domenica 29 marzo 2026

Settimana Santa

 Posto in completamento

Domenica delle Palme

Is 50. Il profeta ha una mentalità e un linguaggio da discepolo, cioè è una persona che trasmette fedelmente la Parola ricevuta. Al mattino riceve il messaggio da diffondere. Con la sua predicazione sostiene lo stanco, il popolo scettico e sfiduciato. Pur subendo una grave serie di umiliazioni, rimane fedele a Dio. Egli sintetizza nella sua persona tutti i profeti e gli uomini di Dio che furono osteggiati e maltrattati. Il più eminente tra loro è stato Gesù. Il profeta, tuttavia, ha sperimentato l’aiuto del Signore. Egli è stato come il difensore che siede nel giudizio alla destra dell’imputato innocente. Dio, che conosce la verità, si pone al suo fianco così da realizzare la sua missione. 

Filippesi 2. I primi due versetti trasferiscono al mondo celeste e riferiscono, per così dire, ciò che Gesù decise mentre viveva con Dio Padre, nell’eternità. «L’esistenza donata dell’uomo Gesù è il prolungamento, o lo specchio, di un ragionare divino» (B. Maggioni). 

Servire non è stato in primo luogo una scelta di Gesù nella sua vita terrena, ma è la caratteristica tipica della divinità, del modo di essere e di pensare di Dio. Gesù «non ha fatto se non opere mirabili ma l’azione più sorprendente è stata la sua volontaria umiliazione quando ha assunto la nostra carne e ha condiviso le nostre sofferenze» (Bruno di Segni PL 164,836 C). 

Paolo interpreta la vita umana come schiavitù. La schiavitù consiste nel non avere la padronanza di sé e della propria vita. Agli uomini capitano tante cose che non scelgono e che spesso li sgomentano. 

Gesù, per definizione di se stesso, è stato Colui che «non ha voluto fare nulla da se stesso» ma piuttosto a fare sempre ciò che vedeva fare dal Padre (Cf Gv 5,19). In questo è consistito l’esercizio della sua divinità o figliolanza divina. Messo di fronte ad una scelta come lo fu Adamo, l’uomo tipico, Gesù non cercò il proprio vantaggio, diffidando di Dio, ma si abbandonò a Lui. Gesù, perciò, ha voluto accettare anche ciò che di solito è ripugnante per gli uomini. Ha ricevuto il consenso ma ha affrontato per lo più anche il rifiuto. 

Il Padre non lo salvaguardò e Gesù dovette percorrere il curriculum tipico dei profeti e abbracciare il peggio dell’esperienza umana. Il peggio della vita umana è finire nella morte ma Gesù dovette affrontare, in aggiunta, una morte particolarmente dura ed infamante. «È per questo motivo che i Giudei diedero da fare per eliminarlo in tal modo: per renderlo esecrabile, affinché, se qualcuno non si fosse distaccato da lui a causa della sua condanna a morte, si staccasse a causa di questo tipo di condanna […] pensavano di renderlo abominevole e di farlo apparire più abominevole di tutti» (GFI 8,3 PG 62,232). 

In ogni caso, si abbandonò al volere del Padre che sembrava richiedere il suo annientamento e visse una fiducia estrema. Fu un vero uomo religioso. In Gesù l’umanità compie ciò che non era stata in grado di fare e così Egli diventa causa di salvezza eterna. Fu tale da rendere graditi a Dio tutti gli uomini. 

Per questo (diò)… Dio Padre esalta il dono totale di sé vissuto da Gesù, capace di accogliere l’estrema umiliazione. Desiderare di salire fino alla realtà celeste è facile; difficile è, dalle sublimità celesti, scendere in basso con una decisione volontaria, condividendo la sorte degli umili. Gesù è l’unico, tra i grandi personaggi religiosi, del quale si può annunciare un fatto simile. Perciò è l’unico al quale viene dato il Nome più sublime. L’inno non proclama l’ascesa di Gesù, il quale non sale da se stesso ma viene assunto (anelêmphthê) da Dio (At 1,2) e riceve in dono da Lui il nome più elevato. 

Morte in croce e risurrezione formano una unità perché viene glorificata la totale dedizione di sé. «Per questo il gesto di Dio che risuscita Gesù non è solo un gesto che ha approvato il Crocifìsso, ma un gesto che ne ha rivelato l'identità». 



Passione secondo Matteo. L’unzione del profumo

Mt 26,14 ss. Matteo menziona l'arrivo di Gesù nella casa di Simone il lebbroso (v. 6), una persona probabilmente nota ai suoi ascoltatori. La menzione della lebbra ricorda il primo racconto di miracolo operato da Gesù (8,1-4) e conferma che, per lui, il confine fra puro e impuro è sorpassato. 

È presente una donna (v. 7a) e il narratore si limita a descrivere il suo gesto, sorprendente ed eccessivo: ella versa sulla testa di Gesù un profumo molto costoso (v. 7b). La reazione indignata dei discepoli (v. 8) è perfettamente in linea con ciò che lo stesso Gesù ha chiesto al giovane ricco (19,21): il denaro ricavato dalla vendita del profumo poteva servire ai poveri (v. 9). La risposta di Gesù (vv. 10-13) qualifica il gesto della donna come un'«azione buona» nei suoi confronti (v. 10), che prefigura la sua sepoltura (v. 12). L’unzione è un’immagine del Vangelo che si diffonde oltrepassando, in modo silenzioso, tutti gli ostacoli. L’adesione vera al messaggio di Gesù presuppone la volontà di servire i poveri ma questa decisione deriva dall’amore smisurato per il Signore. Dall’imitazione di Lui, poi, trae anche il suo stile d’azione e la sua misura. Esiste, infine, un’adesione di fede soltanto apparente. Il caso di Giuda non è l’unico esempio perché «se anche dessi in cibo tutti i miei beni e consegnassi il mio corpo per averne vanto, ma non avessi la carità, a nulla mi servirebbe» (1 Cor 13,3). Giuda rimane in una logica contabile, come se si trattasse di riguadagnare il denaro perduto a causa del gesto della donna, vendendo colui che ne fu il beneficiario. 

Preparativi della Pasqua

«II primo giorno degli Azzimi» (v. 17) è il primo giorno della Pasqua ebraica. Con questa precisazione, il narratore suggerisce che Gesù celebra la Pasqua ebraica, ma anche che sta vivendo la sua propria pasqua, il suo proprio passaggio (secondo l'etimologia del termine ebraico Pesach). 

L'annuncio del tradimento di Giuda avviene durante la cena. È significativo che ognuno dei discepoli esprima il timore di essere colui che può tradire Gesù. Infatti ognuno dice: «Sono forse io, Signore?» (v. 22) e non: «Chi è?». Non nominando esplicitamente Giuda, ma rispondendo semplicemente che egli «ha messo con me la mano nel piatto», Gesù li indica potenzialmente tutti, dato che allora si mangiava prendendo il cibo dallo stesso piatto! In realtà, la differenza fra Giuda e gli altri discepoli consiste nell'immagine che egli ha di Gesù, che non chiama «Signore» come gli altri (v. 22), ma «Rabbì» (v. 26); egli interpreta Gesù nel quadro della Legge, mentre quest'ultimo la compie oltrepassandola (cf. 5,17-48).

Ultima cena di Gesù

Sono tutti i discepoli, compreso Giuda, a ricevere dalle mani di Gesù il pane e il calice dell'alleanza (vv. 26-29). L'Ultima cena di Gesù comprende i tre momenti: un'azione e una parola sul pane (v. 26); un'azione e una parola sul calice (vv. 27-28); una promessa escatologica (v. 29). 

L'azione sul pane somiglia a quella del padre di famiglia ebreo, che prende il pane, recita la benedizione e lo distribuisce ai convitati. La differenza consiste nelle parole pronunciate da Gesù. Parlando del suo «corpo» a proposito del pane spezzato, Gesù istituisce una vera comunione fra i discepoli e lui. 

Nell'azione sul vino si ripete quella sul pane. Come in precedenza, la differenza consiste nelle parole di Gesù che assimilano il vino al suo sangue: «Questo è il mio sangue dell'alleanza». Partecipando a questo calice, i discepoli sono inseriti in questa alleanza. Poi viene la promessa: l'attesa del banchetto celeste nel quale Gesù berrà il vino nuovo del regno dei cieli. 

Quello che si attendeva per il futuro, la nuova alleanza, cioè un nuovo ordine di cose nel quale Dio mettesse la sua legge nel cuore e perdonasse i peccati è giunto con questa cena pasquale. Il sangue è sparso per molti. È un semitismo che equivale a tutti. La ragione per cui ha scelto l'aggettivo molti è quella di mettere in rilievo efficacia di quel sacrificio mediante l'opposizione fra uno che dà la vita e quelli per cui la da, che sono molti (da questo punto di vista, parlare di molti più efficace che parlare di tutti, perché tutti possono essere pochi). L'espressione il mio corpo è il mio sangue, nel linguaggio del tempo, era sinonimo di «io stesso». La vita di Gesù messo a morte può essere assimilata attraverso l'assunzione del pane e del calice

Al monte degli Ulivi

Non è privo di significato il fatto che l'annuncio del tradimento (vv. 20-25) e quello del rinnegamento (vv 30-35) inquadrino il racconto dell'istituzione dell'eucaristia (vv. 26-29). Si citano ancora una volta le Scritture (v. 31). Non bisogna comprenderle come una predizione, ma come ciò che esse sono veramente: la rivelazione di ciò che c'è nella parte più profonda della natura umana. 

Gesù offre ai discepoli una via d'uscita. Essa è qualcosa che non deriva dalle capacità umane, ma da un atto esterno alla volontà dei discepoli: la risurrezione (v. 32). Qui essa viene considerata in vista dei discepoli: il Risorto li aspetterà in Galilea. Nella prospettiva dell'annuncio del rinnegamento e dell'abbandono, la risurrezione si presenta come una speranza per i discepoli. In qualche modo Gesù è risorto per loro, perché non restino nella disperazione del rimorso.

La risurrezione non viene quindi intesa come un supplemento di vita in continuità con ciò che essi già possiedono, ma come una realtà che rompe la relazione con la vita quotidiana caratterizzata dal fallimento e dalla morte. È una vittoria non solo sulla morte subita da Gesù, ma anche sulla forza del fallimento che minaccia continuamente i discepoli. Pietro non coglie la seconda parte della parola di Gesù, la promessa di una ripartenza possibile (v. 33). Egli rimane alla prima parte, l'annuncio del rinnegamento di tutto il gruppo, che rifiuta violentemente di applicare a se stesso. Propriamente parlando, l'atteggiamento di Pietro è una negazione, cioè il rifiuto di riconoscere la presenza in lui del sentimento insopportabile dell'abbandono del Maestro. La precisazione di Gesù (v. 34) non fa che rafforzare la negazione, alla quale del resto si associano tutti i discepoli (v. 35).

