Che cosa signica Risurrezione?
Gesù non soltanto riprende a vivere, ma viene collocato alla destra del Padre. Comincia regnare con il Padre su tutti gli uomini e su tutta la storia umana. Riprende e porta a compimento la missione d'introdurre nel mondo il Regno di Dio, la missione che aveva cominciato quando era tra gli uomini. Ora, finalmente, la sua missione riprende e avrà il suo compimento.
La Risurrezione è una cosa sola con l’umiliazione: Gesù Risorto mostra le ferite della sua passione. Questo significa che la passione di morte, senza il compimento della nuova vita, è uno spreco d’amore, un clamoroso fallimento. La risurrezione, senza la croce, è un vuoto trionfo perché Dio onora chi ha dato tutto se stesso per amore.
La risurrezione non è un ritorno alla vita precedente (come lasciano intendere le raffigurazioni di Cristo Risorto, dipinte o scolpite) ma inizio di una vita gloriosa che ha come caratteristica principale di essere eterna. Gesù si riveste di un corpo glorioso, un corpo di cui non abbiamo e non possiamo avere alcuna idea. San Paolo lo descrive così: «è seminato nella miseria, risorge nella gloria; è seminato nella debolezza, risorge nella potenza; è seminato corpo animale, risorge corpo spirituale» (1 Cor 15,43-44).
Cristo ritorna presso il Padre dal quale era stato mandato sulla terra. Non ritorna, però, così com’era partito ma rivesito d’un corpo umano glorioso e portando con sé la moltitudine degli uomini salvati. L’umanità è innalzata accanto a Dio nella gloria.
Per noi, la salvezza consiste nel saper vivere l’amore stesso di Cristo ma anche nell’essere una cosa sola con lui, il Risorto. Un giorno risorgeremo con il Signore e saremo come Lui. «Trasfigurerà il nostro misero corpo per conformarlo al suo corpo glorioso, in virtù del potere che egli ha di sottomettere a sé tutte le cose» (Fil 3,21).
Intanto riceviamo lo Spirito Santo che infonde in noi una vita nuova, libera dal peccato e dall’egoiso, una vita che è inizio e caparra di quella eterna.
Il tempo di Pasqua dura sette settimane, numero di pienezza, 49 giorni più il 50' giorno di Pentecoste. L'Ottava ha lo stesso valore della Domenica di Risurrezione.
Domenica di Risurrezione
Atti 10. Pietro rievoca la vita di Gesù: guidato dallo Spirito, agì come Messia beneficando e risanando tutti quelli che stavano sotto il potere del diavolo. Contrastato dai capi per il suo insegnamento, venne infine appeso alla croce ma Dio lo risuscitò. Ora siamo in attesa che Egli ritorni come giudice per dare compimento alla nuova creazione, preparata nella sua esistenza e iniziata con la sua Risurrezione. Pietro (e gli altri discepoli) sono testimoni di questi eventi. «La pietra scartata dai costruttori, è divenuta la pietra d’angolo», il perno di una nuova costruzione.
Col 3. Cercare le cose di lassù e non quelle della terra, non significa pretendere di essere già persone appartenenti totalmente al mondo celeste, né significa abbandonare il mondo a se stesso. Le cose del cielo (di lassù) le abbiamo viste nella persona di Gesù. Sono i suoi insegnamenti, sono le Beatitudini che ha già proclamato quand’era sulla terra e che ora continua ad infondere nel cuore dei fedeli. Le cose di lassù sono la vita eterna che è la carità stessa. «… come Cristo fu risuscitato dai morti per mezzo della gloria del Padre, così anche noi possiamo camminare in una vita nuova» (Rm 6,4).
Noi infatti siamo già morti al male, al peccato e perfino a questa vita mortale; viviamo con Cristo in Dio. Dio è come un nuovo spazio, una casa nella quale abitiamo insieme a Gesù. Il futuro atteso è già cominciato ma dobbiamo ancora attendere il suo compimento definitivo, quando appariremo con Lui nella gloria. «L’ardente aspettativa della creazione, è protesa verso la rivelazione dei figli di Dio» (Rm 8,19). Dio «nella sua grande misericordia ci ha rigenerati, mediante la risurrezione di Gesù Cristo dai morti, per una speranza viva, per un'eredità che non si corrompe, non si macchia e non marcisce. Essa è conservata nei cieli per voi, che dalla potenza di Dio siete custoditi mediante la fede, in vista della salvezza che sta per essere rivelata nell'ultimo tempo» ( 1 Pt 1,3-5).
