venerdì 6 febbraio 2026

La Bibbia secondo i Padri 1

 

1. La Scrittura cibo e bevanda

«La Sacra Scrittura è nostro cibo e nostra bevanda. Ma si noti che [le sue parole] sono talvolta cibo, e talvolta bevanda. Nelle cose più oscure, infatti, che non possono essere comprese senza essere spiegate, la sacra Scrittura è cibo, poiché tutto ciò che viene spiegato affinché lo si comprenda viene come masticato per essere inghiottito. Nelle cose più chiare, invece, essa è bevanda. La bevanda, infatti, la inghiottiamo senza masticarla: Beviamo i precetti più chiari poiché siamo in grado di comprenderli anche senza che siano spiegati» (gregorio magno, Omelie su Ezechiele 1,10,3, 298).

«Le genti, che non hanno ricevuto i sacri precetti, sono saziati dall'inondazione della parola di Dio, che ora tanto più avidamente bevono quanto più a lungo, asciutte, hanno patito questa sete. Perciò le parole divine vengono dette messe e ricchezza (Cf. Gb 5,5): messe perché ristorano l'animo digiuno, ricchezza perché ci ornano con la grande bellezza delle azioni» (gregorio magno, Commento morale a. Giobbe VI,5,6, 47). 

«Noi apriamo la bocca quando predisponiamo la nostra intelligenza a comprendere la sacra parola (Ez 3,2: «Io aprii la bocca ed egli mi fece mangiare quel rotolo). E così il profeta apre la bocca alla voce del Signore perché i desideri del nostro cuore anelano a respirare il precetto del Signore per ricevere qualcosa del cibo della vita. Ma tuttavia ricevere questo non sta nelle nostre forze se non ci nutre colui che ha ordinato di mangiare (Ez 3,1: «Mangia questo rotolo»). E, infatti, viene nutrito chi non è in grado di mangiare da sé. E siccome la nostra debolezza non è capace di ricevere le parole celesti, ci nutre colui che regola nel tempo la misura del cibo, in modo tale che, mentre nella divina parola oggi comprendiamo ciò che ieri ignoravamo, e domani comprendiamo ciò che oggi ignoriamo, veniamo nutriti, per disposizione della divina con il cibo quotidiano. Dio onnipotente, infatti, allunga, per così dire, la mano alla bocca del nostro cuore ogni volta che ci apre l'intelligenza e pone il cibo della sacra parola nei nostri sensi. Ci nutre dunque con il rotolo quando, distribuendoci il cibo, ci apre la comprensione della Sacra Scrittura e riempie i nostri pensieri con la sua dolcezza» (gregorio magno, Omelie su Ezechiele 1,10,5, 300).

«La nostra bocca mangia quando leggiamo la parola di Dio, le nostre viscere si riempiono quando comprendiamo e conserviamo ciò che abbiamo letto faticando. [...] Dice [la Verità]: Chi crede in me, come dice la Scrittura, fiumi di acqua viva fluiranno dal suo ventre (Gv 7,38). Dall'animo dei fedeli, infatti, sgorgano le sante predicazioni come dal ventre dei credenti fluiscono fiumi di acqua viva. Cosa, poi, sono le viscere del ventre, che cos'altro sono se non le interiorità dell'animo, vale a dire la retta intenzione, il santo desiderio e una volontà umile nei confronti di Dio e compassionevole verso il prossimo? Per cui giustamente ora dice: Il tuo ventre mangerà e le tue viscere si riempiranno (Ez 3,2) perché, quando il nostro animo riceve il pascolo della verità il nostro intimo non rimane più vuoto, ma viene saziato con il nutrimento della vita» (gregorio magno, Omelie su Ezechiele 1,10,6, p. 300-302)

«Rifflettiamo, fratelli miei carissimi, su quanto sia colma di pietà questa promessa per mezzo della quale si dice: Il tuo ventre mangerà e le tue viscere si riempiranno di questo rotolo che io ti do (Ez 3,3). Molti, infatti, leggono e da questa stessa lettura rimangono digiuni; molti ascoltano la voce della predicazione, ma dopo la voce ritornano via vuoti. Sebbene il loro ventre mangi, le viscere non si riempiono, poiché anche se con la mente colgono il senso della sacra Parola, dimenticando e non conservando le cose che hanno udito, non le ripongono nelle viscere del cuore. Da ciò deriva infatti quanto il Signore, per mezzo di un altro profeta, rimprovera ad alcuni dicendo: Applicate i vostri cuore a considerare le vostre vie. Avete seminato molto e avete raccolto poco, avete mangiato e non vi siete saziati, avete bevuto ma non siete rimasti inebriati (Ag 1,5-6). Semina molto nel proprio cuore, ma raccoglie poco colui che, o leggendo o ascoltando riguardo ai comandamenti celesti, conosce molte cose, ma operando con negligenza porta pochi frutti. Mangia e non si sazia chi, ascoltando le parole di Dio, brama i guadagni e la gloria del mondo. Giustamente poi si dice che non si sazia, poiché mangia qualcosa e ha fame di altro. Beve e non resta inebriato colui che alla voce della predicazione porge sì l'orecchio, ma non muta il proprio animo. Mediante l'ebbrezza, infatti, suole essere mutata la percezione di coloro che bevono. Chi, dunque, si dedica a conoscere la parola di Dio ma desidera ottenere le cose di questo mondo, beve e non rimane inebriato» (gregorio magno, Omelie su Ezechiele 1,10,7, 302).

Allora, se la si mette anche in pratica, essa diventa dolce per chi la ascolta: «Io lo mangiai e nella mia bocca divenne dolce come il miele (Ez 3,3). 

Il libro che ha riempito le viscere è diventato nella bocca dolce come il miele poiché sanno parlare soavemente del Signore onnipotente quelli che hanno imparato ad amarlo con verità nelle viscere del loro cuore. La sacra Scrittura, infatti, è dolce alla bocca di colui le viscere della cui vita sono riempite dei suoi comandamenti, poiché soave è parlare per colui nel cui intimo essi sono impressi per viverli. La Parola, infatti, non ha dolcezza per colui la cui vita da reprobo provoca rimorsi nella coscienza. Perciò è necessario che colui che espone la Parola di Dio prima cerchi come viverla, affinchè possa attingere dalla vita la materia e anche il modo di parlare» (gregorio magno, Omelie su Ezechiele 1,10,13, 306).

«La carne ha il suo cibo, mediante il quale viene ristorata, e anche l'anima ha il suo cibo, dal quale viene saziata. Il cibo dell'anima è la parola di Dio, e tale parola è la luce dalla quale essa è illuminata e il cibo mediante il quale viene ristorata: la luce, grazie alla quale viene rischiarata fino alla conoscenza della verità; il cibo grazie al quale cresce nella statura e nella gioia fino ali'amore della bontà» (ugo di S. vittore, Miscellanea 1,122, PL 177,747A-C). 

«631B. Quanto sono dolci al mio palato le tue parole, più che miele nella mia bocca? Sal 118 (119),103. Non pensi, fratello, che costui era solito mangiare le parole di Dio, così da dire: Quanto sono dolci al mio palato le tue parole? E chi è che mangiava le parole di Dio? Se dunque mangiava le parole di Dio, senz'altro esse sono cibo.

E quale cibo? Non penso per il ventre, ma per l'animo, giacché in quell'unico [passo si parla del] digiuno del ventre e del cibo per l'animo: Non di solo pane - dice la Scrittura - vive l'uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio (Mt 4,4; cf. Dt 8,3). E tuttavia vi è una somiglianza tra il cibo del ventre e il cibo della mente, poiché le parole di Dio vengono dette cibo poiché, come il cibo corporale ristora la carne, così la sapienza pasce la mente. Il cibo corporale ha in sé tre cose: il sapore, il nutrimento, la massa. 631 C. Il sapore diletta, il nutrimento sostenta, la massa appesantisce. Il sapore attiene al palato, il nutrimento alla natura, la massa alla miseria. [...]

631D. E come abbiamo compreso che si tratta di un cibo spirituale, 632A. così dobbiamo intendere anche il palato e il ventre in senso spirituale. Anche il cibo spirituale, infatti, cioè la parola di Dio, possiede, analogamente, un suo sapore che diletta il palato spirituale; possiede una sua capacità nutritiva che alimenta e fa vivere la sostanza spirituale; e possiede anche una massa che in certo qual modo schiaccia e appesantisce la debolezza.

Chiamiamo fauci spirituali il palato del cuore. Il sapore della parola di Dio è il gusto dell'intima dolcezza. L'anima Stessa, poi, è la sostanza spirituale. Il nutrimento della parola di Dio è l'esercizio della virtù, mentre la massa è il peso della fatica.

Poiché, dunque, quel sapore di intima dolcezza 632B, viene assunto senza alcun fastidio, il palato del cuore ne riceve un diletto come da un cibo spirituale, ma non può esserne saziato. Poiché, poi, l'esercizio della virtù, dal quale l'anima viene nutrita, non viene assunto senza il peso della fatica, peso dal quale la carne è gravata, è come se lo stomaco della nostra sensualità, mentre tramite l'esercizio assume il cibo del buon operare, perché non brami in modo smisurato la virtù dalla quale [pur] viene ristorato, ne sia trattenuto dalla fatica stessa dell'agire, che lo raffrena.

Avete ormai compreso, penso, cosa desidera per sé colui che diceva: Quanto sono dolci al mio palato le tue parole, più che miele nella mia bocca! Non dice: dolci al mio ventre, ma al mio palato. Non al mio stomaco, ma alla mia bocca. Come se dicesse: dalla tua parola, Signore, il ventre della carnalità è raffrenato, ma l'intimo palato del cuore si diletta nel sapore della dolcezza, poiché anche se al di fuori la fatica delle opere è un peso per la nostra debolezza, all'interno, però, la dolcezza e il gusto della soavità pascono il desiderio.

Da ciò ne deriva quanto quell'amato e 632C. caro Giovanni, che così di frequente e volentieri era solito mangiare la parola di Dio, attesta di sé stesso quando dice: Ricevetti il libro dalla mano dell'angelo e lo divorai; e nella mia bocca era dolce come il miele; e dopo averlo divorato riempì di amarezza il mio ventre (Ap 10,10). 

Così anche tu, fratello, divora il libro della vita, mangia la parola di Dio; e non solo mangiala, ma mangiala avidamente, e non abbandonare, se senti una certa amarezza nel ventre, la dolcezza del suo sapore!» (ugo di S. vittore, Miscellanea 11,78, PL 177,631B-632C).

«La fame sulla terra è la penuria di parola di Dio nell'animo umano» (Bernardo di Clairvaux, Sermoni diversi 95,1, testo lat. a cura di J. leclercq in Opere di San Bernardo, Sermoni/III. Diversi e vari, Scriptorium Claravallense. Fondazione di Studi Cistercensi-Città Nuova, Milano-Roma 2000, 514)

«[Betlemme] è la "casa del pane", come abbiamo già detto; è bene per noi stare lì (Mt 17,4). Dove, infatti, c'è la parola del Signore, non manca certamente il pane che rafforzi il cuore, come dice il profeta: Rafforzami nelle tue parola (Sal 118 (119),28). Certo, l'uomo vive nella parola che esce dalla bocca di Dio (Cf. Mt 4,4); egli vive in Cristo, Cristo vive in lui (Cf. Gal 2,20)» (Bernardo di Clairvaux, VI Discorso nella vigilia del Natale 10, testo lat. a cura di J. leclercq in Opere di San Bemardo III/l. Sermoni per l'anno liturgico/1, Città Nuova, Roma 2021, 270).

«Il cibo ha sapore nella bocca, il salmo nel cuore. Soltanto, l'anima fedele e prudente non trascuri di frantumarlo come con i denti della propria intelligenza, perché non accada che, inghiottendolo intero e non masticato, il palato venga privato di un sapore desiderabile e più dolce del miele e del favo (Cf. Sal 18 (19),11). Offriamo al Signore, con gli apostoli, al banchetto celeste e sulla mensa del Signore, un favo di miele. Il miele è nella cera, il fervore nella lettera. Altrimenti la lettera uccide (Cf. 2Cor 3,6), se la inghiottisci senza il condimento dello spirito. Ma se, con l'Apostolo, salmeggi con lo spirito e salmeggi con la mente (Cf. 1Cor 14,15), conoscerai anche tu la verità di quelle parole che Gesù ha detto: Le parole che vi ho detto sono spirito e vita (Gv 6,64 (63); e così ugualmente leggiamo che la Sapienza ha detto: Il mio spirito è più dolce del miele (Sir 24,27 (20)» (Bernardo di Clairvaux, Sermoni sul Cantico dei Cantici VII,4.5, testo lat. a cura di J. leclercq in Opere di San Bernardo VII. Sermoni sul Cantico dei Cantici, I. I-XXXV, Scriptorium Claravallense. Fondazione di Studi Cistercensi-Città Nuova, Milano-Roma 2006, 92-94). 





giovedì 5 febbraio 2026

Samuele 1/2

 COMMENTO BIBBIA LITURGICA

MESSE FERIALI ANNO A . 1/4 SETTIMANA

Elcanà ed Anna (1,1-6)

1C’era un uomo di Ramatàim, un Sufita delle montagne di Èfraim, chiamato Elkanà, figlio di Ierocàm, figlio di Eliu, figlio di Tocu, figlio di Suf, l’Efraimita. 2Aveva due mogli, l’una chiamata Anna, l’altra Peninnà. Peninnà aveva figli, mentre Anna non ne aveva. 3Quest’uomo saliva ogni anno dalla sua città per prostrarsi e sacrificare al Signore degli eserciti a Silo, dove erano i due figli di Eli, Ofni e Fineès, sacerdoti del Signore. 4Venne il giorno in cui Elkanà offrì il sacrificio. Ora egli soleva dare alla moglie Peninnà e a tutti i figli e le figlie di lei le loro parti. 5Ad Anna invece dava una parte speciale, poiché egli amava Anna, sebbene il Signore ne avesse reso sterile il grembo. 6La sua rivale per giunta l’affliggeva con durezza a causa della sua umiliazione, perché il Signore aveva reso sterile il suo grembo. 7Così avveniva ogni anno: mentre saliva alla casa del Signore, quella la mortificava; allora Anna si metteva a piangere e non voleva mangiare. 8Elkanà, suo marito, le diceva: «Anna, perché piangi? Perché non mangi? Perché è triste iltuo cuore? Non sono forse io per te meglio di dieci figli?».

Elcanà vive con due mogli, una sterile, l’altra feconda. Prima si parla di Anna, la sterile. Svantaggiata sul piano umano, è più importante agli occhi di Dio, che mostra una attenzione particolare verso la persona umiliata e disprezzata. In lei Dio manifesterà in modo più chiaro la sua misericordia e le donerà un figlio, come aveva già fatto con Sara. 

