venerdì 22 maggio 2026

Ray Bradbury

 Fahrenheit 451


Romanzo di fantascienza scritto nel 1951, nel periodo del cosidetto maccartismo (caratterizzato dall’ossessione dell’infiltrazione comunista in USA, col rischio di cadute illiberali) e soprattutto dalla prima larga diffusione del mezzo televisivo. Bradbury denuncia un profondo decadimento culturale e morale della nazione, dovuto soprattutto all’abbandono della cultura (letteratura, filosofia, pensiero critico in genere) a favore dell’espansione dei nuovi strumenti tecnologici, così invadente da assorbire l’interesse, quasi esclusivo, della gente. 

Lo scrittore immagina che un potere politico anonimo, sostenuto dalla grande maggioranza dei cittadini, decida di bruciare tutti i libri depositati nelle librerie, nella biblioteche pubbliche e private, per impedire l’insorgere di un pensiero critico. A tal scopo, crea un gruppo di pompieri specializzati ad apiccare il fuoco (anziché spegnerlo) con l’aiuto di macchinari molto efficenti (soprattutto il cosidetto Segugio). Nel frattempo una guerra distruttiva sta minacciando la popolazione. 

Guy Montag, il protagonista del romanzo, è un pompiere trentenne (10), entusiasto del suo lavoro, e gode della stima del comandante Beatty. Insieme con altri pompieri distrugge volentieri i libri, usando lanciafiamme al cherosene.

Un giorno, Montag incontra per caso una ragazza diciasettene, Clarisse McClellan (10) una vicina di casa, estranea ed ostile alla mentalità corrente della società. Non evita la società per misogenia: «In fondo la società m’interessa, ma tutto dipende da cosa s’intende per stare insieme» (31). «Non ho amici» confessa Clarisse «e questo dimostra che sono anormale, ma tutti quelli che conosco si limitano a gridare, ballare come pazzi o fare a botte: hai notato che la gente piace farsi del male?». Dopo questa osservazione generale, precisa: «A volte sembro vecchia. Ho paura dei ragazzi della mia età. Si ammazzano a vicenda, mi chiedo se è stato sempre così. Lo zio dice di no. Nell'ultimo anno hanno sparato a sei dei miei amici. Dieci sono morti in incidenti stradali. Ho paura di loro e se ne accorgono, perciò mi stanno alla larga […] qualche volta salgo a bordo delle macchine che corrono alla periferia della città a mezzanotte, tanto alla polizia non gli importa, basta che siano assicurate. Finché hanno tutti un'assicurazione da diecimila dollari, siamo a posto e felici. […] La gente non parla di niente… nominano tante macchine, vestiti, piscine e dicono che bello! Il fatto è che sono sempre nelle stesse cose e nessuno dice mai niente di diverso» (32-33). 

È sorpresa che il suo interlocutore faccia l’inceneritore di libri perché ha l’impressione che egli sia diverso dagli altri uomini comuni. «Nessuno ha più tempo per gli altri, lei è uno dei pochi che mi abbia accettato» (26). Questi rimane molto colpito dall’osservazione, sentendosi come trafiggere da questa rivelazione su di lui. Clarisse 

Non siamo di fronte ad analisi sociologiche compiute, ma ad osservazioni significative, anche se frammentarie. I fatti che la ragazza richiama, sono esposti dal film di Nicholas Ray “Rebel whitout cause” tradotto in italiano con “La gioventù bruciata”, uscito nel 1955. Ricordo che nel film vengo rappresentate scene di alcolismo, di accoltellamenti tra giovani. In modo particolare, aveva impressionato la cosidetta “corsa del coniglio” (chicken run): giovani automobilisti si dirigevano all’impazzata verso la scogliera, gettandosi fuori dall’abitacolo subito dopo una frenata improvvisa, prima che l’automobile precipitasse nel vuoto. “Coniglio” era chiamato l’automobilista che, per paura, si gettava fuori per primo. Facendo parlare Clarisse, Ray Bradbury denuncia questo clima tipico dei “ribelli senza motivazione”. 

In seguito Montag assiste ad una scena raccapricciante: un’anziana signora preferisce darsi fuoco e bruciare insieme ai suoi libri, piuttosto che soppravvivere priva di essi. In quell’occasione, egli raccoglie un libro (39), e, dopo essere rincasato, lo nasconde sotto il cuscino nel suo letto. 

