lunedì 1 luglio 2013

Essenza del cristianesimo (Haussherr)

Gesù Cristo, il Cristo della fede cristiana, è la risposta di Dio a quest'implorazione umana. E che risposta! «Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna» (Gv 3,16). «Che diremo dunque in proposito? Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi? Egli che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha dato per tutti noi, come non ci donerà ogni cosa insieme con lui?» (Rm 8,31ss).
Questa è l’essenza del cristianesimo. Il cristiano è fedele alla sua vocazione se vive della sua fede in quest'amore. E le prime generazioni ne hanno avuto pienamente coscienza. Gesù Cristo messaggero, vittima ed esecutore dei disegni paterni di Dio sulla sua creatura per mezzo del ministero dei suoi apostoli attira le «nazioni» nell’orbita d’Israele, e insieme con Israele nel regno di Dio che è «il regno del suo Figlio diletto» (Col 1,13). Dio Padre — con una pienezza di significato che non viene assolutamente resa dalle espressioni metaforiche in uso presso i pagani — quale Pater tón hólón, «Padre di tutti»: ciò che non esprimono adeguatamente nemmeno le pur meravigliose prefigurazioni dell’Antico Testamento. Gli stranieri di ieri, gli ospiti di passaggio, i pagani di buona volontà, i vari Epitteto e Marco Aurelio e la folla degli anonimi che aspirano come loro, ma senza saperlo, alla liberazione dall’inutilità, dalla solitudine, dalla heimarmene (fato) e dalla morte, sono diventati realmente, quindi non solo a parole, figli del Dio supremo, loro Padre in Christo Jesu Domino nostro.
«Quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente!» (1Gv 3,1). Ritroviamo quest'esclamazione di ammirazione nella Lettera a Diogneto, e possiamo ben dire che questo sia il nucleo di fondo della spiritualità di ogni tempo. «Chi di noi si sarebbe mai aspettato (una cosa simile)?» (A Diogneto, VIII, 11). «Quanta sovrabbondanza di bontà e d'amore per gli uomini da parte di Dio!» (ibid. IX, 2). E qui che inizia la vita cristiana ed è in questo che culmina: «La prima cosa che riceverai è la conoscenza di un Padre» (ibid. X, 1); e anche: «Comincerai a conoscere il Padre».
Quelli che avevano ricevuto il messaggio evangelico con quella fede totale che abbiamo riscontrato in Ignazio di Antiochia, furono e vissero da allora in uno stupore che si manifesta spesso, particolarmente in una forma di felicità che, più che esprimersi, si irradia. Questa è la seconda tappa, come dice la Lettera a Diogneto: «E quando lo avrai conosciuto, di quale gioia pensi che sarai pieno?» (X, 3). Infine, terza e quarta tappa: «Come amerai colui che per primo ti ha amato?»; «E quando avrai cominciato ad amarlo, sarai imitatore della sua bontà» (ibid. X, 3-4).
1. Prima tappa: la conoscenza del Padre. Gli studiosi non sono d'accordo sulla sfumatura del termine epignosis; per alcuni significa una conoscenza eminente; per altri, il primo passo, il primo approccio alla conoscenza. Indipendentemente dal termine, secondo l’insegnamento cristiano, la conoscenza di Dio Padre costituisce la grazia per eccellenza e il più alto soggetto di meditazione. Non rimane soltanto sul piano intellettuale, ma pervade la sensibilità di tutto l’essere. «Non dobbiamo mancare d'intelligenza; dobbiamo prendere coscienza del progetto della bontà del Padre nostro...» (Barnaba, II, 9). Bisogna «avere gli occhi fissi sul Padre» (Clemente, XIX, 2). «Contempliamolo col pensiero; fissiamo con gli occhi dell'anima il suo benevolo volere; riflettiamo quanto sia buono verso tutta la creazione» (ibid. 3).
Ci vuole quindi una meditazione profonda, abituale, per prendere coscienza di questa paternità che veglia su di noi, per apprezzare nel suo giusto valore questa rivelazione inaudita, cioè che il Dio inaccessibile dei filosofi ha stabilito fra lui e noi il rapporto più intimo, quello tra Padre e figlio.
Quello che ne sottolinea la grandezza è il fatto che i padri apostolici, anziché negare l’«autarchia» divina, che sembrerebbe forzare Dio a disinteressarsi di noi, vi insistono; Clemente (LII, 1) dice con una breve frase, usando la parola classica aprosdees: «II Sovrano dell’universo, fratelli, è esente da bisogni, non esige niente da nessuno, se non essere riconosciuto». Barnaba specifica che questo vale anche per gli atti di culto: Dio «ci ha fatto sapere tramite tutti i profeti che non ha bisogno di sacrifici, ne di olocausti o di oblazioni» (II, 4). Egli ci ha amati, ma con una carità totalmente disinteressata perché «colui che ha fatto il cielo e la terra [notare questo richiamo frequente!] e tutto quello che essi contengono, che ci provvede di tutto quello di cui abbiamo bisogno, non può certamente avere bisogno a sua volta di nessuna di quelle cose che mette a disposizione di coloro che pensano di dargliele» (A Diogneto, III, 4). I pagani che credono di dare qualcosa a Dio sono «elleni ottusi», vittime della loro intelligenza, e i giudei assomigliano a loro su questo punto (ibid. II-III). La saggezza dei filosofi è anch'essa limitata, perché si ferma al pensiero della sufficienza divina, prendendone lo spunto per negare la Provvidenza.
Per ricapitolare questi pensieri non c'è niente di meglio che leggere un brano di sant'Ireneo, fedele erede dei padri apostolici, contenuto nella Confutazione della falsa gnosi (= Adversus haereses, IV, 14, I):
 In principio Dio plasmò Adamo non perché avesse bisogno di lui, ma per avere uno su cui riversare i suoi doni. Infatti non solo prima di Adamo, ma prima di ogni creazione il Verbo glorificava il Padre dimorando in lui; e anche il Verbo era glorificato dal Padre, come dice egli stesso: «Padre, glorificami davanti a te, con quella gloria che avevo presso di te, prima che il mondo fosse» (Gv 17,5). (Cristo) non ci ha ordinato di seguirlo perché avesse bisogno del nostro servizio, ma per darci la salvezza. Seguire il Salvatore è prendere parte alla salvezza; e seguire la luce è ricevere la luce. Quelli che si trovano nella luce, non sono loro a illuminare la luce, al contrario, sono da essa interamente illuminati. Da parte loro non le danno niente, ma soltanto ricevono il beneficio di esserne illuminati. Allo stesso modo la pratica del servizio di Dio non da niente a Dio, perché Dio non ha bisogno del servizio degli uomini; piuttosto è lui che, a coloro che lo seguono e lo servono, conferisce la vita, l'incorruttibilità e la gloria eterna, accordando i suoi benefici a coloro che lo servono in considerazione del loro servizio, e a coloro che lo seguono a motivo dell'intensità con cui lo seguono; ma senza ricevere da loro dono di alcun genere, perché è perfettamente ricco e senza alcun bisogno.
Lo scopo per cui Dio esige il servizio dagli uomini è perché è buono e misericordioso e benefica coloro che perseverano nel suo servizio. Quanto Dio non ha bisogno di niente, tanto l'uomo ha bisogno della comunione con Dio. Questa è la gloria dell'uomo: perseverare fedelmente nel servizio di Dio.
Non si potrebbe esprimere con più vigore la gratuità e il disinteresse dell'Amore primo, oltre che la fede in lui. Tutte le opere di Dio, e anche i suoi comandamenti, espressione della sua carità, hanno per scopo il nostro bene. Dio ci ama così senza alcun interesse suo, perché è infinitamente ricco. Aristotele aveva affermato, senza nemmeno pensare di doverlo dimostrare, che Dio era felice in modo troppo sublime per poter pensare ad altro che a se stesso (Etica Endemia, 1. VII, cap. 12, n. 16). Secondo la rivelazione cristiana, la carità, cioè l'amore disinteressato, è possibile in Dio proprio perché egli non ha bisogno di niente ed è la beatitudine infinita.
«Carità ricca e senza gelosia» (Ireneo, Adversus haereses, III, Prefazione): è proprio di Dio dare, fare il bene, è proprio della creatura ricevere, essere fatta, godere dei benefici del suo Creatore (ibid. IV, 64, Harvey II, p. 299). Da questo punto di vista, la migliore definizione dell'uomo è ancora quella che da sant'Ireneo: «Receptorium bonitatis et organum clarificationis»: recipiente della sua bontà e per ciò stesso strumento della sua glorificazione (ibid. IV, 21, 2, Harvey II, p. 175), poiché la gloria del Creatore consiste appunto nel condurre a poco a poco la sua creatura alla perfezione della somiglianza con se stesso nella partecipazione alla sua stessa beatitudine.
La rivelazione della paternità divina in Gesù Cristo rappresenta quindi una vetta dalla quale il panorama del mondo cambia completamente aspetto, perché immerso per intero in una nuova luce. E una trasfigurazione universale, i cui dettagli offrono continuamente ai padri e ai contemplativi cristiani nuovi incanti. Viste a partire dalla grande prova dell’amore paterno, cioè il Cristo che ricapitola in se ogni cosa, tutte le opere dell'Onnipotenza non sembrano solo segnate dalla saggezza, ma pervase completamente, dalla loro origine fino alla loro destinazione ultima, di amore e provvidenza, anche quando le apparenze sembrano accusare da parte loro un'ostilità o, da parte di Dio, un oblio, un disprezzo, un castigo.
Oblio! «Il Signore e Creatore dell’universo, Dio, che ha fatto tutte le cose e le ha disposte con ordine, verso gli uomini si è mostrato pieno non solo di amore, ma anche di pazienza. Da parte sua è e sarà sempre così: benevolo e buono, senza ira e fedele: il solo che è buono (cfr. Mt 19,17). Ma avendo concepito un disegno grandioso ed ineffabile, lo ha comunicato solo al suo Figlio. Quindi, fino a quando ha tenuto celato il suo sapiente progetto nel mistero, sembrava disdegnarci e non interessarsi di noi. Ma quando ha rivelato e manifestato, tramite il suo Figlio amatissimo, ciò che aveva preparato fin dall’origine, ci ha accordato nello stesso tempo sia di partecipare ai suoi favori sia di vedere e di capire. Chi di noi si sarebbe mai aspettato qualcosa di simile?» (A Diogneto, VIII, 7-11). Tanto più che eravamo peccatori! Più tardi, il monachesimo prenderà come una delle sue specialità il penthos, la «compunzione»; il monaco si considererà votato a portare nelle lacrime il lutto della sua anima perduta. Se nei padri apostolici non troviamo ancora quasi niente di simile, non dovremmo concluderne che essi non avevano un sentimento profondo del peccato e di ciò che rappresenta in decadimento umano e in offesa imperdonabile a Dio. Ma col vangelo, con Paolo e con Giovanni, eravamo prima di tutto sorpresi di questo eccesso d'amore che Dio ci ha testimoniato, mentre eravamo ancora peccatori, e del fatto che «non c'è oramai più nessuna condanna per quelli che sono in Cristo Gesù» (Rm 8,1). In questo modo, la più opprimente delle nostre cause d'angoscia fornisce a Dio l’occasione migliore per provare che ci ama, e a noi un motivo di gioia e di riconoscenza senza fine. Il «castigo» prende allora un aspetto del tutto diverso: non è più vendetta e nemmeno una semplice punizione, bensì diventa una paideia, un mezzo d'educazione: l’Antico Testamento (Pro 3,12) ne fornisce di nuovo la formula, commentata dalla lettera agli Ebrei (cfr. 12,6ss): «Io tutti quelli che amo li rimprovero e li castigo» (Ap 3,19).
Ma vedremo meglio tutto questo analizzando la seconda tappa, come descritta nella Lettera a Diogneto.
2. Seconda tappa: la gioia. «Quando avrai della paternità divina una conoscenza (anche se incipiente, ma soprattutto se profonda), immagina la gioia con la quale sarai colmato». I primi cristiani sono stati, secondo ogni evidenza, persone felici, che sapevano di esserlo e sapevano il perché. La tristezza è classificata fra i vizi: il primo dei quattro vizi cardinali, secondo il Pastore di Erma. È il peggiore di tutti gli spiriti cattivi (cfr. ibid., Similitudine IX, 15, 3). «Rivesti quindi l’allegria, oggetto perpetuo dei favori e delle compiacenze divine. Perché ogni persona allegra agisce bene, pensa bene e calpesta la tristezza. La persona triste invece agisce sempre male; anzitutto fa il male contristando lo Spirito Santo, che è stato dato gioioso all'uomo. Poi, contristando lo Spirito Santo, commette un'empietà perché non supplica il Signore e non gli confessa (i suoi peccati)... Purifica dunque il tuo cuore da questa perniciosa tristezza, e vivrai per Dio; e anche tutti coloro che avranno abbandonato la tristezza per rivestirsi di ogni gioia vivranno per Dio» (ibid., Precetto X, 3).
Niente può rattristarci, poiché tutto è effetto della volontà di un Padre, o semplicemente della volontà, come dice sant'Ignazio.
