domenica 1 febbraio 2026

1 tessalonicesi commento

 

Velo Veronese.
 Cappella
Trasfigurazione

Prima lettera ai Tessalonicesi

1Paolo e Silvano e Timòteo alla Chiesa dei Tessalonicesi che è in Dio Padre e nel Signore Gesù Cristo: a voi, grazia e pace. 

La lettera non è soltanto opera di un singolo ma il frutto d’una collaborazione. A differenza di quanto farà in altri casi, Paolo non evidenzia il titolo di apostolo (Cf. Rm 1,1; 1 Cor 1,1; 2 Cor 1,1; Gal 1,1), poichè la sua autorità non era contestata: tra gli evangelizzatori e i Tessalonicesi esiste un rapporto molto sereno perché quest’ultimi agiscono secondo l’insegnamento ricevuto (Cf 1,13-14). 

Lo scritto è indirizzato a tutta la comunità e non soltanto ai responsabili (benché quest’ultimi godano di una certa preminenza Cf 5,12) e dovrà essere letta a tutti fratelli (5,27). Essa riceve il titolo di Chiesa, ed è considerata, quindi, «assemblea del Signore», come lo era Israele. 

La Chiesa è in Dio Padre e in Cristo, ossia appartiene a Dio che l’ha chiamata a sé, per mezzo di Gesù. Menzionerà tra poco anche il ruolo dello Spirito Santo nel mostrare in quali modi agisce nei credenti. Noi siamo in Dio e in Cristo e lo Spirito è in noi. «La vostra vita è nascosta con Cristo in Dio» (Col 3,3). Cristo riceve il titolo di Signore, una designazione che lo colloca allo stesso piano di Dio Padre (Cf 1 Cor 15,25). 

L’essere in Dio, tuttavia, è un dono che ogni credente deve custodire: «Queste precisazioni, che essa è in Dio [e nel Signore Gesù], servono a distinguere la Chiesa, o assemblea dei fedeli di Tessalonica, dalle assemblee di ebrei e gentili. È una grande lode, una lode incomparabile, essere in Dio. Vorrei poter dire lo stesso di questa Chiesa, ma temo fortemente che sia indegna di un titolo così bello. Non si può dire che gli schiavi del peccato siano in Dio» (CLT 1,1). 

2Rendiamo sempre grazie a Dio per tutti voi, ricordandovi nelle nostre preghiere 3e tenendo continuamente presenti l’operosità della vostra fede, la fatica della vostra carità e la fermezza della vostra speranza nel Signore nostro Gesù Cristo, davanti a Dio e Padre nostro. 

«Ringraziare Dio per [la fede di] queste persone non era solo una testimonianza del loro grande progresso nella fede, ma anche un modo per ricordare loro che dovevano essere grati a Dio che ha creato tutte le cose. La potenza divina è la fonte di ogni bene e di ogni virtù» (CLT 1,1). «Avendo avuto notizia della vostra fede nel Signore Gesù e dell'amore che avete verso tutti i santi, continuamente rendo grazie per voi» (Ef 1,15).  

Il sentimento consueto del cristiano è il ringraziamento. Quest’atto lo definisce: il cristiano è il «ringraziante». «Dobbiamo sempre rendere grazie a Dio per voi, fratelli, come è giusto, perché la vostra fede fa grandi progressi e l'amore di ciascuno di voi verso gli altri va crescendo» (2Ts 1,3). 

«Egli ricorda non solo la loro virtù, ma anche le loro persone [tutti voi], e questo davanti a Dio» (CLT 1,1). Tra Paolo e e fedeli, come anche tra i fedeli tra loro, si sviluppano rapporti personali vivi ed affettuosi (1,7;1,11; 3,9-10). La comunità non è una semplice istituzione ma un luogo di relazioni vive ed amichevoli. L’apostolo mostrerà, nello scritto, un’attenzione ad ogni singolo membro della comunità e una vicinanza reale ai problemi concreti dei fedeli. 

«Il fatto, poi, che li menzioni nelle sue preghiere è prova della sua carità nei loro confronti (CLT 1,1). Una preghiera incessante veniva elevata per [Pietro] a Dio attraverso la Chiesa (Cf At 12,5) e voi dite: Che bisogno ho delle preghiere? Ne avete un grande bisogno, proprio poiché immaginate di non averne. Anche se foste un san Paolo, ne avreste comunque bisogno. Le preghiere offerte per noi saranno utili, a condizione che agiamo noi stessi, ma se rimaniamo inerti, nessuno, attraverso le sue preghiere, potrà aiutarci. Sono utili e molto utili ma solo a condizione che vi aggiungiamo la nostra azione. Le preghiere sono un aiuto ma si può aiutare solo chi è già all'opera. Se si rimane inattivi, l'aiuto non servirà a nulla. L'utilità delle preghiere degli altri per noi è grandissima quando noi, da parte nostra, facciamo ciò che dipende da noi» (CLT 1,3-4).

tenendo continuamente presenti l’operosità della vostra fede, la fatica della vostra carità e la fermezza della vostra speranza nel Signore

Il cristiano autentico sviluppa tre virtù primarie: «Ora rimangono queste tre cose: la fede, la speranza e la carità. Ma la più grande di tutte è la carità» (1 Cor 13,13). L’operosità della fede si rivela e consolida nella fatica dell’amore e nella speranza che è fermezza nelle prove. «Nulla ha scosso la loro costanza ed in questo consiste l'opera della fede. Se avete fede, soffrite tutto; se non siete disposti a soffrire tutto, è perché vi manca la fede. La fede si dimostra con le opere. Fede e speranza sono state il fondamento di tutto ciò che hanno fatto. La loro condotta ha dimostrato non solo il loro coraggio, ma anche che hanno riposto la loro piena e completa fiducia nelle ricompense che li attendevano» (CLT 1,1-2). 

4Sappiamo bene, fratelli amati da Dio, che siete stati scelti da lui. 5Il nostro Vangelo, infatti, non si diffuse fra voi soltanto per mezzo della parola, ma anche con la potenza dello Spirito Santo e con profonda convinzione: ben sapete come ci siamo comportati in mezzo a voi per il vostro bene. 

I fedeli sono «amati da Dio e santi per chiamata» (Rm 1,7). Il Vangelo è la parola potente di Dio che attua la salvezza a favore di uomini che, pur privi di meriti, sono stati amati gratuitamente da lui e scelti senza alcuna condizione. 

I Tessalonicesi hanno sperimentato l’assistenza dello Spirito nei fatti prodigiosi ma soprattutto nella fermezza della loro fede. «La mia parola e la mia predicazione non si basarono su discorsi persuasivi di sapienza, ma sulla manifestazione dello Spirito e della sua potenza, perché la vostra fede non fosse fondata sulla sapienza umana, ma sulla potenza di Dio» (1 Cor 2,5). «L'efficacia persuasiva non proviene dalla composizione del discorso né dalla perizia nella scelta delle belle parole, ma dall'elargizione di una potenza divina» (Origene, Commento al Vangelo di Giovanni… p. 131). Lo Spirito ha infuso in loro la profonda convinzione: «Dio ha permesso la persecuzione fin dall'inizio, per mostrare che una fede abbastanza salda da affrontare mille morti non era opera di persuasione umana, ma dell'onnipotente potenza di Dio. Perché ciò accadesse, la predicazione doveva essere profondamente radicata fin dall'inizio e saldamente piantata per non temere alcuna tempesta» (CLT 1,2).

6E voi avete seguito il nostro esempio e quello del Signore, avendo accolto la Parola in mezzo a grandi prove, con la gioia dello Spirito Santo, 7così da diventare modello per tutti i credenti della Macedonia e dell’Acaia. 

Il Vangelo è parola attuata, visibile nella vita, ad imitazione dell’apostolo e del Signore Gesù. «Diventate miei imitatori! Per questo vi ho mandato Timòteo, che è mio figlio carissimo e fedele nel Signore: egli vi richiamerà alla memoria il mio modo di vivere in Cristo, come insegno dappertutto in ogni Chiesa» (1 Cor 4,16-17). 

Avete seguito il nostro esempio e quello del Signore: «In che modo? Accogliendo la parola in mezzo a grande tribolazione, con la gioia dello Spirito Santo. Non solo in mezzo alla tribolazione, ma in mezzo a una grande tribolazione (en thlipsei pollei). Lo stesso valeva per gli apostoli che furono lieti di essere stati giudicati degni di soffrire per il nome di Gesù Cristo (At 5,44). Ciò che era meraviglioso nella loro condotta era principalmente questa gioia. Non è cosa da poco sopportare l'afflizione, ma sopportarla con gioia presuppone uomini elevati al di sopra della natura umana. Il Signore stesso aveva sopportato molte sofferenze e le aveva accettate volontariamente» (CLT 1,2). «Pensate attentamente a colui che ha sopportato contro di sé una così grande ostilità dei peccatori perché non vi stanchiate perdendovi d’animo» (Eb 12,3).

Come è possibile mescolare tribolazione e gioia? «Non sono forse incompatibili? L'apostolo aggiunge: Con la gioia dello Spirito Santo. L'afflizione è nelle cose del corpo, la gioia in quelle dello spirito. Siete stati afflitti e perseguitati, intende l'apostolo, ma lo Spirito Santo non vi ha abbandonati nella vostra stessa sofferenza. Come una volta ha versato rugiada sui tre fanciulli nella fornace ardente, così riversa anche su di voi la gioia celeste in mezzo alle vostre afflizioni. Come la rugiada che rinfrescò i tre fanciulli non fu effetto del fuoco, così anche la gioia che ora provate non è il risultato della vostra sofferenza. Le afflizioni non producono naturalmente gioia; questa è riservata alle afflizioni sofferte per Gesù Cristo ed è effetto della rugiada dello Spirito Santo, che, attraverso la fornace della sofferenza, conduce gli eletti al riposo eterno e al ristoro» (CLT 1,2-3). 

Siete diventati modelli per tutti coloro che hanno abbracciato la fede in Macedonia e in Acaia. Essi svolgono, nei confronti degli altri fedeli, la stessa funzione di modelli già offerta dai profeti: «Prendete a modello di sopportazione e di costanza i profeti che hanno parlato nel nome del Signore» (Gc 5,10). «Non dice semplicemente che siete serviti da modelli per coloro che non hanno ancora abbracciato la fede, ma anche per coloro che l'hanno già accolta. Avete insegnato loro a credere in Dio, voi che, appena entrati nella fede, avete iniziato a combattere per essa. Così i Tessalonicesi, gli ultimi [macedoni] ad arrivare alla fede, si sono dimostrati i maestri dei primi. Nessuno si scoraggi: anche se avesse trascorso buona parte della propria vita senza fare nulla, potrebbe comunque, in brevissimo tempo, realizzare più di quanto avrebbe potuto fare se aveste agito bene fin dall’inizio. Se chi non era ancora cristiano, diventato tale, risplende così luminosamente, che cosa non può realizzare chi ha già la fede?» (CLT 1,3). 

 8Infatti per mezzo vostro la parola del Signore risuona non soltanto in Macedonia e in Acaia, ma la vostra fede in Dio si è diffusa dappertutto, tanto che non abbiamo bisogno di parlarne. 

«Come un profumo squisito non può nascondere la sua fragranza, ma la diffonde ovunque, così anche gli uomini di generosa e ammirevole virtù non la tengono per sé, ma attraverso la fama che si diffonde, sono utili a molti e li rendono migliori. Siete stati allo stesso tempo una lezione per i vostri vicini e un esempio per il mondo intero. L'apostolo non dice semplicemente che la loro fama era diffusa, aggiunge, con grande clamore (exechetai). Proprio come il suono di una tromba squillante risuona all’intorno, così anche il suono della vostra fede generosa ha riempito ugualmente il mondo intero. Di solito, i grandi eventi hanno un impatto sonoro nel luogo in cui accadono, ma questo diminuisce con la distanza. Non così con il suono della vostra fede; la sua risonanza è stata uguale in tutta la terra» (CLT 2,1). 

9Sono essi infatti a raccontare come noi siamo venuti in mezzo a voi e come vi siete convertiti dagli idoli a Dio, per servire il Dio vivo e vero 10e attendere dai cieli il suo Figlio, che egli ha risuscitato dai morti, Gesù, il quale ci libera dall’ira che viene.

I fedeli hanno accolto i caposaldi della fede: abbandono del culto degli idoli, sentimento di fiducia nel Dio vivente, fede nella risurrezione di Cristo che attuerà la nuova creazione: Egli ci rende uomini retti in modo tale da non correre il rischio di essere disapprovati da Dio. «Siamo vissuti nelle nostre passioni carnali seguendo le voglie della carne e dei pensieri cattivi: eravamo meritevoli d’ira» (Ef 2,3). «Nell'attesa della beata speranza e della manifestazione della gloria del nostro grande Dio e salvatore Gesù Cristo. Egli ha dato se stesso per noi, per riscattarci da ogni iniquità e formare per sé un popolo puro che gli appartenga, pieno di zelo per le opere buone» (Tt 2,13-14). 

«Contiene lodi per san Paolo e Sila non meno che per i Tessalonicesi, sebbene l'apostolo attribuisca loro tutto l'onore: Vi siete convertiti dagli idoli a Dio per servire il Dio vivo e vero. Vale a dire, quanto è stata facile la tua conversione, quanto poco sforzo è stato necessario per portarti a servire il Dio vivente e vero! In questo versetto, vediamo insieme la risurrezione, l'ascensione, la seconda venuta di Gesù Cristo, il giudizio, la ricompensa dei buoni e la punizione dei malvagi» (CLT 2,1). 

Capitolo 2

Voi stessi infatti, fratelli, sapete bene che la nostra venuta in mezzo a voi non è stata inutile. 2Ma, dopo aver sofferto e subìto oltraggi a Filippi, come sapete, abbiamo trovato nel nostro Dio il coraggio di annunciarvi il vangelo di Dio in mezzo a molte lotte. 

«Appena liberati dai pericoli della morte e dei maltrattamenti, siamo ricaduti in nuovi pericoli. Ma dopo aver molto sofferto in precedenza ed essere stati oltraggiati, come sapete, a Filippi, abbiamo dimostrato la nostra fiducia nel nostro Dio. Vedi come ancora una volta egli attribuisce tutto a Dio» (CLT 2,2). 

