venerdì 20 marzo 2026

Commento Bibbia liturgica

Settimana V di Quaresima


 Domenica V

La resurrezione di Lazzaro

La resurrezione nella Sacra Scrittura presenta due aspetti: una resurrezione morale e sociale (come quella annunciata da Ezechiele al popolo in esilio; si tratta di una risurrezione metaforica) ed una di carattere escatologico, definitivo (reale). Questa resurrezione presuppone l’avvento della una nuova creazione promessa. Tuttavia essa non è soltanto sperata, ma è cominciata realmente; è stata inaugurata dalla Risurrezione di Gesù nel suo corpo fisico e siamo in attesta di partecipare alla sua glorificazione, non per i nostri meriti ma per la ricchezza della misericordia di Dio. Siamo in attesa dell’adempimento della beata speranza, già cominciata nella storia. 

Intanto la risurrezione di Gesù viene partecipata a noi, già da ora, mediante il dono di una vita nuova. Mentre gli Ebrei credono che la nuova creazione (o il tempo messianico) avvenga soltanto alla conclusione della storia, per il cristiano il futuro atteso è già cominciato, anche se soltanto in modo parziale. Egli crede alle parole di Gesù, (divenute ancora più chiare e credibili dopo la sua risurrezione): Io sono la risurrezione e la vita. La partecipazione alla risurrezione si manifesta, per ora, come partecipazione ad una vita nuova. Essa affiora nella nostra vita nel pentimento e nell’uscire dall’abbattimento e dallo sconforto. 

Il punto capitale della nuova vita prende inizio quando Gesù risorto infonde in una persona il miracolo del pentimento. Il pentimento vero e profondo che cambia l’orientamento di vita di una persona è il più grande dono del Risorto. Da qui la preghiera di colletta: chiama a vita nuova coloro che stanno nelle tenebre e nell’ombra di morte. Il pentimento vero presuppone che l’uomo pentito, penitente, cominci ad amare il prossimo. L’amore, più che altre pratiche penitenziali, sono il segno di un cambiamento di vita. «Noi sappiamo che siamo passati dalla morte alla vita, perché amiamo i fratelli. Chi non ama rimane nella morte» (1 Gv 3,14). 

Le Letture, poi, presentano due motivi che rendono possibili la risurrezione: San Paolo parla di una motivazione teologica: la presenza in noi dello Spirito Santo.

Giovanni aggiunge una seconda motivazione: la compassione del Signore, l’orrore di Dio nei confronti della morte, manifestata nel turbamento e nel pianto di Gesù. Egli «non gode della rovina dei viventi» (Sap 1,13), perciò «non abbandonerai la mia vita negli inferi, né lascerai che il tuo fedele veda la fossa» (Sal 15,10). «Dio non è dei morti, ma dei viventi; perché tutti vivono per lui» (Lc 20,38), 

Lunedi V

Dn 13. Susanna è una israelita che si propone di vivere, con grande impegno, i comandamenti del Signore e non commette peccati gravi. Quando dichiara: Meglio per me morire che peccare! (Dn 13,23), rivive la migliore tradizione d’Israele, quella che si manifesta anche nel caso dei martiri dell’epoca dei Maccabei. La stessa risoluzione animerà anche i martiri cristiani e tutti i credenti che si proporranno di essere fedeli a Dio con tutto se stessi. 

Di fronte alla trama improvvisata dai due anziani, Susanna è impotente e sola. La possibilità della sua innocenza, non viene neppure considerata. L’unica possibilità per lei è ricorrere al Signore. Egli conosce le cose prima che accadano e, certamente, può intervenire per soccorrere una innocente. Susanna vive la spiritualità del povero, suggerita a più riprese dalla Sacra Scrittura. La sua fiducia ottiene l’esaudimento. 

La defezione dei due anziani dimostra che l’uomo, anche il più retto, non è esente dalla pressione delle passioni e dalla pesantezza della concupiscenza. L’uomo compie il male che non vuole commettere e non attua il bene che desidera fare . Susanna manifesta il meglio d’Israele e gli anziani il peggio dell’umanità. Tutti però sono vittime di una legislazione troppo severa che afferma la bellezza dell’onestà ma non tiene conto dell’estrema povertà degli uomini. La sola giustizia è insufficiente per dare salvezza. 

Gv 8. Gesù privilegia la misericordia rispetto al rigore della giustizia. I suoi accaniti avversari, progettano un caso per poter o disonorarlo o condannarlo. Se suggerisce l’obbedienza alla Legge, deve contraddire l’insegnamento sulla misericordia sostenuto da lui con insistenza (e così si disonora a motivo della sua incoerenza); se invece continua a sostenere il valore del condono dell’adulterio, deve opporsi alla Legge e così dimostra d’essere un falso profeta. Egli non si limita a ricorrere ad uno stratagemma ma aiuta tutti a riconoscersi colpevoli. Il rigore della giustizia, da solo, condanna tutti. Salva la donna adultera ma provoca la sua condanna a morte. Porta su di sé i peccati di tutti affinché noi potessimo liberarci dal peccato e da una giustizia implacabile. 

Martedi V

Nm 21. Il popolo non sopporta il viaggio. Deve preoccuparsi di trovare cibo ed acqua in un deserto. Dimenticano che il Signore era venuto in loro aiuto, mostrandosi Padre provvidente. Il viaggio della vita presenta momenti di serenità e di asprezza. Nell’ora della difficoltà è facile cadere nella preoccupazione e nell’angustia asfissiante. Anche questo viaggio può risultare opprimente. Il salmista consiglia: «Affida al Signore il tuo peso ed egli ti sosterrà, mai permetterà che il giusto vacilli» (Sal 55,23). «Non angustiatevi per nulla, ma in ogni circostanza fate presenti a Dio le vostre richieste con preghiere, suppliche e ringraziamenti. E la pace di Dio, che supera ogni intelligenza, custodirà i vostri cuori e le vostre menti in Cristo Gesù» (Fil 4,6-7). 

Il Signore sembra aggiungere dolore a dolore. Egli rattrista per un instante per far conoscere un bene più grande: «perché la sua collera dura un istante, la sua bontà per tutta la vita. Alla sera ospite è il pianto e al mattino la gioia» (Sal 30,6). «Se affligge, avrà anche pietà secondo il suo grande amore. Poiché contro il suo desiderio egli umilia e affligge i figli dell’uomo» (Lm 3,32). Così il popolo sperimenta la guarigione donata dal Signore e gode di un’altra prova del suo amore. L’esperienza della guarigione è sempre possibile per tutti noi. 

Gv 8. Il vero morso con cui siamo stati aggrediti è quello del peccato. «Sappiamo infatti che la Legge è spirituale, mentre io sono carnale, venduto come schiavo del peccato. Non riesco a capire ciò che faccio: infatti io faccio non quello che voglio, ma quello che detesto» (Rm 7,14). Per liberarci da questa schiavitù opprimente ed universale, dobbiamo ricorrere all’aiuto di Gesù: «Se qualcuno ha peccato, abbiamo un Paràclito presso il Padre: Gesù Cristo, il giusto. È lui la vittima di espiazione per i nostri peccati; non soltanto per i nostri, ma anche per quelli di tutto il mondo» (Gv 2,2). 

Gesù dimostra di avere una missione e di essere l’Inviato da Dio proprio perché dal suo incarico non ricava nulla di vantaggioso per se stesso anzi deve affrontare passione e morte. Il Padre non lo lascia solo ma lo apprezza in modo totale. L’obbedienza di Gesù comunica a tutti la sua santità. «Per l’opera giusta di uno solo si riversa su tutti gli uomini la giustificazione, che dà vita. Infatti, come per la disobbedienza di un solo uomo tutti sono stati costituiti peccatori, così anche per l’obbedienza di uno solo tutti saranno costituiti giusti» (Rm 5,18). In questo senso, attira tutti a sé. 

Mercoledi V

Dn 3. La litugia quaresimale riporta dei passi biblici che fanno riferimento al Battesimo e altri che accennano alla passione di Cristo e alle sofferenze affrontate da persone di fede, soprattutto dai martiri. 

Tre giovani vengono gettati in una fornace perché rifiutano di obbedire al comando del sovrano che vorrebbe costringerli all’idolatria. Il sovrano, Nabucodonosor, si è autodivinizzato (“Quale dio vi potrà liberare dalla mia mano?”. Israele ha conosciuto le pretese dei sovranni ellenistici, ai quali venivano attribuiti onori divini, che tentavano d’imporre la religione pagana, soffocando quella ebraica, difesa dai Maccabei. Nei tempi attuali, non di rado, le autorità costituite cercano l’appoggio della religione e assumono connotati religiosi. Esigono obbedienza sul piano legislativo e su quello culturale. La cultura preponderante tenta sempre di diventare dominante e totalizzante. 

La risposta de Tre è una testimoniana profonda di fede non soltanto perché rifiutano ogni atto idolatrico ma soprattutto perché non pretendono neppure di essere salvaguardati da Dio in questo mondo. Questo sarà anche l’atteggiamento di Gesù. Un angelo scende in basso insieme a loro e i giovani vengono protetti da un vento pieno di rugiada. La vicinanza dell’angelo assicura quella di Dio. Egli è sempre dalla parte di chi soffre e subisce oppressione. Scendere è un’attitudine normale del Signore. La rugiada è un’immagine dell’aiuto concreto che i perseguitati ricevono da Dio. Essa si manifesta non sempre in una liberazione, ma nella disponibilità a salvaguardare le decisioni della loro coscienza. Il testimone conosce l’esperienza della consolazione: «Egli ci consola in ogni nostra tribolazione, perché possiamo anche noi consolare quelli che si trovano in ogni genere di afflizione con la consolazione con cui noi stessi siamo consolati da Dio» (2 Cor 1,4). 

