lunedì 9 febbraio 2026

La Bibbia secondo i Padri 2

 

Ruminare la Scrittura ascoltata

«Oh, quanto è mirabile la profondità della parola di Dio! Ci è consentito attendere ad essa, ci è consentito, guidati dalla grazia, di penetrare nella sua intimità. Ogni volta che la comprendiamo mediante la discussione mai entriamo se non nell'opacità di una selva, così da nasconderci nel suo refrigerio dalla calura di questo mondo? E lì, leggendo, raccogliamo le verdissime erbe delle divine sentenze, ed esaminandole le ruminiamo» ( Gregorio magno, Omelie su Ezechiele 1,5,1, 168).

«Ma affinchè non vi sembri fantasia ciò che abbiamo detto di questa seconda venuta, ascoltate lui: Se qualcuno mi ama — dice — custodirà le mie parole, e il Padre mio lo amerà e verremo a lui (Gv 14,23). Ma cosa vuoi dire: Se qualcuno mi ama custodirà le mie parole? Altrove, infatti, leggi: "Chi teme Dio opera il bene" (Cf. Sir 15,1). Ma di chi ama è detto qualcosa di più: che custodirà le parole. Dove, dunque, vanno custodite? Senza alcun dubbio nel cuore, come dice il profeta: Nel mio cuore ho tenuto nascosti i tuoi detti per non peccare contro di te (Sal 118 (119),11). Ma come custodirle nel cuore? O è sufficiente custodirle solo nella memoria? Ma, in verità, a colui che le custodisce così l'Apostolo dice: La scienza gonfia (1 Cor 8,1). Inoltre, la dimenticanza cancella facilmente la memoria.

Così, custodisci la parola di Dio come meglio puoi custodire il cibo del tuo corpo. Anch'essa, infatti, è pane vivo e cibo dell'animo. Il pane terreno mentre è nella dispensa può essere portato via da un ladro, può essere roso da un topo, può diventare avariato per vecchiaia. Quando dunque lo mangerai, quale di queste cose temerai? In questo modo abbi cura della parola di Dio. Beati, infatti, quelli che la custodiscono (Sal 119 (119),1). Essa, dunque, sia triturata nelle viscere della tua anima, passi nei tuoi sentimenti e nel tuo modo di vivere. Mangia il bene, e la tua anima si diletterà nell'abbondanza. Non dimenticarti di mangiare il tuo pane (Sal 101 (102),5), perché il tuo cuore non si inaridisca, ma la tua anima sia ricolma di grasso e di consistenza.

Se in tal modo custodirai la parola di Dio, senz'alcun dubbio da essa sarai custodito. Verrà, infatti, a te il Figlio insieme al Padre, verrà il grande Profeta che rinnoverà Gerusalemme, e farà nuove tutte le cose (Ap 21,5). Questo, infatti, opererà questa venuta, affinché come abbiamo portato l'immagine dell'uomo terreno, così porteremo anche quella dell'uomo celeste (Cf 1 Cor 15,49). E come il vecchio Adamo fu effuso su tutto l'uomo e tutto lo prese, allo stesso modo Cristo lo riscatterà, lui che tutto lo ha creato, tutto lo ha redento, tutto anche lo ha glorificato; lui che ha salvato tutto l'uomo di sabato (1 Gv 7,23)» (Bernardo di Clairvaux, V Discorso per l'Avvento del Signore 2-3, 170-172). 

«Queste cose [ndt: il bene, la virtù, la vita eterna] consideriamo, queste cose ruminiamo, fratelli, e secondo il precetto della Legge richiamiamole alla memoria ruminandole, poiché in tal modo vive e in queste cose sta la vita del nostro spirito. Così, infatti, la santa meditazione ci custodirà, in modo che possiamo dire con il santo: La meditazione del mio cuore è sempre davanti a te. Signore, mio aiuto e mio redentore (Sal 18 (19), 15) (bernardo di clairvaux, Sermoni diversi 16,7, 160).

«Dolcemente rumino queste cose [il passo che sta leggendo] e le mie viscere si riempiono, e il mio intimo viene nutrito e tutte le mie ossa fanno germinare la lode» (bernardo di clairvaux, Sermoni sul Cantico dei Cantici XVI,2.2).

«Volentieri abbraccerò il tuo commercio (quello della redenzione). La mia anima rumina con estrema dolcezza queste mercanzie. E non solo rumina, ma anche richiama la ruminazione di te, poiché comprende ciò che ama e affida alla memoria ciò che ha scelto. Tu comandi che la mia anima sia in questi commerci, affinchè diventi come la nave di un mercante che porta da lontano il suo pane. Continuerò a commerciare finché tu non verrai; e quando verrai ti verrò incontro pieno di gioia, e voglia il ciclo che oda: "Vieni, servo buono!» (Cf.Mt 25,21.23)» (bernardo di clairvaux, Sermoni diversi 42,1, 338-340).