Getsemani

Penetriamo ora nell'intimità e nell'umanità di Gesù. Il tono è molto diverso da quello degli annunci della passione, nei quali Gesù sembra accettare senza la minima riserva la sorte che lo attende. Non assume il comportamento degli eroi dell'antichità, pronti a sacrificare la toro vita per una nobile causa. Gesù è un uomo alle prese con la prospettiva della sua morte, che desidera evitare. Giunti al Getsemani («frantoio per l'olio»), Gesù lascia i suoi discepoli per andare a pregare (v, 36): vuole essere solo davanti al suo Dio. Tuttavia qui si comporta diversamente dal solito: si allontana per pregare, ma prende con sé i tre discepoli con i quali ha vissuto momenti particolari: Pietro, Giacomo e Giovanni (v. 37a; cf. 17,1-13). Matteo precisa che Gesù prova tristezza e angoscia (v. 37b). Unica volta nel Vangelo, mette in bocca a Gesù l'espressione di un sentimento molto intimo: «La mia anima è triste fino alla morte» (v. 38a). Gesù chiede ai suoi discepoli di vegliare (v. 38b; cf. 24,42). Il contenuto della sua preghiera (v. 39) tradisce la lotta interiore: desidera sfuggire alla morte che incombe (il «calice»), ma si rimette alla volontà del Padre. La preghiera si sposta dal «come voglio io» al «come vuoi tu». Questo spostamento si inserisce in un percorso personale: Gesù prega tre volte (vv. 39.42.44). La preghiera di Gesù al Getsemani è unica. E tuttavia nella sua stessa unicità dice qualcosa sulla preghiera dei discepoli: anch'essa si compie in uno spostamento della propria volontà alla volontà del padre. In questa lotta singolare di Gesù contro la morte, i discepoli sono incapaci di vagliare con lui. 

I versetti 45-46 riuniscono l’autorizzazione data da Gesù ai discepoli di dormire e riposarsi l'ordine di alzarsi, dato che l'ora del Figlio dell'uomo si avvicina, come indica l'arrivo di Giuda. 

L’arresto

Giuda è ancora indicato come uno dei dodici. La differenza fra Gesù e la grande folla con spada e bastoni mandata dalle autorità religiose, è sorprendente. Giuda consegna ai soldati con un bacio. Nel saluto Giuda (Salve, rabbì) usa lo stesso titolo con il quale ha interrogato Gesù al momento dell'annuncio del tradimento. Gli altri discepoli si rivolgono a Gesù come Signore. Giuda resta fedele fino in fondo all'immagine che si fa di Gesù; non il Signore, ma un rabbi che gli consegna ad altri rabbi, forse perché essi cerchino l'ultima volta di conformarlo all'immagine che egli si fa di lui. Gesù risponde a Giuda chiamandolo amico: le altre due occorrenze di questo termine la parabola degli operai dell'ultima ora e nella parabola del banchetto nuziale. In queste parabole, l'amico indica colui che era inizialmente invitato al regno, ma non è entrato nella sua logica. Nella scena che segue, Gesù impedisce a uno di quelli che sono con lui di rispondere alla violenza con la violenza. Compiendo ciò che raccomandava nel discorso sul monte, egli rifiuta la logica della retribuzione e della reciprocità, indicando così l'esito mortale di una logica vicina alla legge del taglione. Da parte di Gesù non c'è alcuna constatazione della sua impotenza: ha scelto liberamente di non fare appello alla figura di un Padre onnipotente. Qui probabilmente Gesù resiste all'ultima tentazione. Dopo la fuga dei discepoli, Gesù si ritrova solo, abbandonato da tutti. 

Davanti al Sinedrio

Gesù è condotto davanti al tribunale religioso (v. 57). La menzione di Pietro che segue «da lontano» (v. 58) prepara il racconto del suo rinnegamento (vv. 69-75). Il sinedrio si preoccupa di trovare un valido motivo di accusa contro Gesù (v. 59). Questa precisazione sottolinea la mancanza di equità di questo tribunale; non si tratta dì esaminare una questione per cercare di discernere l'innocenza o la colpevolezza dell'accusato, ma di trovare un motivo per condannare uno di cui si desidera la morte. A questo servono i falsi testimoni (vv. 60-62). Con il suo silenzio (v. 63a) Gesù costringe il sommo sacerdote a formulare l'accusa che spiega la sua presenza in questo luogo: Gesù pretende di essere «il Cristo, il Figlio di Dio» (v. 63b)? A questa domanda, Gesù risponde positivamente e vi associa l'annuncio di un giudizio escatologico: coloro che oggi lo condannano lo vedranno trionfante (v. 64); questa formulazione si basa su Dn 7,13 e ricorda Ap 1,7: «Ecco, viene con le nubi e ogni occhio lo vedrà, anche quelli che lo trafissero». Di conseguenza, viene condannato per bestemmia (v. 65). Ma in che cosa consiste la bestemmia di Gesù? Consiste in quest'affermazione di cui l'evangelista Giovanni espliciterà le conseguenze teologiche: «Tu, che sei uomo, ti fai Dio» (Gv 10,33). La condanna di Gesù provoca una rilassatezza morale degli accusatori, che sprofondano negli insulti, nella violenza e negli scherni (vv. 67-68). 

Ciò che accade a Pietro induce a pensare a Rm 7,15: «Non riesco a capire ciò che faccio: infatti io faccio non quello che voglio, ma quello che detesto». Con una tragica escalation, Pietro rinnega Gesù, fino a giurare di non conoscerlo (v. 72; cf. 5,33-37!). Quale differenza fra Giuda e Pietro? La differenza che esiste fra il rimorso e il pentimento. Il rimorso conduce alla morte, perché non esiste alcuna via d'uscita che permetta la pace e il perdono (27,3-10). Al contrario, il pentimento è il riconoscimento del proprio fallimento (v. 75), che apre al perdono e a una possibile ripresa. La possibilità del pentimento era iscritta nella stessa parola di Gesù che annunciava ai suoi discepoli la speranza di una ripartenza (26,32). Pietro e Giuda sono entrambi rappresentanti di una stessa umanità. Che cosa spiega, in ultima analisi, i loro diversi percorsi? I segreti dell'esistenza di ognuno offrono probabilmente elementi di risposta, ma questo sfugge a ogni forma di sapere. Una cosa è certa: ognuno, prima o poi, tradisce e abbandona. È «scritto» in qualche modo in ogni uomo, checché ne sia della forza delle negazioni (cf. 26,35). Questo tradimento porterà il peso del rimorso (27,3-10) o aprirà al pianto del pentimento (v. 75)?

Davanti a Pilato

Matteo precisa che le autorità religiose vogliono «farlo morire», accentuando così la loro responsabilità. Perciò lo conducono da Pilato e Matteo continua a sottolineare lungo tutto il processo la sua funzione di «governatore» (v. 2; cf. vv. 11.14.15. 21.27). Forse questa insistenza sulla funzione di Pilato è un modo per indicare che egli rappresenta le autorità pagane (cf. 10,18) e più in generale i pagani.

Matteo inserisce nel racconto tradizionale una fonte che gli è propria e che racconta la fine di Giuda (vv. 3-10). In preda al rimorso, Giuda riporta i denari, cosciente di avere «tradito sangue innocente» (v. 4). Oltre all'aspetto tragico della situazione dell'uomo in preda al rimorso, si sottolinea l'ipocrisia e la responsabilità dei «capi dei sacerdoti e degli anziani» (v. 3): i primi e principali colpevoli sono loro. Inoltre, come rappresentanti della Legge, lasciano Giuda senza un interlocutore. Quest'ultimo non trova in loro l'istanza terza che rappresenta la Legge. Perciò si fa giustizia da sé (v. 5), applicandosi così la legge del taglione: crede di dover vendicare su se stesso il sangue di colui che lo ha sparso per il perdono dei peccati (26,28). Con il denaro che Giuda ha riportato, il «prezzo di sangue» (v. 6), le autorità religiose acquistano un campo per la sepoltura degli stranieri (v. 7), che una tradizione antica collocava a Gerusalemme, nel quartiere dei vasai. Questo offre l'occasione per una citazione di compimento, che ricorda esplicitamente il profeta Geremia (cf. 2,17; 16,14), ma che, in realtà, unisce Zc 11,12-13; Ger 18,2-3; 19,1-2 e 32,6-15. Lo stesso denaro del tradimento è inserito nel piano salvifico di Dio; partecipa in un modo in definitiva positivo al compimento delle promesse. Inoltre, con il riferimento a Geremia, Matteo ricorda che l'acquisto di un campo, fosse anche il «campo del sangue», apre su una promessa di avvenire (Ger 32,14-15).

Condanna di Gesù

Matteo insiste sulla posizione di Gesù che sta davanti al governatore: rende testimonianza davanti ai popoli pagani, come i discepoli saranno invitati a farlo davanti agli uomini. L'unica parola di Gesù durante tutta la scena risposta lapidaria a Pilato se gli chiede se è il re dei Giudei: tu lo dici. Poi il silenzio di Gesù il silenzio del servo del Signore, come agnello condotto al macello, come pecora muta davanti ai suoi tosatori. La domanda di Pilato colloca subito la discussione sul terreno politico: si tratta di sapere c'è il re dei Giudei. Sul piano storico, sarà del resto la ragione principale della sua condanna. Infatti la ragione sembra sufficiente, soprattutto se si accorda un qualche credito alla testimonianza di Giuseppe Flavio sui disordini e le insurrezioni quasi continui all'epoca, provocati soprattutto dalla volontà di proclamarsi re di questo o quell'insorto. Gesù si trova quindi messo a confronto con un rivoltoso omicida, il cui nome aramaico significa letteralmente «figlio del padre». 

L'episodio della moglie di Pilato (v. 19) permette di insistere sull'innocenza di Gesù, il «giusto» al quale Dio stesso rende testimonianza in modo soprannaturale, come durante i racconti dell'infanzia (1,20; 2,12.13.19.22). La moglie di Pilato desidera che il marito non si comprometta in questa faccenda. A differenza di Erodìade, la moglie di Pilato gioca un ruolo positivo. Come Giuseppe (1,20), ella riceve una visione. I padri della Chiesa e gli apocrifi la chiameranno Procula e ne faranno una discepola di Gesù. La designazione di Gesù come «giusto» fa inclusione con quella di Giuseppe in 1,19. Egli è l'ultimo giusto conosciuto, ma supera ciò che si intende per giusto nella tradizione ebraica: non è colui che obbedisce alla Legge, ma colui che la compie e le attribuisce il suo significato fondamentale (la misericordia). La moglie di Pilato rende con termini appropriati al contesto ebraico ciò che la rivelazione soprannaturale le ha fatto intravedere su Gesù (il timore davanti al divino e al sacro). Ella è comparabile ai discepoli dopo la tempesta sedata (14,31).

Matteo drammatizza il dialogo fra la folla e Pilato (vv. 21-22). L'insistenza del governatore a interrogare la folla la spinge a esprimere in modo ancor più violento la sua volontà di vedere crocifisso Gesù. La scena della lavanda delle mani (vv. 24-25) è propria di Matteo (cf. Dt 21,6-7: Pilato si comporta come il pio ebreo!?); essa segue logicamente il v. 19. La preoccupazione di Pilato è quella di un governatore: evitare il tumulto. Il v. 25b può essere compreso come una profezia del giudizio che, secondo Matteo, si compirà contro il popolo d'Israele: le origini veterotestamentarie dell'espressione (cf. Ger 51,35 e soprattutto 2Sam 1,13-16; 3,29) depongono a favore di questa interpretazione. Tuttavia, il sangue di Gesù è anche il sangue «versato per molti per il perdono dei peccati» (Mt 26,28).

