sabato 31 ottobre 2026

Beatitudini

IL VANGELO DELLE BEATITUDINI

(Mt 5,1 - 1 2)

Nel discorso della montagna l'evangelista Matteo ha raccolto parole fondamentali di Gesù e ne ha delineato l'annuncio programmatico: lo descrive infatti come Mosè mentre sale sul monte, luogo simbolico dell'incontro con Dio; eppure non è lui a ricevere la legge. Anzi, assunta la posizione tipica del maestro in cattedra, nel ruolo stesso di Dio egli dona ai suoi discepoli la nuova legge, che ha la caratteristica fondamentale di non essere una legge, ma la buona notizia della grazia divina.

Nella sua sapiente rielaborazione redazionale Matteo introduce il discorso fondamentale con il meraviglioso portale delle beatitudini.

Gesù proclama le beatitudini

La fonte da cui dipendono Matteo e Luca, comunemente indicata con la sigla Q, ha conservato una raccolta di formule, tecnicamente chiamate macarismi. Le due redazioni evangeliche differiscono soprattutto per quantità e anche un po' per la formulazione letteraria; in entrambi i casi però la serie delle beatitudini inaugura un discorso programmatico (Mt 5,1-12; Lc 6,17-23). Ne deduciamo che la tradizione apostolica ha conservato e tramandato insieme alcune di queste formule sapienziali che Gesù ha certamente adoperato nella sua predicazione storica.

Si tratta infatti di elementi letterari sintetici che bene si prestano a trasmettere un grandioso messaggio teologico: con esse Gesù annuncia la gioia piena e completa che l'intervento di Dio nella storia porta con sé. Perciò costituiscono il centro della sua predicazione, che intende mostrare l'opera sconvolgente compiuta dal Signore nel suo irrompere storico; d'altro canto le beatitudini ci offrono pure un ritratto di Gesù nella sua più autentica personalità; gettano anche luce sullo stile di vita cristiano, ponendo i discepoli di fronte a scelte decisive di stile; infine annunciano il dono escatologico del regno, che sorprende e accoglie chi è disposto ad accoglierlo.

È probabile che Gesù abbia adoperato molte frasi simili in tante occasioni diverse, durante il tempo del suo ministero itinerante. Tali formule si sono impresse nella memoria degli apostoli, i quali le hanno poi ripetute dopo la Pasqua di risurrezione come sintesi della "buona notizia" del Cristo Gesù e le hanno raccolte come primo annuncio del vangelo stesso. Gli evangelisti infine hanno operato alcuni ritocchi redazionali per inserire questi testi nel contesto della loro opera complessiva.

In questo senso notiamo che Matteo ha portato a otto il numero delle beatitudini: attento infatti al valore simbolico dei numeri, ha voluto presentare un settenario sovrabbondante che inaugura la pienezza celeste. Inoltre, mentre in Luca a quattro formule con "beati" (Lc 6,20-23) fanno seguito altre quattro con "guai" (Le 6,24-26), Matteo ha separato le due liste e ha collocato un elenco di otto "guai" nel discorso finale in polemica con scribi e farisei (23,13-36). Inoltre, Matteo adopera la terza persona — anziché la seconda come fa Luca — per presentare in modo più generale i destinatari dell'annuncio di Cristo, visto che ha effettivamente una portata universale. Infine, in alcuni passaggi si possono riconoscere degli interventi migliorativi sul testo che il primo evangelista opera per rendere più chiara e precisa la formulazione tradizionale, conservata da Luca'.

Una forma letteraria costante

Ognuna di queste formule comprende tre elementi strutturanti: 1) la proclamazione della felicità (beati);

2) l'indicazione di una situazione umana in cui irrompe la felicità (i miti);

3) la causa che dà origine a tale felicità (perché...).

