sabato 3 ottobre 2026

DETTI IMPORTANTI DI GESÙ 5

REGOLE DEL DISCEPOLO 2

 lui sa di quali cose avete bisogno (mt 6,7-8)

La preghiera può liberare l'uomo dalla tirannia dell'io, se si abbandona fiduciosamente alla, volontà di Dio. La preghiera, può però anche far sprofondare e giungere in uno spazio in cui l'essere umano cerca di appropriarsi di Dio, per asservirlo ai propri obiettivi e ai propri piani. Il messaggio presente nel profondo di queste preghiere è: "O Dio, fa' che la tua volontà si pieghi alla mia". 

L'uomo vuole auto-determinare la propria vita e quindi indurre anche Dio a fare ciò che lui ritiene opportuno.

In molte religioni esistevano preghiere nelle quali cí si serviva della magia, si usavano nomi segreti di divinità o formule esoteriche per costringere la divinità a mettersi in ascolto. Per questo si vivevano preghiere lunghe e penetranti, ripetute all'infinito.

Del resto, le preghiere magiche si basavano sull'idea che si dovesse parlare la stessa lingua delle divinità'. Per questo motivo, nell'Antichità c'erano gruppi che, per pregare, usavano parole inventate ad arte, che potessero davvero raggiungere Dio. Negli spazi antistanti gli antichi templi, si potevano sentire continui richiami alla preghiera, perché anche le preghiere private venivano recitate ad alta voce.

Gesù non sbeffeggia questo tipo di preghiera, ma se ne serve per mostrare ai suoi ascoltatori che un simile modo di pregare è sbagliato e che questo tipo di preghiera si basa su una falsa immagine di Dio e dice:

«Pregando, non sprecate parole come i pagani: essi credono dí venire ascoltati a forza di parole. Non siate dunque come loro, perché il Padre vostro sa di quali cose avete bisogno prima ancora che glielo chiediate» (Mt 6,7-8).

Subito dopo queste parole, Matteo colloca il Padre nostro. Gesù inizia con l'appellativo abbà (= papà); con questo intimo abbà i bambini si rivolgevano al proprio padre in Israele. Probabilmente non è un caso che nel nostro lóghion si parli semplicemente di «Padre», utilizzando lo stesso termine con cui inizia il Padre nostro.

E questo appellativo confidenziale e fiducioso di Dio si confà alla perfezione a ciò che dice ai suoi ascoltatori in merito alla preghiera: "Non dovete cercare di piegare Dio ai vostri desideri. Sarebbe una violazione diretta del secondo comandamento. Nelle vostre preghiere non dovreste nemmeno usare parole su parole, cioè voler informare Dio su ciò di cui avete bisogno. Dio lo sa già da tempo. Potete semplicemente dirgli le vostre preoccupazioni, con piena fiducia e senza troppi giri di parole, proprio come fate con il vostro padre biologico".

Da dove viene a Gesù la certezza che Dio ascolta le preghiere dei suoi fedeli? Ma non solo: la sicurezza che Dio sappia già da tempo di cosa hanno bisogno e che non devono stare a parlare a lungo con Lui? Naturalmente la trae dalla sua inconcepibile prossitnità a Dio. Ma questa sarebbe la risposta definitiva che viene dal profondo della nostra fede in Gesù Cristo. La penultima risposta è semplicemente che lo sapeva a partire dalla sacra Scrittura. Quando recitava i salmi, pregava con il Salmo 66,16-17: «Venite, ascoltate voi tutti che temete Dio, e narrerò quanto per me ha fatto. A lui gridai con la mia bocca, lo esaltai con la mia lingua».

L'orante che prega in questo salmo e che era stato ín grande bisogno, aveva rivolto la propria supplica a Dio, con la profonda certezza che questi l'avrebbe esaudito. In profondità: il ringraziamento dovuto perché le preghiere sono esaudite era già «sulla punta della lingua» mentre si pregava. E così che richiesta e ringraziamento sí fondono quasi in un'unica preghiera. Ancora più chiaro e Is 65,24, che illustra la venuta del tempo salvifico ín cui il lupo e l'agnello pascoleranno insieme. Tutti i rapporti nel mondo allora saranno sanati e anche il rapporto tra l'umanità e Dio sarà rinnovato: «Prima che mi invochino, io risponderò; mentre ancora stanno parlando, io già li avrò ascoltati».

Gesù vive di questa fiducia (cf. Mc 11,24) e vuole insegnarla anche al popolo d'Israele. Gli israeliti possono chiedere a Dio la venuta della sua signoria con tutta la felicità e la pace che le appartengono, e lo possono fare senza lunghi discorsi.

Evidentemente, qui bisogna fare qualche precisazione. Esiste la preghiera di supplica breve e sincera, detta dal profondo del cuore, l'unica di cui parla Gesù in Mt 6,7-8. Ma esiste anche una preghiera più lunga e diversa, nella quale l'orante osserva la storia di Dio con il suo popolo ― e si, pren de il tempo necessario. Oppure si serve di parole impresse per fare spazio in se e porsi di fronte a Dio nel suo intimo più profondo. Ci sono persino preghiere lunghe senza parole, che non sono altro che un tranquillo sostare alla presenza di Dio. Verosimilmente anche Gesù ha spesso pregato in quest'ultima maniera, ritirato in solitudine (Mc 1,35, 6,46), a volte per tutta la notte (lc 6,12). 

una pietra al posto del pane? (mt 7,9-11)

«Chi di voi, al figlio che gli chiede un pane, darà una pietra? E se [il figlio] gli chiede un pesce gli darà una serpe? Se voi, dunque, che siete cattivi, sapete dare [solo] cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro che è nei cieli darà cose buone a quelli che gliele chiedono».

Come spesso accade, Gesù parla per immagini, di grande effetto, che ci trasportano direttamente nel suo ambiente. Si tratta del pane, all'epoca l'alimento principale della popolazione più povera. Ogni giorno la quantità necessaria di grano o orzo veniva macinata tra due pietre e cotta in focacce. E si tratta del pesce, l'alimento economico proveniente dal pescoso lago di Gennesaret. 