«Anche noi pecore siamo pecore del suo pascolo. Ruminiamo, dunque, come animali puri le cose riguardanti il Buon Pastore che nel sermone odierno abbiamo ingerito con tutta l’avidità!» (bernardo di clairvaux, Sermoni sul Cantico dei Cantici LIII,4,9).

«3,11. Per ciò che concerne la memoria, ritengo che al presente non debba essere trascurato il fatto che, come l'intelligenza, analizzando, ricerca e trova, così la memoria, riunendo, custodisce. Bisogna dunque che riuniamo, per affidarle alla memoria, le cose che imparando abbiamo analizzato. Riunire significa ricondurre ad una breve e riassuntiva sintesi le cose a proposito delle quali si è scritto o disputato in maniera più prolissa. Tale sintesi dagli antichi veniva chiamata epilogo, vale a dire breve ricapitolazione. Ogni trattazione, infatti, ha un inizio sul quale poggiano tutta la verità dell'esposizione e la forza della sentenza, e ad esso si riferiscono tutti gli altri argomenti. Riunire è appunto cercare e considerare tale inizio. Unica è la sorgente, e molti i rivoli; perché segui le tortuosità dei fiumi? Custodisci la sorgente, e possiederai tutto. Dico questo per il fatto che la memoria dell'uomo è corta, e si rallegra nella brevità, e se viene suddivisa su molti soggetti diviene meno efficace in ciascuno di essi. Dobbiamo dunque, su ogni argomento, riunire un [pensiero] breve e sicuro, da riporre nello scrigno della memoria, in maniera tale che in seguito, quando le circostanze lo richiedono, se ne possa derivare tutto il resto. Tale [pensiero] dobbiamo, inoltre, ripeterlo spesso e richiamarlo dal ventre della memoria al palato, perché non avvenga che a causa di un lungo abbandono si logori. Per questo ti prego, o lettore, di non rallegrarti troppo se avrai letto molto, ma se molto avrai compreso, e non tanto se avrai compreso molto, ma se sarai in grado di trattenere quanto avrai compreso. Altrimenti non è di aiuto ne il fatto di leggere molto ne quello di comprendere. Per tale motivo ripeto ciò che ho detto sopra: che, cioè, coloro che coloro che rivolgono il loro impegno ad apprendere hanno bisogno di intelligenza e di memoria» (ugo di san vittore, Didascalico, 3,10-11, 59-61).

«121. Non entrerai nel modo di sentire di Paolo finché, per la consuetudine di una buona intenzione nel leggerlo e per l'applicazione di un'assidua meditazione, non ti sarai imbevuto del suo spirito. Non comprenderai David finché grazie all’esperienza stessa non ti sarai rivestito del sentimento degli stessi salmi. E cosi anche per gli altri. E, riguardo a tutta la Scrittura, l'applicarsi ad essa è tanto distante dalla [semplice] lettura quanto l'amicizia lo è dall'ospitalità, e quanto un sentimento di comunione lo è da un saluto occasionale.

122. Ma anche della lettura quotidiana bisogna far scendere ogni giorno qualcosa nello stomaco della memoria, perché sia digerito con grande fedeltà e, di nuovo richiamato, sia ruminato con intensa frequenza [ L'immagine, tradizionale negli scritti patristici, della ruminatio designa l’atteggiamento di costante meditazione e di ritorno sulle parole della Scrittura, fino alla loro completa assimilazione]. Tale lettura sia conforme al santo proposito, sia di aiuto alla nostra intenzione e raffreni l'animo, in modo che esso non si diletti a pensare cose estranee.

123. Dal corso della lettura dobbiamo trarre un sentimento tale e deve prendere forma una preghiera tale che interrompa la lettura, e che tuttavia non la ostacoli mediante tale interruzione, ma restituisca immediatamente l'animo, più puro, alla comprensione della lettura» (guglielmo di saint-thierry, Lettera d'oro 121 -123).

Nutrirsi del cibo della parola comporta anche un sudore, una fatica:

«Così, dunque, dopo esserci molto affaticati per il seme terrestre [duro lavoro dei campi], riposiamoci un po' all’ombra di questo ampio leccio che vedete qui vicino, dove, non senza un certo qual intimo sudore, vagheremo, macineremo, impasteremo, cuoceremo e mangeremo il seme della parola divina, in modo che, digiuni e affaticati, non veniamo meno» (Isacco della stella, Discorsi 24,1).



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