domenica 18 ottobre 2026

AMARE DIO (Bernardo)

 

I. 1. Volete dunque sapere da me perché e in che modo si debba amare Dio. E io vi rispondo: la causa per cui si deve amare Dio è Dio stesso; il modo è amarlo oltremodo 2. È sufficiente una risposta siffatta? Forse sì, ma per chi è già esperto. Ma dato che peraltro io sono in debito verso gli ignoranti a, se ho dato una risposta sufficiente agli esperti, debbo pure usare un riguardo a quegli altri. Perciò non mi peserà diffondermi più a lungo, ma non certo più a fondo, a beneficio dei più sprovveduti. Direi perciò che bisogna amare Dio per lui stesso in base a una duplice ragione: sia perché nulla può essere amato con maggiore giustizia, sia perché nulla può essere amato con maggiore profitto. Ma quando riguardo a Dio si chiede perché lo si debba amare, la stessa domanda provoca due orientamenti di pensiero. Infatti il problema posto dalla domanda può suscitare il dubbio sul modo con cui porre il problema stesso, cioè se Dio debba essere amato per merito suo o per nostro vantaggio. In realtà risponderei lo stesso in tutti e due i casi, cioè che per me non c'è altra ragione plausibile di amarlo che lui stesso. Ma prima soffermiamoci sulla ragione del merito.

PER QUAL SUO MERITO DIO DEV'ESSERE AMATO

Perché ha meritato molto per noi, dato che ha offerto se stesso b a noi che non lo meritavamo. E che cosa poteva dare meglio di se stesso, lui che è Dio? Perciò, se nel ricercare la causa per cui si deve amare Dio, si comincia col ricercare il merito di Dio, quello è il punto capitale: che egli per primo ci ha amato. Perciò è degno, d'essere riamato, specialmente se si fa attenzione a chi ha amato, a chi è stato amato e a quanto egli abbia amato. Chi dunque, ha amato? Non è colui a cui ogni spirito confessa: Tu sei il mio Dio, perché non hai bisogno dei miei beni e? Autentica e perciò la carità di questa suprema maestà, perche essa non ricerca il suo interesse. Ma a chi poi si offre una carità così pura? È stato detto: Quando eravamo ancora suoi nemici, siamo stati riconciliati con Dio . Dio ha dunque amato i nemici e per giunta di sua gratuita volontà. Ma quanto? Quanto ci dicono Giovanni: Dio ha così amato il mondo da dargli in dono il suo Unigenito; e Paolo: Non ha risparmiato suo Figlio, ma lo ha sacrificato per noi; e anche il Figlio stesso a proprio riguardo ha detto: Nessuno può avere maggiore carità di colui che offre l'anima propria per i propri amici.

Questo è il merito che ha acquistato il giusto presso gli empi; il più eccelso presso chi giace ad infimo livello, l'Onnipotente presso i più deboli e inetti. 

IN CHE MISURA È DA AMARE DIO

VI. 16. A questo punto considera in primo luogo in quale misura , anzi come senza misura Dio abbia meritato d'essere amato da noi, dato che, per ripetere in poche parole quello che ho già detto, egli ci ha amati per primo, egli così grande ci ha amati tanto, e ci ha amati gratuitamente noi che siamo come siamo, cioè così irrimediabilmente meschini, sì che ricordo di aver detto in principio che la misura di amare Dio è amarlo senza misura.

E in fondo, poiché l'amore che si indirizza a Dio, si indirizza all'immenso, all'infinito, dato che Dio è infinito e immenso, quale, ditemi, potrebbe essere il termine o la misura del nostro amore? E come, se l'amore, da parte nostra non è un'offerta gratuita, ma una restituzione doverosa? Ci ama dunque l'immensità, ci ama l'eternità, ci ama la carità che sorpassa la scienza, ci ama Dio, la cui grandezza non ha termine, la, cui sapienza non ha misura, la cui pace sorpassa ogni grado di intelletto e, e noi gli restituiamo in cambio un amore sottoposto a misura?

Ti amerò, Signore, che sei la mia forza, il mio sostegno, il mio rifugio, il mio liberatore, tutto ciò che da parte mia può essere definito desiderabile e amabile. Mio Dio; mio Salvatore, ti amerò per il tuo dono e nella mia misura, che sarà certo minore di quella giusta, ma che certamente non mancherà di raggiungere il limite delle mie possibilità, dato che, se non posso rendere quanto debbo, non posso pero renderlo al di la di quanto posso. Potrò certo farlo di più quando ti degnerai di darmi di più, però mai nella misura di cui tu ti mostri degno. I tuoi occhi hanno scrutato ciò che è in me d'imperfetto ; ma pure nel tuo libro saranno scritti tutti quelli che fanno quello che possono, anche se non possono quello che debbono.

Appare sufficientemente chiaro, a quanto credo, in quale misura sía da amare Dio e per quale suo esclusivo merito. Ma, dico, come misurare questo merito? A chi potrebbe apparirne in pieno l'estensione? Chi potrebbe dirlo? Chi sarebbe capace di penetralo?

VII. 17. Ora consideriamo con quale nostro vantaggio egli debba essere amato. Ma anche in questa considerazione che valore ha quello che noi vediamo, rispetto a ciò che è? Eppure non si deve tacere ciò che vediamo, anche se non è assolutamente pari a ciò che è. Più su, quando mi sono proposto di esaminare perché e in quale misura va amato Dio, ho detto che l'oggetto della domanda determina una duplice interpretazione: perché ovvero per qual suo merito o per qual nostro vantaggio egli debba essere, amato, a seconda di come l'una o l'altra questione possa essere indagata. Dopo aver parlato del merito di Dio, non certo in maniera degna di lui, ma come è stato concesso a me, mi rimane da parlare della ricompensa, e sempre in proporzione a ciò che mi sarà concesso di intendere.

DIO È AMATO NON SENZA RICOMPENSA

Infatti Dio non è amato senza ricompensa, anche se dev'essere amato senza prefiggersi una ricompensa. Perché la vera carità non può rimanere a mani vuote, anche se non è a prezzo, perché non ricerca quello che è il proprio interesse a. E un sentimento, non è un contratto. Non la sí acquista in forza di un patto e non acquista nulla alla medesima condizione. Ci ispira per un moto spontaneo e dà un tono di spontaneità a tutto quello che provoca. Il vero amore è soddisfatto di se stesso. Riceve una ricompensa, ma che è proprio ciò che costituisce il suo amore.

Perché se fai la figura di amare una cosa in vista di un'altra, quella che ami veramente è quella a cui tende il fine del tuo amore, non quella che rappresenta il tramite. Paolo non predica il vangelo per mangiare, ma mangia .per predicarlo b, in quanto ama non il cibo, ma il vangelo.

Il vero amore non rivendica la sua ricompensa, ma si limita a meritarla. La ricompensa viene proposta a chi non ama ancora, è dovuta a chiama, è largita a chi persevera. Abitualmente quando si tratta di indurre qualcuno in cose di poco conto, stimoliamo con promessa di ricompensa chi non ne vuol sapere, non certo chi è ben disposto. E chi potrebbe pensare di dover ricompensare un uomo perché faccia quello che egli desidera spontaneamente di fare? Nessuno, per esempio, sente il bisogno di dar denaro a un affamato perché mangio a un assetato perché beva o addirittura a una madre perché allatti il suo piccolo che è uscito dal suo utero . O chi potrebbe pensare che cí vogliono preghiere o danaro per indurre uno a ricingere la sua vigna, o a zappare intorno ad un suo albero, o ad innalzare la fabbrica della sua casa? Quanto più l'anima ama Dio, non cerca come ricompensa del suo amore nient'altro che lo stesso Dio; o se cerca qualcos'altro, ama certamente questo, non Dio.

18. In chiunque fa uso della ragione è insito per legge naturale di desiderare, in base alla sua stima e alla' sua volontà, ciò che gli sembra superiore, e di non rimanere mai contento di una cosa, se si accorge che le manca un che che egli giudica preferibile. Chi per esempio ha una bella moglie se vede una donna più bella perde gli occhi e lo spirito appresso a lei, chi indossa una veste preziosa ne brama una più preziosa, chi possiede molte ricchezze invidia chi è più ricco di lui. Potresti vedere gente già ricca di molti poderi e possedimenti stare ancora, ogni giorno di più, ad aggiungere un campo a un altro campo d e ad allargare con smisurata cupidigia i limiti delle sue proprietà . Potresti vedere gente che abita già in dimore regali, in sontuosi palazzi, ricollegare ciononostante ogni giorno una casa con un'altra casa e con una sollecitudine inappagata costruire, abbattere, cambiare edifici quadrati in rotondi. E gli uomini sollevati ai più alti onori? Non li vediamo tendere sempre più in alto con tutte le loro forze ogni giorno di più, accesi da un'insaziabile ambizione? E non c'è mai una fine per tutte queste cupidigie, perché esse non fanno trovare mai ciò che è eccezionalmente eccelso e ottimo.

E che c'è da meravigliarsi se non possa contentarsi di ciò che è inferiore e scadente il desiderio che non può trovare posa al di qua di ciò che è eccelso e ottimo? Ma è segno di stoltezza e di assoluta follia bramare sempre cose che mai non dico riescano a saziare, ma almeno ad attenuare la brama e, una volta conseguita una delle cose desiderate, continuare nondimeno a desiderare quelle non ancora conseguite, anelare sempre senza posa dietro a tutte quelle che mancano.

Così accade che l'animo vagabondo, trascorrendo con vana fatica in mezzo ai vari e ingannevoli allettamenti del mondo, si affatica, non si sazia, e tutto quello che inghiotte famelico lo ritiene da poco in confronto di ciò che gli rimane da divorare, e rimane sempre a bramare ansiosamente ciò che gli manca piuttosto che possedere lietamente ciò che gli è alla mano. E chi potrebbe ottenere tutto? Che anzi anche quel poco che ciascuno ha ottenuto a fatica, lo conserva con timore, perché, anche se non sa con certezza quando dovrà perderlo con dolore, sa però con certezza che un bel giorno dovrà perderlo. Così in questa implacabile direzione la volontà deviata tende all'ottimo, si affretta verso ciò di cui riesca a saziarsi. Ma in realtà, con questa spirale di desideri la vanità finisce per prendersi gioco di se stessa, la malvagità inganna se stessa. Se proprio vuoi soddisfare il tuo desiderio, cioè se vuoi porre la mano su ciò che non ti faccia desiderare più nulla dopo che l'hai afferrato, che bisogno hai di saziarti dietro alle altre cose? Corri per vie traverse e morrai molto prima di giungere, attraverso questo cammino ritorto, al vero bene che devi desiderare.

19. Proprio in questo cammino ritorto circolano gli empi, bramando per legge naturale ciò che possa appagare la loro brama ma rigettando scioccamente ciò con cui potrebbero avvicinarsi al termine: al termine, dico, non come consunzione, distruzione, ma come consumazione, compimento. Per cui si affrettano non a coronare l'esistenza con un termine beato, ma a distruggerla con una vana fatica, in quanto, attratti più dall'apparenza delle cose che dal loro autore, bramano piuttosto trascorrere per intero da un oggetto all'altro e far esperienza di ciascuno di essi che non adoperarsi a giungere allo stesso Signore dell'universo.

E vi potrebbero giungere, se un giorno, realizzando il loro desiderio, potessero arrivare al punto che un solo uomo ottenesse tutto, salvo il principio di tutto. Perché in forza della legge regolante la sua brama, in nome della quale per tutte le altre cose egli era solito provar fame di ciò che non aveva a confronto di ciò che aveva e disprezzare ciò che aveva in confronto di ciò che non aveva, allora, dopo aver ottenuto tutto quello che vi è in cielo e sulla terra, l'uomo comincerebbe a disprezzarlo e quindi correrebbe indubbiamente, alla fine, verso il solo oggetto che gli mancherebbe fra tutti, cioè verso Dio. E lì finalmente si acquieterebbe perché come al di qua nessuna quiete potrebbe trattenerlo, così al di là nessuna inquietudine lo può più turbare. Direbbe certamente: È un bene per me esser congiunto a Dio. Direbbe: Che ho nel cielo e che ho voluto sulla terra all'infuori di te? E ancora: Dio del mio cuore, Dio parte di me stesso per l'eternità. Così dunque, come ho detto, ogni uomo desideroso arriverebbe a ciò che è ottimo, se prima potesse ottenere tutto ciò che brama al di qua.

20. Ma poiché ciò è sbarrato e reso impossibile dal fatto che la vita è troppo breve, che la capacità umana è troppo debole e che i concorrenti sono troppo numerosi, quelli che vogliono raggiungere tutto ciò che desiderano dopo aver percorso un lungo cammino sprofondano nel sudore di una vana fatica e non riescono a conseguire il termine di tutte le cose desiderabili. E volesse il cielo che si proponessero di raggiungere tutto in ispirito e non con la materiale esperienza. Così vi riuscirebbero facilmente e non fallirebbero. Poiché lo spirito, tanto più veloce quanto più perspicace della sensibilità carnale, ci è stato concesso per prevenirla riguardo ad ogni cosa, sì che la sensibilità non pensi a raggiungere nulla che lo spirito in anticipo non le abbia additato come utile. Perciò credo che sia stato detto: Tate prova di tutto e conservate solo ciò che è buono', cioè perché lo spirito provveda alla sensibilità e questa non assecondi il proprio desiderio, se non in base al giudizio dello spirito. Altrimenti non salirai sul monte del Signore e non troverai posto nella sua santa residenza m, perché avrai ricevuto invano l'anima tua, cioè un'anima razionale, dato che come le bestie avrai assecondato í sensi, lasciando la tua ragione in ozio, senza capacità di opporre resistenza. Quelli di cui la ragione non guida i passi corrono, ma fuori di strada e perciò, disprezzando il consiglio dell'Apostolo, non corrono per raggiungere lo scopo. E quando in verità dovrebbero raggiungerlo, se non lo vogliono prima di aver ottenuto tutto? È un cammino contorto, un circolo vizioso voler prima porre mano su tutto.

