Domenica VI di Pasqua
Sarebbe un grande guadagno per noi scoprire e godere della presenza del Signore Gesù in noi e nella nostra vita. Egli ha promesso: mi manifesterò a chi crede in me e mi ama. Non lo lascerò orfano ma tornerò presso di Lui. La promessa che Gesù rivolge a tuttti dobbiamo scoprirla come un bene personale.
Gesù si rivela a chi vive il suo messaggio o almeno cerca di farlo. Quando noi amiamo Gesù e desideriamo obbedire a Lui, è il segno che siamo stati amati da Dio, che ci è venuto incontro e ci ha offerto il dono di godere dell’amicizia del suo Figlio Gesù.
Può verificarsi che il contesto attorno a noi sia molto difficile. Allora dobbiamo continuare ad adorare Gesù e testimoniarlo con dolcezza. «Un servo del Signore non deve essere litigioso, ma mite con tutti, capace di insegnare, paziente, dolce nel rimproverare quelli che gli si mettono contro, nella speranza che Dio conceda loro di convertirsi» (2 Tm 2,24-26).
La persona retta suscita l’ammirazione ma anche l’irritazione di chi si sente giudicato dalla sola vista della rettitudine: «È diventato per noi una condanna dei nostri pensieri; ci è insopportabile solo al vederlo, perché la sua vita non è come quella degli altri, e del tutto diverse sono le sue strade» (Sap 2,14-15). Soffrire, non perché si agisce male ma, al contrario, perché si compie il bene, diventa un’accasione preziosa. Non per la sofferenza in sé (che non è mai auspicata dal Signore) ma perché è un’occasione preziosa per imparare la carità e non c’è nulla di meglio nella vita che sperimentare la dolcezza infinita dell’amore vero.
È il dono portato da Filippo alle città della Samaria. Dove giunge il Vangelo, arriva la gioia. «Il Regno di Dio è giustizia, pace e gioia nello Spirito Santo» (Rm 14,17). Come Paolo, Filippo potrebbe dire: «Noi non intendiamo fa da padroni sulla vostra fede; siamo invece collaboratori della vostra gioia, perché nella fede voi siete saldi» (2 Cor 1,24). Essa non è soltanto un sentimento, forse passeggero, ma una stabilità di fondo, una partecipazione alla gioia di Gesù (Gv 17,13) e può sovvrabondare anche nelle stesse tribolazioni (2 Cor 7,4). È frutto dell’amore, del dono di sé, non del semplice benessere psico-fisico. «Vi è più gioia nel dare che nel ricevere» (At 20,5).
Prima lettura
Atti 8,5-17 5Filippo, sceso in una città della Samaria, predicava loro il Cristo. 6E le folle, unanimi, prestavano attenzione alle parole di Filippo, sentendolo parlare e vedendo i segni che egli compiva. 7Infatti da molti indemoniati uscivano spiriti impuri, emettendo alte grida, e molti paralitici e storpi furono guariti. 8E vi fu grande gioia in quella città. 14Frattanto gli apostoli, a Gerusalemme, seppero che la Samaria aveva accolto la parola di Dio e inviarono a loro Pietro e Giovanni. 15Essi scesero e pregarono per loro perché ricevessero lo Spirito Santo; 16non era infatti ancora disceso sopra nessuno di loro, ma erano stati soltanto battezzati nel nome del Signore Gesù. 17Allora imponevano loro le mani e quelli ricevevano lo Spirito Santo.
Filippo, sfuggendo alla persecuzione, trasforma una sventura in opportunità. Sceso in Samaria, annuncia Cristo. Il Vangelo riguarda la persona di Gesù; è lui la vite fruttuosa alla quale dobbiamo restare uniti. I Samaritani talora si erano mostrati ostili verso Gesù (Lc 9,52), altre volte accoglienti (Gv 4,39). Gesù avevato seminato, soprattutto con la sua morte in croce ed ora i suoi discepoli, diventati suoi missionari, mietono subentrando nella sua fatica (Gv 4,38). Filippo, ripresentando nella sua opera, la persona stessa di Gesù annuncia, guarisce e libera dal diavolo. Dove giunge il Vangelo, arriva la gioia. «Il Regno di Dio è giustizia, pace e gioia nello Spirito Santo» (Rm 14,17). Come Paolo, Filippo potrebbe dire: «Noi non intendiamo fa da padroni sulla vostra fede; siamo invece collaboratori della vostra gioia, perché nella fede voi siete saldi» (2 Cor 1,24). Essa non è soltanto un sentimento, forse passeggero, ma una stabilità di fondo, una partecipazione alla gioia stessa di Gesù (Gv 17,13) e può sovvrabondare anche nelle stesse tribolazioni (2 Cor 7,4). È frutto dell’amore, del dono di sé, non del semplice benessere psico-fisico. «Vi è più gioia nel dare che nel ricevere» (At 20,5).
Gli aposoli stabiliscono una comunione tra Gerusalemme e Samaria. Ogni chiesa è costituita sulla testimonianza degli apostoli come fondamento. «Voi non siete più stranieri né ospiti, ma siete concittadini dei santi e familiari di Dio, edificati sopra il fondamento degli apostoli e dei profeti, e avendo come pietra angolare lo stesso Cristo Gesù. In lui anche voi insieme con gli altri venite edificati per diventare dimora di Dio per mezzo dello Spirito» (Ef 2,19-22).
Il loro primo compito è pregare perché i nuovi discepoli ricevano lo Spirito. «In verità vi dico ancora: se due di voi sopra la terra si accorderanno per domandare qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli ve la concederà» (Mt 18,19).
Godere della presenza dello Spirito, è necessario per poter essere discepoli di Gesù e rivestirsi di lui. L’iniziazione cristiana prevedeva l’immersione nell’acqua per la purificazione e l’imposizione delle mani per la trasmissione dello Spirito. Qui il rito avviene in due tempi per evidenziare il rapporto di comunione con la Chiesa degli apostoli.
