venerdì 6 novembre 2026

DIADOCO FOTICEA 1

 

Il sentire del cuore

Il nostro ambiente culturale è piuttosto indifferente o perplesso nei confronti del fatto religioso. Da questo punto di vista, l’uomo contemporaneo non è molto originale perché da sempre nell’uomo è presente sia la diffidenza verso Dio, tanto quanto una certa attrazione nei suoi confronti. Forse adesso prevale la prima. 

In questo studio, però, non entro in questa problematica ma presento la testimonianza di persone che hanno goduto di Dio, in modo particolare sulla lezione di vita trasmessa da Diadoco di Foticea. Una teoria può essere confutata da un’altra ma un’esperienza costruttiva ha una sua attendibilità. La testimonianza di una verità vissuta è l’apertura d’una strada che è possibile percorrere anche da altri. 

Nella Bibbia troviamo espressioni di gioioso calore, espresse da persone che hanno vissuto una relazione con il Signore: «Ti amo, Signore, mia forza» (Sal 18,2); «Nelle tue mani è la mia vita… la mia eredità è stupenda. Io pongo sempre davanti a me il Signore, sta alla mia destra, non potrò vacillare» (Sal 16,3-8). «Mi dai gioia, Signore, con le tue meraviglie» (Sal 92,5). «Se il Signore non fosse stato il mio aiuto, in breve avrei abitato nel regno del silenzio» (Sal 94,17). Dio allora non è di necessità un incubo ma perfino un’enorme ricchezza. L’uomo può ritrovare se stesso soltanto in Lui? Chi l’ha trovato, afferma di sì! «In te, ora rivivo!»

Dio Padre, per non lasciarci nello smarrimento o nell’incertezza sulla sua identità, si è fatto conoscere nella persona di Gesù, spendore della sua gloria. Sapeva che la bellezza è ciò che cattura con maggior forza. Soprattutto in questo caso vale la dichiarazione: la bellezza salverà il mondo. 

Egli ha risvegliato ed apre in continuità la nostra sensibilità di uomini: davanti a Lui rimaniamo incantati; ascoltando le sue parole, udiamo la sua stessa voce perché ci sentiamo chiamati personalmente; lo gustiamo, perché ci sentiamo nutriti dalla relazione con lui; anche prima d’averlo compreso proprio come merita, avvertiamo un profumo delicatissimo che emana dalla sua persona; conservando una viva relazione con lui, abbiamo l’impressione di toccarlo e di trovarci a contatto con lui. 

Ho introdotto, così, il primo argomento di questo breve studio, che forma la prima parte: i sensi spirituali o la percezione spirituale. 

Nella seconda parte, come ho già annunciato, espongo alcuni elementi più rilevanti della dottrina di vita di Diadoco di Foticea. È il vero argomento di questo studio. Egli ha avuto, come esperienza culmine della sua esistenza, la possibilità di «percepire» il Signore. Lo ha colto nei doni mirabili ricevuti da lui. Ha ricevuto, infine, la possibilità di amarlo più di stesso. “Dissolvendosi” in lui, si è ritrovato in pienezza. Ha conosciuto la forza dell’amore che si riversa anche verso l’uomo meno degno e, a questo punto, la sua persona, come attesta, è diventa una sorgente zampillante di gioia e di pace. 

I/Percezione spirituale

Amarezza e dolcezza

Nel suo testamento, san Francesco racconta come avvenne la svolta decisiva della sua vita. Gli sembrava «cosa troppo amara vedere i lebbrosi»; ma, - così racconta - il Signore stesso «mi condusse tra loro e usai con essi misericordia». Trovò il coraggio di affrontare il suo sentimento di ripulsa e si prese cura di loro. Dopo aver raccontato questo improvviso cambiamento, aggiunge: «E allontanandomi da essi, ciò che mi sembrava amaro mi fu cambiato in dolcezza di anima e di corpo» (Testamento, 1-4). Mentre ancora viveva in modo del tutto egoistico, da peccatore, il Signore intervenne con la sua grazia per liberarlo da quel tipo d’esistenza. 

