allontanerete dalla via che oggi vi prescrivo, per seguire dèi stranieri, che voi non avete conosciuto. 32Avrete cura di mettere in pratica tutte le leggi e le norme che oggi io pongo dinanzi a voi. 

«Questi precetti che oggi ti dò, ti stiano fissi nel cuore; li ripeterai ai tuoi figli, ne parlerai quando sarai seduto in casa tua, quando camminerai per via, quando ti coricherai e quando ti alzerai. Te li legherai alla mano come un segno, ti saranno come un pendaglio tra gli occhi e li scriverai sugli stipiti della tua casa e sulle tue porte» (Dt 6,6-9). «Conservo nel cuore le tue parole per non offenderti con il peccato. Benedetto sei tu, Signore; mostrami il tuo volere. Con le mie labbra ho enumeratotutti i giudizi della tua bocca. Nel seguire i tuoi ordini è la mia gioia più che in ogni altro bene. Voglio meditare i tuoi comandamenti, considerare le tue vie. Nella tua volontà è la mia gioia; mai dimenticherò la tua parola» (Sal 119,11-16). «Questa sarà l'alleanza che io concluderò con la casa di Israele dopo quei giorni, dice il Signore: Porrò la mia legge nel loro animo, la scriverò sul loro cuore» (Ger 31,33). «Ciò che era impossibile alla legge, perché la carne la rendeva impotente, Dio lo ha reso possibile: mandando il proprio Figlio in una carne simile a quella del peccato e in vista del peccato, egli ha condannato il peccato nella carne, perché la giustizia della legge si adempisse in noi, che non camminiamo secondo la carne ma secondo lo Spirito» (Rm 8,3-4).

Rm 3. 21Ora invece, indipendentemente dalla Legge, si è manifestata la giustizia di Dio, testimoniata dalla Legge e dai Profeti: 22giustizia di Dio per mezzo della fede in Gesù Cristo, per tutti quelli che credono. Infatti non c’è differenza, 23perché tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio, 24ma sono giustificati gratuitamente per la sua grazia, per mezzo della redenzione che è in Cristo Gesù. 25È lui che Dio ha stabilito apertamente come strumento di espiazione, per mezzo della fede, nel suo sangue. 28Noi riteniamo infatti che l’uomo è giustificato per la fede, indipendentemente dalle opere della Legge. 

“Ora, invece”: la positività del nuovo corso non dipende da ciò che hanno fatto gli uomini in meglio, ma da ciò che ha fatto Dio Padre, per mezzo di Gesù. Ora si è manifestata la giustizia di Dio, ossia la sua fedeltà e la missione del Figlio è l’evento decisivo nella storia. «Fu quando eravamo nella disperazione, quando era giunto il momento del giudizio, quando il male si era aggravato e la misura dei peccati era colma, che Dio scatenò la sua potenza per insegnarci quanto abbondantemente abbondi in lui la giustizia. Se questo fosse accaduto all'inizio, sarebbe sembrato meno prodigioso di ora, dove tutti i rimedi si sono dimostrati impotenti… Egli venne ora affinché non si dicesse, come sarebbe stato se fosse venuto fin dall'inizio, che si sarebbe potuto essere salvati per mezzo della legge attraverso i propri sforzi e meriti. Indugiò a lungo, per salvare con la sua grazia quando fu chiaramente e ampiamente dimostrato che gli uomini non possono essere autosufficienti» (CLR 7,3). 

Gli uomini non mostrano più la gloria di Dio, perché hanno perduto l’innocenza (3,23). Chi non glorifica Dio, non spegne la gloria di Dio ma la propria. Tuttavia ora il perdono viene dato in modo gratuito (3,27). Grazie alla santità di Gesù, un uomo tra gli uomini, l’umanità può intraprendere un nuovo cammino. Per l’obbedienza di uno solo, tutti sono costituiti giusti (Cf. 5,19). Gesù, obbedendo al Padre fino ad affrontare la morte in croce, dissolve tutto il cumulo dei peccati degli uomini. Egli viene elevato da Dio e posto allo sguardo di tutti perché è il segno del perdono divino per tutti gli uomini (3,25). I destinatari della grazia di Dio sono tutti gli uomini, nessuno escluso. L’unica cosa che viene richiesta è quella di credere in questo dono e affidarsi a Dio. 

Mt 7. 21Non chiunque mi dice: “Signore, Signore”, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli. 22In quel giorno molti mi diranno: “Signore, Signore, non abbiamo forse profetato nel tuo nome? E nel tuo nome non abbiamo forse scacciato demòni? E nel tuo nome non abbiamo forse compiuto molti prodigi?”. 23Ma allora io dichiarerò loro: “Non vi ho mai conosciuti. Allontanatevi da me, voi che operate l’iniquità!”. 24Perciò chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica, sarà simile a un uomo saggio, che ha costruito la sua casa sulla roccia. 25Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ma essa non cadde, perché era fondata sulla roccia. 26Chiunque ascolta queste mie parole e non le mette in pratica, sarà simile a un uomo stolto, che ha costruito la sua casa sulla sabbia. 27Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa cadde e la sua rovina fu grande».

Gesù critica una fede fatta solo di parole, gesti di culto o emozioni. Anche attività religiose importanti (“abbiamo profetato…”) non garantiscono una relazione autentica con Dio perché ciò che Egli vuole è l’obbedienza concreta alla sua volontà. 

Le parole che Gesù dice qui sono pronunciate nella sua qualità di giudice. Chi lo confessa come Signore deve essere coerente e agire come servo, accettando e compiendo la volontà del suo Signore. Signore è servo sono parole e concetti correlativi, si implicano a vicenda, col conseguente riconoscimento della dignità e dell'autorità del Signore da una parte, e della situazione del servo dei suoi obblighi dall'altra. «Chi compie la volontà di Dio, costui è mio fratello, sorella e madre» (Mc 3,35). «Non conformatevi alla mentalità di questo secolo, ma trasformatevi rinnovando la vostra mente, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buno, a lui gradito e perfetto» (Rm 12,2). «Siate di quelli che mettono in pratica la parola e non soltanto ascoltatori, illudendo voi stessi. Perché se uno ascolta soltanto e non mette in pratica la parola, somiglia a un uomo che osserva il proprio volto in uno specchio: appena s'è osservato, se ne va, e subito dimentica com'era. Chi invece fissa lo sguardo sulla legge perfetta, la legge della libertà, e le resta fedele, non come un ascoltatore smemorato ma come uno che la mette in pratica, questi troverà la sua felicità nel praticarla» (Gc 1,22-25). 

L’immagine della casa richiama la vita intera della persona. La roccia non è semplicemente “ascoltare Gesù”, ma ascoltarlo e agire. La pioggia, i fiumi e i venti rappresentano le prove della vita, le crisi, le tentazioni, e sopratutto il giudizio finale. Chi fonda la vita su Cristo e sulla sua parola può attraversare tutto questo senza crollare. La sabbia è tutto ciò che appare stabile ma non lo è: entusiasmo momentaneo, successo, sicurezza umana, ascolto senza conversione. La casa può sembrare bella anche sulla sabbia; il problema emerge nella tempesta. Gesù invita quindi a verificare il fondamento della propria vita, non soltanto l’aspetto esteriore.

Lunedi 9

2Pt 1,2-7 Carissimi, grazia e pace siano concesse a voi in abbondanza mediante la conoscenza di Dio e di Gesù Signore nostro. La sua potenza divina ci ha donato tutto quello che è necessario per una vita vissuta santamente, grazie alla conoscenza di colui che ci ha chiamati con la sua potenza e gloria. Con questo egli ci ha donato i beni grandissimi e preziosi a noi promessi, affinché per loro mezzo diventiate partecipi della natura divina, sfuggendo alla corruzione, che è nel mondo a causa della concupiscenza. Per questo mettete ogni impegno per aggiungere alla vostra fede la virtù, alla virtù la conoscenza, alla conoscenza la temperanza, alla temperanza la pazienza, alla pazienza la pietà, alla pietà l’amore fraterno, all’amore fraterno la carità.

Esortazione alla crescita spirituale. Pietro collega la fede alla trasformazione concreta della vita. Augura “grazia e pace” che vengono dalla conoscenza di Dio e di Gesù Cristo. Non si tratta solo di sapere intellettuale, ma di una relazione viva con Cristo. Dio, con la sua potenza, ha già donato ai credenti tutto ciò che serve per la vita e la pietà. La salvezza quindi non nasce dallo sforzo umano, ma dall’iniziativa divina. I beni preziosi e grandissimi permettono ai credenti di diventare “partecipi della natura divina: significa condividere la vita di Dio, liberandosi dalla corruzione causata dal peccato e dai desideri egoistici. 

La fede deve crescere attraverso una serie di virtù. La fede autentica produce una trasformazione concreta della persona. Il testo mette insieme due aspetti: il dono di Dio (tutto parte dalla grazia) e la responsabilità del credente. Il cristiano deve collaborare con questo dono crescendo nelle virtù. La vita cristiana è un processo dinamico di partecipazione alla vita divina e di maturazione nell’amore.

Mc 12. In quel tempo, Gesù si mise a parlare con parabole [ai capi dei sacerdoti, agli scribi e agli anziani]: «Un uomo piantò una vigna, la circondò con una siepe, scavò una buca per il torchio e costruì una torre. La diede in affitto a dei contadini e se ne andò lontano. Al momento opportuno mandò un servo dai contadini a ritirare da loro la sua parte del raccolto della vigna. Ma essi lo presero, lo bastonarono e lo mandarono via a mani vuote. Mandò loro di nuovo un altro servo: anche quello lo picchiarono sulla testa e lo insultarono. Ne mandò un altro, e questo lo uccisero; poi molti altri: alcuni li bastonarono, altri li uccisero. Ne aveva ancora uno, un figlio amato; lo inviò loro per ultimo, dicendo: “Avranno rispetto per mio figlio!”. Ma quei contadini dissero tra loro: “Costui è l’erede. Su, uccidiamolo e l’eredità sarà nostra!”. Lo presero, lo uccisero e lo gettarono fuori della vigna. Che cosa farà dunque il padrone della vigna? Verrà e farà morire i contadini e darà la vigna ad altri. Non avete letto questa Scrittura: “La pietra che i costruttori hanno scartato è diventata la pietra d’angolo; questo è stato fatto dal Signore ed è una meraviglia ai nostri occhi”?». E cercavano di catturarlo, ma ebbero paura della folla; avevano capito infatti che aveva detto quella parabola contro di loro. Lo lasciarono e se ne andarono."

 Gesù avverte i capi del popolo che stanno incorrendo nella condanna divina perché si oppongono alla sua predicazione, al punto da prospettare la sua espulsione dal popolo di Dio come fosse un corruttore della vera fede. Anzi stanno espellendo dalla vigna/popolo e perfino uccidendo, lo stesso Figlio di Dio. Così facendo, imitano il comportamento dei loro padri che si erano opposti ai profeti, avevano maltrattato e perfino eliminato gli inviati di Dio. Egli interverrà ad onorare il Figlio, rifiutato da loro come pietra scartata e affidare ad altri ministri la cura del suo popolo, in altre modalità. Agli avvertimenti di Gesù, i capi reagiscono consolidando la loro opposizione. 

Più in generale, siamo noi stessi la vigna piantata dal Signore e produrre frutto corrisponde al nostro impulso naturale. «Io vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto…» «Prego che la vostra carità cresca sempre più…, [e siate] ricolmi di quel frutto di giustizia che si ottiene per mezzo di Gesù Cristo» (Fil 1,9-10). 

Un padrone pianta una vigna per goderne i frutti, in vista, quindi, del suo vantaggio e per questo pone molta cura nel coltivarla. Per quanto riguarda il Signore, ciò che egli pianta e ciò che cura, viene a nostro vantaggio. Egli, bontà che vuole effondersi fuori da sé e diffondersi nella sua ceatura, mira soltanto a noi e al nostro bene. Il frutto che Egli ricerca non è per Lui ma per noi. 

Israele era una vigna piantata da Dio perché desse frutti. A goderne sarebbero stati gli Israeliti stessi. Dio riprende ciò che è suo quando noi siamo salvi. Desiderava che il popolo producesse uva ma più volte rimase deluso: «Io ti avevo piantato come vigna scelta, tutta di vitigni genuini; ora, come mai ti sei mutata in tralci degeneri di vigna bastarda? Anche se ti lavassi con la soda e usassi molta potassa, davanti a me resterebbe la macchia della tua iniquità. Oracolo del Signore» (Ger 2,21-22). 

Infine donò il suo stesso Figlio, incomparabile rispetto a tutti gli altri inviati. Se lo avessero accolto (e se noi lo accogliamo), in lui avrebbero portato frutto abbondante, perché solo rimanendo in lui si diventa fruttiferi, ma senza di lui, non pruduciamo nulla. 

Martedi 9

2 Pt 3. 11Quale deve essere la vostra vita nella santità della condotta e nelle preghiere, 12mentre aspettate e affrettate la venuta del giorno di Dio, nel quale i cieli in fiamme si dissolveranno e gli elementi incendiati fonderanno! 13Noi infatti, secondo la sua promessa, aspettiamo nuovi cieli e una terra nuova, nei quali abita la giustizia. 14Perciò, carissimi, nell’attesa di questi eventi, fate di tutto perché Dio vi trovi in pace, senza colpa e senza macchia. 15La magnanimità del Signore nostro consideratela come salvezza. 17Voi dunque, carissimi, siete stati avvertiti: state bene attenti a non venir meno nella vostra fermezza, travolti anche voi dall’errore dei malvagi. 18Crescete invece nella grazia e nella conoscenza del Signore nostro e salvatore Gesù Cristo. A lui la gloria, ora e nel giorno dell’eternità. Amen.

Parlando del “giorno del Signore”, l’autore non vuole suscitare paura sterile, ma responsabilità e speranza. Se tutto passa, come bisogna vivere? I cieli e la terra attuali sono destinati a essere trasformati. Non è descrizione scientifica della fine del mondo, ma l’uso di un linguaggio apocalittico tipico della Bibbia: il mondo segnato dal male non avrà l’ultima parola. La promessa è: “Noi aspettiamo nuovi cieli e una terra nuova, nei quali abita la giustizia”. Dio non distrugge per annientare, ma per rinnovare. La meta della storia è una creazione riconciliata, dove la giustizia non sarà episodica ma “abiterà” stabilmente (Is 65,17; Ap 21). 