Secona lettura
1 Pt 3,15-18 Adorate il Signore, Cristo, nei vostri cuori, pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi. 16Tuttavia questo sia fatto con dolcezza e rispetto, con una retta coscienza, perché, nel momento stesso in cui si parla male di voi, rimangano svergognati quelli che malignano sulla vostra buona condotta in Cristo. 17Se questa infatti è la volontà di Dio, è meglio soffrire operando il bene che facendo il male, 18perché anche Cristo è morto una volta per sempre per i peccati, giusto per gli ingiusti, per ricondurvi a Dio; messo a morte nel corpo, ma reso vivo nello spirito.
Adorare Gesù e testimoniarlo con dolcezza. «Un servo del Signore non deve essere litigioso, ma mite con tutti, capace di insegnare, paziente, dolce nel rimproverare quelli che gli si mettono contro, nella speranza che Dio conceda loro di convertirsi, perché riconoscano la verità e rientrino in se stessi, liberandosi dal laccio del diavolo, che li tiene prigionieri perché facciano la sua volontà» (2 Tm 2,24-26).
La persona retta può suscitare l’ammirazione ma anche l’irritazione di chi si sente giudicato dalla sola vista della rettitudine: «È diventato per noi una condanna dei nostri pensieri; ci è insopportabile solo al vederlo, perché la sua vita non è come quella degli altri, e del tutto diverse sono le sue strade» (Sap 2,14-15).
La Sacra Scrittura, allora, presenta persone rimaste fedeli a Dio (e protette da Lui) nel soffrire ostilità e ingiustizia. Fu il caso particolare di Giuseppe: «Perché io sono stato portato via ingiustamente dal paese degli Ebrei e anche qui non ho fatto nulla perché mi mettessero in questo sotterraneo… Il Signore fu con Giuseppe, gli conciliò benevolenza e gli fece trovare grazia agli occhi del comandante della prigione» (Gen Gen 40,15; 39,21).
Trovarsi a vivere in una relazione difficile o perfino ingiusta è passare come in un crogiolo che libera dalle scorie e rivela la preziosità della carità. «Esorta ancora i più giovani a essere assennati, offrendo te stesso come esempio in tutto di buona condotta, con purezza di dottrina, dignità, linguaggio sano e irreprensibile, perché il nostro avversario resti confuso, non avendo nulla di male da dire sul conto nostro. Esorta gli schiavi a esser sottomessi in tutto ai loro padroni; li accontentino e non li contraddicano, non rubino, ma dimostrino fedeltà assoluta, per fare onore in tutto alla dottrina di Dio, nostro salvatore» (Tt 2,6-10).
Vangelo
Gv 14. 15Se mi amate, osserverete i miei comandamenti; 16e io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre, 17lo Spirito della verità, che il mondo non può ricevere perché non lo vede e non lo conosce. Voi lo conoscete perché egli rimane presso di voi e sarà in voi. 18Non vi lascerò orfani: verrò da voi. 19Ancora un poco e il mondo non mi vedrà più; voi invece mi vedrete, perché io vivo e voi vivrete. 20In quel giorno voi saprete che io sono nel Padre mio e voi in me e io in voi. 21Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi ama. Chi ama me sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui».
Giovanni adopera il termine comandamenti ma altre volte usa il singolare, comandamento oppure parola. Non pensa soltanto in termini morali ma allude a tutta la rivelazione che trasmette vita.
L’amore si manifesta nell’obbedienza. «Non vogliate mostrare l’amore che avete per me con le lacrime, ma con l’obbedienza ai miei comandi» (TO 645). [L’amore obbediente prepara a ricevere lo Spirito: infatti lo Spirito che è amore, non viene dato se non a coloro che amano. Tuttavia amore ed obbedienza presuppongono già la mozione dello Spirito Santo. Perciò queste qualità, sono già elargite a noi perché possiamo ricevere doni maggiori. Vale a dire, «se mi amate mediante lo Spirito Santo che già avete e se obbedite ai miei comandi, riceverete lo Spirito con maggior pienezza» (TO 649)].
16 Pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre, 17lo Spirito della verità, che il mondo non può ricevere perché non lo vede e non lo conosce. Gesù si definisce il primo Paraclito (cf 1 Gv 2,1); il secondo Paraclito, lo Spirito, resterà sempre con i discepoli; «si ha donazione vera quando il dono è per sempre» (TO 653). È Spirito di verità perché guida i discepoli alla comprensione della rivelazione che è Cristo. «Il vero, da chiunque sia detto, viene dallo Spirito» (Ambrosiaster). Rimane, tuttavia, un mondo che rifiuta e il dramma vissuto da Gesù si perpetua nel tempo. Nessuno può amare insieme Dio e il mondo. Chi ama il mondo non può ricevere lo Spirito che è amore per Dio. Inoltre «i doni spirituali non possono essere accolti senza essere desiderati», ma chi ama il mondo non desidera i beni del Signore (TO 659)
18. Voi lo conoscete perché egli rimane presso di voi e sarà in voi. I discepoli conoscono lo Spirito nella persona di Gesù e nella spinta alla fede che hanno percepita nel loro intimo, ma dopo la sua glorificazione sperimenteranno la sua azione in modo più efficace. Lo Spirito farà in modo che anche Gesù rimanga sempre con loro anche se non più in modo visibile (v.18).
v. 19 Ancora un poco e il mondo non mi vedrà più; voi invece mi vedrete, perché io vivo e voi vivrete. Mentre il mondo abbandonato ai suoi soli mezzi di conoscenza sarà incapace di percepire Gesù oltre la sua morte, i discepoli sperimenteranno la presenza di Cristo Risorto e condivideranno la sua nuova vita (così pure quelli che crederanno in base alla loro testimonianza). Questa conoscenza e partecipazione alla vita del Risorto prepara e anticipa ciò che si compirà del momento della Parusia. L'essenziale è dato fin d'ora, anche se resta aperta la prospettiva di un compimento.
v. 20 «In quel giorno voi saprete che io sono nel Padre mio e voi in me e io in voi». In quel giorno è una formula ricorrente nell'Antico Testamento per designare la venuta dell'epoca escatologica che comincerà con la resurrezione di Gesù. Allora i discepoli, nella fede, crederanno che Gesù vive ormai nel Padre ma anche godranno della comunione profonda che si realizzerà tra Gesù e loro, vivendo della stessa vita.
v.21 «Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi ama. Chi ama me sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui». Una persona cerca di osservare i comandamenti, per il fatto che ama il Signore. Dio, che ama il discepolo dall’eternità, manifesterà nel tempo questo suo amore, nel corso della vita del suo fedele. Cristo stesso, che agisce sempre in sintonia con il Padre, ci amerà a sua volta e ci farà godere le conseguenze della sua predilezione.