3E il nostro invito alla fede non nasce da menzogna, né da disoneste intenzioni e neppure da inganno; 4ma, come Dio ci ha trovato degni di affidarci il Vangelo così noi lo annunciamo, non cercando di piacere agli uomini, ma a Dio, che prova i nostri cuori. 

«Noi non siamo infatti come quei molti che fanno mercato della parola di Dio, ma con sincerità e come mossi da Dio, sotto il suo sguardo, noi parliamo in Cristo» (2 Cor 2,17). «Dopo aver pronunciato questa testimonianza di non fare nulla per piacere agli uomini o per cercare i loro onori, aggiunge: siamo stati scelti da Dio per affidarci il suo Vangelo. È come se dicesse: se non ci avesse visti liberi da ogni preoccupazione terrena, non ci avrebbe scelti. Così, come ci ha scelti, così rimaniamo. Ci ha esaminati e ci ha affidato il suo Vangelo. Dio non ci avrebbe approvati per questa missione se avesse visto qualcosa di cattivo in noi. Noi abbiamo bisogno di essere messi alla prova per sapere dove ci troviamo; ma Dio conosce ogni cosa a colpo d'occhio e senza prove. Pertanto, parliamo come dovrebbero parlare coloro che Dio ha scelto e ritenuto degni del Vangelo» (CLT 2,2). 

5Mai infatti abbiamo usato parole di adulazione, come sapete, né abbiamo avuto intenzioni di cupidigia: Dio ne è testimone. 

«Pascete il gregge di Dio che vi è affidato, sorvegliandolo non perché costretti ma volentieri, come piace a Dio, non per vergognoso interesse, ma con animo generoso, non come padroni delle persone a voi affidate, ma facendovi modelli del gregge» (1 Pt 5,2-3). «Non abbiamo usato adulazione, come fanno coloro che intendono ingannare, prendere il controllo degli uomini e dominarli. Non si può dire che vi abbiamo adulato per dominarvi o per appropriarci delle vostre ricchezze. Che non li abbia adulati per dominarli è chiaro, e fa appello alla loro testimonianza; che non li abbia adulati per avidità, se può esserci qualche dubbio, chiama Dio a testimone» (CLT 2,2). 

6E neppure abbiamo cercato la gloria umana, né da voi né da altri, 7pur potendo far valere la nostra autorità di apostoli di Cristo. Invece siamo stati amorevoli in mezzo a voi, come una madre che ha cura dei propri figli. 8Così, affezionati a voi, avremmo desiderato trasmettervi non solo il vangelo di Dio, ma la nostra stessa vita, perché ci siete diventati cari. 

«Ecco come dovrebbe essere un pastore. Una madre accarezza forse il figlio per ottenere gloria? Chiede forse denaro per il latte che gli dà? Gli è di peso? San Paolo, quindi, vuole mostrare, con questo paragone, fino a che punto dovrebbe estendersi l'affetto di un pastore per il suo popolo. È questo amore, dice ai Tessalonicesi, che abbiamo avuto per voi. Non solo non abbiamo desiderato nulla da voi, ma se fosse stato necessario dare la vita per voi, lo avremmo fatto volentieri. È questo, ditemi, l'effetto di un sentimento puramente umano? Chi sarebbe così stolto da crederlo? Avremmo voluto, dice san Paolo, darvi non solo il Vangelo di Dio, ma le nostre stesse anime. È quindi più dare la vita che predicare, perché si soffre di più nel dare la vita» (CLT 2,3).

9Voi ricordate infatti, fratelli, il nostro duro lavoro e la nostra fatica: lavorando notte e giorno per non essere di peso ad alcuno di voi, vi abbiamo annunciato il vangelo di Dio. 10Voi siete testimoni, e lo è anche Dio, che il nostro comportamento verso di voi, che credete, è stato santo, giusto e irreprensibile. 

«Considerate, quindi, l'opera che Paolo, questo araldo di Gesù Cristo elevato a una così alta dignità, ha accettato: ha lavorato con le proprie mani per non essere di peso ai discepoli. Il maestro non deve sottrarsi a nessuno sforzo per la salvezza dei suoi discepoli. Se infatti il beato Giacobbe lavorava notte e giorno per pascolare le sue pecore, quanto più colui che ha la cura delle anime deve fare tutto, per quanto arduo o umile sia il suo compito, per il suo unico scopo che è la salvezza dei suoi discepoli e la gloria che deriva a Dio» (CLT 3,1). 

11Sapete pure che, come fa un padre verso i propri figli, abbiamo esortato ciascuno di voi, 12vi abbiamo incoraggiato e scongiurato di comportarvi in maniera degna di Dio, che vi chiama al suo regno e alla sua gloria.

«Vi abbiamo esortato e in questo non siamo stati duri, ma ci siamo comportati come padri. Se Dio ci ha chiamati al suo regno, se ci ha chiamati alla sua gloria, non vi esortiamo a farci alcun favore, ma a ottenere il regno dei cieli» (CLT 3,1). «Chi ama non vuole né dominare né comandare. Si considera obbligato a essere comandato. Un amico preferisce dare piacere che riceverlo, perché ama. Dando sempre, è come un uomo che non può soddisfare i suoi desideri. Non trova tanto piacere nel bene che gli viene fatto quanto nel bene che fa lui stesso. Egli preferisce fare un favore al suo amico piuttosto che essere in debito con il suo amico, o meglio, vuole essere in debito ed essere grato. Vuole dare piacere e non vuole apparire come qualcuno che dà piacere, ma apparire in debito pur continuando a dare» (CLT 2,4). 

13Proprio per questo anche noi rendiamo continuamente grazie a Dio perché, ricevendo la parola di Dio che noi vi abbiamo fatto udire, l’avete accolta non come parola di uomini ma, qual è veramente, come parola di Dio, che opera in voi credenti. 14Voi infatti, fratelli, siete diventati imitatori delle Chiese di Dio in Cristo Gesù che sono in Giudea, perché anche voi avete sofferto le stesse cose da parte dei vostri connazionali, come loro da parte dei Giudei.

«In nome di Cristo, siamo ambasciatori: per mezzo nostro è Dio stesso che esorta» (2 Cor 5,20). «Ci avete ascoltato, non come si ascoltano gli uomini ma come se aveste ascoltato gli stessi avvertimenti da parte di Dio» (CLT 3,1). «La mia parola uscita dalla mia bocca, non ritornerà a me senza effetto, senza aver operato ciò che desidero e senza aver compiuto ciò per cui l’ho mandata» (Is 55,11). «Chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato» (Mt 10,40). 

«Richiamando i pericoli che i fedeli hanno vissuto, rivela loro la pietà con cui essi hanno accolto la parola. Come avreste potuto sopportare tali pericoli, se non ci aveste ascoltato come si ascolta Dio stesso? Osservate poi a quali altezze li eleva: siete diventati imitatori delle Chiese di Dio che sono nella Giudea; avete sofferto da parte dei vostri connazionali le stesse persecuzioni che quelle Chiese hanno sofferto da parte dei Giudei» (CLT 3,1). 

15Costoro hanno ucciso il Signore Gesù e i profeti, hanno perseguitato noi, non piacciono a Dio e sono nemici di tutti gli uomini. 16Essi impediscono a noi di predicare ai pagani perché possano essere salvati. In tal modo essi colmano sempre di più la misura dei loro peccati! Ma su di loro l’ira è giunta al colmo. 

Gli Israeliti, spesso, avevano ostacolato i profeti: «Ai profeti avete ordinato: non profetate!» (Am 2,12). Israele sta per incorrere nel destino riservato ai pagani: «Poiché il Signore non si propone di agire con noi come fa con le altre nazioni, attendendo pazientemente il tempo di punirle, quando siano giunte al colmo dei loro peccati; e questo per non doverci punire alla fine, quando fossimo giunti all'estremo delle nostre colpe. Perciò egli non ci toglie mai la sua misericordia, ma, correggendoci con le sventure, non abbandona il suo popolo» (2 Mc 6,14-16). 

«Quando Gesù fu vicino, alla vista della città pianse su di essa dicendo: «Se avessi compreso anche tu, in questo giorno, quello che porta alla pace! Ma ora è stato nascosto ai tuoi occhi. Per te verranno giorni in cui i tuoi nemici ti circonderanno di trincee, ti assedieranno e ti stringeranno da ogni parte; distruggeranno te e i tuoi figli dentro di te e non lasceranno in te pietra su pietra, perché non hai riconosciuto il tempo in cui sei stata visitata» (Lc 19,41-44).

17Quanto a noi, fratelli, per poco tempo privati della vostra presenza di persona ma non con il cuore, speravamo ardentemente, con vivo desiderio, di rivedere il vostro volto. 18Perciò io, Paolo, più di una volta ho desiderato venire da voi, ma Satana ce lo ha impedito. 

Siamo stati privati della vostra presenza (ap/orphanisthentes). «Proprio come i bambini piccoli che hanno subito una perdita crudele, piangono amaramente i loro genitori, non solo per affetto naturale ma anche perché sono stati abbandonati, così vale anche per noi. Da ciò egli mostra il dolore che la sua anima ha provato per la separazione. Osserva la forza dell'affetto. Sebbene li portasse sempre nel cuore, cercava la loro vista, la loro presenza. Nessuno lo accusi di un sentimento intempestivo! Questo desiderio è segno di una carità ardente: vedere, ascoltare, conversare, è una grande consolazione» (CLT 3,2). Il sentimento di Paolo è simile a quello di Giacobbe verso Giuseppe: «Basta! Giuseppe, mio figlio, è vivo. Voglio andare a vederlo, prima di morire» (Gn 45,28). «Anche se sono lontano da voi con il corpo, sono però tra voi con lo spirito e gioisco della saldezza della vostra fede» (Col 2,5)

«Satana ti ha ostacolato? Sì! Questo intralcio non è stata opera di Dio. Ai Romani, invece, dice che Dio gli ha impedito di incontrarli (Rm15,22). Luca dichiara che lo spirito impedì loro di andare in Asia (At 16,6). Qui, al contrario, dice che è opera di Satana. In che cosa consista questo ostacolo da parte di Satana? Prove che non sospettava, prove violente. C'è certamente una differenza tra rimanere deliberatamente, in virtù di un piano, rimanere di propria volontà, e trovarsi impediti» (CLT 3,2-3). 

19Infatti chi, se non proprio voi, è la nostra speranza, la nostra gioia e la corona di cui vantarci davanti al Signore nostro Gesù, nel momento della sua venuta? 20Siete voi la nostra gloria e la nostra gioia! 

«Quando apparirà il Pastore supremo, riceverete la corona della gloria che non appassisce» (1 Pt 5,4). 

Capitolo 3

1Per questo, non potendo più resistere, abbiamo deciso di restare soli ad Atene 2e abbiamo inviato Timòteo, nostro fratello e collaboratore di Dio nel vangelo di Cristo, per confermarvi ed esortarvi nella vostra fede, 3perché nessuno si lasci turbare in queste prove. Voi stessi, infatti, sapete che questa è la nostra sorte; 4infatti, quando eravamo tra voi, dicevamo già che avremmo subìto delle prove, come in realtà è accaduto e voi ben sapete. 

«Ricorre a intermediari quando non può avvicinarsi di persona; la sua tenerezza aveva impeti irresistibili e la sua amicizia era indomabile. Una volta, due volte ho voluto venire da voi, ma non ho potuto e ciò è stato per lui una grande privazione. Ora, teme che la sua assenza li abbia turbati. Li aveva premuniti: nessuno sia scosso dalle persecuzioni che stanno per venire su di noi! Non è il caso ora d’essere turbati, non è successo nulla di strano o inaspettato. Questa osservazione avrebbe dovuto essere sufficiente a rianimarli. Capite che è per la stessa ragione che Cristo disse ai suoi discepoli cosa sarebbe accaduto? Ascoltate le sue parole: Ve lo dico ora, prima che accada, perché quando accadrà, crediate in me (Gv 14,29). È una grande consolazione essere avvertiti in questo modo dai maestri. Un malato sente il suo medico dirgli che questo deve accadere, e non si turba. Supponiamo, al contrario, un incidente imprevisto, il medico stesso incerto e perplesso, la malattia sembra più forte della medicina: ecco, il paziente è turbato; è lo stesso qui. Paolo, che vedeva il futuro, predisse le loro afflizioni. Questo è ciò a cui siamo destinati. Pertanto, non solo le prove passate non dovrebbero turbarci né confonderci, ma lo stesso dovrebbe valere per qualsiasi prova futura che possa presentarsi» (CLT 3,2.3). 

5Per questo, non potendo più resistere, mandai a prendere notizie della vostra fede, temendo che il tentatore vi avesse messi alla prova e che la nostra fatica non fosse servita a nulla. 6Ma, ora che Timòteo è tornato, ci ha portato buone notizie della vostra fede, della vostra carità e del ricordo sempre vivo che conservate di noi, desiderosi di vederci, come noi lo siamo di vedere voi. 

«Dimentica i suoi pericoli, pensando solo ai suoi discepoli. Vedete che non c'è un padre che possa essere paragonato a lui? Nei pericoli, pensiamo solo a noi stessi; Paolo, al contrario, temeva e tremava solo per i suoi figli, al punto da inviare loro il suo unico consolatore, il suo unico aiutante, Timoteo. La nostra fatica non è stata vana. Se foste stati scossi, non mi sarei sorpreso, ma poiché non lo siete stati, vi ammiro. Non solo non ci avete dato motivo di rattristarci, ma, anzi, ci avete confortato. Non ha detto: avendoci portato la notizia, ma la buona notizia, tanto apprezzava la loro fermezza nella fede e il loro amore. Quando la fede è salda, anche l'amore è robusto. Si rallegrava del loro amore, perché vedeva in esso un segno della loro fede» (CLT 4,2). 

7E perciò, fratelli, in mezzo a tutte le nostre necessità e tribolazioni, ci sentiamo consolati a vostro riguardo, a motivo della vostra fede. 8Ora, sì, ci sentiamo rivivere, se rimanete saldi nel Signore.

