sabato 2 maggio 2026

5 settimana di Pasqua

Gesù per due volte dice: Io sono nel Padre e il Padre è in me. Con queste parole esprime la sua comunione profonda con Dio e la sua uguaglianza con Lui. Gesù non vuole che i discepoli si limitino a considerarlo un Inviato da parte di Dio, magari il più grande, ma vuole che lo considerino uguale al Padre. Devono fare uno scatto in più nella loro convinzione. Dio da Dio, Luce da Luce, Dio vero da Dio vero. 

Gesù afferma di essere una via, una strada che conduce al Padre (non soltanto con il suo insegnamento ma anche per la sua redenzione). Egli lo ha rivelato in modo perfetto (la verità) ed entrare in comunione con il Padre è sperimentare la vera vita. 

Noi tutti siamo con Gesù nel Padre. 

Siamo, allora stirpe eletta, sacerdozio regale, nazione santa, popolo che Dio si è acquistato perché proclami le opere ammirevoli di lui, che ci ha chiamato dalle tenebre alla sua luce meravigliosa. Che significa? Usiamo questa immagine: un re ha potestà su tutto il territorio del suo Regno però possiede anche delle proprietà particolari, private. Queste sono coltivate in modo speciale, in maniera più accurata. Questo vuol dire essere eletta (o scelta); coltivata in modo molto accurato. Nazione santa : santità è separazione, distinzione, allontanamento dalla tenebra e distinta da essa. Siamo anche re e sacerdoti. Perché Re? Perché dominiamo i nostri impulsi nagativi, vinciamo gli istinti malvagi, perché «Colui che è in noi è più forte di colui che è nel mondo» (Cf Gv 4,4), sconfiggiamo ideologie e menzogne. Sacerdozio : assieme alle altre pietre vive che costituiscono la comunità, siamo tempio del Signore e come sacerdoti possiamo offrire a Dio preghiere per tutta l’umanità ma soprattutto offrire a Dio la nostra vita. Quando siamo riuniti per il culto, questo essere un tempio è un fatto visibile ma lo rimaniamo sempre; in ogni giorno ed ogni ora possiamo proclamare l’opera meravigliosa del Signore che in Lui ci rende luminosi a favore di tutti gli altri. 


Domenica V di Pasqua

ATTI 6, 1-7 1In quei giorni, aumentando il numero dei discepoli, quelli di lingua greca mormorarono contro quelli di lingua ebraica perché, nell’assistenza quotidiana, venivano trascurate le loro vedove. 2Allora i Dodici convocarono il gruppo dei discepoli e dissero: «Non è giusto che noi lasciamo da parte la parola di Dio per servire alle mense. 3Dunque, fratelli, cercate fra voi sette uomini di buona reputazione, pieni di Spirito e di sapienza, ai quali affideremo questo incarico. 4Noi, invece, ci dedicheremo alla preghiera e al servizio della Parola». 5Piacque questa proposta a tutto il gruppo e scelsero Stefano, uomo pieno di fede e di Spirito Santo, Filippo, Pròcoro, Nicànore, Timone, Parmenàs e Nicola, un prosèlito di Antiòchia. 6Li presentarono agli apostoli e, dopo aver pregato, imposero loro le mani. 7E la parola di Dio si diffondeva e il numero dei discepoli a Gerusalemme si moltiplicava grandemente; anche una grande moltitudine di sacerdoti aderiva alla fede. 

Gli apostoli ritengono impossibile accollarsi tutti gli impegni della vita ecclesiale. La comunità, adempiendo le prescrizioni bibliche, si prendeva cura degli orfani e delle vedove. «Imparate a fare il bene, soccorrete l’opresso, rendete giustizia all’orfano, difendete la causa della vedove» (Is 1,17). Alcuni familiari le scaricavano sulla comunità: «Onora le vedove, quelle che sono veramente vedove; ma se una vedova ha figli o nipoti, questi imparino prima a praticare la pietà verso quelli della propria famiglia e a rendere il contraccambio ai loro genitori, poiché è gradito a Dio» (1 Tm 5,3-4). 

L’assistenza ordinata alle vedove, tuttavia, richiedeva un dispendio di tempo e di energia tale da ostacolare la predicazione e la preghiera. Gli apostoli chiedono alla comunità di scegliere persone stimate per compiere dei servizi che, fino a quel momento, avevano svolto loro. Già Ietro aveva suggerito a Mosé, aggravato da impegni: «Non va bene quello che fai! Finirai per soccombere, perché il compito è troppo pesante per te; non puoi attendervi da solo» (Es 18,17). Mosè avrebbe dovuto farsi aiutare da persone di provata onestà (Cf Es 18,21). 

Al tempo degli apostoli, nasce, così, un ministero parallelo al loro, costituito da persone che si dedicheranno in gran parte all’evangelizzazione. Riguardo ai diaconi, Paolo darà queste prescrizioni: «I diaconi siano dignitosi, non doppi nel parlare, non dediti al molto vino né avidi di guadagno disonesto, e conservino il mistero della fede in una coscienza pura. Perciò siano prima sottoposti a una prova e poi, se trovati irreprensibili, siano ammessi al loro servizio» (1 Tm 3,8-10).

Istituendo questo nuovo servizio, la Chiesa spegne le tensioni esistenti tra i discepoli di lingua aramaica e quelli di lingua greca (che probabilmente si radunavano in luoghi diversi per motivi linguistici). 

Sull’importanza del dedicarsi alla preghiera: «Pregate inoltre incessantemente con ogni sorta di preghiere e di suppliche nello Spirito, vigilando a questo scopo con ogni perseveranza e pregando per tutti i santi, e anche per me, perché quando apro la bocca mi sia data una parola franca, per far conoscere il mistero del vangelo, del quale sono ambasciatore in catene, e io possa annunziarlo con franchezza come è mio dovere» (Ef 6,18-20). 

Circa l’importanza della predicazione: «Non è infatti per me un vanto predicare il vangelo; è un dovere per me: guai a me se non predicassi il vangelo! Infatti, pur essendo libero da tutti, mi sono fatto servo di tutti per guadagnarne il maggior numero: mi sono fatto Giudeo con i Giudei, per guadagnare i Giudei. Con coloro che non hanno legge sono diventato come uno che è senza legge, pur non essendo senza la legge di Dio, anzi essendo nella legge di Cristo, per guadagnare coloro che sono senza legge. Mi sono fatto debole con i deboli, per guadagnare i deboli; mi sono fatto tutto a tutti, per salvare ad ogni costo qualcuno. Tutto io faccio per il vangelo, per diventarne partecipe con loro» (1 Cor 10).

2 Lettura

1 Pt 2,4-9 4Avvicinandovi a lui, pietra viva, rifiutata dagli uomini ma scelta e preziosa davanti a Dio, 5quali pietre vive siete costruiti anche voi come edificio spirituale, per un sacerdozio santo e per offrire sacrifici spirituali graditi a Dio, mediante Gesù Cristo. 6Si legge infatti nella Scrittura: Ecco, io pongo in Sion una pietra d’angolo, scelta, preziosa, e chi crede in essa non resterà deluso. 7Onore dunque a voi che credete; ma per quelli che non credono la pietra che i costruttori hanno scartato è diventata pietra d’angolo 8e sasso d’inciampo, pietra di scandalo. Essi v’inciampano perché non obbediscono alla Parola. A questo erano destinati. 9Voi invece siete stirpe eletta, sacerdozio regale, nazione santa, popolo che Dio si è acquistato perché proclami le opere ammirevoli di lui, che vi ha chiamato dalle tenebre alla sua luce meravigliosa. 

Gesù Cristo (2,3) è «pietra vivente», rifiutata dagli uomini ma onorata da Dio. Il salmista aveva paragonato il popolo oppresso dai suoi nemici ad una pietra scartata dai costruttori (Sal 118,22, cf Zc 3,9). Nella parabola evangelica dei vignaioli omicidi il salmo è citato applicandolo al figlio che viene rigettato e quindi, implicitamente, a Gesù, respinto dai suoi avversari di Gerusalemme (cfr. Mt 21,42.45). La tradizione della passione adopera il verbo rigettato per descrivere il rifiuto subito dal Cristo (cfr. Mc 8,3 Lc 9,22; 17,25), così nel discorso di Pietro di fronte al Sinedrio di Gerusalemme (cfr. At 4,8-12): «Egli è la pietra respinta da voi costruttori». Qui «costruttori» è sostituito dal termine «uomini»: si esce dalla polemica strettamente antigiudaica estendendo l'accusa a tutti coloro che rigettano Gesù. 

L’opera di costruzione e di consolidamento della comunità è compiuta da Dio. Perseverando nel rapporto con la Pietra Vivente, i credenti condividono la stessa identità di pietre viventi. «In Lui [Cristo] tutta la costruzione cresce ordinata per essere tempio santo nel Signore; in lui anche voi venite edificati insieme per diventare abitazione di Dio per mezzo dello Spirito» (Ef 2,21). «Siete tempio di Dio e lo Spirito di Dio abita in voi. Se uno distrugge il tempio di Dio, Dio distruggerà lui» (1 Cor 3,16). 

La comunità è un luogo abitato da Dio e i suoi membri sono veri sacerdoti che esercitano il culto a Dio: «Voi sarete per me un regno di sacerdoti e una nazione santa» (Es 19,6). «Tu sei un popolo consacrato al Signore» (Dt 14,2). «Hai fatto di loro, per il nostro Dio, un regno e sacerdoti, e regneranno sopra la tera» (Ap 5,9-10). «Per mezzo di lui offriamo a Dio continuamente un sacrificio di lode, cioé il frutto di labbra che confessano il suo nome» (Eb 13,15). I “sacrifici” comportano la glorificazione di Dio con la lode e una condotta di vita onorata e santa: «Vi esorto ad offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio; è questo il vostro culto spirituale» (Rm 12,1; Cf Rm 15,16; Fil 2,17; 2 Tm 4,6). I sacrifici graditi a Dio sono suscitati dallo Spirito ed offerti attraverso la mediazione di Cristo. 

Isaia annuncia che Dio porrà in Sion una pietra sicura, fondamento di giustizia (Is 28,16). È scelta con particolare cura, perché la sua funzione di pietra angolare richiede misura appropriata, robustezza e bellezza. Probabilmente la pietra era un riferimento ad regno fondato sullo stile del re Davide ma nella tradizione israelitica l’oracolo è stato interpretato come messianico. Gesù è la pietra angolare della costruzione della chiesa come edificio eretto sul fondamento degli apostoli e dei Profeti (Ef 2,20-22). 

Gli uomini che non credono in Cristo inciampano nella pietra (Cf Rm 9,33). «Cristo è qui come segno di contraddizione» (Lc 2,34). «Noi annunciamo Cristo crocifisso: scandalo per i Giudei e stoltezza per i pagani» (1 Cor 1,23). 

«A questo erano destinati». Questa formulazione non ha nulla a che vedere con la predestinazione divina dei non credenti alla condanna. Ciò che è predisposto da Dio è che chi rifiuta la parola cada, non la decisione di rifiutarla. «Il Signore degli eserciti, lui solo ritenete santo. Egli sia l’oggetto del vostro timore, della vostra paura. Egli sarà insidia e pietra di ostacolo e scoglio d’inciampo per le due case d’Israele, laccio e trabocchetto per gli abitanti di Gerusalemme. Tra di loro molti inciamperanno, cadranno e si sfracelleranno, saranno presi e catturati (Is 8,13-15). La speranza non è che siano condannati ma che si convertano. 

«Voi invece siete stirpe eletta, sacerdozio regale, nazione santa, popolo che Dio si è acquistato perché proclami le opere ammirevoli di lui, che vi ha chiamato dalle tenebre alla sua luce meravigliosa». 

L'elezione di Israele segna la sua unicità. «Il Signore predilesse soltanto i tuoi padri, li amò e, dopo di loro ha scelto fra tutti i popoli la loro discendenza, cioè voi, come avviene oggi» (Dt 10,15). Quando nel corso della storia si fa appello a tale chiamata da parte di Dio, esso è diretto a una minoranza del popolo o a un resto che si trova emarginato in terra straniera. L'elezione di tale comunità assicurava ad essa la protezione divina nonostante le circostanze sfavorevoli, fornendo forza per resistere all'oppressione. I vari epiteti dell'Antico Israele esprimono delle qualità non individuali, ma comunitarie. 

Applicando questi attributi alla comunità messianica, il nostro autore afferma l'incorporazione dei credenti, in precedenza pagani o israeliti, nel popolo escatologico di Dio. I credenti sono ritratti come destinatari dei favori divini e sono invitati a lodare Dio che li ha fatti suoi. L'elezione Divina non comporta un isolamento in uno spazio circoscritto ma al contrario esige una testimonianza in favore della potenza e della gloria di Dio. 

La lode pubblica della gloria di Dio è descritta con l'espressione sacrifici spirituali. Questa lode può essere intrecciata a quella degli estranei che glorificano Dio per la buona condotta dei credenti. 

La salvezza dei cristiani è descritta come un linguaggio che ricorda i termini utilizzati da Isaia per la liberazione di Israele dalle tenebre dell'Egitto e dell'esilio babilonese. «Il popolo che camminava nelle tenebre ha visto una grande luce» (Is 9,1). «Eravate tenebra, ora siete luce nel Signore» (Ef 5,8). Il Signore disse a Paolo: «Ti libererò dal popolo e dalle nazioni, cui ti mando per aprire loro gli occhi, perché si convertano dalle tenebre alla luce e dal potere di Satana a Dio, e ottengano il perdono dei peccati e l’eredità, in mezzo a coloro che sono stati santificati per la fede in me» (At 26,18). I cristiani sono, dunque, il compimento escatologico di Israele, non un nuovo Popolo. Attraverso la fede in Cristo si è ammessi al popolo santo ed è eletto di Dio, non per discendenza carnale.

 

Vangelo Gv 14,1-12 

Gv 14,1-6 1Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me. 2Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore. Se no, vi avrei mai detto: “Vado a prepararvi un posto”? 3Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi. 4E del luogo dove io vado, conoscete la via». 5Gli disse Tommaso: «Signore, non sappiamo dove vai; come possiamo conoscere la via?». 6Gli disse Gesù: «Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me. 7Se avete conosciuto me, conoscerete anche il Padre mio: fin da ora lo conoscete e lo avete veduto». 8Gli disse Filippo: «Signore, mostraci il Padre e ci basta». 9Gli rispose Gesù: «Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me, ha visto il Padre. Come puoi tu dire: “Mostraci il Padre”? 10Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me? Le parole che io vi dico, non le dico da me stesso; ma il Padre, che rimane in me, compie le sue opere. 11Credete a me: io sono nel Padre e il Padre è in me. Se non altro, credetelo per le opere stesse. 12In verità, in verità io vi dico: chi crede in me, anch’egli compirà le opere che io compio e ne compirà di più grandi di queste, perché io vado al Padre. 13E qualunque cosa chiederete nel mio nome, la farò, perché il Padre sia glorificato nel Figlio. 14Se mi chiederete qualche cosa nel mio nome, io la farò. 

v.1 Superando lo smarrimento della partenza di Gesù da loro, i discepoli devono credere in Gesù proprio come credono in Dio, senza abbandonarsi allo sconforto a motivo della morte in croce di Gesù (1-2). 

v.2 «Casa del Padre non è detta solo la dimora un cui egli inabita, ma anche egli stesso, poiché egli è in se stesso. Ora l’uomo dimora in questo luogo, ossia in Dio, mediante la volontà e l’affetto con la fruizione della carità: “Chi sta nella carità sta in Dio e Dio in lui“ (1 Gv 4,16)» (To 582-583). «Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore». Così immaginava la gente del tempo. L'immagine popolare dell'aldilà era legata a un determinato numero di posti, nei quali la gente sarebbe stata alloggiata in base alle virtù e ai vizi della loro vita sulla terra. Le molte dimore sono le varie partecipazioni alla sua beatitudine perché «chi ha il cuore più fervente di amore di dio, godrà maggiormente della fruizione divina» (To 543. 545). [TO= Tommaso d'Aquino]

v.3 Il Signore ritorna (erchomai) presso i discepoli da Risorto e li prenderà con sé (paralempsomai) nel suo glorioso ritorno. Il cristiano ha un posto assicurato nella vita eterna, perché sarà con Cristo. Lo stesso Signore, come dice l'apostolo, ci verrà incontro e così saremo sempre con Lui (1 Ts 4,16-17).

v.6-7 Qual è la via al Regno? Il quarto Vangelo rispondete decisamente: «Io sono la via, la verità è la vita». Mediante la sua stessa morte, Cristo apre una strada che permette di accedere alla realtà divina (verità) e, attraverso di essa, alla vita in pienezza. Il Crocifisso è il passaggio obbligato ch conduce a Dio

v.8-9 Gesù parla spesso della relazione col Padre, della sua unione con lui. I discepoli, rappresentati ora da Filippo, vorrebbero qualcosa di immediato una visione diretta del Padre. Ora questa visione di Dio si raggiunge attraverso Gesù. Gesù è il Figlio di Dio, trasparente al Padre. Nella vita di obbedienza a lui, compie il programma che Dio gli ha assegnato, il piano d'amore che ha sull'uomo per comunicargli la vita. Ne consegue che, nella misura in cui cresce la conoscenza di Gesù, crescerà la conoscenza e la visione di Dio. Perciò la richiesta di Filippo era fuori posto, perché stava a indicare che non aveva compreso la relazione esistente tra Gesù e il Padre. Attraverso i segni dati da lui offerti, i discepoli hanno contemplato la sua gloria ma credere che Egli e il Padre sono la stessa cosa è un passo ulteriore. Gesù vuole condurli a un livello superiore e confessino la sua piena uguaglianza con il Padre. 

v.10 L’evangelista usa la “formula dell'immanenza”: Io sono nel Padre e il Padre è in me. Questa formula si muove sul piano metaforico: come può una persona essere in un'altra? Con l’amore, con l'identità di pensiero, di sentire e di operare. Gesù è nel Padre in questo senso. Questa mutua immanenza del Padre e del Figlio non è raggiungibile se non con la fede. 

vv. 12-14 Quello che è stato affermato di Gesù deve essere applicato anche al cristiano. Come il Padre è nel Figlio così deve essere anche nel credente. Se il Padre è nel credente, può anche operare attraverso di lui, come operò per mezzo del Cristo. Può persino operare cose maggiori, perché ciò che ottiene è il risultato della morte redentrice di Gesù. 

