sabato 21 maggio 2011

Cantico 4


L’ingresso nella camera nuziale

M’introduca il re nelle sue stanze

Il sentimento si fa sempre più travolgente tanto che l’amata spera nell’unione d’amore. Il re? Quale re? Tutti gli innamorati sono dei re o delle regine. Il termine re e il richiamo all’unzione (che consacrava i sovrani) hanno portato ad allargare il senso del testo in una prospettiva messianica: il re consacrato con l’unzione è il Messia. Anche la gioia e l’esultanza sono sentimenti tipici dell’era messianica.

Mentre essa viene introdotta nella stanza nuziale del diletto, le altre ragazze rimangono fuori.

Il movimento verso Cristo, di cui si è già parlato, diverrà una unione stabile e totale: «Strette dai vincoli del suo amore [le anime] aderiranno a lui, in loro non ci sarà più occasione di mobilità ma saranno un solo spirito con lui e si realizzerà ciò che è scritto: Come tu, Padre, in me e io in te siamo una cosa sola» [1].

Essere introdotti nella stanza più segreta significa poter rivivere il mistero di Cristo; è sperimentare in se stessi gli eventi annunziati dalla Sacra Scrittura. «La stanza è lo stesso segreto e nascosto senso di Cristo. Di questo Paolo diceva: noi possediamo il senso di Cristo per conoscere ciò che ci è stato donato da Dio» [2]. «Quali sono queste cantine del Dio Re? Sono i sacri misteri che sono contenuti nelle sante Scritture. Nulla mi ha nascosto. Colui che ha infuso in me il suo Verbo, il quale era nel suo cuore, come non mi ha donato ogni cosa insieme con lui?» [3].

La stanza rappresenta poi l’esperienza mistica là dove essa prevede la comunione ineffabile con Dio in Cristo: «L'anima che è divenuta perfetta, viene dichiarata degna di ricevere i tesori nascosti nei penetrali. Così esclama: Il Re mi ha introdotto nella sua stanza. Penetrata spiritualmente nella profondità dell'ineffabile, annuncia di aver raggiunto nella sua corsa non solo il vestibolo della casa del tesoro ma anche la primizia dello Spirito. Introdotta nei segreti del paradiso, come dice il grande Paolo, ha visto l'invisibile e udito parole inenarrabili (Cfr. II Cor. 12,4)» [4]. «Vi è un luogo dove veramente si scorge Dio tranquillo e riposante: luogo non del giudice, non del maestro, ma dello Sposo, che per me è davvero una camera da letto, se talvolta mi capita di esservi introdotto. Ma rara ora e breve tempo! Ivi si conosce che la misericordia del Signore è da sempre e dura in eterno per quanti lo temono (Sai 102,17)» [5].

La ragazza preferita è stata ammessa nell’intimità del suo innamorato. Le altre ragazze vengono escluse da questo privilegio.

La differenza di trattamento tra la ragazza amata e le altre giovani ha suggerito la differenza che esiste tra i credenti circa la maturità della loro fede. Alcuni possono essere ammessi alla comunione profonda con Dio in Cristo mentre molti altri non possono accedere ad un’esperienza tanto densa: «Quelli che corrono nello stadio, corrono tutti, ma uno solo riceve il premio (1 Cor 9,24), e il premio è Cristo. Le ragazze restano al di fuori perché sono all’inizio dell'amore, ma la Sposa, bella, perfetta, senza macchia, senza ruga, entrata nell'appartamento dello Sposo, nelle intime stanze del re, ritorna dalle giovinette, e annunzia loro quello che essa sola ha veduto, e dice: Il re mi ha introdotto nel suo appartamento. E di nuovo le fanciulle, cioè la folla molto numerosa, nell'attesa del ritorno di lei cantano: esulteremo per te. Gioiscono della perfezione della Sposa poiché fra le virtù non c’è gelosia! Quest’amore è puro, quest’amore è senza difetto» [6].

«La sposa non si preoccupa di progredire in modo da trascurare le sue figlie, né crede che questi suoi progressi si debbano realizzare a loro danno. Per quanto, perciò, la differenza dei meriti sembri distanziarla da esse, certamente per la carità e l'amorosa sollecitudine essa rimane sempre con loro. Bisogna poi che essa imiti lo Sposo, il quale, pur salendo al cielo, promise tuttavia di restare sulla terra con i suoi figli sino alla fine del mondo. Così anche questa, per quanto progredisca, per quanto s'innalzi, non cesserà mai di curarsi di provvedere con affetto a coloro che ha generato nel Vangelo, né potrà staccarsi da loro o dimenticare il frutto delle sue viscere. Dica dunque a esse; “Godete, abbiate fiducia: II re mi ha introdotta nella sua stanza (Cant 1,3); consideratevi introdotte anche voi con me. Sembra che io sia stata introdotta da sola, ma non gioverà a me sola. Il mio profitto appartiene anche a tutte voi: per voi io progredisco; quanto potrò maggiormente meritare, lo dividerò con voi”» [7].

Gioiremo e ci rallegreremo per te. Ricorderemo le tue tenerezze più del vino.

Gioiremo e ci rallegreremo per te. Amici e amiche si congratulano con la fidanzata e partecipano alla sua gioia.

La ragazza prediletta rappresenta i primi testimoni della fede che trasmisero ad altri (le fanciulle) la loro esperienza, in modo tale che costoro possono gioire per il suo dono. «[Gli apostoli ed evangelisti] quelli che per primi furono istruiti dalla grazia e furono testimoni oculari e ministri, non conservarono questo bene soltanto per se stessi ma lo comunicarono ai posteri come tradizione. Per questo le giovani si rivolgono alla sposa e le dichiarano: Esulteremo e ci rallegreremo per te. Anche noi partecipiamo alla tua gioia e alla tua letizia. [L’apostolo] Giovanni si posò sul petto del Signore e immerse il suo cuore, come una spugna, nella fonte della vita. Ricolmato dei misteri riposti nel cuore del Signore, ottenuti come da un’ineffabile tradizione, [li] porge anche a noi e annunciandoci la Parola eterna fa sovrabbondare anche noi dei beni attinti a quella Sorgente» [8].

Ricorderemo le tue tenerezze più del vino «È proprio del vino rallegrare il cuore, liberarlo da ogni timore e riempirlo di grandi speranze. Il vino rende audaci, sicuri, vigorosi, distaccati; queste sono anche proprietà dell’amore» [9].

Il godere: «Sii in comunione con i sentimenti dello Sposo, e saprai che pensieri di tal genere inebriano e danno gioia» [10]. «Se si ama il bello, Tu [Signore] sei la bellezza di tutto quello che è bello, se si ama il bene tu sei il bene di tutto quello che è buono, se si cerca l’utile tutte le persone si servono di te, incluso chi ti odia. Però solo quelli che ti amano godono di te» [11].

Il ricordare: «Qual è il modo migliore di pregare, gradito a Dio e valido per ottenere le grazie future se non quello di ricordarsi senza ingratitudine dei benefici passati?» [12]. «Quando si perde la grazia della consolazione spirituale ci si deve rifugiare nella consolazione delle Scritture» [13].

A ragione ti amano! «Io credo che anche Mosè, Aronne, e ciascuno dei profeti abbiano avuto aromi; però, se vedo il Cristo e sento l’odore soave dei suoi profumi, subito esprimo il giudizio, dicendo: l’odore dei tuoi unguenti è sopra tutti gli aromi» [14].


Bruna e bella

1.5. Bruna sono ma bella, o figlie di Gerusalemme, come le tende di Kedar, come i padiglioni di Salma. 6. Non state a guardare che sono bruna, poiché mi ha abbronzato il sole. I figli di mia madre si sono sdegnati con me: mi hanno messo a guardia delle vigne; la mia vigna, la mia, non l’ho custodita.