«Io amo coloro che mi amano, e quelli che mi cercano mi trovano. Ricchezza e onore sono con me, sicuro benessere e giustizia. Il mio frutto è migliore dell’oro più fino, il mio prodotto è migliore dell’argento pregiato. Sulla via della giustizia io cammino e per i sentieri dell’equità, per dotare di beni quanti mi amano e riempire i loro tesori» (Pr 8,17-21). «Se uno è in Cristo, è una creatura nuova; le cose vecchie sono passate, ecco ne sono nate di nuove» (2 Cor 5,17).
Lunedi VI
Atti 16. 11Salpati da Tròade, facemmo vela direttamente verso Samotràcia e, il giorno dopo, verso Neàpoli 12e di qui a Filippi, colonia romana e città del primo distretto della Macedonia. Restammo in questa città alcuni giorni. 13Il sabato uscimmo fuori della porta lungo il fiume, dove ritenevamo che si facesse la preghiera e, dopo aver preso posto, rivolgevamo la parola alle donne là riunite. 14Ad ascoltare c’era anche una donna di nome Lidia, commerciante di porpora, della città di Tiàtira, una credente in Dio, e il Signore le aprì il cuore per aderire alle parole di Paolo. 15Dopo essere stata battezzata insieme alla sua famiglia, ci invitò dicendo: «Se mi avete giudicata fedele al Signore, venite e rimanete nella mia casa». E ci costrinse ad accettare.
A Filippi, Paolo cerca di unirsi a9lla preghiera del Sabato, propria degli Ebrei. Trova un luogo di preghiera in una zona della città, frequentato da alcune donne. L’apostolo ebbe sempre una particolare attenzione per loro. Non si tratta di una vera Sinagoga, con una liturgia regolare.
L’apostolo parla alle presenti e viene “ascoltato” da Lidia, una pagana che condivideva la fede giudaica, senza essere ebrea. Il Signore le aprì il cuore, perché non è possibile credere senza una mozione di grazia. «Nessuno può venire a me, se non lo attira il Padre che mi ha mandato… Sta scritto nei profeti: E tutti saranno ammaestrati da Dio» (Gv 6,44-45). «Dio conceda a tutti voi volontà di adorarlo e di compiere i suoi desideri con cuore generoso e animo pronto; vi dia una mente aperta ad intender la sua legge e i suoi comandi, e volontà di pace» (2 Mac 1-5).
Lidia viene battezzata e con lei tutta la sua famiglia, com’era frequente in quell’epoca. Dimostra di aver intrapreso una nuova vita perché costringe i missionari ad accettare la sua ospitalità, sebbene essi, normalmente, si facessero ospitare da giudei. Lidia imita l’ospitalità di Abramo (Gen 18,4-5) e adempie un obbligo d’amore fraterno: «Perseverate nell’amore fraterno. Non dimenticate l’ospitalità; alcuni, praticandola, hanno accolto degli angeli, senza saperlo» (Eb 13,1-2).
Nasce la Chiesa di Filippi con la quale Paolo stringerà un solido legame d’amicizia: «Dio mi è testimone del profondo affetto che ho per tutti voi nell’amore di Cristo Gesù» (Fil 1,8). In seguito, in modo contrario al suo stile normale, accetterà, aiuti da questa comunità: «Ben sapete proprio voi, Filippesi, che nessuna Chiesa aprì con me un conto di dare o di avere, se non voi soli; ed anche a Tessalonica mi avete inviato per due volte il necessario. Non è però il vostro dono che io ricerco, ma il frutto che ridonda a vostro vantaggio. Adesso ho il necessario e anche il superfluo; sono ricolmo dei vostri doni, che sono un profumo di soave odore, un sacrificio accetto e gradito a Dio» (Fil 4,15-18).
Gv 15. 26Quando verrà il Paràclito, che io vi manderò dal Padre, lo Spirito della verità che procede dal Padre, egli darà testimonianza di me; 27e anche voi date testimonianza, perché siete con me fin dal principio. 16 1Vi ho detto queste cose perché non abbiate a scandalizzarvi. 2Vi scacceranno dalle sinagoghe; anzi, viene l’ora in cui chiunque vi ucciderà crederà di rendere culto a Dio. 3E faranno ciò, perché non hanno conosciuto né il Padre né me. 4Ma vi ho detto queste cose affinché, quando verrà la loro ora, ve ne ricordiate, perché io ve l’ho detto.
«Io manderò su di voi quello che il Padre ha promesso» (Lc 24,49). Lo Spirito che procede dal Padre è inviato da Cristo glorificato, con il quale è intimamente legato e si manifesterà attraverso la testimonianza dei discepoli: «Avrete forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi e mi sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino agli estremi confini della terra» (At 1,8). «Quando vi consegneranno nelle loro mani, non preoccupatevi di come o di che cosa dovrete dire, perché vi sarà suggerito in quel momento ciò che dovrete dire: non siete infatti voi a parlare, ma è lo Spirito del Padre vostro che parla in voi» (Mt 10,19-20). Paolo dichiara: «Ecco ora, avvinto dallo Spirito, io vado a Gerusalemme senza sapere ciò che là mi accadrà. So soltanto che lo Spirito Santo in ogni città mi attesta che mi attendono catene e tribolazioni. Non ritengo tuttavia la mia vita meritevole di nulla, purché conduca a termine la mia corsa e il servizio che mi fu affidato dal Signore Gesù, di rendere testimonianza al messaggio della grazia di Dio» (At 20,22-24).