I comandamenti di Dio sono amabili e fonte di gioia, a causa della loro origine e per gli effetti che hanno, cioè la vita e la speranza della vita (cfr. Didache, I-IV). «La speranza della vita, inizio e fine della nostra fede», dice la Lettera di Bamaba (I, 6). Se pensiamo che i comandamenti di Dio siano un impiccio, abbiamo perso lo spirito del cristianesimo, e persino quello del giudaismo. Barnaba fa appello alT Antico Testamento per dire: «Lottiamo per osservare i comandamenti, in modo da rallegrarci nella santa volontà (di Dio)» (ibid. IV, 11; cfr. Is 33,18; Sal 118). I comandamenti, secondo la Lettera di Barnaba (XIX, 1), sono la via della luce, come per la Didache sono la via della vita. A questo proposito, notiamo che non vi è traccia, nei padri apostolici, di una ricerca consapevole di un «amore puro» più o meno macchiato di sospetto contro una speranza concepita come amore di bramosia interessata. Realisti sinceri con se stessi, insisteranno invece su questa virtù di conformità con l’alto concetto che hanno di Dio. La Lettera di Barnaba insinua chiaramente che la speranza è la grande ispiratrice della carità: «Una grande fede e carità abitano in noi, basate sulla speranza della vita» (I, 4). Bisogna sperare, come si crede, con tutto il proprio essere: carne, anima, spirito, come dice sant'Ignazio, e anche con la forza di tutte le altre virtù: fede, carità, concordia (Ign. Filad. XI, 2).
Anche gli avvenimenti sono sempre un bene per noi. La Didache enuncia, con una semenza semplice e profonda, tutta la saggezza cristiana a questo riguardo: «Gli avvenimenti che ti succedono li accoglierai come buone cose, perché niente si fa senza Dio» (III, 10). Conclusione che s'impone, infatti, se Dio è Padre dovunque e sempre. Grazie a questa fede totale nell'onnipresenza della carità divina, i cristiani vanno più in alto degli stoici, senza avere bisogno di irrigidirsi disumanamente come loro. Gli stoici identificavano la perfezione con «l'apatia» e si mostravano sdegnosi verso gli «sciocchi» che si turbavano perché consideravano cattivi alcuni avvenimenti: «Si fraclus inlabatur orbis, impavidum ferient ruinae: Se il mondo stesso spezzato cadesse, le rovine lo colpirebbero mentre resiste senza paura». Il cristiano, invece, non disprezzerà nessuno; soffrirà, lo confesserà a se stesso e, quando occorre, agli altri, ma non si sentirà infelice, perché la passione del suo Maestro, più ancora della sua dottrina, gli ha insegnato a vedere nella sofferenza non una maledizione ma un segno di oblio da parte di Dio: il Cristo in croce è il Figlio Binarissimo del Padre. E tutto il segreto di Ignazio di Antiochia e dei martiri: «Lasciatemi imitare la passione del mio Dio», e: «Vieni verso il Padre».
Il sentimento cristiano di fronte ad ogni avvenimento non si chiamerà con un termine del tono negativo come apatheia o ataraxia o epoche; il suo vero nome sarà eucharistia (cfr. Giustino): il sacramento del corpo e del sangue di Cristo rappresenta al più alto livello rincontro dell'amore eterno di Dio con la risposta d'amore che provoca nei nostri cuori, E quello che san Paolo aveva comandato: «en panti eucharisteìte» (I Ts 5,18). Aristide di Atene testimonia che i cristiani non mancano di farlo: «Rendono grazie a Dio in ogni momento, per ogni cibo, ogni bevanda e ogni altro bene» (E. Hennecke, Die Apologia des Aristides..., Texte und Umersuchungen 4, 3, Leipzig 1893, p. 253). Ma il grande argomento di riconoscenza è l'incarnazione del Verbo: gli altri aspetti della rivelazione danno luogo a ogni tipo di ricerche e di iniziative da parte della Chiesa e dei teologi (cfr. Ireneo, Adversus haereses, I, 4, Harvey I, p. 96); ma «per il fatto che il Verbo si è fatto carne e ha sofferto, c'è solo da rendere grazie» (sbid. I, 6). Quando Harvey osserva: «It is so diffìcult to make a satisfactory sense with this word, that I am inclined to suspect some alteration in the texi...», bisogna affermare invece che questa è la reazione tipicamente cristiana di fronte a quel dono di Dio che contiene tutti gli altri: l'eucaristia-sacramento porrà questo nome proprio perché contiene insieme, nella presenza reale del Cristo, il grande dono del Padre agli uomini e la grande azione di grazie degli uomini al Padre (cfr. Agostino, De Civitate Dei, VII, 31).
Per questo beneficio di Dio, che va dall'origine fino alla consumazione e che comprende e trasfigura l'intero susseguirsi dei tempi agli occhi della fede, il cristiano potrà rendere eterne azioni di grazie in tutto, anche se gli è difficile hic et nunc rendere sempre immediate azioni di grazie di tutto. Nella nostra vita terrena ci sono momenti dolorosi che è sufficiente per noi sopportare, senza cercare di estorcerci una riconoscenza che rischia di non essere sincera. Quindi, quando san Paolo dice: «In ogni cosa rendete grazie: questa è infatti la volontà di Dio in Cristo Gesù verso di voi» (I Ts 5,18), bisogna guardarsi dall'interpretarlo in modo da assimilare Dio nostro Padre a quei poteri umani o disumani che, dopo avere straziato i loro sudditi, esigono per giunca da loro il titolo di benefattori (Mt 20,22; Le 22,25). Quello che vuole dire Paolo è che la volontà di Dio, che ha manifestato la sua qualità paterna nel Cristo Gesù, è sempre la stessa, indipendentemente dagli avvenimenti che si riserva. La gioia della speranza che non inganna ci accompagna quindi anche nelle tribolazioni, anche se si manifesta in modi diversi, sempre veri secondo la logica della fede e secondo la dialettica della sensibilità.
Il Cristo e il cristiano non hanno bisogno di mascherarsi come lo stoico.  Certamente, se comprendessimo sempre, o meglio, se il nostro essere sensibile si accordasse sempre con la fede della nostra intelligenza e della nostra libera volontà, ringrazieremmo non solo in tutto, ma di tutto. Cristo stesso non lo ha fatto immediatamente nel momento della sofferenza; si è limitato a dire: «Padre» e ad aggiungere: «Sia fatta la tua volontà, non la mia». Tant'è vero che san Paolo, in Col 1,11-12 dice: «...Tutto sopportare con pazienza e con gioia rendere grazie al Padre», perché se il dono di Dio non sopprime la sofferenza, tanto meno la sofferenza diminuisce la grandezza del dono. Ci prepara anzi a riceverne una parie maggiore. Perciò
l'anima pia non si rattristi, se nel tempo presente è soggetta a miserie. Un tempo felice le è riservato: rivivrà in cielo con i padri e sarà nella gioia per un'eternità senza più tristezza (2 Clemente, XIX, 4).
Poiché abbiamo tutto questo da lui (dal Padre), dobbiamo in tutto rendergli azioni di grazie (Clemente, XXXVIII, 4).
Ma ci sono avvenimenti che sono castighi per i nostri peccati. Questi almeno ci rattristeranno? Assolutamente no, perché anche questi cadono sotto il principio generale: tutto quello che ti succede viene da Dio. San Clemente cita numerosi brani della Scrittura che lo affermano, e li riassume m modo eccellente: «Vedete, miei carissimi, quale garanzia è per noi essere corretti dal Signore. Essendo un Padre buono ci castiga per farci misericordia con i suoi santi rimproveri» (Clemente, LVI, 16).
Nemmeno il ricordo stesso dei nostri peccati turba quest'atmosfera di felicità. Se si tratta di colpe commesse prima del battesimo, altro motivo di gioia, perché sono state perdonate. II Signore ci ha introdotti nella buona terra: per noi sono «il latte e il miele». «Comprendere dunque e meditare questo, figli della gioia», dice la Lettera di Barnaba (VII, I): il Signore ci ha dato fin d'ora le primizie delle delizie future (ibid. I, 7), ci ha rivelato quello che ci aspetta «perché sappiamo rendergli grazie in tutto» (ibid. VII, 1). Per quanto riguarda i peccati commessi dopo il battesimo, nei padri apostolici non c'è traccia di quelle cupe dottrine che proporranno più tardi il novazianismo o il giansenismo. I padri affermano la necessità della penitenza per tutti e al tempo stesso raccomandano a tutti la gioia. Questo, perché siamo sicuri che la penitenza è buona e gradita a Dio. La penitenza stessa ci fornisce, quindi, un nuovo motivo di continua riconoscenza a Gesù Cristo, di fiducia nella bontà di Dio, di pace e di gioia.
Per usare ancora uno di quei termini cari ai moderni, anche se sconosciuti agli antichi, questa spiritualità è evidentemente ed eminentemente escatologica, nel senso che si fonda sulla speranza nell'eternità beata e sul grande effetto della carità di Dio, della grazia del Cristo e della comunione dello Spirito Santo. II cristianesimo non crede che la vita presente basti a se stessa: «Quello che sì vede non dura; quello che non si vede è eterno».E quindi l'eterno che dobbiamo «contemplare», cioè ritenere importante, come di fatto è, non solo per il buon senso che afferma: «Tutto è bene quel che finisce bene», ma per ogni filosofia (cfr. Marco Aurelio) e per ogni religione. E quello che la liturgia esprime da sempre, fino ad oggi, in tutte le sue preghiere: «Terrena despicere et amare coelestia».
Il che non significa assolutamente che il cristiano non deve tenere in alcuna considerazione il tempo e le cose temporali. Queste vengono date per rendere possibile la risposta dell'uomo all'amore di Dio, ed è per mezzo di esse e tra esse che quest'amore si è rivelato a noi. Questo conferisce loro un valore inestimabile.
3. Terza tappa: «Quanto amerai colui che ti ha amato per primo!». La prima risposta dell'uomo all'amore di Dio Padre, che si manifesta nel Cristo, è la fede in Cristo che abbiamo già descritto. Ma la fede non potrebbe esistere e rimanere inattiva: non può essere viva senza sviluppare un'attività, una vitalità del suo stesso ordine, che è la carità. «All'inizio - dice sant'Ignazio di Antiochia - la fede, alla fine la carità». E prosegue con il suo stile così sorprendentemente denso: «Le due virtù unite insieme sono Dio stesso: tutto il resto forma un corteo verso la perfezione. La professione della fede è incompatibile col peccato, e la carità con l'odio. E dai frutti che si riconosce l'albero. Allo stesso modo, dalle loro opere si riconoscono quelli che fanno professione di appartenere a Cristo. Perché ora non si tratta di tare professione, ma di perseverare fino alla fine del dinamismo della fede» (Ef. XIV).
Quest'insolita traduzione corrisponde al pensiero d'Ignazio in cammino verso il suo martirio. Infatti il grande segno della carità è nello stesso tempo trionfo della fede. Nella vita reale dei cristiani, in quei tempi di persecuzione, la perseveranza nella fede esige normalmente l'accettazione della morte per il Cristo. Per questo le due «virtù teologali», nel linguaggio di Ignazio e dei martiri, sono cosi spesso unite da sembrare quasi inseparabili. Fede dice anche fedeltà: in questo senso la fede perfetta è Gesù Cristo (Smir. X, 2).
Il vero discepolo di Gesù Cristo si manifesta nella fedeltà alla fede fino al sacrificio della vita.
Ed è questa la carità perfetta. Clemente di AIessandria scriverà in accordo con Finterà cristianità: «Noi diciamo consumazione del martirio, non perché per lui (Cristo) qualcuno ha terminato la sua vita, come la finiscono tutti gli altri, ma perché tramite il martirio qualcuno ha compiuto un'azione di perfetta carità, cioè ha raggiunto il vertice della perfezione» (Stromati, IV, 4). Il concetto della perfezione, in quel tempo, si incentra decisamente sul martirio; il culto dei santi inizia con il culto dei martiri; il termine stesso aghios, da cui abbiamo tratto «agiografia», è riservato a quelli che sono morti per la fede; gli altri «santi», i confessori, riceveranno il titolo di hósios, e il catalogo dei santi si chiama ancora oggi martirologio. Dovremo dire a quali condizioni vi saranno ammessi quei cristiani che non sono morti nei tormenti.
Per il momento è importante vedere che la perfezione cristiana si identifica con la carità, di cui il martirio è la prova stessa. Questa è una tesi (se possiamo usare questo termine) che non è mai stata messa in dubbio da nessun ortodosso. Gli eretici stessi non hanno insegnato diversamente, eccetto i «falsi gnostici». E il dibattito contro di loro ha affermato per sempre la supremazia della carità sulla «scienza semplice», o semplicemente della virtù sulla «virtù intellettuale» in senso esclusivo; tanto che la contemplazione cristiana, contrariamente a quella platonica, non potrà nemmeno più essere concepita senza includere nella sua definizione, come elemento essenziale, la carità che ne costituisce tutto il valore davanti a Dio.
