domenica 6 settembre 2026

PER TUTTI O PER MOLTI

 IL SI E L'AMORE DI DIO DURANO ANCHE NELLA MORTE

L'origine dell'eucaristia nel mistero pasquale

Quale significato ha dato Gesù alla sua morte?

Alcuni anni fa Gonsalv Mainberger, allora ancora membro dell'ordine domenicano, spaventò i suoi uditori e, ben presto, i suoi lettori in tutta Europa, con l'affermazione: «Cristo è morto per niente». Per molti versi non fu affatto chiaro quel che di preciso egli avesse inteso; probabilmente voleva tradurre in uno slogan semplice e mordace ciò che, nel linguaggio elaborato dello studioso, si poteva leggere in Bultmann. Bultmann dice: non sappiamo come Gesù abbia accolto la propria morte, come l'abbia superata. Dobbiamo lasciare aperta la possibilità che egli abbia fallito. Per capire quest'affermazione, bisogna riflettere su come Bultmann ha presentato la figura di Gesù. Partendo dall'idea che, di fatto, dovunque può accadere solo la stessa cosa, il verosimile, che il miracolo del Totalmente Altro è storicamente impossibile, egli elimina tutto ciò che è inusuale, fuori della norma e divino dalla vicenda di Gesù. Così, alla fine, resta solo un mediocre rabbino, quale se ne può trovare in ogni epoca.

Resta, però, incomprensibile come questo rabbino improvvisamente sia finito sulla croce, dato che, di solito, i professori mediocri non vengono crocifissi. Sulla croce, allora, non fallisce il Gesù reale, ma il Gesù pensato. Partendo dalla croce si vede come Gesù fosse tale da far saltare la misura dell'usuale, non potesse essere spiegato con i criteri dell'usuale. Diversamente non si capirebbe perché, improvvisamente, delle potenze tra loro avversarie, giudei e romani, devoti e senza Dio, si siano associate per far fuori questo strano profeta. Egli, appunto, non rientrava in nessuno dei criteri che gli uomini si danno e, proprio per questo, doveva essere messo da parte. Con ciò, ancora una volta, si vede bene come noi non conosciamo il Gesù reale, proprio perché ce lo ritagliamo secondo i nostri criteri. Il vero Gesù è solo il Gesù dei testimoni. Non c'è possibilità migliore per sapere di lui che quella di ascoltare la parola di coloro che hanno vissuto con lui, che hanno percorso con lui il cammino della sua vita terrena.

Se interroghiamo questi testimoni, vediamo — ma del resto è una cosa che si capisce di per se stessa — che Gesù non è affatto salito sulla croce senza aspettarselo in alcun modo. Non era affatto cieco rispetto alla tempesta che si stava abbattendo su di lui, rispetto al potere della contraddizione, dell'ostilità e del rifiuto che si stava addensando intorno a lui. Non meno importante per la sua consapevole ascesa sulla croce fu il fatto che egli vivesse del cuore della fede di Israele, che egli partecipasse della preghiera del suo popolo: i salmi, la pietà di Israele ispirata dai profeti, sono troppo profondamente segnati dalla figura del giusto sofferente, che, per amore di Dio, non trova alcun posto in questo mondo, che, in nome della fede, affronta la sofferenza. Questa preghiera — che vediamo salire sempre nuova e farsi più profonda nei salmi così come nelle profezie del servo di Dio nel Deuteroisaia fino a Giobbe e ai tre fanciulli nella fornace ardente — egli l'ha condotta fino al suo cuore definitivo, l'ha adempiuta, mettendo la sua persona a disposizione per questo e manifestando, in tal modo, la chiave di questa preghiera.

