lunedì 25 maggio 2026

Settimana 8 t.o.

 Settimana 8

Lunedì dopo Pentecoste

Beata Vergine Maria Madre della Chiesa

At 1 12 ritornarono a Gerusalemme dal monte detto degli Ulivi, che è vicino a Gerusalemme quanto il cammino permesso in giorno di sabato. 13Entrati in città, salirono nella stanza al piano superiore, dove erano soliti riunirsi: vi erano Pietro e Giovanni, Giacomo e Andrea, Filippo e Tommaso, Bartolomeo e Matteo, Giacomo figlio di Alfeo, Simone lo Zelota e Giuda figlio di Giacomo. 14Tutti questi erano perseveranti e concordi nella preghiera, insieme ad alcune donne e a Maria, la madre di Gesù, e ai fratelli di lui.

Il passo descrive il momento immediatamente successivo all’ascensione di Gesù. Gli apostoli tornano a Gerusalemme dal monte degli Ulivi e si raccolgono nel “piano superiore” della casa dove s’incontravano. Si trovano in una situazione di particolare fragilità perché mentre Gesù non è più con loro visibilmente, lo Spirito Santo non è ancora disceso su di loro per renderli idonei alla loro missione. È un tempo di passaggio, quasi di sospensione, ma non attesa passiva. È vissuto nella preghiera e nella comunione. Le grandi opere di Dio maturano nel silenzio e nella fedeltà quotidiana. Erano “perseveranti” e “concordi”. Perseveranti: la preghiera non è un gesto occasionale, ma continuo. Concordi: la comunità esige l’unità. L’unità è il vaso che può accogliere il dono dello Spirito, il presupposto perché possa farsi percepire. «In verità vi dico ancora: se due di voi sopra la terra si accorderanno per domandare qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli ve la concederà. Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro» (Mt 18,19).

Gli apostoli erano persone diverse, con paure e fragilità, eppure rimangono insieme. Pietro aveva rinnegato Gesù, altri erano fuggiti; eppure il gruppo non si dissolve. Questo mostra che la Chiesa nascente non si fonda sulla perfezione dei suoi membri, ma sulla fedeltà di Dio. Maria appare qui come figura della Chiesa che attende lo Spirito. Aveva accolto Cristo mediante lo Spirito nell’annunciazione ed ora attende ancora lo Spirito insieme alla comunità dei discepoli. Gli undici apostoli sono incompleti poiché manca Giuda Iscariota. La comunità, che porta ancora la ferita del tradimento e della paura, non si chiude nella delusione ma rimane aperta alla promessa di Dio, il quale opera attraverso persone vulnerabili che si lasciano trasformare.

Gv 19. 25Stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria di Clèofa e Maria di Màgdala. 26Gesù allora, vedendo la madre e lì accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: «Donna, ecco il tuo figlio!». 27Poi disse al discepolo: «Ecco la tua madre!». E da quel momento il discepolo la prese nella sua casa. 28Dopo questo, Gesù, sapendo che ogni cosa era stata ormai compiuta, disse per adempiere la Scrittura: «Ho sete». 29Vi era lì un vaso pieno d'aceto; posero perciò una spugna imbevuta di aceto in cima a una canna e gliela accostarono alla bocca. 30E dopo aver ricevuto l'aceto, Gesù disse: «Tutto è compiuto!». E, chinato il capo, spirò. 31Era il giorno della Preparazione e i Giudei, perché i corpi non rimanessero in croce durante il sabato (era infatti un giorno solenne quel sabato), chiesero a Pilato che fossero loro spezzate le gambe e fossero portati via. 32Vennero dunque i soldati e spezzarono le gambe al primo e poi all'altro che era stato crocifisso insieme con lui. 33Venuti però da Gesù e vedendo che era già morto, non gli spezzarono le gambe, 34ma uno dei soldati gli colpì il fianco con la lancia e subito ne uscì sangue e acqua.

Agendo secondo il diritto ebraico, pone la madre sotto la protezione del discepolo, che diventa il rappresentante di Gesù, in sua assenza. Gesù crea la nuova famiglia che continuerà ad operare dopo la separazione con lui. Chiedendo da bere, ricorda che Egli ha sete di compiere la volontà del Padre ottenendo la salvezza di tutti. Nell’ultima parola pronunciata (“Tutto è compiuto, tutto si sta compiendo”), fa sapere che la sua Rivelazione è giunta al perfetto compimento e che il progetto di salvezza ha cominciato ad attuarsi. Le sue ossa non vengono spezzate come era prassi nei confronti dell’Agnello pasquale (e conforme alla promessa data al giusto). Dal fianco, sgorga l’acqua simbolo del Battesimo (e dello Spirito) e il sangue (simbolo dell’Eucarestia e del dono di se stessi). 

Settimana 8a T.O. 

Lunedi VIII

3Sia benedetto Dio e Padre del Signore nostro Gesù Cristo, che nella sua grande misericordia ci ha rigenerati, mediante la risurrezione di Gesù Cristo dai morti, per una speranza viva, 4per un’eredità che non si corrompe, non si macchia e non marcisce. Essa è conservata nei cieli per voi, 5che dalla potenza di Dio siete custoditi mediante la fede, in vista della salvezza che sta per essere rivelata nell’ultimo tempo. 6Perciò siete ricolmi di gioia, anche se ora dovete essere, per un po’ di tempo, afflitti da varie prove, 7affinché la vostra fede, messa alla prova, molto più preziosadell’oro – destinato a perire e tuttavia purificato con fuoco – torni a vostra lode, gloria e onore quando Gesù Cristo si manifesterà. 8Voi lo amate, pur senza averlo visto e ora, senza vederlo, credete in lui. Perciò esultate di gioia indicibile e gloriosa, 9mentre raggiungete la mèta della vostra fede: la salvezza delle anime.

Dio, ora, è il Padre rivelato da Gesù. Si è fatto conoscere a noi operando la nostra rigenerazione, quando «ci ha salvati, non per opere giuste da noi compiute, ma per la sua misericordia, con un’acqua che rigenera e rinnova nello Spirito» (Tt 3,5). La nostra rigenerazione è un evento reale: «Chiunque è stato generato da Dio non commette peccato, perché un germe divino rimane in lui, e non può peccare perché è stato generato da Dio» (1 Gv 3,9). «Per mezzo del battesimo siamo stati sepolti insieme a Cristo nella morte, affinché anche noi possiamo camminare in una vita nuova» (Rm 6,4). «Se uno non nasce dall’alto, non può vedere il regno di Dio» (Gv 3,3). 

Il primo beneficio della rinascita è la speranza, qualificata come viva perché reale, esistente in verità. «Dio illumini gli occhi del vostro cuore per farvi comprendere a quale speranza vi ha chiamati, quale tesoro di gloria racchiude la sua eredità» (Ef 1,18). «La speranza vi attende nei cieli» (Col 1,5).

La speranza coincide con l’eredità promessa. Per Israele, l’eredità era costituita dal paese di Canaan; per i cristiani non è un territorio ma una esistenza nell’eternità. «Se siamo figli, siamo anche eredi: eredi di Dio, coeredi di Cristo» (Rm 8,17). «Ciò che saremo non è stato ancora rivelato» (1 Gv 3,1). «È necessario che questo corpo corruttibile si vesta d’incorruttibilità e questo corpo mortale vi vesta d’immortalità» (1 Cor 15,53). La nostra eredità non è più esposta al rischio di essere perduta ma è custodita da Dio stesso nei cieli: «Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo» (Mt 25,34). 

Dio Padre custodisce e protegge gli eletti fino al compimento del suo progetto: «La vostra fede è fondata sulla potenza di Dio» (1 Cor 2,5). «Sono persuaso che Dio il quale ha iniziato in voi quest’opera buona, la porterà a compimento fino al giorno di Cristo Gesù» (Fil 1,6). 

La comunità, sebbene sperimenti le sofferenze derivate dalla fedeltà al Vangelo, è nella gioia, ricolma di gioia. Dio non chiede la sofferenza in quanto tale ma l'obbedienza alla sua volontà. «Considerate perfetta letizia quando subite ogni sorta di prove, sapendo che la vostra fede, messa alla prova, produce pazienza» (Gc 1,2). «Il momentaneo, leggero peso della nostra tribolazione ci procura una quantità smisurata ed eterna di gloria» (Rm 8,17). «Beato l’uomo che resiste alla tentazione perché, dopo averla superata, riceverà la corona della vita che il Signore ha promesso a coloro che lo amano» (Gc 1,12).

Il valore del credente apparirà alla venuta del Signore La prova della lealtà del cristiano è paragonata al passaggio dell'oro attraverso il fuoco del crogiolo. «L’opera di ciascuno sarà ben visibile perché con il fuoco si manifesterà e il fuoco proverà la qualità dell’opera di ciascuno» (1 Cor 3,13). «Egli conosce la mia condotta; se mi mette alla prova, come oro puro io ne esco» (Gb 23,10). «Il crogiuolo è per l’argento e il forno per l’oro, ma chi prova i cuori è il Signore» (Pr 17,3). «Ecco io ti ho purificato, non come l’argento; ti ho provato nel crogiuolo dell’afflizione» (Is 48,10). 

Amare Cristo è molto di più di un mero sentimento ma è sovrabbondante e concreta forza di volere, è dono di sé nella viva attesa d’incontrarlo in modo definitivo. «Siamo in esilio lontano dal Signore finché abitiamo nel corpo. Camminiamo nella fede e non nella visione. Preferiamo andare in esilio dal corpo e abitare presso il Signore» (2 Cor 5,6-8). «Ora raccogliete il frutto per la vostra santificazione e come traguardo avete la vita eterna» (Rm 8,22). 

Mc 10. 17Mentre andava per la strada, un tale gli corse incontro e, gettandosi in ginocchio davanti a lui, gli domandò: «Maestro buono, che cosa devo fare per avere in eredità la vita eterna?». 18Gesù gli disse: «Perché mi chiami buono? Nessuno è buono, se non Dio solo. 19Tu conosci i comandamenti: Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non testimoniare il falso, non frodare, onora tuo padre e tua madre». 20Egli allora gli disse: «Maestro, tutte queste cose le ho osservate fin dalla mia giovinezza». 21Allora Gesù fissò lo sguardo su di lui, lo amò e gli disse: «Una cosa sola ti manca: va’, vendi quello che hai e dallo ai poveri, e avrai un tesoro in cielo; e vieni! Seguimi!». 22Ma a queste parole egli si fece scuro in volto e se ne andò rattristato; possedeva infatti molti beni. 23Gesù, volgendo lo sguardo attorno, disse ai suoi discepoli: «Quanto è difficile, per quelli che possiedono ricchezze, entrare nel regno di Dio!». 24I discepoli erano sconcertati dalle sue parole; ma Gesù riprese e disse loro: «Figli, quanto è difficile entrare nel regno di Dio! 25È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio». 26Essi, ancora più stupiti, dicevano tra loro: «E chi può essere salvato?». 27Ma Gesù, guardandoli in faccia, disse: «Impossibile agli uomini, ma non a Dio! Perché tutto è possibile a Dio».

Gesù ha amato i peccatori con un amore di solidarietà, per liberarli dal male. Ha amato i giusti con amore di compiacimento e di approvazione, per renderli ancora più santi. Il ricco è un giusto amato dal Signore con un amore di compiacimento e di approvazione. Egli potrebbe, seguendo Gesù, apprendere molto di più della semplice onestà, potrebbe cioé acquisire la carità, che il bene superiore ad ogni bene, una virtù per la quale sarebbe più simile a Dio stesso. Gesù propone al ricco di considerare la sua persna come il bene più prezioso, un tesoro ricchissimo trovato inaspettatamente. Egli è tutta la ricchezza del cielo e della terra. In realtà, almeno per ora, il ricco preferisce restare nella sua condizione attuale ma la tristezza potrebbe condurlo ad un ripensamento. 

Gesù non ha rivolto a tutti un invito simile ma ha avvertito tutti che la ricchezza può assorbire del tutto la persona. Lo dimostra il fatto che il ricco è spesso insensibile alla sofferenza del prossimo, diventa schiavo dei piaceri e del lusso, opera oppressione e guerre (Gc 4,1-2). 

«Il seme caduto in mezzo ai rovi sono coloro che, dopo aver ascoltato, strada facendo si lasciano soffocare da preoccupazioni, ricchezze e piaceri della vita e non giungono a maturazione» (Lc 8,14). «Quelli che vogliono arricchirsi, cadono nella tentazione, nell’inganno di molti desideri insensati e dannosi, che fanno affogare gli uomini nella rovina e nella perdizione. L’avidità del denaro infatti è la radice di tutti i mali; presi da questo desiderio, alcuni hanno deviato dalla fede e si sono procurati molti tormenti» (1 Tm 6,9-10). «Guidami sul sentiero dei tuoi comandi, perché in essi è la mia felicità. Piega il mio cuore verso i tuoi insegnamenti e non verso il guadagno. Distogli i miei occhi dal guardare cose vane, fammi vivere nella tua via» (Sal 119,35-37). «Ritengo che tutto sia una perdita a motivo della sublimità della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore. Per lui ho lasciato perdere tutte queste cose e le considero spazzatura, per guadagnare Cristo ed essere trovato in lui, avendo come mia giustizia non quella derivante dalla Legge, ma quella che viene dalla fede in Cristo, la giustizia che viene da Dio, basata sulla fede» (Fil 3,8-9).

Il passo si chiude con una prospettiva di speranza: gli uomini da soli non riescono a cambiare una prospettiva di vita errata ma Dio può salvarli, suscitare in loro il pentimento, aiutarli a correre sulla via dei comandamenti con cuore dilatato e far scoprire loro il Figlio Gesù, dal quale non potranno più separarsene. Noi detestiamo i ricchi egoisti ma Dio li ama, non per quello che sono ma per quello che potrebbero essere. 

Collochiamoci tra i malvagi, bisognosi di redenzione, perché tutti siamo soggetti ad alimentare attaccamenti che ci impoveriscono. «Nessun fornicatore, o impuro o avaro – che è roba da idolatri – avrà parte al regno di Cristo e di Dio» (Ef 5,5). 

Martedi VIII

1 Pt 1. 10Su questa salvezza indagarono e scrutarono i profeti, che preannunciavano la grazia a voi destinata; 11essi cercavano di sapere quale momento o quali circostanze indicasse lo Spirito di Cristo che era in loro, quando prediceva le sofferenze destinate a Cristo e le glorie che le avrebbero seguite. 12A loro fu rivelato che, non per se stessi, ma per voi erano servitori di quelle cose che ora vi sono annunciate per mezzo di coloro che vi hanno portato il Vangelo mediante lo Spirito Santo, mandato dal cielo: cose nelle quali gli angeli desiderano fissare lo sguardo. 13Perciò, cingendo i fianchi della vostra mente e restando sobri, ponete tutta la vostra speranza in quella grazia che vi sarà data quando Gesù Cristo si manifesterà. 14Come figli obbedienti, non conformatevi ai desideri di un tempo, quando eravate nell’ignoranza, 15ma, come il Santo che vi ha chiamati, diventate santi anche voi in tutta la vostra condotta. 16Poiché sta scritto: Sarete santi, perché io sono santo. 

La grazia straordinaria concessa ai cristiani li rendono superiori agli antichi Profeti e agli angeli, perché le cose preannunciate sono avvenute ai loro giorni ed erano state predette per loro. «Molti profeti e molti giusti hanno desiderato vedere ciò che voi guardate, ma non lo videro» (Mt 13,17). 

Il Messia, già conosciuto prima della fondazione del mondo (v.20), è rivelato ora come Gesù Cristo. I cristiani sono convinti che le Sacre Scritture trovino in Gesù il loro vertice e il loro significato ultimo. «[Gesù], cominciando da Mosé e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a Lui» (Lc 24,27). 

Gli oracoli dei Profeti, rivolti al futuro, furono pronunciati per ispirazione dello Spirito di Cristo. «Nessuna scrittura profetica va soggetta a privata spiegazione, poiché non da volontà umana è mai venuta una profezia, ma mossi da Spirito Santo parlarono alcuni uomini da parte di Dio» (2 Pt 1,20-21). 

Esiste un contrasto netto tra i fedeli dell'Antico Testamento che non beneficiarono della rivelazione loro affidata e i cristiani che invece ne godono: «…pur essendo stati approvati a causa della loro fede, non ottennero ciò che era stato loro promesso: Dio infatti per noi aveva predisposto qualcosa di meglio, affinché essi non ottenessero la perfezione senza di noi» (Eb 11,39-40).