È impossibile non citare qui l'affermazione classica del grande avversario della «gnosi pseudonima», cioè sant'Ireneo: «È meglio e più proficuo essere ignorante e poco istruito e avvicinarsi a Dio attraverso la carità, che essere molto istruiti e dotti nella scienza, e diventare bestemmiatori contro il proprio sommo Signore» (Adversus haereses, II, 39, Harvey I, p. 343). Ireneo non difende l'ignoranza; non è assolutamente uno «gnosimaco». Intende solo ristabilire la scala dei valori, salvare le nozioni cristiane delle cose, mantenere la salvezza in tutta la sua ampiezza accessibile sia agli umili che ai dotti. «La vera gnosi è la dottrina degli apostoli e la tradizione conservata nella Chiesa, l'esegesi leale e rispettosa; l'importante è il dono della carità, più preziosa della gnosi, più gloriosa della profezia, superiore a tutti gli altri carismi» (ihid. IV, 53, Harvey II, pp. 262s).
La carità caratterizza talmente la Chiesa che essa ne porta il nome (cfr. Igff, E/, Saluto). «Per questo essa manda in ogni luogo e ogni tempo davanti a sé verso il Padre una moltitudine di martiri (Adversus haereses, IV, 54, Harvey II, p. 263). Gli eretici invece non riconoscono la necessità di questo segno d'amore per Dio e di fedeltà a Cristo. La Chiesa, da parte sua, lo da spesso; ne esce indebolita, ma acquista nuovi mèmbri e conserva la sua integrità. E quello che affermano tutti i testimoni dell'epoca: san Giustino (Dialogo con Trifone, 110), sant'Ireneo (/oc cit.), Tertulliano: «Diventiamo più numerosi ogni volta che siamo da voi falciati. Il sangue dei cristiani è un seme» (Apologetico, L, 13). Anche questa convinzione fa parte della spiritualità cristiana; la Chiesa si preoccupa solo di glorificare Dio; ma sa che, cercando anzitutto il regno di Dio, il resto le sarà dato in sovrappiù: progredisce sacrificandosi. Anche quando avrà folle di popoli nella sua obbedienza ripeterà: «Essa non ha mai combattuto per la sua salvezza temporale contro i persecutori; piuttosto, per ottenere la salvezza eterna, si è rifiutata di lottare. Legati, incarcerati, picchiati a sangue, torturati, fatti a pezzi, massacrati, (i suoi figli) si moltiplicano» (Agostino, De Civitate Dei, XXII, 6).
Il martirio, però, non capita a tutti, ma tutti secondo la legge evangelica devono amare Dio con tutta l'anima, con tutta l'intelligenza, con tutto il cuore e con tutte le forze. Questo verrà manifestato nel modo più chiaro attraverso la dedizione ai figli di Dio, come diremo più avanti. Ma oltre al martirio e al di fuori delle opere di carità verso il prossimo, l'amore di Dio e la fedeltà a Cristo hanno modo di esercitarsi ampiamente seguendo la «via della vita», cioè osservando i comandamenti, non solo come «è stato detto agli antichi», ma in tutta la perfezione del loro significato evangelico (cfr. Mt 5,17ss). Non si concepiva l'opposizione tra la legge del timore e la legge dell'amore come se quest'ultima fosse meno esigente. Se il Cristo ci ha liberati, se il suo giogo è dolce e il suo fardello leggero, è perché ha puntato tutto lo sforzo morale sulla purificazione ulteriore. Pulite anzitutto la sorgente, il cuore da dove escono tutti i pensieri buoni o cattivi, e anche l'esterno e le attività esteriori saranno pure. Cosi ha soppresso la grande causa dei nostri tormenti, lo sdoppiamento della nostra anima, la dipsychia, i conflitti tra i desideri invisibili e anche inconsci e la proibizione di soddisfarli. Quando la Didachè prescrive: «Figlio mio, allontanati da tutto ciò che è male e da tutto ciò che assomiglia al male» (III, 1), intende anzitutto parlare delle disposizioni interiori: ira, gelosia, avidità, ecc. Tutto questo è contrario alla volontà e quindi all'amore di Dio, perché tutto questo tende a fare del male ai figli di Dio. «Odierai ogni ipocrisia e tutto ciò che non piace al Signore» (Didachè, IV, 12). Il cristiano deve quindi vigilare su tutti i moti del suo cuore, e per fare questo avrà un'occasione che si rinnova: «Non comincerai la preghiera con una coscienza cattiva» (ibid. IV, 14).
Quindi, prima di passare alla quarta tappa, quella della carità fraterna, conviene notare il legame tra essa e ciò che precede: «E quando avrai cominciato ad amarlo, sarai imitatore della sua bontà». I rapporti filiali con Dio e, in particolare, la preghiera come mezzo di purificazione, di spiritualizzazione e quindi di liberazione interiore al servizio della carità costituiscono un'idea che non si cerca di analizzare a fondo m questi tempi di vita intensa, ma soggiace ovunque. I farisei non hanno capito la parola (Mt 9,13 e 12,7) di Osea: «Voglio l'amore e non il sacrificio» (Os 6,6), perché a loro volta non hanno più in loro l'amore di Dio (Gv 5,42); anzi, non possono nemmeno credere veramente, perché sono troppo attaccati ai beni di questo mondo e soprattutto alla vanagloria. Nessuno può essere discepolo di Cristo, se non rinuncia di cuore a tutto quello che potrebbe possedere di esclusivamente terreno. Questo distacco assoluto da se stessi è un'esigenza e nello stesso tempo un effetto dell'amore supremo per Dio. L'impossibilità di servire due padroni esclude la coesistenza in una stessa anima della carità e di quell'anticarità che è l'interesse personale nei rapporti umani. Ogni rapporto sincero con Dio purifica l'uomo in proporzione dell'idea che lo ispira. Ognuno, prima o poi, vale quanto vale il Dio che adora.
Orbene, il Dio dei cristiani detesta più di ogni altra cosa la doppiezza. Cristo ha manifestato un'allergia radicale per il fariseismo. Inoltre il Dio di Gesù Cristo è la Carità che ci ha fatti suoi figli, e noi ci rivolgiamo a lui chiamandolo «Padre nostro». Niente probabilmente potrebbe, in modo altrettanto efficace, sia rapire il nostro cuore perché cerchiamo di assomigliare a lui, sia strapparci al nostro egoismo perché guardiamo e trattiamo i nostri simili come fratelli. «Non pregate come gli ipocriti, ma, come il Signore ci ha comandato nel suo vangelo, pregate così: Padre nostro che sei nei cicli...» (Didachè, VIII, 2). Le richieste che seguono vanno dall'alto al basso, da ciò che è più divino a ciò che è più terra terra, secondo il movimento di Dio che viene a noi nell'incarnazione. Psicologicamente potrebbe sembrare meglio iniziare dalla fine: la liberazione dal male o dal suo istigatore, il Maligno, come desideriamo tutti, e potremmo da ti innalzarci a poco a poco fino ai vertici proposti all'inizio. Ma per questa via ascendente, che sarebbe quella dei nostri sforzi, riusciremo mai ad arrivare al termine? Non è, comunque, la dialettica della preghiera cristiana: essa ci distoglie di primo acchito dai desideri terreni, senza tuttavia rinnegarli; e ci innalza fino a quel che c'è di più celeste nel cielo, al nostro Padre che è nei cieli. Certamente non diremo immediatamente, con una purezza d'animo totale, ciò che il Signore ci mette anzitutto sulle labbra: ci sono gradini senza fine per arrivare all’adorazione perfetta in spirito e verità; ma unendoci così immediatamente, malgrado la nostra pesantezza, alla spiritualità dei suoi stessi sentimenti. Cristo ci incammina proprio verso quello che ci farà chiedere per ultimo, cioè la liberazione da noi stessi e da quanto ci tiranneggia: il male sorto tutte le forme; le potenze del male, fonte di tentazioni; la durezza di cuore incapace di perdonare; la preoccupazione del domani, segno di dipsychia. In altre parole. Cristo, facendoci chiedere al Padre come prima cosa quello che è il supremo desiderio del suo stesso cuore, prima ci cristianizza interiormente, in modo che, quando chiederemo grazie apparentemente di ordine del tutto temporale, come il pane quotidiano, possiamo essere disposti a vedervi soprattutto «il pane disceso dal cielo» che è lui stesso; dispostissimi a porre la condizione del perdono implorato, che è il perdono da noi concesso «ai nostri debitori» (Lc 11,4); sicurissimi che Dio non permetterà che veniamo tentati al di là delle nostre forze, e che insieme alla tentazione ci darà anche il mezzo di uscirne e la forza di sopportarla (cfr. ICor 10,13); liberati infine dall'incubo costituito dal «problema del male», perché sapremo che tutto torna in bene per coloro che Dio ama, o più esattamente, che l'Onnipotente che chiamiamo Padre nostro fa convergere tutto verso il bene dei suoi tigli, poiché, in verità, «a lui appartengono il regno e la potenza e la gloria per i secoli» (finale che gli orientali aggiungono oggi al Pater).
Solo Dio quindi è la nostra salvezza, e non noi stessi. Dio non è solo il primo ad essere servito, ma è primo in rutto: nell'iniziativa della creazione, nell'amore che ci dimostra, nella redenzione, ne!movimento interiore del suo Spirito che opera la nostra santificazione: «La grazia del Signore Gesù Cristo, l'amore di Dio (Padre) e la comunione dello Spirito Santo...» (2Cor 13,13). Per questo, coloro che credono veramente, come la Credente per eccellenza, la beata Vergine Maria, si sentono spinti anzitutto a «magnificare il Signore nel più intimo di se stessi», perché opera grandi cose in loro. La preghiera cristiana sarà prima di tutto glorificazione e azione di grazie: le richieste verranno solo dopo, già piene di riconoscenza, perché abbiamo già ricevuto il dono che ci farà avere tutti gli altri, il Figlio e lo Spirito del Figlio. Già prima della Pentecoste i testimoni dell'ascensione «tornarono a Gerusalemme con grande gioia e stavano sempre nel tempio lodando Dio» (Lc 24,53). Lo stesso san Luca, che termina così il suo vangelo, negli Atti ci dice quale fu il primo effetto della discesa dello Spirito Santo: il dono delle lingue non servì anzitutto a predicare, ma ad «annunziare... le grandi opere di Dio» (At 2,ll). Questo è l'inizio della liturgia cristiana in tutte le lingue: lode a Dio e al suo Cristo. L'inchiesta fatta da Plinio il Giovane verso il 113, in Bitinia, ne ha conservato solo questo particolare: «Hanno l'usanza di radunarsi prima dell'alba e di cantare inni a Cristo come a un Dio» (Lettere, X, 96). In realtà la lode e fazione di grazie sono ovunque in primo piano nei resti che ci sono pervenuti. Le formule provengono spesso dalla pietà ebraica, ma acquistano un senso nuovo e una portata immensa presso i cristiani, perché vengono applicate a benefici sconosciuti al giudaismo e che si riassumono tutti in Cristo. «Ti rendiamo grazie, o Padre nostro, per la santa vite di Davide tuo servo, che ci hai fatto conoscere attraverso Gesù tuo servo: a tè la gloria nei secoli!... Per la vita e la scienza che ci hai fatto conoscere attraverso Gesù tuo servo: a te la gloria nei secoli... Ti rendiamo grazie, o Padre santo, per il tuo santo nome che hai stabilito nei nostri cuori, e per la conoscenza, per la fede e per l'immortalità che ci hai rivelato attraverso Gesù tuo servo: a te la gloria nei secoli! Sei tu. Sovrano universale, che hai creato tutte le cose per l'onore del tuo nome: cibo e bevanda hai dato nella gioia agli uomini perché ti rendano grazie; ma a noi hai accordato cibo e bevanda spirituali e vita eterna attraverso il tuo Servo: anzitutto ti rendiamo grazie perché sei potente: a tè la gloria nei secoli» (Didachè, IX e X).
Le formule destinate alla liturgia comune giungono a perdere, per forza di cose, la flessibilità che avevano all'origine; e tuttavia conservano fino ad oggi, pur nella loro fissità, qualcosa della spontaneità riconoscente che le ha originare. Non mancano del resto diverse forme di preghiera personale dalle quali emanano la stessa gioia e la stessa elevazione dell'anima. La grande preghiera di san Clemente inizia all’improvviso, nel bel mezzo di una frase epistolare, con un semplice cambiamento di pronome: «...Il Creatore dell'universo conservi intatto il numero calcolato dei suoi eletti in tutto il mondo, grazie al suo Figlio diletto Gesù Cristo, per mezzo del quale ci ha chiamati dalle tenebre alla luce, dall'ignoranza alla piena conoscenza della gloria del suo nome, alla speranza nel tuo nome, principio da cui procede ogni creatura...» (Clemente, LIX, 2-3). Seguono poi suppliche insistenti per tutti i bisognosi; ma questa specie di «rogazioni» si inserisce in una sovrabbondanza di lodi che le travalicano da ogni parie; la glorificazione universale di Dio ispira l'interesse universale per tutte le creature di Dio. Ma l'una e l'altro provengono dalla medesima carità. San Policarpo offre lo stesso spettacolo: tutto il suo amore per Dio e tutta la sua sollecitudine per il prossimo. Sul rogo prega: «Signore Dio onnipotente. Padre di Gesù Cristo, tuo Figlio benedetto e prediletto, che ci ha insegnato a conoscerti; Dio degli angeli, delle potenze e di tutto il creato, di tutta la famiglia dei giusti che vivono alla tua presenza, ti benedico per avermi ritenuto degno di questo giorno e di quest'ora, di essere annoverato nel numero dei tuoi martiri e di partecipare con loro al calice del tuo Cristo, per risuscitare alla vita eterna dell'anima e del corpo nell'incorruttibilità dello Spirito Santo. Possa oggi essere ammesso con loro alla tua presenza come vittima pingue e gradita, cosi che la sorte che mi avevi preparata e fatta conoscere in anticipo, la realizzi ora. Dio di verità senza alcuna menzogna.  Per queste grazie e per tutte le cose ti lodo, ti benedico, ti glorifico attraverso l'eterno sommo sacerdote del ciclo, Gesù Cristo tuo Figlio prediletto. Per lui sia gloria a tè, con lui e con lo Spirito Santo, ora e nei secoli futuri. Amen» (Martirio di Policarpo, XIV, 1-3). Prima, in una preghiera durata due ore, aveva «ricordato tutti quelli che aveva conosciuto, piccoli e grandi, illustri e sconosciuti, e tutta la Chiesa universale sparsa sulla faccia della terra» (ibid. VIII, 1).