La domanda iniziale è decisiva: “Quale deve essere la vostra vita nella santità della condotta e nelle preghiere?” L’attesa cristiana non è evasione dal presente ma la consapevolezza che la storia ha un compimento cambia il modo di vivere adesso. C’è anche un invito pressante: i credenti sono invitati ad “affrettare” la venuta del giorno di Dio cioè a collaborare al progetto di Dio attraverso una vita santa e giusta. 

Riguardo al ritardo della venuta del Signore, alcuni probabilmente ironizzavano: “Dov’è la sua venuta?” L’autore risponde che il ritardo non è assenza, ma misericordia. Dio attende perché vuole dare spazio alla conversione perché il tempo presente è tempo di grazia. Questo cambia il modo di leggere la storia: non come abbandono di Dio, ma come pazienza divina. Il testo si chiude con due movimenti complementari: “state in guardia”; “crescete nella grazia e nella conoscenza”. La vita cristiana non è immobilità ma crescita continua. La conclusione doxologica (“A lui la gloria…”) riporta tutto a Gesù Cristo: la storia, la speranza e la vita morale hanno in lui il loro centro. 

Mc 12. 13Mandarono da lui alcuni farisei ed erodiani, per coglierlo in fallo nel discorso. 14Vennero e gli dissero: «Maestro, sappiamo che sei veritiero e non hai soggezione di alcuno, perché non guardi in faccia a nessuno, ma insegni la via di Dio secondo verità. È lecito o no pagare il tributo a Cesare? Lo dobbiamo dare, o no?». 15Ma egli, conoscendo la loro ipocrisia, disse loro: «Perché volete mettermi alla prova? Portatemi un denaro: voglio vederlo». 16Ed essi glielo portarono. Allora disse loro: «Questa immagine e l’iscrizione, di chi sono?». Gli risposero: «Di Cesare». 17Gesù disse loro: «Quello che è di Cesare rendetelo a Cesare, e quello che è di Dio, a Dio». E rimasero ammirati di lui. 

Gesù non entra direttamente nella questione della legittimità o meno della dominazione romana. C’è una questione che gli sta a cuore più di tutte: è necessario attribuire a Dio il primo posto nella vita personale e collettiva. Gesù riconosce che lo Stato, nel suo ambito, può reclamare ciò che gli spetta e quindi bisogna rendere a Cesare ciò che gli appartiene ma, subito dopo, aggiunge che lo Stato non può ergersi come bene assoluto e totale perché ogni potere politico non può arrogarsi i diritti che sono propri soltanto di Dio. «State sottomessi ad ogni istituzione umana per amore del Signore: sia al re come sovrano, sia ai governatori come ai suoi inviati per punire i malfattori e premiare i buoni. Perché questa è la volontà di Dio: che, operando il bene, voi chiudiate la bocca all'ignoranza degli stolti. Comportatevi come uomini liberi, non servendovi della libertà come di un velo per coprire la malizia, ma come servitori di Dio. Onorate tutti, amate i vostri fratelli, temete Dio, onorate il re» (1 Pt 2,13-17).

Anche Paolo insegna la via di Dio secondo verità: «Noi non siamo come quei molti che mercanteggiano la parola di Dio, ma con sincerità e come mossi da Dio, noi parliamo in Cristo» (2 Cor 2,17). «Se fate distinzione di persone, commettete un peccato e siete accusati dalla legge come trasgressori» (Gc 2,9). 

Mercoledi 9

2 Tm 1. 1Paolo, apostolo di Cristo Gesù per volontà di Dio e secondo la promessa della vita che è in Cristo Gesù, 2a Timòteo, figlio carissimo: grazia, misericordia e pace da parte di Dio Padre e di Cristo Gesù Signore nostro. 3Rendo grazie a Dio che io servo, come i miei antenati, con coscienza pura, ricordandomi di te nelle mie preghiere sempre, notte e giorno. Ti ricordo di ravvivare il dono di Dio, che è in te mediante l’imposizione delle mie mani. 7Dio infatti non ci ha dato uno spirito di timidezza, ma di forza, di carità e di prudenza. 8Non vergognarti dunque di dare testimonianza al Signore nostro, né di me, che sono in carcere per lui; ma, con la forza di Dio, soffri con me per il Vangelo. 9Egli infatti ci ha salvati e ci ha chiamati con una vocazione santa, non già in base alle nostre opere, ma secondo il suo progetto e la sua grazia. Questa ci è stata data in Cristo Gesù fin dall’eternità, 10ma è stata rivelata ora, con la manifestazione del salvatore nostro Cristo Gesù. Egli ha vinto la morte e ha fatto risplendere la vita e l’incorruttibilità per mezzo del Vangelo, 11per il quale io sono stato costituito messaggero, apostolo e maestro. 12È questa la causa dei mali che soffro, ma non me ne vergogno: so infatti in chi ho posto la mia fede e sono convinto che egli è capace di custodire fino a quel giorno ciò che mi è stato affidato. 

Invoca che Timoteo possa godere realmente dei beni messianici elargiti da Dio stesso, tramite Gesù. Lo raccomanda a Lui con continuità nella preghiera la quale, secondo Paolo, è il mezzo più grande per estendere l’evangelizzazione. Per prima cosa gli raccomanda la predicazione del Vangelo che esige la virtù della fortezza. L’evangelizzatore non può incoraggiarsi da sé ma ha bisogno di ricevere tale forza dallo Spirito di Dio, ricevuto a partire dall’imposizione delle mani da parte di Paolo. «Non trascurare il dono spirituale che è in te e che ti è stato conferito, per indicazione dei profeti, con l’imposizione delle mani da parte del collegio dei presbiteri» (1 Tm 4,14). Il passo ribadisce l’evento evangelico della giustificazione per grazia: Dio non agisce in base ai nostri meriti ma precede, accompagna, eleva e posta a compimento l’azione buona degli uomini. Il Padre ha manifestato la sua grazia nell’evento di Cristo Gesù, con il quale ha illuminato tutta la storia dell’umanità e con il quale ha fatto rispendere il dono della vita eterna. 

Mc 12. 18Vennero da lui alcuni sadducei – i quali dicono che non c’è risurrezione – e lo interrogavano dicendo: 19«Maestro, Mosè ci ha lasciato scritto che, se muore il fratello di qualcuno e lascia la moglie senza figli, suo fratello prenda la moglie e dia una discendenza al proprio fratello. 20C’erano sette fratelli: il primo prese moglie, morì e non lasciò discendenza. 21Allora la prese il secondo e morì senza lasciare discendenza; e il terzo ugualmente, 22e nessuno dei sette lasciò discendenza. Alla fine, dopo tutti, morì anche la donna. 23Alla risurrezione, quando risorgeranno, di quale di loro sarà moglie? Poiché tutti e sette l’hanno avuta in moglie». 24Rispose loro Gesù: «Non è forse per questo che siete in errore, perché non conoscete le Scritture né la potenza di Dio? 25Quando risorgeranno dai morti, infatti, non prenderanno né moglie né marito, ma saranno come angeli nei cieli. 26Riguardo al fatto che i morti risorgono, non avete letto nel libro di Mosè, nel racconto del roveto, come Dio gli parlò dicendo: Io sono il Dio di Abramo, il Dio di Isacco e il Dio di Giacobbe? 27Non è Dio dei morti, ma dei viventi! Voi siete in grave errore».

Trascinato nella discussione, Gesù non si lascia rinchiudere entro i termini nei quali il dibattito veniva posto. Afferma che la resurrezione è affermata dalle Scritture e perciò i Sadducei commettono un grave errore negandola. Non è questione, però, di citare un testo o l'altro. Per Gesù la Scrittura va colta nel suo centro là dove testimonia che Dio è il Dio dei viventi, il Dio della vita e non della morte. È questa la ragione che autorizza la fede nella resurrezione: Dio fedele, ama la vita, e non è pensabile che abbia creato l'uomo con una sete di vita per poi abbandonarlo alla morte. Fin qui la risposta di Gesù si volge contro i Sadducei. Ma è anche contro i Farisei, alcuni dei quali concepivano la resurrezione in modo materiale, come un semplice prolungamento di questa vita terrena, prestandosi in tal modo all'ironia degli avversari. La vita dei risorti non va pensata secondo gli schemi di questo mondo presente, ma è una vita di qualità molto diversa. 

Paolo ribadisce la fede nella Risurrezione, anzi in Gesù Risorto: «Ora, se si predica che Cristo è risuscitato dai morti, come possono dire alcuni tra voi che non esiste risurrezione dei morti? Se non esiste risurrezione dai morti, neanche Cristo è risuscitato! Ma se Cristo non è risuscitato, allora è vana la nostra predicazione ed è vana anche la vostra fede. Noi, poi, risultiamo falsi testimoni di Dio, perché contro Dio abbiamo testimoniato che egli ha risuscitato Cristo, mentre non lo ha risuscitato, se è vero che i morti non risorgono. Se infatti i morti non risorgono, neanche Cristo è risorto; ma se Cristo non è risorto, è vana la vostra fede e voi siete ancora nei vostri peccati. E anche quelli che sono morti in Cristo sono perduti» (1 Cor 15,12-18).

Giovedi 9

2 Tm 2. 8Ricòrdati di Gesù Cristo, risorto dai morti, discendente di Davide, come io annuncio nel mio Vangelo, 9per il quale soffro fino a portare le catene come un malfattore. Ma la parola di Dio non è incatenata! 10Perciò io sopporto ogni cosa per quelli che Dio ha scelto, perché anch’essi raggiungano la salvezza che è in Cristo Gesù, insieme alla gloria eterna. 11Questa parola è degna di fede: Se moriamo con lui, con lui anche vivremo; 12se perseveriamo, con lui anche regneremo; se lo rinneghiamo, lui pure ci rinnegherà; 13se siamo infedeli, lui rimane fedele, perché non può rinnegare se stesso. 14Richiama alla memoria queste cose, scongiurando davanti a Dio che si evitino le vane discussioni, le quali non giovano a nulla se non alla rovina di chi le ascolta. 15Sfòrzati di presentarti a Dio come una persona degna, un lavoratore che non deve vergognarsi e che dispensa rettamente la parola della verità. 

Gesù è l’uomo terreno, Cristo il titolo di fede; la discendenza da Davide (secondo la profezia di Natan (2 Sam 7,12) e la risurrezione confermano la messianicità di Gesù. Per lui, conviene sopportare qualsiasi sofferenza ed è il fondamento della speranza dei cristiani, i quali non devono scoraggiarsi di fronte alle difficoltà. La comunione del ministro fedele con il Signore crocifisso ricorda la possibilità da parte sua di completare, con la sofferenza, la propria assimilazione a Cristo a favore della Chiesa. 

Tale assimilazione giunge a portare le catene come un malfattore (il condannato alla crocifissione). I patimenti di Paolo oltre a giovare a lui perché lo assimilano a Cristo, confermano nella perseveranza i credenti. Infatti la parola di Dio, proprio grazie alle peripezie dei suoi annunciatori, puoi imporsi nella sua libera attività a favore degli uditori; il buon ministro di Cristo non esiterà davanti alle tribolazioni perché, misteriosamente, proprio esse ridondano dei membri della chiesa. L'esperienza di Paolo costituisce anche un paradigma per ogni battezzato, come viene ricordato nel breve inno riportato. Nel primo sticco si sentenzia che la comunione con Cristo nella morte conduce alla condivisione della sua vita in cielo. Il secondo stico è parallelo al primo e si riferisce alla sopportazione delle tribolazioni quotidiane per l'adesione a Cristo. Il verbo con regnare indica la condivisione della gloria futura di Cristo come re e giudice. Il terzo sticco prevede le conseguenze per chi rifiuta di morire al peccato con Cristo e di sopportare le avversità connesse con la fede. Anche se il Cristiano non si dimostrasse all'altezza della sua professione di fede, deludendo le aspettazioni di Cristo stai cadendo nella infedeltà, può tuttavia contare sulla fedeltà del Signore. Nel quarto, si delinea così una differenza tra il gravissimo Peccato di rinnegamento che suscita il misconoscimento da parte di Cristo e l'infedeltà che può non intaccare il piano di Dio. Le eventuali infedeltà degli evangelizzatori non impediscono la realizzazione del disegno divino. 

Mc 12. 28Allora si avvicinò a lui uno degli scribi che li aveva uditi discutere e, visto come aveva ben risposto a loro, gli domandò: «Qual è il primo di tutti i comandamenti?». 29Gesù rispose: «Il primo è: Ascolta, Israele! Il Signore nostro Dio è l’unico Signore; 30amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore e con tutta la tua anima, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza. 31Il secondo è questo: Amerai il tuo prossimo come te stesso. Non c’è altro comandamento più grande di questi». 32Lo scriba gli disse: «Hai detto bene, Maestro, e secondo verità, che Egli è unico e non vi è altri all’infuori di lui; 33amarlo con tutto il cuore, con tutta l’intelligenza e con tutta la forza e amare il prossimo come se stesso vale più di tutti gli olocausti e i sacrifici». 34Vedendo che egli aveva risposto saggiamente, Gesù gli disse: «Non sei lontano dal regno di Dio». E nessuno aveva più il coraggio di interrogarlo.

Nelle scuole teologiche del tempo ci si chiedeva quale fosse il centro della legge. Gesù risponde citando e componendo insieme due passi che venivano ricordati con frequenza. Gesù invita il fedele a non smarrirsi nel labirinto dei precetti perché l'essenza della volontà di Dio è semplice e chiara: amare Dio e il prossimo. I due amori sono strettamente congiunti come due facce che costituiscono un unico comandamento. Tuttavia sono anche diversi perché la misura dell'amore a Dio è la totalità, la misura dell’amore del prossimo è misurata dal paragone «come te stesso». A Dio va l'appartenenza totale e incondizionata, all'uomo l'amore, l’aiuto e il servizio, ma non l'adorazione. 

