sabato 25 aprile 2026

4 settimana di Pasqua

 IV Domenica di Pasqua 

At 2,14-41 36 Prima lettura

Sappia dunque con certezza tutta la casa d’Israele che Dio ha costituito Signore e Cristo quel Gesù che voi avete crocifisso». 37All’udire queste cose si sentirono trafiggere il cuore e dissero a Pietro e agli altri apostoli: «Che cosa dobbiamo fare, fratelli?». 38E Pietro disse loro: «Convertitevi e ciascuno di voi si faccia battezzare nel nome di Gesù Cristo, per il perdono dei vostri peccati, e riceverete il dono dello Spirito Santo. 39Per voi infatti è la promessa e per i vostri figli e per tutti quelli che sono lontani, quanti ne chiamerà il Signore Dio nostro». 40Con molte altre parole rendeva testimonianza e li esortava: «Salvatevi da questa generazione perversa!». 41Allora coloro che accolsero la sua parola furono battezzati e quel giorno furono aggiunte circa tremila persone. 

Pietro, pronunciando un discorso solenne, inizia la predicazione ad Israele come, in seguito, inaugurerà quella ai pagani (At 10). 

Lo conclude esponendo una formula di fede costitutiva: Dio ha collocato Gesù Risorto alla sua destra, ha costituito (ha fatto) Gesù «Signore e Messia». Il Vangelo riguarda Gesù Cristo, nostro Signore «nato dalla stirpe di Davide secondo la carne, costituito Figlio di Dio con potenza secondo lo Spirito di santificazione mediante la risurrezione dai morti» (Rm 1,3-4). In seguito la riflessione apostolica presenterà Gesù come Messia fin dalla nascita. Non c’è contraddizione tra le due formulazioni perché Gesù, da Risorto, può esercitare in pienezza la sua sovranità messianica per Israele e per tutta l’umanità già iniziata durante la sua missione sulla terra. Si tratta della svolta più importante della storia della salvezza. «Ogni lingua proclami che Gesù Cristo è il Signore, a gloria di Dio Padre» (Fil 2,11). 

La conclusione etica del messaggio viene tratta dagli ascoltatori stessi i quali, sapendo di aver approvato e favorito la morte di Gesù, provano un profondo sgomento per il misfatto compiuto e riconoscono che il Padre ha approvato e accreditato il Crocifisso. Il cambiamento di opinione su Gesù esige un agire diverso: Che cosa dobbiamo fare? Era già stata la reazione delle folle alla predicazione del Battista (Lc 3,10) o la richiesta di chi voleva sguire Gesù, come il ricco (Mt 19,16-17). 

Pietro non chiede particolari riti o azioni penitenziali gravose. Chiede soltanto di accogliere la purificazione del Battesimo, nel nome di Gesù, perché i penitenti possano ricevere lo Spirito Santo. «Ho visto le sue vie, ma voglio sanarlo, guidarlo e offrirgli consolazioni. E ai suoi afflitti Io pongo sulle labbra: “Pace, pace ai lontani e ai vicini”, dice il Signore, “Io li guarirò”» (Is 57,18-19). 

Bisogna rompere con il passato, con il modo di pensare e fare precedenti e lasciarsi guidare, o meglio, influenzare da Gesù (nel suo Nome), grazie al suo Spirito. «Ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato» (Mt 28,19). Solo così si crea un’alternativa alla perversione della società. La conversione nasce dalla considerazione di ciò che Dio ha fatto per noi, non a motivo di un semplice rimorso e si manifesta in una nuova prassi. 


1 Pt 2, 20-25 Seconda lettura

Se, facendo il bene, sopporterete con pazienza la sofferenza, ciò sarà gradito davanti a Dio. 21A questo infatti siete stati chiamati, perché anche Cristo patì per voi, lasciandovi un esempio, perché ne seguiate le orme: 22egli non commise peccato e non si trovò inganno sulla sua bocca; 23insultato, non rispondeva con insulti, maltrattato, non minacciava vendetta, ma si affidava a colui che giudica con giustizia. 24Egli portò i nostri peccati nel suo corpo sul legno della croce, perché, non vivendo più per il peccato, vivessimo per la giustizia; dalle sue piaghe siete stati guariti. 25Eravate erranti come pecore, ma ora siete stati ricondotti al pastore e custode delle vostre anime. 

Il Signore, in vista della nostra crescita, può collocarci in una situazione in cui dobbiamo affrontare una sofferenza ingiusta. In quel caso dobbiamo imitare Gesù: «Abbiate in voi gli stessi sentimenti di Cristo Gesù» (Fil 2,5). «Chi dice di rimanere in lui, deve anch’egli comportarsi come lui si è comportato» (1 Gv 2,6). «Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua» (Mc 8,34).

Gli apostoli agirono così: «Gli apostoli se ne andarono via dal sinedrio, lieti di essere stati giudicati degni di subire oltraggi per il nome di Gesù» (At 5,40-41). «Non lamentatevi, fratelli, gli uni degli altri, per non essere giudicati; ecco, il giudice è alle porte. Fratelli, prendete a modello di sopportazione e di costanza i profeti che hanno parlato nel nome del Signore. Ecco, noi chiamiamo beati quelli che sono stati pazienti. Avete udito parlare della pazienza di Giobbe e conoscete la sorte finale che gli riserbò il Signore, perché il Signore è ricco di misericordia e di compassione» (Gc 5,9-11). Il cristiano non deve alimentare rancore contro coloro che lo hanno maltrattato (e continuano a farlo) ma affidarsi alle decisioni di Dio che è a favore dei umili e dei perseguitati. 

Gesù «portò i nostri peccati». In che modo? Agì con grande carità nel corso della sua passione; il suo amore fornì la massima cura al male del mondo. La sua carità coprì la massa dei peccati. 


VANGELO GV 10,1-16. 

«In verità, in verità io vi dico: chi non entra nel recinto delle pecore dalla porta, ma vi sale da un’altra parte, è un ladro e un brigante. 2Chi invece entra dalla porta, è pastore delle pecore. 3Il guardiano gli apre e le pecore ascoltano la sua voce: egli chiama le sue pecore, ciascuna per nome, e le conduce fuori. 4E quando ha spinto fuori tutte le sue pecore, cammina davanti a esse, e le pecore lo seguono perché conoscono la sua voce. 5Un estraneo invece non lo seguiranno, ma fuggiranno via da lui, perché non conoscono la voce degli estranei». 6Gesù disse loro questa similitudine, ma essi non capirono di che cosa parlava loro. 7Allora Gesù disse loro di nuovo: «In verità, in verità io vi dico: io sono la porta delle pecore. 8Tutti coloro che sono venuti prima di me, sono ladri e briganti; ma le pecore non li hanno ascoltati. 9Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvato; entrerà e uscirà e troverà pascolo. 10Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere; io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza. 

In uno stesso ovile sono racchiuse pecore di vari pastori, affidate ad un unico guardiano. Il singolo pastore si reca all'ovile per far uscire dal recinto le proprie pecore e condurle al pascolo. Entrato nel recinto, le chiama per nome ed esse si radunano attorno a lui; poi cammina davanti a loro ad esse lo seguono fino al pascolo. Non seguono un estraneo, anzi scappano via da lui perché non conoscono la sua voce. 

Gesù si definisce prima la Porta (v.7) [e poi Pastore vv. 11-18]. «Nessuno può affermare di essere la porta: Cristo l’ha riservato per sé, ha invece comunicato ad altri di essere pastori» (To 45). 

1. In un primo tempo, l’immagine della porta è riferita a Gesù stesso (il pastore dormiva nel vano della porta per evitare furti). Dichiara di essere la Porta per recarsi dalle pecore. Vi è un solo accesso legittimo alle pecore, ed è tenuto da Gesù, l’inviato del Padre. Questo significa che Egli è l’unico Salvatore e Custode del gregge, è l’unico mediatore tra gli uomini e il Padre. «Per mezzo di lui possiamo presentarci, gli uni e gli altri, al padre in un solo Spirito» (Ef 2,18; Eb 10,19). 

I predoni di cui parla, non sono le grandi figure della storia della salvezza ma i falsi pretendenti messianici ed anche quei farisei che impediscono la fede in Gesù. La contrapposizione di Gesù ai pastori falsi e ai mercenari ha un riscontro, oltre che nelle situazioni è concreta della vita di Gesù, anche nella comunità primitiva. «Attesto solennemente oggi, davanti a voi, che io sono innocente del sangue di tutti, perché non mi sono sottratto al dovere di annunciarvi tutta la volontà di Dio. Vegliate su voi stessi e su tutto il gregge, in mezzo al quale lo Spirito Santo vi ha costituiti come custodi per essere pastori della Chiesa di Dio, che si è acquistata con il sangue del proprio Figlio. Io so che dopo la mia partenza verranno fra voi lupi rapaci, che non risparmieranno il gregge; perfino in mezzo a voi sorgeranno alcuni a parlare di cose perverse, per attirare i discepoli dietro di sé. Per questo vigilate, ricordando che per tre anni, notte e giorno, io non ho cessato, tra le lacrime, di ammonire ciascuno di voi. E ora vi affido a Dio e alla parola della sua grazia, che ha la potenza di edificare e di concedere l’eredità fra tutti quelli che da lui sono santificati» (At 20,25-32). 

2. In un secondo tempo, la porta è riferita al passaggio delle pecore: entrano, escono e trovano pascolo, grazie alla cura del Signore nei loro confronti. 

Inviando Gesù, Dio esaudisce la supplica di Mosè: «“Il Signore, il Dio della vita in ogni essere vivente, metta a capo di questa comunità un uomo che li preceda nell'uscire e nel tornare, li faccia uscire e li faccia tornare, perché la comunità del Signore non sia un gregge senza pastore”» (Nm 27,16-17). 

Il popolo troverà pascolo, ossia «gioia nel suo vivere quotidiano. Essi, anzi, avtrebbero goduto persino nelle persecuzioni mosse dagli increduli per il nome di Cristo (At 5,41)» (To 37)

Il luogo a cui esse accedono è il Padre stesso (14,6) e il suo Regno (3,5). Sono già sicure dal giudizio finale e godono sempre della familiarità con Dio. 

A differenza di altri pastori che hanno maltrattato le pecore, Gesù è venuto per donare una vita abbondante, cioè la vita al suo livello più alto, in pienezza. 

Dona la vita della rettitudine: ci fa passare dalla morte alla vita perché amiamo i fratelli e ce la dona in abbondanza soprattutto quando ci introduce nell’eternità. 


Lunedi IV

Atti 11,1-18 1Gli apostoli e i fratelli che stavano in Giudea vennero a sapere che anche i pagani avevano accolto la parola di Dio. 2E, quando Pietro salì a Gerusalemme, i fedeli circoncisi lo rimproveravano 3dicendo: «Sei entrato in casa di uomini non circoncisi e hai mangiato insieme con loro!». 4Allora Pietro cominciò a raccontare loro, con ordine, dicendo: 5«Mi trovavo in preghiera nella città di Giaffa e in estasi ebbi una visione: un oggetto che scendeva dal cielo, simile a una grande tovaglia, calata per i quattro capi, e che giunse fino a me. 6Fissandola con attenzione, osservai e vidi in essa quadrupedi della terra, fiere, rettili e uccelli del cielo. 7Sentii anche una voce che mi diceva: “Coraggio, Pietro, uccidi e mangia!”. 8Io dissi: “Non sia mai, Signore, perché nulla di profano o di impuro è mai entrato nella mia bocca”. 9Nuovamente la voce dal cielo riprese: “Ciò che Dio ha purificato, tu non chiamarlo profano”. 10Questo accadde per tre volte e poi tutto fu tirato su di nuovo nel cielo. 11Ed ecco, in quell’istante, tre uomini si presentarono alla casa dove eravamo, mandati da Cesarèa a cercarmi. 12Lo Spirito mi disse di andare con loro senza esitare. Vennero con me anche questi sei fratelli ed entrammo in casa di quell’uomo. 13Egli ci raccontò come avesse visto l’angelo presentarsi in casa sua e dirgli: “Manda qualcuno a Giaffa e fa’ venire Simone, detto Pietro; 14egli ti dirà cose per le quali sarai salvato tu con tutta la tua famiglia”. 15Avevo appena cominciato a parlare quando lo Spirito Santo discese su di loro, come in principio era disceso su di noi. 16Mi ricordai allora di quella parola del Signore che diceva: “Giovanni battezzò con acqua, voi invece sarete battezzati in Spirito Santo”. 17Se dunque Dio ha dato a loro lo stesso dono che ha dato a noi, per aver creduto nel Signore Gesù Cristo, chi ero io per porre impedimento a Dio?». 18All’udire questo si calmarono e cominciarono a glorificare Dio dicendo: «Dunque anche ai pagani Dio ha concesso che si convertano perché abbiano la vita!». 

Pietro inaugura l’evangelizzazione dei pagani. In seguito ad una visione, aveva accettato di entrare in casa del pagano Cornelio, lo aveva istruito e battezzato. Contestato dai giudeo-cristiani, fedeli alla tradizione legale, egli, con pazienza ed umiltà, espone loro ciò che era avvenuto. 

L’elemento essenziale della nuova vita in Cristo è ricevere lo Spirito Santo. Se anche i pagani, già purificati dal sangue dell’Agnello, lo ottengono in dono, questo significa che Dio li accoglie come nuove membra del suo popolo e posso aggregarsi ad Israele. «Voi sapete che non a prezzo di cose effimere, come argento e oro, foste liberati dalla vostra vuota condotta, ereditata dai padri, ma con il sangue prezioso di Cristo, agnello senza difetti e senza macchia. Egli fu predestinato già prima della fondazione del mondo, ma negli ultimi tempi si è manifestato per voi» (1 Pt 1,18-20). «Tutti voi infatti siete figli di Dio mediante la fede in Cristo Gesù, poiché quanti siete stati battezzati in Cristo vi siete rivestiti di Cristo. Non c’è Giudeo né Greco; non c’è schiavo né libero; non c’è maschio e femmina, perché tutti voi siete uno in Cristo Gesù. Se appartenete a Cristo, allora siete discendenza di Abramo, eredi secondo la promessa» (Gal 3,26-29). «L’ostinazione di una parte d’Israele è in atto fino a quando non saranno entrate tutte quante le genti. Allora tutto Israele sarà salvato» (Rm 11,25-26). 

Gv 10,11-16 11Io sono il buon pastore. Il buon pastore dà la propria vita per le pecore. 12Il mercenario – che non è pastore e al quale le pecore non appartengono – vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge, e il lupo le rapisce e le disperde; 13perché è un mercenario e non gli importa delle pecore. 14Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, 15così come il Padre conosce me e io conosco il Padre, e do la mia vita per le pecore. 16E ho altre pecore che non provengono da questo recinto: anche quelle io devo guidare. Ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge, un solo pastore. 

[Dopo quella della Porta, troviamo l’immagine del Pastore.] Gesù attua il compito che il Padre suo aveva previsto per sé: «Come un pastore farà pascolare il suo gregge» (Is 40,11). «Eravate erranti come pecore, ma ora siete tornati al pastore e guardiano delle vostre anime» (1 Pt 2,25). Mentre solo Lui è Porta, ha affidato ad altri il compito pastorale ma «nessuno è un buon pastore se con la carità non diventa una cosa sola con Cristo, divenendo membro del vero pastore» (TO 45). 

Riguardo ai mercenari, falsi profeti, Gesù ammonisce: «Guardatevi dai falsi profeti che vengono a voi in veste di pecora, ma dentro sono lupi rapaci» (Mt 7,15; Zc 11,16-17). 

Infatti, per Gesù essere Buon Pastore significa offrire la vita per le pecore. Esse sono in pericolo per gli assalti del lupo ma il buon pastore non le abbandona neppure nel rischio più grave. Il mercenario, invece, che sta con esse solo per amore della paga non mette a repentaglio la propria vita. Il pastore deve difendere il gregge da questi tre tipi di lupi: la tentazione diabolica, l’inganno degli eretici, la crudeltà dei tiranni (cf TO 51). 