Elcanà vive in comunione con Dio e lo cerca nel suo tempio, come il salmista: «L’anima mia anela e desidera gli atri del Signore. Il mio cuore e la mia carne esultano nel Dio vivente» (Sal 84,3) e perciò imita, anche, la sua preferenza verso i sofferenti, come appare nella sua delicatezza nei confronti di Anna. 

Il santuario è officiato da ministri inadeguati ma la grazia di Dio si manifesterà in esso ugualmente. 

Il Signore permette a lungo che Anna venga afflitta con durezza dalla rivale; ella incarna il sentimento della povertà religiosa che non consiste semplicemente in uno stato d’animo ma nel trovarsi realmente in una situazione umiliante. Potrebbe sentirsi abbandonata da Dio ma continua a sperare in Lui: «Questa è grazia: subire afflizioni, soffrendo ingiustamente a causa della conoscenza di Dio; che gloria sarebbe, infatti, sopportare di essere percossi quando si è colpevoli? Ma se, facendo il bene, sopporterete con pazienza la sofferenza, ciò sarà gradito davanti a Dio. A questo infatti siete stati chiamati» (1 Pt 2,18-21). 

Elcanà le dichiara: «Non sono forse io per te meglio di dieci figli?». Nel matrimonio, la relazione con il coniuge è più importante di quella con i figli che sono ospiti provvisori nella casa. Tuttavia, quando il coniuge viene meno (per la morte o per lo spegnimento del sentimento), rimane la relazione con Dio, più rilevante di qualsiasi altra relazione. L’amore di Dio per noi vale più della stessa vita. Possiamo restare senza tutto ma non resteremo mai senza di Lui perché nulla potrà impedire a Dio di raggiungerci con il suo amore (cf. Rm 8,37-39). 


Nascita di Samuele (1,9-20)

9Anna si alzò, dopo aver mangiato e bevuto a Silo; in quel momento il sacerdote Eli stava seduto sul suo seggio davanti a uno stipite del tempio del Signore. 10Ella aveva l’animo amareggiato e si mise a pregare il Signore, piangendo dirottamente. 11Poi fece questo voto: «Signore degli eserciti, se vorrai considerare la miseria della tua schiava e ricordarti di me, se non dimenticherai la tua schiava e darai alla tua schiava un figlio maschio, io lo offrirò al Signore per tutti i giorni della sua vita e il rasoio non passerà sul suo capo». 12Mentre ella prolungava la preghiera davanti al Signore, Eli stava osservando la sua bocca. 13Anna pregava in cuor suo e si muovevano soltanto le labbra, ma la voce non si udiva; perciò Eli la ritenne ubriaca. 14Le disse Eli: «Fino a quando rimarrai ubriaca? Smaltisci il tuo vino!». 15Anna rispose: «No, mio signore; io sono una donna affranta e non ho bevuto né vino né altra bevanda inebriante, ma sto solo sfogando il mio cuore davanti al Signore. 16Non considerare la tua schiava una donna perversa, poiché finora mi ha fatto parlare l’eccesso del mio dolore e della mia angoscia». 17Allora Eli le rispose: «Va’ in pace e il Dio d’Israele ti conceda quello che gli hai chiesto». 18Ella replicò: «Possa la tua serva trovare grazia ai tuoi occhi». Poi la donna se ne andò per la sua via, mangiò e il suo volto non fu più come prima. 19Il mattino dopo si alzarono e dopo essersi prostrati davanti al Signore, tornarono a casa a Rama. Elkanà si unì a sua moglie e il Signore si ricordò di lei. 20Così al finir dell’anno Anna concepì e partorì un figlio e lo chiamò Samuele, «perché – diceva – al Signore l’ho richiesto».

Nonostante la consolazione procuratale dalla comunione di mensa col marito e dalle parole confortanti di lui, la sofferenza di Anna non si attenua. Continua a considerare inaccettabile e troppo umiliante la sua condizione di donna sterile. In modo simile, Tobia non riesce a sopportare i rimproveri oltraggiosi della moglie ed invoca perfino la morte: «Tu sei giusto, Signore, e giuste sono tutte le tue opere. Ogni tua via è misericordia e verità. Tu sei il giudice del mondo. Ora, Signore, ricordati di me e guardami. Ora, quando mi tratti secondo le colpe mie, veri sono tutti i tuoi giudizi. Agisci pure ora come meglio ti piace; da’ ordine che venga presa la mia vita, in modo che io sia tolto dalla terra e divenga terra, poiché per me è preferibile la morte alla vita. Gli insulti bugiardi che mi tocca sentire destano in me grande dolore. Per me infatti è meglio morire che vedermi davanti questa grande angoscia, e così non sentirmi più insultare!» (Tb 3, 2-6). 

Nessuno può sollevare Anna se non il Signore al quale si affida in modo spontaneo prolungando la sua preghiera davanti a lui. «Affida al Signore il tuo peso ed egli ti sosterrà, mai permetterà che il giusto vacilli» (Sal 55,23). «Non angustiatevi per nulla, ma in ogni circostanza fate presenti a Dio le vostre richieste con preghiere, suppliche e ringraziamenti. E la pace di Dio, che supera ogni intelligenza, custodirà i vostri cuori e le vostre menti in Cristo Gesù» (Fil 4,6-7). 

La voce delle lacrime si fa udire ancora più in alto e viene ascoltata da Dio molto di più di quella espressa con parole. «Cambierò il loro lutto in gioia, li consolerò e li renderò felici, senza afflizioni» (Ger 31,13). «Il popolo venne a Betel [nel santuario], dove rimase fino alla sera davanti a Dio. Alzò la voce, prorompendo in pianto» (Gdc 21,2). «[La peccatrice] si rannicchiò piangendo ai piedi di [Gesù] e cominciò a bagnarli di lacrime, poi li asciugava con i suoi capelli» (Lc 7.38). «Pietro si ricordò della parola che Gesù gli aveva detto: “Tre volte mi rinnegherai”. E scoppiò in pianto» (Lc 14,72). «Tergerà ogni lacrima dai loro occhi perché le cose di prima sono passate» (Ap 21,4).

Anna, collocandosi tra i miseri, chiede al Signore di ricordarla, senza pretendere, però, d’essere esaudita. Insiste, comunque, nella sua preghiera. Lo stesso farà la donna cananea con Gesù (Cf Mc 7, 25ss). Giuditta, pur sollecitando con forza l’intervento del Signore, si predispone ad accettare qualsiasi decisione divina (Gdt 8,17). 

Anna rafforza la sua preghiera con un voto ed accetta già  da ora che il bambino sia offerto a Dio a vantaggio del popolo, per riconoscenza. L’ottenimento di un figlio non sarà solo un vantaggio personale o familiare ma un bene collettivo. Donandogli un figlio, Dio si procura un valido collaboratore. Ogni azione buona procura dei vantaggi che superano l’atto stesso e, ad insaputa dello stesso donatore, per un disegno di grazia, dilata la sua risonanza. Un atto di bontà moltiplica i suoi effetti.

Eli giudica la donna in modo negativo ma, nella conversazione con lei, modifica il suo sentire e la congeda con un’espressione augurale. Una certa diffidenza iniziale sarebbe stata indice di sapienza ma qui si tratta di un giudizio precipitoso. Giudicare gli altri è facilissimo. Rimane sempre la necessità del discernimento ma l’uomo retto riconosce ciò che Dio opera in ogni persona (At 9,27). 

L’approvazione del sacerdote incoraggia Anna ma ella ha ottenuto la serenità grazie alla sua comunione con il Signore, attuata nella sua preghiera: «Solo in Dio riposa l’anima mia: da lui la mia speranza. Lui solo è mia roccia e mia salvezza, mia difesa: non potrò vacillare. In Dio è la mia salvezza e la mia gloria; il mio riparo sicuro, il mio rifugio è in Dio. Confida in lui, o popolo, in ogni tempo; davanti a lui aprite il vostro cuore: nostro rifugio è Dio» (Sal 62,7-9).

Tempo dopo, il Signore si ricorda di lei. L’uomo vive per il ricordo del Signore: «I miei giorni declinano come l’ombra ma tu, Signore, rimani in eterno, il tuo ricordo di generazione in generazione. Ti alzerai e avrai compassione di Sion» (Sal 102,13). «Che cosa è mai l’uomo perché di lui ti ricordi, il figlio dell’uomo, perché te ne dia pensiero?» (Sal 8,5). Perciò l’uomo si volge a Lui: «Sì, sul sentiero dei tuoi giudizi, noi speriamo in te; al tuo nome e al tuo ricordo si volge tutto il nostro desiderio» (Is 26,8). Egli può ricordare, però, anche tutte le nostre malvagità: «Non pensano che io ricordo tutte le loro malvagità? Ora sono circondati dalle loro azioni: esse stanno davanti a me» (Os 7,2). Tuttavia in Dio prevale la misericordia: «Furono abbattuti per le loro colpe ma egli vide la loro angustia… Si ricordò della sua alleanza con loro e si mosse a compassione per il suo grande amore» (Sal 106.43-45). 

Ora il ricordo di Dio è un nuovo atto di grazia: «Dio si ricordò anche di Rachele; Dio la esaudì e la rese feconda» (Gen 30,22). «Dio ascoltò il loro lamento (degli Israeliti). Dio si ricordò della sua alleanza con Abramo, Isacco e Giacobbe» (Es 2,24). 

Samuele (= Dio ha ascoltato) porta inciso nel suo stesso nome l’essere un dono da parte di Dio. Ogni credente è Samuele, una prova della misericordia del Signore. 

24Dopo averlo svezzato, lo portò con sé, con un giovenco di tre anni, un’efa di farina e un otre di vino, e lo introdusse nel tempio del Signore a Silo: era ancora un fanciullo. 25Immolato il giovenco, presentarono il fanciullo a Eli 26e lei disse: «Perdona, mio signore. Per la tua vita, mio signore, io sono quella donna che era stata qui presso di te a pregare il Signore. 27Per questo fanciullo ho pregato e il Signore mi ha concesso la grazia che gli ho richiesto. 28Anch’io lascio che il Signore lo richieda: per tutti i giorni della sua vita egli è richiesto per il Signore». E si prostrarono là davanti al Signore.

Anna si mostra riconoscente verso il Signore. Ora gode della certezza di essere amata dal Signore e questa riprova è più rilevante del godimento del figlio stesso. La certezza dell’essere amati da Dio debordante nella riconoscenza e nella lode gioiosa, rappresenta il vero nucleo della fede. Essa fa scaturire la carità e costituisce la vera spinta del nostro agire. «Il regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto nel campo; un uomo lo trova e lo nasconde; poi va, pieno di gioia, vende tutti i suoi averi e compra quel campo» (Mt 13,44). Lo mostrano i Corinzi: «La loro gioia sovrabbondante e la loro estrema povertà hanno sovrabbondato nella ricchezza della loro generosità. Posso testimoniare infatti che hanno dato secondo i loro mezzi e anche al di là dei loro mezzi, spontaneamente» (2 Cor 8,2). Lo mostra Zaccheo: «Alzatosi, disse al Signore: “Ecco, Signore, io do la metà di ciò che possiedo ai poveri e, se ho rubato a qualcuno, restituisco quattro volte tanto”» (Lc 19,8). ]


La chiamata di Samuele (3, 1-10. 19-20)

1Il giovane Samuele serviva il Signore alla presenza di Eli. La parola del Signore era rara in quei giorni, le visioni non erano frequenti. 2E quel giorno avvenne che Eli stava dormendo al suo posto, i suoi occhi cominciavano a indebolirsi e non riusciva più a vedere. 3La lampada di Dio non era ancora spenta e Samuele dormiva nel tempio del Signore, dove si trovava l'arca di Dio. 4Allora il Signore chiamò: «Samuele!» ed egli rispose: «Eccomi», 5poi corse da Eli e gli disse: «Mi hai chiamato, eccomi!». Egli rispose: «Non ti ho chiamato, torna a dormire!». Tornò e si mise a dormire. 6Ma il Signore chiamò di nuovo: «Samuele!»; Samuele si alzò e corse da Eli dicendo: «Mi hai chiamato, eccomi!». Ma quello rispose di nuovo: «Non ti ho chiamato, figlio mio, torna a dormire!». 7In realtà Samuele fino ad allora non aveva ancora conosciuto il Signore, né gli era stata ancora rivelata la parola del Signore. 8Il Signore tornò a chiamare: «Samuele!» per la terza volta; questi si alzò nuovamente e corse da Eli dicendo: «Mi hai chiamato, eccomi!». Allora Eli comprese che il Signore chiamava il giovane. 9Eli disse a Samuele: «Vattene a dormire e, se ti chiamerà, dirai: «Parla, Signore, perché il tuo servo ti ascolta»». Samuele andò a dormire al suo posto. 10Venne il Signore, stette accanto a lui e lo chiamò come le altre volte: «Samuele, Samuele!». Samuele rispose subito: «Parla, perché il tuo servo ti ascolta». … 19Samuele crebbe e il Signore fu con lui, né lasciò andare a vuoto una sola delle sue parole. 20Perciò tutto Israele, da Dan fino a Bersabea, seppe che Samuele era stato costituito profeta del Signore.

La parola del Signore diventa rara quando trova poche persone disposte ad accoglierla o quando queste se non meritano di riceverla (Am 8,11-12). Dio rifiuta di rispondere a Saul che vuole consultarlo tramite una negromante. Rievocato da questa, Samuele gli dichiara: «Perché mi vuoi consultare, quando il Signore si è allontanato da te ed è divenuto tuo nemico?» (1 Sam 28,16). A sua volta, il profeta Ezechiele rifiuta di farsi consultare dagli Anziani di Gerusalemme (Ez 20,1-5 ss). Gesù rifiuta di rispondere a persone indifferenti al suo messaggio, come era Pilato (GV 19,9), oppure ostili nei suoi confronti (Mt 16,4). 

Samuele non pensa di essere stato chiamato da Dio stesso ma piuttosto dal sacerdote Eli. Il suo accorrere presso di lui, mostra lo spirito di servizio, la disponibilità del giovane nei confronti del suo superiore e la fedeltà nell’esecuzione dei suoi compiti.

Il Signore lo educa ad esercitare la funzione di profeta e, in seguito, lo accrediterà come tale realizzando ogni profezia proferita da lui. Dio non sceglie una persona importante provvista di autorità ma un giovane umile ma fedele a Lui. Samuele così sovravanza l’Anziano a cui obbediva e a cui prestava il suo servizio. Egli mostra l’attitudine primaria di ogi vero credente, ossia la disponibilità totale all’obbedienza. 