21. Il giusto invece non agisce così. Infatti, ascoltando l'obbrobrio che pesa sui molti che indugiano nel circolo vizioso — perché molti sono quelli che si incamminano sulla via larga, che conduce alla morte — sceglie per sé la via regia q 5, non deviando né a destra né a sinistra . Infine, attesta il Profeta: Il cammino del giusto è esatto, dritta è nel suo percorso la strada del giusto.. Sono costoro che, badando a evitare con una salutare scorciatoia questo malefico e infruttuoso circolo, hanno scelto questa breve prescrizione che abbrevia ogni regola di comportamento: non desiderare tutto ciò che vedi, ma piuttosto vendi ciò che possiedi e. danne il frutto ai poveri . Del tutto beati i poveri, perché a loro tocca il regno dei cieli. 

Certo sono tutti a correre, ma fra quelli che corrono c'è una distinzione. Infine il Signore conosce la via dei giusti, e il cammino degli empi li condurrà alla rovina'. Pertanto è meglio per il giusto il poco al disopra delle grandi ricchezze dei peccatori., perché — come dice il Saggio e come apprende in prova lo stolto — chi ama il danaro, non si sazierà del danaro, ma quelli che hanno fame e sete di giustizia, quelli sì saranno saziati. Ciò dipende dal fatto che la giustizia è il cibo vitale e naturale dello spirito che fa uso della ragione,f mentre il danaro non diminuisce la fame dello spirito, come il vento non può attenuare quella del corpo. E in realtà, se vedessi un uomo affamato con la bocca spalancata al vento e le gote gonfie, spirare l'aria ritenendo di soddisfare così la sua fame, non lo prenderesti per pazzo? Così non è segno di minore follia credere che lo spirito munito di ragione possa esser saziato e non soltanto gonfiato da un qualsiasi oggetto corporeo. E invero che rapporto c'è fra i corpi e lo spirito? Quelli non possono certo ristorarsi con le cose dello spirito, questo non può attingere alimento dagli oggetti corporei. Benedici il Signore, anima mia, perché egli soddisfa nel bene il tuo desiderio a. Soddisfa nel bene, stimola al bene, conserva nel bene; ti previene, ti sostiene, ti colma. Egli ti ispira il desiderio, ed è proprio lui l'oggetto del tuo desiderio.

22. Ho detto poco fa: la causa per cui bisogna amare Dio è Dio stesso. E ho detto la verità, perché egli è la causa efficiente e quella finale. Egli offre l'occasione, egli crea il sentimento, egli appaga il desiderio. Egli ha fatto in modo, o meglio si è fatto, perché lo si amasse; egli ci suscita la speranza di doverlo amare più felicemente, perché l'amore per lui non risulti vano. L'amore che egli ha per noi prepara e ricompensa il nostro. È fin troppo benevolo nel prevenirci, è fin troppo giusto nel farsi ripagare, è fin troppo dolce nel farsi attendere. È assai ricco di beni per tutti quelli che lo invocano b, ma pure non ha da dare nulla di meglio di se stesso. Si è offerto per ottenere in ricompensa il nostro amore; si conserva per essere a sua volta la ricompensa per noi c, si associa alle anime sante per nutrirle, si prodiga alle anime prigioniere del male per redimerle.

Sei buono, o Signore, con l'anima che ti ricerca. Come sarai dunque con quella che ti avrà trovato? Ma in questo c'è da stupirsi che nessuno è capace di cercarti se non ti ha prima trovato. Vuoi insomma essere trovato per essere cercato, vuoi essere cercato per essere trovatoti. Puoi però essere cercato ed essere trovato, ma non puoi mai essere prevenuto. Perché anche se diciamo: Di mattino la mia preghiera ti preverrà e, pure non c'è dubbio che riesce tiepida ogni preghiera che non sia stata preceduta da un'ispirazione. Ma ora è tempo di dire donde incominci il nostro amore, dato che è stato già detto dove si compie.

VIII. 23. L'amore è una delle quattro inclinazioni naturali. Esse sono note: non c'è bisogno di nominarle 1. Sarebbe perciò giusto che ciò che è naturale stesse anzitutto al servizio del Creatore della natura. Per cui il comandamento primo e maggiore è stato espresso in questa forma: Amerai il Signore Dio tuo a, eccetera.

IL PRIMO GRADO DELL'AMORE

Poiché la natura è troppo fragile e debole, è spinta a servire anzitutto a se stessa, sotto l'impulso della necessità . È questo l'amore carnale, col quale l'uomo ama anzitutto se stesso per se stesso. Infatti non ha coscienza se non di se stesso, come è stato scritto: Prima ciò che è animale, poi ciò che è spirituale . Ed è un fatto che non si inserisce in un precetto, ma che si adegua alla legge naturale. Chi in realtà ha mai odiato la propria carne? Ma se quest'amore, come suole accadere, comincia ad essere troppo smodato e a scendere troppo lungo la china; se, non contentandosi più dello spazio prescrittogli dalla necessità, fa le viste di straripare abbondantemente sui campi della voluttà, subito l'eccesso è raffrenato dal comandamento riparatore che dice: Amerai il prossimo tuo come te stesso.

E ciò è detto con piena giustizia, perché chi ha in comune con te la natura e, non può rimanere escluso dal sentimento che essa ispira, da quel sentimento, si badi bene, che è insito nella natura stessa. Che se un uomo sente fastidio non di sovvenire alle necessità del fratello ma di badare ai suoi piaceri, pensi piuttosto a moderare i suoi per , non violare la legge. Indulga a se stesso quanto vuole, purché si ricordi che indulgenza dev’essere esercitata anche verso il prossimo. Ti viene imposto, o uomo, il freno della temperanza', secondo la legge e la disciplina della vita, perché tu non ti incammini appresso alle tue cupidigie fino a perderti, perché non metta i beni della natura a servizio del nemico dell'anima, cioè della libidine. Non è più giusto e più onesto far partecipe di quei beni non il nemico, ma chi ha la natura in comune con te, cioè il prossimo? E se, seguendo il consiglio del Sapiente, ti distacchi dalle voluttà e, secondo la dottrina dell'Apostolo, contentandoti di un vitto e di un vestito modesti' non proverai pena a distrarre per un po' la tua coscienza dai desideri carnali che fanno guerra all'anima tua i penso che non proverai pena neppure a spartire con chi ha la natura in comune con te ciò che sottrai al nemico dell'anima tua. Allora il tuo sentimento sarà equilibrato e giusto, se ciò che è sottratto ai personali piaceri non sarà negato alle necessità del fratello. Così l'amore carnale, essendo esteso alla comunità, si trasforma in sociale.

24. Ma se, mentre metti i tuoi beni in comune col prossimo, ti viene a mancare all'improvviso il necessario, che farai? E che altro devi fare, se non rivolgerti con piena fiducia a colui che dà a tutti in abbondanza e non lo rinfaccia mai a nessuno in, che apre la sua mano e riempie di ogni benedizione ogni essere animato? n. Certamente non c'è da dubitare che ti assista volentieri nelle necessità, chi ai più non vien meno neppure per il superfluo. Perciò dice: Per prima cosa cercate il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in più o. Promette di dare per sua libera scelta il necessario a chi sa inibirsi il superfluo e ama il prossimo. Cercare il regno di Dio e invocarlo contro la tirannia del peccato è lo stesso che assuefarti al giogo del pudore e della sobrietà anziché lasciar regnare il peccato nel tuo corpo mortale P. Ed è quindi atto di giustizia non tralasciar di dividere i doni di natura con chi ha la natura in comune con te.

25. Che però amare il prossimo s'innalzi al valore di perfetta giustizia q, è uno stato che comporta come condizione indispensabile la presenza di Dio. E in realtà come si potrebbe amare puramente il prossimo, se non lo si amasse in Dio? Ma non lo si può amare in Dio, se non si ama Dio. Occorre quindi che prima sia amato Dio r, perché si possa amare in Dio anche il prossimo.

Perciò Dio, che ha ,creato tutti gli altri beni, crea anche l'amore per lui. Agisce così: avendo creato la natura, se ne assuitie anche la protezione. Perché essa è stata creata in maniera di aver sempre bisogno, come protettore, di colui che è stato il suo Creatore, sì che, come non avrebbe potuto essere senza la sua volontà, così non riuscirebbe a sussistere senza il suo aiuto. E perché la creatura nei propri riguardi non ignori questo e non si arroghi, che Dio non voglia, i benefici del Creatore, lo stesso Creatore, con un intento profondo e salutare, vuole che l'uomo sia messo alla prova dalle tribolazioni, sì che, quando l'uomo si abbatterà e Dio gli sarà venuto in soccorso, l'uomo, vedendo che è stato Dio a liberarlo dai guai, lo onori nelle dovute forme. Questo infatti egli dice: Invocami nel giorno della tribolazione: io te ne libererò e tu mi glonficherai. Così accade che l'uomo animale e carnale , che non sapeva amare nessuno all'infuori di se stesso, cominci ad amare Dio sia pure in considerazione di sé, perché si accorge che in lui, come l'esperienza gli ha mostrato spesso, egli può tutto quello che gli giova potere, e senza di lui non può nulla. 

 

IL SECONDO GRADO DELL'AMORE,

IX. 26. L'uomo perciò arriva già ad amare Dio, ma ancora per sé, non ancora per lui. Ma v'è già una certa assennatezza nel saper distinguere quello che puoi fare da te da quello che puoi fare solo con l'aiuto di Dio, e che cosa significhi conservarsi ostile a colui che nel tuo interesse ti conserva immune dai guai. Ma se sopravviene spesso la tribolazione, che ti costringe a rivolgerti spesso a Dio, e per conseguenza giunge altrettanto spesso da Dio la libe-razione,_allora, anche se è stato di ferro l'animo e di pietra il cuore dell'uomo a tante volte liberato, non ne viene di necessità che essi si addolciscano di fronte alla grazia del liberatore, fino al punto che l'uomo ama Dio non più solo per sé, ma anche per lui?

IL TERZO GRADO DELL'AMORE,

Perciò, nell'occasione suscitata dalle frequenti necessità, sorge l'altra necessità che Dio sia accostato dall'uomo con frequenti e sollecite invocazioni, e a furia di essere accostato gli riveli il piacere della sua presenza b e con essa gli faccia sentire quanto egli sia dolce. Ne consegue che ad amare puramente il Signore ci stimoli più la sua provata dolcezza di quanto non ci solleciti la nostra necessità, sì che finiamo per attenerci all'esempio dei samaritani, i quali, alla donna che annunziava la presenza del Signore, risposero: Lo crediamo non per quello che ci hai detto tu, ma perché lo abbiamo ascoltato noi stessi e ora sappiamo che egli è veramente il Salvatore del mondo; così anche noi, seguendo il loro esempio, finiamo per rivolgerci alla nostra carne dicendo: « Non amiamo più Dio per le tue necessità, ma perché abbiamo provato e sappiamo quanto sia dolce il Signore» La necessità è infatti una specie di favella della carne, sì che essa, quando ha provato con l'esperienza i benefici ricevuti, li proclama col suo comportamento.

A colui che avrà raggiunto questo grado d'amore non sarà difficile osservare il comandamento relativo all'amore del prossimo e. Essendo arrivato ad amare Dio secondo verità, ama anche ciò che appartiene a Dio. Ama in maniera casta, e perciò non gli pesa obbedire a un casto comandamento, rendendo più casto il suo cuore, come è stato scritto, nell'obbedire alla carità. Ama secondo giustizia e perciò accoglie volentieri un comandamento giusto. Quest'amore è ben gradito perché è gratuito. È casto, perché non è profuso in vane parole, ma in opere di verità g. È giusto, perché così come lo si riceve, tale lo si rende. Chi ama così, non ama diversamente da come è stato amato, ricercando anche lui a sua volta non il proprio interesse, ma quello di Gesù Cristo h, come egli non ha ricercato il suo interesse, ma il nostro, o meglio noi. Ama così colui che dice: Confidate nel Signore perché egli è buono. Chi confida nel Signore non perché è buono con lui, ma perché è assolutamente buono, è colui che ama veramente Dio in nome di Dio e non in vista di se stesso. Non ama così quello di cui si dice: Confiderà in te quando gli avrai fatto del bene. Questo dunque è il terzo grado d'amore, con cui finalmente Dio è amato per se stesso.

