martedì 8 settembre 2026

DETTI IMPORTANTI DI GESÙ 3

 

LA VITA DEI DISCEPOLI

le volpi hanno le loro tane (lc 9,57-58)

Il pellegrinaggio di Gesù a Gerusalemme per la sua ultima festa di Pasqua e inaugurato da Luca con una solenne introduzione formulata in linguaggio tipicamente biblico: «Mentre stavano compiendosi i giorni in cui sarebbe stato elevato...» (Lc 9,51). Da quel momento in poi, appena possibile Luca inserisce innumerevoli episodi allo scopo di mostrare il cammino di Gesù verso Gerusalemme. Uno dei primi è l'incontro con un uomo che si rivolge a Gesù dicendogli: «Ti seguirò dovunque tu vada» (Lc 9,57). Gesù gli risponde: «Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo» (lc 9,58)

Non si tratta solo dell'insolito accostamento volpi ― uccelli -- giudice del mondo ad essersi impresso nella memoria. A questa sconcertante sequenza corrispondono le tane delle volpi, le dimore deg i uccelli e poi, ecco, la caduta inattesa: il Figlio dell'uomo, il più alto di tutti gli "esseri viventi", non ha nemmeno ciò che hanno gli animali. Anche nella grande visione di Daniele (7,1-14) il «figlio dell'uomo» arriva dopo una sequenza di animali (leone ― orso ― leopardo ― bestia ― figlio dell'uomo). In Daniele questi animali simboleggiano i grandi imperi mondiali e il Figlio dell'uomo è posto al di sopra di tutti gli imperi, che lo devono servire. Invece qui, in questa sequenza, il Figlio dell'uomo si colloca molto al di sotto dei suoi simili.

Certo, ciò che Gesù esprime non è un lamento sulla propria necessità di peregrinare e sul bisogno di alloggio, ma un chiaro avvertimento al suo interlocutore: "Se vuoi seguirmi, pensa molto bene a ciò che chiedi!". Gesù parla della propria condizione apolide, senza-patria, solamente per far sì che la persona coinvolta possa davvero riflettere su tale sequela.

Sono condizioni dure quelle di cui parla Gesù: la sua stessa famiglia voleva trattenerlo perché i suoi fratelli pensavano fosse fuori di sé ― ed egli dovette separarsi dai suoi (Mc 3,20-21.31-35). La sua missione è quella di annunciare l'avvento della signoria di Dio in tutta la Galilea, e poi anche nella capitale; per perseguire questo scopo non ha stabilità ed è in viaggio senza fissa dimora. In questa condizione può facilmente accadere che, contrariamente a tutta l'ospitalità orientale, non gli venga offerto nemmeno un alloggio per la notte ― ed ecco che allora non ha nulla su cuí posare il capo. Luca aveva raccontato una situazione analoga pochi passi prima: Gesù e i suoi discepoli non vengono accolti in un villaggio di Samaritani (Lc 9,51-56).

Seguendo la medesima linea di tutti i commentatori, finora ho parlato della mancanza di patria di Gesù e dei suoi discepoli. In questo lóghion Gesù ne parla in modo realistico e senza fronzoli. Ma forse possiamo pensare anche al celibato. di Gesù e al fatto che, per seguirlo, i suoi discepoli hanno dovuto lasciare mogli, figli e case.

«Il Figlio dell'uomo non ha dove posare il capo». Il pensiero non corre forse, quasi spontaneamente, alla moglie, che il marito può abbracciare, nel cui amore egli può respirare e nella cui comprensione può riposarsi, anzi, sulla quale può appoggiare il proprio capo? Gesù non ha avuto tutto questo. Perché? Forse perché era una persona immatura e timida? O per un'ostilità nei confronti del corpo? O addirittura per sessuofobia? Per rigorismo o fanatismo? Assolutamente no! Il celibato di Gesù e la temporanea separazione dei suoi discepoli dalle proprie mogli hanno un'unica motivazione: la signoria di Dio che deve essere proclamata ora.

In tutte queste riflessioni occorre considerare una cosa: la mancanza di patria di cui Gesù parla in questo lóghion è molto più di una scelta razionale legata a un intento, cioè la rinuncia temporanea alla casa e alla patria a favore dí una maggiore mobilità. Si tratta della signoria di Dio nel senso che già ora, nella mancanza di patria di Gesù, si sta rendendo visibile un'altra dimora, che si rivelerà nella "nuova famiglia" formata da numerosi fratelli e sorelle. Questo perché la signoria di Dio presuppone l'esistenza di un popolo di Dio nel quale tutti mettano in comune la propria vita. Richiede una nuova convivenza.

lascia che i morti seppelliscano i loro morti! (lc 9,59-60)

La frase decisiva: «Lasciate che i morti seppelliscano i loro morti» riferisce certamente un caso concreto. Non viene definita una norma generica. Eppure, ciò che Gesù dice qui non è solo perentorio.

È agghiacciante e riguarda tutti coloro che stanno prendendo in considerazione di seguire Gesù. Non sappiamo se il padre del tale chiamato da Gesù a seguirlo fosse appena morto, se fosse sul punto di morire o forse semplicemente vecchio e malato. Questo è comunque un aspetto irrilevante, perché ciò che Gesù chiede con questo detto contraddice in ogni caso un precetto della Torà. Contraddice esattamente il quarto comandamento.

Per secoli abbiamo interpretato il quarto comandamento come se fosse riferito soprattutto ai bambini, che devono essere buoni e obbedire ai loro genitori. In realtà, i destinatari erano gli adulti, che dovevano prendersi cura dei loro genitori anziani quando questi non fossero più stati in grado di badare a se stessi. Dovevano rendere loro giustizia in situazioni di oppressione e seppellirli infine in maniera dignitosa.

Così, quando nel nostro testo una persona che era stata colpita nel profondo da Gesù o che era stata addirittura chiamata alla sequela chiede di poter «seppellire» prima suo padre ― e Gesù gli nega di assistere il genitore prima della sua morte o addirittura di seppellirlo ― si tratta di una gravissima violazione delle pratiche di pietà e delle usanze, anzi, di una violazione diretta della Torà. Gesù motiva questa dura trasgressione con l'urgenza della sequela, che, naturalmente, sta in stretto rapporto con l'imminenza della signoria di Dio. "Adesso la proclamazione del regno di Dio è più importante del quarto comandamento e anche di tutti i legami famigliari", afferma Gesù.

«Lasciate che i morti seppelliscano i loro morti!»: nessuno dimentica più questa frase dopo averla sentita. «I morti ― i morti»: una retorica calcolata con estrema precisione. Tutti sanno che i morti non possono seppellire i morti, perché i morti sono morti. Quindi qui sarebbero coloro che sono «spiritualmente morti» a doversi preoccupare delle sepolture: le persone che non si aprono al messaggio di Gesù, che non hanno capito che l'ora è giunta.

Almeno così viene spesso interpretato il nostro testo. E questa interpretazione può anche essere dovuta al fatto che anche in altri passi del Nuovo Testamento si parla di persone spiritualmente morte (cf 1 Tm 5,6; 1 Gv 3,14). Probabilmente, però, ciò che Gesù ha detto in tale occasione era ancora píù esigente. Forse intendeva dire: "Adesso si tratta dell'annuncio del regno di Dio ― adesso si tratta della vita in un mondo nuovo. Cosa mi interessa ora dei morti ― lasciate che .i morti, cioè i defunti, si seppelliscano tra loro"? Sarebbe un'ironia portata all'estremo. In tal caso Gesù non avrebbe fatto differenza tra coloro che sono realmente morti e coloro che sono spiritualmente morti. Per lui ci sarebbe stato solo un "aut aut": vivere nella sfera della morte o nella sfera della vita, cioè nell'ormai incipiente signoria di Dio.

O così o così! Questa parola di Gesù è sconvolgente. Per un ebreo del tempo di Gesù, questa parola deve essere stata ancora più scandalosa che per noi. 

Con questo lóghion Gesù si è posto al di sopra dei comandamenti di Dio? No, ma li ha interpretati in autonomia e signoria ― come se fosse lui stesso il legislatore. Gli scribi collezionavano i passi biblici per interpretare nel modo più meticoloso possibile ciò che era scritto nella Torà. Discutevano alacremente intorno a ogni lettera. Gesù è diverso! Parla e agisce effettivamente come se fosse al posto di Dio. 

nessuno che mette mano all'aratro (lc 9,61-62)

Ai testi delle «volpi» e dei «morti», Luca aggiunge un terzo apoftegma. Come due che lo precedono, anche questo parla dell'incondizionatezza, anzi, addirittura della mancanza di riguardo che si applica a coloro che vogliono seguire Gesù. Questo terzo apoftegrna fa parte del materiale personale di Luca:

Un altro disse: «Ti seguirò, Signore; prima però lascia 

che mi congedi da quelli di casa mia». Ma Gesù gli espose «Nessuno che riette. filano all'aratro e poi si volge indietro è adatto per il regno di Dio» (Lc 9,61-62

Questo testo ha chiaramente un retroterra anticotestamentario. Nel Primo libro dei Re si narra di come il profeta Elia abbia chiamato un discepolo. Anche íl racconto di vocazione dell'Antico Testamento comporta l'abbandono della famiglia e, anche lì, il motivo dell'aratura assume un ruolo specifico:

«Partito di lì, Elia trovò Eliseo, figlio di Safat. Costui arava con dodici paia di buoi davanti a sé, mentre egli stesso guidava il dodicesimo. Elia, passandogli vicino, gli gettò addosso il suo mantello. Quello lasciò i buoi e corse dietro a Elia, dicendogli: «Andrò a baciare mio padre e mia madre, poi ti seguirò». Elia disse: «Va' e torna, perché sai che cosa ho fatto per te». Allontanatosi da lui, Eliseo prese un paio di buoi e li uccise; con la legna del giogo dei buoi fece cuocere la carne e la diede al popolo, perché la mangiasse. Quindi si alzò e seguì Elia, entrando al suo servizio» (1 Re 19,19-21).

In questo testo Eliseo è presentato come figlio di un contadino benestante, con una tenuta sulla quale è possibile arare con dodici paia di buoi. Elia lo chiama buttandogli addosso il suo mantello. In questo modo, Eliseo viene chiamato ad occuparsi della causa di Dio e capisce subito che cosa ciò significhi per lui: rottura con la sua precedente attività, abbandono della famiglia, inizio di una vita imprevedibile, sequela. Il resto della narrazione si limita a specificare come il ricco erede si lasci alle spalle la famiglia e la professione.

In comune con il racconto di Gesù c'è soprattutto il fatto che anche Eliseo chiede dapprima il permesso di poter andare a congedarsi dai propri genitori. Sa quindi di non essere già più padrone di se stesso, ma di essere al servizio di Elia. Elia gli permette di farlo. Questa è l'unica possibile lettura del testo, che in questo punto risulta un po' difficile. Dicendo: «perché sai che cosa ho fatto per te», concede a Eliseo la massima libertà. Chi è chiamato può solo seguire in piena libertà.

Proprio tale concessione, però, gli fa comprendere che cosa avverrà di lui. Verosimilmente il testo intende dire che Eliseo non torna neppure più a casa, ma improvvisa in mezzo al campo un banchetto di addio per i suoi servi. Comunque sia, come legna da ardere utilizza il giogo di un paio di buoi: questo gesto indica con chiarezza che abbandona la propria attività e che la causa di Dio non tollera dilazioni.

Se si considerano insieme il racconto anticotestamentario e quello del Nuovo Testamento, emerge un quadro inquietante della teologia vocazionale biblica: un quadro che, innanzitutto, lascia trasparire il "subito" della sequela, ma mostra anche che il nuovo avviato da Dio con Israele nel mondo può essere trasmesso solo da persona a persona. Non esiste alcun passaggio automatico della fede alla generazione successiva. La vocazione e il carisma vanno tramandati faccia a faccia. Eliseo deve, per così dire, percepire il manto di Elia sul proprio corpo.

I due racconti, però, mostrano ancora qualcosa di più, e cioè l'importanza della non professionalità. Fosse stato per lui, Eliseo non avrebbe mai pensato di diventare profeta. Aveva altro in mente: l'azienda dei genitori, gli affari, la famiglia. Verosimilmente è chiamato proprio per questo. Dio non ha solo bisogno di ministri qualificati, ha anche bisogno di non professionisti, che sono invece esperti nel proprio mestiere. Ha bisogno di persone che siano in grado di far arare i servi con dodici paia di buoi. E Gesù non ha scelto per caso persone che, come Pietro e Andrea, Giacomo e Giovanni, erano esperti nel mestiere di pescatori, o che sapevano fare di conto come l'esattore Levi.

I due racconti mostrano anche che nessuno può chiamare se. stesso. La chiamata deve giungere per il tramite di altri. Se qualcuno si dichiara chiamato, la conseguenza possono essere gravi errori di valutazione. Un’antichissima esperienza del popolo di. Dio permette dí contrastare questi errori di valutazione: le persone possono permettere ad altri di confermare che Dio le sta chiamando.

A prima vista, Lc 9,61-62 sembra un testo quasi disumano. Come in altri detti di Gesù, anche qui emergono una chiarezza e un'univocità quasi spaventose. Mentre Elia permette al suo successore di salutare la propria famiglia, Gesù non lo fa. Chiede letteralmente di "non avere riguardo", non guardare indietro, ma di tenere lo sguardo rivolto in avanti: chiunque guardi indietro è inutile per il regno dí Dio. Ma chi realizza questa parola del. Signore, anche solo da lontano e con tutti i timori e le inadeguatezze che ci incatenano, sa e non dimenticherà mai:la libertà e la felicità alle quali conduce la chiamata incondizionata di Gesù.

il celibato di gesù (mt 19,12)

Nel capitolo 17 abbiamo già fatto un breve accenno al celibato di Gesù. Conviene approfondire ora questo argomento. La parola di Gesù è la seguente:

«Vi sono eunuchi che sono nati così dal grembo della madre, sono altri che sono stati resi tali dagli uomini, e ve ne sono altri ancora che si sono resi tali per il regno dei cieli. Chi può capire, capisca!» (Mt 19,12).

La struttura creata ad arte di questi tre versi che si concludono con un invito finale cattura immediatamente l'attenzione. Vengono nominati in successione tre tipi di eunuchi: nel primo verso si parla di maschi che presentano difetti che oggi chiameremmo malformazioni genitali, mentre il secondo riguarda il caso di castrazione. A questo punto gli ascoltatori di Gesù dovevano essere curiosi di sentire cosa sarebbe stato annunciato nel terzo verso, poiché la terza parte di un discorso di questo tipo (come per le barzellette) introduce spesso un effetto finale a sorpresa. Qui la sorpresa è il fatto che entrano in gioco uomini che si sono castrati da soli — e questo era un abominio alle orecchie degli ebrei. Solo l'esagerata conclusione del terzo verso mostra che l'autocastrazione intesa da Gesù era del tutto metaforica: si tratta di celibato — e in più di un celibato volontario per la signoria di Dío. Questi tre versi sono completati e al tempo stesso conclusi con l'invito: «Chi può capire, capisca».

L'intero lóghion è formulato in modo talmente scandaloso che già questo depone a favore della sua autenticità. Gesù stesso definisce prima di tutto se stesso come "castrato". Sapeva parlare in modo così provocatorio, ma avrebbe benissimo evitato questo tipo di sfida se non vi fosse stato trascinato. Per distruggere la sua reputazione, pare che Gesù non fosse stato solo accusato di essere un mangione, un ubriacone e un uomo posseduto dal demónio, ma sia stato anche etichettato come castrato.

Ora, è caratteristico dí Gesù non tacere di fronte a questa calunnia, né limitarsi a smentirla; lui la riprende, la rigira e in questo modo fa luce sulla vera ragione del suo celibato: la signoria di Dio. E anche típíco di Gesù, però, non dire: "Io sono celibe per la signoria di Dio". Gesù preferisce fare questi enunciati in maniera indiretta: "Ci sono eunuchi..." così inizia la sua risposta. Con queste parole potrebbe però riferirsi anche ad alcuni dei suoi discepoli, che saranno stati bollati con osservazioni analoghe. D'altro canto, avevano lasciato la propria famiglia e da allora erano in viaggio con Gesù attraverso la Galilea.

Tutto questo depone a favore dell'autenticità di Mt 19,12. Il celibato di Gesù deve essere stato uno scandalo molto più potente di quanto noi riusciamo a immaginare. La procreazione era considerata dai rabbini, in riferimento a Gen 1,28 («Siate fecondi e moltiplicatevi!»), come un comandamento vincolante. «Chi non cerca di procreare è come uno che versa sangue» dirà in seguito Rabbi Eliezer ben Hyrkanos (verso il 90 d.C.). E rabbì Eleazaro ben Pedat (verso i1270 d.C.) dirà: «Chi non ha una moglie: non è un uomo, perché sta scritto: maschio e femmina li creò, li benedisse e diede loro il nome di uomo» (Gen 5,2).

L'aspetto decisivo nel nostro contesto è che qui Gesù collega il proprio celibato e la separazione dei propri discepoli dalle loro famiglie direttamente al regno di Dio, constatando che esiste la libera decisione di rimanere celibi per amore della signoria di Dio. Comprendere questa scelta non è cosa di tutti, e aggiunge: «Chi può capire, capisca». Chi riesce a comprenderlo ha compreso qualcosa di essenziale a proposito della signoria di Dio.

Nonostante la sua drasticità, qui Gesù rimane addirittura discreto. Ma chí voleva ascoltare, poteva ascoltare: il suo celibato non era un cieco destino e nemmeno qualcosa di casuale. Né era un fenomeno marginale nella sua biografia individuale, ma dipendeva dalla sua dedizione assoluta alla signoria di Dio. Ti celibato sta al cuore della persona dí Gesù. Si comprende allora ancor più nel profondo perché Gesù arriva a chiedere anche agli altri di abbandonare la famiglia, di interrompere la propria relazione matrimoniale o qualsiasi legame con la casa, la professione o la patria.

senza riguardo per la propria famiglia (lc 14,26)

Il lóghion che esaminiamo ora è una delle parole più scandalose di Gesù, che sembra aprire una voragine incolmabile tra "famiglia" e "sequela". Matteo e Luca l'hanno trovato nella fonte dei detti, ma entrambi vi hanno apportatb modifiche sia nella forma che, addirittura; nel contenuto. Iniziamo con il testo di Luca:

«Se uno viene a me e non odia [mi ama più quanto ami] suo padre; a madre, la moglie; i figli, i fratelli, le sorélle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo». 

La vera difficoltà presente in questa parola del Signore è chiaramente il verbo "odiare". Perché questo linguaggio? Perché un termine che sembra essere in stretta opposizione al comandamento biblico dell'amore? Ci può essere utile dare uno sguardo all'Antico Testamento dove la contrapposizione "arnore/odio" è spesso presente. Citerò solo un esempio tratto da alcuni testi pertinenti. Dt 21,15-17 parla del diritto ereditario del figlio primogenito. Al riguardo, un ordinamento giuridico della raccolta legislativa deuteronomistica inizia con queste parole: Se un uomo avrà due mogli, l'una amata e l'altra odiata, e tanto l'amata quanto l'odiata gli avranno procreato figli...

Viene decretato che l'uomo deve rispettare il diritto del figlio primogenito, anche se íl primogenito è figlio della moglie «odiata». In questo caso è evidente che con "odiare" non si intende semplicemente il significato che noi attribuiamo al verbo "odiare", vale a dire una condizione meramente emotiva. Si intende piuttosto qualcosa tipo: "prestare meno attenzione","mettere in secondo piano", "trascurare" — in altre parole, il contrario di "privilegiare" o "prefefire". Altri testi vanno in una direzione simile.

Lc 14,26 deve essere interpretato alla luce di questo retroterra. L'intenzione di questo passo non è assolutamente quella di dire che, chi segue Gesù, deve provare sentimenti di odio verso la propria famiglia. Si intende piuttosto che deve mettere da parte la famiglia rispetto al proprio discepolato, così da vivere una libertà assoluta e con essa affrontare il proprio compito. E tale compito è ora quello della sequela incondizionata. 

Ciò che Gesù chiede qui e giustificato solo perché si tratta della signoria di Dio o, più precisamente, perché si tratta della dedizione assoluta all'annuncio della signoria di Dio. Allora la famiglia potrebbe essere tenuta a fare un passo indietro. Allora potrebbe succedere che la moglie e i figli debbano tornare nella casa dei genitori (il che era percepito come un disonore).

Ma e proprio necessario mettere da parte la propria famiglia, in maniera totale e definitiva? Assolutamente no! Lo diventa solo se essa si oppone alla sequela vissuta da uno dei suoi membri, come descritto appena prima del nostro lóghion in Mt 10,34-36 sulla base di Mi 7,5-6: li il figlio è in conflitto con il padre, la figlia con la madre e la nuora con la suocera.