In ebraico we può avere valore avversativo (sono nera ma bella) o coordinativo (sono nera e bella). «La sposa risponde agli argomenti che avrebbero potuto opporle chi la vedeva così sicura dell'amore dello sposo, mentre, a quanto pare, appare scura e non così bella. Dice: ammetto che sono scura, però in tutto il resto sono attraente, bella e degna di essere amata; sotto questo mio colore scuro è nascosta una grande bellezza» [15].

L’autore sembra contrapporre la bellezza campagnola a quella cittadina e far affiorare il contrasto civiltà – natura. «La sposa quanto a bellezza è diversissima dalla sua apparenza, come le tende degli arabi, che di fuori sono nere per l'aria e per il sole cui sono esposte, ma dentro nascondono mobili preziosi e gioielli dei loro padroni che, come si presuppone, sono molti e ricchissimi» [16]. Le Figlie di Gerusalemme potrebbero rappresentare, quindi, la società cittadina invitata ad ammettere la bellezza rustica della ragazza.

I fratelli (chiamati figli della madre), rappresentano, infine, i familiari della giovane, indispettiti dalla disinvoltura della ragazza innamorata. Questa non ha custodito se stessa (la vigna) perché ritiene di essere libera nella sua scelta. Vuole essere lei a decidere chi amare. Il Cantico si pone dalla parte della ragazza contro le regole della famiglia patriarcale.

Aspetti contrastanti

«La comunità d’Israele dice ai popoli: Nera io sono per le mie opere, ma sono bella per le opere dei padri miei. E anche tra le mie opere ve ne sono di belle: se si trova in me il peccato del vitello, ho nondimeno il merito di avere accolto la Legge» [17]. L’umanità, oscurata dal male, non perde mai il fulgore dell’essere ad immagine di Dio e quindi è, nello stesso tempo, nera e bella: «Certo sono nera tuttavia ho con me la mia bellezza. È dentro di me quella prima creazione che è stata fatta ad immagine di Dio ed ora, avvicinandomi al Verbo di Dio ho ricevuto la mia bellezza» [18].

Dio ha amato l’umanità anche quando questa si era degradata. In questa linea la frase della ragazza viene interpretata in questo modo: fui un tempo oscura ma ora sono bella. In questa considerazione cogliamo l’annuncio centrale del Vangelo: «La sposa riferisce alle discepole un altro prodigio ancora avvenuto a suo beneficio, affinché noi pure possiamo conoscere l’amore smisurato dello sposo per gli uomini. Spinto dall’amore, egli cerca di accrescere la bellezza dell’amata. “Non meravigliatevi che la rettitudine mi abbia amata ma stupitevi piuttosto di questo: ero nera per il peccato, simile alla tenebra a causa delle cattive azioni ma egli mi fece bella con il suo amore, donandomi in cambio la sua bellezza al posto della mia turpitudine. Dopo aver trasferito su di sé la sporcizia delle mie colpe, mi offrì la sua innocenza rendendomi partecipe della sua bellezza. Mi ha reso amabile quando ero detestabile e poi mi ha amato”. Nella lettera ai Romani mi sembra che al grande Paolo sia piaciuto soffermarsi a lungo su questo tema, là dove ricorda che Dio ha dato prova del suo amore per noi in quanto, mentre eravamo ancora peccatori, ci ha resi luminosi ed amabili» [19].

Qualsiasi battezzato può essere nello stesso tempo bello ma oscurato dal dubbio o dalla colpa: «La Sposa si ritrova sempre bella secondo la retta forma della fede, la purezza dell’intenzione e lo zelo della volontà, purché non smetta di essere Sposa e non rinneghi questa condizione. Il che non significa che qualche volta la coscienza dei peccati passati, o l'assalto da parte dei vizi, o la cecità dell'ignoranza umana non la inducano a confessare la propria oscurità» [20]. «Ha fatto penitenza dei suoi peccati, la conversione le ha elargito la bellezza. Dal momento però che non è ancora stata purificata del tutto viene detta nera. Non rimane, però, nel colore oscuro, anzi diventa candida» [21].

Il santo, nel suo pellegrinaggio terreno, è oscuro ma bello. Può essere giudicato negativamente per i travagli o la povertà della sua persona eppure egli possiede in sé grandi ricchezze e riverbera lo splendore della persona di Gesù. «Consideriamo la forma esterna della vita dei santi, come il loro stile appaia umile e abietto, mentre invece nell'intimo sovente, vengono trasformati ad immagine del Signore, di gloria in gloria, secondo l'azione dello Spirito del Signore (2 Cor 3,18). Giudicate Paolo e lo disprezzate perché scolorito e deforme, per il fatto che lo scorgete come un pover'uomo afflitto dalla fame e dalla sete, dal freddo e dalla nudità, dalle innumerevoli fatiche, percosso crudelmente, spesso in pericolo di morte? (2 Cor 11, 27.23). Sono queste cose che rendono scuro Paolo. È veramente quel medesimo che viene rapito fino al terzo cielo? Anche la Sposa [Chiesa] non arrossisce per la pelle scura pensando che prima di lei anche Cristo è apparso con tale deformità. Non ti sembra che anche Cristo, secondo quello che è stato detto, potrebbe rispondere agli emuli giudei: "Sono scuro, ma bello, figli di Gerusalemme?". Davvero scuro, lui che non aveva bellezza, né splendore; scuro, perché verme e non uomo, obbrobrio degli uomini e abiezione della plebe. Fece se stesso peccato: e non oserò chiamarlo scuro?» [22].

La Chiesa e ogni fedele, pur essendo belli nella vita di grazia, possono oscurarsi a motivo delle prove e delle apparenti assenze del Signore. «Come al tramonto del sole segue la notte, così quando lo Sposo se ne va e ritarda a tornare, la Sposa comincia a oscurarsi; il suo cuore non ha più il calore di prima e le sue opere sono scolorite. Infatti come questa luce esteriore è in qualche modo la regina di tutti i colori perché se manca lei non hanno nessuna bellezza, così la grazia illuminante è la virtù di tutte le virtù e la luce delle opere buone. Senza di lei le virtù non possono avere effetto, e le opere buone rimangono improduttive» [23].

Realtà presente e tempo futuro

Il versetto suggerisce il confronto tra il tempo presente nel quale dobbiamo incontrare la nostra oscurità con quello futuro nel quale si rivelerà la bellezza del compimento definitivo. Ora viviamo nella fede. La fede è oscura perché non presenta dimostrazioni irrefutabili ma conserva in sé un grande fulgore perché ci avvicina a Dio stesso: «La fede è la grande amica del nostro spirito e può, a buon diritto, parlare alle scienze umane, che si vantano di essere evidenti e più chiare di lei, come la Sposa sacra parlava alle altre pastorelle: Sono bruna, ma sono bella. O umani discorsi, o scienze acquisite, io sono bruna perché mi trovo nelle oscurità delle semplici rivelazioni che non hanno alcuna evidenza manifesta, e mi fanno sembrare nera, rendendomi quasi irriconoscibile; ma sono bella in me stessa per la mia infinita certezza, e se gli occhi dei mortali mi potessero vedere quale sono per natura, mi troverebbero tutta bella» [24].

«È possibile che la sposa, alla bellezza che le viene dall'armonia delle membra, unisca il neo del colore oscuro. Questo fatto, però, avviene nel luogo del suo pellegrinaggio. Diversa sarà nella patria, quando lo Sposo della gloria la presenterà gloriosa, senza macchia, né ruga. Adesso, se dichiarasse di non essere scura, ingannerebbe se stessa. Non stupirti perciò che abbia ammesso: Sono bruna, soggiungendo tuttavia, con vanto, di essere bella» [25].

Non state a guardare che sono bruna, poiché mi ha abbronzato il sole. «Il sole abbronza colui sul quale si volge in modo intenso. Allo stesso modo il Signore annerisce chi avrà toccato con la sua grazia; infatti più ci avviciniamo alla grazia, altrettanto ci riconosciamo peccatori. Se alla luce di Cristo uno si considera peccatore, [questo significa che egli] alla luce del sole scopre di essere annerito» [26].