Vinti i suoi impulsi egoistici, è preso da dolcezza che invade la sua persona, anima e corpo. Gesù aveva assicurato: «Si è più beati nel dare che nel ricevere!» (At 20,35). 

Quando viveva in modo dissoluto, come il figlio sperperatore della parabola, aveva provato dentro di sé il disgusto di una vita vuota. Non gli piaceva più neppure la vista della campagna ubertosa che si estendeva ai piedi della sua città. 

Nella storia della spiritualità, i sentimenti provati da Francesco, la tristezza per il suo agire sregolato e la dolcezza per la sua solidarietà verso gli afflitti, vengono chiamati, sensi spirituali (oppure percezione spirituale). Avvertire i sensi spirituali significa percepire e consolidare i desideri dello Spirito che ci portano alla pace. L’egoismo fa avvicinare alla morte, mentre lo Spirito conduce alla vita e alla pace (Cf Rm 8,6). 

Il sentire spirituale spinge l’uomo a cercare Dio e a porlo come la Vita della sua vita: «Cerca la gioia nel Signore: esaudirà i desideri del tuo cuore» (Sal 37,4).

Molti, invece, lasciano che il Signore si dissolva nella loro esistenza, come aveva fatto Francesco. Non lo respingono, né l’accolgono. Temono di venire oberati dalle regole morali e dal legame con Dio. Mentre lo abbandonano, il Signore, però, continua a cercarli ad ogni ora della loro esistenza per poter renderli partecipi, non di qualche bene, ma di ciò che Egli è. «Il Gesù che gli evangelisti raccontano è sempre in cammino. Non attende. Non crea un proprio santuario o una scuola. Si muove, viaggia. Entra nei villaggi e nelle città del suo popolo e del suo tempo», di ogni tempo» (Venite ad me,14). «Ecco: sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me» (Ap 3,20).

Un saggio riporta l’opinione diffusa nella società a cui apparteneva: «Siamo nati per caso e dopo saremo come se non fossimo stati… Passaggio di un’ombra è infatti la nostra esistenza e non c’è ritorno quando viene la nostra fine. Venite dunque e godiamo dei beni presenti, gustiamo delle creature come nel tempo della giovinezza!» (Sap 2,2. 5-6). L’unico bene possibile all’uomo consiste nel godere dei piaceri della vita, almeno finché è possibile farlo? Sarebbe un po’ deludente. 

I fedeli che avevano custodito una relazione viva con il Signore, testimoniano di aver trovato nella comunione con lui il bene più prezioso di qualsiasi altro. Dichiara un salmista: «[Signore] hai messo più gioia nel mio cuore di quanta ne diano a loro [alle persone dimentiche di te] grano e vino in abbondanza» (Sal 4,8). Un altro confessa di aver invidiato, per un certo periodo, il modo di vivere comune ma, in seguito, di essersi ravveduto, tornando ad apprezzare il valore della sua relazione con il Signore: «Io sono sempre con te: tu mi hai preso per la mano destra. Mi guiderai secondo i tuoi disegni e poi mi accoglierai nella gloria. Per me, il mio bene è stare vicino a Dio» (Sal 73,23-28). 

Il rischio di perdere il sommo vantaggio della relazione con il Signore esiste anche per i credenti ancora piuttosto freddi nei confronti delle verità in cui ritengono di credere. Tengono Cristo sulla bocca e il mondo nel cuore. Hanno, però, la possibilità reale di crescere. Passando attraverso varie fasi di maturazione, raggiungono infine una convinzione solida e liberante.  

«Tu amerai il Signore, tuo Dio, con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze» (Dt 6,5). Man mano osservano questo comandamento, giungono, infine, a godere del Signore e a provare uno stupore ammirato per le verità mirabili del Vangelo. Quando [il Signore] chiede di essere amato

 con tutto il cuore, rivendica per sé la volontà;

con tutta l'anima, pretende amore; 

con tutte le forze, allude alla virtù della carità [cioè all’amore perfetto]; 

con tutta la mente si riferisce al godimento della Sapienza. 

Sto riferendo l’interpretazione d’un celebre monaco: «Prima di tutto è la volontà a spingere l'anima verso Dio; poi l'amore le consente di avanzare, la carità contempla Dio e la Sapienza gode di lui» (Guglielmo di Sait-Thierry, Natura e valore dell’amore, 33). 