La parte determinante del messaggio è la terza, in cui si mostra l'opera di Dio che dà ragione della beatitudine. Gesù infatti annuncia che l'intervento decisivo di Dio dona il fondamento alla felicità e all'uomo offre la possibilità di abbandonarsi interamente alla sua azione. Questa è la buona notizia: il Signore Dio onnipotente, re e pastore, è totalmente dalla parte dell'uomo, che può finalmente rallegrarsi! La proclamazione dei "beati", dunque, indica una conseguenza, cioè il risultato dell'intervento divino, non dello sforzo umano. Infine l'elemento centrale di ogni formula designa di volta in volta atteggiamenti o situazioni che, paradossalmente, non sono ostacoli ma condizioni per raggiungere il risultato.

Un fraintendimento diffuso porta a leggere in chiave morale questi proclami, come se indicassero un "dover" essere. In alcuni casi l'impostazione può funzionare, portando a dire: "Siate miti, siate misericordiosi, siate pacifici!". Ma in altri casi non funziona affatto, giacché sarebbe assurdo far dire a Gesù: "Siate afflitti, siate perseguitati!". Invece l'interpretazione corretta è piuttosto kerygmatica: Gesù annuncia anzitutto ciò che fa Dio e quindi si congratula con i destinatari, rivelando loro che "possono" vivere quegli atteggiamenti fondamentali in forza dell'opera divina.

«Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli»

La serie è aperta da una prima motivazione fondamentale, che coincide con l' appartenenza al regno dei cieli (hoti autóri esti he basileia tóri ourculón). La formu la è tipicamente giudaica e Matteo la preferisce per evitare l'eccessivo ricorso al nome di Dio: si tratta dunque di una circonlocuzione per dire che "Dio è re" e per parlare del suo modo di regnare. Dal momento che "re" è un termine di relazione, si sottolinea che Dio è re di qualcuno; inoltre il riferimento al cielo dice che non si tratta di un fatto terrestre, ma di qualcosa che va oltre questo mondo.

La potente regalità di Dio è messa in relazione con i poveri in spirito (hoi ptochoi tó pneumati). Il termine greco ptochós designa una totale povertà economica ed equivale quindi al mendicante appunto. Probabilmente nell'originale formulazione semitica Gesù aveva adoperato il termine tecnico `anawim per indicare "i poveri di Dio", cioè coloro che si fidano di Dio, abbandonandosi a lui senza confidare nelle forze mondane. La primitiva traduzione apostolica in greco rese in modo imperfetto il vocabolo semitico e perciò Matteo, pur conservandolo, lo interpretò con l'aggiunta di pneumati: si tratta di un dativo di relazione, per precisare l'ambito della povertà cioè lo spirito. Non si parla dunque dello spirito di Dio, bensì dello spirito dell'uomo, cioè del suo cuore e della sua consapevolezza; non si tratta perciò di quelli che hanno poco spirito, bensì di coloro che sono consapevoli della propria povertà.

Come in altri passi del Vangelo 1' annuncio del regno dei cieli è accompagnato dalle condizioni per entrarvi o ereditarlo: il discorso programmatico propone anzitutto l'atteggiamento della povertà spirituale, come dipendenza dai doni e dall'aiuto degli altri, esatto contrario dell'autarchia o autosufficienza. Poveri in spirito dunque sono quelli che conoscono il proprio limite e riconoscono di dipendere da Dio. La venuta del regno dei cieli appartiene al compimento escatologico futuro, eppure fin da ora — annuncia Gesù — gli umili ne fanno parte ed è proprio questa appartenenza la fonte della gioia, mentre l'esclusione dal regno coincide con il fallimento della vita umana.

Paradossalmente dunque i poveri sono "proprietari": come appartiene ai bambini (19,14) così il regno dei cieli appartiene a chi riconosce con umiltà la propria condizione creaturale. Parafrasando il testo evangelico, la prima beatitudine potrebbe suonare così:

Rallegratevi e gioite: potete essere consapevoli della vostra povertà, non dovete negarla, perché Dio onnipotente, re e pastore, è totalmente dalla vostra parte.