[1] Origene, Commento al Cantico dei cantici, p. 92.

[2] Origene, Commento al Cantico dei cantici, p. 100.

[3] Ruperto di Deutz, Commento al Cantico dei cantici, 39-40, pp. 62-63.

[4] Gregorio di Nissa, Commento al Cantico dei cantici, p. 44.

[5] Bernardo di Chiaravalle, Sermoni sul Cantico dei Cantici, XXIII, 15, pp. 258-259.

[6] Origene, Omelie sul Cantico dei Cantici, I,5, pp. 47-48.

[7] Bernardo di Chiaravalle, Sermoni sul Cantico dei Cantici, XXIII, 1-2, pp. 243-244.

[8] Gregorio di Nissa, Commento al Cantico dei cantici, p. 44.

[9] Luis de León, Commento al Cantico dei cantici, p. 42.

[10] Origene, Omelie sul Cantico dei Cantici, I,3, p. 44.

[11] Guglielmo di Saint-Thierry, Commento al Cantico dei cantici, 45, p. 78.

[12] Guglielmo di Saint-Thierry, Commento al Cantico dei cantici, 35, p. 70.

[13] Guglielmo di Saint-Thierry, Commento al Cantico dei cantici, 38, p. 72.

[14] Origene, Omelie sul Cantico dei Cantici, I,3, p. 45.

[15] Luis de León, Commento al Cantico dei cantici, p. 49.

[16] Luis de León, Commento al Cantico dei cantici, p. 50.

[17] Rashi di Troyes, Commento al Cantico dei cantici, p. 52.

[18] Origene, Commento al Cantico dei cantici, p. 108.

[19] Gregorio di Nissa, Commento al Cantico dei cantici, p. 49.

[20] Guglielmo di Saint-Thierry, Commento al Cantico dei cantici, 39, p. 74.

[21] Origene, Omelie sul Cantico dei Cantici, I,6, p. 50.

[22] Bernardo di Chiaravalle, Sermoni sul Cantico dei Cantici, XXV, 5, pp. 275-276.

[23] Guglielmo di Saint-Thierry, Commento al Cantico dei cantici, 39, pp. 73-74.

[24] Francesco di Sales, Trattato dell’amor di Dio, II, 14, p. 229.

[25] Bernardo di Chiaravalle, Sermoni sul Cantico dei Cantici, XXV, 3, p. 274.

[26] Gregorio Magno, In Canticum Canticorum, 33.

venerdì 20 maggio 2011

Cantico 2


Il profumo dell’amato

Sono inebrianti i tuoi profumi. Profumo olezzante è il tuo nome

Nell’intrattenersi con l’amato, alla giovane sembra di gustare la dolcezza del vino e di odorare profumi intensi. La relazione amorosa viene descritta come un’esperienza totalizzante in cui si fondono il senso del gusto e dell’olfatto; essa sembra sviluppare dei nuovi sensi.

L’effusione del profumo

Un profumo dal valore incalcolabile è stato riversato sulla terra. È lo stesso Cristo Signore. Ha potuto effondersi dappertutto quando venne infranto per noi nella sua passione. «Paolo parla di quest’effusione: pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio, ma annientò se stesso assumendo la forma di servo (Fil 2,6-7). Ciò che Paolo denomina come annientamento, il Cantico lo chiama effusione» [1]. «Era certamente di buon odore, ossia di pregio, l’unguento composto nell’Antico Testamento conforme alle indicazioni divine, quello con il quale venivano unti i re, i profeti e i sacerdoti. [Tuttavia] l’unguento della Chiesa contiene una tale efficacia, quale profumo ma anche quale medicina, da rendere perfettamente sani tutti i credenti; li costituisce re e sacerdoti e da oriente a occidente il profumo della conoscenza ha pervaso il mondo intero. Quale principio essenziale pensi che possa contenere [questo unguento] se non il nome di Cristo? Per ciò il testo dice: il tuo Nome è un unguento sparso. Uomini chiusi in un luogo dove ci sono dei cadaveri in putrefazione rischiano d’essere infettati; lo stesso avvenne per gli abitanti della terra in seguito alla caduta di Adamo. Quando il Nome dell’unico vero Dio venne introdotto e rinchiuso in un vaso corporeo nel mistero dell’incarnazione e quando questo vaso fu spezzato dai colpi inferti dai chiodi e dalla lancia, il profumo della sua conoscenza ha espulso dal mondo intero il fetore del diavolo» [2].

«Quando venne la pienezza dei tempi, si compì l’effusione del nome [di Cristo] mentre Dio effondeva lo Spirito sull’umanità. Già l’avevano i cieli, già era noto agli angeli. Fu rivelato fuori [sulla terra]. Olio sparso è il suo nome. Sparso davvero, in modo che, non solo ha riempito i cieli e la terra, ma è penetrato anche negli inferi. Splende quand’è predicato, nutre quand’è pensato, invocato lenisce e unge» [3].

Dio vuole, quindi, che anche noi riceviamo le qualità odorose del Cristo. «Il Padre lo ha unto di svariati profumi, lo ha fatto Cristo. Poteva venire altrimenti alla Sposa?» [4]. «Se lo Sposo mi toccherà, anchfio diventerò di buon odore, mi ungerò di unguenti e fino a me giungeranno i suoi profumi, così che potrò dire con gli Apostoli: Siamo il buon odore di Cristo in ogni luogo» [5].

Cristo ha ricevuto molti profumi o nomi. Sono le funzioni o i servizi che egli esercita per noi: è salvatore, luce, maestro, propiziatore. Ogni qualità di Cristo si trasforma in un nostra vantaggio; indicano i modi con i quali possiamo divenire partecipi di Lui. «[O Signore] ogni nome che ti viene attribuito non fa altro che indicare una certa relazione con noi, e ogni relazione con noi indicata da uno dei tuoi nomi non esprime altro che un tuo beneficio verso di noi. Come Signore, domini beneficando; come Gesù salvi, come Cristo, cioè unto re o sacerdote, governi o propizi per noi l'aiuto divino. Anche la relazione del Figlio al Padre per cui sei stato predestinato e costituito Figlio di Dio con potenza (cf. Rm 1,4) la conoscono quelli che hanno imparato a proclamare nello Spirito Santo: Abbà, Padre (Rm 8, 16). Per lo stesso motivo capiscono di essere diventati figli di Dio e tuoi fratelli, e sanno chi sei e quanto olio hai effuso su di noi, tu che proprio per questo ci hai redenti, o buon fratello» [6].

Sensi spirituali

Il Cantico parla di un certo tipo gusto spirituale e di un nuovo tipo di olfatto. L’esperienza mistica ha scoperto anche l’esercizio di sensi spirituali. «In noi esiste una duplice sensibilità, una fisica e l'altra più affine al divino; lo conferma la Sacra Scrittura in un versetto dei Proverbi: Troverai un senso divino (Pr 2,3-5). Esiste una corrispondenza tra le attività e le funzioni dell'anima e i sensi del corpo. Il bacio si avverte col tatto. Nel baciare le labbra si toccano ma esiste anche il tatto dell'anima col quale ella tocca il Verbo e lo sfiora mediante un contatto incorporeo e spirituale. Lo conferma l'apostolo scrivendo: Le nostre mani hanno toccato il Verbo della vita (I Gv 1,1). Non sono le narici a percepire il profumo dei santi unguenti ma possediamo un organo spirituale capace di assorbire il profumo di Cristo, ispirando lo spirito» [7].

Che cosa sono i sensi spirituali? I mistici nelle loro esperienze dichiarano di sentire o avvertire la presenza di Dio e parlano di una particolare sensibilità con la quale avvertono la sua vicinanza, per quanto Egli si dà a conoscere. Leggiamo un testo del mistico bizantino Callisto Patriarca. Dall’udito, passa a parlare della vista e in seguito del tatto (Cristo ci tocca fino a rivestirci di sé); infine parla dell’odorato e del gusto:

«Come loderò, o Signore, la tua gloria che è inaccessibile, come celebrerò la tua bontà infinita, io che sono uomo, che anzi ho un intelletto ben limitato? Eppure loderò e celebrerò per quanto possibile.