Gv 8. La discussione di Gesù con i Giudei si fa sempre più accesa ed Egli sa di rischiare la condanna a morte. Gesù, perseguitato, continua a svolgere la missione ricevuta dal Padre (“non sono venuto da me stesso, ma lui mi ha mandato” “Io dico quello che ho visto presso il Padre”). Le verità parziali degli uomini possono liberare da false opinioni  da situazioni oppressive, ma Gesù Egli è la verità che offre la libertà totale, perché libera dal peccato e dalla morte. Chi non lo accoglie e non si fa guidare da Lui, vive liberazioni incomplete. La malattia degli uomini non sta nel singolo atto peccaminoso ma nell’incapacità di evitare il peccato. La persona continua ad essere dominata, più o meno gravemente, dal proprio egoismo. Un segno di questa schiavitù sta nel rifiutare di riconoscere il proprio limite e nella presunzione di credersi già risanati. 

Giovedi V

Gen 17. Gv 8. Questo passo evangelico è in stretta relazione con il Vangelo. Gesù dichiara: «Abramo, vostro padre, esultò nella speranza di vedere il mio giorno; lo vide e fu pieno di gioia» (Gv 8,56). In realtà il testo biblico non dichiara che Abramo abbia contemplato, in visione, i giorni messianici e tanto meno la persona stessa del Messia. Il patriarca riceve la promessa che dalla sua discendenza sarebbe provenuta una serie di sovrani (tra i quali può spiccare il Messia). Le parole di Gesù non si appoggiano sul testo ma sopra una interpretazione rabbinica secondo la quale ad Abramo era stata concessa la grazia di vedere l’era messianica. 

In aggiunta, Gesù proclama l’intera estensione della sua grandezza. Egli è più grande di Abramo e dei profeti. Afferma di essere al di sopra e al di fuori del tempo: «Io sono» (v.58). Prima della sua nascita come uomo, Egli già preesisteva presso il Padre. Grazie alla sua divinità, Egli può dare una vita eterna a coloro che credono in lui (v.51). Queste attestazioni vengono considerate blasfeme dai Giudei perché, oltrepassando il limite di una creatura, lo mettono alla pari con Dio. Gesù, tuttavia, ha mostrato dei segni che rivelano la sua gloria. Già comincia la sua passione nella reazione scandalizzata dei Giudei che tentano, inutilmente, di lapidarlo. 

Il compito della Chiesa, ora, è espresso dal salmista: «Cercate il Signore e la sua potenza, ricercate sempre il suo volto» (Sal 104,4). Gesù, promesso e desiderato dai profeti, offre a noi la possibilità di sfuggire a due nemici fatali: il Peccato e la Morte. «È necessario infatti che egli regni finché non abbia posto tutti i nemici sotto i suoi piedi. L’ultimo nemico a essere annientato sarà la morte, perché ogni cosa ha posto sotto i suoi piedi» (1 Cor 15,25-26).

Venerdi V

Ger 20,10-13. Geremia confessa di aver avuto notizia diretta delle trame persecutorie intessute contro di lui. Perfino gli amici sono irritati dalla sua predicazione; si sentono smascherati dalle sue parole e desiderano vendicarsi.

Tuttavia si sente protetto da Dio e sa che la sua causa non è sua ma di Dio, il quale farà prevalere il suo progetto. Gli oppositori saranno delusi. 

Poiché è meglio parlare a Dio che parlare di Dio, il profeta si affida a lui. Gli ricorda la sua innocenza e gli chiede di portare a compimento la sua causa. La vendetta sugli avversari non ha una componente astiosa ma è la richiesta che Egli faccia prevalere la verità. Anticipa il ringraziemento, unendosi a tutti i poveri del Signore che sono stati esauditi perché avevano in lui l’unica speranza. 

Gv 10,31-42. La persecuzione contro Gesù diventa sempre più insistente. Egli non incontra degli interlocutori critici nei suoi confronti ma degli avversari pronti a lapidarlo. Egli deve cercare di sfuggire e di nascondersi. Il motivo per il quale viene osteggiato è il fatto che Egli si proclama Figlio di Dio, in una relazione di parità con lui. Se le autorità religiose, incaricate da Dio ad interpretare ed applicare la Legge, furono chiamati dèi (Cf Sal 82,6), quanto più Gesù che è l’Inviato definitivo di Dio, la Parola, può essere chiamato Figlio di Dio. Se la divinità, in qualche misura, può essere attribuita alle persone che accolgono la parola, tanto più deve essere assegnata alla Parola di Dio stesso. 

La persecuzione contro Gesù continua da parte di coloro che, ancora oggi, negano la sua singolarità e lo pongono alla pari di altre figure religiose. Il rifiuto nei suoi confronti prosegue, in modo altrettanto accanito, da partre di coloro che negano ogni valore salvifico alla sua morte e la verità della sua risurrezione nel suo vero corpo. 


sabato 14 marzo 2026

IV SETTIMANA Quaresima

Commento Bibbia liturgica

 Lunedi IV

Is 65. È chiaro che la creazione, come appare attualmente, è degradata e non corrsponde perfettamente al progetto originario del Signore. Ciò nonostante è ancora buona e, in ogni caso, rimane sempre oggetto dell’attenzione premurosa di Dio. «Io esulterò di Gerusalemme, godrò del mio popolo» (v.19). 

I tempi messianici rappresentano una ripresa del progetto originario di Dio, il quale donerà anche di più. «Simeone, uomo giusto e pio, aspettava la consolazione d’Israele, e lo Spirito Santo era su di lui» (Lc 2,25). La Resurrezione di Gesù ha inaugurato il rinnovamento globale della creazione e, a partire dall’annuncio pasquale, la speranza del cristiano si sposta verso il tempo della consolazione. Esso, per ora, è atteso ma non soltanto atteso, perché può essere affrettato: «Convertitevi dunque e cambiate vita, perché siano cancellati i vostri peccati e così possano giungere i tempi della consolazione da parte del Signore ed egli mandi colui che vi aveva destinato come Cristo, cioè Gesù» (At 3,19-20). 

La nuova creazione appare nell’uomo di fede che lascia dimorare in sé il Risorto. Se uno è in Cristo, allora c’è la nuova creazione: «Se uno è in Cristo, è una nuova creatura; le cose vecchie sono passate; ecco, ne sono nate di nuove» (2 Cor 5,17). Nel frattempo, la Chiesa in parte invoca (Vieni in mio aiuto! Sal 20,11), dall’altra anticipa il ringraziamento: «Hai mutato il mio lamento in danza (Sal 20,12; «Ora si è compiuta la salvezza, la forza e il regno del nostro Dio e la potenza del suo Cristo» (Ap 12,10). 

Gv 4. La guarigione del figlio del funzionario del re, anticipa la guarigione pasquale e la redenzione definitiva. Di ognuno si può dire: «Vive!» e la presenza anticipata in noi della vita eterna, è prova della credibilità della nostra fede. 


Martedi IV

Ez 47. Il salmo 45 presuppone che in Gerusalemme, la città di Dio, la più santa tra le dimore di Dio, ci sia grande abbondanza di acqua, segno di benedizione. L’acqua esce dall’altare, dal lato destro; è quindi un dono particolare del Signore. Quest’acqua è sempre più abbondante e rigenera il territorio fino a farlo diventare un nuovo Eden: vi era una grandissima quantità di alberi. Questi alberi sono, come troviamo in altri passi un’immagine per parlare del giusto: sono fruttiferi in modo straordinario, rimangono sempre verdeggianti, forniscono cibo e medicine. Lo Spirito Santo è rappresentato in quest’acqua sempre più abbondante. Più respingiamo il male e più acconsentiamo alla grazia, lo Spirito Santo può riversare in noi il suo frutto con un’abbondanza sempre maggiore: amore, gioia, pace, magnanimità, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé. 

Gesù ci immerge in un’acqua salutare. Lui stesso è la forza che ci guarisce. Egli si avvicina al paralitico senza essere stato supplicato o richiesto; guarisce con una sola parola perché è la Parola a guarirci; s’allontana senza sollecitare o attendere alcun ringraziamento. Ci imparte un grande insegnamento: ciò che ci paralizza e ci fa ammalare è il peccato, la rottura od ogni incrinatura del nostro rapporto con Dio. Ciò che ci guarisce è la carità, la benevolenza gratuita verso coloro che possiamo aiutare. 


Mercoledi IV

Il passaggio pasquale è considerato un nuovo Esodo. 

 “Al tempo della benevolenza…” Nell’ora (nel tempo) in cui Dio ancora una volta si prende cura del suo popolo, attua un nuovo Esodo (in pratica è il ritorno degli esuli in patria). Questo ritorno o nuovo Esodo è visto come una risurrezione (“per far risorgere la terra”) e una liberazione dal carcere (“per dire ai prigionieri: uscite!”). Il buon esito del cammino è assicurato dalla benevolenza del Signore perché «Colui che ha misericordia di loro li guiderà» e consentirà agli esuli di rioccupare la terra dalla quale erano stati scacciati. Si ripetono, perciò, i prodigi del primo Esodo: il gregge/popolo trova nutrimento ovunque (“lungo tutte le strade”), anche nei luoghi più impensati; non soffrirà l’arsura. Ogni ostacolo verrà superato (trasformerò i monti in strade). Anzi le vie del Signore “saranno elevate”. Avverrà il raduno completo di tutti i dispersi. Il Signore mostra tutta la forza della sua compassione (del suo amore materno), «la sua tenerezza si espande su tutte le creature» (Sal 114). 

Il tempo della benevolenza è l’oggi: «Vi esortiamo a non accogliere invano la grazia di Dio. Egli dice infatti: Al momento favorevole ti ho esaudito e nel giorno della salvezza ti ho soccorso. Ecco ora il momento favorevole, ecco ora il giorno della salvezza!» (2 Cor 5,21-6,2). Che cosa è accaduto? «Gesù, colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo fece peccato in nostro favore, perché in lui noi potessimo diventare giustizia di Dio». 

Oggi il Signore ci fa uscire dalla malvagità del mondo (Gal 1,4): eravamo tenebre e siamo stati illuminati (Ef 5,8). Veniamo nutriti da una manna nascosta (Ap 2,17) e dissetati dall’acqua che toglie ogni sete (Gv 4,14). Facciamo parte dei figli radunati dal Signore: «Gesù doveva morire per la nazione; e non soltanto per la nazione, ma anche per riunire insieme i figli di Dio che erano dispersi» (Gv 11,51-52). Questa nuova situazione di grazia anticipa la realtà futura (Ap 21, 4-5)

Gv 5. Gesù è la novità assoluta che attua la nuova creazione e il nuovo Esodo. Non conosce soltanto in mondo indiretto e incompleto il volere del Padre, ma vede ciò che Dio compie e lo replica all’interno di questo mondo. È il Padre che gli manifesta la sua opera per amore in modo che il Figlio, ubbidendo a Lui, diventa pari a Lui. 