Ma se la famiglia si comporta in modo diverso, se è concorde con colui che la lascia per seguire Gesù, o arriva addirittura a sostenerne la sequela, allora siamo dí fronte a una situazione completamente differente. Allora la vecchia famiglia diventa addirittura una parte importante della novità, cioè della "nuova famiglia" che sta nascendo sotto la signoria di Dio, un passaggio che sarà illustrato da Gv 19,25-27.

già ora cento volte tanto (mc 10,29-30)

Gesù si trova in una casa, attorniato da tanta gente che lo ascolta. Ecco che giungono i suoi parenti per ricondurlo a casa «con forza»'. La sua comparsa pubblica deve averli infastiditi. Quelli che hanno voce in capitolo in famiglia ne sono convinti: «È fuori di sé». Ma, a quanto pare, vogliono evitare di avvicinarsi a Gesù attraverso la folla. Così lo fanno chiamare fuori. Quando viene riferito a Gesù che i suoi fratelli e sua madre chiedono di lui, lui non esce, ma prende le distanze da loro in modo quasi legalistico dicendo: «Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?». Poi si rivolge alla folla attorno a lui e, sempre in linguaggio giuridico, fonda la "nuova famiglia" dicendo:

Nella sua forma attuale, questo detto di Gesù è già stato rielaborato in prospettiva post-pasquale con l'aggiunta dei frammenti «per causa del Vangelo» e «insieme a persecuzioni». E probabile che anche lo schema dei due tempi dell'apocalittica ebraica («in questo tempo»— «tempo che verrà») sia, un'integrazione postuma, dal momento che nello schema dei due tempi il vero compimento delle promesse avviene solo nel «tempo che verrà» e non già «in questo tempo» di tribolazione e di mestizia. Per. Gesù, invece, il tempo del compimento inizia già ora — ed è proprio questo ciò che il nostro testo vuole dire. La nuova famiglia, con numerosi fratelli e sorelle, e già nata come segno della signoria di Dio che si sta realizzando nel presen te. Se Gesù qui ha effettivamente utilizzato concetti legati allo schema dei due tempi, allora ha personalmente corretto lo schema. Se si considerano tutti questi aspetti, il lóghion originario di Gesù avrebbe potuto essere il seguente (anche se non si può escludere con certezza una corrispondenza finale di «in questo tempo» che rimanda a un tempo futuro):

In verità io vi dico: non c'è nessuno che abbia lasciato casa o fratelli o sorelle o madre o padre o figli o campi per causa mia, che non riceva [già ora,] in questo tempo, cento volte tanto in case e fratelli e sorelle e madri e figlie campi.

Gli elenchi che vengono accostati in questo parallelismo sono ben più lunghi rispetto al lóghion di Lc 14,26 di cui ci siamo occupati in precedenza. Per questo motivo la situazione appare ancora più incisiva: fratelli e sorelle sono i consanguinei, il clan in cui le persone del tempo vivevano una relazione talmente stretta che per noi oggi sarebbe spesso insopportabile, ma che al tempo stesso offriva loro sostegno e protezione. Padre e madre: questa espressione tramanda l'antichissimo ordinamento della famiglia patriarcale. I figli: una delle gioie più grandi in Israele, motivo di orgoglio e assicurazione sulla vita in vecchiaia. E, soprattutto, i portatori della promessa. E la terra: questa è la partecipazione degli Israeliti alla santa eredità promessa da Dio. Dietro ai «campi» dobbiamo leggere "terra", un concetto profondamente significativo per l'ebreo credente.

I discepoli di Gesù hanno lasciato tutto questo dietro di sé: le loro case, la loro terra, il loro clan, i genitori e i figli. Ma non per il gusto della rinuncia, non perché la rinuncia sia qualcosa di prezioso in sé. Bensì per amore di Gesù, che rappresenta la vita nuova che si sta già facendo strada nel regno di Dío. Questo per quanto riguarda la prima parte del parallelismo.

Ma ecco che poi, nella seconda parte, arriva l'inatteso, l'elemento decisivo per il nostro testo. Con massima autorevolezza (l'intero parallelismo è introdotto da un solenne «in verità») Gesù promette e assicura: chi ha il coraggio di lasciare tutto e seguire Gesù trova una nuova famiglia in cui, paradossalmente, ci sono dí nuovo fratelli e sorelle, madri e figli. Ma, appunto, non soltanto in un certo tempo futuro, bensì già ora! Già adesso, in questa ora, i discepoli di Gesù ricevono tutto ciò che hanno lasciato, moltiplicato cento volte. Hanno lasciato le loro famiglie, ma hanno ricevuto nuovi fratelli e sorelle nella cerchia dei discepoli. Hanno lasciato la casa di famiglia, ma incontrano nuove madri ovunque nelle case in cui sono accolti. Hanno lasciato i loro figli, ma di continuo accorrono a loro persone ricolme di novità. Hanno lasciato i propri terreni, ma in cambio trovano una comunità stabile e solidale che diventa una "terra nuova".

Nella nuova famiglia che sta per nascere alla luce del regno di Dio non ci saranno più "padri". Sono spesso simboli di una sbagliata forma di regalità. Non si deve correre il rischio di fraintendimenti. Ci saranno e dovranno esserci padri in senso biologico e ancor più padri nel senso della parabola del figliol prodigo (Lc 15,11-32). Ma non più padri che esercitano potere decisionale e controllo su tutto, che governano senza riguardo e asserviscono a sé l'ambiente circostante, compresi moglie e figli — in altre parole, padri che presentano tutti i lati oscuri del patriarcalismo. Questo tipo di padre — lascia intendere il nostro lóghion — non deve più esistere nel regno di Dio, e nemmeno nel nuovo modo di stare insieme che sta ora iniziando. Nel prossimo capitolo approfondiremo maggiormente la figura del «padre».

Uno solo è il Padre vostro (Mt 23,9)

Nella sua grande composizione contro gli scribi e i farisei (Mt 23,1-39) Matteo ha incluso una sezione che e una sorta di catechesi per maestri e guide della comunità cristiana. Questa digressione si collega alla constatazione che gli scribi si compiacciono nel farsi chiamare "Rabbi" (letteralmente: "mio Grande") (Mt 23,7); al che Gesù afferma, in manifesta opposizione:

«Ma voi non fatevi chiamare «rabbi», perché uno solo è il vostro Maestro e voi siete tutti fratelli. E non chiamate «Padre» nessuno di voi sulla terra, perché uno solo è il Padre vostro, quello celeste. E non fatevi chiamare «guide», perché uno solo è la vostra Guida, il Cristo. Chi tra voi è più grande sarà vostro servo; chi invece si esalta, sarà umiliato e chi si umilia sarà esaltato» (Mt 23,8-12).

È chiaro; qui sentiamo sia formulazioni dirette pronunciate da Gesù (ad esempio negli ultimi due detti), sia frasi aggiunte dalla tradizione successiva o dallo stesso Matteo (ad esempio nel terzo detto nel quale è utilizzato il titolo cristologico «Cristo»). E chiaro anche che qui emergono già proberci della chiesa primitiva. Evidentemente la tentazione di compiacersi di incarichi ecclesiali in forma di titoli onorifici ha origini antiche. Matteo assume una posizione di straordinaria durezza contro questa smania di titoli, vietando ai ministri della chiesa non solo di usare titoli onorifici come "padre", ma persino designazioni di funzioni come "maestro". 

Qual e il significato originario di questa parola?

I discepoli che viaggiavano con Gesù attraverso la Galilea avevano lasciato la propria famiglia e con essa anche il proprio padre biologico. E con il padre biologico anche la saggezza che avevano fatto propria e che era frutto della sua lunga esperienza di vita. In questa situazione, che deve essere stata motivo di profonda insicurezza per í discepoli, Gesù conduce la loro attenzione verso il vero Padre, Dio, che ha ora preso il posto del padre terreno. In questa loro nuova condizione di vita non hanno più bisogno, anzi, non devono più chiamare nessun altro con íl nome di padre se non il Padre nei cieli. Si devono quindi staccare, o forse si sono già staccati, dal padre biologico. D'ora in poi sarà il Padre nei cieli a prendersi cura di loro. Se si estrapola il detto di Mt 23,9 dal contesto in cui si trova ora, lo si può leggere correttamente nel modo seguente:

Non chiamate più nessuno padre vostro sulla terra, perché [d'ora in poi] uno solo è il Padre vostro, quello celeste.

Con queste riflessioni ho cercato di individuare il Sitz ina Leben originario di un detto di Gesù che, in Matteo, troviamo inserito in un nuovo contesto catechistico. 

D'altro canto, diversi altri testi depongono a favore di questo senso originale di 114t 23,9: in primo luogo, i testi che invitano a non preoccuparsi e che Matteo ha inserito nel discorso della montagna (Mt 6,25-34 /1 Lc 12,22-31). Lì Gesù esorta i suoi discepoli ad abbandonare qualsiasi pre occupazione per ciò che mangeranno o quello che indosseranno perché, dopo tutto, 21 loro Padre celeste provvederà a loro.

Di questi testi fa parte anche l'apoftegrna di colui che vuole prima andare a casa a seppellire il proprio padre e al quale viene detto: «Lascia che i morti seppelliscano i loro morti» (Lc 9,59-60): chi segue Gesù si deve staccare dal proprio padre biologico. Ma qui entra in gioco soprattutto il Padre nostro (Mt 6,9-13 // Lc 11,24), che come pura preghiera del discepolo si rivolge all' Abb à celeste e, nella quarta domanda, chiede il pane solo per il nuovo giorno che viene. Dio provvederà.

A partire da questo significato originario va interpretato Mt 23,9 nella sua accezione post-pasquale. Per coloro che sono stati battezzati in Gesù Cristo Dio e ora Padre in una maniera tale per cui non e più consentito usare la parola, "padre" come titolo onorifico.

chi vuole essere il primo tra voi (mc 10,43-44)

Il lóghion che accosteremo in questo capitolo trova diverse attestazioni nei vangeli ed e anche presentato narrativarnente nella parabola dei servi inutili (Lc 17,7-10). Fatti salvi i paralleli di Matteo (Mt 20,26-27; 23,11), lo troviamo in tre diverse linee tradizionali, vale a dire Mc 9,35, Mc 10,43-44 e Lc 22,26. È evidente che questa parola di Gesù deve aver toccato da subito qualche nervo scoperto nel mondo ecclesiale. Si può discutere su quale delle tre linee si avvicini maggiormente alla versione originaria. Io opto per Mc 10,43-44: «Chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore, e chi vuole essere primo tra voi sarà schiavo di tutti».

Ciò che Gesù qui proclama non è una semplice "regola di umiltà". Tale definizione non rende assolutamente giustizia. Questo lóghion con tiene materiale esplosivo. Parla di una società diversa. È di questo che dobbiamo ora discutere. Prima di iniziare, però, occorre aggiungere una cosa: così come possiamo stare a dibattere di quale sia la tradizione più antica, possiamo anche ragionare a lungo per stabilire in quale situazione Gesù abbia proclamato questa parola. I vangeli offrono qui tre diverse possibilità:

1. mentre erano «per la strada», evidentemente tra di loro, i Dodici devono aver parlato su chi tra loro fosse «il più grande», al che Gesù li istruisce con Mc 9,35;

2. nel cenacolo si accende tra i Dodici una disputa su chi fosse «il più grande», al che Gesù li istruisce con Lc 22,26;

3. Giacomo e Giovanni chiedono a Gesù di poter prendere posto accanto a lui nell'imminente signoria di Dio — uno alla sua destra, l'altro alla sua sinistra (Mc 10,37). Quando gli altri dieci lo vengono a sapere, si indignano con i due e Gesù lí istruisce con Mc 10,43-44.

Meno plausibile tra tutte è la collocazione durante l'ultima cena. Evidentemente Luca voleva quí contrapporre la dedizione totale di Gesù al com pc,,rtament dei no-1;ci. Un'occasione più co"Tincente e la richiesta -lei figli di Zebedeo di poter sedere nei posti accanto a Gesù nel regno di Dio che sta per venire. Ritorniamo quindi ancora una volta su questa collocazione.

Una cosa e chiara: non si tratta semplicemente di posti d'onore. Giacomo e Giovanni si immaginano l'avvento del regno di Dío come uno dei sistemi di governo dell'epoca, con tutto ciò che esso comporta. Nella gerarchia allora dominante vogliono occupare le massime cariche accanto a Gesù.

A queste fantasticherie — o dovremmo forse dire a questo carrierismo? — Gesù oppone un secco rifiuto. Al posto dell'agognata carica suprema colloca esattamente il contrario: per primo il servitore di tavola, che raccoglie gli avanzi (ai banchetti dell'epoca i nobili li lasciavano semplicemente ca dere a terra), e a seguire lo schiavo, che non godeva dí alcun diritto e la cui vita era completamente nelle mani del padrone. Nel parallelismo è quindi inglobato un crescendo: da «servitore» a «schiavo». Se dunque i «più grandi» e i «primi» nel regno di Dio sono equiparati agli «schiavi», non si tratta di una semplice richiesta di costante umiltà; è molto di più. Si tratta di un progetto di società alternativa in cui viene ribaltato tutto. Che non sia un semplice errore di valutazione lo dimostrano le parole di Gesù in Mc 10,42-43 (1/ Lc 22,25-26), che precedono immediatamente il nostro lóghion:

Voi sapete che coloro i quali sono considerati i governanti delle nazioni dominano su di esse e i loro capi le opprimono. Tra voi però non è così.

Sí noti la formulazione categorica: «Tra voi però non è così». Vale a dire: "Tra voi non può e non deve essere così". Questo contrasto rimanda

direttamente alla forma di signoria comune a quel tempo, come ad esempio quella esercitata da Erode il Grande. Nel parallelo di Luca il concetto e ancora più chíaro, perché qui si parla di governanti che si fanno chiamare «benefattori». Diversi sovrani ellenistici portavano, non solo ufficialmente, il titolo di euerghétés (= benefattore) « Molti se lo facevano aggiungere anche sulle iscrizioni. Faceva parte della reputazione dei governanti ellenistici e romani praticare e ostentare attività filantropiche: costruzione di stadi e terme, istituzione di spettacoli, donazioni di grano. Tutto per la cura ordi naria dell'immagine. Allo stesso tempo, il popolo veniva spremuto e ogni possibile rivale eliminato spietatamente.

Il contrasto presente nel nostro lóghion può però essere riferito in linea di principio a qualsiasi Stato, perché ogni Stato è un sistema di governo co struito sulla propaganda e, soprattutto, sulla violenza. Anche ogni Stato di diritto ha bisogno della violenza per tenere a bada il caos sempre in agguato. È vero:si tratta dí un sistema di governo legittimo fondato sul diritto, ma comunque costruito sulla violenza. La legge del più forte è stata sosti tuita dal monopolio statale sull'uso della forza (un progresso importante e degno di riconoscenza).

Eppure, nel nostro lóghion Gesù propone un mondo alternativo del tutto diverso. Naturalmente, anche qui c'è una "signoria", perché una società sen za diritto, senza ordinamento, senza cariche non e possibile. Non potrebbe sussistere. Ma qui la "signoria" diventa qualcosa di completamente diverso. È puro servizio, che non sí deve più reggere sulla propaganda, sul potere e sulla violenza. Questo tipo di signoria è inerme. Non può guadagnare ne conquistare nulla con la lotta o con la forza. Può solo chiedere il consenso. E può solo dare testimonianza .e servire. Per questo deve aspettarsi in qualsiasi momento di essere fraintesa, calunniata, trascurata o eliminata.

Non è affatto per un caso fortuito che il nostro lóghion sfoci in quello del Figlio dell'uomo che darà «la propria vita in riscatto per molti» (Mc 10,45) e che Luca lo collochi nell'ultima cena in vista della morte di Gesù. Nella sua struttura profonda, in Mc 10,43-44 Gesù propone l'immagine di una società alternativa in contrasto con lo Stato'. Presuppone lo Stato« Sa che è amaramente necessario. Non lo disprezza. Ma sa che ogni violenza legalmente ammansita ha bisogno di sotto-società, persino di contro-società, che vivono senza violenza.

3 Questa società alternativa è in contrasto con lo Stato. Evidentemente, però, anche con tutte le società pre-statali. Perché anche li si fa affidamento su una violenza dissuasiva, ad esempio con l'istituzione della vendetta di sangue.

La chiesa è quindi sottoposta a un'enorme pretesa. Perché un sistema che capovolga tutta la signoria basata sul potere per farne puro servizio per gli altri, rinunciando a qualsiasi forma di violenza, è ciò che Gesù Cristo ha predefinito incondizionatamente. Spesso e di continuo la chiesa ha anche vissuto questa pretesa, alla sequela di Gesù.

Altrettanto spesso, però, o forse ancor più sovente, ha ceduto alla tentazione dí diventare essa stessa uno Stato (Stato della chiesa) o di avocare a se strutture di potere statali oppure ancora di stringere legami intimi con lo Stato (chiesa di Stato). Oppure, e ancora più pericoloso: le persone all'interno della chiesa hanno ostentato mansuetudine esercitando al tempo stesso un subdolo terrorismo "spirituale", ancor più grave dell'abuso di potere fisico.

Eppure, ciò che Mc 10,43-44 intende, è indelebilmente prestabilito per la chiesa. E posto davanti ai suoi occhi in ogni celebrazione eucaristica —a ogni proclamazione del vangelo — nell'invocazione liturgica: «Ecco l'Agnello di Dio» — ma soprattutto nell'immagine del Crocifisso che pende impotente dal legno.

portare la propria croce (lc 14,27 //mt 10,38)

Essere discepoli dopo la Pasqua non significa solo tenere la croce dí Gesù Cristo sempre davanti ai propri occhi. Gesù e molto più radicale, e lo dice. Il discepolo non deve guardare solo la croce. La deve prendere e portare sulle proprie spalle. O almeno così recita la versione ricostruita della fonte dei detti, che qui in via eccezionale considero ancora una volta come testo base:

Colui che non porta la propria croce e non viene diétro a me, non può essere mio discepolo (Lc 14,27 // Mt 10,38).

Si nega spesso che Gesù abbia personalmente pronunciato questa parola, ed è comprensibile. L'espressione "portare la propria croce" in senso figurato, con il significato di prendere su di se pesi e sofferenze, non è mai attestata in forma così diretta né nel mondo antico ne nel giudaismo. Non si deve allora ipotizzare che, quando questa frase e stata formulata, si guardasse già indietro alla morte di Gesù sulla croce?

Queste critiche devono però confrontarsi anche con questa domanda: Gesù faceva riferimento a metafore già esistenti? Non dobbiamo assoluta mente dimenticare quanto fosse inventivo, anzi linguisticamente creativo, non solo nelle sue parabole, ma anche nei suoi lóghia. II cammello che è più facile che passi per la cruna di un ago piuttosto che un ricco entri nel regno di Dio, la trave nell'occhio, quel "tagliarsi la mano" o "cavarsi l'occhio": tutte queste creazioni linguistiche non erano antecedenti. Gesù stesso ha tradotto in parole queste immagini, a volte spiritose, a volte incredibilmente forti. Era in grado di compiere operazioni del genere.

E l'immagine del "prendere la croce" (Mt 10,38) o del "portare la croce" (Lc 14,27) non aveva nemmeno bisogno di essere inventata. Era usuale che, all'interno dell'impero, e quindi anche in Palestina, i soldati romani crocifiggessero i ribelli. Un esempio: durante i tumulti scoppiati alla morte di Erode il Grande (4 a.C.), Publio Quintilio Varo, legato imperiale in Siria, fece crocifiggere duemila giudei ribelli nelle vicinanze di Gerusalemme.

Tutti coloro che ascoltavano le parole di Gesù avevano già assistito di persona a qualche crocifissione. Oppure ne avevano sentito parlare. 

Gesù si serve di questo scenario terribile per mostrare cosa significhi fare causa comune con lui. Chi lo segue deve fare i conti con false accuse, calunnie, opposizioni fanatiche e sofferenze lancinanti.

Naturalmente, dopo la Pasqua l'immagine del portare la croce e diventata per sempre indissolubilmente legata alla morte reale di Gesù sulla croce, una metafora fondamentale per la sequela. All'inizio, però, e stato Gesù stesso a scegliere questa metafora che doveva intenzionalmente fungere da deterrente. Gesù vuole mettere in guardia le persone che lo vogliono se guire Perché, chi decide di farlo, lo deve fare in piena libertà, riflettendpci bene. Per il resto, il parallelo del nostro lóghion presente nella tradizione attestata da Marco offre un quadro non meno spaventoso:

Se qualcuno vuoi venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la propria croce e mi segua (Mc 8,34 /1 Mt 16,24 Lc 9,23).