La relazione di Gesù con le sue pecore imita il rapporto tra Gesù e il Padre. 

La parola sulla vita offerta è una predizione della sua morte.

Infine, il Padre non gli ha affidato solo le pecore che provengono dal giudaismo, anche quelle ben più numerose che giungono dal paganesimo. Cristo ha radunato i pagani mediante gli apostoli. I pagani ascolteranno la voce del Signore, diventeranno un solo gregge sotto un unico pastore. Il primo requisito era stato raccomandato da Gesù stesso: «Insegnate loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato» (Mt 28,20). Il secondo requisito è richiamato dagli apostoli: «Una sola fede, un solo Battesimo, un unico Dio, Padre di tutti» (Ef 4,5); «Cristo è la nostra pace; colui che dei due ha fatto una cosa sola» (Ef 4,5). 


Martedi IV

Atti 11,19-25 19Intanto quelli che si erano dispersi a causa della persecuzione scoppiata a motivo di Stefano erano arrivati fino alla Fenicia, a Cipro e ad Antiòchia e non proclamavano la Parola a nessuno fuorché ai Giudei. 20Ma alcuni di loro, gente di Cipro e di Cirene, giunti ad Antiòchia, cominciarono a parlare anche ai Greci, annunciando che Gesù è il Signore. 21E la mano del Signore era con loro e così un grande numero credette e si convertì al Signore. 22Questa notizia giunse agli orecchi della Chiesa di Gerusalemme, e mandarono Bàrnaba ad Antiòchia. 23Quando questi giunse e vide la grazia di Dio, si rallegrò ed esortava tutti a restare, con cuore risoluto, fedeli al Signore, 24da uomo virtuoso qual era e pieno di Spirito Santo e di fede. E una folla considerevole fu aggiunta al Signore. 25Bàrnaba poi partì alla volta di Tarso per cercare Saulo: 26lo trovò e lo condusse ad Antiòchia. Rimasero insieme un anno intero in quella Chiesa e istruirono molta gente. Ad Antiòchia per la prima volta i discepoli furono chiamati cristiani. 

Dopo la conversione di Cornelio, procurata dal ministero di Pietro, nasce ad Antiochia di Siria sull’Oronte, una prima comunità nella quale, in modo graduale, sarà prevalente la presenza di cristiani provenienti dal paganesimo. Questa comunità, formata da giudeo-cristiani e da etno-cristiani sarà la più importante dopo quella di Gerusalemme. Si costituisce per opera di discepoli anonimi, di cultura ellenista; avviene come per caso visto che la convinzione prevalente nei discepoli era quella di rivolgersi soltanto ai Giudei, i destinatari privilegiati. La mano del Signore era con loro perché soltanto Lui poteva infondere una nuova visione e parlare alle coscienze. I pionieri della Chiesa antiochena, come avvenne anche ad Efeso (18,21), ad Alessandria (18,24) e a Roma (28,14-15) furono persone sconosciute che compirono il lavoro di evangelizzatori senza una missione ufficiale, senza organizzazione e senza propaganda. 

Il contenuto essenziale della fede è riassunto nel detto: Gesù è il Signore. Questo fu l'unico programma di quegli uomini straordinari, anonimi. Gesù è il Signore è la forma più breve stilizzata della professione cristiana della fede che ha le sue radici della comunità di Gerusalemme. Non comparve per la prima volta del mondo ellenista, ma in quella cultura, nella quale vi erano tanti signori, la formula sta a indicare che Gesù è l'unico Signore, superiore a tutti i dominatori e a tutte le divinità. 

Si crea un legame con la Chiesa madre di Gerusalemme, grazie alla visita premurosa di Barnaba, aperto alle novità dello Spirito. Barnaba poi ri reca a Tarso a chiedere l’aiuto di Saulo che fino a quel momento viveva ai margini. Intuisce l’importanza di questa persona perché conosceva bene la mentalità dei greci e sopprattutto era esperto nella Sacra Scrittura. 

I cristiani vengono sempre più distinti dai giudei come gruppo a parte. Forse a chiamarli in questo modo furono i Romani. A partire da questo momento, si stabilisce con tutta chiarezza che il cristianesimo non è una specie di giudaismo ma posside ormai una identità propria. Il nuovo nome dato ai discepoli di Gesù afferma che si tratta di una realtà nuova. Si ricordi la mentalità semitica secondo la quale le cose che non hanno nome non esistono. 

Il titolo “cristiano” ha un valore teologico: i cristiani venerano Cristo ma sono membra del suo Corpo, sono una cosa sola con Lui e garantiscono la continuità della sua presenza nel corso della storia. I cristiani non sono soltanto dei discepoli. Non sono soltanto persone persuase della ricchezza dell’insegnamento di Cristo e ben disposte, quindi, a praticarlo. Sono molto di più: sono divenuti partecipi di Lui (Cf Eb 3,14), hanno già cominciato ad essere lui stesso e, quindi, possono ripresentare la sua figura. «Quanti siete stati battezzati in Cristo vi siete rivestiti di Cristo» (Gal 3,27).

Gv 10,22-30. 22Ricorreva allora a Gerusalemme la festa della Dedicazione. Era inverno. 23Gesù camminava nel tempio, nel portico di Salomone. 24Allora i Giudei gli si fecero attorno e gli dicevano: «Fino a quando ci terrai nell’incertezza? Se tu sei il Cristo, dillo a noi apertamente». 25Gesù rispose loro: «Ve l’ho detto, e non credete; le opere che io compio nel nome del Padre mio, queste danno testimonianza di me. 26Ma voi non credete perché non fate parte delle mie pecore. 27Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono. 28Io do loro la vita eterna e non andranno perdute in eterno e nessuno le strapperà dalla mia mano. 29Il Padre mio, che me le ha date, è più grande di tutti e nessuno può strapparle dalla mano del Padre. 30Io e il Padre siamo una cosa sola». 

I giudei accerchiano Gesù per obbligarlo a dichiarare la sua identità profonda e rivelare loro se si considera il Messia, oppure no. Gesù ha ripetutamente detto di essere un Inviato da parte del Padre, come è testimoniato dalle sue opere. Preferisce parlare così che pronunciare la parola Messia, che era equivoca. Alla samaritana 84,26) e al cieco nato (9,37: Figlio dell’umo), però, aveva dichiarato di essere tale. 

Alcuni dei suoi interlocutori non credono alle sue parole, mentri altri le accolgono. I suoi oppositori non riescono a liberarsi dai loro pregudizi e preconcetti che li accecano di fronte alla luce. 

Gesù riprende la metafora del pastore e delle pecore, ribadendo la comunione profonda che sussiste tra Lui e i suoi discepoli. «Se il nostro vangelo rimane velato, lo è per coloro che si perdono, ai quali il dio di questo mondo ha accecato la mente incredula, perché non vedano lo splendore del glorioso vangelo di Cristo che è immagine di Dio» (2 Cor 4,3-4). 

Chi è stato afferrato dalla mano dolce e potente di Gesù, è stato afferrato anche dalle mani di Dio Padre e, quindi, è sotto la sua protezione infallibile. «Nessuno può sottrarre nulla al mio potere; chi può cambiare quanto io faccio?» (Is 43,13). «Ti ho nascosto sotto l'ombra della mia mano, quando ho disteso i cieli e fondato la terra, e ho detto a Sion: “Tu sei mio popolo”» (Is 51,16). «Le anime dei giusti sono nelle mani di Dio» (Sap 3,1). «Colui che è in voi [lo Spirito] è più grande di colui che è nel mondo» (1 Gv 4,4). 

Tra Gesù e il Padre esiste una comunione inscindibile di intenti. «Chi ha visto me, ha visto il Padre» (Gv 14,9). «Tutto mi è stato dato dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare» (Mt 11,27).


Mercoledi IV

Atti 12,24-13,5 24Intanto la parola di Dio cresceva e si diffondeva. 25Bàrnaba e Saulo poi, compiuto il loro servizio a Gerusalemme, tornarono prendendo con sé Giovanni, detto Marco. 13 1C’erano nella Chiesa di Antiòchia profeti e maestri: Bàrnaba, Simeone detto Niger, Lucio di Cirene, Manaèn, compagno d’infanzia di Erode il tetrarca, e Saulo. 2Mentre essi stavano celebrando il culto del Signore e digiunando, lo Spirito Santo disse: «Riservate per me Bàrnaba e Saulo per l’opera alla quale li ho chiamati». 3Allora, dopo aver digiunato e pregato, imposero loro le mani e li congedarono. 4Essi dunque, inviati dallo Spirito Santo, scesero a Selèucia e di qui salparono per Cipro. 5Giunti a Salamina, cominciarono ad annunciare la parola di Dio nelle sinagoghe dei Giudei, avendo con sé anche Giovanni come aiutante. 

Una penosa carestia, profetizzata da Agabo (11,28), aveva indotto la comunità di Antiochia a inviare degli aiuti a Gerusalemme, che gravava in situazione particolarmente misera, per mano di Barnaba e Saulo (11,30). Nel ritorno portano con sé anche Marco. 

Ora veniamo a conoscere il primo viaggio missionario da parte di una Chiesa locale, voluto da Dio stesso tramite il suo Spirito. La menzione di profeti e maestri presenta il collegio dirigente della chiesa antiochena e dimostra l’opera carismatica dello Spirito. «Vi sono diversi carismi, ma uno solo è lo Spirito… A ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito per il bene comune… Alcuni Dio li ha posti nella Chiesa in primo luogo come apostoli, in secondo luogo come profeti, in terzo luogo come maestri» (1 Cor 12,4.7.28). 

Lo Spirito si rivela in modo particolare nel culto: «Mentre Gesù stava in preghiera, il cielo si aprì e scese su di lui lo Spirito Santo» (Lc 3,21). Mentre Gesù «pregava, il suo volto cambiò d’aspetto e la sua veste divenne sfolgorante» (Lc 9,29). «Quand’ebbero terminato la preghiera… tutti furono pieni di Spirito Santo» (At 4,31). 

La preghiera con il digiuno era prassi normale; l’imposizione delle mani è un rito che affida gli inviati alla protezione divina (diverrà il gesto tipico nella costituzione di un ministro ecclesiale). La dizione “riservate per me” è di grande intensità, usata per descrivere la consacrazione dei leviti (Nm 16,9), di Aronne (1 Cron 23,13 e poi di Paolo stesso (Rm 1,1; Gal 1,15). I missionari sono due, come era stato richiesto da Gesù (Lc 10,1) e si muoveranno sempre nel suo stile. 

Gv 12,44-50 44Gesù allora esclamò: «Chi crede in me, non crede in me ma in colui che mi ha mandato; 45chi vede me, vede colui che mi ha mandato. 46Io sono venuto nel mondo come luce, perché chiunque crede in me non rimanga nelle tenebre. 47Se qualcuno ascolta le mie parole e non le osserva, io non lo condanno; perché non sono venuto per condannare il mondo, ma per salvare il mondo. 48Chi mi rifiuta e non accoglie le mie parole, ha chi lo condanna: la parola che ho detto lo condannerà nell’ultimo giorno. 49Perché io non ho parlato da me stesso, ma il Padre, che mi ha mandato, mi ha ordinato lui di che cosa parlare e che cosa devo dire. 50E io so che il suo comandamento è vita eterna. Le cose dunque che io dico, le dico così come il Padre le ha dette a me». 

Gesù si esprime in un grido (come in altre tre volte: 1,15; 7,28; 7,37); vuole attirare l’attenzione perché sta rivelando se stesso. Qui lo fa per l’ultima volta. Credere in Gesù o vederlo, significa credere e vedere Colui che lo ha mandato. Egli riflette Dio, lo avvicina a noi e ce lo fa conoscere. 

Gesù è la Luce. La sua missione è portatrice di salvezza. È venuto per portare la luce nell’ambito delle tenebre dell’incredulità. 

La sorte di ogni persona si decide ora nel dilemma fede-incredulità, salvezza-condanna. Si tratta di accogliere o rifiutare Gesù, accogliere o rifiutare le sue parole. Non è venuto per condannare ma è la persona che si pone davanti a Lui a dirigersi verso la salvezza o la condanna. Era il compito riservato alla Legge e qui c’è molto di più della Legge. 

Il Padre che lo ha mandato rimane la fonte di ogni sua parola ed azione. In altri termini, Gesù è la parola del Padre e, perciò, detiene l’autorità stessa di Dio. Il suo compito era ed è quello di comunicare la vita. 


Giovedi IV

Atti 13,13-25 13Salpati da Pafo, Paolo e i suoi compagni giunsero a Perge, in Panfìlia. Ma Giovanni si separò da loro e ritornò a Gerusalemme. 14Essi invece, proseguendo da Perge, arrivarono ad Antiòchia in Pisìdia e, entrati nella sinagoga nel giorno di sabato, sedettero. 15Dopo la lettura della Legge e dei Profeti, i capi della sinagoga mandarono a dire loro: «Fratelli, se avete qualche parola di esortazione per il popolo, parlate!». 16Si alzò Paolo e, fatto cenno con la mano, disse: «Uomini d’Israele e voi timorati di Dio, ascoltate. 17Il Dio di questo popolo d’Israele scelse i nostri padri e rialzò il popolo durante il suo esilio in terra d’Egitto, e con braccio potente li condusse via di là. 18Quindi sopportò la loro condotta per circa quarant’anni nel deserto, 19distrusse sette nazioni nella terra di Canaan e concesse loro in eredità quella terra 20per circa quattrocentocinquanta anni. Dopo questo diede loro dei giudici, fino al profeta Samuele. 21Poi essi chiesero un re e Dio diede loro Saul, figlio di Chis, della tribù di Beniamino, per quarant’anni. 22E, dopo averlo rimosso, suscitò per loro Davide come re, al quale rese questa testimonianza: “Ho trovato Davide, figlio di Iesse, uomo secondo il mio cuore; egli adempirà tutti i miei voleri”. 23Dalla discendenza di lui, secondo la promessa, Dio inviò, come salvatore per Israele, Gesù. 24Giovanni aveva preparato la sua venuta predicando un battesimo di conversione a tutto il popolo d’Israele. 25Diceva Giovanni sul finire della sua missione: “Io non sono quello che voi pensate! Ma ecco, viene dopo di me uno, al quale io non sono degno di slacciare i sandali”. 

Di tutti i gravi travagli del viaggio, dalla costa fino ad Antiochia di Pisidia (diversa da Antiochia sull’Oronte da cui erano partiti), Luca menziona soltanto la defezione di Marco, il quale però non era stato tra quelli designati dallo Spirito (cf 13,2). Marco lascia un programma deciso da uomini (At 12,25) e non disobbedisce a Dio. 

L’autore attribuisce molta importanza al discorso di Paolo che è come l’apice del viaggio missionario. Conclusa la lettura della Legge (Seder) e dei profeti (Haftara), l’omelia poteva essere tenuta da ospiti di passaggio. Paolo si rivolge agli ebrei (Uomini di Israele) ma anche ai pagani simpatizzanti dell’ebraismo presenti alla liturgia (timorati di Dio). Espone una panoramica rapida della storia fino a soffermarsi al re David. A questo punto fa parlare direttamente il Signore stesso. Ricorda lo stretto legame tra David e Gesù, il Messia, suo discendente. Il ruolo di Gesù era stato confermato dal Battista. 

La storia di Israele è una successione di generazioni caduche che vivono una vita che non raggiunge la pienezza e che è destinata alla corruzione. Il popolo di Dio cammina verso un Salvatore nel quale confluiscono le promesse ai Patriarchi e la dinastia di Davide. 

Gv 13,16-20 12Quando ebbe lavato loro i piedi, riprese le sue vesti, sedette di nuovo e disse loro: «16In verità, in verità io vi dico: un servo non è più grande del suo padrone, né un inviato è più grande di chi lo ha mandato. 17Sapendo queste cose, siete beati se le mettete in pratica. 18Non parlo di tutti voi; io conosco quelli che ho scelto, ma deve compiersi la Scrittura: Colui che mangia il mio pane ha alzato contro di me il suo calcagno. 19Ve lo dico fin d’ora, prima che accada, perché, quando sarà avvenuto, crediate che Io Sono. 20In verità, in verità io vi dico: chi accoglie colui che io manderò, accoglie me; chi accoglie me, accoglie colui che mi ha mandato». 