Il lavoro dei credenti, della chiesa, è riportare altri uomini a Dio. Queste opere saranno compiute principalmente attraverso la preghiera. Gesù non promette l’esaudimento di tutte le richieste immaginabili ma solo quelle preghiere che sono in profonda comunione con lui e la sua missione salvifica. Il credente autentico invoca la manifestazione della santità di Dio nel mondo e questa sua richiesta viene esaudita. 

Lunedi V

At 14,5-18. [A Iconio] ci fu un tentativo dei pagani e dei Giudei con i loro capi di aggredirli e lapidarli, 6essi lo vennero a sapere e fuggirono nelle città della Licaònia, Listra e Derbe, e nei dintorni, 7e là andavano evangelizzando. 8C’era a Listra un uomo paralizzato alle gambe, storpio sin dalla nascita, che non aveva mai camminato. 9Egli ascoltava Paolo mentre parlava e questi, fissandolo con lo sguardo e vedendo che aveva fede di essere salvato, 10disse a gran voce: «Àlzati, ritto in piedi!». Egli balzò in piedi e si mise a camminare. 11La gente allora, al vedere ciò che Paolo aveva fatto, si mise a gridare, dicendo, in dialetto licaònio: «Gli dèi sono scesi tra noi in figura umana!». 12E chiamavano Bàrnaba «Zeus» e Paolo «Hermes», perché era lui a parlare. 13Intanto il sacerdote di Zeus, il cui tempio era all’ingresso della città, recando alle porte tori e corone, voleva offrire un sacrificio insieme alla folla. 14Sentendo ciò, gli apostoli Bàrnaba e Paolo si strapparono le vesti e si precipitarono tra la folla, gridando: 15«Uomini, perché fate questo? Anche noi siamo esseri umani, mortali come voi, e vi annunciamo che dovete convertirvi da queste vanità al Dio vivente, che ha fatto il cielo, la terra, il mare e tutte le cose che in essi si trovano. 16Egli, nelle generazioni passate, ha lasciato che tutte le genti seguissero la loro strada; 17ma non ha cessato di dar prova di sé beneficando, concedendovi dal cielo piogge per stagioni ricche di frutti e dandovi cibo in abbondanza per la letizia dei vostri cuori». 18E così dicendo, riuscirono a fatica a far desistere la folla dall’offrire loro un sacrificio.  

A Iconio, gli evangelizzatori vengono aggrediti da pagani e da giudei. La lapidazione era,spesso, la sorte dei profeti: «Gerusalemme che lapidi quelli che ti sono inviati…» (Mt 23,37). Essi fuggono altrove, seguendo il consiglio di Gesù: «Quando vi perseguiteranno in una città, fuggite in un’altra» (Mt 10,23). 

A Listra, Paolo guarisce uno storpio (come aveva fatto Pietro a Gerusalemme) che si comportò come un modello di fede per l’attenzione prestata alla predicazione dell’apostolo. Egli imita la fede del centurione (Mt 8,10) e quella della donna cananea (Mt 15,28), che suscitarono l’ammirazione di Gesù stesso. 

Gli apostoli si oppongono alla folla di pagani che li scambiano per divinità. All’epoca c’erano persone dedite alla magia che compivano opere strabilianti come Simon Mago (At 8,9-11). Più tardi, giunto a Malta, Paolo, per essere scampato dalla morte in seguito al morso d’una vipera, verrà considerato dagli abitanti come un dio (At 28,6). Paolo improvvisa il discorso e sottolinea che l’unico vero Dio è il Creatore del mondo il quale ha continuato a prendersi cura di tutti gli uomini e continua a provvedere loro. Secondo il profeta, gli Israeliti avrebbero dovuto dire: «Temiamo il Signore, nostro Dio che elargisce la pioggia d’autunno e quella di primavera a suo tempo.. ha fissato le settimane per la messe e ce le mantiene costanti» (Ger 5,24). «Ciò che di Dio si può conoscere è loro [ai pagani] manifesto; Dio stesso lo ha loro manifestato. Infatti, dalla creazione del mondo in poi, le sue perfezioni invisibili possono essere contemplate con l'intelletto nelle opere da lui compiute, come la sua eterna potenza e divinità; essi sono dunque inescusabili, perché, pur conoscendo Dio, non gli hanno dato gloria né gli hanno reso grazie come a Dio» (Rm 119-21). 

Con grande difficoltà trattengono la folla dal compiere una pazzia, come Gesù cercò di opporsi alla folla che voleva farlo re (Gv 6,15). 

Gv 14,21-26 21Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi ama. Chi ama me sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui». 22Gli disse Giuda, non l’Iscariota: «Signore, come è accaduto che devi manifestarti a noi, e non al mondo?». 23Gli rispose Gesù: «Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui. 24Chi non mi ama, non osserva le mie parole; e la parola che voi ascoltate non è mia, ma del Padre che mi ha mandato. 25Vi ho detto queste cose mentre sono ancora presso di voi. 26Ma il Paràclito, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto.

Amare è osservare. Come è possibile che i futuri discepoli di Gesù, i quali non lo hanno mai visto, lo amino? Osservando i suoi comandi, oppure osservando la sua parola! Non solo attenzione ai vari precetti ma all’insieme della rivelazione che è Parola di Dio. 

L’assenza fisica di Gesù non è un abbandono. I discepoli non potranno vederlo fisicamente ma, se lo ameranno, potranno godere della sua manifestazione. Gesù non evita la domanda di Giuda (le obiezioni degli apostoli sono anche gli interrogativi della comunità all’evangelista), ma lo induce a riflettere con maggiore profondità accogliendo la nuova notizia che ora gli espone: non solo Gesù si manifesterà al discepolo, ma verrà presso di lui assieme al Padre e dimorerà in lui. Non solo i discepoli a dover innalzarsi alle dimore celesti, ma sarà Dio stesso a scendere presso di loro. 

Il tempo di Gesù sta per concludersi ed Egli invierà un altro Consolatore al suo posto, grazie alla sua intercessione presso il Padre. Lo Spirito insegnerà, interpretando ed attualizzando le sue parole. 

Martedi V

Atti 14,19-28 19 Giunsero da Antiòchia e da Icònio alcuni Giudei, i quali persuasero la folla. Essi lapidarono Paolo e lo trascinarono fuori della città, credendolo morto. Allora gli si fecero attorno i discepoli ed egli si alzò ed entrò in città. Il giorno dopo partì con Bàrnaba alla volta di Derbe. 21Dopo aver annunciato il Vangelo a quella città e aver fatto un numero considerevole di discepoli, ritornarono a Listra, Icònio e Antiòchia, 22confermando i discepoli ed esortandoli a restare saldi nella fede «perché – dicevano – dobbiamo entrare nel regno di Dio attraverso molte tribolazioni». 23Designarono quindi per loro in ogni Chiesa alcuni anziani e, dopo avere pregato e digiunato, li affidarono al Signore, nel quale avevano creduto. 24Attraversata poi la Pisìdia, raggiunsero la Panfìlia 25e, dopo avere proclamato la Parola a Perge, scesero ad Attàlia; 26di qui fecero vela per Antiòchia, là dove erano stati affidati alla grazia di Dio per l’opera che avevano compiuto. 27Appena arrivati, riunirono la Chiesa e riferirono tutto quello che Dio aveva fatto per mezzo loro e come avesse aperto ai pagani la porta della fede. 28E si fermarono per non poco tempo insieme ai discepoli.  

Dopo il trionfo, ecco un tentativo di uccisione da parte dei giudei, dal quale i missionari si salvano per grazia: «Abbiamo ricevuto su di noi la sentenza di morte per imparare a non riporre fiducia in noi stessi, ma nel Dio che risuscita i morti» (2 Cor 1,9; Ap 11,10-12). «Del resto, tutti quelli che vogliono vivere piamente in Cristo Gesù saranno perseguitati» (2 Tm 3,12). Scrivendo a Timoteo, Paolo ricorderà questi fatti: «Tu mi hai seguito da vicino nell'insegnamento, nella condotta, nei propositi, nella fede, nella magnanimità, nell'amore del prossimo, nella pazienza, nelle persecuzioni, nelle sofferenze, come quelle che incontrai ad Antiochia, a Icònio e a Listri. Tu sai bene quali persecuzioni ho sofferto. Eppure il Signore mi ha liberato da tutte» (2 Tm 3,10-12). Conoscerà questa ed altre situazioni simili: «[Sono ministro di Cristo] molto di più nelle fatiche, molto di più nelle prigionie, infinitamente di più nelle percosse, spesso in pericolo di morte. Cinque volte dai Giudei ho ricevuto i trentanove colpi; una volta sono stato lapidato. Viaggi innumerevoli…» (2 Cor 11,25). 

Ormai pensano di ritornare ad Antiochia di Siria, la loro comunità di partenza ma, prima di recarsi là, vogliono incontrare un’ultima volta i discepoli delle città in cui erano passati per consolidarli. Soprattutto chiedono a loro di restare perseveranti nella fede nell’incontrare l’opposizione dell’ambiente circostante. «Noi possiamo gloriarci di voi nelle Chiese di Dio, per la vostra fermezza e per la vostra fede in tutte le persecuzioni e tribolazioni che sopportate. Questo è un segno del giusto giudizio di Dio, che vi proclamerà degni di quel regno di Dio, per il quale ora soffrite» (“ Tm 1,4-5). 

Ritengono opportuno creare, per ogni comunità, un collegio di responsabili, ad imitazione della Chiesa di Gerusalemme che si ispirava, a sua volta, all’uso ebraico. «I presbiteri che esercitano bene la presidenza siano trattati con doppio onore, soprattutto quelli che si affaticano nella predicazione e nell’insegnamento» (1Tm 5-17). Giunti ad Antiochia radunano l’intera comunità per far conoscere l’azione di Dio che aveva deciso di chiamare alla fede in Cristo anche numerosi pagani. Non tutti i giudeo-cristiani saranno disponibili ad accogliere questa novità. 

Gv 14,27-31 27Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi. Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore. 28Avete udito che vi ho detto: “Vado e tornerò da voi”. Se mi amaste, vi rallegrereste che io vado al Padre, perché il Padre è più grande di me. 29Ve l’ho detto ora, prima che avvenga, perché, quando avverrà, voi crediate. 30Non parlerò più a lungo con voi, perché viene il principe del mondo; contro di me non può nulla, 31ma bisogna che il mondo sappia che io amo il Padre, e come il Padre mi ha comandato, così io agisco.

Gesù lascia e dona la sua pace, un dono sempre attuale e infinito. La pace è l’insieme dei beni definitivi (messianici, escatologici) di Dio. La pace è un bene che soltanto il Signore può donare. Essa è opposta alla falsa pace proposta dal mondo, come era stata predicata dai falsi profeti. 

Consapevoli di questo, i discepoli possono vincere lo sgomento e la paura, prima della morte e, poi, dell’assenza fisica di Gesù. Non dovranno sgomentarsi perché egli, entrando in una sfera divina, presso il Padre, potrà essere ancora più vicino a loro ed allora verificheranno la verità della sua promessa. 

Oramai non può più intrattenersi con loro più a lungo perché deve affrontare la passione istigata dal diavolo. Questi non potrà fare di più di ciò che gli verrà permesso di fare e, perciò, non distruggerà la missione di Gesù. Anzi il Maestro potrà mostrare a tutti che Egli ama il Padre, fino a tal segno. 

Mercoledi V

Atti 15 1Ora alcuni, venuti dalla Giudea, insegnavano ai fratelli: «Se non vi fate circoncidere secondo l’usanza di Mosè, non potete essere salvati». 2Poiché Paolo e Bàrnaba dissentivano e discutevano animatamente contro costoro, fu stabilito che Paolo e Bàrnaba e alcuni altri di loro salissero a Gerusalemme dagli apostoli e dagli anziani per tale questione. 3Essi dunque, provveduti del necessario dalla Chiesa, attraversarono la Fenicia e la Samaria, raccontando la conversione dei pagani e suscitando grande gioia in tutti i fratelli. 4Giunti poi a Gerusalemme, furono ricevuti dalla Chiesa, dagli apostoli e dagli anziani, e riferirono quali grandi cose Dio aveva compiuto per mezzo loro. 5Ma si alzarono alcuni della setta dei farisei, che erano diventati credenti, affermando: «È necessario circonciderli e ordinare loro di osservare la legge di Mosè». 6Allora si riunirono gli apostoli e gli anziani per esaminare questo problema. 

Un gruppo di giudeo-cristiani ritengono necessario che i pagani convertiti a Cristo, prima di ricevere il Battesimo, si facciano circoncidere per aderire all’ebraismo. Soltanto gli Ebrei, a loro parere, potevano farsi battezzare. La richiesta scompaginò la Chiesa di Antiochia, che comprendeva un numero considerevole di pagani già battezzati. Una delegazione di questa comunità si recò a Gerusalemme presso gli apostoli per affrontare la questione, facendo conoscere a tutte le comunità della regione la grande novità dell’apertura della fede ai pagani. «Andai a Gerusalemme in compagnia di Barnaba, portando con me anche Tito: vi andai però in seguito ad una rivelazione. Esposi loro il vangelo che io predico tra i pagani, ma lo esposi privatamente alle persone più ragguardevoli, per non trovarmi nel rischio di correre o di aver corso invano. Ora neppure Tito, che era con me, sebbene fosse greco, fu obbligato a farsi circoncidere» (Gal 2,1-3). 

Scrivendo ai Filippesi, Paolo confesserà: «Circonciso l'ottavo giorno, della stirpe d'Israele, della tribù di Beniamino, ebreo da Ebrei, fariseo quanto alla legge; quanto a zelo, persecutore della Chiesa; irreprensibile quanto alla giustizia che deriva dall'osservanza della legge. Ma quello che poteva essere per me un guadagno, l'ho considerato una perdita a motivo di Cristo. Anzi, tutto ormai io reputo una perdita di fronte alla sublimità della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore, per il quale ho lasciato perdere tutte queste cose e le considero come spazzatura, al fine di guadagnare Cristo» (Fil 3,5-7). 

Gv 15,1-8 1«Io sono la vite vera e il Padre mio è l’agricoltore. 2Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo taglia, e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto. 3Voi siete già puri, a causa della parola che vi ho annunciato. 4Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può portare frutto da se stesso se non rimane nella vite, così neanche voi se non rimanete in me. 5Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto, perché senza di me non potete far nulla. 6Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e secca; poi lo raccolgono, lo gettano nel fuoco e lo bruciano. 7Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quello che volete e vi sarà fatto. 8In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli.

La vite è un solo ceppo, anche se composta da molti tralci. Cristo è un singolo ma presenta una dimensione collettiva. Egli porta a pienezza il compito che era stato affidato ad Israele, la vigna prediletta dall’antichità. Il Padre si prende cura di questa vite e così a portare frutto è Cristo per opera di Dio. Rimanere in Cristo è la causa della santificazione. «Chi rimane in me col credere, con l’obbedire e col perseverare, e io rimango in lui con la mia illuminazione, con l’aiuto e col dono della perseveranza, lui (e non altri), fa molto frutto» (TO 741). 

I tralci secchi vengono recisi e quelli nuovi potati per rinvigorire la pianta. «Alcuni rimangono uniti a Cristo solo per fede, ma senza partecipare alla linfa della vite, perché privi della carità» (TO 743). «La vostra carità si arricchisca sempre più in conoscenza e in ogni genere di discernimento, perché possiate distinguere sempre il meglio ed essere integri e irreprensibili per il giorno di Cristo, ricolmi di quei frutti di giustizia che si ottengono per mezzo di Gesù Cristo, a gloria e lode di Dio» (Fil 1,9-11).

A potare è Dio stesso che si serve della parola del Figlio. 

I discepoli devono rimanere uniti a Gesù, affinchè Egli possa rimanere unito a loro; solo così potranno portare drutto. «Camminate nel Signore Gesù, come l’avete ricevuto» (Col 2,6). «Tutto posso in colui che mi dà forza» (Fil 4,13). «Chi osserva i suoi comandamenti dimora in Dio ed egli in lui» (1 Gv 3,24). Il tralcio, di per sé, non può scegliere di staccarsi dalla vite mentre il discepolo può separasi da Cristo e dalla comunità ma dovrà sperimentare la sua nullità. 

Rimanere in Cristo equivale a rimanere nelle sue parole. «Rimangono in noi le parole di Cristo quando facciamo ciò che ci comanda e amiamo quanto ci ha promesso» (TO 747). Allora il discepolo verrà esaudito nelle sue richieste: «La Parola di Dio creduta e meditata ci insegna a chiedere le cose che sono necessarie alla salvezza» (TO 747). Il Padre viene glorificato quando gli uomini producono frutto abbondante. 

Giovedi V

Atti 15,7-21 7Sorta una grande discussione, Pietro si alzò e disse loro: «Fratelli, voi sapete che, già da molto tempo, Dio in mezzo a voi ha scelto che per bocca mia le nazioni ascoltino la parola del Vangelo e vengano alla fede. 8E Dio, che conosce i cuori, ha dato testimonianza in loro favore, concedendo anche a loro lo Spirito Santo, come a noi; 9e non ha fatto alcuna discriminazione tra noi e loro, purificando i loro cuori con la fede. 10Ora dunque, perché tentate Dio, imponendo sul collo dei discepoli un giogo che né i nostri padri né noi siamo stati in grado di portare? 11Noi invece crediamo che per la grazia del Signore Gesù siamo salvati, così come loro». 12Tutta l’assemblea tacque e stettero ad ascoltare Bàrnaba e Paolo che riferivano quali grandi segni e prodigi Dio aveva compiuto tra le nazioni per mezzo loro. 13Quando essi ebbero finito di parlare, Giacomo prese la parola e disse: «Fratelli, ascoltatemi. 14Simone ha riferito come fin da principio Dio ha voluto scegliere dalle genti un popolo per il suo nome. 15Con questo si accordano le parole dei profeti, come sta scritto: 16Dopo queste cose ritornerò e riedificherò la tenda di Davide, che era caduta; ne riedificherò le rovine e la rialzerò, 17perché cerchino il Signore anche gli altri uomini i e tutte le genti sulle quali è stato invocato il mio nome, dice il Signore, che fa queste cose, 18note da sempre. 19Per questo io ritengo che non si debbano importunare quelli che dalle nazioni si convertono a Dio, 20ma solo che si ordini loro di astenersi dalla contaminazione con gli idoli, dalle unioni illegittime, dagli animali soffocati e dal sangue. 21Fin dai tempi antichi, infatti, Mosè ha chi lo predica in ogni città, poiché viene letto ogni sabato nelle sinagoghe».  