L'osservazione dello scriba riprende la polemica dei profeti il culto in quanto c’era e perdura il rischio che pratiche cultuali assorbono tutta l'attenzione del fedele, trascurando la pratica della giustizia. «Samuele esclamò: «Il Signore forse gradisce gli olocausti e i sacrifici come obbedire alla voce del Signore? Ecco, obbedire è meglio del sacrificio, essere docili è più del grasso degli arieti. Poiché peccato di divinazione è la ribellione, e iniquità e terafim l'insubordinazione» (1 Sam 15,22-23). «Sacrificio e offerta non gradisci, gli orecchi mi hai aperto. Non hai chiesto olocausto e vittima per la colpa. Allora ho detto: «Ecco, io vengo. Sul rotolo del libro di me è scritto, che io faccia il tuo volere. Mio Dio, questo io desidero, la tua legge è nel profondo del mio cuore» (Sal 40,7-9).

Fra lo scriba e Gesù c’è una reciproca ammirazione. Il primo riconosce Egli ha risposto bene ai Sadducei e Gesù riconosce che la riflessione dello scriba è colma di buon senso e che perciò egli non è lontano dal Regno di Dio. Abitualmente il Vangelo tratta gli scribi assai duramente ma anche fra di loro c’è chi non è lontano regno di Dio. 

Passi sull’amore di Dio e del prossimo: «Ascolta, Israele: il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo. Tu amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l'anima e con tutte le forze» (Dt 6,4-5). «Il Signore tuo Dio circonciderà il tuo cuore e il cuore della tua discendenza, perché tu ami il Signore tuo Dio con tutto il cuore e con tutta l'anima e viva» (Dt 30,6). «Soltanto abbiate gran cura di eseguire i comandi e la legge che Mosè, servo del Signore, vi ha dato, amando il Signore vostro Dio, camminando in tutte le sue vie, osservando i suoi comandi, restando fedeli a lui e servendolo con tutto il cuore e con tutta l'anima» (Gs 22,5). 

«Non abbiate alcun debito con nessuno, se non quello di un amore vicendevole; perché chi ama il suo simile ha adempiuto la legge. Infatti il precetto: Non commettere adulterio, non uccidere, non rubare, non desiderare e qualsiasi altro comandamento, si riassume in queste parole: Amerai il prossimo tuo come te stesso. L'amore non fa nessun male al prossimo: pieno compimento della legge è l'amore» (Rm 13,8-10). «Tutta la legge infatti trova la sua pienezza in un solo precetto: amerai il prossimo tuo come te stesso» (Gal 5,14). 

Venerdi 9

2 Tm 3. 10Tu invece mi hai seguito da vicino nell’insegnamento, nel modo di vivere, nei progetti, nella fede, nella magnanimità, nella carità, nella pazienza, 11nelle persecuzioni, nelle sofferenze. Quali cose mi accaddero ad Antiòchia, a Icònio e a Listra! Quali persecuzioni ho sofferto! Ma da tutte mi ha liberato il Signore! 12E tutti quelli che vogliono rettamente vivere in Cristo Gesù saranno perseguitati. 13Ma i malvagi e gli impostori andranno sempre di male in peggio, ingannando gli altri e ingannati essi stessi. 14Tu però rimani saldo in quello che hai imparato e che credi fermamente. Conosci coloro da cui lo hai appreso 15e conosci le sacre Scritture fin dall’infanzia: queste possono istruirti per la salvezza, che si ottiene mediante la fede in Cristo Gesù. 16Tutta la Scrittura, ispirata da Dio, è anche utile per insegnare, convincere, correggere ed educare nella giustizia, 17perché l’uomo di Dio sia completo e ben preparato per ogni opera buona. 

Paolo parla a Timoteo come a un figlio spirituale, e gli ricorda il suo insegnamento, la sua condotta, la fede, la pazienza, le persecuzioni subite. Non gli propone un ideale astratto, ma una vita vissuta. Timoteo ha “seguito da vicino” Paolo: il verbo indica quasi un accompagnamento continuo, come un apprendista che osserva il maestro. Non nasconde la sofferenza: chi vuole vivere in modo autentico il Vangelo incontrerà opposizione. “Il Signore mi ha liberato da tutte”, ma la liberazione non significa evitare il dolore, ma non esserne vinti. Descrive gli impostori come persone che “ingannano e sono ingannate”. Il male non è solo volontà di manipolare; spesso chi inganna è a sua volta prigioniero dell’errore. L’apparenza prende il posto dell’autenticità, e il discernimento diventa difficile. 

Il centro del brano è l’invito: “Tu però rimani saldo in quello che hai imparato”. Paolo richiama: la tradizione viva, l’educazione ricevuta, la familiarità con le Scritture “fin dall’infanzia”. La fede cresce dentro relazioni, memoria, ascolto. Non parla della Bibbia come semplice raccolta di nozioni religiose, ma come parola che conduce a Cristo. “Tutta la Scrittura è ispirata da Dio” (theópneustos, cioè “soffiata da Dio”. Non serve solo a informare, ma a trasformare la vita: illumina l’intelligenza, smaschera l’errore, forma il carattere, orienta l’agire. Il futuro della fede di Timoteo non dipenderà dalla forza del carattere, ma dalla capacità di restare radicato: nella comunione ecclesiale, nella memoria ricevuta, nella Parola di Dio. Per questo il verbo decisivo del testo è forse proprio: “rimani”.

Mc 12. 35Insegnando nel tempio, Gesù diceva: «Come mai gli scribi dicono che il Cristo è figlio di Davide? 36Disse infatti Davide stesso, mosso dallo Spirito Santo: Disse il Signore al mio Signore: Siedi alla mia destra, finché io ponga i tuoi nemici sotto i tuoi piedi. 37Davide stesso lo chiama Signore: da dove risulta che è suo figlio?». E la folla numerosa lo ascoltava volentieri. 

L'espressione figlio di Davide era un titolo messianico ed evocava non soltanto l'origine del messia, come proveniente dalla stirpe di Davide, ma anche un progetto messianico, cioè una restaurazione religiosa e politica che avrebbe riportato Israele allo splendore del tempo davidico. Gesù è stato chiamato così dal cieco di Gerico e dalla folla a Gerusalemme. Ora è lui stesso a riprendere questo il titolo ma per criticarlo. Per lui l’acclamazione “figlio di Davide” non esprime l'origine ultima di Gesù né il suo vero progetto messianico perché egli è Figlio di Dio. 

Soltanto il passaggio pasquale, rivelerà la sua autentica dignità messianica. «Io sono la radice della stirpe di Davide, la stella radiosa del mattino» (Ap 22,16). 

Sabato 9

2 Tm 4. 1Ti scongiuro davanti a Dio e a Cristo Gesù, che verrà a giudicare i vivi e i morti, per la sua manifestazione e il suo regno: 2annuncia la Parola, insisti al momento opportuno e non opportuno, ammonisci, rimprovera, esorta con ogni magnanimità e insegnamento. 3Verrà giorno, infatti, in cui non si sopporterà più la sana dottrina, ma, pur di udire qualcosa, gli uomini si circonderanno di maestri secondo i propri capricci, 4rifiutando di dare ascolto alla verità per perdersi dietro alle favole. 5Tu però vigila attentamente, sopporta le sofferenze, compi la tua opera di annunciatore del Vangelo, adempi il tuo ministero. 6Io infatti sto già per essere versato in offerta ed è giunto il momento che io lasci questa vita. 7Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa, ho conservato la fede. 8Ora mi resta soltanto la corona di giustizia che il Signore, il giudice giusto, mi consegnerà in quel giorno; non solo a me, ma anche a tutti coloro che hanno atteso con amore la sua manifestazione.

L’annuncio deve essere svolto in ogni circostanza, con qualsiasi persona disponibile, senza prendere intervalli arbitrari. Esso prende varie forme: ammonimento, rimprovero, esortazione ma rimanendo sempre all’interno della carità e della misericordia. Potrà accadere che gli uomini vogliano farsi accalappiare da falsi maestri, e, anziché essere vittime di raggiri, diventino sostenitori di quanti li circuiscono. Mentre l’evangelizzatore, sperimenta il rifiuto, dovrà rimanere fedele al suo messaggio affrontando la sofferenza. Dal momento che l’apostolo sta per morire, il discepolo dovrà sostituirlo imitando il suo stile. La vita di Paolo può essere paragonata ad una vera battaglia o ad una gara impegnativa; l’iportante sta nel fatto di aver custodito la fede nel Signore e di poter nutrire la speranza d’essere approvato da lui. 

Mc 12. 38Diceva loro nel suo insegnamento: «Guardatevi dagli scribi, che amano passeggiare in lunghe vesti, ricevere saluti nelle piazze, 39avere i primi seggi nelle sinagoghe e i primi posti nei banchetti. 40Divorano le case delle vedove e pregano a lungo per farsi vedere. Essi riceveranno una condanna più severa». 41Seduto di fronte al tesoro, osservava come la folla vi gettava monete. Tanti ricchi ne gettavano molte. 42Ma, venuta una vedova povera, vi gettò due monetine, che fanno un soldo. 43Allora, chiamati a sé i suoi discepoli, disse loro: «In verità io vi dico: questa vedova, così povera, ha gettato nel tesoro più di tutti gli altri. 44Tutti infatti hanno gettato parte del loro superfluo. Lei invece, nella sua miseria, vi ha gettato tutto quello che aveva, tutto quanto aveva per vivere». 

Guardatevi dagli scribi: vanità, ostentazione, una pratica religiosa inquinata dall'avidità e dall'ipocrisia. 

«Non maltratterai la vedova o l'orfano. Se tu lo maltratti, quando invocherà da me l'aiuto, io ascolterò il suo grido, la mia collera si accenderà e vi farò morire di spada: le vostre mogli saranno vedove e i vostri figli orfani» (Es 22,22-23). «Guai a coloro che fanno decreti iniquie scrivono in fretta sentenze oppressive, per negare la giustizia ai miserie per frodare del diritto i poveri del mio popolo, per fare delle vedove la loro predae per spogliare gli orfani» (Is 10,1-2).

Nel cortile del tempio, nel quale avevano accesso anche le donne, erano allineate le ceste nelle quali venivano gettate le monete. Probabilmente gli offerenti dovevano dichiarare al sacerdote in servizio l’entità del dono e lo scopo per cui lo offrivano. Così il gesto diventava pubblico e si prestava alla vanità. Ci sono molti ricchi che fanno laute offerte e c'è una povera vedova che offre poche monete, tutto quanto possiede. Gesù la scorge e richiama l'attenzione dei discepoli con parole che il Vangelo riserva per gli insegnamenti più importanti: In verità vi dico. Gesù ha trovato un gesto autentico e vuole che i discepoli lo imparino. Ciò che lo ha colpito non è tanto l'assenza di ostentazione, ma soprattutto la totalità del dono. Il superfluo è quello che avanza dopo aver garantito la propria vita entro ampi margini di sicurezza ma la vedova dona tutto quello che aveva per vivere.

«Se un uomo desse mille marchi d’oro [in beneficienza], sarebbe una grande cosa. Tuttavia, molto di più avrebbe donato chi, [nel donare], considerasse mille marchi come nulla: questi avrebbe fatto molto più dell’altro» (Eckhart, Sermoni, 4,5). «La lunga prova della tribolazione, la loro grande gioia e la loro estrema povertà si sono tramutate nella ricchezza della loro generosità» (2 Cor 8,2)

«Tenete a mente che chi semina scarsamente, scarsamente raccoglierà e chi semina con larghezza, con larghezza raccoglierà. Ciascuno dia secondo quanto ha deciso nel suo cuore, non con tristezza né per forza, perché Dio ama chi dona con gioia. Del resto, Dio ha potere di far abbondare in voi ogni grazia perché, avendo sempre il necessario in tutto, possiate compiere generosamente tutte le opere di bene» (2 Cor 9,6-8). 


lunedì 25 maggio 2026

Settimana 8 t.o.

 Lunedì dopo Pentecoste

Beata Vergine Maria Madre della Chiesa

At 1 12 ritornarono a Gerusalemme dal monte detto degli Ulivi, che è vicino a Gerusalemme quanto il cammino permesso in giorno di sabato. 13Entrati in città, salirono nella stanza al piano superiore, dove erano soliti riunirsi: vi erano Pietro e Giovanni, Giacomo e Andrea, Filippo e Tommaso, Bartolomeo e Matteo, Giacomo figlio di Alfeo, Simone lo Zelota e Giuda figlio di Giacomo. 14Tutti questi erano perseveranti e concordi nella preghiera, insieme ad alcune donne e a Maria, la madre di Gesù, e ai fratelli di lui.

Il passo descrive il momento immediatamente successivo all’ascensione di Gesù. Gli apostoli tornano a Gerusalemme dal monte degli Ulivi e si raccolgono nel “piano superiore” della casa dove s’incontravano. Si trovano in una situazione di particolare fragilità perché mentre Gesù non è più con loro visibilmente, lo Spirito Santo non è ancora disceso su di loro per renderli idonei alla loro missione. È un tempo di passaggio, quasi di sospensione, ma non attesa passiva. È vissuto nella preghiera e nella comunione. Le grandi opere di Dio maturano nel silenzio e nella fedeltà quotidiana. Erano “perseveranti” e “concordi”. Perseveranti: la preghiera non è un gesto occasionale, ma continuo. Concordi: la comunità esige l’unità. L’unità è il vaso che può accogliere il dono dello Spirito, il presupposto perché possa farsi percepire. «In verità vi dico ancora: se due di voi sopra la terra si accorderanno per domandare qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli ve la concederà. Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro» (Mt 18,19).

Gli apostoli erano persone diverse, con paure e fragilità, eppure rimangono insieme. Pietro aveva rinnegato Gesù, altri erano fuggiti; eppure il gruppo non si dissolve. Questo mostra che la Chiesa nascente non si fonda sulla perfezione dei suoi membri, ma sulla fedeltà di Dio. Maria appare qui come figura della Chiesa che attende lo Spirito. Aveva accolto Cristo mediante lo Spirito nell’annunciazione ed ora attende ancora lo Spirito insieme alla comunità dei discepoli. Gli undici apostoli sono incompleti poiché manca Giuda Iscariota. La comunità, che porta ancora la ferita del tradimento e della paura, non si chiude nella delusione ma rimane aperta alla promessa di Dio, il quale opera attraverso persone vulnerabili che si lasciano trasformare.