Tutti i modi del suo annuncio convergono, quindi, nella direzione del mistero di colui che conserva il suo amore e il suo messaggio fin dentro la sofferenza. La forma definitiva è offerta dalle parole che egli pronuncia in occasione dell'ultima cena. Esse non sono completamente inattese: erano già presenti, segnavano tutte le strade da lui percorse. Eppure in queste parole è messo in una luce nuova quel che fino allora era solo inteso: l'istituzione dell'eucaristia è anticipazione e accettazione della sua morte, ne è il compimento spirituale. Gesù, infatti, partecipa se stesso, si comunica nel pane spezzato e nel sangue versato. Le parole che Gesù pronuncia nell'ultima cena sono, quindi, la risposta alla questione sollevata da Bultmann, sulla coscienza con la quale Gesù affrontò la propria morte; in esse accade il compimento spirituale della sua morte o, come giustamente affermiamo, in esse Gesù trasforma la morte nell'atto spirituale del sì, nell'atto dell'amore che condivide se stesso; nell'atto dell'adorazione, che si mette a disposizione per Dio e, a partire da Dio, per l'uomo. Le due cose si implicano a vicenda: senza la sua morte le parole dell'ultima cena sarebbero come una garanzia senza copertura; senza queste parole la sua morte sarebbe solo un'esecuzione senza un senso riconoscibile. Ambedue le cose costituiscono questo nuovo evento, in cui ciò che nella sua morte manca di senso diventa il senso; in cui ciò che è privo di logica si trasforma in logica e in parola; in cui la distruzione dell'amore, che la morte significa di per se stessa, ne diventa invece la garanzia, la sua permanente consistenza. Se, dunque, vogliamo sapere che cosa ha inteso Gesù stesso con la sua morte, come l'ha accolta, che cosa essa significa, allora dobbiamo riflettere su queste parole e vederle sempre sostenute e garantite dal sangue della sua testimonianza.

Prima, però, di accostarle più da vicino, gettiamo uno sguardo sulla grande visione che san Giovanni ha sviluppato nel capitolo 13 del suo Vangelo, nel racconto della lavanda dei piedi. In questa scena l'Evangelista in certo qual modo riassume la totalità della parola, della vita e della passione di Gesù. Come in una visione, si può vedere che cosa sia questa totalità. Nella lavanda dei piedi compare quello che Gesù fa e quel che egli e Lui, che e il Signore, si abbassa; depone gli abiti della gloria e si fa schiavo, quello che sta presso la porta e compie per noi il lavoro servile della lavanda dei piedi. È questo il senso di tutta la sua vita e di tutta la sua sofferenza: egli si piega sui nostri piedi sporchi, sulla sporcizia dell'umanità e, nella sua sovrabbondante bontà, ci lava e ci purifica. Il gesto servile del lavare i piedi aveva come senso il rendere gli uomini atti al convito, atti alla comunione, così che potessero sedere gli uni con gli altri a tavola. Gesù Cristo ci rende atti a stare a tavola e alla comunione, davanti a Dio e gli uni per gli altri. Noi, che continuiamo a non riuscire a stare insieme, che non siamo adatti a Dio, veniamo accolti da lui. Egli porta l'abito della nostra povertà. Nel momento in cui ci accoglie, diventiamo capaci di Dio, ci è dato accesso a Dio. Veniamo lavati, nella misura in cui accettiamo di abbassarci nel suo amore. Questo amore significa che Dio ci accoglie, senza condizioni previe, anche se non siamo né degni né capaci di lui, perché lui, Gesù Cristo, ci trasforma e diventa nostro fratello. E pur vero che il racconto di Giovanni mostra che lì, dove Dio non pone limiti, questi li può porre l'uomo. Se ne vedono due. Il primo compare nella figura di Giuda: dice il no dell'avidità e della cupidigia, dell'autoglorificazione, che non vuole accogliere Dio. E il no che vuole creare lui stesso il mondo e che non è disposto a riceverlo in dono da Dio. «Meglio restare debitori, che pagare con una moneta che non porti la nostra immagine; lo esige la nostra sovranità»: è quanto afferma Nietzsche. Il cammello non passa per la cruna dell'ago; solleva, per così dire, la sua superba gobba e non è in condizione di entrare attraverso le porte della bontà misericordiosa. Penso che, in quest'ora, dovremmo tutti chiederci se anche noi non siamo tra coloro la cui superbia, la cui pienezza di sé non permette di lasciarsi lavare, di accettare il dono dell'amore salvifico di Gesù Cristo. Accanto a questo rifiuto, che viene dalla cupidigia e dalla superbia dell'uomo, c'è però anche il pericolo dell'uomo pio, rappresentato da Pietro: la falsa umiltà, che non vuole ciò che è grande, non vuole che Dio si abbassi fino a noi; la falsa umiltà, in cui si nasconde anche la superbia di non accettare alcun perdono, ma di voler essere puri da se stessi; la falsa presunzione e la falsa modestia, che non vuole far sua la misericordia di Dio. Ma Dio non vuole la falsa modestia che respinge la sua bontà; vuole invece l'umiltà, che si lascia lavare e, in questo modo, diventa pura. È questo il modo in cui egli si dà a noi. Andiamo ora alle parole dell'ultima cena, così come ci sono raccontate nei primi tre Vangeli, e chiediamoci che cosa veniamo a sapere da esse. Troviamo, in primo luogo, queste due espressioni impenetrabili, che adesso, e per sempre, stanno al centro della Chiesa, al centro della celebrazione eucaristica, le parole di cui noi viviamo, poiché sono la presenza del Dio vivente, la presenza di Gesù in mezzo a noi; sono le parole che strappano il mondo dalla sua insopportabile noia, indifferenza, pesantezza, malvagità. «Questo è il mio corpo, questo è il mio sangue»: sono espressione del linguaggio sacrificale di Israele, con cui venivano indicate le offerte presentate a Dio nel tempio. Facendo sue queste parole, Gesù definisce se stesso come il vero e definitivo sacrificio, in cui giungono a compimento tutti i vani tentativi dell'Antico Testamento. In lui viene accolto ciò che in essi sempre era sempre stato desiderato e mai era stato raggiunto. Dio non vuole sacrifici di animali. A lui tutto appartiene. E non vuole sacrifici umani, poiché ha fatto l'uomo per la vita. Dio vuole qualcosa di più grande: vuole l'amore, che cambia l'uomo e in cui l'uomo diventa capace di Dio, si affida completamente a Dio. Ora tutte le ecatombi, i sacrifici che fino ad allora si erano fatti nel tempio di Gerusalemme, e tutti i sacrifici dell'intera storia dell'umanità, questo eterno e vano tentativo di porsi al livello di Dio, risultano superflui, ma, allo stesso tempo, appaiono per quel che erano, delle finestre che lasciano intravedere ciò che davvero conta; segni precorritori di ciò che ora si è compiuto. Quel che in essi era prefigurato - il dono a Dio, l'unità con Dio - diventa ora un avvenimento in Gesù Cristo, in lui, che non dà qualcosa a Dio, ma se stesso e, insieme con se stesso, anche noi.