Gesù dona la vita eterna a chi lo ascolta. Il discepolo fedele passa da morte a vita e si sottrae ad un altro giudizio futuro, quando dovrà separarsi da chi non vuole accoglierlo. 

Giovedi IV

Il popolo si mostra privo di fede e di riconoscenza verso Dio. Egli li ha liberati dall’Egitto ma essi non si fidano di Lui, come avevano fatto altre volte. In realtà tutti manchiamo di riconoscenza e fatichiamo a nutrire fiducia in Lui. In fondo, Israele non rinnega Dio in modo diretto, ma lo riduce ad una divinità. Non vogliono sottomettersi ad un Dio misterioso che li accompagna per educarli seguendo un suo percorso, ma un dio che esegue i loro desideri, che si fa manipolare; deve essere una potenza posta a loro servizio. 

La decisione più immediata sarebbe quella di abbandonare questo popolo indegno ma questa reazione sarebbe troppo umana. Il Signore detesta di distruggere la sua creatura ma ama essere misericordioso. «Dio non ha creato la morte e non gode per la rovina dei viventi. Egli infatti ha creato tutte le cose perché esistano; le creature del mondo sono portatrici di salvezza, in esse non c’è veleno di morte» (Sap 1,13-14). Inoltre è Dio di estrema fedeltà che mantiene la parola data ai Patriarchi. Mosè conosce questo modo di sentire del Signore (avendolo sperimentato anche su di sé) e si mette a suo servizio disposto ad avviare un nuovo percorso. Soltanto questa pazienza di Dio rivela la sua gloria, che rimarrebbe offuscata se distruggesse il suo popolo (gli Egiziani fraintenderebbero del tutto il suo operato). 

Gv 5. Gesù viene misconosciuto allo stesso modo in Dio, suo Padre, era stato rifiutato dall’antico Israele. Eppure il Padre ha fornito attestazioni chiare sulla veridicità della sua missione: ha mandato Giovanni il Battista che ha testimoniato a suo favore; gli ha dato la possibilità di compiere segni miracolosi; ha predisposto la testimoniamza delle Scritture. Mosè che un tempo aveva interceduto per il popolo, ora invece condannerebbe gli Israeliti contemporanei di Gesù. 

Non basta computare la Bibbia. Questo diventa un esercizio salvifico se, in chi la legge, sorge un vero sentimento d’amore per Dio e una reale disponibilitò ad obbedirgli, sostenendo l’opposizione di chi è lontano da Lui. 

Venedi IV

Sap 2. Il passo rivela la reazione sdegnata dei malvagi contro il giusto, per i quali è insopportabile soltanto il vederlo. Il giusto evocato in questo testo non è simile al fariseo della parabola che, ritenendosi un uomo integro, disprezza chi ha commesso peccato. Sono i malvagi ad attribuire al giusto sentimenti deleteri nei loro confronti. È vero, tuttavia, che il giusto proclama la verità etica e rimprovera le azioni criminose che infrangono la Legge. Condanna le azioni, non le persone. Inoltre attesta di godere della comunione con Dio e confida nella sua protezione. 

Questa convinzione è, invece, derisa dagli empi. Giungono al punto di tormentare e perfino di condannare a morte l’uomo retto per cercare di minare la sua integrità, costituita da mitezza e spirito di sopportazione, e per dare la prova che Dio, in realtà, lo trascura. Senza il giudizio divino, i poveri rimangono in balìa dei prepotenti privi di scrupoli e di sentimenti religiosi. In realtà il Signore è vicino a chi ha il cuore spezzato, custodisce la sua persona e li riscatta (Sal 33). 

Il giusto prefigura Gesù. Elevato in croce, i suoi persecutori non riescono a distruggere la sua mitezza e il suo spirito di sopportazione (Lc 23,34). Deridono la sua certezza di essere custodito da Dio (Lc 23,35) ma Gesù non pretende di essere salvaguardato dal Padre e si abbandona a Lui (Eb 5,7) e ai suoi misteriosi segreti. La sua opera non viene distrutta ma incrementata in maniera esponenziale dalla sua stessa morte (Gv 12,32). Dio ha custodito le sue ossa, neppure una viene spezzata (Sal 33,21; Gv 19,33).

Gv 7. Gesù sperimenta la persecuzione inflitta al giusto, in continui tentativi di arrestarlo (Gv 7,30) o perfino di ucciderlo (Gv 7,1). Benché prenda delle precauzioni per non essere sorpreso lungo il cammino verso Gerusalemme, giunto nella città santa, nel tempio stesso, proclama il suo messaggio con estremo coraggio e chiarezza. Lo fa per adempiere la sua missione e rimanere nella piena comunione con il Padre, di cui è Figlio. 

Sabato IV

Ger 11. Il profeta confessa di essere venuto a sapere che erano state ordite contro di lui diverse trame, di cui non s’era neppure accorto. Si paragona all’agnello mansueto che viene prelevato e condotto al macello senza che l’animale lo sappia. «Si lasciò umiliare e non aprì la bocca: era come un agnello condotto al macello» (Is 53,7). 

I nemici lo vogliono morto, anzi desiderano che sia dimenticato in modo totale. Il suo insegnamento deve scomparire, insieme al ricordo del su coraggioso impegno profetico. La sua unica difesa resta il Signore che lo ha inviato. “Cessi la cattiveria dei malvagi. Rendi saldo il giusto! Il mio scudo è in Dio” (Sal 7,10). In realtà chi vuole annientare il profeta, desidera annullare il progetto del Signore, ma questo è impossibile. Paolo incoraggerà il discepolo Timoteo con queste parole: «Ricòrdati di Gesù Cristo, per il quale soffro fino a portare le catene come un malfattore. Ma la parola di Dio non è incatenata! Perciò io sopporto ogni cosa per quelli che Dio ha scelto, perché anch’essi raggiungano la salvezza che è in Cristo Gesù, insieme alla gloria eterna» (2 Tm 2,8-10.

La causa dei testimoni di Dio prosegue anche dopo la loro eliminazione, anzi essa acquista maggiore forza. «Finché siamo pecore, vinciamo ma, se diventiamo lupi, siamo sconfitti perché ci viene meno il soccorso del pastore. Non pascola lupi, ma pecore e quindi ti abbandona e si ritira perché non permetti che si mostri la sua potenza» (Crisostomo, Su Matteo 33,1). 

Gv 7. Gesù suscita una controversia vivace. Molti fra coloro che si oppongono a lui, dimostrano di non conoscerlo bene. Non possiedono tutti i dati necessari per valutarlo in modo corretto. Le guardie inviate ad arrestarlo, mentre lo ascoltano, capiscono che il suo insegnamento, non solo non è errato o fuorviante, ma degno della massima attenzione e approvazione, pieno di fascino. Le autorità, preoccupate del rispetto della Legge, sono disposte ad infrangerla pur di elimare Gesù. Per il momento tutto rimane come prima e ciascuno torna a casa propria senza aver ottenuto alcun risultato. 

Spesso i profeti ricevono stima perfino da parte di chi li elimina. Il Battista aveva suscitato, a sua volta, l’attenzione ammirata di Erode: «Temeva Giovanni, sapendolo uomo giusto e santo, e vigilava su di lui; nell’ascoltarlo restava molto perplesso, tuttavia lo ascoltava volentieri» (Mc 6,20). «Tenete una condotta esemplare fra i pagani perché, mentre vi calunniano come malfattori, al vedere le vostre buone opere diano gloria a Dio nel giorno della sua visita» (1 Pt 2,12).





Guarigione del cieco nato

 

Il cieco nato rapprenta l’umanità che, creata buona da Dio e rimasta ancora buona, si mostra incapace di vivere secondo la verità. È cieca perché, pur conoscendo Dio, non gli rende onore come a Dio, non gli riconosce la grandezza; non vede quale ricchezza sia accogliere Dio e quale cecità trascurarlo. Il Signore, tuttavia, per grazia, cerca sempre di salvare. 

Il cieco appartiene a mondo dei poveri, trascurati e disprezzati. Anche Davide non era stato apprezzato dal padre Iesse ma soltanto da Dio. L’umanità peccatrice è quel povero seduto sull’immondezza di cui Dio ha pietà per pura misericordia. 

Il fango fatto con lo sputo ricorda la prima creazione quando Dio formò l’uomo dalla terra. Egli ora lo crea di nuovo. «Eravate un tempo tenebra, ora siete luce nel Signore» (Ef 5,8). Il cieco inizia un cammino d’illuminazione: crede nella parola di Gesù e s’affretta a lavarsi nella piscina di Siloe. In realtà si purifica nel sangue di Gesù, nella sua morte che ottiene il perdono dei nostri peccati. 

Comincia ad essere credente perché testimonia a favore di Gesù precisando come è avvenuta la sua guarigione. Noi possiamo parlare di Dio soltanto raccontando ciò che è avvenuto in noi. È capace di resistere alla prepotenza dei nemici di Gesù e offre loro perfino un’istruzione saggia (se Gesù fosse peccatore, non avrebbe potuto compiere un miracolo) e, in modo indiretto, suggerisce loro di diventare suoi discepoli. 

Infine subisce una persecuzione in quanto viene espulso dalla Sinagoga ed affronta una morte civile. Il cieco guarito è costretto a percorrere la valle oscura ma, trovandosi nel buio, riceve la consolazione di sentire presso di sé i passi del Signore, il rumore del suo bastone: Egli infatti lo sta accompagnando e confortando.

Riguardo a questo consolidamento, possiamo dire che anche noi abbiamo ricevuto un dono simile a quello di Davide. Il Signore ci conferma con il dono dello Spirito: «È Dio stesso che ci conferma, insieme a voi, in Cristo e ci ha conferito l’unzione, ci ha impresso il sigillo e ci ha dato la caparra dello Spirito nei nostri cuori» (2 Cor 1,21-22). Lo Spirito è unzione perché fa penetrare nella nostra persona le cose di Dio; è sigillo perché ci fa appartenere a Dio in modo permanente; è caparra perché anticipa nella nostra povera vita, la vita eterna. 

