venerdì 6 febbraio 2026

La Bibbia secondo i Padri 1

 

1. La Scrittura cibo e bevanda

«La Sacra Scrittura è nostro cibo e nostra bevanda. Ma si noti che [le sue parole] sono talvolta cibo, e talvolta bevanda. Nelle cose più oscure, infatti, che non possono essere comprese senza essere spiegate, la sacra Scrittura è cibo, poiché tutto ciò che viene spiegato affinché lo si comprenda viene come masticato per essere inghiottito. Nelle cose più chiare, invece, essa è bevanda. La bevanda, infatti, la inghiottiamo senza masticarla: Beviamo i precetti più chiari poiché siamo in grado di comprenderli anche senza che siano spiegati» (gregorio magno, Omelie su Ezechiele 1,10,3, 298).

«Le genti, che non hanno ricevuto i sacri precetti, sono saziati dall'inondazione della parola di Dio, che ora tanto più avidamente bevono quanto più a lungo, asciutte, hanno patito questa sete. Perciò le parole divine vengono dette messe e ricchezza (Cf. Gb 5,5): messe perché ristorano l'animo digiuno, ricchezza perché ci ornano con la grande bellezza delle azioni» (gregorio magno, Commento morale a. Giobbe VI,5,6, 47). 

«Noi apriamo la bocca quando predisponiamo la nostra intelligenza a comprendere la sacra parola (Ez 3,2: «Io aprii la bocca ed egli mi fece mangiare quel rotolo). E così il profeta apre la bocca alla voce del Signore perché i desideri del nostro cuore anelano a respirare il precetto del Signore per ricevere qualcosa del cibo della vita. Ma tuttavia ricevere questo non sta nelle nostre forze se non ci nutre colui che ha ordinato di mangiare (Ez 3,1: «Mangia questo rotolo»). E, infatti, viene nutrito chi non è in grado di mangiare da sé. E siccome la nostra debolezza non è capace di ricevere le parole celesti, ci nutre colui che regola nel tempo la misura del cibo, in modo tale che, mentre nella divina parola oggi comprendiamo ciò che ieri ignoravamo, e domani comprendiamo ciò che oggi ignoriamo, veniamo nutriti, per disposizione della divina con il cibo quotidiano. Dio onnipotente, infatti, allunga, per così dire, la mano alla bocca del nostro cuore ogni volta che ci apre l'intelligenza e pone il cibo della sacra parola nei nostri sensi. Ci nutre dunque con il rotolo quando, distribuendoci il cibo, ci apre la comprensione della Sacra Scrittura e riempie i nostri pensieri con la sua dolcezza» (gregorio magno, Omelie su Ezechiele 1,10,5, 300).

«La nostra bocca mangia quando leggiamo la parola di Dio, le nostre viscere si riempiono quando comprendiamo e conserviamo ciò che abbiamo letto faticando. [...] Dice [la Verità]: Chi crede in me, come dice la Scrittura, fiumi di acqua viva fluiranno dal suo ventre (Gv 7,38). Dall'animo dei fedeli, infatti, sgorgano le sante predicazioni come dal ventre dei credenti fluiscono fiumi di acqua viva. Cosa, poi, sono le viscere del ventre, che cos'altro sono se non le interiorità dell'animo, vale a dire la retta intenzione, il santo desiderio e una volontà umile nei confronti di Dio e compassionevole verso il prossimo? Per cui giustamente ora dice: Il tuo ventre mangerà e le tue viscere si riempiranno (Ez 3,2) perché, quando il nostro animo riceve il pascolo della verità il nostro intimo non rimane più vuoto, ma viene saziato con il nutrimento della vita» (gregorio magno, Omelie su Ezechiele 1,10,6, p. 300-302)