Giosuè, che si mise al servizio di Mosè come Samuele serviva Eli, dovrà mostrare soprattutto di voler essere obbediente: «Tu dunque sii forte e molto coraggioso, per osservare e mettere in pratica tutta la legge che ti ha prescritto Mosè, mio servo. Non deviare da essa né a destra né a sinistra, e così avrai successo in ogni tua impresa. Non si allontani dalla tua bocca il libro di questa legge, ma meditalo giorno e notte, per osservare e mettere in pratica tutto quanto vi è scritto; così porterai a buon fine il tuo cammino e avrai successo» (Gs 1,7). 

Gesù vive una stretta obbedienza a Dio Padre che lo rende partecipe dei suoi progetti per amore: «In verità, in verità io vi dico: il Figlio da se stesso non può fare nulla, se non ciò che vede fare dal Padre; quello che egli fa, anche il Figlio lo fa allo stesso modo. Il Padre infatti ama il Figlio, gli manifesta tutto quello che fa e gli manifesterà opere ancora più grandi di queste, perché voi ne siate meravigliati» (Gv 5,19-20). Chiede ai discepoli di accogliere i suoi insegnamenti per accogliere Dio con vera fede: «Girando lo sguardo su quelli che erano seduti attorno a lui, disse: «Ecco mia madre e i miei fratelli! Perché chi fa la volontà di Dio, costui per me è fratello, sorella e madre» (Mc 3,34-35). 


La sconfitta del popolo (4, 16-11)  

In quei giorni i Filistei si radunarono per combattere contro Israele. Allora Israele scese in campo contro i Filistei. Essi si accamparono presso Eben-Ezer mentre i Filistei s’erano accampati ad Afek. 2I Filistei si schierarono contro Israele e la battaglia divampò, ma Israele fu sconfitto di fronte ai Filistei, e caddero sul campo, delle loro schiere, circa quattromila uomini. 3Quando il popolo fu rientrato nell’accampamento, gli anziani d’Israele si chiesero: «Perché ci ha sconfitti oggi il Signore di fronte ai Filistei? Andiamo a prenderci l’arca dell’alleanza del Signore a Silo, perché venga in mezzo a noi e ci liberi dalle mani dei nostri nemici». 4Il popolo mandò subito alcuni uomini a Silo, a prelevare l’arca dell’alleanza del Signore degli eserciti, che siede sui cherubini: c’erano con l’arca dell’alleanza di Dio i due figli di Eli, Ofni e Fineès. 5Non appena l’arca dell’alleanza del Signore giunse all’accampamento, gli Israeliti elevarono un urlo così forte che ne tremò la terra. 6Anche i Filistei udirono l’eco di quell’urlo e dissero: «Che significa quest’urlo così forte nell’accampamento degli Ebrei?». Poi vennero a sapere che era arrivata nel loro campo l’arca del Signore. 7I Filistei ne ebbero timore e si dicevano: «È venuto Dio nell’accampamento!», ed esclamavano: «Guai a noi, perché non è stato così né ieri né prima. 8Guai a noi! Chi ci libererà dalle mani di queste divinità così potenti? Queste divinità hanno colpito con ogni piaga l’Egitto nel deserto. 9Siate forti e siate uomini, o Filistei, altrimenti sarete schiavi degli Ebrei, come essi sono stati vostri schiavi. Siate uomini, dunque, e combattete!». 10Quindi i Filistei attaccarono battaglia, Israele fu sconfitto e ciascuno fuggì alla sua tenda. La strage fu molto grande: dalla parte d’Israele caddero trentamila fanti. 11In più l’arca di Dio fu presa e i due figli di Eli, Ofni e Fineès, morirono.

Il Signore aveva preannunciato che i due figli di Eli sarebbero periti in battaglia. Anzi, Eli stesso e tutta la sua discendenza sacerdotale sarebbero scomparsi per sempre. Ora tutto questo si verifica puntualmente. Gli uomini si danno da fare e si agitano ma, poi, soltanto la volontà del Signore si realizza. 

Gli Israeliti, ben lontani dal farsi correggere dal Signore e di esaminare la vera causa della loro sconfitta (la disobbedienza a Dio), cercano di forzare il Signore con una iniziativa falsamente religiosa. L’Arca non è un talismano che funziona in ogni caso, come fosse magico e predisposto al prodigio. Un giorno gli Israeliti faranno affidamento sul tempio, come ora sull’Arca, seza ottenere l’aiuto del Signore. «Ascoltate la parola del Signore, voi tutti di Giuda che varcate queste porte per prostrarvi al Signore. Così dice il Signore degli eserciti, Dio d'Israele: Rendete buone la vostra condotta e le vostre azioni, e io vi farò abitare in questo luogo. Non confidate in parole menzognere ripetendo: Questo è il tempio del Signore, il tempio del Signore, il tempio del Signore! Se davvero renderete buone la vostra condotta e le vostre azioni, se praticherete la giustizia gli uni verso gli altri, se non opprimerete lo straniero, l'orfano e la vedova, se non spargerete sangue innocente in questo luogo e se non seguirete per vostra disgrazia dèi stranieri, io vi farò abitare in questo luogo, nella terra che diedi ai vostri padri da sempre e per sempre. Ma voi confidate in parole false, che non giovano: rubare, uccidere, commettere adulterio, giurare il falso, bruciare incenso a Baal, seguire altri dèi che non conoscevate. Poi venite e vi presentate davanti a me in questo tempio, sul quale è invocato il mio nome, e dite: “Siamo salvi!”, e poi continuate a compiere tutti questi abomini. 

Andate, dunque, nella mia dimora di Silo, dove avevo da principio posto il mio nome; considerate che cosa io ne ho fatto a causa della malvagità d'Israele, mio popolo. Ora, poiché avete compiuto tutte queste azioni - oracolo del Signore - e, quando vi ho parlato con premura e insistenza, non mi avete ascoltato e quando vi ho chiamato non mi avete risposto, io tratterò questo tempio sul quale è invocato il mio nome e in cui confidate, e questo luogo che ho concesso a voi e ai vostri padri, come ho trattato Silo» (Ger 7,3-14). 


La scelta della monarchia (8, 4-7.10-22). 

4Si radunarono allora tutti gli anziani d’Israele e vennero da Samuele a Rama. 5Gli dissero: «Tu ormai sei vecchio e i tuoi figli non camminano sulle tue orme. Stabilisci quindi per noi un re che sia nostro giudice, come avviene per tutti i popoli». 6Agli occhi di Samuele la proposta dispiacque, perché avevano detto: «Dacci un re che sia nostro giudice». Perciò Samuele pregò il Signore. 7Il Signore disse a Samuele: «Ascolta la voce del popolo, qualunque cosa ti dicano, perché non hanno rigettato te, ma hanno rigettato me, perché io non regni più su di loro. … 10Samuele riferì tutte le parole del Signore al popolo che gli aveva chiesto un re. 11Disse: «Questo sarà il diritto del re che regnerà su di voi: prenderà i vostri figli per destinarli ai suoi carri e ai suoi cavalli, li farà correre davanti al suo cocchio, 12li farà capi di migliaia e capi di cinquantine, li costringerà ad arare i suoi campi, mietere le sue messi e apprestargli armi per le sue battaglie e attrezzature per i suoi carri. 13Prenderà anche le vostre figlie per farle sue profumiere e cuoche e fornaie. 14Prenderà pure i vostri campi, le vostre vigne, i vostri oliveti più belli e li darà ai suoi ministri. 15Sulle vostre sementi e sulle vostre vigne prenderà le decime e le darà ai suoi cortigiani e ai suoi ministri. 16Vi prenderà i servi e le serve, i vostri armenti migliori e i vostri asini e li adopererà nei suoi lavori. 17Metterà la decima sulle vostre greggi e voi stessi diventerete suoi servi. 18Allora griderete a causa del re che avrete voluto eleggere, ma il Signore non vi ascolterà». 

19Il popolo rifiutò di ascoltare la voce di Samuele e disse: «No! Ci sia un re su di noi. 20Saremo anche noi come tutti i popoli; il nostro re ci farà da giudice, uscirà alla nostra testa e combatterà le nostre battaglie». 21Samuele ascoltò tutti i discorsi del popolo e li riferì all’orecchio del Signore. 22Il Signore disse a Samuele: «Ascoltali: lascia regnare un re su di loro». 

Gli Anziani chiedono a Samuele di nominare un re, come era consuetudine per ogni nazione. La richiesta nasce dalla paura di fronte al loro futuro (v.20). Nell’epoca precedente, il Signore suscitava per loro un capo (chiamato giudice) quando riteneva opportuno di farlo. Israele doveva confidare nella solidarietà ma anche nella pedagogia di Dio. Dietro la loro richiesta, anche se non è esplicitata, trapela una sfiducia nei confronti del Signore, il quale, giustamente si sente rigettato da loro (v.7). «Mi avete detto: “No, un re regni sopra di noi”. Invece il Signore, vostro Dio, è vostro re» (1 Sam 12,12). 

Il popolo di Dio poteva vantare la situazione privilegiata di poter fare affidamento su Dio stesso e sulla sua fedeltà. Questa possibilità viene avvertita ora non come un vantaggio o un privilegio inaudito, ma come un peso. Inoltre permane sempre per il popolo di Dio la tentazione di uniformarsi alla mentalità corrente, di conformarsi alle opinioni di questo mondo: saremo come gli altri! (v.20). I profeti lamenteranno proprio questo: «Ecco la casa di Giuda è come tutti gli altri popoli» (Ez 25,8). 

Samuele si mostra deluso della proposta ed avverte uno scivolamento in una dimensione areligiosa: il popolo preferisce evitare di dipendere da Dio e desidera fare da solo. Denuncerà questo decadimento religioso anche nel discorso di commiato (1 Sam 12,6-18). Egli si aspetta che Dio la respinga ma, prima di pronunciarsi, ne parla con Dio (v.6). In questo modo agisce in modo opposto al popolo. Pur avendo già una propria opinione precisa (ed anche molto veritiera), è disposto ad agire seguendo la decisione del Signore. Parlando con Dio, coglie la prospettiva del Signore, ben diversa anche da ciò che un uomo religioso può pensare. 

Il Signore, in realtà, considera inappropriata l’aspirazione del popolo ma, ciò nonostante, s’accinge ad accoglierla. La sua decisione è un dono e, nello stesso tempo, una punizione, cioè è un dono di carattere pedagogico. Il Signore preferisce educare piuttosto che proibire. Costituire un re non è di per sé un peccato deliberato, ma è una scelta errata. Il popolo dovrà comprenderlo col tempo, a sue spese. Samuele cerca di avvisarlo e di renderlo consapevole dell’errore in cui sta per cadere, ma riceve un rifiuto sempre più netto. Il Signore li abbandona a loro stessi. È il tratto tipico della pedagogia di Dio. Quando viene rifiutato, non si impone ma si ritira: «Poiché non ritennero di dover conoscere Dio adeguatamente, Dio li ha abbandonati alla loro intelligenza depravata ed essi hanno commesso azioni indegne» (Rm 1,18). 


Unzione di Saul (9,1-4; 17-19. 26a. 10,1a)

1C'era un uomo della tribù di Beniamino, chiamato Kis, figlio di Abièl, figlio di Seror, figlio di Becoràt, figlio di Afìach, un Beniaminita, uomo di valore. 2Costui aveva un figlio chiamato Saul, prestante e bello: non c'era nessuno più bello di lui tra gli Israeliti; superava dalla spalla in su chiunque altro del popolo. 3Ora le asine di Kis, padre di Saul, si smarrirono, e Kis disse al figlio Saul: «Su, prendi con te uno dei domestici e parti subito in cerca delle asine». 4Attraversarono le montagne di Èfraim, passarono al territorio di Salisà, ma non le trovarono. Si recarono allora nel territorio di Saalìm, ma non c'erano; poi percorsero il territorio di Beniamino e non le trovarono. 17Quando Samuele vide Saul, il Signore gli confermò: «Ecco l'uomo di cui ti ho parlato: costui reggerà il mio popolo». 18Saul si accostò a Samuele in mezzo alla porta e gli chiese: «Indicami per favore la casa del veggente». 19Samuele rispose a Saul: «Sono io il veggente. Precedimi su, all'altura. Oggi voi due mangerete con me. Ti congederò domani mattina e ti darò indicazioni su tutto ciò che hai in mente. … 10,1 Samuele prese allora l'ampolla dell'olio e gliela versò sulla testa[, poi lo baciò dicendo: «Non ti ha forse unto il Signore come capo sulla sua eredità?]

Kis è un uomo che vanta una buona posizione sociale. In modo simile, le qualità del figlio Saul sono soltanto esteriori perché egli si mostrerà privo di una profonda fiducia in Dio e della disponibilità all’obbedienza, la qualità essenziale per chi guida il popolo del Signore (1 Sam 13,14). «Così dice il Signore: «Non si vanti il sapiente della sua sapienza, non si vanti il forte della sua forza, non si vanti il ricco della sua ricchezza. Ma chi vuol vantarsi, si vanti di avere senno e di conoscere me, perché io sono il Signore che pratico la bontà, il diritto e la giustizia sulla terra, e di queste cose mi compiaccio» (Ger 9,22-23). 

Ancora una volta Dio si prende cura del suo popolo che geme nell’oppressione, come avvenne in Egitto: «Gli Israeliti gemettero per la loro schiavitù, alzarono grida di lamento e il loro grido dalla schiavitù salì a Dio. Dio ascoltò il loro lamento, Dio si ricordò della sua alleanza con Abramo, Isacco e Giacobbe. Dio guardò la condizione degli Israeliti, Dio se ne diede pensiero» (Es 2,23-25).

Saul ora si dichiara indegno di questa designazione (v.21) ma in seguito non conserverà questo spirito d’umiltà davanti a Dio (1 Sam 15,17). La sua vicenda mostra che una persona scelta dal Signore e consacrata a lui, può venir meno nella sua adesione al Signore e tradire il suo compito. Paolo, allora, esorta Timoteo: «Per questo motivo ti ricordo di ravvivare il dono di Dio, che è in te mediante l'imposizione delle mie mani. Dio infatti non ci ha dato uno spirito di timidezza, ma di forza, di carità e di prudenza» (2 Tm 1,6).