1 Cor 5. Paolo richiama la Pasqua ebraica, quando il popolo si nutriva di pane senza lievito: «Nel primo mese, dal giorno quattordici del mese, alla sera, voi mangerete azzimi fino al giorno ventuno del mese, alla sera. Per sette giorni non si trovi lievito nelle vostre case...» (Es 12,18-19). Il lievito è simbolo dell’inclinazione malvagia del cuore: «Guardatevi dal lievito dei farisei!» (Mt 16,6). Purtroppo “un po’ di lievito fa fermentare tutta la pasta” perciò bisogna eliminare il “lievito vecchio” (malizia e corruzione) per essere “pasta nuova”.
Il lievito è simbolo del male che si diffonde; rappresenta qualcosa che si espande silenziosamente. Il peccato tollerato nella comunità, anche se sembra qualcosa di piccolo, gradualmente può contaminare tutto. Non si può convivere tranquillamente con il male pensando che resti “limitato”. “Eliminate il lievito vecchio”: l’invito è radicale; non basta correggere superficialmente, ma serve una purificazione interiore e comunitaria. La fede non è solo teoria, ma trasformazione concreta.
Paolo, collega poi questa precauzione, alla Pasqua. Gesù Cristo, immolato come il vero Agnello, è la vera Pasqua, il suo sacrificio segna una liberazione dal peccato. La vita del cristiano deve essere coerente con questa nuova realtà. Celebrare “con azzimi di sincerità e verità”, allude ad uno stile di vita autentica e senza doppiezza. Verità è vivere secondo Dio, senza compromessi. Non si può appartenere a Cristo e tollerare il male come se nulla fosse. La fede implica una trasformazione reale, personale e comunitaria.
Gv 20. «La Luce splende nelle tenebre…» (Gv 1,5). Maria va al sepolcro “quando era ancora buio”, un dettaglio cronologico e anche simbolico. Il buio rappresenta lo smarrimento, il dolore, la mancanza di senso dopo la morte di Gesù. Per lei non poter più incontrare Gesù, era un dolore troppo forte. Eppure Maria si muove: l’amore è più forte della paura e dell’oscurità. Anche nella fede, spesso si parte dal buio, ma è l’amore che spinge a cercare. «Chi segue me, non camminerà nelle tenebre» (Gv 8,12).
La corsa dei discepoli: Pietro e l’altro discepolo corrono insieme. Il discepolo amato arriva per primo: rappresenta l’intuizione dell’amore. Pietro arriva dopo ma entra per primo: rappresenta l’autorità e la guida. Si impone una complementarità: l’amore “vede” prima, ma la comunità (Pietro) ha un ruolo decisivo.
I due discepoli non vedono Gesù, ma soltanto dei segni che sono, però, estremamente eloquenti: i teli posati, il sudario piegato a parte. Non si trovano di fronte ad un caos (come sarebbe avvenuto se ci fosse stato un furto), ma ad un ordine sorprendente, denso di mistero. La fede nasce non da prove schiaccianti, ma da segni da interpretare che inducono all’adesione. Il discepolo amato “vide e credette”. Vede gli stessi segni di Pietro ma fa un passo in più di lui perché crede. Questo passaggio è decisivo: la fede è un salto, non solo una constatazione. Il Signore ci sostiene perché possiamo compiere questo atto di abbandono. La risurrezione non si impone: si lascia scoprire. Dio agisce nel silenzio, lasciando segni. Anche senza capire tutto, si può già credere. Solo del discepolo amato è detto che, dopo aver visto, «cominciò a credere» grazie aiutati segni delle bende e del sudario ripiegato. Per il discepolo è il preludio della fede piena, ecclesiale, che egli vivrà nel vedere Gesù risorto, sia nel cenacolo che sulla riva del lago di Tiberiade (cf. 20, 19; 21, 7). Cosi l'evangelista ci descrive l’alba di questo primo giorno che si preannuncia pieno di luce; siamo all'inizio del cammino di fede pasquale per la comunità dei discepoli. I discepoli, dopo aver constatata la tomba vuota di Gesù e i segni visibili della sua presenza «se ne tornarono di nuovo a casa» (v. 10), senza aver colto pienamente l'evento della risurrezione, ma certamente pieni di stupore per quanto era accaduto ed avevano visto con i loro occhi. Essi fanno ritorno al loro mondo fatto d'incertezze, di dubbi e di speranze.