Questo monaco ha scoperto in sé una facoltà dell'anima, «grazie alla quale noi ci uniamo a Dio e godiamo di lui. Dice la Scrittura: Gustate e vedete quanto è buono il Signore! Ed è con questo gusto che viene assaporata la buona parola di Dio e sono gustate [in anticipo] le ricchezze del mondo futuro» (ivi). 

« Il corpo, per gustare le dolcezze della terra, possiede l'infallibile esperienza del senso. Cosí anche la mente, quando esulta al di sopra del sentire della carne [cioè dell’egoismo], può gustare senza errore la consolazione dello Spirito Santo… Distinguiamo con sicurezza ciò che è meglio, secondo che dice san Paolo: «E per questo prego: che il vostro amore più e più ancora abbondi in conoscenza e in pienezza di senso, perché possiate distinguere ciò che più importa (Fil 1,9-10) » (Diadoco C30). 

Dio è piena beatitudine perché è Amore e, perciò, soltanto l’amore gratuito e perfetto ci fa essere beati. 

«Connaturalità»

I filosofi greci esaltavano l’uomo perché vedevano in lui un microcosmo, in quanto, nel suo piccolo essere, erano presenti tutti gli elementi dell’universo, chiamato macrocosmo. L’uomo si armonizzava così con l’intera realtà di cui faceva parte ma il rischio era anche quello di svanire nel tutto, così immenso. 

È quanto accade nell’evento della morte: «Ogni organismo, dissolvendosi, restituisce le proprie cellule, le proprie molecole, i propri atomi, la propria energia: tutto ciò che ha ricevuto, lo ridona. Ma allora che ne è di noi? Che ne è di queste forme che siamo, di questo sé fragile e luminoso? Scomparirà per sempre? Si dissolve come una goccia nell’oceano?... Se anche l’io cosciente dovesse dissolversi nel tutto, nulla potrebbe cancellare il valore di essere stati» (P. Scquizzato, Trasformazione, Paoline, 2026, 158). 

L’accontentarsi d’aver vissuto non è una conclusione amara, soprattutto per chi vive per poco tempo e in modo deludente? C’è una speranza: «Dio non ha creato la morte e non gode per la rovina dei viventi. Egli infatti ha creato tutte le cose perché esistano; le creature del mondo sono portatrici di salvezza, in esse non c’è veleno di morte. La giustizia infatti è immortale. Ma gli empi invocano su di sé la morte con le opere e con le parole» (Sap 1, 13-16). 

Ci fu chi s’oppose all’idea che l’uomo sia soltanto un semplice elemento del cosmo e fece questo rilievo: anche una zanzara o un topo sono, almeno in parte, un microcosmo! L’uomo non può avere la stessa sorte (Cf Gregorio di Nissa, L’uomo, 16), ma «fu creato al fine di poter godere dei beni di Dio». 

I beni del Signore sono Lui stesso «è assai ricco di beni, ma pure non ha da dare nulla di meglio di se stesso» (Bernardo, De diligendo Deo, VII, 22), come, in una relazione d’amore, il guadagno primario è la persona amata, più che i suoi doni. 

Un essere stabilisce un rapporto con un altro essere della sua stessa specie. Per ottenere la ricchezza che è Dio, l’uomo doveva avere qualcosa di «connaturale» con lui, ossia qualcosa di comune con Lui (Cf Gregorio di Nissa, Grande discorso catechetico, 7,5,5). È «uno scrigno così grande e così largo da poter accogliere Dio» (N. Cabasilas, Vita in Cristo, II,IX, 560 d). In poche parole, all’uomo è stata affidata una meta ben precisa: realizzare se stesso nel dialogo con Dio. 

Agostino afferma questa verità in termini meno filosofici e più vitali: «Ci hai creati, Signore per te e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in te» (Confessioni I,1,1). Creati per il Signore, significa che egli vuole farci godere di lui. «Dio non ci darà una cosa creata ma se stesso. Allenati per accogliere Dio!» (Agostino, PL 37,1057). 