Il ripudio di Saul (15,16-23)

16Rispose Samuele a Saul: «Lascia che ti annunci ciò che il Signore mi ha detto questa notte». E Saul gli disse: «Parla!». 17Samuele continuò: «Non sei tu capo delle tribù d'Israele, benché piccolo ai tuoi stessi occhi? Il Signore non ti ha forse unto re d'Israele? 18Il Signore ti aveva mandato per una spedizione e aveva detto: «Va', vota allo sterminio quei peccatori di Amaleciti, combattili finché non li avrai distrutti». 19Perché dunque non hai ascoltato la voce del Signore e ti sei attaccato al bottino e hai fatto il male agli occhi del Signore?». 20Saul insisté con Samuele: «Ma io ho obbedito alla parola del Signore, ho fatto la spedizione che il Signore mi ha ordinato, ho condotto Agag, re di Amalèk, e ho sterminato gli Amaleciti. 21Il popolo poi ha preso dal bottino bestiame minuto e grosso, primizie di ciò che è votato allo sterminio, per sacrificare al Signore, tuo Dio, a Gàlgala». 22Samuele esclamò: «Il Signore gradisce forse gli olocausti e i sacrifici quanto l'obbedienza alla voce del Signore? Ecco, obbedire è meglio del sacrificio, essere docili è meglio del grasso degli arieti. 23Sì, peccato di divinazione è la ribellione, e colpa e terafìm l'ostinazione. Poiché hai rigettato la parola del Signore, egli ti ha rigettato come re».

Il messaggio più importante del passo viene espresso nel versetto 22: Dio gradisce l’obbedienza al suo volere più di qualsiasi altra prestazione religiosa; anzi, se manca l’obbedienza, la relazione con il Signore viene incrinata o interrotta. Nessun altro atto di culto la può sostituire. 

Samuele ricorda il sentimento di umiltà che pervadeva l’animo di Saul (9,21) ma che pare essersi dissolto (in seguito alle vittorie in guerra?). Insieme all’umiltà era presente una forte esitazione ad affrontare i rischi della responsabilità (10, 22-23). Lo stesso era avvenuto per Mosé (Es 4,1-17) e per Gedeone (Gdc 6,15). 

Saul non si impone come guida sul popolo ma si lascia trascinare da esso per non perdere il suo favore. Aronne aveva già commesso questo errore al Sinai (Es 32,21). C’è sempre il rischio che la guida rinunzi alla sua funzione faticosa. Paolo richiede ai suoi collaboratori il coraggio: «Annuncia la Parola, insisti al momento opportuno e non opportuno, ammonisci, rimprovera, esorta con ogni magnanimità e insegnamento. Verrà giorno, infatti, in cui non si sopporterà più la sana dottrina, ma, pur di udire qualcosa, gli uomini si circonderanno di maestri secondo i propri capricci… » (2 Tm 4,2-5).

Lo sterminio del nemico serviva per evitare che venissero intraprese delle guerre al puro scopo di razzia, non per necessità di difesa. Israele, poi, doveva evitare che, venendo a contatto con altri popoli, imitasse i loro abomini. 

Di fronte alla denuncia del peccato commesso, Saul scivola nell’insincerità e si mette ad accusare altri (v.21), come già avevano fatto Adamo ed Eva. Accusa il popolo mentre «egli s’illude con se stesso, davanti ai suoi occhi, nel non trovare la sua colpa e odiarla» (Sal 36,3). Davide, al contrario, confessa la sua colpa con sincerità e prontezza e viene subito perdonato (2 Sam 12,13). È l’atteggiamento del vero credente: «Sì, le mie iniquità io le riconosco, il mio peccato mi sta sempre dinanzi… tu gradisci la sincerità nel mio intimo, nel segreto del cuore mi insegni la sapienza» (Sal 51,5-8). 

Ormai è chiaro che Saul, messo alla prova, si mostra accanito nella conservazione del potere, e non cerca di agire in conformità con il Signore.


L’unzione di Davide (16,1-13a)

1Il Signore disse a Samuele: «Fino a quando piangerai su Saul, mentre io l'ho ripudiato perché non regni su Israele? Riempi d'olio il tuo corno e parti. Ti mando da Iesse il Betlemmita, perché mi sono scelto tra i suoi figli un re». 2Samuele rispose: «Come posso andare? Saul lo verrà a sapere e mi ucciderà». Il Signore soggiunse: «Prenderai con te una giovenca e dirai: «Sono venuto per sacrificare al Signore». 3Inviterai quindi Iesse al sacrificio. Allora io ti farò conoscere quello che dovrai fare e ungerai per me colui che io ti dirò». 4Samuele fece quello che il Signore gli aveva comandato e venne a Betlemme; gli anziani della città gli vennero incontro trepidanti e gli chiesero: «È pacifica la tua venuta?». 5Rispose: «È pacifica. Sono venuto per sacrificare al Signore. Santificatevi, poi venite con me al sacrificio». Fece santificare anche Iesse e i suoi figli e li invitò al sacrificio. 6Quando furono entrati, egli vide Eliàb e disse: «Certo, davanti al Signore sta il suo consacrato!». 7Il Signore replicò a Samuele: «Non guardare al suo aspetto né alla sua alta statura. Io l'ho scartato, perché non conta quel che vede l'uomo: infatti l'uomo vede l'apparenza, ma il Signore vede il cuore». 8Iesse chiamò Abinadàb e lo presentò a Samuele, ma questi disse: «Nemmeno costui il Signore ha scelto». 9Iesse fece passare Sammà e quegli disse: «Nemmeno costui il Signore ha scelto». 10Iesse fece passare davanti a Samuele i suoi sette figli e Samuele ripeté a Iesse: «Il Signore non ha scelto nessuno di questi». 11Samuele chiese a Iesse: «Sono qui tutti i giovani?». Rispose Iesse: «Rimane ancora il più piccolo, che ora sta a pascolare il gregge». Samuele disse a Iesse: «Manda a prenderlo, perché non ci metteremo a tavola prima che egli sia venuto qui». 12Lo mandò a chiamare e lo fece venire. Era fulvo, con begli occhi e bello di aspetto. Disse il Signore: «Alzati e ungilo: è lui!». 13Samuele prese il corno dell'olio e lo unse in mezzo ai suoi fratelli, e lo spirito del Signore irruppe su Davide da quel giorno in poi.

La defezione di Saul contrasta il progetto di salvezza ma lo non mette a repentaglio. Samuele non deve cadere in prostrazione. Mosè era stato sostituito da Giosuè (Nm 27,18). A Saul succede un nuovo eletto, che sarà migliore di lui. In modo simile agirà Elia. Anziché lasciarsi abbattere, dovrà riprendere la sua azione profetica e designare altri collaboratori: «Il Signore gli disse: “Su, ritorna sui tuoi passi verso il deserto di Damasco; giunto là, ungerai Cazaèl come re su Aram. Poi ungerai Ieu, figlio di Nimsì, come re su Israele e ungerai Eliseo, come profeta al tuo posto» (1 Re 19, 15-16). Quando Giovanni viene incarcerato, Gesù inizia la sa missione, migliore di quella del suo precursore (Mc 1,14). Giuda viene sostituito da Mattia (At 1,21-26). La Parola di Dio non viene incatenata: «La parola di Dio non è incatenata! Perciò io sopporto ogni cosa per quelli che Dio ha scelto, perché anch'essi raggiungano la salvezza che è in Cristo Gesù» (2 Tm 2,9-10). 

In un primo momento, Samuele si lascia prendere da valutazioni umane e pensa di dover scegliere Eliab, un personaggio ricorda molto Saul. Soltanto il Signore può valutare la persona in maniera veritiera: «Il Signore guarda dal cielo: egli vede tutti gli uomini, lui che di ognuno ha plasmato il cuore e ne comprende tutte le opere» (Sal 33,13.15). 

Alla fine viene scelto una persona trascurata, neppure convocata tra gli altri. Davide non sarà esente da clamorosi errori, ma risulterà adeguato al suo compito. Le qualità umane del giovane sono già un dono di Dio ma più rilevante è la forza dello Spirito e l’intenzione del Signore di sostenerlo: «Ho esaltato un eletto tra il mio popolo. Col mio santo olio l’ho cnsacrato; la mia mano è il suo sostegno, il mio braccio è la sua forza. La mia fedeltà e il mio amore saranno con lui e nel mio nome s’inbalzerà la mia fronte» (Sal 89, 20-25). 

Ci saranno altri consacrati: Salomone da parte del sacerdote Sadoc (1 Re 1,19); Elia unge Ieu (1 Re 19,16). 

Il vero consacrato è Gesù (Lc 4,18-19). In Lui anche i battezzati ricevono l’unzione: «È Dio stesso che ci conferma, insieme a voi, in Cristo e ci ha conferito l'unzione, ci ha impresso il sigillo e ci ha dato la caparra dello Spirito nei nostri cuori» (2 Cor 1,21-22). «Questo vi ho scritto riguardo a coloro che cercano di ingannarvi. E quanto a voi, l'unzione che avete ricevuto da lui rimane in voi e non avete bisogno che qualcuno vi istruisca. Ma, come la sua unzione vi insegna ogni cosa ed è veritiera e non mentisce, così voi rimanete in lui come essa vi ha istruito» (1 Gv 2,26-27).


Lo scontro con Golia (17,32-33.37.40-51)

Davide disse a Saul: «Nessuno si perda d'animo a causa di costui. Il tuo servo andrà a combattere con questo Filisteo». 33Saul rispose a Davide: «Tu non puoi andare contro questo Filisteo a combattere con lui: tu sei un ragazzo e costui è uomo d'armi fin dalla sua adolescenza». 37Davide aggiunse: «Il Signore che mi ha liberato dalle unghie del leone e dalle unghie dell'orso, mi libererà anche dalle mani di questo Filisteo». Saul rispose a Davide: «Ebbene va' e il Signore sia con te». 40Poi prese in mano il suo bastone, si scelse cinque ciottoli lisci dal torrente e li pose nella sua sacca da pastore, nella bisaccia; prese ancora in mano la fionda e si avvicinò al Filisteo.

41Il Filisteo avanzava passo passo, avvicinandosi a Davide, mentre il suo scudiero lo precedeva. 42Il Filisteo scrutava Davide e, quando lo vide bene, ne ebbe disprezzo, perché era un ragazzo, fulvo di capelli e di bell'aspetto. 43Il Filisteo disse a Davide: «Sono io forse un cane, perché tu venga a me con un bastone?». E quel Filisteo maledisse Davide in nome dei suoi dèi. 44Poi il Filisteo disse a Davide: «Fatti avanti e darò le tue carni agli uccelli del cielo e alle bestie selvatiche». 45Davide rispose al Filisteo: «Tu vieni a me con la spada, con la lancia e con l'asta. Io vengo a te nel nome del Signore degli eserciti, Dio delle schiere d'Israele, che tu hai sfidato. 46In questo stesso giorno, il Signore ti farà cadere nelle mie mani. Io ti abbatterò e ti staccherò la testa e getterò i cadaveri dell'esercito filisteo agli uccelli del cielo e alle bestie selvatiche; tutta la terra saprà che vi è un Dio in Israele. 47Tutta questa moltitudine saprà che il Signore non salva per mezzo della spada o della lancia, perché del Signore è la guerra ed egli vi metterà certo nelle nostre mani». 48Appena il Filisteo si mosse avvicinandosi incontro a Davide, questi corse a prendere posizione in fretta contro il Filisteo. 49Davide cacciò la mano nella sacca, ne trasse una pietra, la lanciò con la fionda e colpì il Filisteo in fronte. La pietra s'infisse nella fronte di lui che cadde con la faccia a terra. 50Così Davide ebbe il sopravvento sul Filisteo con la fionda e con la pietra, colpì il Filisteo e l'uccise, benché Davide non avesse spada. 51Davide fece un salto e fu sopra il Filisteo, prese la sua spada, la sguainò e lo uccise, poi con quella gli tagliò la testa. I Filistei videro che il loro eroe era morto e si diedero alla fuga. 

Davide fa un passo avanti molto coraggioso ma non avventato. Egli ha già conosciuto l’aiuto di Dio mentre se ne stava solo al pascolo. Ha imparato ad affrontare animali feroci molto pericolosi. Queste lotte sono diventate l’occasione per sperimentare la provvidenza di Dio nei suoi confronti. Saul si persuade e si mostra convinto della plusibilità del proposito di questo ragazzo. In qualche maniera il Signore lo ha addestrato perché sia in grado di affrontare il rischio che ora gli si presenta. Egli avanza nel nome del Signore che può, anzi, preferisce salvare il misero purché questi si affidi a lui, non conti su stesso o sulle sue risorse. Gedeone, tempo prima, aveva sperimentato la verità che ora Davide sta riaffermando (Gd 7,7). «Mi vanterò quindi ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo» (2 Cor 12,9).

«Il re non si salva per un grande esercito né un prode scampa per il suo grande vigore. Un’illusione è il cavallo per la vittoria, e neppure un grande esercito può dare salvezza. Ecco, l’occhio del Signore è su chi lo teme, su chi spera nel suo amore» (Sal 33,16-18). 

Golia è ricoperto da un’armatura che sembra renderlo del tutto invulnerabile ma è scoperto in un minuscolo punto sulla tempia. Tutte le potenze umane sono corazzate e invincibili in apparenza. Ma tutte conservano, senza avvedersi, un punto scoperto che diventa la loro debolezza e la causa della loro rovina. «Ora so che il Signore dà vittoria al suo consacrato; gli risponde dal suo cielo santo con la forza vittoriosa della sua destra. Chi fa affidamento sui carri, chi sui cavalli: noi invochiamo il nome del Signore, nostro Dio. Quelli si piegano e cadono, ma noi restiamo in piedi e siamo saldi» (Sal 21, 7-9). 


L'invidia di Saul (18,6-9; 19,1-7)

6Al loro rientrare, mentre Davide tornava dall’uccisione del Filisteo, uscirono le donne da tutte le città d’Israele a cantare e a danzare incontro al re Saul, accompagnandosi con i tamburelli, con grida di gioia e con sistri. 7Le donne cantavano danzando e dicevano: «Ha ucciso Saul i suoi mille e Davide i suoi diecimila». 8Saul ne fu molto irritato e gli parvero cattive quelle parole. Diceva: «Hanno dato a Davide diecimila, a me ne hanno dati mille. Non gli manca altro che il regno». 9Così da quel giorno in poi Saul guardava sospettoso Davide. 

19. 1Saul comunicò a Giònata, suo figlio, e ai suoi ministri di voler uccidere Davide. Ma Giònata, figlio di Saul, nutriva grande affetto per Davide. 2Giònata informò Davide dicendo: «Saul, mio padre, cerca di ucciderti. Sta’ in guardia domani, sta’ al riparo e nasconditi. 3Io uscirò e starò al fianco di mio padre nella campagna dove sarai tu e parlerò in tuo favore a mio padre. Ciò che vedrò te lo farò sapere». 4Giònata parlò dunque a Saul, suo padre, in favore di Davide e gli disse: «Non pecchi il re contro il suo servo, contro Davide, che non ha peccato contro di te, che anzi ha fatto cose belle per te. 5Egli ha esposto la vita, quando abbatté il Filisteo, e il Signore ha concesso una grande salvezza a tutto Israele. Hai visto e hai gioito. Dunque, perché pecchi contro un innocente, uccidendo Davide senza motivo?». 6Saul ascoltò la voce di Giònata e giurò: «Per la vita del Signore, non morirà!». 7Giònata chiamò Davide e gli riferì questo colloquio. Poi Giònata introdusse presso Saul Davide, che rimase alla sua presenza come prima.