Ecco che giungo in qualche modo alla percezione della tua gloria e bontà e la mia anima con tutta la forza aderirà a te. Udendo te avrò, com'è giusto, timore di te. La mia mente esce di sé per tutto ciò che è in te. Tu, Verbo altissimo, hai bussato alla porta, cioè all'udito della sposa nel Cantico dei Cantici, lei il cui cuore si è turbato a causa tua e che, in estasi, anch'essa ha cercato appassionatamente di vederti, gridando: Mostrami la tua faccia e fammi udire la tua voce, poiché bella è la tua faccia e dolce la tua voce. Infatti, com'è naturale, amava dire ciò che anche Giobbe diceva: Con l'udito... prima udivo di te, ma ora il mio occhio ti ha veduto… Tu rifulgi ineffabilmente, e illumini, per disporre così a vedere realtà soprannaturali, ricchezze della grazia e della verità, e per disporre ad allietarsi mirabilmente. Pertanto, per amore dell'uomo, non solo ti rendi tale da poter essere afferrato dall'udito e dalla vista, ma anche dal tatto. Dice il discepolo diletto: Ciò che abbiamo udito, ciò che abbiamo visto..., ciò che abbiamo contemplato e le nostre mani hanno palpato del Verbo della vita... .

Se poi ti fai anche veste per i credenti, è chiaro che raggiungi il loro tatto intellettuale e divino, o Buono. Quanti infatti sono stati felicemente battezzati in te, hanno anche rivestito te… Di quale letizia non è causa vedere te circondare come luce soprannaturale inaccessibile chi è preso da Dio?

Così senza dubbio per l'infinita abbondanza del tuo amore, tu ti rendi anche sensibile all'odorato delle narici spirituali, per quelli che possiedono fede sana, e anche in questo senso dai sollievo ai tuoi perché unguento effuso è il tuo nome…

Ma divieni anche gusto per i credenti, cena, cibo e bevanda vera dell'anima... Mangeranno i miseri e saranno saziati, i poveri in Spirito, e per l'eccesso di soavità di quel gusto loderanno te. Essendo eterno, tu rendi incorruttibili quelli che mangiano te.

Così tu rallegri i tuoi nutrendoli tramite ogni facoltà di percezione spirituale, o Signore amantissimo delle anime, divenendo per loro luce, vita, fruizione svariata di beni sovranostanziali. Benedetto sei, o Gesù, manna spirituale del cielo, che infinitamente nutri in mille maniere. Gloria all'amore ineffabile che hai per noi, alla tua indicibile pietà e tolleranza, o Sovrano. Amen» [8].

Come interpretare l’nsorgenza di una sensibilità spirituale? Seguo i suggerimenti di A. Poulain.

In primo luogo essa non è un frutto della nostra immaginazione grazie la quale possiamo ricordarci colori, suoni e profumi. I sensi spirituali non sono sensi immaginativi ma piuttosto di ordine puramente intellettuale. Inoltre i mistici, parlando di questi sensi, non intendono servirsi di semplici metafore ma piuttosto di analogie strette con la realtà vissuta. Essi non parlano di aver visto Dio realmente ma di averlo sentito, come se manifestasse la sua presenza in una specie di possessione interiore. Anziché evidenziare vista ed udito, i mistici si servono degli altri sensi: gustare, odorare, toccare. Si sentono immersi in lui e nuotano in lui.

Per quanto riguarda la motivazione teologica per la quale si attivano i sensi spirituali e si vive l’esperienza appena descritta, il Poulain dichiara: «Dio può essere non solamente veduto e ascoltato, ma respirato e abbracciato con una dolce stretta. E da ciò vediamo, quanto sarà compiuta, nella vita eterna, la nostra felicità ; giacché Dio non solamente si farà vedere, ma si donerà. Alcuni cristiani si foggiano un concetto 'incompiuto del cielo ; perché essi sanno che vi si vedrà Dio, e che si godrà del magnifico spettacolo della sua natura divina ; ma questo è tutto. Essi se lo immaginano come un principe severo, appartato sul suo trono, che tiene alteramente in distanza i suoi sudditi, ammettendoli solo alla parte di spettatori. Ma ben più di questo farà Iddio; poiché egli vuol essere l'aria imbalsamata, che noi respiriamo; la bevanda, che c'inebrierà; la vita della nostra vita; il nostro amante appassionato. Egli ci darà il bacio della sua bocca e riceverà il nostro ; e non sarà contento finché non sarà compenetrato e quasi identificato con questa cara anima, che si è data a lui; giacché egli vuole la compenetrazione intima e scambievole. Il cielo dunque non è solo la vista di Dio, ma è quasi l'immedesimamento con Dio, nell'amore e nel godimento. E se questo quasi immedesimamento non avesse luogo, l'anima ne sentirebbe una sete insaziabile. E come potrebbe vedersi la bontà divina, senza precipitarsi verso di essa?» [9].

Quella dei sensi spirituali non è tuttavia l’esperienza mistica più importante e il credente deve saper affrontare anche la cosidetta assenza di Dio. Essa, comunque, rivela che Dio vuole donarsi interamente all’uomo e che il rapporto con lui non è riducibile alla sola vista o al solo intelletto. Saremo in Dio, Dio sarà in noi. Anzi siamo già da sempre in Lui ed Egli è in noi.



[1] Gregorio Magno, In Canticum Canticorum, I, 2, 21.

[2] Apponio, Commento al Cantico, I, 23.

[3] Bernardo di Chiaravalle, Sermoni sul Cantico dei Cantici, XV, 2-6, pp. 159-163.

[4] Origene, Omelie sul Cantico dei Cantici, I,3, p. 43.

[5] Origene, Omelie sul Cantico dei Cantici, I,2, p. 41.

[6] Guglielmo di Saint-Thierry, Commento al Cantico dei cantici, 34, p. 69.

[7] Gregorio di Nissa, Commento al Cantico dei cantici, p. 41.

[8] Callisto Patriarca, Capitoli sulla preghiera, 64-65, Filocalia 4, pp. 372-375.

[9] A. Poulain, Delle grazie d’orazione. Teologia mistica, p. 104.

lunedì 4 aprile 2011

Il racconto del paradiso (GENESI (2)


L’uomo fa esperienza del peccato. Il testo biblico spiega che cosa esso sia e come avvenga. Attraverso queste pagine ogni uomo è aiutato a conoscere se stesso guardandosi come in uno specchio.

La seduzione

Il serpente raffigura una cultura intrisa di falsa sapienza, alternativa a Dio o, anche, la stessa animalità presente nell’uomo che egli dovrebbe dominare, soprattutto quando assume la forma di bramosia che vuol prendere tutto per se e per se soltanto (Wenin). Forse l’autore presenta nella forma di un dialogo tra il serpente e la donna, lo svolgersi di una riflessione nel cuore dell’uomo.

Il rettile stravolge il contenuto e il senso del comando divino, insinuando che trasgredire sia un atto d’intelligenza e l’acquisizione di un’opportunità negata. Insinua che Dio e uomo sono rivali in concorrenza fra loro: l’uomo per essere pienamente se stesso, dovrebbe sbarazzarsi di Dio. Così è erosa alla radice la fiducia dell’uomo in Dio, che è il nucleo della fede e del rapporto normale con Lui.

3.1 Il serpente era il più astuto di tutti gli animali selvatici che Dio aveva fatto e disse alla donna: «È vero che Dio ha detto: Non dovete mangiare di alcun albero del giardino?».