Usando questa doppia immagine, Gesù stava forse pensando alle famiglie più indigenti? Si tratta dei genitori, che mai darebbero ai figli affamati una pietra al posto del pane o una serpe al posto di un pesce. Prima viene la pietra che non si può mangiare, poi una serpe domestica che non si è soliti mangiare.

Con la doppia immagine, però, la sofisticata retorica di Gesù ha solo gettato le basi del messaggio verso il quale tende tutto il discorso. Segue una conclusione a minori ad maius (dal minore al maggiore): "Se voi dunque sapete dare solo cose buone ai vostri figli, quanto più farà il Padre vostro che è nei cieli con i suoi figli!".

La domanda fondamentale che ogni interprete deve porsi su questa piccola catechesi di Gesù sulla preghiera è: ci troviamo quí nell'ambito della «sapienza» d'Israle? E Gesù sta qui parlando come maestro di sapienza? Come Gesù, anche la letteratura sapienziale amava lavorare con i "proverbi". Con essi i figli di genitori più agiati si esercitavano a leggere e scrivere ― e li imparavano a memoria. Questi proverbi erano senza tempo e riflettevano l'esperienza di intere generazioni. Aiutavano ad affrontare la vita, erano un aiuto per la vita ed espressione di saggezza, proprio come molti proverbi del nostro tempo.

Gli studiosi biblici sostengono spesso che alcune parole di Gesù sono sapienziali. Se si riferiscono esclusivamente alla "forma" dei proverbi, in molti casi è vero. Eppure questo dice troppo poco, e potrebbe addirittura essere fuorviante. Da tempo abbiamo capito che Gesù sa giocare con le figure e i generi letterari. Per esempio, usa la forma della proposizione giuridica, ma non per creare un diritto o definire una norma con maggior precisione, bensì per provocare e scuotere le persone.

Se Gesù utilizza forme del linguaggio sapienziale, non significa ancora che stia inculcando o forse anche riformulando regole religiose di saggezza in vista di un'educazione sapienziale. Tutto il suo annuncio parla di una situazione storica nuova senza precedenti, nella quale si trova ora Israele. È una situazione escatologica, nella quale le promesse si compiono e l'Israele escatologico viene radunato. Anche se Gesù si serve di figure sapienziali, il loro Sitz im Leben e il loro vertice di senso è questa situazione escatologica essenziale e penetrante. Per questo dobbiamo chiederci cosa significhino le parole di Gesù sul pregare con fiducia alla luce di questo retroterra.

Esse valgono innanzitutto per i discepoli di Gesù, che hanno lasciato tutto e hanno riorganizzato completamente la propria vita. Nella spirale ín cui sono entrati non devono avere timore. Riceveranno tutto ciò di cui hanno bisogno dal "Padre" che Gesù presenta davanti ai loro occhi. Possono chiederglielo come fanno i bambini.

Le parole di Gesù sul pregare con fiducia, però, vanno anche oltre la cerchia dei discepoli e valgono per tutte le persone in Israele che ripongono la loro fiducia in Gesù e vanno in soccorso di lui e dei suoi discepoli, secondo le loro possibilità. Anche loro vengono ora a trovarsi in situazioni del tutto nuove. Saranno derisi, insultati, calunniati e disprezzati (Lc 6,22). Quando ciò accadrà, potranno essere certi che il loro Padre nei cieli darà loro solo «cose buone», nonostante tutte le sofferenze.

È davvero così: alla fine, il nostro testo parla quasi laconicamente soltanto del «bene» che Dio dona. Si tratta del bene nel senso più generale del termine? Questo termine deve forse essere tenuto aperto così che includa tutto ciò che l'uomo desidera, dalla salute a una vita di pace e benessere? No, può riferirsi soltanto ai doni del tempo della salvezza, cioè a tutto ciò che la signoria dí Dío comprende. 

Oltre a sostituire «pane e pietra» con «uovo e scorpione», l'evangelista Luca mette lo «Spirito Santo» al posto delle «cose buone» e scrive:

« Se voi, dunque, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro del cielo darà lo Spirito Santo a quelli che glielo chiedono» (Lc 11,13).

Questo cambiamento redazionale non è semplicemente dovuto ― come spesso si legge nei commentari ― all'attenzione che Luca pone sull'opera dello Spirito Santo. Piuttosto, Luca vuole chiarire ai suoi lettori che i doni di cui parla Gesù nel nostro lóghion sono i doni escatologici di Dio, la cui essenza è lo stesso Spirito Santo (Is 32,15; 44,3; Ez 36,27; G13,1). E qui Luca aveva assolutamente ragione. Questa breve catechesi sulla preghiera riguarda il giusto modo di pregare all'interno della nuova situazione escatologica che sta ora iniziando.

E questo vale anche per tutti gli altri lóghia e le altre parabole che Gesù usa per parlare della preghiera. Sorprende notare quante volte Gesù deve aver parlato della preghiera di supplica (basti vedere Mc 11,22-25; Mt 15; 7,7-11; Lc 11,5-8; 18,1-8). Questa forte enfasi sulla preghiera piena di fiducia e per lui saldamente e inseparabilmente legata all'avvento della signoria di Dio. La supplica fiduciosa che Gesù chiede ai suoi discepoli e a tutto Israele corrisponde esattamente all'atteggiamento che l'uomo dovreb be adottare in vista dell'avvicinarsi della signoria di Dio. La signoria di Dio deve si farne un "violento" (cf. sopra, cap. 10), ma soprattutto, e ancora di più, egli può lasciarsi donare da essa come un bambino (cf sotto, cap. 46). Perché è una grazia inaspettata, sorprendente, immeritata. Preghiera di supplica e regno di Dio sono quindi inestricabilmente uniti in Gesù.

non giudicate! (mt 7,1)

Questo detto di Gesù, senza dubbio autentico, è costruito secondo la ben nota "legge del taglione" risalente all'Antico Testamento (ciò che fai a un altro sarà fatto a te). La forma passiva del secondo stico e un cosiddetto passivum divinum. Questo significa che il soggetto sottinteso è "Dio" ma, per rispetto verso il suo nome, non viene menzionato in maniera esplicita. 