Gv 19. 25Stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria di Clèofa e Maria di Màgdala. 26Gesù allora, vedendo la madre e lì accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: «Donna, ecco il tuo figlio!». 27Poi disse al discepolo: «Ecco la tua madre!». E da quel momento il discepolo la prese nella sua casa. 28Dopo questo, Gesù, sapendo che ogni cosa era stata ormai compiuta, disse per adempiere la Scrittura: «Ho sete». 29Vi era lì un vaso pieno d'aceto; posero perciò una spugna imbevuta di aceto in cima a una canna e gliela accostarono alla bocca. 30E dopo aver ricevuto l'aceto, Gesù disse: «Tutto è compiuto!». E, chinato il capo, spirò. 31Era il giorno della Preparazione e i Giudei, perché i corpi non rimanessero in croce durante il sabato (era infatti un giorno solenne quel sabato), chiesero a Pilato che fossero loro spezzate le gambe e fossero portati via. 32Vennero dunque i soldati e spezzarono le gambe al primo e poi all'altro che era stato crocifisso insieme con lui. 33Venuti però da Gesù e vedendo che era già morto, non gli spezzarono le gambe, 34ma uno dei soldati gli colpì il fianco con la lancia e subito ne uscì sangue e acqua.

Agendo secondo il diritto ebraico, pone la madre sotto la protezione del discepolo, che diventa il rappresentante di Gesù, in sua assenza. Gesù crea la nuova famiglia che continuerà ad operare dopo la separazione con lui. Chiedendo da bere, ricorda che Egli ha sete di compiere la volontà del Padre ottenendo la salvezza di tutti. Nell’ultima parola pronunciata (“Tutto è compiuto, tutto si sta compiendo”), fa sapere che la sua Rivelazione è giunta al perfetto compimento e che il progetto di salvezza ha cominciato ad attuarsi. Le sue ossa non vengono spezzate come era prassi nei confronti dell’Agnello pasquale (e conforme alla promessa data al giusto). Dal fianco, sgorga l’acqua simbolo del Battesimo (e dello Spirito) e il sangue (simbolo dell’Eucarestia e del dono di se stessi). 

Settimana 8a T.O. 

Lunedi VIII

3Sia benedetto Dio e Padre del Signore nostro Gesù Cristo, che nella sua grande misericordia ci ha rigenerati, mediante la risurrezione di Gesù Cristo dai morti, per una speranza viva, 4per un’eredità che non si corrompe, non si macchia e non marcisce. Essa è conservata nei cieli per voi, 5che dalla potenza di Dio siete custoditi mediante la fede, in vista della salvezza che sta per essere rivelata nell’ultimo tempo. 6Perciò siete ricolmi di gioia, anche se ora dovete essere, per un po’ di tempo, afflitti da varie prove, 7affinché la vostra fede, messa alla prova, molto più preziosadell’oro – destinato a perire e tuttavia purificato con fuoco – torni a vostra lode, gloria e onore quando Gesù Cristo si manifesterà. 8Voi lo amate, pur senza averlo visto e ora, senza vederlo, credete in lui. Perciò esultate di gioia indicibile e gloriosa, 9mentre raggiungete la mèta della vostra fede: la salvezza delle anime.

Dio, ora, è il Padre rivelato da Gesù. Si è fatto conoscere a noi operando la nostra rigenerazione, quando «ci ha salvati, non per opere giuste da noi compiute, ma per la sua misericordia, con un’acqua che rigenera e rinnova nello Spirito» (Tt 3,5). La nostra rigenerazione è un evento reale: «Chiunque è stato generato da Dio non commette peccato, perché un germe divino rimane in lui, e non può peccare perché è stato generato da Dio» (1 Gv 3,9). «Per mezzo del battesimo siamo stati sepolti insieme a Cristo nella morte, affinché anche noi possiamo camminare in una vita nuova» (Rm 6,4). «Se uno non nasce dall’alto, non può vedere il regno di Dio» (Gv 3,3). 

Il primo beneficio della rinascita è la speranza, qualificata come viva perché reale, esistente in verità. «Dio illumini gli occhi del vostro cuore per farvi comprendere a quale speranza vi ha chiamati, quale tesoro di gloria racchiude la sua eredità» (Ef 1,18). «La speranza vi attende nei cieli» (Col 1,5).

La speranza coincide con l’eredità promessa. Per Israele, l’eredità era costituita dal paese di Canaan; per i cristiani non è un territorio ma una esistenza nell’eternità. «Se siamo figli, siamo anche eredi: eredi di Dio, coeredi di Cristo» (Rm 8,17). «Ciò che saremo non è stato ancora rivelato» (1 Gv 3,1). «È necessario che questo corpo corruttibile si vesta d’incorruttibilità e questo corpo mortale vi vesta d’immortalità» (1 Cor 15,53). La nostra eredità non è più esposta al rischio di essere perduta ma è custodita da Dio stesso nei cieli: «Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo» (Mt 25,34). 

Dio Padre custodisce e protegge gli eletti fino al compimento del suo progetto: «La vostra fede è fondata sulla potenza di Dio» (1 Cor 2,5). «Sono persuaso che Dio il quale ha iniziato in voi quest’opera buona, la porterà a compimento fino al giorno di Cristo Gesù» (Fil 1,6). 

La comunità, sebbene sperimenti le sofferenze derivate dalla fedeltà al Vangelo, è nella gioia, ricolma di gioia. Dio non chiede la sofferenza in quanto tale ma l'obbedienza alla sua volontà. «Considerate perfetta letizia quando subite ogni sorta di prove, sapendo che la vostra fede, messa alla prova, produce pazienza» (Gc 1,2). «Il momentaneo, leggero peso della nostra tribolazione ci procura una quantità smisurata ed eterna di gloria» (Rm 8,17). «Beato l’uomo che resiste alla tentazione perché, dopo averla superata, riceverà la corona della vita che il Signore ha promesso a coloro che lo amano» (Gc 1,12).

Il valore del credente apparirà alla venuta del Signore La prova della lealtà del cristiano è paragonata al passaggio dell'oro attraverso il fuoco del crogiolo. «L’opera di ciascuno sarà ben visibile perché con il fuoco si manifesterà e il fuoco proverà la qualità dell’opera di ciascuno» (1 Cor 3,13). «Egli conosce la mia condotta; se mi mette alla prova, come oro puro io ne esco» (Gb 23,10). «Il crogiuolo è per l’argento e il forno per l’oro, ma chi prova i cuori è il Signore» (Pr 17,3). «Ecco io ti ho purificato, non come l’argento; ti ho provato nel crogiuolo dell’afflizione» (Is 48,10). 

Amare Cristo è molto di più di un mero sentimento ma è sovrabbondante e concreta forza di volere, è dono di sé nella viva attesa d’incontrarlo in modo definitivo. «Siamo in esilio lontano dal Signore finché abitiamo nel corpo. Camminiamo nella fede e non nella visione. Preferiamo andare in esilio dal corpo e abitare presso il Signore» (2 Cor 5,6-8). «Ora raccogliete il frutto per la vostra santificazione e come traguardo avete la vita eterna» (Rm 8,22). 

Mc 10. 17Mentre andava per la strada, un tale gli corse incontro e, gettandosi in ginocchio davanti a lui, gli domandò: «Maestro buono, che cosa devo fare per avere in eredità la vita eterna?». 18Gesù gli disse: «Perché mi chiami buono? Nessuno è buono, se non Dio solo. 19Tu conosci i comandamenti: Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non testimoniare il falso, non frodare, onora tuo padre e tua madre». 20Egli allora gli disse: «Maestro, tutte queste cose le ho osservate fin dalla mia giovinezza». 21Allora Gesù fissò lo sguardo su di lui, lo amò e gli disse: «Una cosa sola ti manca: va’, vendi quello che hai e dallo ai poveri, e avrai un tesoro in cielo; e vieni! Seguimi!». 22Ma a queste parole egli si fece scuro in volto e se ne andò rattristato; possedeva infatti molti beni. 23Gesù, volgendo lo sguardo attorno, disse ai suoi discepoli: «Quanto è difficile, per quelli che possiedono ricchezze, entrare nel regno di Dio!». 24I discepoli erano sconcertati dalle sue parole; ma Gesù riprese e disse loro: «Figli, quanto è difficile entrare nel regno di Dio! 25È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio». 26Essi, ancora più stupiti, dicevano tra loro: «E chi può essere salvato?». 27Ma Gesù, guardandoli in faccia, disse: «Impossibile agli uomini, ma non a Dio! Perché tutto è possibile a Dio».

Gesù ha amato i peccatori con un amore di solidarietà, per liberarli dal male. Ha amato i giusti con amore di compiacimento e di approvazione, per renderli ancora più santi. Il ricco è un giusto amato dal Signore con un amore di compiacimento e di approvazione. Egli potrebbe, seguendo Gesù, apprendere molto di più della semplice onestà, potrebbe cioé acquisire la carità, che il bene superiore ad ogni bene, una virtù per la quale sarebbe più simile a Dio stesso. Gesù propone al ricco di considerare la sua persna come il bene più prezioso, un tesoro ricchissimo trovato inaspettatamente. Egli è tutta la ricchezza del cielo e della terra. In realtà, almeno per ora, il ricco preferisce restare nella sua condizione attuale ma la tristezza potrebbe condurlo ad un ripensamento. 

Gesù non ha rivolto a tutti un invito simile ma ha avvertito tutti che la ricchezza può assorbire del tutto la persona. Lo dimostra il fatto che il ricco è spesso insensibile alla sofferenza del prossimo, diventa schiavo dei piaceri e del lusso, opera oppressione e guerre (Gc 4,1-2). 

«Il seme caduto in mezzo ai rovi sono coloro che, dopo aver ascoltato, strada facendo si lasciano soffocare da preoccupazioni, ricchezze e piaceri della vita e non giungono a maturazione» (Lc 8,14). «Quelli che vogliono arricchirsi, cadono nella tentazione, nell’inganno di molti desideri insensati e dannosi, che fanno affogare gli uomini nella rovina e nella perdizione. L’avidità del denaro infatti è la radice di tutti i mali; presi da questo desiderio, alcuni hanno deviato dalla fede e si sono procurati molti tormenti» (1 Tm 6,9-10). «Guidami sul sentiero dei tuoi comandi, perché in essi è la mia felicità. Piega il mio cuore verso i tuoi insegnamenti e non verso il guadagno. Distogli i miei occhi dal guardare cose vane, fammi vivere nella tua via» (Sal 119,35-37). «Ritengo che tutto sia una perdita a motivo della sublimità della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore. Per lui ho lasciato perdere tutte queste cose e le considero spazzatura, per guadagnare Cristo ed essere trovato in lui, avendo come mia giustizia non quella derivante dalla Legge, ma quella che viene dalla fede in Cristo, la giustizia che viene da Dio, basata sulla fede» (Fil 3,8-9).

Il passo si chiude con una prospettiva di speranza: gli uomini da soli non riescono a cambiare una prospettiva di vita errata ma Dio può salvarli, suscitare in loro il pentimento, aiutarli a correre sulla via dei comandamenti con cuore dilatato e far scoprire loro il Figlio Gesù, dal quale non potranno più separarsene. Noi detestiamo i ricchi egoisti ma Dio li ama, non per quello che sono ma per quello che potrebbero essere. 

Collochiamoci tra i malvagi, bisognosi di redenzione, perché tutti siamo soggetti ad alimentare attaccamenti che ci impoveriscono. «Nessun fornicatore, o impuro o avaro – che è roba da idolatri – avrà parte al regno di Cristo e di Dio» (Ef 5,5). 

Martedi VIII

1 Pt 1. 10Su questa salvezza indagarono e scrutarono i profeti, che preannunciavano la grazia a voi destinata; 11essi cercavano di sapere quale momento o quali circostanze indicasse lo Spirito di Cristo che era in loro, quando prediceva le sofferenze destinate a Cristo e le glorie che le avrebbero seguite. 12A loro fu rivelato che, non per se stessi, ma per voi erano servitori di quelle cose che ora vi sono annunciate per mezzo di coloro che vi hanno portato il Vangelo mediante lo Spirito Santo, mandato dal cielo: cose nelle quali gli angeli desiderano fissare lo sguardo. 13Perciò, cingendo i fianchi della vostra mente e restando sobri, ponete tutta la vostra speranza in quella grazia che vi sarà data quando Gesù Cristo si manifesterà. 14Come figli obbedienti, non conformatevi ai desideri di un tempo, quando eravate nell’ignoranza, 15ma, come il Santo che vi ha chiamati, diventate santi anche voi in tutta la vostra condotta. 16Poiché sta scritto: Sarete santi, perché io sono santo. 

La grazia straordinaria concessa ai cristiani li rendono superiori agli antichi Profeti e agli angeli, perché le cose preannunciate sono avvenute ai loro giorni ed erano state predette per loro. «Molti profeti e molti giusti hanno desiderato vedere ciò che voi guardate, ma non lo videro» (Mt 13,17). 

Il Messia, già conosciuto prima della fondazione del mondo (v.20), è rivelato ora come Gesù Cristo. I cristiani sono convinti che le Sacre Scritture trovino in Gesù il loro vertice e il loro significato ultimo. «[Gesù], cominciando da Mosé e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a Lui» (Lc 24,27). 

Gli oracoli dei Profeti, rivolti al futuro, furono pronunciati per ispirazione dello Spirito di Cristo. «Nessuna scrittura profetica va soggetta a privata spiegazione, poiché non da volontà umana è mai venuta una profezia, ma mossi da Spirito Santo parlarono alcuni uomini da parte di Dio» (2 Pt 1,20-21). 

Esiste un contrasto netto tra i fedeli dell'Antico Testamento che non beneficiarono della rivelazione loro affidata e i cristiani che invece ne godono: «…pur essendo stati approvati a causa della loro fede, non ottennero ciò che era stato loro promesso: Dio infatti per noi aveva predisposto qualcosa di meglio, affinché essi non ottenessero la perfezione senza di noi» (Eb 11,39-40).

Grazie alla chiamata di Dio e alla loro rinascita, i credenti sono stati liberati dell'ignoranza e dall’immoralità presenti nella società in cui vivono e, come popolo santo, possono conoscere la verità e obbedire ad essa. Parlare di ignoranza è anche un modo per scusare i peccati. Ricordiamo Gesù che intercede per i suoi crocifissori: «Non sanno quello che fanno» (Lc 23,34). 