Cosi reagiscono di fronte alla morte imminente quelli che credono nell'amore paterno di Dio in Gesù Cristo. La psicologia della fede riassunta dall'aurore della Lettera a Diogneto si verifica nei martiri. Ignazio di Antiochia ne da un esempio magnifico. Nei biglietti frettolosi che spedisce mentre è in cammino verso l'immolazione, non c'è alcuna formula di preghiera esplicita, ma si sente affiorare ovunque lo spirito della preghiera ininterrotta che raccomanda a Policarpo (Ign. Pol. I, 3): il suo slancio verso Cristo e il Padre vale più di tutte le formule, e si moltiplica (ma il termine non si addice a una realtà eminentemente unica) di una perenne sollecitudine per il bene di tutti. D'altra parte, carità fraterna e glorificazione di Dio, per lui, vanno di pari passo: «Dal perfetto accordo dei vostri sentimenti e della vostra carità si leva verso Gesù Cristo un concerto di lodi. Ciascuno di voi entri nel suo cuore: allora, nell'armonia della concordia, assumerete, con la vostra stessa unità, il tono di Dio e canterete all'unisono al Padre per Gesù Cristo...» (Ign. Ef. IV, 1-2). La nota più squisitamente cristiana in questa sinfonia orante è senz'altro l'intercessione «ininterrotta per gli altri uomini; c'è infatti in essi una speranza di conversione, al fine di incontrare Dio» (ibid. X, 1). Leggeremo il seguito più avanti. Per ora osserviamo che quello che il vescovo di Antiochia chiede per gli altri uomini, cioè per i non cristiani, è proprio l'oggetto di tutto ciò che desidera per se stesso; «raggiungere Dio» (cfr. Magn. XIV; Ef. XII, 2; ecc.).
Credere alla carità di Dio Padre (definizione del cristiano secondo IGv 4,16) mette sulla via per partecipare all'universalismo. Credere che Cristo in persona è la grande prova di questa carità, incammina il cristiano verso la partecipazione alla profondità, cioè a «dare la vita per i fratelli» poiché «Gesù ha dato la sua vita per noi» (IGv 3,16). Questo è il vero senso della deificazione secondo il vangelo della carità. Dio è carità, «l'uomo sarà Dio, quando anche lui si sarà fatto carità, attraverso la sua incorporazione e la sua assimilazione a Cristo Gesù. Trapiantato nel regno del Piglio dall'amore del Padre...».
Ma questo non si realizza senza la messa a morte dell'uomo vecchio, in altre parole senza la mortificazione delle forze antagoniste che ci mantengono nell'egoismo. Anche l'etica cristiana si rapporta interamente a Cristo, in quanto rivelazione dell'eterno amore del Padre. Il cristiano non si perfeziona per se stesso, per godere della sua impassibilità o della sua saggezza di fronte agli ignoranti che scioccamente si turbano. Il cristiano si santifica o si lascia santificare dallo Spirito per la gloria di Dio e per la salvezza del mondo. Tutte le esortazioni di san Paolo a eliminare i vizi e a praticare le virtù hanno come punto di partenza la teologia dell'incarnazione come opera dell'amore di Dio, e come punto di arrivo la perfezione dell'amore fraterno tra i figli di Dio. La morale che ne risulta sarà del tutto personalista e non astratta, come le costruzioni della psicologia platonica o ellenica in generale. Non sentirà immediatamente il bisogno di classificare le virtù e i vizi: i cataloghi o meglio le enumerazioni che si trovano nei vangeli e sotto la penna di san Paolo non hanno niente di sistematico, e i maggiori dottori del cristianesimo non avranno alcuna difficoltà a prendere a prestito, in questo campo, catalogazioni tradizionali, come la teoria delle virtù cardinali, o a lasciare che autori di second'ordine elaborino lo schema degli otto o dei sette vizi capitali. Quando sant'Agostino scriveva quell'espressione, troppo spesso alterata nella forma e adulterata nel significato: «Dilige et quod vis fac» (e non: ama et fac quod vis; Agostino, In epistolam Joannis tractatus VII, 8, PL 35, 2033), rimarrà interamente nella primitiva linea morale cristiana, perché la sua massima significa: vedere in Dio, alla luce dell'esempio del suo Cristo, che cos'è la carità effusa nei nostri cuori per mezzo dello Spirito, e ciò che questo Spirito vi ispirerà per imitare Cristo, per assomigliare al vostro Padre celeste, fatelo, non solo senza timore, ma con la certezza che è la perfezione stessa, essendo la carità. L'assioma di sant'Agostino non si rivolge perciò a chiunque, come se tutti potessero hic et nunc, in virtù di un semplice imperativo, «amare» nel senso del dilige.
Possedere la carità o, ciò che nel linguaggio biblico è lo stesso, conoscerla, è una grazia incomparabile, la grazia che fa i santi. San Paolo, per ottenerla ai suoi fedeli, piega le ginocchia davanti al Padre dal quale ogni relazione familiare - paternità, fraternità — in ciclo e sulla terra prende il nome e l'esistenza. A questo proposito parla di larghezza, lunghezza, altezza e profondità: le dimensioni infinite del regno dell'amore. Per afferrarne rutta la magnificenza occorrerebbe capire tutto di Dio e dell'opera di Dio, in altri termini tutto il mistero di Cristo nell'eternità della sua durata, nell'ubiquità della sua azione e nella ricchezza delle sue risorse. Questo è possibile solo per connaturalità, cioè nella misura in cui il nostro essere stesso si trasforma a somiglianza di Cristo, immagine della Bontà prima. L'espressione della Genesi «a immagine e somiglianza» diventerà ben presto il tema favorito degli autori spirituali e sarà un terreno d'incontro con i teorici della catarsi platonica. Ma prima di questo crocevia ideologico, i padri antichi esprimevano la stessa dottrina, con più efficacia umana, in un linguaggio esclusivamente cristologico. Esiste un tipo di comportamento che caratterizza il vero cristiano (cfr. Fil 3,17, ecc.): san Paolo è cosciente di possederlo e sa che non è difficile riconoscerlo in coloro che seguono il suo esempio, soprattutto per contrasto con altri più numerosi «che si comportano da nemici della croce di Cristo: la perdizione però sarà la loro fine, perché essi, che hanno come dio il loro ventre, si vantano di ciò di cui dovrebbero vergognarsi, tutti intenti alle cose della terra. La nostra patria invece è nei cieli, e di là aspettiamo come salvatore il Signore Gesù Cristo, il quale trasfigurerà il nostro misero corpo per conformarlo al suo corpo glorioso, in virtù del potere che ha di sottomettere a sé tutte le cose» (Fil 3,18-21).
La spiritualità teologica o teocentrica di Cristo non potrebbe in alcun modo rimanere «geologica» o geocentrica. Il cristiano non s'insedia sulla terra, ma è in cammino verso una patria migliore, cioè celeste (cfr. Eb 11,17-40). «Anche noi..., deposto tutto ciò che è di peso e il peccato che ci intralcia, corriamo con perseveranza nella corsa, tenendo fisso lo sguardo su Gesù, autore e perfezionatore della fede. Egli, in cambio della gioia che gli era posta innanzi, si sottopose alla croce, disprezzando l'ignominia, e si è assise alla destra del trono di Dio, Pensate attentamente a colui che ha sopportato contro di sé una così grande ostilità da parte dei peccatori, perché non vi stanchiate perdendovi d'animo. Non avete ancora resistito fino al sangue, nella vostra lotta contro il peccato» (Eb 12,1-4).
Questa lotta contro il peccato «che ci assale facilmente», quaggiù assume diverse denominazioni: mortificazione delle membra terrene (cfr. Col 3,5), il che non significa necessariamente sofferenza volontaria o involontaria, ma eliminazione dei vizi, il cui insieme nella lingua (ancora cristologica) di san Paolo si chiama uomo vecchio; rifiuto o spogliamente di questi vizi come ci si sveste di un vecchio abito smesso (v. 9); crocifissione dell'uomo vecchio e distruzione del corpo di peccato (Rm 6,6); uccisione delle opere della carne (Rm 8,13); astinenza da tutto come gli arieti (ICor 9,25). Tutte queste espressioni e altre ancora richiamano sempre il Cristo che invitano a imitare e a «conquistare» (Fil 5,12), perché lui ci ha conquistati per primo. Ed è questo l'aspetto positivo di questa morate o di quest'ascesi, il vero senso, interamente cristico, dell'epéktasis, «estensione», con cui i martiri, come Ignazio di Antiochia, hanno animato la loro vita e la loro morte, prima ancora che Gregorio di Nissa ne facesse oggetto di speculazione. L'ascesi, infatti, come si capirà meglio in seguito, ma come si intuisce o si pensa già implicitamente, è anch'essa un martirio a causa del distacco che opera e a motivo della tensione verso Cristo che le da il suo senso cristiano; richiamando ancora con le parole d'Ignazio: perché essa insegna a non desiderare nulla (cfr. Ign. Rom. IV, 3), perché crocifigge le passioni terrene, dal nome collettivo di eros, e lascia sussistere nell'anima solo quell'acqua viva della carità che mormora: «Vieni verso il Padre» (ibid. VII, 2).
Aspettando quest'ora suprema, quelli che «amano la venuta del Cristo» (2Tm 4,8) progrediscono verso la somiglianza con lui e provano la verità della sua promessa: «Se il Figlio vi farà liberi, sarete liberi davvero» (Gv 8,36). Quest'esperienza parla già in san Paolo: «II Signore è lo Spirito, e dove c'è lo Spirito del Signore c'è libertà» (2Cor 5,17). Possiamo scegliere fra due servitù; una ci lascia totalmente schiavi delle forze del peccato, dell’idolatria dell'io; l'altra, rendendoci servi della legge del Cristo, libera in noi la carità: «La legge dello Spirito che da vita in Cristo Gesù ti ha liberato dalla legge del peccato e della morte» (Rm 8,2). Coloro che appartengono al Cristo Gesù, precisamente perché hanno crocifisso la carne, con le sue passioni e le sue bramosie, produrranno e gusteranno il frutto dello Spirito, dove tutto viene messo a servizio del prossimo: «Amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé» (Gal 5,22). Contro queste cose non c'è legge o, secondo l'espressione di san Giacomo ripresa e commentata volentieri più tardi, la legge stessa che prescrive la carità è «la legge» perfetta di libertà, e colui che ad essa si attiene per metterla attivamente in pratica, «questi troverà la sua felicità nel praticarla» (Gc 1,25).
4. Quarta tappa: carità fraterna: «Quando avrai questa carità (per Dio), sarai un imitatore della sua bontà» (A Diogneto, X, 4). Il seguito potrebbe essere un commento a san Giacomo: «Tiranneggiare il prossimo, voler prevalere sui deboli, essere ricchi, usare violenza contro gli inferiori, questa non è felicità, e non è in simili cose che si trova l'imitazione di Dio, perché sono estranee alla sua maestà» (ibid. X, 5). Non si tratta di un avvertimento retorico. Lo stesso Signore Gesù aveva proclamato nel suo solenne «vos autem non sic» (Mt 20,26; Me 10,43; Le 22,26) l'opposizione radicale tra gli istinti dominatori e ipocriti della falsa grandezza umana e lo spirito d'umiltà essenziale sia alla sua Persona che al suo insegnamento. Il primo e l'ultimo nemico della carità (e tutti gli altri derivano da questo) è l'ambizione nata dalla povertà. Niente di più pietoso dell'uomo che accumula per se stesso e che non è «in Deum dives» (Le 12,21). Invece, «chi è il più piccolo tra tutti voi, questo è grande» (Lc 9,48). Il più piccolo, letteralmente il più giovane, di quelli ai quali era rivolto questo monito, era Giovanni figlio di Zebedeo, per il quale sua madre Salome aveva chiesto il primo posto nel regno; egli dovette rinunciarvi proprio perché era il discepolo che Gesù amava, e a questo prezzo diventò sia l’epistethios («sul petto» - diletto), cantato dalla liturgia, che il primo figlio spirituale di Maria e l'apostolo per eccellenza della carità fraterna. Pietro che fu di fatto il primo, per scelta del Maestro, perché non era un ambizioso, ricorda nei giorni della sua vecchiaia, ai suoi conseniores, la lezione indimenticabile: «Esorto gli anziani che sono tra voi, quale anziano come loro, testimone delle sofferenze di Cristo..., pascete il gregge di Dio che vi è affidato, sorvegliandolo non per forza ma volentieri, secondo Dio; non per vile interesse, ma di buon animo, non spadroneggiando sulle persone a voi affidate, ma facendovi modelli del gregge» (1Pt 5,1-3).