Trasferisce la lode ai discepoli: siete voi, dice, che avete versato su di noi l'olio fortificante, siete voi che ci avete permesso di respirare, siete voi che avete tolto il senso delle nostre sofferenze. E non dice siamo consolati, ma che ora viviamo. Dimostra con ciò che per lui non c'è altra prova, altra morte se non lo scandalo che causerebbe la loro rovina, poiché ciò che egli considera la sua vita è il loro progresso. Chi altro ha mai espresso in questo modo, sia il suo dolore per la debolezza dei suoi discepoli, sia la gioia che gli danno?» (CLT 4,2). 

9Quale ringraziamento possiamo rendere a Dio riguardo a voi, per tutta la gioia che proviamo a causa vostra davanti al nostro Dio, 10noi che con viva insistenza, notte e giorno, chiediamo di poter vedere il vostro volto e completare ciò che manca alla vostra fede? 

«La vostra perfezione la consideriamo un dono divino; ci avete fatto tanto bene che crediamo che questo bene venga da Dio, o meglio, che sia opera di Dio; poiché né l'anima umana né il fervore di ogni zelo umano potrebbero produrre qualcosa di simile. La gioia esplode. Immagina un contadino che osserva che la terra, bagnata dal suo sudore, è carica di frutti. Desidera ardentemente vedere con i propri occhi ciò che lo riempie di una gioia così intensa; è così che Paolo arde dal desiderio di vedere la Macedonia. Ciò che potrebbe mancare ancora, è più un'opera di insegnamento che uno sforzo di rafforzamento» (CLT 4,3). 

11Voglia Dio stesso, Padre nostro, e il Signore nostro Gesù guidare il nostro cammino verso di voi! 12Il Signore vi faccia crescere e sovrabbondare nell’amore fra voi e verso tutti, come sovrabbonda il nostro per voi, 13per rendere saldi i vostri cuori e irreprensibili nella santità, davanti a Dio e Padre nostro, alla venuta del Signore nostro Gesù con tutti i suoi santi.

«È come se dicesse: Dio stesso allontani le prove che ci tirano in ogni direzione, affinché ci sia data la via più breve per giungere a voi. “Il Signore faccia crescere e sovrabbondare”. Vedete l'estasi di un amore che non si contiene più, che prorompe in parole? Si potrebbe dire che l'apostolo desideri ottenere da loro l'eccesso del loro amore. Possa egli rendere la vostra carità “come la nostra è verso di voi”. Cioè, noi sperimentiamo già l'amore e vogliamo che anche voi lo sentiate. Vedete quale estensione di carità esige l'apostolo? La carità tra i fedeli non gli basta: la riversa verso tutti e ovunque. Questa, in realtà, è l'essenza dell'amore secondo Dio; abbraccia tutti gli uomini. Amare una persona e non un'altra è semplicemente amicizia alla maniera umana. Il nostro amore non è di questa natura» (CLT 4,3). 

Capitolo 4

1Per il resto, fratelli, vi preghiamo e supplichiamo nel Signore Gesù affinché, come avete imparato da noi il modo di comportarvi e di piacere a Dio – e così già vi comportate –, possiate progredire ancora di più. 

Paolo suggerisce un progresso senza fine verso una meta elevata, un impegno di tutto il tempo (sempre, incessantemente, in ogni circostanza) e di tutta la persona (irreprensibilità). «Non ho certo raggiunto la mèta, non sono arrivato alla perfezione; ma mi sforzo di correre per conquistarla, perché anch'io sono stato conquistato da Cristo Gesù. Fratelli, io non ritengo ancora di averla conquistata. So soltanto questo: dimenticando ciò che mi sta alle spalle e proteso verso ciò che mi sta di fronte, corro verso la mèta, al premio che Dio ci chiama a ricevere lassù, in Cristo Gesù» (Fil 3,12-14).

«È segno di progresso arrivare al punto di superare i precetti e i comandamenti; perché allora non è più solo la necessità dottrinale, ma il libero movimento della volontà a determinare tutte le azioni. La terra non produce solo ciò che vi è seminato; lo stesso vale per l'anima, che non deve limitarsi a riprodurre il seme seminato, ma deve superarlo. Vedete quanto ha ragione l'apostolo nel volere che andiamo oltre i precetti? Per la virtù, ci sono due fasi: allontanarsi dal male e fare il bene. Non basta semplicemente evitare i vizi per raggiungere la virtù; il cammino che conduce lontano dal peccato è solo l'inizio della strada che conduce al bene; per raggiungerlo, è necessario il fervore della buona volontà. La condotta, riguardo ai vizi da evitare, non è altro che obbedienza ai precetti. Quanto alla pratica della virtù, come il non conservare nulla dei propri beni, tutte le opere di questo tipo, dice, non sono più semplicemente azioni determinate dai precetti; ma di queste opere la Scrittura dice: "Chi può capire questo, capisca" (Mt 19,12)» (CLT 5,1). 

2Voi conoscete quali regole di vita vi abbiamo dato da parte del Signore Gesù.

L’imitazione si fonda sul ricordo delle istruzioni ricevute che hanno creato delle tradizioni vive, un vangelo vissuto. «State saldi e mantenete le tradizioni che avete appreso sia dalla nostra parola sia dalla nostra lettera» (2 Ts 2,15). «Vi raccomandiamo di tenervi lontani da ogni fratello che conduce una vita disordinata, non secondo l’insegnamento che vi è stato trasmesso da noi» (2 Ts 3,6). 

Le tradizioni erano già state onorate presso l’ebraismo: «Mattatia rispose a gran voce: “Anche se tutti i popoli che sono sotto il dominio del re lo ascoltassero e ognuno abbandonasse la religione dei propri padri, io, i miei figli e i miei fratelli cammineremo nell’alleanza dei nostri padri. Non sia mai che abbandoniamo la legge e le tradizioni. Non ascolteremo gli ordini del re per deviare dalla nostra religione a destra o a sinistra”» (1 Mc 2,19-21). 

3Questa infatti è volontà di Dio, la vostra santificazione: che vi asteniate dall’impurità, 4che ciascuno di voi sappia trattare il proprio corpo con santità e rispetto, 5senza lasciarsi dominare dalla passione, come i pagani che non conoscono Dio; 6che nessuno in questo campo offenda o inganni il proprio fratello, perché il Signore punisce tutte queste cose, come vi abbiamo già detto e ribadito. 7Dio non ci ha chiamati all’impurità, ma alla santificazione. 8Perciò chi disprezza queste cose non disprezza un uomo, ma Dio stesso, che vi dona il suo santo Spirito. 

«In Cristo ci ha scelti prima della creazione del mondo per essere santi e immacolati di fronte a lui nella carità. Di fornicazione e di ogni specie di impurità o di cupidigia neppure si parli fra voi - come deve essere tra santi - né di volgarità, insulsaggini, trivialità, che sono cose sconvenienti. Piuttosto rendete grazie! Perché, sappiatelo bene, nessun fornicatore, o impuro, o avaro - cioè nessun idolatra - ha in eredità il regno di Cristo e di Dio. Nessuno vi inganni con parole vuote: per queste cose infatti l'ira di Dio viene sopra coloro che gli disobbediscono. Non abbiate quindi niente in comune con loro» (Ef 1,4 e 5,3-7).

9Riguardo all’amore fraterno, non avete bisogno che ve ne scriva; voi stessi infatti avete imparato da Dio ad amarvi gli uni gli altri, 10e questo lo fate verso tutti i fratelli dell’intera Macedonia. Ma vi esortiamo, fratelli, a progredire ancora di più 11e a fare tutto il possibile per vivere in pace, occuparvi delle vostre cose

«La carità è così necessaria che non ha nemmeno bisogno di essere insegnata, perché verità di grande importanza sono evidenti a tutti. Vedete, poi, quale onore conferisce loro: dà loro Dio stesso come loro maestro. Questo è ciò che dice anche il Profeta: Dio insegnerà a loro tutti (Ger 31,31-34). Dio stesso vi ha istruito; lo vedo chiaramente nelle opere che fate. Queste sono parole davvero convincenti per condurli a questa linea di condotta» (CLT 6,1). 

Vi esortiamo a lavorare con le vostre mani, come vi abbiamo ordinato, 12e così condurre una vita decorosa di fronte agli estranei e non avere bisogno di nessuno.

«Noi non siamo rimasti oziosi in mezzo a voi, né abbiamo mangiato gratuitamente il pane di alcuno, ma abbiamo lavorato duramente, notte e giorno, per non essere di peso ad alcuno di voi. Alcuni fra voi vivono una vita disordinata, senza fare nulla e sempre in agitazione. A questi tali, esortandoli nel Signore Gesù Cristo, ordiniamo di guadagnarsi il pane lavorando con tranquillità. Ma voi, fratelli, non stancatevi di fare il bene» (2 Ts 3,7-13). «Chi lavora dona agli altri perché è più felice dare che ricevere (At 20,35) Bisogna lavorare con le proprie mani; dove sono coloro che vogliono vedere qui un lavoro spirituale? È davvero un lavoro spirituale lavorare per provvedere ai bisogni degli altri e nulla vale più di quel lavoro. Affinché possiate comportarvi onestamente: notate il suo modo di ammonirli! Non dice: per non disonorarvi mendicando, ma esprime questo pensiero implicitamente, in modo da pungere senza ferire. Se i fedeli sono scandalizzati dalla mendicità, quanto più gli stranieri troveranno mille motivi di accuse e rimproveri alla vista di un uomo sano, capace di sostentarsi, che mendica e ha bisogno degli altri. Per questo ci chiamano con un nome che significa “mercanti di Cristo”» (CLT 6,1). 

La nuova vita dei defunti

13Non vogliamo, fratelli, lasciarvi nell’ignoranza a proposito di quelli che sono morti, perché non siate tristi come gli altri che non hanno speranza. 

«Quanta dolcezza di linguaggio! Non ha detto loro: Siete forse così stolti, voi che conoscete la risurrezione, da soccombere al dolore come gli increduli? Senza dubbio, l'anima che ignora la risurrezione, ha motivo di gridare, di piangere per coloro che sono periti, di abbandonarsi a un dolore insopportabile; ma voi che aspettate la risurrezione, perché vi lamentate? Il lutto è adatto solo a coloro che non hanno speranza» (CLT 6,2). «Ricordatevi che in quel tempo eravate senza Cristo, esclusi dalla cittadinanza d'Israele, estranei ai patti della promessa, senza speranza e senza Dio nel mondo» (Ef 2,12). 

14Se infatti crediamo che Gesù è morto e risorto, così anche Dio, per mezzo di Gesù, radunerà con lui coloro che sono morti. 

«Dio ha creato l'uomo per l'incorruttibilità, lo ha fatto immagine della propria natura. Ma per l'invidia del diavolo la morte è entrata nel mondo e ne fanno esperienza coloro che le appartengono» (Sap 2,23-24). Il Signore non interrompe la comunione con il suo amico: «Per questo gioisce il mio cuore ed esulta la mia anima; anche il mio corpo riposa al sicuro, perché non abbandonerai la mia vita negli inferi, né lascerai che il tuo fedele veda la fossa. Mi indicherai il sentiero della vita, gioia piena alla tua presenza, dolcezza senza fine alla tua destra» (Sal 16,9-11). «Ho il desiderio di lasciare questa vita per essere con Cristo» (Fil 1,23). «Se lo Spirito di Dio, che ha risuscitato Gesù dai morti, abita in voi, colui che ha risuscitato Cristo dai morti darà la vita anche ai vostri corpi mortali per mezzo del suo Spirito che abita in voi» (Rm 8,11). 

15Sulla parola del Signore infatti vi diciamo questo: noi, che viviamo e che saremo ancora in vita alla venuta del Signore, non avremo alcuna precedenza su quelli che sono morti. 16Perché il Signore stesso, a un ordine, alla voce dell’arcangelo e al suono della tromba di Dio, discenderà dal cielo. E prima risorgeranno i morti in Cristo; 17quindi noi, che viviamo e che saremo ancora in vita, verremo rapiti insieme con loro nelle nubi, per andare incontro al Signore in alto, e così per sempre saremo con il Signore. 18Confortatevi dunque a vicenda con queste parole. 

Parla della venuta del Signore (parusia), descritta come la visita gloriosa di un re in una città del suo regno. Gesù tornerà a prendere con sé tutti i suoi discepoli, quelli già morti e quelli che saranno ancora vivi. Questi verranno assunti presso Dio come Enoc o Elia. Scrivendo ai Corinzi, preciserà meglio: la corporeità non viene esclusa dal Regno, ma ma dovrà essere una corporeità redenta, liberata dalla corruzione e resa gloriosa grazie alla partecipazione allo splendore del Risorto: «Così anche la risurrezione dei morti: [il corpo] è seminato nella corruzione, risorge nell’incorruttibilità; è seminato nella miseria, risorge nella gloria; è seminato nella debolezza, risorge nella potenza; è seminato corpo animale, risorge corpo spirituale. Se c’è un corpo animale, vi è anche un corpo spirituale» (1 Cor 15,42-44). La voce dell’arcangelo, il suono di tromba, il rapimento sulle nubi sono immagini attinte dall’apocalittica. Alla fine della storia, Dio radunerà il suo popolo, come avvenne al Sinai, per l’allenza definitiva con Lui. «Colui che sedeva sul trono disse: Ecco, io faccio nuove tutte le cose» (Ap 21,5). In questo testo, l’apostolo non tratta della sorte dei malvagi (Cf Mc 13,27; al contrario: 2 Ts 1,8). 

Capitolo 5

1Riguardo poi ai tempi e ai momenti, fratelli, non avete bisogno che ve ne scriva; 2infatti sapete bene che il giorno del Signore verrà come un ladro di notte 

«Il giorno del Signore verrà come un ladro; allora i cieli spariranno in un grande boato, gli elementi, consumati dal calore, si dissolveranno e la terra, con tutte le sue opere, sarà distrutta» (2 Pt 3,10). «Ricorda come hai ricevuto e ascoltato la Parola, custodiscila e convèrtiti perché, se non sarai vigilante, verrò come un ladro, senza che tu sappia a che ora io verrò da te. Il vincitore sarà vestito di bianche vesti; non cancellerò il suo nome dal libro della vita, ma lo riconoscerò davanti al Padre mio e davanti ai suoi angeli» (Ap 3,3.5). 