La santità di Dio è base e modello del comportamento dei figli di Dio. La lettera insiste su una vita che sia santa, pura, buona, riconosciuta attraente e onorevole anche dai non credenti. «Siate irreprensibili e puri, figli di Dio innocenti in mezzo ad una generazione malvagia» (Fil 2,15). Vivere la santità significa vivere nella carità: «Fatevi imitatori di Dio e camminate nella carità, nel modo in cui anche Cristo ci ha amato» (Ef 4,1-2). «Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso» (Lc 6,36). 

Colloca i fedeli all'interno della storia di Israele e come il santo Israele ha soggiornato in terra straniera, anch’essi sono sollecitati a non conformarsi al modo comune di vivere dei pagani. La citazione del libro delle Levitico (11,44-45) - “Siate santi perché io sono santo” - mostra quanto sia importante l'attenzione dell'autore verso la santità della comunità e la sua separazione dalle iniquità della società. «Questa infatti è volontà di Dio, la vostra santificazione: che vi asteniate dall’impurità, che ciascuno di voi sappia trattare il proprio corpo con santità e rispetto, senza lasciarsi dominare dalla passione, come i pagani che non conoscono Dio; che nessuno in questo campo offenda o inganni il proprio fratello, perché il Signore punisce tutte queste cose, come vi abbiamo già detto e ribadito. Dio non ci ha chiamati all’impurità, ma alla santificazione. Perciò chi disprezza queste cose non disprezza un uomo, ma Dio stesso, che vi dona il suo santo Spirito» (1 Ts 4,3-7). 

Mc 10. 28Pietro allora prese a dirgli: «Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito». 29Gesù gli rispose: «In verità io vi dico: non c’è nessuno che abbia lasciato casa o fratelli o sorelle o madre o padre o figli o campi per causa mia e per causa del Vangelo, 30che non riceva già ora, in questo tempo, cento volte tanto in case e fratelli e sorelle e madri e figli e campi, insieme a persecuzioni, e la vita eterna nel tempo che verrà. 31Molti dei primi saranno ultimi e gli ultimi saranno primi».

Pietro fa trasparire il timore che il distacco richiesto ai discepoli sia un prezzo troppo alto: noi abbiamo lasciato tutto ma ne valeva davvero la pena? Gesù non lo rimprovera, riconosce il valore della scelta fatta dai discepoli e precisa: riceverà “cento volte tanto” già ora, insieme alle persecuzioni, e poi la vita eterna. Il discepolo parla di lasciare e seguire, Gesù di lasciare e ricevere. Dio aveva chiesto ad Abramo di lasciare il suo paese e la casa di suo padre, ma gli promise: «Renderò grande il tuo nome e diventerai una benedizione» (Gen 12,2). Giuseppe promise ai fratelli: «Venite da me e io vi darò il meglio del paese d’Egitto e mangerete i migliori prodotti della terra. Non abbiate rincrescimento per la vostra roba, perché il meglio di tutto il paese sarà vostro» (Gen 45, 18.20). 

Chi segue Cristo scopre relazioni nuove, una libertà diversa, una fraternità più ampia, un senso più profondo dell’esistenza, la gioia profonda che scaturisce dal donare tutto se stessi. Mosè «stimava l’obbrorio di Cristo ricchezza maggiore dei tesori d’Egitto; gurdava infatti alla ricompensa» (Eb 11,26).

Il Vangelo, tuttavia, non promette una vita facile, la ricompensa del Signore non è il benessere. La sequela non elimina la fatica, il conflitto o la perdita. Il discepolo non entra in uno stato protetto ma piuttosto si incammina nella stessa strada percorsa da Cristo, la quale conduce ad una vita migliore, non alla rovina. Siamo «aflitti, ma sempre lieti; poveri, ma facciamo ricchi molti; gente che non ha nulla e invece possediamo tutto» (2 Cor 6,10). Chi lascia qualcosa per amore del Vangelo non rimane “più povero”, ma entra in una vita più larga. «Tenete a mente che chi semina scarsamente, scarsamente raccoglierà e chi semina con larghezza, con larghezza raccoglierà» (2 Cor 9,6). «Amazia rispose all'uomo di Dio: “Che ne sarà dei cento talenti che ho dato per la schiera di Israele?”. L'uomo di Dio rispose: “Il Signore può darti molto più di questo”» (2 Cr 25,9). «Onora il Signore con i tuoi averi e con le primizie di tutti i tuoi raccolti; i tuoi granai si riempiranno di grano e i tuoi tini traboccheranno di mosto» (Pr 1,9-10).

Che cosa trattengo per paura di perdere me stesso e che cosa invece potrei scoprire, se mi fidassi di più? Il brano invita a non vivere la fede come contratto o scambio, a riconoscere che ogni rinuncia apre uno spazio nuovo, ad accettare che la fedeltà al Vangelo comporti anche incomprensioni e prove. 

Mercoledi VIII

1 Pt 1. 18Voi sapete che non a prezzo di cose effimere, come argento e oro, foste liberati dalla vostra vuota condotta, ereditata dai padri, 19ma con il sangue prezioso di Cristo, agnello senza difetti e senza macchia. 20Egli fu predestinato già prima della fondazione del mondo, ma negli ultimi tempi si è manifestato per voi; 21e voi per opera sua credete in Dio, che lo ha risuscitato dai morti e gli ha dato gloria, in modo che la vostra fede e la vostra speranza siano rivolte a Dio. 22Dopo aver purificato le vostre anime con l’obbedienza alla verità per amarvi sinceramente come fratelli, amatevi intensamente, di vero cuore, gli uni gli altri, 23rigenerati non da un seme corruttibile ma incorruttibile, per mezzo della parola di Dio viva ed eterna. 24Perché ogni carne è come l’erba e tutta la sua gloria come un fiore di campo. L’erba inaridisce, i fiori cadono, 25ma la parola del Signore rimane in eterno. E questa è la parola del Vangelo che vi è stato annunciato.

La liberazione è avvenuta attraverso il sangue di Cristo. «Siete stati comprati a caro prezzo» (1 Cor 6,20). «Egli ha dato se stesso per noi, per riscattarci da ogni iniquità e formare per sé un popolo puro» (Tt 2,14). Condotta non indica solo il comportamento ma anche i valori e gli impegni che danno forma a tutto il modo di vivere. Il modo di vivere d’un tempo dei batezzati viene descritto come vuoto. 

Cristo è al centro della pre-conoscenza e della intenzione di Dio. «La grazia ci è stata data in Cristo Gesù fin dall’eternità, ma è stata rivelata ora, con la manifestazione del salvatore nostro Cristo Gesù» (2 Tm 1,10). Il passivo “si è manifestato” comporta che sia Dio a operare la manifestazione in chiusura della storia: qualcosa di nascosto e di sconosciuto viene svelato. 

La certezza che Dio ha risuscitato dai morti Gesù è l’elemento centrale dell'annuncio. «Dio dà vita ai morti e chiama all’esistenza le cose che non esistono» (Rm 4,17). L'onore e la gloria di Cristo sofferente diventano una garanzia l'onore della gloria riservata ai credenti che rimangono fedeli nelle avversità. 

«Obbedire alla verità», come «obbedire alla Parola» è il tratto distintivo di un figlio di Dio. Richiama l'esperienza della conversione culminata nel battesimo e mostrano le implicazioni che ne derivano per uno stile di vita adeguato. I credenti sono diventati non solo figli di Dio, ma anche fratelli e sorelle. La nuova identità presuppone la responsabilità dell'amore nella nuova famiglia di cui sono diventati membri e la lealtà verso i fratelli credenti. 

Tale obbedienza sfocia in «un amore fraterno senza ipocrisie». I battezzati si considerano e si trattano gli uni gli altri come fratelli e sorelle, uniti dalla fede e da rapporti familiari; inoltre la comunità cristiana, percepita come un tutto, è rappresentata come famiglia e casa di Dio. All'interno della famiglia di Dio, i cristiani devono vivere nell'amore reciproco «senza ipocrisie» cioè con genuinità, sincerità, autenticità e senza finzioni (cfr. Rm 12,9; 2Cor 6,6). 

Il verbo «amare» non ha nulla a che vedere con un sentimento passeggero ma designa piuttosto un atteggiamento di bontà, di apertura, disponibilità e stima. Non per nulla è il più grande dei carismi dello Spirito Santo (cfr. 1Cor 12) e va vissuto anzitutto nella comunità cristiana, rinnovandone continuamente i rapporti interni. L'amore per i fratelli non si mostra negli slanci dominati dall’emotività, ma è un principio di vita caratterizzato dalla costanza che rimane stabile nelle avversità. Il cristianesimo primitivo, di fronte a una società ostile, ha trovato nella propria unità nell' amore la forza essenziale per la propria sopravvivenza. 

Mc 10. 32Mentre erano sulla strada per salire a Gerusalemme, Gesù camminava davanti a loro ed essi erano sgomenti; coloro che lo seguivano erano impauriti. Presi di nuovo in disparte i Dodici, si mise a dire loro quello che stava per accadergli: 33«Ecco, noi saliamo a Gerusalemme e il Figlio dell’uomo sarà consegnato ai capi dei sacerdoti e agli scribi; lo condanneranno a morte e lo consegneranno ai pagani, 34lo derideranno, gli sputeranno addosso, lo flagelleranno e lo uccideranno, e dopo tre giorni risorgerà». 

Mc 835Gli si avvicinarono Giacomo e Giovanni, i figli di Zebedeo, dicendogli: «Maestro, vogliamo che tu faccia per noi quello che ti chiederemo». 36Egli disse loro: «Che cosa volete che io faccia per voi?». 37Gli risposero: «Concedici di sedere, nella tua gloria, uno alla tua destra e uno alla tua sinistra». 38Gesù disse loro: «Voi non sapete quello che chiedete. Potete bere il calice che io bevo, o essere battezzati nel battesimo in cui io sono battezzato?». 39Gli risposero: «Lo possiamo». E Gesù disse loro: «Il calice che io bevo anche voi lo berrete, e nel battesimo in cui io sono battezzato anche voi sarete battezzati. 40Ma sedere alla mia destra o alla mia sinistra non sta a me concederlo; è per coloro per i quali è stato preparato». 41Gli altri dieci, avendo sentito, cominciarono a indignarsi con Giacomo e Giovanni. 42Allora Gesù li chiamò a sé e disse loro: «Voi sapete che coloro i quali sono considerati i governanti delle nazioni dominano su di esse e i loro capi le opprimono. 43Tra voi però non è così; ma chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore, 44e chi vuole essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti. 45Anche il Figlio dell’uomo infatti non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti». 

Nella sua replica, Gesù si rivolge dapprima ai soli Giacomo e Giovanni e indica ciò di cui dovrebbero occuparsi. Non cercare di sedere vicino a Cristo nella gloria ma piuttosto di bere al suo calice e condividere il suo battesimo. L’interesse del discepolo deve essere soltanto quello di seguire Gesù. 

Poi si rivolge a tutto il gruppo dei discepoli per richiamare un insegnamento già dato ma che non hanno né compreso né praticato (9,35: “Se uno vuole essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servo di tutti”). L’evangelista pensa a coloro che nella Chiesa occupano posizioni di autorità. Devono agire come servitori, distanziandosi dall’autorità mondana e conformarsi a lui. «Non spadroneggiando sulle persone a voi affidate, ma facendovi modelli del gregge» (1 Pt 5,3). «Noi non predichiamo noi stessi, ma Cristo Gesù Signore; quanto a noi, siamo i vostri servitori per amore di Gesù» (2 Cor 4,5).

Lo stesso vale per tutti i credenti: «Vi esorto a comportarvi in maniera degna della vocazione che avete ricevuto, con ogni umiltà, mansuetudine e pazienza, sopportandovi a vicenda con amore, cercando di conservare l'unità dello spirito per mezzo del vincolo della pace» (Ef 4,1-3).

Il versetto conclusivo è uno dei più rilevanti del Vangelo di Marco perché rivela la logica che ha guidato l’intera esistenza di Gesù e che spiega tutti i suoi gesti, compresa la croce. Il detto rileva un netto contrasto fra ciò che tutti attendevano e ciò che Cristo ha fatto. «Voi mi chiamate Maestro e Signore e dite bene, perché lo sono. Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i vostri piedi, anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri. Vi ho dato infatti l'esempio, perché come ho fatto io, facciate anche voi. Sapendo queste cose, sarete beati se le metterete in pratica» (Gv 13,13-15.17). 

Dare la vita non allude soltanto alla morte ma ad una esistenza vissuta nella donazione di sé. In riscatto, cioè a favore dei molti, solidale con tutti. «Colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo trattò da peccato in nostro favore, perché noi potessimo diventare per mezzo di lui giustizia di Dio» (2 Cor 5,21). «Offro la vita per le pecore» (Gv 10,15). 

Giovedi VIII

2Come bambini appena nati desiderate avidamente il genuino latte spirituale, grazie al quale voi possiate crescere verso la salvezza, 3se davvero avete gustato che buono è il Signore. 4Avvicinandovi a lui, pietra viva, rifiutata dagli uomini ma scelta e preziosa davanti a Dio, 5quali pietre vive siete costruiti anche voi come edificio spirituale per un sacerdozio santo e per offrire sacrifici spirituali graditi a Dio, mediante Gesù Cristo. 9Voi invece siete stirpe eletta, sacerdozio regale, nazione santa, popolo che Dio si è acquistato perché proclami le opere ammirevoli di lui, che vi ha chiamato dalle tenebre alla sua luce meravigliosa. 10Un tempo voi eravate non-popolo, ora invece siete popolo di Dio; un tempo eravate esclusi dalla misericordia, ora invece avete ottenuto misericordia. 11Carissimi, io vi esorto come stranieri e pellegrini ad astenervi dai cattivi desideri della carne, che fanno guerra all’anima. 12Tenete una condotta esemplare fra i pagani perché, mentre vi calunniano come malfattori, al vedere le vostre buone opere diano gloria a Dio nel giorno della sua visita. 

L'espressione «bambini appena nati» appartiene al campo semantico battesimale. I credenti devono essere affamati della Parola, proprio come un neonato lo è del latte materno (1Ts 2,7 Eb 5, 12-13). «Quanto a malizia, siate bambini, ma quanto a giudizi, comportatevi da uomini maturi» (1 Cor 14,20). «Agendo secondo verità, nella carità, cerchiamo di crescere in ogni cosa tendendo a Lui[Cristo]» (Ef 4,15). 