Nella persona umana può insinuarsi il sospetto che il comando di Dio contraddica il suo vero benessere. «Osservate la malignità del serpente. Con la sua domanda, come se avesse a cuore la loro situazione, li stimola a pensare su ciò che Dio non aveva affatto proibito. Il demonio sembra suggerire loro: perché Dio vi ha privati di una gioia tanto grande? Vi ha donato le cose che potete vedere ma vi ha proibito un piacere ben più grande. Sarebbe stato opportuno non parlare neppure con lui. Eva avrebbe dovuto piuttosto parlare con Dio, per mezzo del quale tutto era stato creato e della cui grandezza erano stati resi partecipi» [1].

2 Rispose la donna al serpente: «Dei frutti degli alberi del giardino noi possiamo mangiare, ma del frutto dell'albero che sta in mezzo al giardino Dio ha detto: Non ne dovete mangiare e non lo dovete toccare, altrimenti morirete».

Eva, ormai erosa dal dubbio, esagera la portata nel comandamento di Dio (- e non lo dovete toccare -) proprio mentre intende difenderlo. Qualcosa del messaggio del serpente è già a filtrato nel suo cuore. Incauta, prosegue a dialogare con chi è più astuto di lei e può trarla in rovina. «Non lasciatevi ingannare: le cattive compagnie corrompono i buoni costumi» (1 Cor 15, 33).

«Eva avrebbe dovuto dire al serpente: taci, impostore! Tu non conosci il senso del comandamento. Dio non ci ha proibito di mangiare qualsiasi frutto, ma, per la sua immensa bontà ci ha permesso di godere e di usufruire d’ogni bene. Ci ha chiesto di astenerci soltanto da un frutto affinché non moriamo. Avrebbe dovuto opporre questi argomenti e troncare ogni discorso. Invece spiegò il comando divino ma intanto si espose ad accogliere altri suggerimenti. In pratica Eva si mise a dare perle ai porci. Gesù proibisce di fare questo (cf Mt 7,6)» [2].

Noi siamo in grado di respingere la tentazione soltanto se contiamo sull’aiuto di Dio. «La buona volontà dell’uomo ha bisogno dell’aiuto di Dio. Anzi la scelta di compiere il proprio dovere è già una cosa divina e un dono della sua bontà» [3].

La trasgressione

La donna, sola davanti all'albero, giunge alla decisione attraverso una sequenza di sensazioni: il frutto è appetibile (allusione al moto dei sensi esterni che risveglia il desiderio), è seducente per gli occhi (la percezione estetica), è desiderabile per ottenere sapienza (l'allettamento intellettuale, ancora più capace a convincere l'uomo, che è un cercatore di "sapere"). Prevale la sensazione che prevale del tutto sulla razionalità.

Dopo la trasgressione, s’aprono loro gli occhi ma per sperimentarsi più poveri: incapaci di comunicare fra loro in profondità (sentirsi nudi, imbarazzati di fonte allo sguardo dell’altro) e paurosi con Dio.

Ma il serpente disse alla donna: «Non morirete affatto! Anzi, Dio sa che il giorno in cui voi ne mangiaste, si aprirebbero i vostri occhi e sareste come Dio, conoscendo il bene e il male». Allora la donna vide che l'albero era buono da mangiare, gradevole agli occhi e desiderabile per acquistare saggezza; prese del suo frutto e ne mangiò, poi ne diede anche al marito, che era con lei, e anch'egli ne mangiò. Allora si aprirono gli occhi di tutti e due e si accorsero di essere nudi; intrecciarono foglie di fico e se ne fecero cinture.

Non morirete affatto! Il sepente «non si accontenta di opporsi alle parole divine ma accusa il Creatore di essere un Dio invidioso» [4]. «Egli è stato omicida fin dal principio (Gv 8, 44). Il diavolo è detto omicida perché seminò nell’uomo una parola perversa e così lo uccise. Non credere di poter sfuggire all’accusa di omicidio quando spingi il tuo fratello al male. Se lo induci al male, tu lo uccidi» [5].

Sareste come Dio. Dio vuole che noi diveniamo come lui ma a quel modo con cui Egli lo è. Gesù, ci ha mostrato il vero modo di diventare dio, quando, pur trovandosi nella condizione divina, ha accettato di svuotarsi d’ogni privilegio per il nostro vantaggio (Fil 2): «Avrebbero raggiunto quest’obiettivo della deificazione, se solo avessero vissuto sotto il loro Dio e avessero osservato il comandamento ricevuto» [6].

Vide che l’albero era gradevole. «C’è il bene vero e il bene apparente. La facoltà che discerne è l’intelligenza: o raggiungiamo il vero bene o, per un inganno dell’apparenza, otteniamo l’opposto. Una cagna vedendo nell’acqua un riflesso del cibo che stringeva in bocca, lasciò il cibo vero e volendo afferrare l’apparenza, rimase affamata. L’intelligenza, tratta in inganno proprio nel suo desiderio di vero bene, fu distolta versò ciò che non ha esistenza» [7].

Anch’egli ne mangiò. «Lo so Signore: l’uomo non è padrone della sua via, chi cammina non è in grado di dirigere i suoi passi» (Ger 10,23). «Appagarono la concupiscenza della carne, gustando l’albero interdetto. Seguirono la concupiscenza degli occhi, perché vollero che i loro occhi si aprissero. Accolsero la superbia mondana, con il credere di poter diventare ciò che Dio è (cf Gv 2, 16). Cupidigia e superbia costituiscono un unico male: non posso commettere alcun peccato senza soddisfare un piacere malvagio, come richiede la cupidigia e senza disprezzare i comandamenti di Dio, come impone la superbia» [8].

Si accorsero d’essere nudi. «Sì, Dio ha creato l’uomo per l’incorruttibilità, l’ha fatto immagine della propria natura. Ma per l’invidia del diavolo la morte è entrata nel mondo e ne fanno esperienza coloro che le appartengono» (Sap 2,23-24). In che cosa consiste in primo luogo l’esperienza della privazione mortale rappresentata dalla nudità? L’uomo possiede i beni presenti nel mondo ma è stato creato anche e soprattutto «perché goda e gioisca con Dio, di Dio, e di tutto il resto in lui solo. Il suo male è allontanarsi da questa conversione a Dio, da questa ricerca e desiderio» [9]. «Ci hai fatti per te, Signore, e il nostro cuore non ha posa finché non riposa in te» [10].

Punti di meditazione

«Cosa sia l’uomo vecchio e anche cosa sia l’uomo nuovo. Vedi, il vecchio è Adamo, la disubbidienza, la seità, l’egoità ecc. Invece l’uomo nuovo è Cristo e l’ubbidienza. Quando si parla del morire, si intende che l’uomo vecchio deve essere annientato, e, se ciò accade in una vera luce divina, allora nasce al suo posto l’uomo nuovo. Si dice anche che l’uomo deve morire a se stesso, ovvero che deve morire l’egoità e la seità dell’uomo. Ne parla san Paolo: «Spogliatevi dell’uomo vecchio e delle sue opere, e rivestitevi dell’uomo nuovo, creato e formato secondo Dio» (Ef 4,22.24). Chi vive nella sua seità e secondo l’uomo vecchio, si chiama ed è figlio di Adamo. Può vivere in tale stato così profondamente da essere anche figlio e fratello del demonio. Invece chi vive nell’ubbidienza e nell’uomo nuovo, è fratello di Cristo e figlio di Dio. Se fosse possibile che un uomo si liberasse da se stesso, stando in vera ubbidienza, come lo fu Cristo in quanto uomo, allora quell’uomo sarebbe senza peccato ed anche una cosa sola con Cristo, e per grazia lo stesso che Cristo fu per natura. Sta anche scritto: quanto più diminuisce il mio «io», ovvero l’egoità e la seità, tanto più si accresce in me l’«io» di Dio, che è Dio stesso. Lo si tenga presente: se l’uomo in questa ubbidienza fosse una cosa sola con Dio, un tale uomo sarebbe Dio stesso. Vedi, anche se probabilmente nessun uomo sta in questa ubbidienza così totalmente e puramente come Cristo, tuttavia è possibile all’uomo approssimarvisici tanto da essere ed esser chiamato divino e divinizzato. E quanto più l’uomo vi si approssima e diventa uomo divino e divinizzato, tanto più gli dispiace ogni disubbidienza, peccato, ingiustizia» [11].