Del resto, Dio non sta al di sopra del mondo, in una sfera lontanissima, sopra di noi. Tutta la creazione è in Dio ed egli è presente in essa. «La creazione è interna a Dio e non esterna a lui» (P. Gamberini, Pensare Dio altrimenti, 72). Agostino dichiara: «…io non sarei, Dio mio, non sarei in alcun modo, se Tu non fossi in me. O piuttosto non sarei, se non fossi in te» (Confessioni I,2,2). 

Tuttavia, non di rado cerchiamo il Signore per ottenere da lui qualche vantaggio. Magari non sarà una cosa sbagliata ma egli vorrebbe darci molto di più: «Molti gridano al Signore per la felicità temporale; solo di rado qualcuno grida al Signore per il Signore stesso. Non cercare qualcosa d'altro per mezzo di Dio, ma nella tribolazione cerca Dio, in modo che ciò valga ad unirti a Lui» (Agostino PL 36,971).

Il Verbo si fece carne

Proprio perché l’uomo realizzasse la sua «connaturalità» con la vita divina, Dio ha voluto farsi connaturale all’uomo: divenne come noi perché noi diventassimo come lui. Il Verbo si fece uomo. Dobbiamo ammirare con stupore la generosità del Figlio che abbandona tutti i vantaggi dell’abitare in cielo per assumere una condizione di vita travagliata all’inverosimile. Con ciò ci ha rivelato che il Signore è generosità assoluta. C’è, però, un altro elemento da considerare. Facendosi uomo, il Verbo si è fatto conoscere secondo la modalità umana di comprendere, ossia si fece vedere, ascoltare, toccare, gustare. È il messaggio originario della Prima lettera di Giovanni: «Quello che era da principio [il Verbo], quello che noi abbiamo udito, quello che abbiamo veduto con i nostri occhi, quello che contemplammo e che le nostre mani toccarono del Verbo della vita…» (1 Gv 1,1-2)

Il contatto con Gesù è contatto con il Verbo della vita. Oggi è ancora possibile vederlo e toccarlo nella fede. Le persone che aderiscono alla parola dei testimoni condividono la loro esperienza: «quello che abbiamo veduto e udito, noi lo annunciamo anche a voi, perché anche voi siate in comunione con noi» (1 Gv 1,3). 

Il discepolo amato, nell’ultima cena, posò il suo capo sul petto di Gesù, con grande confidenza. Ora i credenti sono il discepolo amato che poggiano il cuore sul petto del Signore, per attingere la sua vita, come fossero una spugna. In questo modo il contatto fisico, si trasforma in un contatto che avviene tramite dei «sensi spirituali». 

La rivelazione penetra in ogni credente attraverso tutti i suoi sensi: «Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi (Gv 1,14); venne ad abitare in modo particolare nei nostri cuori per mezzo della fede… nel nostro ricordo, nel nostro pensiero», nei nostri sentimenti (Bernardo, Discorsi, De aquaeductu, 5). 

Vedere e ascoltare

Cerchiamo ora di capire la funzione dei sensi spirituali. Gesù disse ai suoi contemporanei: «Beati gli occhi che vedono ciò che voi vedete. Io vi dico che molti profeti e molti re hanno voluto vedere ciò che voi guardate, ma non lo videro, e ascoltare cio che voi ascoltate; ma non lo ascoltarono» (Mt. 10,23-24). 

Sta parlando di se stesso ma in maniera velata, come se dicesse: Beati gli occhi che mi vedono! Detto questo, aggiunge dell’altro, al vedere aggiunge l’ascoltare.

«… il semplice "vedere" deve essere interpretato. In sé si presenta ancora con diversi significati, ma l'interpretazione avviene nella parola. Si tratta quindi di una percezione profonda da parte dei discepoli. Che cosa vedono? Vedono le guarigioni realizzate da Gesù. E che cosa sentono? Sentono il vangelo che Gesù annuncia. Chi ha occhi per vedere e orecchie per sentire, può riconoscere in entrambe le azioni l'incredibile che si sta realizzando ora» (G. Lohfink, Le Parole più importanti di Gesù, Queriniana, Brescia 2025, 29).