Avete gustato quanto è buono il Signore (Cf Sal 34,9). Il titolo di Signore non è più riferito Dio, ma a Gesù Cristo. Le parole del salmo servono a descrivere l'esperienza passata dei credenti quando per la prima volta udirono la buona notizia del Signore: «… sono stati una volta illuminati e hanno gustato il dono celeste, sono diventati partecipi dello Spirito Santo e hanno gustato la buona parola di Dio e i prodigi del mondo futuro» (Eb 6,4). 

Gesù Cristo (2,3) è «pietra vivente», rifiutata dagli uomini ma onorata da Dio. Il salmista aveva paragonato il popolo oppresso dai suoi nemici ad una pietra scartata dai costruttori (Sal 118,22, cf Zc 3,9). La tradizione della passione adopera il verbo rigettato per descrivere il rifiuto subito dal Cristo (cfr. Mc 8,3 Lc 9,22; 17,25), così nel discorso di Pietro di fronte al Sinedrio di Gerusalemme (cfr. At 4,8-12): «Egli è la pietra respinta da voi costruttori». Qui «costruttori» è sostituito da «uomini»: si esce dalla polemica strettamente antigiudaica estendendo l'accusa a tutti coloro che rigettano Gesù. 

L’opera di costruzione e di consolidamento della comunità è compiuta da Dio. Perseverando nel rapporto con la Pietra Vivente, i credenti condividono la stessa identità di pietre viventi. «Siete tempio di Dio e lo Spirito di Dio abita in voi. Se uno distrugge il tempio di Dio, Dio distruggerà lui» (1 Cor 3,16). «In Lui [Cristo] tutta la costruzione cresce ordinata per essere tempio santo nel Signore; in lui anche voi venite edificati insieme per diventare abitazione di Dio per mezzo dello Spirito» (Ef 2,21). 

La comunità è un luogo abitato da Dio e i suoi membri sono veri sacerdoti che esercitano il culto a Dio: «Voi sarete per me un regno di sacerdoti e una nazione santa» (Es 19,6). «Tu sei un popolo consacrato al Signore» (Dt 14,2). «Hai fatto di loro, per il nostro Dio, un regno e sacerdoti, e regneranno sopra la tera» (Ap 5,9-10). «Per mezzo di lui offriamo a Dio continuamente un sacrificio di lode, cioé il frutto di labbra che confessano il suo nome» (Eb 13,15). I “sacrifici” comportano la glorificazione di Dio con la lode e una condotta di vita onorata e santa: «Vi esorto ad offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio; è questo il vostro culto spirituale» (Rm 12,1; Cf Rm 15,16; Fil 2,17; 2 Tm 4,6). I sacrifici graditi a Dio sono suscitati dallo Spirito ed offerti attraverso la mediazione di Cristo. 

L'elezione di Israele segna la sua unicità. «Il Signore predilesse soltanto i tuoi padri, li amò e, dopo di loro ha scelto fra tutti i popoli la loro discendenza, cioè voi, come avviene oggi» (Dt 10,15). Applicando questi attributi alla comunità messianica, il nostro autore afferma l'incorporazione dei credenti, in precedenza pagani o israeliti, nel popolo escatologico di Dio. La salvezza dei cristiani è descritta come un linguaggio che ricorda i termini utilizzati da Isaia per la liberazione di Israele dalle tenebre dell'Egitto e dell'esilio babilonese. «Il popolo che camminava nelle tenebre ha visto una grande luce» (Is 9,1). «Eravate tenebra, ora siete luce nel Signore» (Ef 5,8). I cristiani sono, dunque, il compimento escatologico di Israele, non un nuovo Popolo. Attraverso la fede in Cristo si è ammessi al popolo santo ed è eletto di Dio, non per discendenza carnale.

«Dio ha sopportato con grande magnanimità gente meritevole di collera, pronta per la perdizione. E questo, per far conoscere la ricchezza della sua gloria verso gente meritevole di misericordia, da lui predisposta alla gloria, cioè verso di noi, che egli ha chiamato non solo tra i Giudei ma anche tra i pagani. Esattamente come dice Osea: Chiamerò mio popolo quello che non era mio popolo e mia amata quella che non era l’amata (Os 1,6.9; 2,25)» (Rm 9,23-25). «Prima ero un bestemmiatore, un persecutore e un violento. Ma mi è stata usata misericordia, perché agivo per ignoranza, lontano dalla fede» (1 Tm 1,13). 

L'antico Israele fu forestiero in una terra straniera e ostile, come ora lo sono i cristiani, in senso metaforico, in conseguenza della loro conversione. L’andare controcorrente rispetto al loro precedente stile di vita, estraniano i credenti dai loro vicini. «Siamo diventati la spazzatura del mondo , il rifiuto di tutti» (1Cor 4,13). Essi sono esortati a impegnarsi con loro in modo tale che, mentre manifestano la loro peculiarità, possono allontanare i sospetti da loro e perfino attirare il loro elogio. 

Il primo impegno è tenersi lontani dalle passioni insaziabili e ingannatrici (desideri carnali) che caratterizzavano lo stile di vita precedente. «Vi dico: Camminate secondo lo spirito e non sarete portati a soddisfare il desiderio della carne. Quelli che sono di Cristo anno Crocifisso la carne con le sue passioni e i suoi desideri» (Gal 5,17-24). 

L'impatto positivo di una condotta onorevole non soltanto confuta le calunnie ma spinge i detrattori a glorificare Dio, il quale viene glorificato dal comportamento coerente dei credenti. (Il pensiero è ripetuto in 3,1-2 ricordando l'influsso particolare che le mogli cristiane possano avere sui propri mariti non credenti). «[Siate] irreprensibili e puri, figli di Dio innocenti in mezzo a una generazione malvagia e perversa. In mezzo a loro voi risplendete come astri nel mondo (Fil 2,15). 

Mc 10. 46E giunsero a Gerico. Mentre partiva da Gerico insieme ai suoi discepoli e a molta folla, il figlio di Timeo, Bartimeo, che era cieco, sedeva lungo la strada a mendicare. 47Sentendo che era Gesù Nazareno, cominciò a gridare e a dire: «Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!». 48Molti lo rimproveravano perché tacesse, ma egli gridava ancora più forte: «Figlio di Davide, abbi pietà di me!». 49Gesù si fermò e disse: «Chiamatelo!». Chiamarono il cieco, dicendogli: «Coraggio! Àlzati, ti chiama!». 50Egli, gettato via il suo mantello, balzò in piedi e venne da Gesù. 51Allora Gesù gli disse: «Che cosa vuoi che io faccia per te?». E il cieco gli rispose: «Rabbunì, che io veda di nuovo!». 52E Gesù gli disse: «Va’, la tua fede ti ha salvato». E subito vide di nuovo e lo seguiva lungo la strada.

Bartimeo vede più di qualsiasi altro della folla; il cieco è quello che “vede” davvero perché riconosce chi è Gesù. La folla vede un maestro che passa; Bartimeo riconosce il “Figlio di Davide”, cioè il Messia atteso. 

Non fa un discorso forbito ma grida. La sua preghiera nasce dal bisogno reale. Anche quando gli altri vogliono zittirlo, lui insiste. È l’immagine di una fede che non si lascia bloccare dal giudizio degli altri o dalla propria miseria. La frase «abbi pietà di me» è diventata una delle invocazioni più antiche della tradizione cristiana. «Voi mi invocherete e ricorrerete a me e io vi esaudirò; mi cercherete e mi troverete, perché mi cercherete con tutto il cuore; mi lascerò trovare da voi - dice il Signore - cambierò in meglio la vostra sorte» (Ger 29,12-14)

Gesù si ferma; interrompe il cammino per ascoltare un misero. Nel Vangelo, Gesù non passa oltre davanti a chi lo invoca sinceramente. 

Bartimeo “gettò via il mantello”. Per un mendicante il mantello era molto: protezione, casa, sicurezza. «Se prendi in pegno il mantello del tuo prossimo, glielo renderai al tramonto del sole, perché è la sua sola coperta, è il mantello per la sua pelle; come potrebbe coprirsi dormendo? Altrimenti, quando invocherà da me l'aiuto, io ascolterò il suo grido, perché io sono pietoso» (Es 22,25-26). «Se quell'uomo è povero, non andrai a dormire con il suo pegno. Dovrai assolutamente restituirgli il pegno al tramonto del sole, perché egli possa dormire con il suo mantello e benedirti; questo ti sarà contato come una cosa giusta agli occhi del Signore tuo Dio» (Dt 24,12-13).

Il gesto indica distacco e fiducia: lascia ciò che aveva per andare incontro a Gesù. È il simbolo dell’abbandono della vecchia vita. «Quello che poteva essere per me guadagno, l’ho considerato una perdita a motivo di Cristo» (Fil 3,7). «Anche noi, deposto tutto ciò che è di peso e il peccato che ci assedia, corriamo con perseveranza nella corsa che ci sta davanti, tenendo fisso lo sguardo su Gesù, autore e perfezionatore della fede» (Eb 12,1).

«Che cosa vuoi che io faccia per te?» È la stessa domanda che poco prima Gesù aveva rivolto a Giacomo e Giovanni, i quali chiedevano gloria e posti d’onore. Bartimeo invece chiede semplicemente di vedere. I discepoli cercano potere; il cieco cerca la luce. Ed è proprio il cieco a diventare vero discepolo, perché alla fine “seguiva Gesù lungo la strada”. «Farò camminare i ciechi per vie che non conoscono, li guiderò per sentieri sconosciuti; trasformerò davanti a loro le tenebre in luce, i luoghi aspri in pianura. Tali cose io ho fatto e non cesserò di farle» (Is 42,16).

Venerdi VIII

1 Pt 7La fine di tutte le cose è vicina. Siate dunque moderati e sobri, per dedicarvi alla preghiera. 8Soprattutto conservate tra voi una carità fervente, perché la carità copre una moltitudine di peccati. 9Praticate l’ospitalità gli uni verso gli altri, senza mormorare. 10Ciascuno, secondo il dono ricevuto, lo metta a servizio degli altri, come buoni amministratori della multiforme grazia di Dio. 11Chi parla, lo faccia con parole di Dio; chi esercita un ufficio, lo compia con l’energia ricevuta da Dio, perché in tutto sia glorificato Dio per mezzo di Gesù Cristo, al quale appartengono la gloria e la potenza nei secoli dei secoli. Amen! 12Carissimi, non meravigliatevi della persecuzione che, come un incendio, è scoppiata in mezzo a voi per mettervi alla prova, come se vi accadesse qualcosa di strano. 13Ma, nella misura in cui partecipate alle sofferenze di Cristo, rallegratevi perché anche nella rivelazione della sua gloria possiate rallegrarvi ed esultare.

v.8 «L’odio suscita litigi, l’amore ricopre ogni colpa» (Pr 10,12). «L’elemosina salva dalla morte e purifica da ogni peccato. Coloro che fanno l’elemosina godranno lunga vita» (Tb 12,9). 

v.9 «Condividete le necessità dei santi; siate premurosi nell’ospitalità» (Rm 12,13). 

v. 10 «Ciascuno dia secondo quanto ha deciso nel suo cuore, non con tristezza né per forza, perché Dio ama chi dona con gioia» (2 Cor 9,7). «A ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito per il bene comiune» (1 Cor 12,7). «Abbiamo doni diversi secondo la grazia data a ciascuno di noi: chi ha un ministero attenda al ministero; chi insegna si dedichi all’insegnamento. Chi dona, lo faccia con semplicità; chi presiede, presieda con diligenza; chi fa opere di misericordia, le compia con gioia» (Rm12,6-8). 

v. 12 «Quali persecuzioni ho sofferto! Ma da tutte mi ha liberato il Signore!» (2 Tm 3,11). «[Ho mandato da voi Timoteo] per confermarvi ed esortarvi nella vostra fede, perché nessuno si lasci turbare in queste prove. Voi stessi, infatti, sapete che questa è la nostra sorte; infatti, quando eravamo tra voi, dicevamo già che avremmo subìto delle prove, come in realtà è accaduto e voi ben sapete» (1 Ts 3,12). 

v. 13 «[Gli apostoli furono] lieti di essere stati giudicati degni di subire oltraggi per il nome di Gesù» (At 5,41). «Riguardo a Cristo, a voi è stata data la grazia non solo di credere in lui, ma anche di soffrire per lui» (Fil 1,29). «Vi prego di non perdervi d’animo a causa delle mie tribolazioni per voi: sono gloria vostra» (Ef 3,13).

Mc 11. 11Ed entrò a Gerusalemme, nel tempio. E dopo aver guardato ogni cosa attorno, essendo ormai l’ora tarda, uscì con i Dodici verso Betània. 12La mattina seguente, mentre uscivano da Betània, ebbe fame. 13Avendo visto da lontano un albero di fichi che aveva delle foglie, si avvicinò per vedere se per caso vi trovasse qualcosa ma, quando vi giunse vicino, non trovò altro che foglie. Non era infatti la stagione dei fichi. 14Rivolto all’albero, disse: «Nessuno mai più in eterno mangi i tuoi frutti!». E i suoi discepoli l’udirono. 15Giunsero a Gerusalemme. Entrato nel tempio, si mise a scacciare quelli che vendevano e quelli che compravano nel tempio; rovesciò i tavoli dei cambiamonete e le sedie dei venditori di colombe 16e non permetteva che si trasportassero cose attraverso il tempio. 17E insegnava loro dicendo: «Non sta forse scritto: La mia casa sarà chiamata casa di preghiera per tutte le nazioni? Voi invece ne avete fatto un covo di ladri». 18Lo udirono i capi dei sacerdoti e gli scribi e cercavano il modo di farlo morire. Avevano infatti paura di lui, perché tutta la folla era stupita del suo insegnamento. 19Quando venne la sera, uscirono fuori dalla città. 20La mattina seguente, passando, videro l’albero di fichi seccato fin dalle radici. 21Pietro si ricordò e gli disse: «Maestro, guarda: l’albero di fichi che hai maledetto è seccato». 22Rispose loro Gesù: «Abbiate fede in Dio! 23In verità io vi dico: se uno dicesse a questo monte: “Lèvati e gèttati nel mare”, senza dubitare in cuor suo, ma credendo che quanto dice avviene, ciò gli avverrà. 24Per questo vi dico: tutto quello che chiederete nella preghiera, abbiate fede di averlo ottenuto e vi accadrà. 25Quando vi mettete a pregare, se avete qualcosa contro qualcuno, perdonate, perché anche il Padre vostro che è nei cieli perdoni a voi le vostre colpe».