Per tutti o per molti?

Adesso, però, dobbiamo chiederci: come funziona tutto questo e qual è il suo significato? Ci imbattiamo allora in un secondo elemento. Alle due frasi citate, che sono tratte dalla teologia templare di Israele o, più precisamente, dall'alleanza stipulata sul Sinai, Gesù aggiunge una parola tratta dal libro di Isaia: «Questo è il mio corpo, che è dato per voi; il mio sangue, che è versato per voi e per i molti». Questa citazione proviene dai canti del servo di Dio, che possiamo leggere in Isaia 53. Per comprenderne il contenuto, dobbiamo per un attimo tornare a chiarirne lo sfondo. Con l'esilio babilonese Israele aveva perso il suo tempio. Non poteva più adorare Dio; non poteva più celebrare la sua lode; non poteva più celebrare il sacrificio di espiazione ed era costretto a chiedersi che cosa doveva accadere, come si poteva mantenere vivo il rapporto con Dio, come mantenere un giusto ordine nelle cose del mondo. Poiché, in definitiva, proprio questo era l'oggetto del culto: mantenere giusto il rapporto tra l'uomo eDio, poiché solo così si mantiene giusto l'asse del reale. In tali domande, imposte dalle circostanze dell'assenza del culto, a Israele fu dato di vivere una nuova esperienza. Non poteva celebrare alcuna liturgia templare, poteva solo soffrire per amore di Dio. I suoi spiriti più grandi, i profeti, colsero, per illuminazione di Dio, che questa sofferenza dell'Israele credente era il vero sacrificio, il nuovo, grande, culto con cui ci si presentava davanti a Dio per gli uomini, per tutto il mondo. Ma c'era ancora un punto scoperto: Israele è il servo di Dio, che accoglie Dio nella sua sofferenza e sta davanti a Dio per il mondo, ma, allo stesso tempo, è anche macchiato, colpevole, egoista, perduto. Non può ricoprire fino in fondo la figura del servo di Dio. Ecco perché questi grandi: inni restano stranamente in bilico; da una parte parlano del destino del popolo sofferente e lo spiegano; aiutano gli uomini ad accogliere la loro sofferenza come un sì al Dio che giudica e che ama. Ma, allo stesso tempo, spalancano l'attesa di colui in cui tutto questo si avvererà fino in fondo, che è davvero il testimone puro di Dio in questo mondo e di cui ancora non si può fare il nome. Nell'ultima cena Gesù riprende e pronuncia queste parole: egli soffre per i molti e mostra così che in lui si compie quell'attesa; che nella sua sofferenza accade questa grande liturgia dell'umanità. Lui stesso è il puro «essere per», colui che non sta davanti a Dio per se stesso, ma per tutti.