Grazie alla chiamata di Dio e alla loro rinascita, i credenti sono stati liberati dell'ignoranza e dall’immoralità presenti nella società in cui vivono e, come popolo santo, possono conoscere la verità e obbedire ad essa. Parlare di ignoranza è anche un modo per scusare i peccati. Ricordiamo Gesù che intercede per i suoi crocifissori: «Non sanno quello che fanno» (Lc 23,34). 

La santità di Dio è base e modello del comportamento dei figli di Dio. La lettera insiste su una vita che sia santa, pura, buona, riconosciuta attraente e onorevole anche dai non credenti. «Siate irreprensibili e puri, figli di Dio innocenti in mezzo ad una generazione malvagia» (Fil 2,15). Vivere la santità significa vivere nella carità: «Fatevi imitatori di Dio e camminate nella carità, nel modo in cui anche Cristo ci ha amato» (Ef 4,1-2). «Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso» (Lc 6,36). 

Colloca i fedeli all'interno della storia di Israele e come il santo Israele ha soggiornato in terra straniera, anch’essi sono sollecitati a non conformarsi al modo comune di vivere dei pagani. La citazione del libro delle Levitico (11,44-45) - “Siate santi perché io sono santo” - mostra quanto sia importante l'attenzione dell'autore verso la santità della comunità e la sua separazione dalle iniquità della società. «Questa infatti è volontà di Dio, la vostra santificazione: che vi asteniate dall’impurità, che ciascuno di voi sappia trattare il proprio corpo con santità e rispetto, senza lasciarsi dominare dalla passione, come i pagani che non conoscono Dio; che nessuno in questo campo offenda o inganni il proprio fratello, perché il Signore punisce tutte queste cose, come vi abbiamo già detto e ribadito. Dio non ci ha chiamati all’impurità, ma alla santificazione. Perciò chi disprezza queste cose non disprezza un uomo, ma Dio stesso, che vi dona il suo santo Spirito» (1 Ts 4,3-7). 

Mc 10. 28Pietro allora prese a dirgli: «Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito». 29Gesù gli rispose: «In verità io vi dico: non c’è nessuno che abbia lasciato casa o fratelli o sorelle o madre o padre o figli o campi per causa mia e per causa del Vangelo, 30che non riceva già ora, in questo tempo, cento volte tanto in case e fratelli e sorelle e madri e figli e campi, insieme a persecuzioni, e la vita eterna nel tempo che verrà. 31Molti dei primi saranno ultimi e gli ultimi saranno primi».

Pietro fa trasparire il timore che il distacco richiesto ai discepoli sia un prezzo troppo alto: noi abbiamo lasciato tutto ma ne valeva davvero la pena? Gesù non lo rimprovera, riconosce il valore della scelta fatta dai discepoli e precisa: riceverà “cento volte tanto” già ora, insieme alle persecuzioni, e poi la vita eterna. Il discepolo parla di lasciare e seguire, Gesù di lasciare e ricevere. Dio aveva chiesto ad Abramo di lasciare il suo paese e la casa di suo padre, ma gli promise: «Renderò grande il tuo nome e diventerai una benedizione» (Gen 12,2). Giuseppe promise ai fratelli: «Venite da me e io vi darò il meglio del paese d’Egitto e mangerete i migliori prodotti della terra. Non abbiate rincrescimento per la vostra roba, perché il meglio di tutto il paese sarà vostro» (Gen 45, 18.20). 

Chi segue Cristo scopre relazioni nuove, una libertà diversa, una fraternità più ampia, un senso più profondo dell’esistenza, la gioia profonda che scaturisce dal donare tutto se stessi. Mosè «stimava l’obbrorio di Cristo ricchezza maggiore dei tesori d’Egitto; gurdava infatti alla ricompensa» (Eb 11,26).

Il Vangelo, tuttavia, non promette una vita facile, la ricompensa del Signore non è il benessere. La sequela non elimina la fatica, il conflitto o la perdita. Il discepolo non entra in uno stato protetto ma piuttosto si incammina nella stessa strada percorsa da Cristo, la quale conduce ad una vita migliore, non alla rovina. Siamo «aflitti, ma sempre lieti; poveri, ma facciamo ricchi molti; gente che non ha nulla e invece possediamo tutto» (2 Cor 6,10). Chi lascia qualcosa per amore del Vangelo non rimane “più povero”, ma entra in una vita più larga. «Tenete a mente che chi semina scarsamente, scarsamente raccoglierà e chi semina con larghezza, con larghezza raccoglierà» (2 Cor 9,6). «Amazia rispose all'uomo di Dio: “Che ne sarà dei cento talenti che ho dato per la schiera di Israele?”. L'uomo di Dio rispose: “Il Signore può darti molto più di questo”» (2 Cr 25,9). «Onora il Signore con i tuoi averi e con le primizie di tutti i tuoi raccolti; i tuoi granai si riempiranno di grano e i tuoi tini traboccheranno di mosto» (Pr 1,9-10).

Che cosa trattengo per paura di perdere me stesso e che cosa invece potrei scoprire, se mi fidassi di più? Il brano invita a non vivere la fede come contratto o scambio, a riconoscere che ogni rinuncia apre uno spazio nuovo, ad accettare che la fedeltà al Vangelo comporti anche incomprensioni e prove. 

Mercoledi VIII

1 Pt 1. 18Voi sapete che non a prezzo di cose effimere, come argento e oro, foste liberati dalla vostra vuota condotta, ereditata dai padri, 19ma con il sangue prezioso di Cristo, agnello senza difetti e senza macchia. 20Egli fu predestinato già prima della fondazione del mondo, ma negli ultimi tempi si è manifestato per voi; 21e voi per opera sua credete in Dio, che lo ha risuscitato dai morti e gli ha dato gloria, in modo che la vostra fede e la vostra speranza siano rivolte a Dio. 22Dopo aver purificato le vostre anime con l’obbedienza alla verità per amarvi sinceramente come fratelli, amatevi intensamente, di vero cuore, gli uni gli altri, 23rigenerati non da un seme corruttibile ma incorruttibile, per mezzo della parola di Dio viva ed eterna. 24Perché ogni carne è come l’erba e tutta la sua gloria come un fiore di campo. L’erba inaridisce, i fiori cadono, 25ma la parola del Signore rimane in eterno. E questa è la parola del Vangelo che vi è stato annunciato.

La liberazione è avvenuta attraverso il sangue di Cristo. «Siete stati comprati a caro prezzo» (1 Cor 6,20). «Egli ha dato se stesso per noi, per riscattarci da ogni iniquità e formare per sé un popolo puro» (Tt 2,14). Condotta non indica solo il comportamento ma anche i valori e gli impegni che danno forma a tutto il modo di vivere. Il modo di vivere d’un tempo dei batezzati viene descritto come vuoto. 

Cristo è al centro della pre-conoscenza e della intenzione di Dio. «La grazia ci è stata data in Cristo Gesù fin dall’eternità, ma è stata rivelata ora, con la manifestazione del salvatore nostro Cristo Gesù» (2 Tm 1,10). Il passivo “si è manifestato” comporta che sia Dio a operare la manifestazione in chiusura della storia: qualcosa di nascosto e di sconosciuto viene svelato. 

La certezza che Dio ha risuscitato dai morti Gesù è l’elemento centrale dell'annuncio. «Dio dà vita ai morti e chiama all’esistenza le cose che non esistono» (Rm 4,17). L'onore e la gloria di Cristo sofferente diventano una garanzia l'onore della gloria riservata ai credenti che rimangono fedeli nelle avversità. 

«Obbedire alla verità», come «obbedire alla Parola» è il tratto distintivo di un figlio di Dio. Richiama l'esperienza della conversione culminata nel battesimo e mostrano le implicazioni che ne derivano per uno stile di vita adeguato. I credenti sono diventati non solo figli di Dio, ma anche fratelli e sorelle. La nuova identità presuppone la responsabilità dell'amore nella nuova famiglia di cui sono diventati membri e la lealtà verso i fratelli credenti. 

Tale obbedienza sfocia in «un amore fraterno senza ipocrisie». I battezzati si considerano e si trattano gli uni gli altri come fratelli e sorelle, uniti dalla fede e da rapporti familiari; inoltre la comunità cristiana, percepita come un tutto, è rappresentata come famiglia e casa di Dio. All'interno della famiglia di Dio, i cristiani devono vivere nell'amore reciproco «senza ipocrisie» cioè con genuinità, sincerità, autenticità e senza finzioni (cfr. Rm 12,9; 2Cor 6,6). 

Il verbo «amare» non ha nulla a che vedere con un sentimento passeggero ma designa piuttosto un atteggiamento di bontà, di apertura, disponibilità e stima. Non per nulla è il più grande dei carismi dello Spirito Santo (cfr. 1Cor 12) e va vissuto anzitutto nella comunità cristiana, rinnovandone continuamente i rapporti interni. L'amore per i fratelli non si mostra negli slanci dominati dall’emotività, ma è un principio di vita caratterizzato dalla costanza che rimane stabile nelle avversità. Il cristianesimo primitivo, di fronte a una società ostile, ha trovato nella propria unità nell' amore la forza essenziale per la propria sopravvivenza. 

Mc 10. 32Mentre erano sulla strada per salire a Gerusalemme, Gesù camminava davanti a loro ed essi erano sgomenti; coloro che lo seguivano erano impauriti. Presi di nuovo in disparte i Dodici, si mise a dire loro quello che stava per accadergli: 33«Ecco, noi saliamo a Gerusalemme e il Figlio dell’uomo sarà consegnato ai capi dei sacerdoti e agli scribi; lo condanneranno a morte e lo consegneranno ai pagani, 34lo derideranno, gli sputeranno addosso, lo flagelleranno e lo uccideranno, e dopo tre giorni risorgerà». 

Mc 835Gli si avvicinarono Giacomo e Giovanni, i figli di Zebedeo, dicendogli: «Maestro, vogliamo che tu faccia per noi quello che ti chiederemo». 36Egli disse loro: «Che cosa volete che io faccia per voi?». 37Gli risposero: «Concedici di sedere, nella tua gloria, uno alla tua destra e uno alla tua sinistra». 38Gesù disse loro: «Voi non sapete quello che chiedete. Potete bere il calice che io bevo, o essere battezzati nel battesimo in cui io sono battezzato?». 39Gli risposero: «Lo possiamo». E Gesù disse loro: «Il calice che io bevo anche voi lo berrete, e nel battesimo in cui io sono battezzato anche voi sarete battezzati. 40Ma sedere alla mia destra o alla mia sinistra non sta a me concederlo; è per coloro per i quali è stato preparato». 41Gli altri dieci, avendo sentito, cominciarono a indignarsi con Giacomo e Giovanni. 42Allora Gesù li chiamò a sé e disse loro: «Voi sapete che coloro i quali sono considerati i governanti delle nazioni dominano su di esse e i loro capi le opprimono. 43Tra voi però non è così; ma chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore, 44e chi vuole essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti. 45Anche il Figlio dell’uomo infatti non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti». 

Nella sua replica, Gesù si rivolge dapprima ai soli Giacomo e Giovanni e indica ciò di cui dovrebbero occuparsi. Non cercare di sedere vicino a Cristo nella gloria ma piuttosto di bere al suo calice e condividere il suo battesimo. L’interesse del discepolo deve essere soltanto quello di seguire Gesù. 

Poi si rivolge a tutto il gruppo dei discepoli per richiamare un insegnamento già dato ma che non hanno né compreso né praticato (9,35: “Se uno vuole essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servo di tutti”). L’evangelista pensa a coloro che nella Chiesa occupano posizioni di autorità. Devono agire come servitori, distanziandosi dall’autorità mondana e conformarsi a lui. «Non spadroneggiando sulle persone a voi affidate, ma facendovi modelli del gregge» (1 Pt 5,3). «Noi non predichiamo noi stessi, ma Cristo Gesù Signore; quanto a noi, siamo i vostri servitori per amore di Gesù» (2 Cor 4,5).

Lo stesso vale per tutti i credenti: «Vi esorto a comportarvi in maniera degna della vocazione che avete ricevuto, con ogni umiltà, mansuetudine e pazienza, sopportandovi a vicenda con amore, cercando di conservare l'unità dello spirito per mezzo del vincolo della pace» (Ef 4,1-3).

Il versetto conclusivo è uno dei più rilevanti del Vangelo di Marco perché rivela la logica che ha guidato l’intera esistenza di Gesù e che spiega tutti i suoi gesti, compresa la croce. Il detto rileva un netto contrasto fra ciò che tutti attendevano e ciò che Cristo ha fatto. «Voi mi chiamate Maestro e Signore e dite bene, perché lo sono. Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i vostri piedi, anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri. Vi ho dato infatti l'esempio, perché come ho fatto io, facciate anche voi. Sapendo queste cose, sarete beati se le metterete in pratica» (Gv 13,13-15.17). 

Dare la vita non allude soltanto alla morte ma ad una esistenza vissuta nella donazione di sé. In riscatto, cioè a favore dei molti, solidale con tutti. «Colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo trattò da peccato in nostro favore, perché noi potessimo diventare per mezzo di lui giustizia di Dio» (2 Cor 5,21). «Offro la vita per le pecore» (Gv 10,15). 

Giovedi VIII

2Come bambini appena nati desiderate avidamente il genuino latte spirituale, grazie al quale voi possiate crescere verso la salvezza, 3se davvero avete gustato che buono è il Signore. 4Avvicinandovi a lui, pietra viva, rifiutata dagli uomini ma scelta e preziosa davanti a Dio, 5quali pietre vive siete costruiti anche voi come edificio spirituale per un sacerdozio santo e per offrire sacrifici spirituali graditi a Dio, mediante Gesù Cristo. 9Voi invece siete stirpe eletta, sacerdozio regale, nazione santa, popolo che Dio si è acquistato perché proclami le opere ammirevoli di lui, che vi ha chiamato dalle tenebre alla sua luce meravigliosa. 10Un tempo voi eravate non-popolo, ora invece siete popolo di Dio; un tempo eravate esclusi dalla misericordia, ora invece avete ottenuto misericordia. 11Carissimi, io vi esorto come stranieri e pellegrini ad astenervi dai cattivi desideri della carne, che fanno guerra all’anima. 12Tenete una condotta esemplare fra i pagani perché, mentre vi calunniano come malfattori, al vedere le vostre buone opere diano gloria a Dio nel giorno della sua visita. 

L'espressione «bambini appena nati» appartiene al campo semantico battesimale. I credenti devono essere affamati della Parola, proprio come un neonato lo è del latte materno (1Ts 2,7 Eb 5, 12-13). «Quanto a malizia, siate bambini, ma quanto a giudizi, comportatevi da uomini maturi» (1 Cor 14,20). «Agendo secondo verità, nella carità, cerchiamo di crescere in ogni cosa tendendo a Lui[Cristo]» (Ef 4,15). 

Avete gustato quanto è buono il Signore (Cf Sal 34,9). Il titolo di Signore non è più riferito Dio, ma a Gesù Cristo. Le parole del salmo servono a descrivere l'esperienza passata dei credenti quando per la prima volta udirono la buona notizia del Signore: «… sono stati una volta illuminati e hanno gustato il dono celeste, sono diventati partecipi dello Spirito Santo e hanno gustato la buona parola di Dio e i prodigi del mondo futuro» (Eb 6,4). 

Gesù Cristo (2,3) è «pietra vivente», rifiutata dagli uomini ma onorata da Dio. Il salmista aveva paragonato il popolo oppresso dai suoi nemici ad una pietra scartata dai costruttori (Sal 118,22, cf Zc 3,9). La tradizione della passione adopera il verbo rigettato per descrivere il rifiuto subito dal Cristo (cfr. Mc 8,3 Lc 9,22; 17,25), così nel discorso di Pietro di fronte al Sinedrio di Gerusalemme (cfr. At 4,8-12): «Egli è la pietra respinta da voi costruttori». Qui «costruttori» è sostituito da «uomini»: si esce dalla polemica strettamente antigiudaica estendendo l'accusa a tutti coloro che rigettano Gesù. 

L’opera di costruzione e di consolidamento della comunità è compiuta da Dio. Perseverando nel rapporto con la Pietra Vivente, i credenti condividono la stessa identità di pietre viventi. «Siete tempio di Dio e lo Spirito di Dio abita in voi. Se uno distrugge il tempio di Dio, Dio distruggerà lui» (1 Cor 3,16). «In Lui [Cristo] tutta la costruzione cresce ordinata per essere tempio santo nel Signore; in lui anche voi venite edificati insieme per diventare abitazione di Dio per mezzo dello Spirito» (Ef 2,21). 