Martedi VI
Atti 16. 22La folla allora insorse contro di loro e i magistrati, fatti strappare loro i vestiti, ordinarono di bastonarli 23e, dopo averli caricati di colpi, li gettarono in carcere e ordinarono al carceriere di fare buona guardia. 24Egli, ricevuto quest’ordine, li gettò nella parte più interna del carcere e assicurò i loro piedi ai ceppi. 25Verso mezzanotte Paolo e Sila, in preghiera, cantavano inni a Dio, mentre i prigionieri stavano ad ascoltarli. 26D’improvviso venne un terremoto così forte che furono scosse le fondamenta della prigione; subito si aprirono tutte le porte e caddero le catene di tutti. 27Il carceriere si svegliò e, vedendo aperte le porte del carcere, tirò fuori la spada e stava per uccidersi, pensando che i prigionieri fossero fuggiti. 28Ma Paolo gridò forte: «Non farti del male, siamo tutti qui». 29Quello allora chiese un lume, si precipitò dentro e tremando cadde ai piedi di Paolo e Sila; 30poi li condusse fuori e disse: «Signori, che cosa devo fare per essere salvato?». 31Risposero: «Credi nel Signore Gesù e sarai salvato tu e la tua famiglia». 32E proclamarono la parola del Signore a lui e a tutti quelli della sua casa. 33Egli li prese con sé, a quell’ora della notte, ne lavò le piaghe e subito fu battezzato lui con tutti i suoi; 34poi li fece salire in casa, apparecchiò la tavola e fu pieno di gioia insieme a tutti i suoi per avere creduto in Dio.
Paolo ha liberato una ragazza schiava da un spirito demoniaco che le faceva pronunciare oracoli e, per tale attività, forniva lauti compensi ai suoi padroni. Questi, indignati per il mancato guadagno, dal momento che la ragazza non era più in grado di dare oracoli, scatenano la folla contro di lui e contro Sila. I missionari finiscono in una prigione dalla quale è impossibile evadere. Un fatto analogo era capitato anche a Pietro (At 12). Incuranti della loro sorte, i prigionieri glorificano il Signore, senza preoccuparsi di chiedere la loro liberazione. «Guardatevi dal rendere male per male ad alcuno; ma cercate sempre il bene tra voi e con tutti. State sempre lieti, pregate incessantemente, in ogni cosa rendete grazie; questa è infatti la volontà di Dio in Cristo Gesù verso di voi» (1 Ts 5,15-18). «Pregando, non sprecate parole come i pagani, i quali credono di venire ascoltati a forza di parole. Non siate dunque come loro, perché il Padre vostro sa di quali cose avete bisogno ancor prima che gliele chiediate» (Mt 6,7-8). È il Signore stesso a provvedere alla loro liberazione compiendo atti clamorosi.
Il carceriere, sorpreso dagli eventi accaduti, chiede come avrebbe potuto essere salvato. «Volgetevi a me e sarete salvi, paesi tutti della terra, perché io sono Dio; non ce n’è altri» (Is 45,22). Ad una domanda simile Gesù aveva suggerito ai suoi interlocutori di credere in lui. «Gli dissero allora [i Giudei]: “Che cosa dobbiamo fare per compiere le opere di Dio?”. Gesù rispose: “Questa è l'opera di Dio: credere in colui che egli ha mandato”» (Gv 628-29). Paolo rivolge il medesimo invito al carceriere. I missionari lo evangelizzano.
Convertito, il carceriere si prende cura dei prigionieri che aveva maltrattato. Si comporta come il samaritano solidale della parabola: «Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi, caricatolo sopra il suo giumento, lo portò a una locanda e si prese cura di lui» (Lc 10,34). L’opera buona è segno autentico del cambiamento interiore avvenuto: «noi sappiamo che siamo passati dalla morte alla vita, perché amiamo i fratelli. Chi non ama rimane nella morte» (1 Gv 4,14). L’azione misericordiosa sollecita un dono maggiore. Solo allora può essere battezzato (e consumare una cena eucaristica?).
Gv 16. 5Ora però vado da colui che mi ha mandato e nessuno di voi mi domanda: “Dove vai?”. 6Anzi, perché vi ho detto questo, la tristezza ha riempito il vostro cuore. 7Ma io vi dico la verità: è bene per voi che io me ne vada, perché, se non me ne vado, non verrà a voi il Paràclito; se invece me ne vado, lo manderò a voi. 8E quando sarà venuto, dimostrerà la colpa del mondo riguardo al peccato, alla giustizia e al giudizio. 9Riguardo al peccato, perché non credono in me; 10 riguardo alla giustizia, perché vado al Padre e non mi vedrete più; 11riguardo al giudizio, perché il principe di questo mondo è già condannato.
I discepoli sono fortemente rattristati ed impauriti per la partenza di Gesù. Invece Gesù li rincuora e li invita ad avere fiducia perché, grazia alla sua assenza, potrà inviare lo Spirito Santo. Viene elargito, infatti, da Gesù glorificato e sostituirà la sua presenza in modo tale che essi eserciteranno una missione efficace.
Lo Spirito attuerà un vero procedimento giudiziario contro il Principe di questo mondo. Dimostrerà la colpevolezza del mondo per l’incredulità dei suoi oppositori. Quanto alla giustizia, lo Spirito testimonierà che Dio ha riconosciuto Gesù, lo ha onorato e glorificato. Quanto al giudizio, lo Spirito convincerà che la condanna di Gesù è stata ingiusta e che la sua eliminazione, non è stata la sua sconfitta.
La sentenza definita contro Satana è stata emessa all’atto della morte di Gesù; tuttavia, il mondo intero continua a restare in balia del Maligno (1 Gv 5,19). I credenti possono sfuggire a questo potere nefasto e abbandonare il peccato.