Il frutto dello Spirito (Gal 5,22: amore, gioia, pace, magnanimità, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé) è migliore dei suoi sette doni. I sette doni sono una predisposizione (una patente di guida) mentre il frutto rappresenta il risultato (il traguardo raggiunto). 



martedì 10 marzo 2026

Senso teologico della preghiera

 

CHE COSA FA LA CHIESA QUANDO PREGA ?

A una tale domanda, si possono dare — credo — le tre seguenti risposte : 

1. — Essa esprime la sua identità più profonda.

La Chiesa, quando prega, si manifesta proprio in quanto Chiesa. Essa si riunisce. E nota l'affermazione della Costituzione conciliare sulla Liturgia ; affermazione, a mio avviso, tra le piu importanti del Concilio Vaticano II: «... tutti devono dare la più grande importanza alla vita liturgica della diocesi che si svolge intorno alvescovo, principalmente nella chiesa cattedrale: convinti che la principale manifestazione della Chiesa (praecipua manifestatio Ecclesiae) consiste nella partecipazione piena e attiva di tutto il popolo santo di Dio alle medesime celebrazioni liturgiche, soprattutto alla medesima Eucaristia, in una sola preghiera (in una oratione), presso il medesimo altare cui presiede il vescovo circondato dai suoi sacerdoti e ministri». La manifestazione per eccellenza della Chiesa si verifica quando questa si riunisce per la preghiera comune. È allora che essa realizza se stessa al più alto grado; diviene allora « visibilmente » ciò che è « misteriosamente » : popolo di Dio riunito davanti a Lui; essa trova allora anche la sua struttura fondamentale : popolo riunito...

Si ricorda che Ignazio d'Antiochia scriveva ai Magnesii: « II Signore, che era tutt’uno con il Padre, non fece nulla senza di Lui (cfr. Gv 5, 18 ; 12, 50), né agendo da solo, né (agendo) per mezzo dei suoi Apostoli; e cosi anche voi nulla dovete fare senza il vescovo e senza i presbiteri. Ed è inutile che cerchiate di far apparire buono ciò che fate voi, privatamente; siate una cosa sola : un'unica speranza nell'amore, un'unica gioia purissima : questo è Gesù Cristo e nulla e meglio di Lui! Accorrete dunque tutti a quell'unico tempio di Dio, intorno a quell'unico altare che è Gesù Cristo : Egli è uno, e procedendo dall'unico Padre, e rimasto a Lui unito, e a Lui è ritornato nell'unità».

Benché, tuttavia, quest’assemblea della Chiesa non possa non essere assemblea locale, essa ha di fatto dimensioni molto più estese, nello spazio e nel tempo : per e attraverso la sua preghiera comune diviene la Chiesa di Dio, tale quale è a X ; e questa localizzazione dev'esser presa sul serio, perché essa è una delle condizioni della sua ecclesialità. Ma l'assemblea della Chiesa diviene ancor di più : il sacramento, cioé, — con e accanto alle altre Chiese locali — della santa Chiesa stessa di Dio, diffusa nel mondo e nei secoli, che si unisce alla compagnia degli angeli per celebrare il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo. Sicché, quando si parla di preghiera comune, bisogna dire che essa è necessariamente comune alla Chiesa in tutta la sua cattolicità : quando 1'assemblea della Chiesa prega, prega, di fatto, con la Chiesa intera. Essa è, nei limiti inevitabili del «qui» e dell' «ora », epifania del popolo di Dio. Ma se la Chiesa acquista nella preghiera comune la sua identità più profonda in quanto popolo, anche ciascuno dei suoi membri trova in essa che cosa egli è nel più profondo di se stesso : innestato sul Figlio unico, egli è divenuto capace, attraverso lo Spirito, di dire a Dio : «Padre » (4). Egli ha raggiunto il suo vero destino ; ha risposto alla sua vocazione : quella di mettersi alla presenza del Signore, per celebrare, coi fratelli, la gloria del Padre, del Figlio e dello Spirito, e per divenire, attraverso e in questa celebrazione, theias koinonòs physeos (2 Pt. 1, 4) : partecipe della divina natura.

2. — Essa ubbidisce al comando del Signore.

Quando la Chiesa prega, ubbidisce. È la seconda risposta che bisogna dare alla nostra domanda. Certo, la Chiesa tende verso il suo Signore come una giovane verso il suo fidanzato ; ma ciò che motiva la sua preghiera non e necessariamente la necessità o la voglia di pregare : in tempi di aridità spirituale, infatti, può non averne affatto voglia.

Essa si riunisce per pregare perchè ha ricevuto il comando di farlo. Il culto religioso non è anzitutto risultato di un bisogno religioso (per questo, la sua forma non è quella di riuscire ben gradito) : è innanzitutto ubbidienza ad un ordine : «... fate questo in memoria di me . . . », «... quando pregate, dite . . . », « pregate sempre . . . ». Ma perchè questo comando ? Credo si debba avere il coraggio di rispondere: perchè la preghiera, a causa dell'esaudimento di Dio, fa avanzare la storia della salvezza del mondo. Ogni autentica preghiera cristiana è portatrice, realizzatrice di storia, essa provoca l'avvicinamento della fine del mondo (e anche qui vediamo che non è possibile fare una netta distinzione teologica tra preghiera comune e preghiera privata, preghiera tradizionale e preghiera improvvisata). L'esaudimento della preghiera — sarà necessario ritornarvi sopra — mostra, come osserva K. Barth, che vi e « un influsso della preghiera sull'azione, sull'esistenza di Dio » (6).

In altre parole, quando la Chiesa si riunisce per la preghiera, diviene realizzatrice del disegno di Dio per il mondo ; «essa è allora — come dice J. Ellul — generazione di un futuro . . . , è (lì) . . . per assicurare la possibilità di una storia» (7) : la storia della salvezza. Si rivela qui, di fatto, il carattere politico della preghiera cristiana : essa fa maturare la storia, anche se in modo modesto, nascosto, non demagogico . . . « L'atto di pregare — diceva recentemente 1'arcivescovo Antonio Bloom - è un atto di ribellione contro la schiavitù, più essenziale più efficace della lotta armata» (8)

3 — Essa si presenta a Dio nel nome del mondo.

La Chiesa, quando prega, esprime l’identità più vera i se stessa, e 1'identità più naturale dei suoi membri. Essa ubbidisce a un comando del Signore e in tal modo contribuisce a far venire il Regno (9). In terzo luogo, bisogna dire che la Chiesa, quando prega, si sostituisce al mondo, che non sa più o non sa ancora, pregare. Essa si esercita nell'offrirsi sacrificio regale. II famoso «sacerdozio universale », infatti, e molto più 1'ufficio attraverso il quale la Chiesa intera, in Gesù Cristo, si presenta Dio in nome e al posto del mondo, che il diritto, per ogni uomo, di presentarsi immediatamente a Dio. L'ufficio, cioè, al riparo del quale il mondo può sussistere sotto la pazienza di Dio . . . Primizia delle creature, dice, parlando della Chiesa, la lettera di Giacomo (cf. 1, 18) : ciò in cui il mondo intero può comparire e sussistere dinanzi Dio.  È ciò che pone la Chiesa in preghiera, cosi vicino la Croce di Cristo.

Qui, fin dall'inizio noi troviamo, nella giusta prospettiva, la portata politica della preghiera comune : recitata in nome del mondo, questo sopravvive malgrado ciò che 1'attira verso la morte, e un tal fatto gli permette esser raggiunto ancora dall'Evangelo. Ci si sente colpiti, leggendo il Nuovo Testamento, nel notare che si manifesta in esso cosi poco sentimento di responsabilità politica diretta, il suo tenore, a proposito di questo fatto, e molto diverso da quel che si sente dire ascoltando la teologia contemporanea. Non credo ciò dipenda da una certa indifferenza per i poveri e gli sfruttati, e neppure dal fatto che l' ansia escatologica e 1'attesa dell' imminente parusia distogliesse la Chiesa nascente da un impegno politico concreto ; credo piuttosto sia dovuto al fatto che la Chiesa situava il principale esercizio della sua responsabilità politica nella preghiera : nel suo dovere, cioè, di porsi dinanzi a Dio in nome del mondo, perchè il mondo, protetto dalla di lei preghiera, potesse durare ancora e l'Evangelo vi fosse proclamato come 1'unica possibilità di salvezza. La Chiesa, quando prega, e come 1'apostolo Paolo che spezza il pane sul mare in tempesta e garantisce, mediante la sua presenza, la sopravvivenza di tutti i passeggeri. Sarebbe tanto desiderabile che la Chiesa riprendesse oggi coscienza che e proprio mediante la preghiera ch'essa si rende veramente utile al mondo! sarebbe tanto desiderabile che essa fosse fedele a questa sua vocazione!

II. CHE COSA DICE LA CHIESA QUANDO PREGA ?

Cominciamo con 1'osservare che non ogni preghiera è buona per esser recitata, in Chiesa. Bisogna pregare « secondo la volontà di Dio » (cf. 1 Gv 5, 14), o pregare «in nome di Gesù Cristo ». K. Barth chiama la preghiera cristiana «1'atto che consiste nel dare la nostra adesione all'opera di Dio»(10). Egli rileva, dunque, dal senso teologico della preghiera comune, che questa e regolata da ciò che noi sappiamo della volontà di Dio rivelata in Gesù Cristo. Questa volontà, vaglia — se cosi posso dire — tutto ciò che ci potrebbe venire in mente di dire a Dio. È ciò che fa anche in modo che la preghiera comune non possa non tener conto della tradizione liturgica della Chiesa: non necessariamente per ripetere preghiere di un tempo — come si ripeterebbero delle formule che essendo gia state esaudite garantirebbero di esser esaudite di nuovo — ma per pregare come un tempo, secondo gli stessi grandi schemi. Ora mi sembra possibile affermare che pregare « secondo la volontà di Dio » implichi essenzialmente tre cose : 1° - la celebrazione di Dio, che intende ed esaudisce; 2° - la domanda perchè venga il suo Regno ; 3° - 1'intercessione perchè la sua volontà di salvezza si diffonda, si realizzi, si consolidi. Tutte le altre preghiere non sono, per essere cristiane, che delle ramificazioni di questa triplice preghiera fondamentale. Vediamo la cosa un pò più da vicino.