«Non giudicate, per non essere giudicati». Quindi Mt 7,1 dice: «Non giudicate per non essere giudicati da Dio!».

Certo, questo non vuol dire che, nell'ultimo giorno, se qualcuno non si e mai eretto a giudice sugli altri non ci sarà per lui alcun giudizio. Tutti dovranno passare attraverso il giudizio di Dio. Il significato e piuttosto: "Non giudicate gli altri per non essere giudicati daDio nello stesso modo, per evitare che vi tratti come voi trattate gli altri". Il concetto diventa ancora più chiaro se si tiene presente una parola di Gesù che Luca ha collegato direttamente al «non giudicate». Subito prima, in Lc 6,36, si legge: «Siate misericordiosi, come [Dio] il Padre vostro è misericordioso!». 

Nessuno si può sottrarre al giudizio di Dio. Alla nostra morte, l'intera storia della nostra vita con tutte le sue sfaccettature sarà esposta alla luce infinitamente chiara e illuminante di Dio. Ma anche in questo tribunale, dove tutto passa in rassegna, Dio rimane un Dio misericordioso, perché così sí è rivelato definitivamente in Gesù. Per questo motivo tutti coloro che si riconoscono in Gesù devono essere misericordiosi verso i loro fratelli e le loro sorelle. Se invece mancano delíberatamente di comprensione e di misericordia nel loro giudizio sugli altri, dovranno tremare davanti al giudizio di Dio (cf Mt 12,36-37). Tutto questo si cela dietro le parole estremamente stringate e quasi categoriche: «Non giudicate, per non essere giudicati!». Ma restano aperte molte domande.

1. Forse che Gesù, con queste parole, intende vietare qualsiasi funzione giudiziaria ufficiale all'interno della società? Assolutamente no! Qui vale quanto detto per la rinuncia alla violenza: senza un sistema giudiziario statale che preveda leggi, tribunali, giudici e organi esecutivi, non potrebbe esistere uno Stato di diritto. La parola dí Gesù riguarda coloro che hanno deciso di vivere alla luce dell'imminente signoria di Dio.

2. Con il suo detto, Gesù proibisce forse anche qualsiasi giudizio ufficiale all'interno del popolo di Dio? Non può nemmeno aver inteso questo. Perché in tal caso sarebbe impossibile, per esempio, formulare all'interno della chiesa giudizi pubblici giusti su comportamenti gravi e persistenti. Mt 18,17 (esclusione dalla chiesa), At 5,1-11 (Saffira e Anania) e 1 Cor 5,1-5 (casi di incesto nella comunità di Corinto) danno per scontate queste condanne pubbliche.

3. «Non giudicate» significa forse che l'individuo non deve assolutamente permettersi di esprimere un giudizio sul comportamento degli altri? Gesù non può aver inteso nemmeno questo. Chiunque viva in modo responsabile deve esprimere giudizi sugli altri. I genitori devono giudicare i comportamenti dei loro figli da un punto di vista morale, gli insegnanti devono giudicare il comportamento dei loro alunni, i politici devono giudicare le più svariate situazioni sulle quali è richiesto un loro parere. Ma "giudicare" è uguale a "condannare"? Certamente no. Eppure, purtroppo, ínsegnantí, giornalisti, politici e professionisti che operano in diversi ambiti devono non solo giudicare, ma in alcuni casi anche condannare pubblicarnente. Proprio qui occorre fare una distinzione importante: può succedere di dover condannare il comportamento di una persona, non solo in privato ma anche sulla pubblica piazza. Questo non significa che dobbiamo condannare anche come persona. Perché è proprio in questo modo che avrebbe inizio quella prassi di annientamento oggi tanto diffusa sui social media (e non solo).

4. Gesù stesso non ha forse condannato altre persone? Basti pensare anche solo alle parole estremamente taglienti pronunciate nei confronti deí farisei e dei maestri della legge, oppure al suo duro giudizio sulle città di Corazin, Betsaida e Cafarnao. Per rispondere, si dovrebbe ora dire proprio ciò che piu volte è già risuonato in questo libro, ma che non e ancora stato veramente messo a tema: la pretesa signoria di Gesù o, piu precisamente, l'osservazione che Gesù parla e agisce come se lui stesso fosse al posto di Dio. Ma di questo si parlerà nel dettaglio nella quinta parte. Qui basti dire noi non siamo affatto Gesù.

In questo contesto, inoltre, c'è un altro lato decisamente diverso di Gesù, di cui dobbiamo prendere atto e che ha un peso di gran lunga maggiore rispetto a tutti i suoi giudizi taglienti. Nel racconto di Gv 8,1-11, Gesù dice notoriamente all'adultera: «Neanchio ti condanno». E non si tratta di un equivoco; non e un detto chiuso in se stesso. Corrisponde piuttosto al comportamento più volte attestato in Gesù nei confronti di esattori delle tasse, prostitute e peccatori. Tuttavia, proprio questo "non condannare" mostra ancora una volta da una prospettiva diversa quanto Gesù sia consapevole della sua signoria. Anche qui Gesù si comporta come colui che è pura immagine di Dio ― persino nella sua compassione.

Vuole farci riflettere, sollecitarci, incoraggiarci ad assumere il comportamento corretto, senza però costruire un sistema teologico-morale.