La vittoria di Davide, strepitosa e inattesa, suscita una gioia smisurata nel popolo, manifestata nel canto e nella danza delle donne. La gioia è corale perché coinvolge tutte le città d’Israele. Dopo il passaggio del mare, furono le donne ad esprimere il ringraziamento di tutta la nazione (Es 15,20-21 ss). Le donne non intendono contrapporre Davide a Saul perché, pur glorificando il giovane eroe, vanno incontro al re, considerato il pianificatore dell’impresa. Saul ha permesso al giovane di affrontare la sfida e questi ha permesso al re di sconfiggere i nemici. Essi hanno collaborato, ognuno secondo il proprio ruolo. 

Gesù viene inviato dal Padre ed affronta la guerra contro la malvagità del mondo. Egli opera tutto a gloria del Padre, che è il principio e il compimento dell’opera di salvezza. Il Padre si compiace di Lui ed Egli non desidera altro che far sua l’opera designata dal Padre. Tra loro nessuna divisione o discordia. Tuttavia Gesù suscita l’invidia delle autorità religiose che, mosse da questo sentimento, cercheranno di farlo morire (Mt 27,18; Mc 15,10). 

L’invidia è il sentimento per il quale una persona soffre per il bene di cui gode un’altra persona. I Filistei invidiano il benessere di Isacco e si mettono a contrastarlo otturandogli i pozzi (Gen 26,14-15). Essa corrode, dapprima, la persona che si lascia invadere da essa: «Un cuore tranquillo è la vita del corpo, l’invidia è la carie delle ossa» (Pr 14,30).

Essendo l’opposto della carità, và annientata insieme alle altre passioni negative: «Quelli che sono di Cristo Gesù hanno crocifisso la carne con le sue passioni e i suoi desideri. Perciò se viviamo dello Spirito, camminiamo anche secondo lo Spirito. Non cerchiamo la vanagloria, provocandoci e invidiandoci gli uni gli altri» (Gal 5,24-26). «Anche noi un tempo eravamo insensati, disobbedienti, corrotti, schiavi di ogni sorta di passioni e di piaceri, vivendo nella malvagità e nell’invidia, odiosi e odiandoci a vicenda» (Tt 3,3).

Dio agisce per salvaguardare il suo eletto. Il sentimento di amicizia di Gionata, una persona retta e coraggiosa, è proprio ciò di cui il Signore si serve per venire in soccorso di Davide. Il suo intervento mostra come le persone, aggravate per il momento da passioni negative, possano essere risanate dalla una parola di verità e benevolenza. Chiunque può venire a trovarsi in uno stato confusionale e in quella circostanza ha bisogno di una parola che unisca alla verità un tenore di mitezza. «Fratelli, se uno viene sorpreso in qualche colpa, voi, che avete lo Spirito, correggetelo con spirito di dolcezza. E tu vigila su te stesso, per non essere tentato anche tu. Portate i pesi gli uni degli altri: così adempirete la legge di Cristo. Se infatti uno pensa di essere qualcosa, mentre non è nulla, inganna se stesso. 4Ciascuno esamini invece la propria condotta e allora troverà motivo di vanto solo in se stesso e non in rapporto agli altri. Ciascuno infatti porterà il proprio fardello» (Gal 6,1-5). 


Davide risparmia Saul (24,3-21)

3Saul scelse tremila uomini valorosi in tutto Israele e partì alla ricerca di Davide e dei suoi uomini di fronte alle Rocce dei Caprioli. 4Arrivò ai recinti delle greggi lungo la strada, ove c'era una caverna. Saul vi entrò per coprire i suoi piedi, mentre Davide e i suoi uomini se ne stavano in fondo alla caverna. 5Gli uomini di Davide gli dissero: «Ecco il giorno in cui il Signore ti dice: «Vedi, pongo nelle tue mani il tuo nemico: trattalo come vuoi»». Davide si alzò e tagliò un lembo del mantello di Saul, senza farsene accorgere. 6Ma ecco, dopo aver fatto questo, Davide si sentì battere il cuore per aver tagliato un lembo del mantello di Saul. 7Poi disse ai suoi uomini: «Mi guardi il Signore dal fare simile cosa al mio signore, al consacrato del Signore, dallo stendere la mano su di lui, perché è il consacrato del Signore». 8Davide a stento dissuase con le parole i suoi uomini e non permise loro che si avventassero contro Saul. Saul uscì dalla caverna e tornò sulla via.

9Dopo questo fatto, Davide si alzò, uscì dalla grotta e gridò a Saul: «O re, mio signore!». Saul si voltò indietro e Davide si inginocchiò con la faccia a terra e si prostrò. 10Davide disse a Saul: «Perché ascolti la voce di chi dice: «Ecco, Davide cerca il tuo male»? 11Ecco, in questo giorno i tuoi occhi hanno visto che il Signore ti aveva messo oggi nelle mie mani nella caverna; mi si diceva di ucciderti, ma ho avuto pietà di te e ho detto: «ǰ stenderò le mani sul mio signore, perché egli è il consacrato del Signore». 12Guarda, padre mio, guarda il lembo del tuo mantello nella mia mano: quando ho staccato questo lembo dal tuo mantello nella caverna, non ti ho ucciso. Riconosci dunque e vedi che non c'è in me alcun male né ribellione, né ho peccato contro di te; invece tu vai insidiando la mia vita per sopprimerla. 13Sia giudice il Signore tra me e te e mi faccia giustizia il Signore nei tuoi confronti; ma la mia mano non sarà mai contro di te. 14Come dice il proverbio antico: «Dai malvagi esce il male, ma la mia mano non sarà contro di te».15Contro chi è uscito il re d'Israele? Chi insegui? Un cane morto, una pulce. 16Il Signore sia arbitro e giudice tra me e te, veda e difenda la mia causa e mi liberi dalla tua mano».17Quando Davide ebbe finito di rivolgere a Saul queste parole, Saul disse: «È questa la tua voce, Davide, figlio mio?». Saul alzò la voce e pianse. 18Poi continuò rivolto a Davide: «Tu sei più giusto di me, perché mi hai reso il bene, mentre io ti ho reso il male. 19Oggi mi hai dimostrato che agisci bene con me e che il Signore mi aveva abbandonato nelle tue mani e tu non mi hai ucciso. 20Quando mai uno trova il suo nemico e lo lascia andare sulla buona strada? Il Signore ti ricompensi per quanto hai fatto a me oggi. 21Ora, ecco, sono persuaso che certamente regnerai e che sarà saldo nelle tue mani il regno d'Israele.

Mentre Davide, inseguito da un numero considerevole di armati, si trova in una situazione estrema, vede cadere il suo persecutore in sua balìa per una casualità risibile. 

Gli accorgimenti tattici del re sono resi vani da un imprevisto impensabile, nel quale è lui a farsi vittima. Nessuno è in grado di assicurare la propria esistenza in maniera infallibile. «Non è degli agili la corsa né dei forti la guerra … perché il tempo e il caso raggiungono tutti. Infatti l’uomo non conosce neppure la sua ora: simile ai pesci che sono presi dalla rete fatale, l’uomo è sorpreso dalla sventura che improvvisa si abbatte su di lui» (Qo 9,11-12). Nessuno sfugge alla decisione del Signore: «Come argilla nelle mani del vasaio che la modella a suo piacimento, così gli uomini nelle mani di colui che li ha creati e li ricompensa secondo il suo giudizio» (Sir 33,16). 

Il senso d’ogni evento è aperto al discernimento di chi lo vive. Può diventare un’occasione di grazia oppure di vendetta, un fatto encomiabile oppure deplorevole. I compagni di Davide giudicano l’avvenimento in modo istintivo. Pensano che Dio lo abbia consegnato a loro per dar loro l’opportunità di eliminarlo. Proiettano su Dio i loro pensieri e desideri. 

Davide, cogliendo nelle loro parole un sentimento di profonda avversione, intuisce che questa volontà di eliminazione di Saul, una persona con la quale aveva stabilito, un tempo, un rapporto di collaborazione, non potrebbe affatto corrispondere al volere di Dio. Sa bene che egli, inoltre, è un consacrato stabilito in autorità dal Signore stesso e che si era impegnato in modo encomiabile a servizio del popolo. Non era stato ua persona priva di buone azioni. Queste motivazioni si oppongono ad una condanna a morte. Davide, riesce con difficoltà a disarmare l’animo dei suoi compagni, e vuole offrire al re un’occasione di riconciliazione. Gli mostra che da parte sua non è animato da alcuna intenzione malevole, né che intende soppiantarlo. La preoccupazione di Saul ora appare del tutto infondata. 

Rispetto all’apparato regale di Saul, il giovane non è che una nullità. Il re dovrebbe riflettere su questo. Mentre Davide si trova in pericolo, egli è al sicuro. Nessuno vuole né può aggredirlo. 

Nel suo agire Davide è mosso da una motivazione profonda. Non si limita ad elaborare quelle che appaiono le tattiche più opportune ma confida nel giudizio del Signore. Tra lui e il re, il giovane colloca Dio stesso. Saul si salva perché Davide si lascia guidare dalla fede. È la fede a determinare i suoi sentimenti e le sue valutazioni. Se Saul decidesse di prolungare il suo agire persecutorio, egli è certo che Dio saprà proteggerlo. Inoltre sa di essere stato già consacrato e quindi non deve forzare il tempo della realizzazione di quanto è stato stabilito dal Signore. In questa disponibilità all’obbedienza a Dio sta il tratto regale di Davide, grazie al quale un giorno potrà regnare e sarà la disobbedienza a Dio la causa che metterà a repentaglio il suo trono. 

Davide prefigura la vicenda di Gesù. Gesù chiede a Pietro di deporre la spada ed afferma che se il Padre volesse usare violenza, metterebbe a sua disposizione legioni di angeli. Gesù mostra benevolenza verso Giuda del quale già conosce il tradimento e concede il perdono ai suoi persecutori. Confida che il Padre non permetterà che la sua missione si concluda nel fallimento ma che, a suo tempo, secondo il suo disegno divino, il Regno, inaugurato nella fatica e nella debolezza, otterrà piena realizzazione. Lascia al Padre la decisione circa i tempi e i modi. 


La morte di Saul 

(1,1-4; 11-12. 17. 19. 23-27)

1Dopo la morte di Saul, Davide tornò dalla strage degli Amaleciti e rimase a Siklag due giorni. 2Al terzo giorno ecco arrivare un uomo dal campo di Saul con la veste stracciata e col capo cosparso di polvere. Appena giunto presso Davide, cadde a terra e si prostrò. 3Davide gli chiese: «Da dove vieni?». Rispose: «Sono fuggito dal campo d'Israele». 4Davide gli domandò: «Come sono andate le cose? Su, dammi notizie!». Rispose: «È successo che il popolo è fuggito nel corso della battaglia, molti del popolo sono caduti e sono morti; anche Saul e suo figlio Giònata sono morti». 11Davide afferrò le sue vesti e le stracciò; così fecero tutti gli uomini che erano con lui. 12Essi alzarono lamenti, piansero e digiunarono fino a sera per Saul e Giònata, suo figlio, per il popolo del Signore e per la casa d'Israele, perché erano caduti di spada. 17Allora Davide intonò questo lamento su Saul e suo figlio: 19«Il tuo vanto, Israele, sulle tue alture giace trafitto! Come sono caduti gli eroi? 23O Saul e Giònata, amabili e gentili, né in vita né in morte furono divisi; erano più veloci delle aquile, più forti dei leoni. 24Figlie d'Israele, piangete su Saul, che con delizia vi rivestiva di porpora, che appendeva gioielli d'oro sulle vostre vesti. 25Come son caduti gli eroi in mezzo alla battaglia? Giònata, sulle tue alture trafitto! 26Una grande pena ho per te, fratello mio, Giònata! Tu mi eri molto caro; la tua amicizia era per me preziosa, più che amore di donna. 27Come sono caduti gli eroi, sono perite le armi?».

Mentre Davide vince Amalek, Saul, il suo nemico più temibile, viene sconfitto sul Gelboe. Ciò avviene in uno degli scontri con i Filistei e il re muore insieme ai figli. Davide avrebbe ottimi motivi per rallegrarsi della fine del suo persecutore, invece si affligge per la sventura accaduta a lui e all’esercito d’Israele. Non si limita a compiangerli ma si afligge nel digiuno. 

È costernato, in modo particolare, per la morte dell’amico Gionata, dal quale era sempre stato aiutato sostenuto. Nel raccontare gli episodi di collaborazione tra loro due, la Bibbia ribadisce il valore dell’amicizia. «Profumo e incenso allietano il cuore e il consiglio dell’amico addolcisce l’animo (Pr 27,9). «Un amico fedele è rifugio sicuro: chi lo trova, trova un tesoro. Per un amico fedele non c’è prezzo, non c’è misura per il suo valore. Un amico fedele è medicina che dà vita: lo troveranno quelli che temono il Signore. Chi teme il Signore sa scegliere gli amici: come è lui, tali saranno i suoi amici» (Sir 6, 14-17). 

La relazione stessa con Dio presenta i caratteri d’una relazione d’amicizia: «Ma tu, Israele, mio servo, tu Giacobbe, che ho scelto, discendente di Abramo, mio amico» (Is 41,8). Gesù mostra l’amicizia del Signore verso gli uomini. Si mostra amico anche delle persone che, normalmente, vengono malviste (Mt 11,20) e coltiva l’amicizia con Lazzaro e le due sorelle (Gv 11). 

In alcuni testi, si afferma che l’amico autentico è colui che conserva sentimenti di benevolenza soprattutto nel momento della disgrazia: «Un amico vuol bene sempre, è nato per essere un fratello nella sventura» (Pr 17,17) «Quand’erano malati, vestivo di sacco, mi affliggevo col digiuno, la mia preghiera riecheggiava nel mio petto. Accorrevo come per un amico, come per un mio fratello, mi prostravo nel dolore come in lutto per la madre» (Sal 35,13-14). Come Davide piange Gionata, Gesù piange la morte di Lazzaro (Gv 11,35-38). A Davide sta più a cuore il benessere della nazione che il suo personale. Gesù piange su Gerusalemme, sulla nazione che lo affligge (Lc 19,41). 

Egli è disposto a dare la vita per i suoi amici e per i suoi nemici (Gv 15,13). Paolo preferisce i fratelli giudei, suoi nemici, a se stesso e accetterebbe di essere separato da Cristo se ciò fosse di vantaggio per loro che in quel momento lo fanno soffrire (Rm 9,3). 