La comunità è un luogo abitato da Dio e i suoi membri sono veri sacerdoti che esercitano il culto a Dio: «Voi sarete per me un regno di sacerdoti e una nazione santa» (Es 19,6). «Tu sei un popolo consacrato al Signore» (Dt 14,2). «Hai fatto di loro, per il nostro Dio, un regno e sacerdoti, e regneranno sopra la tera» (Ap 5,9-10). «Per mezzo di lui offriamo a Dio continuamente un sacrificio di lode, cioé il frutto di labbra che confessano il suo nome» (Eb 13,15). I “sacrifici” comportano la glorificazione di Dio con la lode e una condotta di vita onorata e santa: «Vi esorto ad offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio; è questo il vostro culto spirituale» (Rm 12,1; Cf Rm 15,16; Fil 2,17; 2 Tm 4,6). I sacrifici graditi a Dio sono suscitati dallo Spirito ed offerti attraverso la mediazione di Cristo. 

L'elezione di Israele segna la sua unicità. «Il Signore predilesse soltanto i tuoi padri, li amò e, dopo di loro ha scelto fra tutti i popoli la loro discendenza, cioè voi, come avviene oggi» (Dt 10,15). Applicando questi attributi alla comunità messianica, il nostro autore afferma l'incorporazione dei credenti, in precedenza pagani o israeliti, nel popolo escatologico di Dio. La salvezza dei cristiani è descritta come un linguaggio che ricorda i termini utilizzati da Isaia per la liberazione di Israele dalle tenebre dell'Egitto e dell'esilio babilonese. «Il popolo che camminava nelle tenebre ha visto una grande luce» (Is 9,1). «Eravate tenebra, ora siete luce nel Signore» (Ef 5,8). I cristiani sono, dunque, il compimento escatologico di Israele, non un nuovo Popolo. Attraverso la fede in Cristo si è ammessi al popolo santo ed è eletto di Dio, non per discendenza carnale.

«Dio ha sopportato con grande magnanimità gente meritevole di collera, pronta per la perdizione. E questo, per far conoscere la ricchezza della sua gloria verso gente meritevole di misericordia, da lui predisposta alla gloria, cioè verso di noi, che egli ha chiamato non solo tra i Giudei ma anche tra i pagani. Esattamente come dice Osea: Chiamerò mio popolo quello che non era mio popolo e mia amata quella che non era l’amata (Os 1,6.9; 2,25)» (Rm 9,23-25). «Prima ero un bestemmiatore, un persecutore e un violento. Ma mi è stata usata misericordia, perché agivo per ignoranza, lontano dalla fede» (1 Tm 1,13). 

L'antico Israele fu forestiero in una terra straniera e ostile, come ora lo sono i cristiani, in senso metaforico, in conseguenza della loro conversione. L’andare controcorrente rispetto al loro precedente stile di vita, estraniano i credenti dai loro vicini. «Siamo diventati la spazzatura del mondo , il rifiuto di tutti» (1Cor 4,13). Essi sono esortati a impegnarsi con loro in modo tale che, mentre manifestano la loro peculiarità, possono allontanare i sospetti da loro e perfino attirare il loro elogio. 

Il primo impegno è tenersi lontani dalle passioni insaziabili e ingannatrici (desideri carnali) che caratterizzavano lo stile di vita precedente. «Vi dico: Camminate secondo lo spirito e non sarete portati a soddisfare il desiderio della carne. Quelli che sono di Cristo anno Crocifisso la carne con le sue passioni e i suoi desideri» (Gal 5,17-24). 

L'impatto positivo di una condotta onorevole non soltanto confuta le calunnie ma spinge i detrattori a glorificare Dio, il quale viene glorificato dal comportamento coerente dei credenti. (Il pensiero è ripetuto in 3,1-2 ricordando l'influsso particolare che le mogli cristiane possano avere sui propri mariti non credenti). «[Siate] irreprensibili e puri, figli di Dio innocenti in mezzo a una generazione malvagia e perversa. In mezzo a loro voi risplendete come astri nel mondo (Fil 2,15). 

Mc 10. 46E giunsero a Gerico. Mentre partiva da Gerico insieme ai suoi discepoli e a molta folla, il figlio di Timeo, Bartimeo, che era cieco, sedeva lungo la strada a mendicare. 47Sentendo che era Gesù Nazareno, cominciò a gridare e a dire: «Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!». 48Molti lo rimproveravano perché tacesse, ma egli gridava ancora più forte: «Figlio di Davide, abbi pietà di me!». 49Gesù si fermò e disse: «Chiamatelo!». Chiamarono il cieco, dicendogli: «Coraggio! Àlzati, ti chiama!». 50Egli, gettato via il suo mantello, balzò in piedi e venne da Gesù. 51Allora Gesù gli disse: «Che cosa vuoi che io faccia per te?». E il cieco gli rispose: «Rabbunì, che io veda di nuovo!». 52E Gesù gli disse: «Va’, la tua fede ti ha salvato». E subito vide di nuovo e lo seguiva lungo la strada.

Bartimeo vede più di qualsiasi altro della folla; il cieco è quello che “vede” davvero perché riconosce chi è Gesù. La folla vede un maestro che passa; Bartimeo riconosce il “Figlio di Davide”, cioè il Messia atteso. 

Non fa un discorso forbito ma grida. La sua preghiera nasce dal bisogno reale. Anche quando gli altri vogliono zittirlo, lui insiste. È l’immagine di una fede che non si lascia bloccare dal giudizio degli altri o dalla propria miseria. La frase «abbi pietà di me» è diventata una delle invocazioni più antiche della tradizione cristiana. «Voi mi invocherete e ricorrerete a me e io vi esaudirò; mi cercherete e mi troverete, perché mi cercherete con tutto il cuore; mi lascerò trovare da voi - dice il Signore - cambierò in meglio la vostra sorte» (Ger 29,12-14)

Gesù si ferma; interrompe il cammino per ascoltare un misero. Nel Vangelo, Gesù non passa oltre davanti a chi lo invoca sinceramente. 

Bartimeo “gettò via il mantello”. Per un mendicante il mantello era molto: protezione, casa, sicurezza. «Se prendi in pegno il mantello del tuo prossimo, glielo renderai al tramonto del sole, perché è la sua sola coperta, è il mantello per la sua pelle; come potrebbe coprirsi dormendo? Altrimenti, quando invocherà da me l'aiuto, io ascolterò il suo grido, perché io sono pietoso» (Es 22,25-26). «Se quell'uomo è povero, non andrai a dormire con il suo pegno. Dovrai assolutamente restituirgli il pegno al tramonto del sole, perché egli possa dormire con il suo mantello e benedirti; questo ti sarà contato come una cosa giusta agli occhi del Signore tuo Dio» (Dt 24,12-13).

Il gesto indica distacco e fiducia: lascia ciò che aveva per andare incontro a Gesù. È il simbolo dell’abbandono della vecchia vita. «Quello che poteva essere per me guadagno, l’ho considerato una perdita a motivo di Cristo» (Fil 3,7). «Anche noi, deposto tutto ciò che è di peso e il peccato che ci assedia, corriamo con perseveranza nella corsa che ci sta davanti, tenendo fisso lo sguardo su Gesù, autore e perfezionatore della fede» (Eb 12,1).

«Che cosa vuoi che io faccia per te?» È la stessa domanda che poco prima Gesù aveva rivolto a Giacomo e Giovanni, i quali chiedevano gloria e posti d’onore. Bartimeo invece chiede semplicemente di vedere. I discepoli cercano potere; il cieco cerca la luce. Ed è proprio il cieco a diventare vero discepolo, perché alla fine “seguiva Gesù lungo la strada”. «Farò camminare i ciechi per vie che non conoscono, li guiderò per sentieri sconosciuti; trasformerò davanti a loro le tenebre in luce, i luoghi aspri in pianura. Tali cose io ho fatto e non cesserò di farle» (Is 42,16).

Venerdi VIII

1 Pt 7La fine di tutte le cose è vicina. Siate dunque moderati e sobri, per dedicarvi alla preghiera. 8Soprattutto conservate tra voi una carità fervente, perché la carità copre una moltitudine di peccati. 9Praticate l’ospitalità gli uni verso gli altri, senza mormorare. 10Ciascuno, secondo il dono ricevuto, lo metta a servizio degli altri, come buoni amministratori della multiforme grazia di Dio. 11Chi parla, lo faccia con parole di Dio; chi esercita un ufficio, lo compia con l’energia ricevuta da Dio, perché in tutto sia glorificato Dio per mezzo di Gesù Cristo, al quale appartengono la gloria e la potenza nei secoli dei secoli. Amen! 12Carissimi, non meravigliatevi della persecuzione che, come un incendio, è scoppiata in mezzo a voi per mettervi alla prova, come se vi accadesse qualcosa di strano. 13Ma, nella misura in cui partecipate alle sofferenze di Cristo, rallegratevi perché anche nella rivelazione della sua gloria possiate rallegrarvi ed esultare.

v.8 «L’odio suscita litigi, l’amore ricopre ogni colpa» (Pr 10,12). «L’elemosina salva dalla morte e purifica da ogni peccato. Coloro che fanno l’elemosina godranno lunga vita» (Tb 12,9). 

v.9 «Condividete le necessità dei santi; siate premurosi nell’ospitalità» (Rm 12,13). 

v. 10 «Ciascuno dia secondo quanto ha deciso nel suo cuore, non con tristezza né per forza, perché Dio ama chi dona con gioia» (2 Cor 9,7). «A ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito per il bene comiune» (1 Cor 12,7). «Abbiamo doni diversi secondo la grazia data a ciascuno di noi: chi ha un ministero attenda al ministero; chi insegna si dedichi all’insegnamento. Chi dona, lo faccia con semplicità; chi presiede, presieda con diligenza; chi fa opere di misericordia, le compia con gioia» (Rm12,6-8). 

v. 12 «Quali persecuzioni ho sofferto! Ma da tutte mi ha liberato il Signore!» (2 Tm 3,11). «[Ho mandato da voi Timoteo] per confermarvi ed esortarvi nella vostra fede, perché nessuno si lasci turbare in queste prove. Voi stessi, infatti, sapete che questa è la nostra sorte; infatti, quando eravamo tra voi, dicevamo già che avremmo subìto delle prove, come in realtà è accaduto e voi ben sapete» (1 Ts 3,12). 

v. 13 «[Gli apostoli furono] lieti di essere stati giudicati degni di subire oltraggi per il nome di Gesù» (At 5,41). «Riguardo a Cristo, a voi è stata data la grazia non solo di credere in lui, ma anche di soffrire per lui» (Fil 1,29). «Vi prego di non perdervi d’animo a causa delle mie tribolazioni per voi: sono gloria vostra» (Ef 3,13).

Mc 11. 11Ed entrò a Gerusalemme, nel tempio. E dopo aver guardato ogni cosa attorno, essendo ormai l’ora tarda, uscì con i Dodici verso Betània. 12La mattina seguente, mentre uscivano da Betània, ebbe fame. 13Avendo visto da lontano un albero di fichi che aveva delle foglie, si avvicinò per vedere se per caso vi trovasse qualcosa ma, quando vi giunse vicino, non trovò altro che foglie. Non era infatti la stagione dei fichi. 14Rivolto all’albero, disse: «Nessuno mai più in eterno mangi i tuoi frutti!». E i suoi discepoli l’udirono. 15Giunsero a Gerusalemme. Entrato nel tempio, si mise a scacciare quelli che vendevano e quelli che compravano nel tempio; rovesciò i tavoli dei cambiamonete e le sedie dei venditori di colombe 16e non permetteva che si trasportassero cose attraverso il tempio. 17E insegnava loro dicendo: «Non sta forse scritto: La mia casa sarà chiamata casa di preghiera per tutte le nazioni? Voi invece ne avete fatto un covo di ladri». 18Lo udirono i capi dei sacerdoti e gli scribi e cercavano il modo di farlo morire. Avevano infatti paura di lui, perché tutta la folla era stupita del suo insegnamento. 19Quando venne la sera, uscirono fuori dalla città. 20La mattina seguente, passando, videro l’albero di fichi seccato fin dalle radici. 21Pietro si ricordò e gli disse: «Maestro, guarda: l’albero di fichi che hai maledetto è seccato». 22Rispose loro Gesù: «Abbiate fede in Dio! 23In verità io vi dico: se uno dicesse a questo monte: “Lèvati e gèttati nel mare”, senza dubitare in cuor suo, ma credendo che quanto dice avviene, ciò gli avverrà. 24Per questo vi dico: tutto quello che chiederete nella preghiera, abbiate fede di averlo ottenuto e vi accadrà. 25Quando vi mettete a pregare, se avete qualcosa contro qualcuno, perdonate, perché anche il Padre vostro che è nei cieli perdoni a voi le vostre colpe».

In diverse occasioni Marco mette in risalto lo sguardo di Gesù, uno sguardo circolare da voler abbracciare ogni cosa; ora prepara e giustifica la purificazione del tempio che avverrà il giorno seguente. 

Il racconto della maledizione del fico, diviso in due parti, funge da cornice e il quadro sul quale dunque bisogna fermare l'attenzione è la purificazione del tempio. La maledizione del fico è un gesto parabolico che esprime il giudizio di Dio sul popolo. Non è la sterilità del fico che Gesù condanna ma una religiosità tutta foglie ed esteriorità e niente frutti. Il fico è sterile come il tempio che non produce frutti. «Che cosa dovevo fare ancora alla mia vigna che io non abbia fatto? Perché, mentre attendevo che producesse uva, essa ha fatto uva selvatica? Ora voglio farvi conoscere ciò che sto per fare alla mia vigna: toglierò la sua siepe e si trasformerà in pascolo; demolirò il suo muro di cintae verrà calpestata» (Is 5,4-5). 

Il gesto di Gesù al tempio ha un significato messianico (e nel contempo di condanna). Si tratta di qualcosa di più di un semplice gesto di purificazione: non una riforma, ma un superamento. «“Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere” Parlava del tempio del suo corpo» (Gv 2,19-21). I venditori non costituivano una presenza illegale. Al contrario, loro presenza era necessaria normale svolgimento del culto e il gesto di Gesù sembra voler impedirlo. L'economia di salvezza rappresentata dal Tempio è ormai decaduta e la presenza di Dio è un fatto universale, è per tutte le nazioni. La preghiera è più importante dei sacrifici e tutte le nazioni sono invitate alla casa di preghiera. Ormai è necessario sostituire i sacrifici con l’amore di Dio e del prossimo (Mc 12,33). 

La constatazione che il fico si era disseccato offre l'occasione per un insegnamento sulla fede e sulla preghiera. Fede è l'atteggiamento di chi confida in Dio senza dubitare. Fede è sentirsi al sicuro nelle mani del Signore anche quando il mare è in tempesta. Fede è ritenere possibile ciò che sembra impossibile. Fede è l'atteggiamento di chi, non confidando in se stesso, ricorre alla preghiera, consapevole che la salvezza è un dono. 

Sabato VIII

Giuda 17Ma voi, o carissimi, ricordatevi delle cose che furono predette dagli apostoli del Signore nostro Gesù Cristo. 20Voi, carissimi, costruite voi stessi sopra la vostra santissima fede, pregate nello Spirito Santo, 21conservatevi nell’amore di Dio, attendendo la misericordia del Signore nostro Gesù Cristo per la vita eterna. 22Siate misericordiosi verso quelli che sono indecisi 23e salvateli strappandoli dal fuoco; di altri infine abbiate compassione con timore, stando lontani perfino dai vestiti, contaminati dal loro corpo. 24A colui che può preservarvi da ogni caduta e farvi comparire davanti alla sua gloria senza difetti e colmi di gioia, 25all’unico Dio, nostro salvatore, per mezzo di Gesù Cristo nostro Signore, gloria, maestà, forza e potenza prima di ogni tempo, ora e per sempre. Amen.

Gli apostoli hanno annunciato la parola che illuminano le scelte da fare. Sulla preghiera nello Spirito Santo si basa una vita di fede, d’amore e di misericordia. Essa sfocia nell’eternità ma esige anche un impegno fin dal presente. Bisogna irrobustire gli indecisi, strappare altri al fuoco del giudizio. Verso altri è necessario far prevalere la precauzione perché si mostrano irremovibili nel male. Dio Padre merita la glorificazione perché può preservarci dal male e farci acquisire una integrità di vita nella gioia. La nostra lode lo onora mediante Gesù nostro Signore e gli riconosce gloria, mestà,forza e potenza. Lo spazio della sua grandezza ha quattro lati uguali. 

Mc 11. 27Andarono di nuovo a Gerusalemme. E, mentre egli camminava nel tempio, vennero da lui i capi dei sacerdoti, gli scribi e gli anziani 28e gli dissero: «Con quale autorità fai queste cose? O chi ti ha dato l’autorità di farle?». 29Ma Gesù disse loro: «Vi farò una sola domanda. Se mi rispondete, vi dirò con quale autorità faccio questo. 30Il battesimo di Giovanni veniva dal cielo o dagli uomini? Rispondetemi». 31Essi discutevano fra loro dicendo: «Se diciamo: “Dal cielo”, risponderà: “Perché allora non gli avete creduto?”. 32Diciamo dunque: “Dagli uomini”?». Ma temevano la folla, perché tutti ritenevano che Giovanni fosse veramente un profeta. 33Rispondendo a Gesù dissero: «Non lo sappiamo». E Gesù disse loro: «Neanche io vi dico con quale autorità faccio queste cose».