Il testo riporta dapprima l’intervento di Pietro, capo dei Dodici e poi quello di Giacomo responsabile della Chiesa giudeo-cristiana di Gerusalemme. Pietro non parla del viaggio missionario di Barnaba e Paolo ma ricorda la vicenda del Battesimo di Cornelio, il fatto decisivo che ha aperto l’evangelizzazione ai pagani. In quella circostanza lo Spirito si era manifestato in modo palese e quindi non bisogna ora opporsi al volere di Dio. Compare una critica alla Legge che però non corrisponde alla riflessione completa del Nuovo Testamento su questo argomento. Gli uomini non sono stati capaci di osservarla e, per questo, è diventata un peso troppo grave. La grazia di Gesù, al contrario, consente di viverla. Sono argomenti sviluppati nelle lettere di Paolo. 

Barnaba e Paolo espongono i frutti della loro attività missionaria. Infine interviene Giacomo, «fratello del Signore», l’apostolo molto stimato da parte dei giudeo-cristiani. Riassume l’intervento di Pietro e lo consolida con una citazione dell’Antico Testamento: Dio, facendo risorgere Gesù, ha fatto rivivere la dinastia (o tenda) di Davide ed ora questi chiama a sé tutti i popoli. 

L’assemblea, infine, decide a favore dell’ingresso dei pagani nella Chiesa, senza obbligarli alla circoncisione. L’evento Cristo ha superato l’evento della Legge mosaica. «Cristo ci ha liberati perché restassimo liberi; state dunque saldi e non lasciatevi imporre di nuovo il giogo della schiavitù. Ecco, io Paolo vi dico: se vi fate circoncidere, Cristo non vi gioverà nulla. E dichiaro ancora una volta a chiunque si fa circoncidere che egli è obbligato ad osservare tutta quanta la legge. Non avete più nulla a che fare con Cristo voi che cercate la giustificazione nella legge; siete decaduti dalla grazia. Noi infatti per virtù dello Spirito, attendiamo dalla fede la giustificazione che speriamo. Poiché in Cristo Gesù non è la circoncisione che conta o la non circoncisione, ma la fede che opera per mezzo della carità» (Gal 5,1-6). 

Gv 15,9-11 9Come il Padre ha amato me, anche io ho amato voi. Rimanete nel mio amore. 10Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore. 11Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena. 

v. 9. I discepoli sono amati da Dio come era stato amato il Figlio stesso, «li ha amati in una maniera consimile, cioè perché diventassero dèi mediante la partecipazione della grazia» (TO 755), «ci ha donato beni grandissimi e preziosi perché diventassimo partecipi della natura divina» (2 Pt 1,4). «Il fatto di rimanere in Cristo deriva a noi dalla sua grazia. Tutte le nostre opere buone sono nostre in virtù del beneficio dell’amore divino» (TO 753). 

Rimanere nell’amore è perseverare nel lasciarsi amare ma questo fatto è vero se si rimane costanti nell’amare. L’osservanza dei comandamenti è la prova che si è rimasti all’interno della corrente d’amore che ci ha investiti (più che una condizione per essere amati). «l’osservanza dei comandamenti è effetto dell’amore di Dio: non solo del nostro amore per lui, ma anche dell’amore che egli ha per noi. Infatti proprio perché ci ama, ci muove e ci aiuta ad adempiere i suoi precetti, che non possiamo osservare senza la grazia» (TO 757). 

Nell’assomigliare sempre più a Cristo, il discepolo sperimenta una gioia profonda. «Il Signore vuole che con l’osservanza dei suoi comandamenti noi diveniamo partecipi della sua gioia» (TO 761). «Nell’Onnipotente troverai ogni delizia» (Gb 22,26). 

Venerdi V

 At 15. 22Agli apostoli e agli anziani, con tutta la Chiesa, parve bene allora di scegliere alcuni di loro e di inviarli ad Antiòchia insieme a Paolo e Bàrnaba: Giuda, chiamato Barsabba, e Sila, uomini di grande autorità tra i fratelli. 23E inviarono tramite loro questo scritto: «Gli apostoli e gli anziani, vostri fratelli, ai fratelli di Antiòchia, di Siria e di Cilìcia, che provengono dai pagani, salute! 24Abbiamo saputo che alcuni di noi, ai quali non avevamo dato nessun incarico, sono venuti a turbarvi con discorsi che hanno sconvolto i vostri animi. 25Ci è parso bene perciò, tutti d’accordo, di scegliere alcune persone e inviarle a voi insieme ai nostri carissimi Bàrnaba e Paolo, 26uomini che hanno rischiato la loro vita per il nome del nostro Signore Gesù Cristo. 27Abbiamo dunque mandato Giuda e Sila, che vi riferiranno anch’essi, a voce, queste stesse cose. 28È parso bene, infatti, allo Spirito Santo e a noi, di non imporvi altro obbligo al di fuori di queste cose necessarie: 29astenersi dalle carni offerte agli idoli, dal sangue, dagli animali soffocati e dalle unioni illegittime. Farete cosa buona a stare lontani da queste cose. State bene!». 30Quelli allora si congedarono e scesero ad Antiòchia; riunita l’assemblea, consegnarono la lettera. 31Quando l’ebbero letta, si rallegrarono per l’incoraggiamento che infondeva. 

L’assemblea di Gerusalemme rende note alla Chiesa di Antiochia (e a quelle limitrofe), le decisioni prese ed invia anche uno scritto. La lettera viene portata e accompagnata da persone stimate. L’epistolario è una forma di dialogo fraterno. 

Lo scritto precisa che coloro che avevano provocato turbamento nella comunità non erano stati inviati dalla Chiesa ma avevano seguito un’istanza personale impropria. Comunica il risultato del confronto (che aveva avuto anche toni accesi). Il convincimento conclusivo viene considerato ispirato dallo Spirito: i pagani che erano stati battezzati possono continuare con gioia il cammino della fede senza dover sottomettersi alle tradizioni ebraiche. 

La lettera contiene delle indicazioni (imposte successivamente?) necessarie per favorire la comunione tra giudeo-cristiani e etnocristiani. [Le quattro esigenze si ritrovano pressappoco nei precetti di Noé che, secondo l’interpretazione rabbinica, vincolavano pagani e giudei. Sarà necessario evitare di consumare carni provenienti dai sacrifici pagani, e carni di animali soffocati; evitare le unioni illegittime, non consumare sangue degli animali uccisi]. 

Non si tratta di leggi necessarie per la salvezza ma di norme pratiche atte a consentire il rasserenamento delle comunità. «Sono persuaso nel Signore Gesù, che nulla è immondo in se stesso; ma se uno ritiene qualcosa come immondo, per lui è immondo. Ora se per il tuo cibo il tuo fratello resta turbato, tu non ti comporti più secondo carità. Guardati perciò dal rovinare con il tuo cibo uno per il quale Cristo è morto! Diamoci dunque alle opere della pace e alla edificazione vicendevole. Non distruggere l'opera di Dio per una questione di cibo!» (Rm 14,14-15.19-20)

«Quanto al mangiare le carni immolate agli idoli, noi sappiamo che non esiste alcun idolo al mondo e che non c'è che un Dio solo. Ma non tutti hanno questa scienza; alcuni, per la consuetudine avuta fino al presente con gli idoli, mangiano le carni come se fossero davvero immolate agli idoli, e così la loro coscienza, debole com'è, resta contaminata. Se uno infatti vede te, che hai la scienza, stare a convito in un tempio di idoli, la coscienza di quest'uomo debole non sarà forse spinta a mangiare le carni immolate agli idoli? Ed ecco, per la tua scienza, va in rovina il debole, un fratello per il quale Cristo è morto! Peccando così contro i fratelli e ferendo la loro coscienza debole, voi peccate contro Cristo. Per questo, se un cibo scandalizza il mio fratello, non mangerò mai più carne, per non dare scandalo al mio fratello» (1 Cor 8,4.7.10-13).

Gv 15, 12-17 Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi. 13Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici. 14Voi siete miei amici, se fate ciò che io vi comando. 15Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamato amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre mio l’ho fatto conoscere a voi. 16Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga; perché tutto quello che chiederete al Padre nel mio nome, ve lo conceda. 17Questo vi comando: che vi amiate gli uni gli altri. 

Tutti i comandamenti confluiscono nell’unico precetto dell’amore verso il prossimo. «Chi ama il prossimo ha adempiuto la legge» (Rm 13,8). Gesù «in noi non amò altro che Dio e in ordine a Dio» (TO 763). L’evangelista pensa al fratello che ci sta accanto per impedire che un amore rivolto ad una generalità astratta finisca col diventare nullo. 

L’espressione massima della benevolenza è donare la vita per gli altri amici (ma questo non significa che il cristiano debba amare soltanto gli amici). «Cristo diede la sua vita per noi nemici non in quanto nemici, ossia così che restassimo nemici, ma per renderci suoi amici. Gli uomini erano amici in quanto amati» (TO 765)

Gli amici di Gesù sono le persone che, accogliendo la rivelazione dell’amore, osservano i comandamenti, come erano amici di Dio i giusti che camminavano nella via di Dio (v.14). Per rimanere nell’amicizia con Gesù, è necessario imitare la sua donazione gratuita. «Si deve però notare che l’osservanza dei comandamenti non è la causa dell’amicizia di Dio, ma ne è il segno: è segno, cioè; che Dio ci ama e che noi amiamo Dio» (TO 769). 

Tutta l’opera rivelatrice di Gesù è stata il tentativo di farci passare dalla condizione di servi a quella di amici ma chi è diventato suo vero amico, accettta di farsi servo del prossimo. «Lo schiavo non agisce a proprio vantaggio, ma a vantaggio del padrone; né agisce per volontà propria, bensì per quella del padrone, e quasi per costrizione. Chi è libero opera per se stesso come per un fine, e agisce da solo, perché mosso ad agire dalla propria volontà. Gli Apostoli erano mossi da se stessi a compiere opere buone, cioè dalla propria volontà sospinta dall’amore» (TO 773). 

Il gruppo dei discepoli non è sorto per affinità elettiva ma per opera di Gesù, il quale li ha scelti per una sua libera iniziativa ma ora dovranno andare oltre questa cerchia per introdurre molti altri in essa. «C’è l’amore eterno cl quale siamo stati predestinati e c’è l’amore che si esplica nel tempo, con il quale siamo chiamati da lui» (TO 779). Non c’è nulla che preceda come causa la scelta di Dio perché tutti i beni vengono a noi da Dio» (TO 781). 

Di nuovo la preghierà è di capitale rilevanza purchè l’orante desideri partecipare alla missione di Gesù e chieda il suo compimento.

Sabato V

Atti 16,1-10. 1Paolo si recò anche a Derbe e a Listra. Vi era qui un discepolo chiamato Timòteo, figlio di una donna giudea credente e di padre greco: 2era assai stimato dai fratelli di Listra e di Icònio. 3Paolo volle che partisse con lui, lo prese e lo fece circoncidere a motivo dei Giudei che si trovavano in quelle regioni: tutti infatti sapevano che suo padre era greco. 4Percorrendo le città, trasmettevano loro le decisioni prese dagli apostoli e dagli anziani di Gerusalemme, perché le osservassero. 5Le Chiese intanto andavano fortificandosi nella fede e crescevano di numero ogni giorno. 6Attraversarono quindi la Frìgia e la regione della Galazia, poiché lo Spirito Santo aveva impedito loro di proclamare la Parola nella provincia di Asia. 7Giunti verso la Mìsia, cercavano di passare in Bitìnia, ma lo Spirito di Gesù non lo permise loro; 8così, lasciata da parte la Mìsia, scesero a Tròade. 9Durante la notte apparve a Paolo una visione: era un Macèdone che lo supplicava: «Vieni in Macedonia e aiutaci!». 10Dopo che ebbe questa visione, subito cercammo di partire per la Macedonia, ritenendo che Dio ci avesse chiamati ad annunciare loro il Vangelo.

 Secondo viaggio missionario: Paolo si propone di ritornare nelle comunità già evangelizzate ma in seguito vivrà uno sviluppo imprevisto perché arriverà fino in Europa. A Listra incontra Timoteo che sarà un suo collaboratore molto stretto. «Non ho nessuno d'animo uguale al suo e che sappia occuparsi così di cuore delle cose vostre, perché tutti cercano i propri interessi, non quelli di Gesù Cristo. Ma voi conoscete la buona prova da lui data, poiché ha servito il vangelo con me, come un figlio serve il padre» (Fil 2,19-20). 

Difficile capire perché questi venga circonciso, tanto più che l’apostolo sta divulgando le decisioni prese a Gerusalemme che consentono il Battesimo anche ai pagani (senza che prima diventassero ebrei). L’insegnamento normale di Paolo , però, è questo: «Ciascuno continui a vivere secondo la condizione che gli ha assegnato il Signore, così come Dio lo ha chiamato; così dispongo in tutte le chiese. Qualcuno è stato chiamato quando era circonciso? Non lo nasconda! E' stato chiamato quando non era ancora circonciso? Non si faccia circoncidere! La circoncisione non conta nulla, e la non circoncisione non conta nulla; conta invece l'osservanza dei comandamenti di Dio» (1 Cor 7,17-19). «In Cristo Gesù non è la circoncisione che conta o la non circoncisione, ma la fede che opera per mezzo della carità» (Gal 5,6). 

Lo Spirito diventa determinante e sconvolge in modo determinante i progetti degli evangelizzatori. Egli li dirige verso Troade e quindi verso l’Europa. I cambiamenti di luogo vogliono assicurare che la venuta del Vangelo in quella regione è voluto da Dio. Il momento determinante è dato dalla visione di un Macedone. «Ora, come potranno invocarlo senza aver prima creduto in lui? Ecome potranno credere, senza averne sentito parlare? E come potranno sentirne parlare senza uno che lo annunzi? E come lo annunzieranno, senza essere prima inviati? Come sta scritto: Quanto son belli i piedi di coloro che recano un lieto annunzio di bene!» (Rm 10.14-15). 

Luca si unisce ora al gruppo degli evangelizzatori e comincia a parlare al plurale. 

Gv 15,18-21 18Se il mondo vi odia, sappiate che prima di voi ha odiato me. 19Se foste del mondo, il mondo amerebbe ciò che è suo; poiché invece non siete del mondo, ma vi ho scelti io dal mondo, per questo il mondo vi odia. 20Ricordatevi della parola che io vi ho detto: “Un servo non è più grande del suo padrone”. Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi; se hanno osservato la mia parola, osserveranno anche la vostra. 21Ma faranno a voi tutto questo a causa del mio nome, perché non conoscono colui che mi ha mandato.

La comunità dei discepoli è circondata dall’odio delle persone che si identificano nella spessa tenebra che ha rifiutato e rifiuta la luce di Cristo. Nonostante la forza della sua testimonianza, Egli non ha convinto tutti ma è stato oggetto di rifiuto e di disprezzo. «Disprezzato e reietto dagli uomini, uomo dei dolori che ben conosce il patire, come uno davanti al quale ci si copre la faccia, era disprezzato e non ne avevamo alcuna stima» (Is 53,3)

Lo stesso accadrà ai discepoli: «Sarete odiati da tutti a causa del mio nome; ma chi persevererà sino alla fine sarà salvato» (Mt 10,22). Non dovranno lasciarsi abbattere nelle dificoltà o lasciarsi bloccare dall’avversione perché, oltrettutto, fanno a far parte di una lunga serie di giusti e di profeti perseguitati. «Odiano chi ammonisce alla porta e hanno in abominio chi parla secondo verità» (Am 5,10). I discepoli che, a loro volta, avevano fatto parte del mondo, sono stati sradicati da esso per grazia ed è a motivo di tale separazione che diventano oggetto di odio e di disprezzo. «Noi sappiamo che siamo da Dio, mentre tutto il mondo giace sotto il potere del maligno» (1 Gv 5,19). 



sabato 25 aprile 2026

4 settimana di Pasqua

 IV Domenica di Pasqua 

At 2,14-41 36 Prima lettura

Sappia dunque con certezza tutta la casa d’Israele che Dio ha costituito Signore e Cristo quel Gesù che voi avete crocifisso». 37All’udire queste cose si sentirono trafiggere il cuore e dissero a Pietro e agli altri apostoli: «Che cosa dobbiamo fare, fratelli?». 38E Pietro disse loro: «Convertitevi e ciascuno di voi si faccia battezzare nel nome di Gesù Cristo, per il perdono dei vostri peccati, e riceverete il dono dello Spirito Santo. 39Per voi infatti è la promessa e per i vostri figli e per tutti quelli che sono lontani, quanti ne chiamerà il Signore Dio nostro». 40Con molte altre parole rendeva testimonianza e li esortava: «Salvatevi da questa generazione perversa!». 41Allora coloro che accolsero la sua parola furono battezzati e quel giorno furono aggiunte circa tremila persone. 

Pietro, pronunciando un discorso solenne, inizia la predicazione ad Israele come, in seguito, inaugurerà quella ai pagani (At 10). 