Questo nulla cambia dell'estrema attualità del suo comando di non giudicare. Con i mezzi di comunicazione moderni, la nostra società sta attualmente scivolando in una situazione ín cui chiunque può ferire, calunniare, giustiziare verbalmente e distruggere gli altri con un effetto dirompente come mai prima d'ora. Attraverso la tecnologia moderna e i social media, l'odio reciproco e la diffamazione spietata stanno acquisendo un'irruenza prima semplicemente inimmaginabile. Anche qui (e non solo nel popolo di Dio), il rigoroso divieto di giudicare pronunciato da Gesù potrebbe avere l'effetto non solo di una scossa, ma soprattutto di salvezza. 

la pagliuzza e la trave (mt 7,3)

Perché guardi la pagliuzza che è nell'occhio del tuo fratello, e non ti accorgi della trave che è nel tuo occhio? (Mt 7,3).

Come abbiamo già potuto constatare, si tratta dí un parallelismo antitetico, cioè di una figura retorica particolarmente frequente in Gesù, in quanto consente di fare affermazioni dirompenti. Nel nostro caso questo effetto è ulteriormente intensificato dall'uso del "tu" e, soprattutto, dalla scelta delle immagini: già è difficile tollerare un minuscolo pelucco nell'occhio; con la trave diventa tutto surreale.

Poiché però si parla di sguardo nell'occhio del fratello nella fede, ci spaventiamo e sappiamo di cosa si tratta: le persone del popolo di Dio sono a noi più vicine di altre. E sono proprio le stupidità e gli errori di chi ci è vicino nella fede che vediamo in maniera troppo nitida, per i quali ci formalizziamo, che ci irritano o ci fanno arrabbiare i nostri errori invece tendiamo a sminuirli, anche se spesso assumono dimensioni completamente diverse. Il più delle volte, come dice il nostro lóghion, non ce ne accorgiamo nemmeno.

Prima di Gesù l'immagine estrema della «trave nell'occhio» non è attestata da alcuna parte. Deve essere un'invenzione di Gesù. Forse il retroterra è quello del falegname Gesù con la sua esperienza di vita? Le travi sono utilizzate per costruire, e tra la punta di un dito e l'unghia ci si trova ben presto conficcata una scheggia. D'altro canto, non dobbiamo proprio stupirci del fatto che le folle stessero ore e ore ad ascoltare Gesù.

Alcuni interpreti si meravigliano perché, in questo e in altri detti di Gesù, non compare la benché minima traccia dell'annuncio del regno di Dio. Nella maggior parte dei casi i lóghi a corrispondenti vengono dichiarati «sapienziali» e quindi privati della loro urgenza escatologica. La questione e tanto importante che vale la pena affrontarla ancora una volta in questa sede.

Per primo cosa, è evidente che l'avvento che il tema della Signoria di Dio è il tema fondamentale della predicazione di Gesù. Ma se il regno di Dio è la tematica effettiva, ciò non vuol dire che debba comparire come parola chiave in ogni lóghion. É sufficiente che la tematica di un lóghion possa essere collocata nell'annuncio escatologico e soprattutto nell'attività pratica di Gesù.

Ed e proprio questo il caso: Gesù non si e limitato a proclamare la signoria dí Dio affinché molti individui cercassero di vivere nella sua luce. Sarebbe un grave fraintendimento della sua opera. Già nell'Antico Testamento non è mai in gioco solo il singolo individuo. Dio vuole crearsi un popolo nel mondo. Gesù ha portato avanti con la massima naturalezza questo tema biblico d'importanza fondamentale, radunando i discepoli intorno a se per vivere con loro la novità della signoria di Dio. La sua cerchia di discepoli doveva propagare la propria luce in tutto Israele. Senza questo spirito comunitario non si comprenderebbe l'annuncio di Gesù sulla signoria di Dio, e naturalmente nemmeno il suo detto: «Chi non raccoglie con me disperde» (Lc 11 ,23 ). 

La nuova convivenza donata dalla signoria di Dio comporta ora la necessità di unire la propria vita a quella degli altri, in maniera assolutamente nuova, tanto da sconvolgere la vita precedente. Questo non significa so lo aiutarsi l'un l'altro nel comune lavoro apostolico, ma anche sostenersi e orientarsi vicendevolmente verso il comune obiettivo. In altre parole: richiede la correzione reciproca. Non è un caso che la correzione fraterna avrà in séguito un ruolo così rilevante nelle lettere del Nuovo Testamento.

Il "correggersi l'un l'altro" pero e un'attività pericolosa. Se viene praticata senza rendersi conto delle proprie mancanze, anzi senza rendersi conto della propria colpa già perdonata da Dio, e quindi senza umiltà, la correzione diventa deleteria e offre nutrimento ideale all'ipocrisia e all'avidità di dominio. Il drastico e quasi minaccioso ammonimento di Gesù sulla trave nel proprio occhio è quindi direttamente collegato al nuovo stare insieme nella sua cerchia di discepoli, alla fraternità in Israele e in generale all'avvento della signoria di. Dio. Alla luce di ciò che Dio si appresta a fare nella sua gratuita benevolenza, non possiamo più giudicare né sentenziare sugli altri con superbia. Certo, la correzione fraterna è urgente e necessaria, ma chi la pratica deve essere consapevole della trave nel proprio occhio e deve essere disposto a farsela togliere.

Basti leggere Rm 15,14; Ga16,1; 1 Ts 5,14; 2 Ts 3,13-15; 1 Tm 5,19-21; 2 Tm 4,2; Tt 1,13; 2,15. A questa serie appartengono anche i testi sulla correzione fraterna presenti in Mt 18,15-20 e Lc 173 e forse anche la prosecuzione del lóghion sulla «pagliuzza e la trave» in Mt 7,4-51/ Lc 6,42.

nessuno può servire due padroni (mt 6,24)

A un primo sguardo si nota subito che è costruito ad arte:

«Nessuno può servire due padroni, perché o odierà l'uno e amerà l'altro, oppure si affezionerà all'uno e disprezzerà l'altro. Non potete servire Dio e la ricchezza» (Mt 6,24)