La stessa motivazione ritornerà anche nell'ottava formula per legare con un'inclusione letteraria l'intera raccolta: le rimanenti sei formule quindi esplicitano e concretizzano altri atteggiamenti che i discepoli possono vivere in forza dell'intervento divino.

«Beati gli afflitti, perché saranno consolati»

La seconda beatitudine riguarda gli afflitti. Nell'originale greco non si usa un aggettivo, ma il participio di un verbo (penthéo) abbastanza raro che caratterizza chi si affligge per qualche grave motivo. Nel primo Van ricorre solo in 9,15 per dire che gli invitati a nozze, finché hanno lo sposo, possono "essere in lutto". In base all'uso biblico riconosciamo dunque cl formula non parla di qualsiasi sofferenza, ma allude ad una mia partecipazione al dolore altrui: il lutto per la morte di qualcuno infatti presuppone un rapporto personale, così come è forma d' amore la partecipazione sofferenze degli altri. In modo analogo il dolore per i peccati, propri e a presuppone un rapporto personale con Dio: proprio l’averlo offeso fa soffrire, risulta che chi ama è più vulnerabile.

L' annuncio della divina Consolazione quindi riguarda coloro che accettarono legami profondi con gli uomini e con Dio: essi saranno consolati (hoti paraklethésontai). Il verbo parakaléo ha diversi significati, ma quando ritorna al passivo come qui significa "essere consolati": si tratta di una forma "passivo divino", per indicare un' opera di Dio evitando di nominarlo direttamente (Mt 2,18; Lc 16,25). Grande importanza aveva nell'Antico Testamento la presentazione di Dio come consolatore, che interviene a favore dei sofferenti offrendo un superamento del lutto per la morte, e soprattutto a favore del popolo esiliato, offrendo una nuova possibilità di vita (Is 40,1; 51,12; 66,13).

Il vangelo di Gesù annuncia che Dio è consolatore, perché cambia realmente la situazione; adoperando la sua potenza di Creatore, agisce da persona a persona, crea una realtà nuova. Perciò chi lo accoglie può vivere intensamente i rapporti umani, accettando di diventare vulnerabile per amore.

Rallegratevi e gioite: potete lasciarvi raggiungere dalle sofferenze, non indurirvi, perché Dio vi consolerà, cambierà definitivamente il vostro doloroso in un'esistenza di gioia. Beati voi!

«Beati i miti, perché erediteranno la terra»

La terza beatitudine nella raccolta di Matteo riprende la formula di un sapienziale: «I miti erediteranno la terra» (Sal 36,11). In quella riflessione sulla sorte dei malvagi e dei giusti viene affermato che mite è colui che "non fa qualcosa contro i malvagi, non si lascia trascinare dall'emozione di avversione, non risponde al male con il male. In forma positiva dunque possiamo dire che mite è colui che si orienta fortemente verso Dio e spera nel Signore (Sal 36,9). Usando una terminologia cara al Deuteronomio, il saggio autore del salmo insiste sull'immagine di "ereditare la terra" (Sal 36,9.11.22.29.34), il cui contrario è "essere sterminato". Dato che la terra è per l'antico israelita fondamento della vita, la formula significa avere la possibilità di entrare nella terra promessa e di vivere.

L'aggettivo "mite" (praus) ricorre solo quattro volte nel Nuovo Testame cui tre in Matteo. Oltre al plurale in questa beatitudine (hoi praeis), il evangelista adopera come sua nota caratteristica l'aggettivo per qualificare che Gesù è maestro non duro, non presuntuoso (11,29) e si presenta come re pacifico, non guerriero (21,5: citazione di Zc 9,9). Dall'uso biblico possiamo dunque ricavare i tratti caratteristici della mitezza, che è anzitutto virtù di relazione, capace di evitare i contrasti; è dominio delle proprie emozioni e desideri, per realizzare un pieno rispetto della personalità. altrui. I miti pertanto sono coloro che hanno buone relazioni con sé, con Dio, col prossimo. Ma non è questa "bravura" ad ottenere il premio: Gesù dice il contrario!

