martedì 10 marzo 2026

Senso teologico della preghiera

 

CHE COSA FA LA CHIESA QUANDO PREGA ?

A una tale domanda, si possono dare — credo — le tre seguenti risposte : 

1. — Essa esprime la sua identità più profonda.

La Chiesa, quando prega, si manifesta proprio in quanto Chiesa. Essa si riunisce. E nota l'affermazione della Costituzione conciliare sulla Liturgia ; affermazione, a mio avviso, tra le piu importanti del Concilio Vaticano II: «... tutti devono dare la più grande importanza alla vita liturgica della diocesi che si svolge intorno alvescovo, principalmente nella chiesa cattedrale: convinti che la principale manifestazione della Chiesa (praecipua manifestatio Ecclesiae) consiste nella partecipazione piena e attiva di tutto il popolo santo di Dio alle medesime celebrazioni liturgiche, soprattutto alla medesima Eucaristia, in una sola preghiera (in una oratione), presso il medesimo altare cui presiede il vescovo circondato dai suoi sacerdoti e ministri». La manifestazione per eccellenza della Chiesa si verifica quando questa si riunisce per la preghiera comune. È allora che essa realizza se stessa al più alto grado; diviene allora « visibilmente » ciò che è « misteriosamente » : popolo di Dio riunito davanti a Lui; essa trova allora anche la sua struttura fondamentale : popolo riunito...

Si ricorda che Ignazio d'Antiochia scriveva ai Magnesii: « II Signore, che era tutt’uno con il Padre, non fece nulla senza di Lui (cfr. Gv 5, 18 ; 12, 50), né agendo da solo, né (agendo) per mezzo dei suoi Apostoli; e cosi anche voi nulla dovete fare senza il vescovo e senza i presbiteri. Ed è inutile che cerchiate di far apparire buono ciò che fate voi, privatamente; siate una cosa sola : un'unica speranza nell'amore, un'unica gioia purissima : questo è Gesù Cristo e nulla e meglio di Lui! Accorrete dunque tutti a quell'unico tempio di Dio, intorno a quell'unico altare che è Gesù Cristo : Egli è uno, e procedendo dall'unico Padre, e rimasto a Lui unito, e a Lui è ritornato nell'unità».

Benché, tuttavia, quest’assemblea della Chiesa non possa non essere assemblea locale, essa ha di fatto dimensioni molto più estese, nello spazio e nel tempo : per e attraverso la sua preghiera comune diviene la Chiesa di Dio, tale quale è a X ; e questa localizzazione dev'esser presa sul serio, perché essa è una delle condizioni della sua ecclesialità. Ma l'assemblea della Chiesa diviene ancor di più : il sacramento, cioé, — con e accanto alle altre Chiese locali — della santa Chiesa stessa di Dio, diffusa nel mondo e nei secoli, che si unisce alla compagnia degli angeli per celebrare il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo. Sicché, quando si parla di preghiera comune, bisogna dire che essa è necessariamente comune alla Chiesa in tutta la sua cattolicità : quando 1'assemblea della Chiesa prega, prega, di fatto, con la Chiesa intera. Essa è, nei limiti inevitabili del «qui» e dell' «ora », epifania del popolo di Dio. Ma se la Chiesa acquista nella preghiera comune la sua identità più profonda in quanto popolo, anche ciascuno dei suoi membri trova in essa che cosa egli è nel più profondo di se stesso : innestato sul Figlio unico, egli è divenuto capace, attraverso lo Spirito, di dire a Dio : «Padre » (4). Egli ha raggiunto il suo vero destino ; ha risposto alla sua vocazione : quella di mettersi alla presenza del Signore, per celebrare, coi fratelli, la gloria del Padre, del Figlio e dello Spirito, e per divenire, attraverso e in questa celebrazione, theias koinonòs physeos (2 Pt. 1, 4) : partecipe della divina natura.

2. — Essa ubbidisce al comando del Signore.

Quando la Chiesa prega, ubbidisce. È la seconda risposta che bisogna dare alla nostra domanda. Certo, la Chiesa tende verso il suo Signore come una giovane verso il suo fidanzato ; ma ciò che motiva la sua preghiera non e necessariamente la necessità o la voglia di pregare : in tempi di aridità spirituale, infatti, può non averne affatto voglia.

Essa si riunisce per pregare perchè ha ricevuto il comando di farlo. Il culto religioso non è anzitutto risultato di un bisogno religioso (per questo, la sua forma non è quella di riuscire ben gradito) : è innanzitutto ubbidienza ad un ordine : «... fate questo in memoria di me . . . », «... quando pregate, dite . . . », « pregate sempre . . . ». Ma perchè questo comando ? Credo si debba avere il coraggio di rispondere: perchè la preghiera, a causa dell'esaudimento di Dio, fa avanzare la storia della salvezza del mondo. Ogni autentica preghiera cristiana è portatrice, realizzatrice di storia, essa provoca l'avvicinamento della fine del mondo (e anche qui vediamo che non è possibile fare una netta distinzione teologica tra preghiera comune e preghiera privata, preghiera tradizionale e preghiera improvvisata). L'esaudimento della preghiera — sarà necessario ritornarvi sopra — mostra, come osserva K. Barth, che vi e « un influsso della preghiera sull'azione, sull'esistenza di Dio » (6).

In altre parole, quando la Chiesa si riunisce per la preghiera, diviene realizzatrice del disegno di Dio per il mondo ; «essa è allora — come dice J. Ellul — generazione di un futuro . . . , è (lì) . . . per assicurare la possibilità di una storia» (7) : la storia della salvezza. Si rivela qui, di fatto, il carattere politico della preghiera cristiana : essa fa maturare la storia, anche se in modo modesto, nascosto, non demagogico . . . « L'atto di pregare — diceva recentemente 1'arcivescovo Antonio Bloom - è un atto di ribellione contro la schiavitù, più essenziale più efficace della lotta armata» (8)

3 — Essa si presenta a Dio nel nome del mondo.

La Chiesa, quando prega, esprime l’identità più vera i se stessa, e 1'identità più naturale dei suoi membri. Essa ubbidisce a un comando del Signore e in tal modo contribuisce a far venire il Regno (9). In terzo luogo, bisogna dire che la Chiesa, quando prega, si sostituisce al mondo, che non sa più o non sa ancora, pregare. Essa si esercita nell'offrirsi sacrificio regale. II famoso «sacerdozio universale », infatti, e molto più 1'ufficio attraverso il quale la Chiesa intera, in Gesù Cristo, si presenta Dio in nome e al posto del mondo, che il diritto, per ogni uomo, di presentarsi immediatamente a Dio. L'ufficio, cioè, al riparo del quale il mondo può sussistere sotto la pazienza di Dio . . . Primizia delle creature, dice, parlando della Chiesa, la lettera di Giacomo (cf. 1, 18) : ciò in cui il mondo intero può comparire e sussistere dinanzi Dio.  È ciò che pone la Chiesa in preghiera, cosi vicino la Croce di Cristo.

Qui, fin dall'inizio noi troviamo, nella giusta prospettiva, la portata politica della preghiera comune : recitata in nome del mondo, questo sopravvive malgrado ciò che 1'attira verso la morte, e un tal fatto gli permette esser raggiunto ancora dall'Evangelo. Ci si sente colpiti, leggendo il Nuovo Testamento, nel notare che si manifesta in esso cosi poco sentimento di responsabilità politica diretta, il suo tenore, a proposito di questo fatto, e molto diverso da quel che si sente dire ascoltando la teologia contemporanea. Non credo ciò dipenda da una certa indifferenza per i poveri e gli sfruttati, e neppure dal fatto che l' ansia escatologica e 1'attesa dell' imminente parusia distogliesse la Chiesa nascente da un impegno politico concreto ; credo piuttosto sia dovuto al fatto che la Chiesa situava il principale esercizio della sua responsabilità politica nella preghiera : nel suo dovere, cioè, di porsi dinanzi a Dio in nome del mondo, perchè il mondo, protetto dalla di lei preghiera, potesse durare ancora e l'Evangelo vi fosse proclamato come 1'unica possibilità di salvezza. La Chiesa, quando prega, e come 1'apostolo Paolo che spezza il pane sul mare in tempesta e garantisce, mediante la sua presenza, la sopravvivenza di tutti i passeggeri. Sarebbe tanto desiderabile che la Chiesa riprendesse oggi coscienza che e proprio mediante la preghiera ch'essa si rende veramente utile al mondo! sarebbe tanto desiderabile che essa fosse fedele a questa sua vocazione!

II. CHE COSA DICE LA CHIESA QUANDO PREGA ?

Cominciamo con 1'osservare che non ogni preghiera è buona per esser recitata, in Chiesa. Bisogna pregare « secondo la volontà di Dio » (cf. 1 Gv 5, 14), o pregare «in nome di Gesù Cristo ». K. Barth chiama la preghiera cristiana «1'atto che consiste nel dare la nostra adesione all'opera di Dio»(10). Egli rileva, dunque, dal senso teologico della preghiera comune, che questa e regolata da ciò che noi sappiamo della volontà di Dio rivelata in Gesù Cristo. Questa volontà, vaglia — se cosi posso dire — tutto ciò che ci potrebbe venire in mente di dire a Dio. È ciò che fa anche in modo che la preghiera comune non possa non tener conto della tradizione liturgica della Chiesa: non necessariamente per ripetere preghiere di un tempo — come si ripeterebbero delle formule che essendo gia state esaudite garantirebbero di esser esaudite di nuovo — ma per pregare come un tempo, secondo gli stessi grandi schemi. Ora mi sembra possibile affermare che pregare « secondo la volontà di Dio » implichi essenzialmente tre cose : 1° - la celebrazione di Dio, che intende ed esaudisce; 2° - la domanda perchè venga il suo Regno ; 3° - 1'intercessione perchè la sua volontà di salvezza si diffonda, si realizzi, si consolidi. Tutte le altre preghiere non sono, per essere cristiane, che delle ramificazioni di questa triplice preghiera fondamentale. Vediamo la cosa un pò più da vicino.

1. — Essa celebra le grandi opere di Dio.

La preghiera comune e innanzitutto celebrazione delle grandi opere di Dio. « Santo è il suo nome : di generazione in generazione la sua misericordia stende su quelli che lo temono. Ha spiegato la potenza del suo braccio, ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore ; ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili; ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato a mani vuote i ricchi. Ha soccorso Israele, suo servo, ricordandosi della sua misericordia, come aveva promesso ai nostri padri, ad Abramo e alla sua discendenza, per sempre » (Lc 1, 50 ss).

«Benedetto il Signore Dio d'Israele, perchè ha visitato e redento il suo popolo, e ha suscitato per noi unasalvezza potente nella casa di Davide, suo servo, come aveva promesso per bocca dei suoi santi profeti d'un tempo : salvezza dai nostri nemici e dalle mani di quanti ci odiano. Cosi Egli ha concesso misericordia ai nostri padri e si e ricordato della sua santa alleanza, del giura-mento fatto ad Abramo, nostro padre, di concederci, liberati dai nemici, di servirlo senza timore, in santità e giustizia al suo cospetto, per tutti i nostri giorni» (Lc 1, 68 ss).

« Signore, tu sei Colui che hai fatto il cielo, la terra, il mare e tutte le cose che sono in essi, tu, mediante lo Spirito Santo, per bocca del padre nostro e tuo servo David, hai detto : 'Perchè fremettero le genti, e i popoli hanno meditate cose vane? I re della terra si presentarono, e i principi si sono radunati insieme contro il Signore e contro il suo Cristo. E veramente, in questa città si sono radunati Erode e Ponzio Pilato, insieme coi Gentili e con tutto il popolo d'Israele, contro il santo tuo Figliolo Gesù, che tu hai consacrato! Essi han fatto quel che la tua mano e il tuo consiglio decreto si facesse» (At 4, 24 ss).