Anche in questo caso, come per molti altri lóghia di Gesù, vale la regola per cui, con una struttura così rigorosa, il detto diventa facile da memorizzare. In Gesù sono pochi i temi sui quali sono stati versati tanti fiumi d'inchiostro quanti per la sua critica alla ricchezza. Si pensi anche solo al detto sul cammello e la cruna dell'ago (Mc 10,25), al comando: «Non accumulate per voi stessi tesori sulla terra!» (Mt 6,19), all'invettiva contro i ricchi (Lc 6,24), alla parabo la del ricco stolto (Lc 12,16-20) e a quella del ricco e del povero Lazzaro (Lc 16,19-31). In questo contesto va menzionato anche un episodio come quello dell'uomo che Gesù chiama a seguirlo, ma che non riesce a separarsi dai suoi beni e se ne va triste (Mc 10,17-22). Evidentemente Gesù ha avuto spesso modo di sperimentare che l'avidità di denaro e l'attaccamento ai beni erano un serio ostacolo alla fede e alla sequela. Non si spiegherebbero diversamente i suoi bruschi giudizi sulla ricchezza. A questi giudizi appartiene anche, il detto che non si possono servire due padroni: Dio e la ricchezza/mammona. Contrasti tanto spigolosi come Dio e la ricchezza/mammona sono caratteristici di Gesù. Quando si tratta di Dio e della sua signoria, ci può essere solo una dedizione completa. 

Caratteristico di questo tipo di istruzioni è anche il fatto che Gesù si serve di materiale narrativo preso dal mondo reale dei suoi ascoltatori. Quello era il loro mondo e lì sapevano come muoversi. Quante volte uno schiavo o un subalterno doveva servire due padroni, ad esempio il padrone più anziano e suo figlio che, per quanto diverso dal padre, pretendeva anch'egli di essere servito?

A favore dell'autenticità di Mt 6,24 depone anche il termine originario "mammona", che proviene dalla lingua madre di Gesù ed e stato mantenuto anche nella traduzione greca. Questa parola si basa sull'aramaico mamon e significava "patrimonio, proprietà, denaro". Mammona e usato come un «nome proprio personificato». Per Gesù, il dio "ricchezza" e un esempio di tutti i poteri che incatenanogli esseri umani e impediscono loro di amare il vero Dio con tutto il cuore per essere cosi idonei a seguirlo.

La parola chiave è "tutto" e ci pone di fronte a un problema nel quale sprofondano coloro che credono ín Dio. Noi vorremmo entrambe le cose: vogliamo assolutamente Dio, che deve essere Signore. Ma allo stesso tempo vogliamo noi stessi: vogliamo essere signori della nostra vita. Vogliamo amare Dio, ma condurre la nostra vita nel modo in cui noi ce la immaginiamo e come noi vorremmo. Sempre entrambe le cose insieme. Ed ecco che Gesù dice senza mezzi termini ― e lo dice avendo ovviamente sullo sfondo Dt 6,5: entrambe le cose insieme non sono più possibili. Ora che la signoria di Dio si sta inverando, non puoi più definitivamente servire due padroni. Il regno di Dio richiede il tuo "tutto" incondizionato.

il cammello e la cruna dell'ago (mc 10,25)

Gesù mette in discussione la ricchezza anche con il detto del cammello e della cruna dell'ago; lo fa in modo ironico, ma allo stesso tempo con una chiarezza insuperabile. Questo detto del Signore e estremamente sintetico e costruito come parallelismo antitetico:

«È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio» 

Questo modo di parlare e una provocazione ― a livello narrativo lo era persino per i discepoli di Gesù, sebbene avessero lasciato tutto (Mc 10,24). Con provocazione sia qui detto innanzitutto che Gesù non fornisce informazioni su quanti ricchi saranno effettivamente salvati; il risultato e quindi: zero per cento. Gesù vuole piuttosto scuotere, smuovere dalla propria roccaforte, far cambiare strada per imboccare quella che porta verso il regno di Dio. Ma se anche ci si rende conto che non si tratta di informazioni, bensì di una provocazione, il testo rimane comunque estremo, come lo e stato nei secoli. Marius Reiser cosi scrive:

[Si può] trovare di continuo chi sostiene che invece di kamélon («cammello») il testo originario contenesse il termine kamilon, e che questa parola significa «fune» o «gomena». Ma il greco ha altri vocaboli per «fune»; il presunto vocabolo che sta per gomena non è attestato in nessuno scritto greco; è verosimilmente un'invenzione fantasiosa dei filologi bizantini per spiegare il nostro passaggio.

Come il cammello, anche la fune non passa per la cruna di un ago. Ma la cruna dell'ago e la fune sono un po' più vicine rispetto all'animale proverbialmente più grande d'Oriente e al buco proverbialmente più piccolo che si possa immaginare.

Un biblista medievale, probabilmente un monaco irlandese, pretendeva di saperne di più dei bizantini e della loro gomena. Ipotizzò che la città di Gerusalemme dovesse in tutta probabilità avere una porta piccola e stretta, attraverso la quale i cammelli con i loro carichi molto alti faticavano a passare. Questa porta stretta sarebbe stata chiamata "Cruna dell'ago". Gesù avrebbe quindi detto: "Un cammello con un carico altissimo passerebbe attraverso quella porta di Gerusalemme più facilmente che un ricco nel regno di Dio".

Si noti l'intenzione: i ricchi devono semplicemente scaricare un po' di bagaglio sotto forma di elemosina. E allora anche loro possono passare per la cruna dell'ago. Con queste interpretazioni si era di sicuro ben lontano da Gesù. E oggi nulla e cambiato in questa distanza. Non è necessario inventare traduzioni più dolci per rendere Gesù più gestibile. Semplicemente non si fanno più prediche sulle sue parole spesso scandalose, mentre si sceglie solo ciò che oggi "suona bene". E questo è soprattutto il Gesù "tenero".