Il discepolo non subirà meno persecuzioni del suo Maestro. Un messaggero aveva la stessa dignità del mandatario. Maltrattarlo era offendere l’autorità che rappresentava e circondarlo d’onore, era onorare colui che l’aveva inviato. Questo vale ora per Gesù e i suoi discepoli. In questo caso poi, chi accoglie un apostolo, non soltanto accoglie Gesù ma onora nello stesso tempo Dio che ha mandato il Maestro. 

Gli insegnamenti di Gesù appaiono attraenti ma la felicità verrà raggiunta solo da chi li mette in pratica. Giuda si è autoescluso da questa beatitudine. La sua decisione non è stata casuale. Pur essendo stata presa in totale libertà, non ha fatto altro che compiere ciò che era stato previsto dalla Bibbia. La Scrittura conosce ed espone ciò che c’è nell’uomo. Gesù aveva una conoscenza soprannaturale di ogni persona che incontrava. 


Venerdi IV

Atti 13,26-13 [Giunto ad Antiochia di Pisidia, Paolo diceva nella sinagoga] 26Fratelli, figli della stirpe di Abramo, e quanti fra voi siete timorati di Dio, a noi è stata mandata la parola di questa salvezza. 27Gli abitanti di Gerusalemme infatti e i loro capi non l’hanno riconosciuto e, condannandolo, hanno portato a compimento le voci dei Profeti che si leggono ogni sabato; 28pur non avendo trovato alcun motivo di condanna a morte, chiesero a Pilato che egli fosse ucciso. 29Dopo aver adempiuto tutto quanto era stato scritto di lui, lo deposero dalla croce e lo misero nel sepolcro. 30Ma Dio lo ha risuscitato dai morti 31ed egli è apparso per molti giorni a quelli che erano saliti con lui dalla Galilea a Gerusalemme, e questi ora sono testimoni di lui davanti al popolo. 32E noi vi annunciamo che la promessa fatta ai padri si è realizzata, 33perché Dio l’ha compiuta per noi, loro figli, risuscitando Gesù, come anche sta scritto nel salmo secondo: Mio figlio sei tu, io oggi ti ho generato. 

Continua l’importante discorso di Paolo nella sinagoga in Pisidia. Egli afferma che i Giudei hanno ignorato il piano di Dio che aveva inviato Gesù, come Messia. Accusa gli abitanti di Gerusalemme e non tutti i giudei della terra. Proclama poi il Kerigma tradizionale: morte, sepoltura e risurrezione. Mancano i riferimenti alla vita di Gesù e nessun accenno alla sua chiamata come apostolo. Paolo non poteva dichiararsi testimone della vita terrena di Gesù e la sua testimonianza si fonda sulle apparizioni concesse agli apostoli, non sulla sua personale. 

[Segue una parte fondamentale del discorso, ommessa dalla liturgia] Paolo conferma l’annuncio kerigmatico, servendosi di alcuni testi biblici (Sal 2,7; Is 53,3; Sal 16,10). In conclusione, Gesù è vivo, è il vero Davide che comunica le cose sante cioè i beni della salvezza. L’antico re non poteva offrire questi doni perché non scampò alla corruzione, mentre Gesù è risuscitato. Segue infine un appello alla conversione. Dio concede il perdono dei peccati a chi crede in Gesù ed accoglie l’opera che Dio ha realizzato per mezzo di Lui. La misssione di Gesù è compimento e superamento della Legge. Solo Gesù offre la giustificazione (perdono dei peccati e santificazione)]. 

Gv 14,1-6 1Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me. 2Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore. Se no, vi avrei mai detto: “Vado a prepararvi un posto”? 3Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi. 4E del luogo dove io vado, conoscete la via». 5Gli disse Tommaso: «Signore, non sappiamo dove vai; come possiamo conoscere la via?». 6Gli disse Gesù: «Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me. 

Superando lo smarrimento della partenza di Gesù da loro, i discepoli devono credere in Gesù proprio come credono in Dio, senza abbandonarsi allo sconforto a motivo della morte in croce di Gesù. 

«Nella casa del Padre mio vi sono molti posti». Così immaginava la gente del tempo. L'immagine popolare dell'aldilà era legata a un determinato numero di posti, nei quali la gente sarebbe stata alloggiata in base alle virtù e ai vizi della loro vita sulla terra. «Casa del Padre non è detta solo la dimora un cui egli inabita, ma anche egli stesso, poiché egli è in se stesso. Ora l’uomo dimora in questo luogo, ossia in Dio, mediante la volontà e l’affetto con la fruizione della carità: “Chi sta nella carità sta in Dio e Dio in lui“ (1 Gv 4,16)» (To 582-583). Le molte dimore sono le varie partecipazioni alla sua beatitudine perché «chi ha il cuore più fervente di amore di dio, godrà maggiormente della fruizione divina» (To 543. 545). 

Il Signore ritorna (erchomai) presso i discepoli da Risorto e li prenderà con sé (paralempsomai) nel suo glorioso ritorno. Il cristiano ha un posto assicurato nella vita eterna, perché sarà con Cristo. Lo stesso Signore, come dice l'apostolo, ci verrà incontro e così saremo sempre con Lui (1 Ts 4,16-17).

Qual è la via del Regno? Il quarto Vangelo rispondete decisamente: «Io sono la via, la verità è la vita». Mediante la sua stessa morte, egli apre una strada che permette di accedere alla realtà divina (verità) e, attraverso di essa, alla vita in pienezza. Il Crocifisso è il passaggio obbligato ch conduce a Dio


Sabato IV

Atti 13,44-52 44Il sabato seguente quasi tutta la città si radunò per ascoltare la parola del Signore. 45Quando videro quella moltitudine, i Giudei furono ricolmi di gelosia e con parole ingiuriose contrastavano le affermazioni di Paolo. 46Allora Paolo e Bàrnaba con franchezza dichiararono: «Era necessario che fosse proclamata prima di tutto a voi la parola di Dio, ma poiché la respingete e non vi giudicate degni della vita eterna, ecco: noi ci rivolgiamo ai pagani. 47Così infatti ci ha ordinato il Signore: Io ti ho posto per essere luce delle genti, perché tu porti la salvezza sino all’estremità della terra». 48Nell’udire ciò, i pagani si rallegravano e glorificavano la parola del Signore, e tutti quelli che erano destinati alla vita eterna credettero. 49La parola del Signore si diffondeva per tutta la regione. 50Ma i Giudei sobillarono le pie donne della nobiltà e i notabili della città e suscitarono una persecuzione contro Paolo e Bàrnaba e li cacciarono dal loro territorio. 51Allora essi, scossa contro di loro la polvere dei piedi, andarono a Icònio. 52I discepoli erano pieni di gioia e di Spirito Santo.  

Continua il racconto degli eventi accaduti in Pisidia. La predicazione suscita grande attenzione ma anche una decisa opposizione e perfino la persecuzione da parte dei giudei. 

Paolo, dopo un ultimo e drammatico richiamo nei loro confronti, avvisa che si rivolgerà ai pagani, meno riluttanti ad accogliere il suo messaggio. Non decide questo per stizza o per risentimento ma per obbedire alla volontà di Dio espressa nella Scrittura: il Vangelo sarà luce per tutte le nazioni. 

Nonostante tanti travagli, sia i pagani che accolgono v.48) sia i missionari che annunciano tra le opposizioni (v.52), sono colmi di gioia nello Spirito Santo: «Carissimi, non meravigliatevi della persecuzione che, come un incendio, è scoppiata in mezzo a voi per mettervi alla prova, come se vi accadesse qualcosa di strano. Ma, nella misura in cui partecipate alle sofferenze di Cristo, rallegratevi perché anche nella rivelazione della sua gloria possiate rallegrarvi ed esultare. Beati voi, se venite insultati per il nome di Cristo, perché lo Spirito della gloria, che è Spirito di Dio, riposa su di voi. Nessuno di voi abbia a soffrire come omicida o ladro o malfattore o delatore. Ma se uno soffre come cristiano, non ne arrossisca; per questo nome, anzi, dia gloria a Dio» (1 Pt 4,1216). 

Gv 14,7-14 7Se avete conosciuto me, conoscerete anche il Padre mio: fin da ora lo conoscete e lo avete veduto». 8Gli disse Filippo: «Signore, mostraci il Padre e ci basta». 9Gli rispose Gesù: «Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me, ha visto il Padre. Come puoi tu dire: “Mostraci il Padre”? 10Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me? Le parole che io vi dico, non le dico da me stesso; ma il Padre, che rimane in me, compie le sue opere. 11Credete a me: io sono nel Padre e il Padre è in me. Se non altro, credetelo per le opere stesse. 12In verità, in verità io vi dico: chi crede in me, anch’egli compirà le opere che io compio e ne compirà di più grandi di queste, perché io vado al Padre. 13E qualunque cosa chiederete nel mio nome, la farò, perché il Padre sia glorificato nel Figlio. 14Se mi chiederete qualche cosa nel mio nome, io la farò. 

Gesù parla spesso la relazione col Padre, della sua unione con lui. I discepoli, rappresentati ora da Filippo, vorrebbero qualcosa di immediato una visione diretta del Padre. Ora questa visione di Dio si raggiunge attraverso Gesù. Gesù è il Figlio di Dio, ubbidientissimo al Padre, che compie nella sua vita il programma che Dio gli ha assegnato, riflettendo nella sua missione il piano d'amore che ha sull'uomo per comunicargli la vita. Ne consegue che, nella misura in cui cresce la conoscenza di Gesù, crescerà la conoscenza e la visione di Dio. Perciò la richiesta di Filippo era fuori posto, perché stava a indicare che non aveva compreso la relazione esistente tra Gesù e il Padre. Attraverso i segni dati da lui offerti, i discepoli hanno contemplato la sua gloria ma credere che Egli e il Padre sono la stessa cosa è un passo ulteriore. Gesù vuole condurli a un livello superiore e confessino la sua piena uguaglianza con il Padre. 

L’evangelista usa la “formula dell'immanenza”: Io sono nel Padre e il Padre è in me. Questa formula si muove sul piano metaforico: come può una persona essere in un'altra? Con l’amore, con l'identità di pensiero, di sentire e di operare. Gesù è nel Padre in questo senso. Questa mutua immanenza del Padre e del Figlio non è raggiungibile se non con la fede. 

Quello che è stato affermato di Gesù deve essere applicato anche al cristiano. Come il Padre è nel Figlio così deve essere anche nel credente. Se il Padre è nel credente, può anche operare attraverso di lui, come operò per mezzo del Cristo. Può persino operare cose maggiori, perché ciò che ottiene è il risultato della morte redentrice di Gesù. 

Il lavoro dei credenti, della chiesa è riportare altri uomini a Dio. Queste opere saranno compiute principalmente attraverso la preghiera. Gesù non promette l’esaudimento di tutte le richieste immaginabili ma solo quelle preghiere che sono in profonda comunione con Gesù e la sua missione salvifica. Il credente autentico invoca la manifestazione della santità di Dio nel mondo e questa sua richiesta viene esaudita. 


sabato 18 aprile 2026

3 settimana di Pasqua

 

III domenica di Pasqua

At 2,14.22-33 [Nel giorno di Pentecoste,] Pietro con gli Undici si alzò in piedi e a voce alta parlò così: «Uomini d'Israele, ascoltate queste parole: Gesù di Nàzaret - uomo accreditato da Dio presso di voi per mezzo di miracoli, prodigi e segni, che Dio stesso fece tra voi per opera sua, come voi sapete bene -, consegnato a voi secondo il prestabilito disegno e la prescienza di Dio, voi, per mano di pagani, l'avete crocifisso e l'avete ucciso. Ora Dio lo ha risuscitato, liberandolo dai dolori della morte, perché non era possibile che questa lo tenesse in suo potere. Dice infatti Davide a suo riguardo: "Contemplavo sempre il Signore innanzi a me; egli sta alla mia destra, perché io non vacilli. Per questo si rallegrò il mio cuore ed esultò la mia lingua, e anche la mia carne riposerà nella speranza, perché tu non abbandonerai la mia vita negli inferi né permetterai che il tuo Santo subisca la corruzione. Mi hai fatto conoscere le vie della vita, mi colmerai di gioia con la tua presenza".Fratelli, mi sia lecito dirvi francamente, riguardo al patriarca Davide, che egli morì e fu sepolto e il suo sepolcro è ancora oggi fra noi. Ma poiché era profeta e sapeva che Dio gli aveva giurato solennemente di far sedere sul suo trono un suo discendente, previde la risurrezione di Cristo e ne parlò: "questi non fu abbandonato negli inferi, né la sua carne subì la corruzione".

L’umile Gesù di Nazaret ha avuto l’onore di essere stato accreditato dal Padre in modo da agire come Messia, compiendo miracoli e prodigi, per opera di Dio. Gli uditori di Pietro sanno tutto questo. Con grande coraggio, l’apostolo invita costoro a riconoscere di aver voluto la sua morte, pur servendosi di pagani. Questo fatto, pur essendo un crimine, era stato previsto dalla prescienza divina (fu permesso da Dio ma non fu voluto da Lui in modo diretto; cf però At 4,28). Egli mostrò il suo volere immediato quando lo fece risorgere, accreditandolo così in modo definitivo. Lo fece sedere alla sua destra per donargli un’autorità di salvezza pari alla sua. Tale evento è conforme alla Sacra Scrittura. Il Salmo 15 (16) preannuncia che il Messia, sceso nel regno dei morti (inferi), non sarà abbandonato in quello stato né subirà la corruzione. Il passo non parla di immortalità dell’anima ma di risurrezione di tutta la persona, la quale spera con fiducia in Dio, nonostante la morte, perché è certa d’essere amata da lui. 

Il salmista desiderava la comunione con Dio e sperava di continuarla anche dopo la morte. Ora il cristiano desidera stare con il Signore Gesù fino a volere l’incontro con lui: «ho il desiderio di lasciare questa vita per essere con Cristo, il che sarebbe assai meglio» (Fil 1,26). «…siamo in esilio lontano dal Signore finché abitiamo nel corpo – camminiamo infatti nella fede e non nella visione –, siamo pieni di fiducia e preferiamo andare in esilio dal corpo e abitare presso il Signore» (2 Cor 5,6-8). 

1 Pt 1,17-21 Carissimi, se chiamate Padre colui che, senza fare preferenze, giudica ciascuno secondo le proprie opere, comportatevi con timore di Dio nel tempo in cui vivete quaggiù come stranieri. Voi sapete che non a prezzo di cose effimere, come argento e oro, foste liberati dalla vostra vuota condotta, ereditata dai padri, ma con il sangue prezioso di Cristo, agnello senza difetti e senza macchia. Egli fu predestinato già prima della fondazione del mondo, ma negli ultimi tempi si è manifestato per voi; e voi per opera sua credete in Dio, che lo ha risuscitato dai morti e gli ha dato gloria, in modo che la vostra fede e la vostra speranza siano rivolte a Dio.

Dio non fa preferenze: «Tu sei nostro padre, noi siamo argilla e tu colui che ci plasma, tutti siamo opera delle tue mani» (Is 64,7). Il re Giosafat così disse ai giudici appena costituiti. «Il terrore del Signore sia con voi; nell’agire badate che nel Signore, nostro Dio, non c’è nessuna iniquità: egli non ha preferenze personali né accetta doni» (2 Cr 19,7). «Anche voi, padroni, comportatevi allo stesso modo verso di loro [i servi], mettendo da parte le minacce, sapendo che il Signore, loro e vostro, è nei cieli e in lui non vi è preferenza di persone» (Ef 6,9). 