Qui l'immagine del «prendere la croce» è unita alla frase «rinnegare se stessi». Cosa significa «rinnegare se stessi»? Qual è il significato di questo detto? Il termine greco aparnéomai nella sua accezione principale significa "dire no" e "esprimere un rifiuto". Altri significati sono "rifiutare qualcuno" e "separarsi da qualcuno". Nel nostro caso è evidente che significa: "dire di no a se stessi", "staccarsi da se stessi".

Chi vuole seguire Gesù, e quindi compiere ciò che Gesù intende con sequela, deve abbandonare il proprio "io", il proprio "sé" amato. Non si deve più aggrappare a se stesso, alle proprie idee, ai propri desideri, ai propri progetti di vita e alla propria comfort zone. Deve "staccarsi da se stesso" e rinunciare alla propria vita. Quando Gesù dice che chi vuole seguirlo deve prendere la propria croce su di sé non intende fare riferimento alle numerose "croci" della vita di ogni giorno: l'ira quotidiana, le fastidiose seccature, le incessanti inadeguatezze e le penosità della vita, nemmeno le malattie che sopraggiungono e infine la morte che tutti dobbiamo vivere, ma vuole innanzitutto e sostanzialmente fare riferimento alla dedizione della propria vita per la causa di Dio, cioè ciò che Gesù ha vissuto e annunciato. Solo dopo aver preso questa decisione fondamentale anche le piccole e le grandi difficoltà della vita entreranno a far parte della sequela.

chi perderà la propria vita, la salverà (mc 8,35)

Nella serie di lóghia di Mc 8,34-38, al detto del "prendere la croce su di se" fa immediatamente seguito il loghion della perdita e della salvezza della propria vita. Gesù ha pronunciato questa parola esclusivamente nel contesto della chiamata dei discepoli o forse questo detto è riferito a tutto il popolo? Fa parte dell'ethos della sequela (e quindi di questa terza parte) o dell'ethos che riguarda tutti in Israele (e quindi della quarta parte)? E una scelta difficile. In via eccezionale tolgo subito un'aggiunta redazionale dell'evangelista. «Per causa ... del Vangelo» è di certo un'aggiunta di Marco3. Rimane quindi il testo seguente:

Chi vuole salvare la propria vita, la perderà.

Ma chi perderà la propria vita per causa mia ], la salverà.

Si nota subito che anche questi due versi sono costruiti ad arte. Non si tratta solo di un parallelismo antitetico; i verbi sono disposti a chiasmo, in modo incrociato:

salvare

perdere

perdere

salvare

E il lóghion formula un paradosso: come è possibile perdere la propria vita, e proprio in tal modo salvarla? Ma il paradosso diventa ancora più grande se si esamina la tradizione consueta delle traduzioni, che si è assestata su «perdere». Il termine greco sottostante apóllyini significa anche "rovinare, distruggere"; anzi, questa e la sua accezione principale. Se per Me 8,35 si tiene conto di questo significato fondamentale, il lóghion recita:

«Chi vuole salvare la propria vita, la manderà in rovina. Chi manda in rovina la propria vita per causa mia, la salverà».

In questo caso la parola di Gesù è ancora più drastica, proprio perché ora si sottolinea maggiormente che il discepolo stesso distruggerà la vecchia vita per amore di. Gesù. E questo corrisponde esattamente alla radicalità che abbiamo incontrato nei detti esaminati più indietro. I discepoli di Gesù lasciano il padre, la moglie, i figli e tutti i loro beni. Lasciano alle proprie spalle tutto ciò di cui hanno vissuto e che hanno costruito. Questo distacco da tutto e un evento attivo. Ed è un abbattere il progetto di vita fin qui coltivato. I discepoli distruggono realmente quella che era la loro vecchia vita. Ma proprio in questo modo salvano la propria vita. Nulla va perso. Stanno gíà ricevendo indietro il centuplo di tutto. Il paradosso e lo stesso che si incontra quando sí traduce con "perdere", solo che e molto più accentuato e molto più in linea con il linguaggio audace di Gesù.

Tra l'altro, sullo sfondo di questo lóghion potrebbe essere presente uno schema retorico fisso, più volte attestato nel mondo antico. Secondo questo schema, i generali che tenevano un discorso appena prima della batta glia dicevano ai soldati: «Chi combatte a rischio della propria vita e sta al fianco deí propri compagni di battaglia sarà salvato. Ma chi fugge per viltà, perderà la vita perché non troverà nessuno ad aiutarlo».

Se il motivo di questo "discorso del comandante" fosse penetrato nelle parole di Gesù, dimostrerebbe ancora una volta che Gesù era più istruito e conosceva il mondo più di quanto molti vogliano ammettere. A prescindere da tutto questo: Mc 8,35 riflette l'assenza di condizionamenti e la radicalità della vita di Gesù stesso, un'assenza di condizionamenti che egli esige anche dai suoi discepoli.

- Giunto alla fine di questo capitolo, sono propenso a credere che Gesù esiga questa radicalità da noi tutti. Mc 8,35 e i suoi paralleli non si riferiscono esclusivamente al dono della vita da parte del martire, sebbene in determinate circostanze questa estrema confessione di fede verso Gesù possa essere richiesta a ogni cristiano e certamente risuona anche in questa parola del Signore. In genere si tratta però di qualcos'altro: chiunque, anche il cristiano devoto, si preoccupa sempre di "salvare" le proprie aspettative, i propri ideali e progetti di vita privati e, soprattutto, il proprio onore sociale. Ma sono proprio queste azioni finalizzate a salvarsi che mettono a repentaglio la vita o addirittura la rovinano, in particolare la vita vera che gli donerebbe l'esistenza sotto la signoria di Dio.

Tra tutte le parole radicali pronunciate da Gesù nei vangeli, probabilmente nessuna esprime un giudizio così netto sulle attuali tendenze del cristianesimo come Mc 8,35. Perché oggi i cristiani troppo spesso si sentono dire esattamente il contrario di quello che ci viene detto in questo léghion del Signore. Oggi, in varianti sempre nuove e come in un circolo infinito, si sentono frasi come: «Sii pienamente con te stesso!» - «Entra in armonia con te stesso!» - «Diventa una cosa sola con te stesso!» - «Abbi fiducia ín te stesso!» - «Conta sulla forza del tuo profondo!» - «Ascolta i sogni del tuo cuore!» - «Scopri la ricchezza della tua vita!» - «Prenditi cura di te stesso!» - «Non farti del male!» - «Dite di sì a voi stessi incondizionatamente!» - «Devi perdonarti!» - «Decidi tu stesso della tua vita!».

Eppure, a coloro che vogliono essere dei suoi, Gesù non chiede amore per se stessi bensì abnegazione.

se il sale perde il sapore (lc 14,34-35)

«Buona cosa è il sale, ma se anche il sale perde il sapore, con che cosa verrà salato? Non serve né per fa terra né per il concime e così lo buttano via».

A una prima impressione questo testo non ci suona familiare, perché proviene da un mondo nel quale il sale era un bene molto ricercato e spesso addirittura prezioso. Naturalmente veniva utilizzato per insaporire e conservare gli alimenti, come avviene anche da noi, ma in più serviva anche per la pulizia, per il trattamento delle pelli, per la cura personale e per scopi medici. Ai neonati venivano fatte frizioni con il sale (Ez 16,4). Era un bene assolutamente indispensabile. Ecco perché il nostro testo esordisce dichiarando: «Buona cosa e il sale».

Ma come può il sale perdere la sua "salinità"? È impossibile, almeno con íl sale da cucina puro che usiamo noi oggi. Il cloruro di sodio (NaCl) rimane cloruro di sodio. All'epoca, però, non esisteva un sale completamente puro, almeno non in Palestina. Li si e estratto per secoli sale, soprattutto dal Mar Morto, la cui acqua veniva raccolta in bacini poco profondi ,e lasciata evaporare. Durante il processo di evaporazione, per ottenere il tanto desiderato sale si potevano separare molte sostanze, ma non completamente. Residui di solfato di calcio e altre impurità chimiche restavano nel sale. Durante la conservazione in ambienti umidi, in casa o altrove, poteva quindi succedere che il sale venisse almeno in parte lavato via. In questo modo prevaleva il sapore delle altre sostanze in esso presenti oppure il sale perdeva addirittura tutto il suo sapore.

Il nostro testo presenta un altro problema, in particolare nell'espressione: «con che cosa verrà salato?». Questa espressione è ambigua e si può prestare a un'altra interpretazione: "Se non si dispone di sale buono, con che cosa si potrebbe insaporire?". Ma la riga che segue rende evidente che è una lettura sbagliata. Il soggetto può essere solo il sale (così lo interpreta anche Mc 9,50). Gesù vuole quindi dire: "Con che cosa si deve dare sapore proprio al sale, se e diventato insipido?". Questo modo di parlare così incisivo è caratteristico di Gesù.

Un ulteriore problema e il «campo». Evidentemente viene dato per scontato che, all'epoca, gran parte dei rifiuti. prodotti da una famiglia potesse essere utilizzata per fertilizzare i campi. Negli antichi manuali romani di agricoltura, ad esempio, Columella (morto intorno al 70 d.C.) fornisce lunghe spiegazioni su come concimare correttamente? Qui il termine greco ghé terra deve quindi essere tradotto con «campo». Naturalmente, il sale andato a male non può finire ne sul mucchio di letame né nel campo. Deve essere smaltito in altro modo.

Un'altra domanda che emerge dal nostro testo viene spesso ignorata, e con essa giungiamo all'interpretazione vera e propria: a chi era rivolta questa "parola sul sale"? Solo ai discepoli o anche alle folle che ascoltavano Gesù e che a volte addirittura lo seguivano? Se era rivolta a tutti, allora questa parola era un forte avvertimento per Israele. L'attenzione era rivolta al popolo di Dio per il significato che aveva per le nazioni. Israele doveva diventare una benedizione per il mondo intero (Gen 12,3) e «luce delle nazioni» (Is 42,6), Ma se non svolge il suo compito perché diventa come le altre nazioni, allora il suo sale ha perso il sapore — e allora sarà calpestato e gettato via (Mt 5,13). La parola sul sale riprenderebbe allora il discorso dí Giovanni il. Battista sul giudizio, con cui Israele veniva messo in discussione in maniera altrettanto tagliente (Mt 3,9).

Il detto, però, potrebbe anche essere rivolto ai discepoli di Gesù e, in tal caso, riguardare il loro compito per Israele. Attraverso la loro esistenza, i discepoli sono il sale escatologico per Israele. Se questo sale perde la sua forza testimoniale, diventa inutile, anzi, diventa un inciampo. Non serve più e lo si butta via (Lc 14,35). Non serve nemmeno per concimare, perché rovina la "terra".

Se consideriamo i contesti di Marco (9,31.35), Matteo (5,1-13) e Luca, allora o i discepoli di Gesù sono i destinatari, o al popolo vengono presentate le condizioni del discepolato (Le 14,25.33). Verosimilmente sarà stato così anche con Gesù, che voleva dire chiaramente a coloro che avevano lasciato tutto per seguirlo: "Non dovete mai rinunciare al vostro compito vero e proprio, che consiste nel radunare Israele per la signoria di Dio. E dovete condurre una vita conforme alla signoria di Dio. Altrimenti siete inutili; anzi, altrimenti siete una sventura". Fra l'altro, i due possibili destinatari non sono contrapposti in un rigido aut-aut, ma sono strettamente collegati: i discepoli sono per Gesù l'essenza e il centro della crescita dell'Israele escatologico, e questo Israele escatologico non è eletto solo per se stesso, bensì per il mondo intero.

la macina al collo (lc 17,1-2)

Gesù recita: «É inevitabile che vengano scandali, ma guai a colui a causa del quale vengono. E meglio per lui che gli venga messa al collo una macina da mulino e sia gettato nel mare,piuttosto che scandalizzare uno di questi piccoli» (lc 17,1-2).

Se si osserva la collocazione di questo detto nel suo contesto, è evidente che Gesù si sta rivolgendo ai suoi discepoli (cf. Mc 9,35.381/ Lc 17,1). A rigore, nel gruppo dei discepoli devono essersi verificati uno o più episodi che dovevano apparire tanto spaventosi a Gesù da indurlo a rispondere con il loghion della macina. Tutto questo però è alquanto improbabile. Ancora meno probabile e che si tratti della formazione di una comunità post-pasquale che reagisce a scandali commessi all'interno divarie comunità. Chi, nella chiesa primitiva, avrebbe dovuto formulare parole così drastiche? Per questo dobbiamo ritenere si tratti di una parola diretta pronunciata da Gesù ai suoi oppositori e che, dopo la Pasqua, potrebbe senz'altro essere stata applicata a situazioni presenti nelle comunità (tentazione dell'apostasia):

Skandalon si riferiva in origine alla mazza di legno o al bastone di legno presente in una trappola; successivamente, nel linguaggio biblico in senso figurato indicava la propensione a cadere, soprattutto in riferimento alla tentazione dell'apostasia. A partire da Martin Lutero, molte edizioni della Bibbia hanno tradotto skandalon con "offesa". Traduzioni più recenti rendono skandalizò con «far cadere» e, per il plurale scandala, usano l'espressione «cose che fanno cadere le persone». Quest'ultima espressione può sembrare poco consona, ma è quella che più si avvicina al campo figurativo originale ed è molto più precisa della vaga "offesa".

Marco parla letteralmente di una «macina d'asino», Luca semplicemente di una macina. Qui Marco è più preciso. Sí tratta della parte superiore di un mulino in pietra che si trovava su un sito pianeggiante. Questa parte si muoveva orizzontale su una base e veniva fatta girare da un asino. Già solo l'elemento superiore era pesantissimo.

L'aspetto decisivo, però, è che i «piccoli» non sono affatto i bambini. Sarebbe sbagliato però interpretare il nostro lógion — almeno nel suo senso originario — come riferito alla seduzione di bambini. Come mostra Mt 10,42, i «piccoli» sono i discepoli di Gesù (o i discepoli in trasparenza per indicare i futuri membri della comunità). Non erano affatto sacerdoti, studiosi, professionisti interpreti delle Scritture quelli che Gesù e riuscito a raccogliere intorno a sé. Questi erano piuttosto schierati tra i suoí avversari. Erano invece i semplici, gli insignificanti, gli illetterati, e poi anche le persone discriminate, i peccatori e i malati, che riponevano la loro speranza in Gesù e credevano nel suo messaggio della venuta del regno di Dio (cf. anche Mt 11,25 // Lc 10,21).

Nel nostro caso le persone interessate sono soprattutto i discepoli di Gesù. Anche loro non sono «professionisti" della religione. Per questo non erano in pratica all'altezza di sostenere discussioni sulla sacra Scrittura. Verosimilmente gli avversari di Gesù non solo hanno di continuo cercato di discriminare Gesù, ma si sono avvicinati anche ai suoi discepoli per scuotere la loro fede. Il nostro lóghion deve essere stato pronunciato in un contesto come questo.

Il quadro che ci presenta davanti agli occhi è terribile. Bisogna immaginarsi una persona legata a tale massa di pietra che affonda nel «mare di Galilea», ossia nel lago di Gennesaret. L'esecuzione pagana per annegamento era proibita in Israele. Era particolarmente ripugnante per i giudei, perché la persona giustiziata non poteva poi essere sepolta. Quindi, Gesù non solo sceglie l'immagine di un'esecuzione crudele e disonorevole, ma la rende ancor più spietata aggiungendo il peso della macina. 

Per Gesù, il tentativo dei suoi avversari esperti di Scritture di distruggere la fede dei suoi discepoli in lui doveva essere un attacco diretto all'agire di Dio. Gesù deve aver pronunciato la parola della macina davanti a loro pieno d'ira, senza nemmeno nominare il giudizio di Dio che si sarebbe abbattuto sui suoi avversari, ma dicendo: "Se uno di voi inducesse in tentazione uno dei miei discepoli e fosse gettato nel lago legato a una macina da mulino, questo sarebbe un destino lieve rispetto a quello che minaccia realmente il tentatore.

Per parlare in questo tono, significa che í discepoli dovevano proprio essere importanti per la causa di Dio! E quanto preziosi erano evidentemente per Gesù i poveri e le persone semplici che riponevano tutta la loro speranza nel messaggio sulla prossimità della signoria di Dio!

un bicchiere d'acqua fresca (mt 10,42)

Gesù aveva veramente a cuore i suoi discepoli. Lo dimostra non solo il lóghion della macina, ma anche quello del bicchiere d'acqua fresca che ci viene tramandato in Mc 9,41. Per l'interpretazione facciamo qui riferimento alla versione di Matteo, dal momento che sembra essere più originaria:

«Chi avrà dato da bere anche un solo bicchiere d'acqua fresca a uno di questi piccoli perché è un discepolo, in verità io vi dico: non perderà la sua ricompensa» (Mt 10,42)

Per «piccoli», si intendevano i discepoli di Gesù. E con questo siamo già giunti al messaggio che il lóghion intende trasmettere.

Di per sé era consuetudine diffusa offrire un sorso d'acqua ai viaggiatori di passaggio. Faceva parte delle norme dell'ospitalità orientale. Nella letteratura sapienziale di Israele si raccomanda di dare da bere anche al nemico: Se il tuo nemico ha fame, dagli pane da mangiare; se ha sete, dagli acqua da bere (Pr 25,21).

Il bicchiere d'acqua offerto allo straniero è quindi una prassi scontata. La particolarità qui è che il ristoro gli viene donato in quanto discepolo di Gesù. Questa motivazione sposta tutto su un altro piano, che risulta essere decisivo per Dio. Oltre a Gesù, i discepoli sono i principali protagonisti della trasformazione del mondo che si sta realizzando con l'avvento della signoria di Dio. A chiunque venga in aiuto di Gesù e dei suoi discepoli, anche solo con un bicchiere d'acqua fresca, è promessa una grande ricompensa.

Verso la fine del suo vangelo, nel discorso sul ritorno del Figlio dell'uomo (Mt 25,31-46) Matteo riandrà ancora una volta al pensiero di fondo di questo lóghion. Ai benedetti che siedono alla sua destra dirà:

Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare,

ho avuto sete e mi avete dato da bere,

ero straniero e mi avete accolto,

nudo e mi avete vestito,

malato e mi avete visitato,

ero in carcere e siete venuti a trovarmi.

E, poco dopo, da giudice universale, Gesù si rivolgerà esattamente a queste persone che hanno prestato aiuto ai suoi seguaci, e quindi a lui stesso:

«In verità io vi dico: Tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me» (Mt 25,40).

In molte omelie, catechesi e discorsi questo testo viene oggi interpretato come se riguardasse tutti i bisognosi, gli affamati, i poveri di questa terra, che sarebbero i «fratelli più piccoli di Gesù». Una simile lettura ben si addice alla nostra mentalità attuale o, più precisamente, al nostro umanesimo moderno. Coincide con il nostro desiderio di un cristianesimo non dogmatico e pratico. Ma risponde anche alla nostra apertura verso l'ethos di altre religioni: qualunque religione una persona professi o qualunque visione del mondo sostenga, se aiuta i suoi simili che sono nel bisogno è una persona giusta.

Matteo intendeva però qualcos'altro. I «fratelli più piccoli» di Gesù non sono i numerosi poveri e indigenti del mondo, ma i discepoli che Gesù ha inviato, che la sera hanno fame, che non hanno un tetto sopra la testa, che sono nel bisogno e che sono spesso rifiutati e perseguitati. Matteo ne aveva già parlato per esteso nel grande discorso missionario in 9,35-11,1. Appunto, í discepoli inviati non vengono accolti ovunque (10,14). Finiscono tra i «lupi» (10,16), consegnati davanti ai tribunali (10,17), flagellati nelle sinagoghe (10,17), condotti davanti a governatori e re (10,18), accusati dai loro stessi parenti (10,21) e odiati da tutti (10,22).

Chi sono dunque «i fratelli più piccoli» di Gesù in Mt 25,31-46? In che modo Matteo si è immaginato queste situazioni quando ha scritto il suo vangelo dopo l'anno 70? Io credo che abbia pensato così: quando verrà il giorno del giudizio universale, il vangelo sarà già, stato annunciato a tutti i popoli (Mt 24,14; 28,19). In mezzo ai pagani sono stati presenti i testimoni della fede cristiana, poveri e oppressi, che venivano spesso perseguitati e giungevano da loro nel bisogno. E tra di loro c'erano anche comunità cristiane che, attraverso la loro esistenza, avevano dato testimonianza a Gesù Cristo. Nel giudizio universale i pagani saranno giudicati in base al comportamento assunto nei confronti dei messaggeri cristiani e delle comunità cristiane. Se li avranno aiutati, anche solo con un bicchiere d'acqua fresca (cf. Mt 10,42), avranno sostenuto la causa di Gesù e prenderanno parte al regno di Dio. Se non li avranno aiutati, non apparterranno al regno di Dio e saranno giudicati.