 I suoi ascoltatori devono attingere la profondità della persona con la quale sono entrati in contatto, per così dure, cogliere l’invisibile nel visibile. 

Del resto, Giovanni dice di aver visto e toccato non soltanto il corpo di Gesù ma il Verbo della vita. Dal contatto fisico era passato ad un altro più sottile. 

L’impiego del linguaggio sensoriale per esprimere l’esperienza della comunione con Dio nel Cristo è uno dei tratti peculiari della spiritualità giovannea (Cf. D. Mollat, Giovanni Maestro spirituale, Borla 1980, 88). 

Vedere: il vedere da lui proposto «è un vedere penetrante che, oltrepassando l’esteriorità e l’apparenza delle cose, si inoltra sino al reale più profondo e scopre non solamente il senso, ma la realtà che crea il senso, la presenza nascosta che fonda ogni cosa» (cit. 81). 

Udire: pensiamo al discorso sul buon Pastore: «All’inizio tutte le pecore sono riunite nel recinto e odono la voce del pastore. Ma solo le sue pecore… percepiscono un appello che le riguarda; ciascuna riconosce il proprio nome» (cit. 100). Ad esempio, Maria Maddalena «riconosce il suo amato, non tanto vedendolo (l’ha anzi scambiato per il giardiniere), quanto al suono della voce, udendolo» (cit. 101). 

Toccare: Tommaso vuole vedere e toccare Gesù nella sua realtà fisica. «Ma quando Gesù va verso di lui, la sua risposta è quella di un uomo trasformato dalla presenza del Signore e per il quale il toccare è diventato inutile. Egli sa ormai che in seno alla comunità fondata sulla testimonianza apostolica si realizza, nella fede, il contatto con Gesù» (cit.104). Il toccare non è abolito ma trasformato. 

Gustare: Il valore del gustare appare nelle nozze di Cana: «Meglio dello sposo del Cantico, Gesù invita i discepoli alla sua cena: “Mangiate, amici miei, bevete, inebriatevi o cari” (Ct 5,1)… Gli uomini sono esortati a gustare la sobria ebrietà del buon vino conservato fino ad ora, alla mensa del Verbo incarnato» (cit. 105). 

Odorare. Nell’unzione di Betania, «Giovanni precisa la quantità considerevole del profumo sparso e nota che tutta la casa si riempì del profumo dell’unguento. Gesù commenta il gesto di Maria: ella ha celebrato anticipatamente la sua sepoltura e ha manifestato l’eccellenza del sacrificio di soave odore che egli si accinge ad offrire al Padre… Persino nella morte, l’umanità di Cristo emana quell’odore di vita (2 Cor 2,16) che i Giudei dal canto loro, attribuivano alla Legge» (cit 107). 

Questo genere di esperienza sensoriale, che consente di entrare in comunicazione con il mondo divino, appare ora nella vita della Chiesa. Ora il Cristo viene colto da ciascun senso dell'anima. Egli chiama se stesso la “vera luce” per illuminare gli occhi dell'anima, “Verbo” per essere udito, “Pane di vita” per essere gustato. Parimenti, egli è chiamato olio di unzione e nardo anima perché l’anima si diletti dell'odore del Logos; egli è diventato il Verbo fatto carne palpabile e attingibile, perché l'uomo interiore possa cogliere il Verbo di vita. 

Lo testimonia Agostino, il quale esponendo la motivazione profonda della sua conversione a Cristo Gesù, si rivolge a lui con queste parole: «Mi hai chiamato, hai gridato, hai infranto la mia sordità. Mi hai abbagliato, mi hai folgorato, e hai finalmente guarito la mia cecità. Hai alitato su di me il tuo profumo ed io l'ho respirato, e ora anelo a te. Ti ho gustato e ora ho fame e sete di te. Mi hai toccato e ora ardo dal desiderio di conseguire la tua pace» (Confessioni, X, 27.38). 

I cinque sensi dell'uomo attingono veramente, nella fede, il Cristo glorificato. Essi non sono aboliti dallo Spirito ma ricreati da lui. 