A questo punto desidero affrontare una questione su cui, da parte di alcuni, si e molto polemizzato: la traduzione tedesca non dice più «per molti», ma «per tutti»; con ciò è pur noto che nel messale latino e nel testo greco del Nuovo Testamento, cioè nel testo originale che deve essere tradotto, si trova «per molti». Questa differenza ha suscitato una qualche inquietudine; si pone la questione se qui non si sia falsificato il testo biblico, se non sia stato introdotto qualcosa di falso nel punto più sacro della nostra messa. In proposito voglio fare tre osservazioni.

In tutto il Nuovo Testamento e in tutta la tradizione della Chiesa è sempre stato chiaro che Dio vuole la salvezza di tutti e che Gesù non è morto per una parte degli uomini, ma per tutti; che - come abbiamo appena detto - Dio, di per se stesso, non pone limiti e confini. Non distingue tra coloro che non gli piacciono e che non vuole rendere partecipi della salvezza e altri che, invece, preferirebbe; ama tutti, perché ha creato tutti. Per questo il Signore è morto per tutti. Ecco perché nella Lettera ai Romani di san Paolo si legge: «Dio non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha dato in sacrificio per noi tutti» (8,32); e nel V capitolo della Seconda lettera ai Corinzi: «Lui, che è uno, morì per tutti» (v. 14). Nella Prima lettera a Timoteo si legge: «Cristo Gesù ha dato se stesso in riscatto per tutti» (2,6). Questa citazione è particolarmente importante proprio perché, dal modo in cui è formulata e dal suo contesto, si riconosce che qui viene citato un testo eucaristico. Sappiamo così che allora, in un determinato ambiente della Chiesa, nell'eucaristia si usava la formula di offerta «per tutti». Nella tradizione della Chiesa questo modo di vedere non e mai andato del tutto perso. Il giovedì santo, nell'antico messale, il racconto dell'ultima cena veniva così introdotto: «La sera prima della passione, per la salvezza di tutti, egli...». Proprio sulla base di questa consapevolezza, nel secolo XVII venne espressamente condannata una proposizione giansenista, secondo cui Cristo non era morto per tutti'. Tale delimitazione della salvezza venne così respinta come insegnamento eretico, che andava contro la fede di tutta la Chiesa. La dottrina ecclesiale dice esattamente il contrario: Cristo è morto per tutti. Non possiamo permetterci di mettere limiti a Dio. Colui che ritiene che la fede è soddisfacente solo se, per così dire, è premiata con la dannazione degli altri, misconosce il nucleo della fede. Una tale sensibilità, che ha bisogno della punizione degli altri, non ha assimilato interiormente la fede; ama solo se stessa, e non Dio, il Creatore, a cui appartengono tutte le creaturs.n tale atteggiamento è quello di chi si ribella al fatto che anche ai lavoratori dell'undicesima ora viene data la medesima ricompensa, l'atteggiamento di chi si sente soddisfatto solo se gli altri ricevono di meno. E l'atteggiamento del figlio rimasto a casa, incapace di tollerare la bontà di riconciliazione del padre. E la durezza del cuore, che fa vedere che abbiamo cercato solo noi stessi, e non Dio; che lascia trapelare che non abbiamo amato la fede, ma l'abbiamo sopportata come un peso. Dobbiamo smetterla di pensare che, in fondo, sarebbe stato più bello non credere, poter girare disoccupati per il mercato come i lavoratori che sono stati richiesti solo all'undicesima ora; dobbiamo liberarci dall'idea folle secondo cui la disoccupazione spirituale sarebbe meglio della vita con la parola di Dio. Dobbiamo tornare a vivere la fede e imparare a dirle di sì, riconoscendo in essa la gioia nella quale perseveriamo non per il fatto che gli altri saranno poi svantaggiati, ma perché siamo colmi di gratitudine e desideriamo trasmetterla ad altri. Questa è dunque la prima cosa: si tratta di un'affermazione fondamentale del messaggio biblico, che il Signore è morto per tutti: la gelosia della salvezza non è cristiana.