1. — Essa celebra le grandi opere di Dio.

La preghiera comune e innanzitutto celebrazione delle grandi opere di Dio. « Santo è il suo nome : di generazione in generazione la sua misericordia stende su quelli che lo temono. Ha spiegato la potenza del suo braccio, ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore ; ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili; ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato a mani vuote i ricchi. Ha soccorso Israele, suo servo, ricordandosi della sua misericordia, come aveva promesso ai nostri padri, ad Abramo e alla sua discendenza, per sempre » (Lc 1, 50 ss).

«Benedetto il Signore Dio d'Israele, perchè ha visitato e redento il suo popolo, e ha suscitato per noi unasalvezza potente nella casa di Davide, suo servo, come aveva promesso per bocca dei suoi santi profeti d'un tempo : salvezza dai nostri nemici e dalle mani di quanti ci odiano. Cosi Egli ha concesso misericordia ai nostri padri e si e ricordato della sua santa alleanza, del giura-mento fatto ad Abramo, nostro padre, di concederci, liberati dai nemici, di servirlo senza timore, in santità e giustizia al suo cospetto, per tutti i nostri giorni» (Lc 1, 68 ss).

« Signore, tu sei Colui che hai fatto il cielo, la terra, il mare e tutte le cose che sono in essi, tu, mediante lo Spirito Santo, per bocca del padre nostro e tuo servo David, hai detto : 'Perchè fremettero le genti, e i popoli hanno meditate cose vane? I re della terra si presentarono, e i principi si sono radunati insieme contro il Signore e contro il suo Cristo. E veramente, in questa città si sono radunati Erode e Ponzio Pilato, insieme coi Gentili e con tutto il popolo d'Israele, contro il santo tuo Figliolo Gesù, che tu hai consacrato! Essi han fatto quel che la tua mano e il tuo consiglio decreto si facesse» (At 4, 24 ss).

A queste tre preghiere si dovrebbe aggiungere anche la citazione delle innumerevoli formule dossologiche contenute nelle lettere di Paolo, nell'Apocalisse, ed in altri testi. Si dovrebbero aggiungere ancora le formule di confessione di fede mediante le quali la Chiesa riunita si pone di fronte a Dio per celebrarlo, per enumerare tutto quello che Egli ha fatto in Gesù Cristo, dando in Lui, al mondo, un riferimento e una speranza. E questa celebrazione di Dio — primo contenuto della preghiera comune — si basa su una convinzione talmente salda che in Gesu di Nazareth Dio ha fatto biforcare la sorte del mondo intero che, come ad esempio nel magnificat o nel Cantico di Zaccaria, ciò che e ancora tutt’al più solo iniziato — la sconfitta degli orgogliosi, cioè, e il rovesciamento della situazione degli umili e degli affamati — è cantato come irreversibilmente stabilito e realizzato. Proprio come nell'espressione detta da Cristo sulla Croce : « Tutto è compiuto » (Gv 19, 30).

Nella sua preghiera, dunque, la Chiesa comincia col celebrare Dio, la sua misericordia, la sua storia, la sua vittoria. Si pensi al catechismo di Heidelberg, che tanto insiste sul fatto che la preghiera « e la principale parte della riconoscenza che Dio reclama da noi»(ll).

2. — Essa esprime la sua attesa del rinnovamento di tutte le realtà, in Gesù Cristo.

Ciò che la Chiesa esprime, in secondo luogo, nella preghiera comune, e il suo ardente desiderio di vedere incontestabilmente realizzato il rinnovamento di tutte le cose ottenuto dalla morte e resurrezione di Gesù Cristo. «Venga la (tua) grazia e passi questo mondo ! » (12). È la preghiera medesima che chiude lo stesso Nuovo Testamento : «Lo Spirito e la Sposa dicono : Vieni! Vieni, Signore Gesu ! » (Ap 22, 17.20) (13).

Ed e in questa prospettiva — credo — che bisogna interpretare anche 1'insieme dell'orazione domenicale. Essa e la preghiera di coloro per i quali niente conta altrettanto quanto la conferma pubblica, universale, della loro confessione di fede : la dimostrazione che la resurrezione di Gesù nel mattino di Pasqua non può non portare come conseguenza il rinnovamento dell'intera creazione, attraverso lo stabilirsi del Regno di Dio e il godimento dei beni escatologici. Per questo — mi sembra — anche il tenore delle ultime richieste dell'orazione domenicale implora la parusia : il pane epiousios, « soprasostanziale », la cancellazione di tutto ciò che porrebbe 1'uomo in conflitto con Dio, la capacita di resistere al maligno nel giorno dell'ultimo giudizio. E il semeron [oggi] della quarta richiesta mi sembra allora voglia dire che, nell'ansiosa attesa della parusia, fin d'oggi noi possiamo vivere della vittoria del Cristo e della venuta dello Spirito Santo, come attesta la variante della versione lucana della preghiera del Signore : «venga su di noi il tuo Santo Spirito e ci purifichi» (Lc 11,2).

3. — Essa attesta l'evangelizzazione del mondo

Il terzo elemento veramente importante della preghiera comune, e che non ostante gli ostacoli posti dal1'avversario, il disegno di Dio avanza nel mondo ; coloro, perciò, che sono incaricati di essere i portatori dell'Evangelo del Signore, lo siano senza affievolirsi. Si potrebbe anche dire che il terzo elemento veramente importante della preghiera comune, è 1'evangelizzazione del mondo. « E adesso, Signore, tieni presenti» le minacce di Erode, di Pilato, delle nazioni, del popolo d'Israele «e concedi ai tuoi servi di annunziare la tua parola con tutta fran-chezza, mentre tu stendi la mano a risanare e a operar segni e prodigi per mezzo del nome del santo tuo Figlio Gesù», dicono i fedeli di Gerusalemme al ritorno di Pietro e Giovanni dopo che avevano essi dovuto comparire dinanzi al Sinedrio (At 4, 29 ss). Sono stato colpito nel notare la regolarità di questo tipo di preghiera nei testi neotestamentari: la richiesta che 1'Evangelo si radichi, si fortifichi la dove e gia piantato, che arrivi a nuovi luoghi d'impiantazione. Non è possibile farne 1'enumerazione completa ; pochi esempi saranno sufficienti.

Si potrebbero anzitutto rilevare i rendimenti di grazie con cui Paolo inizia le sue lettere, e che sono dominati dalla preoccupazione dell'avanzamento dell'Evangelo nel mondo. «Ringraziamo Iddio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, ogni volta che preghiamo per voi, sentendo la fede che avete in Cristo Gesu e 1'amore che portate a tutti i santi, per via della speranza che e riposta per voi nei cieli; speranza che avete gia da tempo concepito nella parola di verità del Vangelo pervenuto a voi, come in tutto il mondo sta producendo i suoi frutti e facendo progressi quali fa tra voi, dal di che 1'avete udito, e avete conosciuto la grazia di Dio nella sua verità . . . Perciò anche noi. . . non cessiamo dal pregare per voi e dal chiedere che siate ben compenetrati della conoscenza di quel che e la sua volontà in tutto il campo della sapienza e intelligenza spirituale, si da procedere in modo degno del Signore, con pieno suo gradimento, in ogni opera buona, fruttificando e progredendo nella cognizione di Dio, in ogni virtù fortificati secondo la sua gloriosa potenza a sopportare ogni cosa con pazienza e longanimità, con gioia ringraziando Dio Padre dell'avervi resi atti ad aver parte nell'eredita dei santi nella luce ; quel Dio, che ci ha sottratti all'impero delle tenebre, e ci ha trasportati nel regno del Figlio dell'amor suo, in cui abbiamo la redenzione, la remissione dei peccati » (Cl 1, 3-14). O ancora : « Io ringrazio il mio Dio ad ogni ricordo di voi, sempre, in ogni orazione mia, pregando con gioia per tutti voi, a motivo della vostra partecipazione al Vangelo, dal primo giorno fino ad ora, persuaso di questo appunto che chi ha cominciato in voi 1'opera buona, la compirà fino al giorno di Gesu Cristo. Ed e giusto per me il pensar questo di tutti voi, perchè vi ho nel cuore, come quelli che, e nelle mie catene, e nella difesa e nella confermazione del Vangelo, siete tutti compagni a me nella grazia. Poiché Dio mi e testimone che io voglio bene a tutti voi nelle viscere di Gesù Cristo ; e questa e la mia preghiera che la vostra carità cresca sempre più e più, in cognizione e in ogni finezza di senso, si da riconoscere voi le cose migliori, affinché siate schietti e irreprensibili fino al giorno di Cristo, ripieni del frutto della giustizia per via di Gesù Cristo, a gloria e lode di Dio » (Fl 1, 3-11).

Questi esempi potrebbero esser moltiplicati. Ad essi bisogna aggiungere, nello stesso senso, 1'esortazione rivolta ai Tessalonicesi o ai Colossesi, di pregare per lui « perchè la parola del Signore abbia corso e sia glorificata ovunque . . . e affinché noi siamo liberati dagli uomini protervi e malvagi, poiché non e di tutti la fede » (2 Tss 3, 1 ss); o di pregare sempre per lui «affinché Iddio gli apra la porta della parola, e gli sia dato annunziare il mistero di Cristo, per il quale anche ora e in catene, affinché lo manifesti come conviene che ne parli» (cfr. Cl 4, 3 ss). Si ritrova qui come un'eco della preghiera sacerdotale di Gesù che chiede a Dio non di togliere dal mondo coloro a cui Egli da 1'incarico di rappresentarlo in esso, ma di preservarli dal male, santificarli attraverso la verità e unirli incrollabilmente « affinché il mondo riconosca che tu mi hai mandato e che li hai amati, come hai amato me » (Gv 17, 9 ss).