La promessa che erediteranno la terra (hoti autoi kleronomésousin ten gen) è bella notizia di un dono divino. Il concetto di "eredità" nel Nuovo Testamento riguarda in genere i beni escatdlogici: si eredita la vita eterna (19,29) e il regno (25,34). Inoltre è implicito il rapporto fra padre e figlio: perciò l'eredità indica un dono, in genere familiare, ed esclude la lotta per la conquista. Unendovi infine il concetto di "terra", oggetto tradizionale della promessa fatta da Dio ai padri, viene ribadito il messaggio del dono del Padre. La terra è simbolo della vita e l'eredità ne implica un possesso sicuro e stabile, garantito dalla volontà di costituisce eredi. La buona notizia riguarda proprio questo intervento di Dio Padre che costituisce gli uomini suoi eredi: l'effetto di un simile dono è la possibilità di attiva convivenza fra gli uomini. 

Rallegratevi e gioite: potete essere miti, non dovete affermarvi con la violenza, perché Dio vostro Padre, con disposizione testamentaria, ha destinato per voi la terra, lo spazio di una vita tranquilla e serena.

«Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati» 

Come al centro del Padre nostro c'è la richiesta del pane, così la beatitudine centrale parla di fame e sete, mentre promette il nutrimento. Ancora una volta però conviene ribadire che il punto focale consiste proprio nella promessa di ciò che Dio sta per fare: «Saranno saziati» (hoti autoi chortasthésontai). Il verbo significa propriamente nutrire, saziare; ma un significato metaforico lo si trova alla fine di un salmo, in cui il sapiente contrappone la propria condizione di giusto a quella degli empi oppressori che pensano solo a mangiare: Ma io per la giustizia contemplerò il tuo volto, al risveglio mi sazierò della tua presenza (Sal 16,15).

La consueta formula al futuro passivo indica un'azione escatologica di Dio: il Signore infatti assicura la vita nel futuro, garantisce la piena realizzazione proprio nell'incontro personale con la sua persona. La realtà del cibo quindi si presta molto bene a significare il tema del desiderio e della soddisfazione. Unendo insieme due verbi (hoi peinéntes kai dipséntes), Matteo allude a fame e sete come desiderio elementare e bisogno naturale, che afferra e penetra la totalità dell'uomo. I due participi dunque designano coloro che sono radicalmente presi dal desiderio; ma la forma di Mt 5,6 con l'oggetto diretto è unica: all'evangelista infatti interessa molto esplicitare l'oggetto del desiderio, cioè la giustizia (ten dikaiosynen). 

Per precisare il significato della beatitudine, bisogna dunque chiarire un'alternativa: l'oggetto desiderato è la giustizia divina, intesa come realizzazione delle promesse, oppure è la giustizia umana, sinonimo di retto comportamento? L'insieme del vangelo e dell'annuncio cristiano impone il primo senso di "volontà divina": oggetto del desiderio non è un retto comportamento morale, ma la realizzazione del progetto divino rivelata in Gesù. L'affamato di giustizia è uno che si impegna in modo deciso per Dio e lo cerca con tutte le forze.

La quarta beatitudine dunque ha carattere globale e riassume tutto l'agire umano: annuncia un importante legame con le parole del Maestro che seguiranno nel discorso per spiegare la "nuova" giustizia e afferma che ci vuole un impegno forte e deciso (cf. 7,24-27). Ma tale desiderio è al servizio della vita:

Rallegratevi e gioite: potete orientare tutto il vostro desiderio verso la volontà di Dio, non dovete preoccuparvi con affanno dei bisogni terrestri, perché Dio vi assicura la pienezza della vita (cf. 6,25-33).

«Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia»

Dopo la giustizia, ecco la misericordia. Perché l'impegno per la giustizia non porti all'orgoglio, la sottolineatura della misericordia richiama il tema iniziale della povertà, orientando l'attenzione alla debolezza degli altri.