Nel frattempo, non riece più a partecipare alle incusioni dei pompieri e cade in malattia. Continua a pensare all’anziana suicida. Il capitano Beatty viene a visitalo per sollecitarlo a riprendere il lavoro e nel colloquio amichevole, spiega come è cominciato la missione del rogo dei libri. Il primo passo è stato determinato dalla diffusione della radio e della televisione. Questo ha portato a volere «libri più brevi, condensati, riviste tascabili e tabloid … i classici ridotti a quindici minuti di un programma radiofonico» (55). Il Capitano continua a vantare i risultati ottenuti dalla società: «La scuola è sempre più breve, la disciplina è rilassata, filosofia, lingue, vengono abbandonate. L'inglese e l'ortografia sono sacrificati sempre di più, finché si arriva a un'ignoranza quasi totale. La vita è una cosa concreta: quello che conta è il lavoro e il divertimento dopo il lavoro. Perché imparare qualcosa che non serve a premere i bottoni, a tirare le leve e a incastrare viti e bulloni? Più sport per tutti, spirito di gruppo, divertimento, non c'è bisogno di pensare. Nei libri, sempre più figure e illustrazioni. La mente si nutre meno e ancora meno. Impazienza, strade piene di gente che va fuori, fuori, fuori, in nessun posto. Con le scuole che sfornano sempre più corridori, saltatori, lanciatori, battitori, automobilisti, piloti, tecnici e nuotatori invece di critici, esaminatori e persone colte o creative, l'aggettivo intellettuale si è formato nella parolaccia che meritava di essere» (58). Beatty continua a descrivere, orgoglioso, i risultati coseguiti dallo sviluppo sociale: «Dobbiamo essere tutti uguali: non tutti nati liberi e uguali, come dice la Costituzione, ma tutti resi uguali. Ogni uomo deve essere l'immagine degli altri, perché allora tutti sono felici, non ci sono montagne che li fanno tremare, cime con cui devono confrontarsi» (59). «Prova a chiederti cosa vogliamo più di tutto, in questo paese: la felicità, non è vero? Voglio essere felice, dice la gente e noi cerchiamo di fare in modo che lo sia, la teniamo occupata, la facciamo divertire… Vogliamo il piacere, ci piace essere eccitati, e bisogna ammettere che la nostra cultura è prodiga di tutto… (60). Meglio frequentare i club e qualche festa concedersi un po' di sesso con eroina, insomma tutto quello che puoi ottenere con un riflesso automatico» (62). Tutto questo stile di vita “non è stata un'imposizione del governo, nessun editto, dichiarazione o censura, almeno all'inizio» (58). 

Terminato lo sproloquio, il Capitano se ne và. Montag, allora, comunica alla moglie le sue impressioni sulla visita: «… cominciò a vestirsi, muovendosi inquieto nella stanza da letto. Sì hai sentito Beatty? Hai fatto caso a quello che diceva? Conosce tutte le risposte, lui. Ha ragione, la felicità è importante, il divertimento è tutto, eppure io continuo a dirmi che non sono felice, non sono felice» (65). Nonostente le rassicurazioni del suo Capitano, avverte, quindi, un’inquietudine profonda come l’aveva avvertita ascoltando il discorso di Clarisse. 

Tempo dopo, si mette alla ricerca di Faber, un anziano che, un tempo, mentre esercitava il ruolo di inceneritore di libri, aveva sospettato di essere un amante della cultura. 

Mentre si reca da lui, legge un libro di particolare valore, un passo del Vangelo di Matteo. Vorrebbe concentrasi ma la lettura viene molestata da un annuncio pubblicitario sonoro, insistito e tedioso. *** Detto questo Faber confessa all’amico: «Signor Montag, lei ha davanti un vigliacco. Da molto tempo mi ero reso conto di come andassero le cose, eppure non ho fatto niente» (81). La massa è colpevole per essersi adeguata alla manovra del potere e una persona accorta come Faber è colpevole per non aver tentato alcuna ribellione. Egli ritiene che, per sfuggire alla cattura del mezzo televisivo, occorre perseguire tre risultati: la qualità dell’informazione, il tempo per assorbirla, la messa in pratica di quanto appreso (84). Purtroppo, il pubblico ha smesso di leggere di sua volontà e pochi voglio ribellarsi (86-89). Chi insegnerà ai superstiti il lato buono dell’umanità? (87). «Quelli che non sono capaci di costruire finiscono per dar fuoco alle cose» (89). 