Quindi, in Mt 25 il Figlio dell'uomo si identifica in maniera quasi scandalosa con i suoi discepoli, con i suoi seguaci, con le comunità dei suoi discepoli. Allo stesso modo Cristo è al fianco di tutti i poveri: ciò che per Lui conta di più al mondo è l'esistenza del suo popolo, perché solo attraverso di esso i poveri presenti sulla terra potranno veramente essere aiutati nel lungo termine.

Questo modo d'intendere dà l'impressione d'essere poco cristiano e poco matteano: i cristiani come i privilegiati di questa terra!

Alla luce dell'intera Bibbia, però, non c'è nulla di insolito nell'interpretazione dei discepoli perseguitati di Gesù, per altro del tutto matteana: Israele, o meglio la chiesa, è lo strumento di Dío per la salvezza del mondo e chi viene in aiuto dei discepoli di Gesù viene in aiuto di Gesù (Mt 10,40-42).

Occorre inoltre notare che ai, pagani che sono entrati in contatto con i cristiani non viene chiesto sempre tutto. Cíò che si richiede loro e innanzi tutto umanità nei confronti dei cristiani. Spesso è sufficiente un bicchiere d'acqua. Ai cristiani è invece richiesto molto di più: non solo un bicchiere d'acqua, ma tutta l'esistenza, tutta la vita, una chiara professione di fede in Cristo. E naturalmente anche i discepoli saranno giudicati dal Figlio dell'uomo. Qui non si può certo parlare di un cristianesimo «privilegiato».



domenica 6 settembre 2026

PER TUTTI O PER MOLTI

 IL SI E L'AMORE DI DIO DURANO ANCHE NELLA MORTE

L'origine dell'eucaristia nel mistero pasquale

Quale significato ha dato Gesù alla sua morte?

Alcuni anni fa Gonsalv Mainberger, allora ancora membro dell'ordine domenicano, spaventò i suoi uditori e, ben presto, i suoi lettori in tutta Europa, con l'affermazione: «Cristo è morto per niente». Per molti versi non fu affatto chiaro quel che di preciso egli avesse inteso; probabilmente voleva tradurre in uno slogan semplice e mordace ciò che, nel linguaggio elaborato dello studioso, si poteva leggere in Bultmann. Bultmann dice: non sappiamo come Gesù abbia accolto la propria morte, come l'abbia superata. Dobbiamo lasciare aperta la possibilità che egli abbia fallito. Per capire quest'affermazione, bisogna riflettere su come Bultmann ha presentato la figura di Gesù. Partendo dall'idea che, di fatto, dovunque può accadere solo la stessa cosa, il verosimile, che il miracolo del Totalmente Altro è storicamente impossibile, egli elimina tutto ciò che è inusuale, fuori della norma e divino dalla vicenda di Gesù. Così, alla fine, resta solo un mediocre rabbino, quale se ne può trovare in ogni epoca.

Resta, però, incomprensibile come questo rabbino improvvisamente sia finito sulla croce, dato che, di solito, i professori mediocri non vengono crocifissi. Sulla croce, allora, non fallisce il Gesù reale, ma il Gesù pensato. Partendo dalla croce si vede come Gesù fosse tale da far saltare la misura dell'usuale, non potesse essere spiegato con i criteri dell'usuale. Diversamente non si capirebbe perché, improvvisamente, delle potenze tra loro avversarie, giudei e romani, devoti e senza Dio, si siano associate per far fuori questo strano profeta. Egli, appunto, non rientrava in nessuno dei criteri che gli uomini si danno e, proprio per questo, doveva essere messo da parte. Con ciò, ancora una volta, si vede bene come noi non conosciamo il Gesù reale, proprio perché ce lo ritagliamo secondo i nostri criteri. Il vero Gesù è solo il Gesù dei testimoni. Non c'è possibilità migliore per sapere di lui che quella di ascoltare la parola di coloro che hanno vissuto con lui, che hanno percorso con lui il cammino della sua vita terrena.

Se interroghiamo questi testimoni, vediamo — ma del resto è una cosa che si capisce di per se stessa — che Gesù non è affatto salito sulla croce senza aspettarselo in alcun modo. Non era affatto cieco rispetto alla tempesta che si stava abbattendo su di lui, rispetto al potere della contraddizione, dell'ostilità e del rifiuto che si stava addensando intorno a lui. Non meno importante per la sua consapevole ascesa sulla croce fu il fatto che egli vivesse del cuore della fede di Israele, che egli partecipasse della preghiera del suo popolo: i salmi, la pietà di Israele ispirata dai profeti, sono troppo profondamente segnati dalla figura del giusto sofferente, che, per amore di Dio, non trova alcun posto in questo mondo, che, in nome della fede, affronta la sofferenza. Questa preghiera — che vediamo salire sempre nuova e farsi più profonda nei salmi così come nelle profezie del servo di Dio nel Deuteroisaia fino a Giobbe e ai tre fanciulli nella fornace ardente — egli l'ha condotta fino al suo cuore definitivo, l'ha adempiuta, mettendo la sua persona a disposizione per questo e manifestando, in tal modo, la chiave di questa preghiera.

Tutti i modi del suo annuncio convergono, quindi, nella direzione del mistero di colui che conserva il suo amore e il suo messaggio fin dentro la sofferenza. La forma definitiva è offerta dalle parole che egli pronuncia in occasione dell'ultima cena. Esse non sono completamente inattese: erano già presenti, segnavano tutte le strade da lui percorse. Eppure in queste parole è messo in una luce nuova quel che fino allora era solo inteso: l'istituzione dell'eucaristia è anticipazione e accettazione della sua morte, ne è il compimento spirituale. Gesù, infatti, partecipa se stesso, si comunica nel pane spezzato e nel sangue versato. Le parole che Gesù pronuncia nell'ultima cena sono, quindi, la risposta alla questione sollevata da Bultmann, sulla coscienza con la quale Gesù affrontò la propria morte; in esse accade il compimento spirituale della sua morte o, come giustamente affermiamo, in esse Gesù trasforma la morte nell'atto spirituale del sì, nell'atto dell'amore che condivide se stesso; nell'atto dell'adorazione, che si mette a disposizione per Dio e, a partire da Dio, per l'uomo. Le due cose si implicano a vicenda: senza la sua morte le parole dell'ultima cena sarebbero come una garanzia senza copertura; senza queste parole la sua morte sarebbe solo un'esecuzione senza un senso riconoscibile. Ambedue le cose costituiscono questo nuovo evento, in cui ciò che nella sua morte manca di senso diventa il senso; in cui ciò che è privo di logica si trasforma in logica e in parola; in cui la distruzione dell'amore, che la morte significa di per se stessa, ne diventa invece la garanzia, la sua permanente consistenza. Se, dunque, vogliamo sapere che cosa ha inteso Gesù stesso con la sua morte, come l'ha accolta, che cosa essa significa, allora dobbiamo riflettere su queste parole e vederle sempre sostenute e garantite dal sangue della sua testimonianza.

Prima, però, di accostarle più da vicino, gettiamo uno sguardo sulla grande visione che san Giovanni ha sviluppato nel capitolo 13 del suo Vangelo, nel racconto della lavanda dei piedi. In questa scena l'Evangelista in certo qual modo riassume la totalità della parola, della vita e della passione di Gesù. Come in una visione, si può vedere che cosa sia questa totalità. Nella lavanda dei piedi compare quello che Gesù fa e quel che egli e Lui, che e il Signore, si abbassa; depone gli abiti della gloria e si fa schiavo, quello che sta presso la porta e compie per noi il lavoro servile della lavanda dei piedi. È questo il senso di tutta la sua vita e di tutta la sua sofferenza: egli si piega sui nostri piedi sporchi, sulla sporcizia dell'umanità e, nella sua sovrabbondante bontà, ci lava e ci purifica. Il gesto servile del lavare i piedi aveva come senso il rendere gli uomini atti al convito, atti alla comunione, così che potessero sedere gli uni con gli altri a tavola. Gesù Cristo ci rende atti a stare a tavola e alla comunione, davanti a Dio e gli uni per gli altri. Noi, che continuiamo a non riuscire a stare insieme, che non siamo adatti a Dio, veniamo accolti da lui. Egli porta l'abito della nostra povertà. Nel momento in cui ci accoglie, diventiamo capaci di Dio, ci è dato accesso a Dio. Veniamo lavati, nella misura in cui accettiamo di abbassarci nel suo amore. Questo amore significa che Dio ci accoglie, senza condizioni previe, anche se non siamo né degni né capaci di lui, perché lui, Gesù Cristo, ci trasforma e diventa nostro fratello. E pur vero che il racconto di Giovanni mostra che lì, dove Dio non pone limiti, questi li può porre l'uomo. Se ne vedono due. Il primo compare nella figura di Giuda: dice il no dell'avidità e della cupidigia, dell'autoglorificazione, che non vuole accogliere Dio. E il no che vuole creare lui stesso il mondo e che non è disposto a riceverlo in dono da Dio. «Meglio restare debitori, che pagare con una moneta che non porti la nostra immagine; lo esige la nostra sovranità»: è quanto afferma Nietzsche. Il cammello non passa per la cruna dell'ago; solleva, per così dire, la sua superba gobba e non è in condizione di entrare attraverso le porte della bontà misericordiosa. Penso che, in quest'ora, dovremmo tutti chiederci se anche noi non siamo tra coloro la cui superbia, la cui pienezza di sé non permette di lasciarsi lavare, di accettare il dono dell'amore salvifico di Gesù Cristo. Accanto a questo rifiuto, che viene dalla cupidigia e dalla superbia dell'uomo, c'è però anche il pericolo dell'uomo pio, rappresentato da Pietro: la falsa umiltà, che non vuole ciò che è grande, non vuole che Dio si abbassi fino a noi; la falsa umiltà, in cui si nasconde anche la superbia di non accettare alcun perdono, ma di voler essere puri da se stessi; la falsa presunzione e la falsa modestia, che non vuole far sua la misericordia di Dio. Ma Dio non vuole la falsa modestia che respinge la sua bontà; vuole invece l'umiltà, che si lascia lavare e, in questo modo, diventa pura. È questo il modo in cui egli si dà a noi. Andiamo ora alle parole dell'ultima cena, così come ci sono raccontate nei primi tre Vangeli, e chiediamoci che cosa veniamo a sapere da esse. Troviamo, in primo luogo, queste due espressioni impenetrabili, che adesso, e per sempre, stanno al centro della Chiesa, al centro della celebrazione eucaristica, le parole di cui noi viviamo, poiché sono la presenza del Dio vivente, la presenza di Gesù in mezzo a noi; sono le parole che strappano il mondo dalla sua insopportabile noia, indifferenza, pesantezza, malvagità. «Questo è il mio corpo, questo è il mio sangue»: sono espressione del linguaggio sacrificale di Israele, con cui venivano indicate le offerte presentate a Dio nel tempio. Facendo sue queste parole, Gesù definisce se stesso come il vero e definitivo sacrificio, in cui giungono a compimento tutti i vani tentativi dell'Antico Testamento. In lui viene accolto ciò che in essi sempre era sempre stato desiderato e mai era stato raggiunto. Dio non vuole sacrifici di animali. A lui tutto appartiene. E non vuole sacrifici umani, poiché ha fatto l'uomo per la vita. Dio vuole qualcosa di più grande: vuole l'amore, che cambia l'uomo e in cui l'uomo diventa capace di Dio, si affida completamente a Dio. Ora tutte le ecatombi, i sacrifici che fino ad allora si erano fatti nel tempio di Gerusalemme, e tutti i sacrifici dell'intera storia dell'umanità, questo eterno e vano tentativo di porsi al livello di Dio, risultano superflui, ma, allo stesso tempo, appaiono per quel che erano, delle finestre che lasciano intravedere ciò che davvero conta; segni precorritori di ciò che ora si è compiuto. Quel che in essi era prefigurato - il dono a Dio, l'unità con Dio - diventa ora un avvenimento in Gesù Cristo, in lui, che non dà qualcosa a Dio, ma se stesso e, insieme con se stesso, anche noi.

Per tutti o per molti?

Adesso, però, dobbiamo chiederci: come funziona tutto questo e qual è il suo significato? Ci imbattiamo allora in un secondo elemento. Alle due frasi citate, che sono tratte dalla teologia templare di Israele o, più precisamente, dall'alleanza stipulata sul Sinai, Gesù aggiunge una parola tratta dal libro di Isaia: «Questo è il mio corpo, che è dato per voi; il mio sangue, che è versato per voi e per i molti». Questa citazione proviene dai canti del servo di Dio, che possiamo leggere in Isaia 53. Per comprenderne il contenuto, dobbiamo per un attimo tornare a chiarirne lo sfondo. Con l'esilio babilonese Israele aveva perso il suo tempio. Non poteva più adorare Dio; non poteva più celebrare la sua lode; non poteva più celebrare il sacrificio di espiazione ed era costretto a chiedersi che cosa doveva accadere, come si poteva mantenere vivo il rapporto con Dio, come mantenere un giusto ordine nelle cose del mondo. Poiché, in definitiva, proprio questo era l'oggetto del culto: mantenere giusto il rapporto tra l'uomo eDio, poiché solo così si mantiene giusto l'asse del reale. In tali domande, imposte dalle circostanze dell'assenza del culto, a Israele fu dato di vivere una nuova esperienza. Non poteva celebrare alcuna liturgia templare, poteva solo soffrire per amore di Dio. I suoi spiriti più grandi, i profeti, colsero, per illuminazione di Dio, che questa sofferenza dell'Israele credente era il vero sacrificio, il nuovo, grande, culto con cui ci si presentava davanti a Dio per gli uomini, per tutto il mondo. Ma c'era ancora un punto scoperto: Israele è il servo di Dio, che accoglie Dio nella sua sofferenza e sta davanti a Dio per il mondo, ma, allo stesso tempo, è anche macchiato, colpevole, egoista, perduto. Non può ricoprire fino in fondo la figura del servo di Dio. Ecco perché questi grandi: inni restano stranamente in bilico; da una parte parlano del destino del popolo sofferente e lo spiegano; aiutano gli uomini ad accogliere la loro sofferenza come un sì al Dio che giudica e che ama. Ma, allo stesso tempo, spalancano l'attesa di colui in cui tutto questo si avvererà fino in fondo, che è davvero il testimone puro di Dio in questo mondo e di cui ancora non si può fare il nome. Nell'ultima cena Gesù riprende e pronuncia queste parole: egli soffre per i molti e mostra così che in lui si compie quell'attesa; che nella sua sofferenza accade questa grande liturgia dell'umanità. Lui stesso è il puro «essere per», colui che non sta davanti a Dio per se stesso, ma per tutti.

A questo punto desidero affrontare una questione su cui, da parte di alcuni, si e molto polemizzato: la traduzione tedesca non dice più «per molti», ma «per tutti»; con ciò è pur noto che nel messale latino e nel testo greco del Nuovo Testamento, cioè nel testo originale che deve essere tradotto, si trova «per molti». Questa differenza ha suscitato una qualche inquietudine; si pone la questione se qui non si sia falsificato il testo biblico, se non sia stato introdotto qualcosa di falso nel punto più sacro della nostra messa. In proposito voglio fare tre osservazioni.

In tutto il Nuovo Testamento e in tutta la tradizione della Chiesa è sempre stato chiaro che Dio vuole la salvezza di tutti e che Gesù non è morto per una parte degli uomini, ma per tutti; che - come abbiamo appena detto - Dio, di per se stesso, non pone limiti e confini. Non distingue tra coloro che non gli piacciono e che non vuole rendere partecipi della salvezza e altri che, invece, preferirebbe; ama tutti, perché ha creato tutti. Per questo il Signore è morto per tutti. Ecco perché nella Lettera ai Romani di san Paolo si legge: «Dio non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha dato in sacrificio per noi tutti» (8,32); e nel V capitolo della Seconda lettera ai Corinzi: «Lui, che è uno, morì per tutti» (v. 14). Nella Prima lettera a Timoteo si legge: «Cristo Gesù ha dato se stesso in riscatto per tutti» (2,6). Questa citazione è particolarmente importante proprio perché, dal modo in cui è formulata e dal suo contesto, si riconosce che qui viene citato un testo eucaristico. Sappiamo così che allora, in un determinato ambiente della Chiesa, nell'eucaristia si usava la formula di offerta «per tutti». Nella tradizione della Chiesa questo modo di vedere non e mai andato del tutto perso. Il giovedì santo, nell'antico messale, il racconto dell'ultima cena veniva così introdotto: «La sera prima della passione, per la salvezza di tutti, egli...». Proprio sulla base di questa consapevolezza, nel secolo XVII venne espressamente condannata una proposizione giansenista, secondo cui Cristo non era morto per tutti'. Tale delimitazione della salvezza venne così respinta come insegnamento eretico, che andava contro la fede di tutta la Chiesa. La dottrina ecclesiale dice esattamente il contrario: Cristo è morto per tutti. Non possiamo permetterci di mettere limiti a Dio. Colui che ritiene che la fede è soddisfacente solo se, per così dire, è premiata con la dannazione degli altri, misconosce il nucleo della fede. Una tale sensibilità, che ha bisogno della punizione degli altri, non ha assimilato interiormente la fede; ama solo se stessa, e non Dio, il Creatore, a cui appartengono tutte le creaturs.n tale atteggiamento è quello di chi si ribella al fatto che anche ai lavoratori dell'undicesima ora viene data la medesima ricompensa, l'atteggiamento di chi si sente soddisfatto solo se gli altri ricevono di meno. E l'atteggiamento del figlio rimasto a casa, incapace di tollerare la bontà di riconciliazione del padre. E la durezza del cuore, che fa vedere che abbiamo cercato solo noi stessi, e non Dio; che lascia trapelare che non abbiamo amato la fede, ma l'abbiamo sopportata come un peso. Dobbiamo smetterla di pensare che, in fondo, sarebbe stato più bello non credere, poter girare disoccupati per il mercato come i lavoratori che sono stati richiesti solo all'undicesima ora; dobbiamo liberarci dall'idea folle secondo cui la disoccupazione spirituale sarebbe meglio della vita con la parola di Dio. Dobbiamo tornare a vivere la fede e imparare a dirle di sì, riconoscendo in essa la gioia nella quale perseveriamo non per il fatto che gli altri saranno poi svantaggiati, ma perché siamo colmi di gratitudine e desideriamo trasmetterla ad altri. Questa è dunque la prima cosa: si tratta di un'affermazione fondamentale del messaggio biblico, che il Signore è morto per tutti: la gelosia della salvezza non è cristiana.

2. Come seconda osservazione vorrei aggiungere che Dio, in ogni caso, non costringe nessuno alla salvezza. Pio accetta la libertà dell'uomo. Non è un, incantatore, che, alla fin fine, sistema tutto e realizza il suo happy end. È un vero padre; un creatore che afferma la libertà, anche quando essa lo rifiuta. Per questo, la volontà salvifica di Dio non implica che tutti gli uomini giungano necessariamente alla salvezza. C'è la potenza del rifiuto. Dio ci ama. Dobbiamo solo essere tanto umili da lasciarci amare. Ma dobbiamo continuare a chiederci se non abbiamo la presunzione che vuole fare da sé; se non priviamo l'uomo creatura e il trio creatore della loro grandezza e dignità, togliendo alla vita dell'uomo la sua serietà e riducendo Dio a un incantatore o a una sorta di nonno, rispetto al quale tutto è indifferente. Anzi, è proprio l'incondizionata grandezza dell'amore di Dio a non escludere la liberti del rifiuto e, quindi, la possibilità della dannazione. Che cosa si deve quindi pensare della nuova traduzione? Tanto la Scrittura quanto la tradizione conoscono ambedue le formule, «per tutti» e «per molti» Ambedue mettono in rilievo un aspetto dell'argomento: da una parte il carattere universalmente salvifico della morte di Cristo, che ha sofferto per tutti gli uomini; dall'altra, la libertà della negazione come limite dell'evento salvifico. Nessuna delle due formule esprime la totalità; ciascuna abbisogna della spiegazione e del riferimento alla totalità del messaggio. Lascio aperta la questione se, in questo contesto, abbia avuto senso scegliere la traduzione «per tutti», mescolando la traduzione con la spiegazione, laddove la spiegazione resta in ogni caso indispensabile. Non vi è comunque alcuna falsificazione, dal momento che in presenza dell'una o dell'altra formula, si deve, in ogni caso ascoltare il messaggio nella sua interezza. E il messaggio è che il Signore ama tutti davvero e per tutti è morto. E ancora: che egli non rimuove affatto, come in un magico incanto, la nostra libertà, ma che nella sua misericordia ci permette di dire il nostro «sì».