A queste tre preghiere si dovrebbe aggiungere anche la citazione delle innumerevoli formule dossologiche contenute nelle lettere di Paolo, nell'Apocalisse, ed in altri testi. Si dovrebbero aggiungere ancora le formule di confessione di fede mediante le quali la Chiesa riunita si pone di fronte a Dio per celebrarlo, per enumerare tutto quello che Egli ha fatto in Gesù Cristo, dando in Lui, al mondo, un riferimento e una speranza. E questa celebrazione di Dio — primo contenuto della preghiera comune — si basa su una convinzione talmente salda che in Gesu di Nazareth Dio ha fatto biforcare la sorte del mondo intero che, come ad esempio nel magnificat o nel Cantico di Zaccaria, ciò che e ancora tutt’al più solo iniziato — la sconfitta degli orgogliosi, cioè, e il rovesciamento della situazione degli umili e degli affamati — è cantato come irreversibilmente stabilito e realizzato. Proprio come nell'espressione detta da Cristo sulla Croce : « Tutto è compiuto » (Gv 19, 30).

Nella sua preghiera, dunque, la Chiesa comincia col celebrare Dio, la sua misericordia, la sua storia, la sua vittoria. Si pensi al catechismo di Heidelberg, che tanto insiste sul fatto che la preghiera « e la principale parte della riconoscenza che Dio reclama da noi»(ll).

2. — Essa esprime la sua attesa del rinnovamento di tutte le realtà, in Gesù Cristo.

Ciò che la Chiesa esprime, in secondo luogo, nella preghiera comune, e il suo ardente desiderio di vedere incontestabilmente realizzato il rinnovamento di tutte le cose ottenuto dalla morte e resurrezione di Gesù Cristo. «Venga la (tua) grazia e passi questo mondo ! » (12). È la preghiera medesima che chiude lo stesso Nuovo Testamento : «Lo Spirito e la Sposa dicono : Vieni! Vieni, Signore Gesu ! » (Ap 22, 17.20) (13).

Ed e in questa prospettiva — credo — che bisogna interpretare anche 1'insieme dell'orazione domenicale. Essa e la preghiera di coloro per i quali niente conta altrettanto quanto la conferma pubblica, universale, della loro confessione di fede : la dimostrazione che la resurrezione di Gesù nel mattino di Pasqua non può non portare come conseguenza il rinnovamento dell'intera creazione, attraverso lo stabilirsi del Regno di Dio e il godimento dei beni escatologici. Per questo — mi sembra — anche il tenore delle ultime richieste dell'orazione domenicale implora la parusia : il pane epiousios, « soprasostanziale », la cancellazione di tutto ciò che porrebbe 1'uomo in conflitto con Dio, la capacita di resistere al maligno nel giorno dell'ultimo giudizio. E il semeron [oggi] della quarta richiesta mi sembra allora voglia dire che, nell'ansiosa attesa della parusia, fin d'oggi noi possiamo vivere della vittoria del Cristo e della venuta dello Spirito Santo, come attesta la variante della versione lucana della preghiera del Signore : «venga su di noi il tuo Santo Spirito e ci purifichi» (Lc 11,2).

3. — Essa attesta l'evangelizzazione del mondo

Il terzo elemento veramente importante della preghiera comune, e che non ostante gli ostacoli posti dal1'avversario, il disegno di Dio avanza nel mondo ; coloro, perciò, che sono incaricati di essere i portatori dell'Evangelo del Signore, lo siano senza affievolirsi. Si potrebbe anche dire che il terzo elemento veramente importante della preghiera comune, è 1'evangelizzazione del mondo. « E adesso, Signore, tieni presenti» le minacce di Erode, di Pilato, delle nazioni, del popolo d'Israele «e concedi ai tuoi servi di annunziare la tua parola con tutta fran-chezza, mentre tu stendi la mano a risanare e a operar segni e prodigi per mezzo del nome del santo tuo Figlio Gesù», dicono i fedeli di Gerusalemme al ritorno di Pietro e Giovanni dopo che avevano essi dovuto comparire dinanzi al Sinedrio (At 4, 29 ss). Sono stato colpito nel notare la regolarità di questo tipo di preghiera nei testi neotestamentari: la richiesta che 1'Evangelo si radichi, si fortifichi la dove e gia piantato, che arrivi a nuovi luoghi d'impiantazione. Non è possibile farne 1'enumerazione completa ; pochi esempi saranno sufficienti.

Si potrebbero anzitutto rilevare i rendimenti di grazie con cui Paolo inizia le sue lettere, e che sono dominati dalla preoccupazione dell'avanzamento dell'Evangelo nel mondo. «Ringraziamo Iddio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, ogni volta che preghiamo per voi, sentendo la fede che avete in Cristo Gesu e 1'amore che portate a tutti i santi, per via della speranza che e riposta per voi nei cieli; speranza che avete gia da tempo concepito nella parola di verità del Vangelo pervenuto a voi, come in tutto il mondo sta producendo i suoi frutti e facendo progressi quali fa tra voi, dal di che 1'avete udito, e avete conosciuto la grazia di Dio nella sua verità . . . Perciò anche noi. . . non cessiamo dal pregare per voi e dal chiedere che siate ben compenetrati della conoscenza di quel che e la sua volontà in tutto il campo della sapienza e intelligenza spirituale, si da procedere in modo degno del Signore, con pieno suo gradimento, in ogni opera buona, fruttificando e progredendo nella cognizione di Dio, in ogni virtù fortificati secondo la sua gloriosa potenza a sopportare ogni cosa con pazienza e longanimità, con gioia ringraziando Dio Padre dell'avervi resi atti ad aver parte nell'eredita dei santi nella luce ; quel Dio, che ci ha sottratti all'impero delle tenebre, e ci ha trasportati nel regno del Figlio dell'amor suo, in cui abbiamo la redenzione, la remissione dei peccati » (Cl 1, 3-14). O ancora : « Io ringrazio il mio Dio ad ogni ricordo di voi, sempre, in ogni orazione mia, pregando con gioia per tutti voi, a motivo della vostra partecipazione al Vangelo, dal primo giorno fino ad ora, persuaso di questo appunto che chi ha cominciato in voi 1'opera buona, la compirà fino al giorno di Gesu Cristo. Ed e giusto per me il pensar questo di tutti voi, perchè vi ho nel cuore, come quelli che, e nelle mie catene, e nella difesa e nella confermazione del Vangelo, siete tutti compagni a me nella grazia. Poiché Dio mi e testimone che io voglio bene a tutti voi nelle viscere di Gesù Cristo ; e questa e la mia preghiera che la vostra carità cresca sempre più e più, in cognizione e in ogni finezza di senso, si da riconoscere voi le cose migliori, affinché siate schietti e irreprensibili fino al giorno di Cristo, ripieni del frutto della giustizia per via di Gesù Cristo, a gloria e lode di Dio » (Fl 1, 3-11).

Questi esempi potrebbero esser moltiplicati. Ad essi bisogna aggiungere, nello stesso senso, 1'esortazione rivolta ai Tessalonicesi o ai Colossesi, di pregare per lui « perchè la parola del Signore abbia corso e sia glorificata ovunque . . . e affinché noi siamo liberati dagli uomini protervi e malvagi, poiché non e di tutti la fede » (2 Tss 3, 1 ss); o di pregare sempre per lui «affinché Iddio gli apra la porta della parola, e gli sia dato annunziare il mistero di Cristo, per il quale anche ora e in catene, affinché lo manifesti come conviene che ne parli» (cfr. Cl 4, 3 ss). Si ritrova qui come un'eco della preghiera sacerdotale di Gesù che chiede a Dio non di togliere dal mondo coloro a cui Egli da 1'incarico di rappresentarlo in esso, ma di preservarli dal male, santificarli attraverso la verità e unirli incrollabilmente « affinché il mondo riconosca che tu mi hai mandato e che li hai amati, come hai amato me » (Gv 17, 9 ss).

Questa stessa preoccupazione dell'avanzamento del1'Evangelo e del consolidamento della fede di coloro che hanno creduto, si ritrova ancora, di frequente, nelle benedizioni dossologiche riportate dal nuovo Testamento:

«A Colui che può consolidarvi secondo il mio Vangelo e la predicazione di Gesù Cristo, conforme alla rivelazione di un mistero per lunghi secoli taciuto, (ma ora rivelato, per mezzo delle Scritture profetiche, giusta 1'ordine dell'eterno Dio e conosciuto fra tutte le genti per trarle all'obbedienza della fede), a Dio unico Sapiente, per via di Gesù Cristo, sia gloria per i secoli dei secoli. Amen ! » (Rm 16, 25 ss: cf. Giud. 24 ss).

Riassumendo : se, mediante la preghiera comune, la Chiesa esprime la sua più profonda identità, fa avanzare la storia della salvezza, tiene il suo ruolo di popolo sacerdotale, mediatore tra Dio e il mondo, tra il mondo e Dio, quello che essa celebra in questa preghiera e innanzitutto Dio e la storia che Egli concretizza per salvare il mondo; e poi l' implorazione perchè venga la parusia e con essa sia (definitivamente) stabilito il Regno di Dio; e infine la richiesta che essa, la Chiesa, e coloro che ne sono i responsabili, possano fedelmente assolvere il com-pito che solo loro sono capaci di assolvere, e che e indispensabile al mondo e alla sua salvezza : far in modo, cioè, che nell'attesa della parusia, 1'Evangelo si diffonda, s'impianti, si consolidi e porti il suo frutto. Non credo esagerato dire che tutte le altre preghiere non sono cri-stiane che nella misura in cui scaturiscono da queste tre preghiere fondamentali e preparano ad esse.

III.

A CHE COSA, LA PREGHIERA COMUNE, IMPEGNA LA CHIESA, CHE LA RIVOLGE A DIO?

Mi domando spesso se l'attuale crisi della preghiera e della vita di preghiera non sia dovuta in gran parte ad un riflesso d'onesta : in coloro, evidentemente, che non dubitano (dell’esistenza) di un Dio, vivente e personale. Si prega male, si prega poco, perchè s'insiste sulla serietà della preghiera, s'insiste nel dire che la preghiera impegna. Si tende allora a rifugiarsi nella preghiera della Chiesa. Ma anche questa impegna, impegna altrettanto. A che cosa pero ?

1. — Volere ciò che si chiede a Dio.

La preghiera impegna la Chiesa a volere essa stessa ciò che domanda a Dio. Se la preghiera — per riprendere la citazione di K. Barth riportata poco fa — è «l'atto che consiste nel dare la nostra adesione all'opera di Dio » (14), questa adesione impegna. La Chiesa stessa diventa responsabile di ciò che domanda. Si, liberamente responsabile : senza alcun timore, cioè, per tutto ciò che si dovrà fare. A questo proposito, 1'assenza di frenesia che caratterizza la politica missionaria di Paolo : di lui, che, pure — se l' esegesi di 2 Tm 2 proposta da O. Cullmann è corretta (15) — era incaricato in modo più particolare degli altri del compimento del terzo momento del contenuto della preghiera, e che sapeva di essere un elemento chiave dell'avanzamento della storia della salvezza, e esemplare.

Se Paolo fosse stato veramente convinto della parusia, avrebbe egli organizzato si saggiamente la sua strategia missionaria, da impiantare 1'Evangelo soltanto nelle città, per poi arrivare a poco a poco, alle campagne ? Avrebbe egli pazientemente atteso tre anni nelle prigioni di Cesarea, prima di appellare a Cesare ? La preghiera impegna la Chiesa a mettersi innanzitutto al servizio dell'esaudimento di ciò che essa domanda a Dio. Essa stessa diviene allora collaboratrice di Dio nell'avanzamento del piano di salvezza, qualunque sia l'esegesi di Theou sunergoi [collaboratori di Dio] che si adotta per spiegare il testo di 1 Cr 3, 9 (16).

E di tutta la vita della Chiesa che bisognerebbe qui parlare, perchè essa non e altro che un volontariato per e nell'opera della salvezza che Dio persegue nel mondo.