«La consumazione del mondo non è forse, per ciascuno di noi, la fine della nostra vita? Qual è il significato di questa fatica a cui vi sottoponete per conoscere e come realizzare la fine del mondo? Trascuriamo i nostri affari per quelli degli altri, diciamo: tizio è un dissoluto, tizio è un adultero, questo ha commesso una rapina, quello ha fatto del male a un altro. Nessuno si occupa dei propri affari; invece di preoccuparsi della proprio fine particolare, vuole sapere quale sarà il fine comune» (CLT 9,1). 

3E quando la gente dirà: «C’è pace e sicurezza!», allora d’improvviso la rovina li colpirà, come le doglie una donna incinta; e non potranno sfuggire.

«Suonate il corno in Sion e date l'allarme sul mio santo monte! Tremino tutti gli abitanti della regione perché viene il giorno del Signore, perché è vicino, giorno di tenebra e di oscurità, giorno di nube e di caligine. Come questo non ce n'è stato mai e non ce ne sarà dopo» (Gl 1,1-2). «Quanto a quel giorno o a quell'ora, nessuno lo sa, né gli angeli nel cielo né il Figlio, eccetto il Padre» (Mc 13,32). «Non spetta a voi conoscere tempi o momenti che il Padre ha riservato al suo potere, ma riceverete la forza dallo Spirito Santo, e di me sarete testimoni fino ai confini della terra» (At 1,7-8).

4Ma voi, fratelli, non siete nelle tenebre, cosicché quel giorno possa sorprendervi come un ladro. 5Infatti siete tutti figli della luce e figli del giorno; noi non apparteniamo alla notte, né alle tenebre. 6Non dormiamo dunque come gli altri, ma vigiliamo e siamo sobri. 7Quelli che dormono, infatti, dormono di notte; e quelli che si ubriacano, di notte si ubriacano. 8Noi invece, che apparteniamo al giorno, siamo sobri, vestiti con la corazza della fede e della carità, e avendo come elmo la speranza della salvezza. 

«La carità non fa alcun male al prossimo: pienezza della Legge infatti è la carità. E questo voi farete, consapevoli del momento: è ormai tempo di svegliarvi dal sonno, perché adesso la nostra salvezza è più vicina di quando diventammo credenti. La notte è avanzata, il giorno è vicino. Perciò gettiamo via le opere delle tenebre e indossiamo le armi della luce. Comportiamoci onestamente, come in pieno giorno: non in mezzo a orge e ubriachezze, non fra lussurie e impurità, non in litigi e gelosie. Rivestitevi invece del Signore Gesù Cristo e non lasciatevi prendere dai desideri della carne» (Rm 13,10-14). 

9Dio infatti non ci ha destinati alla sua ira, ma ad ottenere la salvezza per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo. 

«Dio, volendo manifestare la sua ira e far conoscere la sua potenza, ha sopportato con grande magnanimità gente meritevole di collera, pronta per la perdizione. E questo, per far conoscere la ricchezza della sua gloria verso gente meritevole di misericordia, da lui predisposta alla gloria, cioè verso di noi» (Rm 9,22-23). «Dio non ci ha chiamati per distruggerci, ma per salvarci. Questa è la sua volontà. Chi può dimostrarlo? Dio desidera così tanto la nostra salvezza che ha dato suo Figlio, e non lo ha semplicemente consegnato, fino ad essere messo a morte. Queste sono le considerazioni che fanno nascere la speranza. Perciò, non disperare, o uomo, al cospetto di questo Dio che, per amor tuo, non ha risparmiato nemmeno suo Figlio; non lasciarti scoraggiare dai mali di questa vita presente. Colui che ha dato il suo unico Figlio, per salvarti, per liberarti dall'inferno, cosa può decidere per assicurare la tua salvezza? Dobbiamo quindi avere solo buone speranze» (CLT 9,4). 

10Egli è morto per noi perché, sia che vegliamo sia che dormiamo, viviamo insieme con lui. 11Perciò confortatevi a vicenda e siate di aiuto gli uni agli altri, come già fate. 

«Egli è morto per tutti, perché quelli che vivono non vivano più per se stessi, ma per colui che è morto e risorto per loro» (2 Cor 5,15). «Non c'è nulla da temere, che anche dopo la nostra morte, vivremo. Non disperate, non dite che siete in pericolo! Avete una prova certa e irrefutabile: se Dio non ardesse di ardente amore per noi, non ci avrebbe dato il suo Figlio. Anche dopo la vostra morte, vivrete perché Cristo stesso ha sofferto la morte. Quindi, sia che moriamo sia che viviamo, vivremo con lui» (CLT 9,4). 

«Sopporto ogni cosa per quelli che Dio ha scelto, perché anch'essi raggiungano la salvezza che è in Cristo Gesù, insieme alla gloria eterna» (2 Tm 2,10). 

12Vi preghiamo, fratelli, di avere riguardo per quelli che faticano tra voi, che vi fanno da guida nel Signore e vi ammoniscono; 13trattateli con molto rispetto e amore, a motivo del loro lavoro. Vivete in pace tra voi. 

«Sceglierai tra tutto il popolo uomini validi che temono Dio, uomini retti che odiano la venalità, per costituirli sopra di loro come capi di migliaia, capi di centinaia, capi di cinquantine e capi di decine. Essi dovranno giudicare il popolo in ogni circostanza» (Es 18,21-22). «Aronne e tutti gli Israeliti, vedendo che la pelle del suo viso era raggiante, ebbero timore di avvicinarsi a lui. Mosè allora li chiamò, e Aronne, con tutti i capi della comunità, tornò da lui. Mosè parlò a loro. Si avvicinarono dopo di loro tutti gli Israeliti ed egli ingiunse loro ciò che il Signore gli aveva ordinato sul monte Sinai» (Es 34,31-32).

«Ricordatevi dei vostri capi, i quali vi hanno annunciato la parola di Dio. Considerando attentamente l’esito finale della loro vita, imitatene la fede. Obbedite ai vostri capi e state loro sottomessi, perché essi vegliano su di voi e devono renderne conto, affinché lo facciano con gioia e non lamentandosi. Ciò non sarebbe di vantaggio per voi. Salutate tutti i vostri capi e tutti i santi» (Eb 13,7.17.24). 

14Vi esortiamo, fratelli: ammonite chi è indisciplinato, 

«In mezzo a voi sorgeranno alcuni a parlare di cose perverse, per attirare i discepoli dietro di sé. Per questo vigilate, ricordando che per tre anni, notte e giorno, io non ho cessato, tra le lacrime, di ammonire ciascuno di voi. E ora vi affido a Dio e alla parola della sua grazia, che ha la potenza di edificare e di concedere l’eredità fra tutti quelli che da lui sono santificati» (At 20,30-32). 

fate coraggio a chi è scoraggiato, sostenete chi è debole, siate magnanimi con tutti. 

«La tua forza, infatti, non sta nel numero, né sui forti si regge il tuo regno: tu sei invece il Dio degli umili, sei il soccorritore dei piccoli, il rifugio dei deboli, il protettore degli sfiduciati, il salvatore dei disperati» (Gdt 9,11). «Non avete reso forti le pecore deboli, non avete curato le inferme, non avete fasciato quelle ferite, non avete riportato le disperse. Non siete andati in cerca delle smarrite, ma le avete guidate con crudeltà e violenza. Per colpa del pastore si sono disperse e sono preda di tutte le bestie selvatiche: sono sbandate» (Ez 34,4-5). 

«Quando eravamo ancora deboli, nel tempo stabilito Cristo morì per gli empi» (Rm 5,6). «Noi, che siamo i forti, abbiamo il dovere di portare le infermità dei deboli, senza compiacere noi stessi» (Rm 15,1).«Voi sapete che alle necessità mie e di quelli che erano con me hanno provveduto queste mie mani. In tutte le maniere vi ho mostrato che i deboli si devono soccorrere lavorando così» (At 20,34). 

15Badate che nessuno renda male per male ad alcuno, ma cercate sempre il bene tra voi e con tutti. 16Siate sempre lieti, 17pregate ininterrottamente, 18in ogni cosa rendete grazie: questa infatti è volontà di Dio in Cristo Gesù verso di voi. 

«Siate lieti nella speranza, perseveranti nella preghiera. Benedite coloro che vi perseguitano, benedite e non maledite. Non rendete a nessuno male per male. Cercate di compiere il bene davanti a tutti gli uomini. Se possibile, per quanto dipende da voi, vivete in pace con tutti. Non fatevi giustizia da voi stessi, carissimi, ma lasciate fare all’ira divina» (Rm 12, 12-14.18-19). «Fratelli miei, siate lieti nel Signore» (Fil 3,1). 

«Siate sempre lieti nel Signore, ve lo ripeto: siate lieti. La vostra amabilità sia nota a tutti. Non angustiatevi per nulla, ma in ogni circostanza fate presenti a Dio le vostre richieste con preghiere, suppliche e ringraziamenti. E la pace di Dio custodirà i vostri cuori e le vostre menti in Cristo Gesù» (Fil 4,4-7). 

19Non spegnete lo Spirito, 20non disprezzate le profezie. 21Vagliate ogni cosa e tenete ciò che è buono. 22Astenetevi da ogni specie di male.

«Sappiate anzitutto questo: nessuna scrittura profetica va soggetta a privata spiegazione, poiché non da volontà umana è mai venuta una profezia, ma mossi da Spirito Santo parlarono alcuni uomini da parte di Dio» (2 Pt 1,20). «Ci sono stati anche falsi profeti tra il popolo, come pure ci saranno in mezzo a voi falsi maestri, i quali introdurranno fazioni che portano alla rovina, rinnegando il Signore che li ha riscattati. Molti seguiranno la loro condotta immorale e per colpa loro la via della verità sarà coperta di disprezzo. Nella loro cupidigia vi sfrutteranno con parole false; ma per loro la condanna è in atto ormai da tempo» (2 Pt 2,1-3). «Carissimi, non prestate fede ad ogni spirito, ma mettete alla prova gli spiriti, per saggiare se provengono veramente da Dio, perché molti falsi profeti sono venuti nel mondo» (1 Gv 4,1).

23Il Dio della pace vi santifichi interamente 

«Sulla terra pace agli uomini, che egli [Dio] ama» (Lc 2,14). «In qualunque casa entriate, prima dite: “Pace a questa casa!”. Se vi sarà un figlio della pace, la vostra pace scenderà su di lui» (Lc 10,5-6). «Gesù [Risorto] in persona stette in mezzo a loro e disse: Pace a voi!» (Lc 24,36). «Vi lascio la pace, vi do la mia pace» (Gv 14,27). «Questa è la Parola che egli ha inviato ai figli d’Israele, annunciando la pace per mezzo di Gesù Cristo: questi è il Signore di tutti» (At 10,36). «Il Signore della pace vi dia la pace sempre e in ogni modo. Il Signore sia con tutti voi» (2 Ts 3,16). «Gloria, onore e pace per chi opera il bene» (Rm 2,10). «Lo Spirito tende alla vita e alla pace» (Rm 8,6). 

e tutta la vostra persona, spirito, anima e corpo, si conservi irreprensibile per la venuta del Signore nostro Gesù Cristo. 24Degno di fede è colui che vi chiama: egli farà tutto questo!

«Anche dall’orgoglio salva il tuo servo perché su di me non abbia potere; allora sarò irreprensibile, sarò puro da grave peccato» (Sal 19,14). «Mi sforzo di conservare in ogni momento una coscienza irreprensibile davanti a Dio e davanti agli uomini» (At 24,16). «Il vescovo deve essere irreprensibile: non arrogante, non collerico, non dedito al vino, non violento, non avido di guadagni disonesti, ma ospitale, amante del bene, assennato, giusto, santo, padrone di sé» (Tt 1,7-9). «Ti ordino di conservare senza macchia e in modo irreprensibile il comandamento, fino alla manifestazione del Signore nostro Gesù Cristo» (1 Tm 6,13-14). 

25Fratelli, pregate anche per noi. 

«Cercate il benessere del paese in cui vi ho fatto deportare, e pregate per esso il Signore, perché dal benessere suo dipende il vostro» (Ger 29,7). 

«[Gesù] venne dai discepoli e li trovò addormentati. E disse a Pietro: Così, non siete stati capaci di vegliare con me una sola ora? Vegliate e pregate, per non entrare in tentazione. Lo spirito è pronto, ma la carne è debole» (Mt 26,41). «Pregate per coloro che vi trattano male» (Lc 6,28). «In ogni occasione, pregate con ogni sorta di preghiere e di suppliche nello Spirito, e a questo scopo vegliate con ogni perseveranza e supplica per tutti i santi. E pregate anche per me, affinché, quando apro la bocca, mi sia data la parola, per far conoscere con franchezza il mistero del Vangelo» (Ef 6,18-19). «Confessate perciò i vostri peccati gli uni agli altri e pregate gli uni per gli altri per essere guariti. Molto potente è la preghiera fervorosa del giusto» (Gc 5,16). 

26Salutate tutti i fratelli con il bacio santo. 27Vi scongiuro, per il Signore, che questa lettera sia letta a tutti i fratelli. 28La grazia del Signore nostro Gesù Cristo sia con voi.