Nuova Alleanza

Torniamo ora un po' indietro e guardiamo a un'altra espressione che compare nei testi dell'ultima cena: «Questa è la Nuova Alleanza nel mio sangue». Avevamo già visto come Gesù, accettando la propria morte, riassume in sé e raccoglie tutto l'Antico Testamento; dapprima la teologia sacrificale, tutto ciò, quindi, che accadeva intorno e nel tempio; poi la teologia dell'esilio, del giusto sofferente. Qui si aggiunge un terzo elemento: un passo di Geremia (31,31), in cui il profeta prevede la Nuova Alleanza, che non è più legata alla discendenza carnale di Abramo, e neppure all'esecuzione della legge, ma proviene dal nuovo amore di Dio, che ci dona un cuore nuovo. Qui Gesù riprende proprio questo. Nel momento in cui egli soffre e muore, questa attesa diventa realtà; il suo morire è la conclusione dell'Alleanza. Significa, cioè, la fratellanza di sangue tra Dio e gli uomini. Era, in fondo, il pensiero che stava alla base dell'alleanza conclusa sul Sinai. Là Mosè aveva eretto un altare, segno di Dio, nonché dodici pietre, segno delle dodici tribù di Israele, tra di loro contrapposte, e lo aveva cosparso di sangue, per unire Dio e l'uomo nell'unica comunione di questo sacrificio. Quel che allora era stato solo un tentativo a tastoni, giù diventa un avvenimento. Lui, che è il Figlio di Dio, lui, che è l'Uomo, nella propria morte si dona al Padre e si dimostra così come colui che innalza tutti noi fino al Padre. Stabilisce una vera alleanza nel sangue, la comunione di Dio e uomo; spalanca la porta che noi uomini non potevamo aprire. Solo a tastoni noi possiamo pensare a Dio e, per quel che dipende da noi, non sappiamo se egli risponde. E questa la tragedia, l'ombra, che grava su molte religioni: esse sono un grido la cui risposta rimane oscura. Solo Dio stesso può accoglierlo. Gesù Cristo, il Figlio di Dio e i'Uorno, che porta il suo amore fino alla morte, trasforma la morte in evento dell'amore e della verità; lui la risposta; in lui è stabilita l'Alleanza. 

Si vede così come abbia avuto origine l'eucaristia, quale sia la sua vera sorgente. Le parole dell'istituzione, da sole, non bastano; la morte, da sola, non basta, e anche ambedue insieme non bastano; c'è bisogno ancora della risurrezione, in cui Dio accetta questa morte e ne fa una porta che conduce alla nuova vita. Da questa disposizione d'insieme per cui egli trasforma la sua morte, l'illogico, in un Sì, in un atto di amore e di adorazione, emerge che Dio lo accoglie e che così egli può donare se stesso in comunione. Sulla croce Cristo è andato sino in fondo all'amore. Pur con tutte le differenze che vi sono tra i racconti degli evangelisti, una cosa resta comune: che Gesù è morto pregando e che nell'abisso della morte ha adempiuto il primo comandamento, ha mantenuto presente Dio. Da tale morte viene questo sacramento, l'eucaristia.

Fallimento di Gesù

In conclusione torniamo ancora una volta alla domanda posta all'inizio: Gesù ha fallito? Di sicuro non ha avuto successo nel senso in cui lo hanno avuto Cesare o Alessandro Magno. Da un punto di vista puramente terreno il suo, all'inizio: è un fallimento: e morto quasi del tutto abbandonato; è stato condannato per la sua parola. Al suo messaggio non è seguita la risposta affermativa del suo popolo, ma la croce. Da una tale fine dovremmo riconoscere che il successo non è uno dei nomi di. Dio e che non è cristiano occhieggiare ai successi esteriori e alle cifre. Le vie di Dio sono diverse: il suo successo avviene mediante la crocee sta sempre sotto questo segno. La sua vera autenticazione è quella di coloro che, nel corso dei secoli, hanno fatto loro questo segno. Se oggi ci volgiamo indietro a guardare alla storia, dobbiamo dire: non e la Chiesa di chi ha avuto successo a impressionarci, la Chiesa dei papi e dei signori del mondo, la Chiesa di coloro che hanno saputo confrontarsi con il mondo; ma è la Chiesa dei sofferenti che ci porta a credere, è rimasta durevole, ci dà speranza. Essa è ancor oggi segno del fatto che Dio esiste e che l'uomo non è solo un fallimento, ma che può essere salvato. Ciò vale per i martiri dei primi tre secoli fino a Massimiliano Kolbe e ai molti innominati testimoni che hanno dato la loro vita per il Signore nelle dittature del nostro tempo; sia che essi abbiano dovuto morire per lui, sia che per suo amore si siano lasciati calpestare da vivi anno per anno, giorno per giorno. La Chiesa dei sofferenti lo accredita: essa è il successo di Dio nel mondo; il segno che ci dà speranza e coraggio; il segno da cui continua ancora a provenire la forza della vita, che va al di là del Remplice pensiero del successo e che, in tal modo, purifica l'uomo, spalanca a Dio la porta in questo mondo. Vogliamo, quindi, lasciare che Gesù Cristo ci chiami, lui che ha raggiunto il successo di Dio sulla croce; che, come il seme di frumento che muore, ha portato frutto lungo tutti i secoli: albero della vita, in cui gli uomini possono ancora oggi sperare.



DETTI IMPORTANTI DI GESÙ 3 tali di Gesù 3

 

AL COSPETTO DELLA MORTE

Alcuni detti di Gesù mostrano che Gesù aveva presagito l’evento della sua morte e ha dato ad essa un valore.

Ho un battesimo nel quale sarò battezzato (lc 12,49-50)

«Sono venuto a gettare fuoco sulla terra, e quanto vorrei che fosse già acceso. Ho un battesimo nel quale sarò battezzato, e come sono angosciato finché non sia compiuto» (Lc 12,49-50)

Sono venuto a «gettare fuoco», dice Gesù di se stesso. Uno dei significati di pyrbalein (= gettare il fuoco) è «appiccare íl fuoco», anche con l'intenzione di incendiare oggetti più grandi. 

Ma cosa vuole incendiare Gesù? Certamente non tutto il mondo. Lui vuole che divampino incendi in Israele. Va da sé che il testo sia da intendersi in senso figurato. Nonostante le metafore, però, anche qui come in molti altri lóghia ci imbattiamo nel linguaggio provocatorio di Gesù. Sul piano letterario del Vangelo di Luca, la traduzione di ghé con «terra» è chiaramente corretta. Probabilmente Luca sta già pensando alla successiva míssíone ai pagani. Gesù, invece, può aver inteso soltanto la "Terra", il Paese d'Israele (cf. sopra, cap. 51).

E cosa intende Gesù con «fuoco»? Alcuni commentatori pensano alle lingue del fuoco della Pentecoste, ma questo può valere evidentemente solo per Luca. Un numero più cospicuo di esegeti vede nel fuoco il simbolo del giudizio universale. Joachim Jerernias parla addirittura di un «fuoco che si espande sulla terra». Ma il motivo dell'incendio su tutta la terra appartiene all'apocalittica e qui Gesù non parla come un apocalittico, come fanno ad esempio gli autori del terzo e del quarto libro degli Oracoli Sibillini.

Ancora più centrato è il riferimento al tribunale. Nell'Antico Testamento la metafora del "fuoco" indica molto spesso il giudizio, ma anche questo termine potrebbe essere qui sovente frainteso, ad esempio nel senso del giudizio di fuoco annunciato da Giovanni Battista (1,c3,9.16-17). Il Battista minacciava Israele con questo giudizio, spingendo così la gente a battezzarsi e a convertirsi. Gesù, invece, non parte con la minaccia del giudizio, bensì con la buona notizia che la signoria di Dio è vicina. Quindi, quando è «venuto» e «desidera» che il suo fuoco divampi ovunque in Israele e copra tutto il Paese, questo fuoco deve avere innanzitutto un'accezione positiva.

La metafora del "fuoco" può benissimo essere intesa in questo senso. Anche i discepoli di Ernmaus, dopo il pasto con Cristo risorto, dichiarano: «Non ardeva forse in noi il nostro cuore mentre egli conversava con noi lungo la via, quando ci spiegava le Scritture?» (Lc 24,32). Il fuoco che Gesù vuole accendere ovunque è il fuoco dell'amore totale, dell'entusiasmo, della passione per il regno di Dio. Certo, questo non esclude discernimento, decisione, separazione e lotta ― con conflitti che possono invadere anche le famiglie e che sono descritti in modo drastico subito dopo in Lc 12,5153. Gesù vuole mettere in movimento l'intero Israele, in un movimento appassionato verso il regno dí Dio. In questo senso cerca dí far divampare il "fuoco" sul Paese.

È così che ha iniziato. È così che si e messo all'opera. Ha trovato anche numerosi seguaci. E molti gli sono corsi dietro. Forse nel primo detto vibra persino l'idea che le prime fiamme ardono già.

Ma il fuoco non è ancora divampato su tutto il Paese. Non si e ancora scatenato. Al contrario: rischia di spegnersi. Da qui il suo struggimento: «Quanto vorrei che fosse già acceso!». Vale a dire: "Come vorrei che ardesse già [in tutto Israele]".

E ora arriva la seconda parte del detto che, come avviene non di rado con i parallelismi antitetici, conduce al culmine e alla meta. Gesù deve essersi reso conto che il raduno d'Israele sotto la signoria dí Dio, che aveva considerato come il suo vero obiettivo, non sarebbe stato un percorso rettilineo e tanto meno agevole. E quindi, come lui stesso voleva accendere il fuoco sulla terra, adesso anche lui deve percorrere una strada che purtroppo va in una direzione del tutto diversa: deve passare attraverso un battesimo terribile, ossia un'ondata d'acqua distruttiva. Il parallelismo potrebbe quindi essere inteso nel senso di un «è vero che... ma».

È vero che sono venuto a portare il fuoco su tutta la terra... ma ora devo passare attraverso un'ondata d'acqua...

In un qualche momento Gesù deve aver capito che, per raggiungere Israele in profondità e cambiarlo per accogliere la signoria di Dio, non sarebbe più stato sufficiente predicare e radunare persone, ma avrebbe dovuto passare attraverso la morte. Questo «battesimo», come lo chiama lui, è innanzi a lui, inevitabile ― e invece lui vorrebbe averlo già superato. Tuttavia, come avverrà in concreto questo battesimo di morte, non e ancora del tutto chiaro. Anche questo depone a favore dell'autenticità del duplice detto.

Tale autenticità è confermata anche dal fatto che la prima parte del detto raggiunge il suo obiettivo solo attraverso la seconda, e la seconda presuppone la prima. In questo duplice detto è Gesù stesso che cí parla. Ci dice in che modo il chicco di grano da solo può portare frutto, e così facendo cí rivela l'essenza dell'esistenza cristiana. 

Il terzo giorno la mia opera é compiuta (lc 13,31-32)

«Ho un battesimo nel quale sarò battezzato, e come sono angosciato finché non sía compiuto!» (Lc 12,50). Questa parola di Gesù, sulla quale ci siamo intrattenuti nel capitolo precedente, allude a una sorta di fase interlocutoria all'interno del ministero pubblico di Gesù: verosimilmente Gesù non si sta ancora recando alla sua ultima festa di Pasqua a Gerusalemme. La cosiddetta «primavera galileana», però, è finita.

A questa fase interlocutoria appartiene un altro detto di Gesù, quello di Lc 13,32. Esso si aggancia saldamente a un incontro assai strano, senza il quale però ci e preclusa qualsiasi comprensione. Questo incontro e appena accennato. E una sorta di introduzione alle parole di Gesù che seguono. Ci troviamo quindi ancora una volta davanti a un apoftegma formale:

«In quel momento si avvicinarono alcuni farisei a dirgli: «Parti e vattene via di qui, perché Erode ti vuole uccidere». Egli rispose loro: «Andate a dire a quella volpe: "Ecco, io scaccio demòni e compio guarigioni oggi e domani; e il terzo giorno la mia opera è compiuta"» (Lc 13,31-32).

Evidentemente Gesù si trova nel territorio di competenza di Erode Antipa ― quindi verosimilmente in Galilea, meno probabilmente in Perea. Non si può certo pensare che Erode voglia davvero eliminare Gesù. È più probabile che voglia liberarsi di lui. Uno che radunava intorno a se le masse nel suo territorio di competenza poteva metterlo nei guai. Dopo tutto, Erode Antipa doveva sempre fare attenzione a Roma. Movimenti di popolo in quella regione non erano graditi. Potevano ben presto degenerare in rivolte popolari.. quindi facilmente ipotizzabile che Erode si sia servito di alcuni farisei per far giungere una minaccia di morte a Gesù. Ciò non significa che questi farisei, siano stati "inviati" a Gesù da Erode. I politici più scaltri si servono di un metodo più sofisticato: lasciano trapelare una notizia così che arrivi alle persone che sicuramente la diffonderanno nel posto giusto. 

Se le cose sono andate così, è lecito chiedersi se i farisei abbiano intuito le intenzioni di Erode. Il testo lascia tutto in sospeso. Ma supponiamo pure che sia andata così. Perché, in ogni caso, anche Gesù ha capito questo doppio gioco. Spiega all'ambasciata" non ufficiale che Erode e di certo una «volpe»; già nell'Antichità la volpe era considerata un animale astuto e scaltro, ma nello stesso tempo del tutto impotente e insignificante. Inoltre, non va trascurato il fatto che nell'Antichità poteva essere definita come un animale maleodorante.

Eppure Gesù utilizza questa parola colorita, «volpe», solo nella conversazione con i farisei. Non fa parte del suo messaggio a Erode. A Erode in via un messaggio diverso, tanto conciso e chiaramente strutturato che ogni messaggero potrebbe ricordarlo facilmente. Il messaggio contiene almeno in greco ― un gioco di parole. Si noti la consonanza tra «compio» guarigioni e «essere compiuto»: «Ecco, io scaccio demòni e compio guarigioni oggi e domani; e il terzo giorno la mia opera è compiuta».

In base al senso, il messaggio inviato al tetrarca è: "Ciò che hai escogitato non mi interessa affatto. Vado per la mia strada, faccio quello che devo fare e questa strada porta a una meta ben precisa. Non mi lascio certo influenzare da te, ma solo da Dio". Questo messaggio comunica autorità e, allo stesso tempo, abbandono completo alla volontà di Dio. Gesù segue la strada tracciata per lui dal Padre celeste.

Per Gesù, tale strada è ancora nell'oscurità in quest'ora. La deve percorrere un passo alla volta. Questo «il terzo giorno» dopodomani, cioè molto presto) non deve assolutamente essere riferito alla risurrezione. I lettori cristiani di oggi possono avvertire questa risonanza. Anche Luca l'avrà inte so allo stesso modo. Ma in questo libro cerchiamo di cogliere i lóghia come parole del Gesù storico. E con la sequenza «oggi, domani e il terzo giorno» sí fa semplicemente riferimento a un certo lasso di tempo che non è più troppo lungo, ma che deve ancora trascorrere prima che sí arrivi alla meta.

Solo quando si comprende in che direzione si muove il messaggio di Gesù a Erode, allora possiamo proseguire. Il termine greco teleioo, che qui è stato tradotto con "essere compiuto", alla forma attiva o medio-passíva può significare "portare una cosa a compimento". Qui pero è al passivo, quindi può designare la fine della vita, e verosimilmente si tratta di un passivum divinum. Quindi Gesù dice: "La mia vita sarà portata a compimento da Dio". In questo senso Gesù sta indirettamente parlando della fine della sua vita ― in modo nascosto, velato ― ma evidentemente lo fa con la chiara consapevolezza della minaccia alla quale essa è esposta e dell'imminenza della sua morte. 

Non temere, piccolo gregge (lc 12,32)

Gesù guarda alla sua morte, e pone altresì la prima pietra della chiesa intesa come l'Israele escatologico. Ma guardiamo à detto più da vicino: «Non temere, piccolo gregge, perché al Padre vostro è piaciuto dare a voi la signoria [basiléia]» (Lc 12,32) .

I destinatari sono chiamati «gregge». Devono pertanto essere coloro ai quali Gesù ha detto: «Vi mando come agnelli in mezzo ai lupi». Il detto sugli agnelli (Mt 10,16 // Lc 10,3) fa parte della tradizione del discorso di invio. Quindi, nel nostro lóghion, Gesù ha con la massima probabilità attinto all'immaginario di quelle parole che aveva pronunciato quando aveva inviato i Dodici. Possiamo quindi a ragione ipotizzare che i destinatari originari di Lc 12,32 siano i Dodici, ossia coloro che Gesù aveva inviato come dimostrazione chiaramente visibile della sua volontà di riunire tutto Israele.

Che i Dodici siano i destinatari di Le 12,32 e confermato da un'altra parola di Gesù. In Mt 19,28 Lc 22,30 viene infatti detto ai dodici discepoli: «Giudicherete le dodici tribù d'Israele». Questo mandato sovrano di giudicare presuppone chiaramente l'autorità di cui si parla in Lc 12,32. Possiamo quindi partire dal presupposto secondo cui, anche nel lóghion che qui stiamo esaminando, il «piccolo gregge» non sia altro che il gruppo dei Dodici.

Loro sono un gregge «piccolo». Un gregge minuscolo rispetto all'intero Israele. Anche nell'Antico Testamento, infatti, Israele viene spesso definito «gregge di Dio». Quando Gesù riprende qui questa designazione di Israele e la applica ai Dodici, questo ha naturalmente una rilevanza ecclesiale, perché significa: i Dodici sono qui indicati con l'appellativo di Israele.

A questo Israele in miniatura Gesù dice: «Non temere!». Anche questa espressione poggia a pieno titolo sulla teologia dell'Antico Testamento. Tale formula non ha il semplice scopo di togliere paura al destinatario. Apre annunci di salvezza. Molto spesso introduce una promessa divina che porta quicosa di nuovo e cambia le cose in Israele (Crf Gen 96,94; Is 41,10-14; 43,5; Ger 46,27).

Questa novità viene ora introdotta con una formula solenne: «Al Padre vostro e piaciuto...». Già l'espressione «Padre vostro» e suggestiva e caratteristica di Gesù. Ma, soprattutto, questo «Padre vostro» appartiene a quel complesso di parole provenienti dalla fonte dei detti in cui Gesù dice ai suoi discepoli che non devono più preoccuparsi dí nulla, perché il Padre loro che e nei cieli si prende ora cura di loro (Mt 6,321// Lc 12,30). Ancora una volta si allude alla situazione minacciata ed esposta dei discepoli. L'elemento decisivo, però, è «... è piaciuto». Sullo sfondo c'è una terminologia ebraica (nella più probabile delle ipotesi razah) che può essere resa solo come: al Padre vostro è «piaciuto» nel senso che è stata sua gioia, suo piacere, sua volontà, suo consiglio, sua decisione. E in cosa consisteva que sta gioiosa decisione? Consisteva nel «dare» ai dodici discepoli che Gesù si era scelti la basiléia, cioè il «regno» o la «signoria». Questo è il messaggio centrale del nostro lóghion. Tutto collima, e ora dobbiamo chiederci con esattezza che cosa questo significhi. Forse Dio per ora l'ha soltanto deciso, ma non ancora realizzato? Oppure la consegna, l'affidamento della basiléia avviene ora, in questo momento in cui Gesù pronuncia il nostro lóghion?

Nella trattazione della questione del Figlio dell'uomo avevo già fatto riferimento a Dn 7, dove si dice: «Gli [al Figlio dell'uomo] furono dati potere, gloria e regno; tutti i popoli, nazioni e lingue lo servivano: il suo potere è un potere eterno, che non finirà mai, e il suo regno non sarà mai distrutto» (Dn 7,14).

Questo regno, che in Dn 7 viene introdotto con la cifra "uomo" (Figlio dell'uomo) e che si pone in netto contrasto con i regni bestiali precedentemente descritti, è il vero Israele escatologico. Difatti, nella successiva interpretazione della visione viene equiparato al «popolo dei santi dell'Altissimo» (cf. Dn 7,17-18.27).

Ora, quando Gesu nel nostro loghion dice che al minuscolo gregge dei Dodici e stata data da Dio «la signoria», si sta evidentemente riferendo a Dn 7,14. Ciò che allora e stato annunciato sta ora accadendo. Con l'insediamento dei Dodici (Mc 3,14) era già costituito il nucleo dell'Israele escatologico. Ora, prima della sua morte, Gesù consegna ai Dodici la signoria ― così come Dio l'aveva data a lui.