Riguardo a ciò che abbiamo rilevato parlando del contenuto della preghiera cristiana, impegnarsi nel servizio dell'esaudimento di quel che si domanda a Dio, significa — ricondotto all'essenziale — : sapere che quel che conta veramente, nel mondo, e la venuta, 1'insegnamento, la passione, la vittoria e la glorificazione di Gesù Cristo e 1'agire m conseguenza (di queste stesse realtà) ; esser tesi verso la manifestazione di ciò che e avvenuto nel momento dell'incarnazione e sottomettere alla speranza di questa manifestazione 1'insieme della propria vita, dare all'impiantazione e alla crescita dell'Evangelo la preferenza su ogni altra attività ; compiere ciò che è specificamente cristiano, ciò che nessuna cosa e nessun altro che la Chiesa può compiere qui in terra.

2. — Pregare in modo unanime.

Parlando della preghiera comune, il Nuovo Testamento utilizza frequentemente due espressioni che fanno riflettere: la comunità cristiana, per la sua preghiera si riunisce epi to auto, «in uno stesso luogo » (17), e questa preghiera e pronunziata «in maniera unanime », «in comune», homothymadon (18). La Chiesa, che la preghiera costituisce in assemblea di Dio, e una Chiesa una.Come non si va a presentare a Dio la propria offerta in stato di inimicizia col fratello, ma si va prima a riconciliarsi con lui (cfr. Mt 5, 23 ss), cosi la Chiesa non deve presentarsi a Dio divisa. La sua divisione sarebbe infatti una smentita — per cosi dire — di ciò che essa e, un sabotaggio della propria preghiera (cfr. Mt 18, 19). È qui anche il senso del bacio di pace che precede il momento più importante della preghiera comune : 1'Eucaristia (19).

Se la preghiera comune impegna a mettersi al servizio di ciò che si domanda a Dio e ad accettare di divenire noi stessi operatori di esaudimento, bisogna ora dire, in secondo luogo, che la preghiera comune impegna la Chiesa — che la rivolge a Dio — a far questo in modo unanime, nell'unita ; che 1'impegna, di conseguenza, ad una particolare cura per impedire le divisioni e, se queste si sono prodotte, a guarirle.

Noi non siamo qui per abbordare, ancor meno per trattare le relazioni tra preghiera comune e ricerca ecumenica, ma sarebbe cosa estremamente importante il porci almeno le domande: sono le nostre divisioni talmente profonde, da impedirci di pregare insieme, perché convinti di non rivolgerci allo stesso Dio, attraverso lo stesso Cristo e nello stesso Spirito ? E se esse non sono tali, se esse non c'impediscono di pregare insieme, che cosa attendiamo per misurarne non la profondità ma la piccolezza e per svelarla ed eliminarla, onde la Chiesa locale possa riunirsi epi to auto, per rivolgersi a Dio homoihymadon ?

3. — Una preghiera già esaudita.

Un ultimo punto in questo breve esame da noi fatto, per conoscere a che cosa la preghiera impegna. Esso ci ha condotto all'esaudimento della preghiera. « Questa è la fiducia che noi abbiamo in Lui — dice la prima lettera di Giovanni — che qualunque cosa chiederemo secondo la sua volontà, Egli ci esaudisce. E sappiamo che ci esaudisce, qualunque cosa gli chiediamo ; lo sappiamo perchè abbiamo 1'effetto delle richieste a Lui fatte» (5, 14-15). Ciò significa — credo — che la preghiera cristiana e una preghiera gia esaudita in Gesù Cristo, una preghiera di cui noi domandiamo a Dio di confermare 1'esaudimento. « Perciò vi dico — afferma Gesù — tutte le cose che domanderete nella preghiera, abbiate fede di ottenerle e le otterrete » (Mc 11, 24). La preghiera comune dei cristiani si appoggia, in qualche modo, a ciò che Dio ha compiuto in Gesù Cristo e che e «infinitamente al di la di quel che noi domandiamo, o pensiamo » (Ef 3, 20); ed è in questa situazione ch'essa è pronunziata. Noi non possiamo domandare di più di quello che Dio ci ha donato, possiamo nondimeno domandare 1'apocalisse, lo svelamento, la manifestazione incontestabile di tutto questo. Ciò che mi sembra significare, in modo assai concreto, tre cose :

1° - la pazienza nell'attesa dell'esaudimento, o piuttosto dell'esaudimento manifesto. Può sembrare talvolta— o anche spesso — che Dio risponda al contrario di ciò che gli domandiamo anche con fede; come indica la preghiera stessa, non esaudita, di Gesù nel Getsemani

— prima che Egli si piegasse alla volontà di Dio (Mc 14, 36) — o come Paolo apprende dopo averchiesto per tre volte (anche lui 1 Cfr. Mc 14, 36.39.41) di esser oberato da quel misterioso stimolo della carne (cf. 2 Cr 12, 7). Apprende cioè che gli è sufficiente la grazia di Dio, poiché la forza di Dio si compie nella debolezza. Si, può sembrare che Dio risponda al contrario, come appresero anche quelle persone — di cui il mondo era indegno — che furono lapidate, segate, perirono di spada, andarono raminghe, furono denudate, oppresse, maltrattate perchè non dovevano giungere alla perfezione senza di noi (cf. Ebr 11, 37).

L'esaudimento segreto preliminare, e garante dell'esaudimento ultimo manifesto. La preghiera comune o privata impegna dunque alla fiducia nella virtù, nella validità, e sufficienza dell'esaudimento preliminare di ogni preghiera cristiana, impegna alla fede in Gesù Cristo, incarnato, crocifisso, risuscitato e glorificato.

In secondo luogo, se la preghiera impegna alla pazienza, nell'attesa dell'esaudimento finale della preghiera gia fin d'ora esaudita, essa non impegna di meno a ricercare tutti quei segni in cui 1'esaudimento preliminare e finale trovano la propria attestazione, ed a gioirne. E specie a ricercare ed a gioire di quel momento più importante, in cui si attesta, per eco ed anticipazione, l'esaudimento della preghiera : l'Eucaristia della domenica.

Infine, se l'esaudimento che attendiamo, è la manifestazione e la conferma di ciò che è passato nella vita, morte e resurrezione di Gesù di Nazareth, se esso è 1'esaurimento dell'esaudimento, allora noi sappiamo che cosa domandare per pregare secondo Dio: è infatti l'orazione domenicale quella preghiera totalmente differente dalla preghiera spontanea, che sale dal cuore dell'uomo (21) e provoca e segna l'avanzamento della storia della salvezza.


sabato 7 marzo 2026

La Samaritana

 Domenica III A

Il dialogo con la Samaritana espone come Gesù conduca alla fede in Lui, una donna che non aveva chiesto né aveva meritato questo dono. Egli le rivela se stesso a lei e agli altri Samaritani. Non poteva dare loro di più. «Mi feci ricercare da chi non mi consultava, mi feci trovare da chi non mi cercava. Dissi: «Eccomi, eccomi» a una nazione che non invocava il mio nome (Is 65,1). È stato Gesù a recarsi presso i Samaritani, non loro ad invitarlo

Gesù sorprende la donna con la sua bontà facendole capire che Egli non detesta i Samaritani né li teme. La bontà dell’uomo Gesù è la massima rivelazione di Dio. In questo modo chiede anche a noi di diventare buoni. Un fatto non scontato perché l’uomo lasciato a se stesso è più feroce delle fiere (gli animali uccidono ma non torturano). 

Primo passo. Prima di parlargli delle cose importanti della fede, suggerisce alla donna un gesto di bontà verso di lui. L’agire buono è una buona preparazione alla rivelazione più grande. Vale come una preghiera, nella quale chi è ancora non credente si apre a ricevere un dono più grande della sua richiesta esplicita e della sua speranza. 

Secondo passo. Gesù suscita la sua curiosità rivelandogli l’esistenza di un altro mondo, di un’altra vita rappresentata da un’acqua che disseta per sempre. 

Terzo passo. Gesù spinge la donna a riesaminare la sua esistenza, senza umiliarla. Il cammino spirituale è sempre un fatto personale e concreto. Gesù rivela se stesso a noi ma svela anche noi stessi a noi stessi. La donna conosce una verità che non le fa male ma la libera perché è pronunciata da una Persona che non la giudica.  

Quarto passo. La donna pone una questione religiosa. In questo settore, le opinioni sono sempre varie e piuttoste confuse. Gesù non afferma che tutte le credenze sono valide alla stessa maniera (i Giudei sono più vicini alla verità dei Samaritani) ma che vengono superate da quella verità che è la sua stessa Persona. Il culto perfetto è partecipare al suo rapporto con Dio Padre, sorretti dallo Spirito Santo. 

Quinto passo. La donna diventa capace di essere apostola. Fa quello che i discepoli non avevano saputo fare. Di Gesù non conosce quasi niente ma ha colto un elemento essenziale. Lo Spirito è come il vento: non si vede ma si osservano i suoi effetti. Ciò che sa di Lui è l’entusiasmo che Egli ha rivegliato nel suo cuore e questo risultato le fa capire che Egli è il Messia. 

Dal Commento al Vangelo di Giovanni di s. Tommaso d’Aquino

625 - L'affetto della samaritana traspare da due cose: 

primo, dal fatto che per la grandezza della sua devozione abbandonò e quasi dimenticò l'acqua e la brocca, quello cioè per cui era venuta alla fonte. Per questo il testo afferma che sa abbandonò la sua brocca, e andò in città, per annunziare grandezze di Cristo, senza curarsi del proprio vantaggio materiale, per il bene degli altri. E in ciò essa segue l'esempio degli Apostoli, i quali, come è detto in Matteo (4,20), «abbandonate le reti, seguirono il Signore». La brocca sta qui a significare la cupidigia mondana, con la quale gli uomini, con un’attività tutta terrestre, estraggono i piaceri dal profondo le tenebre, ossia dal pozzo, che ne è l'immagine. Perciò quelli che per Dio abbandonano le cupidigie del mondo lasciano la brocca; 2 Tm 2,4: «Nessuno che militi per Dio amischia negli affari del secolo».

Secondo, tale affetto traspare dalla moltitudine delle persone alle quali rivolge il suo annunzio: poiché non si rivolge a una, o due, o tre persone, ma a tutta la città: andò in città. E in viene prefigurato l'ufficio degli Apostoli, ai quali il Signore le questo compito: «Andate e ammaestrate tutte le genti» 28,18); «Io vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto» (sotto , 15.16).



Commento alla Bibbia liturgica

 TERZA SETTIMANA DI QUARESIMA

Lunedi III

1 Re 5. Il racconto espone l’adesione del pagano Naaman alla fede nel Dio d’Israele. Egli si fida di una parola pronunciata da una ragazza ebrea. Si fida ma intanto rimane vincolato alle sue opinioni: ritiene di dover dare una lauta ricompensa al suo guaritore e si aspetta da parte del profeta certe pratiche consolidate di cui ha sentito parlare (“invocherà il suo dio, agiterà la mano verso la parte malata”). Il re d’Israele, anziché incoraggiare l’ospite, rischia di annullare il viaggio di speranza di Naamàn.

Per Eliseo, che agisce in modo del tutto gratuito, conta soltanto la fede in Dio, il quale si rivela al ministro pagano mediante la parola del profeta. L’immersione prolungata nell’acqua è necessaria per riscegliare e consolidare la sua fede in quel Dio, veramente operante, che era rimasto finora sconosciuto a Lui. 

Veniamo così a conoscere un cammino provvidenziale che prefigura il cammino d’un catecumeno verso la fede e il battesimo. All’inizio c’è una parola di testimonianza (anche se pronunciata da una persona che sembra agire casualmente). La controtestimonianza di chi avrebbe dovuto aiutarlo, non dissolve il cammino del futuro credente. Il catecumeno accoglie la parola del profeta vincendo le sue esitazioni. La fede raggiunge il culmine nell’atto sacramentale dell’immersione nell’acqua. Questo gesto presuppone la fede ed essa si consolida nel rito. Naaman e il battezzato sperimenta l’evento più ricco e gioioso della sua esistenza. Ora comprende di aver provato una grande sete e che questa è stata appagata, in modo inaspettato, nell’incontro con il Dio vivente (Salmo 42). 