Leggiamo il seguito della lettera a Diogneto: «Colui che prende su di sé il fardello del suo prossimo e che nel campo nel quale è avvantaggiato favorisce volentieri un altro meno fortunato, colui che da liberamente a coloro che ne hanno bisogno i beni ricevuti da Dio, diventando così un dio agli occhi di quelli che li ricevono, questi è imitatore di Dio» (A Diogneto, X, 6).
La deificazione di cui tanto parleranno i teorici in epoca più recente, dimenticando a volte la sua vera nozione evangelica, si realizza nel silenzio della comunione dello Spirito che, unendoci a Cristo, ci rende simili al Padre. Ma essa si dimostra e si manifesta nel campo di quella benevolenza rispettosa che il linguaggio cristiano chiama carità. Non è anzitutto un insieme di precetti umanitari o filantropici (il termine filantropia si usava quasi solo parlando di Dio); è anzitutto, e principalmente, una qualità dell'anima, tanto che le opere esteriori hanno valore solo per essa. Giustamente potremmo dire che lo stato di carità è uno stato; è come una natura, una soprannatura, principio di vita e di azione divine. Non è necessario esprimere sempre l'oggetto di quest'amore: si ama o non si ama, nel senso del latino diligere o del greco agapàn, come si è o non si è figli di Dio, come si vive o non si vive, come si dimora o non si dimora in Cristo, come il Padre e il Figlio nell'unità dello Spirito stabiliscono o non stabiliscono la loro dimora in quelli che seguono la loro parola e osservano i loro comandamenti (cfr. Gv 15 e 1Gv). Non si deve mai dimenticare (ripetiamolo ancora una volta) che la spiritualità cristiana, tutta teocentrica, tanto più si trasformerà in pace, cioè in felicità degli uomini, oggetto della divina euàokid, quanto più si avvicinerà alla sua perfezione, facendo in modo che Dio sia in ogni cosa. Questa visione di profonda teologia, e di altrettanto autentica antropologia, giustificherà un giorno l'anacoresi e il monachesimo.
In attesa del sorgere di questo fenomeno, i cristiani dei primi secoli mostrano nella loro condotta e nelle loro idee l'esattezza di questa dialettica della fede nel Dio carità. La loro condotta: pur tenendo conto del genere panegirico delle descrizioni che ci hanno lasciate gli apologeti, dobbiamo riconoscere che le comunità cristiane di quel tempo si distinguevano per la bontà e la dedizione reciproca dei loro mèmbri. Erano, nel senso pieno del termine, delle fraternità. Conosciamo tutti la testimonianza di Aristide nell’Apologia indirizzata ad Adriano (117-138). Non è un motivo per non rileggerla, ricordando che la polizia imperiale era in grado di controllare affermazioni così contrarie ai pettegolezzi della malignità pubblica:
I cristiani hanno origine dal Signore Gesù Cristo; essi professano che egli, Figlio del Dio altissimo, è disceso dal cielo per virtù dello Spirito Santo per la salvezza degli uomini, nato da una Vergine, senza seme e senza corruzione, ha assunto un corpo di carne. Essi conoscono il Dio creatore e organizzatore dell'universo... e non adorano nessun altro dio all'infuori di lui. Di questo stesso Signore Gesù Cristo portano impressi nel cuore i comandamenti e li osservano in attesa della risurrezione dei morti e della vita futura. Non commettono adulterio ne fornicazione; non dicono falsa testimonianza..., non desiderano i beni altrui; onorano il padre e la madre e amano il loro prossimo; giudicano secondo giustizia; non fanno agli altri ciò che non desiderano sia fatto a loro... , vanno incontro a quelli che fanno loro dei torti e se li fanno amici; cercano di fare del bene ai loro nemici; sono miti e accomodanti. Si astengono da ogni commercio illecito e da ogni impurità. Non lasciano la vedova in abbandono ne l'orfano nella tristezza. Chi possiede da a chi non ha, senza alcuna gelosia; se vedono uno straniero, lo ospitano in casa loro e si rallegrano della sua presenza come di un fratello; essi infatti si chiamano fratelli, non nel senso fisico, ma spirituale. Sono pronti a dare la vita per Cristo; perché osservano scrupolosamente i suoi precetti, conducendo una vita santa e giusta; come il Dio sovrano ha loro ordinato, rendendogli grazie in ogni momento per ogni cibo e bevanda e per lutti gli altri beni... (Apologia, XV).
Sarebbe facile aggiungere il quadro tracciato dall'autore della Lettera a Diogneto ed estrarre dalle apologie di san Giustino affermazioni analoghe (cfr. A Diogneto, V; Giustino, I Apologia, XIV-XVII). Ritroveremo quest'ultimo fra poco. Conviene però almeno accennare ai sarcasmi di avversar! come Luciano di Samosata: «Si sono convinti, quegli sventurati, che saranno totalmente immortali e che vivranno per l'eternità; di conseguenza disprezzano la morte e molti di loro si consegnano (ai tribunali); inoltre il loro primo legislatore ha fatto credere loro di essere tutti fratelli fra di loro, da quando hanno commesso l'errore di rinnegare gli dèi ellenici per adorare il loro famoso sofista crocifisso e vivere secondo le sue leggi» (Peregnnus, XIII). E quanto volevamo sapere: questi «sventurati» hanno sentimenti fraterni fra loro, perché credono in Gesù Cristo e vivono secondo la sua morale.
Per lo meno, se non Io facessero, dovrebbero condannare se stessi come infedeli al loro Maestro. Lo sanno e se lo ripetono senza stancarsi, perché il loro Maestro e coloro che parlano in suo nome glielo hanno ripetuto in tutti i toni. La «regola d'oro», che abbiamo appena letto in Aristide, si ritrova dall'inizio della Didachè (I, 2) come riassunto della via che conduce alla vita: «Quello che non vuoi sia fatto a rè, non devi farlo agli altri». Non è il caso di discutere molto sulle forme negative o positive di questa massima; la Didachè subito spiega: «Questo è l'insegnamento significato da queste parole: benedite coloro che vi maledicono; pregate per i vostri nemici; digiunate per quelli che vi perseguitano. Che merito c'è, infatti, ad amare coloro che vi amano? Non fanno così anche i pagani? Quanto a voi, amate coloro che vi odiano e non avrete nemici» (ibid. I, 3). Spiegazione del tutto positiva.  Indipendentemente dalle formule analoghe che si possono trovare in Tobia4,15; e nella Lettera di Aristea (207; cfr. Strack-Billerbeck, Das Evangelium nach Matthaus eriautert aus Talmud unci Midrasch, 1922, p. 460) la regola d'oro è diventata un luogo comune della letteratura cristiana. Del resto non è che una diversa formulazione del «secondo comandamento»: «Amerai il prossimo tuo come tè stesso», che, con il primo: «Amerai il Signore tuo Dio con tutta la ma anima..,», contiene la sostanza di tutta la legge e i profeti. E questo precetto di forma ancora più positiva assume «un'estensione in carità, illimitata quanto il nostro amor proprio: quante sono, infatti, le nostre esigenze e le nostre pretese nei confronti degli altri?» (M.-J. Lagrange, Evangile selon saint Luc, 1927, p. 194).
Eppure la spiritualità evangelica richiede ancora di più e di meglio. Uniti al Cristo attraverso la fede, la speranza e la carità, avremo in noi le idee e i sentimenti che sappiamo suoi, cominciando dai suoi amori, se possiamo usare il termine al plurale quando si tratta di lui. «Amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi». Ecco un «comandamento nuovo» (Gv 3,54); è il suo comandamento (Gv 15,12); è il segno necessario e sufficiente per riconoscere i suoi discepoli (Gv 13,35); è su questo segno che egli conta perché il mondo riconosca lui, il Maestro, come l'Inviato di Dio (Gv 17,23). Niente di sorprenderne se Paolo, Giovanni, Pietro e Giacomo non lesinano elogi e raccomandazioni a questo proposito. L'antichità cristiana amava propagandare a questo riguardo uno dei suoi slogan, come diremmo oggi, che hanno spesso un influsso più grande dei lunghi discorsi, un agraphon, meravigliosamente conciso, e che passa per una parola del Signore, paragonabile a quella conservata da san Paolo («Vi è più gioia nel dare che nel ricevere!»: At 20,35); ma ancora più ardita e più teologica: «Hai visto il tuo fratello, hai visto il tuo Dio».
Clemente di Alessandria cita questo agraphon in due passi dei suoi Stremati (I, 19, 94; II, 15, 71), e ogni volta per dimostrare chele massime più belle dei filosofi hanno la loro origine nella sacra Scrittura. All'altro capo dei mondo mediterraneo, Tertulliano lo conosce e se ne serve per rafforzare la sua esortazione a mantenere l'arnica usanza cristiana (e più tardi monastica) di pregare sempre insieme all'ospite che si accoglie, «per evitare che le consolazioni terrene prevalgano su quelle celesti» (De oratione, XXVI). Molto più tardi, un autore spirituale fra i più fedeli ai santi padri, san Doroteo, citerà ancora lo stesso àgraphon come un testo sacro (Istruzione XVI), e nella vita del suo discepolo san Dositeo ci mostra la sua applicazione ai più piccoli particolari dei rapporti col prossimo.
Del resto bastavano i vangeli canonici per ispirare gli stessi sentimenti: «Quello che avete fatto…, o rifiutato di fare...» (cfr. Mt 25,40-45). Il che non significa; io lo considererò come se fosse stato fatto a me. Dio non fa come se qualcosa fosse, ma fa che sia. Ecco perché la carità fraterna è iscritta virtualmente e fortemente sia in rutto quello che diciamo di Dio e a Dio secondo l'insegnamento di Cristo sia nel primo articolo del Credo e nel Prologo di san Giovanni. Poiché Dio è nostro Padre e noi siamo realmente suoi figli, fra cristiani non esistono rapporti profani. Questo conferisce tanta gravita ai precetti negativi riguardanti il prossimo (cfr. Mt 5,20ss) e altrettanta, quando dipende da noi, ai precetti positivi, nonché ai peccati d'omissione. Un'affermazione di sant'Ireneo, conservata in numerosi manoscritti, ci sembra forse molto severa: «Ogni volta che abbiamo il modo di fare del bene al prossimo e non lo facciamo, saremo considerati estranei alla carità del Signore» (Frammento greco IV, Harvey II, p. 477). Non è una battuta; il vescovo di Lione scriveva questo al papa san Vittore. San Giustino riassume la morale di Cristo (I Apologia, XIV-XVII) mettendo di fronte versetti evangelici. Essi riguardano per lo più i rapporti con le altre persone. Nello stesso tempo afferma che i cristiani sono fedeli a questi insegnamenti. «Da quando abbiamo creduto al Verbo, siamo uniti tramite il Figlio all'unico Dio non generato.  Un tempo, godevamo nella dissolutezza, oggi la castità costituisce tutta la nostra gioia. Ci abbandonavamo alla magia, ora ci consacriamo al Dio buono non generato.  Amavamo e cercavamo più d'ogni cosa il denaro e il potere; ora mettiamo in comune ciò che abbiamo e lo condividiamo con i poveri, L'odio e l'omicidio ci dividevano, le differenze di costumi e di istituzioni non ci consentivano di accogliere lo straniero in casa nostra; ora, dopo fa venuta di Cristo, viviamo insieme, preghiamo per i nostri nemici, cerchiamo di conquistare chi ci perseguita ingiustamente, affinché coloro che seguiranno i sublimi precetti di Cristo possano sperare la stessa nostra ricompensa da Dio padrone del mondo» (ibid. XIV).
«Niente supera la carità», scriveva sant'Ignazio (Maga. I, 2): ma il principio è la fede; «Armatevi quindi di una dolce pazienza, e diventate creature nuove tramite la fede che è la carne del Signore e attraverso la carità che e il sangue di Gesù Cristo. Nessuno di voi abbia niente contro il suo prossimo» (Trall. VIII, 1-2). «Regolando dunque la vostra condotta su quella di Dio, rispettatevi gli uni gli altri; non dovete guardare il prossimo con gli occhi della carne, amatevi in tutto reciprocamente in Gesù Cristo» (Magn. VI, 2). Queste affermazioni, ed altre che si potrebbero citare, affermano continuamente una genealogia delle virtù sconosciuta a ogni saggezza umana, ma essenziale per ogni professione di cristianesimo e sempre richiamata dai maestri spirituali di tutti i tempi: «La fede e la carità sono il principio e la fine della vita; la fede ne è l'inizio, la carità il perfezionamento» (Ef. XIV, 1). Si avranno variazioni su questo tema: la via che conduce dall'inizio alla perfezione verrà descritta più o meno dettagliatamente, ma la linea maestra non cambierà. Un solo esempio, perché breve: «Questo dicevano sempre i padri: “La fede, figli miei, è consolidata dal timore di Dio: questo, grazie alla continenza, diventa incrollabile con la pazienza e la speranza, da cui nascono la libertà interiore e il suo virgulto che è la carità”», cioè la carità perfetta (Evagrio Pontico, Lettera ad Anatolio, PG 40, 1221).