Lo conclude esponendo una formula di fede costitutiva: Dio ha collocato Gesù Risorto alla sua destra, ha costituito (ha fatto) Gesù «Signore e Messia». Il Vangelo riguarda Gesù Cristo, nostro Signore «nato dalla stirpe di Davide secondo la carne, costituito Figlio di Dio con potenza secondo lo Spirito di santificazione mediante la risurrezione dai morti» (Rm 1,3-4). In seguito la riflessione apostolica presenterà Gesù come Messia fin dalla nascita. Non c’è contraddizione tra le due formulazioni perché Gesù, da Risorto, può esercitare in pienezza la sua sovranità messianica per Israele e per tutta l’umanità già iniziata durante la sua missione sulla terra. Si tratta della svolta più importante della storia della salvezza. «Ogni lingua proclami che Gesù Cristo è il Signore, a gloria di Dio Padre» (Fil 2,11). 

La conclusione etica del messaggio viene tratta dagli ascoltatori stessi i quali, sapendo di aver approvato e favorito la morte di Gesù, provano un profondo sgomento per il misfatto compiuto e riconoscono che il Padre ha approvato e accreditato il Crocifisso. Il cambiamento di opinione su Gesù esige un agire diverso: Che cosa dobbiamo fare? Era già stata la reazione delle folle alla predicazione del Battista (Lc 3,10) o la richiesta di chi voleva sguire Gesù, come il ricco (Mt 19,16-17). 

Pietro non chiede particolari riti o azioni penitenziali gravose. Chiede soltanto di accogliere la purificazione del Battesimo, nel nome di Gesù, perché i penitenti possano ricevere lo Spirito Santo. «Ho visto le sue vie, ma voglio sanarlo, guidarlo e offrirgli consolazioni. E ai suoi afflitti Io pongo sulle labbra: “Pace, pace ai lontani e ai vicini”, dice il Signore, “Io li guarirò”» (Is 57,18-19). 

Bisogna rompere con il passato, con il modo di pensare e fare precedenti e lasciarsi guidare, o meglio, influenzare da Gesù (nel suo Nome), grazie al suo Spirito. «Ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato» (Mt 28,19). Solo così si crea un’alternativa alla perversione della società. La conversione nasce dalla considerazione di ciò che Dio ha fatto per noi, non a motivo di un semplice rimorso e si manifesta in una nuova prassi. 


1 Pt 2, 20-25 Seconda lettura

Se, facendo il bene, sopporterete con pazienza la sofferenza, ciò sarà gradito davanti a Dio. 21A questo infatti siete stati chiamati, perché anche Cristo patì per voi, lasciandovi un esempio, perché ne seguiate le orme: 22egli non commise peccato e non si trovò inganno sulla sua bocca; 23insultato, non rispondeva con insulti, maltrattato, non minacciava vendetta, ma si affidava a colui che giudica con giustizia. 24Egli portò i nostri peccati nel suo corpo sul legno della croce, perché, non vivendo più per il peccato, vivessimo per la giustizia; dalle sue piaghe siete stati guariti. 25Eravate erranti come pecore, ma ora siete stati ricondotti al pastore e custode delle vostre anime. 

Il Signore, in vista della nostra crescita, può collocarci in una situazione in cui dobbiamo affrontare una sofferenza ingiusta. In quel caso dobbiamo imitare Gesù: «Abbiate in voi gli stessi sentimenti di Cristo Gesù» (Fil 2,5). «Chi dice di rimanere in lui, deve anch’egli comportarsi come lui si è comportato» (1 Gv 2,6). «Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua» (Mc 8,34).

Gli apostoli agirono così: «Gli apostoli se ne andarono via dal sinedrio, lieti di essere stati giudicati degni di subire oltraggi per il nome di Gesù» (At 5,40-41). «Non lamentatevi, fratelli, gli uni degli altri, per non essere giudicati; ecco, il giudice è alle porte. Fratelli, prendete a modello di sopportazione e di costanza i profeti che hanno parlato nel nome del Signore. Ecco, noi chiamiamo beati quelli che sono stati pazienti. Avete udito parlare della pazienza di Giobbe e conoscete la sorte finale che gli riserbò il Signore, perché il Signore è ricco di misericordia e di compassione» (Gc 5,9-11). Il cristiano non deve alimentare rancore contro coloro che lo hanno maltrattato (e continuano a farlo) ma affidarsi alle decisioni di Dio che è a favore dei umili e dei perseguitati. 

Gesù «portò i nostri peccati». In che modo? Agì con grande carità nel corso della sua passione; il suo amore fornì la massima cura al male del mondo. La sua carità coprì la massa dei peccati. 


VANGELO GV 10,1-16. 

«In verità, in verità io vi dico: chi non entra nel recinto delle pecore dalla porta, ma vi sale da un’altra parte, è un ladro e un brigante. 2Chi invece entra dalla porta, è pastore delle pecore. 3Il guardiano gli apre e le pecore ascoltano la sua voce: egli chiama le sue pecore, ciascuna per nome, e le conduce fuori. 4E quando ha spinto fuori tutte le sue pecore, cammina davanti a esse, e le pecore lo seguono perché conoscono la sua voce. 5Un estraneo invece non lo seguiranno, ma fuggiranno via da lui, perché non conoscono la voce degli estranei». 6Gesù disse loro questa similitudine, ma essi non capirono di che cosa parlava loro. 7Allora Gesù disse loro di nuovo: «In verità, in verità io vi dico: io sono la porta delle pecore. 8Tutti coloro che sono venuti prima di me, sono ladri e briganti; ma le pecore non li hanno ascoltati. 9Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvato; entrerà e uscirà e troverà pascolo. 10Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere; io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza. 

In uno stesso ovile sono racchiuse pecore di vari pastori, affidate ad un unico guardiano. Il singolo pastore si reca all'ovile per far uscire dal recinto le proprie pecore e condurle al pascolo. Entrato nel recinto, le chiama per nome ed esse si radunano attorno a lui; poi cammina davanti a loro ad esse lo seguono fino al pascolo. Non seguono un estraneo, anzi scappano via da lui perché non conoscono la sua voce. 

Gesù si definisce prima la Porta (v.7) [e poi Pastore vv. 11-18]. «Nessuno può affermare di essere la porta: Cristo l’ha riservato per sé, ha invece comunicato ad altri di essere pastori» (To 45). 

1. In un primo tempo, l’immagine della porta è riferita a Gesù stesso (il pastore dormiva nel vano della porta per evitare furti). Dichiara di essere la Porta per recarsi dalle pecore. Vi è un solo accesso legittimo alle pecore, ed è tenuto da Gesù, l’inviato del Padre. Questo significa che Egli è l’unico Salvatore e Custode del gregge, è l’unico mediatore tra gli uomini e il Padre. «Per mezzo di lui possiamo presentarci, gli uni e gli altri, al padre in un solo Spirito» (Ef 2,18; Eb 10,19). 

I predoni di cui parla, non sono le grandi figure della storia della salvezza ma i falsi pretendenti messianici ed anche quei farisei che impediscono la fede in Gesù. La contrapposizione di Gesù ai pastori falsi e ai mercenari ha un riscontro, oltre che nelle situazioni è concreta della vita di Gesù, anche nella comunità primitiva. «Attesto solennemente oggi, davanti a voi, che io sono innocente del sangue di tutti, perché non mi sono sottratto al dovere di annunciarvi tutta la volontà di Dio. Vegliate su voi stessi e su tutto il gregge, in mezzo al quale lo Spirito Santo vi ha costituiti come custodi per essere pastori della Chiesa di Dio, che si è acquistata con il sangue del proprio Figlio. Io so che dopo la mia partenza verranno fra voi lupi rapaci, che non risparmieranno il gregge; perfino in mezzo a voi sorgeranno alcuni a parlare di cose perverse, per attirare i discepoli dietro di sé. Per questo vigilate, ricordando che per tre anni, notte e giorno, io non ho cessato, tra le lacrime, di ammonire ciascuno di voi. E ora vi affido a Dio e alla parola della sua grazia, che ha la potenza di edificare e di concedere l’eredità fra tutti quelli che da lui sono santificati» (At 20,25-32). 

2. In un secondo tempo, la porta è riferita al passaggio delle pecore: entrano, escono e trovano pascolo, grazie alla cura del Signore nei loro confronti. 

Inviando Gesù, Dio esaudisce la supplica di Mosè: «“Il Signore, il Dio della vita in ogni essere vivente, metta a capo di questa comunità un uomo che li preceda nell'uscire e nel tornare, li faccia uscire e li faccia tornare, perché la comunità del Signore non sia un gregge senza pastore”» (Nm 27,16-17). 

Il popolo troverà pascolo, ossia «gioia nel suo vivere quotidiano. Essi, anzi, avtrebbero goduto persino nelle persecuzioni mosse dagli increduli per il nome di Cristo (At 5,41)» (To 37)

Il luogo a cui esse accedono è il Padre stesso (14,6) e il suo Regno (3,5). Sono già sicure dal giudizio finale e godono sempre della familiarità con Dio. 

A differenza di altri pastori che hanno maltrattato le pecore, Gesù è venuto per donare una vita abbondante, cioè la vita al suo livello più alto, in pienezza. 

Dona la vita della rettitudine: ci fa passare dalla morte alla vita perché amiamo i fratelli e ce la dona in abbondanza soprattutto quando ci introduce nell’eternità. 


Lunedi IV

Atti 11,1-18 1Gli apostoli e i fratelli che stavano in Giudea vennero a sapere che anche i pagani avevano accolto la parola di Dio. 2E, quando Pietro salì a Gerusalemme, i fedeli circoncisi lo rimproveravano 3dicendo: «Sei entrato in casa di uomini non circoncisi e hai mangiato insieme con loro!». 4Allora Pietro cominciò a raccontare loro, con ordine, dicendo: 5«Mi trovavo in preghiera nella città di Giaffa e in estasi ebbi una visione: un oggetto che scendeva dal cielo, simile a una grande tovaglia, calata per i quattro capi, e che giunse fino a me. 6Fissandola con attenzione, osservai e vidi in essa quadrupedi della terra, fiere, rettili e uccelli del cielo. 7Sentii anche una voce che mi diceva: “Coraggio, Pietro, uccidi e mangia!”. 8Io dissi: “Non sia mai, Signore, perché nulla di profano o di impuro è mai entrato nella mia bocca”. 9Nuovamente la voce dal cielo riprese: “Ciò che Dio ha purificato, tu non chiamarlo profano”. 10Questo accadde per tre volte e poi tutto fu tirato su di nuovo nel cielo. 11Ed ecco, in quell’istante, tre uomini si presentarono alla casa dove eravamo, mandati da Cesarèa a cercarmi. 12Lo Spirito mi disse di andare con loro senza esitare. Vennero con me anche questi sei fratelli ed entrammo in casa di quell’uomo. 13Egli ci raccontò come avesse visto l’angelo presentarsi in casa sua e dirgli: “Manda qualcuno a Giaffa e fa’ venire Simone, detto Pietro; 14egli ti dirà cose per le quali sarai salvato tu con tutta la tua famiglia”. 15Avevo appena cominciato a parlare quando lo Spirito Santo discese su di loro, come in principio era disceso su di noi. 16Mi ricordai allora di quella parola del Signore che diceva: “Giovanni battezzò con acqua, voi invece sarete battezzati in Spirito Santo”. 17Se dunque Dio ha dato a loro lo stesso dono che ha dato a noi, per aver creduto nel Signore Gesù Cristo, chi ero io per porre impedimento a Dio?». 18All’udire questo si calmarono e cominciarono a glorificare Dio dicendo: «Dunque anche ai pagani Dio ha concesso che si convertano perché abbiano la vita!». 

Pietro inaugura l’evangelizzazione dei pagani. In seguito ad una visione, aveva accettato di entrare in casa del pagano Cornelio, lo aveva istruito e battezzato. Contestato dai giudeo-cristiani, fedeli alla tradizione legale, egli, con pazienza ed umiltà, espone loro ciò che era avvenuto. 

L’elemento essenziale della nuova vita in Cristo è ricevere lo Spirito Santo. Se anche i pagani, già purificati dal sangue dell’Agnello, lo ottengono in dono, questo significa che Dio li accoglie come nuove membra del suo popolo e posso aggregarsi ad Israele. «Voi sapete che non a prezzo di cose effimere, come argento e oro, foste liberati dalla vostra vuota condotta, ereditata dai padri, ma con il sangue prezioso di Cristo, agnello senza difetti e senza macchia. Egli fu predestinato già prima della fondazione del mondo, ma negli ultimi tempi si è manifestato per voi» (1 Pt 1,18-20). «Tutti voi infatti siete figli di Dio mediante la fede in Cristo Gesù, poiché quanti siete stati battezzati in Cristo vi siete rivestiti di Cristo. Non c’è Giudeo né Greco; non c’è schiavo né libero; non c’è maschio e femmina, perché tutti voi siete uno in Cristo Gesù. Se appartenete a Cristo, allora siete discendenza di Abramo, eredi secondo la promessa» (Gal 3,26-29). «L’ostinazione di una parte d’Israele è in atto fino a quando non saranno entrate tutte quante le genti. Allora tutto Israele sarà salvato» (Rm 11,25-26). 

Gv 10,11-16 11Io sono il buon pastore. Il buon pastore dà la propria vita per le pecore. 12Il mercenario – che non è pastore e al quale le pecore non appartengono – vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge, e il lupo le rapisce e le disperde; 13perché è un mercenario e non gli importa delle pecore. 14Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, 15così come il Padre conosce me e io conosco il Padre, e do la mia vita per le pecore. 16E ho altre pecore che non provengono da questo recinto: anche quelle io devo guidare. Ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge, un solo pastore. 

[Dopo quella della Porta, troviamo l’immagine del Pastore.] Gesù attua il compito che il Padre suo aveva previsto per sé: «Come un pastore farà pascolare il suo gregge» (Is 40,11). «Eravate erranti come pecore, ma ora siete tornati al pastore e guardiano delle vostre anime» (1 Pt 2,25). Mentre solo Lui è Porta, ha affidato ad altri il compito pastorale ma «nessuno è un buon pastore se con la carità non diventa una cosa sola con Cristo, divenendo membro del vero pastore» (TO 45). 

Riguardo ai mercenari, falsi profeti, Gesù ammonisce: «Guardatevi dai falsi profeti che vengono a voi in veste di pecora, ma dentro sono lupi rapaci» (Mt 7,15; Zc 11,16-17). 

Infatti, per Gesù essere Buon Pastore significa offrire la vita per le pecore. Esse sono in pericolo per gli assalti del lupo ma il buon pastore non le abbandona neppure nel rischio più grave. Il mercenario, invece, che sta con esse solo per amore della paga non mette a repentaglio la propria vita. Il pastore deve difendere il gregge da questi tre tipi di lupi: la tentazione diabolica, l’inganno degli eretici, la crudeltà dei tiranni (cf TO 51). 

La relazione di Gesù con le sue pecore imita il rapporto tra Gesù e il Padre. 

La parola sulla vita offerta è una predizione della sua morte.

Infine, il Padre non gli ha affidato solo le pecore che provengono dal giudaismo, anche quelle ben più numerose che giungono dal paganesimo. Cristo ha radunato i pagani mediante gli apostoli. I pagani ascolteranno la voce del Signore, diventeranno un solo gregge sotto un unico pastore. Il primo requisito era stato raccomandato da Gesù stesso: «Insegnate loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato» (Mt 28,20). Il secondo requisito è richiamato dagli apostoli: «Una sola fede, un solo Battesimo, un unico Dio, Padre di tutti» (Ef 4,5); «Cristo è la nostra pace; colui che dei due ha fatto una cosa sola» (Ef 4,5). 


Martedi IV

Atti 11,19-25 19Intanto quelli che si erano dispersi a causa della persecuzione scoppiata a motivo di Stefano erano arrivati fino alla Fenicia, a Cipro e ad Antiòchia e non proclamavano la Parola a nessuno fuorché ai Giudei. 20Ma alcuni di loro, gente di Cipro e di Cirene, giunti ad Antiòchia, cominciarono a parlare anche ai Greci, annunciando che Gesù è il Signore. 21E la mano del Signore era con loro e così un grande numero credette e si convertì al Signore. 22Questa notizia giunse agli orecchi della Chiesa di Gerusalemme, e mandarono Bàrnaba ad Antiòchia. 23Quando questi giunse e vide la grazia di Dio, si rallegrò ed esortava tutti a restare, con cuore risoluto, fedeli al Signore, 24da uomo virtuoso qual era e pieno di Spirito Santo e di fede. E una folla considerevole fu aggiunta al Signore. 25Bàrnaba poi partì alla volta di Tarso per cercare Saulo: 26lo trovò e lo condusse ad Antiòchia. Rimasero insieme un anno intero in quella Chiesa e istruirono molta gente. Ad Antiòchia per la prima volta i discepoli furono chiamati cristiani. 

Dopo la conversione di Cornelio, procurata dal ministero di Pietro, nasce ad Antiochia di Siria sull’Oronte, una prima comunità nella quale, in modo graduale, sarà prevalente la presenza di cristiani provenienti dal paganesimo. Questa comunità, formata da giudeo-cristiani e da etno-cristiani sarà la più importante dopo quella di Gerusalemme. Si costituisce per opera di discepoli anonimi, di cultura ellenista; avviene come per caso visto che la convinzione prevalente nei discepoli era quella di rivolgersi soltanto ai Giudei, i destinatari privilegiati. La mano del Signore era con loro perché soltanto Lui poteva infondere una nuova visione e parlare alle coscienze. I pionieri della Chiesa antiochena, come avvenne anche ad Efeso (18,21), ad Alessandria (18,24) e a Roma (28,14-15) furono persone sconosciute che compirono il lavoro di evangelizzatori senza una missione ufficiale, senza organizzazione e senza propaganda. 

Il contenuto essenziale della fede è riassunto nel detto: Gesù è il Signore. Questo fu l'unico programma di quegli uomini straordinari, anonimi. Gesù è il Signore è la forma più breve stilizzata della professione cristiana della fede che ha le sue radici della comunità di Gerusalemme. Non comparve per la prima volta del mondo ellenista, ma in quella cultura, nella quale vi erano tanti signori, la formula sta a indicare che Gesù è l'unico Signore, superiore a tutti i dominatori e a tutte le divinità. 