In seguito, Gesù viene consegnato nelle mani dei soldati romani (vv. 27-31). La precisazione «tutta la truppa» (v. 27; cioè seicento uomini!) è enfatica. La menzione degli oltraggi (v. 30; cf. 26,67) evoca Is 50,6. Tuttavia gli scherni hanno certamente un aspetto ironico, che corrisponde al contesto particolare dei vangeli: i soldati pagani adorano il re dei giudei che è, in realtà, il Signore dei cristiani! Questo può anche significare che il popolo d'Israele si è rifiutato di riconoscere e adorare il suo Messia, mentre i pagani lo adorano senza riconoscerlo.

Crocifissione

Dopo aver requisito Simone di Cirene per «portare la croce» di Gesù (v. 32; cf. 10,38), quest'ultimo viene condotto al Gòlgota per essere crocifìsso (v. 33; «Luogo del cranio», in latino calvaria, forse a causa dell'aspetto del luogo). Gesù si rifiuta di prendere la bevanda leggermente anestetizzante che si dava allora ai condannati, molto probabilmente perché soffrissero di meno (v. 34). La spartizione delle vesti (v. 35), normale in quelle occasioni, offre all'evangelista l'opportunità di collegare gli avvenimenti al compimento delle Scritture (Sal 22,19). La scritta appesa sulla croce menziona «il re dei Giudei» (v. 37). Questo titolo costituisce il motivo della condanna: Gesù è condannato in quanto liberatore d'Israele. Poi Matteo ricorda la crocifissione di due ladroni (v. 38). Re dei giudei o brigante? Come in precedenza con Barabba, è sempre in discussione l'identità di Gesù. Egli è re dei giudei deriso dai soldati e dal suo popolo, re crocifisso circondato da due fuorilegge, «uno a destra e uno a sinistra», la posizione che volevano occupare i figli di Zebedeo nella gloria (cf. 20,21). L'ironia suggerita dal narratore nella presentazione dei dettagli che circondano la crocifissione viene fatta propria dai testimoni diretti della scena: i passanti riprendono le false testimonianze del processo (vv. 39-40; cf. Sai 22,8-9), i capi dei sacerdoti e gli scribi si fanno beffe del titolo di rè d'Israele (vv. 41-43), infine gli stessi ladroni si schierano dalla parte dei carnefici (v. 44).

Dietro agli schemi che accompagnano la fine miserabile di Gesù si profila, in filigrana, una comprensione della messianicità piuttosto tradizionale: un Messia o è potente o non lo è; non può lasciarsi crocifiggere senza reagire. Come credere, se non viene offerto alcun segno tangibile (cf. I Cor 1,22)?

Il motivo delle tenebre che si abbattono sulla terra (v. 45) è probabilmente un'allusione ad Am 8,9 («In quel giorno [...] farò tramontare il sole a mezzogiorno e oscurerò la terra in pieno giorno»). Queste tenebre sono il segno che il mondo si trova in una grave crisi e che la morte del giusto è un giorno di lutto per il creato. Nel caso di Gesù, questo giorno di lutto è anche giorno di abbandono. Recitando il Sal 22, egli manifesta la sua incomprensione di ciò che gli accade: colui che ha proclamato la vicinanza del regno dei cieli si ritrova solo davanti alla morte. Gesù non è un eroe tragico che lotta contro la morte senza temerla. Nella bufera, gli restano solo le parole del salmista. Questa tradizione biblica gli permette di esprimere la sua disperazione con le parole della fede nel cuore del dubbio più profondo. Si è spesso osservato che il Sai 22 serve da modello all'interpretazione della morte di Gesù. Questo salmo è il grido di disperazione del credente abbandonato da tutti. Non si dimenticherà tuttavia che esso termina con la scoperta, nel cuore stesso dell'angoscia e della morte, della presenza sorprendente di Dio al proprio fianco (cf. Sai 22,22b.27). Verosimilmente Matteo e i primi cristiani conoscevano questo salmo: sapevano quindi che termina con questa fiducia del salmista nel suo Dio. Gesù muore gridando a gran voce (v. 50). Alle soglie della morte, non è più in grado di parlare.

La morte di Gesù ha anzitutto un effetto sul tempio (v. 51a): il velo che separa il Santo dal Santo dei Santi, dove il sommo sacerdote entra solo una volta all'anno per offrire il sacrificio in vista del perdono, si squarcia in due, da cima a fondo. La morte di Gesù abolisce il tempo del tempio e del sacrificio (un'idea che svilupperà la Lettera agli Ebrei). All'inizio del Vangelo, i cieli si sono aperti (letteralmente: «strappati») al momento del battesimo di Gesù (3,16); in lui Dio si rivelava agli uomini in modo decisivo. 

Quasi al termine del suo racconto, Matteo sottolinea che anche la morte di Gesù causa uno strappo che inaugura un nuovo passaggio verso Dio. La morte di Gesù fa tremare anche il creato (v. 51b: la terra trema), segno del giudizio. La morte di Gesù viene interpretata come un avvenimento che fa precipitare la storia: quando Gesù muore, l'umanità passa da un'epoca a un'altra. L'episodio dei sepolcri che si aprono e dei santi che risuscitano e si fanno vedere alla risurrezione di Gesù (vv. 52-53) ne sono un'altra conferma. In un linguaggio apocalittico, Matteo sottolinea che morte e risurrezione di Cristo sono riunite in un unico avvenimento: l'evento pasquale viene compreso come un passaggio dalla morte alla vita, dal vecchio al nuovo eone; nel mondo ebraico, il nuovo eone era inaugurato dalla risurrezione dei giusti. In questi avvenimenti soprannaturali, il centurione e le guardie riconoscono una vera epifania (v. 54). 


Lunedi santo

 Is 42 Un profeta, nel periodo conclusivo dell’esilio, esercita la funzione sacerdotale nel proclamare la Legge (in questo caso anche ai pagani); esercita la funzione profetica nell’annunciare con coraggio la Parola nella difficoltà estrema, senza abbattersi o venir meno. Infine esercita la funzione regale attuando il suo intento. Rinnova l’alleanza di Dio con il popolo e diventa luce delle nazioni. Compie una missione così vasta e così ardua perché conta sul sostegno del Signore che lo ha eletto e gli ha infuso il suo Spirito. “Se contro di me si accampa un esercito, il mio cuore non teme” (Sal 26). Il Signore che lo invia e l’accompagna è il Creatore stesso che detiene una potenza enorme ed esercita il suo influsso su ogni uomo. 

Gesù è il migliore interprete di questo ruolo profetico. Scelto, amato e consacrato dal Padre, riceve da lui lo Spirito senza misura. Ha vissuto senza esercitare una signoria dominatrice (non ha spento il lucignolo fumigante) prestando attenzione alle persone lontane da Dio. Egli ha detto: «Il regno di Dio non viene in modo di attirare l’attenzione» (Lc 17,20). A imitazione di Gesù «un servo del Signore non deve essere litigioso, ma mite con tutti, capace di insegnare, paziente, dolce nel rimproverare quelli che gli si mettono contro, nella speranza che Dio conceda loro di convertirsi, perché riconoscano la verità e rientrino in se stessi, liberandosi dal laccio del diavolo, che li tiene prigionieri perché facciano la sua volontà» (2 Tm 2,24-26)

Gesù con la sua morte ha rinnovato l’allenza antica e, dopo la sua risurrezione, ha inaugurato l’annuncio del Vangelo ai pagani, già redenti con il suo sangue. È lui che dona la vista ai ciechi e libera dal carcere i prigionieri del Peccato e dell’egoismo. 


Gv 12. Lazzaro, Marta e Maria sono amici di Gesù. Sono dei discepoli “sedentari”, ossia persone alle quali non è stato richiesto di abbandonare la famiglia e il lavoro come era stato fatto ai Dodici. Nonostante ciò, amano Gesù e si propongono di praticare il suo insegnamento. Sono un sostegno per lui che li ricerca. Andando a visitarli un’altra volta, rinfocola le polemiche suscitate dalla risurrezione di Lazzaro (v.10). La reazione omicida dei capi dei giudei sta per raggiungere il suo intento. Il clima di morte viene disperso dall’ospitalità dei tre fratelli, mentre si diffonde il profumo della devozione di Maria che emerge su tutto e si fa percepire. È un’immagine del Vangelo che si diffonde oltrepassando, in modo silenzioso, tutti gli ostacoli. L’adesione vera al Vangelo presuppone la volontà di servire i poveri ma essa è preceduta, in via normale, dall’amore smisurato per il Signore, dal quale scaturisce come da una fonte. Dall’imitazione di Lui, poi, trae anche il suo stile d’azione e la sua misura. 


Martedi santo

Is 49. A differenza del primo canto (Is 42), qui il servo rappresenta l’Israele fedele a Dio, quella parte del popolo che ha vissuto di fede in modo esemplare. Egli ha ricevuto una vocazione e una missione così come l’ha ricevuta Geremia, come la riceverà san Paolo. Soprattutto questo Israele fedele a Dio prefigura Gesù. 

Prima di inviarlo, il Signore lo ha preparato per il suo compito, lo ha reso come un guerriero sagace che si prepara allo scontro affilando la spada e riempiendo la faretra. Il servo è armato, però, in modo pacifico; la spada è la sua bocca; le frecce appuntite sono le sue parole. Nella sua predicazione, che attua un progetto divino, manifesta la gloria del Signore. 

Ciò nonostante, la missione è difficoltosa e il servo teme d’aver faticato inutilmente. Dio che lo ha inviato, però, lo conferma, anzi dilata i confini del suo mandato. Non soltanto ricondurrà al Signore il popolo ribelle e disperso, ma diventerà una luce per tutte le nazioni e porterà la salvezza fino alle terre più lontane. Nell’ora dello scoraggiamento, il Servo dovrà fare affidamento sul sostegno che gli viene da Dio: «Sei tu, Signore, la mia speranza… Su di te mi appoggiai fin dal gremmo materno» (Sal 70,5-6). 

Gv 13. Gesù è preso da turbamento al pensiero che verrà tradito da uno dei dodici da lui scelto. Così mostra una coscienza superiore a qualle normale e, in ultima analisi, è lui che consente a Giuda di agire (dandogli il comando equivoco: quello che vuoi fare, fallo presto), mentre quest’ultimo, male usando il suo libero arbitrio, diventa uno strumento di Satana. 

All’opposto di Giuda, un discepolo amato (il Vangelo non precisa chi sia, ma la tradizione lo identificherà in Giovanni) gode di una intimità particolare con Gesù. Dopo la risurrezione, egli rappresenta la possibilità concessa ad ogni credente , cioè poter conoscere, penetrare e “assorbire come una spugna” (Gregorio di Nissa) i segreti del Maestro. Se il comportamento di Giuda avvilisce Gesù, come era stato avvilito il Servo, l’accoglienza del discepolo amato gli conferma l’efficacia della missione ricevuta. 