Naaman prefigura l’accesso di una moltitudine di pagani alla fede in Cristo. Gesù, a Nazaret, ricordando l’adesione sincera di alcuni pagani, preannuncia conversione di molti di loro, un fatto che accadrà dopo la sua Pasqua: «Il sabato seguente quasi tutta la città si radunò per ascoltare la parola del Signore. Quando videro quella moltitudine, i Giudei furono ricolmi di gelosia e con parole ingiuriose contrastavano le affermazioni di Paolo. Allora Paolo e Bàrnaba con franchezza dichiararono: “Era necessario che fosse proclamata prima di tutto a voi la parola di Dio, ma poiché la respingete e non vi giudicate degni della vita eterna, ecco: noi ci rivolgiamo ai pagani”» (At 13, 44-46; Cf. Rm 11,11). 

Martedi III

Tra i motivi primari di conversione viene raccomandato quello del perdono. 

Dn 3. Azaria invoca dapprima il perdono di Dio. Ricosce, davanti a Lui, che la situazione di schiavitù, in cui versa il popolo, è stata meritata. La punizione divina non è, però, né intransigente, né inesorabile e, quindi, i colpevoli non vengono abbandonati del tutto. Se il Signore rompesse l’alleanza, andrebbe contro se stesso, offuscherebbe la gloria del suo nome e la sua fedeltà. Israele può sempre contare sui meriti dei Patriarchi e sulle promesse gratuite del Signore. Egli, osservando l’umiliazione e l’afflizzione della sua gente, si intenerisce. In quel frangente, Israele non può più offrire alcun sacrificio d’espiazione ma può presentare a Dio, come atto di culto, il pentimento e la contrizione del cuore, un sentimento che vale quanto un sacrificio di enorme valore. Il pentimento presuppone la disponibilità di rimanere fedeli nel futuro agli impegni assunti. 

Mt 18. Un uomo gravato da un debito spropositato invoca la compassione del padrone che avrebbe diritto di relegarlo in prigione. Il padrone si comporta imitando lo stile di estrema misericordia di Dio e condona tutto il debito. Al contrario di quanto ha fatto questi, il servitore condonato si comporta da strozzino nei confronti di un altro che ha contratto un debito con lui. Non ha esteso ad altri la misericordia ricevuta. Dio non può stabilire un rapporto di comunione con chi è totalmente privo di compassione. «Chi dice di essere nella luce e odia suo fratello, è ancora nelle tenebre. Chi ama suo fratello, rimane nella luce e non vi è in lui occasione di inciampo. Ma chi odia suo fratello, è nelle tenebre, cammina nelle tenebre e non sa dove va, perché le tenebre hanno accecato i suoi occhi» (1 Gv 2,9-11). 

Mercoledi III

Dt 4. Credere in Dio e fidarsi di Lui significa desiderare di compiere il suo volere, praticando i suoi comandamenti. Questi, con l’avvento della Nuova Alleanza, sono incisi nel cuore dei fedeli. Non sono più imperativi esterni a loro ma sono un tutt’uno con loro. La volontà del Signore è nello loro viscere. Vivere in questa maniera è il modo per recuperare il giardino d’Adamo e gustare i cibi della grazia. I non credenti ammireranno il comportamento dei fedeli che sapranno essere luce del mondo. «Carissimi, io vi esorto come stranieri e pellegrini ad astenervi dai cattivi desideri della carne, che fanno guerra all’anima. Tenete una condotta esemplare fra i pagani perché, mentre vi calunniano come malfattori, al vedere le vostre buone opere diano gloria a Dio nel giorno della sua visita» (1 Pt 2,11-12). 

Il compito più importante è quello di continuare ad aderire al Signore, senza dimenticare i benefici ricevuti da Lui. «Siamo infatti diventati partecipi di Cristo, a condizione di mantenere salda fino alla fine la fiducia che abbiamo avuto fin dall’inizio» (Eb 3,14). 

Mt 5 Gesù ha dato una interpretazione nuova e definitiva alle prescrizioni della Legge e agli eventi dell’Antica Alleanza. Egli è il nuovo Tempio, la Manna che nutre per la vita eterna, la vera Luce, il vero Buon Pastore, la Risurrezione e la Vita. 

«Novus in vetere latet, et in novo vetus patet»: il Nuovo Testamento è nascosto nell’Antico e, nel Nuovo Testamento, il valore dell’Antico si manifesta in piena evidenza». «Il mistero della salvezza umana non è mancato in nessuna epoca. L'incarnazione del Verbo, quando ancora doveva avvenire, produsse la stessa salvezza che elargisce ora. Non è stato compiuto troppo tardi quello che sempre è stato creduto, ma la sapienza e la benignità divina, procrastinando l'opera della salvezza, ci ha resi più capaci della sua vocazione. Dio, fin dalla creazione del mondo istituì il principio di salvezza, uno e identico per tutti. Infatti la grazia di Dio, con cui sono stati sempre giustificati i santi, ha ricevuto solo un incremento dalla nascita del Salvatore, non il suo inizio» (Leone Magno, Sermoni, XXIII,4). 

Giovedi III

Ger 7. Il profeta lamenta che la caratteristica negativa tipica del popolo di Dio sia sempre stata quella della disobbedienza. Anch’egli protrae una predicazione che non ottiene alcun ripensamento. Dio però non rinuncia a comunicare con il suo popolo e il profeta attua questa sollecitazione amorosa. La speranza è che in un nuovo giorno, Israele non indurisca il cuore e si apra all’ascolto obbediente (Salmo 94). 

Paolo presuppone che possano verificarsi tempi difficili: «Ti scongiuro davanti a Dio e a Cristo Gesù, che verrà a giudicare i vivi e i morti, per la sua manifestazione e il suo regno: annuncia la Parola, insisti al momento opportuno e non opportuno, ammonisci, rimprovera, esorta con ogni magnanimità e insegnamento. Verrà giorno, infatti, in cui non si sopporterà più la sana dottrina, ma, pur di udire qualcosa, gli uomini si circonderanno di maestri secondo i propri capricci, rifiutando di dare ascolto alla verità per perdersi dietro alle favole. Tu però vigila attentamente, sopporta le sofferenze, compi la tua opera di annunciatore del Vangelo, adempi il tuo ministero» (2 Tm 4,1-5). 

Lc 11 Gesù sperimenta un rifiuto totale ed incomprensibile e viene sospettato di agire in combutta con Satana. Proprio Lui che era venuto per introdurre il Regno di Dio e che aveva iniziato veramente quest’opera, viene accusato di essersi accordato con il demonio. Con estrema pazienza e chiarezza, invita i suoi contemporanei a riflettere su quanto possono verificare. Come facevano gli esorcisti ebrei, Egli caccia via Satana dagli uomini, ma compie questo con una autorità mai vista prima. Ad un suo semplice comando, i demoni fuggono. È il combattente più forte che vince il diavolo e lo costringe alla resa. Gesù può fare questo perché fin dal principio ha affrontato Satana e ha vissuto un’esistenza santa, innocente ed immacolata nell’amore. Il demonio non ha alcun potere contro la santità ma viene debellata da essa. Ora la santità più grande è quella di Gesù. Egli è il Salvatore di tutti perché ha assicurata la vittoria per chi combatte in Lui. 

Venerdi III

 Os 14. Il profeta invita ad abbandonare gli idoli per aderire al Signore con tutto il cuore e in totale dedizione a Lui. Anche se ora non veneriamo più le divinità, rischiamo di dare molta attenzione ed importanza a ciò che ci separa da Dio o incrina il rapporto con Lui. Aderire al Signore è la massima felicità per l’uomo e questo fatto gli consente di sperimentare la totalità del suo amore. Dio potrà amarci profondamente. Egli, diventando la nostra rugiada, ci fa crescere come se noi stessi fossimo un nuovo Eden. Se lo ascoltassimo, il Signore ci potrebbe nutrire al meglio e saziarci con un miele sconosciuto, ottenuto a nostra sorpresa, per pura grazia. «Rendo grazie continuamente al mio Dio per voi, a motivo della grazia di Dio che vi è stata data in Cristo Gesù, perché in lui siete stati arricchiti di tutti i doni. La testimonianza di Cristo si è stabilita tra voi così saldamente che non manca più alcun carisma a voi, che aspettate la manifestazione del Signore nostro Gesù Cristo» (1 Cor 1,4-6). 

Gesù ribadisce, come massimo bene, l’amore per Dio. Per Lui, ha affrontato perfino la passione (Cf Gv 14,21). Amare Dio significa voler obbedirgli in tutto, in pieno abbandono (Cf Eb 5,7). Agire in questo modo è l’atto di culto più importante. Chi ama Dio, imita il suo amore per gli uomini e comincia ad amare il prossimo come se stesso. «Noi amiamo perché egli ci ha amati per primo. Se uno dice: Io amo Dio e odia suo fratello, è un bugiardo. Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede. E questo è il comandamento che abbiamo da lui: chi ama Dio, ami anche suo fratello» (1 Gv 4,19-21). 

Sabato III

Os 6. Il profeta denuncia la falsa conversione. Il popolo sa chi è veramente Dio e come sia sempre disposto a perdonare. Le parole pronunciate da esso sono, di per sé, opportune ed encomiabili ma sono espresse senza la volontà di cambiamento di vita. Rappresentano, piuttosto, un tentativo di circuire il Signore per ottenere il suo favore. Il Signore però non agisce come un automa, come un evento naturale prevedibile. Alle parole del popolo, il Signore reagisce manifestando un profondo rammarico. La dedizione a Lui della sua gente è provvisoria e fallace. È un amore che svanisce in fretta e non raggiunge mai l’essenziale. Egli ha dovuto e deve ancora correggere con durezza e nessuno può accusarlo di ingiustizia. Il Signore ribadisce ciò che si aspetta dai suoi cultori: anziché dare esclusiva ed estrema importanza al culto (ai sacrifici di animali) nel tempio, devono donare a Dio se stessi; amarlo in verità, con continuità, stabilendo una comunione permanente con Lui (conoscenza). Questo fatto implica anche una relazione corretta con il prossimo. 

Lc 18. Il fariseo rapprenta una dedizione a Dio apparentemente buona ma inficiata di falsità. Se conoscesse Dio veramente, lo ringraziarebbe e lo loderebbe certamente, come sta facendo, senza però nutrire sentimenti di disprezzo per il prossimo. Il pubblicano rappresenta, invece, un ritorno sincero a Dio. Riconosce la sua indegnità, non pretende il suo perdono, non si reputa superiore a nessuno. Sa che, se il pentimento è sincero, tale da provocare un cambiamento di vita, il penitente ottiene la misericordia del Signore, che è sempre pronto a ristabilire l’amicizia con chi l’accoglie con sincerità, nonostante la gravità delle colpe commesse. Il pentimento sincero e profondo è un vero prodigio nella vita di una persona. È un evento forse troppo raro ma sempre decisivo.


venerdì 27 febbraio 2026

Trasfigurazione

 

«Il Verbo si fede carne e noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come del Figlio unigenito che viene dal Padre» (Gv 1,14). La persona umana di Gesù, nella sua concretezza, risplendeva sempre della gloria di Dio ma ora, sul monte, riceve una illuminazione straordinaria. 

Nella forma di un’esperienza di luce, Egli sperimenta la profondità e la singolarità della sua comunione con il Padre che possiede una vastità a noi inacessibile. Egli è Dio da Dio, Luce da Luce. Questa esperienza gli viene data per consolidarlo nella sua missione, che comincerà ad incontrare vicende molto dolorose, e per consolidare i discepli i quali, al contrario di Lui, non trarranno profitto dall’evento vissuto per pura grazia. 

Anche l’apostolo Paolo, nel corso della sua missione viene consolidato da esperenze particolari di unione con Dio in modo da renderlo capace di affrontarle difficoltà molto gravose. In un caso, racconta di essere stato innalzato fino al terzo cielo e di aver ascoltato un messaggio inesprimibile a parole. 