“Non avevano ancora compreso la Scrittura”. Credono, ma non capiscono tutto; la fede cresce nel tempo. Il ricorso alla Sacra Scrittura rimane sempre fondamentale per farci guidare dal Signore stesso. Per mezzo di essa, il Signore ci conduce per mano. La conoscenza di Gesù avviene tramite l’assimilazione continua del Nuovo Testamento. Non dobbiamo cercare un Gesù ricostruito dagli esperti ma quello che si rivela a noi tramite gli scritti degli Apostoli che Egli ci ha donato per istruirci. Prima di questo bagno nella Scrittura, restiamo privi di vera comprensione. La fede, anche se è sincera ed immediata, non è ancora adeguata al Mistero.
«Nella Chiesa che va alla ricerca dei segni ci sono diversi temperamenti, diverse mentalità: c’è l'affetto di Maria, l'intuizione di Giovanni, la massiccia lentezza di Pietro; si tratta di diversi tipi, di diverse famiglie di spiriti che cercano i segni della presenza del Signore. Ma tutti, se sono veramente nella Chiesa, hanno in comune l’ansia della presenza di Gesù fra noi. Esistono quindi nella Chiesa diversi doni spirituali, da cui hanno origine diverse disposizioni: alcuni sono più veloci, altri più lenti; tutti comunque si aiutano a vicenda, rispettandosi reciprocamente, per cercare insieme i segni della presenza di Dio e comunicarceli, nonostante le diversità delle reazioni di fronte al mistero. In questo episodio troviamo l'esempio di una collaborazione nella diversità: ciascuno comunica all'altro quel poco che ha visto, e insieme ricostruiscono l'orientamento dell'esistenza cristiana, laddove i segni della presenza del Signore, di fronte a gravi difficoltà o a situazioni sconvolgenti, sembrano essere scomparsi... Quando manca la presenza dei segni visibili del Signore, bisogna scuotersi, muoversi, correre, cercare comunicazione con altri, con la certezza che Dio è presente e ci parla. Se nella Chiesa primitiva Maddalena non avesse agito in tal modo, comunicando ciò che sapeva, se non ci si fosse aiutati l'un l'altro, il sepolcro sarebbe rimasto là e nessuno vi sarebbe andato; sarebbe rimasta inutile la risurrezione di Gesù. Soltanto la ricerca comune e l'aiuto degli uni, agli altri portano finalmente a ritrovarsi insieme, riuniti nel riconoscimento dei segni del Signore» (Martini).
Lunedi di Pasqua
At 2. Primo discorso di Pietro nel giorno di Pentecoste. Gesù di Nazaret (titolo di grande umiltà) ha avuto l’onore di essere stato accreditato dal Padre nel corso della sua missione. Pur essendo un povero, agì come Messia. Gli ascoltatori, se sono onesti, devono riconoscere che Egli compì miracoli e prodigi, per opera di Dio. Con grande coraggio, l’apostolo invita i suoi ascoltatori a riconoscere anche di averlo ucciso, servendosi di pagani malvagi. Questo fatto, pur essendo un crimine, era stato previsto dalla prescienza divina. Fu permesso da Dio ma non voluto da Lui. Egli mostrò il suo volere quando lo fece risorgere, accreditandolo così in modo definitivo. Lo fece sedere alla sua destra per donargli un’autorità di salvezza pari alla sua e Gesù lo dimostra subito nell’invio dello Spirito Santo. Pietro deve testimoniare l’evento della Risurrezione. Esso è già preannunciato dalla Sacra Scrittura. Ad esempio il Salmo 15 (16) profetizza che un eletto del Signore non avrebbe subito la corruzione della morte.