IL QUARTO GRADO DELL'AMORE

X. 27. Beato chi ha meritato di giungere al quarto grado, al punto cioè in cui l'uomo non ama più se stesso se non per Dio. La tua giustizia, o Dio, è come le montagne di Dio a. Quest'amore è un monte, un eccelso monte di Dio. È in verità un monte grasso, un monte fertile. Chi salirà sul monte del Signore? Chi mi darà le penne come se fossi una colomba, sì che io possa volare e posare? b. E stabilito in pace questo luogo, questa dimora si trova in Sion e. Ahimè, la mia residenza in paese straniero si prolunga!. La carne e il sangue e, il vaso di fango, la dimora terrena quando potranno albergare questo slancio? Quando si potrà fare esperienza di quest'impulso in base al quale lo spirito, inebriato di amore per Dio, dimentico di sé, diventi per se stesso come un vaso gettato nei rifiuti g, si slanci tutto verso Dio e unendosi con Dio diventi un solo spiAio con lui h dica: Là mid carne, il mio cuore sono svaniti; Dio è per l'eternità parte del mio cuore, Dio è parte di me stesso'? Non esiterò a proclamare beato e santo colui al quale sarà concessa una simile esperienza in questa vita mortale magari di rado, o anche una volta sola, e questa stessa fugacemente, per la durata di un solo istante. Perché perdere in certo modo te stesso, come se non esistessi, e non avere più affatto la sensazione di te stesso e svuotarti di te e quasi annullarti è già un risiedere nel cielo, non è più seguire un sentimento umano. E se per caso a qualcuno dei mortali è concessa quest'elevazione, magari fugacemente come ho detto, e per un istante, subito gli muove invidia il secolo malvagio, lo turba la malizia del giorno, gli pesa, il corpo destinato alla morte, lo stimolano le necessità della carne, la corruzione della sua persona con la sua carenza non lo sorregge e, ciò che è più vivamente decisivo di tutto il resto, la carità fraterna lo richiama. È costretto a tornare in sé, a ricadere entro i suoi limiti; a esclamare dolorosamente: O Signore, soffro violenza; rispondi tu per me, e ancora: Sono un uomo infelice, chi mi libererà da questo corpo che ha in sé la morte?

28. Poiché però la Scrittura dice che Dio ha fatto tutto per sé , ci sarà certamente un momento in cui la creatura si conformerà e si accorderà col suo Creatore. Occorre pertanto che una volta tanto noi entriamo in questo stesso sentimento, cioè che, come Dio ha voluto che tutto fosse per lui, così anche noi vogliamo che né noi stessi né alcun'altra cosa sia stata o sia se non per lui, solo 'cioè per la sua volontà e non per il nostro piacere. Ci farà godere quindi non che le nostre necessità siano state acquietate, che ci sia toccata in sorte la felicità, ma la constatazione che la sua volontà è stata adempiuta in noi e da parte nostra, ciò che ogni giorno chiediamo nella preghiera, quando diciamo: Sia fatta la tua volontà, come in cielo, così in terra .

O amore santo e casto! O sentimento dolce e soave! O volontà schietta e purificata, tanto più schietta e purificata in quanto non vi rimane commisto nulla che sia personale, e tanto più dolce e soave, in quanto tutto ciò che si avverte è di origine divina! Venir disposti in questo stato è essere deificati. Come una piccola goccia d'acqua entro una grande quantità di vino sembra perdere per intero la propria natura, fino al punto di assumere il sapore e il colore del vino, come un ferro messo al fuoco e reso incandescente si spoglia della sua forma originaria per divenire del tutto simile al fuoco, come l'aria percorsa dalla luce del sole assume il fulgore della luce, sì che non sembra solo illuminata ma sembra la luce stessa, così nei santi sarà necessario che ogni sentimento umano in una certa ineffabile maniera si dissolva e trapassi a fondo nella volontà di Dio. Altrimenti Dio come potrà essere tutto in tutto , se rimarrà nell'uomo qualcosa dell'uomo? Rimarrà certo la sostanza dell'uomo, ma in un'altra forma, gloria e potenza. 

Dal Trattato De diligendo Deo

venerdì 16 ottobre 2026

Salmo 18

La bellezza e l’ordine degli astri rivelano la grandezza del Creatore. Il sole, poi, rappresenta bene le prerogative del giusto che vive in conformità alla Legge, che è la seconda grande manifestazione di sé donata da Dio agli uomini. «Se, affascinati dalla bellezza [degli astri], li hanno presi per dèi, pensino quanto è superiore il loro sovrano, perché li ha creati colui che è principio e autore della bellezza. Difatti dalla grandezza e bellezza delle creature per analogia si contempla il loro autore» (Sap 13,3-5). 

2I cieli narrano la gloria di Dio, l’opera delle sue mani annuncia il firmamento.

«Bellezza del cielo è la gloria degli astri. Stanno agli ordini di Colui che è Santo» (Sir 43,9-10). «Le stelle hanno brillato nei loro posti di guardia e hanno gioito; egli le ha chiamate ed hanno risposto: Eccoci!, e hanno brillato di gioia per colui che le ha create» (Bar 3,34-35). I fedeli mostrano la luminosità del vangelo nella loro esistenza: «… figli di Dio innocenti in mezzo a una generazione malvagia. In mezzo a loro voi risplendete come astri nel mondo (Fil 2,15). 

3Il giorno al giorno ne affida il racconto e la notte alla notte ne trasmette notizia. 4Senza linguaggio, senza parole, senza che si oda la loro voce, 5per tutta la terra si diffonde il loro annuncio e ai confini del mondo il loro messaggio. 

«Cristo, infondendo la sua luce nel cuore degli apostoli, incise in esso parole celesti e purissime. Gli apostoli, a loro volta, hanno illuminato i cuori dei fedeli con un insegnamento radioso» (BW 100). «Senza pronunciare parole o discorsi, ma manifestando soltanto il loro ordine regolare, [gli astri] invitano terra e mare a celebrare Dio» (Td 993). Si può annunciare con forza, pur rimanendo in silenzio, mediante la voce potente della carità. Per tutta la terra si diffonde il loro annuncio: l’annuncio diffuso dagli astri, prefigura quello compiuto dagli apostoli (Cf Rm 10,18). 

Là pose una tenda per il sole 6che esce come sposo dalla stanza nuziale: esulta come un prode che percorre la via. 7Sorge da un estremo del cielo e la sua orbita raggiunge l’altro estremo: nulla si sottrae al suo calore. 

Il buio della notte è una tenda nella quale il sole si corica e dalla quale esce rinfrancato, ogni mattina. «[Il sole] imitando la bellezza d'uno sposo o di un prode, incede con energia e forza. Si leva ad oriente e, nello spazio di una giornata, dopo aver percorso la volta celeste, raggiunge l'occidente, vivificando ogni essere con il suo calore» (Td 994). «Il sole, quando appare nel suo sorgere, proclama: “Che meraviglia è l’opera dell’Altissimo!”» (Sir 43,2). Presenta, così, le stesse caratteristiche del giusto: «Il sole è costituito maestro di lode divina, in quanto osserva inviolata la legge del Sovrano. Non osa percorrere via diversa da quella che è stata stabilita per lui» (Es23,192). Il sole rappresenta Cristo (Cf Mt 17,2; Ap 1,16) (Cf Ag36,155; Cs 139; BW 100). 

8La legge del Signore è perfetta, rinfranca l’anima; la testimonianza del Signore è stabile, rende saggio il semplice. 9I precetti del Signore sono retti, fanno gioire il cuore; il comando del Signore è limpido, illumina gli occhi. 10Il timore del Signore è puro, rimane per sempre; i giudizi del Signore sono fedeli, sono tutti giusti, 11più preziosi dell’oro, di molto oro fino, più dolci del miele e di un favo stillante. 

«Le opere tutte della creazione bastano a rivelare Dio agli uomini. Tuttavia, oltre ad esse, Egli ha aggiunto il dono della Legge, la quale guida gli uomini che errano» (Td 996). Ora Cristo stesso «è la Legge del Signore, perché è venuto ad adempiere la Legge; è Legge immacolata poiché non ha commesso peccato. Non schiaccia gli uomini sotto il giogo della servitù, ma li converte in libertà all'imitazione di se stesso» (Ag36,155).

12Anche il tuo servo ne è illuminato, per chi li osserva è grande il profitto. 

«La Sapienza è apparsa sulla terra e ha vissuto fra gli uomini. Essa è il libro dei decreti di Dio; Ritorna, Giacobbe, e accoglila, cammina allo splendore della sua luce. Beati siamo noi, o Israele, perché ciò che piace a Dio è da noi conosciuto» (Bar 4,1-4).

13Le inavvertenze, chi le discerne? Assolvimi dai peccati nascosti. 

«Anche se non sono consapevole di alcuna colpa, non per questo sono giustificato. Il mio giudice è il Signore!» ( I Cor 4,3-4). «Non siamo in grado di portare adeguatamente alla coscienza la condizione del nostro essere. Noi non siamo trasparenti nemmeno a noi stessi. Lasciato solo con me, io non so chi sono» (RS 136-137). 

14Anche dall’orgoglio salva il tuo servo perché su di me non abbia potere; allora sarò irreprensibile, sarò puro da grave peccato. 

L’orgoglio corrisponde alla presunzione di sé che respinge Dio dalla propria vita. Costituito ad immagine di Dio, l’uomo è come uno specchio nel quale riflette Dio. Solo con se stesso, lo specchio non riflette nulla. Se, invece l’uomo si colloca davanti a Dio, realizza un vero dialogo e, in questo frangente, viene purificato dal Signore, con il quale sta parlando (RS 137).

15Ti siano gradite le parole della mia bocca, davanti a te i pensieri del mio cuore, Signore, mia roccia e mio redentore. 

L’offerta doveva essere gradita, senza difetto: «Non offrirete nulla con qualche difetto, perché non sarebbe gradito» (Lv 22,20). «Sono intenzionato ad osservare i tuoi comandamenti con grande slancio, ma finisco col trasgredirli a causa della mia debolezza. Se non faccio nulla di male con le opere, sono contaminato dai miei pensieri. Rivolgo a te, allora, la mia supplica perché Tu solo, Signore, puoi purifi.carmi» (Td 997).


giovedì 8 ottobre 2026


 

sabato 3 ottobre 2026

DETTI DI GESÙ 5



REGOLE DEL DISCEPOLO 2

 lui sa di quali cose avete bisogno (mt 6,7-8)

La preghiera può liberare l'uomo dalla tirannia dell'io, se si abbandona fiduciosamente alla, volontà di Dio. La preghiera, può però anche far sprofondare e giungere in uno spazio in cui l'essere umano cerca di appropriarsi di Dio, per asservirlo ai propri obiettivi e ai propri piani. Il messaggio presente nel profondo di queste preghiere è: "O Dio, fa' che la tua volontà si pieghi alla mia". 

L'uomo vuole auto-determinare la propria vita e quindi indurre anche Dio a fare ciò che lui ritiene opportuno.

In molte religioni esistevano preghiere nelle quali cí si serviva della magia, si usavano nomi segreti di divinità o formule esoteriche per costringere la divinità a mettersi in ascolto. Per questo si vivevano preghiere lunghe e penetranti, ripetute all'infinito.

Del resto, le preghiere magiche si basavano sull'idea che si dovesse parlare la stessa lingua delle divinità'. Per questo motivo, nell'Antichità c'erano gruppi che, per pregare, usavano parole inventate ad arte, che potessero davvero raggiungere Dio. Negli spazi antistanti gli antichi templi, si potevano sentire continui richiami alla preghiera, perché anche le preghiere private venivano recitate ad alta voce.

Gesù non sbeffeggia questo tipo di preghiera, ma se ne serve per mostrare ai suoi ascoltatori che un simile modo di pregare è sbagliato e che questo tipo di preghiera si basa su una falsa immagine di Dio e dice:

«Pregando, non sprecate parole come i pagani: essi credono dí venire ascoltati a forza di parole. Non siate dunque come loro, perché il Padre vostro sa di quali cose avete bisogno prima ancora che glielo chiediate» (Mt 6,7-8).

Subito dopo queste parole, Matteo colloca il Padre nostro. Gesù inizia con l'appellativo abbà (= papà); con questo intimo abbà i bambini si rivolgevano al proprio padre in Israele. Probabilmente non è un caso che nel nostro lóghion si parli semplicemente di «Padre», utilizzando lo stesso termine con cui inizia il Padre nostro.

E questo appellativo confidenziale e fiducioso di Dio si confà alla perfezione a ciò che dice ai suoi ascoltatori in merito alla preghiera: "Non dovete cercare di piegare Dio ai vostri desideri. Sarebbe una violazione diretta del secondo comandamento. Nelle vostre preghiere non dovreste nemmeno usare parole su parole, cioè voler informare Dio su ciò di cui avete bisogno. Dio lo sa già da tempo. Potete semplicemente dirgli le vostre preoccupazioni, con piena fiducia e senza troppi giri di parole, proprio come fate con il vostro padre biologico".

Da dove viene a Gesù la certezza che Dio ascolta le preghiere dei suoi fedeli? Ma non solo: la sicurezza che Dio sappia già da tempo di cosa hanno bisogno e che non devono stare a parlare a lungo con Lui? Naturalmente la trae dalla sua inconcepibile prossitnità a Dio. Ma questa sarebbe la risposta definitiva che viene dal profondo della nostra fede in Gesù Cristo. La penultima risposta è semplicemente che lo sapeva a partire dalla sacra Scrittura. Quando recitava i salmi, pregava con il Salmo 66,16-17: «Venite, ascoltate voi tutti che temete Dio, e narrerò quanto per me ha fatto. A lui gridai con la mia bocca, lo esaltai con la mia lingua».