I capi delle tre classi del Sinedrio (che condanneranno Gesù), sconcertate per il gesto della purificazione del tempio, gli chiedono quale sia l’origine della sua autorità. Gli abitanti di Nazaret l’avevano respinto formulando un dubbio simile (6,2-3). Gesù li zittisce con la sua contro-domanda. Si impone una grande differenza tra l’autorità di Gesù e quella dei membri del Sinedrio. La sua, come il Battesimo di Giovanni, proviene da Dio. Le autorità pretendono di essere sapienti ma devono ammettere una grave ignoranza circa le cose di Dio. Inoltre più che testimoniare la verità sono interessate al mantenimento del loro potere e così si sottomettono alla folla. 


sabato 23 maggio 2026

Lo Spirito Santo

 

Il dono dello Spirito è il culmine della Pasqua perché è lo scopo a cui mira tutta l’opera di salvezza. I profeti attendevano l’effusione dello Spirito di Dio sull’uomo e sulla creazione. Gesù è venuto, è morto in croce, è asceso presso il Padre perché Dio compisse per noi la promessa dei profeti e noi ricevessimo lo Spirito che aveva creato l’umanità di Gesù e lo aveva guidato in tutta la sua esistenza. 

Lo Spirito comunica agli uomini la carità di Dio, la carità che è Dio stesso. Noi l’abbiamo contemplata nella vita terrena di Gesù ed ora questa carità viene infusa in noi perché diventiamo simili a Gesù, un altro Cristo. 

Attenzione noi mettiamo in relazione lo Spirito Santo con i sette santi doni (Tu septiformis munere); questo è vero ma c’è di più. Egli ci rende capaci di credere in Gesù e questa fede non è soltanto un’adesione ad un programma ma è far abitare Cristo in noi. Lo Spirito Santo fa abitare Cristo in noi mediante la fede. Mediante la fede che opera nella carità. Nella sua vita terrena, Cristo stava presso i suoi discepoli, ora Cristo abita nei suoi discepoli, forma una cosa sola con loro. Lo Spirito Santo è Cristo divenuto una forza interiore. 

Questo è il significato del soffio del Risorto, della nuova creazione. Se uno aderisce veramente a Cristo, allora mostra in sé la nuova creazione. 

Non abbiamo già ricevuto lo Spirito nel Battesimo? Perché invocarlo ancora come se non lo conoscessimo? Perché l’irradiazione dello Spirito è permanente e graduale. Egli scende in noi due volte: con la prima prepara la sua venuta, con la seconda completa la sua opera. Facciamo un esempio. Egli è Spirito di carità. Dapprima ci insegna a non fare agli altri ciò che non vogliamo che gli altri facciano a noi. In secondo luogo, ci aiuta ad agire con estrema generosità e ci spinge a fare per gli altri ciò che vorremmo che gli altri facessero a noi. 


venerdì 22 maggio 2026

Ray Bradbury

 Fahrenheit 451


Romanzo di fantascienza scritto nel 1951, nel periodo del cosidetto maccartismo (caratterizzato dall’ossessione dell’infiltrazione comunista in USA, col rischio di cadute illiberali) e soprattutto dalla prima larga diffusione del mezzo televisivo. Bradbury denuncia un profondo decadimento culturale e morale della nazione, dovuto soprattutto all’abbandono della cultura (letteratura, filosofia, pensiero critico in genere) a favore dell’espansione dei nuovi strumenti tecnologici, così invadente da assorbire l’interesse, quasi esclusivo, della gente. 

Lo scrittore immagina che un potere politico anonimo, sostenuto dalla grande maggioranza dei cittadini, decida di bruciare tutti i libri depositati nelle librerie, nella biblioteche pubbliche e private, per impedire l’insorgere di un pensiero critico. A tal scopo, crea un gruppo di pompieri specializzati ad apiccare il fuoco (anziché spegnerlo) con l’aiuto di macchinari molto efficenti (soprattutto il cosidetto Segugio). Nel frattempo una guerra distruttiva sta minacciando la popolazione. 

Guy Montag, il protagonista del romanzo, è un pompiere trentenne (10), entusiasto del suo lavoro, e gode della stima del comandante Beatty. Insieme con altri pompieri distrugge volentieri i libri, usando lanciafiamme al cherosene.

Un giorno, Montag incontra per caso una ragazza diciasettene, Clarisse McClellan (10) una vicina di casa, estranea ed ostile alla mentalità corrente della società. Non evita la società per misogenia: «In fondo la società m’interessa, ma tutto dipende da cosa s’intende per stare insieme» (31). «Non ho amici» confessa Clarisse «e questo dimostra che sono anormale, ma tutti quelli che conosco si limitano a gridare, ballare come pazzi o fare a botte: hai notato che la gente piace farsi del male?». Dopo questa osservazione generale, precisa: «A volte sembro vecchia. Ho paura dei ragazzi della mia età. Si ammazzano a vicenda, mi chiedo se è stato sempre così. Lo zio dice di no. Nell'ultimo anno hanno sparato a sei dei miei amici. Dieci sono morti in incidenti stradali. Ho paura di loro e se ne accorgono, perciò mi stanno alla larga […] qualche volta salgo a bordo delle macchine che corrono alla periferia della città a mezzanotte, tanto alla polizia non gli importa, basta che siano assicurate. Finché hanno tutti un'assicurazione da diecimila dollari, siamo a posto e felici. […] La gente non parla di niente… nominano tante macchine, vestiti, piscine e dicono che bello! Il fatto è che sono sempre nelle stesse cose e nessuno dice mai niente di diverso» (32-33). 

È sorpresa che il suo interlocutore faccia l’inceneritore di libri perché ha l’impressione che egli sia diverso dagli altri uomini comuni. «Nessuno ha più tempo per gli altri, lei è uno dei pochi che mi abbia accettato» (26). Questi rimane molto colpito dall’osservazione, sentendosi come trafiggere da questa rivelazione su di lui. Clarisse 

Non siamo di fronte ad analisi sociologiche compiute, ma ad osservazioni significative, anche se frammentarie. I fatti che la ragazza richiama, sono esposti dal film di Nicholas Ray “Rebel whitout cause” tradotto in italiano con “La gioventù bruciata”, uscito nel 1955. Ricordo che nel film vengo rappresentate scene di alcolismo, di accoltellamenti tra giovani. In modo particolare, aveva impressionato la cosidetta “corsa del coniglio” (chicken run): giovani automobilisti si dirigevano all’impazzata verso la scogliera, gettandosi fuori dall’abitacolo subito dopo una frenata improvvisa, prima che l’automobile precipitasse nel vuoto. “Coniglio” era chiamato l’automobilista che, per paura, si gettava fuori per primo. Facendo parlare Clarisse, Ray Bradbury denuncia questo clima tipico dei “ribelli senza motivazione”. 

In seguito Montag assiste ad una scena raccapricciante: un’anziana signora preferisce darsi fuoco e bruciare insieme ai suoi libri, piuttosto che soppravvivere priva di essi. In quell’occasione, egli raccoglie un libro (39), e, dopo essere rincasato, lo nasconde sotto il cuscino nel suo letto. 

Nel frattempo, non riece più a partecipare alle incusioni dei pompieri e cade in malattia. Continua a pensare all’anziana suicida. Il capitano Beatty viene a visitalo per sollecitarlo a riprendere il lavoro e nel colloquio amichevole, spiega come è cominciato la missione del rogo dei libri. Il primo passo è stato determinato dalla diffusione della radio e della televisione. Questo ha portato a volere «libri più brevi, condensati, riviste tascabili e tabloid … i classici ridotti a quindici minuti di un programma radiofonico» (55). Il Capitano continua a vantare i risultati ottenuti dalla società: «La scuola è sempre più breve, la disciplina è rilassata, filosofia, lingue, vengono abbandonate. L'inglese e l'ortografia sono sacrificati sempre di più, finché si arriva a un'ignoranza quasi totale. La vita è una cosa concreta: quello che conta è il lavoro e il divertimento dopo il lavoro. Perché imparare qualcosa che non serve a premere i bottoni, a tirare le leve e a incastrare viti e bulloni? Più sport per tutti, spirito di gruppo, divertimento, non c'è bisogno di pensare. Nei libri, sempre più figure e illustrazioni. La mente si nutre meno e ancora meno. Impazienza, strade piene di gente che va fuori, fuori, fuori, in nessun posto. Con le scuole che sfornano sempre più corridori, saltatori, lanciatori, battitori, automobilisti, piloti, tecnici e nuotatori invece di critici, esaminatori e persone colte o creative, l'aggettivo intellettuale si è formato nella parolaccia che meritava di essere» (58). Beatty continua a descrivere, orgoglioso, i risultati coseguiti dallo sviluppo sociale: «Dobbiamo essere tutti uguali: non tutti nati liberi e uguali, come dice la Costituzione, ma tutti resi uguali. Ogni uomo deve essere l'immagine degli altri, perché allora tutti sono felici, non ci sono montagne che li fanno tremare, cime con cui devono confrontarsi» (59). «Prova a chiederti cosa vogliamo più di tutto, in questo paese: la felicità, non è vero? Voglio essere felice, dice la gente e noi cerchiamo di fare in modo che lo sia, la teniamo occupata, la facciamo divertire… Vogliamo il piacere, ci piace essere eccitati, e bisogna ammettere che la nostra cultura è prodiga di tutto… (60). Meglio frequentare i club e qualche festa concedersi un po' di sesso con eroina, insomma tutto quello che puoi ottenere con un riflesso automatico» (62). Tutto questo stile di vita “non è stata un'imposizione del governo, nessun editto, dichiarazione o censura, almeno all'inizio» (58). 

Terminato lo sproloquio, il Capitano se ne và. Montag, allora, comunica alla moglie le sue impressioni sulla visita: «… cominciò a vestirsi, muovendosi inquieto nella stanza da letto. Sì hai sentito Beatty? Hai fatto caso a quello che diceva? Conosce tutte le risposte, lui. Ha ragione, la felicità è importante, il divertimento è tutto, eppure io continuo a dirmi che non sono felice, non sono felice» (65). Nonostente le rassicurazioni del suo Capitano, avverte, quindi, un’inquietudine profonda come l’aveva avvertita ascoltando il discorso di Clarisse. 

Tempo dopo, si mette alla ricerca di Faber, un anziano che, un tempo, mentre esercitava il ruolo di inceneritore di libri, aveva sospettato di essere un amante della cultura. 

Mentre si reca da lui, legge un libro di particolare valore, un passo del Vangelo di Matteo. Vorrebbe concentrasi ma la lettura viene molestata da un annuncio pubblicitario sonoro, insistito e tedioso. *** Detto questo Faber confessa all’amico: «Signor Montag, lei ha davanti un vigliacco. Da molto tempo mi ero reso conto di come andassero le cose, eppure non ho fatto niente» (81). La massa è colpevole per essersi adeguata alla manovra del potere e una persona accorta come Faber è colpevole per non aver tentato alcuna ribellione. Egli ritiene che, per sfuggire alla cattura del mezzo televisivo, occorre perseguire tre risultati: la qualità dell’informazione, il tempo per assorbirla, la messa in pratica di quanto appreso (84). Purtroppo, il pubblico ha smesso di leggere di sua volontà e pochi voglio ribellarsi (86-89). Chi insegnerà ai superstiti il lato buono dell’umanità? (87). «Quelli che non sono capaci di costruire finiscono per dar fuoco alle cose» (89). 

La trama del racconto prosegue in maniera drammatica. Guy Montag viene denunciato (dalla moglie e dalle amiche di costei) per aver trattenuto e letto dei libri. I pompieri si recano, allora, presso la casa di Montag per ridurla in cenere, assieme ai libri che vi erano nascosti (109). Anzi, lui stesso viene costretto dal Capitano ad appiccare il fuoco alla propria casa. Devastato, spinge il lanciafiamme contro il suo Capitano, i suoi colleghi e gli strumenti usati dai pompieri per avviare gli incendi. Poi, aiutato dall’unico amico, Faber, fugge e si sottrae, fortunosamente, alla cattura. In questo frattempo, Faber decide di recarsi da un tipografo per moltiplicare, di nascosto, i pochi libri recuperati uscendo finalmente allo scoperto nella ribellione al potere (131). Montag, invece, medita una seconda vendetta. Entra di nascosto nella casa di un altro pompiere, suo ex-collega ormai, vi deposita un libro, a sua insaputa, per far in modo che anche questi venga scoperto e, poi, condannato al rogo (129). 

Dopo quest’atto, conclude la sua fuga trovando un rifugio sicuro nel cosidetto “campo dei nomadi”. Si tratta di un folto gruppo di uomini che, volendo opporsi alla distruzione dei libri, si sono impegnati ad apprendere a memoria i testi più rilevanti contenuti nelle biblioteche, per salvaguardare la cultura. Essi sperano di poter un giorno farli ristampare in modo da poter essere letti di nuovo da tutti. Intanto la città viene distrutta dal passaggio della guerra. Subisce un bombardamento a raso al punto sembrare, infine, un mucchio di farina (160). Sono i poteri detenuti da persone disumane, privi di una cultura umanistica adeguata, a provocare queste catastrofi. Una pseudociviltà ne distrugge un’altra. La città viene annientata perché non aveva più ragione sufficiente per sussistere: «Il problema è che la cultura è stata uccisa, lo scheletro deve essere fuso e ricostruito in forma nuova» (86). 

Bradbury prevede che questi eventi tragici si ripetano lungo il corso della storia, con scarne speranze che tutto questo, un bel giorno, finisca. Sono preconizzati dal simbolo della fenice (161).

Cessato il conflitto, si apre l’opportunità di avviare una società nuova, attenta in modo adeguato, alla formazione culturale. 


Osservazioni

Nella cultura giudeo-cristiana la cura detiene la posizione di maggiore rilievo. Nell’ebraismo, il libro dell’insegnamento (Torah) occupa il posto centrale della religione; nel cristianesimo, al centro sta la persona di Cristo ma essa viene testimoniata dagli scritti degli apostoli, che costituiscono il fondamento della fede. 

L’impegno primario per l’uomo biblico è meditare che è un leggere al alta voce un passo, con una frequenza che sfocia nella continuità. 

Il rinnovamento sociale, nella storia di Israele, si appoggia sulla riscoperta del Libro sacro, come avviene con Esdra, dopo l’esilio. Tutto il popolo viene radunato in una grande spianata e gruppi di Scribi leggono in ebraico e traducono in aramaico dei passi significativi della Torah. 

Avvenne un episodio, al tempo del profeta Geremia, che rinvia a ciò che narrerà Bradbury. Il profeta aveva riportato in un rotolo i discorsi pronunciati fino a quel momento nella speranza di rendere più efficace la sua predicazione. Il re (Ioiakìm) «mandò Iudi a prendere il rotolo. Iudi lo prese dalla stanza di Elisamà lo scriba e lo lesse davanti al re e a tutti i capi che stavano presso il re. Il re sedeva nel palazzo d'inverno - si era al nono mese - con un braciere acceso davanti. Ora, quando Iudi aveva letto tre o quattro colonne, il re le lacerava con il temperino da scriba e le gettava nel fuoco sul braciere, finché non fu distrutto l'intero rotolo nel fuoco che era sul braciere. Il re e tutti i suoi ministri non tremarono né si strapparono le vesti all'udire tutte quelle cose. Eppure Elnatàn, Delaià e Ghemarià avevano supplicato il re di non bruciare il rotolo, ma egli non diede loro ascolto. Anzi ordinò di arrestare Baruc lo scriba e il profeta Geremia, ma il Signore li aveva nascosti. Questa parola del Signore fu rivolta a Geremia dopo che il re ebbe bruciato il rotolo con le parole che Baruc aveva scritte sotto la dettatura di Geremia: Prendi di nuovo un rotolo e scrivici tutte le parole di prima, che erano nel primo rotolo bruciato da Ioiakìm re di Giuda» (Ger 36,21-28). 

Geremia viene contrastato aspramente dal potere. Vede che la sua opera letteraria viene distrutta dal re, nonostante l’opposizione di alcuni consiglieri. Tuttavia evita l’arresto e poi torna a scrivere e a far udire di nuovo i suoi discorsi. Il fatto storico biblico anticipa, per alcuni tratti, il racconto fantastico dello scrittore americano.