Mercoledi VI
At 17. 22Allora Paolo, in piedi in mezzo all’Areòpago, disse: «Ateniesi, vedo che, in tutto, siete molto religiosi. 23Passando infatti e osservando i vostri monumenti sacri, ho trovato anche un altare con l’iscrizione: “A un dio ignoto”. Ebbene, colui che, senza conoscerlo, voi adorate, io ve lo annuncio. 24Il Dio che ha fatto il mondo e tutto ciò che contiene, che è Signore del cielo e della terra, non abita in templi costruiti da mani d’uomo 25né dalle mani dell’uomo si lascia servire come se avesse bisogno di qualche cosa: è lui che dà a tutti la vita e il respiro e ogni cosa. 26Egli creò da uno solo tutte le nazioni degli uomini, perché abitassero su tutta la faccia della terra. Per essi ha stabilito l’ordine dei tempi e i confini del loro spazio 27perché cerchino Dio, se mai, tastando qua e là come ciechi, arrivino a trovarlo, benché non sia lontano da ciascuno di noi. 28In lui infatti viviamo, ci muoviamo ed esistiamo, come hanno detto anche alcuni dei vostri poeti: “Perché di lui anche noi siamo stirpe”. 29Poiché dunque siamo stirpe di Dio, non dobbiamo pensare che la divinità sia simile all’oro, all’argento e alla pietra, che porti l’impronta dell’arte e dell’ingegno umano. 30Ora Dio, passando sopra ai tempi dell’ignoranza, ordina agli uomini che tutti e dappertutto si convertano, 31perché egli ha stabilito un giorno nel quale dovrà giudicare il mondo con giustizia, per mezzo di un uomo che egli ha designato, dandone a tutti prova sicura col risuscitarlo dai morti». 32Quando sentirono parlare di risurrezione dei morti, alcuni lo deridevano, altri dicevano: «Su questo ti sentiremo un’altra volta». 33Così Paolo si allontanò da loro. 34Ma alcuni si unirono a lui e divennero credenti: fra questi anche Dionigi, membro dell’Areòpago, una donna di nome Dàmaris e altri con loro.
Nel discorso ai pagani di Atene, Paolo predica il monoteismo, come aveva fatto con quelli della Pisidia. Inizia lodando la loro religiosità e attesta di completare una lacuna nel loro spirito religioso: si sono premurati di onorare un dio ignoto e l’apostolo vuole far conoscere loro quel Dio che essi già venerano senza conoscerlo. Rivela loro che esiste un Dio creatore che non può essere contenuto in una costruzione umana (né materiale, né concettuale). Egli, inoltre, non ha bisogno del nostro culto ed opera sempre in maniera benefica e gratuita. L’apostolo aggiunge che il Signore ha spinto gli uomini a cercarlo, sebbene, poi, in realtà non sia lontano da nessuno. Anzi ha predisposto una certa connaturalità tra Lui e l’uomo. Filosofi insigni avevano sostenuto verità simili. Ciò nonostante l’uomo avanza nell’oscurità e ha bisogno, più che darsi alla ricerca intellettuale, di porsi in ascolto dell’unico vero Dio che parla attraverso il creato e personaggi storici da lui ispirati.
Salomone, nella dedicazione del tempio, riconosce che questo luogo santo non può rinchiudere Dio: «è proprio vero che Dio abita sulla terra? Ecco i cieli e i cieli dei cieli non possono contenerti, tanto meno questa casa che io ho costruita!» (2 Cr 3,18). Dio è inaccessibile nelle sue vie ed agisce in totale gratuità: «Quanto sono imperscrutabili i suoi giudizi e inaccessibili le sue vie! Infatti, chi mai ha potuto conoscere il pensiero del Signore? O chi gli ha dato qualcosa per primo, sì che abbia a riceverne il contraccambio?» (Rm 11,33-35), È necessario che Dio si riveli perché «abita una luce inaccessibile; che nessuno fra gli uomini ha mai visto né può vedere» (1 Tm 6,16).
Infine l’apostolo annuncia il contenuto essenziale della fede cristiana: Dio vuole che gli uomini, abbandonando le divinità si convertano a lui. Ha stabilito un giudizio su di loro che avverrà tramite Colui che ha risuscitato dai morte. Questo annuncio contraddice il pensiero greco che considera il corpo una prigione dell’anima, da cui conviene liberarsi.
L’uditorio reagisce in modo scontato. Come accadeva nel mondo giudaico, si divide. Non c’è né trionfalismo, né totale pessimismo. Il dato positivo sta nel fatto che alcuni si convertono, tra loro anche un mebro ragguardevole del Consiglio della città. Il Vangelo comincia a radicarsi anche nella cultura pagana.
La vita eterna consiste nel conoscere l’unico vero Dio e colui che ha mandato, Gesù Cristo (Gv 17,3). Paolo cerca di introdurre tutti gli uomini in questa conoscenza vitale. Queste persone vengono strappare dall’ignoranza («il mondo non ti ha conosciuto» Cf Gv 17,25) e partecipano alla conoscenza che Gesù ha del Padre: «Io ti ho conosciuto… Ho fatto conoscere il tuo Nome e lo farò conoscere» (Gv 17,26). Dio ama tutti gli uomini come ha amato Gesù («l’amore con il quale mi hai amato sia in essi Cf Gv 17,26)» e vuole rivelarsi a loro.
Gv 16. 12Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso. 13Quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità, perché non parlerà da se stesso, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annuncerà le cose future. 14Egli mi glorificherà, perché prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà. 15Tutto quello che il Padre possiede è mio; per questo ho detto che prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà.
Gesù ha trasmesso tutto ciò che sa, ciò che ha visto fare dal Padre ma i discepoli (cioè, in ultima analisi, tutti noi) sono incapaci di accogliere per intero il suo messaggio, di comprenderne la portata e di accettare le sue conseguenze. Spesso i suoi suggerimenti sembrano inacettabili («Chi non porta la propria croce e non viene dietro di me, non può essere mio discepolo» (Lc 14,27), invece ha sempre evitato di caricare gli uomini di pesi insopportabili, come facevano molti maestri, i quali, dopo tutto, cercavano di evitarli (Cf Lc 11,46) e impone a tutti un peso leggero (Mt 11,30). Gli apostoli si mostreranno increduli verso alcune indicazioni di Gesù, come il rifiuto del divorzio e la scelta della verginità (Mt 19,11-12). Egli causerà discordia (Lc 12,51-53) e invitera a passare attraverso la porta stretta (Lc 13,24). I discepoli, in primo luogo, dovranno, in primo luogo, cercare di comprendere il significato profondo della Pasqua di Gesù, un evento che avevano respinto (Cf Lc 18,34) .
Paolo verificherà che anche i suoi fedeli faticheranno ad apprezzare il suo insegnamento nella sua interezza: «Io, fratelli, sinora non ho potuto parlare a voi come a uomini spirituali, ma come ad esseri carnali, come a neonati in Cristo. Vi ho dato da bere latte, non un nutrimento solido, perché non ne eravate capaci. E neanche ora lo siete; perché siete ancora carnali: dal momento che c'è tra voi invidia e discordia, non siete forse carnali e non vi comportate in maniera tutta umana?» (1 Cor 3, 1-3).