L'orante che prega in questo salmo e che era stato ín grande bisogno, aveva rivolto la propria supplica a Dio, con la profonda certezza che questi l'avrebbe esaudito. In profondità: il ringraziamento dovuto perché le preghiere sono esaudite era già «sulla punta della lingua» mentre si pregava. E così che richiesta e ringraziamento sí fondono quasi in un'unica preghiera. Ancora più chiaro e Is 65,24, che illustra la venuta del tempo salvifico ín cui il lupo e l'agnello pascoleranno insieme. Tutti i rapporti nel mondo allora saranno sanati e anche il rapporto tra l'umanità e Dio sarà rinnovato: «Prima che mi invochino, io risponderò; mentre ancora stanno parlando, io già li avrò ascoltati».

Gesù vive di questa fiducia (cf. Mc 11,24) e vuole insegnarla anche al popolo d'Israele. Gli israeliti possono chiedere a Dio la venuta della sua signoria con tutta la felicità e la pace che le appartengono, e lo possono fare senza lunghi discorsi.

Evidentemente, qui bisogna fare qualche precisazione. Esiste la preghiera di supplica breve e sincera, detta dal profondo del cuore, l'unica di cui parla Gesù in Mt 6,7-8. Ma esiste anche una preghiera più lunga e diversa, nella quale l'orante osserva la storia di Dio con il suo popolo ― e si, pren de il tempo necessario. Oppure si serve di parole impresse per fare spazio in se e porsi di fronte a Dio nel suo intimo più profondo. Ci sono persino preghiere lunghe senza parole, che non sono altro che un tranquillo sostare alla presenza di Dio. Verosimilmente anche Gesù ha spesso pregato in quest'ultima maniera, ritirato in solitudine (Mc 1,35, 6,46), a volte per tutta la notte (lc 6,12). 


una pietra al posto del pane? (mt 7,9-11)

«Chi di voi, al figlio che gli chiede un pane, darà una pietra? E se [il figlio] gli chiede un pesce gli darà una serpe? Se voi, dunque, che siete cattivi, sapete dare [solo] cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro che è nei cieli darà cose buone a quelli che gliele chiedono».

Come spesso accade, Gesù parla per immagini, di grande effetto, che ci trasportano direttamente nel suo ambiente. Si tratta del pane, all'epoca l'alimento principale della popolazione più povera. Ogni giorno la quantità necessaria di grano o orzo veniva macinata tra due pietre e cotta in focacce. E si tratta del pesce, l'alimento economico proveniente dal pescoso lago di Gennesaret. 

Usando questa doppia immagine, Gesù stava forse pensando alle famiglie più indigenti? Si tratta dei genitori, che mai darebbero ai figli affamati una pietra al posto del pane o una serpe al posto di un pesce. Prima viene la pietra che non si può mangiare, poi una serpe domestica che non si è soliti mangiare.

Con la doppia immagine, però, la sofisticata retorica di Gesù ha solo gettato le basi del messaggio verso il quale tende tutto il discorso. Segue una conclusione a minori ad maius (dal minore al maggiore): "Se voi dunque sapete dare solo cose buone ai vostri figli, quanto più farà il Padre vostro che è nei cieli con i suoi figli!".

La domanda fondamentale che ogni interprete deve porsi su questa piccola catechesi di Gesù sulla preghiera è: ci troviamo quí nell'ambito della «sapienza» d'Israle? E Gesù sta qui parlando come maestro di sapienza? Come Gesù, anche la letteratura sapienziale amava lavorare con i "proverbi". Con essi i figli di genitori più agiati si esercitavano a leggere e scrivere ― e li imparavano a memoria. Questi proverbi erano senza tempo e riflettevano l'esperienza di intere generazioni. Aiutavano ad affrontare la vita, erano un aiuto per la vita ed espressione di saggezza, proprio come molti proverbi del nostro tempo.

Gli studiosi biblici sostengono spesso che alcune parole di Gesù sono sapienziali. Se si riferiscono esclusivamente alla "forma" dei proverbi, in molti casi è vero. Eppure questo dice troppo poco, e potrebbe addirittura essere fuorviante. Da tempo abbiamo capito che Gesù sa giocare con le figure e i generi letterari. Per esempio, usa la forma della proposizione giuridica, ma non per creare un diritto o definire una norma con maggior precisione, bensì per provocare e scuotere le persone.

Se Gesù utilizza forme del linguaggio sapienziale, non significa ancora che stia inculcando o forse anche riformulando regole religiose di saggezza in vista di un'educazione sapienziale. Tutto il suo annuncio parla di una situazione storica nuova senza precedenti, nella quale si trova ora Israele. È una situazione escatologica, nella quale le promesse si compiono e l'Israele escatologico viene radunato. Anche se Gesù si serve di figure sapienziali, il loro Sitz im Leben e il loro vertice di senso è questa situazione escatologica essenziale e penetrante. Per questo dobbiamo chiederci cosa significhino le parole di Gesù sul pregare con fiducia alla luce di questo retroterra.

Esse valgono innanzitutto per i discepoli di Gesù, che hanno lasciato tutto e hanno riorganizzato completamente la propria vita. Nella spirale ín cui sono entrati non devono avere timore. Riceveranno tutto ciò di cui hanno bisogno dal "Padre" che Gesù presenta davanti ai loro occhi. Possono chiederglielo come fanno i bambini.

Le parole di Gesù sul pregare con fiducia, però, vanno anche oltre la cerchia dei discepoli e valgono per tutte le persone in Israele che ripongono la loro fiducia in Gesù e vanno in soccorso di lui e dei suoi discepoli, secondo le loro possibilità. Anche loro vengono ora a trovarsi in situazioni del tutto nuove. Saranno derisi, insultati, calunniati e disprezzati (Lc 6,22). Quando ciò accadrà, potranno essere certi che il loro Padre nei cieli darà loro solo «cose buone», nonostante tutte le sofferenze.

È davvero così: alla fine, il nostro testo parla quasi laconicamente soltanto del «bene» che Dio dona. Si tratta del bene nel senso più generale del termine? Questo termine deve forse essere tenuto aperto così che includa tutto ciò che l'uomo desidera, dalla salute a una vita di pace e benessere? No, può riferirsi soltanto ai doni del tempo della salvezza, cioè a tutto ciò che la signoria dí Dío comprende. 

Oltre a sostituire «pane e pietra» con «uovo e scorpione», l'evangelista Luca mette lo «Spirito Santo» al posto delle «cose buone» e scrive:

« Se voi, dunque, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro del cielo darà lo Spirito Santo a quelli che glielo chiedono» (Lc 11,13).

Questo cambiamento redazionale non è semplicemente dovuto ― come spesso si legge nei commentari ― all'attenzione che Luca pone sull'opera dello Spirito Santo. Piuttosto, Luca vuole chiarire ai suoi lettori che i doni di cui parla Gesù nel nostro lóghion sono i doni escatologici di Dio, la cui essenza è lo stesso Spirito Santo (Is 32,15; 44,3; Ez 36,27; G13,1). E qui Luca aveva assolutamente ragione. Questa breve catechesi sulla preghiera riguarda il giusto modo di pregare all'interno della nuova situazione escatologica che sta ora iniziando.

E questo vale anche per tutti gli altri lóghia e le altre parabole che Gesù usa per parlare della preghiera. Sorprende notare quante volte Gesù deve aver parlato della preghiera di supplica (basti vedere Mc 11,22-25; Mt 15; 7,7-11; Lc 11,5-8; 18,1-8). Questa forte enfasi sulla preghiera piena di fiducia e per lui saldamente e inseparabilmente legata all'avvento della signoria di Dio. La supplica fiduciosa che Gesù chiede ai suoi discepoli e a tutto Israele corrisponde esattamente all'atteggiamento che l'uomo dovreb be adottare in vista dell'avvicinarsi della signoria di Dio. La signoria di Dio deve si farne un "violento" (cf. sopra, cap. 10), ma soprattutto, e ancora di più, egli può lasciarsi donare da essa come un bambino (cf sotto, cap. 46). Perché è una grazia inaspettata, sorprendente, immeritata. Preghiera di supplica e regno di Dio sono quindi inestricabilmente uniti in Gesù.


non giudicate! (mt 7,1)

Questo detto di Gesù, senza dubbio autentico, è costruito secondo la ben nota "legge del taglione" risalente all'Antico Testamento (ciò che fai a un altro sarà fatto a te). La forma passiva del secondo stico e un cosiddetto passivum divinum. Questo significa che il soggetto sottinteso è "Dio" ma, per rispetto verso il suo nome, non viene menzionato in maniera esplicita. 

«Non giudicate, per non essere giudicati». Quindi Mt 7,1 dice: «Non giudicate per non essere giudicati da Dio!».

Certo, questo non vuol dire che, nell'ultimo giorno, se qualcuno non si e mai eretto a giudice sugli altri non ci sarà per lui alcun giudizio. Tutti dovranno passare attraverso il giudizio di Dio. Il significato e piuttosto: "Non giudicate gli altri per non essere giudicati daDio nello stesso modo, per evitare che vi tratti come voi trattate gli altri". Il concetto diventa ancora più chiaro se si tiene presente una parola di Gesù che Luca ha collegato direttamente al «non giudicate». Subito prima, in Lc 6,36, si legge: «Siate misericordiosi, come [Dio] il Padre vostro è misericordioso!». 

Nessuno si può sottrarre al giudizio di Dio. Alla nostra morte, l'intera storia della nostra vita con tutte le sue sfaccettature sarà esposta alla luce infinitamente chiara e illuminante di Dio. Ma anche in questo tribunale, dove tutto passa in rassegna, Dio rimane un Dio misericordioso, perché così sí è rivelato definitivamente in Gesù. Per questo motivo tutti coloro che si riconoscono in Gesù devono essere misericordiosi verso i loro fratelli e le loro sorelle. Se invece mancano delíberatamente di comprensione e di misericordia nel loro giudizio sugli altri, dovranno tremare davanti al giudizio di Dio (cf Mt 12,36-37). Tutto questo si cela dietro le parole estremamente stringate e quasi categoriche: «Non giudicate, per non essere giudicati!». Ma restano aperte molte domande.

1. Forse che Gesù, con queste parole, intende vietare qualsiasi funzione giudiziaria ufficiale all'interno della società? Assolutamente no! Qui vale quanto detto per la rinuncia alla violenza: senza un sistema giudiziario statale che preveda leggi, tribunali, giudici e organi esecutivi, non potrebbe esistere uno Stato di diritto. La parola dí Gesù riguarda coloro che hanno deciso di vivere alla luce dell'imminente signoria di Dio.

2. Con il suo detto, Gesù proibisce forse anche qualsiasi giudizio ufficiale all'interno del popolo di Dio? Non può nemmeno aver inteso questo. Perché in tal caso sarebbe impossibile, per esempio, formulare all'interno della chiesa giudizi pubblici giusti su comportamenti gravi e persistenti. Mt 18,17 (esclusione dalla chiesa), At 5,1-11 (Saffira e Anania) e 1 Cor 5,1-5 (casi di incesto nella comunità di Corinto) danno per scontate queste condanne pubbliche.

3. «Non giudicate» significa forse che l'individuo non deve assolutamente permettersi di esprimere un giudizio sul comportamento degli altri? Gesù non può aver inteso nemmeno questo. Chiunque viva in modo responsabile deve esprimere giudizi sugli altri. I genitori devono giudicare i comportamenti dei loro figli da un punto di vista morale, gli insegnanti devono giudicare il comportamento dei loro alunni, i politici devono giudicare le più svariate situazioni sulle quali è richiesto un loro parere. Ma "giudicare" è uguale a "condannare"? Certamente no. Eppure, purtroppo, ínsegnantí, giornalisti, politici e professionisti che operano in diversi ambiti devono non solo giudicare, ma in alcuni casi anche condannare pubblicarnente. Proprio qui occorre fare una distinzione importante: può succedere di dover condannare il comportamento di una persona, non solo in privato ma anche sulla pubblica piazza. Questo non significa che dobbiamo condannare anche come persona. Perché è proprio in questo modo che avrebbe inizio quella prassi di annientamento oggi tanto diffusa sui social media (e non solo).

4. Gesù stesso non ha forse condannato altre persone? Basti pensare anche solo alle parole estremamente taglienti pronunciate nei confronti deí farisei e dei maestri della legge, oppure al suo duro giudizio sulle città di Corazin, Betsaida e Cafarnao. Per rispondere, si dovrebbe ora dire proprio ciò che piu volte è già risuonato in questo libro, ma che non e ancora stato veramente messo a tema: la pretesa signoria di Gesù o, piu precisamente, l'osservazione che Gesù parla e agisce come se lui stesso fosse al posto di Dio. Ma di questo si parlerà nel dettaglio nella quinta parte. Qui basti dire noi non siamo affatto Gesù.