La liberazione è avvenuta attraverso il sangue di Cristo. «Siete stati comprati a caro prezzo» (1 Cor 6,20). «Egli ha dato se stesso per noi, per riscattarci da ogni iniquità e formare per sé un popolo puro» (Tt 2,14). Il termine condotta non indica solo il comportamento ma anche i valori, le norme e gli impegni che danno forma a tutto il modo di vivere. Il modo di vivere d’un tempo dei battezzati viene descritto come vuoto. La rottura radicale con le precedenti abitudini dovette contribuire a far crescere la animosità contro i cristiani da parte degli amici precedenti, con la conseguente pressione a conformarsi di nuovo alle tradizioni abbandonate dopo la conversione. 

Cristo è al centro della pre-conoscenza e della intenzione di Dio. Il passivo “si è manifestato” comporta che sia stato Lui a operare la manifestazione, in chiusura della storia: qualcosa di nascosto e di sconosciuto viene svelato. «La grazia ci è stata data in Cristo Gesù fin dall’eternità, ma è stata rivelata ora, con la manifestazione del salvatore nostro Cristo Gesù» (2 Tm 1,10). 

La certezza che Dio ha risuscitato dai morti Gesù è l’elemento centrale dell'annuncio. «Dio dà vita ai morti e chiama all’esistenza le cose che non esistono» (Rm 4,17). La glorificazione e la resurrezione di Gesù solo una dimostrazione dell'onore attribuitogli da Dio a dispetto del rifiuto umano. L'onore e la gloria di Cristo sofferente diventano una garanzia l'onore della gloria riservata ai credenti che rimangono fedeli nelle avversità. 

Lc 24,13-35. Ed ecco, in quello stesso giorno [il primo della settimana] due dei [discepoli] erano in cammino per un villaggio di nome Èmmaus, distante circa undici chilometri da Gerusalemme, e conversavano tra loro di tutto quello che era accaduto. Mentre conversavano e discutevano insieme, Gesù in persona si avvicinò e camminava con loro. Ma i loro occhi erano impediti a riconoscerlo. Ed egli disse loro: «Che cosa sono questi discorsi che state facendo tra voi lungo il cammino?». Si fermarono, col volto triste; uno di loro, di nome Clèopa, gli rispose: «Solo tu sei forestiero a Gerusalemme! Non sai ciò che vi è accaduto in questi giorni?». Domandò loro: «Che cosa?». Gli risposero: «Ciò che riguarda Gesù, il Nazareno, che fu profeta potente in opere e in parole, davanti a Dio e a tutto il popolo; come i capi dei sacerdoti e le nostre autorità lo hanno consegnato per farlo condannare a morte e lo hanno crocifisso. Noi speravamo che egli fosse colui che avrebbe liberato Israele; con tutto ciò, sono passati tre giorni da quando queste cose sono accadute. Ma alcune donne, delle nostre, ci hanno sconvolti; si sono recate al mattino alla tomba e, non avendo trovato il suo corpo, sono venute a dirci di aver avuto anche una visione di angeli, i quali affermano che egli è vivo. Alcuni dei nostri sono andati alla tomba e hanno trovato come avevano detto le donne, ma lui non l’hanno visto». Disse loro: «Stolti e lenti di cuore a credere in tutto ciò che hanno detto i profeti! Non bisognava che il Cristo patisse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?». E, cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui. Quando furono vicini al villaggio dove erano diretti, egli fece come se dovesse andare più lontano. Ma essi insistettero: «Resta con noi, perché si fa sera e il giorno è ormai al tra- monto». Egli entrò per rimanere con loro. Quando fu a tavola con loro, prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma egli sparì dalla loro vista. Ed essi dissero l’un l’altro: «Non ardeva forse in noi il nostro cuore mentre egli conversava con noi lungo la via, quando ci spiegava le Scritture?». Partirono senza indugio e fecero ritorno a Gerusalemme, dove trovarono riuniti gli Undici e gli altri che erano con loro, i quali dicevano: «Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone!». Ed essi narravano ciò che era accaduto lungo la via e come l’avevano riconosciuto nello spezzare il pane.

Cleopa, ed un altro discepolo, sono delusi perché, mentre Gesù aveva annunciato la venuta del Regno, il suo progetto sembrava aver conosciuto un fallimento irrimediabile a causa della sua morte. O Gesù aveva preteso il falso o era necessario cambiare le prospettive errate riguardo al Messia e alla sua opera. Bisognava cogliere nella Sacra Scrittura un orizzonte al quale non si era prestata alcuna attenzione. La discussione che si svolge tra di loro è inconcludente. 

Gesù, mostrando compassione per la loro tristezza infinita, li accompagna e cambia gradatamente la loro opinione instruendoli sul contenuto della sua missione. La sua resurrezione dimostra che Dio Padre ha avallato la sua opera e che essa può ora continuare. Al ritorno del Signore, la sua opera sarà compiuta in modo perfetto e solo allora giungeranno i tempi messianici. Per conseguire questo risultato, il Signore chiede la nostra collaborazione, come aveva chiesto quella di Gesù. 

Come sempre, quando Gesù parla, affascina. Istruendoli, il Risorto comincia ad aprire il loro cuore. Ora che parla dal cielo può commuovere, infondere una gioia grande, suscitare un pentimento gioioso. 

Per completare ciò che ha cominciato, i due dovranno trattennerlo più a lungo, offrirgli il pasto, solidarizzare con questo sconosciuto come Abramo aveva mostrato premura nei confronti dei tre personaggi misteriori che erano passati presso la sua tenda. La carità operativa spalanca la porta alla luce che era soltanto filtrata attraverso le parole ristoratrici. In Giovanni il racconto dell’istituzione dell’Eucaristia viene sostituito dal rito dellla lavanda dei piedi. Qui accoglienza dell’ospite e rito eucaristico si sovrappongono perché l’Eucarestia è nulla senza esercizio dell’amore. 

Annuncio e incontro con il Risorto avviene, in via normale, nell’Eucaristia. Nell’antichità, essa prevedeva un dialogo prolungato, come quello tra Gesù e i due discepoli, e una condivisione di mensa. Questa doveva essere caratterizzata in verità da una vera fraternità, altrimenti i commensali avrebbero assunto la loro condanna. Si incontra Dio, quando si comincia ad imitarlo.  


Lunedi III

At 6,8-15. In quei giorni, Stefano, pieno di grazia e di potenza, faceva grandi prodigi e segni tra il popolo. Allora alcuni della sinagoga detta dei Liberti, dei Cirenèi, degli Alessandrini e di quelli della Cilìcia e dell'Asia, si alzarono a discutere con Stefano, ma non riuscivano a resistere alla sapienza e allo Spirito con cui egli parlava. Allora istigarono alcuni perché dicessero: «Lo abbiamo udito pronunciare parole blasfeme contro Mosè e contro Dio». E così sollevarono il popolo, gli anziani e gli scribi, gli piombarono addosso, lo catturarono e lo condussero davanti al sinedrio.Presentarono quindi falsi testimoni, che dissero: «Costui non fa che parlare contro questo luogo santo e contro la Legge. Lo abbiamo infatti udito dichiarare che Gesù, questo Nazareno, distruggerà questo luogo e sovvertirà le usanze che Mosè ci ha tramandato». E tutti quelli che sedevano nel sinedrio, fissando gli occhi su di lui, videro il suo volto come quello di un angelo.

Gli apostoli evangelizzano ma, con loro, lo fanno anche altri, tra i quali primeggia Stefano, persona carismatica, operatore di prodigi perché amato da Dio (pieno di grazia). [I Liberti erano giudei di lingua greca, deportati da Pompeo 63 a.C. Ottenuta la libertà, e ritornati in patria, avevano fatto costruire una Sinagoga]. Alcuni di loro sono certi che la predicazione di Stefano sia incompatibile con la fede ebraica. Falsi testimoni l’accusano di volere la distruzione del tempio e di sovvertire le pratiche della Legge. I due pilastri della fede ebraica sono messi in discussione. 

Capita a Stefano, ciò che era accaduto a Gesù quando venne perseguitato ed egli segue il suo comportamento. I membri del Sinedrio fissano lo sguardo su di lui come gli abitanti di Nazaret l’avevano fissato Gesù (Lc 4,20). Vedono risplendere il suo volto, come era accaduto a Mosè (Es 34,24), perché una vicinanza eccezionale a Dio lascia sul volto un riflesso della sua gloria. «Se il ministero della morte, inciso in lettere su pietre, fu avvolto di gloria al punto che i figli d'Israele non potevano fissare il volto di Mosè a causa dello splendore effimero del suo volto, quanto più sarà glorioso il ministero dello Spirito?» (2 Cor 4,7). «I giusti splenderanno come il sole nel regno del Padre loro» (Mt 13,43). «Quando un uomo è del tutto mescolato, per così dire, all'amore di Dio, allora mostra anche all'esterno, nel suo corpo, lo splendore dell'anima, come se esso fosse uno specchio. In questa maniera venne glorificato Mosé, colui che contemplò Dio» (G. Climaco, Scala del Paradiso, XXX,199).

 

Gv 6,22-29. 22Il giorno dopo, la folla, rimasta dall’altra parte del mare, vide che c’era soltanto una barca e che Gesù non era salito con i suoi discepoli sulla barca, ma i suoi discepoli erano partiti da soli. 23Altre barche erano giunte da Tiberìade, vicino al luogo dove avevano mangiato il pane, dopo che il Signore aveva reso grazie. 24Quando dunque la folla vide che Gesù non era più là e nemmeno i suoi discepoli, salì sulle barche e si diresse alla volta di Cafàrnao alla ricerca di Gesù. 25Lo trovarono di là dal mare e gli dissero: «Rabbì, quando sei venuto qua?». 26Gesù rispose loro: «In verità, in verità io vi dico: voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati. 27Datevi da fare non per il cibo che non dura, ma per il cibo che rimane per la vita eterna e che il Figlio dell’uomo vi darà. Perché su di lui il Padre, Dio, ha messo il suo sigillo». 28Gli dissero allora: «Che cosa dobbiamo compiere per fare le opere di Dio?». 29Gesù rispose loro: «Questa è l’opera di Dio: che crediate in colui che egli ha mandato». 

La reazione della folla al segno della moltiplicazione dei pani, è deludente perché segue Gesù per curiosità o per puro interesse. Anche Paolo verificherà questo fatto: «Non ho nessuno che condivida come lui (Timoteo) i miei sentimenti e prenda sinceramente a cuore ciò che vi riguarda: tutti in realtà cercano i propri interessi, non quelli di Gesù Cristo» (Fil 2,21). 

Gesù cerca di orientare il desiderio della folla nella direzione da lui sperata e vuole indurla cercare un pane imperituro, l’unico che qualifica la nostra esistenza, poiché «si vantano di ciò di cui dovrebbero vergognarsi e non pensano che alle cose della terra» (Fil 3,19). Il pane vero è la rivelazione che Dio offre nella persona del Figlio. Alla richiesta di conoscere quali siano le opere che Dio esige, li avverte che l’opera fondamentale che dovrebbero compiere non è un’opera ma la fede in lui. È necessario cominciare un nuovo orientamento di vita accogliendo l’opera di Dio in Cristo. Non c’è nulla di più importante del credere in Gesù, ascoltare il suo insegnamento ed applicarlo nella nostra esistenza. Questo ci permette di vivere in verità. La possibilità di compiere altre opere buone, dipende dall’aver accolto Gesù. «Chi rimane in me e io in lui, costui produce frutto abbondante, perché senza di me non potere fare nulla» (Gv 15,5). «È Dio infatti che suscita in voi il volere e l’operare secondo il suo disegno d’amore» (Fil 2,13). 


Martedi III

At 7,51-8,1 In quei giorni, Stefano [diceva al popolo, agli anziani e agli scribi:] «Testardi e incirconcisi nel cuore e nelle orecchie, voi opponete sempre resistenza allo Spirito Santo. Come i vostri padri, così siete anche voi. Quale dei profeti i vostri padri non hanno perseguitato? Essi uccisero quelli che preannunciavano la venuta del Giusto, del quale voi ora siete diventati traditori e uccisori, voi che avete ricevuto la Legge mediante ordini dati dagli angeli e non l'avete osservata». All'udire queste cose, erano furibondi in cuor loro e digrignavano i denti contro Stefano. Ma egli, pieno di Spirito Santo, fissando il cielo, vide la gloria di Dio e Gesù che stava alla destra di Dio e disse: «Ecco, contemplo i cieli aperti e il Figlio dell'uomo che sta alla destra di Dio».Allora, gridando a gran voce, si turarono gli orecchi e si scagliarono tutti insieme contro di lui, lo trascinarono fuori della città e si misero a lapidarlo. E i testimoni deposero i loro mantelli ai piedi di un giovane, chiamato Sàulo. E lapidavano Stefano, che pregava e diceva: «Signore Gesù, accogli il mio spirito». Poi piegò le ginocchia e gridò a gran voce: «Signore, non imputare loro questo peccato». Detto questo, morì. Sàulo approvava la sua uccisione. 

Stefano non si lascia prendere dal rinsentimento ma la sua invettiva, come estremo tentativo drammatico, è volta a suscitare la conversione. Non è una manifestazione antisemitica, ma la ripresa della predicazione profetica. Come i profeti, da medico esperto e compassionevole, mette a fuoco il morbo che ha sempre accompagnato la storia del popolo. Israele, in gran parte se non nella sua totalità, non soltanto si è opposto agli inviati di Dio, ma spesso li hanno anche eliminati. Del resto, anche tutti gli altri popoli hanno peccato contro Dio: tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio. I suoi ascoltatori, eliminando Gesù, il Giusto, si sono mostrati solidali con i loro antenati che hanno ucciso i profeti. In questo senso essi hanno trasgredito la Legge comunicata loro dal Signore stesso tramite il ministero di angeli. Stefano compedia in questo modo negativo la storia del popolo, a partire dalla vicenda di Gesù dove essa ha raggiunto il culmine.

Mentre i suoi interlocutori reagiscono con indignazione, Stefano riceve il dono di una visione. Dio si manifesta a lui, accompagnato dal Risorto. È lo Spirito Santo che rende possibile il contatto diretto con la realtà celeste. 

Reagendo nel modo descritto e compiendo un linciaggio violento, i suoi avversari dimostrano di essere persone meritevoli delle accuse pronuciate contro di loro. La violenza fisica scaturisce dall’indignazione interiore. «Chi odia il fratello, è omicida» (1 Gv 3,15). «Dal di dentro infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono i propositi di male» (Mc 7,21). 

Stefano muore alla stessa maniera di Gesù. La continuità con Cristo non si attua soltanto nell’operare prodigi ma soprattutto nell’imitazione della sua carità e del suo abbandono in Dio. Stefano, nel morire, rende culto a Gesù allo stesso modo con cui i giudei avevano venerato Dio stesso. 


Gv 6,30-35 Allora gli dissero: «Quale segno tu compi perché vediamo e ti crediamo? Quale opera fai? I nostri padri hanno mangiato la manna nel deserto, come sta scritto: Diede loro da mangiare un pane dal cielo». Rispose loro Gesù: «In verità, in verità io vi dico: non è Mosè che vi ha dato il pane dal cielo, ma è il Padre mio che vi dà il pane dal cielo, quello vero. Infatti il pane di Dio è colui che discende dal cielo e dà la vita al mondo».Allora gli dissero: «Signore, dacci sempre questo pane». Gesù rispose loro: «Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà fame e chi crede in me non avrà sete, mai! 

[Gesù ha appena detto: la sola opera che Dio vuole è la fede, è aderire all’opera che Dio compie nel Figlio e per mezzo di lui. ] La folla risponde con stizza a chiede a Gesù di di accreditarsi come Inviato di Dio, compiendo prodigi grandiosi come fece Mosé con la manna. Esigono un segno sebbene Egli ne abbia appena compiuto uno e in questo modo mostrano di essere simili ai loro padri che nel percorso del deserto avevano innalzato di continuo mormorazioni, rifiutando di credere. 