Dio cerca i peccatori

La dialettica colpa – punizione vuole esprimere la connessione tra un’azione sbagliata e la negatività che da questa ne consegue. Il linguaggio biblico, che fa derivare tutto da Dio in modo diretto, potrebbe far dimenticare che il Signore resta sempre il Dio della vita. Rimanendo sempre presente tra gli uomini, Egli li aiuta a superare le situazioni negative, anche drammatiche, che spesso derivano da intenzioni inique. Dio cerca di svelare il peccato non con l’intenzione di umiliare, ma con quella di recuperare il peccatore. Gli uomini possono soltanto constatare il delitto e infliggere i castighi, ma Dio può e vuole liberare l’uomo dal suo male e incoraggiarlo a perseguire il bene (pensiamo alla lotta tra il serpente e l’uomo nel v. 3,15).

8 Poi udirono il rumore dei passi del Signore Dio che passeggiava nel giardino alla brezza del giorno e l'uomo, con sua moglie, si nascose dalla presenza del Signore Dio, in mezzo agli alberi del giardino. 9 Ma il Signore Dio chiamò l'uomo e gli disse: «Dove sei?». 10 Rispose: «Ho udito la tua voce nel giardino: ho avuto paura, perché sono nudo, e mi sono nascosto».

Udirono il rumore dei passi del Signore. «Dio, quando vide che avevano peccato e si erano esposti alle sue minacce, vuole rassicurarli. Non smette d’essere buono. Continua ad essere se stesso, come lo è un padre tenerissimo che vede la degradazione del figlio. Si commuove nelle viscere, non lo abbandona ma gli presta soccorso; sollevandolo un po’ alla volta dalla sua umiliazione, lo riporta alla dignità di prima. Allo stesso modo Dio ha avuto pietà dell’uomo. Come un medico s’avvicina al malato, subito Egli si reca in soccorso di chi sta male e si trova all’estremo» [12].

Si nascose dal Signore Dio. «Quando Adamo disse: ho udito la tua voce e ho avuto paura, era ormai decaduto dalla sua santità, era già divenuto indegno di contemplare Dio. Com’è sereno chi è in pace con la coscienza! Quanta inquietudine e umiliazione sono presenti nel cuore di chi si vergogna d’aver peccato!» [13]. «Non voglio nascondermi come Adamo dal volto di chi vede tutto, che approvi o disapprovi quel che vede. Al contrario, cerco il tuo volto, Signore. Mi darai l’agilità di spirito per capire quello che ti riguarda» [14].

Ma il Signore chiamò l’uomo: Adamo, dove sei? «Renditi conto e prova quanto è triste e amaro abbandonare il Signore, tuo Dio, e non avere più timore di me» (Ger 2,19). «Con il suo stile misericordioso, Dio ci offre un insegnamento: quando esercitiamo il ruolo di giudice, non dobbiamo parlare al reo in modo inumano né aggredirlo con crudeltà. Dobbiamo usare piuttosto molta tolleranza e pazienza, come se trattassimo con le nostre stesse membra. Considerando che i colpevoli sono uomini come noi, dobbiamo diluire la durezza con la misericordia» [15].

Ho udito la tua voce nel giardino: ho avuto paura. «Adamo pensò di nascondersi non appena avvertì la presenza divina. Tentò di celarsi, quantunque lo chiamasse con parole che dovevano trafiggere il suo cuore: Adamo dove sei? Per quale motivo vuoi evitare il Signore che desideravi vedere? La colpa rimorde la coscienza al punto tale che, anche senza il giudice, si punisce da se stessa e desidera occultarsi. Non riesce, però, a celarsi agli occhi di Dio» [16].

Il decadimento provocato dal peccato non riguarda soltanto i singoli uomini ma anche nazioni intere, come risulta da questo oracolo rivolto al principe di Tiro: «Tu eri un modello di perfezione, pieno di sapienza, perfetto in bellezza in Eden, giardino di Dio. Perfetto tu eri nella tua condotta, da quando sei stato creato, finché fu trovata in te l’iniquità. Crescendo i tuoi commerci ti sei riempito di violenza e di peccati» (Ez 28,12-16).

Inchiesta

Il serpente non è interrogato perché esso rappresenta il male, mentre Dio interpella gli uomini perché sono responsabili delle loro azioni e non dipendono da qualche fatalità incoercibile. Il brano mette in risalto la difficoltà che abbiamo a riconoscerci peccatori o almeno di riconoscere la permanente inclinazione al male. Vivendo nell’oscurità della colpa, diventiamo ostili a Dio e agli altri: «Se camminiamo nella luce, come egli è nella luce, siamo in comunione gli uni con gli altri» (1 Gv 1, 7). Vivere nella grazia di Dio ci rende capaci di comunione con il fratello. «A mano a mano che si avviciniamo a Dio, ci avviciniamo gli uni agli altri, e quanto più ci avviciniamo l’un l’altro, ci avviciniamo a Dio» [17]. Ma il camminare nella luce non significa essere innocenti, quanto piuttosto intraprendere con decisione il lungo cammino di liberazione.

11 Riprese: «Chi ti ha fatto sapere che eri nudo? Hai forse mangiato dell'albero di cui ti avevo comandato di non mangiare?». 12 Rispose l'uomo: «La donna che tu mi hai posta accanto mi ha dato dell'albero e io ne ho mangiato». 13 Il Signore Dio disse alla donna: «Che hai fatto?». Rispose la donna: «Il serpente mi ha ingannata e io ho mangiato».

Riprese: «Chi ti ha fatto sapere che eri nudo? «Io ti avevo piantato come vigna pregiata, tutta di vitigni genuini; come mai ti sei mutata in tralci degeneri di vigna bastarda?» (Ger 2,21). «Osserva la profondità della bontà divina, Egli parla come un amico parla all’amico e rivolge domande a chi aveva trasgredito i suoi precetti» [18].

Rispose l'uomo: «La donna mi ha dato il frutto». «Dio gli domanda: perché hai peccato? Lo esortava a chiedere perdono. Ma dov’è la risposta “perdono”? Nessuna umiliazione, nessun pentimento, anzi il contrario; e gli risponde: “la donna che mi hai dato mi ha ingannato”. Non dice: la mia donna ma la donna che tu mi hai dato, come a dire: la disgrazia che mi hai fatto cadere sul capo. Quando l’uomo non è capace di rimproverare se stesso, non esita neppure ad incolpare Dio» [19]. «In realtà non c’era stata alcuna coercizione; Adamo aveva deciso assecondando il suo volere. Eva diede il frutto al marito, non lo costrinse a mangiarlo. Anche lei, tentando di allegare qualche scusa, non aveva detto che era stata costretta dal serpente e che aveva mangiato contro il suo volere. Il serpente ha predisposto l’imbroglio, ma il farsi ingannare o meno, era dipeso da lei. Al nemico della nostra salvezza bastava indurre in errore con le sue insinuazioni; in questo modo fece tutto ciò che poteva fare senza dover costringere» [20]. «Eva ha peccato, ma anche Adamo: il serpente ingannò entrambi. Non c’è stata una parte più debole e una più forte. Ora Cristo salva l’uno e l’altra con le sue sofferenze. Si è incarnato per la salvezza dell’uomo? L’ha fatto anche per quella della donna» [21].

Rispose la donna:.. «Vedi come Eva scusi le sue colpe! Come l’uomo ha cercato di gettare la colpa sulla moglie, anche questa, vedendo che non poteva negare il fatto, si mette ad accusare il serpente» [22]. «Dopo aver parlato con Adamo, Dio si rivolse alla donna, come intendendo dire: almeno tu, chiedi perdono e possa ricevere misericordia. Di nuovo non ci fu alcuna richiesta di perdono. Rispose dicendo: il serpente mi ha ingannata. Come a dire: se ha peccato lui, io che c’entro? Poveri meschini! Riconoscete la vostra caduta, abbiate pietà della vostra nudità ma nessuno di loro si degnò d’incolpare se stesso» [23].