2. Come seconda osservazione vorrei aggiungere che Dio, in ogni caso, non costringe nessuno alla salvezza. Pio accetta la libertà dell'uomo. Non è un, incantatore, che, alla fin fine, sistema tutto e realizza il suo happy end. È un vero padre; un creatore che afferma la libertà, anche quando essa lo rifiuta. Per questo, la volontà salvifica di Dio non implica che tutti gli uomini giungano necessariamente alla salvezza. C'è la potenza del rifiuto. Dio ci ama. Dobbiamo solo essere tanto umili da lasciarci amare. Ma dobbiamo continuare a chiederci se non abbiamo la presunzione che vuole fare da sé; se non priviamo l'uomo creatura e il trio creatore della loro grandezza e dignità, togliendo alla vita dell'uomo la sua serietà e riducendo Dio a un incantatore o a una sorta di nonno, rispetto al quale tutto è indifferente. Anzi, è proprio l'incondizionata grandezza dell'amore di Dio a non escludere la liberti del rifiuto e, quindi, la possibilità della dannazione. Che cosa si deve quindi pensare della nuova traduzione? Tanto la Scrittura quanto la tradizione conoscono ambedue le formule, «per tutti» e «per molti» Ambedue mettono in rilievo un aspetto dell'argomento: da una parte il carattere universalmente salvifico della morte di Cristo, che ha sofferto per tutti gli uomini; dall'altra, la libertà della negazione come limite dell'evento salvifico. Nessuna delle due formule esprime la totalità; ciascuna abbisogna della spiegazione e del riferimento alla totalità del messaggio. Lascio aperta la questione se, in questo contesto, abbia avuto senso scegliere la traduzione «per tutti», mescolando la traduzione con la spiegazione, laddove la spiegazione resta in ogni caso indispensabile. Non vi è comunque alcuna falsificazione, dal momento che in presenza dell'una o dell'altra formula, si deve, in ogni caso ascoltare il messaggio nella sua interezza. E il messaggio è che il Signore ama tutti davvero e per tutti è morto. E ancora: che egli non rimuove affatto, come in un magico incanto, la nostra libertà, ma che nella sua misericordia ci permette di dire il nostro «sì».

Nuova Alleanza

Torniamo ora un po' indietro e guardiamo a un'altra espressione che compare nei testi dell'ultima cena: «Questa è la Nuova Alleanza nel mio sangue». Avevamo già visto come Gesù, accettando la propria morte, riassume in sé e raccoglie tutto l'Antico Testamento; dapprima la teologia sacrificale, tutto ciò, quindi, che accadeva intorno e nel tempio; poi la teologia dell'esilio, del giusto sofferente. Qui si aggiunge un terzo elemento: un passo di Geremia (31,31), in cui il profeta prevede la Nuova Alleanza, che non è più legata alla discendenza carnale di Abramo, e neppure all'esecuzione della legge, ma proviene dal nuovo amore di Dio, che ci dona un cuore nuovo. Qui Gesù riprende proprio questo. Nel momento in cui egli soffre e muore, questa attesa diventa realtà; il suo morire è la conclusione dell'Alleanza. Significa, cioè, la fratellanza di sangue tra Dio e gli uomini. Era, in fondo, il pensiero che stava alla base dell'alleanza conclusa sul Sinai. Là Mosè aveva eretto un altare, segno di Dio, nonché dodici pietre, segno delle dodici tribù di Israele, tra di loro contrapposte, e lo aveva cosparso di sangue, per unire Dio e l'uomo nell'unica comunione di questo sacrificio. Quel che allora era stato solo un tentativo a tastoni, giù diventa un avvenimento. Lui, che è il Figlio di Dio, lui, che è l'Uomo, nella propria morte si dona al Padre e si dimostra così come colui che innalza tutti noi fino al Padre. Stabilisce una vera alleanza nel sangue, la comunione di Dio e uomo; spalanca la porta che noi uomini non potevamo aprire. Solo a tastoni noi possiamo pensare a Dio e, per quel che dipende da noi, non sappiamo se egli risponde. E questa la tragedia, l'ombra, che grava su molte religioni: esse sono un grido la cui risposta rimane oscura. Solo Dio stesso può accoglierlo. Gesù Cristo, il Figlio di Dio e i'Uorno, che porta il suo amore fino alla morte, trasforma la morte in evento dell'amore e della verità; lui la risposta; in lui è stabilita l'Alleanza. 