Gli eventi di contemplazione, in via normale, avvengono quando il fedele si è inoltrato già nella via della santità e i doni speciali gli vengono concessi per renderlo capace di diventare ancora più generoso, fino a dare tutto se stesso. Un contemplativo è tale perché è già disposto a scendere dal monte. Contemplazione ed azione sono sempre intrecciati.

Come Gesù rifletteva sempre la gloria di Dio Padre, il cristiano, a partire dal Battesimo, se custodisce la grazia di questo sacramento, mostra di essere uscito dalle tenebre e di essere diventato luce (Ef 5,8). Dio Padre lo accoglie come un figlio (anzi come il Figlio) e gli offre tutti i doni per renderlo capace di raggiungere la santità. 

Bisogna evitare di pensare che il cristiano prima debba conoscere soltanto la sofferenza e solo in seguito la glorificazione. Come già accadde a Gesù, vivere la carità gli consente di godere della gioia anche nella sofferenza: «Sono pieno di consolazione, pervaso di gioia in ogni nostra tribolazione (2 Cor 7,4; At 13,51, 1 Pt 1,6). Questo vuol dire che il cristiano vive una certa trasfigurazione prima della glorificazione nella vita eterna, grazia alla quale risplende come astro nel mondo (Fil 2,15). L’apocalisse parla della prima risurrezione. «Questa è la prima risurrezione. Beati e santi quelli che prendono parte alla prima risurrezione. Su di loro non ha potere la seconda morte, ma saranno sacerdoti di Dio e del Cristo» (Ap 20,5-6). 

Questa trasfigurazione ha permesso i martiri di rimanere fedeli nel crogiolo del dolore e consente a tutti noi di rimanere fedeli al Signore nelle vicissitudini della nostra vita. 


lunedì 9 febbraio 2026

La Bibbia secondo i Padri 3

 

Ascolto della Parola e cammino spirituale

«Chi può comprendere comprenda (Mt 19,12). E chi non può comprendere non lo attribuisca a me, ma alla propria lentezza, e si rivolga a Colui che apre il cuore, affinchè infonda il suo dono. ... Abbiamo infatti dentro Cristo come maestro. Per tutto ciò che non avrete potuto capire attraverso le vostre orecchie e la mia bocca, rivolgetevi nel vostro cuore a Colui che ammaestra anche me che parlo, e che si degna di distribuire a voi come crede. Colui che sa cosa da e a chi da, si farà vicino a colui che chiede e aprirà a colui che bussa (Cf. Mt 7,7-8). E se capiterà che egli non dia, nessuno si dica abbandonato. Forse, infatti, egli differisce di dare qualcosa, ma non lascia nessuno nel bisogno. Se, infatti, in quel momento non da, è per stimolare colui che cerca, non per disprezzare colui che chiede» (agostino di ippona, Commento al vangelo secondo Giovanni 20,3).

«Tutto ciò che si trova nelle Scritture risuona di Cristo. Ma qualora trovi orecchie. E aprì loro l'intelligenza per comprendere le Scritture (Lc 24,45). Per questo anche noi dobbiamo pregare perché egli apra anche la nostra intelligenza» (agostino di ippona, Commento alla Prima Lettera di Giovanni 2,1).

Così, «in ciò che comprendi delle Scritture è la carità che si manifesta, e in ciò che non comprendi è la carità che rimane nascosta. Colui, dunque, che la possiede nel proprio comportamento possiede, nelle divine Parole, sia ciò che si manifesta sia ciò che rimane nascosto» (agostino di ippona, Discorsi 350,2).

«Sradicata la tirannia della cupidigia, regna la carità con le leggi giustissime dell'amore di Dio a causa di Dio e di sé e del prossimo a causa di Dio. Perciò nelle locuzioni figurate si osserverà questa regola: che ciò che si legge deve essere considerato diligentemente e lungamente, finché l'interpretazione non giunga al regno della carità. Se poi tal regno risuona già nel linguaggio proprio, non si supponga nessun senso figurato» (agostino di ippona, La dottrina cristiana III; 15,23).

«Alcune cose della sacra Parola sono già chiare perché lo Spirito ce le apre; altre, che soltanto agli angeli possono essere manifeste, per noi sono serbate ancora occulte. Riguardo tuttavia a queste cose occulte, una parte già le percepiamo mediante l'intelligenza spirituale, già abbiamo il pegno dello Spirito, perché, pur non conoscendo ancora pienamente queste cose, tuttavia le amiamo fin dal midollo e, attraverso i molti sensi spirituali che già conosciamo, veniamo nutriti al pascolo della verità» (gregorio magno, Omelie su Ezechiele 1,9,30, 292).

«Quanto ciascuno dei santi progredisce personalmente nella Scrittura sacra, altrettanto questa stessa Scrittura sacra progredisce presso di lui» (gregorio magno, Omelie su Ezechiele 1,7,8, 214).

«Le parole divine crescono insieme a chi le legge» (gregorio magno, Omelie su Ezechiele 1,7,8, 214).

«Le parole della sacra Parola, come spesso abbiamo già detto, crescono in intelligenza secondo il senso dei lettori» (gregorio magno, Omelie su Ezechiele 1,7,9, 216).

«Le parole della sacra Parola crescono con lo spirito dei lettori» (gregorio magno, Omelie su Ezechiele 1,7,10, 218).

«La sacra lettura, cercata, viene trovata quale diventa colui dal quale essa viene cercata. Sei avanzato nella vita attiva? Essa cammina con te. Sei avanzato fino alla stabilità e alla costanza dello spirito? Essa sta salda con te. Sei giunto per grazia di Dio alla vita contemplativa? Essa vola con te» (gregorio magno, Omelie su Ezechiele 1,7,16, 222).

La Scrittura, infatti, parla ai semplici e ai dotti:

«Sebbene la sacra Scrittura trascenda, senza paragone, ogni conoscenza e dottrina, per tacere il fatto che insegna cose vere e ci chiama alla patria celeste; che fa passare il cuore di colui che legge dai desideri terreni ad abbracciare le realtà eterne; che con le sue parole più oscure esercita i forti e con il suo umile linguaggio accarezza i piccoli; che non è così chiusa da incutere timore ne così chiara da apparire da poco; che attraverso la frequentazione fa sparire la noia, anzi, quanto più uno la medita tanto più la ama; che con le sue semplici parole soccorre l'animo di chi legge e che con i suoi sublimi significati lo eleva; che in qualche modo cresce insieme a coloro che la leggono, poiché viene come riconosciuta dai lettori semplici e viene trovata sempre nuova da quelli istruiti [...] poiché con le stesse e medesime parole mentre narra il testo consegna il mistero» (gregorio magno, Commento morale a Giobbe XX, 1,1, 86).

Coloro che la ascoltano sono suddivisibili in quattro generi, a seconda della loro capacita di comprenderla:

«Nella refezione vi sono due cose: la bevanda e il cibo. La bevanda viene assunta così com'è. Il cibo non può essere assunto se non attraverso la fatica della masticazione. Quelle cose che nelle Scritture vengono trovate come facili a comprendersi sono una bevanda, quelle difficili e oscuri cibi. Quelle che sono facili a comprendersi e soavi a compiersi sono latte, cioè una bevanda dolce. Quelle che sono facili a comprendersi e pesanti a compiersi sono vino, cioè una bevanda austera. Quelle che sono diffìcili a comprendersi e pesanti a compiersi sono pane di dolore. Quelle che sono difficili da comprendersi e dolci a compiersi sono pane di esultanza. Quattro, dunque, sono le cose che ristorano: bevanda dolce e bevanda amara, cibo amaro e cibo dolce.

Allo stesso modo, quattro sono i generi di coloro che vanno ristorati: alcuni, che vengono nutriti solo di latte; altri, per i quali il cibo viene spezzato e masticato; altri per i quali non viene masticato, ma viene spezzato; altri per i quali non vien né masticato né spezzato.

Coloro che nei precetti di Dio ascoltano volentieri solo le cose che sono facili a comprendersi e che mettono in pratica con obbedienza ciò che leggero a farsi cono come nutriti di latte.

Altri, poi, sono capaci di cibo solido, poiché nei precetti di Dio possono sia compiere cose forti sia comprendere cose oscure, a condizione, tuttavia, che le cose oscure, spezzate attraverso una spiegazione, vengano aperte, e quelle dure, masticate attraverso un'esortazione e una consolazione, vengano rese morbide. I precetti forti, infatti, vengono spezzati quando se ne da una motivazione per metterli in pratica e vengono masticati mediante lenimenti e consolazioni, così che possano nutrire anche i più deboli.

Vi sono altri che non hanno bisogno di cibo masticato, ma spezzato, poiché là dove riconoscono un motivo per agire sono pronti nella volontà.

Altri, poi, ritengono cosa indegna cercare, nel precetto dell'obbedienza, una motivazione per agire, poiché ritengono che essi debbano obbedienza al solo precetto. Costoro spezzano e masticano il cibo della parola di Dio, poiché, forti nella fede, non esigono, in maniera importuna, una ragione per le cose che rimangono nascoste, e, ferventi nella carità, non richiedono un'esonazione in quelle difficili.

Agli infanti viene dato il latte; ai fanciulli il cibo viene spezzato e masticato; ai giovani non viene masticato, ma viene spezzato; agli adulti non viene né masticato né spezzato, poiché hanno i sensi esercitati per poter far uso del cibo Eb 5,14» (ugo di S. vittore, Miscellanea 1,141).

Vi è anche una dimensione comunitaria dell'ascolto della parola di Dio:

«Affinché nessuno con tacito pensiero mi rimproveri per il fatto che presumo di prendere in esame così grandi misteri del profeta Ezechiele affrontati da grandi commentatori, costoro sappiano con quale animo io faccio questo. So, infatti, che la maggior parte delle volte per quanto concerne la sacra Parola le cose che da solo non ho potuto comprendere le ho comprese ponendomi davanti ai miei fratelli. Dall'aver compreso questo ho cercato di comprendere anche quest'altro: di sapere che per merito loro era data a me la comprensione. È infatti chiaro che veniva dato a me per utilità di coloro che mi sono prossimi. Perciò, per dono di Dio, avviene che la comprensione cresca e l'orgoglio diminuisca, mentre a causa vostra imparo ciò che fra voi insegno, giacché - lo confesso in verità - la maggior parte delle volte ascolto con voi ciò che dico» (gregorio magno, Omelie su Ezechiele 11,2,1).

«Bisogna sapere che quanto più coloro che ascoltano progrediscono nella carità e nella comprensione, tanto maggiore è la grazia dello Spirito data ai santi predicatori» (gregorio magno, Omelie su Ezechiele 1,10,40, 328).

E tuttavia è necessaria anche una lettura personale: «Spesso, per grazia di Dio onnipotente, certe cose del suo linguaggio si comprendono meglio quando si legge la parola di Dio segretamente, e l'animo, consapevole delle proprie colpe, mentre riconosce ciò che ha ascoltato, è colpito con la freccia del dolore e trafitto con la spada della compunzione, così che nulla è a lui gradito se non piangere e lavare le macchie con fiumi di lacrime. Qualche volta, però, è rapito a contemplare cose assai sublimi, e nel desiderio di esse è tormentato da un pianto soave» (gregorio magno, Omelie su Ezechiele 11,2,1, 48).

Ma quale è il fine della Scrittura? Perché Dio ha consegnato all'uomo i due Testamenti?

«Due sono i Testamenti, ed entrambi lo Spirito di Dio ha voluto che fossero scritti per liberarci dalla morte dell'anima» (gregorio magno, Omelie su Ezechiele 1,7,16, 222).

«Applicati, ti prego, e medita ogni giorno le parole del tuo Creatore; impara a conoscere il cuore di Dio nelle parole di Dio, affinchè più ardentemente tu sospiri verso le realtà eterne, affinchè il vostro animo sia acceso da assai grandi desideri nei confronti delle gioie eterne!» (gregorio magno, Lettere V,46).

«Chi considera in silenzio nel suo animo le vie del Signore e si affretta ad esercitarsi nei suoi comandamenti cos'altro riplasma in sé stesso se non l'immagine dell'Uomo nuovo?» (gregorio magno, Omelie su Ezechiele 1,2,19, 130).