La carità è universale oppure non c'è; non può basarsi che sulla fede nella paternità universale del Dio carità, così come ce l'ha rivelata il Figlio di Dio fatto uomo. Questa almeno è la convinzione unanime e serena dei padri. La loro esperienza e la loro conoscenza della realtà storica non hanno fatto che confermarli nella certezza della loro fede. Il XX secolo addurrà a propria difesa le sue realizzazioni in senso contrario?
I cristiani, comunque, troveranno ancora giovamento nel leggere per intero un capoverso precedentemente accennato: «Pregate anche incessantemente per gli altri uomini, perché si può sempre sperare nel loro ravvedimento, affinché raggiungano Dio. Offrite quindi loro l'occasione di diventare vostri discepoli almeno con le opere. Rispondete al loro risentimento con la vostra dolcezza, alle loro chiacchiere con la vostra modestia, alle loro bestemmie con le vostre preghiere, al loro traviamento con la fermezza della vostra fede, al loro aspetto truce con il tratto sereno, senza pensare di comportarvi come loro. Dovremo invece essere imitatori del Signore (chi, più di lui, ha subito ingiustizie? Chi, più, di lui, è stato spogliato? Chi, più di lui, è stato maltrattato?), di modo che in voi non si trovi alcuna erba del diavolo, ma in perfetta purezza e santità morale dimoriate in Cristo Gesù con il corpo e lo spirito» (Ign. Ef. X).
Le relazioni sociali del cristiano fanno parte della sua spiritualità, che è interamente cristologica e teocentrica.
IRENÉE HAUSHERR sj 
Pontifìcio Istituto Orientale di Roma


Dio Padre nella riflessione dei Padri (Hausherr)

Nata a Gerusalemme, in un ambiente tipicamente giudaico, e convinta fin dall’inizio di formare il vero Israele secondo lo spirito, la Chiesa esprime naturalmente il suo messaggio nei termini della teologia giudaica. Il giudaismo contemporaneo si concentrava sul messia nei quale vedeva, come la Chiesa, il punto di convergenza dell'Antico Testamento. La Chiesa identifica il messia con Gesù di Nazaret e vede in lui anche il fulcro da cui si irradia il Nuovo Testamento. La funzione essenziale del Cristo messia è il ruolo di mediatore: sommo sacerdote della nuova alleanza, egli è stabilito per gli uomini in tutti i loro rapporti con Dio (cfr. Eb 5,1). Egli è anzitutto il rivelatore di Dio. Non lo è solo e principalmente con le sue parole, ma con la sua stessa persona. Egli è la Parola, il Verbo di Dio; è il Nome del Padre, la sua Immagine perfetta. «Chi ha visto me ha visto il Padre» (Gv 14,9); «Chi vede me, vede colui che mi ha mandato» (Gv 12,45). «Vedere», qui, vuoi dire contemplare con l'intelligenza aperta dalla fede. Non si può credere a Cristo senza credere al Padre, senza il quale Cristo non sarebbe niente, non direbbe niente, non farebbe niente. Tutto il suo essere esprime il Padre; tutti i suoi discorsi parlano del Padre. Per diventare cristiano e ricevere il battesimo basta dichiarare: «Credo che Gesù Cristo è il Figlio di Dio», come fece l'eunuco di Candace battezzato da Filippo; o professare la fede nel Padre, nel Figlio e nello Spirito Santo, secondo il mandato lasciato agli apostoli (Mt 28,19) dal maestro risorto.
Origene e i padri studieranno più tardi questa funzione rivelatrice del Verbo incarnato. Quanto a noi, dobbiamo solo constatare questo fatto che si afferma fin dalla catechesi degli apostoli e poi ovunque presso i testimoni dei primi tempi, che cioè Cristo costituisce la grande prova r dell'amore di Dio per il mondo, anzitutto perché tramite lui abbiamo conosciuto il Padre.
Conviene notare fra l'altro che se Cristo è prevalentemente questo, cioè la rivelazione del Padre e dei suoi disegni paterni, non ci sarà nessuna differenza reale fra una spiritualità cristocentrica e una spiritualità teocentrica: fermarsi al Mediatore senza andare con lui, tramite lui e in lui dove egli intende condurci, sarebbe come non riconoscerlo, poiché sarebbe non riconoscerlo per quel che è.
   Non solo rivelatore, ma colui che introduce. Quella che gli asceti cristiani chiameranno scienza semplice, cioè esclusivamente mentale nel senso povero e attuale della parola, non ci servirebbe a molto. Ci renderebbe forse contemplativi alla maniera dei platonici, ma non ci darebbe il possesso del bene sommo. Invece, conoscere, nel linguaggio realista della Bibbia, significa possedere: «Si forte attrectent eum», come dice il semita Paolo di Tarso agli atenesi (At 17,27). Cristo non illumina solo,. lamenti, ma santifica e salva l'uomo integrale, spirito, anima e corpo (cfr. iTs 5,23), conducendolo al Padre per farlo partecipare alla sua immortalità e alla sua beatitudine. «Per la fede in lui abbiano accesso (tèn parrésìan) in piena fiducia» (Et 3,12) e osiamo dire: «Padre nostro che sei nei cieli».
Questo duplice aspetto dell'opera di Cristo si riscontra nella doppia esegesi di Gv 1,18: «Dio nessuno l'ha mai visto: proprio il Figlio unigenito, che è nel seno del Padre, lui lo ha rivelato», o secondo l'interpretazione proposta in base ad alcune varianti: «ci ha fatti entrare in lui».
Comunque, rivelazione della paternità di Dio e acquisizione della filiazione divina, è un'unica e identica realtà per chi ne vive o per chi sa che deve viverne. Per questo, spesso i padri non distinguono i due aspetti di quest'unico dono di Dio. Quando dicono «conoscere», intendono dire anche «possedere», perché «da questo sappiamo d'averlo conosciuto: se osserviamo i suoi comandamenti» (IGv 2,3 ss). Chi pretende di conoscerlo diversamente «è bugiardo, e la verità non è in lui». E «chi professa la sua fede nel Figlio possiede anche il Padre» (IGv 2,23L perché «a quanti l'hanno accolto, ha dato potere di diventare figli di Dio» (Gv 1,12). «Essere chiamati», in questa lingua realista, equivale ad «essere» (cfr. IGv 3).
Queste sono le due grandi idee, incarnate in una stessa realtà, che occupano il primo posto nella coscienza cristiana dei primi tempi: il Cristo Figlio di Dio e la paternità divina che ci ha rivelato e comunicato unendoci a se stesso. Separare questi due aspetti del nostro discorso, equivale a praticare la vivisezione. Per avere la sensazione del contatto con la vita, bisogna leggere i testi liturgici, le lettere di sant'Ignazio di Antiochia, le pagine dottrinali di sant'Ireneo. Anche le ingenuità contorte del Pastore di Erma possiedono un calore che non potrebbero avere le costruzioni sistematiche. E tutto questo, ancora ardente di vitalità nella sua espressione senza affettazioni, inizia già l'analisi e la selezione. 
La mistica di Cristo (se dobbiamo chiamare con questo termine vago e moderno una realtà così antica e precisa) è fatta di fede semplice e totale: semplice, perché esclude ogni duplicità nel senso che diremo; totale, perché non lascia niente fuori della sua azione. Non ci si può dare a Cristo con metà della propria anima; non si divide il proprio spirito tra la visione del mondo che egli insegna e ideologie con essa incomparabili; non si scommette su due valori così diversi come quello di Dio e quello del mondo (Ign. Magn. V, 2); non si deve parlare di Cristo quando si nutrono avidità terrene (Ign. Rom. VII, 1). Questo sdoppiamento dell'anima (dipsychia), che agli antichi incuteva ribrezzo, si manifesta attraverso l'esitazione nella preghiera (cfr. Gc 1,6) o la perplessità ansiosa di fronte alle incertezze del futuro. Una piccola frase enigmatica (secondo gli studiosi, per es., Funk 1, p. 12, nota 4) si ripete nella Didachè e nella Lettera di Bamaba, come se fosse molto chiara: «Non chiederai con ansia se questo avverrà o non avverrà». Malgrado l'aggiunta «nella preghiera» a questa frase nei Canoni ecclesiastici e nelle Costituzioni apostoliche, sembra più conforme allo spirito del tempo intendere intendere con ciò ogni preoccupazione di avere altre certezze sul futuro oltre a quelle più che sufficienti che da la fede nella Provvidenza: «II Padre tutto misericordioso e benevolo ha viscere per coloro che lo temono. Effonde le sue grazie con dolcezza e bontà su quelli che si accostano a lui con cuore semplice. Diffidiamo dunque della doppiezza, e la nostra anima non si crei dei fantasmi a proposito dei suoi doni che sono imparagonabili e magnifici. Che non si applichi mai a noi questa parola della Scrittura: Infelici quelli che hanno un'anima doppia, quelli che dubitano nei loro cuori e dicono: abbiamo già sentito dire questo fin dal tempo dei nostri padri; ma ecco che siamo invecchiati e niente di tutto questo è mai sue cesso...» (Clemente, XXIII, 1-3). Niente di più opposto alla fede pura delle pratiche pagane di divinazione: «Figlio mio, non osservare il volo degli uccelli, perché questo porta all'idolatria; guardati dagli incantesimi, dai calcoli astrologici, dalle purificazioni superstiziose; rifiuta persino di vederli e di ascoltarli, perché tutto questo porta all'idolatria» (Didachè, III, 4).
Simili testi si rifanno alla fede in Dio Padre; ma questa non si distingue realmente dalla fede in Cristo, liberatore dell'uomo, proprio perché è il rivelatore del Padre. In lui, e per mezzo di lui nel Padre suo che è il nostro, bisogna avere una fede incrollabile (Ign. Smir. I, 1), una fede integra, come dirà Erma (Precetto V, 2, 3; cfr. IX, 6). Potremo riconoscerla dalla grandezza d'animo che ispira: «La longanimità è piena di grandezza e di forza, essa possiede un potente e vigoroso dinamismo che si sviluppa con grande rigoglio; è gaia, allegra, senza preoccupazioni; rende gloria al Signore in ogni occasione; non conserva alcuna amarezza; in tutto rimane dolce e serena. Simile longanimità dimora in coloro che possiedono la fede integra (tèn pistìn echónton holókiéron)» (Precetto V, 2, 3).
Sant'Ignazio, a sua volta, possiede e predica agli altri «uno spirito senza esitazione che è il Cristo», cioè, secondo lo stile inimitabile di Igna-zìo, uno spirito che, dal momento che si tratta di Cristo, non conosce più alcuna esitazione o dubbio o secondi fini, un atteggiamento dell'a-nima (una mentalità) tutto d'un pezzo, senza pecca ne incrinatura (Troll. 1, 1); e questo non per servirsene ali'occasione, ma radicato nel fondo stesso della natura. Una fede che non sia solo un atto di intelligenza momentanea, ma che sia noi stessi, in un certo senso identica alla nostra anima; una fede che per grazia di Dio sia di un'unica fonte, «setacciata, decantata, depurata di ogni elemento estraneo», una fede che esulta senza riserve nella passione del Signore, entusiasta della passione del Signore, senz'ombra di scetticismo, iun:a penetrata (del pensiero) della sua risurrezione (cfr. Smir. I, 1). Il vescovo di Smirne sta decisamente dalla parte della qualità più che della quantità: vuole cristiani «pieni della grazia di Dio, senza divisioni (adiakritós) e alieni da ogni macchia estranea» (Rom., Saluto); teme le divisioni, ma si guarda dal confonderle con il necessario discernimento che garantisce i fedeli contro le dottrine false e contro quelli che le insegnano (Fil 3,1).
L'errore che più detesta era il docetismo, che vuole vedere nell'umanità di Cristo solo un'apparenza. La sua fede totalitaria va al Cristo reale, storico, «Figlio di Dio e figlio di Maria», «al Cristo della stirpe di Davide, nato da Maria, che è stato veramente dato alla luce, che ha mangiato e bevuto, che è stato veramente perseguitato sotto Ponzio Pilato, stato veramente crocifìsso ed è morto sotto gli occhi degli abitanti del cieio, della terra e degli inferi» (Troll. IX, 1). La vita terrena del Figlio di Dio è una storia e non un mito, come diceva già san Pietro (2Pt 1,16) e come la Chiesa, adempiendo la sua missione di testimone di Cristo, affermerà sempre contro tutte le mitologie, contro tutti gli «gnosticismi», contro tutti i modernismi e contro tutte le ideologie elaborate sul mito del XX... o del XXXVI secolo. E una storia fornita di date, come attesta la menzione frequente di Ponzio Filato; è situata nello spazio, nonostante la sua portata universale ed eterna.