Pietro afferma che la crocifissione di Gesù è stata una colpa commessa dai giudei, un crimine. Quindi è stato un atto contrario alla volontà di Dio perché egli non istiga e non vuole il peccato. Dio ha mostrato la sua volontà quando lo ha fatto risorgere da morte e in questo ha mostrato di approvare Gesù perché Egli era stato ucciso in modo da far credere che era stato maledetto da Dio. Però la morte di Gesù, pur non essendo approvata dal Padre, è avvenuta nella sua prescienza. Dio ha permesso che avenisse questo crimine pe il bene che avrebbe ricavato da esso. Egli fa sempre così: permette il male del mondo per ripararlo con un bene ancora più grande.
Gesù risorto è stato approvato da Dio. e collocato alla sua destra. Così riprende e porta a compimento la missione di introdurre nel mondo il Regno di Dio, la missione che aveva cominciato quando era tra gli uomini. Ora, finalmente, la sua missione avrà la sua ripresa e il suo compimento. La Risurrezione, però, è una cosa sola con l’umiliazione: Gesù Risorto mostra le ferite della sua passione. Questo significa che la passione di morte, senza il compimento della risurrezione, è uno spreco d’amore, un clamoroso fallimento. La risurrezione, senza la croce, è un vuoto trionfo perché Dio onora chi ha dato tutto se stesso per amore. Dio anche ora realizza il suo regno senza violenza, utilizzando la sua misericordia
Mt 28. Le donne (Maria di Magdala e “l’altra Maria”) lasciano il sepolcro con timore e grande gioia. Questo doppio sentimento è tipico dell’esperienza del divino: il timore nasce dalla consapevolezza di trovarsi davanti a qualcosa di più grande dell’umano; la gioia scaturisce dalla speranza nuova: la morte non ha vinto. La fede non elimina la paura, ma la trasforma. L’incontro con Gesù Cristo conferma il messaggio dell’angelo. Gesù le rassicura (“Non temete”) e affida loro una missione: annunciare ai discepoli che lo vedranno in Galilea.
La risurrezione è un evento che chiede testimonianza. È significativo che le prime testimoni siano donne, in un contesto culturale in cui la loro testimonianza non aveva valore legale: questo sottolinea l’autenticità e la logica “sorprendente” di Dio. Dio affida la sua rivelazione a testimoni semplici e disponibili.
Parallelamente, le guardie vivono anche loro la paura, ma reagiscono in modo opposto: invece di aprirsi alla verità, si lasciano corrompere dai capi religiosi che offrono denaro per diffondere una versione menzognera. La resistenza alla verità, da parte dei capi, può perdurare anche davanti all’evidenza. La verità può essere rifiutata, ma non per questo perde la sua forza.
Martedi di Pasqua
At 2. Continua il discorso di Pietro a Pentecoste. Egli fa conoscere il vero significato della Risurrezione: Dio ha costituito Gesù Risorto come Signore e Cristo, due titoli che esprimo la medesima convinzione di fede, elaborata dalla primitiva comunità palestinese. Da Signore, Gesù riprende a introdurre nel mondo e a dilatare il suo Regno, che è quello di Dio. Pietro rinfaccia al popolo la colpa non per risentimento ma per suscitare il pentimento. Tutti quelli che ascoltano il Vangelo, che annuncia la misericordia di Dio e il suo giudizio, si pongono la medesima domanda: che cosa dobbiamo fare? L’attenzione, oltre al sentimento di compunzione, necessario, si sofferma sulla necessità del “fare”.