In diverse occasioni Marco mette in risalto lo sguardo di Gesù, uno sguardo circolare da voler abbracciare ogni cosa; ora prepara e giustifica la purificazione del tempio che avverrà il giorno seguente. 

Il racconto della maledizione del fico, diviso in due parti, funge da cornice e il quadro sul quale dunque bisogna fermare l'attenzione è la purificazione del tempio. La maledizione del fico è un gesto parabolico che esprime il giudizio di Dio sul popolo. Non è la sterilità del fico che Gesù condanna ma una religiosità tutta foglie ed esteriorità e niente frutti. Il fico è sterile come il tempio che non produce frutti. «Che cosa dovevo fare ancora alla mia vigna che io non abbia fatto? Perché, mentre attendevo che producesse uva, essa ha fatto uva selvatica? Ora voglio farvi conoscere ciò che sto per fare alla mia vigna: toglierò la sua siepe e si trasformerà in pascolo; demolirò il suo muro di cintae verrà calpestata» (Is 5,4-5). 

Il gesto di Gesù al tempio ha un significato messianico (e nel contempo di condanna). Si tratta di qualcosa di più di un semplice gesto di purificazione: non una riforma, ma un superamento. «“Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere” Parlava del tempio del suo corpo» (Gv 2,19-21). I venditori non costituivano una presenza illegale. Al contrario, loro presenza era necessaria normale svolgimento del culto e il gesto di Gesù sembra voler impedirlo. L'economia di salvezza rappresentata dal Tempio è ormai decaduta e la presenza di Dio è un fatto universale, è per tutte le nazioni. La preghiera è più importante dei sacrifici e tutte le nazioni sono invitate alla casa di preghiera. Ormai è necessario sostituire i sacrifici con l’amore di Dio e del prossimo (Mc 12,33). 

La constatazione che il fico si era disseccato offre l'occasione per un insegnamento sulla fede e sulla preghiera. Fede è l'atteggiamento di chi confida in Dio senza dubitare. Fede è sentirsi al sicuro nelle mani del Signore anche quando il mare è in tempesta. Fede è ritenere possibile ciò che sembra impossibile. Fede è l'atteggiamento di chi, non confidando in se stesso, ricorre alla preghiera, consapevole che la salvezza è un dono. 

Sabato VIII

Giuda 17Ma voi, o carissimi, ricordatevi delle cose che furono predette dagli apostoli del Signore nostro Gesù Cristo. 20Voi, carissimi, costruite voi stessi sopra la vostra santissima fede, pregate nello Spirito Santo, 21conservatevi nell’amore di Dio, attendendo la misericordia del Signore nostro Gesù Cristo per la vita eterna. 22Siate misericordiosi verso quelli che sono indecisi 23e salvateli strappandoli dal fuoco; di altri infine abbiate compassione con timore, stando lontani perfino dai vestiti, contaminati dal loro corpo. 24A colui che può preservarvi da ogni caduta e farvi comparire davanti alla sua gloria senza difetti e colmi di gioia, 25all’unico Dio, nostro salvatore, per mezzo di Gesù Cristo nostro Signore, gloria, maestà, forza e potenza prima di ogni tempo, ora e per sempre. Amen.

Gli apostoli hanno annunciato la parola che illuminano le scelte da fare. Sulla preghiera nello Spirito Santo si basa una vita di fede, d’amore e di misericordia. Essa sfocia nell’eternità ma esige anche un impegno fin dal presente. Bisogna irrobustire gli indecisi, strappare altri al fuoco del giudizio. Verso altri è necessario far prevalere la precauzione perché si mostrano irremovibili nel male. Dio Padre merita la glorificazione perché può preservarci dal male e farci acquisire una integrità di vita nella gioia. La nostra lode lo onora mediante Gesù nostro Signore e gli riconosce gloria, mestà,forza e potenza. Lo spazio della sua grandezza ha quattro lati uguali. 

Mc 11. 27Andarono di nuovo a Gerusalemme. E, mentre egli camminava nel tempio, vennero da lui i capi dei sacerdoti, gli scribi e gli anziani 28e gli dissero: «Con quale autorità fai queste cose? O chi ti ha dato l’autorità di farle?». 29Ma Gesù disse loro: «Vi farò una sola domanda. Se mi rispondete, vi dirò con quale autorità faccio questo. 30Il battesimo di Giovanni veniva dal cielo o dagli uomini? Rispondetemi». 31Essi discutevano fra loro dicendo: «Se diciamo: “Dal cielo”, risponderà: “Perché allora non gli avete creduto?”. 32Diciamo dunque: “Dagli uomini”?». Ma temevano la folla, perché tutti ritenevano che Giovanni fosse veramente un profeta. 33Rispondendo a Gesù dissero: «Non lo sappiamo». E Gesù disse loro: «Neanche io vi dico con quale autorità faccio queste cose».

I capi delle tre classi del Sinedrio (che condanneranno Gesù), sconcertate per il gesto della purificazione del tempio, gli chiedono quale sia l’origine della sua autorità. Gli abitanti di Nazaret l’avevano respinto formulando un dubbio simile (6,2-3). Gesù li zittisce con la sua contro-domanda. Si impone una grande differenza tra l’autorità di Gesù e quella dei membri del Sinedrio. La sua, come il Battesimo di Giovanni, proviene da Dio. Le autorità pretendono di essere sapienti ma devono ammettere una grave ignoranza circa le cose di Dio. Inoltre più che testimoniare la verità sono interessate al mantenimento del loro potere e così si sottomettono alla folla. 


sabato 23 maggio 2026

Lo Spirito Santo

 

Il dono dello Spirito è il culmine della Pasqua perché è lo scopo a cui mira tutta l’opera di salvezza. I profeti attendevano l’effusione dello Spirito di Dio sull’uomo e sulla creazione. Gesù è venuto, è morto in croce, è asceso presso il Padre perché Dio compisse per noi la promessa dei profeti e noi ricevessimo lo Spirito che aveva creato l’umanità di Gesù e lo aveva guidato in tutta la sua esistenza. 

Lo Spirito comunica agli uomini la carità di Dio, la carità che è Dio stesso. Noi l’abbiamo contemplata nella vita terrena di Gesù ed ora questa carità viene infusa in noi perché diventiamo simili a Gesù, un altro Cristo. 

Attenzione noi mettiamo in relazione lo Spirito Santo con i sette santi doni (Tu septiformis munere); questo è vero ma c’è di più. Egli ci rende capaci di credere in Gesù e questa fede non è soltanto un’adesione ad un programma ma è far abitare Cristo in noi. Lo Spirito Santo fa abitare Cristo in noi mediante la fede. Mediante la fede che opera nella carità. Nella sua vita terrena, Cristo stava presso i suoi discepoli, ora Cristo abita nei suoi discepoli, forma una cosa sola con loro. Lo Spirito Santo è Cristo divenuto una forza interiore. 

Questo è il significato del soffio del Risorto, della nuova creazione. Se uno aderisce veramente a Cristo, allora mostra in sé la nuova creazione. 

Non abbiamo già ricevuto lo Spirito nel Battesimo? Perché invocarlo ancora come se non lo conoscessimo? Perché l’irradiazione dello Spirito è permanente e graduale. Egli scende in noi due volte: con la prima prepara la sua venuta, con la seconda completa la sua opera. Facciamo un esempio. Egli è Spirito di carità. Dapprima ci insegna a non fare agli altri ciò che non vogliamo che gli altri facciano a noi. In secondo luogo, ci aiuta ad agire con estrema generosità e ci spinge a fare per gli altri ciò che vorremmo che gli altri facessero a noi. 


venerdì 22 maggio 2026

Ray Bradbury

 Fahrenheit 451


Romanzo di fantascienza scritto nel 1951, nel periodo del cosidetto maccartismo (caratterizzato dall’ossessione dell’infiltrazione comunista in USA, col rischio di cadute illiberali) e soprattutto dalla prima larga diffusione del mezzo televisivo. Bradbury denuncia un profondo decadimento culturale e morale della nazione, dovuto soprattutto all’abbandono della cultura (letteratura, filosofia, pensiero critico in genere) a favore dell’espansione dei nuovi strumenti tecnologici, così invadente da assorbire l’interesse, quasi esclusivo, della gente. 

Lo scrittore immagina che un potere politico anonimo, sostenuto dalla grande maggioranza dei cittadini, decida di bruciare tutti i libri depositati nelle librerie, nella biblioteche pubbliche e private, per impedire l’insorgere di un pensiero critico. A tal scopo, crea un gruppo di pompieri specializzati ad apiccare il fuoco (anziché spegnerlo) con l’aiuto di macchinari molto efficenti (soprattutto il cosidetto Segugio). Nel frattempo una guerra distruttiva sta minacciando la popolazione. 

Guy Montag, il protagonista del romanzo, è un pompiere trentenne (10), entusiasto del suo lavoro, e gode della stima del comandante Beatty. Insieme con altri pompieri distrugge volentieri i libri, usando lanciafiamme al cherosene.

Un giorno, Montag incontra per caso una ragazza diciasettene, Clarisse McClellan (10) una vicina di casa, estranea ed ostile alla mentalità corrente della società. Non evita la società per misogenia: «In fondo la società m’interessa, ma tutto dipende da cosa s’intende per stare insieme» (31). «Non ho amici» confessa Clarisse «e questo dimostra che sono anormale, ma tutti quelli che conosco si limitano a gridare, ballare come pazzi o fare a botte: hai notato che la gente piace farsi del male?». Dopo questa osservazione generale, precisa: «A volte sembro vecchia. Ho paura dei ragazzi della mia età. Si ammazzano a vicenda, mi chiedo se è stato sempre così. Lo zio dice di no. Nell'ultimo anno hanno sparato a sei dei miei amici. Dieci sono morti in incidenti stradali. Ho paura di loro e se ne accorgono, perciò mi stanno alla larga […] qualche volta salgo a bordo delle macchine che corrono alla periferia della città a mezzanotte, tanto alla polizia non gli importa, basta che siano assicurate. Finché hanno tutti un'assicurazione da diecimila dollari, siamo a posto e felici. […] La gente non parla di niente… nominano tante macchine, vestiti, piscine e dicono che bello! Il fatto è che sono sempre nelle stesse cose e nessuno dice mai niente di diverso» (32-33). 

È sorpresa che il suo interlocutore faccia l’inceneritore di libri perché ha l’impressione che egli sia diverso dagli altri uomini comuni. «Nessuno ha più tempo per gli altri, lei è uno dei pochi che mi abbia accettato» (26). Questi rimane molto colpito dall’osservazione, sentendosi come trafiggere da questa rivelazione su di lui. Clarisse 

Non siamo di fronte ad analisi sociologiche compiute, ma ad osservazioni significative, anche se frammentarie. I fatti che la ragazza richiama, sono esposti dal film di Nicholas Ray “Rebel whitout cause” tradotto in italiano con “La gioventù bruciata”, uscito nel 1955. Ricordo che nel film vengo rappresentate scene di alcolismo, di accoltellamenti tra giovani. In modo particolare, aveva impressionato la cosidetta “corsa del coniglio” (chicken run): giovani automobilisti si dirigevano all’impazzata verso la scogliera, gettandosi fuori dall’abitacolo subito dopo una frenata improvvisa, prima che l’automobile precipitasse nel vuoto. “Coniglio” era chiamato l’automobilista che, per paura, si gettava fuori per primo. Facendo parlare Clarisse, Ray Bradbury denuncia questo clima tipico dei “ribelli senza motivazione”. 

In seguito Montag assiste ad una scena raccapricciante: un’anziana signora preferisce darsi fuoco e bruciare insieme ai suoi libri, piuttosto che soppravvivere priva di essi. In quell’occasione, egli raccoglie un libro (39), e, dopo essere rincasato, lo nasconde sotto il cuscino nel suo letto. 

Nel frattempo, non riece più a partecipare alle incusioni dei pompieri e cade in malattia. Continua a pensare all’anziana suicida. Il capitano Beatty viene a visitalo per sollecitarlo a riprendere il lavoro e nel colloquio amichevole, spiega come è cominciato la missione del rogo dei libri. Il primo passo è stato determinato dalla diffusione della radio e della televisione. Questo ha portato a volere «libri più brevi, condensati, riviste tascabili e tabloid … i classici ridotti a quindici minuti di un programma radiofonico» (55). Il Capitano continua a vantare i risultati ottenuti dalla società: «La scuola è sempre più breve, la disciplina è rilassata, filosofia, lingue, vengono abbandonate. L'inglese e l'ortografia sono sacrificati sempre di più, finché si arriva a un'ignoranza quasi totale. La vita è una cosa concreta: quello che conta è il lavoro e il divertimento dopo il lavoro. Perché imparare qualcosa che non serve a premere i bottoni, a tirare le leve e a incastrare viti e bulloni? Più sport per tutti, spirito di gruppo, divertimento, non c'è bisogno di pensare. Nei libri, sempre più figure e illustrazioni. La mente si nutre meno e ancora meno. Impazienza, strade piene di gente che va fuori, fuori, fuori, in nessun posto. Con le scuole che sfornano sempre più corridori, saltatori, lanciatori, battitori, automobilisti, piloti, tecnici e nuotatori invece di critici, esaminatori e persone colte o creative, l'aggettivo intellettuale si è formato nella parolaccia che meritava di essere» (58). Beatty continua a descrivere, orgoglioso, i risultati coseguiti dallo sviluppo sociale: «Dobbiamo essere tutti uguali: non tutti nati liberi e uguali, come dice la Costituzione, ma tutti resi uguali. Ogni uomo deve essere l'immagine degli altri, perché allora tutti sono felici, non ci sono montagne che li fanno tremare, cime con cui devono confrontarsi» (59). «Prova a chiederti cosa vogliamo più di tutto, in questo paese: la felicità, non è vero? Voglio essere felice, dice la gente e noi cerchiamo di fare in modo che lo sia, la teniamo occupata, la facciamo divertire… Vogliamo il piacere, ci piace essere eccitati, e bisogna ammettere che la nostra cultura è prodiga di tutto… (60). Meglio frequentare i club e qualche festa concedersi un po' di sesso con eroina, insomma tutto quello che puoi ottenere con un riflesso automatico» (62). Tutto questo stile di vita “non è stata un'imposizione del governo, nessun editto, dichiarazione o censura, almeno all'inizio» (58). 