Si vede così come abbia avuto origine l'eucaristia, quale sia la sua vera sorgente. Le parole dell'istituzione, da sole, non bastano; la morte, da sola, non basta, e anche ambedue insieme non bastano; c'è bisogno ancora della risurrezione, in cui Dio accetta questa morte e ne fa una porta che conduce alla nuova vita. Da questa disposizione d'insieme per cui egli trasforma la sua morte, l'illogico, in un Sì, in un atto di amore e di adorazione, emerge che Dio lo accoglie e che così egli può donare se stesso in comunione. Sulla croce Cristo è andato sino in fondo all'amore. Pur con tutte le differenze che vi sono tra i racconti degli evangelisti, una cosa resta comune: che Gesù è morto pregando e che nell'abisso della morte ha adempiuto il primo comandamento, ha mantenuto presente Dio. Da tale morte viene questo sacramento, l'eucaristia.

Fallimento di Gesù

In conclusione torniamo ancora una volta alla domanda posta all'inizio: Gesù ha fallito? Di sicuro non ha avuto successo nel senso in cui lo hanno avuto Cesare o Alessandro Magno. Da un punto di vista puramente terreno il suo, all'inizio: è un fallimento: e morto quasi del tutto abbandonato; è stato condannato per la sua parola. Al suo messaggio non è seguita la risposta affermativa del suo popolo, ma la croce. Da una tale fine dovremmo riconoscere che il successo non è uno dei nomi di. Dio e che non è cristiano occhieggiare ai successi esteriori e alle cifre. Le vie di Dio sono diverse: il suo successo avviene mediante la crocee sta sempre sotto questo segno. La sua vera autenticazione è quella di coloro che, nel corso dei secoli, hanno fatto loro questo segno. Se oggi ci volgiamo indietro a guardare alla storia, dobbiamo dire: non e la Chiesa di chi ha avuto successo a impressionarci, la Chiesa dei papi e dei signori del mondo, la Chiesa di coloro che hanno saputo confrontarsi con il mondo; ma è la Chiesa dei sofferenti che ci porta a credere, è rimasta durevole, ci dà speranza. Essa è ancor oggi segno del fatto che Dio esiste e che l'uomo non è solo un fallimento, ma che può essere salvato. Ciò vale per i martiri dei primi tre secoli fino a Massimiliano Kolbe e ai molti innominati testimoni che hanno dato la loro vita per il Signore nelle dittature del nostro tempo; sia che essi abbiano dovuto morire per lui, sia che per suo amore si siano lasciati calpestare da vivi anno per anno, giorno per giorno. La Chiesa dei sofferenti lo accredita: essa è il successo di Dio nel mondo; il segno che ci dà speranza e coraggio; il segno da cui continua ancora a provenire la forza della vita, che va al di là del Remplice pensiero del successo e che, in tal modo, purifica l'uomo, spalanca a Dio la porta in questo mondo. Vogliamo, quindi, lasciare che Gesù Cristo ci chiami, lui che ha raggiunto il successo di Dio sulla croce; che, come il seme di frumento che muore, ha portato frutto lungo tutti i secoli: albero della vita, in cui gli uomini possono ancora oggi sperare.



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