«Salutate Filòlogo e Giulia, Nereo e sua sorella e Olimpas e tutti i santi che sono con loro. Salutatevi gli uni gli altri con il bacio santo. Vi salutano tutte le Chiese di Cristo» (Rm 16,15-16). «Le Chiese dell’Asia vi salutano. Vi salutano molto nel Signore Aquila e Prisca, con la comunità che si raduna nella loro casa. Vi salutano tutti i fratelli. Salutatevi a vicenda con il bacio santo» (1 Cor 16,19-20). «Siate gioiosi, tendete alla perfezione, fatevi coraggio a vicenda, abbiate gli stessi sentimenti, vivete in pace e il Dio dell’amore e della pace sarà con voi. Salutatevi a vicenda con il bacio santo. Tutti i santi vi salutano» (2 Cor 13,11-12). 


domenica 25 gennaio 2026

La giornata del cristiano 1


Domenica della Parola
1. Ogni mattino splende la luce della resurrezione

«La Parola di Cristo abiti in voi doviziosamente» (Col. 3,16). La giornata nell'Antico Testamento incomincia la sera e finisce col tramonto successivo: è il tempo dell'attesa; la giornata della comunità del Nuovo Testamento incomincia la mattina col sorgere del sole e finisce con l'alba del nuovo giorno: è il tempo del compimento, della resurrezione del Signore. Cristo nacque di notte, una luce nelle tenebre; il mezzogiorno divenne notte, quando Cristo sofferse e morì sulla croce; ma la mattina di Pasqua Cristo uscì vincitore dal sepolcro. «La mattina presto quando si leva il sole il mio Salvatore risorge; le tenebre del peccato sono scacciate, luce, salvezza e vita sono tornate; Alleluja!» così cantava la comunità riformata. Cristo è «il sole della giustizia», che si è levato per la comunità in attesa (Mal. 4,2) e «quelli che ti amano siano come il sole quando si leva in tutta la sua forza!» (Giudici 5,31). Le prime ore del mattino appartengono alla comunità del Cristo risorto. All'alba essa ricorda il mattino in cui giacquero vinti la morte, Satana e il peccato: allora l'uomo ebbe nuova vita e salvezza.

Che ne sappiamo noi uomini moderni, che non conosciamo più timore e rispetto per la notte, della grande gioia che i nostri padri e i primi cristiani provavano ad ogni ritorno della luce del mattino? Siamo pronti ad imparare almeno un poco a cantare, la mattina, le lodi dovute al Dio uno e trino, al Dio Padre e Creatore, che ha preservata la nostra vita nel buio della notte e ci ha svegliati ad una nuova giornata; al Dio Figlio e Salvatore del mondo, che per noi ha superato morte e inferno ed è in mezzo a noi quale vincitore; al Dio Spirito Santo, che la mattina ci mette nei cuori la Parola del Signore come una chiara luce, che scaccia, ogni oscurità e ogni peccato e ci insegna a pregare? Se impariamo a lodare il Signore, potremo anche intuire quale gioia è per i fratelli, che vivono insieme e concordi, passata la notte, incontrarsi la mattina per lodare insieme il loro Dio, ascoltare insieme la Parola e pregare insieme. Il mattino non appartiene ai singoli, appartiene alla comunità del Dio uno e trino, appartiene alla comunità cristiana, alla fraternità. I vecchi inni che invitano la comunità a lodare insieme, al mattino presto, il suo Signore, sono inesauribili. I fratelli Moravi cantano ogni mattina:

«II giorno caccia la notte oscura; Cristiani, su svegli, lodate il Signore. Pensa che il tuo Dio ti ha creato a sua immagine, perché tu lo conosca». E ancora: «Sorge il mattino; Signore Iddio, noi ti lodiamo, ti ringraziamo, o sommo bene, perché ci hai protetti questa notte. Ti preghiamo, proteggici pure oggi, perché siamo poveri pellegrini, assistici, aiutaci, preservaci da ogni male». E: «Si avvicina la luce del giorno; fratelli, ringraziamo il buon Dio, che ci ha guardati e protetti questa notte. O Signore, noi ci votiamo a tè, perché tu guidi le nostre parole, le nostre azioni, i nostri desideri secondo la tua volontà; e così le nostre opere riusciranno bene».

La vita della comunità alla luce della Parola incomincia con il comune culto del mattino. La comunità si riunisce per lodare e ringraziare, per leggere insieme la Parola e pregare. Il profondo silenzio del mattino viene interrotto solo dalla preghiera e dal canto della comunità. Dopo il silenzio della notte e del primo mattino il canto e la Parola di Dio si sentono ancor meglio. La Sacra Scrittura dice che il primo pensiero e la prima parola della giornata appartengono a Dio: «O Eterno, al mattino tu ascolterai la mia voce; al mattino ti offrirò la mia preghiera» (Salmo 5,3). «La mattina la mia preghiera ti viene incontro» (Salmo 88,13) e «II mio cuore è ben disposto; io canterò e salmeggerò. Destati, o gloria mia, destatevi, salterio e cetra; io voglio risvegliare l’alba» (Salmo 57,7 e 8). All'inizio del giorno il credente è assetato di Dio: «Io prevengo l'alba e grido, io spero nella tua parola» (Salmo 119,146). «O Dio, tu sei il mioDio; io ti cerco dall'alba. La mia anima è assetata di tè; la mia carne ti brama in una terra arida, che langue, senz'acqua» (Salmo 63,1). La sapienza di Salomone ci insegna che «ti si renda grazie prima che sorga il sole, e ci si presenti a tè, quando si fa giorno»; e l'Ecclesiastico dice che specialmente lo scriba «pensi ad alzarsi presto per cercare il Signore che lo ha creato e rivolga le sue preghiere a Dio». La Sacra Scrittura dice pure che specialmente l'ora mattutina è l'ora in cui Dio concede il suo aiuto. Della città di Dio nel Salmo 46 al v. 5 è detto: «Iddio la soccorrerà allo schiarire del mattino» e ancora «Le sue misericordie si rinnovano ogni mattina» (Lm 3,23).

L'inizio della giornata del cristiano non deve essere gravato e incalzato dalle molteplici attività della giornata lavorativa. Il nuovo giorno è posto sotto lo sguardo del Signore che l'ha fatto. Le tenebre e la confusione della notte con i suoi sogni cedono solo alla chiara luce di Gesù Cristo e della sua Parola che ci sveglia. Di fronte a Lui cede ogni inquietudine, ogni impurità, ogni preoccupazione e paura. Perciò la mattina tacciano i vari pensieri e le molte inutili parole; il nostro primo pensiero e la nostra prima parola siano rivolti a colui al quale appartiene tutta la nostra vita. «Risvegliati, o tu che dormi, e risorgi dai morti, e Cristo ti inonderà di luce» (Ef 5,14).

Ci sorprende quasi notare quante volte la Sacra Scrittura mette in rilievo che gli uomini di Dio si alzavano la mattina presto per cercare Dio ed eseguire la sua volontà; basta seguire i racconti su Abramo, Giacobbe, Mosè, Giosuè, (cf. Gen 19,27; 22,3; Es 8,16; 9,13; 24,4; Gs. 3,1; 6,12 e altri). Anche di Gesù il Vangelo di Marco, che non usa mai una parola superflua, dice: «Poi, la mattina, essendo ancora molto buio, Gesù, levatesi, uscì e se ne andò in un luogo deserto: e quivi pregava» (1,35). Ci si può alzare presto spinti da inquietudine e preoccupazioni; e la Sacra Scrittura dice che è inutile: «Invano vi levate di buon'ora e mangiate il pane del dolore» (Sal 127,2). E si può essere mattinieri per amore verso Dio. È questo il caso degli uomini presentatici dalla Scrittura.

2. Uniti a Cristo nella preghiera dei Salmi

Del culto del mattino in comune fanno parte la lettura biblica, il canto, la preghiera. Alla molteplicità della comunità corrisponderà una molteplicità di forme cultuali; ed è bene. Una comunità formata da una famiglia con bambini avrà bisogno di un culto diverso da quello tenuto da teologi; e non è affatto bene se si cerca di usare forme uguali: una comunità di teologi non può accontentarsi di un culto adatto per bambini. Comunque sia, il culto deve, però, comprendere le seguenti parti:

— la lettura della Parola di Dio

— l'inno della Chiesa

— la preghiera della comunità.

Sarà bene parlare di alcune parti in particolare di questo culto.

«Parlandovi con salmi» (Ef. 5,19) e «ammaestrandovi e ammonendovi gli uni gli altri» (Col. 3,16). 

Fin dalle origini nella Chiesa si è data molta importanza alle preghiere dei salmi. In molte chiese ancor oggi ogni culto in comune inizia con un salmo. Noi, per lo più, abbiamo perso questa abitudine e dobbiamo riconquistarci la familiarità con i salmi. Il salterio, nella Sacra Scrittura, occupa un posto tutto particolare. È Parola di Dio ed allo stesso tempo, salvo qualche rara eccezione, preghiera rivolta a Dio. Come può essere? Come può la Parola di Dio allo stesso tempo rivolgersi a Dio come preghiera? A questa domanda si aggiunge un'osservazione fatta da tutti coloro che incominciano a seguire i salmi come preghiera: dapprima si tenta di seguirli come preghiera personale; ma presto si incontrano passi che sembra non si possano ripetere come preghiera propria. Si pensi per esempio ai salmi dell'innocenza, a quelli di vendetta, in parte anche a quelli della passione. Eppure queste preghiere sono Parole della Sacra Scrittura che un cristiano credente non può eliminare con una scusa a buon mercato, dichiarandole magari superate, antiquate, o «stadio religioso primitivo». Non si vuole, dunque, sorpassare le parole della Bibbia, eppure si riconosce di non poterle seguire come propria preghiera. Si possono leggere come preghiere di un altro, ascoltarle, meravigliarsene, scandalizzarsi, ma non si può ne farne preghiera propria né eliminarle dalla Sacra Scrittura. Certo, in pratica, sarà bene che chiunque non si trovi nella stessa situazione si attenga dapprima a quei salmi che può comprendere e seguire, e che, leggendo gli altri, impari umilmente a lasciare intatte le parti della Sacra Scrittura che gli riescono incomprensibili o difficili, e si attenga sempre di nuovo a ciò che è semplice e comprensibile. In effetti, però, la difficoltà cui abbiamo accennato indica il punto in cui ci è dato gettare il primo sguardo nel mistero dei salmi. Il salmo che non riusciamo a fare preghiera nostra, davanti al quale ci arrestiamo spaventati, ci fa intuire che qui è un altro a pregare, non noi, che colui che ribadisce la sua innocenza, che invoca il giudizio di Dio, che deve sopportare tanto dolore, è Gesù Cristo stesso. È lui a pregare in questi salmi, e non solo in questi, ma in tutto il salterio. Questo è quanto il Nuovo Testamento e la Chiesa hanno riconosciuto e confessato da sempre. L'uomo Gesù Cristo che ha provato ogni nostro affanno, ogni malattia, ogni dolore, e che pure era innocente e giusto, nel salterio prega per bocca della Sua comunità. Il salterio è, nel senso più vero, il libro di preghiera di Gesù. Lui ha pronunciato in preghiera i salmi ed ora essi sono divenuti la sua preghiera per tutti i tempi. È dunque chiaro come il salterio possa essere allo stesso tempo preghiera rivolta a Dio e Parola di Dio stesso, appunto perché qui incontriamo Cristo in preghiera? Gesù Cristo prega le parole dei salmi nella sua comunità. Anche la sua comunità prega, anche il singolo prega, ma prega solo in quanto Cristo prega in lui; non prega nel proprio nome, ma nel nome di Gesù Cristo. Non prega per desiderio naturale del suo cuore, ma prega in nome del Cristo incarnato, prega richiamandosi alla preghiera di Gesù Cristo divenuto uomo. Ma con ciò, solo, la sua preghiera ha trovato la promessa di essere esaudita. Poiché Cristo prega il salmo con ogni singolo e con la comunità, stando davanti al trono celeste di Dio, o meglio, poiché chi prega si unisce alla preghiera di Gesù Cristo, proprio per questo la preghiera giunge alle orecchie di Dio. Cristo intercede per chi prega.

Il salterio è la preghiera vicaria di Cristo per la sua comunità. Ora che Cristo è presso suo Padre, la nuova umanità che appartiene a Cristo, il corpo di Cristo in terra, continua a pregare la sua preghiera fino alla fine dei tempi. Questa preghiera non vale per il singolo membro, vale per tutto il corpo di Cristo. Solo in Lui, nel suo insieme, vive tutto ciò di cui parla il salmista, ciò che il singolo non può mai comprendere fino in fondo ne rendere del tutto suo. Perciò il salmo è una preghiera che deve essere pronunciata da tutta la comunità. Se un versetto o un salmo non è preghiera mia, è pure la preghiera di un altro della comunità, è certamente la preghiera del vero uomo Gesù Cristo e del suo corpo in terra.

Nel salterio noi impariamo a pregare seguendo la preghiera di Cristo. Il salterio è la scuola della preghiera per eccellenza. In esso impariamo in primo luogo che cosa significa: pregare seguendo la Parola di Dio, pregare richiamandoci alle sue promesse. La preghiera cristiana poggia sulla solida base della Parola rivelata e non ha nulla a che vedere con desideri vaghi ed egoistici. Noi preghiamo fondandoci sulla preghiera del vero uomo Gesù Cristo. Ecco che cosa intende la Sacra Scrittura, quando dice che lo Spirito Santo prega in noi e per noi, che solo nel nome di Gesù Cristo possiamo invocare giustamente Dio.

Dal libro dei salmi, in secondo luogo, impariamo che cosa dobbiamo chiedere. Se l'ampiezza del salmo supera di gran lunga la nostra esperienza, ogni singolo però ripete in fede tutta la preghiera di Cristo, la preghiera di Colui che è stato vero uomo e solo ha la piena misura delle esperienze espresse in queste preghiere. Ci è allora lecito pregare anche i salmi di vendetta? A noi, in quanto peccatori che collegano alla preghiera di vendetta pensieri malvagi, non è lecito; ma in quanto Cristo è in noi, che prende su di sé ogni vendetta di Dio, che fu colpito dalla vendetta di Dio al nostro posto, che così — appunto perché raggiunto dalla vendetta di Dio — e non altrimenti, potè perdonare ai nemici, che provò Lui stesso la vendetta, perché i suoi nemici ne fossero liberi — noi come membra di questo corpo di Gesù Cristo, possiamo pregare con questi salmi — per Gesù Cristo, dal cuore di Gesù Cristo. Possiamo dirci innocenti, pii e giusti assieme al salmista? No certo, se guardiamo a noi stessi, non possiamo pronunciarla come preghiera che esce dal nostro animo così traviato; ma possiamo e dobbiamo pregare come se le parole uscissero dal cuore di Gesù Cristo che era puro e senza peccato, richiamandoci all'innocenza di Gesù, della quale siamo partecipi in fede; se «il sangue e la giustizia di Cristo sono divenuti il nostro ornamento e vestito d'onore», possiamo e dobbiamo pregare con i salmi dell'innocenza, come preghiera di Cristo per noi e dono fatto a noi. Anche questi salmi sono nostri grazie a Lui. E come possiamo pronunciare quelle preghiere di infinita miseria e sofferenza, noi che appena appena abbiamo incominciato a intuire che cosa essi vogliano significare? Non per cercare di far nostro ciò che il nostro cuore non conosce per esperienza propria, non per compiangere noi stessi, ma perché questo dolore tutto è stato vero e reale in Gesù Cristo, poiché l'uomo Gesù Cristo ha sopportato malattia, dolore, disonore, morte, e perché nella sua morte ogni carne ha sofferto ed è morta; perciò possiamo e dobbiamo pregare questi salmi. Ciò che è stato fatto per noi sulla croce di Cristo, la morte del nostro vecchio uomo, e ciò che succede veramente in noi da quando siamo stati battezzati, e deve succedere nella mortificazione della nostra carne, ci da il diritto di pregare così. Tramite la croce di Gesù Cristo questi salmi sono donati al suo corpo in terra, che partecipa a queste preghiere che vengono dal suo cuore.