Se si osserva con occhi profani, tutto questo sembra assolutamente ridicolo. Questi dodici agnelli, costantemente minacciati dai lupi, non sono Israele. E Israele non è il mondo. E Israele non ha affatto la signoria sul mondo. Per Gesù, però, questi dodici discepoli sono il simbolo reale e il centro della crescita dell'Israele escatologico ― e per lui solo Israele e la speranza del mondo. Nella strategia di Dio niente di tutto questo è ridicolo. Si tratta di una struttura fondamentale del messaggio biblico.

Dal momento che si e parlato di continuo di «signoria» e dal momento che anche il nostro testo parla chiaramente di «signoria» (basíléia) che viene data a questo piccolo gregge, è necessario ribadirlo: per la sua immagine dell'Israele escatologico Gesù ha ripreso la promessa di Dn 7 -- e ha ripreso tale promessa per se stesso, perché si è compreso come l'incarnazione dell'Israele escatologico. Ha detto pubblicamente dí essere il Figlio dell'uomo. Ma un aspetto centrale del testo di Dn 7 non è stato rilevato. Là si dice infatti, in riferimento al Figlio dell'uomo, che «tutti i popoli, nazioni e lingue lo servivano».

Esattamente in questo punto, come abbiamo già visto, Gesù si stacca da Dn 7: «Il Figlio dell'uomo infatti non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti» (Mc 10,45). Ed , è proprio questo che lui esige dai Dodici e da tutti i suoi discepoli (Mc 10,43-44). L'Israele escatologico non deve quindi dominare, ma deve essere puro servizio, un «esserci-per-gli-altri» ín piena gratuità. La chiesa, in quanto inizio dell'Israele escatologico, non deve mai comprendersi in nessun altro modo e nemmeno deve vivere in altro modo. Se lo fa, cioè se si affida al dominio, al potere e al dispotismo, non è più sotto il «piacere al Padre».

Un'ultima osservazione: «Al Padre vostro e piaciuto dare a voi il regno» così dice Gesù, Quando si rivolge alla cerchia dei Dodici in questa forma solenne e promette loro ciò che «è piaciuto al Padre» e che lui stesso aveva rappresentato in vita, allora non può che averlo fatto in vista della sua morte. Quando, esattamente, non lo sappiamo. Ma deve essere stato «al cospetto della morte».

E un'ultimissima osservazione: nel cattolicesimo, Mt 16,18-19 svolge un ruolo di enorme importanza nella fondazione della chiesa. E giustamente! Ma perché lì Lc 12,32; 22,294 non hanno lo stesso peso di Mt 16,18-19? Allora la chiesa si ricorderebbe giorno dopo giorno che non è costruita sul potere, ma sulla propria impotenza e sul suo servizio gratuito. E che tutto il bene che e presente in essa proviene solo da Dio. 

Giudice sulle dodici tribù d'israele (mt 19,28)

Il racconto dell'uomo che Gesù chiama a seguirlo e che se ne va triste perché non vuole farsi discepolo a causa della sua ricchezza (Mc 10,17-22) così come la successiva conversazione tra Gesù e i suoi discepoli (Mc 10,2331) sono stati ampliati da Matteo con il seguente lóghion: «In verità io vi dico: voi che mi avete seguito, quando il Figlio dell'uomo sarà seduto sul trono della sua gloria, alla rigenerazione del mondo, siederete anche voi su dodici troni a giudicare le dodici tribù d'Israele» (Mt 1 9, 2 ).

Nulla fa pensare che non si tratti di una parola autentica di Gesù. Gesù deve averla detta ai Dodici come promessa e verosimilmente anche come conforto e incoraggiamento per ciò che sarebbe accaduto a questo «piccolo gregge». È scontato che questo poteva avvenire solo «al cospetto della sua morte», con la chiara consapevolezza che il tempo del suo ministero stava per finire.

Per noi oggi, però, questa parola suona come un'affermazione estremamente sconcertante. Giudicare gli altri può essere un conforto o un incoraggiamento? E noi cristiani lo possiamo fare? Non e forse lo stesso Gesù che ci dice: «Non giudicate, per non essere giudicati» (Mt 7,1)?

Per trovare una porta d'ingresso in Mt 19,28, bisogna innanzitutto considerare quanto segue: l'idea che i devoti e i fedeli del popolo di Dio avrebbero un giorno giudicato il mondo insieme a Dio non era affatto scono sciuta nell'Israele dell'epoca. Per Paolo invece era addirittura qualcosa di scontato. Secondo lui, i «santi», cioè i membri delle comunità cristiane, giudicheranno il mondo. Lo fanno con Cristo come giudice del mondo in mezzo a loro. Dal momento che i membri della chiesa di Corinto stavano combattendo battaglie legali tra loro davanti a giudici pagani, Paolo scrive alla comunità di Corinto: «Non sapete che i santi giudicheranno il mondo? E se siete voi a giudicare il mondo, siete forse indegni di giudizi di minore importanza?» (1 Cor 62).

L'autore dell'Apocalisse parla di martiri che regnano con Cristo. A loro è concesso di sedere sul trono e viene dato loro il potere di giudicare (Ap 20,4). La domanda cruciale, tuttavia, e in che modo, secondo la Bibbia, questo "con-giudicare" avverrà nell'ultimo giudizio per coloro che credono nel vero Dío. Ci sarebbe molto da dire al riguardo. Mi limito a un unico testo. Nel grande Hallel finale del Salterio (Sal 146-150) si trova il passo seguente:

«Esultino i fedeli nella gloria, facciano festa sui loro giacigli. Le lodi di Dio sulla loro bocca e la spada a due tagli nelle loro mani, per compiere la vendetta fra le nazioni e punire i popoli, per stringere in catene i loro sovrani, i loro nobili in ceppi di ferro, per eseguire su di loro la sentenza già scritta. Questo è un onore per tutti i suoi fedeli. Alleluia» (Sal 149;5-9).

Questo testo presuppone che i poveri e gli oppressi (v. 4), che sono il "vero Israele", giudicheranno le nazioni straniere. A prima vista, lo fanno nel modo in cui la letteratura apocalittica aveva allora immaginato questo "con-giudicare": al giudizio finale gli oppositori di Dio e i nemici di Israele saranno uccisi per mano dei fedeli. Il Libro di Enoc recita: Guai a voi che amate le azioni di oppressione! Perché (allora) sperate per voi il bene? Sappiate che sarete dati nelle mani dei giusti e che (costoro) taglieranno i vostri colli, vi uccideranno e non avranno pietà di voi (98,12).

Per i salmi questa idea è del tutto inconcepibile. Lì si prega Dio per la vendetta, ma non si mette mano personalmente ad essa. Iniziamo con una precisazione: nel Sal 149 e in molti altri passi dell'Antico Testamento «vendetta» non significa "ritorsione" (come purtroppo viene spesso tradotto), ma elaborazione di tutte le ingiustizie avvenute. La parola parallela a «vendetta» qui è «richiamo». Si tratta, quindi, di ripristinare e sostenere il diritto.

Occorre inoltre notare che qui non si compie genericamente una strage. Non vengono distrutti interi popoli, come si potrebbe interpretare inizialmente il v 7. Piuttosto, í loro «sovrani» e «nobili» sono tenuti in custodia, come spiega più dettagliatamente il v 8 seguente. Vale a dire: al centro del giudizio ci sono i veri responsabili del male nel mondo: oppressori, sfruttatori, persecutori e coloro che hanno amministrato l'ingiustizia ― ma non le collettività di popoli interi.

Esiste persino una posizione interpretativa sul Sal 149 secondo cui l'esercizio del giudizio su oppressi e diseredati e identico alla lode resa a Dio. Ciò significa che, mentre gli oppressi hanno lodato Dio nonostante il loro profondo bisogno, senza mai smettere di esprimere la lode nonostante tutte le persecuzioni, hanno giudicato i loro oppressori. Al giudizio universale questa testimonianza di fedeltà sarà rivelata ― e proprio in questo modo i perseguitati diventeranno giudici dei loro persecutori.

Il v. 6b costituisce il cardine decisivo per questa interpretazione. Il waw (= e) introduttivo è inteso come waw explicativum. Allora la lode di Dio è una spada a doppio taglio nelle mani dei poveri. Ci sono molti argomenti a favore di questa interpretazione, che mostrerebbe che l'Antico Testamento in un passo centrale ― ossia alla fine del Salterio che viene sempre di nuovo pregato --- non presenta affatto il con-giudicare dei pii in maniera teologicamente primitiva e carica di risentimento.

Quand'anche questa interpretazione fosse sbagliata, il Sal149 mostra in ogni caso che la grande lode escatologica del Salterio nei suoi ultimi cinque salmi dell'Hallel non può risuonare se non si rivela contemporaneamente l'infinita sofferenza che i poveri e gli oppressi di Israele hanno dovuto sperimentare nella storia. E in più c'è un con-giudicare, appunto, di questi poveri e diseredati.

È chiaro che valgono anche le parole di Gesù: «Non giudicate, per non essere giudicati». Non dobbiamo però annacquare la dialettica in esse presente, e cioè che lo stesso Gesù che ha pronunciato queste parole ha comandato ai suoi discepoli di scuotere la polvere dai sandali uscendo da ogni villaggio d'Israele che non avesse accolto l'annuncio del regno di Dio (Lc 10,10-11). Il villaggio in questione è quindi sottoposto a giudizio a causa del suo rifiuto. L'azione simbolica di scuotere la polvere vuole significare: "Noi, gli annunciatori, non abbiamo colpa e non vogliamo essere coinvolti nel giudizio che ora vi sovrasta". In sostanza, quindi, già all'atto della proclamazione della signoria di Dio i Dodici stavano compiendo azioni simboliche attestanti la promessa di salvezza o il giudizio. E pertanto logico che saranno coinvolti anche nel giudizio finale.

Al termine ancora un'osservazione conclusiva o, meglio, un'aggiunta a quanto detto riguardo al Sal 149, dal momento che l'affermdzione biblica del giudicare con Cristo è diventata così estranea, se non addirittura sospetta, per i cristiani di oggi. Cosa dice in realtà la dogmatica nel suo trattato sull'escatologia riguardo al tema del "giudizio"? Dice, tra le altre cose: in senso teologico il giudizio non significa che sarà compiuta un'inchiesta al massimo livello, al termine della quale gli altri giudicano della salvezza o della dannazione di una persona.

Giudizio significa piuttosto che, nell'incontro con l'incornmensurabi-le amore di Dío, riconosceremo per la prima volta in tutta la sua forza ciò che abbiamo fatto agli altri, in azione o omissione. Il dolore che abbiamo arrecato agli altri diventerà dolore per noi stessi. La miseria che i potenti criminali hanno inflitto a persone innocenti diventerà miseria per loro stessi, perché ora la verità della storia e la situazione delle sue vittime saranno mostrate davanti ai loro occhi e non potranno più essere soppresse. Ma anche la gioia che abbiamo donato agli altri nella forza dí Dio sarà la nostra gioia. Il giudizio si realizzerà in questo e in nessun altro modo. Dio non ha bisogno di sedersi in giudizio per giudicarci. Noi diventeremo giudizio a noi stessi. Diventeremo nostri giudici. Giustamente la dogmatica odierna descrive il giudizio universale come un "autogiudizio".

Proseguendo nel ragionamento, il "giudizio" esercitato dal popolo di Dio insieme ai suoi santi e soprattutto ai dodici discepoli non e altro che la testimonianza della fede e dell'amore di questo stesso popolo di Dio. La testimonianza dei credenti si e realizzata nella storia ― e nell'ultimo giorno abbraccia il testimone unico Gesù Cristo, nel quale tutta la testimonianza del vero Dio ha trovato la sua meta e la sua verità ultima. Il giudizio esercitato dai credenti consiste quindi nella loro testimonianza di vita. In questo senso, la loro lode di Dio, culmine della loro esistenza nella fede, diventa in realtà un giudizio sugli altri.

Laddove questa esistenza di testimonianza non c'era, però, il popolo di Dio si giudica da se stesso. In quanto indifferente, diviso e senza fede, il popolo di Dio viene giudicato anche dai pagani giusti o desiderosi di conversione. Anche di questo Gesù ha notoriamente parlato, quando ha am monito dicendo che la regina del Sud e gli abitanti di Ninive sarebbero diventati un giudizio per questa generazione di Israele (Lc 11,31-32).

In riscatto per molti

I due figli di Zebedeo vogliono che, quando sarà il momento, sia concesso loro di sedersi alla destra e alla sinistra di Gesù, vogliono cioè occupare i primi posti. Il racconto di Mc 10,35-45 inizia con la richiesta di posti privilegiati nel regno di Dio. Partendo da questa richiesta, la narrazione diventa un discorso didattico sul governare e sul servire. Inizialmente Gesù parla ai due figli di Zebedeo, ma poi si rivolge anche agli altri dieci. Alla fine della conversazione compare la parola di Gesù che ora esamineremo: «Il Figlio dell'uomo [...] non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti» (Mc 10,45).

Prima di tutto chiediamoci: che cosa vuole mai dire questa parola?

Abbiamo già visto che Gesù riprende l'espressione Figlio dell'uomo direttamente da Dn 7 e la applica a se stesso. Nel far questo, però, l'ha anche cambiata. In Dn 7, «Figlio dell'uomo» si riferisce al vero Israele che, a differenza di tutte le società che l'hanno preceduto e che vengono paragonate ad animali predatori, non fa più affidamento sul proprio potere, ma riceve tutto esclusivamente da Dio. Questo Israele vero deve essere servito da «tutti i popoli, nazioni e lingue» (Dn 7,14.27).

Gesù collega questo "Figlio dell'uomo" a se stesso, perché con lui e con l'insediamento dei Dodici inizia già il vero Israele escatologico. Ma così facendo cambia il concetto di "Figlio dell'uomo": il servizio delle nazioni al popolo cli Dio diventa il servizio del popolo di Dio alle nazioni ― perché Gesù non è venuto per essere servito, ma per servire. È proprio questo intervento nell'immaginario di Dn 7 che mostra che Gesù fa ricorso a questo testo in massima autonomia.

Gesù si rifà ora anche a Is 40-55, il cosiddetto Deutero-Isaia. In questi capitoli assume un ruolo decisivo la figura del "servo di Dio", anch'esso prefigurazione di Israele o, più precisamente, prefigurazione dell'Israele deportato a Babilonia. Di questo servo del Signore, tagliato fuori da Sion e profondamente umiliato, Is 52,13-53,12 dice: con la sua umiliazione, la sua bruttezza e la sua sofferenza, ha portato «il peccato di molti» (53,12e). E questa parola chiave «molti», che ricorre ben quattro volte in Is 52,13-53,12, affiora ora nel nostro lóghion.

Oltre a ciò, è presente un altro collegamento con Is 52,13-53,12: specificatamente «spogliarsi fino alla morte» (53,12). Proprio come nella figura del "Figlio dell'uomo" di Dn 7, Gesù ha evidentemente fatto propria anche la figura del servo di Dio di Isaia.

Tuttavia, se «spogliarsi fino alla morte» e «molti» fossero gli unici fili conduttori tra Mc 10,45 e Is 40-55, il collegamento tra il nostro lóghion e il testo isaiano rimarrebbe incerto. In Mc 10,45 è presente un'altra parola chiave che mostra tale nesso. È il termine "riscatto", che ci rimanda direttamente a Is 43,3. Occorre senza dubbio leggere il contesto per capire cosa lì si intenda per "riscatto":

Ora così dice il Signore che ti ha creato, o Giacobbe, che ti ha plasmato, o Israele: «Non temere, perché io ti ho riscattato, ti ho chiamato per nome: tu mi appartieni. Se dovrai attraversare le acque, sarò con te, fiumi non ti sommergeranno; se dovrai passare in mezzo al fuoco, non ti scotterai, la fiamma non ti potrà bruciare, poiché io sono il Signore, tuo Dio, il Santo d'Israele, il tuo salvatore. Io do l'Egitto come prezzo per il tuo riscatto, l'Etiopia e Seba al tuo posto. Perché tu sei prezioso ai miei occhi, perché sei degno di stima e io ti amo, do uomini al tuo posto e nazioni in cambio della tua vita. Non temere, perché io sono con te; dall'oriente farò venire la tua stirpe, dall'occidente io ti radunerò. Dirò al settentrione: "Restituisci", e al mezzogiorno: "Non trattenere" fa tornare i miei figli da lontano e le mie figlie dall'estremità della terra, quelli che portano il mio nome e che per mia gloria ho creato e plasmato e anche formato» (Is 43,1-7). 

Questa parola di Dio annuncia agli esuli in Babilonia che saranno liberati e torneranno a casa. Alla fine di Is 43,1-7 la scena si apre però anche su tutti coloro che provengono da Israele e che non vivono in Mesopotamia, ma in qualche altro luogo della diaspora. Torneranno a Sion da ogni luogo. I deportati a Babilonia andranno verso Gerusalemme come su una strada costruita appositamente per loro (Is 40,3-4; 43,19) e non troveranno ostacoli: né l'acqua né il fuoco, cioè né un terreno impervio con fiumi impetuosi né il caldo torrido. Perché Dio stesso li libera (43,3). Invece, coloro che sono stati deportati in Mesopotamia sono sotto il potere del re di Babilonia. Gli appartengono, sono diventati sua proprietà. E qui entra in gioco una delle immagini più strane della Bibbia: Dio stesso li riscatta. Paga al re un riscatto per questo Israele povero e maltrattato, perché è davvero il «suo» popolo e a lui solo deve appartenere per sempre (43,1). Ma non soltanto perché dovrà appartenere a lui solo; c'è molto di più: perché «lo ama» (43,4). 

Come avviene concretamente questo riscatto? Il "riscatto" al re di Babilonia consiste in terre fertili e ricche, ovvero i vasti territori che si estendono lungo il Nilo e fino alla Nubia. Il grande re persiano Ciro I ha effettivamente lasciato andare i deportati dopo la conquista di Babilonia ― e Cambise (558-522 a.C. circa) ha conquistato l'Egitto nel 525. Non è il caso però di addentrarci qui in questo territorio storico, con tutti gli interrogativi che in esso affiorano. Decisivi sono i termini soteriologici utilizzati in Is 43,1-7: «riscattare» (43,1), «salvatore» (43 ,3b) e soprattutto «riscatto» (43,3c). A cosa stava pensando Gesù quando ha detto ― alludendo a Is 43,3 e quindi certamente anche al suo contesto ― che era venuto, per dare la propria vita in riscatto per molti?

Una prima osservazione. Se già l'esodo da Babilonia ha avuto il suo prezzo, ancora di più lo avrà la nuova vita per l'attuale Israele. Condurre Israele fuori dalla sua rigidità e dalla sua chiusura di fronte all'incipiente signoria di Dio ha un costo. Un costo spaventosamente alto. L'immagine del riscatto si concretizza con la cessione dei ricchi Paesi che si trovano sul Nilo e che, già allora, erano il granaio del mondo intorno al Mediterraneo. L'immagine è quindi indice di un prezzo elevato. Il riscatto è la vita di Gesù. 

A ciò si aggiunge anche il fatto che il termine "riscatto" nell'Antico Testamento deriva dalla terminologia giuridica. Può designare il pagamento del risarcimento per una vita persa, per esempio se una mucca uccide una persona a causa della negligenza del suo proprietario. In questo caso il proprietario dovrebbe propriamente essere messo a morte, oppure può comprare la propria libertà pagando un riscatto (Es 21,29-30). Per il nostro lóghion occorre quindi tenere in considerazione anche questo retroterra giuridico collegato al termine: con la propria vita Gesù riscatta la vita dei «molti», di per sé perduta. Ma a favore di chi viene pagato l'alto prezzo?

Giungiamo così alla seconda osservazione. Subito dopo la parola chiave "riscatto", nel lóghion di Gesù compare la preposizione poco appariscente «per», che ha avuto un ruolo decisivo anche in Is 43,3-4. Gesù dà la sua vita «in favore di molti». E chi sono questi «molti»? In Is 43, questo «per» si riferisce chiaramente a Israele. In Is 52-53 è rivolto in maniera univoca alle nazioni. In Mc 10,45 resta aperto: diamo una volta tranquillamente per scontato che anche Gesù si riferisca a Israele, ma allo stesso tempo alle nazioni oltre a Israele. In ogni caso, qui c'è una sostituzione. Gesù dà la sua vita in sostituzione «per» Israele ― e secondo numerosi testi dell'Antico Testamento, Israele rappresenta le nazioni.