Dio, da sempre, ha guidato il suo popolo mediante il suo Spirito: «Non inciamparono…, lo spirito del Signore li guidava al riposo. Così tu conducesti il tuo popolo, per farti un nome glorioso» (Is 63,13-14). Lo Spirito insegnerà a comprendere la forza, la profondità e la vitalità dell’insegnamento di Gesù, in modo che almeno alcuni possano capirlo e indurre tutti gli altri ad accoglierlo. «Quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrarono in cuore di uomo, queste ha preparato Dio per coloro che lo amano. Ma a noi Dio le ha rivelate per mezzo dello Spirito; lo Spirito infatti scruta ogni cosa, anche le profondità di Dio. Chi conosce i segreti dell'uomo se non lo spirito dell'uomo che è in lui? Così anche i segreti di Dio nessuno li ha mai potuti conoscere se non lo Spirito di Dio. Ora, noi non abbiamo ricevuto lo spirito del mondo, ma lo Spirito di Dio per conoscere tutto ciò che Dio ci ha donato» (1 Cor 2,9-12).
Giovedi VI
Atti 18. 1Dopo questi fatti Paolo lasciò Atene e si recò a Corinto. 2Qui trovò un Giudeo di nome Aquila, nativo del Ponto, arrivato poco prima dall’Italia, con la moglie Priscilla, in seguito all’ordine di Claudio che allontanava da Roma tutti i Giudei. Paolo si recò da loro 3e, poiché erano del medesimo mestiere, si stabilì in casa loro e lavorava. Di mestiere, infatti, erano fabbricanti di tende. 4Ogni sabato poi discuteva nella sinagoga e cercava di persuadere Giudei e Greci. 5Quando Sila e Timòteo giunsero dalla Macedonia, Paolo cominciò a dedicarsi tutto alla Parola, testimoniando davanti ai Giudei che Gesù è il Cristo. 6Ma, poiché essi si opponevano e lanciavano ingiurie, egli, scuotendosi le vesti, disse: «Il vostro sangue ricada sul vostro capo: io sono innocente. D’ora in poi me ne andrò dai pagani». 7Se ne andò di là ed entrò nella casa di un tale, di nome Tizio Giusto, uno che venerava Dio, la cui abitazione era accanto alla sinagoga. 8Crispo, capo della sinagoga, credette nel Signore insieme a tutta la sua famiglia; e molti dei Corinzi, ascoltando Paolo, credevano e si facevano battezzare.
Fondazione della Chiesa di Corinto. Paolo si stabilisce in casa di due giudeo-cristiani, Aquila e Priscilla, espulsi da Roma. Lavorava con loro nel tessere tende (di peli di capra della Cilicia?). Il Vangelo, a Corinto, entra in forma silenziosa e modesta, nella figura di un semplice lavoratore. «Non disprezzare il lavoro faticoso» (Sir 7,15), raccomandava il sapiente. «Voi ricordate infatti, fratelli, il nostro duro lavoro e la nostra fatica: lavorando notte e giorno per non essere di peso ad alcuno di voi, vi abbiamo annunciato il vangelo di Dio. Voi siete testimoni, e lo è anche Dio, che il nostro comportamento verso di voi, che credete, è stato santo, giusto e irreprensibile» (1 Ts 2,9).
L’incontro con i due coniugi fu provvidenziale perché, gradualmente, divennero suoi stretti collaboratori: «Salutate Prisca e Aquila, miei collaboratori in Cristo Gesù. Essi per salvarmi la vita hanno rischiato la loro testa, e a loro non io soltanto sono grato, ma tutte le Chiese del mondo pagano» (Rm 16,3). Tempo dopo, a Roma, ospiteranno nella loro abitazione una Chiesa domestica: «Vi salutano molto nel Signore Aquila e Prisca, con la comunità che si raduna nella loro casa» (1 Cor 16,19).
Nel giorno di Sabato, in Sinagoga, si rivolge ai giudei, ai timorati di Dio e proseliti, che frequentavano il culto ebraico. Cerca di dimostrare la messianicità di Gesù. Dal momento che gli Ebrei respingono questo annuncio, l’apostolo si dedica ai pagani. La conversione inattesa del capo della sinagoga convince molti a credere in Gesù.
Gv 16 16Un poco e non mi vedrete più; un poco ancora e mi vedrete». 17Allora alcuni dei suoi discepoli dissero tra loro: «Che cos’è questo che ci dice: “Un poco e non mi vedrete; un poco ancora e mi vedrete”, e: “Io me ne vado al Padre”?». 18Dicevano perciò: «Che cos’è questo “un poco”, di cui parla? Non comprendiamo quello che vuol dire». 19Gesù capì che volevano interrogarlo e disse loro: «State indagando tra voi perché ho detto: “Un poco e non mi vedrete; un poco ancora e mi vedrete”? 20In verità, in verità io vi dico: voi piangerete e gemerete, ma il mondo si rallegrerà. Voi sarete nella tristezza, ma la vostra tristezza si cambierà in gioia.
Il discorso di Gesù tenta di spiegare il sigificato degli avvenimenti pasquali. Egli sarà sottratto ai discepoli con violenza ed essi, per un po di tempo, rimarranno senza il conforto della sua presenza fisica. Tempo dopo, si mostrerà loro da Risorto. La sua presenza non sarà come lo era stata fino al tempo anteriore alla sua passione. Vivrà presso il Padre una vita glorosa ed eterna. Allo smarrimento dei discepoli, Gesù cerca di precisare al meglio la sua parola profetica ma l’evento della Pasqua che sta per compiersi non è comprensibile nel momento del suo svolgersi ma solo, ad esperienza avvenuta, con il sostegno dello Spirito Santo.