Ma Gesù resta scomodo. Ciò che colpisce nel nostro contesto è che, nel suo discorso, non prende esplicitamente in considerazione la possibile e ragionevole "funzione sociale" della ricchezza, intendendo con ciò che un ricco resta ricco, ma tutto il superfluo viene di continuo impiegato per scopi sociali. Importanti teologi dell'Antico Testamento avevano già in mente questo modello di bilanciamento sociale: la legislazione sociale del Deuteronomio cerca di eliminare la più grande povertà del Paese ― quella degli orfani, delle vedove, dei leviti e degli stranieri ― attraverso varie leggi. L'obiettivo e una società senza poveri o, per dirla in modo più prudente, una società in cui la povertà emergente venga compensata il più rapidamente possibile (ef. Dt 15,1-11). In questo modello di società i benestanti, e ancor più i ricchi, che non chiudono la propria mano davanti aí poveri, hanno una funzione importante.

Con Gesù, però, questa possibilità positiva di ricchezza non riveste evidentemente un ruolo particolare. Perché, quando parla contro i ricchi, Gesù non introduce soluzioni come quelle proposte dal Deuteronomio o dalla Tora in generale? O forse lo fa, per esempio, quando dice secondo Mt 5,42: «Da' a chi ti chiede, e a chi desidera da te un prestito non voltargli le spalle»?

Si potrebbe forse anche aggiungere, ín tal senso, che Gesù trattava i benestanti con la massima disinvoltura: si autoinvita dal ricco Zaccheo, che si impegna persino a dare in futuro metà del suo reddito ai poveri (Lc 19,5.8); si siede a tavola con gli esattori delle tasse (Mc 2,15); donne indipendenti e quindi benestanti sostengono lui e i suoi discepoli con le loro ricchezze durante la loro vita itinerante e incerta (Lc 8,1-3). Eppure, di certo non si tratta tanto della funzione sociale della ricchezza, quanto del fatto che il raduno del popolo di Dio da parte di Gesù conosce diverse fasi. I più vicini a lui sono i Dodici e, intorno a loro, un gruppo più ampio di discepoli. E poi c'è anche la grande moltitudine di coloro che accolgono il messaggio di Gesù; ma rimangono legati al proprio ambiente. E ci sono anche amici, persone guarite, simpatizzanti, aiutanti occasionali e persino fruitori. All'interno di questo movimento di Gesù, socialmente eterogeneo, collocherei anche i ricchi con cui Gesù aveva a che fare o che stavano dalla sua parte. Anche loro fanno parte del raduno del popolo escatologico di Dio, che vuole condurre tutto Israele compresi i peccatori, i falliti e coloro che sono in ricerca, nelle grandi promesse degli ultimi giorni.

Naturalmente, non cambia nulla dei giudizi scandalosi, anzi, intransigenti che Gesù formula sulla ricchezza. Sono frasi che resistono in se e per sé. Forse la loro asprezza e dovuta al fatto che, all'epoca di Gesù e nel suo ambiente, la ricchezza era quasi sempre alimentata dall'oppressione e dallo sfruttamento? Questi aspetti potrebbero certo contribuire ma, in ultima analisi, si potrebbe comprendere Gesù solo se si tiene conto dell'irruenza con cui la signoría di Dio si sta avvicinando.

che cosa rende impuro l'uomo (mc 7,15)

Il loghion che accosteremo ora, Mc 7,15, è diventato uno dei lóghia di Gesù più gravidi di conseguenze, fino a incidere profondamente nella storia. Benché non sia l'unico, e comunque una delle ragioni per cui i cristiani hanno preso le distanze dalla Tora anticotestamentaria della purità e da molte altre prescrizioni. Il testo recita:

«Non c'è nulla fuori dell'uomo che, entrando in lui, possa renderlo impuro. Ma sono le cose che escono dall'uomo a renderlo impuro» (Mc 7,15).

Anche in questo caso si tratta di un parallelismo antitetico quasi da manuale scolastico, con una vivacità che rende il detto del tutto comprensibile anche all'orecchio di semplici ascoltatori. Marco (oppure la tradizione a lui precedente) lo colloca nel contesto seguente: farisei e scribi di Gerusalemme notano che alcuni discepoli di Gesù non compiono le abluzioni rituali prima di mangiare e rendono così impuro anche il cibo che mangiano. Chiedono quindi: «Perché, i tuoi discepoli non si comportano secondo la tradizione degli antichi?». Almeno così Marco illustra la situazione.

Cosa si intende qui per «tradizione degli antichi»? Non si tratta semplicemente del codice di purità previsto nella sacra Scrittura, come ad esempio in Lv 11-15 e Dt 14,3-21; 23,10-15. In questi passaggi non e scritto che bisogna lavarsi le mani prima di mangiare o dopo una visita al mercato. Il nostro testo può quindi solo significare che i discepoli non si attengono alle prescrizioni in fatto di purità, che si erano formate o che stavano iniziando a formarsi nella comunità farisaica. Il loro scopo era che le prescrizioni sacerdotali si imponessero all'interno della propria comunità e, oltre a questa, in tutto il popolo. Può essere che Gesù, in occasione di una simile accusa, abbia difeso i suoi discepoli e abbia pronunciato il lóghion di cui stiamo parlando.

Ma può anche essere che questo detto sia stato pronunciato in altre situazioni. Gesù ha mangiato spesso con persone che non si attenevano certamente alle norme farisaiche in materia di purità. Si pensi, per esempio, a quando mangiava con pubblicani e peccatori (Mc 2,15), ambienti in cui non si prestava molta attenzione alle questioni di purità rituale. Agli occhi dei farisei o delle persone che vivevano secondo l'interpretazione farisaica della legge, Gesù si rendeva impuro frequentando simili commensali. Il detto potrebbe provenire anche da una situazione del genere. Allora esso non sarebbe un rifiuto in linea di principio della Torà della purità, ma il comandamento dell'amore e l'annuncio della signoria di Dio sarebbero sem plicemente posti al di sopra di qualsiasi osservanza delle norme di purità.