Una terza osservazione. Quando in Is 43,3-4 Dio si spoglia di interi Paesi e popoli per la vita d'Israele, si sta spogliando di ciò che gli appartiene. Dopotutto non ha creato solamente Israele. Ma se ora Gesù si spoglia della propria vita per Israele, proprio come Dio si spoglia dei popoli per Israele, allora anche qui, come in molte altre sue parole, Gesù si pone al posto di Dio (cf sopra, capp. 16, 18, 30, 48, 50,52, 66).

Detto questo, penso che una cosa sia chiara: in Mc 10,45 Gesù non solo attinge al termine "riscatto", ma insieme a questo termine ricorre a un'intera trama di teologia biblica, ad esempio al sacrificio della vita del servo di Dio in Is 53 e al servizio di Israele per le nazioni in Is 2. I testi biblici si basano già su tali interconnessioni. Scoprire questi nessi e queste interconnessioni corrisponde esattamente alla creatività con cui Gesù attinge alla sua Bibbia.

Peraltro, esattamente come con altri testi che abbiamo già esaminato, anche Mc 10,45 non dice affatto in che modo Gesù si spoglierà fino alla morte. Il lóghion potrebbe quindi essere stato pronunciato in una situazione in cui molte cose erano ancora in sospeso. Presuppone però che, per Gesù, è già intuibile che, quando apparirà in pubblico a Gerusalemme ― e questo non c'è modo di evitarlo ― sarà tolto di mezzo.

Non è semplice capire perché un numero considerevole di biblisti non abbia riconosciuto e tuttora continui a negare che Gesù abbia pronunciato Mc 10,45. Una delle ragioni è probabilmente una comprensione troppo unilaterale e superficiale dell'annuncio del regno di Dio da parte di Gesù. L'argomentazione tipica è che Gesù avrebbe annunciato un Padre che perdona incondizionatamente. Il fatto che questo Padre amorevole un giorno non sia più cosi generoso e che all'improvviso insista su cose come il riscatto, la sofferenza vicaria e l'espiazione, semplicemente non si concilia con il messaggio e la pratica di Gesù. Il fatto che Gesù abbia accolto i peccatori alla sua mensa non avrebbe nulla a che fare con una sofferenza vicaria o addirittura con una morte espiatoria, ma sarebbe una pura conseguenza della signoria di Dio ormai rivelata.

Eppure, una tale argomentazione sminuisce l'importanza dell'annuncio di Gesù. L'annuncio della signoria di Dio significa fin dall'inizio la radicalità del «per», nello specifico «per» i poveri e gli indifesi che seguivano Gesù, «per» Israele, «per» il mondo. Non solo lo mostrano le guarigioni dei malati compiute da Gesù, ma lo testimonia anche la sua stessa vita. Quando chiede ai suoi discepoli di lasciare tutto, non soltanto i loro genitori, non soltanto la loro famiglia, non soltanto le loro case e i loro campi, ma persino il loro "io", questo è solamente un riflesso di ciò che egli si aspetta da se stesso.

Sin dall'inizio del suo ministero, la sua vita è stata caratterizzata dall'essere"per" gli altri. I discepoli che raduna intorno a sé imparano da lui a perdonare, a riconciliarsi, a prendersi cura gli uni degli altri, a servire, a distogliere lo sguardo da se stessi e a guardare verso il popolo di Dio. Se si togliesse tutto questo, la proclamazione della signoria di Dio sarebbe una facciata vuota. La spoliazione del proprio io era un dato di fatto fin dall'inizio del ministero di Gesù. Quando poi un giorno ha parlato di dare la propria vita «per molti», la strada era già stata preparata da tempo. La novità era solo il crescendo della situazione e l'interpretazione teologica con cui si doveva rispondere a questa escalation.

Cosa succede allora quando questo "per" gli altri, inteso in maniera assoluta, si scontra con l'indifferenza ― o con la resistenza -- o addirittura con una volontà distruttiva? Che cosa accadrebbe se addirittura tutto Israele rifiutasse il messaggio di Gesù sulla signoria di Dio? Allora Israele non perderebbe il senso della sua esistenza? Non si giocherebbe la salvezza per sé e per le nazioni? Per questo, nel momento in cui questa minaccia si fa reale, Gesù e Israele si trovano in una situazione completamente nuova. E questa nuova situazione richiede una nuova interpretazione. Sostenere che prima Gesù non abbia mai parlato del suo sangue né di sostituzione ed espiazione, non è corretto. Presuppone che l'esistenza dell'individuo e quella dei popoli si compiano senza storia. E, soprattutto, presuppone che le rivelazioni di Dio siano "informazioni" su di sé senza storia. Ma tutto questo non è per nulla biblico. In una nuova situazione che si aggrava senza pietà, Gesù interpreta la morte che lo minaccia come l'ultimo atto di salvezza da parte di Dio e lo fa con termini che gli sono stati preconsegnati dalla sua Bibbia, ma soprattutto da Is 40-55. All'inizio lo fa ancora quasi a tentoni, come nei testi finora discussi. Successivamente lo fa in maniera definitiva e in una forma che arriva a toccare corde profonde durante la sua ultima cena.

Le parole dell'ultima cena (mc 14,22-24)

Le parole di benedizione pronunciate da Gesù all'ultima cena sono saldamente incastonate in azioni simboliche, e queste a loro volta inserite nello svolgimento della cena pasquale ebraica. Diventa pertanto necessario approfondire in maniera più precisa il contesto delle parole del Signore ― in questo caso, quindi, l'evento stesso della cena. Per il racconto dell'ultima cena esistono due tradizioni: Mc 14,22-241/ Mt 26,26-28 e insieme 1 Cor 11,23-25 // Le 22,15-20. Come testo base scelgo Mc 14,22-243: «Mentre mangiavano, prese il pane e recitò la benedizione lo spezzò e lo diede loro, dicendo: «Prendete, questo è mio corpo». Poi prese un calice e rese grazie, lo diede loro e ne bevvero tutti. E disse loro: « Questo è il mio sangue dell'alleanza, che è versato per molti».

Gesù sa cosa lo aspetta. Anche il suo ingresso messianico in città deve aver scandalizzato i suoi oppositori. I discorsi di Gesù nel tempio, soprattutto l'azione nel tempio, hanno poi portato i capi dei sacerdoti e gli scribi a decidere di farlo morire (Mc 11,18; 14,1-2). Gesù era visto come un impostore, un sobillatore del popolo. Era inevitabile che lo venisse a sapere. Doveva mettere in conto la sua morte. Con questa consapevolezza celebra con i suoi la cena pasquale, entro le mura della città di Gerusalemme come prescritto. È l'ultima volta che sta insieme a quelli che ha scelto. E per lui è l'ultima occasione per dare alla sua morte un'interpretazione onnicomprensiva, tale da collocarla all'interno delle azioni salvifiche finora compiute da Dio, ma soprattutto della sua proclamazione della signoria di Dio. Lo svolgimento della cena pasquale offriva in tal senso un'occasione particolarmente propizia, perché proprio questa cena prevedeva già da molto tempo gesti particolari, riferimenti e parole di spiegazione.

In questo libro si è più volte parlato dei gesti profetici di Gesù, che si fanno particolarmente frequenti con l'invio dei Dodici. Tali azioni simboliche non hanno solo lo scopo di "rendere visibile". Esse creano allo stesso tempo una nuova realtà. Già l'istituzione dei Dodici (Me 3,14) era stata un'azione simbolica di questo tipo. Con la chiamata e l'invio dei Dodici era iniziato per Gesù l'Israele escatologico, che corrispondeva alla signoria di Dio che si stava ora realizzando. Allo stesso modo, i miracoli di guarigione e le cacciate dei demoni compiuti da Gesù non erano solo prestazioni di assistenza per i malati. Erano segni del regno di Dio che si stava in quel momento inverando. Alla sua ultima cena tutte queste azioni simboliche raggiungono il loro culmine. Per questo sarebbe completamente sbagliato dire che il pane e il vino nell'eucaristia sono solo illustrazioni, solo simboli, solo segni. Sarebbe usare il termine "segno" in maniera del tutto unilaterale e annacquata. Anche nella normale vita di tutti i giorni i segni, soprattutto quando avvengono tra persone, sono spesso molto di più. Non solo rendono visibile, ma possono anche creare una nuova realtà.

Marco descrive la particolarità di questa cena pasquale nel modo seguente: Gesù non celebra la cena con la sua famiglia naturale, come dovrebbe essere nel rito della pasqua ebraica. La celebra con la sua nuova famiglia. Ma nemmeno con un qualunque gruppo di discepoli, che si sarebbero casualmente ritrovati, ma, come Marco afferma espressamente, con i Dodici (Mc 14,17). La sua ultima cena ha infatti l'intimità familiare tipica della cena pasquale. E tuttavia già la scelta dei partecipanti allude chiaramente a Israele, al raduno escatologico e alla nuova creazione d'Israele, cui Gesù ha dato inizio con il gruppo dei Dodici

Durante la cena Gesù prende il pane, recita sopra di esso la preghiera di ringraziamento, lo spezza e lo porge ai Dodici. Questo è ancora il rito abituale. È la preghiera che si recita a tavola prima del pasto principale, dopo che sono stati mangiati gli antipasti e dopo che il padrone di casa ha ricordato l'uscita dall'Egitto. Marco non racconta naturalmente nulla a proposito degli antipasti, della liturgia pasquale e di altri elementi della cena. La tradizione da lui seguita presuppone che tutto ciò sia noto. Egli e la sua tradizione raccontano solo ciò che è particolare e unico in quest'ultimo pasto di Gesù. E di ciò fa adesso parte il fatto che Gesù interpreta il pane spezzato con le parole «Questo è il mio corpo». 

Il termine "corpo" non dobbiamo qui intenderlo nel senso occidentale di elemento contrapposto all'anima. "Corpo" indica la persona, tutto l'essere umano. Gesù intende dire: «Questo pane sono io stesso. Questo sono io con la mia storia e con la mia vita. La mia vita sarà spezzata come questo pane. Io lo do a voi, affinché abbiate parte ad esso».

Questa azione simbolica di Gesù è quindi una profezia della sua morte. Gesù annuncia nel segno del pane spezzato la propria morte. Nello stesso tempo però tale azione simbolica è qualcosa di più di una semplice profezia della sua morte. Gesù fa infatti partecipare i Dodici alla propria esistenza, che ora viene data alla morte. Evidentemente la sua morte ha una dimensione profonda, a cui i Dodici e quindi Israele devono partecipare. 

La tradizione di Marco presuppone, senza dirlo espressamente, che alla preghiera recitata a tavola e alle parole di interpretazione pronunciate sul pane spezzato segua il pasto principale: mangiare l'agnello con erbe amare, pane e marmellata di frutta. Alla fine del pasto principale il padrone di casa prendeva il terzo calice, il "calice della benedizione", e pronunciava su di esso una nuova preghiera di ringraziamento. A questo punto Marco comincia di nuovo a narrare, perché adesso succede un'altra cosa particolare: Gesù fa diventare anche il porgere e il bere il calice della benedizione un'azione simbolica. Infatti dopo che egli ha pronunciato la preghiera di ringraziamento sopra di esso, lo interpreta nel modo seguente: «Questo è il mio sangue, [il sangue] dell'alleanza, che è versato per molti».

Che cosa vuol dire il testo di Marco?

Anzitutto: Gesù allude di nuovo alla sua morte imminente. Interpreta il calice con il vino rosso come il suo sangue, che sarà presto versato. "Versare il sangue" significa "uccidere". Gesù sarà ucciso. Ma neppure qui egli si ferma alla profezia della sua morte. Il testo non parla semplicemente del sangue di Gesù, ma del suo sangue dell'alleanza. E «sangue dell'alleanza» allude all'evento di Es 24,4-11, dove si narra dell'alleanza di Dio con Israele ai piedi del monte Sinai. Mosè erige un altare e dodici stele, asperge l'altare con sangue sacrificale, quindi legge alle dodici tribù il libro dell'alleanza, alla fine asperge anche il popolo col sangue e dice:

Ecco il sangue dell'alleanza (Es 24,8).

Infine Mosè e gli anziani di Israele possono mangiare con Dio stesso sul monte. Dio quale partner decisivo dell'alleanza è simboleggiato dall'altare; l'altro partner è il popolo. Per questo motivo l'altare e il popolo vengono aspersi col sangue del sacrificio. Viene letto il libro dell'alleanza. Il patto di alleanza viene celebrato con il pasto che segue.

Per la successiva comprensione di Es 24,8.11 d'importanza decisiva è il fatto che qui sono collegati fra di loro tre motivi: l'alleanza di Dio con Israele, il sangue con cui l'alleanza viene conclusa e il pasto. Nella tradizione interpretativa ebraica del tempo di Gesù si concepiva questo sangue che era stato asperso, come mezzo di espiazione dei peccati d'Israele. Alla luce di questo retroterra le parole pronunciate da Gesù sul calice di benedizione in Mc 14,24 possono solo significare la sua vita sarà offerta alla morte. Il suo sangue, che sarà versato, non è però un sangue versato inutilmente e senza senso, ma è «sangue dell'alleanza», cioè esso rinnova e porta a compimento l'alleanza conclusa da Dio con Israele al Sinai e che ora è stata infranta dal rifiuto e dall'uccisione di Gesù. Questo rinnovamento escatologico dell'alleanza, che è allo stesso tempo una nuova creazione e una nuova fondazione d'Israele, avviene per mezzo del sangue di Gesù, che libera Israele dalla sua colpa ed.espia per esso. È quindi del tutto logico che la tradizione pao-lino-lucana dell'ultima cena parli a questo punto della nuova rinnovata) alleanza (1 Cor 11,25; Lc 22,20).

Se prendiamo seriamente questo retroterra, allora i «molti», di cui si parla nelle parole pronunciate sul calice in Marco, indicano anzitutto solo Israele. Gesù interpreta la propria morte violenta come morte per Israele, come dedizione espiatrice della sua vita per la vita del popolo di Dio. Questo riferimento a Israele dovrebbe risultare chiaro già semplicemente dal fatto che Gesù porge il calice della benedizione ai Dodici, ai rappresentanti da lui eletti del popolo delle dodici tribù. Il riferimento a Israele però risulta altrettanto chiaro anche per la menzione dell'alleanza del Sinai: essa fu conclusa con Israele e, se viene rinnovata, viene di nuovo rinnovata con Israele. Il termine «molti» indica perciò anzitutto il popolo delle dodici tribù.

Non dobbiamo però limitarci a questa affermazione perché, come abbiamo già visto (cap, 68), il discorso dei «molti» deriva da /v 52,13-53,12. Il servo di Dio soffre in rappresentanza vicaria per i molti. E in questo testo di Isaia, in cui «i molti» rappresentano un motivo guida, questi sono chiaramente i popoli pagani. Quindi, oltre a Israele, sono compresi allo stesso tempo anche i popoli. Questo non costituisce un problema perché, come abbiamo già visto, nella teologia dell'Antico Testamento Israele rappresenta vicariamente i popoli. Non è eletto per amor suo, ma per amore del mondo.

Il messaggio fondamentale della tradizione dell'ultima cena presentata da Marco può essere riassunto come segue nel corso rituale della cena pasquale Gesù interpreta il pane spezzato e il vino rosso nel senso della sua morte imminente. E porgendo il pane e il vino al gruppo dei Dodici lo fa partecipa re, e con esso Israele, alla forza della sua morte. Tale morte è infatti contemporaneamente interpretata come espiazione per l'Israele divenuto colpevole e come rinnovamento dell'alleanza del Sinai. E attraverso l'Israele escatologico questa salvezza nuovamente e definitivamente donata deve raggiungere i molti popoli.

Ciò che Gesù qui proclama e poco dopo riscatta con la sua morte non è affatto innocuo. La tradizione dell'ultima cena - che sia quella di Marco o quella di Paolo - presuppone che Gesù della sua morte diventa il luogo dell'espiazione escatologica per Israele. Questo significa, però, che non è più il tempio il luogo legittimo dell'espiazione, ma Gesù stesso con il dono della sua vita fino alla morte. La tavola attorno alla quale Gesù siede con i suoi discepoli diventa finalmente il centro di Israele. Non ci sono ragioni veramente valide per negare storicità al racconto dell'ultima cena del Vangelo di Marco o addirittura per metterlo fondamentalmente in discussione. Lo stesso dicasi naturalmente anche per la tradizione paolina. 

Ne abbiamo già parlato nel capitolo precedente: un numero relativamente alto di esegeti ritiene che i lóghia con cui Gesù interpreta teologicamente la propria morte non siano autentici. Riscatto, sostituzione vicaria, sacrificio e, soprattutto, espiazione erano concetti che solo le chiese post pasquali avrebbero utilizzato per spiegare a se stesse la terribile esecuzione di Gesù sulla croce.

Se queste posizioni vengono di continuo sostenute, ciò non dipende in fondo da questioni di critica letteraria o storia delle tradizioni. La decisione è già presa preventivamente, molto prima che cominci il discorso storico. Rudolf Bullinann lo ha evidenziato con la sua tipica onestà, quando nel suo celebre saggio Nuovo Testamento e mitologia disse:

Come può il mio peccato essere espiato dalla morte di un innocente (se mai si possa parlar proprio di un innocente)? Quali sono i concetti primitivi di colpa e di giustificazione che stanno alla base di una tale idea? Quale il concetto primitivo di Dio? La concezione della morte di Cristo che estingue i peccati va intesa M base alla nozione di sacrificio: quale primitiva mitologia, quella per cui un'entità divina fattasi uomo espia con il sangue i peccati degli uomini! O dal punto di vista della legge, in modo che nel negozio giuridico tra Dio e l'uomo le esigenze di Dio fossero soddisfatte attraverso la morte di Cristo!

Questo testo lascia intuire i danni che rappresentazioni circa la "soddisfazione", superficiali e profondamente non bibliche e derivanti dalla storia della pietà cristiana, hanno causato, anche nelle menti di dotti studiosi. Con «soddisfazione» si intende qui: l'ira di Dio per la colpa umana deve essere placata attraverso la riparazione!

Il testo di Rudolf Bultrnann, però, mostra anche qualcosa di più: l'uomo uscito dall'Illuminismo europeo non riesce più a conciliare concetti come rappresentanza vicaria ed espiazione con l'autonomia che si è a fatica conquistato. Quindi nega questi concetti in Gesù. Ma l' "espiazione vicaria" è davvero inconciliabile con la ragione illuminata? La realtà espressa con rappresentanza vicaria ed espiazione diventa uno scandalo solo se l'esperienza del popolo di Dio è andata perduta. Per la vita del popolo di Dio rappresentanza vicaria ed espiazione ― intese in senso corretto ― sono addirittura elementari. Esse non offendono la dignità e l'autonomia dell'essere umano. Ma guardiamo più a fonclo!

Anzitutto, esaminiamo il concetto di rappresentanza vicaria: l'esistenza d'Israele è dipesa sempre da singoli che credettero con tutta la loro esistenza. Il fatto che il filo rosso della storia della salvezza non si sia spezzato dipese da Abramo, Mosè, Elia, Amos, Isaia; dal re Giosia, da Giovanni Battista e da molti altri. Altri poterono conoscere la fede di questi singoli e pervenire così personalmente alla fede. Non si tratta affatto di un gioco di parole, quando a proposito di Abramo viene detto che sarà benedetto chi lo benedirà e che attraverso di lui tutte le generazioni della terra saranno benedette (Gen 12,3). Con la sua rappresentanza vicaria in favore dei molti Gesù non è un'eccezione esotica, ma il punto culminante e l'ultima condensazione di una lunga storia di rappresentanze vicarie in Israele: La fede può essere trasmessa solo attraverso la via della rappresentanza vicaria.

Rappresentanza vicaria non ha mai il senso di dispensare l'altro dalla propria fede e dalla propria conversione, ma quello di renderle possibili. La vera rappresentanza vicaria non deresponsabilizza, ma vuole semplicemente che l'altro diventi capace di agire personalmente. Essa avviene in modo che una persona subentra al posto di un'altra non per "sostituirla", ma per abilitarla a prendere il proprio posto'''.

Ogni persona, nella propria esistenza naturale, vive di numerosissimi rappresentanti vicari. Cosa saremmo senza nostra madre, nostro padre, i nostri insegnanti! Grazie al loro impegno, ci hanno permesso di diventare autonomi, lentamente e faticosamente. E come faremmo senza amministratori, intermediari, politici, commercianti, tecnici e senza tutti gli specialisti di cui abbiamo bisogno per poter vivere?

Quando guido la mia auto su un alto viadotto, mi fido di chi ha svolto i calcoli statici e di chi l'ha costruito. L'hanno fatto "per me". Io non avrei mai potuto costruire il ponte da solo. Gli ingegneri civili, gli architetti e gli operai edili interessati sono rappresentanti vicari di tutti coloro che utilizzano il viadotto dandolo per scontato.