Terminato lo sproloquio, il Capitano se ne và. Montag, allora, comunica alla moglie le sue impressioni sulla visita: «… cominciò a vestirsi, muovendosi inquieto nella stanza da letto. Sì hai sentito Beatty? Hai fatto caso a quello che diceva? Conosce tutte le risposte, lui. Ha ragione, la felicità è importante, il divertimento è tutto, eppure io continuo a dirmi che non sono felice, non sono felice» (65). Nonostente le rassicurazioni del suo Capitano, avverte, quindi, un’inquietudine profonda come l’aveva avvertita ascoltando il discorso di Clarisse. 

Tempo dopo, si mette alla ricerca di Faber, un anziano che, un tempo, mentre esercitava il ruolo di inceneritore di libri, aveva sospettato di essere un amante della cultura. 

Mentre si reca da lui, legge un libro di particolare valore, un passo del Vangelo di Matteo. Vorrebbe concentrasi ma la lettura viene molestata da un annuncio pubblicitario sonoro, insistito e tedioso. *** Detto questo Faber confessa all’amico: «Signor Montag, lei ha davanti un vigliacco. Da molto tempo mi ero reso conto di come andassero le cose, eppure non ho fatto niente» (81). La massa è colpevole per essersi adeguata alla manovra del potere e una persona accorta come Faber è colpevole per non aver tentato alcuna ribellione. Egli ritiene che, per sfuggire alla cattura del mezzo televisivo, occorre perseguire tre risultati: la qualità dell’informazione, il tempo per assorbirla, la messa in pratica di quanto appreso (84). Purtroppo, il pubblico ha smesso di leggere di sua volontà e pochi voglio ribellarsi (86-89). Chi insegnerà ai superstiti il lato buono dell’umanità? (87). «Quelli che non sono capaci di costruire finiscono per dar fuoco alle cose» (89). 

La trama del racconto prosegue in maniera drammatica. Guy Montag viene denunciato (dalla moglie e dalle amiche di costei) per aver trattenuto e letto dei libri. I pompieri si recano, allora, presso la casa di Montag per ridurla in cenere, assieme ai libri che vi erano nascosti (109). Anzi, lui stesso viene costretto dal Capitano ad appiccare il fuoco alla propria casa. Devastato, spinge il lanciafiamme contro il suo Capitano, i suoi colleghi e gli strumenti usati dai pompieri per avviare gli incendi. Poi, aiutato dall’unico amico, Faber, fugge e si sottrae, fortunosamente, alla cattura. In questo frattempo, Faber decide di recarsi da un tipografo per moltiplicare, di nascosto, i pochi libri recuperati uscendo finalmente allo scoperto nella ribellione al potere (131). Montag, invece, medita una seconda vendetta. Entra di nascosto nella casa di un altro pompiere, suo ex-collega ormai, vi deposita un libro, a sua insaputa, per far in modo che anche questi venga scoperto e, poi, condannato al rogo (129). 

Dopo quest’atto, conclude la sua fuga trovando un rifugio sicuro nel cosidetto “campo dei nomadi”. Si tratta di un folto gruppo di uomini che, volendo opporsi alla distruzione dei libri, si sono impegnati ad apprendere a memoria i testi più rilevanti contenuti nelle biblioteche, per salvaguardare la cultura. Essi sperano di poter un giorno farli ristampare in modo da poter essere letti di nuovo da tutti. Intanto la città viene distrutta dal passaggio della guerra. Subisce un bombardamento a raso al punto sembrare, infine, un mucchio di farina (160). Sono i poteri detenuti da persone disumane, privi di una cultura umanistica adeguata, a provocare queste catastrofi. Una pseudociviltà ne distrugge un’altra. La città viene annientata perché non aveva più ragione sufficiente per sussistere: «Il problema è che la cultura è stata uccisa, lo scheletro deve essere fuso e ricostruito in forma nuova» (86). 

Bradbury prevede che questi eventi tragici si ripetano lungo il corso della storia, con scarne speranze che tutto questo, un bel giorno, finisca. Sono preconizzati dal simbolo della fenice (161).

Cessato il conflitto, si apre l’opportunità di avviare una società nuova, attenta in modo adeguato, alla formazione culturale. 


Osservazioni

Nella cultura giudeo-cristiana la cura detiene la posizione di maggiore rilievo. Nell’ebraismo, il libro dell’insegnamento (Torah) occupa il posto centrale della religione; nel cristianesimo, al centro sta la persona di Cristo ma essa viene testimoniata dagli scritti degli apostoli, che costituiscono il fondamento della fede. 

L’impegno primario per l’uomo biblico è meditare che è un leggere al alta voce un passo, con una frequenza che sfocia nella continuità. 

Il rinnovamento sociale, nella storia di Israele, si appoggia sulla riscoperta del Libro sacro, come avviene con Esdra, dopo l’esilio. Tutto il popolo viene radunato in una grande spianata e gruppi di Scribi leggono in ebraico e traducono in aramaico dei passi significativi della Torah. 

Avvenne un episodio, al tempo del profeta Geremia, che rinvia a ciò che narrerà Bradbury. Il profeta aveva riportato in un rotolo i discorsi pronunciati fino a quel momento nella speranza di rendere più efficace la sua predicazione. Il re (Ioiakìm) «mandò Iudi a prendere il rotolo. Iudi lo prese dalla stanza di Elisamà lo scriba e lo lesse davanti al re e a tutti i capi che stavano presso il re. Il re sedeva nel palazzo d'inverno - si era al nono mese - con un braciere acceso davanti. Ora, quando Iudi aveva letto tre o quattro colonne, il re le lacerava con il temperino da scriba e le gettava nel fuoco sul braciere, finché non fu distrutto l'intero rotolo nel fuoco che era sul braciere. Il re e tutti i suoi ministri non tremarono né si strapparono le vesti all'udire tutte quelle cose. Eppure Elnatàn, Delaià e Ghemarià avevano supplicato il re di non bruciare il rotolo, ma egli non diede loro ascolto. Anzi ordinò di arrestare Baruc lo scriba e il profeta Geremia, ma il Signore li aveva nascosti. Questa parola del Signore fu rivolta a Geremia dopo che il re ebbe bruciato il rotolo con le parole che Baruc aveva scritte sotto la dettatura di Geremia: Prendi di nuovo un rotolo e scrivici tutte le parole di prima, che erano nel primo rotolo bruciato da Ioiakìm re di Giuda» (Ger 36,21-28). 

Geremia viene contrastato aspramente dal potere. Vede che la sua opera letteraria viene distrutta dal re, nonostante l’opposizione di alcuni consiglieri. Tuttavia evita l’arresto e poi torna a scrivere e a far udire di nuovo i suoi discorsi. Il fatto storico biblico anticipa, per alcuni tratti, il racconto fantastico dello scrittore americano.


Gli uomini/libro sono una «minoranza dissenziente che grida nel deserto» (151). Il compito che si prefiggono è, nel frattempo, quello di «mantenere intatta e al sicuro la conoscenza di cui avremo bisogno» (150). 

In futuro essi si dedicheranno all’educazione della società che sopravviverà al disastro bellico. 

Montag, di fatto, ha aperto la possibilità di una nuova società usando la medesima violenza efferata di cui si serviva il Potere che lo perseguitava, facendo perire nel fuoco il capitano Beatty, i colleghi pompieri, i loro macchinari. In aggiunta ha commesso un grave atto di vendetta contro un collega inceneritore di libri. Purtroppo, lungo il percorso storico, la tentazione del rogo ha contagiato tutti: i nazisti e gli oppositori del nazismo, uomini autoritari ed insigni democratici. Ricordo il tragico bombardemento di Dresda nel febbraio del 1945 ma altre cosidette tempeste di fuoco colpirono molte altre città (Amburgo, Tokio). 

Gli interventi degli educatori, tuttavia, si muoveranno nello stile della proposta non-violenta. Sono del tutto consapevoli della precarietà del loro ruolo. Possono proporre gli elementi di umanizzazione in cui credono ma sanno che non possono imporli. Si dicono: «Se non ci ascolteranno, dovremmo aspettare ancora» (151). 

Qui scorgo un’affinità tra la missione che si sono proposti gli educatori dei libri e gli evangelizzatori. «Se non ci ascolteranno, dovremmo aspettare ancora» (151). Questo proposito che si danno i cultori di libri, ricorda l’esortazione di S. Paolo al discepolo Timoteo: «Annuncia la Parola, insisti al momentoopportuno e non opportuno, ammonisci, rimprovera, esorta con ogni magnanimità e insegnamento. Verrà giorno, infatti, in cui non si sopporterà più la sana dottrina, ma, pur di udire qualcosa, gli uomini si circonderanno di maestri secondo i propri capricci, rifiutando di dare ascolto alla verità per perdersi dietro alle favole. Tu però vigila attentamente, sopporta le sofferenze, compi la tua opera di annunciatore del Vangelo, adempi il tuo ministero» (2 Tm 4, 2-5). 

Ogni evangelizzazione degna di questo nome evita la violenza dei roghi. Un episodio del Vangelo di Luca riferisce che Gesù, alla richiesta dei discepoli che suggerivano di invocare la discesa di un fuoco dal cielo perché consumasse un villaggio di Samaritani che avevano voluto respingerli, risponde con un netto rifiuto e con loro si dirige altrove spegnendo ogni ardore di vendetta (Lc 9,54-56). 

Il piano di ricostruzione viene progettato seguendo le indicazioni contenute nelle opere dei maestri di umanità. La riedificazione, necessaria e nobile, poggia, però, su una base insicura. La cultura umanistica non è in grado di impedire il suo deterioramento, né di garantire in permanenza la sua incolumità e continuità. 

Dal punto di vista storico, le società che riprendono il cammino dopo aver subito qualche catastrofe, sono costituite sempre da uomini dello stesso genere dei precedenti. Spesso sono gli stessi sostenitori di un regime nefasto, appena decaduto, a fornire le leve del nuovo ordinamento sociale. Non si danno nel percorso storico rivolgimenti culturali tali da definire una cesura definitiva tra un “prima” e un “dopo”. Le ideologie, neppure quelle più deleterie, incarnate in regimi infausti, non si spengono, di botto, in un rogo.

In questa lotta dell’educazione, gli umanisti confidano in una qualià permanente dell’uomo: «Questa è la meravigliosa qualità dell’uomo: non si scoraggia né si disgusta abbastanza da rinunciare a tentare di nuovo, perché sa molto bene che è importante e ne vale la pena» (152). 

Gli evangelizzatori, a loro volta, ricoscono questa qualità umana per cui non si lasciano abbandonare alla disperazione ma riprendono sempre di nuovo. Tuttavia la fondano su una base più sicura in quanto sono certi che essa è una creazione permanente di Dio. Diadoco di Foticea, un Padre della chiesa, afferma: «La natura del bene è più forte della disposizione al male perché l’uno è, mentre l’altro non è, se non quando lo si compie (Cento Capitoli 3, 109). 

Gli evangelizzatori, allo stesso modo degli umanisti, si propongono di conservare integro il loro messaggio per metterlo a disposizione di quanti lo richiedono. Montag, recandosi presso l’amico Faber, lungo il percorso, tenta di leggere un passo del Vanglo di Matteo ma un messaggio pubblicitario, insistinto ed invadente, disturba la sua concentrazione. Osservandolo nelle mani dell’amico, Faber conclude: «È bello come lo ricordavo. Santo Dio, come lo hanno modificato nelle trasmissioni dei soggiorni. Cristo fa parte delle famiglie ormai. Mi chiedo se il Padre-eterno riconosca suo figlio da come lo hanno conciato quelli, o forse dovrei dire sconciato» (81). Nelle trasmissioni radio-televisive, gli addetti alla comunicazione hanno osato sfigurare il messaggio di Cristo. Brad. non spiega in che modo l’abbiano fatto; forse manipolendo o riducendo la portata del messaggio. Tra gli uomini ostili alla cultura dominante, viene segnalato il reverendo Padover in questi termini: «è stato un buon predicatore, ma a causa delle sue idee ha perso il gregge da una domenica all’altra» (148). 

Nella trasizione cristiana, soprattutto monastica, sono esistiti realmente gli uomini del libro, che Bradbury introduce soltanto figure di fantascienza. 

Riporto due testimonianza per tutte. Uno storico antico del monachesimo, Palladio, ci fa conoscere la fogura del monaco Ammonio: «Aveva appreso a memoria l’Antico e il Nuovo Testamento, e aveva percorso seicento miriadi di righe nelle opere di sctittori famosi come Origene, Didimo, Pierio e Stefano; ne danno testimonianza per lui i padri del deserto. Dava consiglio e conforto ai fratelle del deserto, più di chiunque altro» (SL 11,4). Ci tramanda anche la memoria di una monaca illustre: «Melania si rivelò donna di alta cultura e fu presa d’amore per le Scitture. Allora mutò le notti in giorni e percorse ogni opers degli antichi commentatori. E non li lesse semplicemente, né come capitava, ma percorse con faticoso impegno ogni libro sette o otto volte. Per questo ella potè liberarsi da quella che falsamente è detta scienza…» (SL 55,3). 

Ammonio, ricco di sapere, diventa sostegno per molti altri, proprio quello che intendevano essere i cultori del libro, e Melania si libera dalla vuota cultura come aveva fatto Clarisse. 

Concludo con una citazione di Origene. Mentre sta commentando il libro di Giosuè, il grande teologolegge che questo condottiero salì alla città Qiriat Sefer (15,15), nome che significa città delle lettere. Come in Egitto, in Babilonia e a Ugarit, anche in Canaan esistevano località speciali per l’addestramento alla scrittura e alla conservazione degli archivi. La città di Qiriat Sefer venne poi chiamata Dabir, ossia “parola”. Origene così interpreta: «questa stessa Scrittura che ci sforziamo adesso di spiegare dobbiao intenderla come città di lettere, che in seguito diventa Dabir, cioè parola» (XX,5). In altri termini, tutto il sapere dei libri, deve essere impiegato per edificare la città della Parola, deve cioè divenire mezzo di umanizzazione e di civilizzazione.