Gli uomini/libro sono una «minoranza dissenziente che grida nel deserto» (151). Il compito che si prefiggono è, nel frattempo, quello di «mantenere intatta e al sicuro la conoscenza di cui avremo bisogno» (150). 

In futuro essi si dedicheranno all’educazione della società che sopravviverà al disastro bellico. 

Montag, di fatto, ha aperto la possibilità di una nuova società usando la medesima violenza efferata di cui si serviva il Potere che lo perseguitava, facendo perire nel fuoco il capitano Beatty, i colleghi pompieri, i loro macchinari. In aggiunta ha commesso un grave atto di vendetta contro un collega inceneritore di libri. Purtroppo, lungo il percorso storico, la tentazione del rogo ha contagiato tutti: i nazisti e gli oppositori del nazismo, uomini autoritari ed insigni democratici. Ricordo il tragico bombardemento di Dresda nel febbraio del 1945 ma altre cosidette tempeste di fuoco colpirono molte altre città (Amburgo, Tokio). 

Gli interventi degli educatori, tuttavia, si muoveranno nello stile della proposta non-violenta. Sono del tutto consapevoli della precarietà del loro ruolo. Possono proporre gli elementi di umanizzazione in cui credono ma sanno che non possono imporli. Si dicono: «Se non ci ascolteranno, dovremmo aspettare ancora» (151). 

Qui scorgo un’affinità tra la missione che si sono proposti gli educatori dei libri e gli evangelizzatori. «Se non ci ascolteranno, dovremmo aspettare ancora» (151). Questo proposito che si danno i cultori di libri, ricorda l’esortazione di S. Paolo al discepolo Timoteo: «Annuncia la Parola, insisti al momentoopportuno e non opportuno, ammonisci, rimprovera, esorta con ogni magnanimità e insegnamento. Verrà giorno, infatti, in cui non si sopporterà più la sana dottrina, ma, pur di udire qualcosa, gli uomini si circonderanno di maestri secondo i propri capricci, rifiutando di dare ascolto alla verità per perdersi dietro alle favole. Tu però vigila attentamente, sopporta le sofferenze, compi la tua opera di annunciatore del Vangelo, adempi il tuo ministero» (2 Tm 4, 2-5). 

Ogni evangelizzazione degna di questo nome evita la violenza dei roghi. Un episodio del Vangelo di Luca riferisce che Gesù, alla richiesta dei discepoli che suggerivano di invocare la discesa di un fuoco dal cielo perché consumasse un villaggio di Samaritani che avevano voluto respingerli, risponde con un netto rifiuto e con loro si dirige altrove spegnendo ogni ardore di vendetta (Lc 9,54-56). 

Il piano di ricostruzione viene progettato seguendo le indicazioni contenute nelle opere dei maestri di umanità. La riedificazione, necessaria e nobile, poggia, però, su una base insicura. La cultura umanistica non è in grado di impedire il suo deterioramento, né di garantire in permanenza la sua incolumità e continuità. 

Dal punto di vista storico, le società che riprendono il cammino dopo aver subito qualche catastrofe, sono costituite sempre da uomini dello stesso genere dei precedenti. Spesso sono gli stessi sostenitori di un regime nefasto, appena decaduto, a fornire le leve del nuovo ordinamento sociale. Non si danno nel percorso storico rivolgimenti culturali tali da definire una cesura definitiva tra un “prima” e un “dopo”. Le ideologie, neppure quelle più deleterie, incarnate in regimi infausti, non si spengono, di botto, in un rogo.

In questa lotta dell’educazione, gli umanisti confidano in una qualià permanente dell’uomo: «Questa è la meravigliosa qualità dell’uomo: non si scoraggia né si disgusta abbastanza da rinunciare a tentare di nuovo, perché sa molto bene che è importante e ne vale la pena» (152). 

Gli evangelizzatori, a loro volta, ricoscono questa qualità umana per cui non si lasciano abbandonare alla disperazione ma riprendono sempre di nuovo. Tuttavia la fondano su una base più sicura in quanto sono certi che essa è una creazione permanente di Dio. Diadoco di Foticea, un Padre della chiesa, afferma: «La natura del bene è più forte della disposizione al male perché l’uno è, mentre l’altro non è, se non quando lo si compie (Cento Capitoli 3, 109). 

Gli evangelizzatori, allo stesso modo degli umanisti, si propongono di conservare integro il loro messaggio per metterlo a disposizione di quanti lo richiedono. Montag, recandosi presso l’amico Faber, lungo il percorso, tenta di leggere un passo del Vanglo di Matteo ma un messaggio pubblicitario, insistinto ed invadente, disturba la sua concentrazione. Osservandolo nelle mani dell’amico, Faber conclude: «È bello come lo ricordavo. Santo Dio, come lo hanno modificato nelle trasmissioni dei soggiorni. Cristo fa parte delle famiglie ormai. Mi chiedo se il Padre-eterno riconosca suo figlio da come lo hanno conciato quelli, o forse dovrei dire sconciato» (81). Nelle trasmissioni radio-televisive, gli addetti alla comunicazione hanno osato sfigurare il messaggio di Cristo. Brad. non spiega in che modo l’abbiano fatto; forse manipolendo o riducendo la portata del messaggio. Tra gli uomini ostili alla cultura dominante, viene segnalato il reverendo Padover in questi termini: «è stato un buon predicatore, ma a causa delle sue idee ha perso il gregge da una domenica all’altra» (148). 

Nella trasizione cristiana, soprattutto monastica, sono esistiti realmente gli uomini del libro, che Bradbury introduce soltanto figure di fantascienza. 

Riporto due testimonianza per tutte. Uno storico antico del monachesimo, Palladio, ci fa conoscere la fogura del monaco Ammonio: «Aveva appreso a memoria l’Antico e il Nuovo Testamento, e aveva percorso seicento miriadi di righe nelle opere di sctittori famosi come Origene, Didimo, Pierio e Stefano; ne danno testimonianza per lui i padri del deserto. Dava consiglio e conforto ai fratelle del deserto, più di chiunque altro» (SL 11,4). Ci tramanda anche la memoria di una monaca illustre: «Melania si rivelò donna di alta cultura e fu presa d’amore per le Scitture. Allora mutò le notti in giorni e percorse ogni opers degli antichi commentatori. E non li lesse semplicemente, né come capitava, ma percorse con faticoso impegno ogni libro sette o otto volte. Per questo ella potè liberarsi da quella che falsamente è detta scienza…» (SL 55,3). 

Ammonio, ricco di sapere, diventa sostegno per molti altri, proprio quello che intendevano essere i cultori del libro, e Melania si libera dalla vuota cultura come aveva fatto Clarisse. 

Concludo con una citazione di Origene. Mentre sta commentando il libro di Giosuè, il grande teologolegge che questo condottiero salì alla città Qiriat Sefer (15,15), nome che significa città delle lettere. Come in Egitto, in Babilonia e a Ugarit, anche in Canaan esistevano località speciali per l’addestramento alla scrittura e alla conservazione degli archivi. La città di Qiriat Sefer venne poi chiamata Dabir, ossia “parola”. Origene così interpreta: «questa stessa Scrittura che ci sforziamo adesso di spiegare dobbiao intenderla come città di lettere, che in seguito diventa Dabir, cioè parola» (XX,5). In altri termini, tutto il sapere dei libri, deve essere impiegato per edificare la città della Parola, deve cioè divenire mezzo di umanizzazione e di civilizzazione. 



sabato 16 maggio 2026

7 settimana di Pasqua

 Ascensione del Signore


1. Nella liturgia, quando festeggiamo Cristo, festeggiamo anche noi. Tra noi e Gesù esiste un legame, una unità inscindibile: siamo il suo Corpo. Il Padre ha innalzato Gesù accanto a sé nella gloria e noi viviamo nella speranza di raggiungere Cristo. Non soltanto speriamo ma cominciamo già da ora a partecipare alla sua comunione con il Padre. Siamo con Cristo in Dio. Siamo parteci della sua vita divina. Intanto cominciamo questa nuova vita, ma dobbiamo viverla in pienezza e lasciare che lo Spirito Santo susciti in noi il desiderio del cielo. 

2. Gesù asceso presso il Padre intercede a nostro favore. Dobbiamo imparare ad accostarci con fiducia a Dio per ricevere sempre la sua misericordia. Quando guarda il Figlio, vedi insieme anche noi con lui e quando guarda a noi ci vede insime a Gesù. Noi non offriamo al Padre la nostra giustizia ma la sua, il tesoro di grazia che ci ha procurato il Signore. 

3. Se diciamo che Gesù è in Dio Padre, nel cielo, non dobbiamo pensare che sia lontanissimo da noi, riuscendo soltanto a comunicare con Lui (mediante qualche telefonata come capita con un congiunto lontano) ma dobbiamo pensare e credere che Egli è accanto a noi, qui, sulla terra. Quando era sulla terra, se Gesù si trovava in un luogo, non poteva essere in un altro, ora può essere sempre con ognuno di noi, in ogni luogo e in ogni tempo. 

4. Il Signore domina su tutto l’universo e su tutta la storia. Domina, persuadendo, convincendo, rendendoci partecipi della sua carità. Senza quella, non siamo niente. Tuttavia la pienezza del suo dominio la esercita nella Chiesa. Egli non trascura nessuno ma può riversare tutta la sua ricchezza in noi battezzati che formano il suo Corpo. 

5. Il primo dono della sua ricchezza è lo Spirito Santo perciò ora ci chiama all’unanime preghiera, sull’esempio di Maria e degli apostoli, nell’attesa di una rinnovata Pentecoste


Liturgia Ascensione



At 1 1Nel primo racconto, o Teòfilo, ho trattato di tutto quello che Gesù fece e insegnò dagli inizi 2fino al giorno in cui fu assunto in cielo, dopo aver dato disposizioni agli apostoli che si era scelti per mezzo dello Spirito Santo. 3Egli si mostrò a essi vivo, dopo la sua passione, con molte prove, durante quaranta giorni, apparendo loro e parlando delle cose riguardanti il regno di Dio. 4Mentre si trovava a tavola con essi, ordinò loro di non allontanarsi da Gerusalemme, ma di attendere l’adempimento della promessa del Padre, «quella – disse – che voi avete udito da me: 5Giovanni battezzò con acqua, voi invece, tra non molti giorni, sarete battezzati in Spirito Santo». 6Quelli dunque che erano con lui gli domandavano: «Signore, è questo il tempo nel quale ricostituirai il regno per Israele?». 7Ma egli rispose: «Non spetta a voi conoscere tempi o momenti che il Padre ha riservato al suo potere, 8ma riceverete la forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi, e di me sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino ai confini della terra». 9Detto questo, mentre lo guardavano, fu elevato in alto e una nube lo sottrasse ai loro occhi. 10Essi stavano fissando il cielo mentre egli se ne andava, quand’ecco due uomini in bianche vesti si presentarono a loro 11e dissero: «Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo? Questo Gesù, che di mezzo a voi è stato assunto in cielo, verrà allo stesso modo in cui l’avete visto andare in cielo». 

La missione di Gesù ha avuto due inizi: quando aveva cominciato ad annunciare il regno in Galilea (primo inizio) e quando, da Risorto, apparve ai discepoli, per istruirli fino alla sua ascensione (secondo inizio). 

Il Vivente incontrò i discepoli dando loro prove inconfutabili (tekmeriois) della sua risurrezione. La vera istruzione degli apostoli, scelti nello Spirito, è avvenuta dopo la risurrezione e comportò un insegnamento completo, in un tempo necessario (quaranta giorni) e così divennero trasmettitori dell’autentica tradizione di Gesù. A questo insegnamento degli apostoli deve riferirsi sempre ogni chiesa, in ogni luogo e in ogni tempo. Essa è fondata sui dodici apostoli. 

In uno di questi incontri, Gesù promise di effondere su di loro il suo Spirito, il vero iniziatore della missione apostolica. Questa effusione, già preconizzata dai profeti e dal Battista, sarebbe avvenuta a Gerusalemme, centro nevralgico della storia della salvezza. 

La fine della storia, con la inaugurazione del regno messianico per Israele, che nella speculazione apocalittica sarebbe stata concomitante all’effusione dello Spirito, è davvero imminente? Gesù rifiuta queste speculazioni e ribadisce che soltanto Dio conosce l’ora del compimento finale. Nel frattempo gli apostoli, fortificati dallo Spirito, testimonieranno Gesù ovunque, sulla terra. 

La risurrezione di Gesù è un’ascensione a Dio. Egli entra nella nube, cioè viene accolto dal Padre nella vita celeste. «Cristo è alla destra di Dio, dopo essere salito al cielo e aver ottenuto la sovranità sugli angeli, i Principati e le Potenze» (1 Pt 3,22). In modo simile, Elia era stato portato presso Dio: «Mentre camminavano conversando [Elia e Eliseo], ecco un carro di fuoco e cavalli di fuoco si interposero fra loro due. Elia salì nel turbine verso il cielo» (2 Re 2,11). 

Un giorno ritornerà nella stessa gloria ma il suo ritorno sarà una manifestazione visibile e gloriosa della sua presenza permanente e invisibile. «A ciascuno di noi è stata data la grazia secondo la misura del dono di Cristo. Che significa la parola «ascese», se non che prima era disceso quaggiù sulla terra? Colui che discese è lo stesso che anche ascese al di sopra di tutti i cieli, per riempire tutte le cose. E' lui che ha stabilito alcuni come apostoli, altri come profeti, altri come evangelisti, altri come pastori e maestri...» (Ef 4,8-10).

 

Ef 1. 17Il Dio del Signore nostro Gesù Cristo, il Padre della gloria, vi dia uno spirito di sapienza e di rivelazione per una profonda conoscenza di lui; 18illumini gli occhi del vostro cuore per farvi comprendere a quale speranza vi ha chiamati, quale tesoro di gloria racchiude la sua eredità fra i santi 19e qual è la straordinaria grandezza della sua potenza verso di noi, che crediamo, secondo l’efficacia della sua forza e del suo vigore. 20Egli la manifestò in Cristo, quando lo risuscitò dai morti e lo fece sedere alla sua destra nei cieli, 21al di sopra di ogni Principato e Potenza, al di sopra di ogni Forza e Dominazione e di ogni nome che viene nominato non solo nel tempo presente ma anche in quello futuro. 22 Tutto infatti egli ha messo sotto i suoi piedi e lo ha dato alla Chiesa come capo su tutte le cose: 23 essa è il corpo di lui, la pienezza di colui che è il perfetto compimento di tutte le cose. 

Dio non è più soltanto il Dio di Abramo, il Dio di Isacco e il Dio di Giacobbe ma il Dio di Gesù. Egli è ormai pienamente rivelato in Gesù e indissociabile da lui. Egli è Padre di gloria, è avvolto di luce come d’un manto e questo splendore si riverbera negli “occhi del cuore dei credenti”. Illuminati dal suo Spirito, noi possiamo conoscerlo in un modo sempre più profondo. Già da ora, nella vita di fede, sperimentiamo e riconosciamo la sua potenza con la quale ci chiama a sé, ci conserva nella comunione con Lui, senza che nulla possa strapparci dalla sua mano e ci infonde la speranza nel suo dono definitivo.Questo'ultimo è un tesoro di gloria, un’eredità che riceveremo in modo gratuito (come è per ogni eredità), insieme a tutti gli altri credenti (santi). 

La potenza di Dio non è una teoria. Si è manifestata nella resurrezione di Gesù e nella sua collocazione alla destra del Padre. Egli ormai ha il dominio su ogni possibile autorità, cosmica o mondana: non incontra niente e nessuno che possa competere con la sua signoria universale o contrastarla. In Cristo, perciò, si realizza il progetto di Dio di rendere l’uomo signore del creato (Cf Sal 8). 

Infine Cristo è il Capo del Corpo della Chiesa: strettamente congiunto ad essa, rimane distinto da essa. La Chiesa è la sua pienezza, l’ambito dove la sua azione sovrana si esprime in modo compiuto. Cristo è signore dell’universo ma il vertice della sua iniziativa è la Chiesa, alla quale riserva il meglio delle sue attenzioni. 

Mt 28. 16Gli undici discepoli, intanto, andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro indicato. 17Quando lo videro, si prostrarono. Essi però dubitarono. 18Gesù si avvicinò e disse loro: «A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra. 19Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, 20insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo». 

Siamo dopo la risurrezione. Gli undici discepoli vanno in Galilea, sul monte indicato da Gesù. Il “monte” in Matteo è spesso il luogo della rivelazione. Non sono più dodici poichè manca Giuda. La comunità, ferita ed incompleta, riceve proprio essa la missione universale, la quale non dipende dalla perfezione, ma dalla chiamata di Cristo. La Galilea, terra periferica, mista di ebrei e pagani, lontana dal centro religioso di Gerusalemme, è il luogo di partenza per l’annuncio a tutti i popoli. 