Come sempre la causa è indicata nell'opera di Dio; in questo caso però la traduzione italiana non permette di riconoscere il verbo al passivo che si trova nel greco. Possiamo allora tradurre in modo più fedele: «Saranno trattati con misericordia» (hoti autoi eleethésontai). Il verbo eléo (trattare con benevolenza, aver pietà) è abbastanza comune nel Nuovo Testamento, ma soprattutto per indicare l'atteggiamento di Dio e di Gesù: egli dà inizio all'opera escatologica di Dio e garantisce che è sua intenzione trattare con misericordia.

Ripetendo la stessa radice, vengono proclamati beati i misericordiosi (hoi eleé-mones). Questo aggettivo ricorre nel Nuovo Testamento solo in Eb 2,17 per definire Gesù «sommo sacerdote misericordioso». Dall'esame di tale profondo testo teologico ricaviamo che il suo significato è quello della comprensione per le sofferenze altrui: Gesù è detto misericordioso perché solidale con l'umanità e in grado di recarle un aiuto reale ed efficace (cf. Eb 4,15). La misericordia dunque designa il comportamento di chi aiuta il bisognoso: perciò si parla della misericordia di Dio, perché egli soccorre l'uomo che altrimenti da solo si perderebbe.

Gesù annuncia che la misericordia di Dio ha il primato nell'intervento e garantisce che essa genera la misericordia umana, offrendole il modello, come insegna pure nel Padre nostro a proposito dei debiti.

Rallegratevi e gioite: potete perdonare ai vostri debitori, non dovete essere chiusi e ristretti, angosciosamente orientati sul vostro proprio interesse, perché Dio è generoso con voi e vi perdonerà tutte le vostre colpe.

«Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio»

Vedere Dio è una situazione straordinaria: secondo la tradizione biblica Dio non si può vedere (cf. Es 33,20; Gv 1,18). Eppure Gesù promette proprio questo: «Vedranno Dio» (hoti autoi ton theon ópsontai). Anche se manca il passivo divino, l'evento è certamente dono di Dio, che supera l'impotenza umana e compie un suo profondo desiderio. "Vedere Dio" infatti significa stare alla sua immediata presenza e sperimentare la sua realtà gloriosa.

Come nella prima beatitudine ritorna l'uso di un aggettivo con dativo di relazione: i puri relativamente al cuore (hoi katharoì tè kardia) sono coloro che hanno il cuore puro. Classico termine biblico, il cuore indica il centro della vita personale; è lì che si determina l'unità delle relazioni, con Dio e con l'umanità. Anche il concetto di "purità" è tipicamente biblico: pura è ciò che si conforma a Dio, appartiene alla sfera divina e rende a lui graditi. La lettera di Giacomo invita a santificare i cuori e chiama i peccatori dtpsychoi (Gc 4,8), cioè "animi doppi": l'immagine è interessante e ci aiuta a definire i puri di cuore come coloro che sono interamente orientati a Dio.

Accettando in pieno la dipendenza da Dio, si può realizzare la totale conformazione a lui, fino a raggiungere il premio che è Dio stesso, nell'incontro personale.

Rallegratevi dunque e gioite: potete essere determinati solo dalla volontà di Dio, non siete più costretti a cercare altrove soddisfazione, perché Dio uscirà dal suo stato nascosto e vi si presenterà in un incontro personale e immediato.

«Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio»

Al settimo posto Matteo pone l'impegno per la pace (hoi eirenopoiói): non si tratta di persone "pacifiche", in quanto calme e tranquille, ma piuttosto di "pacificatori", cioè persone impegnare a fare la pace. L'aggettivo greco è raro e compare solo qui; il corrispettivo verbo (eirenopoiéo) si trova anche in Col 1,20 dove indica l'opera di Cristo che ha rappacificato terra e cielo per mezzo del suo sangue.