Il primo atto che scaturisce dalla conversione consiste nel sottoporsi al Battesimo, il rito già esigito dal Battista. Ma questo bagno purificatore ora è compiuto nel nome di Gesù. È il sangue dell’Agnello a purificarci. Quando il Signore osserva la verità della nostra conversione, la rende solida, stabile e vera, donando il suo Spirito. Lo Spirito rende possibile credere in Gesù e uniformarsi a Lui. L’orizzonte della conversione è aperto a tutti ma essa, in primo luogo, è opera di Dio il quale dispone che una moltitudine l’accolga. Costoro costituiranno una comunità ben distinta dalla generazione malvagia che la circonda e che cercherà di soffocare la verità. Sullo sfondo si staglia la “prossimità” (teologica e non cronologica) del giudizio, già annunciato dal Battista.
I due angeli non rivelano a Maria l’evento della risurrezione, a differenza dei Sinottici perché Giovanni pone in risalto il dialogo tra Gesù e Maria. Solo nel dialogo personale con Gesù si persuaderà.
La parola degli angeli fanno emergere il sentimento di Maria. Ella è rattristata per un temuto sfregio reso al corpo di Gesù. Ella, ormai, dovrà abbandonare il tipo di relazione con Gesù di cui godeva quando era in vita. Ora, infatti, il credente può godere dell’amicizia intima con il Signore, vivente realmente ma in modo invisibile. «Ecco: sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me» (Ap 3,20).
Colpisce l’atteggiamento di Gesù, che si avvicina a lei con quell'amabilità, più volte sottolineata da Giovanni, quando il Maestro parla con le varie persone che incontra, come i primi discepoli, Nicodemo, la Samaritana, il paralitico, il cieco nato, gli amici di Betania... Egli si pone sempre a livello della persona, partendo dai problemi e dalle domande che riguardano il suo presente e, con delicatezza e fine sensibilità, illumina il mondo interiore dell'uomo, perché egli stesso si definisca e crei lo spazio per la sua rivelazione. Solo dopo aver creato l'ambiente per una sua presenza, egli si rivela e suscita nell'intimo la fede, facendosi riconoscere. Ora rialza di nuovo una canna spezzata e riaccende uno stoppino dalla fiamma smorta (Cf Is 42,3).
Maria si volge per due volte verso Gesù. Non si tratta di un volgersi fisico ma interiore. Prima si volge verso un presunto giardiniere, poi verso il Risorto che l’ha chiamata. Egli è il Pastore che chiama le sue pecore ad una ad una. «Le pecore ascoltano la sua voce: egli chiama le sue pecore, ciascuna per nome, e le conduce fuori» (Gv 10,3). Maria è una delle persone sfinite che attirano la compassione di Gesù: «Vedendo le folle, ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite come pecore che non hanno pastore» (Mt 9,36). Chiamandola per nome (il nome rappresenta il segreto ultimo di una persona), il Risorto restituisce Maria a se stessa).
Un monaco del XIII secolo descrisse questo incontro tra Cristo e Maria nel giardino dopo la risurrezione riportando queste parole di Gesù: «Donna, perché piangi? Chi cerchi? Colui che tu cerchi, già lo possiedi e non lo sai? Tu hai la vera ed eterna gioia e ancora tu piangi? Questa gioia è nel più intimo del tuo essere e tu ancora lo cerchi al di fuori? Tu sei là, fuori, a piangere presso la tomba. Il tuo cuore è la mia tomba. E li non sto morto, ma vi riposo vivo per sempre. La tua anima è il mio giardino. Avevi ragione di pensare che io fossi il giardiniere. Io sono il nuovo Adamo. Lavoro nel mio paradiso e sorveglio tutto ciò che qui accade. Le tue lacrime, il tuo amore, il tuo desiderio, tutte queste cose sono opera mia. Tu mi possiedi nel più intimo di te stessa senza saperlo ed è per questo che tu mi cerchi fuori. E dunque anche fuori che io ti apparirò, e cosi io ti farò ritornare in te stessa, per farti trovare nell'intimo del tuo essere colui che tu cerchi altrove» (PL 184,766).
Convertita da Gesù, comincia a credere, però non deve più chiamare Gesù “Rabbuni” ma Signore (come farà davanti agli apostoli (v.18). Gesù è ormai presso il Padre: è il senso ultimo della risurrezione.
Il Signore non chiamò soltanto Maria, ma anche Paolo (1 Cor 15,8), Lidia (At 16,14) e una moltitudine, nella quale siamo anche ciascuno di noi. (At 2,39).