Fuori dal cenacolo prevale la notte perché la tenebra viene sperimentata da chi rompe la comunione con Gesù. 

La fatica di Gesù (cioè in ultima analisi la sua morte), apparentemente vana ed insensata, è in realtà una glorificazione. Proprio essa permetterà di conoscere la efficacia estrema della sua missione e, in questo modo, Dio stesso verrà riconosciuto e celebrato come il protagonista dell’opera di salvezza. 

Ogni discepolo partecipa alla donazione d’amore di Gesù, soltanto quando riceve la forza sufficiente per compiere un servizio del genere. Abbandonato a se stesso, conosce il fallimento del suo intento. 


Mercoledi santo

Is 50. Il profeta mostra un linguaggio da discepolo poiché trasmette fedelmente la Parola ricevuta. Al mattino riceve il messaggio da diffondere. Con la sua predicazione sostiene lo stanco, il popolo scettico e sfiduciato. Pur subendo una grave serie di umiliazioni, dalle quali non tenta neppure di difendersi, rimane fedele a Dio. Egli sintetizza nella sua persona i travagli di tutti i profeti e degli uomini di Dio che furono osteggiati e maltrattati. Il più eminente tra loro è stato Gesù. Il profeta, tuttavia, ha sperimentato l’aiuto del Signore. Egli è stato come il difensore che siede, nel giudizio, alla destra dell’imputato innocente. Per questo, il profeta riprende il suo compito con decisione e determinazione. 

Mt 26. «II primo giorno degli Azzimi» Gesù celebra la Pasqua ebraica, ma sta vivendo anche la sua propria pasqua, il suo proprio passaggio. Notare il modo sorprendente in cui Matteo rende l'invito di Gesù ai suoi discepoli di andare a preparare la cena: «Andate in città da un tale» («un uomo con una brocca d'acqua»). La mancanza di qualsiasi precisazione sull'identità dell'ospitante permette a ogni ascoltatore di identificarsi con lui, e accogliere così Gesù e i suoi discepoli per la cena pasquale.

L'annuncio del tradimento di Giuda avviene durante la cena. È significativo che ognuno dei discepoli esprima il timore di essere colui che sta per tradire. Infatti ognuno dice: «Sono forse io, Signore?» (v. 22) e non: «Chi è?». Non nominando esplicitamente Giuda, ma rispondendo semplicemente che egli «ha messo con me la mano nel piatto», Gesù li indica potenzialmente tutti, dato che allora si mangiava prendendo il cibo dallo stesso piatto! La differenza fra Giuda e gli altri discepoli consiste nell'immagine che egli ha di Gesù; non lo chiama «Signore» come gli altri (v. 22), ma «Rabbì» (v. 26). Del resto, soltanto chi crede che Gesù sia il Signore (e non soltanto un rabbi), può nutrire la speranza d’essergli fedele in ogni circostanza. 



Giovedi Santo

Messa d'introduzione al Triduo pasquale

Esodo 12. L’anno inizia con la liberazione dalla schiavitù, la quale deve essere celebrata e imitata dal popolo ogni anno (nessuno dovrà opprimere un altro fratello). L’immolazione dell’Agnello, che fino a quel momento segnava l’inizio della transumanza dei pastori verso nuovi pascoli, ora acquista il significato dell’inizio di una nuova esistenza libera da ogni peso. Il primo a «passare» è il Signore stesso che intende fare giustizia delle divinitò dell’Egitto che sono stati i promotori dell’oppressione. La prima Pasqua non avviene senza un giudizio. Nel caso di Gesù, Egli non fece morire nessuno ma offerse la sua vita per tutti. 

L’immolazione dell’Agnello/Cristo segna l’inizio di una nuova esistenza: «Non sapete che un po’ di lievito fa fermentare tutta la pasta? Togliete via il lievito vecchio, per essere pasta nuova, poiché siete azzimi. E infatti Cristo, nostra Pasqua, è stato immolato! Celebriamo dunque la festa non con il lievito vecchio, né con lievito di malizia e di perversità, ma con azzimi di sincerità e di verità» (1 Cor 5,6-8). «Voi sapete che non a prezzo di cose effimere, come argento e oro, foste liberati dalla vostra vuota condotta, ereditata dai padri, ma con il sangue prezioso di Cristo, agnello senza difetti e senza macchia» (1 Pt 1,18-19). Gli eletti «sono quelli che vengono dalla grande tribolazione e che hanno lavato le loro vesti, rendendole candide nel sangue dell’Agnello» (Ap 7,14). 

Gv 13. La lavanda dei piedi è immagine del servizio estremo di Gesù, che ama fino alla fine, cioè fino alla perfezione, fino al dono totale di sé. È, quindi, un’immagine per parlare della sua morte redentrice e, in secondo luogo, delle modalità con le quali è possibile accogliere la redenzione. 

La reazione di Pietro mette in risalto l’umiltà estrema di Gesù che compie un servizio da schiavo. «Chi è più grande, chi sta a tavola o chi serve? Non è forse colui che sta a tavola? Eppure io sto in mezzo a voi come colui che serve» (Lc 22,27). Abramo diede disposizioni perché i suoi ospiti potessero lavarsi i piedi ma non li lavò lui stesso; sarebbe stato indegno per la dignità del patriarca: «Si vada a prendere un po' d'acqua, lavatevi i piedi e accomodatevi sotto l'albero» (Gen 18,4). 

Gesù invita l’apostolo ad accettare: farsi lavare i piedi significa accogliere la redenzione operata da lui. Tutta la missione di Gesù è stata un lavaggio. 

Questo significa, in primo luogo, accogliere il suo insegnamento: Pietro non ha bisogno di un bagno totale perché si è purificato, in parte, accogliendo l’insegnamento del Maestro. «Voi siete già puri, a causa della parola che vi ho annunciato» (Gv 15,3). 

In secondo luogo la redenzione è una purificazione dei peccati. Il lavaggio richiama il valore del Battesimo: «Alzati, fatti battezzare e purificare dai tuoi peccati, invocando il suo nome» (At 22,16). 

In terzo luogo, la lavanda dei piedi mette in evidenza l’elemento più rilevante del messaggio di Gesù. Il Maestro compie questo gesto sbalorditivo perché, con la sua morte, crea una comunità di discepoli che avranno come regola quella di prestarsi un servizio reciproco, ad imitazione del suo. L’uomo salvato è il credente che imita, in modo reale, lo stile di vita di Gesù: «Voi sapete che i governanti delle nazioni dóminano su di esse e i capi le opprimono. Tra voi non sarà così; ma chi vuole diventare grande tra voi, sarà vostro servitore e chi vuole essere il primo tra voi, sarà vostro schiavo. Come il Figlio dell'uomo, che non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti» (Mt 20, 26-28). «Fatevi dunque imitatori di Dio, quali figli carissimi, 2e camminate nella carità, nel modo in cui anche Cristo ci ha amato e ha dato se stesso per noi, offrendosi a Dio in sacrificio di soave odore» (Ef 5,1). 

Infine Gesù non ha servito solo in modo momentaneo ma è Ciò che ha fatto e farà sempre: «Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli; in verità io vi dico, si stringerà le vesti ai fianchi, li farà mettere a tavola e passerà a servirli» (Lc 12,37)


TRIDUO PASQUALE

Celebrazione della Pasqua di morte (venerdì), sepoltura (sabato) e risurrezione (domenica)



Venerdi Santo

Is 52-53. Il testo presenta un Profeta, Servo di Dio, che sarà innalzato fino al vertice estremo (il trono di Dio è alto ed elevato e il Servo riceverà un onore che lo collocherà alla pari con il Signore). Questo evento colmerà di stupore le genti, perfino i re. Oltretutto, prima di ricevere una glorificazione del genere, il Servo aveva subito umiliazioni estreme. Il passaggio dalla umiliazione alla gloria sarà un evento inatteso, anzi mai accaduto fino ad allora (52,12-15). Nell’annunciare un fatto simile, il profeta teme di non essere creduto (53,1). 

Dopo questa introduzione, il resto biblico narra l’esistenza vissuta dal Servo (53,2-9). Nel periodo della sua umiliazione, fu visto come una persona dimessa, priva di forza attrattiva (mondana), al punto di ricevere disprezzo, rifiuto ed una totale disistima. Egli visse in quel modo perché volle condividere le sofferenze del popolo, pur potendo evitarle. Tutti pensavano che Egli fosse stato punito dal Signore per le sue colpe (com’era accaduto per tutti gli altri), invece volle farsi carico della situazione misera della sua gente per creare una nuova forma d’esistenza. Egli si sottopose alle medesime sofferenze del suo popolo, per farlo uscire in modo defintivo dal suo travaglio. Soffriva con i suoi e intercedeva per loro (53,12). La sua soldarietà conseguì una conclusione drammatica: si lasciò umiliare senza neppure tentare di difendersi; venne condannato a morte a motivo di ingiusta sentenza e fu sepolto al modo dei malvagi, insieme a loro, benchè fosse vissuto in modo opposto a loro. 

Infine il testo biblico svela il significato di questa vita travagliata e l’esito finale (53,10-12). Fu Dio a volere che il Servo attraversasse tutta questa sofferenza perché compisse una missione di riparazione del male (espiazione) compiuto dai malvagi. Avendo apprezzato l’opera solidale del Servo, Dio gli concederà di vivere a lungo, in una esistenza che è un godere della luce. Oltre a questo, Egli renderà giusti una moltitudine immensa di uomini e in questa conquista consisterà la sua ricompensa. 

Con il termine espiazione, la Bibbia indica tutto ciò che Dio ci dona per ottenere il perdono, riparare il nostro peccato e creare una nuova situazione. È un dono per noi e quindi non deriva dal desiderio divino di vendicare i nostri delitti. Rimanendo ben disposto verso di noi, cerca di aiutarci a vincere il nostro male. 

Ad esempio, espiazione era l’offerta di un giovenco (Es 29,36) o di due tortore (Lv 14,22), come segno di pentimento e volontà di rispondere al gesto di riconciliazione da parte di Dio. Meglio ancora comprese un sapiente: «sacrificio di espiazione è tenersi lontano dall’ingiustizia» (Sir 35,5). Ancora di più è combattere il male in modo energico, vincendo l’indifferenza (Sir 44,23). È ciò che ha compiuto Gesù opponendosi al peccato senza, però, eliminare i peccatori. 