Questa stessa preoccupazione dell'avanzamento del1'Evangelo e del consolidamento della fede di coloro che hanno creduto, si ritrova ancora, di frequente, nelle benedizioni dossologiche riportate dal nuovo Testamento:

«A Colui che può consolidarvi secondo il mio Vangelo e la predicazione di Gesù Cristo, conforme alla rivelazione di un mistero per lunghi secoli taciuto, (ma ora rivelato, per mezzo delle Scritture profetiche, giusta 1'ordine dell'eterno Dio e conosciuto fra tutte le genti per trarle all'obbedienza della fede), a Dio unico Sapiente, per via di Gesù Cristo, sia gloria per i secoli dei secoli. Amen ! » (Rm 16, 25 ss: cf. Giud. 24 ss).

Riassumendo : se, mediante la preghiera comune, la Chiesa esprime la sua più profonda identità, fa avanzare la storia della salvezza, tiene il suo ruolo di popolo sacerdotale, mediatore tra Dio e il mondo, tra il mondo e Dio, quello che essa celebra in questa preghiera e innanzitutto Dio e la storia che Egli concretizza per salvare il mondo; e poi l' implorazione perchè venga la parusia e con essa sia (definitivamente) stabilito il Regno di Dio; e infine la richiesta che essa, la Chiesa, e coloro che ne sono i responsabili, possano fedelmente assolvere il com-pito che solo loro sono capaci di assolvere, e che e indispensabile al mondo e alla sua salvezza : far in modo, cioè, che nell'attesa della parusia, 1'Evangelo si diffonda, s'impianti, si consolidi e porti il suo frutto. Non credo esagerato dire che tutte le altre preghiere non sono cri-stiane che nella misura in cui scaturiscono da queste tre preghiere fondamentali e preparano ad esse.

III.

A CHE COSA, LA PREGHIERA COMUNE, IMPEGNA LA CHIESA, CHE LA RIVOLGE A DIO?

Mi domando spesso se l'attuale crisi della preghiera e della vita di preghiera non sia dovuta in gran parte ad un riflesso d'onesta : in coloro, evidentemente, che non dubitano (dell’esistenza) di un Dio, vivente e personale. Si prega male, si prega poco, perchè s'insiste sulla serietà della preghiera, s'insiste nel dire che la preghiera impegna. Si tende allora a rifugiarsi nella preghiera della Chiesa. Ma anche questa impegna, impegna altrettanto. A che cosa pero ?

1. — Volere ciò che si chiede a Dio.

La preghiera impegna la Chiesa a volere essa stessa ciò che domanda a Dio. Se la preghiera — per riprendere la citazione di K. Barth riportata poco fa — è «l'atto che consiste nel dare la nostra adesione all'opera di Dio » (14), questa adesione impegna. La Chiesa stessa diventa responsabile di ciò che domanda. Si, liberamente responsabile : senza alcun timore, cioè, per tutto ciò che si dovrà fare. A questo proposito, 1'assenza di frenesia che caratterizza la politica missionaria di Paolo : di lui, che, pure — se l' esegesi di 2 Tm 2 proposta da O. Cullmann è corretta (15) — era incaricato in modo più particolare degli altri del compimento del terzo momento del contenuto della preghiera, e che sapeva di essere un elemento chiave dell'avanzamento della storia della salvezza, e esemplare.

Se Paolo fosse stato veramente convinto della parusia, avrebbe egli organizzato si saggiamente la sua strategia missionaria, da impiantare 1'Evangelo soltanto nelle città, per poi arrivare a poco a poco, alle campagne ? Avrebbe egli pazientemente atteso tre anni nelle prigioni di Cesarea, prima di appellare a Cesare ? La preghiera impegna la Chiesa a mettersi innanzitutto al servizio dell'esaudimento di ciò che essa domanda a Dio. Essa stessa diviene allora collaboratrice di Dio nell'avanzamento del piano di salvezza, qualunque sia l'esegesi di Theou sunergoi [collaboratori di Dio] che si adotta per spiegare il testo di 1 Cr 3, 9 (16).

E di tutta la vita della Chiesa che bisognerebbe qui parlare, perchè essa non e altro che un volontariato per e nell'opera della salvezza che Dio persegue nel mondo.

Riguardo a ciò che abbiamo rilevato parlando del contenuto della preghiera cristiana, impegnarsi nel servizio dell'esaudimento di quel che si domanda a Dio, significa — ricondotto all'essenziale — : sapere che quel che conta veramente, nel mondo, e la venuta, 1'insegnamento, la passione, la vittoria e la glorificazione di Gesù Cristo e 1'agire m conseguenza (di queste stesse realtà) ; esser tesi verso la manifestazione di ciò che e avvenuto nel momento dell'incarnazione e sottomettere alla speranza di questa manifestazione 1'insieme della propria vita, dare all'impiantazione e alla crescita dell'Evangelo la preferenza su ogni altra attività ; compiere ciò che è specificamente cristiano, ciò che nessuna cosa e nessun altro che la Chiesa può compiere qui in terra.

2. — Pregare in modo unanime.

Parlando della preghiera comune, il Nuovo Testamento utilizza frequentemente due espressioni che fanno riflettere: la comunità cristiana, per la sua preghiera si riunisce epi to auto, «in uno stesso luogo » (17), e questa preghiera e pronunziata «in maniera unanime », «in comune», homothymadon (18). La Chiesa, che la preghiera costituisce in assemblea di Dio, e una Chiesa una.Come non si va a presentare a Dio la propria offerta in stato di inimicizia col fratello, ma si va prima a riconciliarsi con lui (cfr. Mt 5, 23 ss), cosi la Chiesa non deve presentarsi a Dio divisa. La sua divisione sarebbe infatti una smentita — per cosi dire — di ciò che essa e, un sabotaggio della propria preghiera (cfr. Mt 18, 19). È qui anche il senso del bacio di pace che precede il momento più importante della preghiera comune : 1'Eucaristia (19).

Se la preghiera comune impegna a mettersi al servizio di ciò che si domanda a Dio e ad accettare di divenire noi stessi operatori di esaudimento, bisogna ora dire, in secondo luogo, che la preghiera comune impegna la Chiesa — che la rivolge a Dio — a far questo in modo unanime, nell'unita ; che 1'impegna, di conseguenza, ad una particolare cura per impedire le divisioni e, se queste si sono prodotte, a guarirle.

Noi non siamo qui per abbordare, ancor meno per trattare le relazioni tra preghiera comune e ricerca ecumenica, ma sarebbe cosa estremamente importante il porci almeno le domande: sono le nostre divisioni talmente profonde, da impedirci di pregare insieme, perché convinti di non rivolgerci allo stesso Dio, attraverso lo stesso Cristo e nello stesso Spirito ? E se esse non sono tali, se esse non c'impediscono di pregare insieme, che cosa attendiamo per misurarne non la profondità ma la piccolezza e per svelarla ed eliminarla, onde la Chiesa locale possa riunirsi epi to auto, per rivolgersi a Dio homoihymadon ?

3. — Una preghiera già esaudita.

Un ultimo punto in questo breve esame da noi fatto, per conoscere a che cosa la preghiera impegna. Esso ci ha condotto all'esaudimento della preghiera. « Questa è la fiducia che noi abbiamo in Lui — dice la prima lettera di Giovanni — che qualunque cosa chiederemo secondo la sua volontà, Egli ci esaudisce. E sappiamo che ci esaudisce, qualunque cosa gli chiediamo ; lo sappiamo perchè abbiamo 1'effetto delle richieste a Lui fatte» (5, 14-15). Ciò significa — credo — che la preghiera cristiana e una preghiera gia esaudita in Gesù Cristo, una preghiera di cui noi domandiamo a Dio di confermare 1'esaudimento. « Perciò vi dico — afferma Gesù — tutte le cose che domanderete nella preghiera, abbiate fede di ottenerle e le otterrete » (Mc 11, 24). La preghiera comune dei cristiani si appoggia, in qualche modo, a ciò che Dio ha compiuto in Gesù Cristo e che e «infinitamente al di la di quel che noi domandiamo, o pensiamo » (Ef 3, 20); ed è in questa situazione ch'essa è pronunziata. Noi non possiamo domandare di più di quello che Dio ci ha donato, possiamo nondimeno domandare 1'apocalisse, lo svelamento, la manifestazione incontestabile di tutto questo. Ciò che mi sembra significare, in modo assai concreto, tre cose :

1° - la pazienza nell'attesa dell'esaudimento, o piuttosto dell'esaudimento manifesto. Può sembrare talvolta— o anche spesso — che Dio risponda al contrario di ciò che gli domandiamo anche con fede; come indica la preghiera stessa, non esaudita, di Gesù nel Getsemani

— prima che Egli si piegasse alla volontà di Dio (Mc 14, 36) — o come Paolo apprende dopo averchiesto per tre volte (anche lui 1 Cfr. Mc 14, 36.39.41) di esser oberato da quel misterioso stimolo della carne (cf. 2 Cr 12, 7). Apprende cioè che gli è sufficiente la grazia di Dio, poiché la forza di Dio si compie nella debolezza. Si, può sembrare che Dio risponda al contrario, come appresero anche quelle persone — di cui il mondo era indegno — che furono lapidate, segate, perirono di spada, andarono raminghe, furono denudate, oppresse, maltrattate perchè non dovevano giungere alla perfezione senza di noi (cf. Ebr 11, 37).

L'esaudimento segreto preliminare, e garante dell'esaudimento ultimo manifesto. La preghiera comune o privata impegna dunque alla fiducia nella virtù, nella validità, e sufficienza dell'esaudimento preliminare di ogni preghiera cristiana, impegna alla fede in Gesù Cristo, incarnato, crocifisso, risuscitato e glorificato.

In secondo luogo, se la preghiera impegna alla pazienza, nell'attesa dell'esaudimento finale della preghiera gia fin d'ora esaudita, essa non impegna di meno a ricercare tutti quei segni in cui 1'esaudimento preliminare e finale trovano la propria attestazione, ed a gioirne. E specie a ricercare ed a gioire di quel momento più importante, in cui si attesta, per eco ed anticipazione, l'esaudimento della preghiera : l'Eucaristia della domenica.