«Nella Chiesa si arreca disonore con il non confessare le colpe, giacché tutti siamo peccatori. In essa merita di più chi è più umile, ed è più giusto chi accusa se stesso con più grande verità» [24]. «Mi sono imbattuto più spesso in persone che hanno conservato la loro innocenza che non in gente che abbia atteso a pentirsi con coerenza» [25].

«Anche se ti lavassi con soda e molta potassa, resterebbe davanti a me la macchia della tua iniquità» (Ger 2,22).

Punizioni e nuova speranza

Il serpente viene maledetto: il male è il contrario di Dio ed è destinato alla sterilità, all’annullamento, mentre il peccatore può essere recuperato. «Lasciati correggere, o Gerusalemme, perché io non mi allontani da te e non ti riduca a un deserto, a una terra disabitata» (Ger 6,8).

14 Allora il Signore Dio disse al serpente: «Poiché hai fatto questo, sii tu maledetto fra tutto il bestiame e fra tutti gli animali selvatici! Sul tuo ventre camminerai e polvere mangerai per tutti i giorni della tua vita. Io porrò inimicizia fra te e la donna, fra la tua stirpe e la sua stirpe: questa ti schiaccerà la testa e tu le insidierai il calcagno».

Sii tu maledetto. «Non pensare che queste espressioni si trovino solo nell’Antico Testamento ma ne troverai di simili anche nei Vangeli (cf. Mt 23, 29; 25,41). Quando Dio maledice, emette la sentenza come chi non può ingannarsi né sulla natura del peccato, né sui sentimenti del peccatore. L’uomo, invece, non ha diritto di maledire perché non può conoscere l’intenzione l’animo di un altro. Nell’uomo è il vizio, ossia l’aggressività, a proferire maledizioni, quando è provocato da oltraggi» [26].

Io porrò inimicizia tra te e la donna, tra la tua stirpe e la sua stirpe: questa ti schiaccerà la testa e tu le insidierai il calcagno. «Ha umiliato il serpente, il diavolo, e lo ha posto sotto i nostri piedi; ci ha donato la capacità di camminargli sopra la testa. Il messaggio corrisponde a quello del Vangelo: Ecco vi ho dato il potere di camminare sopra serpenti e scorpioni, sopra tutta la potenza del nemico: nulla potrà danneggiarvi (Lc 10, 19). Da queste parole puoi intuire la benevolenza di Dio per gli uomini [27].

«Gesù vuole fare cose meravigliose sempre; vuole trionfare su spiriti del male in cielo con esseri della terra. Diceva che chi crede in lui non solo farà le cose che egli ha fatto, ma farà cose maggiori di queste. In verità mi sembra più grande che un uomo posto nella carne, fragile e caduco, armato soltanto della fede in Cristo e della sua parola, possa trionfare delle legioni dei demoni. Anche se è Lui a vincere in noi, dice che è più grande cosa vincere mediante noi che vincere da se stesso» [28]. «Preghiamo affinché i nostri piedi siano tali, tanto belli e tanto forti da poter schiacciare la testa del serpente, perché non riesca più a mordere il nostro calcagno. Chi milita sotto Gesù deve ritornare dalla battaglia incolume, senza contaminarsi nel cuore e senza offrire spazio – con l’ira, l’avarizia e qualunque altra occasione – alle ferite del demonio» [29].

16 Alla donna disse: «Moltiplicherò i tuoi dolori e le tue gravidanze, con dolore partorirai figli. Verso tuo marito sarà il tuo istinto, ma egli ti dominerà». 17 All'uomo disse: «Poiché hai ascoltato la voce di tua moglie e hai mangiato dell'albero, di cui ti avevo comandato: Non ne devi mangiare, maledetto sia il suolo per causa tua! Con dolore ne trarrai il cibo per tutti i giorni della tua vita. 18 Spine e cardi produrrà per te e mangerai l'erba campestre. 19 Con il sudore del tuo volto mangerai il pane; finché tornerai alla terra, perché da essa sei stato tratto: polvere tu sei e in polvere tornerai!». 20 L'uomo chiamò la moglie Eva, perché essa fu la madre di tutti i viventi.

Alla donna disse… I momenti più belli dell’esistenza, come l’innamoramento o il parto, spesso sono deturpati dalla violenza o rattristati dal dolore. L’autore biblico non afferma che deve essere così ma che questa situazione è ben lontana da ciò che Dio aveva previsto.

Eva è recuperata da Maria, madre di Gesù: «Mentre Eva, sviata dal messaggio del diavolo, disobbedì alla parola divina e si alienò da Dio, Maria invece, guidata dall'annuncio dell'angelo, obbedì alla parola divina e meritò di portare Dio nel suo grembo. Quella dunque si lasciò sedurre e disubbidì, questa si lasciò persuadere e ubbidì. In tal modo la vergine Maria poté divenire avvocata della vergine Eva» [30].

Maledetto sia il suolo per causa tua! «Osserva la bontà divina: punisce il serpente e l’uomo. Al primo aveva detto: sii maledetto sulla terra, ma all’altro non parla così. Che cosa gli dice: sia maledetta la terra» [31]. «Adamo aveva ricevuto questa condanna: per causa tua la terra sia maledetta, ti produrrà triboli e spine. Per cancellare la condanna, Gesù accettò le spine. Fu sepolto sottoterra per dare alla terra maledetta non più maledizione ma benedizione. Fu seppellito in un giardino, piantato come vite, come aveva detto di se stesso: Io sono la vera vite (Gv 15, 1)» [32].

Con il sudore del tuo volto mangerai il pane. «Si tratta di una punizione che perdura nei secoli; dev’essere utile non soltanto a Adamo ma anche ai suoi posteri, che saranno educati da questi provvedimenti. In ogni epoca, la sofferenza ti servirà da guida perché tu eviti ogni eccesso. Avrei voluto che, sgravato da tutti questi fastidi, godessi in piena libertà, ma questa condizione di favore non ti fu utile affatto» [33].

Finché tornerai alla terra, perché da quella sei stato tratto: polvere tu sei e in polvere tornerai!. «L’uomo si decompone e torna alla terra, allo scopo però, una volta gettata via l’impurità che porta con sé, di essere ricostituito mediante la risurrezione nella sua forma originaria» [34]. «La natura umana, prima che fosse assunta dal Creatore, era terra, non era cielo. Ecco perché all’uomo peccatore è stato detto: sei terra e in terra andrai. Ma dopo che fu assunta dal Creatore e fu innalzata al cielo, quella che era terra diventò cielo» [35].