Nella storia della Chiesa ci sono stati molti santi che hanno voluto espiare dandosi ad aspre penitenze. Il modo migliore di farlo è quello intrapreso, ad esempio, da santi come don Puglisi e dal giudice Livatino. Si sono opposti alla mafia fino al rischio della loro morte. Non soltanto si sono tenuti lontano dall’ingiustizia ma hanno vissuto una vita santa, come insegna san Paolo: «Vi esorto dunque, fratelli, per la misericordia di Dio, a offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio; è questo il vostro culto spirituale. Non conformatevi a questo mondo, ma lasciatevi trasformare rinnovando il vostro modo di pensare, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto» (Rm 12,1-2)

Eb 4.5. Il sacerdote è l’uomo dalle due vicinanze: è vicino a Dio, a lui gradito e vicino agli uomini, gradito anche a loro. Il passo sottolinea, soprattutto, la vicinanza di Gesù con la situazione umana perché ha saputo prendere parte alle nostre sofferenze ed essere messo alla prova come noi (Eb 4,14-15). Egli offrì al Padre preghiere intense (non sacrifici d’animali), anzi offrì se stesso. Rinunciare del tutto al proprio diritto per accogliere il volere del Padre, questo fu il modo con cui offerse tutto se stesso. La caratteristica del suo spirito religioso fu il suo totale abbandono in Dio. Come uomo, vivendo i travagli della vita, imparò a fidarsi del Padre e obbedire a Lui, come quando era in cielo, accanto a Dio. Così facendo, riparò il male del mondo e insegnò come distruggere la malvagità in modo definito. Fu causa di salvezza eterna, in questa e nell’altra vita, per coloro che seguono il suo metodo di lotta. 



Gv 18-19. Passione secondo Giovanni. 

Il drappello delle guardie che vanno ad arrestare Gesù è composto da giudei e romani: tutto il mondo è coalizzato contro di lui. L’azione avviene nella notte, perché le tenebre vogliono ghermire la Luce. Gesù è pienamente consapevole dell’evento e si consegna volontariamente ai nemici. Di fronte alla sua dichiarazione solenne “Io sono”, il mondo indietreggia confuso davanti al Rivelatore. 

Gesù agisce come il buon pastore che vuole salvaguardare i suoi; poi, si oppone alla violenza di Pietro e si abbandona al volere del Padre. 

2. È condotto davanti ad Anna, membro influente del Sinedrio. Nel cortile della casa del Sommo Sacerdote, Pietro rinnega di essere discepolo di Gesù. Mentre questi avvevano dichiarato “Io sono”, l’apostolo si difende dicendo “non lo sono” e si unisce al gruppo dei nemici del Signore. Riscalda il corpo mentre sente freddo nel cuore. Lo schiaffo dato dalla guardia manifesta il rifiuto del mondo alla Verità di Gesù. 

3. Gesù viene condotto davanti a Pilato. 

Il governatore esce dal pretorio e viene a conoscere la richiesta dei giudei che vogliono la condanna di Gesù. Egli poi rientra e dialoga con Lui. Questi afferma di possedere un Regno che non deriva dal mondo e che è venuto a dare testimonianza alla verità.

Uscito all’esterno, Pilato dichiare l’innocenza di Gesù e spera di salvarlo preferendolo a Barabba. 

All’interno del pretorio, Gesù viene flagellato, incoronato di spine e beffeggiato.  

Pilato esce di nuovo e ribadisce la sua opinione sull’innocenza di Gesù (Ecco l’uomo!). I Giudei si accaniscono contro Gesù e vogliono ucciderlo perché si è fatto Figlio di Dio. Pilato, scosso da questa notizia, rientra per parlare con Gesù, ma questi, in un primo momento, rimane in silenzio e poi accusa di Pilato di codardia e gli ricorda di aver ricevuto il potere da Dio stesso al quale dovrà rispondere. 

Nell’ultima uscita, il governatore mostra di temere di essere accusato dai giudei presso Cesare. Poi presenta Gesù come il loro re, cercando ancora una volta di proteggerlo ma alla fine cede alle loro pressioni. 

Pilato, tradendo se stesso, si sottomette alla folla sulla quale avrebbe dovuto esercitare il potere, con giustizia. I Giudei, a loro volta, accettano di sottomettersi a Cesare, andando contro le loro vere aspirazioni. Né Pilato né i Giudei sono persone libere e agiscono contro loro stessi. Soltanto Gesù che, in apparenza, è in loro balìa, si dimostra libero. 

4. La salita al Calvario

Gesù porta la croce da solo e non beve la bevanda che potrebbe stordirlo perché vuole essere padrone del suo destino. La sua posizione centrale tra i due malfattori e la scritta, redatta in tre lingue, ploclama la sua regalità che è di carattere universale; ad essa i suoi avversari si oppongono inutilmente. La spogliazione delle vesti: ciò che lo danneggia, diventa un vantaggio per gli altri. (La tunica rimasta intatta simboleggia l’unione della Chiesa, frutto della croce?). 

Agendo secondo il diritto ebraico, pone la madre sotto la protezione del discepolo, che diventa il rappresentante di Gesù, in sua assenza. Gesù crea la nuova famiglia che continuerà ad operare dopo la separazione con lui. 

Chiedendo da bere, ricorda che Egli ha sete di compiere la volontà del Padre ottenendo la salvezza di tutti. Nell’ultima parola pronunciata (“Tutto è compiuto, tutto si sta compiendo”), fa sapere che la sua Rivelazione è giunta al perfetto compimento e che il progetto di salvezza ha cominciato ad attuarsi. 

Le sue ossa non vengono spezzate come era prassi nei confronti dell’Agnello pasquale (e conforme alla promessa data al giusto). Dal fianco, sgorga l’acqua simbolo del Battesimo (e dello Spirito) e il sangue (simbolo dell’Eucarestia e del dono di se stessi). 

Egli è morto ma continua a vivere e a salvare tutti quelli che volgeranno a Lui il loro sguardo di fede e riconoscenza. 









domenica 22 marzo 2026

Susanna e l'adultera


 Dn 13. Susanna è una israelita che si propone di vivere, con grande impegno, i comandamenti del Signore, senza commette peccati gravi. Quando dichiara: “Meglio per me morire che peccare!” (Dn 13,23), rivive la migliore tradizione d’Israele, quella che si manifesta anche nel caso dei martiri dell’epoca dei Maccabei. La stessa risoluzione animerà anche i martiri cristiani e tutti i credenti che si proporranno di essere fedeli a Dio con tutto se stessi. 

Di fronte alla trama improvvisata dai due anziani, ma efficace, Susanna è impotente e sola. La possibilità della sua innocenza, non viene neppure considerata. L’unica possibilità per lei è ricorrere al Signore. Egli conosce le cose prima che accadano e, certamente, può intervenire per soccorrere una innocente. Susanna vive la spiritualità del povero, suggerita a più riprese dalla Sacra Scrittura. La sua fiducia ottiene l’esaudimento. 

La defezione dei due anziani dimostra che l’uomo, anche il più retto, non è esente dalla pressione delle passioni e dalla forza della concupiscenza. L’uomo compie il male che non vuole commettere e non attua il bene che desidera fare (Rm 7). Susanna manifesta il meglio d’Israele e gli anziani il peggio dell’umanità. Tutti però sono vittime di una legislazione troppo severa che vuole consolidare la bellezza dell’onestà ma non tiene conto dell’estrema povertà degli uomini. La sola giustizia è insufficiente per dare salvezza. 

Gv 8. Gesù privilegia la misericordia rispetto al rigore della giustizia. I suoi accaniti avversari, progettano un caso per poter o disonorarlo o condannarlo. Se suggerisce l’obbedienza alla Legge fino ad accettare la lapidazione dell’adultera, deve contraddire l’insegnamento sulla misericordia sostenuto da lui con insistenza (e così si disonora a motivo della sua incoerenza); se invece continua a sostenere il valore del condono della peccatrice, deve opporsi alla Legge e così dimostra d’essere un falso profeta. Egli non si limita a ricorrere ad uno stratagemma ma aiuta tutti a riconoscersi colpevoli. Il rigore della giustizia, da solo, condanna tutti. Salvando la donna adultera, provoca la sua condanna a morte ma Egli porta su di sé i peccati di tutti affinché noi potessimo liberarci dal peccato e da una giustizia implacabile. 



sabato 14 marzo 2026

Guarigione del cieco nato

 

Il cieco nato rapprenta l’umanità che, creata buona da Dio e rimasta ancora buona, si mostra incapace di vivere secondo la verità. È cieca perché, pur conoscendo Dio, non gli rende onore come a Dio, non gli riconosce la grandezza; non vede quale ricchezza sia accogliere Dio e quale cecità trascurarlo. Il Signore, tuttavia, per grazia, cerca sempre di salvare. 

Il cieco appartiene a mondo dei poveri, trascurati e disprezzati. Anche Davide non era stato apprezzato dal padre Iesse ma soltanto da Dio. L’umanità peccatrice è quel povero seduto sull’immondezza di cui Dio ha pietà per pura misericordia. 

Il fango fatto con lo sputo ricorda la prima creazione quando Dio formò l’uomo dalla terra. Egli ora lo crea di nuovo. «Eravate un tempo tenebra, ora siete luce nel Signore» (Ef 5,8). Il cieco inizia un cammino d’illuminazione: crede nella parola di Gesù e s’affretta a lavarsi nella piscina di Siloe. In realtà si purifica nel sangue di Gesù, nella sua morte che ottiene il perdono dei nostri peccati. 

Comincia ad essere credente perché testimonia a favore di Gesù precisando come è avvenuta la sua guarigione. Noi possiamo parlare di Dio soltanto raccontando ciò che è avvenuto in noi. È capace di resistere alla prepotenza dei nemici di Gesù e offre loro perfino un’istruzione saggia (se Gesù fosse peccatore, non avrebbe potuto compiere un miracolo) e, in modo indiretto, suggerisce loro di diventare suoi discepoli. 

Infine subisce una persecuzione in quanto viene espulso dalla Sinagoga ed affronta una morte civile. Il cieco guarito è costretto a percorrere la valle oscura ma, trovandosi nel buio, riceve la consolazione di sentire presso di sé i passi del Signore, il rumore del suo bastone: Egli infatti lo sta accompagnando e confortando.

Riguardo a questo consolidamento, possiamo dire che anche noi abbiamo ricevuto un dono simile a quello di Davide. Il Signore ci conferma con il dono dello Spirito: «È Dio stesso che ci conferma, insieme a voi, in Cristo e ci ha conferito l’unzione, ci ha impresso il sigillo e ci ha dato la caparra dello Spirito nei nostri cuori» (2 Cor 1,21-22). Lo Spirito è unzione perché fa penetrare nella nostra persona le cose di Dio; è sigillo perché ci fa appartenere a Dio in modo permanente; è caparra perché anticipa nella nostra povera vita, la vita eterna. 

Il frutto dello Spirito (Gal 5,22: amore, gioia, pace, magnanimità, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé) è migliore dei suoi sette doni. I sette doni sono una predisposizione (una patente di guida) mentre il frutto rappresenta il risultato (il traguardo raggiunto). 



martedì 10 marzo 2026

Senso teologico della preghiera

 

CHE COSA FA LA CHIESA QUANDO PREGA ?

A una tale domanda, si possono dare — credo — le tre seguenti risposte : 

1. — Essa esprime la sua identità più profonda.

La Chiesa, quando prega, si manifesta proprio in quanto Chiesa. Essa si riunisce. E nota l'affermazione della Costituzione conciliare sulla Liturgia ; affermazione, a mio avviso, tra le piu importanti del Concilio Vaticano II: «... tutti devono dare la più grande importanza alla vita liturgica della diocesi che si svolge intorno alvescovo, principalmente nella chiesa cattedrale: convinti che la principale manifestazione della Chiesa (praecipua manifestatio Ecclesiae) consiste nella partecipazione piena e attiva di tutto il popolo santo di Dio alle medesime celebrazioni liturgiche, soprattutto alla medesima Eucaristia, in una sola preghiera (in una oratione), presso il medesimo altare cui presiede il vescovo circondato dai suoi sacerdoti e ministri». La manifestazione per eccellenza della Chiesa si verifica quando questa si riunisce per la preghiera comune. È allora che essa realizza se stessa al più alto grado; diviene allora « visibilmente » ciò che è « misteriosamente » : popolo di Dio riunito davanti a Lui; essa trova allora anche la sua struttura fondamentale : popolo riunito...