«Rifflettiamo, fratelli miei carissimi, su quanto sia colma di pietà questa promessa per mezzo della quale si dice: Il tuo ventre mangerà e le tue viscere si riempiranno di questo rotolo che io ti do (Ez 3,3). Molti, infatti, leggono e da questa stessa lettura rimangono digiuni; molti ascoltano la voce della predicazione, ma dopo la voce ritornano via vuoti. Sebbene il loro ventre mangi, le viscere non si riempiono, poiché anche se con la mente colgono il senso della sacra Parola, dimenticando e non conservando le cose che hanno udito, non le ripongono nelle viscere del cuore. Da ciò deriva infatti quanto il Signore, per mezzo di un altro profeta, rimprovera ad alcuni dicendo: Applicate i vostri cuore a considerare le vostre vie. Avete seminato molto e avete raccolto poco, avete mangiato e non vi siete saziati, avete bevuto ma non siete rimasti inebriati (Ag 1,5-6). Semina molto nel proprio cuore, ma raccoglie poco colui che, o leggendo o ascoltando riguardo ai comandamenti celesti, conosce molte cose, ma operando con negligenza porta pochi frutti. Mangia e non si sazia chi, ascoltando le parole di Dio, brama i guadagni e la gloria del mondo. Giustamente poi si dice che non si sazia, poiché mangia qualcosa e ha fame di altro. Beve e non resta inebriato colui che alla voce della predicazione porge sì l'orecchio, ma non muta il proprio animo. Mediante l'ebbrezza, infatti, suole essere mutata la percezione di coloro che bevono. Chi, dunque, si dedica a conoscere la parola di Dio ma desidera ottenere le cose di questo mondo, beve e non rimane inebriato» (gregorio magno, Omelie su Ezechiele 1,10,7, 302).

Allora, se la si mette anche in pratica, essa diventa dolce per chi la ascolta: «Io lo mangiai e nella mia bocca divenne dolce come il miele (Ez 3,3). 

Il libro che ha riempito le viscere è diventato nella bocca dolce come il miele poiché sanno parlare soavemente del Signore onnipotente quelli che hanno imparato ad amarlo con verità nelle viscere del loro cuore. La sacra Scrittura, infatti, è dolce alla bocca di colui le viscere della cui vita sono riempite dei suoi comandamenti, poiché soave è parlare per colui nel cui intimo essi sono impressi per viverli. La Parola, infatti, non ha dolcezza per colui la cui vita da reprobo provoca rimorsi nella coscienza. Perciò è necessario che colui che espone la Parola di Dio prima cerchi come viverla, affinchè possa attingere dalla vita la materia e anche il modo di parlare» (gregorio magno, Omelie su Ezechiele 1,10,13, 306).

«La carne ha il suo cibo, mediante il quale viene ristorata, e anche l'anima ha il suo cibo, dal quale viene saziata. Il cibo dell'anima è la parola di Dio, e tale parola è la luce dalla quale essa è illuminata e il cibo mediante il quale viene ristorata: la luce, grazie alla quale viene rischiarata fino alla conoscenza della verità; il cibo grazie al quale cresce nella statura e nella gioia fino ali'amore della bontà» (ugo di S. vittore, Miscellanea 1,122, PL 177,747A-C). 

«631B. Quanto sono dolci al mio palato le tue parole, più che miele nella mia bocca? Sal 118 (119),103. Non pensi, fratello, che costui era solito mangiare le parole di Dio, così da dire: Quanto sono dolci al mio palato le tue parole? E chi è che mangiava le parole di Dio? Se dunque mangiava le parole di Dio, senz'altro esse sono cibo.

E quale cibo? Non penso per il ventre, ma per l'animo, giacché in quell'unico [passo si parla del] digiuno del ventre e del cibo per l'animo: Non di solo pane - dice la Scrittura - vive l'uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio (Mt 4,4; cf. Dt 8,3). E tuttavia vi è una somiglianza tra il cibo del ventre e il cibo della mente, poiché le parole di Dio vengono dette cibo poiché, come il cibo corporale ristora la carne, così la sapienza pasce la mente. Il cibo corporale ha in sé tre cose: il sapore, il nutrimento, la massa. 631 C. Il sapore diletta, il nutrimento sostenta, la massa appesantisce. Il sapore attiene al palato, il nutrimento alla natura, la massa alla miseria. [...]

631D. E come abbiamo compreso che si tratta di un cibo spirituale, 632A. così dobbiamo intendere anche il palato e il ventre in senso spirituale. Anche il cibo spirituale, infatti, cioè la parola di Dio, possiede, analogamente, un suo sapore che diletta il palato spirituale; possiede una sua capacità nutritiva che alimenta e fa vivere la sostanza spirituale; e possiede anche una massa che in certo qual modo schiaccia e appesantisce la debolezza.

Chiamiamo fauci spirituali il palato del cuore. Il sapore della parola di Dio è il gusto dell'intima dolcezza. L'anima Stessa, poi, è la sostanza spirituale. Il nutrimento della parola di Dio è l'esercizio della virtù, mentre la massa è il peso della fatica.