Esiste però anche una terza possibilità, che a me pare di gran lunga la più verosimile. Abbiamo già visto che determinati testi evangelici si spiegano nel modo migliore se si tiene conto della instabile vita itinerante di Gesù e dei suoi discepoli. I discepoli, quando avevano camminato tutto il giorno e la sera erano felici di essere accolti in una casa e di ricevere da mangiare, ben difficilmente si saranno domandati se il cibo e la sua preparazione corrispondessero alle prescrizioni dei farisei in fatto di purità. Con il nostro detto Gesù potrebbe aver legittimato tale loro comportamento. A favore di questa ipotesi depone in ogni caso l'invito di Gesù «mangiate quello che vi viene offerto» del discorso missionario (Lc 10,7). Possiamo aggiungere "Mangiate quel che vi mettono davanti, senza stare a chiedervi cosa è puro e cosa impuro". In ogni caso il Vangelo copto di Tommaso ha posto questo detto di Gesù nel contesto del discorso missionario (VangTom 14). Se il detto di Mc 7,15 aveva il suo luogo originario nell'esistenza itinerante di Gesù e dei suoi discepoli, allora esso non intende abolire la Torà anticotestamentaria della purità, ma antepone semplicemente la predicazione della signoria di Dio a qualsiasi altra legge. 

Il retroterra della comunità farisaica era costituito da Es 19,6: «Voi sarete: per me un regno di sacerdoti e una nazione santa». Questo passo, però, significava probabilmente che l'intero Israele, con la sua esistenza, doveva svolgere una funzione quasi sacerdotale, cioè fare da mediatore tra la volontà di Dio e le nazioni.

Ora però dobbiamo ammettere che Mc 7,15, considerato in se stesso, non permette di riconoscere alcuna situazione concreta ed è formulato in maniera radicale e assoluta: ciò che entra dall'esterno non può rendere impuro. L'uomo è reso impuro soltanto da ciò che esce da lui, cioè dal male annidato nel suo cuore, che poi si manifesta nella malvagità delle sue azioni. Da qui la domanda ríformulata: Gesù non ha forse abrogato tutta la Torà della purità della Scrittura?

Riusciamo a fare dei passi in avanti in questa difficile questione soltanto se facciamo il paragone con il modo in cui egli si comporta con altre prescrizioni della Torà (e con la loro interpretazione dell'epoca). Gesù non pensa neanche lontanamente di abolire il comandamento del sabato; tuttavia, quando si tratta di guarire una persona malata, lo mette in subordine. Naturalmente, per Gesù questo avviene nel contesto della signoria di Dio che si sta realizzando ora (Mc 3,1-6). Non pensa nemmeno di abolire il quarto comandamento, ma lo pospone, in caso di necessità, alle esigenze della signoria di Dio (cf. sopra, cap. 18). E non prende nemmeno in considerazione l'idea di abolire il culto del tempio, però lo mette in seconda linea rispetto alla necessità di riconciliarsi (cf. sopra, cap. 31). Di conseguenza possiamo dire: Gesu non aveva intenzione di dichiarare sbagliata e superata la Tora della purità. E comunque ordina al lebbroso, che ha guaríto, di presentarsi al sacerdote conformemente a Lv 14 e di offrire il sacrificio prescritto per la purificazione (Mc 1,44).

Anche qui dobbiamo però aggiungere prima Gesù aveva toccato il lebbroso senza la minima esitazione. Evidentemente agisce sempre con grande libertà. E Mc 7,15, è adesso formulato in modo realmente radicale e assoluto. Un problema insolubile?

Probabilmente la soluzione va cercata nella stessa direzione in cui abbiamo cercato di risolvere il divieto del divorzio. In quest'ultimo caso Gesù si è richiamato in fondo alla volontà creatrice di Dio: «Così non sono più due, ma una sola carne. Dunque l'uomo non divida quello che Dio ha congiunto» (Me. 10,6-9). Quando Gesu afferma che nulla di quanto esiste al di fuori dell'uomo e impuro, e che tutta l'impurità proviene dal suo cuore malvagio, sullo sfondo potrebbe esserci il racconto della creazione, dove si dice: «Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa molto buona» (Gen 1,31) .

Se il mondo, con tutto ciò che è in esso, e stato creato buono e se l'avvento della signoria di Dio ristabilisce l'originaria bontà della creazione e la porta al suo massimo compimento, allora lì dove la signoria di Dio viene accolta nulla sarà impuro. L'impurità scaturisce allora solo e sempre attraverso il male che proviene dall'uomo stesso.

Gesù, qualora abbia pensato così, non ha affatto abolito la Torà antico testamentaria della purità. Perché anch'essa e proprio uno degli strumenti di cui Dio si serve per creare, nel bel mezzo della creazione turbata e fetida, un popolo santo. Allora egli ha posto ogni comandamento riguardante la purità sotto il segno della creazione buona. Evidenziando poi la volontà creatrice di Dio ha messo nella giusta luce la Torà della purità. O se vogliamo: ha precisato la Tora mediante la Tora.

Per inciso, oggi vediamo sempre più quanto fosse prematura e inadeguata la classica soluzione ecclesiale che prevedeva il mantenimento delle prescrizioni cosiddette "morali" della Torà, dichiarando in generale abrogate tutte le altre prescrizioni (il cosiddetto codice cerimoniale o rituale). Perché questa soluzione ecclesiale era altamente problematica?

La Torà contiene lunghe leggi in fatto di purità (cf. Lv 11-15), che riguardano soprattutto la casa, l'abbigliamento, il corpo e il mangiare. Qui viene stabilito come persone che sono state guarite da una malattia della pelle sono dichiarate pure. E si distingue tra animali che rendono impuri e animali puri. Si stabilisce quale tipo di carne può essere mangiato e quale no. Tutto questo e superato? Sembra così.

Nel contesto di Mc 7,15 teologi cristiani hanno di continuo affermato che, con la distinzione gesuana tra "interno" ed "esterno", tutta la santità rituale esterna sarebbe ricondotta da una sfera materiale pre-personale al suo vero senso, a una santità personale interiore. Bisognerebbe però fare molta attenzione a parlare così, perché anche la santità sganciata dalla concretezza esteriore indica nel Nuovo Testamento decisamente qualcosa di più di una semplice qualità interiore dell'anima o della persona morale.