I discepoli adorano e dubitano nello stesso momento. La relazione di fede non viene idealizzata e il dubbio non esclude il rapporto con Cristo. La fede cristiana appare come un cammino reale, non come certezza acquisita in modo definitivo. 

“A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra”. Gesù risorto parla con autorità divina, richiamando la visione del Figlio dell’uomo nel libro di Daniele (cap 7), dove viene dato il dominio universale ad un Essere celeste. Questa autorità, però, non si esercita come dominio politico o forza militare. Il Risorto che possiede “ogni potere” è lo stesso che è stato crocifisso. Il Signore domina perché ha donato tutto se stesso agli uomini. 

“Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli”. Non dice semplicemente “trasmettete idee” o “imponete una religione”, ma fate discepoli, cioè introducete persone in una relazione viva con Cristo, insegnando e battezzando. “Tuttti i popoli” indica l’universalità della missione. Il vangelo che prevedeva che Gesù fosse inviato “alle pecore perdute d’Israele” termina aprendosi all’intera umanità. 

Il battesimo è trinitario: “Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo”. Questa formula è una delle più importanti del Nuovo Testamento per sostenere la fede trinitaria. “Nel nome” è al singolare; c’è un solo nome, ma tre persone. La comunione tra Padre, Figlio e Spirito rappresenta il nucleo della vita cristiana. Il battesimo, quindi, non è solo un rito di appartenenza sociale ma è ingresso in una nuova relazione con Dio. 

“Insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato”. La missione comprende anche l’insegnamento e l’obbedienza. Non basta ascoltare le parole di Gesù, ma occorre “osservarle”. 

“Io sono con voi tutti i giorni”: il vangelo si conclude con una promessa, non con un addio. Già all’inizio Gesù era stato chiamato “Emmanuele”, cioè “Dio con noi”. La presenza del Risorto sostiene la Chiesa nella storia, anche nelle crisi, nei dubbi e nelle persecuzioni. Il centro non è la forza dei discepoli, ma la presenza permanente del Cristo risorto. (Elaborato con IA). 




Domenica VII di Pasqua

[Celebrata là dove l’Ascensione è stata festeggiata giovedi scorso]

At 1 12 ritornarono a Gerusalemme dal monte detto degli Ulivi, che è vicino a Gerusalemme quanto il cammino permesso in giorno di sabato. 13Entrati in città, salirono nella stanza al piano superiore, dove erano soliti riunirsi: vi erano Pietro e Giovanni, Giacomo e Andrea, Filippo e Tommaso, Bartolomeo e Matteo, Giacomo figlio di Alfeo, Simone lo Zelota e Giuda figlio di Giacomo. 14Tutti questi erano perseveranti e concordi nella preghiera, insieme ad alcune donne e a Maria, la madre di Gesù, e ai fratelli di lui. 

Il passo descrive il momento immediatamente successivo all’ascensione di Gesù. Gli apostoli tornano a Gerusalemme dal monte degli Ulivi e si raccolgono nel “piano superiore” della casa dove s’incontravano. Si trovano in una situazione di particolare fragilità perché mentre Gesù non è più con loro visibilmente, lo Spirito Santo non è ancora disceso su di loro per renderli idonei alla loro missione. È un tempo di passaggio, quasi di sospensione, ma non attesa passiva. È vissuto nella preghiera e nella comunione. Le grandi opere di Dio maturano nel silenzio e nella fedeltà quotidiana. Erano “perseveranti” e “concordi”. Perseveranti: la preghiera non è un gesto occasionale, ma continuo. Concordi: la comunità esige l’unità. L’unità è il vaso che può accogliere il dono dello Spirito, il presupposto perché possa farsi percepire. «In verità vi dico ancora: se due di voi sopra la terra si accorderanno per domandare qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli ve la concederà. Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro» (Mt 18,19).

Gli apostoli erano persone diverse, con paure e fragilità, eppure rimangono insieme. Pietro aveva rinnegato Gesù, altri erano fuggiti; eppure il gruppo non si dissolve. Questo mostra che la Chiesa nascente non si fonda sulla perfezione dei suoi membri, ma sulla fedeltà di Dio. Maria appare qui come figura della Chiesa che attende lo Spirito. Aveva accolto Cristo mediante lo Spirito nell’annunciazione ed ora attende ancora lo Spirito insieme alla comunità dei discepoli. Gli undici apostoli sono incompleti poiché manca Giuda Iscariota. La comunità, che porta ancora la ferita del tradimento e della paura, non si chiude nella delusione ma rimane aperta alla promessa di Dio, il quale opera attraverso persone vulnerabili che si lasciano trasformare.

1 Pt 4 Nella misura in cui partecipate alle sofferenze di Cristo, rallegratevi perché anche nella rivelazione della sua gloria possiate rallegrarvi ed esultare.14Beati voi, se venite insultati per il nome di Cristo, perché lo Spirito della gloria, che è Spirito di Dio, riposa su di voi. 15Nessuno di voi abbia a soffrire come omicida o ladro o malfattore o delatore. 16Ma se uno soffre come cristiano, non ne arrossisca; per questo nome, anzi, dia gloria a Dio. 

«[Gli apostoli furono] lieti di essere stati giudicati degni di subire oltraggi per il nome di Gesù» (At 5,41). «Riguardo a Cristo, a voi è stata data la grazia non solo di credere in lui, ma anche di soffrire per lui» (Fil 1,29). «Vi prego di non perdervi d’animo a causa delle mie tribolazioni per voi: sono gloria vostra» (Ef 3,13).

«Su di lui si poserà lo Spirito del Signore» (Is 11,2). «Se siamo figli, siamo anche eredi: eredi di Dio, coeredi di Cristo, se davvero prendiamo parte alle sue sofferenze per partecipare anche alla sua gloria» (Rm 8,17). *

Gv 17. 1Così parlò Gesù. Poi, alzàti gli occhi al cielo, disse: «Padre, è venuta l’ora: glorifica il Figlio tuo perché il Figlio glorifichi te. 2Tu gli hai dato potere su ogni essere umano, perché egli dia la vita eterna a tutti coloro che gli hai dato. 3Questa è la vita eterna: che conoscano te, l’unico vero Dio, e colui che hai mandato, Gesù Cristo. 4Io ti ho glorificato sulla terra, compiendo l’opera che mi hai dato da fare. 5E ora, Padre, glorificami davanti a te con quella gloria che io avevo presso di te prima che il mondo fosse. 6Ho manifestato il tuo nome agli uomini che mi hai dato dal mondo. Erano tuoi e li hai dati a me, ed essi hanno osservato la tua parola. 7Ora essi sanno che tutte le cose che mi hai dato vengono da te, 8perché le parole che hai dato a me io le ho date a loro. Essi le hanno accolte e sanno veramente che sono uscito da te e hanno creduto che tu mi hai mandato. 9Io prego per loro; non prego per il mondo, ma per coloro che tu mi hai dato, perché sono tuoi. 10Tutte le cose mie sono tue, e le tue sono mie, e io sono glorificato in loro. 11Io non sono più nel mondo; essi invece sono nel mondo, e io vengo a te. 

La preghiera è una rivelazione della persona e del ministero di Gesù. Nella prima parte, Gesù prega per sé, per poter attuare il volere del Padre. 

Padre, il momento culminante, decisivo, a cui tendeva la mia missione è finalmente giunto. Mostra tutta la mia grandezza affinchè possa rivelare la tua. Non cerco il mio vantaggio ma l’adempimento del tuo disegno. La mia gloria l’ho già mostrata compiendo i segni che ho fatto, ma ora concedimi di manifestarla nella sua massima intensità, nell’amore con cui accetto l’innalzamento sulla croce e nell’approvazione che mi assicurerai nella mia risurrezione. 

Tu mi hai dato la possibilità di donare la vita ad ogni uomo, non qualsiasi tipo di vita ma quella piena e sovrabbondante che Tu possiedi (quella eterna). La riceve chi crede in te e in me, chi conosce te e conosce me: questi partecipa alla tua pienezza che io condivido da sempre. 

Ho mostrato la tua grandezza agli uomini realizzando fedelmente la mia missione. Ho mostrato il tuo vero volto, nella maniera più completa, agli uomini ai quali avevi concesso la possibilità di credere in me. Ho sperimentato spesso il rifiuto ma i miei discepoli hanno creduto al mio insegnamento e sono rimasti fedeli ad esso. In questo momento hanno superato ogni esitazione e hanno raggiunto la loro maturazione richiesta. 

Nella seconda parte Gesù prega per i suoi apostoli. 

Mentre ho incontrato la resistenza della tenebra del mondo, mi hai donato i primi credenti in me. So che essi appartengono a te ma so anche che tu mi doni tutti gli uomini che sono tuoi. Saranno loro a continuare la mia opera, a glorificarmi. Io lascio il mondo e ritorno da te mentre loro, restando su questa terra, si trovano nella sofferenza e nel pericolo. Ti prego, perciò, di custodirli nella fede. 


Lunedi VII

At 19 1Mentre Apollo era a Corinto, Paolo, attraversate le regioni dell’altopiano, scese a Èfeso. Qui trovò alcuni discepoli 2e disse loro: «Avete ricevuto lo Spirito Santo quando siete venuti alla fede?». Gli risposero: «Non abbiamo nemmeno sentito dire che esista uno Spirito Santo». 3Ed egli disse: «Quale battesimo avete ricevuto?». «Il battesimo di Giovanni», risposero. 4Disse allora Paolo: «Giovanni battezzò con un battesimo di conversione, dicendo al popolo di credere in colui che sarebbe venuto dopo di lui, cioè in Gesù». 5Udito questo, si fecero battezzare nel nome del Signore Gesù 6 e, non appena Paolo ebbe imposto loro le mani, discese su di loro lo Spirito Santo e si misero a parlare in lingue e a profetare. 7Erano in tutto circa dodici uomini. 8Entrato poi nella sinagoga, vi poté parlare liberamente per tre mesi, discutendo e cercando di persuadere gli ascoltatori di ciò che riguarda il regno di Dio.  

La situazione delle primitive comunità cristiane era piuttosto complessa e variegata. L’influsso del Battista aveva oltrepassato i limiti della Palestina ed aveva raggiunto anche molti giudei abitanti nell’Asia Minore (ebrei della diaspora). Alcuni di questi estimatori del Battista avevano anche accettato Gesù come Messia. Paolo, con tutta la Chiesa, sa che per poter seguire Gesù (e rivestirsi di lui) è necessario essere animati dallo Spirito Santo, inviato da Gesù Risorto. Per questo non è sufficiente qualsiasi battesimo o rito di conversione ma è necessario farsi battezzare nel Nome di Gesù. Gli Apostoli, tempo prima, avevano voluto che i Samaritani ricevessero, con il Battesimo, lo Spirito Santo: «Gli apostoli, a Gerusalemme, seppero che la Samaria aveva accolto la parola di Dio e inviarono a loro Pietro e Giovanni. Essi scesero e pregarono per loro perché ricevessero lo Spirito Santo; non era infatti ancora disceso sopra nessuno di loro, ma erano stati soltanto battezzati nel nome del Signore Gesù. Allora imponevano loro le mani e quelli ricevevano lo Spirito Santo» (At 8,14-17).

Ora, qui, ad Efeso, l’apostolo istruisce meglio questo gruppo di discepoli del Battista e credenti in Gesù. Li battezza, impone su di loro le mani (un gesto che ricorda come essi siano custoditi da Dio) perché possano ricevere lo Spirito Santo. Così diventano tralci della Vite/Cristo, membra del suo Corpo. Ricevono anche un segno esterno che li garantisce di aver ricevuto questo dono e si mettono a parlare in lingue e a “profetare”. 

Lo stesso era accaduto a Gerusalemme, a Pentecoste poi, in seguito, in casa del pagano Cornelio: «Pietro stava ancora dicendo queste cose, quando lo Spirito Santo discese sopra tutti coloro che ascoltavano la Parola. E i fedeli circoncisi, che erano venuti con Pietro, si stupirono che anche sui pagani si fosse effuso il dono dello Spirito Santo; li sentivano infatti parlare in altre lingue e glorificare Dio» (Atti 10,44-46). Lo Spirito Santo, ottenuto mediante la preghiera, abilita a credere in Gesù e a rendersi partecipi di lui. 

Gv 16. 29Gli dicono i suoi discepoli: «Ecco, ora parli apertamente e non più in modo velato. 30Ora sappiamo che tu sai tutto e non hai bisogno che alcuno t’interroghi. Per questo crediamo che sei uscito da Dio». 31Rispose loro Gesù: «Adesso credete? 32Ecco, viene l’ora, anzi è già venuta, in cui vi disperderete ciascuno per conto suo e mi lascerete solo; ma io non sono solo, perché il Padre è con me. 33Vi ho detto questo perché abbiate pace in me. Nel mondo avete tribolazioni, ma abbiate coraggio: io ho vinto il mondo!». 

Gesù aveva assicurato che le sue parole sarebbero state comprese, accettate e praticate, soltanto dopo la venuta in loro del suo Spirito (16,13). I discepoli anticipano il momento previsto dal Maestro. Esprimono la convinzione che Gesù conosca tutto. Infatti Egli conosce in pienezza il volere di Dio, ciò che Dio ha rivelato di sé agli uomini per ricondurli a sé. Aggiungono d’essersi resi conto che Gesù, come tutte le persone ispirate, è capace di anticipare le domande dei suoi interlocutori e, in questo modo, mostrano di credere in lui. Gesù, però, conosce i limiti della loro fede. Sa che loro credono giustamente che Egli sia stato inviato dal Padre ma sa anche che rimarranno turbati negli eventi della sua passione e che lo lasceranno solo. La solitudine di Gesù sarà soltanto apparente perché verà sempre accompagnato dal Padre in modo invisibile. Egli non è preoccupato del suo futuro ma di quello dei discepoli. Un giorno anche loro sperimenteranno l’avversione e la persecuzione. In quella circostanza dovranno fare propria la fiducia di Gesù nel Padre. Soltanto allora troveranno la pace e parteciperanno alla sua vittoria sulla malvagità del mondo.  


Martedi VII

Atti 20. 17Da Mileto mandò a chiamare a Èfeso gli anziani della Chiesa. 18Quando essi giunsero presso di lui, disse loro: «Voi sapete come mi sono comportato con voi per tutto questo tempo, fin dal primo giorno in cui arrivai in Asia: 19ho servito il Signore con tutta umiltà, tra le lacrime e le prove che mi hanno procurato le insidie dei Giudei; 20non mi sono mai tirato indietro da ciò che poteva essere utile, al fine di predicare a voi e di istruirvi, in pubblico e nelle case, 21testimoniando a Giudei e Greci la conversione a Dio e la fede nel Signore nostro Gesù. 22Ed ecco, dunque, costretto dallo Spirito, io vado a Gerusalemme, senza sapere ciò che là mi accadrà. 23So soltanto che lo Spirito Santo, di città in città, mi attesta che mi attendono catene e tribolazioni. 24Non ritengo in nessun modo preziosa la mia vita, purché conduca a termine la mia corsa e il servizio che mi fu affidato dal Signore Gesù, di dare testimonianza al vangelo della grazia di Dio. 25E ora, ecco, io so che non vedrete più il mio volto, voi tutti tra i quali sono passato annunciando il Regno. 26Per questo attesto solennemente oggi, davanti a voi, che io sono innocente del sangue di tutti, 27perché non mi sono sottratto al dovere di annunciarvi tutta la volontà di Dio.  

Prima parte dell’unico discorso di Paolo rivolto a responsabili della comunità cristiana. Appare il suo spirito di pastore, totalmente dedito al Signore e al suo “gregge”. 

Come risulta anche da altri discorsi e dal suo faticoso impegno missionario, egli ha esortato sempre gli uomini alla conversione (come avevano fatto i profeti, il Battista, Gesù stesso). Più precisamente, ha esortato i pagani a convertirsi al Dio vivente e a Gesù che lo rivelava mentre ha esortato i giudei a credere nel Signore Gesù. Lo ha fatto in pubblico e nelle case, in modo collettivo e personale. 

La caratteristica del suo stile missionario è stata l’umiltà, la quale, oltre ad essere uno stato d’animo, è stata soprattutto una condizione di vita poiché era un uomo senza potere, esposto alla persecuzione e alle sofferenze. Questo è ciò che gli è capitato finora e ciò che gli accadrà in seguito. «In tutto siamo tribolati, ma non schiacciati; siamo sconvolti, ma non disperati; perseguitati, ma non abbandonati; colpiti, ma non uccisi, portando sempre e dovunque nel nostro corpo la morte di Gesù, perché anche la vita di Gesù si manifesti nel nostro corpo. Sempre infatti, noi che siamo vivi, veniamo consegnati alla morte a causa di Gesù, perché anche la vita di Gesù si manifesti nella nostra carne mortale. Cosicché in noi agisce la morte, in voi la vita» (2 Cor 4,8-12). 