Non possiamo dilungarci su questo punto. Volevamo solo accennare alla dimensione dei salmi quali preghiera di Gesù Cristo. Non c'è altro che penetrarvi sempre più profondamente crescendo nell'uomo interiore.

In terzo luogo la preghiera dei salmi ci insegna a pregare come comunità. Il corpo di Cristo prega e come singolo riconosco che la mia preghiera è solo una minima frazione di tutta la preghiera della comunità. Imparo a partecipare alla preghiera del corpo di Cristo. Questo mi solleva al di là delle mie richieste personali e mi insegna una preghiera disinteressata. Molti dei salmi sono stati probabilmente pronunciati dalla comunità dell'Antico Testamento a coro alternato. Il cosidetto parallelismo membrorum cioè quella strana ripetizione dello stesso argomento con altre parole nella seconda riga di ogni versetto, non sembra essere solo una forma letteraria, ma avere anche un senso ecclesiastico-teologico. Varrebbe la pena esaminare a fondo questa questione. Un esempio lampante ci è dato dal 5° salmo. Sono sempre due voci che presentano in preghiera a Dio la stessa richiesta con altre parole. Questo non è forse un segno che chi prega non è mai solo, ma che alla preghiera deve partecipare un altro, un membro della comunità del corpo di Cristo; anzi, che Gesù Cristo stesso deve partecipare alla preghiera del singolo, perché questa possa essere veramente una preghiera? Forse che, infine, nella ripetizione dello stesso ritornello, che nel salmo 119 assume un ritmo crescente, senza fine, verso ciò che è quasi impenetrabilmente, inspiegabilmente semplice, non si accenna al fatto che ogni parola della preghiera vuole penetrare profondamente nell'animo ad una profondità raggiungibile solo mediante una continua ripetizione, — in fondo nemmeno con questa ci riesce! — che nella preghiera non vuoi essere uno sfogo una tantum, ma un continuo ininterrotto imparare, appropriarsi, imprimere nella propria mente la volontà di Dio in Gesù Cristo?

Oetinger nel suo commento ai salmi ha messo in rilievo una profonda verità; avendo accostato tutto il libro dei salmi alle sette richieste del Padre nostro, voleva far vedere come l'ampio e profondo libro dei salmi non ha nessun altro scopo che le brevi richieste della preghiera del Signore. Tutto il nostro pregare è compreso nella preghiera di Gesù Cristo, che sola include una promessa e che ci libera da tutte le chiacchiere pagane. Quanto più profondamente penetriamo nei salmi e quanto più spesso ce ne serviremo come preghiera nostra, tanto più semplice e ricca diventerà la nostra preghiera.

D. Bonhoffer


lunedì 19 gennaio 2026

La chiesa, società alternativa

II concetto di società alternativa (o addirittura di contro-società), che abbiamo già utilizzato più volte in questo libro, incontra probabilmente l'incomprensione, anzi la resistenza, di più di un lettore. Effettivamente, non si tratta di un concetto biblico. Ma la realtà espressa dal concetto di società alternativa riempie la Bibbia dall'inizio alla fine. Solo che questa realtà è come scivolata via: non la percepiamo più nella Bibbia. Perciò si è quasi costretti a servirsi di un nuovo concetto per far riemergere la realtà della Bibbia nascosta sotto la patina di un linguaggio che spesso per noi mantiene soltanto un accento edificante e innocuo.

Nella Bibbia il popolo di Dio è sempre inteso come società alternativa. Il popolo di Dio è altra cosa dalla struttura nazionale ai tempi di Salomone e degli Asmonei. Popolo di Dio non vuol perciò dire stato di Israele. Ma il popolo di Dio non è neppure soltanto la comunità spirituale di uomini religiosi che nel paese attendono in silenzio la salvezza. Popolo di Dio è quell'Israele che sa di essere eletto e chiamato da Dio con tutta la sua esistenza, vale a dire anche in tutta la sua dimensione sociale. Il popolo di Dio è quell'Israele che, in base alla volontà di Dio, deve distinguersi da tutti gli altri popoli della terra: «Tu infatti sei un popolo consacrato al Signore tuo Dio; il Signore tuo Dio ti ha scelto per essere il suo popolo privilegiato fra tutti i popoli che sono sulla terra. Il Signore si è legato a voi e vi ha scelti, non perché siete più numerosi di tutti gli altri popoli — siete infatti il più piccolo di tutti i popoli — ma perché il Signore vi ama e perché ha voluto mantenere il giuramento fatto ai vostri padri, il Signore vi ha fatti uscire con mano potente e vi ha riscattati liberandovi dalla condizione servile, dalla mano del faraone, re di Egitto» (Dt 7,6-8).

All'azione liberatrice di Dio, che ha eletto Israele in mezzo a tutti i popoli e lo ha salvato dall'Egitto, deve corrispondere la condotta di Israele; essere un popolo santo, con un ordinamento sociale che lo distingue dagli altri popoli: «Osserverai dunque i comandi, le leggi e le norme che oggi ti do, mettendole in pratica» (Dt 7,11).

Due sono dunque le ragioni per cui Israele è un popolo santo: anzitutto l'amore elettivo di Dio, che ne ha fatto il popolo di sua proprietà in mezzo a tutti i popoli. Secondariamente la santità d'Israele dipende dal suo vivere realmente l'ordinamento sociale che Dio gli ha donato e che è in netto contrasto con gli ordinamenti sociali di tutti gli altri popoli. Questo nesso è formulato in maniera particolarmente espressiva nel cosiddetto «codice di santità» (Lv 17-26), per esempio lì dove leggiamo: «Sarete santi per me, poiché io, il Signore, sono santo, e vi ho separati dagli altri popoli perché siate miei» (Lv 20,26).

Dio ha eletto e santificato il suo popolo per farne una società alternativa in mezzo agli altri popoli: anche per Gesù è questo il retroterra ovvio e naturale di tutta la sua attività. La differenza tra Gesù e i testi del Levitico e del Deuteronomio appena citati consiste soltanto nel fatto che per Gesù, in base al messaggio dei profeti, tutto si trova ora sotto il segno escatologico. Gli atti di Dio nel passato passano in second'ordine rispetto all'agire di Dio, ormai imminente, alla fine dei tempi: quell'agire con cui Dio ricostituisce il suo popolo, anzi lo rifonda, per attuare così in maniera definitiva e irrevocabile il suo disegno di avere un popolo santo in mezzo ai popoli.

Senza questo retroterra non si può affatto comprendere il movimento di convocazione inaugurato da Gesù in Israele: esso punta all'Israele vero, escatologico, in cui viene vissuto l'ordinamento sociale del Regno di Dio. Certo, Gesù non ha mai suggerito né promosso un cambiamento politico-rivoluzionario della società giudaica. Ma la conversione che egli esige come conseguenza del suo messaggio del Regno di Dio vuole avviare nel popolo di Dio un movimento a confronto del quale le rivoluzioni normali sono delle bazzecole. Pensiamo per esempio all'istanza di Gesù di una rinuncia assoluta alla violenza (cfr. parte seconda, e. 5). Questa rinuncia non è in alcun modo racchiusa nell'interiorità: essa riguarda la prassi concreta. E non è neppure una faccenda del singolo, ma presuppone uomini che tutti insieme facciano seriamente i conti con la non-violenza. Ciò si evidenzia maggiormente per quanto attiene alla rinuncia al potere (cfr. parte terza, e. 6); non-violenza e rinuncia al potere possono realizzarsi soltanto nella trama della realtà sociale, e intendono appunto mutare questa realtà. L'appello di Gesù alla nonviolenza e alla rinuncia al potere comporta dunque già la prospettiva di una nuova società in netta antitesi alle società del mondo, improntate alla volontà di violenza e di potere.

Del resto, nella prima petizione del Padre Nostro, Gesù parla un linguaggio chiaro. Qui viene ripresa tutta la tematica veterotestamentaria della santità. Abbiamo già visto (cfr. parte prima, c.4) che «Sia santificato il tuo nome» non significhi altro che «Raccogli e rinnova il tuo popolo, fa' che torni ad essere il vero popolo di Dio». Sullo sfondo di Dt 7,6-11 e di Lv 20,26 possiamo ora anche precisare: «sia santificato il tuo nome» significa pure «raduna per te un popolo rinnovato, che sia veramente santo, così che il Regno di Dio possa splendere e il tuo santo sia dinnanzi agli occhi di tutti i popoli in tutta la sua gloria».

La chiesa primitiva ha capito questa intenzione di Gesù? L'ha portata avanti? Ha inteso se stessa — meglio: le comunità del Nuovo Testamento hanno inteso se stesse — come «antitesi» di principio al paganesimo, come popolo santo, che dev'essere diverso dalla società pagana? Questa domanda è tanto più importante in quanto le chiese cristiane hanno praticamente perso da secoli il senso della «antitesi» alla società. Soltanto le sette e le chiese missionarie sono riuscite a capire realmente che cosa significhi credere contro la società circostante. Nelle chiese cristiane di massa quest'intuizione è balenata solamente di tanto in tanto: per esempio, per i cattolici tedeschi nel Kulturkampf al tempo di Bismarck, e per parte dei protestanti e cattolici tedeschi nella resistenza contro il Terzo Reich. Ma nell'insieme le chiese nell'Europa occidentale si sono identificate coscientemente, in maniera sconcertante, con la società circostante e le sue strutture. Resistenza o rifiuto si verificano ancora, al massimo, qui e là. Che la chiesa nel suo insieme debba essere un modo alternativo di società è uscito dalla coscienza dei cristiani dell'Europa occidentale o vi sta tornando lentamente soltanto negli ultimi anni.

Nel Nuovo Testamento le cose stanno ancora diversamente. In molti concetti, ma anche in strutture di discorso più estese, vive qui la coscienza della chiesa come società alternativa di Dio in mezzo alla società normale. Una struttura di discorso di questo tipo la troviamo per esempio in Ef 5,8: «Se un tempo eravate tenebre, ora siete luce nel Signore. Comportatevi perciò come i figli della luce» (Ef 5,8).

Con un'antitesi netta vengono qui contrapposti l'una all'altra due condizioni: quella di prima e quella attuale. Prima i credenti a cui la lettera si rivolge erano «tenebre», ora sono «luce». «Tenebre» è qui una metafora dell'esistenza passata, nel paganesimo; «luce» è una metafora dell'esistenza attuale, nella chiesa; infatti «nel Signore» significa la vita nella sfera della signoria di Cristo, cioè, secondo la tradizione linguistica paolina, nella chiesa. A queste costatazioni all'indicativo si coniuga un imperativo: i cristiani sono sì per principio «luce», ma devono realizzare nella loro vita ciò che sono.

Strutture di discorso di questo genere sono così frequenti nella letteratura epistolare, che si può parlare di uno schema consolidato. Lo si è chiamato lo schema «un tempo e oggi». Non trova sempre una formulazione così concisa come in Ef 5,8: spesso si distende in un periodo più ampio e abbondante. È il caso di Tt 3,3-6: «Anche noi un tempo eravamo insensati, disobbedienti, traviati, schiavi di ogni sorta di passioni e di piaceri, vivendo nella malvagità e nell'invidia, degni di odio e odiandoci a vicenda. Quando però si sono manifestati la bontà di Dio, salvatore nostro, e il suo amore per gli uomini, egli ci ha salvati non in virtù di opere di giustizia da noi compiute, ma per sua misericordia mediante un lavacro di rigenerazione e di rinnovamento nello Spirito Santo, effuso da lui su di noi abbondantemente per mezzo di Gesù Cristo, salvatore nostro».

Anche qui vediamo messi in antitesi un tempo e oggi. Ma l’un tempo dell'esistenza pagana non viene stavolta descritto con un solo concetto, bensì con un intero elenco di vizi. Abbiamo allora qui una seconda struttura di discorso, di cui i predicatori cristiani primitivi si servivano per contrapporre l'una all'altra come alternative la società pagana e la chiesa: con lunghi elenchi essi hanno semplicemente accostato e messo in opposizione i vicoli ciechi dei pagani e la vita nella forza dello Spirito. Uno degli esempi più belli è Col 3,8-14:

«Ora deponete anche voi tutte queste cose: ira, passione, malizia, maldicenze e parole oscene dalla vostra bocca. Non mentitevi gli uni gli altri. Vi siete infatti spogliati dell'uomo vecchio con le sue azioni e avete rivestito il nuovo, che si rinnova, per una piena conoscenza, ad immagine del suo Creatore. Qui non c'è più Greco o Giudeo, circoncisione o incirconcisione, barbaro o Scita, schiavo o libero, ma Cristo è tutto in tutti. Rivestitevi dunque, come amati di Dio, santi diletti, di sentimenti di misericordia, di bontà, di umiltà, di mansuetudine, di pazienza; sopportandovi a vicenda e perdonandovi, scambievolmente, se qualcuno abbia di che lamentarsi nei riguardi degli altri. Come il Signore vi ha perdonato, così fate anche voi. Al di sopra di tutto poi vi sia la carità, che è il vincolo di perfezione!».