La trama del racconto prosegue in maniera drammatica. Guy Montag viene denunciato (dalla moglie e dalle amiche di costei) per aver trattenuto e letto dei libri. I pompieri si recano, allora, presso la casa di Montag per ridurla in cenere, assieme ai libri che vi erano nascosti (109). Anzi, lui stesso viene costretto dal Capitano ad appiccare il fuoco alla propria casa. Devastato, spinge il lanciafiamme contro il suo Capitano, i suoi colleghi e gli strumenti usati dai pompieri per avviare gli incendi. Poi, aiutato dall’unico amico, Faber, fugge e si sottrae, fortunosamente, alla cattura. In questo frattempo, Faber decide di recarsi da un tipografo per moltiplicare, di nascosto, i pochi libri recuperati uscendo finalmente allo scoperto nella ribellione al potere (131). Montag, invece, medita una seconda vendetta. Entra di nascosto nella casa di un altro pompiere, suo ex-collega ormai, vi deposita un libro, a sua insaputa, per far in modo che anche questi venga scoperto e, poi, condannato al rogo (129). 

Dopo quest’atto, conclude la sua fuga trovando un rifugio sicuro nel cosidetto “campo dei nomadi”. Si tratta di un folto gruppo di uomini che, volendo opporsi alla distruzione dei libri, si sono impegnati ad apprendere a memoria i testi più rilevanti contenuti nelle biblioteche, per salvaguardare la cultura. Essi sperano di poter un giorno farli ristampare in modo da poter essere letti di nuovo da tutti. Intanto la città viene distrutta dal passaggio della guerra. Subisce un bombardamento a raso al punto sembrare, infine, un mucchio di farina (160). Sono i poteri detenuti da persone disumane, privi di una cultura umanistica adeguata, a provocare queste catastrofi. Una pseudociviltà ne distrugge un’altra. La città viene annientata perché non aveva più ragione sufficiente per sussistere: «Il problema è che la cultura è stata uccisa, lo scheletro deve essere fuso e ricostruito in forma nuova» (86). 

Bradbury prevede che questi eventi tragici si ripetano lungo il corso della storia, con scarne speranze che tutto questo, un bel giorno, finisca. Sono preconizzati dal simbolo della fenice (161).

Cessato il conflitto, si apre l’opportunità di avviare una società nuova, attenta in modo adeguato, alla formazione culturale. 


Osservazioni

Nella cultura giudeo-cristiana la cura detiene la posizione di maggiore rilievo. Nell’ebraismo, il libro dell’insegnamento (Torah) occupa il posto centrale della religione; nel cristianesimo, al centro sta la persona di Cristo ma essa viene testimoniata dagli scritti degli apostoli, che costituiscono il fondamento della fede. 

L’impegno primario per l’uomo biblico è meditare che è un leggere al alta voce un passo, con una frequenza che sfocia nella continuità. 

Il rinnovamento sociale, nella storia di Israele, si appoggia sulla riscoperta del Libro sacro, come avviene con Esdra, dopo l’esilio. Tutto il popolo viene radunato in una grande spianata e gruppi di Scribi leggono in ebraico e traducono in aramaico dei passi significativi della Torah. 

Avvenne un episodio, al tempo del profeta Geremia, che rinvia a ciò che narrerà Bradbury. Il profeta aveva riportato in un rotolo i discorsi pronunciati fino a quel momento nella speranza di rendere più efficace la sua predicazione. Il re (Ioiakìm) «mandò Iudi a prendere il rotolo. Iudi lo prese dalla stanza di Elisamà lo scriba e lo lesse davanti al re e a tutti i capi che stavano presso il re. Il re sedeva nel palazzo d'inverno - si era al nono mese - con un braciere acceso davanti. Ora, quando Iudi aveva letto tre o quattro colonne, il re le lacerava con il temperino da scriba e le gettava nel fuoco sul braciere, finché non fu distrutto l'intero rotolo nel fuoco che era sul braciere. Il re e tutti i suoi ministri non tremarono né si strapparono le vesti all'udire tutte quelle cose. Eppure Elnatàn, Delaià e Ghemarià avevano supplicato il re di non bruciare il rotolo, ma egli non diede loro ascolto. Anzi ordinò di arrestare Baruc lo scriba e il profeta Geremia, ma il Signore li aveva nascosti. Questa parola del Signore fu rivolta a Geremia dopo che il re ebbe bruciato il rotolo con le parole che Baruc aveva scritte sotto la dettatura di Geremia: Prendi di nuovo un rotolo e scrivici tutte le parole di prima, che erano nel primo rotolo bruciato da Ioiakìm re di Giuda» (Ger 36,21-28). 