Inaugurazione del regno di Davide 

( 5,1-7.10)

1Vennero allora tutte le tribù d'Israele da Davide a Ebron, e gli dissero: «Ecco noi siamo tue ossa e tua carne. 2Già prima, quando regnava Saul su di noi, tu conducevi e riconducevi Israele. Il Signore ti ha detto: “Tu pascerai il mio popolo Israele, tu sarai capo d'Israele”». 3Vennero dunque tutti gli anziani d'Israele dal re a Ebron, il re Davide concluse con loro un'alleanza a Ebron davanti al Signore ed essi unsero Davide re d'Israele. 4Davide aveva trent'anni quando fu fatto re e regnò quarant'anni. 5A Ebron regnò su Giuda sette anni e sei mesi e a Gerusalemme regnò trentatré anni su tutto Israele e su Giuda. 6Il re e i suoi uomini andarono a Gerusalemme contro i Gebusei che abitavano in quella regione. Costoro dissero a Davide: «Tu qui non entrerai: i ciechi e gli zoppi ti respingeranno», per dire: «Davide non potrà entrare qui». 7Ma Davide espugnò la rocca di Sion, cioè la Città di Davide. 10Davide andava sempre più crescendo in potenza e il Signore, Dio degli eserciti, era con lui.

La guerra tra Giuda ed Israele si spegne. La discendenza di Saul è scomparsa e le tribù che avevano parteggiato per lui, accettano che Davide diventi anche il loro re. Questi riceve l’unzione regale per la terza volta: la prima unzione, da parte di Samuele, è avvenuta nell’ambito familiare; la seconda, avvenne ad Ebron, la città dei patriarchi, davanti alla tribù di Giuda (sud); la terza avviene ancora ad Ebron, per iniziativa delle tribù di Israele (nord). Per consolidare la pacificazione, Davide conquista e poi stabilisce come sua residenza una città, Gerusalemme, che allora era in territorio neutrale poiché non apparteneva a nessuna delle tribù. 

Gli eventi accaduti esigono una lettura più profonda. Gli Israeliti vedono realizzarsi il progetto che Dio aveva cominciato a svolgere a partire dall’unzione segreta dell’adolescente Davide. Questa designazione sembrò fallire totalmente e l’eletto dovette affrontare l’ostilità di Saul e degli uomini appartenenti alle tribù che si erano vincolati a lui. Ora questi riconoscono che il Signore aveva scelto proprio Davide, preferendolo a Saul, e che l’aveva sorretto nel tempo della persecuzione. Riconoscendo l’opera di Dio, desiderano ora diventare familiari del suo eletto, “essere sue ossa e sua carne”. L’unica fede nell’unico Signore consente al popolo di unificarsi in un’unica nazione. 

Il travaglio di Davide preannuncia quello di Gesù. Egli fu inviato dal Padre e designato da lui come il Figlio amato. Nonostante questa proclamazione, fu osteggato dai capi del popolo fino alla sua crocifissione. Il Padre, facendolo risorgere da morte, lo stabilì in autorita alla sua destra. Da allora Gesù cominciò ad aggregare discepoli da ogni nazione. Essi sono la sua vera e nuova famiglia, anzi formano con Lui un solo corpo. Al presente non vediamo ancora che Gesù abbia acquisito il suo regno in modo totale ma che Egli continua a regnare nonostante tanta opposizione. Un giorno egli, adempiuta in pienezza la sua missione, consegnerà il suo regno al Padre perché Egli sia “tutto in tutti”. 


Trasporto dell’Arca (6,12b-15. 17-19)

12Ma poi fu detto al re Davide: «Il Signore ha benedetto la casa di Obed-Edom e quanto gli appartiene, a causa dell'arca di Dio». Allora Davide andò e fece salire l'arca di Dio dalla casa di Obed-Edom alla Città di Davide, con gioia. 13Quando quelli che portavano l'arca del Signore ebbero fatto sei passi, egli immolò un giovenco e un ariete grasso. 14Davide danzava con tutte le forze davanti al Signore. Davide era cinto di un efod di lino. 15Così Davide e tutta la casa d'Israele facevano salire l'arca del Signore con grida e al suono del corno. 17Introdussero dunque l'arca del Signore e la collocarono al suo posto, al centro della tenda che Davide aveva piantato per essa; Davide offrì olocausti e sacrifici di comunione davanti al Signore. 18Quando ebbe finito di offrire gli olocausti e i sacrifici di comunione, Davide benedisse il popolo nel nome del Signore degli eserciti 19e distribuì a tutto il popolo, a tutta la moltitudine d'Israele, uomini e donne, una focaccia di pane per ognuno, una porzione di carne arrostita e una schiacciata di uva passa. Poi tutto il popolo se ne andò, ciascuno a casa sua.

Prima di portare l’Arca a Gerusalemme, presso la sua casa, David attende un segno da parte del Signore stesso. Ogni atto di culto deve essere svolto in sintonia con Lui. Tanto meno è possibile comporre insieme festività e delitto.

Prima di intraprendere il cammino in modo regolare, al settimo passo, la comunità immola un giovenco e un ariete. Il nostro cammino, quello della nostra vita, deve avanzare nella benedizione di Dio: «Benedico il Signore che mi ha dato consiglio, anche di notte il mio animo mi istruisce. Pongo davanti a me il Signore; sta alla mia destra, non posso vacillare» (Salmo 16,7-8). Davide risponde all’iniziativa di riconciliazione aperta dal Signore, che ha voluto benedire la casa di Obed-Edom, sebbene fosse un filisteo. 

Davide, colmo di un sentimento di ringraziamento verso il Signore, si profonde nella lode, espressa in una danza frenetica (giudicata smodata dalla moglie), tutta la sua persona è coinvolta nella celebrazione. Il popolo partecipa con le grida di acclamazione e con il suono del corno. La fede deve sempre scaturire dallo stupore e dalla lode, dal sentimento d’essere amati da Dio. Agirono così i contemporanei di Gesù dopo la guarigione del paralitico: «Subito egli (il paralitico) si alzò davanti a loro, prese il lettuccio su cui era disteso e andò a casa sua, glorificando Dio. Tutti furono colti da stupore e davano gloria a Dio; pieni di timore dicevano: “Oggi abbiamo visto cose prodigiose”» (Lc 5,25-26). Ogni giorno la Chiesa vede cose meravigliose. 

L’Arca viene introdotta nella tenda, il luogo d’abitazione preferito da Dio, grazie al quale ha potuto accompagnare il popolo nel cammino dell’Esodo. 

David, che era cinto di un efod di lino (come Samuele, cf 1 Sam 2,18), benedice il popolo. Egli è re e sacerdote, funzioni che caraterizzano il popolo di Dio (Cf Es 19,6; 1 Pt 2,5). 

La festa religiosa è completata da un banchetto al quale tutti possono partecipare. La salvezza non è mai soltanto spirituale. La comunione degli animi viene corroborata dalla comunione di mensa. Così farà Neemia dopo la solenne proclamazione della Parola di Dio: «Neemia disse loro: “Andate, mangiate carni grasse e bevete vini dolci e mandate porzioni a quelli che nulla hanno di preparato, perché questo giorno è consacrato al Signore nostro; non vi rattristate, perché la gioia del Signore è la vostra forza». I leviti calmavano tutto il popolo dicendo: “Tacete, perché questo giorno è santo; non vi rattristate!”. Tutto il popolo andò a mangiare, a bere, a mandare porzioni e a esultare con grande gioia, perché avevano compreso le parole che erano state loro proclamate» (Ne 8, 10-12). 

Gesù consolida la comunione con i suoi amici, con i peccatori e con i discepoli, mediante la partecipazione ad una mensa comune, fino a figurare un mangione ed un beone (Mt 11,19). I suoi discepoli riprenderanno l’uso di frequenti pasti comuni (At 2,46). 


Profezia di Natan (7,4-17)

Quella stessa notte fu rivolta a Natan questa parola del Signore: 5«Va' e di' al mio servo Davide: Così dice il Signore: «Forse tu mi costruirai una casa, perché io vi abiti? 6Io infatti non ho abitato in una casa da quando ho fatto salire Israele dall'Egitto fino ad oggi; sono andato vagando sotto una tenda, in un padiglione. 7Durante tutto il tempo in cui ho camminato insieme con tutti gli Israeliti, ho forse mai detto ad alcuno dei giudici d'Israele, a cui avevo comandato di pascere il mio popolo Israele: Perché non mi avete edificato una casa di cedro?».

8Ora dunque dirai al mio servo Davide: Così dice il Signore degli eserciti: «Io ti ho preso dal pascolo, mentre seguivi il gregge, perché tu fossi capo del mio popolo Israele. 9Sono stato con te dovunque sei andato, ho distrutto tutti i tuoi nemici davanti a te e renderò il tuo nome grande come quello dei grandi che sono sulla terra. 10Fisserò un luogo per Israele, mio popolo, e ve lo pianterò perché vi abiti e non tremi più e i malfattori non lo opprimano come in passato 11e come dal giorno in cui avevo stabilito dei giudici sul mio popolo Israele. Ti darò riposo da tutti i tuoi nemici. Il Signore ti annuncia che farà a te una casa. 12Quando i tuoi giorni saranno compiuti e tu dormirai con i tuoi padri, io susciterò un tuo discendente dopo di te, uscito dalle tue viscere, e renderò stabile il suo regno. 13Egli edificherà una casa al mio nome e io renderò stabile il trono del suo regno per sempre. 14Io sarò per lui padre ed egli sarà per me figlio. Se farà il male, lo colpirò con verga d'uomo e con percosse di figli d'uomo, 15ma non ritirerò da lui il mio amore, come l'ho ritirato da Saul, che ho rimosso di fronte a te. 16La tua casa e il tuo regno saranno saldi per sempre davanti a te, il tuo trono sarà reso stabile per sempre»». 17Natan parlò a Davide secondo tutte queste parole e secondo tutta questa visione.

Vediamo il significato più importante: «Bait» in ebraico significa casa ma anche discendenza. Davide si propone di costruire una casa al Signore, ma il Signore costruisce per lui una discendenza: «Susciterò un tuo discendente dopo di te e renderò stabile il suo regno». 

Il discendente sarà Salomone, il costruttore del tempio, ma soprattutto il futuro Messia. L’angelo Gabriele dice a Maria, a proposito del Figlio che concepirà e partorirà: «Il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine» (Lc 1,32-33). Il discendente di Davide destinatario ultimo di questa profezia, allora, è Gesù Risorto, collocato dal Padre alla sua destra nel cielo. A sua riguaro la Chiesa proclama: «Verrà a giudicare i vivi e i morti e il suo Regno non avrà fine». 

Il re discendente di David sperimenterà la paternità di Dio in una modalità tutta particolare, semplice prefigurazione di quella di cui godrà Gesù, l’unico vero Figlio di Dio. 

Il Signore valorizza la tenda rispetto al tempio. Preferisce spostarsi e camminare con il suo popolo piuttosto che rimanere fermo in un luogo fisso. Davide, a sua volta, deve riconoscere che il Signore è stato sempre con lui: «Sono stato con te dovunque sei andato». Per questo il tempio continuerà a chiamarsi anche tenda. Secondo Ezechiele, il trono di Dio posa su delle ruote per spostarsi facilmente e recarsi presso i deportati in oriente, benché idegni della sua presenza (Ez 11,22-29). 

Gesù ha piantato la sua tenda in mezzo a noi. Più che abitare in una tenda è stato lui stesso una tenda fragile. Ha condiviso, cioè, la precarietà della nostra esistenza ed anche ora vuole rimanere con noi per sempre. «Poiché dunque i figli hanno in comune il sangue e la carne, anche Cristo allo stesso modo ne è divenuto partecipe. Egli infatti non si prende cura degli angeli, ma della stirpe di Abramo si prende cura. Perciò doveva rendersi in tutto simile ai fratelli, per diventare un sommo sacerdote misericordioso e degno di fede» (Eb 2,14-17). 


Ringraziamento di Davide (2 Sam 7,18-19-24-29)

18Allora il re Davide andò a presentarsi davanti al Signore e disse: «Chi sono io, Signore Dio, e che cos'è la mia casa, perché tu mi abbia condotto fin qui? 19E questo è parso ancora poca cosa ai tuoi occhi, Signore Dio: tu hai parlato anche della casa del tuo servo per un lontano avvenire: e questa è la legge per l'uomo, Signore Dio! 24Hai stabilito il tuo popolo Israele come popolo tuo per sempre, e tu, Signore, sei diventato Dio per loro. 25Ora, Signore Dio, la parola che hai pronunciato sul tuo servo e sulla sua casa confermala per sempre e fa' come hai detto. 26Il tuo nome sia magnificato per sempre così: «Il Signore degli eserciti è il Dio d'Israele!». La casa del tuo servo Davide sia dunque stabile davanti a te! 27Poiché tu, Signore degli eserciti, Dio d'Israele, hai rivelato questo al tuo servo e gli hai detto: «Io ti edificherò una casa!». Perciò il tuo servo ha trovato l'ardire di rivolgerti questa preghiera. 28Ora, Signore Dio, tu sei Dio, le tue parole sono verità. Hai fatto al tuo servo queste belle promesse. 29Dégnati dunque di benedire ora la casa del tuo servo, perché sia sempre dinanzi a te! Poiché tu, Signore Dio, hai parlato e per la tua benedizione la casa del tuo servo è benedetta per sempre!».

Il Signore, promettendogli una discendenza eterna, offre a Davide un dono molto più grande di quello della costruzione di un tempio che questi intendeva prestargli. La vastità della generosità divina sorprende sempre al punto da rendere impossibile un ringaziamento adeguato: «Come potremmo avere la forza per lodarlo? Egli infatti, il Grande, è al di sopra di tutte le sue opere. Nel glorificare il Signore, esaltatelo quanto più potete, perché non sarà mai abbastanza. Nell’esaltarlo moltiplicate la vostra forza, non stancatevi, perché non finirete mai. Chi lo ha contemplato e lo descriverà? Chi può magnificarlo come egli è? Vi sono molte cose nascoste più grandi di queste: noi contempliamo solo una parte delle sue opere» (Sir 43,27-32). 

«Chi sono io, Signore Dio, e che cos'è la mia casa, perché tu mi abbia condotto fin qui?» Davide scopre d’essere stato amato senza alcun merito. Confrontandosi con la vastità dell’amore di Dio verso di lui e verso il suo popolo, scopre la povertà sua e della sua gente. Quando veniamo amati e ci accorgiamo di questo, diventiamo qualcuno, anziché restare delle nullità. Possiamo ammettere la nostra nullità senza rimanere sgomenti proprio nel fatto di scoprirci amati. Nel sentimenti di stupore e di riconoscenza di David viene messa fuoco l’essenza della vita di fede. Tutti veniamo amati a dismisura al di là dei nostri meriti. 