Diverse modalità di percezione

La percezione spirituale, però, viene avvertita in modalità differenti, a misura del dono di Dio. Il credente, ancora a livello da pricipiante, gode di una certa apertura dei suoi sensi: per lui vedere Gesù significa riconoscere in la presenza del Padre. Ascoltarlo è accogliere con stupore la sua Parola e riconoscere con gioia la sua voce. Toccarlo significa entrare in comunione con lui. Gustarlo è sperimentare la sua bontà e godere di essa. Odorare è percepire con forza la sua capacità di attrazione. 

Non si tratta di semplici metafore, ma di essere «toccati» segretamente dal Signore stesso. 

Lo precisa bene un teologo greco del sec. XIV. S’impara meglio dall’esperienza che da un semplice insegnamento orale, egli afferma. È ben diverso, quindi, sentir parlare di Gesù dall’incontrarlo in modo diretto o dal venire trasformati da lui stesso. Ad esempio, nel libro degli Atti degli apostoli leggiamo di Lidia, una donna incontrata da Paolo a Filippi. Mentre ascoltava le parole dell’Apostolo «il Signore le aprì il cuore per aderire alle parole di Paolo» (At 16,14). Ha avuto il dono di ascoltare l’apostolo ma soprattutto di ricevere l’apertura del cuore da parte del Signore. La sola comunicazione verbale ottiene poco se il Signore non si fa avvertire nel cuore dell’ascoltatore. «Come è possibile conoscere bene, per mezzo della sola comunicazione verbale, Gesù Cristo, la persona «a cui a cui nulla può paragonarsi? Come apprenderne la bellezza ed amarlo in modo degno della sua bellezza?» (N. Cabasilas Vita in Cristo, II,VIII, 553a). 

La soluzione viene dal Signore stesso: «nel Battesimo è Cristo presente che in modo ineffabile trasforma e plasma le anime degli uomini» (ivi, 553d). In modo più preciso, infonde in essi una certa conoscenza e «percezione di Dio»; i battezzati perciò, «conoscono chiaramente Colui che è il buono e il bello per essenza, ne percepiscono la grazia, ne gustano la bellezza» (ivi 552c). 

Che cosa prova che questo evento nascosto sia avvenuto davvero? Alcuni discepoli, come i martiri e i santi, furono tratti «fuori dalla propria natura», cioè furono capaci di compiere opere maggiori di quelle che gli uomini possono concepire. Tutti costoro «furono feriti direttamente dallo Sposo, fu lui ad infondere un raggio della sua bellezza nei loro occhi» (ivi, 553a).

Ecco l’elemento più significativo rilevato da questo autore: il battezzato ottiene una percezione immediata di Dio «prodotta dal tocco invisibile del suo raggio sull’anima» (II, IX, 565 c), e questo «tocco» si divide nei vari sensi spirituali. 

Di conseguenza, lasciandosi attrarre da Cristo, gli uomini, per la prima volta, scoprono quanto fosse grande la loro potenza di amare e di godere (ivi). Non c’è al mondo una persona tanto attraente come lui, da poter risvegliare tutta la forza d’amore di chi lo ama e nessuno merita di essere amato in modo totale come lo merita lui. A lui era preordinato l’amore umano fin dal principio. 

La percezione spirituale, però, non è identica per tutti i credenti. Per alcuni si manifesta già nella loro adesione di fede, ma per altri, come abbiamo appreso, è un tocco particolare del raggio della luce divina: essi vengono feriti direttamente dal Signore stesso. 

Il “tocco” e il ferimento” viene testimoniato anche da altri in altre epoche. È il linguaggio usato, ad esempio, da san Giovanni della Croce. Rivolgendosi in preghiera a Dio Padre, lo ringrazia per aver ricevuto il «tocco» del suo Figlio Gesù: «Mi hai ferito per guarirmi, o mano Divina! Hai ucciso in me ciò che mi teneva nella morte! Ero allora privo della vita di Dio, in cui ora, invece, mi trovo a vivere! Debbo questo favore alla liberalità della tua generosa Grazia, che hai riversato su di me quando mi hai fatto sentire il tocco di Colui che irradiazione della tua gloria, cioè il tuo Figlio unigenito» (Fiamma d’amor vita B, 2,21). 


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