Mercoledi di Pasqua
At 3. Gli apostoli continuano a praticare la religione ebraica ed osservano la prescrizione di accompagnare con la preghiera i due sacrifici tradizionali, quello del mattino e quello della sera (che veniva offerto alle tre del pomeriggio). Questa prassi sta alla base della liturgia cristiana delle Ore. Come dapertutto, il tempio è frequentato da mendicanti i quali sperano che i fedeli osservino la pratica dell’elemosina, raccomandata dai profeti e dai saggi.
Compiendo il miracolo, Pietro continua la prassi di Gesù che operava prodigi come segni per rendere coscienti i suoi contemporanei della presenza del Regno. Anche questo miracolo è un’occasione per annunciare il Vangelo: Gesù è ancora vivo e continua a parlare ed operare mediante i suoi discepoli. Come il paralitico guarito, noi possiamo, a nostra volta, balzare in piedi, camminare nella vita nuova, avanzare nella carità lodando Dio per ciò che ha operato ed opera in noi. Possiamo essere noi un segno del Regno sempre attuale.
Lc 24. Cleopa ed un discepolo anonimo (che rappresenta ogni ascoltatore del Vangelo), sono delusi perché, mentre Gesù aveva annunciato la venuta del Regno, con la sua morte, il suo progetto sembrava aver conosciuto un fallimento irrimediabile . O Gesù aveva preteso il falso o era necessario cambiare le prospettive errate riguardo al Messia e alla sua opera. Bisognava cogliere nella Sacra Scrittura un orientamento diverso al quale non si era prestata alcuna attenzione. Gesù, mostrando compassione per la loro tristezza infinita, li accompagna e cerca di cambiare la loro opinione instruendoli sul vero senso della sua missione. La sua resurrezione dimostra che Dio Padre ha avallato la sua opera e che essa può ora continuare. Come sempre, quando Gesù parla, affascina. Ora che parla dal cielo può commuovere, infondere una gioia grande, suscitare un pentimento gioioso. Istruendoli, il Risorto comincia ad aprire il loro cuore. Perché Egli possa completare ciò che ha cominciato, i due dovranno tratennerlo più a lungo, offrirgli il pasto, solidarizzare con questo sconosciuto come Abramo aveva mostrato premura nei confronti dei tre personaggi misteriori che erano passati presso la sua tenda. La carità operativa spalanca la porta alla luce che era soltanto filtrata attraverso le parole ristoratrici. Annuncio e incontro con il Risorto avviene, in via normale nell’Eucaristia. Nell’antichità, essa prevedeva un dialogo prolungato e una condivisione di mensa. Questa doveva essere caratterizzata in verità da una vera fraternità, altrimenti i commensali avrebbero assunto la loro condanna.
Giovedi di Pasqua
At 3. Secondo discorso di Pietro agli abitanti di Gerusalemme. L’apostolo spiega il messaggio implicito nella guarigione dello storpio. Egli distoglie l’attenzione su di sé (e su Giovanni) come farà Paolo a Listra (At 14,13-15). Non sono profeti taumaturghi ma inviati del Signore Gesù che ora agisce per mezzo di loro. Di nuovo, con grande coraggio, denucia la colpa commessa dai giudei. Essi hanno rinnegato Gesù e favorito la sua uccisione. Questi, denominato l’autore della vita, detiene un nome potente: allo stesso modo con cui guarisce, può comunicare vita, liberando gli uomini dai peccati che corrompono la loro esistenza. Gesù, a sua volta, aveva guarito un paralitico dal male fisico ma lo aveva anche prosciolto dai suoi peccati. Gesù ha introdotto il Regno ma esso dovrà ottenere il suo compimento nel futuro, quando giungeranno «i tempi della consolazione». Il Messia doveva dare avvio ai tempi messianici. Cosi intanto siamo salvati nella speranza. Gesù, rinnegato e crocifisso, è tornato dai suoi non per condannarli, ma per comunicare la sua benedizione, come aveva promesso ad Abramo.