Il tema della pace infatti è più profondo del riferimento a un quieto vivere. In ebraico shalom indica la vita felice e ben riuscita, pienezza del dono divino; così l'evento di Gesù è determinante per stabilire la pace fra Dio e l'uomo, intesa come nuova relazione. Cristo infatti è la nostra pace (cf. Ef 2,14-16), in quanto ci ha strettamente legato a Dio suo Padre.

Ecco dunque l'importanza dell'annuncio: «Saranno chiamati figli di Dio» (hoti autoi hyioi theou klethésontai). Svolgendo il passivo divino, la frase contiene un importante annuncio: Dio li chiamerà figli suoi. Ma nel linguaggio biblico, il nome corrisponde all'essere; perciò l'adozione a figli comporta l'accoglienza reale nella famiglia di Dio e nella comunione piena con lui. La teologia della "figliolanza" è basilare nel Nuovo Testamento e caratterizza la novità portata da Cristo: è infatti quello il rapporto fondamentale e supremo che unisce gli uomini a Dio.

Diventando figli, dunque, gli uomini possono imitare Dio Padre che dona la pace e Gesù Cristo che ha fatto la pace. Da questa comunione sgorga la contentezza:

Rallegratevi e gioite: Dio vi riconoscerà come suoi veri figli e vi prenderà nella sua famiglia; perciò potete impegnarvi per la pace, non dovete ripagare le offese e i patimenti ricevuti.

In un elenco il settimo elemento è considerato il culmine: la settima beatitudine infatti è l'ultima a indicare un agire e la pace è collocata al vertice, perché non esprime solo un atteggiamento, ma indica soprattutto una meta da realizzare. Riassume così le sei precedenti e le presuppone, precisando la natura dell'incontro con Dio, di cui si era parlato nella sesta. 

«Beati i perseguitati per causa della giustizia, perché di essi è il regno dei cieli»

Ma l'elenco non è finito: c'è ancora un'ultima formula. Tuttavia questa beatitudine si distingue dalle precedenti perché non presenta più un atteggiamento, ma evidenzia le conseguenze e comporta un "patire". Alla fine il paradosso diviene ancora più esplicito, legando la felicità alla persecuzione. Ora di questa persecuzione (hoi dediogménoi) viene presentata la causa, che è la giustizia (héneken dikaiosynes). Riprendendo il tema della quarta formula, per giustizia si intende la stretta relazione con Gesù Cristo (5,11) e con la sua parola (13,21).

La promessa che chiude è uguale a quella che apre la serie e, in quanto inclusione, risulta in particolare rilievo come la più importante, mentre le altre sei promesse ne sono l'esplicitazione. Non aggiunge un altro atteggiamento, ma precisa piuttosto un complemento da apporre a ogni beatitudine. La giustizia infatti include tutti gli atteggiamenti delineati e presuppone una loro realizzazione: ma proprio questo stile — annuncia Gesù — determinerà una reazione negativa da parte degli uomini (cf. 2Tm 3,12). La condizione dei perseguitati è espressa con un passivo, per contrapporre ciò che viene dagli uomini a ciò che viene da Dio, abitualmente indicato coi passivi divini. Lo stesso atteggiamento infatti produce due tipi di risposte: la benedizione da parte di Dio e la persecuzione da parte degli uomini. Nonostante tutto,

rallegratevi e gioite, vivete questa profonda felicità: potete infatti sopportare il rifiuto fino a essere uccisi dagli uomini, potete anche perdere la vita senza dover cedere alle loro pressioni per salvarvi, perché Dio onnipotente, re e pastore, è totalmente dalla vostra parte.

Infine, l'evangelista Matteo completa il grande quadro con una ripresa, che amplifica e applica l'ultima beatitudine ai singoli (5,11-12). Le difficoltà sono in linea con la storia passata; ma determinante è l'invito alla gioia con la certa garanzia del premio, che è Dio stesso!

C. Doglio


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