Geremia viene contrastato aspramente dal potere. Vede che la sua opera letteraria viene distrutta dal re, nonostante l’opposizione di alcuni consiglieri. Tuttavia evita l’arresto e poi torna a scrivere e a far udire di nuovo i suoi discorsi. Il fatto storico biblico anticipa, per alcuni tratti, il racconto fantastico dello scrittore americano.


Gli uomini/libro sono una «minoranza dissenziente che grida nel deserto» (151). Il compito che si prefiggono è, nel frattempo, quello di «mantenere intatta e al sicuro la conoscenza di cui avremo bisogno» (150). 

In futuro essi si dedicheranno all’educazione della società che sopravviverà al disastro bellico. 

Montag, di fatto, ha aperto la possibilità di una nuova società usando la medesima violenza efferata di cui si serviva il Potere che lo perseguitava, facendo perire nel fuoco il capitano Beatty, i colleghi pompieri, i loro macchinari. In aggiunta ha commesso un grave atto di vendetta contro un collega inceneritore di libri. Purtroppo, lungo il percorso storico, la tentazione del rogo ha contagiato tutti: i nazisti e gli oppositori del nazismo, uomini autoritari ed insigni democratici. Ricordo il tragico bombardemento di Dresda nel febbraio del 1945 ma altre cosidette tempeste di fuoco colpirono molte altre città (Amburgo, Tokio). 

Gli interventi degli educatori, tuttavia, si muoveranno nello stile della proposta non-violenta. Sono del tutto consapevoli della precarietà del loro ruolo. Possono proporre gli elementi di umanizzazione in cui credono ma sanno che non possono imporli. Si dicono: «Se non ci ascolteranno, dovremmo aspettare ancora» (151). 

Qui scorgo un’affinità tra la missione che si sono proposti gli educatori dei libri e gli evangelizzatori. «Se non ci ascolteranno, dovremmo aspettare ancora» (151). Questo proposito che si danno i cultori di libri, ricorda l’esortazione di S. Paolo al discepolo Timoteo: «Annuncia la Parola, insisti al momentoopportuno e non opportuno, ammonisci, rimprovera, esorta con ogni magnanimità e insegnamento. Verrà giorno, infatti, in cui non si sopporterà più la sana dottrina, ma, pur di udire qualcosa, gli uomini si circonderanno di maestri secondo i propri capricci, rifiutando di dare ascolto alla verità per perdersi dietro alle favole. Tu però vigila attentamente, sopporta le sofferenze, compi la tua opera di annunciatore del Vangelo, adempi il tuo ministero» (2 Tm 4, 2-5). 

Ogni evangelizzazione degna di questo nome evita la violenza dei roghi. Un episodio del Vangelo di Luca riferisce che Gesù, alla richiesta dei discepoli che suggerivano di invocare la discesa di un fuoco dal cielo perché consumasse un villaggio di Samaritani che avevano voluto respingerli, risponde con un netto rifiuto e con loro si dirige altrove spegnendo ogni ardore di vendetta (Lc 9,54-56). 

Il piano di ricostruzione viene progettato seguendo le indicazioni contenute nelle opere dei maestri di umanità. La riedificazione, necessaria e nobile, poggia, però, su una base insicura. La cultura umanistica non è in grado di impedire il suo deterioramento, né di garantire in permanenza la sua incolumità e continuità. 

Dal punto di vista storico, le società che riprendono il cammino dopo aver subito qualche catastrofe, sono costituite sempre da uomini dello stesso genere dei precedenti. Spesso sono gli stessi sostenitori di un regime nefasto, appena decaduto, a fornire le leve del nuovo ordinamento sociale. Non si danno nel percorso storico rivolgimenti culturali tali da definire una cesura definitiva tra un “prima” e un “dopo”. Le ideologie, neppure quelle più deleterie, incarnate in regimi infausti, non si spengono, di botto, in un rogo.