Venerdi VI
Atti 18 9Una notte, in visione, il Signore disse a Paolo: «Non aver paura; continua a parlare e non tacere, 10perché io sono con te e nessuno cercherà di farti del male: in questa città io ho un popolo numeroso». 11Così Paolo si fermò un anno e mezzo, e insegnava fra loro la parola di Dio. 12Mentre Gallione era proconsole dell’Acaia, i Giudei insorsero unanimi contro Paolo e lo condussero davanti al tribunale 13dicendo: «Costui persuade la gente a rendere culto a Dio in modo contrario alla Legge». 14Paolo stava per rispondere, ma Gallione disse ai Giudei: «Se si trattasse di un delitto o di un misfatto, io vi ascolterei, o Giudei, come è giusto. 15Ma se sono questioni di parole o di nomi o della vostra Legge, vedetevela voi: io non voglio essere giudice di queste faccende». 16E li fece cacciare dal tribunale. 17Allora tutti afferrarono Sòstene, capo della sinagoga, e lo percossero davanti al tribunale, ma Gallione non si curava affatto di questo. 18Paolo si trattenne ancora diversi giorni, poi prese congedo dai fratelli e s’imbarcò diretto in Siria, in compagnia di Priscilla e Aquila. A Cencre si era rasato il capo a causa di un voto che aveva fatto.
Il Risorto appare di nuovo a Paolo allo scopo di farlo rimanere a Corinto, in un luogo che poteva sembrare totalmente ostile al Vangelo. Egli aveva dovuto sopportare enormi fatiche: «Anch’io, fratelli, quando venni tra voi, non mi presentai ad annunciarvi il mistero di Dio con l’eccellenza della parola o della sapienza. Io ritenni infatti di non sapere altro in mezzo a voi se non Gesù Cristo, e Cristo crocifisso. Mi presentai a voi nella debolezza e con molto timore e trepidazione. La mia parola e la mia predicazione non si basarono su discorsi persuasivi di sapienza, ma sulla manifestazione dello Spirito e della sua potenza, perché la vostra fede non fosse fondata sulla sapienza umana, ma sulla potenza di Dio» (1 Cor 2,1-5).
I giudei accusano Paolo presso il proconsole Gallione ma questi, da persona onesta, non si lascia ingannare. Comprende che i suoi avversari stanno trasferendo un dibattito religioso nel settore politico. Lo stesso farà il procuratore Festo («Gli accusatori gli si misero attorno, ma non addussero nessuna delle imputazioni criminose che io immaginavo; avevano solo con lui alcune questioni relative la loro particolare religione e riguardanti un certo Gesù, morto, che Paolo sosteneva essere ancora in vita. Perplesso di fronte a simili controversie, gli chiesi se voleva andare a Gerusalemme ed esser giudicato là di queste cose…» Cf At 25,18-20).
Paolo, pazientando, mostra di non voler opporsi all’autorità dello stato perché anche questa appartiene al mondo della creazione, voluto e guidato da Dio. «I governanti infatti non sono da temere quando si fa il bene, ma quando si fa il male. Vuoi non aver da temere l'autorità? Fà il bene e ne avrai lode, poiché essa è al servizio di Dio per il tuo bene» (Rm 13,3). «Chi vi potrà fare del male, se sarete ferventi nel bene? E se anche doveste soffrire per la giustizia, beati voi! Non vi sgomentate per paura di loro, né vi turbate, ma adorate il Signore, Cristo, nei vostri cuori, pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi. Tuttavia questo sia fatto con dolcezza e rispetto, con una retta coscienza, perché nel momento stesso in cui si parla male di voi rimangano svergognati quelli che malignano sulla vostra buona condotta in Cristo» (1 Pt 3,13-16).
L’iniziativa maliziosa contro Paolo si volge a danno dei suoi accusatori. L’intraprendente Sostene riceve violente percosse, forse dalla folla sempre propensa all’ostilità nei confronti degli Ebrei. Gallione non si immischia, comportandosi come Pilato di fronte al tumulto giudaico: «Non sono responsabile…, vedetevela voi!» (Mt 27,24)
L’apostolo conclude il suo soggiorno a Corinto, facendosi accompagnare dai due coniugi incontrati provvidenzialmente e che, ora, diventano suoi collaboratori.
Gv 16 20In verità, in verità io vi dico: voi piangerete e gemerete, ma il mondo si rallegrerà. Voi sarete nella tristezza, ma la vostra tristezza si cambierà in gioia. 21La donna, quando partorisce, è nel dolore, perché è venuta la sua ora; ma, quando ha dato alla luce il bambino, non si ricorda più della sofferenza, per la gioia che è venuto al mondo un uomo. 22Così anche voi, ora, siete nel dolore; ma vi vedrò di nuovo e il vostro cuore si rallegrerà e nessuno potrà togliervi la vostra gioia.
Gesù cerca di precisare sempre meglio il contenuto del suo annuncio profetico che ha tanto sgomentato i discepoli. Nell’ora della passione, essi, rammaricati da fatti assai duri, che è quasi impossibile sopportare, proveranno una tristezza angosciante mentre gli avversari di Gesù godranno nella falsa certezza di averlo eliminato per sempre. Tuttavia, in un tempo abbastanza breve, conosceranno una gioia incontenibile (a motivo dell’apparizione a loro del Risorto). Per rassicurare i discepoli, Gesù usa l’immagine della donna partoriente che passa dal dolore acuto ad una gioia esplosiva che dimentica la sofferenza patita. «Si dirà in quel giorno: “Ecco il nostro Dio; in lui abbiamo sperato perché ci salvasse; questi è il Signore in cui abbiamo sperato; rallegriamoci, esultiamo per la sua salvezza”» (Is 25,9).
La gioia dei discepoli per il superamento della morte da parte di Gesù, è come un’anticipazione di quella di cui godrà l’umanità redenta. «Eliminerà la morte per sempre; il Signore Dio asciugherà le lacrime su ogni volto; la condizione disonorevole del suo popolo farà scomparire da tutto il paese, poiché il Signore ha parlato» (Is 25,8).
Nel tempo tra la Risurrezione e il ritorno glorioso del Signore, i cristiani vivranno sentimenti simili (ma non uguali) a quelli provati dagli apostoli dopo la morte di Gesù, prima di rivederlo da risorto. Infatti i cristiani affrontano le prove della fede non dominati dallo sconforto ma già ricolmi di gioia anche nella tribolazione: «Siete ricolmi di gioia, anche se ora dovete essere un pò afflitti da varie prove, perché il valore della vostra fede, molto più preziosa dell'oro, che, pur destinato a perire, tuttavia si prova col fuoco, torni a vostra lode, gloria e onore nella manifestazione di Gesù Cristo: voi lo amate, pur senza averlo visto; e ora senza vederlo credete in lui. Perciò esultate di gioia indicibile e gloriosa, mentre conseguite la mèta della vostra fede, cioè la salvezza delle anime» (1 Pt 1,6-9).