Infine, se l'esaudimento che attendiamo, è la manifestazione e la conferma di ciò che è passato nella vita, morte e resurrezione di Gesù di Nazareth, se esso è 1'esaurimento dell'esaudimento, allora noi sappiamo che cosa domandare per pregare secondo Dio: è infatti l'orazione domenicale quella preghiera totalmente differente dalla preghiera spontanea, che sale dal cuore dell'uomo (21) e provoca e segna l'avanzamento della storia della salvezza.


sabato 7 marzo 2026

La Samaritana

 Domenica III A

Il dialogo con la Samaritana espone come Gesù conduca alla fede in Lui, una donna che non aveva chiesto né aveva meritato questo dono. Egli le rivela se stesso a lei e agli altri Samaritani. Non poteva dare loro di più. «Mi feci ricercare da chi non mi consultava, mi feci trovare da chi non mi cercava. Dissi: «Eccomi, eccomi» a una nazione che non invocava il mio nome (Is 65,1). È stato Gesù a recarsi presso i Samaritani, non loro ad invitarlo

Gesù sorprende la donna con la sua bontà facendole capire che Egli non detesta i Samaritani né li teme. La bontà dell’uomo Gesù è la massima rivelazione di Dio. In questo modo chiede anche a noi di diventare buoni. Un fatto non scontato perché l’uomo lasciato a se stesso è più feroce delle fiere (gli animali uccidono ma non torturano). 

Primo passo. Prima di parlargli delle cose importanti della fede, suggerisce alla donna un gesto di bontà verso di lui. L’agire buono è una buona preparazione alla rivelazione più grande. Vale come una preghiera, nella quale chi è ancora non credente si apre a ricevere un dono più grande della sua richiesta esplicita e della sua speranza. 

Secondo passo. Gesù suscita la sua curiosità rivelandogli l’esistenza di un altro mondo, di un’altra vita rappresentata da un’acqua che disseta per sempre. 

Terzo passo. Gesù spinge la donna a riesaminare la sua esistenza, senza umiliarla. Il cammino spirituale è sempre un fatto personale e concreto. Gesù rivela se stesso a noi ma svela anche noi stessi a noi stessi. La donna conosce una verità che non le fa male ma la libera perché è pronunciata da una Persona che non la giudica.  

Quarto passo. La donna pone una questione religiosa. In questo settore, le opinioni sono sempre varie e piuttoste confuse. Gesù non afferma che tutte le credenze sono valide alla stessa maniera (i Giudei sono più vicini alla verità dei Samaritani) ma che vengono superate da quella verità che è la sua stessa Persona. Il culto perfetto è partecipare al suo rapporto con Dio Padre, sorretti dallo Spirito Santo. 

Quinto passo. La donna diventa capace di essere apostola. Fa quello che i discepoli non avevano saputo fare. Di Gesù non conosce quasi niente ma ha colto un elemento essenziale. Lo Spirito è come il vento: non si vede ma si osservano i suoi effetti. Ciò che sa di Lui è l’entusiasmo che Egli ha rivegliato nel suo cuore e questo risultato le fa capire che Egli è il Messia. 

Dal Commento al Vangelo di Giovanni di s. Tommaso d’Aquino

625 - L'affetto della samaritana traspare da due cose: 

primo, dal fatto che per la grandezza della sua devozione abbandonò e quasi dimenticò l'acqua e la brocca, quello cioè per cui era venuta alla fonte. Per questo il testo afferma che sa abbandonò la sua brocca, e andò in città, per annunziare grandezze di Cristo, senza curarsi del proprio vantaggio materiale, per il bene degli altri. E in ciò essa segue l'esempio degli Apostoli, i quali, come è detto in Matteo (4,20), «abbandonate le reti, seguirono il Signore». La brocca sta qui a significare la cupidigia mondana, con la quale gli uomini, con un’attività tutta terrestre, estraggono i piaceri dal profondo le tenebre, ossia dal pozzo, che ne è l'immagine. Perciò quelli che per Dio abbandonano le cupidigie del mondo lasciano la brocca; 2 Tm 2,4: «Nessuno che militi per Dio amischia negli affari del secolo».

Secondo, tale affetto traspare dalla moltitudine delle persone alle quali rivolge il suo annunzio: poiché non si rivolge a una, o due, o tre persone, ma a tutta la città: andò in città. E in viene prefigurato l'ufficio degli Apostoli, ai quali il Signore le questo compito: «Andate e ammaestrate tutte le genti» 28,18); «Io vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto» (sotto , 15.16).



Commento alla Bibbia liturgica

 TERZA SETTIMANA DI QUARESIMA

Lunedi III

1 Re 5. Il racconto espone l’adesione del pagano Naaman alla fede nel Dio d’Israele. Egli si fida di una parola pronunciata da una ragazza ebrea. Si fida ma intanto rimane vincolato alle sue opinioni: ritiene di dover dare una lauta ricompensa al suo guaritore e si aspetta da parte del profeta certe pratiche consolidate di cui ha sentito parlare (“invocherà il suo dio, agiterà la mano verso la parte malata”). Il re d’Israele, anziché incoraggiare l’ospite, rischia di annullare il viaggio di speranza di Naamàn.

Per Eliseo, che agisce in modo del tutto gratuito, conta soltanto la fede in Dio, il quale si rivela al ministro pagano mediante la parola del profeta. L’immersione prolungata nell’acqua è necessaria per riscegliare e consolidare la sua fede in quel Dio, veramente operante, che era rimasto finora sconosciuto a Lui. 

Veniamo così a conoscere un cammino provvidenziale che prefigura il cammino d’un catecumeno verso la fede e il battesimo. All’inizio c’è una parola di testimonianza (anche se pronunciata da una persona che sembra agire casualmente). La controtestimonianza di chi avrebbe dovuto aiutarlo, non dissolve il cammino del futuro credente. Il catecumeno accoglie la parola del profeta vincendo le sue esitazioni. La fede raggiunge il culmine nell’atto sacramentale dell’immersione nell’acqua. Questo gesto presuppone la fede ed essa si consolida nel rito. Naaman e il battezzato sperimenta l’evento più ricco e gioioso della sua esistenza. Ora comprende di aver provato una grande sete e che questa è stata appagata, in modo inaspettato, nell’incontro con il Dio vivente (Salmo 42). 

Naaman prefigura l’accesso di una moltitudine di pagani alla fede in Cristo. Gesù, a Nazaret, ricordando l’adesione sincera di alcuni pagani, preannuncia conversione di molti di loro, un fatto che accadrà dopo la sua Pasqua: «Il sabato seguente quasi tutta la città si radunò per ascoltare la parola del Signore. Quando videro quella moltitudine, i Giudei furono ricolmi di gelosia e con parole ingiuriose contrastavano le affermazioni di Paolo. Allora Paolo e Bàrnaba con franchezza dichiararono: “Era necessario che fosse proclamata prima di tutto a voi la parola di Dio, ma poiché la respingete e non vi giudicate degni della vita eterna, ecco: noi ci rivolgiamo ai pagani”» (At 13, 44-46; Cf. Rm 11,11). 

Martedi III

Tra i motivi primari di conversione viene raccomandato quello del perdono. 

Dn 3. Azaria invoca dapprima il perdono di Dio. Ricosce, davanti a Lui, che la situazione di schiavitù, in cui versa il popolo, è stata meritata. La punizione divina non è, però, né intransigente, né inesorabile e, quindi, i colpevoli non vengono abbandonati del tutto. Se il Signore rompesse l’alleanza, andrebbe contro se stesso, offuscherebbe la gloria del suo nome e la sua fedeltà. Israele può sempre contare sui meriti dei Patriarchi e sulle promesse gratuite del Signore. Egli, osservando l’umiliazione e l’afflizzione della sua gente, si intenerisce. In quel frangente, Israele non può più offrire alcun sacrificio d’espiazione ma può presentare a Dio, come atto di culto, il pentimento e la contrizione del cuore, un sentimento che vale quanto un sacrificio di enorme valore. Il pentimento presuppone la disponibilità di rimanere fedeli nel futuro agli impegni assunti. 

Mt 18. Un uomo gravato da un debito spropositato invoca la compassione del padrone che avrebbe diritto di relegarlo in prigione. Il padrone si comporta imitando lo stile di estrema misericordia di Dio e condona tutto il debito. Al contrario di quanto ha fatto questi, il servitore condonato si comporta da strozzino nei confronti di un altro che ha contratto un debito con lui. Non ha esteso ad altri la misericordia ricevuta. Dio non può stabilire un rapporto di comunione con chi è totalmente privo di compassione. «Chi dice di essere nella luce e odia suo fratello, è ancora nelle tenebre. Chi ama suo fratello, rimane nella luce e non vi è in lui occasione di inciampo. Ma chi odia suo fratello, è nelle tenebre, cammina nelle tenebre e non sa dove va, perché le tenebre hanno accecato i suoi occhi» (1 Gv 2,9-11). 

Mercoledi III

Dt 4. Credere in Dio e fidarsi di Lui significa desiderare di compiere il suo volere, praticando i suoi comandamenti. Questi, con l’avvento della Nuova Alleanza, sono incisi nel cuore dei fedeli. Non sono più imperativi esterni a loro ma sono un tutt’uno con loro. La volontà del Signore è nello loro viscere. Vivere in questa maniera è il modo per recuperare il giardino d’Adamo e gustare i cibi della grazia. I non credenti ammireranno il comportamento dei fedeli che sapranno essere luce del mondo. «Carissimi, io vi esorto come stranieri e pellegrini ad astenervi dai cattivi desideri della carne, che fanno guerra all’anima. Tenete una condotta esemplare fra i pagani perché, mentre vi calunniano come malfattori, al vedere le vostre buone opere diano gloria a Dio nel giorno della sua visita» (1 Pt 2,11-12). 

Il compito più importante è quello di continuare ad aderire al Signore, senza dimenticare i benefici ricevuti da Lui. «Siamo infatti diventati partecipi di Cristo, a condizione di mantenere salda fino alla fine la fiducia che abbiamo avuto fin dall’inizio» (Eb 3,14). 