In questo contesto, inoltre, c'è un altro lato decisamente diverso di Gesù, di cui dobbiamo prendere atto e che ha un peso di gran lunga maggiore rispetto a tutti i suoi giudizi taglienti. Nel racconto di Gv 8,1-11, Gesù dice notoriamente all'adultera: «Neanchio ti condanno». E non si tratta di un equivoco; non e un detto chiuso in se stesso. Corrisponde piuttosto al comportamento più volte attestato in Gesù nei confronti di esattori delle tasse, prostitute e peccatori. Tuttavia, proprio questo "non condannare" mostra ancora una volta da una prospettiva diversa quanto Gesù sia consapevole della sua signoria. Anche qui Gesù si comporta come colui che è pura immagine di Dio ― persino nella sua compassione.

Vuole farci riflettere, sollecitarci, incoraggiarci ad assumere il comportamento corretto, senza però costruire un sistema teologico-morale.

Questo nulla cambia dell'estrema attualità del suo comando di non giudicare. Con i mezzi di comunicazione moderni, la nostra società sta attualmente scivolando in una situazione ín cui chiunque può ferire, calunniare, giustiziare verbalmente e distruggere gli altri con un effetto dirompente come mai prima d'ora. Attraverso la tecnologia moderna e i social media, l'odio reciproco e la diffamazione spietata stanno acquisendo un'irruenza prima semplicemente inimmaginabile. Anche qui (e non solo nel popolo di Dio), il rigoroso divieto di giudicare pronunciato da Gesù potrebbe avere l'effetto non solo di una scossa, ma soprattutto di salvezza. 


la pagliuzza e la trave (mt 7,3)

Perché guardi la pagliuzza che è nell'occhio del tuo fratello, e non ti accorgi della trave che è nel tuo occhio? (Mt 7,3).

Come abbiamo già potuto constatare, si tratta dí un parallelismo antitetico, cioè di una figura retorica particolarmente frequente in Gesù, in quanto consente di fare affermazioni dirompenti. Nel nostro caso questo effetto è ulteriormente intensificato dall'uso del "tu" e, soprattutto, dalla scelta delle immagini: già è difficile tollerare un minuscolo pelucco nell'occhio; con la trave diventa tutto surreale.

Poiché però si parla di sguardo nell'occhio del fratello nella fede, ci spaventiamo e sappiamo di cosa si tratta: le persone del popolo di Dio sono a noi più vicine di altre. E sono proprio le stupidità e gli errori di chi ci è vicino nella fede che vediamo in maniera troppo nitida, per i quali ci formalizziamo, che ci irritano o ci fanno arrabbiare i nostri errori invece tendiamo a sminuirli, anche se spesso assumono dimensioni completamente diverse. Il più delle volte, come dice il nostro lóghion, non ce ne accorgiamo nemmeno.

Prima di Gesù l'immagine estrema della «trave nell'occhio» non è attestata da alcuna parte. Deve essere un'invenzione di Gesù. Forse il retroterra è quello del falegname Gesù con la sua esperienza di vita? Le travi sono utilizzate per costruire, e tra la punta di un dito e l'unghia ci si trova ben presto conficcata una scheggia. D'altro canto, non dobbiamo proprio stupirci del fatto che le folle stessero ore e ore ad ascoltare Gesù.

Alcuni interpreti si meravigliano perché, in questo e in altri detti di Gesù, non compare la benché minima traccia dell'annuncio del regno di Dio. Nella maggior parte dei casi i lóghi a corrispondenti vengono dichiarati «sapienziali» e quindi privati della loro urgenza escatologica. La questione e tanto importante che vale la pena affrontarla ancora una volta in questa sede.

Per primo cosa, è evidente che l'avvento che il tema della Signoria di Dio è il tema fondamentale della predicazione di Gesù. Ma se il regno di Dio è la tematica effettiva, ciò non vuol dire che debba comparire come parola chiave in ogni lóghion. É sufficiente che la tematica di un lóghion possa essere collocata nell'annuncio escatologico e soprattutto nell'attività pratica di Gesù.

Ed e proprio questo il caso: Gesù non si e limitato a proclamare la signoria dí Dio affinché molti individui cercassero di vivere nella sua luce. Sarebbe un grave fraintendimento della sua opera. Già nell'Antico Testamento non è mai in gioco solo il singolo individuo. Dio vuole crearsi un popolo nel mondo. Gesù ha portato avanti con la massima naturalezza questo tema biblico d'importanza fondamentale, radunando i discepoli intorno a se per vivere con loro la novità della signoria di Dio. La sua cerchia di discepoli doveva propagare la propria luce in tutto Israele. Senza questo spirito comunitario non si comprenderebbe l'annuncio di Gesù sulla signoria di Dio, e naturalmente nemmeno il suo detto: «Chi non raccoglie con me disperde» (Lc 11 ,23 ). 

La nuova convivenza donata dalla signoria di Dio comporta ora la necessità di unire la propria vita a quella degli altri, in maniera assolutamente nuova, tanto da sconvolgere la vita precedente. Questo non significa so lo aiutarsi l'un l'altro nel comune lavoro apostolico, ma anche sostenersi e orientarsi vicendevolmente verso il comune obiettivo. In altre parole: richiede la correzione reciproca. Non è un caso che la correzione fraterna avrà in séguito un ruolo così rilevante nelle lettere del Nuovo Testamento.

Il "correggersi l'un l'altro" pero e un'attività pericolosa. Se viene praticata senza rendersi conto delle proprie mancanze, anzi senza rendersi conto della propria colpa già perdonata da Dio, e quindi senza umiltà, la correzione diventa deleteria e offre nutrimento ideale all'ipocrisia e all'avidità di dominio. Il drastico e quasi minaccioso ammonimento di Gesù sulla trave nel proprio occhio è quindi direttamente collegato al nuovo stare insieme nella sua cerchia di discepoli, alla fraternità in Israele e in generale all'avvento della signoria di. Dio. Alla luce di ciò che Dio si appresta a fare nella sua gratuita benevolenza, non possiamo più giudicare né sentenziare sugli altri con superbia. Certo, la correzione fraterna è urgente e necessaria, ma chi la pratica deve essere consapevole della trave nel proprio occhio e deve essere disposto a farsela togliere.

Basti leggere Rm 15,14; Ga16,1; 1 Ts 5,14; 2 Ts 3,13-15; 1 Tm 5,19-21; 2 Tm 4,2; Tt 1,13; 2,15. A questa serie appartengono anche i testi sulla correzione fraterna presenti in Mt 18,15-20 e Lc 173 e forse anche la prosecuzione del lóghion sulla «pagliuzza e la trave» in Mt 7,4-51/ Lc 6,42.


nessuno può servire due padroni (mt 6,24)

A un primo sguardo si nota subito che è costruito ad arte:

«Nessuno può servire due padroni, perché o odierà l'uno e amerà l'altro, oppure si affezionerà all'uno e disprezzerà l'altro. Non potete servire Dio e la ricchezza» (Mt 6,24)

Anche in questo caso, come per molti altri lóghia di Gesù, vale la regola per cui, con una struttura così rigorosa, il detto diventa facile da memorizzare. In Gesù sono pochi i temi sui quali sono stati versati tanti fiumi d'inchiostro quanti per la sua critica alla ricchezza. Si pensi anche solo al detto sul cammello e la cruna dell'ago (Mc 10,25), al comando: «Non accumulate per voi stessi tesori sulla terra!» (Mt 6,19), all'invettiva contro i ricchi (Lc 6,24), alla parabo la del ricco stolto (Lc 12,16-20) e a quella del ricco e del povero Lazzaro (Lc 16,19-31). In questo contesto va menzionato anche un episodio come quello dell'uomo che Gesù chiama a seguirlo, ma che non riesce a separarsi dai suoi beni e se ne va triste (Mc 10,17-22). Evidentemente Gesù ha avuto spesso modo di sperimentare che l'avidità di denaro e l'attaccamento ai beni erano un serio ostacolo alla fede e alla sequela. Non si spiegherebbero diversamente i suoi bruschi giudizi sulla ricchezza. A questi giudizi appartiene anche, il detto che non si possono servire due padroni: Dio e la ricchezza/mammona. Contrasti tanto spigolosi come Dio e la ricchezza/mammona sono caratteristici di Gesù. Quando si tratta di Dio e della sua signoria, ci può essere solo una dedizione completa. 

Caratteristico di questo tipo di istruzioni è anche il fatto che Gesù si serve di materiale narrativo preso dal mondo reale dei suoi ascoltatori. Quello era il loro mondo e lì sapevano come muoversi. Quante volte uno schiavo o un subalterno doveva servire due padroni, ad esempio il padrone più anziano e suo figlio che, per quanto diverso dal padre, pretendeva anch'egli di essere servito?

A favore dell'autenticità di Mt 6,24 depone anche il termine originario "mammona", che proviene dalla lingua madre di Gesù ed e stato mantenuto anche nella traduzione greca. Questa parola si basa sull'aramaico mamon e significava "patrimonio, proprietà, denaro". Mammona e usato come un «nome proprio personificato». Per Gesù, il dio "ricchezza" e un esempio di tutti i poteri che incatenanogli esseri umani e impediscono loro di amare il vero Dio con tutto il cuore per essere cosi idonei a seguirlo.

La parola chiave è "tutto" e ci pone di fronte a un problema nel quale sprofondano coloro che credono ín Dio. Noi vorremmo entrambe le cose: vogliamo assolutamente Dio, che deve essere Signore. Ma allo stesso tempo vogliamo noi stessi: vogliamo essere signori della nostra vita. Vogliamo amare Dio, ma condurre la nostra vita nel modo in cui noi ce la immaginiamo e come noi vorremmo. Sempre entrambe le cose insieme. Ed ecco che Gesù dice senza mezzi termini ― e lo dice avendo ovviamente sullo sfondo Dt 6,5: entrambe le cose insieme non sono più possibili. Ora che la signoria di Dio si sta inverando, non puoi più definitivamente servire due padroni. Il regno di Dio richiede il tuo "tutto" incondizionato.


il cammello e la cruna dell'ago (mc 10,25)

Gesù mette in discussione la ricchezza anche con il detto del cammello e della cruna dell'ago; lo fa in modo ironico, ma allo stesso tempo con una chiarezza insuperabile. Questo detto del Signore e estremamente sintetico e costruito come parallelismo antitetico:

«È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio» 

Questo modo di parlare e una provocazione ― a livello narrativo lo era persino per i discepoli di Gesù, sebbene avessero lasciato tutto (Mc 10,24). Con provocazione sia qui detto innanzitutto che Gesù non fornisce informazioni su quanti ricchi saranno effettivamente salvati; il risultato e quindi: zero per cento. Gesù vuole piuttosto scuotere, smuovere dalla propria roccaforte, far cambiare strada per imboccare quella che porta verso il regno di Dio. Ma se anche ci si rende conto che non si tratta di informazioni, bensì di una provocazione, il testo rimane comunque estremo, come lo e stato nei secoli. Marius Reiser cosi scrive:

[Si può] trovare di continuo chi sostiene che invece di kamélon («cammello») il testo originario contenesse il termine kamilon, e che questa parola significa «fune» o «gomena». Ma il greco ha altri vocaboli per «fune»; il presunto vocabolo che sta per gomena non è attestato in nessuno scritto greco; è verosimilmente un'invenzione fantasiosa dei filologi bizantini per spiegare il nostro passaggio.

Come il cammello, anche la fune non passa per la cruna di un ago. Ma la cruna dell'ago e la fune sono un po' più vicine rispetto all'animale proverbialmente più grande d'Oriente e al buco proverbialmente più piccolo che si possa immaginare.

Un biblista medievale, probabilmente un monaco irlandese, pretendeva di saperne di più dei bizantini e della loro gomena. Ipotizzò che la città di Gerusalemme dovesse in tutta probabilità avere una porta piccola e stretta, attraverso la quale i cammelli con i loro carichi molto alti faticavano a passare. Questa porta stretta sarebbe stata chiamata "Cruna dell'ago". Gesù avrebbe quindi detto: "Un cammello con un carico altissimo passerebbe attraverso quella porta di Gerusalemme più facilmente che un ricco nel regno di Dio".

Si noti l'intenzione: i ricchi devono semplicemente scaricare un po' di bagaglio sotto forma di elemosina. E allora anche loro possono passare per la cruna dell'ago. Con queste interpretazioni si era di sicuro ben lontano da Gesù. E oggi nulla e cambiato in questa distanza. Non è necessario inventare traduzioni più dolci per rendere Gesù più gestibile. Semplicemente non si fanno più prediche sulle sue parole spesso scandalose, mentre si sceglie solo ciò che oggi "suona bene". E questo è soprattutto il Gesù "tenero".

Ma Gesù resta scomodo. Ciò che colpisce nel nostro contesto è che, nel suo discorso, non prende esplicitamente in considerazione la possibile e ragionevole "funzione sociale" della ricchezza, intendendo con ciò che un ricco resta ricco, ma tutto il superfluo viene di continuo impiegato per scopi sociali. Importanti teologi dell'Antico Testamento avevano già in mente questo modello di bilanciamento sociale: la legislazione sociale del Deuteronomio cerca di eliminare la più grande povertà del Paese ― quella degli orfani, delle vedove, dei leviti e degli stranieri ― attraverso varie leggi. L'obiettivo e una società senza poveri o, per dirla in modo più prudente, una società in cui la povertà emergente venga compensata il più rapidamente possibile (ef. Dt 15,1-11). In questo modello di società i benestanti, e ancor più i ricchi, che non chiudono la propria mano davanti aí poveri, hanno una funzione importante.