Lc 24 (36-48). Dopo l’incontro con due discepoli (Cleopa e un altro anonimo), si parla dell’incontro con la comunità degli apostoli. Gesù Risorto, stando in mezzo a loro augura la pace, non inizia muovendo dei rimproveri o delle recriminazioni. Usa premura verso di loro e vuole infondere pace perché Dio desidera e cerca la nostra pace.
Le persone di cultura ellenistica davano esclusiva importanza all’anima, disprezzando il corpo. Gesù dichiara di non essere puro spirito, né un’apparizione immateriale. Offre loro la possibilità di essere contemplato nell’aspetto che aveva in precedenza per adattarsi alla nostra capacità di uomini vincolati ai sensi. La risurrezione non è un’idea astratta ma un’esperienza concreta. Gesù mostra mani e piedi feriti per amore degli uomini. Attiva loro tutti i sensi: l’udito, il tatto, la vista, gusto (con l’olfatto). Noi siamo il nostro corpo e dobbiamo riunificare tutte le componenti della nostra persona, diventare un corpo spirituale. Egli di nuovo mangia con loro come aveva fatto nella sua vita terrena. Pietro testimonierà: «Abbiamo mangiato e bevuto con lui dopo la sua risurrezione dai morti» (At 10,41). La comunità primitiva era assidua ai pasti comuni (At 2,46), come segno di familiarità e condivisione, seguendo l’esempio di Gesù (1 Cor 11,20-22). Anche noi dobbiamo prenderci cura del corpo dei fratelli e dei loro bisogni (Fil 4,10-14 : «Sono allenato a tutto, alla sazietà e alla fame… avete fatto bene tuttavia a prendere parte alle mie tribolazioni»).
Come fece con i discepoli di Emmaus, sostiene che per credere alla Risurrezione è necessario confrontare questo annuncio con il messaggio della Sacra Scrittura. Tuttavia, dal momento che possiamo leggere senza comprendere, mentre ci inoltriamo nella lettura, Egli apre la nostra mente alla comprensione di ciò che viene annunciato. La fede, neppure essa, è nostro merito ma, in primo luogo, un dono di Dio (che richiede la nostra accoglienza).
La Pasqua apre a tutti gli uomini la possibilità di credere in Dio (al Dio d’Israele) e ottenere il perdono dei peccati. Sono questi a creare una distanza, una diffidenza e una contrapposizione tra noi e Lui. Gli apostoli potranno annunciare a tutti questa novità perché saranno guidati e sorretti dalla presenza dello Spirito Santo.
Venerdi di Pasqua
At 4. Pietro affronta il Sinedrio, composto da Sadducei che non credevano nella risurrezione e quindi erano infastiditi non soltanto per la predicazione su Gesù ma anche perché annunciavano la risurrezione. I membri del Sinedrio non negano l’evidenza del miracolo (a differenza di quanto avevano fatto con il cieco nato guarito da Gesù) ma non capiscono come sia avvenuto. Pietro proclama che esso è avvenuto per opera di Gesù, che loro avevano rinnegato ingiustamente. Pietro ora formula una dichiarazione fondamentale di fede: «In nessun altro c’è salvezza; non vi è infatti sotto il cielo, altro nome dato agli uomini, nel quale è stabilito che noi siamo salvati». In altre parole, Gesù è l’unico Salvatore di tutti gli uomini di ogni epoca e di ogni luogo. Ogni verità (salvifica) scoperta e ogni atto di bontà derivano da Lui, anche se la persona che la scopre o la compie non ne è neppure consapevole. Senza di lui, non possiamo far nulla.
Gv 21. Un gruppo di pescatori galilei, discepoli di Gesù, dopo l'insuccesso della notte precedente nel loro lavoro di pescatori, ottengono una pesca straordinaria, calando le reti nel luogo indicato loro da uno sconosciuto che è sulla riva del lago (un racconto simile ci è presentato da Lc 5,1-11). Gesù si prende cura di loro e prova compassione della loro mancanza di cibo. L’obbedienza a Gesù provoca il miracolo inaspettato ed essi ottengono la gioia di verificare la forza della loro fede. I discepoli si sono fidati di Gesù, hanno posto al centro della loro vita la sua parola ed hanno sperimentato, con Gesù in mezzo, la sconvolgente novità della vita: la loro fede.