Si crea un legame con la Chiesa madre di Gerusalemme, grazie alla visita premurosa di Barnaba, aperto alle novità dello Spirito. Barnaba poi ri reca a Tarso a chiedere l’aiuto di Saulo che fino a quel momento viveva ai margini. Intuisce l’importanza di questa persona perché conosceva bene la mentalità dei greci e sopprattutto era esperto nella Sacra Scrittura. 

I cristiani vengono sempre più distinti dai giudei come gruppo a parte. Forse a chiamarli in questo modo furono i Romani. A partire da questo momento, si stabilisce con tutta chiarezza che il cristianesimo non è una specie di giudaismo ma posside ormai una identità propria. Il nuovo nome dato ai discepoli di Gesù afferma che si tratta di una realtà nuova. Si ricordi la mentalità semitica secondo la quale le cose che non hanno nome non esistono. 

Il titolo “cristiano” ha un valore teologico: i cristiani venerano Cristo ma sono membra del suo Corpo, sono una cosa sola con Lui e garantiscono la continuità della sua presenza nel corso della storia. I cristiani non sono soltanto dei discepoli. Non sono soltanto persone persuase della ricchezza dell’insegnamento di Cristo e ben disposte, quindi, a praticarlo. Sono molto di più: sono divenuti partecipi di Lui (Cf Eb 3,14), hanno già cominciato ad essere lui stesso e, quindi, possono ripresentare la sua figura. «Quanti siete stati battezzati in Cristo vi siete rivestiti di Cristo» (Gal 3,27).

Gv 10,22-30. 22Ricorreva allora a Gerusalemme la festa della Dedicazione. Era inverno. 23Gesù camminava nel tempio, nel portico di Salomone. 24Allora i Giudei gli si fecero attorno e gli dicevano: «Fino a quando ci terrai nell’incertezza? Se tu sei il Cristo, dillo a noi apertamente». 25Gesù rispose loro: «Ve l’ho detto, e non credete; le opere che io compio nel nome del Padre mio, queste danno testimonianza di me. 26Ma voi non credete perché non fate parte delle mie pecore. 27Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono. 28Io do loro la vita eterna e non andranno perdute in eterno e nessuno le strapperà dalla mia mano. 29Il Padre mio, che me le ha date, è più grande di tutti e nessuno può strapparle dalla mano del Padre. 30Io e il Padre siamo una cosa sola». 

I giudei accerchiano Gesù per obbligarlo a dichiarare la sua identità profonda e rivelare loro se si considera il Messia, oppure no. Gesù ha ripetutamente detto di essere un Inviato da parte del Padre, come è testimoniato dalle sue opere. Preferisce parlare così che pronunciare la parola Messia, che era equivoca. Alla samaritana 84,26) e al cieco nato (9,37: Figlio dell’umo), però, aveva dichiarato di essere tale. 

Alcuni dei suoi interlocutori non credono alle sue parole, mentri altri le accolgono. I suoi oppositori non riescono a liberarsi dai loro pregudizi e preconcetti che li accecano di fronte alla luce. 

Gesù riprende la metafora del pastore e delle pecore, ribadendo la comunione profonda che sussiste tra Lui e i suoi discepoli. «Se il nostro vangelo rimane velato, lo è per coloro che si perdono, ai quali il dio di questo mondo ha accecato la mente incredula, perché non vedano lo splendore del glorioso vangelo di Cristo che è immagine di Dio» (2 Cor 4,3-4). 

Chi è stato afferrato dalla mano dolce e potente di Gesù, è stato afferrato anche dalle mani di Dio Padre e, quindi, è sotto la sua protezione infallibile. «Nessuno può sottrarre nulla al mio potere; chi può cambiare quanto io faccio?» (Is 43,13). «Ti ho nascosto sotto l'ombra della mia mano, quando ho disteso i cieli e fondato la terra, e ho detto a Sion: “Tu sei mio popolo”» (Is 51,16). «Le anime dei giusti sono nelle mani di Dio» (Sap 3,1). «Colui che è in voi [lo Spirito] è più grande di colui che è nel mondo» (1 Gv 4,4). 

Tra Gesù e il Padre esiste una comunione inscindibile di intenti. «Chi ha visto me, ha visto il Padre» (Gv 14,9). «Tutto mi è stato dato dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare» (Mt 11,27).


Mercoledi IV

Atti 12,24-13,5 24Intanto la parola di Dio cresceva e si diffondeva. 25Bàrnaba e Saulo poi, compiuto il loro servizio a Gerusalemme, tornarono prendendo con sé Giovanni, detto Marco. 13 1C’erano nella Chiesa di Antiòchia profeti e maestri: Bàrnaba, Simeone detto Niger, Lucio di Cirene, Manaèn, compagno d’infanzia di Erode il tetrarca, e Saulo. 2Mentre essi stavano celebrando il culto del Signore e digiunando, lo Spirito Santo disse: «Riservate per me Bàrnaba e Saulo per l’opera alla quale li ho chiamati». 3Allora, dopo aver digiunato e pregato, imposero loro le mani e li congedarono. 4Essi dunque, inviati dallo Spirito Santo, scesero a Selèucia e di qui salparono per Cipro. 5Giunti a Salamina, cominciarono ad annunciare la parola di Dio nelle sinagoghe dei Giudei, avendo con sé anche Giovanni come aiutante. 

Una penosa carestia, profetizzata da Agabo (11,28), aveva indotto la comunità di Antiochia a inviare degli aiuti a Gerusalemme, che gravava in situazione particolarmente misera, per mano di Barnaba e Saulo (11,30). Nel ritorno portano con sé anche Marco. 

Ora veniamo a conoscere il primo viaggio missionario da parte di una Chiesa locale, voluto da Dio stesso tramite il suo Spirito. La menzione di profeti e maestri presenta il collegio dirigente della chiesa antiochena e dimostra l’opera carismatica dello Spirito. «Vi sono diversi carismi, ma uno solo è lo Spirito… A ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito per il bene comune… Alcuni Dio li ha posti nella Chiesa in primo luogo come apostoli, in secondo luogo come profeti, in terzo luogo come maestri» (1 Cor 12,4.7.28). 

Lo Spirito si rivela in modo particolare nel culto: «Mentre Gesù stava in preghiera, il cielo si aprì e scese su di lui lo Spirito Santo» (Lc 3,21). Mentre Gesù «pregava, il suo volto cambiò d’aspetto e la sua veste divenne sfolgorante» (Lc 9,29). «Quand’ebbero terminato la preghiera… tutti furono pieni di Spirito Santo» (At 4,31). 

La preghiera con il digiuno era prassi normale; l’imposizione delle mani è un rito che affida gli inviati alla protezione divina (diverrà il gesto tipico nella costituzione di un ministro ecclesiale). La dizione “riservate per me” è di grande intensità, usata per descrivere la consacrazione dei leviti (Nm 16,9), di Aronne (1 Cron 23,13 e poi di Paolo stesso (Rm 1,1; Gal 1,15). I missionari sono due, come era stato richiesto da Gesù (Lc 10,1) e si muoveranno sempre nel suo stile. 

Gv 12,44-50 44Gesù allora esclamò: «Chi crede in me, non crede in me ma in colui che mi ha mandato; 45chi vede me, vede colui che mi ha mandato. 46Io sono venuto nel mondo come luce, perché chiunque crede in me non rimanga nelle tenebre. 47Se qualcuno ascolta le mie parole e non le osserva, io non lo condanno; perché non sono venuto per condannare il mondo, ma per salvare il mondo. 48Chi mi rifiuta e non accoglie le mie parole, ha chi lo condanna: la parola che ho detto lo condannerà nell’ultimo giorno. 49Perché io non ho parlato da me stesso, ma il Padre, che mi ha mandato, mi ha ordinato lui di che cosa parlare e che cosa devo dire. 50E io so che il suo comandamento è vita eterna. Le cose dunque che io dico, le dico così come il Padre le ha dette a me». 

Gesù si esprime in un grido (come in altre tre volte: 1,15; 7,28; 7,37); vuole attirare l’attenzione perché sta rivelando se stesso. Qui lo fa per l’ultima volta. Credere in Gesù o vederlo, significa credere e vedere Colui che lo ha mandato. Egli riflette Dio, lo avvicina a noi e ce lo fa conoscere. 

Gesù è la Luce. La sua missione è portatrice di salvezza. È venuto per portare la luce nell’ambito delle tenebre dell’incredulità. 

La sorte di ogni persona si decide ora nel dilemma fede-incredulità, salvezza-condanna. Si tratta di accogliere o rifiutare Gesù, accogliere o rifiutare le sue parole. Non è venuto per condannare ma è la persona che si pone davanti a Lui a dirigersi verso la salvezza o la condanna. Era il compito riservato alla Legge e qui c’è molto di più della Legge. 

Il Padre che lo ha mandato rimane la fonte di ogni sua parola ed azione. In altri termini, Gesù è la parola del Padre e, perciò, detiene l’autorità stessa di Dio. Il suo compito era ed è quello di comunicare la vita. 


Giovedi IV

Atti 13,13-25 13Salpati da Pafo, Paolo e i suoi compagni giunsero a Perge, in Panfìlia. Ma Giovanni si separò da loro e ritornò a Gerusalemme. 14Essi invece, proseguendo da Perge, arrivarono ad Antiòchia in Pisìdia e, entrati nella sinagoga nel giorno di sabato, sedettero. 15Dopo la lettura della Legge e dei Profeti, i capi della sinagoga mandarono a dire loro: «Fratelli, se avete qualche parola di esortazione per il popolo, parlate!». 16Si alzò Paolo e, fatto cenno con la mano, disse: «Uomini d’Israele e voi timorati di Dio, ascoltate. 17Il Dio di questo popolo d’Israele scelse i nostri padri e rialzò il popolo durante il suo esilio in terra d’Egitto, e con braccio potente li condusse via di là. 18Quindi sopportò la loro condotta per circa quarant’anni nel deserto, 19distrusse sette nazioni nella terra di Canaan e concesse loro in eredità quella terra 20per circa quattrocentocinquanta anni. Dopo questo diede loro dei giudici, fino al profeta Samuele. 21Poi essi chiesero un re e Dio diede loro Saul, figlio di Chis, della tribù di Beniamino, per quarant’anni. 22E, dopo averlo rimosso, suscitò per loro Davide come re, al quale rese questa testimonianza: “Ho trovato Davide, figlio di Iesse, uomo secondo il mio cuore; egli adempirà tutti i miei voleri”. 23Dalla discendenza di lui, secondo la promessa, Dio inviò, come salvatore per Israele, Gesù. 24Giovanni aveva preparato la sua venuta predicando un battesimo di conversione a tutto il popolo d’Israele. 25Diceva Giovanni sul finire della sua missione: “Io non sono quello che voi pensate! Ma ecco, viene dopo di me uno, al quale io non sono degno di slacciare i sandali”. 

Di tutti i gravi travagli del viaggio, dalla costa fino ad Antiochia di Pisidia (diversa da Antiochia sull’Oronte da cui erano partiti), Luca menziona soltanto la defezione di Marco, il quale però non era stato tra quelli designati dallo Spirito (cf 13,2). Marco lascia un programma deciso da uomini (At 12,25) e non disobbedisce a Dio. 

L’autore attribuisce molta importanza al discorso di Paolo che è come l’apice del viaggio missionario. Conclusa la lettura della Legge (Seder) e dei profeti (Haftara), l’omelia poteva essere tenuta da ospiti di passaggio. Paolo si rivolge agli ebrei (Uomini di Israele) ma anche ai pagani simpatizzanti dell’ebraismo presenti alla liturgia (timorati di Dio). Espone una panoramica rapida della storia fino a soffermarsi al re David. A questo punto fa parlare direttamente il Signore stesso. Ricorda lo stretto legame tra David e Gesù, il Messia, suo discendente. Il ruolo di Gesù era stato confermato dal Battista. 

La storia di Israele è una successione di generazioni caduche che vivono una vita che non raggiunge la pienezza e che è destinata alla corruzione. Il popolo di Dio cammina verso un Salvatore nel quale confluiscono le promesse ai Patriarchi e la dinastia di Davide. 

Gv 13,16-20 12Quando ebbe lavato loro i piedi, riprese le sue vesti, sedette di nuovo e disse loro: «16In verità, in verità io vi dico: un servo non è più grande del suo padrone, né un inviato è più grande di chi lo ha mandato. 17Sapendo queste cose, siete beati se le mettete in pratica. 18Non parlo di tutti voi; io conosco quelli che ho scelto, ma deve compiersi la Scrittura: Colui che mangia il mio pane ha alzato contro di me il suo calcagno. 19Ve lo dico fin d’ora, prima che accada, perché, quando sarà avvenuto, crediate che Io Sono. 20In verità, in verità io vi dico: chi accoglie colui che io manderò, accoglie me; chi accoglie me, accoglie colui che mi ha mandato». 

Il discepolo non subirà meno persecuzioni del suo Maestro. Un messaggero aveva la stessa dignità del mandatario. Maltrattarlo era offendere l’autorità che rappresentava e circondarlo d’onore, era onorare colui che l’aveva inviato. Questo vale ora per Gesù e i suoi discepoli. In questo caso poi, chi accoglie un apostolo, non soltanto accoglie Gesù ma onora nello stesso tempo Dio che ha mandato il Maestro. 

Gli insegnamenti di Gesù appaiono attraenti ma la felicità verrà raggiunta solo da chi li mette in pratica. Giuda si è autoescluso da questa beatitudine. La sua decisione non è stata casuale. Pur essendo stata presa in totale libertà, non ha fatto altro che compiere ciò che era stato previsto dalla Bibbia. La Scrittura conosce ed espone ciò che c’è nell’uomo. Gesù aveva una conoscenza soprannaturale di ogni persona che incontrava. 


Venerdi IV

Atti 13,26-13 [Giunto ad Antiochia di Pisidia, Paolo diceva nella sinagoga] 26Fratelli, figli della stirpe di Abramo, e quanti fra voi siete timorati di Dio, a noi è stata mandata la parola di questa salvezza. 27Gli abitanti di Gerusalemme infatti e i loro capi non l’hanno riconosciuto e, condannandolo, hanno portato a compimento le voci dei Profeti che si leggono ogni sabato; 28pur non avendo trovato alcun motivo di condanna a morte, chiesero a Pilato che egli fosse ucciso. 29Dopo aver adempiuto tutto quanto era stato scritto di lui, lo deposero dalla croce e lo misero nel sepolcro. 30Ma Dio lo ha risuscitato dai morti 31ed egli è apparso per molti giorni a quelli che erano saliti con lui dalla Galilea a Gerusalemme, e questi ora sono testimoni di lui davanti al popolo. 32E noi vi annunciamo che la promessa fatta ai padri si è realizzata, 33perché Dio l’ha compiuta per noi, loro figli, risuscitando Gesù, come anche sta scritto nel salmo secondo: Mio figlio sei tu, io oggi ti ho generato. 

Continua l’importante discorso di Paolo nella sinagoga in Pisidia. Egli afferma che i Giudei hanno ignorato il piano di Dio che aveva inviato Gesù, come Messia. Accusa gli abitanti di Gerusalemme e non tutti i giudei della terra. Proclama poi il Kerigma tradizionale: morte, sepoltura e risurrezione. Mancano i riferimenti alla vita di Gesù e nessun accenno alla sua chiamata come apostolo. Paolo non poteva dichiararsi testimone della vita terrena di Gesù e la sua testimonianza si fonda sulle apparizioni concesse agli apostoli, non sulla sua personale. 

[Segue una parte fondamentale del discorso, ommessa dalla liturgia] Paolo conferma l’annuncio kerigmatico, servendosi di alcuni testi biblici (Sal 2,7; Is 53,3; Sal 16,10). In conclusione, Gesù è vivo, è il vero Davide che comunica le cose sante cioè i beni della salvezza. L’antico re non poteva offrire questi doni perché non scampò alla corruzione, mentre Gesù è risuscitato. Segue infine un appello alla conversione. Dio concede il perdono dei peccati a chi crede in Gesù ed accoglie l’opera che Dio ha realizzato per mezzo di Lui. La misssione di Gesù è compimento e superamento della Legge. Solo Gesù offre la giustificazione (perdono dei peccati e santificazione)]. 

Gv 14,1-6 1Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me. 2Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore. Se no, vi avrei mai detto: “Vado a prepararvi un posto”? 3Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi. 4E del luogo dove io vado, conoscete la via». 5Gli disse Tommaso: «Signore, non sappiamo dove vai; come possiamo conoscere la via?». 6Gli disse Gesù: «Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me. 

Superando lo smarrimento della partenza di Gesù da loro, i discepoli devono credere in Gesù proprio come credono in Dio, senza abbandonarsi allo sconforto a motivo della morte in croce di Gesù. 

«Nella casa del Padre mio vi sono molti posti». Così immaginava la gente del tempo. L'immagine popolare dell'aldilà era legata a un determinato numero di posti, nei quali la gente sarebbe stata alloggiata in base alle virtù e ai vizi della loro vita sulla terra. «Casa del Padre non è detta solo la dimora un cui egli inabita, ma anche egli stesso, poiché egli è in se stesso. Ora l’uomo dimora in questo luogo, ossia in Dio, mediante la volontà e l’affetto con la fruizione della carità: “Chi sta nella carità sta in Dio e Dio in lui“ (1 Gv 4,16)» (To 582-583). Le molte dimore sono le varie partecipazioni alla sua beatitudine perché «chi ha il cuore più fervente di amore di dio, godrà maggiormente della fruizione divina» (To 543. 545). 

Il Signore ritorna (erchomai) presso i discepoli da Risorto e li prenderà con sé (paralempsomai) nel suo glorioso ritorno. Il cristiano ha un posto assicurato nella vita eterna, perché sarà con Cristo. Lo stesso Signore, come dice l'apostolo, ci verrà incontro e così saremo sempre con Lui (1 Ts 4,16-17).