«Poiché noi non possiamo vedere l'immagine della gloria [del Signore] per mezzo dello spirito di profezia, dobbiamo assiduamente conoscerla e sollecitamente contemplarla nella Sacra Parola, negli ammonimenti celesti, nei precetti spirituali» (gregorio magno, Omelie su Ezechiele 1,8,32, 264).

«Il fatto, poi, fratello dolcissimo, che tu neghi di poter leggere poiché pressato dalle tribolazioni, ritengo sia poco idoneo a scusarti, poiché Paolo dice: Tutto quello che è stato scritto è stato scritto a nostra istruzione, affinchè mediante la pazienza e la consolazione delle Scritture possediamo la speranza (Rm 15,4). Se, dunque, la sacra Scrittura è stata predisposta per la nostra consolazione, tanto più dobbiamo leggerla quanto più ci vediamo affaticati sotto il fardello delle tribolazioni» (gregorio magno, Lettere 11,44).

«Quando i testamenti di Dio cominciano a risuonare all'orecchio del cuore, lo spirito di coloro che ascoltano, trafitto dall'amore, si commuove fino alle lacrime. È così, allora, che le parole della sacra Scrittura diventano gustose nel cuore di coloro che le leggono; ed è così che la maggior parte delle volte da coloro che le amano esse vengono lette come di nascosto e in silenzio» (gregorio magno, Omelie su Ezechiele I,10,39, 328)

Ma la parola di Dio diventa veramente cibo che sazia se il lettore cerca anche di metterla in pratica:

«La sua messe la mangerà l’affamato (Gb 5,5). Anche lo stolto ha la messe quando ogni iniquo riceve il dono di una retta intelligenza; viene ammaestrato dalle sentenze della sacra Scrittura, parla bene, e tuttavia in nessun modo compie ciò che dice. Proferisce le parole di Dio, ma non le ama; le esalta con la lode, ma le calpesta con la vita. Poiché dunque questo stolto comprende e dice cose rette, e tuttavia non compiendole non le ama, pur avendo la messe digiuna. Tale messe la mangia l'affamato poiché se qualcuno anela a Dio con santi desideri, impara ciò che ascolta, mette in pratica ciò che ha imparato, si nutre della retta predicazione di un dottore malvagio cos altro fa se non saziarsi del frumento di uno stolto?» (gregorio magno, Commento morale a Giobbe VI,8,10, 482).

«Essa [ndt: la parola di Dio], quando viene ascoltata e non viene assolutamente obbedita rimane in certo qual modo, per ii momento vuota e digiuna, del tutto triste, e si lamenta di essere stata pronunciata invano. Se invece viene obbedita, non ti sembra che la parola aumenti come in corposità, giacché alla parola si è aggiunta l'azione, come nutrita da certi frutti dell'obbedienza, da messi di giustizia? Per questo nell'Apocalisse si dice: Ecco, io sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolterà la mia voce e aprirà la porta, entrerò da lui, e cenerò con lui e lui con me (Ap 3,20). Questo senso sembra essere confermato anche dall'altra parola del Signore presso il Profeta, dove dice che la sua parola non ritornerà a lui vuota, ma prospererà e farà ciò per cui l'ha mandata. Non tornerà, dice, a me vuota (Is 55,11), ma come agendo con prosperità in tutto, sarà saziata dalle buone azioni di colori che nell'amore acconsentono ad essa» (bernardo di clairvaux, Sermoni sul Cantico dei Cantici LXXI,5,12, 458).

E colui che si nutre in tal modo della Parola non ne rimane schiacciato, ma fa l'esperienza di essere da essa portato:

«Ma nella legge del Signore è la sua volontà, e nella sua legge mediterà giorno e notte (Sal 1,1-2). Molti hanno la legge nel cuore, ma non hanno il cuore nella legge. Hanno la legge nel cuore coloro che conoscono la verità; hanno il cuore nella legge coloro che amano la verità. Coloro, poi, che hanno la legge nel cuore, non il cuore nella legge, portano la legge, non sono portati dalla legge; ne sono schiacciati, non aiutati, poiché la scienza, dove non c'è l'amore, rende il carico pesante, non leggero» (ugo di S. vittore, Miscellanea 11,2).

Ma nel leggere la Scrittura vi è anche un rischio di voracità, che alla fine ingenera nel lettore fastidio nei confronti della Parola stessa:

«Bisogna considerare, inoltre, che in due modi la lettura è solita ingenerare nell'animo un fastidio e affliggere lo spirito: sia per la qualità, se mai essa fosse troppo oscura; sia per la quantità, se mai essa fosse troppo lunga. In questo bisogna usare una grande moderazione, perché non avvenga che ciò che cerchiamo per nutrircene non sia assunto in maniera tale che ne restiamo soffocati. Vi sono coloro che vogliono leggere tutto. Tu non gareggiare con essi. Ti basti. Non ti interessi affatto se non leggi tutti i libri. Infinito è il numero dei libri, e tu non andar dietro a ciò che è infinito! Dove non C'è una fine non può esservi riposo; dove non c'è riposo non vi è nessuna pace; dove non c'è pace Dio non può abitare. Dice il profeta: Nella pace è la sua dimora, e in Sion la sua abitazione (Sal 75 (76),3). In Sion, ma nella pace, bisogna essere Sion, ma non perdere la pace; contemplare e non affannarsi. Non essere avido, così da essere sempre nel bisogno. Ascolta Salomone, ascolta il Sapiente e impara la prudenza: Figlio mio — dice — non cercare più cose di queste; di fare molti libri non si finisce mai e la meditazione frequente è un afflizione per il corpa (Qo 12,12). E dove è la fine? Ascoltiamo tutti insieme la fine del discorso: Temi Dio e osserva i suoi comandamenti; questo è tutto l'uomo (Qo 12,1)» (ugo DI san vittore, Didascalicon 5,7, 107-108).

Essa vivifica il cuore di coloro che la accolgono:

«La parola di Dio, dunque, è viva (Eb 4,12), poiché in essa è la vita (Gv 1,4): in ciò [vi è] che fuori stimola l'udito, ciò che, all'interno, vivifica il cuore; in ciò che viene istillato nelle orecchie, vi è ciò che è ispirato al cuore. Ciò che è fuori passa, ciò che è al di dentro non subisce mutevolezza. Ciò che fuori il succedersi delle parole spiega, al di dentro la verità immutabile lo detta. Per questo [Gesù] dice: Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno (Mt 24,35). E senz'altro non passeranno là dove non sono suscettibili di passaggio. Come, infatti, un'unica Parola non si divide in molte parole, così nell'unica Parola le molte parole non patiscono cambiamento.

Dopo queste brevi spiegazioni a proposito della parola di Dio, consideriamo ora le parole dell'Apostolo. Egli dice: La parola di Dio è viva ed efficace, più penetrante di una spada a doppio taglio (Eb 4,12). E viva, perché non muta; efficace, perché non viene meno; penetrante, poiché non si inganna. Non muta nella sua promessa, non viene meno nel suo agire, non si inganna nel giudizio. La sua promessa non muore per dimenticanza, né muta quanto a intenzione. Il suo agire non è vinto dalla difficoltà. Il suo giudizio non si lascia ingannare dall'ambiguità. Veracemente promette, fortemente agisce, sottilmente discerne. La parola di Dio è viva perché tu creda, efficace perché tu speri, più penetrante perché tu tema. E vìva nei precetti e nei divieti, efficace nelle promesse e nelle minacce, più penetrante nei giudizi e nelle condanne. Ma poiché la verità delle sue promesse e l'onnipotenza delle sue opere sono piuttosto da credere che da discutere, consideriamo quale sia la sottigliezza dei suoi giudizi» (ugo di san vittore, La parola di Dio 1,3-11).


Essa ha il potere anche di custodire dal male il cuore di quanti la custodiscono:

«Abbiamo già detto, almeno in parte nel discorso di ieri, con quale fervore, con quale umiltà, con quale sollecitudine si debba accogliere ogni pensiero buono, come la parola della grazia divina, e con il discorso di oggi cercherò di persuadervi di ciò ancora di più. Beati - infatti - coloro che ascoltano la parola di Dio e la custodiscono (Lc 11,28). Volete saper quanto sono beati? Ebbene, il primo effetto della parola di Dio quando essa risuona alle nostre orecchie è di turbarci, di colpirci e di giudicarci; ma subito, se noi non distogliamo l'orecchio, essa ci vivifica, ci scioglie, ci riscalda, ci rischiara e ci purifica. In una parola, la parola di Dio è allo stesso tempo per noi un nutrimento e una spada, una medicina e un ricostituente, è riposo, resurrezione e pienezza. Non meravigliatevi che la parola di Dio si trovi ad essere tutto in tutte le cose per quanto riguarda la giustificazione, poiché essa deve essere tutto in tutti per ciò che riguarda la glorificazione. Che il peccatore ascolti la parola di Dio, e ne sarà turbato fino al profondo delle viscere! A questa voce l'anima carnale è colta da tremore. Questa parola viva ed efficace, infatti, scruta i segreti del cuore e li giudica, sonda i cuori e i pensieri (Cf. Eb 4,12).

Così, se anche tu fossi morto nel peccato, se ascolterai la voce del Figlio di Dio vivrai, poiché la sua parola è spirito e vita. Se il tuo cuore è indurito, ricordati di queste parole della Scrittura: Egli lancerà le sue parole e li farà fondere (Sal 147 (148),7), e ancora queste: La mia anima si è sciolta al suono della voce del mio diletto (Ct 5,6). Se sei tiepido e temi di essere rigettato dalla bocca di Dio (Cf.Ap 3,15-16), non allontanarti dalla parola del Signore, ed essa ti infiammerà, poiché la sua parola è come un fuoco potente. Se poi piangi sulle tenebre della tua ignoranza, ascolta ciò che il Signore Dio dice dentro di te, e la parola del Signore sarà lucerna per i tuoi piedi e luce ai tuoi passi (Cf. Sal 118 (119),105).

Ma forse il tuo dolore è tanto più grande quanto più chiaramente riconoscerai, illuminato, anche i peccati più piccoli; ma il Padre ti santificherà nella verità, che è la sua parola (Cf Gv 17,17), affinchè tu meriti di udire insieme agli apostoli: Voi siete già puri, per la parola che vi ho detto» (Gv 15,3).

E quando, poi, avrai lavato le tue mani insieme agli innocenti (Cf. Sal 25 (26),6), ecco, preparerà davanti a te una mensa (Cf. Sal 22 (23),5), affinché tu via non di solo pane, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio (Cf. Mt 4,4), e nella forza di questo cibo tu possa correre sulla via dei suoi comandamenti (Cf. Sal 118 (119),32).

E se si leva contro di voi qualche esercito nemico e vuole muovervi evieni, prendete la spada dello Spirito, che è la parola di Dio (Ef 6,17), e lo vincerete facilmente. E se, come suole avvenire in battaglia, ti capiterà qualche volta di essere ferito, egli ti manderà la sua parola e ti guarirà, e ti strapperà dalla tua rovina, così che si compia in tè ciò che dice il centurione, la cui fede è così grandemente lodata: Signore, di' soltanto una parola e il mio servo sarà guarito (Mt 8,8).

Infine, se sei ancora esitante, abbi fiducia e grida: I miei piedi sono venuti meno, e ce mancato poco che cadessi! (Sal 72 (73),2) e con le sue parole ti renderà saldo, così che tu impari per esperienza che dalla parola del Signore sono tenuti su i deli, e che il soffio della sua bocca è tutta la loro forza (Sal 32 (33),6).

Persevera, dunque, in ciò, e in questo esercitati continuamente, finché lo Spirito non ti dica di riposarti dalle tue fatiche (Cf. Mt 11,28-30; Ap 14,13). In questa parola riposerai dolcemente, troverai un sonno soave, finché non verrà l'ora in cui tutti coloro che sono nei sepolcri udranno la voce e usciranno (Cf. Gv 5,25)» (bernardo di clairvaux, Sermoni diversi 24,2-4, 218-222).