Ora Davide non deve preoccuparsi di guadagnare la sua vita né di incrementare la sua personalità perché ciò che ha ricevuto (e continuerà a ricevere) supera le sue possibilità e le sue aspirazioni. La sua preghiera non può essere altro che la richiesta che Dio realizzi ciò che ha promesso e che ha cominciato a compiere. Anche la preghiera del cristiano dovrebbe essere soltanto questa: «Avvenga per me secondo la tua parola!» (Lc 1,38). «Il Dio della pace… vi renda perfetti in ogni bene, perché possiate compiere la sua volontà, operando in voi ciò che a lui è gradito per mezzo di Gesù Cristo, al quale sia gloria nei secoli dei secoli. Amen» (Eb 13,20-21). 

Quando, nel passare del tempo, la discendenza di Davide (o tenda) sembrerà caduta in modo definitivo, il Signore l’ha riedificherà dilatandola, chiamando anche i pagani alla fede (Atti 15, 16-18). 


Il peccato di Davide 

(2 Sam 11, 1-4 a; 5-10 a; 13-17). 

1 Davide mandò Ioab con i suoi servitori e con tutto Israele a compiere devastazioni contro gli Ammoniti; posero l'assedio a Rabbà, mentre Davide rimaneva a Gerusalemme. 2Un tardo pomeriggio Davide, alzatosi dal letto, si mise a passeggiare sulla terrazza della reggia. Dalla terrazza vide una donna che faceva il bagno: la donna era molto bella d'aspetto. 3Davide mandò a informarsi sulla donna. Gli fu detto: «È Betsabea, figlia di Eliàm, moglie di Uria l'Ittita». 4Allora Davide mandò messaggeri a prenderla. Ella andò da lui ed egli giacque con lei, che si era appena purificata dalla sua impurità. Poi ella tornò a casa. 

5La donna concepì e mandò ad annunciare a Davide: «Sono incinta». 6Allora Davide mandò a dire a Ioab: «Mandami Uria l'Ittita». Ioab mandò Uria da Davide. 7Arrivato Uria, Davide gli chiese come stessero Ioab e la truppa e come andasse la guerra. 8Poi Davide disse a Uria: «Scendi a casa tua e làvati i piedi». Uria uscì dalla reggia e gli fu mandata dietro una porzione delle vivande del re. 9Ma Uria dormì alla porta della reggia con tutti i servi del suo signore e non scese a casa sua. 10La cosa fu riferita a Davide: «Uria non è sceso a casa sua» 13Davide lo invitò a mangiare e a bere con sé e lo fece ubriacare; la sera Uria uscì per andarsene a dormire sul suo giaciglio con i servi del suo signore e non scese a casa sua. 14La mattina dopo Davide scrisse una lettera a Ioab e gliela mandò per mano di Uria. 15Nella lettera aveva scritto così: «Ponete Uria sul fronte della battaglia più dura; poi ritiratevi da lui perché resti colpito e muoia». 16Allora Ioab, che assediava la città, pose Uria nel luogo dove sapeva che c'erano uomini valorosi. 17Gli uomini della città fecero una sortita e attaccarono Ioab; caddero parecchi della truppa e dei servi di Davide e perì anche Uria l'Ittita.

«L’ozio insegna molte cose cattive» (Pr 33,29). L’«ozio indolente» è tra i peccati gravi di Sodoma (Ez 16,49). 

Davide compie adulterio prima nel cuore e poi nella prassi. Non s’avvede dell’assalto del male e non lo respinge. «Il peccato è accovaggiato alla tua porta; verso di te è il suo istinto, e tu lo dominerai» (Gen 4,7). Betsabea, attenta alla purità cultuale, acconsente con facilità all’istigazione al male. L’uno e l’altra sono di per sé dei giusti che però non sono immuni dal peccato. «Non c’è infatti sulla terra un uomo così giusto che faccia solo il bene e non sbagli mai» (Qo 7,20). 

Il peccato dell’impurità è molto grave, non tanto in se stesso, ma perché, toglie la libertà alla persona lasciando in balia dei suoi desideri, dei bisogni affettivi stringenti, della volontà di rivalsa. Intorbidendo la sua consapevolezza, può spingere a comportamenti negativi sempre più marcati, nel caso estremo fino al femminicidio o all’omicidio. 

Proibito dal Decalogo, l’adulterio è passibile di morte (Lev 20,10). È condannato dai Profeti e dai saggi (Ml 2,13-16; Pr 2,16-19) Esso diviene simbolo di infedeltà al Signore, per cui Israele è andato dietro ad altri mariti/idoli abbandonando l'unico sposo che è sempre fedele. Gesù, che porta la legge al suo pieno compimento, cioè l'amore, dona la definitiva interpretazione del comando di non commettere adulterio. Interiorizza e approfondisce la santità e la fedeltà dell'unione coniugale, equiparando il ripudio/divorzio e la successiva nuova unione all'adulterio (Mt 5,27-32). Egli tuttavia perdona l'adultera ordinandole di non peccare più (Gv 8,1-11). 

La vicenda di Davide e Bertsabea rivela come tutti gli uomini siano peccatori ma tutti, compresi quelli che hanno preceduto Gesù nella storia, sono giustificati nel sangue di Cristo (Rm 3,23-25). 


Pentimento di Davide (12,1-7 a. 10-17)

1Il Signore mandò il profeta Natan a Davide, e Natan andò da lui e gli disse: «Due uomini erano nella stessa città, uno ricco e l'altro povero. 2Il ricco aveva bestiame minuto e grosso in gran numero, 3mentre il povero non aveva nulla, se non una sola pecorella piccina, che egli aveva comprato. Essa era vissuta e cresciuta insieme con lui e con i figli, mangiando del suo pane, bevendo alla sua coppa e dormendo sul suo seno. Era per lui come una figlia. 4Un viandante arrivò dall'uomo ricco e questi, evitando di prendere dal suo bestiame minuto e grosso quanto era da servire al viaggiatore che era venuto da lui, prese la pecorella di quell'uomo povero e la servì all'uomo che era venuto da lui».5Davide si adirò contro quell'uomo e disse a Natan: «Per la vita del Signore, chi ha fatto questo è degno di morte. 6Pagherà quattro volte il valore della pecora, per aver fatto una tal cosa e non averla evitata». 7Allora Natan disse a Davide: «Tu sei quell'uomo! Così dice il Signore, Dio d'Israele: la spada non si allontanerà mai dalla tua casa, poiché tu mi hai disprezzato e hai preso in moglie la moglie di Uria l'Ittita». 11Così dice il Signore: «Ecco, io sto per suscitare contro di te il male dalla tua stessa casa; prenderò le tue mogli sotto i tuoi occhi per darle a un altro, che giacerà con loro alla luce di questo sole. 12Poiché tu l'hai fatto in segreto, ma io farò questo davanti a tutto Israele e alla luce del sole»». 13Allora Davide disse a Natan: «Ho peccato contro il Signore!». Natan rispose a Davide: «Il Signore ha rimosso il tuo peccato: tu non morirai. 14Tuttavia, poiché con quest'azione tu hai insultato il Signore, il figlio che ti è nato dovrà morire». 15Natan tornò a casa. Il Signore dunque colpì il bambino che la moglie di Uria aveva partorito a Davide e il bambino si ammalò gravemente. 16Davide allora fece suppliche a Dio per il bambino, si mise a digiunare e, quando rientrava per passare la notte, dormiva per terra. 17Gli anziani della sua casa insistevano presso di lui perché si alzasse da terra, ma egli non volle e non prese cibo con loro. 

Natan conduce gradualmente Davide al pentimento mediante un’accorgimento pedagogico. Non lo affronta in modo diretto ma lo fa riflettere esponendogli un caso fittizio, nel quale però il re potrebbe intravedere se stesso e la sua vicenda. Nella reazione di Davide contro il crimine denunciato, anche se solo presunto, affiora la sua coscienza di uomo e di sovrano molto sensibile alla giustizia. Nonostante questa notevole qualità, il re, preso da passione, non si era accorto che stava per commettere una gravissima ingiustizia e un crimine, analoghi a quelli compiuti dal protagonista del racconto. Severo nel confronto di terzi, si è mostrato confuso e indulgente nel valutare se stesso e le sue azioni. Anche la persona retta, quindi, può convivere con una passione che la induce a peccare, mentre giustifica la sua incoerenza. «L’intimo dell’uomo e il suo cuore: un abisso!» (Sal 64,7). «Niente è più infido del cuore e difficilmente guarisce! Chi lo può conoscere? Io, il Signore, scruto la mente e saggio i cuori, per dare a ciascuno secondo la sua condotta, secondo il frutto delle sue azioni» (Ger 17,9-10). 

Davide di per sé merita la morte per aver fatto eliminare l’innocente Uria, ma, grazie al pentimento sincero, viene perdonato e può continuare a vivere. Tuttavia come peccatore dovrà sottostare ad una punizione pedagogica. Il cattivo comportamento avrà un influsso negativo nella sua stessa cerchia familiare. Il male provoca altro male. 

Il vero pentimento spinge ad andare incontro alla giustizia e a cercare di riparare il male compiuto. Tuttavia, anziché infierire sul colpevole assegnando punizioni vendicative (uno stile che ancora affiora nella punizione annunciata da Natan), è preferibile, in riparazione del male commesso, affrontare un impegno costruttivo di amore: «Soprattutto conservate tra voi una carità fervente, perché la carità copre una moltitudine di peccati. Praticate l'ospitalità gli uni verso gli altri, senza mormorare. Ciascuno, secondo il dono ricevuto, lo metta a servizio degli altri, come buoni amministratori della multiforme grazia di Dio» (1 Pt 4,8-10). Gesù apprezza Zaccheo che si assume, in modo spontaneo, la responsabilità del risarcimento: «Ecco, Signore, io do la metà di ciò che possiedo ai poveri e, se ho rubato a qualcuno, restituisco quattro volte tanto» (Lc 19,8).


Rivolta di Assalonne (15,13-14.30; 16,5-13a)

13Arrivò un informatore da Davide e disse: «Il cuore degli Israeliti è con Assalonne». 14Allora Davide disse a tutti i suoi servi che erano con lui a Gerusalemme: «Alzatevi, fuggiamo; altrimenti nessuno di noi scamperà dalle mani di Assalonne. Partite in fretta, perché non si affretti lui a raggiungerci e faccia cadere su di noi la rovina e passi la città a fil di spada». 30Davide saliva l'erta degli Ulivi, saliva piangendo e camminava con il capo coperto e a piedi scalzi; tutta la gente che era con lui aveva il capo coperto e, salendo, piangeva. 5Quando poi il re Davide fu giunto a Bacurìm, ecco uscire di là un uomo della famiglia della casa di Saul, chiamato Simei, figlio di Ghera. Egli usciva imprecando 6e gettava sassi contro Davide e contro tutti i servi del re Davide, mentre tutto il popolo e tutti i prodi stavano alla sua destra e alla sua sinistra. 7Così diceva Simei, maledicendo Davide: «Vattene, vattene, sanguinario, malvagio! 8Il Signore ha fatto ricadere sul tuo capo tutto il sangue della casa di Saul, al posto del quale regni; il Signore ha messo il regno nelle mani di Assalonne, tuo figlio, ed eccoti nella tua rovina, perché sei un sanguinario». 9Allora Abisài, figlio di Seruià, disse al re: «Perché questo cane morto dovrà maledire il re, mio signore? Lascia che io vada e gli tagli la testa!». 10Ma il re rispose: «Che ho io in comune con voi, figli di Seruià? Se maledice, è perché il Signore gli ha detto: «Maledici Davide!». E chi potrà dire: «Perché fai così?»». 11Poi Davide disse ad Abisài e a tutti i suoi servi: «Ecco, il figlio uscito dalle mie viscere cerca di togliermi la vita: e allora, questo Beniaminita, lasciatelo maledire, poiché glielo ha ordinato il Signore. 12Forse il Signore guarderà la mia afflizione e mi renderà il bene in cambio della maledizione di oggi». 13Davide e la sua gente continuarono il cammino.

Davide deve affrontare la violenza nella sua stessa famiglia alla quale per primo ha aperto la porta favorendo l’omicidio di Uria. Asalonne, per ambizione e sete di potere, raccoglie attorno a sé gli scontenti del governo del padre ma si presta, ciò nonostante, ad agire in modo peggiore, pronto ad eliminare i difensori del re con una violenza radicale. La monarchia appare come un istituto incapace di garantire giustizia e pacificazione, come aveva ammonito e preavvisato il profeta Samuele. 

Nella sventura, Davide riacquista i sentimenti più nobili della sua religiosità, grazie ai quali può vantare di essere conforme al cuor di Dio (At 13,22). 

Da anziano viene a ritrovarsi nella situazione iniziale quando, ancora giovane, doveva cercare di sfuggire alla persecuzione di Saul. Ora il persecutore è un figlio suo, da lui amato. Mentre sale l’erta del monte degli Ulivi, accompagnato da uno stuolo di difensori dotati di armi, subisce le accuse ingiuste da un appartenente al partito di Saul. I suoi protettori vorrebbero eliminare l’accusatore, Davide, pensando all’aiuto migliore che può ricevere dal Signore, proibisce che costui venga eliminato. Si ripete ciò che era accaduto un tempo quando aveva proibito l’uccisione di Saul che era caduto nelle mani sue e dei suoi compagni armati. Assai rilevante è la motivazione del suo atto di pacificazione: Dio guarda l’afflizzione del misero e viene in suo soccorso. Ora Davide, nonostante le sue colpe, è un misero, come lo era quando sfidò Golia e merita il soccorso solidale del Signore. 