Il suo futuro gli viene annunciato dallo Spirito, cioè da profeti: «Scese dalla Giudea un profeta di nome Àgabo. Egli venne da noi e, presa la cintura di Paolo, si legò i piedi e le mani e disse: “Questo dice lo Spirito Santo: l’uomo al quale appartiene questa cintura, i Giudei a Gerusalemme lo legheranno così e lo consegneranno nelle mani dei pagani”. All’udire queste cose, noi e quelli del luogo pregavamo Paolo di non salire a Gerusalemme. Allora Paolo rispose: “Perché fate così, continuando a piangere e a spezzarmi il cuore? Io sono pronto non soltanto a essere legato, ma anche a morire a Gerusalemme per il nome del Signore Gesù”» (At 21,10-13)

Egli ha annunciato il Regno di Dio, il messaggio centrale del Vangelo, facendo tutto il possibile perché i suoi discepoli accogliessero la volontà di Dio, ossia il progetto di salvezza che si sta compiendo. «Vi supplichiamo in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio. Colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo fece peccato in nostro favore, perché in lui noi potessimo diventare giustizia di Dio» (2 Cor 5,20-21).

Gv 17. 1Così parlò Gesù. Poi, alzàti gli occhi al cielo, disse: «Padre, è venuta l’ora: glorifica il Figlio tuo perché il Figlio glorifichi te. 2Tu gli hai dato potere su ogni essere umano, perché egli dia la vita eterna a tutti coloro che gli hai dato. 3Questa è la vita eterna: che conoscano te, l’unico vero Dio, e colui che hai mandato, Gesù Cristo. 4Io ti ho glorificato sulla terra, compiendo l’opera che mi hai dato da fare. 5E ora, Padre, glorificami davanti a te con quella gloria che io avevo presso di te prima che il mondo fosse. 6Ho manifestato il tuo nome agli uomini che mi hai dato dal mondo. Erano tuoi e li hai dati a me, ed essi hanno osservato la tua parola. 7Ora essi sanno che tutte le cose che mi hai dato vengono da te, 8perché le parole che hai dato a me io le ho date a loro. Essi le hanno accolte e sanno veramente che sono uscito da te e hanno creduto che tu mi hai mandato. 

La preghiera è una rivelazione della persona e del ministero di Gesù. Nella prima parte, Gesù prega per sé, per poter attuare il volere del Padre. 

Padre, il momento culminante, decisivo, a cui tendeva la mia missione è finalmente giunto. Mostra tutta la mia grandezza affinchè possa rivelare la tua. Non cerco il mio vantaggio ma l’adempimento del tuo disegno. La mia gloria l’ho già mostrata compiendo i segni che ho fatto, ma ora concedimi di manifestarla nella sua massima intensità, nell’amore con cui accetto l’innalzamento sulla croce e nell’approvazione che mi assicurerai nella mia risurrezione. 

Tu mi hai dato la possibilità di donare la vita ad ogni uomo, non qualsiasi tipo di vita ma quella piena e sovrabbondante che Tu possiedi (quella eterna). La riceve chi crede in te e in me, chi conosce te e conosce me: questi partecipa alla tua pienezza che io condivido da sempre. 

Ho mostrato la tua grandezza agli uomini realizzando fedelmente la mia missione. Ho mostrato il tuo vero volto, nella maniera più completa, agli uomini ai quali avevi concesso la possibilità di credere in me. Ho sperimentato spesso il rifiuto ma i miei discepoli hanno creduto al mio insegnamento e sono rimasti fedeli ad esso. In questo momento hanno superato ogni esitazione e hanno raggiunto la loro maturazione richiesta. 

9Io prego per loro; non prego per il mondo, ma per coloro che tu mi hai dato, perché sono tuoi. 10Tutte le cose mie sono tue, e le tue sono mie, e io sono glorificato in loro. 11Io non sono più nel mondo; essi invece sono nel mondo, e io vengo a te.

Nella seconda parte Gesù prega per i suoi apostoli. 

Mentre ho incontrato la resistenza della tenebra del mondo, mi hai donato i primi credenti in me. So che essi appartengono a te ma anche che tu mi doni tutti gli uomini che sono tuoi. Saranno loro a continuare la mia opera, a glorificarmi. Io lascio il mondo e ritorno da te mentre loro, restando su questa terra, si trovano nella sofferenza e nel pericolo. 


Mercoledi VII

Atti 20. 28Vegliate su voi stessi e su tutto il gregge, in mezzo al quale lo Spirito Santo vi ha costituiti come custodi per essere pastori della Chiesa di Dio, che si è acquistata con il sangue del proprio Figlio. 29Io so che dopo la mia partenza verranno fra voi lupi rapaci, che non risparmieranno il gregge; 30perfino in mezzo a voi sorgeranno alcuni a parlare di cose perverse, per attirare i discepoli dietro di sé. 31Per questo vigilate, ricordando che per tre anni, notte e giorno, io non ho cessato, tra le lacrime, di ammonire ciascuno di voi. 32E ora vi affido a Dio e alla parola della sua grazia, che ha la potenza di edificare e di concedere l’eredità fra tutti quelli che da lui sono santificati. 33Non ho desiderato né argento né oro né il vestito di nessuno. 34Voi sapete che alle necessità mie e di quelli che erano con me hanno provveduto queste mie mani. 35In tutte le maniere vi ho mostrato che i deboli si devono soccorrere lavorando così, ricordando le parole del Signore Gesù, che disse: “Si è più beati nel dare che nel ricevere!”». 36Dopo aver detto questo, si inginocchiò con tutti loro e pregò. 37Tutti scoppiarono in pianto e, gettandosi al collo di Paolo, lo baciavano, 38addolorati soprattutto perché aveva detto che non avrebbero più rivisto il suo volto. E lo accompagnarono fino alla nave.  

Seconda parte del discorso di Paolo ai responsabili della Chiesa, costituiti dal Signore come custodi e pastori. 

L’immagine del gregge e dei pastori ritorna spesso nella Bibbia: «La misericordia dell'uomo riguarda il prossimo, la misericordia del Signore ogni essere vivente. Egli rimprovera, corregge, ammaestra e guida come un pastore il suo gregge. Ha pietà di quanti accettano la dottrin e di quanti sono zelanti per le sue decisioni» (Sir 18,12-14). «Come un pastore egli fa pascolare il greggee con il suo braccio lo raduna; porta gli agnellini sul senoe conduce pian piano le pecore madri» (Is 40,11). 

Nel Nuovo Testamento la comunità cristiana appare come gregge aggregata ad Israele e Dio pasce il suo popolo tramite Gesù Cristo. «Il Dio della pace che ha fatto tornare dai morti il Pastore grande delle pecore, in virtù del sangue di un'alleanza eterna, il Signore nostro Gesù, vi renda perfetti in ogni bene, perché possiate compiere la sua volontà, operando in voi ciò che a lui è gradito per mezzo di Gesù Cristo, al quale sia gloria nei secoli dei secoli. Amen» (Eb 13,20-21).

Gli apostoli e i dirigenti della comunità rappresentano Gesù Pastore. «Pascete il gregge di Dio che vi è affidato, sorvegliandolo non per forza ma volentieri secondo Dio; non per vile interesse, ma di buon animo; non spadroneggiando sulle persone a voi affidate, ma facendovi modelli del gregge» (1 Pt 5,2-3). 

La comunità non è loro proprietà perché è stata acquistata da Dio tramite il sangue del Figlio Gesù (1 Pt 1,18-19). 

Come il Buon Pastore difende il gregge dai ladri (al contrario dei mercenari), i Pastori dovranno difendere il gregge dai lupi, ossia dai divulgatori di dottrine false, parlando ad ognuno dei fedeli. Il vero custode della comunità è la Parola che sempre si comunica a motivo della grazia, della bontà di Dio.  

Paolo si presenta come modello di comportamento disinteressato e solidale, memore dell’insegnamento di Gesù: la beatitudine sta nel dare piuttosto che nel ricevere. Questa beatitudine non onora gli atteggiamenti ma le persone: chi dona liberamente, spoglio d’ogni egoismo, vive la nuova creazione e viene onorato da Dio. Paolo lascia im modo definito i suoi discepoli nella preghiera e nell’affetto sincero. 

Gv 17. Padre santo, custodiscili nel tuo nome, quello che mi hai dato, perché siano una sola cosa, come noi. 12Quand’ero con loro, io li custodivo nel tuo nome, quello che mi hai dato, e li ho conservati, e nessuno di loro è andato perduto, tranne il figlio della perdizione, perché si compisse la Scrittura. 13Ma ora io vengo a te e dico questo mentre sono nel mondo, perché abbiano in se stessi la pienezza della mia gioia. 14Io ho dato loro la tua parola e il mondo li ha odiati, perché essi non sono del mondo, come io non sono del mondo. 15Non prego che tu li tolga dal mondo, ma che tu li custodisca dal Maligno. 16Essi non sono del mondo, come io non sono del mondo. 17Consacrali nella verità. La tua parola è verità. 18Come tu hai mandato me nel mondo, anche io ho mandato loro nel mondo; 19per loro io consacro me stesso, perché siano anch’essi consacrati nella verità.

Custodisci la comunità dei miei discepoli che mi hai donato. Vivano una comunione profonda e vitale tra di loro, come quella che ho vissuto con te. Quando vivevo con loro, li ho custoditi con grande cura e così uno solo di loro è andato perduto, come era stato previsto dalla Bibbia. Voglio che posseggano in pienezza la mia stessa gioia. Ho dato a loro la forza di credere alla mia parola e, per questo motivo, hanno subito l’avversione degli uomini iniqui, così come, a mia volta, ero stato odiato da loro. Non toglierli dal mondo ma mentre vivono su questa terra, difendili dagli assalti del diavolo. Essi non condividono il pensare comune degli uomini mondani, come neppure io lo condividevo. Piuttosto, siano totalmente dediti a vivere e ad annunciare la tua Parola. Siano capaci di continuare la mia missione; do la mia vita per loro affinche essi si dedichino in tutto all’annuncio della verità del Vangelo. 


Giovedi VII

At 22.23. 30Il giorno seguente, volendo conoscere la realtà dei fatti, cioè il motivo per cui veniva accusato dai Giudei, gli fece togliere le catene e ordinò che si riunissero i capi dei sacerdoti e tutto il sinedrio; fece condurre giù Paolo e lo fece comparire davanti a loro. 6Paolo, sapendo che una parte era di sadducei e una parte di farisei, disse a gran voce nel sinedrio: «Fratelli, io sono fariseo, figlio di farisei; sono chiamato in giudizio a motivo della speranza nella risurrezione dei morti». 7Appena ebbe detto questo, scoppiò una disputa tra farisei e sadducei e l’assemblea si divise. 8I sadducei infatti affermano che non c’è risurrezione né angeli né spiriti; i farisei invece professano tutte queste cose. 9Ci fu allora un grande chiasso e alcuni scribi del partito dei farisei si alzarono in piedi e protestavano dicendo: «Non troviamo nulla di male in quest’uomo. Forse uno spirito o un angelo gli ha parlato». 10La disputa si accese a tal punto che il comandante, temendo che Paolo venisse linciato da quelli, ordinò alla truppa di scendere, portarlo via e ricondurlo nella fortezza. 11La notte seguente gli venne accanto il Signore e gli disse: «Coraggio! Come hai testimoniato a Gerusalemme le cose che mi riguardano, così è necessario che tu dia testimonianza anche a Roma».  

Il passo vuole attestare che tra l’annuncio cristiano e una particolare forma di ebraismo (il fariseismo, che stava per esercitare l’influsso più forte nella società ebraica), può esserci un’intesa e non una rottura radicale. Contrariamente ai Sadducei, i farisei ammettevano la possibilità di una risurrezione dai morti. Com’era convinzione dei discepoli di Gesù. Purtroppo, però, i farisei non credevano che Gesù fosse risorto. Era questo, dunque, l’elemento di contrasto decisivo tra l’ebraismo e il cristianesimo. Alcuni farisei difendono Paolo nel Sinedrio, come Gamaliele aveva difeso gli apostoli. 

In genere, però, Paolo evidenzia, piuttosto, una rottura tra la sua vita passata di fariseo e l’adesione a Gesù Cristo: «Circonciso all’età di otto giorni, della stirpe d’Israele, della tribù di Beniamino, Ebreo figlio di Ebrei; quanto alla Legge, fariseo; quanto allo zelo, persecutore della Chiesa; quanto alla giustizia che deriva dall’osservanza della Legge, irreprensibile. Ma queste cose, che per me erano guadagni, io le ho considerate una perdita amotivo di Cristo. Anzi, ritengo che tutto sia una perdita a motivo della sublimità della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore. Per lui ho lasciato perdere tutte queste cose e le considero spazzatura, per guadagnare Cristo ed essere trovato in lui, avendo come mia giustizia non quella derivante dalla Legge, ma quella che viene dalla fede in Cristo, la giustizia che viene da Dio, basata sulla fede: perché io possa conoscere lui, la potenza della sua risurrezione, la comunione alle sue sofferenze, facendomi conforme alla sua morte, nella speranza di giungere alla risurrezione dai morti» (Fil 3,5-10). 

Infine Gesù rassicura l’apostolo che la sua travagliata esistenza di missionario è compresa nel piano di Dio. «Sono pieno di forza con lo spirito del Signore, di giustizia e di coraggio, per annunziare a Giacobbe le sue colpe, a Israele il suo peccato» (Mi 3,8). 

Gv 17. 20Non prego solo per questi, ma anche per quelli che crederanno in me mediante la loro parola: 21perché tutti siano una sola cosa; come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi, perché il mondo creda che tu mi hai mandato. 22E la gloria che tu hai dato a me, io l’ho data a loro, perché siano una sola cosa come noi siamo una sola cosa. 23Io in loro e tu in me, perché siano perfetti nell’unità e il mondo conosca che tu mi hai mandato e che li hai amati come hai amato me. 24Padre, voglio che quelli che mi hai dato siano anch’essi con me dove sono io, perché contemplino la mia gloria, quella che tu mi hai dato; poiché mi hai amato prima della creazione del mondo. 25Padre giusto, il mondo non ti ha conosciuto, ma io ti ho conosciuto, e questi hanno conosciuto che tu mi hai mandato. 26E io ho fatto conoscere loro il tuo nome e lo farò conoscere, perché l’amore con il quale mi hai amato sia in essi e io in loro». 

Nella terza parte, Gesù prega per tutti i suoi discepoli futuri. 

Ti prego per tutti coloro che, accogliendo la testimonianza degli apostoli, diventeranno miei discepoli in ogni epoca. Vivano in profonda comunione tra loro, allo stesso modo con il quale io sono stato e sono unito a te. Questa unità d’amore convincerà gli uomini a credere in me, quale tuo inviato. Ho trasmesso a loro la mia forza d’amore, quella che avevi donato a me, affinchè condividano tra loro la comunione inseparabile e profonda che ci fu e continua ad essere tra me e te. L’apparizione di questa carità divina sarà un fatto così sorprendente da far capire che essa è un bene incomparabile che ho portato sulla terra e che Tu avevi voluto diffonderla tra gli uomini. Padre, i miei discepoli, infine, condividano la mia stessa gloria, quella che ho ricevuto in dono da Te, da sempre, a motivo del tuo amore per me. Padre giusto, sulla terra, ho vissuto una comunione profonda con Te, mentre molti si opponevano al tuo progetto. I miei discepoli, invece, hanno creduto che ero stato mandato da Te. Ho potuto così rivelarti a loro e continuerò a farlo affinchè tra me e loro si stabilisca una relazione d’amore totale e permanente. 


Venerdi VII

  At 25. 13Erano trascorsi alcuni giorni, quando arrivarono a Cesarèa il re Agrippa e Berenice e vennero a salutare Festo. 14E poiché si trattennero parecchi giorni, Festo espose al re le accuse contro Paolo, dicendo: «C’è un uomo, lasciato qui prigioniero da Felice, 15contro il quale, durante la mia visita a Gerusalemme, si presentarono i capi dei sacerdoti e gli anziani dei Giudei per chiederne la condanna. 16Risposi loro che i Romani non usano consegnare una persona, prima che l’accusato sia messo a confronto con i suoi accusatori e possa aver modo di difendersi dall’accusa. 17Allora essi vennero qui e io, senza indugi, il giorno seguente sedetti in tribunale e ordinai che vi fosse condotto quell’uomo. 18Quelli che lo incolpavano gli si misero attorno, ma non portarono alcuna accusa di quei crimini che io immaginavo; 19avevano con lui alcune questioni relative alla loro religione e a un certo Gesù, morto, che Paolo sosteneva essere vivo. 20Perplesso di fronte a simili controversie, chiesi se volesse andare a Gerusalemme e là essere giudicato di queste cose. 21Ma Paolo si appellò perché la sua causa fosse riservata al giudizio di Augusto, e così ordinai che fosse tenuto sotto custodia fino a quando potrò inviarlo a Cesare». 