Con Gesù, però, questa possibilità positiva di ricchezza non riveste evidentemente un ruolo particolare. Perché, quando parla contro i ricchi, Gesù non introduce soluzioni come quelle proposte dal Deuteronomio o dalla Tora in generale? O forse lo fa, per esempio, quando dice secondo Mt 5,42: «Da' a chi ti chiede, e a chi desidera da te un prestito non voltargli le spalle»?

Si potrebbe forse anche aggiungere, ín tal senso, che Gesù trattava i benestanti con la massima disinvoltura: si autoinvita dal ricco Zaccheo, che si impegna persino a dare in futuro metà del suo reddito ai poveri (Lc 19,5.8); si siede a tavola con gli esattori delle tasse (Mc 2,15); donne indipendenti e quindi benestanti sostengono lui e i suoi discepoli con le loro ricchezze durante la loro vita itinerante e incerta (Lc 8,1-3). Eppure, di certo non si tratta tanto della funzione sociale della ricchezza, quanto del fatto che il raduno del popolo di Dio da parte di Gesù conosce diverse fasi. I più vicini a lui sono i Dodici e, intorno a loro, un gruppo più ampio di discepoli. E poi c'è anche la grande moltitudine di coloro che accolgono il messaggio di Gesù; ma rimangono legati al proprio ambiente. E ci sono anche amici, persone guarite, simpatizzanti, aiutanti occasionali e persino fruitori. All'interno di questo movimento di Gesù, socialmente eterogeneo, collocherei anche i ricchi con cui Gesù aveva a che fare o che stavano dalla sua parte. Anche loro fanno parte del raduno del popolo escatologico di Dio, che vuole condurre tutto Israele compresi i peccatori, i falliti e coloro che sono in ricerca, nelle grandi promesse degli ultimi giorni.

Naturalmente, non cambia nulla dei giudizi scandalosi, anzi, intransigenti che Gesù formula sulla ricchezza. Sono frasi che resistono in se e per sé. Forse la loro asprezza e dovuta al fatto che, all'epoca di Gesù e nel suo ambiente, la ricchezza era quasi sempre alimentata dall'oppressione e dallo sfruttamento? Questi aspetti potrebbero certo contribuire ma, in ultima analisi, si potrebbe comprendere Gesù solo se si tiene conto dell'irruenza con cui la signoría di Dio si sta avvicinando.


che cosa rende impuro l'uomo (mc 7,15)

Il loghion che accosteremo ora, Mc 7,15, è diventato uno dei lóghia di Gesù più gravidi di conseguenze, fino a incidere profondamente nella storia. Benché non sia l'unico, e comunque una delle ragioni per cui i cristiani hanno preso le distanze dalla Tora anticotestamentaria della purità e da molte altre prescrizioni. Il testo recita:

«Non c'è nulla fuori dell'uomo che, entrando in lui, possa renderlo impuro. Ma sono le cose che escono dall'uomo a renderlo impuro» (Mc 7,15).

Anche in questo caso si tratta di un parallelismo antitetico quasi da manuale scolastico, con una vivacità che rende il detto del tutto comprensibile anche all'orecchio di semplici ascoltatori. Marco (oppure la tradizione a lui precedente) lo colloca nel contesto seguente: farisei e scribi di Gerusalemme notano che alcuni discepoli di Gesù non compiono le abluzioni rituali prima di mangiare e rendono così impuro anche il cibo che mangiano. Chiedono quindi: «Perché, i tuoi discepoli non si comportano secondo la tradizione degli antichi?». Almeno così Marco illustra la situazione.

Cosa si intende qui per «tradizione degli antichi»? Non si tratta semplicemente del codice di purità previsto nella sacra Scrittura, come ad esempio in Lv 11-15 e Dt 14,3-21; 23,10-15. In questi passaggi non e scritto che bisogna lavarsi le mani prima di mangiare o dopo una visita al mercato. Il nostro testo può quindi solo significare che i discepoli non si attengono alle prescrizioni in fatto di purità, che si erano formate o che stavano iniziando a formarsi nella comunità farisaica. Il loro scopo era che le prescrizioni sacerdotali si imponessero all'interno della propria comunità e, oltre a questa, in tutto il popolo. Può essere che Gesù, in occasione di una simile accusa, abbia difeso i suoi discepoli e abbia pronunciato il lóghion di cui stiamo parlando.

Ma può anche essere che questo detto sia stato pronunciato in altre situazioni. Gesù ha mangiato spesso con persone che non si attenevano certamente alle norme farisaiche in materia di purità. Si pensi, per esempio, a quando mangiava con pubblicani e peccatori (Mc 2,15), ambienti in cui non si prestava molta attenzione alle questioni di purità rituale. Agli occhi dei farisei o delle persone che vivevano secondo l'interpretazione farisaica della legge, Gesù si rendeva impuro frequentando simili commensali. Il detto potrebbe provenire anche da una situazione del genere. Allora esso non sarebbe un rifiuto in linea di principio della Torà della purità, ma il comandamento dell'amore e l'annuncio della signoria di Dio sarebbero sem plicemente posti al di sopra di qualsiasi osservanza delle norme di purità.

Esiste però anche una terza possibilità, che a me pare di gran lunga la più verosimile. Abbiamo già visto che determinati testi evangelici si spiegano nel modo migliore se si tiene conto della instabile vita itinerante di Gesù e dei suoi discepoli. I discepoli, quando avevano camminato tutto il giorno e la sera erano felici di essere accolti in una casa e di ricevere da mangiare, ben difficilmente si saranno domandati se il cibo e la sua preparazione corrispondessero alle prescrizioni dei farisei in fatto di purità. Con il nostro detto Gesù potrebbe aver legittimato tale loro comportamento. A favore di questa ipotesi depone in ogni caso l'invito di Gesù «mangiate quello che vi viene offerto» del discorso missionario (Lc 10,7). Possiamo aggiungere "Mangiate quel che vi mettono davanti, senza stare a chiedervi cosa è puro e cosa impuro". In ogni caso il Vangelo copto di Tommaso ha posto questo detto di Gesù nel contesto del discorso missionario (VangTom 14). Se il detto di Mc 7,15 aveva il suo luogo originario nell'esistenza itinerante di Gesù e dei suoi discepoli, allora esso non intende abolire la Torà anticotestamentaria della purità, ma antepone semplicemente la predicazione della signoria di Dio a qualsiasi altra legge. 

Il retroterra della comunità farisaica era costituito da Es 19,6: «Voi sarete: per me un regno di sacerdoti e una nazione santa». Questo passo, però, significava probabilmente che l'intero Israele, con la sua esistenza, doveva svolgere una funzione quasi sacerdotale, cioè fare da mediatore tra la volontà di Dio e le nazioni.

Ora però dobbiamo ammettere che Mc 7,15, considerato in se stesso, non permette di riconoscere alcuna situazione concreta ed è formulato in maniera radicale e assoluta: ciò che entra dall'esterno non può rendere impuro. L'uomo è reso impuro soltanto da ciò che esce da lui, cioè dal male annidato nel suo cuore, che poi si manifesta nella malvagità delle sue azioni. Da qui la domanda ríformulata: Gesù non ha forse abrogato tutta la Torà della purità della Scrittura?

Riusciamo a fare dei passi in avanti in questa difficile questione soltanto se facciamo il paragone con il modo in cui egli si comporta con altre prescrizioni della Torà (e con la loro interpretazione dell'epoca). Gesù non pensa neanche lontanamente di abolire il comandamento del sabato; tuttavia, quando si tratta di guarire una persona malata, lo mette in subordine. Naturalmente, per Gesù questo avviene nel contesto della signoria di Dio che si sta realizzando ora (Mc 3,1-6). Non pensa nemmeno di abolire il quarto comandamento, ma lo pospone, in caso di necessità, alle esigenze della signoria di Dio (cf. sopra, cap. 18). E non prende nemmeno in considerazione l'idea di abolire il culto del tempio, però lo mette in seconda linea rispetto alla necessità di riconciliarsi (cf. sopra, cap. 31). Di conseguenza possiamo dire: Gesu non aveva intenzione di dichiarare sbagliata e superata la Tora della purità. E comunque ordina al lebbroso, che ha guaríto, di presentarsi al sacerdote conformemente a Lv 14 e di offrire il sacrificio prescritto per la purificazione (Mc 1,44).

Anche qui dobbiamo però aggiungere prima Gesù aveva toccato il lebbroso senza la minima esitazione. Evidentemente agisce sempre con grande libertà. E Mc 7,15, è adesso formulato in modo realmente radicale e assoluto. Un problema insolubile?

Probabilmente la soluzione va cercata nella stessa direzione in cui abbiamo cercato di risolvere il divieto del divorzio. In quest'ultimo caso Gesù si è richiamato in fondo alla volontà creatrice di Dio: «Così non sono più due, ma una sola carne. Dunque l'uomo non divida quello che Dio ha congiunto» (Me. 10,6-9). Quando Gesu afferma che nulla di quanto esiste al di fuori dell'uomo e impuro, e che tutta l'impurità proviene dal suo cuore malvagio, sullo sfondo potrebbe esserci il racconto della creazione, dove si dice: «Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa molto buona» (Gen 1,31) .

Se il mondo, con tutto ciò che è in esso, e stato creato buono e se l'avvento della signoria di Dio ristabilisce l'originaria bontà della creazione e la porta al suo massimo compimento, allora lì dove la signoria di Dio viene accolta nulla sarà impuro. L'impurità scaturisce allora solo e sempre attraverso il male che proviene dall'uomo stesso.

Gesù, qualora abbia pensato così, non ha affatto abolito la Torà antico testamentaria della purità. Perché anch'essa e proprio uno degli strumenti di cui Dio si serve per creare, nel bel mezzo della creazione turbata e fetida, un popolo santo. Allora egli ha posto ogni comandamento riguardante la purità sotto il segno della creazione buona. Evidenziando poi la volontà creatrice di Dio ha messo nella giusta luce la Torà della purità. O se vogliamo: ha precisato la Tora mediante la Tora.

Per inciso, oggi vediamo sempre più quanto fosse prematura e inadeguata la classica soluzione ecclesiale che prevedeva il mantenimento delle prescrizioni cosiddette "morali" della Torà, dichiarando in generale abrogate tutte le altre prescrizioni (il cosiddetto codice cerimoniale o rituale). Perché questa soluzione ecclesiale era altamente problematica?

La Torà contiene lunghe leggi in fatto di purità (cf. Lv 11-15), che riguardano soprattutto la casa, l'abbigliamento, il corpo e il mangiare. Qui viene stabilito come persone che sono state guarite da una malattia della pelle sono dichiarate pure. E si distingue tra animali che rendono impuri e animali puri. Si stabilisce quale tipo di carne può essere mangiato e quale no. Tutto questo e superato? Sembra così.

Nel contesto di Mc 7,15 teologi cristiani hanno di continuo affermato che, con la distinzione gesuana tra "interno" ed "esterno", tutta la santità rituale esterna sarebbe ricondotta da una sfera materiale pre-personale al suo vero senso, a una santità personale interiore. Bisognerebbe però fare molta attenzione a parlare così, perché anche la santità sganciata dalla concretezza esteriore indica nel Nuovo Testamento decisamente qualcosa di più di una semplice qualità interiore dell'anima o della persona morale.

Tutto il popolo di Dio deve infatti essere una nazione santa (1 Pt 2,910). La santità abbraccia quindi sempre anche la dimensione comunitaria e sociale, che è inscindibilmente collegata al singolo individuo. Il termine "santo" non si riferisce solo all'interiorità del singolo. Sante devono essere anche le condizioni di vita, le strutture sociali e le forme dell'ambiente in cuí l'uomo vive e in seno alle quali costantemente si progetta. E precisamente a questo avevano da sempre mirato le prescrizioni "oggettive e rituali" della Torà riguardanti la purità.

La fede in un Dio che aveva condotto Israele fuori dall'Egitto, ne aveva fatto il suo popolo e gli aveva donato la terra, deve plasmare anche l'intero ambiente di vita d'Israele. D'ora ín avanti non potrà più accadere che qualcuno nel popolo di Dio creda con la bocca e con il cuore, ma nello stesso tempo disprezzi il proprio corpo, lasci deperire gli spazi della vita in cui è di casa e distrugga il suo ambiente. Esattamente in questa direzione punta un detto del profeta Zaccaria: «In quel tempo anche sopra i sonagli dei cavalli si troverà scritto: «Sacro al Signore», e E...] tutti i recipienti di Gerusalemme e di Giuda saranno sacri al Signore degli eserciti» (Zc 14,20-21).

Verrà un giorno in cui tutto Israele ― non solo le persone, ma anche le cose e tutte le condizioni della vita in generale ― si troveranno in uno stato stabilito da Dio e rispecchieranno la sua signoria. Nella misura in cui corrisponderanno alla volontà di Dio e saranno plasmate dalla sua vicinanza, troveranno poi anche la loro identità e promuoveranno la vita. La Tora di purità anticotestamentaria vuole non solo che l'uomo sia santo davanti a Dio nel suo cuore, ma anche che la fede ín Dio plasmi e trasformi il suo mondo.