Qui vediamo chiaramente contrapposto un elenco positivo (misericordia, bontà, umiltà, mansuetudine, pazienza, amore) a uno negativo (ira, passione, malizia, maldicenze e parole oscene). L'elenco negativo caratterizza il pagano, l'elenco positivo il cristiano. Ma il brano intene dimostrare che qui non si tratta soltanto di virtù individuale: si tratta anche e soprattutto della società pagana nel suo insieme, dato che le viene contrapposta la nuova società di Dio in cui sono radicalmente aboliti i vecchi spartiacque sodali tra Greci e barbari, Giudei e pagani, schiavi e liberi (cfr. parte terza, e. 3).

Particolarmente istruttiva in Col 3,8-14 è poi la categoria del nuovo, che viene introdotta per definire resistenza del battezzato. All'uomo vecchio viene opposto l’uomo nuovo in Cristo (cfr. anche Ef 2,15; 4,24). L'irruzione del radicalmente nuovo in un mondo vecchio, senescente, è un'idea cara all'escatologia; e che qui il dissolvimento dell'uomo vecchio da parte del nuovo costituisca un evento escatologico è detto nella maniera più chiara con il motivo della nuova creazione. Questo motivo mette pure in evidenza come mai la chiesa primitiva abbia potuto distinguere in maniera così netta tra un tempo e oggi. In Cristo, Dio ha inaugurato la svolta escatologica; in Cristo ha ri-creato il suo popolo. Perciò: «Se uno è in Cristo è una creatura nuova; le cose vecchie sono passate, ecco ne sono nate di nuove» (2Cor 5,17).

Ribadiamo ancora una volta: essere in Cristo significa vivere nella sfera della signoria di Cristo, e questa sfera è la chiesa. 2 Cor 5,17 si riferisce dunque — proprio come Tt 3,3-6 — al battesimo, mediante il quale il singolo è stato inserito nel corpo di Cristo che è la chiesa. Quest'inserimento non riguarda soltanto l’interiorità del battezzato; essa ha, secondo Paolo, conseguenze radicali, che affondano nel sociale.

Cristo è morto per «strappare da questo mondo perverso» (Gal 1,4) tutti coloro che credono. Neppure il minimo indizio induce a pensare che con la formula «strappare da questo mondo» Paolo intenda l'accoglienza del credente domani in cielo. Ciò che egli intende è la separazione abissale nei confronti del mondo, che avviene mediante la fede e il battesimo. Il battezzato viene salvato dal mondo in quanto viene immesso nella sfera della signoria di Cristo. Il mondo, che qui viene chiamato «mondo perverso», è certamente più che la somma di molti individui che fanno il male. Esso è anche il potenziale di male che attraverso il peccato dei molti si è sedimentato nelle strutture della società e ha pervertito il mondo in una sfera operativa del male. Poiché la chiesa vive dell'azione salvifica di Cristo, è strappata a questo mondo, cioè non è più costretta a vivere nell'illibertà del male e in conformità alle false strutture della società pagana. Perciò in Rm 12,2 Paolo prescrive: «Non conformatevi alla mentalità (letteralmente: alla figura) di questo mondo, ma trasformatevi rinnovando la vostra mente».

Poiché tutti questi testi in base a una lunga consuetudine sono stati per lo più interpretati in maniera molto unilaterale, cioè in riferimento al rinnovamento intcriore o alla dotazione morale del singolo cristiano, dobbiamo ripeterlo spesso: in Rm 12,2 e in molti altri passi non si tratta soltanto del cambiamento della disposizione intcriore o di una nuova motivazione, e soprattutto non si tratta soltanto del singolo. Il rinnovamento della mente ha invece a che fare con la svolta escatologica che nel cuore del mondo, lì dove si distende la chiesa come spazio della signoria di Cristo, ha piantato una nuova creazione. Questa nuova creazione abbraccia non solo lo spirito della chiesa ma anche il suo corpo, la sua figura: oggi è quasi inevitabile tradurre: le sue strutture. Rm 12,2 dice dunque: la figura e lo spirito delle comunità non devono adattarsi alla figura e allo spirito della società circostante.

Abbiamo già visto sulla base di un caso concreto quali conseguenze abbia per Paolo questo principio: e cioè che i cristiani non possono neppure ricorrere a giudici pagani per le loro vertenze giuridiche private. Infatti anche conflitti di questo genere toccano tutta la comunità e devono perciò essere risolti all'interno della comunità stessa (cfr. parte terza, e. 6). In tal modo viene tracciata tra chiesa e società una linea nettissima di demarcazione che non ammette sconfinamenti. Questa linea di separazione viene chiaramenre espressa: Paolo distingue senza la minima inibizione tra i «credenti» e i «non-credenti». A chi di noi oggi verrebbe in testa di adottare nel suo ambiente queste distinzioni linguistiche? Paolo invece fa qui una divisione di principio, sulla base della novità sbocciata in mezzo al mondo con Cristo e con la chiesa. Egli arriva perfino a distinguere quelli che sono «dentro» (1 Cor 5,12) e quelli che sono «fuori» (1 Cor 5,12s.; 1 Ts 4,12).

Invece Paolo non distingue mai tra cristiani che appartengono solo esteriormente alla comunità e credenti «praticanti»; essere cristiani e appartenere alla comunità radunata visibilmente sono per lui evidentemente la stessa cosa. Più ancora: essere cristiani esige pure che la santificazione ricevuta nel battesimo e la vita morale del battezzato coincidano. Se invece tra le due si apre una spaccatura troppo profonda, Paolo vuole che se ne tirino le conseguenze: «Vi ho scritto nella lettera precedente di non mescolarvi con gli impudichi. Non mi riferivo però agli impudichi di questo mondo o agli avari, ai ladri o agli idolatri: altrimenti dovreste uscire dal mondo! Vi ho scritto di non mescolarvi con chi si dice fratello, ed è impudico, o avaro, o idolatra, o maldicente, o ubriacone o ladro; con questi tali non dovete neanche mangiare insieme» (1 Cor 5,9-11).

In questa disposizione così severa, che — considerata isolatamente — potrebbe perfino dare l'impressione che per Paolo non vi sia più neppure misericordia cristiana per chi si è reso colpevole, si esprime chiaramente un principio biblico fondamentale, che potremmo chiamare la santità della comunità. La chiesa non è solo santificata dall'atto redentore di Cristo, ma deve pure realizzare questa santificazione in una vita che ne sia all’altezza. Diversamente, essa si assimila al mondo. Paolo non ha difficoltà ad applicare alla comunità di Corinto una formula della legge che doveva garantire la santità del popolo di Dio nell'Antico Testamento: «Togliete; il malvagio di mezzo a voi» (cfr. Dt 17,7; 1Cor 5,13). Anche qui si afferma l'antitesi netta tra comunità e mondo.

Questa opposizione profonda la conosciamo comunemente soltanto a partire dagli scritti giovannei. Ma a guardare con più attenzione, si avverte che Paolo traccia la linea di demarcazione con altrettanta decisione degli scritti giovannei. Il testo seguente proviene dal vangelo di Giovanni: è una parte della cosiddetta preghiera sacerdotale di Gesù. Il discorso riguarda i discepoli, che nel quarto vangelo rappresentano la chiesa intera: «Io ho dato loro la tua parola e il mondo li ha odiati perché essi non sono del mondo come io non sono del inondo. Non chiedo che tu li tolga dal mondo ma che li custodisca dal maligno. Essi non sono del mondo come io non sono del mondo. Santificali nella verità. La tua parola è verità. Come tu mi hai mandato nel mondo, anch'io li ho mandati nel mondo; per loro io santifico me stesso perché siano anch'essi santificati nella verità» (Gv 17,14-19).

Ancora una volta, sarebbe importante tradurre in maniera corretta le formule diventate abituali a furia di sentirle e il linguaggio quasi mitico dell'evangelista: «Essi non sono del mondo come io non sono del mondo».

Significa che con Cristo è entrato nella storia qualcosa di totalmente nuovo, che la società umana non poteva produrre da sé. Cristo è l'assolutamente altro e nuovo in cui la santità e la verità di Dio si sono fatte definitivamente presenti nel mondo. E dovunque la sua parola venga creduta, dovunque si viva della sua verità, nasce ancora una volta in mezzo al mondo la realtà nuova e altra: lo spazio santo della verità. Coloro che sono santificati da Cristo e vivono della sua verità si distinguono perciò senza mezzi termini dalla rimanente società: dalla sua menzogna, dalla sua falsità istituzionalizzata. Essi vengono odiati dagli altri uomini perché smascherano come menzogna la realtà configurata dalla loro costruzione sociale. Infatti il mondo si è data una configurazione tale che nella sua interpretazione della realtà non si incontra più Dio. Ma nel momento in cui Cristo e, sulla sua scia, la comunità dei discepoli vive la vera costruzione della realtà alla luce di Dio, crolla la menzogna del mondo. Allora gli uomini che amano la verità vengono alla fede e si uniscono alla comunità dei discepoli. Ma coloro che vogliono restare «mondo» non possono non reagire con odio e persecuzione, per poter continuare nella loro menzogna. Non è soltanto la menzogna della loro vita privata: è la menzogna della società, che ha disegnato attorno a sé una realtà fatta di finzione: «Se il mondo vi odia sappiate che prima di voi ha odiato me. Se foste del mondo, il mondo amerebbe ciò che è suo; poiché invece non siete del mondo ma io vi ho scelti dal mondo, per questo il mondo vi odia» (Gv 15,18s.).

Anche il vangelo di Giovanni mette dunque in luce la profonda distanza tra mondo e comunità dei discepoli. È importante che in Giovanni, esattamente nel contesto in cui egli formula questa distanza, compaia il concetto di santificazione dei discepoli (Gv 17,17.19). Noi vediamo qui non soltanto come le linee fondamentali dell'Antico Testamento proseguono nel Nuovo ma anche, con definitiva chiarezza, che il concetto di santità della comunità è il concetto centrale con cui la Bibbia formula, nel linguaggio che le è proprio, la sua idea del popolo di Dio come società divina alternativa al mondo: la chiesa è un popolo santo (1Pt 2,9), è un tempio santo di Dio (ICor 3,17), è santificata e purificata dal bagno del battesimo (Ef 5,26); i credenti sono rami santi nell'olivo nobile di Israele (Rm ll,16s.) e sono da Dio chiamati alla loro santificazione (ITs 4,3).

Ma soprattutto i cristiani chiamano se stessi «i santi». Originariamente si tratta di un'autodesignazione della comunità primitiva di Gerusalemme. Ma in seguito quest'autode-signazione viene adottata da tutte le comunità, anche nella chiesa di estrazione pagana. In Paolo l'espressione «i santi» è addirittura sinonimo di «comunità». La formula serve come autodesignazione vera e propria dei cristiani fino alla crisi montanista; soltanto allora il suo uso comincia lentamente a scomparire. Nell'epoca successiva i cristiani «non sapevano più di essere santi, ma avevano santi martiri, santi asceti, santi sacerdoti». Vi sono buone ragioni per affermare che con l'appendice al Credo apostolico: «(Credo) nella comunione dei santi», che appare nel quarto secolo, inizialmente si intendesse non soltanto la comunione con i santi in cielo ma la communio con tutta la chiesa. Ci troveremmo anche qui, come nel caso della parola «spirituale», di fronte a una di quelle pericolose riduzioni di concetti, che sono così caratteristiche dello sviluppo successivo della Chiesa. In ogni caso nel Nuovo Testamento tutti i membri della Chiesa sono ancora «santi», «spirituali», «fratelli», «sorelle».

A noi, il fatto che i primi cristiani si chiamassero «i santi» da fastidio: ha un vago sapore di «santi degli ultimi giorni». Ma un tempo la formula esprimeva molte di quelle realtà che qui abbiamo esposte con la formula di «società alternativa». La chiesa si è compresa come il popolo santo di proprietà divina, dotato di un ordinamento di vita diverso da quello del mondo pagano. È la coscienza che sottende questo testo:

«Ma voi siete la stirpe eletta, il sacerdozio regale, la nazione santa, il popolo che Dio si è acquistatomperché proclami le opere meravigliose di lui che vi ha chiamato dalle tenebre alla sua ammirabile luce» (1 Pt 2,9). 

Questo testo mostra ancora una volta come l'Antico Testamento (cfr. soprattutto Es 19,6) continui a vivere nel Nuovo. Ma mostra pure che non si tratta in primo luogo della santità privata del singolo cristiano: si tratta di tutto un popolo che da testimonianza del disegno di Dio sul mondo. Questo popolo può tranquillamente rimanere piccolo, finché svolge il suo compito con cuore gioioso. «La decisione di restare una minoranza con una identità precisa (piuttosto che mondanizzare la chiesa) è il presupposto di un'azione che trasformi il mondo» commenta giustamente R. Riesner. L'elemento decisivo non è la grandezza della città ma il fatto che essa è in cima al monte. Qui essa diventa la luce di tutto il mondo. Paolo è molto vicino a Mt 5,14-15 quando scrive alla comunità di Filippi: «Fate tutto senza mormorazioni e senza critiche, perché siate irreprensibili e semplici, figli di Dio immacolati in mezzo a una generazione ( = società) perversa e degenere nella quale dovete splendere come astri nel mondo» (Fil 2,14s.).

Con questa citazione della lettera ai Filippesi chiudiamo la lunga serie di testi. Potremmo anche continuarla: la chiesa è vista da tutto il Nuovo Testamento come società alternativa che si contrappone decisamente al mondo. E c'è da chiedersi con tristezza come sia stato possibile nella cristianità rimuovere per secoli questo fatto. In ultima analisi il meccanismo di rimozione ha funzionato per una sola ragione: pur non ignorando l'appello del Nuovo Testamento alla santità, lo si è ristretto consequenzialmente al singolo cristiano e alla sua santità privata oppure a determinati gruppi, come sacerdoti e religiosi.

Forse è una benedizione la caduta definitiva e senza riserve dell'illusione di vivere in una società complessivamente cristiana; ciò potrebbe acuire lo sguardo sulla necessità, per la chiesa, di percorrere la propria strada.