I magistrati romani si comportano in modo corretto e riconoscono che Paolo, innocente per riguarda la legge romana, è coinvolto in una disputa religiosa, circa la quale lo Stato non esercita alcuna competenza. Durante il processo di Gesù, Pilato aveva compreso che, anche in quel caso, la disputa era di carattere religioso ma preferì lasciarsi condizionare dai capi e dalla folla aizzata da loro contro Gesù. 

Paolo mostra rispetto per le istituzioni statali ma è necessario che i responsabili che ricoprono cariche siano onesti e amministrino con giustizia i sudditi. Così consiglia anche Pietro: «State sottomessi ad ogni istituzione umana per amore del Signore: sia al re come sovrano, sia ai governatori come ai suoi inviati per punire i malfattori e premiare i buoni. Perché questa è la volontà di Dio: che, operando il bene, voi chiudiate la bocca all'ignoranza degli stolti. Comportatevi come uomini liberi, non servendovi della libertà come di un velo per coprire la malizia, ma come servitori di Dio. Onorate tutti, amate i vostri fratelli, temete Dio, onorate il re» (1 Pt 2,13-17). 

Gv 21. 15Quand’ebbero mangiato, Gesù disse a Simon Pietro: «Simone, figlio di Giovanni, mi ami più di costoro?». Gli rispose: «Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene». Gli disse: «Pasci i miei agnelli». 16Gli disse di nuovo, per la seconda volta: «Simone, figlio di Giovanni, mi ami?». Gli rispose: «Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene». Gli disse: «Pascola le mie pecore». 17Gli disse per la terza volta: «Simone, figlio di Giovanni, mi vuoi bene?». Pietro rimase addolorato che per la terza volta gli domandasse: «Mi vuoi bene?», e gli disse: «Signore, tu conosci tutto; tu sai che ti voglio bene». Gli rispose Gesù: «Pasci le mie pecore. 18In verità, in verità io ti dico: quando eri più giovane ti vestivi da solo e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti vestirà e ti porterà dove tu non vuoi». 19Questo disse per indicare con quale morte egli avrebbe glorificato Dio. E, detto questo, aggiunse: «Seguimi».

Gesù chiama Pietro “Simone di Giovanni” come aveva fatto nel primo incontro con lui quando cambiò il suo nome in Pietro/ Roccia. Ora quel mutamento diventa reale in modo completo. La richiesta d’amore, ripetuta per tre volte, rattrista l’apostolo perché gli ricorda il triplice tradimento. In realtà, Gesù gli rassicura il suo perdono. Non solo, ma gli affida una missione pastorale di capitale importanza e perciò Pietro dovrà amarlo più di quanto lo faranno tutti gli altri suoi compagni. Lo amerà facendo sua la cura pastorale di Gesù, descritta nella metafora del Buon Pastore (cap.10). Il dolore di Pietro alle parole di Gesù ricorda il suo pianto dirotto. È certo che non deve cercare di rassicurare il Mestro perché questi conosce in modo perfetto il cuore degli uomini e sa che l’apostolo lo ama veramente. Le pecore sono affidate a Pietro ma esse rimangono proprietà di Gesù, il Pastore profondamente interessato alla loro salvezza. La dedizione di Pietro raggiungerà la sua massima estensione quando accetterà di essere consegnato in balìa dei persecutori. Soltanto se è dispostoa donare tutto se stesso, può decidere di seguire Gesù. 


Sabato VII

At 28. 16Arrivati a Roma, fu concesso a Paolo di abitare per conto suo con un soldato di guardia. 17Dopo tre giorni, egli fece chiamare i notabili dei Giudei e, quando giunsero, disse loro: «Fratelli, senza aver fatto nulla contro il mio popolo o contro le usanze dei padri, sono stato arrestato a Gerusalemme e consegnato nelle mani dei Romani. 18Questi, dopo avermi interrogato, volevano rimettermi in libertà, non avendo trovato in me alcuna colpa degna di morte. 19Ma poiché i Giudei si opponevano, sono stato costretto ad appellarmi a Cesare, senza intendere, con questo, muovere accuse contro la mia gente. 20Ecco perché vi ho chiamati: per vedervi e parlarvi, poiché è a causa della speranza d’Israele che io sono legato da questa catena». 30Paolo trascorse due anni interi nella casa che aveva preso in affitto e accoglieva tutti quelli che venivano da lui, 31annunciando il regno di Dio e insegnando le cose riguardanti il Signore Gesù Cristo, con tutta franchezza e senza impedimento.  

Al termine del quarto viaggio, Paolo giunge a Roma da prigioniero in attesa di giudizio. Non si limita, però, ad attendere la chiusura del procedimento, ma continua a parlare di Gesù, obbedendendo alla consegna ricevuta da Lui. L’annuncio del Regno, a Roma, prefigura l’evangelizzazione del mondo intero: «Riceverete la forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi, e di me sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino ai confini della terra» (At 1,8). 

Egli non nutre risentimento contro i fratelli di Gerusalemme che hanno causato il suo arresto su una falsa accusa (la profanazione del tempio) ma cerca di rassicurare quelli di Roma. Dichiara di essere stato arrestato “a causa della speranza d’Israele”. Avendo riconosciuto Gesù come il Messia, a lungo atteso dal popolo, la sua fede è diventata motivo di accese controversie. 

Nella capitale di un impero pagano, orgoglioso della sua cultura e potenza, Paolo continua l’annuncio del Regno intrapreso da Gesù e ripreso con forza dopo la sua risurrezione dagli apostoli da lui inviati. L’annuncio del regno di Dio, imperniato sugli eventi che ebbero come protagonista Gesù Cristo, prosegue con con tutta libertà e senza impedimenti. «Annuncia la parola, insisti in ogni occasione opportuna e non opportuna, ammonisci, rimprovera, esorta con ogni magnanimità e dottrina» (2 Tm 4,2). Paolo incontra giudei e pagani perché diventino un solo popolo, un Israele rinnovato. «Ricordatevi che un tempo voi, pagani per nascita, chiamati incirconcisi da quelli che si dicono circoncisi, ricordatevi che in quel tempo eravate senza Cristo, esclusi dalla cittadinanza d'Israele, senza speranza e senza Dio in questo mondo. Ora invece, in Cristo Gesù, voi che un tempo eravate i lontani siete diventati i vicini grazie al sangue di Cristo. Egli infatti è la nostra pace, colui che ha fatto dei due un popolo solo, abbattendo il muro di separazione che era frammezzo, cioè l'inimicizia. Egli è venuto perciò ad annunziare pace a voi che eravate lontani e pace a coloro che erano vicini. Per mezzo di lui possiamo presentarci, gli uni e gli altri, al Padre in un solo Spirito» (Ef 2,11-18). 

Gv 21. 20Pietro si voltò e vide che li seguiva quel discepolo che Gesù amava, colui che nella cena si era chinato sul suo petto e gli aveva domandato: «Signore, chi è che ti tradisce?». 21Pietro dunque, come lo vide, disse a Gesù: «Signore, che cosa sarà di lui?». 22Gesù gli rispose: «Se voglio che egli rimanga finché io venga, a te che importa? Tu seguimi». 23Si diffuse perciò tra i fratelli la voce che quel discepolo non sarebbe morto. Gesù però non gli aveva detto che non sarebbe morto, ma: «Se voglio che egli rimanga finché io venga, a te che importa?». 24Questi è il discepolo che testimonia queste cose e le ha scritte, e noi sappiamo che la sua testimonianza è vera. 25Vi sono ancora molte altre cose compiute da Gesù che, se fossero scritte una per una, penso che il mondo stesso non basterebbe a contenere i libri che si dovrebbero scrivere.

Pietro rappresenta l’azione, la guida pastorale; Giovanni la testimonianza, la contemplazione. Il testo suggerisce che nella Chiesa non esiste un solo modo di seguire Cristo ma utti però sono chiamati alla fedeltà personale. Si era diffusa la voce che quel discepolo non morirà. L’evangelista corregge: Gesù non aveva detto questo. Qui si vede una comunità che riflette su sé stessa, chiarendo interpretazioni sbagliate. È un segno di onestà: anche le prime comunità cristiane potevano fraintendere. Il discepolo sarebbe rimosto per sempre per il Vangelo che aveva scritto. 

Il brano si chiude con una dichiarazione solenne: “Questo è il discepolo che testimonia queste cose e le ha scritte.” E poi con un’immagine suggestiva: il mondo non basterebbe a contenere tutti i libri su ciò che Gesù ha fatto. È un modo poetico per dire che il mistero di Cristo è inesauribile: il Vangelo racconta il necessario, ma non esaurisce tutto. In sintesi, questo passo invita ad evitare il confronto sterile con gli altri; ad accogliere la propria vocazione personale. Invita a restare fedeli alla sequela di Cristo e a riconoscere che la verità del Vangelo è più grande di ogni racconto.


Pentecoste



At 2. 1Mentre stava compiendosi il giorno della Pentecoste, si trovavano tutti insieme nello stesso luogo. 2Venne all’improvviso dal cielo un fragore, quasi un vento che si abbatte impetuoso, e riempì tutta la casa dove stavano. 3Apparvero loro lingue come di fuoco, che si dividevano, e si posarono su ciascuno di loro, 4e tutti furono colmati di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue, nel modo in cui lo Spirito dava loro il potere di esprimersi. 5Abitavano allora a Gerusalemme Giudei osservanti, di ogni nazione che è sotto il cielo. 6A quel rumore, la folla si radunò e rimase turbata, perché ciascuno li udiva parlare nella propria lingua. 7Erano stupiti e, fuori di sé per la meraviglia, dicevano: «Tutti costoro che parlano non sono forse Galilei? 8E come mai ciascuno di noi sente parlare nella propria lingua nativa? 9Siamo Parti, Medi, Elamiti, abitanti della Mesopotamia, della Giudea e della Cappadòcia, del Ponto e dell’Asia, 10della Frìgia e della Panfìlia, dell’Egitto e delle parti della Libia vicino a Cirene, Romani qui residenti, 11Giudei e prosèliti, Cretesi e Arabi, e li udiamo parlare nelle nostre lingue delle grandi opere di Dio».

Il capitolo secondo narra l’effusione dello Spirito che spinge gli apostoli ad evangelizzare (Spirito); espone la predicazione di Pietro kerigmatica e morale (Parola); manifesta la vita della comunità primitiva (vita), alla quale si aggregano nuovi salvati. Questi tre elementi testimoniano la presenza e l’azione dello Spirito, invisibile nella sua persona ma percepibile nei suoi effetti. 

La Pentecoste si sta «compiendo» perché si «compie» la fatica salvifica di Gesù (Gv 19,30) e la sua promessa più rilevante. Si rinnovano i fenomeni della manifestazione divina e delle vocazioni profetiche. Lo Spirito viene segnalato da fenomeni simbolici (vento e fuoco) che accompagnano il segno più decisivo della Parola. Egli, dal momento che ha investito ogni membro della comunità, si posa su tutti. La comunità non è un amalgama indistinto ma una comunione di persone rilevanti, perché lo Spirito è in relazione con ognuno. 

Rappresentanti di tutta l’umanità sono convocati a Gerusalemme, secondo la promessa profetica. Viene ricostruita l’unità della famiglia umana nell’amore, che era sta disgregata alla torre di Babele, in conseguenza all’istinto di prepotenza costrittiva. 

1 Cor. 12 3Nessuno può dire: «Gesù è Signore!», se non sotto l’azione dello Spirito Santo. 4Vi sono diversi carismi, ma uno solo è lo Spirito; 5vi sono diversi ministeri, ma uno solo è il Signore; 6vi sono diverse attività, ma uno solo è Dio, che opera tutto in tutti. 7A ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito per il bene comune. 12Come infatti il corpo è uno solo e ha molte membra, e tutte le membra del corpo, pur essendo molte, sono un corpo solo, così anche il Cristo. 13Infatti noi tutti siamo stati battezzati mediante un solo Spirito in un solo corpo, Giudei o Greci, schiavi o liberi; e tutti siamo stati dissetati da un solo Spirito.

Il compito primario dello Spirito è suscitare la fede in Gesù. Dichiarare che Gesù è Signore mostra che l’uomo che esprime questa confessione è cristiano, appartiene a Criso e partecipa alla comunione della Chiesa. Nessuno, al di fuori del Nazareno morto e risuscitato per noi, può pretendere una quasivoglia signoria (in contrasto con la formula “Cesare è Signore”). 

Paolo accenna ad una formulazione trinitaria (Spirito, Signore, Dio agiscono insieme, in collaborazione) ma sviluppa il discorso sullo Spirito santo, creando una Pentecoste paolina. Dal momento che è il medesimo Spirito ad operare in tutti, nessun carisma è in diritto di affermarsi a detrimento degli altri. Lo Spirito stabilisce un’equaglianza tra i membri della comunità perché è Spirito di comunione. Pur essendo uguale per tutti (come l’aria che tutti respirano), da origine ad esiti diversi, in vista, però, dell’utilità comune. 

Paolo, poi, formula un discorso sulla Chiesa. Definita come corpo di Cristo. non costituisce soltanto una società morale, sottomessa lui. In senso molto realistico, il corpo di Cristo è Cristo stesso, il Risorto, già preesistente a qualsiasi incorporazione a lui. La Chiesa non è solo appartenente a Cristo ma è lui stesso (è un corpo di molte membra). Egli incorpora a sé come proprie membra i battezzati, i quali superano ogni distinzione etnica e sociale, ritrovandosi ad essere «uno solo in Cristo Gesù» (Gal 3,28). 

Gv 20. 19La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». 20Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. 21Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». 22Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. 23A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati». 

La sera di quel giorno: riecheggia la scansione del tempo udita all’inizio della storia del mondo perché, con la sua risurrezione, Gesù opera la seconda creazione che rinnova radicalmente la prima. 

Le porte sono chiuse perché i discepoli sono nella tenebra e conoscono soltanto la paura ma l’attraversamento delle porte da parte di Gesù segnala la sua nuova condizione perché, pur essendo ancora corporeo (è lo stesso che fu crocifisso) non è più soggetto alle leggi limitanti della corporeità. Egli può, ora, operare ora il rinnovamento delle cose. La menzione della pace annuncia la restaurazione dell’era messianica. È il dono che prelude a tutti i successivi e li riassume in sé. «Ho visto le sue vie, ma voglio sanarlo, guidarlo e offrirgli consolazioni. Pace, pace ai lontani e ai vicini, dice il Signore, io li guarirò» (Is 57,18-19). 

I discepoli reagiscono con la gioia. «Come una madre consola un figlio così io vi consolerò; in Gerusalemme sarete consolati. Voi lo vedrete e gioirà il vostro cuore, le vostre ossa saranno rigogliose come erba fresca» (Is 66,13-14)

La ripetizione del dono della pace ne accentua il valore ed essi scopriranno questo dono proprio nel corso delle successive tribolazioni: «Vi ho detto queste cose perché abbiate pace in me. Voi avrete tibolazione dnel mondo, ma abbiate fiducia; io ho vinto il mondo!» (Gv 16,33). 

Il soffio di Gesù ricorda quello di Dio nella prima creazione: «Il Signore Dio plasmò l’uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita e l’uomo divenne un essere vivente» (Gen 2,7); «Il Creatore gli ispirò un’anima attiva e gli infuse uno spirito vitale» (Sap 15,11). «Dalla parola del Signore furono fatti i cieli, dal soffio della sua bocca ogni loro schiera» (Sal 33,6). Ricorda la potenza dello Spirito di ridare vita ai morti «Lo spirito entrò in essi e ritornarono in vita» (Ez 37,10). 

L’affidamento della missione, già promessa nei discorsi d’addio, è dono ed impegno. La missione di Gesù continuerà nel mondo per mezzo dei discepoli, in una forma nuova. Come fu per Cristo, anche i discepoli usufruiscono del dono dello Spirito. Il potere contro il Peccato è essenziale al fine di ristabilire il rinnovamento finale ma solo in situazione di fede può avvenire l’annientamento del male. I discepoli non escludo nessuno ma alcuni possoono autoescludersi da soli. 

SI CONCLUDE IL TEMPO DI PASQUA

SPEGNIMENTO DEL CERO



Preghiera