Per quanto concerne questa finalità della Tora della purità, siamo ancora ben lungi dall'averla messa in pratica. Le leggi della purità dell'Antico Testamento meritano di essere rilette, ripensate e riconsiderate per scoprirne quale sia il significato originario. Se ne comprendiamo il senso interiore, ci impediranno di sfruttare il pianeta, distruggere il nostro ambiente, operare nella massima arbitrarietà e privare le cose e le persone della loro identità e del loro potere simbolico.

Lo studioso di Antico Testamento Frank Croseiviann ha osato dire: «L'identità del Dío biblico dipende dall'unione con la sua Torà». E ha ragione. Perciò la chiesa non può e non deve mai rinunciare alla Torà. Neppure a parti di essa. Deve naturalmente viverla e leggerla nello spirito di Gesù, cioè in virtù del nuovo che è venuto con lui nel mondo, in virtù della sua libertà e ragione, della sua radicalítà e timor di Dio.


quello che è di cesare rendetelo a cesare! (mc 12,17)

Mc 12,13-17 presenta ai nostri occhi una scena drarnmatica: una delegazione composta da farisei ed erodiani viene inviata a Gesù «per coglierlo in fallo nel discorso». La delegazione si presenta a Gesù e lo mette di fronte al problema più scottante che esisteva allora in Israele: È lecito o no pagare il tributo a Cesare? (Mc 12;14). La forma indiretta ― «È lecito?» ― rimanda a Dio: "È permesso da Dio...? ”. 

La tassa a testa era un monito costante per i giudei e ricordava loro che non erano più liberi, ma al tempo stesso li poneva di fronte a una questione di fede: se Dio era il Signore e Re d'Israele, attraverso il pagamento di un'imposta pro capite potevano riconoscere anche l'imperatore come loro Signore?

Proprio per questo motivo gli zeloti sí rifiutavano di pagare la tassa all'imperatore, invitavano il popolo a opporre resistenza e pianificavano la sommossa. Alcuni farisei e gruppi sociali erano dalla loro parte. L'aristocrazia sacerdotale di Gerusalemme, invece, voleva evitare a tutti i costi una rivolta. In questi ambienti, il pagamento dell'imposta imperiale era visto come una necessità politica, e dello stesso parere erano anche gli erodiani.

Gesù si sarebbe trovato in grande difficoltà. Confermando la necessità dell'imposta pro capite si sarebbe schierato con il sinedrio e quindi, indirettamente, con i detentori del potere spirituale che poco prima, con la sua azione nel tempio, aveva accusato di aver trasformato la casa di Dio in un covo di ladri (Mc 11,17). Se invece avesse negato la liceità dell'imposta pro capite, si sarebbe posto a fianco degli zeloti esprimendosi così favorevole a una rivolta contro Roma. In tal caso, però, il sinedrio l'avrebbe accusato di istigazione alla sommossa davanti al prefetto Ponzio Pilato.

Gesù si sottrae a questo dilemma ín modo ammirevole. Chiede alla delegazione di portargli una moneta di quelle usate per il pagamento dell'imposta. 

Viene quindi portato un denaro d'argento. Gesù lo mostra ai suoi avversari e chiede: «Questa immagine e l'iscrizione, di chi sono?». Si noti l'ironia che introduce in scena ponendo questa domanda. Certo, i suoi avversari sapevano bene cosa c'era sulla moneta. Ma ora devono rispondere come scolaretti: l'immagine e l'iscrizione «di Cesare». E ora Gesù dà loro la risposta decisiva, tanto sintetica e sorprendente come lo era stata la loro domanda: «Quello che è di Cesare rendetelo a Cesare, ma quello che è di Dio, a Dio».

Il primo versetto va chiaramente contro gli zeloti e il loro rifiuto di pagare la tassa a Cesare, per la quale, come abbiamo visto, serviva proprio la moneta d'argento. Questa moneta diventa uno "strumento didattico" per Gesù. Ma in che modo? L'hanno detto gli avversari stessi di Gesù: immagine e iscrizione sono «di Cesare». Vale a dire: la moneta appartiene all'imperatore. Certo, non come bene di proprietà privata, ma come simbolo tangibile della sua autorità, del suo dominio e del suo potere, ín circolazione ovunque. Gesù non mette in discussione questo dominio, un dato di fatto di cui prende oggettivamente atto. I decenni successivi confermeranno il senso di realtà di Gesù: la rivolta degli zeloti contro Roma porterà a cruente battaglie, a innumerevoli morti in Israele e alla distruzione di Gerusalemme e del tempio.

Naturalmente, Gesù non si ferma a questa prima riga, ma va avanti. Spesso viene tradotto "...e (kai) quello che è di Dio a Dio». Ma il kai qui ha un valore avversativo, e la giusta traduzione dovrebbe quindi essere «ma». Si deve poi aggiungere che anche questo parallelismo ― come molti altri parallelismi antitetici ― ha il suo vertice nella seconda riga. Come abbiamo visto, il primo stico era rivolto contro gli zeloti e i loro piani di sommossa. In quel versetto Gesù sembrava schierarsi dalla parte dei suoi avversari sadducei. Ma poi, per così dire, fa una pausa e giunge con impeto a ciò che gli sta a cuore: «Ma rendete a Dio quello che è di Dio». E questo è un secco rifiuto alla classe dirigente di Gerusalemme, che non chiede quale sia la volontà del Dio vivente, ma vuole mettere a tacere Gesù. Questa risposta negativa data agli avversari di Gerusalemme, che allo stesso tempo fa emergere la loro vera relazione con Dio, e il centro del nostro lóghion.

Nei commentari più recenti si legge spesso che questo detto di Gesù non permette di trarre conclusioni sul rapporto fra Stato e chiesa. L'ammonimento è comprensibile, dal momento che nel corso della storia della chiesa Mc 12,17 e stato troppo spesso utilizzato per legittimare il rapporto esistente tra chiesa e Stato, anche se si trattava di un rapporto estremamente discutibile. Mi sembra però che questo richiamo non centri il bersaglio. Dietro la risposta di Gesù c'è ben più di una brillante parata contro gli zeloti. Il popolo escatologico di Dio, che Gesù vuole radunare in vista della signoria di Dio che si sta inverando, non deve essere una teocrazia come gli zeloti si augurano e vogliono realizzare con la violenza e il terrore; vale a dire la completa compenetrazione tra potere statale e religione. Con l'uscita dall'Egitto Israele è stato sottratto una volta per tutte all'infausto ordinamento sociale della "teocrazia".

Il popolo escatologico di Dio non deve essere nemmeno una struttura di potere come l'impero romano. Senza dubbio Gesù sa che un governo statale e le forze dell'ordine sono necessari. Da qui il «rendete a Cesare quello che è di Cesare!». Ma una struttura come l'Impero romano e fondata sul potere e sulla violenza, mentre il popolo escatologico di Dío dovrà essere assolutamente privo di violenza.

Il vero popolo di Dio, dice Gesu ai suoi avversari, deve dare a Dio «ciò che e dovuto a Dio». Questo non può che essere un riferimento al comandamento principale dí Dt 6,5: Israele deve amare il Signore suo Dio con tutto il cuore, con tutta l'anima e con tutte le forze. Questo amore deve essere vissuto concretamente secondo la Tora d'Israele, certamente nel modo in cui la interpreta Gesù. I corpi legislativi della Tora vogliono una società che si sottometta a Dio in libera fedeltà e che imposti la sua vita comunitaria sotto la piena osservanza dei comandamenti di Dio. Una struttura di potere reale non compare affatto nei corpi normativi della Torà. Solo nel Deuteronomio compare marginalmente la figura del re, ma appunto non come sovrano, bensì come parte di una società caratterizzata dalla separazione dei poteri. Inoltre, il re deve portare sempre con sé un rotolo della Tora, studiarla per tutta la vita e vivere come un israelita modello (Dt 17,14-20). 

Gesù non era un maestro della Tora, ma la conosceva benissimo e, con la lucidità che gli è propria, ne aveva riconosciuto l'intento vero e proprio: un popolo eletto da Dio, che sceglie liberamente di amare Dio con tutta la sua esistenza e di realizzare questo amore per Do in tutti gli ambiti della vita come "amore per il prossimo", cioè come solidarietà con tutti i fratelli e le sorelle del popolo di Dio. 

Gesù non ha rifiutato lo Stato come forza dell'ordine. Ma avrebbe rigorosamente disapprovato che le persone attraverso lo Stato, o con l'aiuto dello Stato o imitando forme di governo dello Stato potessero servire il lieto annuncio della signoria di Dio. Questo è esattamente ciò che mostra Mc 12,17.


come un bambino (mc 10,15)

I bambini vengono portati a Gesù perché li tocchi, ma i discepoli respingono bruscamente i genitori. Notando ciò che sta accadendo, Gesù si indigna e rimprovera i discepoli: «Lasciate che i bambini vengano a me, non glielo impedite: a chi è come loro infatti appartiene il regno di Dio». Quindi prende i bambini tra le braccia, impone loro le mani e li benedice (Mc 10,13-16).

A questo detto di Gesù ín Mc 10,14c, però, ne fa seguito un secondo che, pur essendo in sintonia con il primo, va in una direzione diversa:

In verità io vi dico: chi non accoglie il regno di Dio come lo accoglie un bambino, non entrerà in esso (Mc 10,15). 

Il primo detto di Gesù si inseriva perfettamente nella narrazione; anche il secondo ci sta bene, ma solo in una certa misura. Nel primo lóghion, ai bambini e promesso il regno di Dio; nel secondo si ammoniscono gli adulti dicendo che non entreranno mai nel regno di Dío se non lo accolgono come lo accoglie un bambino.

Quando Gesù dice «accogliere il regno di Dio come lo accoglie un bambino» intende davvero dire che i suoi seguaci si dovevano abbassare, farsi cioè piccoli e umili? Ma i bambini si fanno forse piccoli? Non vogliono invece diventare grandi il più in fretta possibile? Se si risponde che, ovviamente, non si tratta di ciò che i bambini vogliono essere, ma di ciò che gli adulti dovrebbero essere, questo è vero, ma: così facendo si priva il lóghion della semplicità e dell'immediatezza che sono proprie delle parole di Gesù. No, noi dobbiamo strappare le parole di Gesù da tutti i contesti interpretativi secondari, osservarle in se stesse e chiederci quale fosse il loro significato originario. Cosa quindi voleva dire la frase «accogliere il regno di Dio come lo accoglie un bambino» pronunciata da Gesù?

Nel suo commentario al Vangelo di Matteo Ulrich Luz ha compilato un lungo elenco di interpretazioni di Mt 18,3 e Mc 10,151. In riferimento alle espressioni «come bambini» o «come un bambino», nel corso dei secoli glí interpreti sono giunti alle seguenti conclusioni (l'elenco raccoglie voci che risalgono fino all'epoca dei padri della chiesa).

Tra le caratteristiche dei bambini che devono essere imitate si annoverano in particolare l'innocenza, la mitezza e la semplicità. Inoltre, i bambini non sono curiosi, non aspirano a una gloria vana, non sono orgogliosi, sono privi di malizia e rivalità. Non hanno ambizioni e non litigano. Sono disinteressati e non hanno pretese. Sono modesti, non sono vendicativi e accettano volentieri le punizioni imposte dai loro superiori.

Ho presentato questo elenco ad alcuni genitori che conosco e che hanno cresciuto più figli. Le reazioni variavano da patetici sorrisi a risate fragorose. Tutti erano concordi su una cosa: questi giudizi erano stati dati da persone che nella loro vita non avevano mai avuto a che fare con i bambini, oppure da educatori che avevano detto come, secondo loro, doveva essere il bambino ideale.

Queste voci, che risalgono indietro nei secoli, sono piuttosto da prendere in senso ironico. Da sempre i bambini sono curiosi, spesso invidiosi, non di rado litigano e sono sempre pronti a lottare per ottenere attenzione e soddisfare i propri desideri. Tutte queste caratteristiche sono tipiche dell'età evolutiva. Non si può quindi liquidare l'espressione «accogliere il regno di Dio come un bambino» con tanta semplicità.

Se vogliamo fare qualche passo avanti in questa analisi, dobbiamo inter rogarci sul possibile Sitz im Leben di Mc 10,15. Dal punto di vista storico siamo qui su un terreno ben saldo: durante tutto il suo ministero pubblico, Gesù ha più volte avuto a che fare con persone che non solo erano sospettose nei suoi confronti, ma che l'hanno ben presto rifiutato, erano singoli individui, ma anche gruppi interi.

Erano i farisei e gli scribi, con la loro ostinata caparbietà sull'osservanza della Torà, che non si lasciavano minimamente scuotere. Erano gli zeloti, che volevano liberarsi dal dominio degli occupanti e che a tal fine usavano violenza e terrore. Era l'aristocrazia sacerdotale, che aveva istituito a Gerusalemme un sistema di dominio basato sul tempio, ma il tempio come lo intendevano e lo utilizzavano questi gerarchi. Tutti questi gruppi erano ben definiti. Sapevano esattamente in cosa dovevano credere. E sapevano esattamente anche cosa volevano. Non si spostavano un centimetro dal loro pensiero. Dal momento che sapevano già sempre tutto, potevano solo cercare di, mettere da parte Gesù, perché avevano ben presto riconosciuto la pretesa da lui avanzata.