Si ricorda che Ignazio d'Antiochia scriveva ai Magnesii: « II Signore, che era tutt’uno con il Padre, non fece nulla senza di Lui (cfr. Gv 5, 18 ; 12, 50), né agendo da solo, né (agendo) per mezzo dei suoi Apostoli; e cosi anche voi nulla dovete fare senza il vescovo e senza i presbiteri. Ed è inutile che cerchiate di far apparire buono ciò che fate voi, privatamente; siate una cosa sola : un'unica speranza nell'amore, un'unica gioia purissima : questo è Gesù Cristo e nulla e meglio di Lui! Accorrete dunque tutti a quell'unico tempio di Dio, intorno a quell'unico altare che è Gesù Cristo : Egli è uno, e procedendo dall'unico Padre, e rimasto a Lui unito, e a Lui è ritornato nell'unità».

Benché, tuttavia, quest’assemblea della Chiesa non possa non essere assemblea locale, essa ha di fatto dimensioni molto più estese, nello spazio e nel tempo : per e attraverso la sua preghiera comune diviene la Chiesa di Dio, tale quale è a X ; e questa localizzazione dev'esser presa sul serio, perché essa è una delle condizioni della sua ecclesialità. Ma l'assemblea della Chiesa diviene ancor di più : il sacramento, cioé, — con e accanto alle altre Chiese locali — della santa Chiesa stessa di Dio, diffusa nel mondo e nei secoli, che si unisce alla compagnia degli angeli per celebrare il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo. Sicché, quando si parla di preghiera comune, bisogna dire che essa è necessariamente comune alla Chiesa in tutta la sua cattolicità : quando 1'assemblea della Chiesa prega, prega, di fatto, con la Chiesa intera. Essa è, nei limiti inevitabili del «qui» e dell' «ora », epifania del popolo di Dio. Ma se la Chiesa acquista nella preghiera comune la sua identità più profonda in quanto popolo, anche ciascuno dei suoi membri trova in essa che cosa egli è nel più profondo di se stesso : innestato sul Figlio unico, egli è divenuto capace, attraverso lo Spirito, di dire a Dio : «Padre » (4). Egli ha raggiunto il suo vero destino ; ha risposto alla sua vocazione : quella di mettersi alla presenza del Signore, per celebrare, coi fratelli, la gloria del Padre, del Figlio e dello Spirito, e per divenire, attraverso e in questa celebrazione, theias koinonòs physeos (2 Pt. 1, 4) : partecipe della divina natura.

2. — Essa ubbidisce al comando del Signore.

Quando la Chiesa prega, ubbidisce. È la seconda risposta che bisogna dare alla nostra domanda. Certo, la Chiesa tende verso il suo Signore come una giovane verso il suo fidanzato ; ma ciò che motiva la sua preghiera non e necessariamente la necessità o la voglia di pregare : in tempi di aridità spirituale, infatti, può non averne affatto voglia.

Essa si riunisce per pregare perchè ha ricevuto il comando di farlo. Il culto religioso non è anzitutto risultato di un bisogno religioso (per questo, la sua forma non è quella di riuscire ben gradito) : è innanzitutto ubbidienza ad un ordine : «... fate questo in memoria di me . . . », «... quando pregate, dite . . . », « pregate sempre . . . ». Ma perchè questo comando ? Credo si debba avere il coraggio di rispondere: perchè la preghiera, a causa dell'esaudimento di Dio, fa avanzare la storia della salvezza del mondo. Ogni autentica preghiera cristiana è portatrice, realizzatrice di storia, essa provoca l'avvicinamento della fine del mondo (e anche qui vediamo che non è possibile fare una netta distinzione teologica tra preghiera comune e preghiera privata, preghiera tradizionale e preghiera improvvisata). L'esaudimento della preghiera — sarà necessario ritornarvi sopra — mostra, come osserva K. Barth, che vi e « un influsso della preghiera sull'azione, sull'esistenza di Dio » (6).

In altre parole, quando la Chiesa si riunisce per la preghiera, diviene realizzatrice del disegno di Dio per il mondo ; «essa è allora — come dice J. Ellul — generazione di un futuro . . . , è (lì) . . . per assicurare la possibilità di una storia» (7) : la storia della salvezza. Si rivela qui, di fatto, il carattere politico della preghiera cristiana : essa fa maturare la storia, anche se in modo modesto, nascosto, non demagogico . . . « L'atto di pregare — diceva recentemente 1'arcivescovo Antonio Bloom - è un atto di ribellione contro la schiavitù, più essenziale più efficace della lotta armata» (8)

3 — Essa si presenta a Dio nel nome del mondo.

La Chiesa, quando prega, esprime l’identità più vera i se stessa, e 1'identità più naturale dei suoi membri. Essa ubbidisce a un comando del Signore e in tal modo contribuisce a far venire il Regno (9). In terzo luogo, bisogna dire che la Chiesa, quando prega, si sostituisce al mondo, che non sa più o non sa ancora, pregare. Essa si esercita nell'offrirsi sacrificio regale. II famoso «sacerdozio universale », infatti, e molto più 1'ufficio attraverso il quale la Chiesa intera, in Gesù Cristo, si presenta Dio in nome e al posto del mondo, che il diritto, per ogni uomo, di presentarsi immediatamente a Dio. L'ufficio, cioè, al riparo del quale il mondo può sussistere sotto la pazienza di Dio . . . Primizia delle creature, dice, parlando della Chiesa, la lettera di Giacomo (cf. 1, 18) : ciò in cui il mondo intero può comparire e sussistere dinanzi Dio.  È ciò che pone la Chiesa in preghiera, cosi vicino la Croce di Cristo.

Qui, fin dall'inizio noi troviamo, nella giusta prospettiva, la portata politica della preghiera comune : recitata in nome del mondo, questo sopravvive malgrado ciò che 1'attira verso la morte, e un tal fatto gli permette esser raggiunto ancora dall'Evangelo. Ci si sente colpiti, leggendo il Nuovo Testamento, nel notare che si manifesta in esso cosi poco sentimento di responsabilità politica diretta, il suo tenore, a proposito di questo fatto, e molto diverso da quel che si sente dire ascoltando la teologia contemporanea. Non credo ciò dipenda da una certa indifferenza per i poveri e gli sfruttati, e neppure dal fatto che l' ansia escatologica e 1'attesa dell' imminente parusia distogliesse la Chiesa nascente da un impegno politico concreto ; credo piuttosto sia dovuto al fatto che la Chiesa situava il principale esercizio della sua responsabilità politica nella preghiera : nel suo dovere, cioè, di porsi dinanzi a Dio in nome del mondo, perchè il mondo, protetto dalla di lei preghiera, potesse durare ancora e l'Evangelo vi fosse proclamato come 1'unica possibilità di salvezza. La Chiesa, quando prega, e come 1'apostolo Paolo che spezza il pane sul mare in tempesta e garantisce, mediante la sua presenza, la sopravvivenza di tutti i passeggeri. Sarebbe tanto desiderabile che la Chiesa riprendesse oggi coscienza che e proprio mediante la preghiera ch'essa si rende veramente utile al mondo! sarebbe tanto desiderabile che essa fosse fedele a questa sua vocazione!

II. CHE COSA DICE LA CHIESA QUANDO PREGA ?

Cominciamo con 1'osservare che non ogni preghiera è buona per esser recitata, in Chiesa. Bisogna pregare « secondo la volontà di Dio » (cf. 1 Gv 5, 14), o pregare «in nome di Gesù Cristo ». K. Barth chiama la preghiera cristiana «1'atto che consiste nel dare la nostra adesione all'opera di Dio»(10). Egli rileva, dunque, dal senso teologico della preghiera comune, che questa e regolata da ciò che noi sappiamo della volontà di Dio rivelata in Gesù Cristo. Questa volontà, vaglia — se cosi posso dire — tutto ciò che ci potrebbe venire in mente di dire a Dio. È ciò che fa anche in modo che la preghiera comune non possa non tener conto della tradizione liturgica della Chiesa: non necessariamente per ripetere preghiere di un tempo — come si ripeterebbero delle formule che essendo gia state esaudite garantirebbero di esser esaudite di nuovo — ma per pregare come un tempo, secondo gli stessi grandi schemi. Ora mi sembra possibile affermare che pregare « secondo la volontà di Dio » implichi essenzialmente tre cose : 1° - la celebrazione di Dio, che intende ed esaudisce; 2° - la domanda perchè venga il suo Regno ; 3° - 1'intercessione perchè la sua volontà di salvezza si diffonda, si realizzi, si consolidi. Tutte le altre preghiere non sono, per essere cristiane, che delle ramificazioni di questa triplice preghiera fondamentale. Vediamo la cosa un pò più da vicino.

1. — Essa celebra le grandi opere di Dio.

La preghiera comune e innanzitutto celebrazione delle grandi opere di Dio. « Santo è il suo nome : di generazione in generazione la sua misericordia stende su quelli che lo temono. Ha spiegato la potenza del suo braccio, ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore ; ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili; ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato a mani vuote i ricchi. Ha soccorso Israele, suo servo, ricordandosi della sua misericordia, come aveva promesso ai nostri padri, ad Abramo e alla sua discendenza, per sempre » (Lc 1, 50 ss).

«Benedetto il Signore Dio d'Israele, perchè ha visitato e redento il suo popolo, e ha suscitato per noi unasalvezza potente nella casa di Davide, suo servo, come aveva promesso per bocca dei suoi santi profeti d'un tempo : salvezza dai nostri nemici e dalle mani di quanti ci odiano. Cosi Egli ha concesso misericordia ai nostri padri e si e ricordato della sua santa alleanza, del giura-mento fatto ad Abramo, nostro padre, di concederci, liberati dai nemici, di servirlo senza timore, in santità e giustizia al suo cospetto, per tutti i nostri giorni» (Lc 1, 68 ss).

« Signore, tu sei Colui che hai fatto il cielo, la terra, il mare e tutte le cose che sono in essi, tu, mediante lo Spirito Santo, per bocca del padre nostro e tuo servo David, hai detto : 'Perchè fremettero le genti, e i popoli hanno meditate cose vane? I re della terra si presentarono, e i principi si sono radunati insieme contro il Signore e contro il suo Cristo. E veramente, in questa città si sono radunati Erode e Ponzio Pilato, insieme coi Gentili e con tutto il popolo d'Israele, contro il santo tuo Figliolo Gesù, che tu hai consacrato! Essi han fatto quel che la tua mano e il tuo consiglio decreto si facesse» (At 4, 24 ss).