Ignazio di Antiochia e i martiri suoi fratelli non muoiono per un Cristo di amorosa immaginazione, rappresentante di una generosa utopia. La sua fede non è una questione di sensibilità ne il prodotto di una devozione ardente. E una convinzione virile, assoluta, ispirata dal semplice richiamo dei grandi fatti della vita di Cristo (nascita, passione, croce e risurrezione), ma vista alla luce del principio primo di ogni teologia cristiana.
Il mistero di Cristo nessuno l'ha espresso e nessuno poteva esprimerlo più chiaramente di Gesù stesso con la sua coscienza di Inviato di Dio:
Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna (Gv 3,16).
Questa meravigliosa piccola frase, che può sembrare sentimentale a menti «forti» e superficiale, presuppone e racchiude nella sua sostanza o implica come conseguenza tutta la metafìsica, tutta la teologia dell'An-tico e del Nuovo Testamento, tutta la morale e tutta la mistica del cristianesimo. E attorno ad essa che si sono combattute tutte le battaglie cosiddette cristologiche dei primi secoli e che si fronteggiano ancora oggi, consapevolmente o inconsapevolmente, tutte le ideologie di sostituzione. Da quando è stata pronunciata questa frase, o meglio da quando la verità in essa condensata è stata annunciata in questo mondo, l'umanità è malata di Cristo, nel senso che è diventata consapevole di essere malata, in presenza di questo medico che le rivela il suo male presentandosi come medicina. Il messianismo, in quanto aspirazione a una salvezza proveniente come rugiada dal cielo, non è un fenomeno isolato; l'intensità particolare che questa aspirazione assume in Israele dimostra soltanto l'intelligenza e l'eccezionale destino di questo «popolo di Dio». A lui, fino ad oggi e fino àll'ultimo giorno, per mezzo di lui a tutti i popoli e ad ogni uomo che viene in questo mondo, è posta una domanda al di sopra di ogni altra domanda: «Quid vobis videtur de Christo?: Che cosa pensate del Cristo?» (Mt 22,42).
E Cristo stesso a farla; e ne precisa immediatamente il senso, orientando verso la risposta, con queste parole: «Di chi è figlio?» (Mt 22,42). La cristianità risponderà sempre con Ignazio di Antiochia: «Figlio dell'uomo e insieme Figlio di Dio» (Ef. XX, 2). Queste due qualità fanno di lui «il solo medico, carne e spirito nello stesso tempo, generato e non generato, vita vera nella morte, da Maria e da Dio, un tempo soggetto al dolore e ora impassibile, Gesù Cristo, nostro Signore» (Ef. VII, 2).
Gesù Cristo nostro Signore: questo nome che la liturgia gli da attraverso i secoli garantisce nella sua complessità l'unità di Cristo che gli eretici cominciarono molto presto a dividere, proprio a causa della loro incapacità di elevare l'anima fino all'intelligenza di quest'insondabile amore che Dio ci testimonia in Christo Jesu Domino nostro (san Paolo, Ef 3,11). I doceti prima, gli gnostici dopo non hanno saputo credere a simile condiscendenza da parte del Trascendente. Nel loro tentativo di renderla comprensibile, secondo le categorie della loro sapienza umana, o hanno soppresso l'umanità reale di Cristo, e quindi la condiscendenza, o hanno rimosso la dignità al di là di una gerarchla di eoni inventati per salvaguardare la trascendenza. Cristo da una parte, Gesù dall'altra: è la fine della salvezza quale la annunciava la «buona notizia» del vangelo, cioè la salvezza tramite l'incarnazione di una Persona realmente divina in una natura veramente umana, in un''unione per la quale la teologia avrebbe trovato solo più tardi la qualificazione di ipostatica, ma che la fede fin dalle origini aveva affermato decisamente, attribuendo allo stesso soggetto sia i nomi divini eternamente propri del Verbo sia i nomi umani assunti nel tempo da Gesù di Nazaret. Il Cristo nato da Maria, Gesù Cristo nostro Dio, ripete continuamente il vescovo di Antiochia (Ef., Saluto; Smir. I, 1; Troll. VII, 1; ecc.) insieme a tutti i credenti.
Solo a questo prezzo ci salva, perché, come dice sant'Ireneo e come diranno dopo di lui Gregorio di Nazianzo e tutti i teologi, la nostra salvezza consiste appunto in questo: «II motivo per cui il Verbo di Dio si è fatto uomo e il Figlio di Dio è divenuto figlio dell'uomo, è che l'uomo, unito al Verbo di Dio e ricevendo l'adozione, diventi Figlio di Dio» (Adversus haereses. III, 19; PG 7, 939; B = Sagnard, SCh 34, p. 80). Pur senza la parola, abbiamo qui l'idea della deificazione dell'uomo, scopo dell'incarnazione di Dio. Questa dottrina — di cui il teologo per antonomasia, Gregono di Nazianzo, darà la classica formulazione: «il Verbo di Dio si è incarnato affinchè io diventi Dio tanto quanto lui è diventato uomo» (Discorsi teologici. III, 19; PG 36, 100 A) — racchiude grandi enigmi dei quali le prime generazioni non hanno avuto il tempo di prendere coscienza fino a discuterli, come faranno più tardi i difensori dell'ortodossia, contro eretici meschini; erano troppo occupati a vi-verla per provare il bisogno di analizzarla al solo scopo di esprimerla secondo le abitudini mentali dei greci. Non si vive di corpi chimici semplici; la vita si mantiene e si sviluppa soprattutto grazie ai nutrimenti molto complessi forniti dagli esseri viventi. Spiritualmente, è la venuta del Cristo vivente, l'assimilazione globale del suo insegnamento, che nutre l'anima più delle sottili analisi dei dati della fede. I primi tempi avevano soprattutto bisogno di cristiani disposti al martirio, e questa disposizione si crea e si mantiene in un clima di intimità con il Cristo totale, più che nel clima rarefatto delle controversie. Ignazio di Antiochia, che in un certo senso si può chiamare il tipo ideale del martire, non sembra avere nessuna curiosità per il particolare e per l'accessorio. Il tempo dei vangeli apocrifi, o per lo meno il tempo della loro fioritura, non è ancora giunto. Il ricordo continuo dei grandi fatti della vita di Cristo ha più efficacia nell'unire a lui tramite la fede e l'imitazione che gli aneddoti sui quali si soffermeranno le Meditazioni di uno Pseudo-Bonaventura. Sarà sempre così. Dei padri del deserto, «successori» dei martiri, per esempio, «sappiamo che il cibo ordinario della loro pietà era l'Antico e il Nuovo Testamento; ma non li vediamo preoccupati circa i particolari degli episodi della vita di Cristo» (J. Bremond, Les Pères du désert, II, p. 527). Ma Ignazio — come Giovanni suo maestro e Paolo e tutti i veri apostoli — non si stanca mai di ripetere ai suoi i grandi avvenimenti, le grandi tappe di Cristo nel compimento della sua missione d'a-more, perché egli stesso se ne nutre in continuazione.
Circa la salvezza tramite la redenzione e la deificazione, non c'è quindi bisogno di interrogarsi, come si fa ai giorni nostri, se il Cristo ce la procura con i meriti della sua passione o con il contatto della sua incarnazione. Ci salva con tutto se stesso. La croce non avrebbe nessun valore redentore, se colui che l'accetta per obbedienza al Padre non fosse perfetto Dio e perfetto uomo. Nel disegno reale di Dio l'incarnazione non può venire separata dalla morte e dalla risurrezione, se non per una sterile veduta dello spirito. Tutta l'opera di Cristo in quanto dottore, medico, modello, sommo sacerdote e vittima, vincitore della morte ed eternamente vivo, lui che ci nutre con la sua carne nell'unità della Chiesa, tutta quest'opera attiva e passiva è richiesta per compiere in noi i paterni disegni di Dio. Con la venuta di Cristo in questo mondo, «ogni magia fu smascherata, ogni legame d'iniquità spezzato, l'ignoranza distrutta, l'antica regalità rovesciata. Con la manifestazione di Dio in forma umana, in vista di una novità di vita etema, quello che era stato deciso da Dio riceveva un inizio di esecuzione (su questa terra). Questo spiega lo sconvolgimento universale: quella che stava preparandosi era la distruzione della morte» (Ign. Ef, XIX, 3).
Al di sopra di tutto vi è quindi il piano di Dio; esso è perfetto da tutta l'eternità, come l'amore e la saggezza lo hanno voluto. Perfetta e senza difetti è anche la realizzazione di questo piano, per mezzo della fede e della carità. E anche questo fa parte del mistero di Cristo. Attirato dai cristiani a Cristo, il nuovo convertito aveva un lungo cammino da percorrere, un magnifico compito da realizzare. A questo proposito, regnava nello spirito dei fedeli una perfetta chiarezza. Ad un pagano messo in allarme dallo spettacolo della nuova religione, un autore ignoto espone le quattro tappe del programma. Non potremo fare di meglio che adottare questa divisione: è tuttora valida, anche e soprattutto se nella pratica abbiamo un po' dimenticato qualche sua parte. Non si tratta tanto di un processo logico, quanto di uno sviluppo psicologico. Il testo greco che ce lo fa conoscere presenta all'inizio una difficoltà risolta in modo diverso dai critici. Due traduzioni si giustappongono. «Se anche tu t'innamori di questa fede, riceverai anzitutto la conoscenza di un Padre»; oppure: «Se tu..., e se l'abbracci, comincerai a conoscere il Padre» (cfr. H. I. Marrou, A Diognète, SCh 33, p. 76). Nel primo senso la conoscenza del Padre è l'inizio di ciò che seguirà; nel secondo, essa è solo a uno stadio iniziale. Sono vere entrambe le cose: la conoscenza del Padre precede qualsiasi sviluppo della vita cristiana; e di conseguenza essa cresce di pari passo con questo sviluppo. Non si tratta in nessun caso di una scienza «semplice», ma di una conoscenza spirituale attraverso la fede, la speranza e la carità.
Per capire l'effetto prodotto sul neocristiano dalla rivelazione della paternità divina, bisogna rimettersi nella situazione in cui si trovava il mondo di allora. Venute in maggioranza dal paganesimo, avendo comunque conosciuto quell'atmosfera pagana, fatta, come dice san Giovanni, di triplice concupiscenza, cioè di quei desideri violenti o dolorosi generati dal sentimento di insoddisfazione, di povertà, di incompletezza, le prime generazioni cristiane sapevano cosa vuoi dire «non avere speranza». Il nostro tempo, come del resto tutti i tempi e forse anche di più, è perfettamente adatto a farci ritrovare questo sentimento, malgrado e forse proprio a causa dei suoi progressi tecnologici. Non dobbiamo immaginarci un'antichità priva di piaceri: dai più eccitanti negli anfiteatri, fino ai più delicati della poesia o dell'arte, ne offriva ai beati possidentes altrettanti, se non di più, della nostra epoca assillata da sconvolgimenti sociali. Non insisteremo sulla testimonianza del popolino, perché potrebbe esserci il sospetto che non vale più oggi e perché la sua voce quasi non giunge fino a noi.
Ascolteremo quindi i «pauci» per i quali viveva, faticava e mori»» il genere umano (cfr. Lucano, Pharsalia). Erano felici? Filosofi e letterati hanno scritto molto sulla vita beata, suìVeudaemonia. Perché la e crescevano o perché la cercavano? In ogni caso i loro libri sono tutto, fuorché autobiografie di persone felici. Abbiamo preso l'abitudine di parlare della felicità dell'infanzia: questo appariva assurdo ad Aristotele e inimmaginabile a sant'Agostino. Non si può essere felici nell'incoscienza, cioè in una situazione dalla quale è assente la prima condizione della felicità umana, cioè l'intelligenza, la facoltà di contemplazione; ne in uno stato di vita che impone il lavoro, perché «contemplatio otiosorum est»,
Interroghiamo quindi quelli che possiedono queste due cose. E lasciamo da parte le due comode parole, pessimismo e ottimismo; non sono che sistemi e partiti presi, se non questioni di temperamento e quindi infrarazionali e infraumane. Cristo ci ha insegnato a giudicare le dottrine dai loro frutti. La civiltà antica ha reso felici coloro che sono i suoi rappresentanti autentici e che hanno potuto godere in modo più integrale dei beni che ad essi offriva? Per il momento non parliamo nemmeno di Epitteto, poiché fu schiavo; ma ricordiamoci che i suoi simili costituivano la massa dell'umanità, e che Marco Aurelio si rallegra per avere potuto leggere i suoi «ricordi» (Tà eis heautón = Ricordi, I, 7).
Ed ecco ora un uomo libero, Lucrezio, considerato da alcuni il più grande poeta latino, superiore a Virgilio. In ogni caso è un personaggio intelligente e che si dice filosofo; erudito per giunta e libero da ogni scrupolo {religio, come dice lui) che lo potesse disturbare nella sua ricerca del benessere; tutto sommato per niente falso. Eppure, diceva un esperto (Louis Laurand, autore del Manuel des Etudes classiques), sui suoi circa seimila versi, seicento sono buoni, e su quei seicento una sessantina sono ineguagliabili. E sono proprio quelli che cantano, per lo più, la miseria dell'uomo.