Gesù, in risposta, ricorda che il donatore non era stato Mosè ma Dio stesso. Non contrappone se stesso alla manna perché anch’essa era stata un dono celeste. Dio, però non ha esaurito tutti i suoi doni nel passato ma ancora continua a cibare il suo popolo con un alimento ancora migliore, con un pane definito vero perché completo rispetto alla manna. Chiarisce in modo inequivocabile l'identità del Donatore del pane. La dichiarazione «Io sono il pane della vita» è la prima di una serie di sette affermazioni «Io sono» con predicato. Questa parola che rivela l'identità di Gesù è accompagnata da una promessa, ossia la vita vera (eterna). Identificandosi con il pane Gesù si presenta come colui che, diversamente da ogni altro, è e dona ciò che è più necessario alla vita di ogni essere umano. Questo accesso alla Vita in pienezza, espresso attraverso le metafore della fame e della sete, è possibile solo nella fede. 


Mercoledi III

At 8,1-8. In quel giorno scoppiò una violenta persecuzione contro la Chiesa di Gerusalemme; tutti, ad eccezione degli apostoli, si dispersero nelle regioni della Giudea e della Samarìa. Uomini pii seppellirono Stefano e fecero un grande lutto per lui. Sàulo intanto cercava di distruggere la Chiesa: entrava nelle case, prendeva uomini e donne e li faceva mettere in carcere. Quelli però che si erano dispersi andarono di luogo in luogo, annunciando la Parola. Filippo, sceso in una città della Samarìa, predicava loro il Cristo. E le folle, unanimi, prestavano attenzione alle parole di Filippo, sentendolo parlare e vedendo i segni che egli compiva. Infatti da molti indemoniati uscivano spiriti impuri, emettendo alte grida, e molti paralitici e storpi furono guariti. E vi fu grande gioia in quella città.

Scoppia una persecuzione improvvisa e violenta contro i discepoli di Gesù di lingua greca (ellenisti), dalla quale, perciò, sono preservati gli apostoli (che erano di lingua aramaica). Alcuni coraggiosi seppelliscono ed onorano Stefano, riconoscendo che «le anime dei giusti sono nelle mani di Dio, nessun tormento li toccherà. Agli occhi degli stolti parve che morissero, la loro fine fu ritenuta una sciagura, la loro partenza da noi una rovina, ma essi sono nella pace» (Sap 1,1-3). Questi giusti imitano ciò che fece Giuseppe d’Arimatea nei confronti di Gesù (Lc 23, 52-53). Gli Atti danno risalto allo zelo persecutorio di Paolo, per preparare il discorso sulla sua conversione. 

La persecuzione, pur essendo un male in sé, provoca degli aspetti positivi; in questo caso i credenti, dispersi in vari luoghi, vi diffondono il Vangelo. Più tardi anche Paolo si rafforzerà grazie alla persecuzione: «Dopo aver sofferto e subito oltraggi a Filippi, abbiamo trovato nel nostro Dio il coraggio di annunciarvi il vangelo di Dio in mezzo a molte lotte» (1 Ts 2,2). Gesù aveva già suggerito di spostarsi altrove ed ovunque: «Quanto a coloro che non vi accolgono, uscite dalla loro città e scuotete la polvere dai vostri piedi come testimonianza contro di loro. Allora essi uscirono, ovunque annunciando la buona notizia e operando guarigioni» (Lc 9,5-6). 

Filippo sfugge alla persecuzione e si reca in Samaria per diffondervi il Vangelo. Ad imitazione di Gesù guarisce paralitici e storpi ma soprattutto, espelle i demoni. I Samaritani sono disponibili alla fede ed essa procura loro una grande gioia. La gioia è un carattere tipico della fede: «I discepoli erano pieni di gioia e di Spirito Santo» (At 13,52). «Frutto dello Spirito è amore, gioia, pace, mgnanimità» (Gal 5,22). 

Gv 6,35-40. In quel tempo, disse Gesù alla folla: «Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà fame e chi crede in me non avrà sete, mai! Vi ho detto però che voi mi avete visto, eppure non credete. Tutto ciò che il Padre mi dà, verrà a me: colui che viene a me, io non lo caccerò fuori, perché sono disceso dal cielo non per fare la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato. E questa è la volontà di colui che mi ha mandato: che io non perda nulla di quanto egli mi ha dato, ma che lo risusciti nell’ultimo giorno. Questa infatti è la volontà del Padre mio: che chiunque vede il Figlio e crede in lui abbia la vita eterna; e io lo risusciterò nell’ultimo giorno».

Gesù chiarisce meglio il significato del credere a Lui. La fame e la sete erano bisogni manifestati dal popolo nella liberazione dall’Egitto, per cui avevano spinto Dio al dono della manna (Es 16,20) e dell’acqua dalla roccia (Es 17). 

Dio, però, vuole colmare il popolo con doni migliori: «O voi tutti assetati, venite all'acqua, voi che non avete denaro, venite, comprate e mangiate; venite, comprate senza denaro, senza pagare, vino e latte. Su, ascoltatemi e mangerete cose buone e gusterete cibi succulenti. Porgete l'orecchio e venite a me, ascoltate e vivrete» (Is 55,1-2). I discepoli della Sapienz,infatti, possono nutrirsi, dissetarsi e desiderano tornare sempre a trarre soddisfazione dall’alimento offerto loro per la sua qualità: «Avvicinatevi a me, voi che mi desiderate,e saziatevi dei miei frutti, perché il ricordo di me è più dolce del miele, il possedermi vale più del favo di miele. Quanti si nutrono di me avranno ancora fame e quanti bevono di me avranno ancora sete» (Sir 24,19-21). I doni della Sapienza sono migliori di quelli materiali dell'Esodo e quelli di Cristo sono più ricchi dei doni della Sapienza. I credenti in Cristo, infatti, estinguono fame e sete. 

La fede è in primo luogo un dono di Dio, l’unico che può spingere verso Cristo. I Galilei che diffidano di lui, in realtà non vogliono ascoltare la voce del Padre. Egli garantisce che la salvezza definitiva (escatologica) si realizza già al presente per chi crede in lui. Questi ottiene già da ora la vita eterna (una vita della massima qualità) che avrà il suo sviluppo definitivo nel tempo futuro. 


Giovedi III

At 8,26-40. In quei giorni, un angelo del Signore parlò a Filippo e disse: «Àlzati e va' verso il mezzogiorno, sulla strada che scende da Gerusalemme a Gaza; essa è deserta». Egli si alzò e si mise in cammino, quand'ecco un Etíope, eunùco, funzionario di Candàce, regina di Etiòpia, amministratore di tutti i suoi tesori, che era venuto per il culto a Gerusalemme, stava ritornando, seduto sul suo carro, e leggeva il profeta Isaìa. Disse allora lo Spirito a Filippo: «Va' avanti e accòstati a quel carro». Filippo corse innanzi e, udito che leggeva il profeta Isaìa, gli disse: «Capisci quello che stai leggendo?». Egli rispose: «E come potrei capire, se nessuno mi guida?». E invitò Filippo a salire e a sedere accanto a lui. Il passo della Scrittura che stava leggendo era questo: "Come una pecora egli fu condotto al macello e come un agnello senza voce innanzi a chi lo tosa, così egli non apre la sua bocca. Nella sua umiliazione il giudizio gli è stato negato, la sua discendenza chi potrà descriverla? Poiché è stata recisa dalla terra la sua vita". Rivolgendosi a Filippo, l'eunùco disse: «Ti prego, di quale persona il profeta dice questo? Di se stesso o di qualcun altro?». Filippo, prendendo la parola e partendo da quel passo della Scrittura, annunciò a lui Gesù. Proseguendo lungo la strada, giunsero dove c'era dell'acqua e l'eunùco disse: «Ecco, qui c'è dell'acqua; che cosa impedisce che io sia battezzato?». Fece fermare il carro e scesero tutti e due nell'acqua, Filippo e l'eunùco, ed egli lo battezzò. Quando risalirono dall'acqua, lo Spirito del Signore rapì Filippo e l'eunùco non lo vide più; e, pieno di gioia, proseguiva la sua strada. Filippo invece si trovò ad Azoto ed evangelizzava tutte le città che attraversava, finché giunse a Cesarèa. 

Dopo i Samaritani, giudei paganizzanti, troviamo un pagano giudaizzante, segno della diffusione universale della Parola, tanto più che l’Etiopia rappresenta un limite estremo del mondo allora conosciuto. «Verranno i grandi dall’Egitto, l’Etiopia tenderà le mani a Dio» (Sal 68,32). «Iscriverò Raab e Babilonia fra quelli che mi riconoscono; ecco Filistea, Tiro ed Etiopia: là costui è nato» (Sal 87,4). 

Filippo ha tratti in comune con Elia ed Eliseo. [L’eunuco supera le imposizioni culturali che avrebbero impedito di appartenere al popolo di Dio? : «Non dica lo straniero che ha aderito al Signore: “Certo, mi escluderà il Signore dal suo popolo!”. Non dica l’eunuco: “Ecco, io sono un albero secco!”. Poiché così dice il Signore: “Agli eunuchi che osservano i miei sabati, preferiscono quello che a me piace e restano fermi nella mia alleanza, o concederò nella mia casa e dentro le mie mura un monumento e un nome più prezioso che figli e figlie; darò loro un nome eterno che non sarà mai cancellato» (Is 56,3-5). Forse il termine eunuco significa soltanto funzionario]. 

Nel ritorno dal pellegrinaggio, il ministro legge ad alta voce un testo di Isaia, Nell’antichità, meditare era leggere il testo biblico a voce alta (cf Sal 37,30). Filippo si affianca al lettore (come aveva fatto Gesù con i discepoli di Emmaus) e si appoggia sulla Scrittura per illuminare l’evento-Cristo. Tutta la Sacra Scrittura parla di lui e l’ignoranza della Bibbia è ignoranza di Cristo. La catechesi si conclude con il Battesimo (riguardo ai discepoli di Emmaus la catechesi culminava con la frazione del pane /Eucaristia). L’eunuco, appena vede dell’acqua, non chiede altre spiegazioni ma desidera entrare subito nella nuova vita. La fede viva genera una risposta pronta e concreta. Da semplice ascoltatore della Parola, diventa un membro vivo del Corpo di Cristo. Al termine, non ha più bisogno della presenza fisica del ministro perché ha ricevuto lo Spirito che gli insegnerà ogni cosa. 

Gv 6,44-51. In quel tempo, disse Gesù alla folla: «Nessuno può venire a me, se non lo attira il Padre che mi ha mandato; e io lo risusciterò nell'ultimo giorno. Sta scritto nei profeti: "E tutti saranno istruiti da Dio". Chiunque ha ascoltato il Padre e ha imparato da lui, viene a me. Non perché qualcuno abbia visto il Padre; solo colui che viene da Dio ha visto il Padre. In verità, in verità io vi dico: chi crede ha la vita eterna. Io sono il pane della vita. I vostri padri hanno mangiato la manna nel deserto e sono morti; questo è il pane che discende dal cielo, perché chi ne mangia non muoia. Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo».

Osservando la mormorazione incredula dei suoi interlocutori (vv. 41-43), Gesù insegna che la fede prima di tutto è un dono, non scaturisce semplicemente da una scelta dell’uomo. Dio Padre attira l’uomo verso il Figlio. La libertà dell’uomo e la necessità della sua risposta nascono da un’iniziativa divina. «Così, quando ascolti: Nessuno viene a me se non è attratto dal Padre, non pensare di essere attratto per forza. Anche l'amore è una forza che attrae l'anima. Come posso credere di mia volontà se vengo attratto? Rispondo: Non è gran cosa essere attratti da un impulso volontario, quando anche il piacere riesce ad attrarci. Che significa essere attratti dal piacere? Esiste anche un piacere del cuore, per cui esso gusta il pane celeste. Che se il poeta ha potuto dire: "Ciascuno è attratto dal suo piacere" (Virg., Ecl. 2), non dalla necessità ma dal piacere, non dalla costrizione ma dal diletto; a maggior ragione possiamo dire che si sente attratto da Cristo l'uomo che trova il suo diletto nella verità, nella beatitudine, nella giustizia, nella vita eterna, in tutto ciò, insomma, che è Cristo » (Agostino, Su Giovanni 26,4). 

Gli uomini sono istruiti da Dio. È il mantenimento della promessa espressa dal profeta Isaia (54,13) e precisata da Geremia: «Porrò la mia legge dentro di loro, la scriverò sul loro cuore» (31,33). 

Definendosi pane, Gesù attesta di non offrire soltanto un insegnamento ma tutto se stesso. A differenza dei giudei che si sono nutriti di un cibo che sostentava il corpo, i cristiani ricevono una vita che possiede la caratteristica dell’eternità. Nutre con la sua carne: il dono totale di sé lungo il corso della vita terrena fino alla morte in croce diventa nutrimento per l’umanità e continua ad offrire se stesso nell’Eucaristia. 

«Io sono - dice - il pane della vita». I padri vostri mangiarono la manna e sono morti. Perché sono morti? Perché credevano solo a ciò che vedevano; e non comprendevano ciò che non vedevano. Per quanto riguarda la morte visibile e carnale, moriremo anche noi come quelli. Ma per quanto riguarda quella morte che il Signore c'insegna a temere, quella morte ci sarà risparmiata. Mangiò la manna Mosè, la mangiò Aronne, la mangiò Finees e molti altri che erano graditi a Dio, e non sono morti. Perché? Perché ebbero l'intelligenza spirituale di quel cibo visibile: spiritualmente lo desiderarono, spiritualmente lo gustarono, e spiritualmente furono saziati. Anche noi oggi riceviamo un cibo visibile: ma altro è il sacramento, altra è la virtù del sacramento. Quanti si accostano all'altare e muoiono, e, quel che è peggio, muoiono proprio perché ricevono il sacramento! E' di questi che parla l'Apostolo quando dice: Mangiano e bevono la loro condanna (1 Cor 11, 29). Non si può dire che fosse veleno il boccone che Giuda ricevette dal Signore. E tuttavia non appena lo ebbe preso, il nemico entrò in lui; non perché avesse ricevuto una cosa cattiva, ma perché, malvagio com'era, ricevette indegnamente una cosa buona. Procurate dunque, o fratelli, di mangiare il pane celeste spiritualmente, di portare all'altare l'innocenza. I peccati, anche se quotidiani, almeno non siano mortali» (Agostino Su Giovanni, 26,11). 

«I fedeli dimostrano di conoscere il corpo di Cristo, se non trascurano di essere il corpo di Cristo. Diventino corpo di Cristo se vogliono vivere dello Spirito di Cristo. Dello Spirito di Cristo vive soltanto il corpo di Cristo. Il corpo di Cristo non può vivere se non dello Spirito di Cristo. E' quello che dice l'Apostolo, quando ci parla di questo pane: Poiché c'è un solo pane, noi, pur essendo molti, siamo un solo corpo (1 Cor 10, 17). Mistero di amore! Simbolo di unità! Vincolo di carità! Chi vuol vivere, ha dove vivere, ha di che vivere. S'avvicini, creda, entri a far parte del Corpo, e sarà vivificato. Non disdegni d'appartenere alla compagine delle membra, non sia un membro infetto che si debba amputare, non sia un membro deforme di cui si debba arrossire. Sia bello, sia valido, sia sano, rimanga unito al corpo, viva di Dio per Iddio» (Agostino, Su Giovanni 26,13).  


Venerdi III

At 9,1-20 In quei giorni, Sàulo, spirando ancora minacce e stragi contro i discepoli del Signore, si presentò al sommo sacerdote e gli chiese lettere per le sinagoghe di Damàsco, al fine di essere autorizzato a condurre in catene a Gerusalemme tutti quelli che avesse trovato, uomini e donne, appartenenti a questa Via. E avvenne che, mentre era in viaggio e stava per avvicinarsi a Damàsco, all'improvviso lo avvolse una luce dal cielo e, cadendo a terra, udì una voce che gli diceva: «Sàulo, Sàulo, perché mi perséguiti?». Rispose: «Chi sei, o Signore?». Ed egli: «Io sono Gesù, che tu perséguiti! Ma tu àlzati ed entra nella città e ti sarà detto ciò che devi fare».