Poiché, dunque, quel sapore di intima dolcezza 632B, viene assunto senza alcun fastidio, il palato del cuore ne riceve un diletto come da un cibo spirituale, ma non può esserne saziato. Poiché, poi, l'esercizio della virtù, dal quale l'anima viene nutrita, non viene assunto senza il peso della fatica, peso dal quale la carne è gravata, è come se lo stomaco della nostra sensualità, mentre tramite l'esercizio assume il cibo del buon operare, perché non brami in modo smisurato la virtù dalla quale [pur] viene ristorato, ne sia trattenuto dalla fatica stessa dell'agire, che lo raffrena.

Avete ormai compreso, penso, cosa desidera per sé colui che diceva: Quanto sono dolci al mio palato le tue parole, più che miele nella mia bocca! Non dice: dolci al mio ventre, ma al mio palato. Non al mio stomaco, ma alla mia bocca. Come se dicesse: dalla tua parola, Signore, il ventre della carnalità è raffrenato, ma l'intimo palato del cuore si diletta nel sapore della dolcezza, poiché anche se al di fuori la fatica delle opere è un peso per la nostra debolezza, all'interno, però, la dolcezza e il gusto della soavità pascono il desiderio.

Da ciò ne deriva quanto quell'amato e 632C. caro Giovanni, che così di frequente e volentieri era solito mangiare la parola di Dio, attesta di sé stesso quando dice: Ricevetti il libro dalla mano dell'angelo e lo divorai; e nella mia bocca era dolce come il miele; e dopo averlo divorato riempì di amarezza il mio ventre (Ap 10,10). 

Così anche tu, fratello, divora il libro della vita, mangia la parola di Dio; e non solo mangiala, ma mangiala avidamente, e non abbandonare, se senti una certa amarezza nel ventre, la dolcezza del suo sapore!» (ugo di S. vittore, Miscellanea 11,78, PL 177,631B-632C).

«La fame sulla terra è la penuria di parola di Dio nell'animo umano» (Bernardo di Clairvaux, Sermoni diversi 95,1, testo lat. a cura di J. leclercq in Opere di San Bernardo, Sermoni/III. Diversi e vari, Scriptorium Claravallense. Fondazione di Studi Cistercensi-Città Nuova, Milano-Roma 2000, 514)

«[Betlemme] è la "casa del pane", come abbiamo già detto; è bene per noi stare lì (Mt 17,4). Dove, infatti, c'è la parola del Signore, non manca certamente il pane che rafforzi il cuore, come dice il profeta: Rafforzami nelle tue parola (Sal 118 (119),28). Certo, l'uomo vive nella parola che esce dalla bocca di Dio (Cf. Mt 4,4); egli vive in Cristo, Cristo vive in lui (Cf. Gal 2,20)» (Bernardo di Clairvaux, VI Discorso nella vigilia del Natale 10, testo lat. a cura di J. leclercq in Opere di San Bemardo III/l. Sermoni per l'anno liturgico/1, Città Nuova, Roma 2021, 270).

«Il cibo ha sapore nella bocca, il salmo nel cuore. Soltanto, l'anima fedele e prudente non trascuri di frantumarlo come con i denti della propria intelligenza, perché non accada che, inghiottendolo intero e non masticato, il palato venga privato di un sapore desiderabile e più dolce del miele e del favo (Cf. Sal 18 (19),11). Offriamo al Signore, con gli apostoli, al banchetto celeste e sulla mensa del Signore, un favo di miele. Il miele è nella cera, il fervore nella lettera. Altrimenti la lettera uccide (Cf. 2Cor 3,6), se la inghiottisci senza il condimento dello spirito. Ma se, con l'Apostolo, salmeggi con lo spirito e salmeggi con la mente (Cf. 1Cor 14,15), conoscerai anche tu la verità di quelle parole che Gesù ha detto: Le parole che vi ho detto sono spirito e vita (Gv 6,64 (63); e così ugualmente leggiamo che la Sapienza ha detto: Il mio spirito è più dolce del miele (Sir 24,27 (20)» (Bernardo di Clairvaux, Sermoni sul Cantico dei Cantici VII,4.5, testo lat. a cura di J. leclercq in Opere di San Bernardo VII. Sermoni sul Cantico dei Cantici, I. I-XXXV, Scriptorium Claravallense. Fondazione di Studi Cistercensi-Città Nuova, Milano-Roma 2006, 92-94). 





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