A queste tre preghiere si dovrebbe aggiungere anche la citazione delle innumerevoli formule dossologiche contenute nelle lettere di Paolo, nell'Apocalisse, ed in altri testi. Si dovrebbero aggiungere ancora le formule di confessione di fede mediante le quali la Chiesa riunita si pone di fronte a Dio per celebrarlo, per enumerare tutto quello che Egli ha fatto in Gesù Cristo, dando in Lui, al mondo, un riferimento e una speranza. E questa celebrazione di Dio — primo contenuto della preghiera comune — si basa su una convinzione talmente salda che in Gesu di Nazareth Dio ha fatto biforcare la sorte del mondo intero che, come ad esempio nel magnificat o nel Cantico di Zaccaria, ciò che e ancora tutt’al più solo iniziato — la sconfitta degli orgogliosi, cioè, e il rovesciamento della situazione degli umili e degli affamati — è cantato come irreversibilmente stabilito e realizzato. Proprio come nell'espressione detta da Cristo sulla Croce : « Tutto è compiuto » (Gv 19, 30).

Nella sua preghiera, dunque, la Chiesa comincia col celebrare Dio, la sua misericordia, la sua storia, la sua vittoria. Si pensi al catechismo di Heidelberg, che tanto insiste sul fatto che la preghiera « e la principale parte della riconoscenza che Dio reclama da noi»(ll).

2. — Essa esprime la sua attesa del rinnovamento di tutte le realtà, in Gesù Cristo.

Ciò che la Chiesa esprime, in secondo luogo, nella preghiera comune, e il suo ardente desiderio di vedere incontestabilmente realizzato il rinnovamento di tutte le cose ottenuto dalla morte e resurrezione di Gesù Cristo. «Venga la (tua) grazia e passi questo mondo ! » (12). È la preghiera medesima che chiude lo stesso Nuovo Testamento : «Lo Spirito e la Sposa dicono : Vieni! Vieni, Signore Gesu ! » (Ap 22, 17.20) (13).

Ed e in questa prospettiva — credo — che bisogna interpretare anche 1'insieme dell'orazione domenicale. Essa e la preghiera di coloro per i quali niente conta altrettanto quanto la conferma pubblica, universale, della loro confessione di fede : la dimostrazione che la resurrezione di Gesù nel mattino di Pasqua non può non portare come conseguenza il rinnovamento dell'intera creazione, attraverso lo stabilirsi del Regno di Dio e il godimento dei beni escatologici. Per questo — mi sembra — anche il tenore delle ultime richieste dell'orazione domenicale implora la parusia : il pane epiousios, « soprasostanziale », la cancellazione di tutto ciò che porrebbe 1'uomo in conflitto con Dio, la capacita di resistere al maligno nel giorno dell'ultimo giudizio. E il semeron [oggi] della quarta richiesta mi sembra allora voglia dire che, nell'ansiosa attesa della parusia, fin d'oggi noi possiamo vivere della vittoria del Cristo e della venuta dello Spirito Santo, come attesta la variante della versione lucana della preghiera del Signore : «venga su di noi il tuo Santo Spirito e ci purifichi» (Lc 11,2).

3. — Essa attesta l'evangelizzazione del mondo

Il terzo elemento veramente importante della preghiera comune, e che non ostante gli ostacoli posti dal1'avversario, il disegno di Dio avanza nel mondo ; coloro, perciò, che sono incaricati di essere i portatori dell'Evangelo del Signore, lo siano senza affievolirsi. Si potrebbe anche dire che il terzo elemento veramente importante della preghiera comune, è 1'evangelizzazione del mondo. « E adesso, Signore, tieni presenti» le minacce di Erode, di Pilato, delle nazioni, del popolo d'Israele «e concedi ai tuoi servi di annunziare la tua parola con tutta fran-chezza, mentre tu stendi la mano a risanare e a operar segni e prodigi per mezzo del nome del santo tuo Figlio Gesù», dicono i fedeli di Gerusalemme al ritorno di Pietro e Giovanni dopo che avevano essi dovuto comparire dinanzi al Sinedrio (At 4, 29 ss). Sono stato colpito nel notare la regolarità di questo tipo di preghiera nei testi neotestamentari: la richiesta che 1'Evangelo si radichi, si fortifichi la dove e gia piantato, che arrivi a nuovi luoghi d'impiantazione. Non è possibile farne 1'enumerazione completa ; pochi esempi saranno sufficienti.

Si potrebbero anzitutto rilevare i rendimenti di grazie con cui Paolo inizia le sue lettere, e che sono dominati dalla preoccupazione dell'avanzamento dell'Evangelo nel mondo. «Ringraziamo Iddio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, ogni volta che preghiamo per voi, sentendo la fede che avete in Cristo Gesu e 1'amore che portate a tutti i santi, per via della speranza che e riposta per voi nei cieli; speranza che avete gia da tempo concepito nella parola di verità del Vangelo pervenuto a voi, come in tutto il mondo sta producendo i suoi frutti e facendo progressi quali fa tra voi, dal di che 1'avete udito, e avete conosciuto la grazia di Dio nella sua verità . . . Perciò anche noi. . . non cessiamo dal pregare per voi e dal chiedere che siate ben compenetrati della conoscenza di quel che e la sua volontà in tutto il campo della sapienza e intelligenza spirituale, si da procedere in modo degno del Signore, con pieno suo gradimento, in ogni opera buona, fruttificando e progredendo nella cognizione di Dio, in ogni virtù fortificati secondo la sua gloriosa potenza a sopportare ogni cosa con pazienza e longanimità, con gioia ringraziando Dio Padre dell'avervi resi atti ad aver parte nell'eredita dei santi nella luce ; quel Dio, che ci ha sottratti all'impero delle tenebre, e ci ha trasportati nel regno del Figlio dell'amor suo, in cui abbiamo la redenzione, la remissione dei peccati » (Cl 1, 3-14). O ancora : « Io ringrazio il mio Dio ad ogni ricordo di voi, sempre, in ogni orazione mia, pregando con gioia per tutti voi, a motivo della vostra partecipazione al Vangelo, dal primo giorno fino ad ora, persuaso di questo appunto che chi ha cominciato in voi 1'opera buona, la compirà fino al giorno di Gesu Cristo. Ed e giusto per me il pensar questo di tutti voi, perchè vi ho nel cuore, come quelli che, e nelle mie catene, e nella difesa e nella confermazione del Vangelo, siete tutti compagni a me nella grazia. Poiché Dio mi e testimone che io voglio bene a tutti voi nelle viscere di Gesù Cristo ; e questa e la mia preghiera che la vostra carità cresca sempre più e più, in cognizione e in ogni finezza di senso, si da riconoscere voi le cose migliori, affinché siate schietti e irreprensibili fino al giorno di Cristo, ripieni del frutto della giustizia per via di Gesù Cristo, a gloria e lode di Dio » (Fl 1, 3-11).

Questi esempi potrebbero esser moltiplicati. Ad essi bisogna aggiungere, nello stesso senso, 1'esortazione rivolta ai Tessalonicesi o ai Colossesi, di pregare per lui « perchè la parola del Signore abbia corso e sia glorificata ovunque . . . e affinché noi siamo liberati dagli uomini protervi e malvagi, poiché non e di tutti la fede » (2 Tss 3, 1 ss); o di pregare sempre per lui «affinché Iddio gli apra la porta della parola, e gli sia dato annunziare il mistero di Cristo, per il quale anche ora e in catene, affinché lo manifesti come conviene che ne parli» (cfr. Cl 4, 3 ss). Si ritrova qui come un'eco della preghiera sacerdotale di Gesù che chiede a Dio non di togliere dal mondo coloro a cui Egli da 1'incarico di rappresentarlo in esso, ma di preservarli dal male, santificarli attraverso la verità e unirli incrollabilmente « affinché il mondo riconosca che tu mi hai mandato e che li hai amati, come hai amato me » (Gv 17, 9 ss).

Questa stessa preoccupazione dell'avanzamento del1'Evangelo e del consolidamento della fede di coloro che hanno creduto, si ritrova ancora, di frequente, nelle benedizioni dossologiche riportate dal nuovo Testamento:

«A Colui che può consolidarvi secondo il mio Vangelo e la predicazione di Gesù Cristo, conforme alla rivelazione di un mistero per lunghi secoli taciuto, (ma ora rivelato, per mezzo delle Scritture profetiche, giusta 1'ordine dell'eterno Dio e conosciuto fra tutte le genti per trarle all'obbedienza della fede), a Dio unico Sapiente, per via di Gesù Cristo, sia gloria per i secoli dei secoli. Amen ! » (Rm 16, 25 ss: cf. Giud. 24 ss).

Riassumendo : se, mediante la preghiera comune, la Chiesa esprime la sua più profonda identità, fa avanzare la storia della salvezza, tiene il suo ruolo di popolo sacerdotale, mediatore tra Dio e il mondo, tra il mondo e Dio, quello che essa celebra in questa preghiera e innanzitutto Dio e la storia che Egli concretizza per salvare il mondo; e poi l' implorazione perchè venga la parusia e con essa sia (definitivamente) stabilito il Regno di Dio; e infine la richiesta che essa, la Chiesa, e coloro che ne sono i responsabili, possano fedelmente assolvere il com-pito che solo loro sono capaci di assolvere, e che e indispensabile al mondo e alla sua salvezza : far in modo, cioè, che nell'attesa della parusia, 1'Evangelo si diffonda, s'impianti, si consolidi e porti il suo frutto. Non credo esagerato dire che tutte le altre preghiere non sono cri-stiane che nella misura in cui scaturiscono da queste tre preghiere fondamentali e preparano ad esse.

III.

A CHE COSA, LA PREGHIERA COMUNE, IMPEGNA LA CHIESA, CHE LA RIVOLGE A DIO?

Mi domando spesso se l'attuale crisi della preghiera e della vita di preghiera non sia dovuta in gran parte ad un riflesso d'onesta : in coloro, evidentemente, che non dubitano (dell’esistenza) di un Dio, vivente e personale. Si prega male, si prega poco, perchè s'insiste sulla serietà della preghiera, s'insiste nel dire che la preghiera impegna. Si tende allora a rifugiarsi nella preghiera della Chiesa. Ma anche questa impegna, impegna altrettanto. A che cosa pero ?

1. — Volere ciò che si chiede a Dio.

La preghiera impegna la Chiesa a volere essa stessa ciò che domanda a Dio. Se la preghiera — per riprendere la citazione di K. Barth riportata poco fa — è «l'atto che consiste nel dare la nostra adesione all'opera di Dio » (14), questa adesione impegna. La Chiesa stessa diventa responsabile di ciò che domanda. Si, liberamente responsabile : senza alcun timore, cioè, per tutto ciò che si dovrà fare. A questo proposito, 1'assenza di frenesia che caratterizza la politica missionaria di Paolo : di lui, che, pure — se l' esegesi di 2 Tm 2 proposta da O. Cullmann è corretta (15) — era incaricato in modo più particolare degli altri del compimento del terzo momento del contenuto della preghiera, e che sapeva di essere un elemento chiave dell'avanzamento della storia della salvezza, e esemplare.