Gli uomini che facevano il cammino con lui si erano fermati ammutoliti, sentendo la voce, ma non vedendo nessuno. Sàulo allora si alzò da terra, ma, aperti gli occhi, non vedeva nulla. Così, guidandolo per mano, lo condussero a Damàsco. Per tre giorni rimase cieco e non prese né cibo né bevanda. C'era a Damàsco un discepolo di nome Ananìa. Il Signore in una visione gli disse: «Ananìa!». Rispose: «Eccomi, Signore!». E il Signore a lui: «Su, va' nella strada chiamata Diritta e cerca nella casa di Giuda un tale che ha nome Sàulo, di Tarso; ecco, sta pregando, e ha visto in visione un uomo, di nome Ananìa, venire a imporgli le mani perché recuperasse la vista». Rispose Ananìa: «Signore, riguardo a quest'uomo ho udito da molti quanto male ha fatto ai tuoi fedeli a Gerusalemme. Inoltre, qui egli ha l'autorizzazione dei capi dei sacerdoti di arrestare tutti quelli che invocano il tuo nome». Ma il Signore gli disse: «Va', perché egli è lo strumento che ho scelto per me, affinché porti il mio nome dinanzi alle nazioni, ai re e ai figli d'Israele; e io gli mostrerò quanto dovrà soffrire per il mio nome».Allora Ananìa andò, entrò nella casa, gli impose le mani e disse: «Sàulo, fratello, mi ha mandato a te il Signore, quel Gesù che ti è apparso sulla strada che percorrevi, perché tu riacquisti la vista e sia colmato di Spirito Santo». E subito gli caddero dagli occhi come delle squame e recuperò la vista. Si alzò e venne battezzato, poi prese cibo e le forze gli ritornarono. Rimase alcuni giorni insieme ai discepoli che erano a Damàsco, e subito nelle sinagoghe annunciava che Gesù è il Figlio di Dio.

Saulo è un persecutore sicuro di sé ma sarà testimone di un intervento diretto, inatteso e travolgente del Risorto. Nessuna evoluzione psicologica prepara la svolta di vita ma viene avvolto da una luce amorevole, come era accaduto ai pastori di Betlemme e percepisce la voce di Gesù Risorto. Cade a terra (non da cavallo) e viene a sapere che Cristo si identifica con i suoi discepoli perseguitati. La cecità è un atto pedagogico che insegna al cieco quale sia la sua situazione di vita e dalla tenebra, dovrà passare alla luce. «Il Signore replicò [a Mosé]: “Chi ha dato una bocca all'uomo o chi lo rende muto o sordo, veggente o cieco? Non sono forse io, il Signore? Ora va'! Io sarò con la tua bocca e ti insegnerò quello che dovrai dire”» (Es 4,11-12). «Così interpreterà in seguito la conversione dei pagani battezzati: «Eravate tenebra, ora siete luce nel Signore» (Ef 5,8). 

Il digiuno lo prepara al Battesimo. Deve essere vuoto di tutte le cinvinzioni che lo avevamo nutrito fino a questo momento di svolta. Anania funge da mediatore tra Paolo e la Chiesa anche se, come era accaduto ad altri profeti, si mostra riluttante (Es 4,13-14). In seguito Paolo incontrerà la diffidenza degli altri discepoli (9,26). Paolo cercherà, in ogni modo, di stare sempre in comunione con tutta Chiesa. Tre anni dopo, infatti, salirà a Gerusalemme affinché la sua missione sia confermata e riconosciuta dagli apostoli (Gal 2,2). Intanto veniamo a sapere che Gesù lo ha costituito come suo annunciatore e che Saulo, da apostolo, dovrà soffrire molto. Il mistero psquale entrerà nella sua vita (non soltanto nelle sue convinzioni): porterà sempre, ovunque, la morte di Gesù perché anche la vita di Gesù si manifesti in lui e nelle persone da evangelizzare. Anania impone le mani perché il nuovo chiamato dal Signore riceva lo Spirito Santo, come Gesù aveva potuto intraprendere la missione solo dopo questa investitura celeste. «Rendo grazie a colui che mi ha reso forte, Cristo Gesù Signore nostro, perché mi ha giudicato degno di fiducia mettendo al suo servizio me, che prima ero un bestemmiatore, un persecutore e un violento. Ma mi è stata usata misericordia, perché agivo per ignoranza, lontano dalla fede, e così la grazia del Signore nostro ha sovrabbondato insieme alla fede e alla carità che è in Cristo Gesù. Questa parola è degna di fede e di essere accolta da tutti: Cristo Gesù è venuto nel mondo per salvare i peccatori, il primo dei quali sono io» (1 Tm 1,12-15). 

Gv 6,52-59. In quel tempo, i Giudei si misero a discutere aspramente fra loro: «Come può costui darci la sua carne da mangiare?». Gesù disse loro: «In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell'uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell'ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me. Questo è il pane disceso dal cielo; non è come quello che mangiarono i padri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno». Gesù disse queste cose, insegnando nella sinagoga a Cafàrnao.

L’evangelista ha detto finora che la persona di Gesù, accolta per mezzo della fede, è il mezzo col quale è data e conservata la vita eterna. 

I giudei, stravolgendo il senso delle parole di Gesù che chiedeva di nutrirsi di Lui assimilando il suo insegnamento e il suo stile di vita, accusano Gesù di suggerire una specie di antropofagia. Aprofittando dell’obiezione, Egli afferma che la sua stessa carne è pane di vita. Il crudo realismo delle espressioni - mangiare la carne e bere il sangue – intende affermare la reale umanità di Cristo. Mangiare qualcosa equivale a farla propria e diventare una cosa sola con essa. Senza escludere la valenza eucaristica del discorso, l’invito di Gesù è denso di significato anche se fosse privo di un’allusione all’Eucaristia. 

La maggioranza degli esegeti ritiene, tuttavia, che Giovanni alluda qui alla mensa eucaristica. L'Eucarestia significa continuazione dell'incarnazione attraverso il tempo. È significativo che l'evangelista abbia riservato il termine carne per descrivere l'incarnazione e per presentare l'Eucaristia. Tuttavia l'insistenza sulla realtà della carne e del sangue non può arrivare fino al punto di attribuire all'Eucaristia un effetto magico. Questi versetti sono una continuazione dei precedenti nei quali è messa in rilievo la necessità della fede in Gesù. L'Eucarestia non è nulla senza la fede. Non è un mangiare qualunque che dia vita, bensì un mangiare con fede. L'adempimento della sua volontà del Signore non si realizza neppure soltanto nel rivolgersi a Gesù con la fede, bensì del servirsi del sacramento del suo corpo e del suo sangue. Come non era soltanto la fede che faceva entrare nel regno di Dio, ma l'uso di quell'altro sacramento dell'acqua battesimale. 

Sabato III

At 9,31-42 . La Chiesa era dunque in pace per tutta la Giudea, la Galilea e la Samaria: si consolidava e camminava nel timore del Signore e, con il conforto dello Spirito Santo, cresceva di numero. 32E avvenne che Pietro, mentre andava a far visita a tutti, si recò anche dai fedeli che abitavano a Lidda. 33Qui trovò un uomo di nome Enea, che da otto anni giaceva su una barella perché era paralitico. 34Pietro gli disse: «Enea, Gesù Cristo ti guarisce; àlzati e rifatti il letto». E subito si alzò. 35Lo videro tutti gli abitanti di Lidda e del Saron e si convertirono al Signore. A Giaffa c’era una discepola chiamata Tabità – nome che significa Gazzella – la quale abbondava in opere buone e faceva molte elemosine. 37Proprio in quei giorni ella si ammalò e morì. La lavarono e la posero in una stanza al piano superiore. 38E, poiché Lidda era vicina a Giaffa, i discepoli, udito che Pietro si trovava là, gli mandarono due uomini a invitarlo: «Non indugiare, vieni da noi!». 39Pietro allora si alzò e andò con loro. Appena arrivato, lo condussero al piano superiore e gli si fecero incontro tutte le vedove in pianto, che gli mostravano le tuniche e i mantelli che Gazzella confezionava quando era fra loro. Pietro fece uscire tutti e si inginocchiò a pregare; poi, rivolto al corpo, disse: «Tabità, àlzati!». Ed ella aprì gli occhi, vide Pietro e si mise a sedere. 41Egli le diede la mano e la fece alzare, poi chiamò i fedeli e le vedove e la presentò loro viva.La cosa fu risaputa in tutta Giaffa, e molti credettero nel Signore.

La Chiesa (di solito si parla di Chiese) è in pace non soltanto perché, in quel momento, non viene perseguitata ma perché gode della pienezza di vita inaugurata da Cristo Risorto. Quando si consolida e cammina nel timore di Dio, grazie all’assistenza dello Spirito Santo, facilmente cresce di numero. Si realizza la promessa e il comando del Signore: sarete miei testimoni ovunque. La crescita e il progresso dell’evangelizzazione non si ottengono soltanto con le difficoltà e le persecuzioni ma anche con la pace e le facilitazioni concesse alla predicazione. 

Pietro, portavoce del collegio dei Dodici e sempre presente in tutti i momenti di svolta della missione della Chiesa, si reca in visita pastorale presso i cristiani fuori da Gerusalemme. Egli porta con sé il Cristo Risorto che guarisce ed è sempre all’opera. A Lidda guarisce Enea; a Ioppe (Yafo, oggi Tel Aviv) risuscita Tabita, riprendendo anche il ministero degli antichi profeti (1 Re 17,17-23; 2 Re 4,19-37). Questa donna è una cristiana ideale che si distingue per le buone opere. Pietro la risveglia e dandole la mano l’aiuta per poi affidarla alla comunità. Il fatto favorisce l’evangelizzazione: molti (non tutti) credettero in Gesù. 

Gv 6,60-69. Molti dei suoi discepoli, dopo aver ascoltato, dissero: «Questa parola è dura! Chi può ascoltarla?». Gesù, sapendo dentro di sé che i suoi discepoli mormoravano riguardo a questo, disse loro: «Questo vi scandalizza? E se vedeste il Figlio dell'uomo salire là dov'era prima? È lo Spirito che dà la vita, la carne non giova a nulla; le parole che io vi ho detto sono spirito e sono vita. Ma tra voi vi sono alcuni che non credono». Gesù infatti sapeva fin da principio chi erano quelli che non credevano e chi era colui che lo avrebbe tradito. E diceva: «Per questo vi ho detto che nessuno può venire a me, se non gli è concesso dal Padre». Da quel momento molti dei suoi discepoli tornarono indietro e non andavano più con lui. Disse allora Gesù ai Dodici: «Volete andarvene anche voi?». Gli rispose Simon Pietro: «Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna e noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio»

Gesù aveva radunato attorno a sé una larga schiera di discepoli ma molti di loro non riuscivano a condividere il suo messaggio. Egli ribadisce di essere una persona dall’origine celeste e che un giorno tornerà presso il Padre. Questa convinzione dovrebbe indurli ad accettare quelle parole che, per il momento, non riescono a comprendere. L’uomo, essendo carne, deve essere visitato dallo Spirito Santo per poter entrare in sintonia con il messaggio divino. Gli insegnamenti di Gesù sono suggerito a Lui dallo Spirito e, una volta accolti e attuati, comunicano la sua stessa vita. Molti discepoli lo abbandonano. Gesù cerca di rafforzare nella fede i Dodici discepoli particolari che aveva scelto e costituito come tali. Vorranno forse abbandonarlo anche loro? Non è ciò che Gesù vuole o induce a fare. Pietro risponde a nome del gruppo e pronuncia una profonda dichiarazione di fede. Nessun maestro può essere paragonato a Gesù. Le sue parole non sono inerti ma infondono una nuova vita. È ciò che hanno verificato e perciò continueranno a credere che Gesù è un Inviato dal Padre. 


sabato 11 aprile 2026

2 settimana di Pasqua


II domenica di Pasqua

Prima lettura

At 2,42-47 [Quelli che erano stati battezzati] erano perseveranti nell'insegnamento degli apostoli e nella comunione, nello spezzare il pane e nelle preghiere. Un senso di timore era in tutti, e prodigi e segni avvenivano per opera degli apostoli. Tutti i credenti stavano insieme e avevano ogni cosa in comune; vendevano le loro proprietà e sostanze e le dividevano con tutti, secondo il bisogno di ciascuno. Ogni giorno erano perseveranti insieme nel tempio e, spezzando il pane nelle case, prendevano cibo con letizia e semplicità di cuore, lodando Dio e godendo il favore di tutto il popolo. Intanto il Signore ogni giorno aggiungeva alla comunità quelli che erano salvati.

La prima caratteristica è l’istruzione. La Chiesa si fonda sull’insegnamento degli apostoli: «Voi non siete più stranieri né ospiti, ma siete concittadini dei santi e familiari di Dio, edificati sopra il fondamento degli apostoli e dei profeti, avendo come pietra d’angolo lo stesso Cristo Gesù. In lui tutta la costruzione cresce ben ordinata per essere tempio santo nel Signore» (Ef 2,19-22). La comunità riceve il messaggio autentico dalla loro predicazione (e dai loro scritti) e solo dopo rielabora, senza deviare. «Fratelli, state saldi e mantenete le tradizioni che avete appreso sia dalla nostra parola sia dalla nostra lettera» (2 Ts 2,15). Questa istruzione, viene dilatata e approfondita dall’ammaestramento reciproco e non soltanto dagli esperti, perché tutti hanno ricevuto l’unzione. «La parola di Cristo abiti tra voi nella sua ricchezza. Con ogni sapienza istruitevi e ammonitevi a vicenda con salmi, inni e canti ispirati, con gratitudine, cantando a Dio nei vostri cuori» (Col 3,16).

Dall’adesione di fede, nasce la comunione, unione di sentimenti e di risorse concrete, di mitezza e pazienza indomabile, propria di coloro che accettano di portare gli uni. i pesi degli altri. È comunione di perdono e di scambio di beni materiali. La comunione si rafforza nel ripetere il gesto di Gesù della frazione del pane e nella preghiera intensa. 

La vita gioiosa di fede ardente permette a Dio di aggiungere alla comunità altri salvati. Se non ci fossero già dei salvati, non potrebbe aggregare nessun altro. 


2 lettura

1 Pt 1, 3-9 Sia benedetto Dio e Padre del Signore nostro Gesù Cristo, che nella sua grande misericordia ci ha rigenerati, mediante la risurrezione di Gesù Cristo dai morti, per una speranza viva, per un'eredità che non si corrompe, non si macchia e non marcisce. Essa è conservata nei cieli per voi, che dalla potenza di Dio siete custoditi mediante la fede, in vista della salvezza che sta per essere rivelata nell'ultimo tempo.

Perciò siete ricolmi di gioia, anche se ora dovete essere, per un po' di tempo, afflitti da varie prove, affinché la vostra fede, messa alla prova, molto più preziosa dell'oro - destinato a perire e tuttavia purificato con fuoco -, torni a vostra lode, gloria e onore quando Gesù Cristo si manifesterà. Voi lo amate, pur senza averlo visto e ora, senza vederlo, credete in lui. Perciò esultate di gioia indicibile e gloriosa, mentre raggiungete la mèta della vostra fede: la salvezza delle anime.

Dio è il Padre rivelato da Gesù. Si è fatto conoscere a noi operando la nostra rigenerazione, quando «ci ha salvati, non per opere giuste da noi compiute, ma per la sua misericordia, con un’acqua che rigenera e rinnova nello Spirito» (Tt 3,5). Il primo beneficio della rinascita è la speranza, qualificata come viva perché reale, esistente in verità. Qui la speranza non consiste in un atteggiamento virtuoso ma è un possesso. «Dio illumini gli occhi del vostro cuore per farvi comprendere a quale speranza vi ha chiamati, quale tesoro di gloria racchiude la sua eredità» (Ef 1,18). Per Israele, l’eredità era costituita dal paese di Canaan; per i cristiani non è un territorio ma una esistenza nell’eternità. «Se siamo figli, siamo anche eredi: eredi di Dio, coeredi di Cristo» (Rm 8,17). La nostra eredità non è più esposta al rischio di essere perduta ma è custodita da Dio stesso nei cieli, il quale custodisce e protegge gli eletti fino al compimento del suo progetto: «La vostra fede è fondata sulla potenza di Dio» (1 Cor 2,5). «Sono persuaso che Dio il quale ha iniziato in voi quest’opera buona, la porterà a compimento fino al giorno di Cristo Gesù» (Fil 1,6). «Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo» (Mt 25,34).