Ma il lettore può anche distorcere il senso delle Scritture:

«La lettura, infatti, è a servizio dell'intenzione. Se veramente colui che legge cerca Dio (Cf. Regola di Benedetto 58,7) nella lettura, tutto ciò che egli legge coopera con luia tal fine (Rm 8,28), e il senso di lui, che legge, cattura e riduce in servitù, in ossequio a Cristo, ogni comprensione della lettura (Cf. 2Cor 10,5).

Ma se il senso di colui che legge devia verso qualcos' altro, trascina tutto dietro a sé, e nella Scrittura non trova nulla di così santo, di così pio che, per vanagloria, o per qualche pensiero distorto o per intelletto malvagio, egli non asservisca alla propria cattiveria o vanità. In tutte le Scritture, infatti, inizio della sapienza deve essere per il lettore il timore del Signore (Sal 110 (111),10 e Sir 1,16 (12), e cf. Pr 1,7 e 9,10), anzitutto perché si consolidi in esso l'mtenzione di chi legge, e poi perché da esso sorga e riceva un proprio ordine la comprensione e il senso di tutta la lettura» (guglielmo di saint-thierry, Lettera d'oro 124, 115).

Per questo è necessaria anche una disciplina, un ascesi: «Ma a coloro che meditano, parlano e scrivono di te da', ti supplico, sensi sobri, parole concise e disciplinate, un cuore che arda per te, o Gesù, per aprire le Scritture che sono da te» (guglielmo di saint-thierry, Dalla meditazione alla preghiera 3,11).

Un tale ascolto della parola di Dio dona discernimento e plasma e guida la vita del credente: «II discernimento è la madre di tutte le virtù, ed esso è necessario a ciascuno sia per regolare la vita degli altri, sia per dirigere e correggere sé stesso. Ora, questo discernimento nessuna parola può infonderlo ai nostri sensi se non quella Parola vivente ed efficace che discerne i pensieri e le intenzioni del cuore (Cf. Eb 4.12). Questa parola modella la nostra vita secondo una forma sicura, e la dirige verso un fine certo» ( baldovino di ford, Trattati 6).

C. Falchini


La Bibbia secondo i Padri 2

 

Ruminare la Scrittura ascoltata

«Oh, quanto è mirabile la profondità della parola di Dio! Ci è consentito attendere ad essa, ci è consentito, guidati dalla grazia, di penetrare nella sua intimità. Ogni volta che la comprendiamo mediante la discussione mai entriamo se non nell'opacità di una selva, così da nasconderci nel suo refrigerio dalla calura di questo mondo? E lì, leggendo, raccogliamo le verdissime erbe delle divine sentenze, ed esaminandole le ruminiamo» ( Gregorio magno, Omelie su Ezechiele 1,5,1, 168).

«Ma affinchè non vi sembri fantasia ciò che abbiamo detto di questa seconda venuta, ascoltate lui: Se qualcuno mi ama — dice — custodirà le mie parole, e il Padre mio lo amerà e verremo a lui (Gv 14,23). Ma cosa vuoi dire: Se qualcuno mi ama custodirà le mie parole? Altrove, infatti, leggi: "Chi teme Dio opera il bene" (Cf. Sir 15,1). Ma di chi ama è detto qualcosa di più: che custodirà le parole. Dove, dunque, vanno custodite? Senza alcun dubbio nel cuore, come dice il profeta: Nel mio cuore ho tenuto nascosti i tuoi detti per non peccare contro di te (Sal 118 (119),11). Ma come custodirle nel cuore? O è sufficiente custodirle solo nella memoria? Ma, in verità, a colui che le custodisce così l'Apostolo dice: La scienza gonfia (1 Cor 8,1). Inoltre, la dimenticanza cancella facilmente la memoria.

Così, custodisci la parola di Dio come meglio puoi custodire il cibo del tuo corpo. Anch'essa, infatti, è pane vivo e cibo dell'animo. Il pane terreno mentre è nella dispensa può essere portato via da un ladro, può essere roso da un topo, può diventare avariato per vecchiaia. Quando dunque lo mangerai, quale di queste cose temerai? In questo modo abbi cura della parola di Dio. Beati, infatti, quelli che la custodiscono (Sal 119 (119),1). Essa, dunque, sia triturata nelle viscere della tua anima, passi nei tuoi sentimenti e nel tuo modo di vivere. Mangia il bene, e la tua anima si diletterà nell'abbondanza. Non dimenticarti di mangiare il tuo pane (Sal 101 (102),5), perché il tuo cuore non si inaridisca, ma la tua anima sia ricolma di grasso e di consistenza.

Se in tal modo custodirai la parola di Dio, senz'alcun dubbio da essa sarai custodito. Verrà, infatti, a te il Figlio insieme al Padre, verrà il grande Profeta che rinnoverà Gerusalemme, e farà nuove tutte le cose (Ap 21,5). Questo, infatti, opererà questa venuta, affinché come abbiamo portato l'immagine dell'uomo terreno, così porteremo anche quella dell'uomo celeste (Cf 1 Cor 15,49). E come il vecchio Adamo fu effuso su tutto l'uomo e tutto lo prese, allo stesso modo Cristo lo riscatterà, lui che tutto lo ha creato, tutto lo ha redento, tutto anche lo ha glorificato; lui che ha salvato tutto l'uomo di sabato (1 Gv 7,23)» (Bernardo di Clairvaux, V Discorso per l'Avvento del Signore 2-3, 170-172). 

«Queste cose [ndt: il bene, la virtù, la vita eterna] consideriamo, queste cose ruminiamo, fratelli, e secondo il precetto della Legge richiamiamole alla memoria ruminandole, poiché in tal modo vive e in queste cose sta la vita del nostro spirito. Così, infatti, la santa meditazione ci custodirà, in modo che possiamo dire con il santo: La meditazione del mio cuore è sempre davanti a te. Signore, mio aiuto e mio redentore (Sal 18 (19), 15) (bernardo di clairvaux, Sermoni diversi 16,7, 160).

«Dolcemente rumino queste cose [il passo che sta leggendo] e le mie viscere si riempiono, e il mio intimo viene nutrito e tutte le mie ossa fanno germinare la lode» (bernardo di clairvaux, Sermoni sul Cantico dei Cantici XVI,2.2).

«Volentieri abbraccerò il tuo commercio (quello della redenzione). La mia anima rumina con estrema dolcezza queste mercanzie. E non solo rumina, ma anche richiama la ruminazione di te, poiché comprende ciò che ama e affida alla memoria ciò che ha scelto. Tu comandi che la mia anima sia in questi commerci, affinchè diventi come la nave di un mercante che porta da lontano il suo pane. Continuerò a commerciare finché tu non verrai; e quando verrai ti verrò incontro pieno di gioia, e voglia il ciclo che oda: "Vieni, servo buono!» (Cf.Mt 25,21.23)» (bernardo di clairvaux, Sermoni diversi 42,1, 338-340).

«Anche noi pecore siamo pecore del suo pascolo. Ruminiamo, dunque, come animali puri le cose riguardanti il Buon Pastore che nel sermone odierno abbiamo ingerito con tutta l’avidità!» (bernardo di clairvaux, Sermoni sul Cantico dei Cantici LIII,4,9).

«3,11. Per ciò che concerne la memoria, ritengo che al presente non debba essere trascurato il fatto che, come l'intelligenza, analizzando, ricerca e trova, così la memoria, riunendo, custodisce. Bisogna dunque che riuniamo, per affidarle alla memoria, le cose che imparando abbiamo analizzato. Riunire significa ricondurre ad una breve e riassuntiva sintesi le cose a proposito delle quali si è scritto o disputato in maniera più prolissa. Tale sintesi dagli antichi veniva chiamata epilogo, vale a dire breve ricapitolazione. Ogni trattazione, infatti, ha un inizio sul quale poggiano tutta la verità dell'esposizione e la forza della sentenza, e ad esso si riferiscono tutti gli altri argomenti. Riunire è appunto cercare e considerare tale inizio. Unica è la sorgente, e molti i rivoli; perché segui le tortuosità dei fiumi? Custodisci la sorgente, e possiederai tutto. Dico questo per il fatto che la memoria dell'uomo è corta, e si rallegra nella brevità, e se viene suddivisa su molti soggetti diviene meno efficace in ciascuno di essi. Dobbiamo dunque, su ogni argomento, riunire un [pensiero] breve e sicuro, da riporre nello scrigno della memoria, in maniera tale che in seguito, quando le circostanze lo richiedono, se ne possa derivare tutto il resto. Tale [pensiero] dobbiamo, inoltre, ripeterlo spesso e richiamarlo dal ventre della memoria al palato, perché non avvenga che a causa di un lungo abbandono si logori. Per questo ti prego, o lettore, di non rallegrarti troppo se avrai letto molto, ma se molto avrai compreso, e non tanto se avrai compreso molto, ma se sarai in grado di trattenere quanto avrai compreso. Altrimenti non è di aiuto ne il fatto di leggere molto ne quello di comprendere. Per tale motivo ripeto ciò che ho detto sopra: che, cioè, coloro che coloro che rivolgono il loro impegno ad apprendere hanno bisogno di intelligenza e di memoria» (ugo di san vittore, Didascalico, 3,10-11, 59-61).

«121. Non entrerai nel modo di sentire di Paolo finché, per la consuetudine di una buona intenzione nel leggerlo e per l'applicazione di un'assidua meditazione, non ti sarai imbevuto del suo spirito. Non comprenderai David finché grazie all’esperienza stessa non ti sarai rivestito del sentimento degli stessi salmi. E cosi anche per gli altri. E, riguardo a tutta la Scrittura, l'applicarsi ad essa è tanto distante dalla [semplice] lettura quanto l'amicizia lo è dall'ospitalità, e quanto un sentimento di comunione lo è da un saluto occasionale.

122. Ma anche della lettura quotidiana bisogna far scendere ogni giorno qualcosa nello stomaco della memoria, perché sia digerito con grande fedeltà e, di nuovo richiamato, sia ruminato con intensa frequenza [ L'immagine, tradizionale negli scritti patristici, della ruminatio designa l’atteggiamento di costante meditazione e di ritorno sulle parole della Scrittura, fino alla loro completa assimilazione]. Tale lettura sia conforme al santo proposito, sia di aiuto alla nostra intenzione e raffreni l'animo, in modo che esso non si diletti a pensare cose estranee.

123. Dal corso della lettura dobbiamo trarre un sentimento tale e deve prendere forma una preghiera tale che interrompa la lettura, e che tuttavia non la ostacoli mediante tale interruzione, ma restituisca immediatamente l'animo, più puro, alla comprensione della lettura» (guglielmo di saint-thierry, Lettera d'oro 121 -123).

Nutrirsi del cibo della parola comporta anche un sudore, una fatica:

«Così, dunque, dopo esserci molto affaticati per il seme terrestre [duro lavoro dei campi], riposiamoci un po' all’ombra di questo ampio leccio che vedete qui vicino, dove, non senza un certo qual intimo sudore, vagheremo, macineremo, impasteremo, cuoceremo e mangeremo il seme della parola divina, in modo che, digiuni e affaticati, non veniamo meno» (Isacco della stella, Discorsi 24,1).



venerdì 6 febbraio 2026

La Bibbia secondo i Padri 1

 

1. La Scrittura cibo e bevanda

«La Sacra Scrittura è nostro cibo e nostra bevanda. Ma si noti che [le sue parole] sono talvolta cibo, e talvolta bevanda. Nelle cose più oscure, infatti, che non possono essere comprese senza essere spiegate, la sacra Scrittura è cibo, poiché tutto ciò che viene spiegato affinché lo si comprenda viene come masticato per essere inghiottito. Nelle cose più chiare, invece, essa è bevanda. La bevanda, infatti, la inghiottiamo senza masticarla: Beviamo i precetti più chiari poiché siamo in grado di comprenderli anche senza che siano spiegati» (gregorio magno, Omelie su Ezechiele 1,10,3, 298).