I protagonisti di questa scena miracolosa sono Pietro e il discepolo che il Signore amava. Pietro è quello che si da maggiormente da fare nella pesca perché l’iniziativa è sua ma l'altro discepolo riconosce per primo Gesù nello sconosciuto che è sulla riva. Tutti gli altri discepoli, tuttavia, collaborano, trascinando la rete. Nella comunità appaiono doni diversi ma tutti sono necessari. Chi non possiede carismi particolari, collabora partecipando alla fatica di trascinare una rete colma e pesante.
Subito dopo la pesca, si parla d'una colazione dei discepoli col Signore risuscitato; ma questa colazione è raccontata in modo tale, che il lettore non può non pensare all'eucaristia.
Il numero dei pesci: se l'evangelista ne ricorda il numero, dobbiamo essere sicuri che non lo fa per soddisfare una curiosità o precisarne fa quantità. Se avesse mirato solo a far vedere il carattere straordinario della pesca, sarebbe ricorso al numero « tondo », che fa sempre maggior impressione. Alcuni naturalisti elencavano 153 specie diverse pesci. Quindi, la quantità indicata, 153, dev'essere intesa come il simbolo della totalità di qualcosa. La totalità dell'umanità? La totalità della Chiesa? Abbiamo lo sviluppo d'una metafora originaria di Gesù: «Vi farò pescatori di uomini» (Mc 1,17).
«e benché fossero tanti, la rete non si spezzò». Se i pesci devono simboleggiare la totalità dei popoli che devono entrare nella Chiesa, e se la rete non si spezzò questo fatto deve simboleggiare l'unità della Chiesa.
Sabato di Pasqua
At 4. Il Sinedrio, come unica possibilità di imporre la menzogna, cerca di impedire che tra il popolo si diffonda la notizia della guarigione dello storpio ed allora proibiscono a Pietro di parlare. Troviamo la terza grande affermazione dell’apostolo: Bisogna obbedire a Dio piuttosto che agli uomini. Su questo principio, affermato dalla Sacra Scrittura, anche il Sinedrio è d’accordo e quindi deve rilasciare l’apostolo sperando soltanto che egli taccia per timore.
Mc 16. La prima annunciatrice del Risorto è Maria di Magdala: una testimone improbabile perché donna (la testimonianza di una donna non aveva alcun valore giuridico) e perché era una persona dal passato burrascoso. In questo modo, Gesù cominciare ad introdurre la nuova creazione: «Non c’è Giudeo né Greco; non c’è schiavo né libero; non c’è maschio e femmina, perché tutti voi siete uno in Cristo Gesù» (3,28). La risurrezione spazza via i pregiudizi e i passati negativi.
Gli apostoli non credono alla sua testimonianza e perciò rimangono in lutto e in pianto. In positivo, essi non sono creduloni né persone impressionabili emotivamente. Conservano una concretezza inattaccabile: troppo bello per essere vero! Le possibilità di Dio sono infinitamente superiori a quelle umane. Il Signore creato l’inaspettato, è colui che in tutto ha potere di fare molto più di quanto possiamo domandare o pensare, secondo la potenza che opera in noi» (Ef 3,20). Il realismo negativo non è più la parola più saggia.
Il Signore Risorto mantiene verso i discepoli la stessa enorme pazienza che aveva sempre mostrato nella vita terrena precedente. Anche ora continua a bussare alla nostra porta. Se crediamo, se cominciamo a dare qualcosa di buono lo dobbiamo alla sua premurosa insistenza. È l’unico che ci può rimproverare perché è l’unico libero dal peccato, l’unico che rimprovera per amore (e non per stizza), l’unico che rimprovera per aiutare i colpevole e non per affermare la propria autorità: «Io, tutti quelli che amo, li rimprovero e li educo. Sii dunque zelante e convèrtiti. Ecco: sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verròda lui, cenerò con lui ed egli con me» (Ap 3,19-20).