Sebbene sperimenti le sofferenze derivate dalla fedeltà al Vangelo, la comunità, è ricolma di gioia. Dio non chiede la sofferenza in quanto tale ma l'obbedienza alla sua volontà. Il valore del credente apparirà alla venuta del Signore La prova della lealtà del cristiano è paragonata al passaggio dell'oro attraverso il fuoco del crogiolo. «L’opera di ciascuno sarà ben visibile perché con il fuoco si manifesterà e il fuoco proverà la qualità dell’opera di ciascuno» (1 Cor 3,13). 

Amare Cristo è molto di più di un mero sentimento ma è sovrabbondante e concreta forza di volere, è dono di sé nella viva attesa d’incontrarlo in modo definitivo. «Siamo in esilio lontano dal Signore finché abitiamo nel corpo. Preferiamo andare in esilio dal corpo e abitare presso il Signore» (2 Cor 5,6-8). 

Vangelo

Gv 20,19-32 La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore.
Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati».
Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo».
Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c'era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: «Pace a voi!». Poi disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!». Gli rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!».
Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro. Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome.

La Pasqua (oppure la Domenica) è il primo giorno, non il fine/settimana. La sera la comunità si raccoglieva per l’Eucaristia. L’apparizione del Risorto esprime il significato della Pasqua per la Chiesa: Cristo ora si manifesta dove e quando vuole. Essa era ed è sempre timorosa. Al tempo degli apostoli, si temevano i Giudei, oggi l’andazzo del mondo e l’impeto della secolarizzazione. Gesù, attraversa sempre le porte chiuse, viene dove siamo e come siamo. Sta in mezzo a noi come aveva promesso: dove ci sono due o tre radunati nel mio Nome, Io sono in mezzo a loro (Cf Mt 18,20). Il Signore che passa, fa passare i discepoli dallo sgomento alla gioia. Invece di ricriminare nei nostri confronti, uomini di poca fede, ci comunica il dono massimo, che è la pace. Pace significa l’insieme di tutti i doni. 

I segni della sua identità, sono le ferite della sua passione. Un Cristo che non dona tutto se stesso per noi, è un falso Cristo. 

I discepoli non solo credono ma gioiscono del Signore. Questa gioia sarà ancora maggiore, indicibile e gloriosa, quando sapranno soffrire per il Signore. 

Il primo dono è la missione; il secondo è la remissione dei peccati e il terzo dono è lo Spirito, ma è il più rilevante. Senza lo Spirito non potrebbero credere in Cristo, amarlo, assimilarlo e testimoniarlo. Grazie a questa presenza, ormai si sta espandendo una nuova creazione di uomini liberi dal peccato. 

Otto giorni dopo: Cristo porta a compimento il suo impegno verso la comunità in ogni scadenza settimanale. La domenica è il primo giorno, il giorno della prima creazione (la luce), il giorno della risurrezione e L'OTTAVO giorno, anticipo della vita eterna, oltre le scadenze settimanali.

Tommaso non crede all’attestazione dei testimoni oculari. Gesù non lo rimprovera ma lo rende credente. 

Tommaso proclama l’essenza della fede: Mio Signore e mio Dio! Noi non crediamo nella risurrezione ma nel Risorto. Il centro del Vangelo è Gesù. Il credente che si affida alla testimonianza dei testimoni oculari, possiede la beatitudine: «Voi lo amate, pur senza averlo visto e ora, senza vederlo, credete in lui. Perciò esultate di gioia indicibile e gloriosa, mentre raggiungete la metà della nostra fede» (1 Pt 1,8-9). 


Lunedi II

At 4. "In quei giorni, rimessi in libertà, Pietro e Giovanni andarono dai loro fratelli e riferirono quanto avevano detto loro i capi dei sacerdoti e gli anziani. Quando udirono questo, tutti insieme innalzarono la loro voce a Dio dicendo: «Signore, tu che hai creato il cielo, la terra, il mare e tutte le cose che in essi si trovano, tu che, per mezzo dello Spirito Santo, dicesti per bocca del nostro padre, il tuo servo Davide: "Perché le nazioni si agitarono e i popoli tramarono cose vane? Si sollevarono i re della terra e i prìncipi si allearono insieme contro il Signore e contro il suo Cristo"; davvero in questa città Erode e Ponzio Pilato, con le nazioni e i popoli d'Israele, si sono alleati contro il tuo santo servo Gesù, che tu hai consacrato, per compiere ciò che la tua mano e la tua volontà avevano deciso che avvenisse. E ora, Signore, volgi lo sguardo alle loro minacce e concedi ai tuoi servi di proclamare con tutta franchezza la tua parola, stendendo la tua mano affinché si compiano guarigioni, segni e prodigi nel nome del tuo santo servo Gesù».Quand'ebbero terminato la preghiera, il luogo in cui erano radunati tremò e tutti furono colmati di Spirito Santo e proclamavano la parola di Dio con franchezza."

Il Sinedrio ha proibito in modo netto la predicazione degli Apostoli. Tutta la comunità viene radunata perché sia consapevole di ciò che accade ed interessa a tutti. Non ci sono privilegiati messi al corrente e altri che ignorano ogni cosa. La risposta unanime è la preghiera. Dio solo può concedere alla comunità di continuare ad essere se stessa e rimanere fedele alla sua missione, ad imitazione di Gesù. La preghiera si fonda sulla Parola (qui sul Salmo secondo). La Chiesa prega servendosi delle parole che Dio stesso ha suggerito di dire, come un bambino impara a parlare la lingua nazionale ascoltando i genitori. Dopo aver citato il testo del salmo, lo applicano alla situazione particolare che stanno vivendo. Chiedono, in primo luogo, di rimanere fermi nella testimonianza, non di uscire dalla difficoltà ottenendo magari una punizione degli avversari. Implorano che Dio continui ad operare prodigi (che rivelino non la loro abilità taumaturgica ma la continua presenza del Risorto). La risposta di Dio consiste nell’invio dello Spirito, il dono massimo che la Chiesa può ricevere ed Egli la abilita subito nel suo compito. 

Gv 3,1-8. Vi era tra i farisei un uomo di nome Nicodèmo, uno dei capi dei Giudei. Costui andò da Gesù, di notte, e gli disse: «Rabbì, sappiamo che sei venuto da Dio come maestro; nessuno infatti può compiere questi segni che tu compi, se Dio non è con lui». Gli rispose Gesù: «In verità, in verità io ti dico, se uno non nasce dall'alto, non può vedere il regno di Dio».Gli disse Nicodèmo: «Come può nascere un uomo quando è vecchio? Può forse entrare una seconda volta nel grembo di sua madre e rinascere?». Rispose Gesù: «In verità, in verità io ti dico, se uno non nasce da acqua e Spirito, non può entrare nel regno di Dio. Quello che è nato dalla carne è carne, e quello che è nato dallo Spirito è spirito. Non meravigliarti se ti ho detto: dovete nascere dall'alto. Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai da dove viene né dove va: così è chiunque è nato dallo Spirito»."

Riprende la lettura sistematica del Vangelo di Giovanni (ad esclusione dei passi già proclamati). Gesù viene consultato da Nicodemo, una personalità del giudaismo che era stato attratto da Gesù nella sua predicazione a Gerusalemme. (Questi più tardi difenderà Gesù nel Sinedrio cf Gv 7,50 ed onererà il suo corpo deposto dalla croce cf Gv 19,39). Tutti i giudei onesti avrebbero dovuto ragionare come lui.

Nell’antichità era comune l’idea che l’uomo, quando accetta una nuova religione o filosofia, rinasca. Gesù, tuttavia, insegna che c’è una rinascita dall’alto, cioè operata da Dio. La salvezza non è un oggetto di discussione tra dotti ma deriva da un’opera di Dio. Solo quest’ultima crea una nuova nascita. 

La Persona che era nell’alto ed è venuta sulla terra, soltanto quella può rigenerare. Tutte le possibilità umane sono inadeguate al fine dell’appartenenza al Regno. È necessario lo Spirito che si comunica tramite la fede e il Battesimo. Lo Spirito crea un nuovo ordine d’esistenza, superiore ad ogni possibilità umana (la carne). Questa nuova nascita è imprevedibile e inafferrabile come il vento. Non vediamo Dio in se stesso ma ne verifichiamo il passaggio. Proprio lo Spirito ha fatto rinascere la comunità che si era trovata umiliata ed incerta a causa della proibizione del Sinedrio.

Martedi II

At 4, 32-37 La moltitudine di coloro che erano diventati credenti aveva un cuore solo e un'anima sola e nessuno considerava sua proprietà quello che gli apparteneva, ma fra loro tutto era comune. Con grande forza gli apostoli davano testimonianza della risurrezione del Signore Gesù e tutti godevano di grande favore. Nessuno infatti tra loro era bisognoso, perché quanti possedevano campi o case li vendevano, portavano il ricavato di ciò che era stato venduto e lo deponevano ai piedi degli apostoli; poi veniva distribuito a ciascuno secondo il suo bisogno. Così Giuseppe, soprannominato dagli apostoli Bàrnaba, che significa “figlio dell’esortazione”, un levìta originario di Cipro, padrone di un campo, lo vendette e ne consegnò il ricavato deponendolo ai piedi degli apostoli.

La Pasqua di Gesù, affermata dagli apostoli con grande coraggio, crea comunione. Dove giunge il Vangelo nasce una comunione di vita e questa non si riduce ad un ideale astratto ma è densa di concretezza, dal momento che crea una comunione di beni. “Tutto era comune”: ciò era anche l’ideale della grecità (Platone, Aristorele) e dell’ebraismo : «Non vi sarà alcun bisognoso in mezzo a voi» (Dt 15,4). La comunione dei beni come veniva realizzata? Giuseppe Barnaba vendette il suo campo ma questo fu un caso particolare. Normalmente non accadeva questo ma la solidarietà era inculcata e vissuta. La Nuova creazione introdotta dal Vangelo esige l’attenzione verso i bisognosi. «Non dimenticatevi della beneficenza e della comunione dei beni, perché di tali sacrifici il Signore si compiace» (Eb 13,16). «Se uno ha ricchezze di questo mondo e, vedendo il suo fratello in necessità, gli chiude il proprio cuore, come rimane in lui l’amore di Dio? Figlioli, non amiamo a parole né con la lingua, ma con i fatti e nella verità» (1 Gv 3,17-18). «Non si tratta di mettere in difficoltà voi per sollevare gli altri, ma che vi sia uguaglianza. Per il momento la vostra abbondanza supplisca alla loro indigenza, perché anche la loro abbondanza supplisca alla vostra indigenza, e vi sia uguaglianza, come sta scritto: Colui che raccolse molto non abbondò e colui che raccolse poco non ebbe di meno» (2 Cor 8,13-15)

Gv 3,7-15 In quel tempo, Gesù disse a Nicodèmo: «Non meravigliarti se ti ho detto: dovete nascere dall'alto. Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai da dove viene né dove va: così è chiunque è nato dallo Spirito».Gli replicò Nicodèmo: «Come può accadere questo?». Gli rispose Gesù: «Tu sei maestro di Israele e non conosci queste cose? In verità, in verità io ti dico: noi parliamo di ciò che sappiamo e testimoniamo ciò che abbiamo veduto; ma voi non accogliete la nostra testimonianza. Se vi ho parlato di cose della terra e non credete, come crederete se vi parlerò di cose del cielo? Nessuno è mai salito al cielo, se non colui che è disceso dal cielo, il Figlio dell'uomo. E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell'uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna».

Riprende il discorso di Gesù a Nicodemo. Questo saggio Israelita non aveva dato abbastanza peso all’annuncio profetico di una rigenerazione del popolo per mezzo dell’infusione dello Spirito (Ez 36,25-27). Il Signore è paragonabile ad un vento poiché non si rende mai visibile ma si notano gli effetti del suo passaggio che sono talora clamorosi. I segno primario dello Spirito è l’uomo che si converte a Dio perché è nato da lui. 

Gesù ha esperienza delle cose del cielo perché contempla ciò che vede fare dal Padre e lo imita. Quale Figlio dell’uomo, unisce cielo e terra. Egli realizzerà in pienezza questo compito quando accetterà di essere innalzato in croce. Da allora, sempre, in ogni epoca e per oggni uomo, chi crede in Lui, riceve la vita eterna. 

Mercoledi II

At 5,17-26. In quei giorni, si levò il sommo sacerdote con tutti quelli della sua parte, cioè la setta dei sadducèi, pieni di gelosia, e, presi gli apostoli, li gettarono nella prigione pubblica. Ma, durante la notte, un angelo del Signore aprì le porte del carcere, li condusse fuori e disse: «Andate e proclamate al popolo, nel tempio, tutte queste parole di vita». Udito questo, entrarono nel tempio sul far del giorno e si misero a insegnare. Quando arrivò il sommo sacerdote con quelli della sua parte, convocarono il sinedrio, cioè tutto il senato dei figli d'Israele; mandarono quindi a prelevare gli apostoli nella prigione. Ma gli inservienti, giunti sul posto, non li trovarono nel carcere e tornarono a riferire: «Abbiamo trovato la prigione scrupolosamente sbarrata e le guardie che stavano davanti alle porte, ma, quando abbiamo aperto, non vi abbiamo trovato nessuno».Udite queste parole, il comandante delle guardie del tempio e i capi dei sacerdoti si domandavano perplessi a loro riguardo che cosa fosse successo. In quel momento arrivò un tale a riferire loro: «Ecco, gli uomini che avete messo in carcere si trovano nel tempio a insegnare al popolo». Allora il comandante uscì con gli inservienti e li condusse via, ma senza violenza, per timore di essere lapidati dal popolo."

Il Sinedrio, visto il successo conseguito dagli apostoli, si colma di gelosia. Lo zelo per Dio può essere positivo o negativo. I due campi che qui si affrontano, ritengono entrambi di difendere il volere di Dio. Gli apostoli vengono confermati dalla visita angelica. Il Signore non chiede loro di fuggire ma di continuare a proclamare con coraggio le parole di vita. Già il profeta Daniele aveva resistito al potere politico. Dio vince la resistenza dei poteri che maltrattano la fede e si oppongono ad essa. Trovando il carcere sbarrato ma vuoto, le guardie e, poi, i membri del Sinedio, in attesa dei prigionieri, rimangono sbalorditi. Si sentono beffati quando vengono a sapere che i prigionieri liberati stanno facendo proprio quello che era stato loro proibito di fare. Risalta perciò, l’impotenza delle autorità incapaci di mantenere il controllo della situazione. Gesù, a sua volta, era stato protetto dalla simpatia del popolo (Lc 20,19; 22,2). 

Gv 3, 6-18. In quel tempo, Gesù disse a Nicodèmo: «Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell'unigenito Figlio di Dio. E il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce, perché le loro opere erano malvagie. Chiunque infatti fa il male, odia la luce, e non viene alla luce perché le sue opere non vengano riprovate. Invece chi fa la verità viene verso la luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio».

La venuta di Cristo nel mondo è il segno massimo dell’amore di Dio per gli uomini perché dona a loro il Figlio stesso (come Abramo aveva donato Isacco). Egli è stato mandato per portare la salvezza definitiva (o escatologica). La vita è un bene messianico e riassume la somma dei beni attesi dall’inviato di Dio e costituenti il successo della vita di ogni uomo. 