Punti di meditazione

La vittoria del Cristo. «Cristo sconfisse il diavolo che al principio, per mezzo di Adamo, ci aveva fatti tutti suoi prigionieri. Schiacciò il capo del serpente secondo la parola di Dio riferita nella Genesi: «Porrò inimicizia tra tè e la donna, tra la tua stirpe e la sua stirpe: questa ti schiaccerà la testa e tu le insidierai il calcagno» [Gn 3, 15). Il genere umano era sprofondato nella morte a causa dell'uomo sconfitto. Ora risaliva alla vita a causa dell'uomo vittorioso» [36].
Il privilegio straordinario di Maria. «Dio ineffabile, avendo deciso di portare a compimento l'opera primitiva della sua bontà con un mistero ancora più profondo – l'incarnazione del Verbo – , dispose che al Figlio suo Unigenito fosse assicurata una Madre dalla quale Egli, fatto carne, sarebbe nato nella pienezza dei tempi. E tale Madre circondò di tanto amore, preferendola a tutte le creature, da compiacersi in Lei sola con un atto d’esclusiva benevolenza. Per questo, attingendo dal tesoro della divinità, la ricolmò – assai più di tutti gli spiriti angelici e di tutti i santi – dell'abbondanza di tutti i doni celesti in modo tanto straordinario, perché Ella, sempre libera da ogni macchia di peccato, tutta bella e perfetta, mostrasse quella perfezione di innocenza e di santità da non poterne concepire una maggiore dopo Dio, e che nessuno, all'infuori di Dio, può abbracciare con la propria mente. Era certo sommamente opportuno che una Madre degna di tanto onore rilucesse perennemente adorna degli splendori della più perfetta santità e, completamente immune anche dalla stessa macchia del peccato originale, riportasse il pieno trionfo sull'antico serpente» (Dalla Costituzione apostolica Ineffabilis Deus di Pio IX, 8 dicembre 1854).
Aspetti sociali del paradiso. Ricordare il progetto originario di Dio è utile per discernere con sguardo profetico la condizione storica degli uomini e operare per un ristabilimento di rapporti riconciliati nella fraternità. Ad esempio, il monastero deve essere un luogo edenico, un segno profetico di carità: «Tra i fratelli c'è una tale unità, […] che le cose dei singoli sono di tutti, e tutto è di ciascuno. Non si fa alcuna preferenza di persone, e non c'è nessuna considerazione per l'origine sociale. Solo la necessità crea la diversità, solo la malattia produce la disparità. Infatti quello che è frutto del lavoro comune di tutti è distribuito ai singoli, non come detterebbe l'affetto carnale o un'amicizia personale, ma secondo quant’è necessario a ciascuno [37].

Alle soglie del paradiso

Ora l’uomo vive come in esilio, fuori del giardino. Dio intende evitare che l’umanità continui ad usare le proprie possibilità e la propria libertà per procurarsi danni più rilevanti e per questo li educa mediante le vicende dolorose della vita. Li protegge nella sventura che si sono procurati (il dono del vestito). Ora l’uomo deve impegnarsi per ottenere la comunione con Dio e con i fratelli. I cherubini custodiscono la via all’albero della vita ma non l’interdicono in modo assoluto. «L’intenzione di Dio non è quella di vietare l’accesso all’albero della vita, quanto invece di preservarlo, sorvegliandolo» (Wenin). Viene esclusa di nuovo la bramosia distruttrice. L’accesso rimane aperto per chi desidera avvicinarsi in modo adeguato. Bisogna proporsi di vivere secondo Dio e non secondo un’istintività immediata ed accaparratrice. Ora lo stato di pacificazione non è più un dato già acquisito ma un progetto da perseguire.

21 Il Signore Dio fece all'uomo e alla donna tuniche di pelli e li vestì. 22 Il Signore Dio disse allora: «Ecco l'uomo è diventato come uno di noi, per la conoscenza del bene e del male. Ora, egli non stenda più la mano e non prenda anche dell'albero della vita, ne mangi e viva sempre!». 23 Il Signore Dio lo scacciò dal giardino di Eden, perché lavorasse il suolo da dove era stato tratto. 24 Scacciò l'uomo e pose ad oriente del giardino di Eden i cherubini e la fiamma della spada folgorante, per custodire la via all'albero della vita.

Per custodire la via all’albero della vita. L’uomo ora sperimenta l’esilio ma anche parziali reintegrazioni nel paradiso, in attesa della reintegrazione definitiva che avverrà nel Cristo. «Dio cacciò i progenitori dal paradiso. Tuttavia Egli può suscitare figli anche dalle pietre e può far diventare puro un uomo corrotto. Può fare della terra il luogo della quiete, del Paradiso» [38]. «Ciascuno custodisca la parola nel cuore come in un paradiso, possa godere della grazia senza prestare ascolto al serpente. In questo paradiso entrò Noè, che aveva custodito e messo in pratica il comandamento e, grazie alla sua carità, sfuggì alla collera. Abramo custodì questo paradiso e udì la voce di Dio. Lo custodì Mosè e ricevette la gloria sul volto…» [39].

«Vivendo tutti in Adamo, cademmo quando anch’egli cadde. Avendo ormai cominciato a vivere nel Cristo, con lui risorgiamo. Tutti i beni che abbiamo potuto avere in quello, li abbiamo perduti; in questo otterremo beni ancora più grandi, e da possedere in eterno. Adamo ci portò via il paradiso, Cristo ci donò il cielo» [40].

«Il lupo dimorerà insieme con l’agnello; la mucca e l’orsa pascoleranno insieme. Il lattante si trastullerà sulla buca dell’aspide. Non agiranno più iniquamente poiché la saggezza del Signore riempirà il paese» (Is 11,6-9). «Quella terra desolata, che agli occhi di ogni viandante appariva un deserto, sarà ricoltivata e si dirà: la terra, che era desolata, è diventata ora come il giardino dell’Eden. I popoli sapranno che Io, il Signore, ho ricostruito ciò che era distrutto» (Ez 36,34).


[1] Giovanni Crisostomo, In Genesim homiliae, XVI, 2.

[2] Giovanni Crisostomo, In Genesim homiliae, XVI, 2-3.

[3] Gregorio di Nazianzo, Orazione 37, 10.

[4] Giovanni Crisostomo, In Genesim homiliae, XVI, 2-3.

[5] Agostino, Commento al Vangelo di Giovanni, 42, 11.

[6] Giuliano Pomerio, La vita contemplativa, II, XIX, 1.

[7] Gregorio di Nissa, La Grande Catechesi, XXI, 4.

[8] Giuliano Pomerio, La vita contemplativa, II, XIX, 2 e III, IV, 2.

[9] Isacco della Stella, Sermoni, 25, 3.

[10] Agostino, Confessioni, 1, 1.

[11] Anonimo, Teologia tedesca, 16.

[12] Giovanni Crisostomo, In Genesim homiliae, XVII, 1.

[13] Giuliano Pomerio, La vita contemplativa, II, XVIII, 2.

[14] Guglielmo di Saint-Thierry, Commento al Cantico dei cantici, 150.

[15] Giovanni Crisostomo, In Genesim homiliae, XVII, 3.

[16] Ambrogio, La Penitenza, II, 11, 103.

[17] Doroteo di Gaza, Insegnamenti spirituali, 78.

[18] Giovanni Crisostomo, In Genesim homiliae, XVII, 4.

[19] Doroteo di Gaza, Insegnamenti spirituali, I, 9.

[20] Giovanni Crisostomo, In Genesim homiliae, XVII, 5.

[21] Gregorio di Nazianzo, Orazione 37, 7.

[22] Giovanni Crisostomo, In Genesim homiliae, XVII, 13.

[23] Doroteo di Gaza, Insegnamenti spirituali, I, 9.

[24] Ambrogio, La Penitenza, II, 10, 91.

[25] Ambrogio, La Penitenza, II, 10, 96.

[26] Origene, Omelie sui Numeri, XV, 3.

[27] Giovanni Crisostomo, In Genesim homiliae, XVII, 7.

[28] Origene, Omelie sui Numeri, VII, 6.

[29] Origene, Omelie su Giosuè, XII, 2.

[30] Ireneo di Lione, Contro le eresie, V, 19, 1.

[31] Giovanni Crisostomo, In Genesim homiliae, XVII, 9.

[32] Cirillo di Gerusalemme, Catechesi, XIII, 18; XIV, 11.

[33] Giovanni Crisostomo, In Genesim homiliae, XVII, 9.

[34] Gregorio di Nissa, La Grande Catechesi, VIII, 3.

[35] Gregorio Magno, Omelie su Ezechiele, I, VII, 19.

[36] Ireneo di Lione, Contro le eresie, V, 20, 2. 21, 1.

[37] Aelredo di Rievaulx, Lo Specchio …, II, 17, 43, op. cit. p. 223.

[38] Epifanio, L’ancora della fede, 61.

[39] Pseudo-Macario, Omelie, 57, 1.

[40] Giuliano Pomerio, La vita contemplativa, II, XX.