L’atteggiamento di Davide prefigura quello del Servo del Signore e di Gesù: «Maltrattato, si lasciò umiliare e non aprì la sua bocca; era come agnello condotto al macello, come pecora muta di fronte ai suoi tosatori, e non aprì la sua bocca» (Is 53,7). «Egli non commise peccato e non si trovò inganno sulla sua bocca; insultato, non rispondeva con insulti, maltrattato, non minacciava vendetta, ma si affidava a colui che giudica con giustizia» (1 Pt 2,22-23)


Il lamento su Assalonne (18,9-32; 19,1-3)

9Ora Assalonne s’imbatté nei servi di Davide. Assalonne cavalcava il mulo; il mulo entrò sotto il groviglio di una grande quercia e la testa di Assalonne rimase impigliata nella quercia e così egli restò sospeso fra cielo e terra, mentre il mulo che era sotto di lui passò oltre. 10Un uomo lo vide e venne a riferire a Ioab: «Ho visto Assalonne appeso a una quercia». 14Allora Ioab disse: «Io non voglio perdere così il tempo con te». Prese in mano tre dardi e li ficcò nel cuore di Assalonne, che era ancora vivo nel folto della quercia. 21Poi Ioab disse all’Etiope: «Va’ e riferisci al re quello che hai visto». 24Davide stava seduto fra le due porte; la sentinella salì sul tetto della porta sopra le mura, alzò gli occhi, guardò, ed ecco vide un uomo correre tutto solo. 25La sentinella gridò e l’annunciò al re. Il re disse: «Se è solo, ha in bocca una bella notizia». Quegli andava avvicinandosi sempre più. 26La sentinella vide un altro uomo che correva e gridò al guardiano: «Ecco un altro uomo correre tutto solo!». E il re: «Anche questo ha una bella notizia». 27La sentinella disse: «Il modo di correre del primo mi pare quello di Achimàas, figlio di Sadoc». E il re disse: «È un uomo buono: viene certo per una lieta notizia!». 28Achimàas gridò al re: «Pace!». Poi si prostrò al re con la faccia a terra e disse: «Benedetto sia il Signore, tuo Dio, che ha fermato gli uomini che avevano alzato le mani contro il re, mio signore!». 29Il re disse: «Il giovane Assalonne sta bene?». Achimaàs rispose: «Quando Ioab mandava il servo del re e me tuo servo, io vidi un gran tumulto, ma non so che cosa fosse». 30Il re gli disse: «Mettiti là, da parte». Quegli si mise da parte e aspettò. 31Ed ecco arrivare l’Etiope che disse: «Si rallegri per la notizia il re, mio signore! Il Signore ti ha liberato oggi da quanti erano insorti contro di te». 32Il re disse all’Etiope: «Il giovane Assalonne sta bene?». L’Etiope rispose: «Diventino come quel giovane i nemici del re, mio signore, e quanti insorgono contro di te per farti del male!». 19 1Allora il re fu scosso da un tremito, salì al piano di sopra della porta e pianse; diceva andandosene: «Figlio mio Assalonne! Figlio mio, figlio mio Assalonne! Fossi morto io invece di te, Assalonne, figlio mio, figlio mio!». 2Fu riferito a Ioab: «Ecco, il re piange e fa lutto per Assalonne». 3La vittoria in quel giorno si cambiò in lutto per tutto il popolo, perché il popolo sentì dire in quel giorno: «Il re è desolato a causa del figlio».

Assalonne, figlio di Davide, da lui amato, suscita una ribellione contro il legittimo sovrano, raccogliendo attorno a sé gli scontenti, immancabili in qualsiasi regime. Assalonne è animato da sete di potere e non s’appoggia affatto su un’elezione divina, espressa da un pronunciamento profetico e dall’unzione da parte di un sacerdote, ma conta sulla sua prestanza e sulla sua abilità politica (2 Sam 15,1-6). Davide dovrà affrontare altre ribellioni, quella di Seba (2 Sam 20, 1-2) e, infine, quella di Adonia, un altro suo figlio (1 Re 1,5). In realtà il Signore si pone al suo fianco ( 2 Sam 17,14) mentre in quel momento è costretto a lasciare Gerusalemme da fuggiasco. Egli, comunque, intende risparmiare il figlio, mostrando un affetto paterno sincero (2 Sam18,5). 

Assalonne raccoglie attorno a sé le tribù di Israele, mentre Giuda rimane fedele a Davide. Ritorna così la divisione drammatica che, scoppiata dopo la morte di Saul, era stata ricomposta con l’intronizzazione regale di Davide a Ebron da parte di tutto il popolo (2 Sam 18,6-8). 

Il racconto indugia sul pianto sconsolato di Davide alla notizia della morte del figlio ribelle. Un genitore ama il figlio più di quanto quest’ultimo ami il suo genitore. Davide sarebbe disposto al perdono e ad una seconda riconciliazione. Assalonne aveva già commesso un omicidio per il quale aveva dovuto fuggire dalla corte ma, in seguito, era riuscito ad ottenere una riconciliazione con il padre, sincera da parte di Davide ma fittizia da parte sua. 

La paternità di Davide rievoca quella di Dio Padre. Egli continua ad amare il figlio ribelle e a cercare una pacificazione con lui. «Mi feci ricercare da chi non mi consultava, mi feci trovare da chi non mi cercava. Dissi: «Eccomi, eccomi» a una nazione che non invocava il mio nome.

Ho teso la mano ogni giorno a un popolo ribelle; ess andavano per una strada non buona, seguendo i loro propositi, un popolo che mi provocava sempre, con sfacciataggine» (Is 65,1-3). 


Il censimento (24,2.9-17)

2Il re disse a Ioab, capo dell’esercito a lui affidato: «Percorri tutte le tribù d’Israele, da Dan fino a Bersabea, e fate il censimento del popolo, perché io conosca il numero della popolazione».9Ioab consegnò al re il totale del censimento del popolo: c’erano in Israele ottocentomila uomini abili in grado di maneggiare la spada; in Giuda cinquecentomila. 10Ma dopo che ebbe contato il popolo, il cuore di Davide gli fece sentire il rimorso ed egli disse al Signore: «Ho peccato molto per quanto ho fatto; ti prego, Signore, togli la colpa del tuo servo, poiché io ho commesso una grande stoltezza». 11Al mattino, quando Davide si alzò, fu rivolta questa parola del Signore al profeta Gad, veggente di Davide: 12«Va’ a riferire a Davide: Così dice il Signore: “Io ti propongo tre cose: scegline una e quella ti farò”». 13Gad venne dunque a Davide, gli riferì questo e disse: «Vuoi che vengano sette anni di carestia nella tua terra o tre mesi di fuga davanti al nemico che ti insegue o tre giorni di peste nella tua terra? Ora rifletti e vedi che cosa io debba riferire a chi mi ha mandato». 14Davide rispose a Gad: «Sono in grande angustia! Ebbene, cadiamo nelle mani del Signore, perché la sua misericordia è grande, ma che io non cada nelle mani degli uomini!». 15Così il Signore mandò la peste in Israele, da quella mattina fino al tempo fissato; da Dan a Bersabea morirono tra il popolo settantamila persone. 16E quando l’angelo ebbe stesa la mano su Gerusalemme per devastarla, il Signore si pentì di quel male e disse all’angelo devastatore del popolo: «Ora basta! Ritira la mano!». L’angelo del Signore si trovava presso l’aia di Araunà, il Gebuseo. 17Davide, vedendo l’angelo che colpiva il popolo, disse al Signore: «Io ho peccato, io ho agito male; ma queste pecore che hanno fatto? La tua mano venga contro di me e contro la casa di mio padre!».

Davide ordina un censimento del popolo ma non appena l’operazione è conclusa si pente di averlo indetto valutandolo come una colpa. Il testo non spiega il motivo del ripensamento. Forse, contare sopra un numero così considerevole di armati gli impedisce di conservare la convinzione di fede con cui era andato incontro a Golia: «Il Signore non salva per mezzo della spada o della lancia, perché del Signore è la guerra ed egli vi metterà certo nelle nostre mani» (1 Sam 17,47). 

Il Signore, mediante l’intervento del profeta Gad, fa scegliere al re il tipo di punizione con la quale scontare il peccato commesso. Il Signore è misericordioso ma, proprio per poter esercitare la sua misericordia, richiede un’assunzione di responsabilità e l’accettazione di una penitenza. Non è mai vendicativo ma non rinuncia neppure ai provvedimenti pedagogici necessari per redimere il peccatore. «È per la vostra correzione che voi soffrite! Dio vi tratta come figli; e qual è il figlio che non viene corretto dal padre?» (Eb 12,7). 

Davide sceglie una punizione che, escludendo l’intervento degli uomini, dipende totalmente da Dio perché è meglio cadere nelle mani del Signore che in quelle degli uomini. Dio, infatti, non sarà mai rigoroso fino all’estremo ma farà prevalere sempre la sua misericordia. «Poiché il Signore non respinge per sempre. Ma, se affligge, avrà anche pietà secondo il suo grande amore. Poiché contro il suo desiderio egli umilia e affligge i figli dell’uomo» (Lam 3,31-33). Infatti Dio si pente della sua severità.

Davide, comportandosi come vero pastore del suo popolo, non vuole che questo sia coinvolto nella sua punizione. Tuttavia se il Signore accetta questo coinvolgimento nella sventura, tanto più rende partecipi della giustizia di uno solo. «Come dunque per la caduta di uno solo si è riversata su tutti gli uomini la condanna, così anche per l’opera giusta di uno solo [GesùCristo] si riversa su tutti gli uomini la giustificazione, che dà vita. Infatti, come per la disobbedienza di un solo uomo tutti sono stati costituiti peccatori, così anche per l’obbedienza di uno solo tutti saranno costituiti giusti. Di modo che, come regnò il peccato nella morte, così regni anche la grazia mediante la giustizia per la vita eterna, per mezzo di Gesù Cristo nostro Signore» (Rm 5,18-21).


Testamento di Davide (1 Re 2,1-4.10-12)

1I giorni di Davide si erano avvicinati alla morte, ed egli ordinò a Salomone, suo figlio: 2«Io me ne vado per la strada di ogni uomo sulla terra. Tu sii forte e móstrati uomo. 3Osserva la legge del Signore, tuo Dio, procedendo nelle sue vie ed eseguendo le sue leggi, i suoi comandi, le sue norme e le sue istruzioni, come sta scritto nella legge di Mosè, perché tu riesca in tutto quello che farai e dovunque ti volgerai, 4perché il Signore compia la promessa che mi ha fatto dicendo: «Se i tuoi figli nella loro condotta si cureranno di camminare davanti a me con fedeltà, con tutto il loro cuore e con tutta la loro anima, non ti sarà tolto un discendente dal trono d'Israele». 10Davide si addormentò con i suoi padri e fu sepolto nella Città di Davide. 11La durata del regno di Davide su Israele fu di quarant'anni: a Ebron regnò sette anni e a Gerusalemme regnò trentatré anni. 12Salomone sedette sul trono di Davide, suo padre, e il suo regno si consolidò molto.

Davide comunica al figlio il meglio della sua esperienza di vita: obbedendo al Signore, le sue azioni mostreranno una vera consistenza. Quando Giosuè prese il posto di Mosé come guida del popolo venne ammonito dal Signore: «Sii forte e molto coraggioso, per osservare e mettere in pratica tutta la legge che ti ha prescritto Mosè, mio servo. Non deviare da essa né a destra né a sinistra, e così avrai successo in ogni tua impresa. Non si allontani dalla tua bocca il libro di questa legge, ma meditalo giorno e notte, per osservare e mettere in pratica tutto quanto vi è scritto; così porterai a buon fine il tuo cammino e avrai successo» (Gs 1,7-8). 

Gesù prima di lasciare i discepoli raccomanda loro: «Come il Padre ha amato me, anche io ho amato voi. Rimanete nel mio amore. Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore. Vi ho detto queste cose perché lamia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena» (Gv 15,10-11). 


Elogio di Davide (Sir 47,2-13)

2Come dal sacrificio di comunione si preleva il grasso, così Davide fu scelto tra i figli d'Israele. 3Egli scherzò con leoni come con capretti, con gli orsi come con agnelli. 4Nella sua giovinezza non ha forse ucciso il gigante e cancellato l'ignominia dal popolo, alzando la mano con la pietra nella fionda e abbattendo la tracotanza di Golia? 5Egli aveva invocato il Signore, l'Altissimo, che concesse alla sua destra la forza di eliminare un potente guerriero e innalzare la potenza del suo popolo. 6Così lo esaltarono per i suoi diecimila, lo lodarono nelle benedizioni del Signore offrendogli un diadema di gloria. 7Egli infatti sterminò i nemici all'intorno e annientò i Filistei, suoi avversari; distrusse la loro potenza fino ad oggi. 8In ogni sua opera celebrò il Santo, l'Altissimo, con parole di lode; cantò inni a lui con tutto il suo cuore e amò colui che lo aveva creato. 9Introdusse musici davanti all'altare e con i loro suoni rese dolci le melodie. Ogni giorno essi eseguono le loro musiche. 10Conferì splendore alle feste, abbellì i giorni festivi fino alla perfezione, facendo lodare il nome santo del Signore ed echeggiare fin dal mattino il santuario. 11Il Signore perdonò i suoi peccati, innalzò la sua potenza per sempre, gli concesse un'alleanza regale e un trono di gloria in Israele.

Il testo celebra il coraggio e la foza di Davide ma soprattutto il suo zelo nel celebrare la lode del Signore mediante la composizione di molti salmi pronunciati nel canto. 

Si affidò al Signore nei pericoli incorsi nella sua esistenza, a cominciare dall’episodio della sfida contro Golia: «Il Signore che mi ha liberato dalle unghie del leone e dalle unghie dell'orso, mi libererà anche dalle mani di questo Filisteo» (17,37); nella persecuzione da parte di Saul: «Il Signore sia arbitro e giudice tra me e te, veda e difenda la mia causa e mi liberi dalla tua mano» (1 Sam 24,16); nella fuga da Gerusalemme: «Forse il Signore guarderà la mia afflizione e mi renderà il bene in cambio della maledizione di oggi» (15,12); nella punizione per il censimento: «Cadiamo nelle mani del Signore, perché la sua misericordia è grande» (2 Sam 24,14). 

Riconobbe sempre con riconoscenza l’aiuto prestatogli dal Signore: «Il Dio che mi ha cinto di vigore e ha reso integro il mio cammino, mi ha dato agilità come di cerve e sulle alture mi ha fatto stare saldo, ha addestrato le mie mani alla battaglia, la tua destra mi ha sostenuto e mi hai fatto crescere. Hai spianato la via ai miei passi, i miei piedi non hanno vacillato» (Sal 18,33-37).

Come Davide e molto più di lui, Gesù confidò nel Padre anche nell’ora della passione; chiese a lui ed ottenne la forza per superarla in una lotta senza violenza e senza nemici: «Abbà! Padre! Tutto è possibile a te: allontana da me questo calice! Però non ciò che voglio io, ma ciò che vuoi tu» (Mc 14,36). «Gesù allora disse a Pietro: «Rimetti la spada nel fodero: il calice che il Padre mi ha dato, non dovrò berlo?» (Gv 18,11)

Il cristiano, infine, assimila la lode al Signore espressa nel libro dei salmi, seguendo l’uso di Gesù: «Dopo aver cantato l’inno, uscirono verso il monte degli Ulivi» (Mt 23,30); «Con ogni sapienza istruitevi e ammonitevi a vicenda con salmi, inni e canti ispirati, con gratitudine, cantando a Dio nei vostri cuori» (Col 3,16).