Ma ancor più decisivo potrebbe risultare il fatto che il nostro mondo s'avvicina sempre più al punto della definitiva autodistruzione, e non ha evidentemente la forza di esaminare o di rinunciare al suo modo di costruire la società, basato prevalentemente sul dominio e sulla diffidenza. E proprio questa situazione pericolosa dovrebbe finalmente spingere i cristiani a mostrare al mondo che alla luce di Dio sarebbe possibile ben altro tipo di società. Il che non diventa plausibile mediante dotti discorsi ma soltanto attraverso la prassi. 



sabato 17 gennaio 2026

La nuova famiglia

 

 Gesù ha posto ai discepoli che lo seguivano istanze e condizioni particolarmente radicali: soprattutto la rinuncia al lavoro finora condotto e l'abbandono della famiglia. Bisognerebbe ancora aggiungere, per esempio: rinuncia alla proprietà (cfr. Lc 14,33) e alla preoccupazione per il domani (cfr. Lc 12,22-32). Ora, non è possibile mettere semplicemente sullo stesso piano queste esigenze di Gesù rivolte alla cerchia limitata di quelli che lo seguivano e gli insegnamenti di Gesù a tutto il popolo. Chiariamo il problema mediante un esempio concreto.

Per amore del Regno di Dio Gesù era rimasto personalmente celibe (cfr. Mt 19,12), e dai discepoli esigeva l'abbandono della famiglia. In oriente una decisione del genere aveva a volte conseguenze drastiche: quando il capofamiglia decideva di mettersi tra coloro che accompagnavano Gesù, alla donna non restava che tornare con i figli alla casa paterna, sebbene questo venisse vissuto come una macchia. Comunque venissero risolti problemi come questo, una cosa è certa: l'abbandono della famiglia era un'esigenza estremamente radicale e dura. Perciò Gesù l'ha posta soltanto a coloro che lo seguivano nel senso letterale del termine, non a tutto il popolo, neppure ai suoi seguaci «sedentari». Non si può dunque fare a meno di distinguere nell'insegnamento di Gesù tra un ethos della sequela e un ethos di tutto il popolo di Dio. Ma in questo modo non rimettiamo in questione i risultati finora raggiunti? E soprattutto: non spunta immediatamente il noto problema di un ethos a due piani: uno per i «migliori» e un altro per «la gente media», con tutte le conseguenze che un ethos del genere ha avuto nella chiesa cattolica, fino a dividere il popolo di Dio in due stati?

Se si guarda più attentamente, in Gesù si trova certo un ethos specifico della sequela ma in nessun modo un ethos a due piani. Per illustrare questo punto, restiamo sul nostro esempio dell’abbandono della famiglia. Non nasce qui uno stato di perfetti di fronte a uno stato di meno perfetti perché a coloro che restano a casa con la famiglia Gesù pone esigenze ugualmente radicali che a quelli che lo seguono. Il discorso della montagna include pur sempre un testo che proibisce senza riserve all'uomo di congedare la moglie (contro la prassi di separazione che vigeva allora in Israele) (Mt 5,31s.). E include un altro testo in cui già lo sguardo concupiscente dell'uomo su una donna equivale all'adulterio messo in opera (Mt 5,27s.). Tutto questo è, nella sostanza, altrettanto duro e drastico che l'esigenza rivolta ai discepoli di lasciare la famiglia. Gesù esige dagli uni una fedeltà assoluta e indissolubile alla sposa, dagli altri fedeltà assoluta e indissolubile alla loro missione di predicatori. In altre parole: la forma concreta di vita, sia il matrimonio che il servizio di di predicazione, viene presa da Gesù in ambedue in maniera radicalmente seria. In questa forma radicale i due tipi di vita sono possibili soltanto in presenza del Regno di Dio. La libertà interiore di vivere con tale radicalità la fedeltà matrimoniale o la sequela scaturisce solo dal fascino di un Regno di Dio che è già realtà presente.

Ciò che abbiamo mostrato in forma paradigmatica in base all'esempio del matrimonio e del celibato potrebbe essere analogamente ripetuto a proposito di altri complessi dell’ethos della sequela. In Gesù è dunque presente un ethos della, sequela definibile in teoria; ma esso non costituisce una forma superiore di eticità a confronto con l'ethos di tutto u popolo di Dio, ma viene determinato - in maniera estremamente funzionale — dalla forma concreta di vita di coloro che sono itineranti con Gesù. 

Con questo abbiamo soltanto negato resistenza di un ethos a due piani. Bisogna anche vedere il nesso intrinseco tra ethos della sequela ed ethos del popolo di Dio. Per individuare questo nesso, cominciamo col prendere in considerazione un testo che in origine era certamente rivolto a coloro che seguivano Gesù alla lettera. In Marco il testo suona così: «In verità vi dico: non c'è nessuno che abbia lasciato casa o fratelli o sorelle o madre o padre o figli o campi a causa mia e a causa del vangelo, che non riceva già al presente cento volte tanto in case e fratelli e sorelle e madri e figli e campi, insieme a persecuzioni, e nel futuro la vita eterna» (Mc 10,29s.).

Nella forma appena citata, questo detto è già elaborato nell’ottica della cristianità primitiva. Vi è interpolato il concetto di vangelo, vi è aggiunto l'inciso «insieme a persecuzioni», ma soprattutto vi è inserito lo schema dei due eoni. Il detto originario dev'essere consistito in una promessa molto più radicale in ordine al presente: «In verità vi dico: non c'è nessuno che abbia lasciato casa o fratelli o sorelle o madre o padre o figli o campi a causa mia, che non riceva cento volte tanto già adesso, in quest'ora: case, fratelli, sorelle, madre, figli e campi».

Bisogna cogliere tutto quanto c'è di inaudito in questo detto di Gesù: fratelli e sorelle sono i consanguinei, sono il clan, a cui l'orientale appartiene e a cui è tenuto a render conto di ciò che fa, ricevendone d'altra parte protezione. Padre e madre: dietro questa formula sta l'antichissimo ordinamento della famiglia patriarcale, sacro e confermato anche dalla scrittura. Figli: sono la gioia maggiore dell'orientale, il suo orgoglio, ma anche la sua sicurezza sociale, per così dire la sua assicurazione sulla vita per domani. E campi: sono la partecipazione dell'israelita all'eredità santa, garantita da Dio. Negli Atti degli Apostoli leggiamo che Barnaba, originario di Cipro, possedeva un campo presso Gerusalemme (4,36s.): come molti altri giudei della diaspora egli aveva acquistato un pezzo di terreno in Terra santa, per consolidare il suo legame con Israele e diventare partecipe delle benedizioni del tempo messianico. In Mc 10,29s. dobbiamo allora leggere dietro i «campi» il concetto di «terra», così ricco di significato per ogni pio giudeo.

Ora, tutto ciò viene relativizzato da Gesù: il clan, i genitori, i figli, la terra. È possibile, a volte perfino necessario, abbandonare tutte queste realtà. Non però per il gesto stesso dell'abbandono, non perché questo gesto sia già in se stesso un valore positivo, ma perché sta nascendo una realtà nuova: irrompe il Regno di Dio. Allora tutto cambia. Coloro che ora seguono Gesù, che per amore del Regno di Dio lasciano alle spalle tutto quanto finora avevano, diventano una nuova famiglia. Una famiglia in cui, paradossalmente, vi sono di nuovo fratelli, sorelle, madri e figli.

Già ora, in quest'ora, i discepoli riavranno centuplicato tutto ciò che hanno abbandonato. Gesù parla qui della sua originalissima esperienza, che è diventata sempre più l'esperienza dei suoi discepoli: essi hanno abbandonato la famiglia, ma hanno poi trovato, nella cerchia dei discepoli, nuovi fratelli e sorelle. Hanno abbandonato la casa paterna, ma in ogni punto del paese dove sono stati accolti con cuore ospitale hanno trovato nuove madri. Hanno abbandonato i figli, ma si sono continuamente uniti a loro uomini nuovi, prima sconosciuti, tutti presi dalla nuova realtà. Hanno abbandonato i campi, ma hanno trovato come «nuova terra» una comunità solida e capace di sostenerli.

Insieme con tutte queste esperienze bisogna ricordare in particolare la comunione a tavola, dove i discepoli continuamente si ritrovano. Qui Gesù è il padrone di casa, che riunisce attorno a sé la nuova famiglia e pronuncia la preghiera di benedizione (Mc 8,6s.). Più tardi i discepoli lo riconosceranno nell'atto di spezzare il pane (Lc 24,30s.34). La comunione a tavola con il Gesù terreno dev'essersi impressa indelebilmente nel loro ricordo.

Gesù ha richiesto ai suoi discepoli di lasciare tutto, ma non li ha chiamati alla solitudine e all'isolamento (non è questo il senso della sequela), bensì a una nuova famiglia di fratelli e sorelle, che è il segno del Regno che spunta.

Il problema decisivo è ora di sapere se ciò che qui abbiamo descritto in base a Mc 10,29s. come la realtà della nuova famiglia, possa essere collegato con l'insieme del popolo di Dio. La promessa di Mc 10,29s. viene fatta soltanto ai discepoli di Gesù, e presuppone dunque l'ethos della sequela. C'è un testo che prolunga questo discorso, cioè Mc 3,20s.-31-35.

Gesù si trova in una casa, ed è assediato da tanta gente che lui e i suoi discepoli non riescono neppure a mangiare (3,20). In questa situazione arrivano i suoi parenti per riportarlo a casa con la forza. La famiglia di Gesù si sente dunque offesa dalla sua apparizione pubblica. Coloro che in famiglia la sanno lunga sono convinti che è impazzito (3,21). Quando qualcuno dice a Gesù: «Tua madre, i tuoi fratelli e le tue sorelle sono fuori e ti cercano», egli risponde (3,33-35): «Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli? Girando lo sguardo su quelli che gli stavano seduti attorno, dice: Ecco mia madre e i miei fratelli! Chi compie la volontà di Dio costui è mio fratello, sorella e madre».

Qui riaffiora la tematica della nuova famiglia. Gesù, «con una formula antica altamente retorica ma anche altamente giuridica», si dichiara libero dalla sua famiglia e si inscrive in un'altra famiglia, anzi egli stesso la costituisce: «Questi sono i miei fratelli!».

Da chi è formata questa nuova famiglia? Soltanto dalla cerchia dei discepoli? La notazione di Marco 3,32: «Tutt’attorno era seduta la folla» dice il contrario. Ma non vogliamo dare troppa importanza a questo rilievo narrativo. Più importante è la parola di Gesù stesso: «Chi compie la volontà di Dio costui è mio fratello, sorella e madre».

Che significa in questo contesto: «fare la volontà di Dio»? In un contesto rabbinico vorrebbe dire: osservare la Torà, la legge del Sinai. Ma non può essere questo il senso del nostro testo; poiché la famiglia di Gesù è certamente osservante della legge, e tuttavia in questa situazione non ha alcun rapporto evidente con la volontà di Dio. Perciò qui, come in molti altri passi del Nuovo Testamento, la volontà di Dio non può essere altro che il disegno di salvezza che Dio ora porta a compimento e a cui bisogna aderire, con prontezza radicale a lasciar cambiare la propria vita nell'ottica di Dio. In termini più concreti: la volontà di Dio è qui la venuta del Regno e la riunificaaone del vero Israele (cfr. Mt 6,9s.). Coloro che fanno la volontà di Dio sono quelli che credono all’annuncio, proclamato da Gesù, del Regno di Dio ormai vicino e accolgono la convocazione per formare il popolo di Dio alla fine dei tempi. Perciò in Mc 3,35 Gesù non paria soltanto dei suoi discepoli ma di tutti quelli che ora in Israele riconoscono l'iniziativa di Dio e premono per entrare nel suo Regno. 

È dunque chiaro che la nuova famiglia di fratelli e sorelle di Gesù è molto più ampia della cerchia vera e propria dei discepoli. Dovunque in Israele c'è qualcuno che crede nell'evangelo del Regno di Dio, e non solo nella cerchia di coloro che seguono letteralmente Gesù; nasce ora una realtà nuova. Il Regno di Dio si fa strada con potenza (Mt 11,12). Gesù lancia il suo messaggio come un fuoco sulla terra, e vorrebbe che tutto si accendesse (Lc 12,49). Il messaggio del Regno di Dio provoca in Israele divisione e divaricazione: «D'ora innanzi in una casa di cinque persone si divideranno tré contro due e due contro tre: padre contro figlio e figlio contro padre, madre contro figlia e figlia contro madre, suocera contro nuora e nuora contro suocera» (Lc 12,52s.).

Questa divaricazione o causa del vangelo attraversa le famiglie di Israele. Ciò significa che in ogni luogo vi sono uomini che si decidono per il Regno di Dio e devono allora mettere in conto il conflitto con la propria famiglia, con il proprio clan. Essi costituiscono la nuova famiglia di Gesù, che passa trasversalmente per Israele e per le vecchie famiglie e tribù.

Tiriamo le somme: dobbiamo riconoscere che in Gesù c'è un ethos speciale della sequela, che ha il suo luogo appropriato nella cerchia dei discepoli (più tardi, nella cerchia dei profeti e dei missionari itineranti). Ma dobbiamo pure riconoscere che quest'ethos è in molti modi collegato con l'ethos del restante popolo di Dio (in concreto: dei seguaci di Gesù che rimangono a casa loro). Vi sono tra i due ethos continue irradiazioni, interazioni, intersecazioni.

Per l'esempio concreto che abbiamo scelto, tutto ciò significa che soltanto un certo numero di quelli che accolgono il messaggio di Gesù in Israele abbandonano il loro paese natale e camminano con Gesù lungo la Palestina, con una vita itinerante senza punti fissi. La maggior parte rimane a casa sua. E tuttavia anche le famiglie di quelli che restano subiscono un cambiamento. Diventano più disponibili, più aperte. Non si racchiudono più in se stesse. Sono ospitali verso Gesù e i suoi messaggeri. Entrano in rapporto gli uni con gli altri. Oppure avviene un fenomeno ben diverso: le famiglie si spaccano. Gesù e il suo movimento diventano segno di contraddizione (Lc 2,34). Molti si dichiarano individualmente liberi dalle forme antiche (Mc 2,21s.) e si uniscono alla nuova famiglia di cui parla Gesù in Mc 3,31s. Così in mezzo all'antico Israele va nascendo, in maniera inizialmente impercettibile ma comunque inarrestabile, la nuova società progettata da Dio. 

G. LOHFINK