Se Paolo fosse stato veramente convinto della parusia, avrebbe egli organizzato si saggiamente la sua strategia missionaria, da impiantare 1'Evangelo soltanto nelle città, per poi arrivare a poco a poco, alle campagne ? Avrebbe egli pazientemente atteso tre anni nelle prigioni di Cesarea, prima di appellare a Cesare ? La preghiera impegna la Chiesa a mettersi innanzitutto al servizio dell'esaudimento di ciò che essa domanda a Dio. Essa stessa diviene allora collaboratrice di Dio nell'avanzamento del piano di salvezza, qualunque sia l'esegesi di Theou sunergoi [collaboratori di Dio] che si adotta per spiegare il testo di 1 Cr 3, 9 (16).

E di tutta la vita della Chiesa che bisognerebbe qui parlare, perchè essa non e altro che un volontariato per e nell'opera della salvezza che Dio persegue nel mondo.

Riguardo a ciò che abbiamo rilevato parlando del contenuto della preghiera cristiana, impegnarsi nel servizio dell'esaudimento di quel che si domanda a Dio, significa — ricondotto all'essenziale — : sapere che quel che conta veramente, nel mondo, e la venuta, 1'insegnamento, la passione, la vittoria e la glorificazione di Gesù Cristo e 1'agire m conseguenza (di queste stesse realtà) ; esser tesi verso la manifestazione di ciò che e avvenuto nel momento dell'incarnazione e sottomettere alla speranza di questa manifestazione 1'insieme della propria vita, dare all'impiantazione e alla crescita dell'Evangelo la preferenza su ogni altra attività ; compiere ciò che è specificamente cristiano, ciò che nessuna cosa e nessun altro che la Chiesa può compiere qui in terra.

2. — Pregare in modo unanime.

Parlando della preghiera comune, il Nuovo Testamento utilizza frequentemente due espressioni che fanno riflettere: la comunità cristiana, per la sua preghiera si riunisce epi to auto, «in uno stesso luogo » (17), e questa preghiera e pronunziata «in maniera unanime », «in comune», homothymadon (18). La Chiesa, che la preghiera costituisce in assemblea di Dio, e una Chiesa una.Come non si va a presentare a Dio la propria offerta in stato di inimicizia col fratello, ma si va prima a riconciliarsi con lui (cfr. Mt 5, 23 ss), cosi la Chiesa non deve presentarsi a Dio divisa. La sua divisione sarebbe infatti una smentita — per cosi dire — di ciò che essa e, un sabotaggio della propria preghiera (cfr. Mt 18, 19). È qui anche il senso del bacio di pace che precede il momento più importante della preghiera comune : 1'Eucaristia (19).

Se la preghiera comune impegna a mettersi al servizio di ciò che si domanda a Dio e ad accettare di divenire noi stessi operatori di esaudimento, bisogna ora dire, in secondo luogo, che la preghiera comune impegna la Chiesa — che la rivolge a Dio — a far questo in modo unanime, nell'unita ; che 1'impegna, di conseguenza, ad una particolare cura per impedire le divisioni e, se queste si sono prodotte, a guarirle.

Noi non siamo qui per abbordare, ancor meno per trattare le relazioni tra preghiera comune e ricerca ecumenica, ma sarebbe cosa estremamente importante il porci almeno le domande: sono le nostre divisioni talmente profonde, da impedirci di pregare insieme, perché convinti di non rivolgerci allo stesso Dio, attraverso lo stesso Cristo e nello stesso Spirito ? E se esse non sono tali, se esse non c'impediscono di pregare insieme, che cosa attendiamo per misurarne non la profondità ma la piccolezza e per svelarla ed eliminarla, onde la Chiesa locale possa riunirsi epi to auto, per rivolgersi a Dio homoihymadon ?

3. — Una preghiera già esaudita.

Un ultimo punto in questo breve esame da noi fatto, per conoscere a che cosa la preghiera impegna. Esso ci ha condotto all'esaudimento della preghiera. « Questa è la fiducia che noi abbiamo in Lui — dice la prima lettera di Giovanni — che qualunque cosa chiederemo secondo la sua volontà, Egli ci esaudisce. E sappiamo che ci esaudisce, qualunque cosa gli chiediamo ; lo sappiamo perchè abbiamo 1'effetto delle richieste a Lui fatte» (5, 14-15). Ciò significa — credo — che la preghiera cristiana e una preghiera gia esaudita in Gesù Cristo, una preghiera di cui noi domandiamo a Dio di confermare 1'esaudimento. « Perciò vi dico — afferma Gesù — tutte le cose che domanderete nella preghiera, abbiate fede di ottenerle e le otterrete » (Mc 11, 24). La preghiera comune dei cristiani si appoggia, in qualche modo, a ciò che Dio ha compiuto in Gesù Cristo e che e «infinitamente al di la di quel che noi domandiamo, o pensiamo » (Ef 3, 20); ed è in questa situazione ch'essa è pronunziata. Noi non possiamo domandare di più di quello che Dio ci ha donato, possiamo nondimeno domandare 1'apocalisse, lo svelamento, la manifestazione incontestabile di tutto questo. Ciò che mi sembra significare, in modo assai concreto, tre cose :

1° - la pazienza nell'attesa dell'esaudimento, o piuttosto dell'esaudimento manifesto. Può sembrare talvolta— o anche spesso — che Dio risponda al contrario di ciò che gli domandiamo anche con fede; come indica la preghiera stessa, non esaudita, di Gesù nel Getsemani

— prima che Egli si piegasse alla volontà di Dio (Mc 14, 36) — o come Paolo apprende dopo averchiesto per tre volte (anche lui 1 Cfr. Mc 14, 36.39.41) di esser oberato da quel misterioso stimolo della carne (cf. 2 Cr 12, 7). Apprende cioè che gli è sufficiente la grazia di Dio, poiché la forza di Dio si compie nella debolezza. Si, può sembrare che Dio risponda al contrario, come appresero anche quelle persone — di cui il mondo era indegno — che furono lapidate, segate, perirono di spada, andarono raminghe, furono denudate, oppresse, maltrattate perchè non dovevano giungere alla perfezione senza di noi (cf. Ebr 11, 37).

L'esaudimento segreto preliminare, e garante dell'esaudimento ultimo manifesto. La preghiera comune o privata impegna dunque alla fiducia nella virtù, nella validità, e sufficienza dell'esaudimento preliminare di ogni preghiera cristiana, impegna alla fede in Gesù Cristo, incarnato, crocifisso, risuscitato e glorificato.

In secondo luogo, se la preghiera impegna alla pazienza, nell'attesa dell'esaudimento finale della preghiera gia fin d'ora esaudita, essa non impegna di meno a ricercare tutti quei segni in cui 1'esaudimento preliminare e finale trovano la propria attestazione, ed a gioirne. E specie a ricercare ed a gioire di quel momento più importante, in cui si attesta, per eco ed anticipazione, l'esaudimento della preghiera : l'Eucaristia della domenica.

Infine, se l'esaudimento che attendiamo, è la manifestazione e la conferma di ciò che è passato nella vita, morte e resurrezione di Gesù di Nazareth, se esso è 1'esaurimento dell'esaudimento, allora noi sappiamo che cosa domandare per pregare secondo Dio: è infatti l'orazione domenicale quella preghiera totalmente differente dalla preghiera spontanea, che sale dal cuore dell'uomo (21) e provoca e segna l'avanzamento della storia della salvezza.


sabato 7 marzo 2026

La Samaritana

 Domenica III A

Il dialogo con la Samaritana espone come Gesù conduca alla fede in Lui, una donna che non aveva chiesto né aveva meritato questo dono. Egli le rivela se stesso a lei e agli altri Samaritani. Non poteva dare loro di più. «Mi feci ricercare da chi non mi consultava, mi feci trovare da chi non mi cercava. Dissi: «Eccomi, eccomi» a una nazione che non invocava il mio nome (Is 65,1). È stato Gesù a recarsi presso i Samaritani, non loro ad invitarlo

Gesù sorprende la donna con la sua bontà facendole capire che Egli non detesta i Samaritani né li teme. La bontà dell’uomo Gesù è la massima rivelazione di Dio. In questo modo chiede anche a noi di diventare buoni. Un fatto non scontato perché l’uomo lasciato a se stesso è più feroce delle fiere (gli animali uccidono ma non torturano). 

Primo passo. Prima di parlargli delle cose importanti della fede, suggerisce alla donna un gesto di bontà verso di lui. L’agire buono è una buona preparazione alla rivelazione più grande. Vale come una preghiera, nella quale chi è ancora non credente si apre a ricevere un dono più grande della sua richiesta esplicita e della sua speranza. 

Secondo passo. Gesù suscita la sua curiosità rivelandogli l’esistenza di un altro mondo, di un’altra vita rappresentata da un’acqua che disseta per sempre. 

Terzo passo. Gesù spinge la donna a riesaminare la sua esistenza, senza umiliarla. Il cammino spirituale è sempre un fatto personale e concreto. Gesù rivela se stesso a noi ma svela anche noi stessi a noi stessi. La donna conosce una verità che non le fa male ma la libera perché è pronunciata da una Persona che non la giudica.  

Quarto passo. La donna pone una questione religiosa. In questo settore, le opinioni sono sempre varie e piuttoste confuse. Gesù non afferma che tutte le credenze sono valide alla stessa maniera (i Giudei sono più vicini alla verità dei Samaritani) ma che vengono superate da quella verità che è la sua stessa Persona. Il culto perfetto è partecipare al suo rapporto con Dio Padre, sorretti dallo Spirito Santo. 

Quinto passo. La donna diventa capace di essere apostola. Fa quello che i discepoli non avevano saputo fare. Di Gesù non conosce quasi niente ma ha colto un elemento essenziale. Lo Spirito è come il vento: non si vede ma si osservano i suoi effetti. Ciò che sa di Lui è l’entusiasmo che Egli ha rivegliato nel suo cuore e questo risultato le fa capire che Egli è il Messia. 

Dal Commento al Vangelo di Giovanni di s. Tommaso d’Aquino

625 - L'affetto della samaritana traspare da due cose: 

primo, dal fatto che per la grandezza della sua devozione abbandonò e quasi dimenticò l'acqua e la brocca, quello cioè per cui era venuta alla fonte. Per questo il testo afferma che sa abbandonò la sua brocca, e andò in città, per annunziare grandezze di Cristo, senza curarsi del proprio vantaggio materiale, per il bene degli altri. E in ciò essa segue l'esempio degli Apostoli, i quali, come è detto in Matteo (4,20), «abbandonate le reti, seguirono il Signore». La brocca sta qui a significare la cupidigia mondana, con la quale gli uomini, con un’attività tutta terrestre, estraggono i piaceri dal profondo le tenebre, ossia dal pozzo, che ne è l'immagine. Perciò quelli che per Dio abbandonano le cupidigie del mondo lasciano la brocca; 2 Tm 2,4: «Nessuno che militi per Dio amischia negli affari del secolo».

Secondo, tale affetto traspare dalla moltitudine delle persone alle quali rivolge il suo annunzio: poiché non si rivolge a una, o due, o tre persone, ma a tutta la città: andò in città. E in viene prefigurato l'ufficio degli Apostoli, ai quali il Signore le questo compito: «Andate e ammaestrate tutte le genti» 28,18); «Io vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto» (sotto , 15.16).