Di conseguenza, il popolo di Dio è addirittura una rete ancora più fitta l rappresentanze vicarie, proprio perché non potrebbe esistere senza un'azione libera e responsabile. Nella vita di fede vale infatti più che mai ciò che prima già valeva per chiunque: l'uomo dipende da aiuti; lasciato solo, intristisce. La proposizione desunta dalla Critica della ragion pratica di Kant: «Puoi perché devi», è quanto mai problematica. Secondo la tradizione ebraico cristiana essa dovrebbe recitare: «Puoi, se vuoi essere aiutato».

Il presunto "uomo autonomo", il quale pensa di non aver bisogno di alcun aiuto e di alcun rappresentante vicario, ha naturalmente dei rappresentanti vicari, nonostante tutto: per esempio, i mezzi di comunicazione sociale, che fin troppo spesso pensano per lui, lo plasmano secondo i loro modelli e, senza che egli nemmeno se ne accorga, lo mettono così sotto curatela. L'uomo ha sempre dei rappresentanti vicari. Soprattutto nell'era dei nuovi media digitali. Si tratta solo di sapere quali.

Espiazione: nei confronti del termine "espiazione" i risentimenti dell'uomo d'oggi sono ancora píù forti, e di molto, che non nei confronti dell'espressione "rappresentanza vicaría". Espiazione non è altro che rappresentanza vicaria portata fino alle sue ultime conseguenze. Tuttavia, possiamo comprendere il significato di "espiazione" solo se teniamo presente la differenza che passa tra "espiazione" nel suo senso anticotestamentario ed espiazione nel mondo delle religioni.

Nell'ambito delle religioni l'espiazione è prevalentemente una prestazione dell'uomo, con la quale vuole ingraziarsi le sue divinità. Offre agli dei qualcosa che gli è particolarmente caro e prezioso per ottenere in cambio la riconciliazione con la divinità o le potenze che influiscono sulla sua vita. E un'iniziativa che parte dall'uomo. Egli vorrebbe assicurare la propria vita, e per farlo sviluppa molte forme di meccanismi cultuali.

Israele conosce tutti questi meccanismi, ma li ha ripensati in modo nuovo in base alla propria esperienza di Dio. In fondo, li ha capovolti. Infatti, in Israele tutta l'espiazione" parte da Dio. È una sua iniziativa. L'espiazione è una nuova possibilità di vita donata da Dio. Essa è il dono di poter vivere, nonostante la propria mancanza di santità e la continua ricaduta nella colpa, davanti al Dio santo: nello spazio della sua vicinanza. "Espiare" non significa placare o riconciliare Dio, ma essere sottratti alla morte meritata. Israele seppe che l'uomo non può cancellare la colpa e che 1' "espiazione" e il perdono devono venire da Dio. L'espiazione" è, come l'alleanza e il perdono dei peccati, un atto benignamente compiuto da Dio, di cui l'uomo può solo beneficiare. Con ciò non abbiamo naturalmente ancora risposto alla domanda vera e propria. Quello che ho appena detto è solo un primo passo fondamentale.

Il concetto biblico di espiazione è ancora più differenziato. Bisogna infatti andare avanti e chiedersi: se tutto nasce dall'iniziativa di Dio, perché allora poi ancora l'espiazione"? Se Dio stesso ha compiuto l’ "espiazione", così come ha concesso il perdono, perché allora non basta il semplice perdono? Perché egli non può semplicemente decretare: la vostra colpa è rimessa , tutto è perdonato e dimenticato, ora tutto è di nuovo buono? La risposta non può che essere: perché in tal caso si scavalca troppo velocemente la realtà, perché il peccato e le sue conseguenze non vengono presi sul serio. Non è che tutto torna semplicemente ad andare bene. Il peccato non evapora nell'aria, nemmeno se è stato perdonato. Il peccato ha sempre delle conseguenze. Distrugge qualcosa dentro di noi e qualcosa intorno a noi. Ha sempre una dimensione sociale e storica. Ogni peccato penetra nella compagine umana, guasta un pezzo di mondo e crea un ambiente deleterio. E gli intrecci di male si possono aggrovigliare. Anche se Dio ha perdonato tutta la colpa, le conseguenze della colpa rimangono. Quel che Adolf Hitler ha combinato non sarebbe affatto scomparso dal mondo con il suo suicidio avvenuto il 30 aprile 1945 nel bunker a Berlino, anche se egli se ne fosse pentito (il suo «testamento politico» al popolo tedesco dimostra chiaramente che non si può affatto parlare di un suo rimorso). Le spaventose conseguenze del nazionalsocialismo avvelenano ancora oggi la società e continuano a causare nuovi focolai di male nel mondo.

Perciò occorre contrastare le conseguenze della colpa umana. E l'uomo non lo può fare da solo, così come non può assolvere se stesso. La reale completa cancellazione della colpa è possibile solo su un terreno che deve essere preparato da Dio stesso. Ed egli lo ha preparato nel suo popolo e lo ha rinnovato e completato per mezzo di Gesù.

Dag Hammarskjoeld, il secondo segretario generale delle Nazioni Unite, che nel suo tentativo di por fine alla guerra civile nel Congo morì il 17 settembre 1961 in un incidente aereo vicino al confine con il Katanga, ci ha lasciato un testo che ci può aiutare a comprendere meglio gli intrecci a cui abbiamo accennato. Esso si trova nel suo diario, che dopo la sua morte fu pubblicato con il titolo Tracce di cammino:

Pasqua 1960. Il perdono spezza la concatenazione causale, in quanto chi perdona, per amore, si addossa la responsabilità delle conseguenze di ciò che tu hai fatto. Dunque comporta sempre un sacrificio. Il prezzo della tua liberazione attraverso il sacrificio di un altro è che tu sia disposto a liberare altri allo stesso modo, incurante delle conseguenze".

Questo testo estremamente chiaroveggente, avallato dalla vita e dalla morte del suo autore, spiega con chiarezza quale sia il significato dell'espiazione vicaria: l'amore perdona. Tale amore non può però perdonare le conseguenze del peccato, perché esse sono profondamente radicate nella storia. La catena delle cause, cui il peccato ha dato vita, continua a far sentire autonomamente i suoi effetti. Perciò l'amore, se è vero amore, non solo perdona, ma si assume la responsabilità delle conseguenze di ciò che l'altro ha fatto. E ciò costa qualcosa. Non può essere fatto senza sacrificio. E può riuscire bene solo se molti lavorano per sanare le conseguenze della colpa degli altri. Dag Harnmarskjoeld lo lascia intuire, quando dice che la propria liberazione obbliga a impegnarsi per la liberazione di altri. Così nasce una nuova catena di cause, che contrasta quella della colpa.

La tradizione neotestamentaria, quando parla della "morte espiatrice" di Gesù, intende dire che la sua morte ―che fu in tutto e per tutto una morte per gli altri, spogliamento totale di sé, agape nel senso più radicale del termine ― ha spezzato la catena deleteria del mondo e creato un nuovo terreno su cui diventa possibile rimediare alle conseguenze del peccato.

La morte di Gesù non effettua perciò una redenzione magica, che sarebbe iniettata in un modo misterioso e imperscrutabile in colui che ha bisogno di essere redento. Il fatto che Gesù sia morto per i nostri peccati non significa che noi non abbiamo più bisogno di morire al nostro peccato. La sua morte non è un'azione sostitutiva, ma il detonatore che rende possibile l'avvio di un processo di liberazione, che continua ad andare avanti. E il terreno sociale, su cui esso continua ad andare avanti, è il popolo escatologico di Dío. Tale popolo è già cominciato con l'istituzione dei Dodici. Ma solo con la dedizione di Gesù per Israele fino alla morte è stata resa possibile la nuova catena causale, e la redenzione e la liberazione sono state definitivamente impiantate in questo mondo. Il quarto evangelista lo dice con un'immagine eloquente: Stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria madre di Cleopa e Maria di Magdala. Gesù allora, Vedendo la madre e accanto a lei il discepolo che egli amava, disse a sua madre: «Donna, ecco tuo figlio!». Poi disse al discepolo: «Ecco tua madre!». E da quell'ora il discepolo l'accolse con sé (Gv 19,25-27). Questa scena può indubbiamente mirare a legittimare il discepolo amato come testimone della tradizione. Oltre a ciò, però, qui succede qualcosa di molto più fondamentale: Gesù fonda una "nuova famiglia", quindi il terreno su cui delle persone, che di per sé non hanno minimamente a che fare tra di loro, possono unirsi con una solidarietà senza riserve. Esso è il luogo in cui la vera riconciliazione con Dio e la vera riconciliazione reciproca diventano possibili. Gli esseri umani però non potevano appunto creare questa nuova possibilità. Essa doveva venire dalla croce, doveva essere fondata mediante la morte di Gesù, e la morte di Gesù deve rimanere viva sotto forma di attualízzazione nella nuova compagine umana che è stata costituita. Il modello base di questo evento era già stato stabilito nell'Antico Testamento: il perdono della colpa e il luogo dell'espiazione sono stati stabiliti da Dio stesso, sul piano spaziale con il tempio e il propiziatorio sull'arca dell'alleanza (Es 25,17); sui piano temporale nel grande giorno dell'espiazione (Lv 16,29-34). Ma Israele deve entrare in questo "spazio" e in questo "tempo" con la volontà di convertirsi, di riconciliarsi, di rispondere con l'amore. In questo modo si cancellano le "conseguenze del peccato", cioè il male che deriva dal peccato. Il "modello base" per l'azione liberatrice e salvifica di Dio era quindi già presente nell'Antico Testamento. Ma il tempio è ora stato sostituito da Gesù in persona e i numerosi giorni di espiazione sono stati sostituiti dall'unico giorno in cui egli ha dato se stesso peri molti. È importante tenere presente che, solo nella morte di Gesù, il suo messaggio della basiléia raggiunge la massima profondità. Quando nel corso dell'ultima cena interpreta la propria morte imminente come una morte espiatrice vicaria, Gesù non sconfessa la precedente predicazione della misericordia di Dio, ma indica proprio la realtà sociale di tale misericordia. Dio non si accontenta del semplice perdono. Nella morte di Gesù dona il luogo nel quale la colpa e le conseguenze della colpa possono essere eliminate

La morte di Gesù però mostra ancora qualcos'altro a proposito della sua precedente predicazione: essa rende visibile con tutta chiarezza la forma nascosta e umile della signoria di Dio, che non viene senza subire persecuzioni, senza sacrifici, anzi, senza una morte quotidiana.

Quel che fin dall'inizio era contenuto nella predicazione di Gesù viene ora, attraverso la sua morte, alla luce del giorno: il Regno (basiléia) esige il lasciar accadere e il donare-se-stessi; non viene se non si è pienamente disposti ad accogliere, e tale accoglienza è sempre anche una sofferenza. La signoria di Dio viene precisamente li dove neppure Gesù può più qualcosa, ma si espone e si abbandona alla verità di Dio.

Perciò il concetto di signoria di Dio è ulteriormente reso visibile e precisato un'ultima volta nella morte di Gesù: d'ora in poi non è più possibile adoperare tale concetto senza parlare nello stesso tempo della morte di Gesù. Questo non cambia nulla della pienezza traboccante della signoria di Dio di cui si è parlato nei capitoli precedenti. Ma tale pienezza giunge solo attraverso una morte che si rinnova ogni giorno. Viene così sconfessato ciò che è gíà stato detto sulla potenza della signoria di Dio che cambia ogni cosa? Sono state usate parole come sconvolgimento, rivoluzione e cambiamento del mondo. No, non intendiamo niente di tutto questo! Tutto rimane vero. Ma il cambiamento del mondo che Dio sta già operando in mezzo alla storia non avviene come uno spettacolo a scena aperta. Avviene alla maniera di Dio, come una piccola quantità di lievito che fa lievitare un'enorme massa di farina (Lc 13,20-21). Anche per il regno di Dio vale il detto: dò che cresce non fa rumore. La venuta del regno di Dio avviene in silenzio, pacatamente e assiduamente. Avviene ovunque le persone credono in Gesù Cristo, sperano tutto da lui, si lasciano andare e lo seguono.

Incontro al banchetto escatologico (mc 14,25)

La celebrazione della Pasqua è stata sin dall'inizio una retrospettiva sulla liberazione d'Israele dall'Egitto (Es 12,1-14; Dt 16,1-8). La cena pasquale era quindi una cena memoriale dove "memoriale" va chiaramente inteso come una sempre nuova attualizzazione. Ai tempi di Gesù, tuttavia, la celebrazione comprendeva già anche la prospettiva sulla venuta del Messia, tanto che terminava con una sequenza di salmi (Mc 14,26) che si concludeva con il Sal1181. E proprio a questo salmo veniva data un'interpretazione messianica, soprattutto al v. 26: Benedetto colui che viene nel nome del Signore.

La notte di Pasqua divenne così allo stesso tempo una celebrazione dell'imminente riscatto. Anche da qui si comprende perché Gesù abbia voluto interpretare la sua morte proprio durante la celebrazione di questa notte.

Per questo il tema del "Messia" faceva già parte della cena ― e con esso la gioia per la sua imminente venuta e la speranza nella liberazione. Eppure, Gesù non si è servito della parola chiave "Messia" nel corso della celebrazione. Evidentemente, anche in questo caso, continua a mantenere un profondo riserbo nei confronti di questo titolo onorifico inadeguato. Anche nelle parole della benedizione esprime la sua autorità solo in maniera indiretta. Certo, tale autorità è presente. Dopotutto Gesù definisce la propria morte imminente come la restaurazione e il rinnovamento dell'alleanza che Dio a suo tempo ha stretto con Israele al Sinai. Questa è una cosa inaudita. Eppure, anche qui tutto rimane indiretto e velato. E lo stesso avviene anche nell'unico detto con cui. Gesù guarda direttamente al futuro durante l'ultima cena: «In verità io vi dico che non berrò mai più del Frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo, nel regno di Dio» (Mc 14,25).

Sebbene si sostenga che in questo lóghion Gesù si presenti come «il padrone di casa e ospite nel regno futuro»3, non di meno è vero che qui non c'è traccia di tutto ciò. Anche in questo caso Gesù mantiene il massimo riserbo. Ciò che formula e innanzitutto una profezia della propria rnor te. Ma, proprio come le parole della benedizione, anche questa cosiddetta "prospettiva escatologica" va ben oltre una semplice profezia di morte. Essa esprime la persuasione imperturbabile di Gesù di prendere parte al banchetto dell'incipiente regno di Dio.

Il modo in cui Gesù lo dice è certamente più di una speranza, più di un solerte ottimismo. Per luí e una certezza assoluta: il banchetto nel regno di Dio che sta per venire ci sarà. Nessuno può impedire a Dio di realizzare la propria signoria. Anche in questa parola del Signore viene alla luce la tensione di Cui abbiamo parlato di continuo: la signoria di Dio è già arrivata nell'annuncio e nei prodigi di Gesù; si è invertita in tutto ciò che ha fatto e insegnato. Ma nella sua pura e trasparente visibilità deve ancora venire. Come nel Padre nostro («venga il tuo regno»), anche qui Gesù parla della "figura di pienezza" del regno di Dio, che non si e ancora compiuta.

E come ha già fatto in altre occasioni, anche qui parla di questa figura di pienezza servendosi dell'immagine di un pasto. Basti confrontare Lc 13,29 l/ Mt 8,11 e Le 22,30. Nel tratteggiare l'incipiente signoria di Dio, Gesù ha sempre mantenuto un profilo basso. Non ha proiettato immagini di struggimento, ma ha preferito anticipare ciò che stava per venire nella realtà del qui e ora. In rarissimi casi si è concesso unicamente l'immagine del pasto. E come mostra il nostro lóghion, ha condensato questo pasto persino nell'immagine del bere il vino. E quindi un quadro brulicante di vita quello di cui si serve qui per il futuro banchetto nel regno di Dio.

In Marco e Matteo, il nostro lóghion viene subito dopo le parole di be nedizione, cioè subito dopo quelle parole che stanno alla base della celebrazione cristiana dell'eucaristia. Questo conferisce a ogni eucaristia un'inarrestabile dinamica che tende al futuro, che non emerge solo in Marco e Matteo, ma anche in Paolo, quando alla sua tradizione dell'ultima cena aggiunge: «Ogni volta infatti che mangiate questo pane e bevete al calice, voi annunciate la morte del Signore, finché egli venga» (1 Cor 11,26). La stessa apertura al ritorno dí Cristo affiora nella parte dedicata all'eucaristia all'interno della Didaché, che termina con il Marana thà («Vieni, Signore re Gesù!», cf. anche 1 Cor 16,22; Ap 22,20). Dall'introduzione del nuovo Messale romano avvenuta nel 1970, la dinamica escatologica già presente in Mc 14,25 e finalmente visibile anche nella celebrazione eucaristica della chiesa cattolica:

Annunciamo la tua morte, o Signore, proclamiamo la tua risurrezione, nell'attesa della tua venuta.

Ho iniziato questo libro chiedendomi quali fossero le prime parole che Gesù ha pronunciato nella forma del "discorso diretto" nei singoli vangeli. Nel Vangelo di Marco erano le frasi:

Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino. [Perciò:] Convertitevi e credete nel questo] Vangelo (Mc 1,15).

Ora, giunti al termine, potremmo chiederci in modo analogo: quali sono le ultime parole che Gesù pronuncia prima di morire? In Marco e Matteo sono: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?» (Mc 15,34 // Mt 27,46).

Queste parole sono un profondo grido di angoscia, non di rado interpretate come parole di disperazione. Così Rudolf Bultmann, dopo un elenco piuttosto scarno dei fatti che si presume siano effettivamente certi nella vita di Gesù, arriva infine a parlare della morte di Gesù e scrive: «Se e come Gesù vi abbia trovato un senso non possiamo saperlo. Non è possibile nascondere la possibilità che sia crollato». 

Bultmann non intende certo sminuire Gesù. Questa osservazione vuole solo sostenere la sua tesi di fondo, secondo cui non ci si deve avvicinare a Gesù attraverso discussioni storiche, ma esclusivamente attraverso íl kerygma. Questo libro non vede l'esistenza di un divario insormontabile tra storia e kerygma. Non possiamo concludere senza dire un chiaro "no" a questa e a simili interpretazioni delle ultime parole di Gesù. Gesù non conclude la propria vita nella disperazione. Il citato «Dio mio, Dio mio» e l'inizio del Sal 22. Evidentemente Gesù ha recitato questo salmo a voce alta come preghiera in punto di morte. A quei tempi non si usava pregare in silenzio. Si pregava ad alta voce. E non ha pronunciato solo l'inizio del Sal 22, ma l'intero salmo. Infatti, alcuni di coloro che si trovavano presso la croce dicono: «Chiama Elia» (Mc 15,35). Ma questa non era altro che l'espressione eli atta tratta dal salmo (Sal 22,11), fraintesa o travisata in maniera denigratoria. Eli atta significa: «Sei tu il mio Dio»: è quindi un'assicurazione di fiducia e di consenso. Ma poteva essere intesa come Eli atta ― Elia vieni! Elia veniva chiamato come aiutante nel momento della morte. Malinteso o derisione? Possiamo lasciare la domanda aperta.

Ma se Gesù ha pregato l'intero salmo, allora ha pregato anche la sua parte finale. L'intero salmo presuppone una todah, un'offerta di ringraziamento nel tempio. In una celebrazione di questo tipo (organizzata privatamente), Forante illustrava per prima cosa ad amici e parenti l'angoscia in cui si trovava, per giungere infine a invocare la salvezza da Dio. La parte finale del Salmo 22 recita:

Tu mi hai risposto! Annuncerò il tuo nome ai miei fratelli, ti loderò in mezzo all'assemblea. Lodate il Signore, voi suoi fedeli, gli dia gloria tutta la discendenza di Giacobbe, lo tema tutta la discendenza d'Israele; perché egli non ha disprezzato né disdegnato l'afflizione del povero, il proprio volto non gli ha nascosto ma ha ascoltato il suo grido d'aiuto [...]. ricorderanno e torneranno al Signore tutti i confini della terra; davanti a te si prostreranno tutte le famiglie dei popoli. Perché del Signore è il regno: è lui che domina sui popoli! A lui solo si prostreranno quanti dormono sotto terra, davanti a lui si curveranno quanti discendono nella polvere (Sal 22,22-30).

Gesù è morto con questa certezza. Quando ha pronunciato il Sal 22 come preghiera in punto di morte -- senza dubbio con voce rotta e grande affanno -- alla fine è persino riuscito a fare proprie ancora una volta le due parole chiave del nostro lóghion di Mc 14,25: la signoria di Dio e il banchetto deí popoli.