In questa lotta dell’educazione, gli umanisti confidano in una qualià permanente dell’uomo: «Questa è la meravigliosa qualità dell’uomo: non si scoraggia né si disgusta abbastanza da rinunciare a tentare di nuovo, perché sa molto bene che è importante e ne vale la pena» (152). 

Gli evangelizzatori, a loro volta, ricoscono questa qualità umana per cui non si lasciano abbandonare alla disperazione ma riprendono sempre di nuovo. Tuttavia la fondano su una base più sicura in quanto sono certi che essa è una creazione permanente di Dio. Diadoco di Foticea, un Padre della chiesa, afferma: «La natura del bene è più forte della disposizione al male perché l’uno è, mentre l’altro non è, se non quando lo si compie (Cento Capitoli 3, 109). 

Gli evangelizzatori, allo stesso modo degli umanisti, si propongono di conservare integro il loro messaggio per metterlo a disposizione di quanti lo richiedono. Montag, recandosi presso l’amico Faber, lungo il percorso, tenta di leggere un passo del Vanglo di Matteo ma un messaggio pubblicitario, insistinto ed invadente, disturba la sua concentrazione. Osservandolo nelle mani dell’amico, Faber conclude: «È bello come lo ricordavo. Santo Dio, come lo hanno modificato nelle trasmissioni dei soggiorni. Cristo fa parte delle famiglie ormai. Mi chiedo se il Padre-eterno riconosca suo figlio da come lo hanno conciato quelli, o forse dovrei dire sconciato» (81). Nelle trasmissioni radio-televisive, gli addetti alla comunicazione hanno osato sfigurare il messaggio di Cristo. Brad. non spiega in che modo l’abbiano fatto; forse manipolendo o riducendo la portata del messaggio. Tra gli uomini ostili alla cultura dominante, viene segnalato il reverendo Padover in questi termini: «è stato un buon predicatore, ma a causa delle sue idee ha perso il gregge da una domenica all’altra» (148). 

Nella trasizione cristiana, soprattutto monastica, sono esistiti realmente gli uomini del libro, che Bradbury introduce soltanto figure di fantascienza. 

Riporto due testimonianza per tutte. Uno storico antico del monachesimo, Palladio, ci fa conoscere la fogura del monaco Ammonio: «Aveva appreso a memoria l’Antico e il Nuovo Testamento, e aveva percorso seicento miriadi di righe nelle opere di sctittori famosi come Origene, Didimo, Pierio e Stefano; ne danno testimonianza per lui i padri del deserto. Dava consiglio e conforto ai fratelle del deserto, più di chiunque altro» (SL 11,4). Ci tramanda anche la memoria di una monaca illustre: «Melania si rivelò donna di alta cultura e fu presa d’amore per le Scitture. Allora mutò le notti in giorni e percorse ogni opers degli antichi commentatori. E non li lesse semplicemente, né come capitava, ma percorse con faticoso impegno ogni libro sette o otto volte. Per questo ella potè liberarsi da quella che falsamente è detta scienza…» (SL 55,3). 

Ammonio, ricco di sapere, diventa sostegno per molti altri, proprio quello che intendevano essere i cultori del libro, e Melania si libera dalla vuota cultura come aveva fatto Clarisse. 

Concludo con una citazione di Origene. Mentre sta commentando il libro di Giosuè, il grande teologolegge che questo condottiero salì alla città Qiriat Sefer (15,15), nome che significa città delle lettere. Come in Egitto, in Babilonia e a Ugarit, anche in Canaan esistevano località speciali per l’addestramento alla scrittura e alla conservazione degli archivi. La città di Qiriat Sefer venne poi chiamata Dabir, ossia “parola”. Origene così interpreta: «questa stessa Scrittura che ci sforziamo adesso di spiegare dobbiao intenderla come città di lettere, che in seguito diventa Dabir, cioè parola» (XX,5). In altri termini, tutto il sapere dei libri, deve essere impiegato per edificare la città della Parola, deve cioè divenire mezzo di umanizzazione e di civilizzazione. 



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