Qual è la via del Regno? Il quarto Vangelo rispondete decisamente: «Io sono la via, la verità è la vita». Mediante la sua stessa morte, egli apre una strada che permette di accedere alla realtà divina (verità) e, attraverso di essa, alla vita in pienezza. Il Crocifisso è il passaggio obbligato ch conduce a Dio


Sabato IV

Atti 13,44-52 44Il sabato seguente quasi tutta la città si radunò per ascoltare la parola del Signore. 45Quando videro quella moltitudine, i Giudei furono ricolmi di gelosia e con parole ingiuriose contrastavano le affermazioni di Paolo. 46Allora Paolo e Bàrnaba con franchezza dichiararono: «Era necessario che fosse proclamata prima di tutto a voi la parola di Dio, ma poiché la respingete e non vi giudicate degni della vita eterna, ecco: noi ci rivolgiamo ai pagani. 47Così infatti ci ha ordinato il Signore: Io ti ho posto per essere luce delle genti, perché tu porti la salvezza sino all’estremità della terra». 48Nell’udire ciò, i pagani si rallegravano e glorificavano la parola del Signore, e tutti quelli che erano destinati alla vita eterna credettero. 49La parola del Signore si diffondeva per tutta la regione. 50Ma i Giudei sobillarono le pie donne della nobiltà e i notabili della città e suscitarono una persecuzione contro Paolo e Bàrnaba e li cacciarono dal loro territorio. 51Allora essi, scossa contro di loro la polvere dei piedi, andarono a Icònio. 52I discepoli erano pieni di gioia e di Spirito Santo.  

Continua il racconto degli eventi accaduti in Pisidia. La predicazione suscita grande attenzione ma anche una decisa opposizione e perfino la persecuzione da parte dei giudei. 

Paolo, dopo un ultimo e drammatico richiamo nei loro confronti, avvisa che si rivolgerà ai pagani, meno riluttanti ad accogliere il suo messaggio. Non decide questo per stizza o per risentimento ma per obbedire alla volontà di Dio espressa nella Scrittura: il Vangelo sarà luce per tutte le nazioni. 

Nonostante tanti travagli, sia i pagani che accolgono v.48) sia i missionari che annunciano tra le opposizioni (v.52), sono colmi di gioia nello Spirito Santo: «Carissimi, non meravigliatevi della persecuzione che, come un incendio, è scoppiata in mezzo a voi per mettervi alla prova, come se vi accadesse qualcosa di strano. Ma, nella misura in cui partecipate alle sofferenze di Cristo, rallegratevi perché anche nella rivelazione della sua gloria possiate rallegrarvi ed esultare. Beati voi, se venite insultati per il nome di Cristo, perché lo Spirito della gloria, che è Spirito di Dio, riposa su di voi. Nessuno di voi abbia a soffrire come omicida o ladro o malfattore o delatore. Ma se uno soffre come cristiano, non ne arrossisca; per questo nome, anzi, dia gloria a Dio» (1 Pt 4,1216). 

Gv 14,7-14 7Se avete conosciuto me, conoscerete anche il Padre mio: fin da ora lo conoscete e lo avete veduto». 8Gli disse Filippo: «Signore, mostraci il Padre e ci basta». 9Gli rispose Gesù: «Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me, ha visto il Padre. Come puoi tu dire: “Mostraci il Padre”? 10Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me? Le parole che io vi dico, non le dico da me stesso; ma il Padre, che rimane in me, compie le sue opere. 11Credete a me: io sono nel Padre e il Padre è in me. Se non altro, credetelo per le opere stesse. 12In verità, in verità io vi dico: chi crede in me, anch’egli compirà le opere che io compio e ne compirà di più grandi di queste, perché io vado al Padre. 13E qualunque cosa chiederete nel mio nome, la farò, perché il Padre sia glorificato nel Figlio. 14Se mi chiederete qualche cosa nel mio nome, io la farò. 

Gesù parla spesso la relazione col Padre, della sua unione con lui. I discepoli, rappresentati ora da Filippo, vorrebbero qualcosa di immediato una visione diretta del Padre. Ora questa visione di Dio si raggiunge attraverso Gesù. Gesù è il Figlio di Dio, ubbidientissimo al Padre, che compie nella sua vita il programma che Dio gli ha assegnato, riflettendo nella sua missione il piano d'amore che ha sull'uomo per comunicargli la vita. Ne consegue che, nella misura in cui cresce la conoscenza di Gesù, crescerà la conoscenza e la visione di Dio. Perciò la richiesta di Filippo era fuori posto, perché stava a indicare che non aveva compreso la relazione esistente tra Gesù e il Padre. Attraverso i segni dati da lui offerti, i discepoli hanno contemplato la sua gloria ma credere che Egli e il Padre sono la stessa cosa è un passo ulteriore. Gesù vuole condurli a un livello superiore e confessino la sua piena uguaglianza con il Padre. 

L’evangelista usa la “formula dell'immanenza”: Io sono nel Padre e il Padre è in me. Questa formula si muove sul piano metaforico: come può una persona essere in un'altra? Con l’amore, con l'identità di pensiero, di sentire e di operare. Gesù è nel Padre in questo senso. Questa mutua immanenza del Padre e del Figlio non è raggiungibile se non con la fede. 

Quello che è stato affermato di Gesù deve essere applicato anche al cristiano. Come il Padre è nel Figlio così deve essere anche nel credente. Se il Padre è nel credente, può anche operare attraverso di lui, come operò per mezzo del Cristo. Può persino operare cose maggiori, perché ciò che ottiene è il risultato della morte redentrice di Gesù. 

Il lavoro dei credenti, della chiesa è riportare altri uomini a Dio. Queste opere saranno compiute principalmente attraverso la preghiera. Gesù non promette l’esaudimento di tutte le richieste immaginabili ma solo quelle preghiere che sono in profonda comunione con Gesù e la sua missione salvifica. Il credente autentico invoca la manifestazione della santità di Dio nel mondo e questa sua richiesta viene esaudita. 


sabato 18 aprile 2026

3 settimana di Pasqua

 

III domenica di Pasqua

At 2,14.22-33 [Nel giorno di Pentecoste,] Pietro con gli Undici si alzò in piedi e a voce alta parlò così: «Uomini d'Israele, ascoltate queste parole: Gesù di Nàzaret - uomo accreditato da Dio presso di voi per mezzo di miracoli, prodigi e segni, che Dio stesso fece tra voi per opera sua, come voi sapete bene -, consegnato a voi secondo il prestabilito disegno e la prescienza di Dio, voi, per mano di pagani, l'avete crocifisso e l'avete ucciso. Ora Dio lo ha risuscitato, liberandolo dai dolori della morte, perché non era possibile che questa lo tenesse in suo potere. Dice infatti Davide a suo riguardo: "Contemplavo sempre il Signore innanzi a me; egli sta alla mia destra, perché io non vacilli. Per questo si rallegrò il mio cuore ed esultò la mia lingua, e anche la mia carne riposerà nella speranza, perché tu non abbandonerai la mia vita negli inferi né permetterai che il tuo Santo subisca la corruzione. Mi hai fatto conoscere le vie della vita, mi colmerai di gioia con la tua presenza".Fratelli, mi sia lecito dirvi francamente, riguardo al patriarca Davide, che egli morì e fu sepolto e il suo sepolcro è ancora oggi fra noi. Ma poiché era profeta e sapeva che Dio gli aveva giurato solennemente di far sedere sul suo trono un suo discendente, previde la risurrezione di Cristo e ne parlò: "questi non fu abbandonato negli inferi, né la sua carne subì la corruzione".

L’umile Gesù di Nazaret ha avuto l’onore di essere stato accreditato dal Padre in modo da agire come Messia, compiendo miracoli e prodigi, per opera di Dio. Gli uditori di Pietro sanno tutto questo. Con grande coraggio, l’apostolo invita costoro a riconoscere di aver voluto la sua morte, pur servendosi di pagani. Questo fatto, pur essendo un crimine, era stato previsto dalla prescienza divina (fu permesso da Dio ma non fu voluto da Lui in modo diretto; cf però At 4,28). Egli mostrò il suo volere immediato quando lo fece risorgere, accreditandolo così in modo definitivo. Lo fece sedere alla sua destra per donargli un’autorità di salvezza pari alla sua. Tale evento è conforme alla Sacra Scrittura. Il Salmo 15 (16) preannuncia che il Messia, sceso nel regno dei morti (inferi), non sarà abbandonato in quello stato né subirà la corruzione. Il passo non parla di immortalità dell’anima ma di risurrezione di tutta la persona, la quale spera con fiducia in Dio, nonostante la morte, perché è certa d’essere amata da lui. 

Il salmista desiderava la comunione con Dio e sperava di continuarla anche dopo la morte. Ora il cristiano desidera stare con il Signore Gesù fino a volere l’incontro con lui: «ho il desiderio di lasciare questa vita per essere con Cristo, il che sarebbe assai meglio» (Fil 1,26). «…siamo in esilio lontano dal Signore finché abitiamo nel corpo – camminiamo infatti nella fede e non nella visione –, siamo pieni di fiducia e preferiamo andare in esilio dal corpo e abitare presso il Signore» (2 Cor 5,6-8). 

1 Pt 1,17-21 Carissimi, se chiamate Padre colui che, senza fare preferenze, giudica ciascuno secondo le proprie opere, comportatevi con timore di Dio nel tempo in cui vivete quaggiù come stranieri. Voi sapete che non a prezzo di cose effimere, come argento e oro, foste liberati dalla vostra vuota condotta, ereditata dai padri, ma con il sangue prezioso di Cristo, agnello senza difetti e senza macchia. Egli fu predestinato già prima della fondazione del mondo, ma negli ultimi tempi si è manifestato per voi; e voi per opera sua credete in Dio, che lo ha risuscitato dai morti e gli ha dato gloria, in modo che la vostra fede e la vostra speranza siano rivolte a Dio.

Dio non fa preferenze: «Tu sei nostro padre, noi siamo argilla e tu colui che ci plasma, tutti siamo opera delle tue mani» (Is 64,7). Il re Giosafat così disse ai giudici appena costituiti. «Il terrore del Signore sia con voi; nell’agire badate che nel Signore, nostro Dio, non c’è nessuna iniquità: egli non ha preferenze personali né accetta doni» (2 Cr 19,7). «Anche voi, padroni, comportatevi allo stesso modo verso di loro [i servi], mettendo da parte le minacce, sapendo che il Signore, loro e vostro, è nei cieli e in lui non vi è preferenza di persone» (Ef 6,9). 

La liberazione è avvenuta attraverso il sangue di Cristo. «Siete stati comprati a caro prezzo» (1 Cor 6,20). «Egli ha dato se stesso per noi, per riscattarci da ogni iniquità e formare per sé un popolo puro» (Tt 2,14). Il termine condotta non indica solo il comportamento ma anche i valori, le norme e gli impegni che danno forma a tutto il modo di vivere. Il modo di vivere d’un tempo dei battezzati viene descritto come vuoto. La rottura radicale con le precedenti abitudini dovette contribuire a far crescere la animosità contro i cristiani da parte degli amici precedenti, con la conseguente pressione a conformarsi di nuovo alle tradizioni abbandonate dopo la conversione. 

Cristo è al centro della pre-conoscenza e della intenzione di Dio. Il passivo “si è manifestato” comporta che sia stato Lui a operare la manifestazione, in chiusura della storia: qualcosa di nascosto e di sconosciuto viene svelato. «La grazia ci è stata data in Cristo Gesù fin dall’eternità, ma è stata rivelata ora, con la manifestazione del salvatore nostro Cristo Gesù» (2 Tm 1,10). 

La certezza che Dio ha risuscitato dai morti Gesù è l’elemento centrale dell'annuncio. «Dio dà vita ai morti e chiama all’esistenza le cose che non esistono» (Rm 4,17). La glorificazione e la resurrezione di Gesù solo una dimostrazione dell'onore attribuitogli da Dio a dispetto del rifiuto umano. L'onore e la gloria di Cristo sofferente diventano una garanzia l'onore della gloria riservata ai credenti che rimangono fedeli nelle avversità. 

Lc 24,13-35. Ed ecco, in quello stesso giorno [il primo della settimana] due dei [discepoli] erano in cammino per un villaggio di nome Èmmaus, distante circa undici chilometri da Gerusalemme, e conversavano tra loro di tutto quello che era accaduto. Mentre conversavano e discutevano insieme, Gesù in persona si avvicinò e camminava con loro. Ma i loro occhi erano impediti a riconoscerlo. Ed egli disse loro: «Che cosa sono questi discorsi che state facendo tra voi lungo il cammino?». Si fermarono, col volto triste; uno di loro, di nome Clèopa, gli rispose: «Solo tu sei forestiero a Gerusalemme! Non sai ciò che vi è accaduto in questi giorni?». Domandò loro: «Che cosa?». Gli risposero: «Ciò che riguarda Gesù, il Nazareno, che fu profeta potente in opere e in parole, davanti a Dio e a tutto il popolo; come i capi dei sacerdoti e le nostre autorità lo hanno consegnato per farlo condannare a morte e lo hanno crocifisso. Noi speravamo che egli fosse colui che avrebbe liberato Israele; con tutto ciò, sono passati tre giorni da quando queste cose sono accadute. Ma alcune donne, delle nostre, ci hanno sconvolti; si sono recate al mattino alla tomba e, non avendo trovato il suo corpo, sono venute a dirci di aver avuto anche una visione di angeli, i quali affermano che egli è vivo. Alcuni dei nostri sono andati alla tomba e hanno trovato come avevano detto le donne, ma lui non l’hanno visto». Disse loro: «Stolti e lenti di cuore a credere in tutto ciò che hanno detto i profeti! Non bisognava che il Cristo patisse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?». E, cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui. Quando furono vicini al villaggio dove erano diretti, egli fece come se dovesse andare più lontano. Ma essi insistettero: «Resta con noi, perché si fa sera e il giorno è ormai al tra- monto». Egli entrò per rimanere con loro. Quando fu a tavola con loro, prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma egli sparì dalla loro vista. Ed essi dissero l’un l’altro: «Non ardeva forse in noi il nostro cuore mentre egli conversava con noi lungo la via, quando ci spiegava le Scritture?». Partirono senza indugio e fecero ritorno a Gerusalemme, dove trovarono riuniti gli Undici e gli altri che erano con loro, i quali dicevano: «Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone!». Ed essi narravano ciò che era accaduto lungo la via e come l’avevano riconosciuto nello spezzare il pane.

Cleopa, ed un altro discepolo, sono delusi perché, mentre Gesù aveva annunciato la venuta del Regno, il suo progetto sembrava aver conosciuto un fallimento irrimediabile a causa della sua morte. O Gesù aveva preteso il falso o era necessario cambiare le prospettive errate riguardo al Messia e alla sua opera. Bisognava cogliere nella Sacra Scrittura un orizzonte al quale non si era prestata alcuna attenzione. La discussione che si svolge tra di loro è inconcludente. 

Gesù, mostrando compassione per la loro tristezza infinita, li accompagna e cambia gradatamente la loro opinione instruendoli sul contenuto della sua missione. La sua resurrezione dimostra che Dio Padre ha avallato la sua opera e che essa può ora continuare. Al ritorno del Signore, la sua opera sarà compiuta in modo perfetto e solo allora giungeranno i tempi messianici. Per conseguire questo risultato, il Signore chiede la nostra collaborazione, come aveva chiesto quella di Gesù. 

Come sempre, quando Gesù parla, affascina. Istruendoli, il Risorto comincia ad aprire il loro cuore. Ora che parla dal cielo può commuovere, infondere una gioia grande, suscitare un pentimento gioioso. 

Per completare ciò che ha cominciato, i due dovranno trattennerlo più a lungo, offrirgli il pasto, solidarizzare con questo sconosciuto come Abramo aveva mostrato premura nei confronti dei tre personaggi misteriori che erano passati presso la sua tenda. La carità operativa spalanca la porta alla luce che era soltanto filtrata attraverso le parole ristoratrici. In Giovanni il racconto dell’istituzione dell’Eucaristia viene sostituito dal rito dellla lavanda dei piedi. Qui accoglienza dell’ospite e rito eucaristico si sovrappongono perché l’Eucarestia è nulla senza esercizio dell’amore. 

Annuncio e incontro con il Risorto avviene, in via normale, nell’Eucaristia. Nell’antichità, essa prevedeva un dialogo prolungato, come quello tra Gesù e i due discepoli, e una condivisione di mensa. Questa doveva essere caratterizzata in verità da una vera fraternità, altrimenti i commensali avrebbero assunto la loro condanna. Si incontra Dio, quando si comincia ad imitarlo.  


Lunedi III

At 6,8-15. In quei giorni, Stefano, pieno di grazia e di potenza, faceva grandi prodigi e segni tra il popolo. Allora alcuni della sinagoga detta dei Liberti, dei Cirenèi, degli Alessandrini e di quelli della Cilìcia e dell'Asia, si alzarono a discutere con Stefano, ma non riuscivano a resistere alla sapienza e allo Spirito con cui egli parlava. Allora istigarono alcuni perché dicessero: «Lo abbiamo udito pronunciare parole blasfeme contro Mosè e contro Dio». E così sollevarono il popolo, gli anziani e gli scribi, gli piombarono addosso, lo catturarono e lo condussero davanti al sinedrio.Presentarono quindi falsi testimoni, che dissero: «Costui non fa che parlare contro questo luogo santo e contro la Legge. Lo abbiamo infatti udito dichiarare che Gesù, questo Nazareno, distruggerà questo luogo e sovvertirà le usanze che Mosè ci ha tramandato». E tutti quelli che sedevano nel sinedrio, fissando gli occhi su di lui, videro il suo volto come quello di un angelo.

Gli apostoli evangelizzano ma, con loro, lo fanno anche altri, tra i quali primeggia Stefano, persona carismatica, operatore di prodigi perché amato da Dio (pieno di grazia). [I Liberti erano giudei di lingua greca, deportati da Pompeo 63 a.C. Ottenuta la libertà, e ritornati in patria, avevano fatto costruire una Sinagoga]. Alcuni di loro sono certi che la predicazione di Stefano sia incompatibile con la fede ebraica. Falsi testimoni l’accusano di volere la distruzione del tempio e di sovvertire le pratiche della Legge. I due pilastri della fede ebraica sono messi in discussione. 