«Le genti, che non hanno ricevuto i sacri precetti, sono saziati dall'inondazione della parola di Dio, che ora tanto più avidamente bevono quanto più a lungo, asciutte, hanno patito questa sete. Perciò le parole divine vengono dette messe e ricchezza (Cf. Gb 5,5): messe perché ristorano l'animo digiuno, ricchezza perché ci ornano con la grande bellezza delle azioni» (gregorio magno, Commento morale a. Giobbe VI,5,6, 47). 

«Noi apriamo la bocca quando predisponiamo la nostra intelligenza a comprendere la sacra parola (Ez 3,2: «Io aprii la bocca ed egli mi fece mangiare quel rotolo). E così il profeta apre la bocca alla voce del Signore perché i desideri del nostro cuore anelano a respirare il precetto del Signore per ricevere qualcosa del cibo della vita. Ma tuttavia ricevere questo non sta nelle nostre forze se non ci nutre colui che ha ordinato di mangiare (Ez 3,1: «Mangia questo rotolo»). E, infatti, viene nutrito chi non è in grado di mangiare da sé. E siccome la nostra debolezza non è capace di ricevere le parole celesti, ci nutre colui che regola nel tempo la misura del cibo, in modo tale che, mentre nella divina parola oggi comprendiamo ciò che ieri ignoravamo, e domani comprendiamo ciò che oggi ignoriamo, veniamo nutriti, per disposizione della divina con il cibo quotidiano. Dio onnipotente, infatti, allunga, per così dire, la mano alla bocca del nostro cuore ogni volta che ci apre l'intelligenza e pone il cibo della sacra parola nei nostri sensi. Ci nutre dunque con il rotolo quando, distribuendoci il cibo, ci apre la comprensione della Sacra Scrittura e riempie i nostri pensieri con la sua dolcezza» (gregorio magno, Omelie su Ezechiele 1,10,5, 300).

«La nostra bocca mangia quando leggiamo la parola di Dio, le nostre viscere si riempiono quando comprendiamo e conserviamo ciò che abbiamo letto faticando. [...] Dice [la Verità]: Chi crede in me, come dice la Scrittura, fiumi di acqua viva fluiranno dal suo ventre (Gv 7,38). Dall'animo dei fedeli, infatti, sgorgano le sante predicazioni come dal ventre dei credenti fluiscono fiumi di acqua viva. Cosa, poi, sono le viscere del ventre, che cos'altro sono se non le interiorità dell'animo, vale a dire la retta intenzione, il santo desiderio e una volontà umile nei confronti di Dio e compassionevole verso il prossimo? Per cui giustamente ora dice: Il tuo ventre mangerà e le tue viscere si riempiranno (Ez 3,2) perché, quando il nostro animo riceve il pascolo della verità il nostro intimo non rimane più vuoto, ma viene saziato con il nutrimento della vita» (gregorio magno, Omelie su Ezechiele 1,10,6, p. 300-302)

«Rifflettiamo, fratelli miei carissimi, su quanto sia colma di pietà questa promessa per mezzo della quale si dice: Il tuo ventre mangerà e le tue viscere si riempiranno di questo rotolo che io ti do (Ez 3,3). Molti, infatti, leggono e da questa stessa lettura rimangono digiuni; molti ascoltano la voce della predicazione, ma dopo la voce ritornano via vuoti. Sebbene il loro ventre mangi, le viscere non si riempiono, poiché anche se con la mente colgono il senso della sacra Parola, dimenticando e non conservando le cose che hanno udito, non le ripongono nelle viscere del cuore. Da ciò deriva infatti quanto il Signore, per mezzo di un altro profeta, rimprovera ad alcuni dicendo: Applicate i vostri cuore a considerare le vostre vie. Avete seminato molto e avete raccolto poco, avete mangiato e non vi siete saziati, avete bevuto ma non siete rimasti inebriati (Ag 1,5-6). Semina molto nel proprio cuore, ma raccoglie poco colui che, o leggendo o ascoltando riguardo ai comandamenti celesti, conosce molte cose, ma operando con negligenza porta pochi frutti. Mangia e non si sazia chi, ascoltando le parole di Dio, brama i guadagni e la gloria del mondo. Giustamente poi si dice che non si sazia, poiché mangia qualcosa e ha fame di altro. Beve e non resta inebriato colui che alla voce della predicazione porge sì l'orecchio, ma non muta il proprio animo. Mediante l'ebbrezza, infatti, suole essere mutata la percezione di coloro che bevono. Chi, dunque, si dedica a conoscere la parola di Dio ma desidera ottenere le cose di questo mondo, beve e non rimane inebriato» (gregorio magno, Omelie su Ezechiele 1,10,7, 302).

Allora, se la si mette anche in pratica, essa diventa dolce per chi la ascolta: «Io lo mangiai e nella mia bocca divenne dolce come il miele (Ez 3,3). 

Il libro che ha riempito le viscere è diventato nella bocca dolce come il miele poiché sanno parlare soavemente del Signore onnipotente quelli che hanno imparato ad amarlo con verità nelle viscere del loro cuore. La sacra Scrittura, infatti, è dolce alla bocca di colui le viscere della cui vita sono riempite dei suoi comandamenti, poiché soave è parlare per colui nel cui intimo essi sono impressi per viverli. La Parola, infatti, non ha dolcezza per colui la cui vita da reprobo provoca rimorsi nella coscienza. Perciò è necessario che colui che espone la Parola di Dio prima cerchi come viverla, affinchè possa attingere dalla vita la materia e anche il modo di parlare» (gregorio magno, Omelie su Ezechiele 1,10,13, 306).

«La carne ha il suo cibo, mediante il quale viene ristorata, e anche l'anima ha il suo cibo, dal quale viene saziata. Il cibo dell'anima è la parola di Dio, e tale parola è la luce dalla quale essa è illuminata e il cibo mediante il quale viene ristorata: la luce, grazie alla quale viene rischiarata fino alla conoscenza della verità; il cibo grazie al quale cresce nella statura e nella gioia fino ali'amore della bontà» (ugo di S. vittore, Miscellanea 1,122, PL 177,747A-C). 

«631B. Quanto sono dolci al mio palato le tue parole, più che miele nella mia bocca? Sal 118 (119),103. Non pensi, fratello, che costui era solito mangiare le parole di Dio, così da dire: Quanto sono dolci al mio palato le tue parole? E chi è che mangiava le parole di Dio? Se dunque mangiava le parole di Dio, senz'altro esse sono cibo.

E quale cibo? Non penso per il ventre, ma per l'animo, giacché in quell'unico [passo si parla del] digiuno del ventre e del cibo per l'animo: Non di solo pane - dice la Scrittura - vive l'uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio (Mt 4,4; cf. Dt 8,3). E tuttavia vi è una somiglianza tra il cibo del ventre e il cibo della mente, poiché le parole di Dio vengono dette cibo poiché, come il cibo corporale ristora la carne, così la sapienza pasce la mente. Il cibo corporale ha in sé tre cose: il sapore, il nutrimento, la massa. 631 C. Il sapore diletta, il nutrimento sostenta, la massa appesantisce. Il sapore attiene al palato, il nutrimento alla natura, la massa alla miseria. [...]

631D. E come abbiamo compreso che si tratta di un cibo spirituale, 632A. così dobbiamo intendere anche il palato e il ventre in senso spirituale. Anche il cibo spirituale, infatti, cioè la parola di Dio, possiede, analogamente, un suo sapore che diletta il palato spirituale; possiede una sua capacità nutritiva che alimenta e fa vivere la sostanza spirituale; e possiede anche una massa che in certo qual modo schiaccia e appesantisce la debolezza.

Chiamiamo fauci spirituali il palato del cuore. Il sapore della parola di Dio è il gusto dell'intima dolcezza. L'anima Stessa, poi, è la sostanza spirituale. Il nutrimento della parola di Dio è l'esercizio della virtù, mentre la massa è il peso della fatica.

Poiché, dunque, quel sapore di intima dolcezza 632B, viene assunto senza alcun fastidio, il palato del cuore ne riceve un diletto come da un cibo spirituale, ma non può esserne saziato. Poiché, poi, l'esercizio della virtù, dal quale l'anima viene nutrita, non viene assunto senza il peso della fatica, peso dal quale la carne è gravata, è come se lo stomaco della nostra sensualità, mentre tramite l'esercizio assume il cibo del buon operare, perché non brami in modo smisurato la virtù dalla quale [pur] viene ristorato, ne sia trattenuto dalla fatica stessa dell'agire, che lo raffrena.

Avete ormai compreso, penso, cosa desidera per sé colui che diceva: Quanto sono dolci al mio palato le tue parole, più che miele nella mia bocca! Non dice: dolci al mio ventre, ma al mio palato. Non al mio stomaco, ma alla mia bocca. Come se dicesse: dalla tua parola, Signore, il ventre della carnalità è raffrenato, ma l'intimo palato del cuore si diletta nel sapore della dolcezza, poiché anche se al di fuori la fatica delle opere è un peso per la nostra debolezza, all'interno, però, la dolcezza e il gusto della soavità pascono il desiderio.

Da ciò ne deriva quanto quell'amato e 632C. caro Giovanni, che così di frequente e volentieri era solito mangiare la parola di Dio, attesta di sé stesso quando dice: Ricevetti il libro dalla mano dell'angelo e lo divorai; e nella mia bocca era dolce come il miele; e dopo averlo divorato riempì di amarezza il mio ventre (Ap 10,10). 

Così anche tu, fratello, divora il libro della vita, mangia la parola di Dio; e non solo mangiala, ma mangiala avidamente, e non abbandonare, se senti una certa amarezza nel ventre, la dolcezza del suo sapore!» (ugo di S. vittore, Miscellanea 11,78, PL 177,631B-632C).

«La fame sulla terra è la penuria di parola di Dio nell'animo umano» (Bernardo di Clairvaux, Sermoni diversi 95,1, testo lat. a cura di J. leclercq in Opere di San Bernardo, Sermoni/III. Diversi e vari, Scriptorium Claravallense. Fondazione di Studi Cistercensi-Città Nuova, Milano-Roma 2000, 514)

«[Betlemme] è la "casa del pane", come abbiamo già detto; è bene per noi stare lì (Mt 17,4). Dove, infatti, c'è la parola del Signore, non manca certamente il pane che rafforzi il cuore, come dice il profeta: Rafforzami nelle tue parola (Sal 118 (119),28). Certo, l'uomo vive nella parola che esce dalla bocca di Dio (Cf. Mt 4,4); egli vive in Cristo, Cristo vive in lui (Cf. Gal 2,20)» (Bernardo di Clairvaux, VI Discorso nella vigilia del Natale 10, testo lat. a cura di J. leclercq in Opere di San Bemardo III/l. Sermoni per l'anno liturgico/1, Città Nuova, Roma 2021, 270).

«Il cibo ha sapore nella bocca, il salmo nel cuore. Soltanto, l'anima fedele e prudente non trascuri di frantumarlo come con i denti della propria intelligenza, perché non accada che, inghiottendolo intero e non masticato, il palato venga privato di un sapore desiderabile e più dolce del miele e del favo (Cf. Sal 18 (19),11). Offriamo al Signore, con gli apostoli, al banchetto celeste e sulla mensa del Signore, un favo di miele. Il miele è nella cera, il fervore nella lettera. Altrimenti la lettera uccide (Cf. 2Cor 3,6), se la inghiottisci senza il condimento dello spirito. Ma se, con l'Apostolo, salmeggi con lo spirito e salmeggi con la mente (Cf. 1Cor 14,15), conoscerai anche tu la verità di quelle parole che Gesù ha detto: Le parole che vi ho detto sono spirito e vita (Gv 6,64 (63); e così ugualmente leggiamo che la Sapienza ha detto: Il mio spirito è più dolce del miele (Sir 24,27 (20)» (Bernardo di Clairvaux, Sermoni sul Cantico dei Cantici VII,4.5, testo lat. a cura di J. leclercq in Opere di San Bernardo VII. Sermoni sul Cantico dei Cantici, I. I-XXXV, Scriptorium Claravallense. Fondazione di Studi Cistercensi-Città Nuova, Milano-Roma 2006, 92-94).