O miseras hominum mentes! o pectora caeca! Qualibus in tenebris vitae quantisque periclis degitur hoc aevi quodcumque est! (De rerum. natura, II, 14-16)
...Che misere menti, che ciechi
cuori han sortito i mortali! E in che tenebrore di vita
scorre, e in quali perigli quest'ombra del vivere nostro!
E questo nel bei mezzo di una tirata sulla felicità del saggio epicureo: il saggio supererà ogni terrore con lo studio razionale della natura, come ama ripetere Lucrezio (ibid. I, 146-148; II, 60-62).
E fuori discussione, infatti, che la natura possa essere fatta da Dio per la felicità dell'uomo: «Tanta stat praedita culpa»\ (ibid. V, 199). Non ci prende nemmeno in giro, il che sarebbe già un segno d'interesse; pro-
duce e stritola nell'indifferenza più totale; e il più disarmato dei suoi rampolli è quel piccolo essere che è uomo, l'uomo in generale:
Tum porro puer, ut saevis projectus ab undis navita, nudus humi ^acet, infans indigus omni vitali auxilio, cum primum in luminis oras nixibus ex alvo matris natura profudit;
vagituque locum lugubri compiei, ut aequum est cui tantum in vita restet transire malorum (Ihid. V, 222-227)^
...Or ecco, di naufrago al pari, che l'onda getta irata sul lido, si giace per terra il bambino nudo, ad esprimersi inetto, di tutt. '  SI viver soccorra privo, dal primo istante che, a furia di doglie, Natura via da l'alvo materno lo trasse a la luce del giorno:
ed i vagiti, . ."-l'^'Tipie il luogo, risuonan lugubri;
com'è giusto, cui ranto d'affanni la vita riserbi.
Ed ecco la conclusione di uno studioso (J. J. M. Zonneveld, «Angore metuque». Uno studio lessicale sul fenomeno dell'angoscia nel «De rerum natura» di Lucrezio, Utrecht-Nijmegen 1959, p.
(Lucrezio) a volte assume l'aria aggressiva di l      : deve combattere un nemico palpabile, a volte scivola insensibilmente verso un pessimismo pieno di un profondo disfattismo, soprattutto verso la fine dei suoi libri in contrasto con l'inizio nettamente ottimista. La cosa ancora più deprimente è che numen e religio romani sono le tentazioni insaziabili delle cup-pedines...
Trascinato dalle forze di distruzione, egli glorifica la morte immortale e denigra l'amore, perché pieno di passioni passeggere, e vede come, in seguito a un decadimento delle sue forze, la natura soccombe in un fragoroso crollo finale. Ma è solo la catastrofe descritta alla fine del sesto libro che getta l'ombra più fosca sull'intero poema: l'angoscia che prova il poet" di fronte ali'annientamento totale nella mors immortalis. E la peste ad Atene che costituisce veramente l'ultima fine senza domani, senza nessuna prospettiva di pace e di felicità.
Al termine di questo studio sarà il caso di chiederci se Lucrezio non sia precipitato anche lui in quella disperazione che è la fine così tragic del poema De rerum natura.
Oltre all'epicureo Lucrezio, abbiamo lo stoico Marco Aurelio. Nessun uomo come lui ebbe tutto per essere felice: salute, denaro, posizic ne, successi di ogni genere, e soprattutto saggezza, o per lo meno filosofia, e filosofia stoica. Nobiltà d'animo, quindi, lontana dalla volgarità dei gaudenti o dei vanitosi. Non è certo a lui che l'abuso dei piaceri fa dire, come a Lucrezio, deluso:
...Medio de fonte leporum
surgit amari aliquid, quod in ipsis floribus angat.
(De rerum natura, IV, 1133-1134)
...Sorge dal mezzo di tali delizie qualche cosa d'amaro, che i fiori medesimi attosca.
Possiamo credere a Marco Aurelio: se è riuscito a risolvere per sé il problema umano, siamo disposti a dimenticare che ha avuto bisogno per questo di un concorso di circostanze tali che pochi uomini possono avere a disposizione. Ma la sua sorte è da lui stesso ritenuta invidiabile? Gli bastò convincersi che era sopportabile. A proposito di tale considerazione particolarmente rassegnata, un traduttore osserva: «Si ammira la bellezza letteraria, l'abile (troppo abile) equilibrio, il fascino poetico di questo pensiero» (A. I. Tranoy in Mare Aurèle, Pensées, Paris 1925, p. 42). Quindi, uno dei tanti letterati? Cercavamo qualcos'altro in questo grande e onesto personaggio. La nota continua: «Ricordiamo tuttavia che il suo passaggio sulla terra non ispira nessuna idea malinconica a Marco Aurelio». Che non ci si consenta di giudicare noi stessi! O piuttosto solo capire e simpatizzare. Nella vita dell'uomo la durata è un punto, la sostanza, passeggera; la sensazione, opaca; la struttura di tutto il corpo, destinata a marcire; l'anima, una banderuola; la fortuna, imprevedibile; la fama, impercettibile. In poche parole, tutto ciò che riguarda il corpo, un fiume che passa, e ciò che riguarda l'anima, sogno e vapore; la vita, una guerra e un passaggio da stranieri; il ricordo postumo, oblio. Che cosa, allora, ci può guidare? Una cosa sola, la filosofìa». E la filosofia consiste soprattutto, per Marco Aurelio e per tutti gli antichi, nella meléto thanàtou, cioè nell'aspettare la morte con serenità, perché vi si vede solo la dissoluzione degli elementi di cui si compone ogni vita.
Anche Geoffroy Saint-Hilaire (Pensées de Mare Aurèle, Pans 18/6, p. 47) sente il bisogno di avvertire lo sprovveduto lettore che «questi pensieri hanno la grandezza di Pascal, senza averne l'inguaribile tristezza». Ci sia concesso vedere in quest'osservazione un imperdonabile insulto nei confronti del cristiano che voleva essere Pascal. Gli umili cristiani del tempo di Marco Aurelio credevano di avere trovato, o meglio ricevuto dall'alto, il rimedio perfetto per la tristezza (la conoscevano per esperienza) dei loro contemporanei, compreso l'imperatore filosofo. Anche loro dicevano: non c'è che un pilota, uno solo; ma non aggiungevano: è la filosofia; e se più tardi adottarono questo termine, intendevano con filosofia il loro stato stesso di discepoli di Cristo loro salvatore.
In fondo, la grande pietà che proviamo leggendo Marco Aurelio, vedendo la sua bell'anima degna di una sorte migliore, sta nel constatare gli eroici sforzi di pensiero e di virtù che questa persona viva fa per rassegnarsi seriamente a non essere altro che il giocattolo di una natura anonima e impersonale. Se c'è provvidenza solo nel senso stoico di questo termine, cioè come necessità e fatalità, anànké e heimarménè, l'uomo vale più della sua causa prima. Marco Aurelio considererebbe simile asserzione una bestemmia (ma chi viene bestemmiato, se nessuno ci sente?). La sua ostinazione a mantenersi in stato di adorazione verso il «comune hègemonikón» (Ricordi, VI, 36) ci muove ad ammirazione e spavento insieme. Tutto si svolge come se questo Principio primo si nutrisse e vivesse del nostro schiacciamento (questo ricorda il rimprovero che sant'Agostino rivolgeva al manicheismo). Non c'è altra salvezza per me che volere il bene di lui e, per quanto mi riguarda, procurarglielo lasciandomi definitivamente sbranare da lui. Ah, se ci fosse Qualcuno! Il mio annientamento potrebbe diventare amore, la mia rassegnazione trasformarsi in gioia! Il vocabolario di Marco Aurelio ignora la parola, evangelica per eccellenza, charà, «gioia».
Ma quante volte, sotto la dura corazza aeila sua logica stoica, pos-; amo avvertire pulsazioni più umane e quasi lo slancio della sua anima verso una relazione più affettuosa con l'imperturbabile trascendente! Non solo verso gli «dèi», che sono una specie di surrogato, a immagine dell’uomo, del grande Anonino impassibile, ma verso «colui che governa» (cfr., per es., ibid. VI, 10). Qui Marco Aurelio diventa meno desolante, la sua «apatia» si fa meno forzata, un po' di spontaneità fa capolino attraverso il suo volontarismo che fa di necessità virtù
O miscuglio, groviglio, sparpagliamento; oppure unità, ordine, provvidenza. Nella prima ipotesi, perché dovrei avere la minima voglia di rimanere in un simile caos? Perché dovrei preoccuparmi di altre cose se non di «diventare un giorno polvere» (Iliade, VII, 99)? Perché anche turbarmi? Sarò preda della disgregazione, qualsiasi cosa faccia! Ma se l'altra ipotesi è (quella vera), adoro, mi rassereno, conto su colui che governa (ibid. VI, 10).
...Tutto dipende da questo: se c'è un Dio, va tutto bene (ibid. IX, 28).
E se c'è un Dio, che cos'è la Carità?
L'autocrate Marco Aurelio si dimostra meno audace del suo maestro, l'ex schiavo Epitteto. E quest'ultimo che ha dato dell'aspirazione umana verso un Dio sovrano e amorevole la formula migliore, in quat-teo parole, meravigliose, otto sillabe per l'esattezza, che potremmo scrivere come motto, come sottotitolo per una storia universale del desiderio umano. Ma per afferrare tutto l'imperioso vigore di queste poche sillabe, o per esserne afferrati come l'autore stesso, bisogna vivere con lui la tensione interiore che gliele fa proferire, quasi suo malgrado, ma con tutto il suo essere. La pagina che le racchiude rimane però interamente dominata da una nota falsa, la stessa che abbiamo potuto avvertire nell'imperatore stoico: «In realtà, non sei nato quando hai voluto tu, ma quando il mondo ha avuto bisogno di tè». Umiltà o presunzione, poco importa per ora. In ogni caso, in questa prospettiva, l'uomo è solo una cosa di cui una cosa più potente di lui si serve a proprio vantaggio. E tanto più notevole, quindi, che da questa rassegnazione immensa e assoluta ali'annientamento fisico e metafìsico scaturisca improvvisamente, come da una frattura, sotto la pressione di un sentimento più forte di ogni deduzione, un grido, un appello, una confessione, un'implorazione e virtualmente un atto d'amore:
...L'uomo di bene, ricordando chi è, da dove è venuto e perché è stato creato, si impegna per una sola cosa: come mantenere il suo posto con disciplina e sottomissione a Dio: «Vuoi che io continui a vivere? Vivrò da uomo libero, come un uomo di buoni natali, come hai voluto tu: perché tu mi hai creato, affrancato da ogni schiavitù per tutto ciò che mi appartiene. Ma non hai più bisogno di me? Come vuoi tu. Fino ad oggi, è per tè che sono rimasto, per nessun altro, ed ora obbedisco, me ne vado». - Come tè ne vai? — «Come hai voluto tu, da uomo libero, come tuo servo, come uno che ha il senso dei tuoi ordini e delle tue proibizioni. Ma finché sono al tuo servizio, chi vuoi che io sia? Magistrato o semplice cittadino, senatore o plebeo, soldato o generale, precettore o capofamiglia? Morirei mille volte piuttosto che abbandonare qualsiasi posto, qualsiasi ruolo che potrai assegnarmi, come dice Socrate. Dove vuoi che io abiti? A Roma, ad Atene, a Tebe o a Giaro? Ti chiedo una sola cosa; lì, ricordati di me. Se mi mandi in un luogo dove è impossibile vivere da uomo, lascerò questa vita, non per disobbedienza, ma perché tu avrai suonato per me la ritirata. Io non ti abbandono... Ma capisco che non hai più bisogno di me... (Epitteto, Discorsi, III, 24, 95-101).

E tutto quello che ti chiedo: là dove sarò per volontà tua, dovunque, lì ricordati di me. Abbi un pensiero per me. «Et dives sum satis, nec aliud quidquam ultra posco», potremmo aggiungere con la preghiera famosa con cui culminano gli Esercizi spirituali di Ignazio di Loyola. Accetto tutto, rinuncio a tutto e mi sottometto a tutto; mi riterrò ricco abbastanza purché tu pensi a me, non mi dimentichi e ti serva di me, consapevolmente. L'intollerabile, l'inaccettabile, l'ingiustificabile, è solo la sofferenza e l'appiattimento stupido nella solitudine dell'immensità incosciente.

Irenée Hausherr

venerdì 10 maggio 2013

Piccola regola di san Romualdo

Siedi nella tua cella come nel Paradiso. Scordati del mondo e gettalo dietro le spalle.  Fà attenzione ai tuoi pensieri, come un buon pescatore ai pesci. L'unica via per te si trova nei Salmi, non lasciarla mai. 
Se da poco sei venuto, e malgrado il tuo fervore non riesci a pregare come vorresti cerca, ora qua ora là, di cantare i salmi nel cuore, e di capirli con la mente. 
Quando ti viene qualche distrazione non smettere di leggere; torna in fretta al testo e applica di nuovo l'intelligenza. Anzitutto, mettiti alla presenza di Dio con l'atteggiamento umile di chi sta davanti all'Imperatore. Svuotati di te stesso e siedi come una piccola creatura, contenta della grazia di Dio;
se come una madre Dio non te la donerà, non gusterai nulla, non avrai nulla da mangiare.