Capita a Stefano, ciò che era accaduto a Gesù quando venne perseguitato ed egli segue il suo comportamento. I membri del Sinedrio fissano lo sguardo su di lui come gli abitanti di Nazaret l’avevano fissato Gesù (Lc 4,20). Vedono risplendere il suo volto, come era accaduto a Mosè (Es 34,24), perché una vicinanza eccezionale a Dio lascia sul volto un riflesso della sua gloria. «Se il ministero della morte, inciso in lettere su pietre, fu avvolto di gloria al punto che i figli d'Israele non potevano fissare il volto di Mosè a causa dello splendore effimero del suo volto, quanto più sarà glorioso il ministero dello Spirito?» (2 Cor 4,7). «I giusti splenderanno come il sole nel regno del Padre loro» (Mt 13,43). «Quando un uomo è del tutto mescolato, per così dire, all'amore di Dio, allora mostra anche all'esterno, nel suo corpo, lo splendore dell'anima, come se esso fosse uno specchio. In questa maniera venne glorificato Mosé, colui che contemplò Dio» (G. Climaco, Scala del Paradiso, XXX,199).

 

Gv 6,22-29. 22Il giorno dopo, la folla, rimasta dall’altra parte del mare, vide che c’era soltanto una barca e che Gesù non era salito con i suoi discepoli sulla barca, ma i suoi discepoli erano partiti da soli. 23Altre barche erano giunte da Tiberìade, vicino al luogo dove avevano mangiato il pane, dopo che il Signore aveva reso grazie. 24Quando dunque la folla vide che Gesù non era più là e nemmeno i suoi discepoli, salì sulle barche e si diresse alla volta di Cafàrnao alla ricerca di Gesù. 25Lo trovarono di là dal mare e gli dissero: «Rabbì, quando sei venuto qua?». 26Gesù rispose loro: «In verità, in verità io vi dico: voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati. 27Datevi da fare non per il cibo che non dura, ma per il cibo che rimane per la vita eterna e che il Figlio dell’uomo vi darà. Perché su di lui il Padre, Dio, ha messo il suo sigillo». 28Gli dissero allora: «Che cosa dobbiamo compiere per fare le opere di Dio?». 29Gesù rispose loro: «Questa è l’opera di Dio: che crediate in colui che egli ha mandato». 

La reazione della folla al segno della moltiplicazione dei pani, è deludente perché segue Gesù per curiosità o per puro interesse. Anche Paolo verificherà questo fatto: «Non ho nessuno che condivida come lui (Timoteo) i miei sentimenti e prenda sinceramente a cuore ciò che vi riguarda: tutti in realtà cercano i propri interessi, non quelli di Gesù Cristo» (Fil 2,21). 

Gesù cerca di orientare il desiderio della folla nella direzione da lui sperata e vuole indurla cercare un pane imperituro, l’unico che qualifica la nostra esistenza, poiché «si vantano di ciò di cui dovrebbero vergognarsi e non pensano che alle cose della terra» (Fil 3,19). Il pane vero è la rivelazione che Dio offre nella persona del Figlio. Alla richiesta di conoscere quali siano le opere che Dio esige, li avverte che l’opera fondamentale che dovrebbero compiere non è un’opera ma la fede in lui. È necessario cominciare un nuovo orientamento di vita accogliendo l’opera di Dio in Cristo. Non c’è nulla di più importante del credere in Gesù, ascoltare il suo insegnamento ed applicarlo nella nostra esistenza. Questo ci permette di vivere in verità. La possibilità di compiere altre opere buone, dipende dall’aver accolto Gesù. «Chi rimane in me e io in lui, costui produce frutto abbondante, perché senza di me non potere fare nulla» (Gv 15,5). «È Dio infatti che suscita in voi il volere e l’operare secondo il suo disegno d’amore» (Fil 2,13). 


Martedi III

At 7,51-8,1 In quei giorni, Stefano [diceva al popolo, agli anziani e agli scribi:] «Testardi e incirconcisi nel cuore e nelle orecchie, voi opponete sempre resistenza allo Spirito Santo. Come i vostri padri, così siete anche voi. Quale dei profeti i vostri padri non hanno perseguitato? Essi uccisero quelli che preannunciavano la venuta del Giusto, del quale voi ora siete diventati traditori e uccisori, voi che avete ricevuto la Legge mediante ordini dati dagli angeli e non l'avete osservata». All'udire queste cose, erano furibondi in cuor loro e digrignavano i denti contro Stefano. Ma egli, pieno di Spirito Santo, fissando il cielo, vide la gloria di Dio e Gesù che stava alla destra di Dio e disse: «Ecco, contemplo i cieli aperti e il Figlio dell'uomo che sta alla destra di Dio».Allora, gridando a gran voce, si turarono gli orecchi e si scagliarono tutti insieme contro di lui, lo trascinarono fuori della città e si misero a lapidarlo. E i testimoni deposero i loro mantelli ai piedi di un giovane, chiamato Sàulo. E lapidavano Stefano, che pregava e diceva: «Signore Gesù, accogli il mio spirito». Poi piegò le ginocchia e gridò a gran voce: «Signore, non imputare loro questo peccato». Detto questo, morì. Sàulo approvava la sua uccisione. 

Stefano non si lascia prendere dal rinsentimento ma la sua invettiva, come estremo tentativo drammatico, è volta a suscitare la conversione. Non è una manifestazione antisemitica, ma la ripresa della predicazione profetica. Come i profeti, da medico esperto e compassionevole, mette a fuoco il morbo che ha sempre accompagnato la storia del popolo. Israele, in gran parte se non nella sua totalità, non soltanto si è opposto agli inviati di Dio, ma spesso li hanno anche eliminati. Del resto, anche tutti gli altri popoli hanno peccato contro Dio: tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio. I suoi ascoltatori, eliminando Gesù, il Giusto, si sono mostrati solidali con i loro antenati che hanno ucciso i profeti. In questo senso essi hanno trasgredito la Legge comunicata loro dal Signore stesso tramite il ministero di angeli. Stefano compedia in questo modo negativo la storia del popolo, a partire dalla vicenda di Gesù dove essa ha raggiunto il culmine.

Mentre i suoi interlocutori reagiscono con indignazione, Stefano riceve il dono di una visione. Dio si manifesta a lui, accompagnato dal Risorto. È lo Spirito Santo che rende possibile il contatto diretto con la realtà celeste. 

Reagendo nel modo descritto e compiendo un linciaggio violento, i suoi avversari dimostrano di essere persone meritevoli delle accuse pronuciate contro di loro. La violenza fisica scaturisce dall’indignazione interiore. «Chi odia il fratello, è omicida» (1 Gv 3,15). «Dal di dentro infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono i propositi di male» (Mc 7,21). 

Stefano muore alla stessa maniera di Gesù. La continuità con Cristo non si attua soltanto nell’operare prodigi ma soprattutto nell’imitazione della sua carità e del suo abbandono in Dio. Stefano, nel morire, rende culto a Gesù allo stesso modo con cui i giudei avevano venerato Dio stesso. 


Gv 6,30-35 Allora gli dissero: «Quale segno tu compi perché vediamo e ti crediamo? Quale opera fai? I nostri padri hanno mangiato la manna nel deserto, come sta scritto: Diede loro da mangiare un pane dal cielo». Rispose loro Gesù: «In verità, in verità io vi dico: non è Mosè che vi ha dato il pane dal cielo, ma è il Padre mio che vi dà il pane dal cielo, quello vero. Infatti il pane di Dio è colui che discende dal cielo e dà la vita al mondo».Allora gli dissero: «Signore, dacci sempre questo pane». Gesù rispose loro: «Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà fame e chi crede in me non avrà sete, mai! 

[Gesù ha appena detto: la sola opera che Dio vuole è la fede, è aderire all’opera che Dio compie nel Figlio e per mezzo di lui. ] La folla risponde con stizza a chiede a Gesù di di accreditarsi come Inviato di Dio, compiendo prodigi grandiosi come fece Mosé con la manna. Esigono un segno sebbene Egli ne abbia appena compiuto uno e in questo modo mostrano di essere simili ai loro padri che nel percorso del deserto avevano innalzato di continuo mormorazioni, rifiutando di credere. 

Gesù, in risposta, ricorda che il donatore non era stato Mosè ma Dio stesso. Non contrappone se stesso alla manna perché anch’essa era stata un dono celeste. Dio, però non ha esaurito tutti i suoi doni nel passato ma ancora continua a cibare il suo popolo con un alimento ancora migliore, con un pane definito vero perché completo rispetto alla manna. Chiarisce in modo inequivocabile l'identità del Donatore del pane. La dichiarazione «Io sono il pane della vita» è la prima di una serie di sette affermazioni «Io sono» con predicato. Questa parola che rivela l'identità di Gesù è accompagnata da una promessa, ossia la vita vera (eterna). Identificandosi con il pane Gesù si presenta come colui che, diversamente da ogni altro, è e dona ciò che è più necessario alla vita di ogni essere umano. Questo accesso alla Vita in pienezza, espresso attraverso le metafore della fame e della sete, è possibile solo nella fede. 


Mercoledi III

At 8,1-8. In quel giorno scoppiò una violenta persecuzione contro la Chiesa di Gerusalemme; tutti, ad eccezione degli apostoli, si dispersero nelle regioni della Giudea e della Samarìa. Uomini pii seppellirono Stefano e fecero un grande lutto per lui. Sàulo intanto cercava di distruggere la Chiesa: entrava nelle case, prendeva uomini e donne e li faceva mettere in carcere. Quelli però che si erano dispersi andarono di luogo in luogo, annunciando la Parola. Filippo, sceso in una città della Samarìa, predicava loro il Cristo. E le folle, unanimi, prestavano attenzione alle parole di Filippo, sentendolo parlare e vedendo i segni che egli compiva. Infatti da molti indemoniati uscivano spiriti impuri, emettendo alte grida, e molti paralitici e storpi furono guariti. E vi fu grande gioia in quella città.

Scoppia una persecuzione improvvisa e violenta contro i discepoli di Gesù di lingua greca (ellenisti), dalla quale, perciò, sono preservati gli apostoli (che erano di lingua aramaica). Alcuni coraggiosi seppelliscono ed onorano Stefano, riconoscendo che «le anime dei giusti sono nelle mani di Dio, nessun tormento li toccherà. Agli occhi degli stolti parve che morissero, la loro fine fu ritenuta una sciagura, la loro partenza da noi una rovina, ma essi sono nella pace» (Sap 1,1-3). Questi giusti imitano ciò che fece Giuseppe d’Arimatea nei confronti di Gesù (Lc 23, 52-53). Gli Atti danno risalto allo zelo persecutorio di Paolo, per preparare il discorso sulla sua conversione. 

La persecuzione, pur essendo un male in sé, provoca degli aspetti positivi; in questo caso i credenti, dispersi in vari luoghi, vi diffondono il Vangelo. Più tardi anche Paolo si rafforzerà grazie alla persecuzione: «Dopo aver sofferto e subito oltraggi a Filippi, abbiamo trovato nel nostro Dio il coraggio di annunciarvi il vangelo di Dio in mezzo a molte lotte» (1 Ts 2,2). Gesù aveva già suggerito di spostarsi altrove ed ovunque: «Quanto a coloro che non vi accolgono, uscite dalla loro città e scuotete la polvere dai vostri piedi come testimonianza contro di loro. Allora essi uscirono, ovunque annunciando la buona notizia e operando guarigioni» (Lc 9,5-6). 

Filippo sfugge alla persecuzione e si reca in Samaria per diffondervi il Vangelo. Ad imitazione di Gesù guarisce paralitici e storpi ma soprattutto, espelle i demoni. I Samaritani sono disponibili alla fede ed essa procura loro una grande gioia. La gioia è un carattere tipico della fede: «I discepoli erano pieni di gioia e di Spirito Santo» (At 13,52). «Frutto dello Spirito è amore, gioia, pace, mgnanimità» (Gal 5,22). 

Gv 6,35-40. In quel tempo, disse Gesù alla folla: «Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà fame e chi crede in me non avrà sete, mai! Vi ho detto però che voi mi avete visto, eppure non credete. Tutto ciò che il Padre mi dà, verrà a me: colui che viene a me, io non lo caccerò fuori, perché sono disceso dal cielo non per fare la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato. E questa è la volontà di colui che mi ha mandato: che io non perda nulla di quanto egli mi ha dato, ma che lo risusciti nell’ultimo giorno. Questa infatti è la volontà del Padre mio: che chiunque vede il Figlio e crede in lui abbia la vita eterna; e io lo risusciterò nell’ultimo giorno».

Gesù chiarisce meglio il significato del credere a Lui. La fame e la sete erano bisogni manifestati dal popolo nella liberazione dall’Egitto, per cui avevano spinto Dio al dono della manna (Es 16,20) e dell’acqua dalla roccia (Es 17). 

Dio, però, vuole colmare il popolo con doni migliori: «O voi tutti assetati, venite all'acqua, voi che non avete denaro, venite, comprate e mangiate; venite, comprate senza denaro, senza pagare, vino e latte. Su, ascoltatemi e mangerete cose buone e gusterete cibi succulenti. Porgete l'orecchio e venite a me, ascoltate e vivrete» (Is 55,1-2). I discepoli della Sapienz,infatti, possono nutrirsi, dissetarsi e desiderano tornare sempre a trarre soddisfazione dall’alimento offerto loro per la sua qualità: «Avvicinatevi a me, voi che mi desiderate,e saziatevi dei miei frutti, perché il ricordo di me è più dolce del miele, il possedermi vale più del favo di miele. Quanti si nutrono di me avranno ancora fame e quanti bevono di me avranno ancora sete» (Sir 24,19-21). I doni della Sapienza sono migliori di quelli materiali dell'Esodo e quelli di Cristo sono più ricchi dei doni della Sapienza. I credenti in Cristo, infatti, estinguono fame e sete. 

La fede è in primo luogo un dono di Dio, l’unico che può spingere verso Cristo. I Galilei che diffidano di lui, in realtà non vogliono ascoltare la voce del Padre. Egli garantisce che la salvezza definitiva (escatologica) si realizza già al presente per chi crede in lui. Questi ottiene già da ora la vita eterna (una vita della massima qualità) che avrà il suo sviluppo definitivo nel tempo futuro. 


Giovedi III

At 8,26-40. In quei giorni, un angelo del Signore parlò a Filippo e disse: «Àlzati e va' verso il mezzogiorno, sulla strada che scende da Gerusalemme a Gaza; essa è deserta». Egli si alzò e si mise in cammino, quand'ecco un Etíope, eunùco, funzionario di Candàce, regina di Etiòpia, amministratore di tutti i suoi tesori, che era venuto per il culto a Gerusalemme, stava ritornando, seduto sul suo carro, e leggeva il profeta Isaìa. Disse allora lo Spirito a Filippo: «Va' avanti e accòstati a quel carro». Filippo corse innanzi e, udito che leggeva il profeta Isaìa, gli disse: «Capisci quello che stai leggendo?». Egli rispose: «E come potrei capire, se nessuno mi guida?». E invitò Filippo a salire e a sedere accanto a lui. Il passo della Scrittura che stava leggendo era questo: "Come una pecora egli fu condotto al macello e come un agnello senza voce innanzi a chi lo tosa, così egli non apre la sua bocca. Nella sua umiliazione il giudizio gli è stato negato, la sua discendenza chi potrà descriverla? Poiché è stata recisa dalla terra la sua vita". Rivolgendosi a Filippo, l'eunùco disse: «Ti prego, di quale persona il profeta dice questo? Di se stesso o di qualcun altro?». Filippo, prendendo la parola e partendo da quel passo della Scrittura, annunciò a lui Gesù. Proseguendo lungo la strada, giunsero dove c'era dell'acqua e l'eunùco disse: «Ecco, qui c'è dell'acqua; che cosa impedisce che io sia battezzato?». Fece fermare il carro e scesero tutti e due nell'acqua, Filippo e l'eunùco, ed egli lo battezzò. Quando risalirono dall'acqua, lo Spirito del Signore rapì Filippo e l'eunùco non lo vide più; e, pieno di gioia, proseguiva la sua strada. Filippo invece si trovò ad Azoto ed evangelizzava tutte le città che attraversava, finché giunse a Cesarèa. 

Dopo i Samaritani, giudei paganizzanti, troviamo un pagano giudaizzante, segno della diffusione universale della Parola, tanto più che l’Etiopia rappresenta un limite estremo del mondo allora conosciuto. «Verranno i grandi dall’Egitto, l’Etiopia tenderà le mani a Dio» (Sal 68,32). «Iscriverò Raab e Babilonia fra quelli che mi riconoscono; ecco Filistea, Tiro ed Etiopia: là costui è nato» (Sal 87,4). 

Filippo ha tratti in comune con Elia ed Eliseo. [L’eunuco supera le imposizioni culturali che avrebbero impedito di appartenere al popolo di Dio? : «Non dica lo straniero che ha aderito al Signore: “Certo, mi escluderà il Signore dal suo popolo!”. Non dica l’eunuco: “Ecco, io sono un albero secco!”. Poiché così dice il Signore: “Agli eunuchi che osservano i miei sabati, preferiscono quello che a me piace e restano fermi nella mia alleanza, o concederò nella mia casa e dentro le mie mura un monumento e un nome più prezioso che figli e figlie; darò loro un nome eterno che non sarà mai cancellato» (Is 56,3-5). Forse il termine eunuco significa soltanto funzionario]. 