Sabato VI
At 18. 23Trascorso là un po’ di tempo, partì: percorreva di seguito la regione della Galazia e la Frìgia, confermando tutti i discepoli. 24Arrivò a Èfeso un Giudeo, di nome Apollo, nativo di Alessandria, uomo colto, esperto nelle Scritture. 25Questi era stato istruito nella via del Signore e, con animo ispirato, parlava e insegnava con accuratezza ciò che si riferiva a Gesù, sebbene conoscesse soltanto il battesimo di Giovanni. 26Egli cominciò a parlare con franchezza nella sinagoga. Priscilla e Aquila lo ascoltarono, poi lo presero con sé e gli esposero con maggiore accuratezza la via di Dio. 27Poiché egli desiderava passare in Acaia, i fratelli lo incoraggiarono e scrissero ai discepoli di fargli buona accoglienza. Giunto là, fu molto utile a quelli che, per opera della grazia, erano divenuti credenti. 28Confutava infatti vigorosamente i Giudei, dimostrando pubblicamente attraverso le Scritture che Gesù è il Cristo.
Vengono riportati eventi che riguardano il terzo viaggio missionario. Riparte di nuovo da Antiochia di Siria e dapprima visita le comunità già evangelizzate ma poi si reca ad Efeso, dove vive il culmine della sua attività evangelizzatrice.
Il testo riferisce del suo incontro con Apollo. Questi era un giudeo-cristiano colto, itinerante, indipendente da Paolo. Era giunto ad Efeso prima di Paolo. Tuttavia non era ancora formato del tutto e, quindi, bisognoso di completare la sua istruzione, che gli venne impartita dai collaboratori dell’apostolo. L’evangelizzazione di Efeso era cominciata prima dell’arrivo di Paolo (come quella di Roma). Apollo vuole spostarsi a Corinto e viene raccomandato dai fratelli di Efeso, com’era prassi nelle comunità cristiane (Cf 2 Cor 3,1).
Dopo la sua adesione al Signore, Paolo stesso era stato presentato da Barnaba alla comunità di Gerusalemme ancora diffidente nei suoi confronti: «Venuto a Gerusalemme, cercava di unirsi ai discepoli, ma tutti avevano paura di lui, non credendo che fosse un discepolo. Allora Barnaba lo prese con sé, lo condusse dagli apostoli... Così egli poté stare con loro e andava e veniva in Gerusalemme, predicando apertamente nel nome del Signore» (At 9,26-28). A sua volta l’apostolo si propose di raccomandare alla Chiesa di Gerusalemme le persone che volevano consegnare a quella Chiesa la colletta raccolta in Macedonia e in Grecia (Acaia): «Quando arriverò, quelli che avrete scelto li manderò io con una mia lettera per portare il dono della vostra generosità a Gerusalemme. E se converrà che vada anch'io, essi verranno con me» (1 Cor 16,3-4).
Il discernimento era sempre necessario: «[I falsi profeti] vengono a voi in veste di pecore, ma dentro sono lupi rapaci» (Mt 7,15). «Perfino in mezzo a voi sorgeranno alcuni a parlare di cose perverse, per attirare i discepoli dietro di sé» (At 20,30). «Non prestate fede ad ogni spirito, ma mettete alla prova gli spiriti, per saggiare se provengono veramente da Dio» (1 Gv 4,1). «Verrà giorno in cui non si sopporterà più la sana dottrina, ma, pur di udire qualcosa, gli uomini si circonderanno di maestri secondo i propri capricci, rifiutando di dare ascolto alla verità per perdersi dietro alle favole» (2 Tm 4,3).
Gv 16 23Quel giorno non mi domanderete più nulla. In verità, in verità io vi dico: se chiederete qualche cosa al Padre nel mio nome, egli ve la darà. 24Finora non avete chiesto nulla nel mio nome. Chiedete e otterrete, perché la vostra gioia sia piena. 25Queste cose ve le ho dette in modo velato, ma viene l’ora in cui non vi parlerò più in modo velato e apertamente vi parlerò del Padre. 26In quel giorno chiederete nel mio nome e non vi dico che pregherò il Padre per voi: 27il Padre stesso infatti vi ama, perché voi avete amato me e avete creduto che io sono uscito da Dio. 28Sono uscito dal Padre e sono venuto nel mondo; ora lascio di nuovo il mondo e vado al Padre».
v.23 Nel giorno “escatologico” cominciato con la risurrezione e culminante nel glorioso ritorno del Signore, i discepoli comprenderanno il Vangelo in maniera sempre più profonda, senza essere costretti ad interrogare il Maestro ripetutamente, rimanendo inoltre perplessi alle sue risposte.
v. 24 Chiedere nel Nome di Gesù è fare nostra la sua richiesta al Padre, che santifichi il suo nome e faccia pervenire il suo Regno. Non soltanto in modo generico ma circostanziato, in ogni occasione. «Questa è la fiducia che abbiamo in lui: qualunque cosa gli chiediamo secondo la sua volontà, egli ci ascolta. E se sappiamo che ci ascolta in quello che gli chiediamo, sappiamo di avere già quello che gli abbiamo chiesto» (1 Gv 5,14-15). «Non avete perché non chiedete; chiedete e non ottenete perché chiedete male, per spendere per i vostri piaceri. Gente infedele! Non sapete che amare il mondo è odiare Dio?» (Gc 4,2-4)
v.25 Gesù, nel corso del suo ministero, aveva dovuto riprendere il suo insegnamento e offrire ai discepoli delle spiegazioni più chiare e più dettagliate. Tuttavia, qui, l’intero messaggio del Vangelo è considerato inaccessibile senza l’intervento dello Spirito Santo. Gesù, ora, potrà chiarire sempre meglio le sue parole, potrà persuadere e farle praticare.
v.26 La mediazione di Cristo sarà talmente efficace da poter “scomparire”. Crescendo nella fede e nell’amore, i discepoli saranno uniti a Cristo così strettamente da partecipare alla sua comunione con il Padre.

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