Con il termine escatologia, la tradizione biblica intende l'ultimo intervento di Dio nella storia umana. Quest'ultima venuta è caratterizzata specialmente dal giudizio finale e dalla Risurrezione dei morti. Essa conferisce alla venuta di Dio una portata cosmica: pone fine sia la storia, sia al mondo così come esiste; dà inizio a un mondo nuovo. Il quarto Vangelo conosce questa attesa (5,28-29; 11,23-24; 14,2-3). Senza escluderla o condannarla, esso compie uno spostamento significativo: il giudizio, la resurrezione dei morti, il dono della vita eterna non sono più eventi che si verificano in un lontano avvenire, ma qui e ora nell'incontro con Cristo. Mentre l'escatologia tradizionale ricorda che il credente vive nella storia e nella finitudine, l'escatologia cristologica sottolinea che la vita in pienezza, così come viene offerta da Dio a chi crede, comincia qui e ora. Questa concezione della salvezza che si gioca nel presente opera una piena rivalutazione delle opere. A seconda se sono compiute lontano da Dio o per sua iniziativa, le opere fanno della vita umana, qui e ora, un luogo di tenebre o di luce. 

L’evangelista aggiunge una spiegazione riguardo l’opposizione della tenebra alla luce di Cristo: gli uomini non vogliono che le loro opere malvagie siano svelate. Se molti rifiutano, molti accettano la luce. Quest’ultimi operano la verità, cioè accolgono e attuano l’insegnamento di Gesù e non sentono la necessità di nascondersi perché le loro azioni sono fatte in Dio, in comunione profonda con Lui. 

Giovedi II

At 5,27-33. In quei giorni, [il comandante e gli inservienti] condussero gli apostoli e li presentarono nel sinedrio; il sommo sacerdote li interrogò dicendo: «Non vi avevamo espressamente proibito di insegnare in questo nome? Ed ecco, avete riempito Gerusalemme del vostro insegnamento e volete far ricadere su di noi il sangue di quest'uomo». Rispose allora Pietro insieme agli apostoli: «Bisogna obbedire a Dio invece che agli uomini. Il Dio dei nostri padri ha risuscitato Gesù, che voi avete ucciso appendendolo a una croce. Dio lo ha innalzato alla sua destra come capo e salvatore, per dare a Israele conversione e perdono dei peccati. E di questi fatti siamo testimoni noi e lo Spirito Santo, che Dio ha dato a quelli che gli obbediscono». All'udire queste cose essi si infuriarono e volevano metterli a morte.

Il Sinedrio accusa gli apostoli di aver disobbedito agli ordini dell’autorità religiosa e di averlo diffamato attribuendo ad esso la responsabilità della morte di Gesù. Pietro ricorda che l’obbedienza a Dio prevale sull’obbedienza agli uomini. All’apostolo, però, interessa ribadire l’annuncio che erano chiamati di dare: il crocifisso è stato rivalutato da Dio stesso ed è stato costituito da lui come capo e salvatore. Dio non vuole vendicarsi ma concedere a tutti la possibilità della concersione in vista del perdono dei peccati, 

Gv 3,31-36. Chi viene dall'alto è al di sopra di tutti; ma chi viene dalla terra, appartiene alla terra e parla secondo la terra. Chi viene dal cielo è al di sopra di tutti. Egli attesta ciò che ha visto e udito, eppure nessuno accetta la sua testimonianza. Chi ne accetta la testimonianza, conferma che Dio è veritiero. Colui infatti che Dio ha mandato dice le parole di Dio: senza misura egli dà lo Spirito. Il Padre ama il Figlio e gli ha dato in mano ogni cosa. Chi crede nel Figlio ha la vita eterna; chi non obbedisce al Figlio non vedrà la vita, ma l'ira di Dio rimane su di lui.

L'evangelista utilizza categorie « spaziali » — dall'alto, dal basso, dal cielo, dalla terra — per presentarci il Rivelatore e la sua importanza per la vita dell'uomo.

L'inviato di Dio viene dall'alto, dal mondo del divino. Si impone quindi la conclusione che questo inviato di Dio è superiore a tutti. Rispetto al mondo e, in concreto, all'uomo, questo inviato di Dio è uguale a Dio. L'essere divino dell'inviato è messo nella contrapposizione a «quello che viene dalla terra». L'insistenza nello scoprire l'origine e la natura del rivelatore ha un'intenzione esistenziale assai chiara. Nessuna parola che proceda dalla terra, per quanto possa essere autorevole, può essere paragonata alle parole di Gesù. Nessuno può entrare in concorrenza col rivelatore che viene dall'alto ed è superiore a tutti.

Solo chi viene dall'alto offre tutte le garanzie di essere un testimone vero. Avrebbe dovuto essere accettato subito dall'uomo mediante la fede (che, in ultima analisi, decide della vita e della morte). Questa parola interpellante che procede dall'alto, tuttavia, non è accolta (Cf Gv 1,11), perché il mondo ama quello che è suo (Gv 15,19) e le parole del rivelatore gli sono estranee (Gv 8,43). 

Vi sono eccezioni a questa regola, e sono quelli che ricevono la sua testimonianza (Cf Gv 1,12). Accettare la testimonianza del Rivelatore vuol dire, allo stesso tempo, riconoscere la veracità di Dio. Perché? Per l'identità fra il rivelatore e quello che egli rivela. Nelle parole del rivelatore divino parla Dio stesso. Nelle parole di Gesù, si riflettono l'azione e il pensiero divini. Inoltre le parole hanno valore in quanto procedono dalla Parola. Gesù non può essere separato dalle sue parole perché Egli è « il Verbo che si fece carne ». 

Il Padre comunica al Figlio lo Spirito senza misura, senza restrizioni e senza limiti, nella sua pienezza. Questo significa e garantisce che la rivelazione portata da Gesù è completa, sufficiente, e non ha, quindi, bisogno di essere completata. Ci troviamo di fronte all'unica Parola che Dio doveva e deve dire all'uomo.

Il Padre ama il Figlio e ha posto nelle sue mani tutte le cose. Dio si è reso presente e operante nel suo Figlio. II Padre è presente in Gesù e Gesù rappresenta il Padre. Il Figlio ha la stessa autorità del Padre. Di qui si deduco una conclusione importante: la decisione fra accettarlo a non accettarlo, fra fede e incredulità, ha conseguenze decisive. Chi accetta il Figlio, ha la vita; chi lo rigetta, è sotto l'ira di Dio. Le affermazioni di Gesù sono anche un serio avvertimento. 


Venerdi II

In quei giorni, si alzò nel sinedrio un fariseo, di nome Gamalièle, dottore della Legge, stimato da tutto il popolo. Diede ordine di far uscire [gli apostoli] per un momento e disse: «Uomini di Israele, badate bene a ciò che state per fare a questi uomini. Tempo fa sorse Tèuda, infatti, che pretendeva di essere qualcuno, e a lui si aggregarono circa quattrocento uomini. Ma fu ucciso, e quelli che si erano lasciati persuadére da lui furono dissolti e finirono nel nulla. Dopo di lui sorse Giuda il Galileo, al tempo del censimento, e indusse gente a seguirlo, ma anche lui finì male, e quelli che si erano lasciati persuadére da lui si dispersero. Ora perciò io vi dico: non occupatevi di questi uomini e lasciateli andare. Se infatti questo piano o quest'opera fosse di origine umana, verrebbe distrutta; ma, se viene da Dio, non riuscirete a distruggerli. Non vi accada di trovarvi addirittura a combattere contro Dio!». Seguirono il suo parere e, richiamati gli apostoli, li fecero flagellare e ordinarono loro di non parlare nel nome di Gesù. Quindi li rimisero in libertà. Essi allora se ne andarono via dal sinedrio, lieti di essere stati giudicati degni di subire oltraggi per il nome di Gesù. E ogni giorno, nel tempio e nelle case, non cessavano di insegnare e di annunciare che Gesù è il Cristo. 

Gamaliele cerca di scoprire la volontà di Dio esaminando i fatti a lui contemporanei: i falsi messia vengono travolti abbastanza in breve. Chi agisce, invece, in nome di Dio consegue il risultato sperato. Il Sinedrio deve evitare di combattere contro Dio. È Lui a guidare la storia: ciò che viene da Lui non può essere bloccato. Il discernimento è essenziale: non tutto va combattuto subito. Gli apostoli mostrano una fede autentica perché perseverante; non si spegne davanti alle difficoltà ma affronta le autorità e le flagellazioni. La sofferenza può avere un senso quando è vissuta per una causa giusta e per la persona del Signore Gesù. Gli apostoli, pur flagellati, sono colmi di gioia. «Voi lo amate e ora, senza vederlo, credete in lui. Perciò esultate di gioia indicibile e gloriosa, mentre raggiungete la meta della nostra fede» (1 Pt 1,8-9). La gioia è un carattere tipico della fede: «I discepoli erano pieni di gioia e di Spirito Santo» (At 13,52). «Frutto dello Spirito è amore, gioia, pace, mgnanimità» (Gal 5,22). 

Gv 6,1-15. In quel tempo, Gesù passò all'altra riva del mare di Galilea, cioè di Tiberìade, e lo seguiva una grande folla, perché vedeva i segni che compiva sugli infermi. Gesù salì sul monte e là si pose a sedere con i suoi discepoli. Era vicina la Pasqua, la festa dei Giudei. Allora Gesù, alzàti gli occhi, vide che una grande folla veniva da lui e disse a Filippo: «Dove potremo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?». Diceva così per metterlo alla prova; egli infatti sapeva quello che stava per compiere. Gli rispose Filippo: «Duecento denari di pane non sono sufficienti neppure perché ognuno possa riceverne un pezzo».Gli disse allora uno dei discepoli, Andrea, fratello di Simon Pietro: «C'è qui un ragazzo che ha cinque pani d'orzo e due pesci; ma che cos'è questo per tanta gente?». Rispose Gesù: «Fateli sedere». C'era molta erba in quel luogo. Si misero dunque a sedere ed erano circa cinquemila uomini. Allora Gesù prese i pani e, dopo aver reso grazie, li diede a quelli che erano seduti, e lo stesso fece dei pesci, quanto ne volevano. E quando furono saziati, disse ai suoi discepoli: «Raccogliete i pezzi avanzati, perché nulla vada perduto». Li raccolsero e riempirono dodici canestri con i pezzi dei cinque pani d'orzo, avanzati a coloro che avevano mangiato. Allora la gente, visto il segno che egli aveva compiuto, diceva: «Questi è davvero il profeta, colui che viene nel mondo!». Ma Gesù, sapendo che venivano a prenderlo per farlo re, si ritirò di nuovo sul monte, lui da solo.

Gesù si reca in territorio pagano, accompagnato dalla folla interessata alle guarigioni. L’indicazione sulla prossimità della Pasqua, non è menzionata solo come indicazione cronologica, ma come un'allusione alla Pasqua della quale Gesù sarebbe stato l'Agnello pasquale. Sale sul monte e siede come maestro e apre un dialogo pedgogico con i discepoli. Costoro devono riconoscere la loro impotenza a mantenere l’esistenza umana. Al contrario, Egli fornisce un pasto in abbondanza, mostrando che non è l’essere umano a poter garantirsi la vita ma la benevolenza divina. Il dono non è separabile dal Donatore: è lui che dona il pane di vita. A differenza dei sinottici, chi prende l'iniziativa è Gesù: la distribuzione del pane fu fatta da lui. Il suo modo di agire, poi, ricorda l'ultima cena e l’Eucaristia. L'ordine di raccogliere gli avanzi, perché nulla vada perduto, è interpretato simbolicamente: «che non si perda nessuno di quanti mi hai dato» (11,52).

La folla segue Gesù per il « segno » che ha visto: i «segni» compiuti da Gesù devono portare a lui. Respinta l’interpretazione trionfalista (rifiuto della regalità terrena), rimane solo quella profetica. Gesù è un profeta pari a Mosé (Dt 18,15), ed è interessato alla sua Autorivelazione: nella sua Pasqua, è il nuovo Liberatore del popolo. 


Sabato II

At 6,1-7. In quei giorni, aumentando il numero dei discepoli, quelli di lingua greca mormorarono contro quelli di lingua ebraica perché, nell'assistenza quotidiana, venivano trascurate le loro vedove. Allora i Dodici convocarono il gruppo dei discepoli e dissero: «Non è giusto che noi lasciamo da parte la parola di Dio per servire alle mense. Dunque, fratelli, cercate fra voi sette uomini di buona reputazione, pieni di Spirito e di sapienza, ai quali affideremo questo incarico. Noi, invece, ci dedicheremo alla preghiera e al servizio della Parola».Piacque questa proposta a tutto il gruppo e scelsero Stefano, uomo pieno di fede e di Spirito Santo, Filippo, Pròcoro, Nicànore, Timone, Parmenàs e Nicola, un prosèlito di Antiòchia. Li presentarono agli apostoli e, dopo aver pregato, imposero loro le mani. E la parola di Dio si diffondeva e il numero dei discepoli a Gerusalemme si moltiplicava grandemente; anche una grande moltitudine di sacerdoti aderiva alla fede

Racconta un momento concreto e spirituale nella vita della prima comunità. Non è solo un episodio organizzativo ma rivela come la Chiesa affronti i conflitti nella carità, distribuisca i compiti e custodisca l’elemento centrale della propria missione. La comunità cresce, ma insieme emergono difficoltà. I cristiani di lingua greca, provenienti dall’ebraismo (ellenisti), si lamentano perché le loro vedove vengono trascurate nella distribuzione quotidiana. La Chiesa nascente non è perfetta, ma viva. Le tensioni non vengono negate, bensì affrontate. Gli apostoli riconoscono che non possono occuparsi di tutto. Non svalutano il servizio concreto, ma chiariscono le priorità. La loro missione principale sta nell’annuncio della Parola e nella preghiera. Non tutto, può essere fatto da tutti, perciò la comunità sceglie sette uomini “di buona reputazione, pieni di Spirito e di sapienza”. Il servizio concreto è ministero spirituale, non solo organizzativo. Il brano si conclude con una crescita: la Parola di Dio si diffonde, aumenta il numero dei discepoli. Quando i conflitti sono gestiti in modo sapiente, diventano occasione di crescita. Il testo mostra tre pilastri della vita cristiana: comunione, in quanto si ascoltano i bisogni di tutti; ministerialità: ci sono ruoli diversi ma complementari. Missione: tutto è orientato all’annuncio del Vangelo. Anche oggi nelle comunità ci sono tensioni che non vanno ignorate. È necessario collaborare e il servizio ai più fragili è parte essenziale della fede. Una comunità cresce quando unisce preghiera, giustizia concreta e organizzazione sapiente. 

Gv 6,16-21. Venuta la sera, i discepoli di Gesù scesero al mare, salirono in barca e si avviarono verso l’altra riva del mare in direzione di Cafàrnao. Era ormai buio e Gesù non li aveva ancora raggiunti; il mare era agitato, perché soffiava un forte vento. Dopo aver remato per circa tre o quattro miglia, videro Gesù che camminava sul mare e si avvicinava alla barca, ed ebbero paura. Ma egli disse loro: «Sono io, non abbiate paura!». Allora vollero prenderlo sulla barca, e subito la barca toccò la riva alla quale erano diretti.

L'evangelista presenta la scena come una “epifania di Gesù”. Il centro del racconto sta nella presentazione che Gesù fa di sé: «Sono Io». Giovanni ha fatto di questa espressione il motivo dominante del suo Vangelo. L’autorivelazione del Figlio mediante il ricorso alla formula «Sono Io» fa ricordare lo «Io sono colui che sono» dell'Esodo. Non si deve vedere in lui taumaturgo o un miracolista popolare: quello che Gesù è, può essere espresso solo ricorrendo alla formula «Sono Io». 

La tradizione giudaica stabilisce una relazione fra la Pasqua, il passaggio del mare e il dono della manna. L'evangelista sembra stabilire la stessa relazione: camminare sulle acque equivale a passare il mare. Dopo di essa, sarà logico attendersi la manna (o il Pane della vita).