Al contrario i bambini: se non sono stati cresciuti fin dall'inizio in un ambiente ínadeguato o addirittura cattivo, nei primi cinque anni di vita possono presentare im'apertura straordinaria verso ciò che li circonda; sono curiosi e desiderosi di imparare, guardano tutto con gli occhi sgranati, vogliono assolutamente prendere con le mani lo scarabeo che striscia nell'erba, si stupiscono dei suoni che ancora non conoscono, sbattono il cucchiaio sul tavolo perché produce un rumore nuovo che non hanno mai sentito prima, si fidano di ciò che dicono mamma e papà perché credono (ancora) a ciò che si dice. Accettano i regali con gratitudine e non vedono l'ora di riceverne. Ogni giorno sono pieni di aspettative e, soprattutto, sanno ancora provare stupore. Sanno provare stupore per tutto ciò che è nuovo, tutto ciò che non hanno mai sentito prima, tutto ciò che risulta bello e interessante. In sintesi, possiamo chiamarla semplicemente un'apertura curiosa, piena di aspettative e di meraviglia.

Ed e proprio questa apertura che Gesù non ha trovato nei suoi avversari. L'ha però sperimentata in chi era nel bisogno: negli esattori delle tasse odiati da tutti, nelle prostitute disprezzate, nei malati, nei poveri; e certamente nei bambini. Gesù deve aver osservato i bambini con la stessa curiosità e attenzione con cui guardava al lavoro domestico delle donne, ai fiori del campo, al grano che cresceva, alla condizione dei poveri e all’atteggiamento ostentato dei ricchi. Le sue parabole lo dimostrano di continuo. E di certo non ha osannato i bambini, come ha fatto una pessima pedagogia fino in tempi recenti, che insegna che i bambini dovevano semplicemente essere lasciati a se stessi senza bisogno di essere educati. Nella parabola dei bambini che scherzano (Mt 11,16-17 /1 Lc 7,31-32) Gesù mostra come i bambini possono essere capricciosi e come sanno etnarginare deliberatamente gli altri bambini.

Ma Gesù sapeva anche che i bambini sono un miracolo e una benedizione. Per questo, a noi che dubitiamo, che ci ostiniamo a lungo, che sappiamo tutto meglio e che critichiamo in continuazione, lui ci dice: "Se non diventate curiosi, capaci di stupore, grati e aperti come bambini non avrete alcuna possibilità nemmeno di intuire cosa sia il regno di Dio, tanto meno di entrarci". Si potrebbe anche dire in modo molto astratto e molto idealista: i bambini sanno ancora cos'è la grazia o, meglio, nei loro occhi pieni dí meraviglia e dí splendore si può ancora vedere cos'è la grazia. 

cercate anzitutto il regno di dio! (lc 12,31)

Ecco la versione di Matteo: «Non preoccupatevi per la vostra vita, di quello che mangerete o berrete, né per il vostro corpo, di quello che indosserete. La vita non vale forse più del cibo e il corpo più del vestito? Guardate gli uccelli del cielo: non seminano e non mietono, né raccolgono nei granail; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non valete forse più di loro? E per il vestito, perché vi preoccupate? Osservate come crescono i gigli del campo: non faticano e non filano. Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro. Ora, se Dio veste così l'erba del campo, che oggi c'è e domani si getta nel forno, non farà molto di più per voi, gente di poca fede? Non preoccupatevi dunque dicendo: "Che cosa mangererno? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo?". Di tutte queste cose vanno in cerca i pagani. Il Padre vostro celeste, infatti, sa che ne avete bisogno» (Mt 6,25-32).

«Cercate anzitutto il regno di Dio, ―e tutto il resto vi sarà dato in aggiunta». La domanda che ci si pone ora è chiaramente la seguente: ci sono davvero segnali indicanti che, in origine, questo loghion non faceva parte della sezione sul non preoccuparsi? Per rispondere, bisogna prenderla un po' alla larga.

La sezione sul "preoccuparsi" è uno dei testi più belli presenti nei vangeli. Innanzitutto, si rivolge a ciascuno. Notiamo con quanta attenzione Gesù osservava la natura: gli uccelli che raccolgono il loro cibo, i fiori primaverili che sbocciano quasi nel tempo di una notte sulle colline della Galilea dopo la stagione delle piogge invernali e fanno risplendere i pendii, persino l'architettura artistica degli alti fili d'erba! Sul volto di Gesù deve essere comparso un sorriso mentre parlava degli uccelli e dei gigli, e una risata quando ha fatto riferimento ai granai dei quali gli uccelli non hanno bisogno. 

Non ci viene forse consigliato di vivere alla giornata senza lavorare? Non ci viene forse detto di metterci comodi e non far nulla? No, la nostra ragione ci dice che non può essere così. Il testo non può voler dire che dobbiamo stare con le mani in mano. Piuttosto, dice che non dobbiamo preoccuparci, né per il mangiare, né per i vestiti, né per la nostra vita. Dio si prende cura di noi. Ma cosa significa che non dobbiamo preoccuparci? Significa che non dobbiamo pianificare e fare progetti in anticipo? Vuoi forse dire che non dobbiamo adottare alcuna forma di prevenzione?

Non può nemmeno essere così! L'interpretazione dí questo testo tanto piacevole e consolatorio crea grandissime difficoltà se non ci si chiede a chi queste parole fossero effettivamente rivolte. Ed ecco che è del tutto chiaro: non era rivolto semplicemente ad ascoltatori giudei, e nemmeno alla folla che continua ad accalcarsi intorno a Gesù. Il testo sul "non preoccuparsi" e rivolto alla piccola schiera dei discepoli che si spostano con Gesù da un villaggio all'altro (cf. la definizione di destinatari in Lc 12,22). È in gioco la situazione di quelle persone che, alla chiamata di Gesù, hanno lasciato tutto - casa, famiglia, professione - e che ora attraversano Israele con Gesù in una drammatica vita itinerante per annunciare ovunque la signoria di Dio.

Nei capitoli precedenti ho già parlato a lungo della situazione in cui si trovavano gli apostoli e ho già fatto notare che gli apostoli itineranti potevano fare affidamento su seguaci stanziali di Gesù, su simpatizzanti, amici, persone che erano state guarite, aiutanti e sostenitori. Solo il movimento di Gesu con tutto ciò che comportava era il motivo per cui Gesù e i suoi discepoli potevano evitare di preoccuparsí. È proprio qui che dobbiamo collocare anche l'invito a non preoccuparsi che troviamo in Mt 6,25-34 // Lc 12,22-31. I discepoli possono evitare di preoccuparsi e possono fare a meno di accumulare provviste perché ci sono sempre persone che la sera li accolgono nelle loro case. E proprio così e in nessun altro modo che Dio si prende cura dell'umanità.

Il lóghion sul «cercare il regno dí Dio» difficilmente può essere rivolto a questi discepoli itineranti, perché loro non «cercano» affatto il Regno; loro lo «annunciano». Hanno già lasciato padre e madre, moglie e figli, casa e campi per proclamare il regno di Dio nella sequela di Gesù. Deve forse Gesù dire loro ancora: «Cercate prima il regno di Dio»?

No, questa frase va bene solo per coloro che non si sono ancora decisi, che hanno ancora dubbi e timori nel seguire Gesù, che si chiedono giustamente quali baratri si aprirebbero davanti a loro. Gesu vuole smorzare i loro timori dicendo: «Cercate anzitutto il regno di. Dio e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta». La parola dí Mt 6,33 e di Lc 12,31 si apre così a una cerchia molto più ampia di destinatari e, nel tempo della chiesa, anche a tutti i battezzati.

A favore dell'ipotesi di un lóghion originariamente in libera circolazione potrebbe deporre anche il fatto che, in tutta la composizione, i discepoli che si preoccupano sono costantemente posti di fronte all'immagine di un Dio fedelmente premuroso, che si prende cura dei suoi figli come un «padre». Al culmine della composizione, però, si parla all'improvviso del «regno di Dio». Pur non essendoci assolutamente incompatibilità, resta comunque vero che si tratta di un argomento leggermente diverso.

Quanto detto basti per questa ipotesi. Diamo ora un'occhiata più da vicino a Mt 6,33 // Lc 12,31. Subito all'inizio del lóghion sí parla di «cercare». La parola e perfettamente gesuana, come mostra il loghion di Mt 7,7 («cercate e troverete»). Gesù attinge qui alla letteratura sapienziale d'Israele, dove il termine gioca un ruolo importante. Lì sí parla di continuo della sapienza personificata, con l'invito a «cercarla» (cf. Pr 1,28; 2,4; 8,17; 14,6; Sap 6,12; 8,2.18; Sir 4,12; 6,27; 51,13.26). La sapienza diventa maestra per tutti coloro che sono in ricerca. E non solo: si è costruita la sua casa e, come padrona di casa, invita a un pasto festivo (Pr 9,1-6). Chiunque voglia percorrere il cammino di Dio la cerca come compagna, anzi come compagna per tutta la vita. 

Così, quando i maestri di sapienza d'Israele parlano della "signora Sapienza", non temono di parlare di lei come della loro amata o come di una donna meravigliosa e desiderabile. Gesù conosce tutti questi testi, ma al posto della sapienza pone ora il regno di Dio. La signoria di Dio deve essere bramata come fa un innamorato, deve essere cercata, bisogna essere disposti a donare tutto per conquistarla. È proprio così che si trova la vera vita. Anche la parabola del mercante che ovunque «va in cerca» di perle preziose e alla fine trova la perla di tutte le perle riguarda la ricerca del regno di Dio (Mt 13,45-46). In questo modo Gesù ha chiaramente trasferito la teologia sapienziale, che parla della concretezza della vita e di numerose esperienze sperimentate più e più volte, all'unicità dell'esperienza escatologica. La filosofia è diventata escatologia. Adesso è la fine dei tempi. Tutti in Israele devono cercare il regno di Dio per conquistarlo e nessuno deve temere di trovarsi privato di qualcosa. A chi cerca veramente il regno di Dio e nient'altro, sarà dato tutto ciò di cui ha bisogno per vivere. 

Il tema di questa parte è stato l'ethos della signoria di Dio. Non l'ethos specifico dei Do dici e di tutti i discepoli che hanno viaggiato con Gesù attraverso Israele. Questo è stato l'oggetto della seconda e della terza parte. In questa parte abbiamo invece affrontato l'ethos di tutti coloro che non hanno camminato con Gesù, ma sono rimasti nella propria casa o vi hanno fatto ritorno, vale a dire le persone che sono state sanate, gli amici, i simpatizzanti, gli aiutanti occasionali, in breve l'ethos di tutti coloro che, dopo l'incontro con Gesù, hanno vissuto «alla luce della signoria di Dio», oppure di coloro che, appunto, si sono chiesti se non avrebbero dovuto piuttosto seguirlo.

Per ogni lóghion ho sempre cercato di verificare quali fossero i destinatari originari. Ritengo che si tratti di una domanda fondamentale (purtroppo spesso trascurata nell'interpretazione), alla quale non sempre siamo riusciti a dare una risposta univoca. Ma era quanto meno necessario porla.

In molti casi e difficile trovare una risposta lineare perché, dopo la Pa squa, gli evangelisti hanno diffuso tra le comunità cristiane quasi tutti i detti di Gesù, sebbene in origine fossero rivolti solo ai Dodici o alla cerchia dei discepoli. Erano convinti che una parola di sequela che era stata detta ai Dodici dovesse essere in qualche modo indirizzata anche a tutti i successori. Il fenomeno della trasparenza o della trasmissione appena descritto è riconoscibile per il fatto che Luca, nel secondo volume della sua doppia opera, definisce di continuo i cristiani come "discepoli" (ef in particolare At 11,26). Questa constatazione presuppone il fenomeno della trasparenza: in una certa misura, ciò che nella situazione specifica era un tempo richiesto ai seguaci diretti di Gesù si applica ora a tutti i cristiani.

Questo è di notevole importanza per l'ethos cristiano, in quanto mette da subito un freno alla creazione di un'etica a due livelli. 

Con "etica a due livelli" si intende in genere dire che nella chiesa esistono due forme di vocazione una alla vita perfetta secondo i consigli evangelici (povertà, castità, obbedienza) e una a una vita cristiana "normale". Per dirlo con un'iperbole: un'etica per i "migliori" e un'etica per i "mediocri". 

Un'etica a due livelli non può funzionare. Per citare solo due esempi: il detto di Gesù che definisce qualsiasi divorzio un reato capitale o la parola del Signore che equipara ogni sguardo bramoso su una donna al crimine mortale dell'adulterio esigono la stessa radicalita tanto dalle persone sposate quanto da quelle che non si sposano per amore della signoria di Dio. Questi esempi potrebbero essere facilmente moltiplicati. Invito pertanto caldamente a non considerare la progressione della terza e della quarta parte come raccolta di materiali a favore di un'etica a due livelli nella chiesa.

Tutti i cosiddetti "stati" ecclesiali sono tra loro correlatí, hanno bisogno l'uno dell'altro, si completano a vicenda e vivono insieme nella gioia, ma anche nella serietà della signoria di Dio. Ciascuno però in forme diverse, perché la complessità del mondo reale richiede figure vocazionali diverse. E ogni cristiano ha la vocazione che gli è propria.