Nel ritorno dal pellegrinaggio, il ministro legge ad alta voce un testo di Isaia, Nell’antichità, meditare era leggere il testo biblico a voce alta (cf Sal 37,30). Filippo si affianca al lettore (come aveva fatto Gesù con i discepoli di Emmaus) e si appoggia sulla Scrittura per illuminare l’evento-Cristo. Tutta la Sacra Scrittura parla di lui e l’ignoranza della Bibbia è ignoranza di Cristo. La catechesi si conclude con il Battesimo (riguardo ai discepoli di Emmaus la catechesi culminava con la frazione del pane /Eucaristia). L’eunuco, appena vede dell’acqua, non chiede altre spiegazioni ma desidera entrare subito nella nuova vita. La fede viva genera una risposta pronta e concreta. Da semplice ascoltatore della Parola, diventa un membro vivo del Corpo di Cristo. Al termine, non ha più bisogno della presenza fisica del ministro perché ha ricevuto lo Spirito che gli insegnerà ogni cosa. 

Gv 6,44-51. In quel tempo, disse Gesù alla folla: «Nessuno può venire a me, se non lo attira il Padre che mi ha mandato; e io lo risusciterò nell'ultimo giorno. Sta scritto nei profeti: "E tutti saranno istruiti da Dio". Chiunque ha ascoltato il Padre e ha imparato da lui, viene a me. Non perché qualcuno abbia visto il Padre; solo colui che viene da Dio ha visto il Padre. In verità, in verità io vi dico: chi crede ha la vita eterna. Io sono il pane della vita. I vostri padri hanno mangiato la manna nel deserto e sono morti; questo è il pane che discende dal cielo, perché chi ne mangia non muoia. Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo».

Osservando la mormorazione incredula dei suoi interlocutori (vv. 41-43), Gesù insegna che la fede prima di tutto è un dono, non scaturisce semplicemente da una scelta dell’uomo. Dio Padre attira l’uomo verso il Figlio. La libertà dell’uomo e la necessità della sua risposta nascono da un’iniziativa divina. «Così, quando ascolti: Nessuno viene a me se non è attratto dal Padre, non pensare di essere attratto per forza. Anche l'amore è una forza che attrae l'anima. Come posso credere di mia volontà se vengo attratto? Rispondo: Non è gran cosa essere attratti da un impulso volontario, quando anche il piacere riesce ad attrarci. Che significa essere attratti dal piacere? Esiste anche un piacere del cuore, per cui esso gusta il pane celeste. Che se il poeta ha potuto dire: "Ciascuno è attratto dal suo piacere" (Virg., Ecl. 2), non dalla necessità ma dal piacere, non dalla costrizione ma dal diletto; a maggior ragione possiamo dire che si sente attratto da Cristo l'uomo che trova il suo diletto nella verità, nella beatitudine, nella giustizia, nella vita eterna, in tutto ciò, insomma, che è Cristo » (Agostino, Su Giovanni 26,4). 

Gli uomini sono istruiti da Dio. È il mantenimento della promessa espressa dal profeta Isaia (54,13) e precisata da Geremia: «Porrò la mia legge dentro di loro, la scriverò sul loro cuore» (31,33). 

Definendosi pane, Gesù attesta di non offrire soltanto un insegnamento ma tutto se stesso. A differenza dei giudei che si sono nutriti di un cibo che sostentava il corpo, i cristiani ricevono una vita che possiede la caratteristica dell’eternità. Nutre con la sua carne: il dono totale di sé lungo il corso della vita terrena fino alla morte in croce diventa nutrimento per l’umanità e continua ad offrire se stesso nell’Eucaristia. 

«Io sono - dice - il pane della vita». I padri vostri mangiarono la manna e sono morti. Perché sono morti? Perché credevano solo a ciò che vedevano; e non comprendevano ciò che non vedevano. Per quanto riguarda la morte visibile e carnale, moriremo anche noi come quelli. Ma per quanto riguarda quella morte che il Signore c'insegna a temere, quella morte ci sarà risparmiata. Mangiò la manna Mosè, la mangiò Aronne, la mangiò Finees e molti altri che erano graditi a Dio, e non sono morti. Perché? Perché ebbero l'intelligenza spirituale di quel cibo visibile: spiritualmente lo desiderarono, spiritualmente lo gustarono, e spiritualmente furono saziati. Anche noi oggi riceviamo un cibo visibile: ma altro è il sacramento, altra è la virtù del sacramento. Quanti si accostano all'altare e muoiono, e, quel che è peggio, muoiono proprio perché ricevono il sacramento! E' di questi che parla l'Apostolo quando dice: Mangiano e bevono la loro condanna (1 Cor 11, 29). Non si può dire che fosse veleno il boccone che Giuda ricevette dal Signore. E tuttavia non appena lo ebbe preso, il nemico entrò in lui; non perché avesse ricevuto una cosa cattiva, ma perché, malvagio com'era, ricevette indegnamente una cosa buona. Procurate dunque, o fratelli, di mangiare il pane celeste spiritualmente, di portare all'altare l'innocenza. I peccati, anche se quotidiani, almeno non siano mortali» (Agostino Su Giovanni, 26,11). 

«I fedeli dimostrano di conoscere il corpo di Cristo, se non trascurano di essere il corpo di Cristo. Diventino corpo di Cristo se vogliono vivere dello Spirito di Cristo. Dello Spirito di Cristo vive soltanto il corpo di Cristo. Il corpo di Cristo non può vivere se non dello Spirito di Cristo. E' quello che dice l'Apostolo, quando ci parla di questo pane: Poiché c'è un solo pane, noi, pur essendo molti, siamo un solo corpo (1 Cor 10, 17). Mistero di amore! Simbolo di unità! Vincolo di carità! Chi vuol vivere, ha dove vivere, ha di che vivere. S'avvicini, creda, entri a far parte del Corpo, e sarà vivificato. Non disdegni d'appartenere alla compagine delle membra, non sia un membro infetto che si debba amputare, non sia un membro deforme di cui si debba arrossire. Sia bello, sia valido, sia sano, rimanga unito al corpo, viva di Dio per Iddio» (Agostino, Su Giovanni 26,13).  


Venerdi III

At 9,1-20 In quei giorni, Sàulo, spirando ancora minacce e stragi contro i discepoli del Signore, si presentò al sommo sacerdote e gli chiese lettere per le sinagoghe di Damàsco, al fine di essere autorizzato a condurre in catene a Gerusalemme tutti quelli che avesse trovato, uomini e donne, appartenenti a questa Via. E avvenne che, mentre era in viaggio e stava per avvicinarsi a Damàsco, all'improvviso lo avvolse una luce dal cielo e, cadendo a terra, udì una voce che gli diceva: «Sàulo, Sàulo, perché mi perséguiti?». Rispose: «Chi sei, o Signore?». Ed egli: «Io sono Gesù, che tu perséguiti! Ma tu àlzati ed entra nella città e ti sarà detto ciò che devi fare».

Gli uomini che facevano il cammino con lui si erano fermati ammutoliti, sentendo la voce, ma non vedendo nessuno. Sàulo allora si alzò da terra, ma, aperti gli occhi, non vedeva nulla. Così, guidandolo per mano, lo condussero a Damàsco. Per tre giorni rimase cieco e non prese né cibo né bevanda. C'era a Damàsco un discepolo di nome Ananìa. Il Signore in una visione gli disse: «Ananìa!». Rispose: «Eccomi, Signore!». E il Signore a lui: «Su, va' nella strada chiamata Diritta e cerca nella casa di Giuda un tale che ha nome Sàulo, di Tarso; ecco, sta pregando, e ha visto in visione un uomo, di nome Ananìa, venire a imporgli le mani perché recuperasse la vista». Rispose Ananìa: «Signore, riguardo a quest'uomo ho udito da molti quanto male ha fatto ai tuoi fedeli a Gerusalemme. Inoltre, qui egli ha l'autorizzazione dei capi dei sacerdoti di arrestare tutti quelli che invocano il tuo nome». Ma il Signore gli disse: «Va', perché egli è lo strumento che ho scelto per me, affinché porti il mio nome dinanzi alle nazioni, ai re e ai figli d'Israele; e io gli mostrerò quanto dovrà soffrire per il mio nome».Allora Ananìa andò, entrò nella casa, gli impose le mani e disse: «Sàulo, fratello, mi ha mandato a te il Signore, quel Gesù che ti è apparso sulla strada che percorrevi, perché tu riacquisti la vista e sia colmato di Spirito Santo». E subito gli caddero dagli occhi come delle squame e recuperò la vista. Si alzò e venne battezzato, poi prese cibo e le forze gli ritornarono. Rimase alcuni giorni insieme ai discepoli che erano a Damàsco, e subito nelle sinagoghe annunciava che Gesù è il Figlio di Dio.

Saulo è un persecutore sicuro di sé ma sarà testimone di un intervento diretto, inatteso e travolgente del Risorto. Nessuna evoluzione psicologica prepara la svolta di vita ma viene avvolto da una luce amorevole, come era accaduto ai pastori di Betlemme e percepisce la voce di Gesù Risorto. Cade a terra (non da cavallo) e viene a sapere che Cristo si identifica con i suoi discepoli perseguitati. La cecità è un atto pedagogico che insegna al cieco quale sia la sua situazione di vita e dalla tenebra, dovrà passare alla luce. «Il Signore replicò [a Mosé]: “Chi ha dato una bocca all'uomo o chi lo rende muto o sordo, veggente o cieco? Non sono forse io, il Signore? Ora va'! Io sarò con la tua bocca e ti insegnerò quello che dovrai dire”» (Es 4,11-12). «Così interpreterà in seguito la conversione dei pagani battezzati: «Eravate tenebra, ora siete luce nel Signore» (Ef 5,8). 

Il digiuno lo prepara al Battesimo. Deve essere vuoto di tutte le cinvinzioni che lo avevamo nutrito fino a questo momento di svolta. Anania funge da mediatore tra Paolo e la Chiesa anche se, come era accaduto ad altri profeti, si mostra riluttante (Es 4,13-14). In seguito Paolo incontrerà la diffidenza degli altri discepoli (9,26). Paolo cercherà, in ogni modo, di stare sempre in comunione con tutta Chiesa. Tre anni dopo, infatti, salirà a Gerusalemme affinché la sua missione sia confermata e riconosciuta dagli apostoli (Gal 2,2). Intanto veniamo a sapere che Gesù lo ha costituito come suo annunciatore e che Saulo, da apostolo, dovrà soffrire molto. Il mistero psquale entrerà nella sua vita (non soltanto nelle sue convinzioni): porterà sempre, ovunque, la morte di Gesù perché anche la vita di Gesù si manifesti in lui e nelle persone da evangelizzare. Anania impone le mani perché il nuovo chiamato dal Signore riceva lo Spirito Santo, come Gesù aveva potuto intraprendere la missione solo dopo questa investitura celeste. «Rendo grazie a colui che mi ha reso forte, Cristo Gesù Signore nostro, perché mi ha giudicato degno di fiducia mettendo al suo servizio me, che prima ero un bestemmiatore, un persecutore e un violento. Ma mi è stata usata misericordia, perché agivo per ignoranza, lontano dalla fede, e così la grazia del Signore nostro ha sovrabbondato insieme alla fede e alla carità che è in Cristo Gesù. Questa parola è degna di fede e di essere accolta da tutti: Cristo Gesù è venuto nel mondo per salvare i peccatori, il primo dei quali sono io» (1 Tm 1,12-15). 

Gv 6,52-59. In quel tempo, i Giudei si misero a discutere aspramente fra loro: «Come può costui darci la sua carne da mangiare?». Gesù disse loro: «In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell'uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell'ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me. Questo è il pane disceso dal cielo; non è come quello che mangiarono i padri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno». Gesù disse queste cose, insegnando nella sinagoga a Cafàrnao.

L’evangelista ha detto finora che la persona di Gesù, accolta per mezzo della fede, è il mezzo col quale è data e conservata la vita eterna. 

I giudei, stravolgendo il senso delle parole di Gesù che chiedeva di nutrirsi di Lui assimilando il suo insegnamento e il suo stile di vita, accusano Gesù di suggerire una specie di antropofagia. Aprofittando dell’obiezione, Egli afferma che la sua stessa carne è pane di vita. Il crudo realismo delle espressioni - mangiare la carne e bere il sangue – intende affermare la reale umanità di Cristo. Mangiare qualcosa equivale a farla propria e diventare una cosa sola con essa. Senza escludere la valenza eucaristica del discorso, l’invito di Gesù è denso di significato anche se fosse privo di un’allusione all’Eucaristia. 

La maggioranza degli esegeti ritiene, tuttavia, che Giovanni alluda qui alla mensa eucaristica. L'Eucarestia significa continuazione dell'incarnazione attraverso il tempo. È significativo che l'evangelista abbia riservato il termine carne per descrivere l'incarnazione e per presentare l'Eucaristia. Tuttavia l'insistenza sulla realtà della carne e del sangue non può arrivare fino al punto di attribuire all'Eucaristia un effetto magico. Questi versetti sono una continuazione dei precedenti nei quali è messa in rilievo la necessità della fede in Gesù. L'Eucarestia non è nulla senza la fede. Non è un mangiare qualunque che dia vita, bensì un mangiare con fede. L'adempimento della sua volontà del Signore non si realizza neppure soltanto nel rivolgersi a Gesù con la fede, bensì del servirsi del sacramento del suo corpo e del suo sangue. Come non era soltanto la fede che faceva entrare nel regno di Dio, ma l'uso di quell'altro sacramento dell'acqua battesimale. 

Sabato III

At 9,31-42 . La Chiesa era dunque in pace per tutta la Giudea, la Galilea e la Samaria: si consolidava e camminava nel timore del Signore e, con il conforto dello Spirito Santo, cresceva di numero. 32E avvenne che Pietro, mentre andava a far visita a tutti, si recò anche dai fedeli che abitavano a Lidda. 33Qui trovò un uomo di nome Enea, che da otto anni giaceva su una barella perché era paralitico. 34Pietro gli disse: «Enea, Gesù Cristo ti guarisce; àlzati e rifatti il letto». E subito si alzò. 35Lo videro tutti gli abitanti di Lidda e del Saron e si convertirono al Signore. A Giaffa c’era una discepola chiamata Tabità – nome che significa Gazzella – la quale abbondava in opere buone e faceva molte elemosine. 37Proprio in quei giorni ella si ammalò e morì. La lavarono e la posero in una stanza al piano superiore. 38E, poiché Lidda era vicina a Giaffa, i discepoli, udito che Pietro si trovava là, gli mandarono due uomini a invitarlo: «Non indugiare, vieni da noi!». 39Pietro allora si alzò e andò con loro. Appena arrivato, lo condussero al piano superiore e gli si fecero incontro tutte le vedove in pianto, che gli mostravano le tuniche e i mantelli che Gazzella confezionava quando era fra loro. Pietro fece uscire tutti e si inginocchiò a pregare; poi, rivolto al corpo, disse: «Tabità, àlzati!». Ed ella aprì gli occhi, vide Pietro e si mise a sedere. 41Egli le diede la mano e la fece alzare, poi chiamò i fedeli e le vedove e la presentò loro viva.La cosa fu risaputa in tutta Giaffa, e molti credettero nel Signore.

La Chiesa (di solito si parla di Chiese) è in pace non soltanto perché, in quel momento, non viene perseguitata ma perché gode della pienezza di vita inaugurata da Cristo Risorto. Quando si consolida e cammina nel timore di Dio, grazie all’assistenza dello Spirito Santo, facilmente cresce di numero. Si realizza la promessa e il comando del Signore: sarete miei testimoni ovunque. La crescita e il progresso dell’evangelizzazione non si ottengono soltanto con le difficoltà e le persecuzioni ma anche con la pace e le facilitazioni concesse alla predicazione. 

Pietro, portavoce del collegio dei Dodici e sempre presente in tutti i momenti di svolta della missione della Chiesa, si reca in visita pastorale presso i cristiani fuori da Gerusalemme. Egli porta con sé il Cristo Risorto che guarisce ed è sempre all’opera. A Lidda guarisce Enea; a Ioppe (Yafo, oggi Tel Aviv) risuscita Tabita, riprendendo anche il ministero degli antichi profeti (1 Re 17,17-23; 2 Re 4,19-37). Questa donna è una cristiana ideale che si distingue per le buone opere. Pietro la risveglia e dandole la mano l’aiuta per poi affidarla alla comunità. Il fatto favorisce l’evangelizzazione: molti (non tutti) credettero in Gesù. 

Gv 6,60-69. Molti dei suoi discepoli, dopo aver ascoltato, dissero: «Questa parola è dura! Chi può ascoltarla?». Gesù, sapendo dentro di sé che i suoi discepoli mormoravano riguardo a questo, disse loro: «Questo vi scandalizza? E se vedeste il Figlio dell'uomo salire là dov'era prima? È lo Spirito che dà la vita, la carne non giova a nulla; le parole che io vi ho detto sono spirito e sono vita. Ma tra voi vi sono alcuni che non credono». Gesù infatti sapeva fin da principio chi erano quelli che non credevano e chi era colui che lo avrebbe tradito. E diceva: «Per questo vi ho detto che nessuno può venire a me, se non gli è concesso dal Padre». Da quel momento molti dei suoi discepoli tornarono indietro e non andavano più con lui. Disse allora Gesù ai Dodici: «Volete andarvene anche voi?». Gli rispose Simon Pietro: «Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna e noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio»

Gesù aveva radunato attorno a sé una larga schiera di discepoli ma molti di loro non riuscivano a condividere il suo messaggio. Egli ribadisce di essere una persona dall’origine celeste e che un giorno tornerà presso il Padre. Questa convinzione dovrebbe indurli ad accettare quelle parole che, per il momento, non riescono a comprendere. L’uomo, essendo carne, deve essere visitato dallo Spirito Santo per poter entrare in sintonia con il messaggio divino. Gli insegnamenti di Gesù sono suggerito a Lui dallo Spirito e, una volta accolti e attuati, comunicano la sua stessa vita. Molti discepoli lo abbandonano. Gesù cerca di rafforzare nella fede i Dodici discepoli particolari che aveva scelto e costituito come tali. Vorranno forse abbandonarlo anche loro? Non è ciò che Gesù vuole o induce a fare. Pietro risponde a nome del gruppo e pronuncia una profonda dichiarazione di fede. Nessun maestro può essere paragonato a Gesù. Le sue parole non sono inerti ma infondono una nuova vita. È ciò che hanno verificato e perciò continueranno a credere che Gesù è un Inviato dal Padre.