Mt 5 Gesù ha dato una interpretazione nuova e definitiva alle prescrizioni della Legge e agli eventi dell’Antica Alleanza. Egli è il nuovo Tempio, la Manna che nutre per la vita eterna, la vera Luce, il vero Buon Pastore, la Risurrezione e la Vita. 

«Novus in vetere latet, et in novo vetus patet»: il Nuovo Testamento è nascosto nell’Antico e, nel Nuovo Testamento, il valore dell’Antico si manifesta in piena evidenza». «Il mistero della salvezza umana non è mancato in nessuna epoca. L'incarnazione del Verbo, quando ancora doveva avvenire, produsse la stessa salvezza che elargisce ora. Non è stato compiuto troppo tardi quello che sempre è stato creduto, ma la sapienza e la benignità divina, procrastinando l'opera della salvezza, ci ha resi più capaci della sua vocazione. Dio, fin dalla creazione del mondo istituì il principio di salvezza, uno e identico per tutti. Infatti la grazia di Dio, con cui sono stati sempre giustificati i santi, ha ricevuto solo un incremento dalla nascita del Salvatore, non il suo inizio» (Leone Magno, Sermoni, XXIII,4). 

Giovedi III

Ger 7. Il profeta lamenta che la caratteristica negativa tipica del popolo di Dio sia sempre stata quella della disobbedienza. Anch’egli protrae una predicazione che non ottiene alcun ripensamento. Dio però non rinuncia a comunicare con il suo popolo e il profeta attua questa sollecitazione amorosa. La speranza è che in un nuovo giorno, Israele non indurisca il cuore e si apra all’ascolto obbediente (Salmo 94). 

Paolo presuppone che possano verificarsi tempi difficili: «Ti scongiuro davanti a Dio e a Cristo Gesù, che verrà a giudicare i vivi e i morti, per la sua manifestazione e il suo regno: annuncia la Parola, insisti al momento opportuno e non opportuno, ammonisci, rimprovera, esorta con ogni magnanimità e insegnamento. Verrà giorno, infatti, in cui non si sopporterà più la sana dottrina, ma, pur di udire qualcosa, gli uomini si circonderanno di maestri secondo i propri capricci, rifiutando di dare ascolto alla verità per perdersi dietro alle favole. Tu però vigila attentamente, sopporta le sofferenze, compi la tua opera di annunciatore del Vangelo, adempi il tuo ministero» (2 Tm 4,1-5). 

Lc 11 Gesù sperimenta un rifiuto totale ed incomprensibile e viene sospettato di agire in combutta con Satana. Proprio Lui che era venuto per introdurre il Regno di Dio e che aveva iniziato veramente quest’opera, viene accusato di essersi accordato con il demonio. Con estrema pazienza e chiarezza, invita i suoi contemporanei a riflettere su quanto possono verificare. Come facevano gli esorcisti ebrei, Egli caccia via Satana dagli uomini, ma compie questo con una autorità mai vista prima. Ad un suo semplice comando, i demoni fuggono. È il combattente più forte che vince il diavolo e lo costringe alla resa. Gesù può fare questo perché fin dal principio ha affrontato Satana e ha vissuto un’esistenza santa, innocente ed immacolata nell’amore. Il demonio non ha alcun potere contro la santità ma viene debellata da essa. Ora la santità più grande è quella di Gesù. Egli è il Salvatore di tutti perché ha assicurata la vittoria per chi combatte in Lui. 

Venerdi III

 Os 14. Il profeta invita per aderire al Signore con tutto il cuore e in totale dedizione a Lui (“Torna al Signore tuo Dio”). Preparare le parole da dira significa esaminare con sincerità e con precisione i nostri pensieri più veri nei confronti del Signore e risvegliare in noi sentimenti di pentimento e di lode. Fare questo vale più dell’offerta di sacrifici. 

Il profeta invita anche ad abbandonare gli idoli e le false sicurezze (Assur) Anche se ora non veneriamo più le divinità, rischiamo di dare molta attenzione ed importanza a ciò che ci separa da Dio o incrina il rapporto con Lui. 

Il pentimento sincero offre a Dio la possibilità di intervenire nella nostra vita: “li guarirò dalla loro infedeltà” (soltanto Lui può guarire); “li amerò profondamente”. Egli, diventando la nostra rugiada, ci fa crescere come se noi stessi fossimo un nuovo Eden: saremo come un giglio, come un albero del Libano, come un olivo. Aderire al Signore è la massima felicità per l’uomo e questo fatto gli consente di sperimentare la totalità del suo amore. 

Se lo ascoltassimo, il Signore ci potrebbe nutrire al meglio e saziarci con un miele sconosciuto (Sal 80,17), ottenuto a nostra sorpresa, per pura grazia. «Rendo grazie continuamente al mio Dio per voi, a motivo della grazia di Dio che vi è stata data in Cristo Gesù, perché in lui siete stati arricchiti di tutti i doni» (1 Cor 1,4-6). 

Gesù ribadisce, come massimo bene, l’amore per Dio. Per Lui, ha affrontato perfino la passione (Cf Gv 14,21). Amare Dio significa voler obbedirgli in tutto, in pieno abbandono (Cf Eb 5,7). Agire in questo modo è l’atto di culto più importante. Chi ama Dio, imita il suo amore per gli uomini e comincia ad amare il prossimo come se stesso. «Noi amiamo perché egli ci ha amati per primo. Se uno dice: Io amo Dio e odia suo fratello, è un bugiardo. Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede. E questo è il comandamento che abbiamo da lui: chi ama Dio, ami anche suo fratello» (1 Gv 4,19-21). 

Sabato III

Os 6. Il profeta denuncia la falsa conversione. Il popolo sa chi è veramente Dio e come sia sempre disposto a perdonare. Le parole pronunciate da esso sono, di per sé, opportune ed encomiabili ma sono espresse senza la volontà di cambiamento di vita. Rappresentano, piuttosto, un tentativo di circuire il Signore per ottenere il suo favore. Il Signore però non agisce come un automa, come un evento naturale prevedibile. Alle parole del popolo, il Signore reagisce manifestando un profondo rammarico. La dedizione a Lui della sua gente è provvisoria e fallace. È un amore che svanisce in fretta e non raggiunge mai l’essenziale. Egli ha dovuto e deve ancora correggere con durezza e nessuno può accusarlo di ingiustizia. Il Signore ribadisce ciò che si aspetta dai suoi cultori: anziché dare esclusiva ed estrema importanza al culto (ai sacrifici di animali) nel tempio, devono donare a Dio se stessi; amarlo in verità, con continuità, stabilendo una comunione permanente con Lui (conoscenza). Questo fatto implica anche una relazione corretta con il prossimo. 

Lc 18. Il fariseo rapprenta una dedizione a Dio apparentemente buona ma inficiata di falsità. Se conoscesse Dio veramente, lo ringraziarebbe e lo loderebbe certamente, come sta facendo, senza però nutrire sentimenti di disprezzo per il prossimo. Il pubblicano rappresenta, invece, un ritorno sincero a Dio. Riconosce la sua indegnità, non pretende il suo perdono, non si reputa superiore a nessuno. Sa che, se il pentimento è sincero, tale da provocare un cambiamento di vita, il penitente ottiene la misericordia del Signore, che è sempre pronto a ristabilire l’amicizia con chi l’accoglie con sincerità, nonostante la gravità delle colpe commesse. Il pentimento sincero e profondo è un vero prodigio nella vita di una persona. È un evento forse troppo raro ma sempre decisivo.


venerdì 27 febbraio 2026

Trasfigurazione

 

«Il Verbo si fede carne e noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come del Figlio unigenito che viene dal Padre» (Gv 1,14). La persona umana di Gesù, nella sua concretezza, risplendeva sempre della gloria di Dio ma ora, sul monte, riceve una illuminazione straordinaria. 

Nella forma di un’esperienza di luce, Egli sperimenta la profondità e la singolarità della sua comunione con il Padre che possiede una vastità a noi inacessibile. Egli è Dio da Dio, Luce da Luce. Questa esperienza gli viene data per consolidarlo nella sua missione, che comincerà ad incontrare vicende molto dolorose, e per consolidare i discepli i quali, al contrario di Lui, non trarranno profitto dall’evento vissuto per pura grazia. 

Anche l’apostolo Paolo, nel corso della sua missione viene consolidato da esperenze particolari di unione con Dio in modo da renderlo capace di affrontarle difficoltà molto gravose. In un caso, racconta di essere stato innalzato fino al terzo cielo e di aver ascoltato un messaggio inesprimibile a parole. 

Gli eventi di contemplazione, in via normale, avvengono quando il fedele si è inoltrato già nella via della santità e i doni speciali gli vengono concessi per renderlo capace di diventare ancora più generoso, fino a dare tutto se stesso. Un contemplativo è tale perché è già disposto a scendere dal monte. Contemplazione ed azione sono sempre intrecciati.

Come Gesù rifletteva sempre la gloria di Dio Padre, il cristiano, a partire dal Battesimo, se custodisce la grazia di questo sacramento, mostra di essere uscito dalle tenebre e di essere diventato luce (Ef 5,8). Dio Padre lo accoglie come un figlio (anzi come il Figlio) e gli offre tutti i doni per renderlo capace di raggiungere la santità. 

Bisogna evitare di pensare che il cristiano prima debba conoscere soltanto la sofferenza e solo in seguito la glorificazione. Come già accadde a Gesù, vivere la carità gli consente di godere della gioia anche nella sofferenza: «Sono pieno di consolazione, pervaso di gioia in ogni nostra tribolazione (2 Cor 7,4; At 13,51, 1 Pt 1,6). Questo vuol dire che il cristiano vive una certa trasfigurazione prima della glorificazione nella vita eterna, grazia alla quale risplende come astro nel mondo (Fil 2,15). L’apocalisse parla della prima risurrezione. «Questa è la prima risurrezione. Beati e santi quelli che prendono parte alla prima risurrezione. Su di loro non ha potere la seconda morte, ma saranno sacerdoti di Dio e del Cristo» (Ap 20,5-6). 

Questa trasfigurazione ha permesso i martiri di rimanere fedeli nel crogiolo del dolore e consente a tutti noi di rimanere fedeli al Signore nelle vicissitudini della nostra vita.