Tutto il popolo di Dio deve infatti essere una nazione santa (1 Pt 2,910). La santità abbraccia quindi sempre anche la dimensione comunitaria e sociale, che è inscindibilmente collegata al singolo individuo. Il termine "santo" non si riferisce solo all'interiorità del singolo. Sante devono essere anche le condizioni di vita, le strutture sociali e le forme dell'ambiente in cuí l'uomo vive e in seno alle quali costantemente si progetta. E precisamente a questo avevano da sempre mirato le prescrizioni "oggettive e rituali" della Torà riguardanti la purità.

La fede in un Dio che aveva condotto Israele fuori dall'Egitto, ne aveva fatto il suo popolo e gli aveva donato la terra, deve plasmare anche l'intero ambiente di vita d'Israele. D'ora ín avanti non potrà più accadere che qualcuno nel popolo di Dio creda con la bocca e con il cuore, ma nello stesso tempo disprezzi il proprio corpo, lasci deperire gli spazi della vita in cui è di casa e distrugga il suo ambiente. Esattamente in questa direzione punta un detto del profeta Zaccaria: «In quel tempo anche sopra i sonagli dei cavalli si troverà scritto: «Sacro al Signore», e E...] tutti i recipienti di Gerusalemme e di Giuda saranno sacri al Signore degli eserciti» (Zc 14,20-21).

Verrà un giorno in cui tutto Israele ― non solo le persone, ma anche le cose e tutte le condizioni della vita in generale ― si troveranno in uno stato stabilito da Dio e rispecchieranno la sua signoria. Nella misura in cui corrisponderanno alla volontà di Dio e saranno plasmate dalla sua vicinanza, troveranno poi anche la loro identità e promuoveranno la vita. La Tora di purità anticotestamentaria vuole non solo che l'uomo sia santo davanti a Dio nel suo cuore, ma anche che la fede ín Dio plasmi e trasformi il suo mondo.

Per quanto concerne questa finalità della Tora della purità, siamo ancora ben lungi dall'averla messa in pratica. Le leggi della purità dell'Antico Testamento meritano di essere rilette, ripensate e riconsiderate per scoprirne quale sia il significato originario. Se ne comprendiamo il senso interiore, ci impediranno di sfruttare il pianeta, distruggere il nostro ambiente, operare nella massima arbitrarietà e privare le cose e le persone della loro identità e del loro potere simbolico.

Lo studioso di Antico Testamento Frank Croseiviann ha osato dire: «L'identità del Dío biblico dipende dall'unione con la sua Torà». E ha ragione. Perciò la chiesa non può e non deve mai rinunciare alla Torà. Neppure a parti di essa. Deve naturalmente viverla e leggerla nello spirito di Gesù, cioè in virtù del nuovo che è venuto con lui nel mondo, in virtù della sua libertà e ragione, della sua radicalítà e timor di Dio.

quello che è di cesare rendetelo a cesare! (mc 12,17)

Mc 12,13-17 presenta ai nostri occhi una scena drarnmatica: una delegazione composta da farisei ed erodiani viene inviata a Gesù «per coglierlo in fallo nel discorso». La delegazione si presenta a Gesù e lo mette di fronte al problema più scottante che esisteva allora in Israele: È lecito o no pagare il tributo a Cesare? (Mc 12;14). La forma indiretta ― «È lecito?» ― rimanda a Dio: "È permesso da Dio...? ”. 

La tassa a testa era un monito costante per i giudei e ricordava loro che non erano più liberi, ma al tempo stesso li poneva di fronte a una questione di fede: se Dio era il Signore e Re d'Israele, attraverso il pagamento di un'imposta pro capite potevano riconoscere anche l'imperatore come loro Signore?

Proprio per questo motivo gli zeloti sí rifiutavano di pagare la tassa all'imperatore, invitavano il popolo a opporre resistenza e pianificavano la sommossa. Alcuni farisei e gruppi sociali erano dalla loro parte. L'aristocrazia sacerdotale di Gerusalemme, invece, voleva evitare a tutti i costi una rivolta. In questi ambienti, il pagamento dell'imposta imperiale era visto come una necessità politica, e dello stesso parere erano anche gli erodiani.

Gesù si sarebbe trovato in grande difficoltà. Confermando la necessità dell'imposta pro capite si sarebbe schierato con il sinedrio e quindi, indirettamente, con i detentori del potere spirituale che poco prima, con la sua azione nel tempio, aveva accusato di aver trasformato la casa di Dio in un covo di ladri (Mc 11,17). Se invece avesse negato la liceità dell'imposta pro capite, si sarebbe posto a fianco degli zeloti esprimendosi così favorevole a una rivolta contro Roma. In tal caso, però, il sinedrio l'avrebbe accusato di istigazione alla sommossa davanti al prefetto Ponzio Pilato.

Gesù si sottrae a questo dilemma ín modo ammirevole. Chiede alla delegazione di portargli una moneta di quelle usate per il pagamento dell'imposta. 

Viene quindi portato un denaro d'argento. Gesù lo mostra ai suoi avversari e chiede: «Questa immagine e l'iscrizione, di chi sono?». Si noti l'ironia che introduce in scena ponendo questa domanda. Certo, i suoi avversari sapevano bene cosa c'era sulla moneta. Ma ora devono rispondere come scolaretti: l'immagine e l'iscrizione «di Cesare». E ora Gesù dà loro la risposta decisiva, tanto sintetica e sorprendente come lo era stata la loro domanda: «Quello che è di Cesare rendetelo a Cesare, ma quello che è di Dio, a Dio».

Il primo versetto va chiaramente contro gli zeloti e il loro rifiuto di pagare la tassa a Cesare, per la quale, come abbiamo visto, serviva proprio la moneta d'argento. Questa moneta diventa uno "strumento didattico" per Gesù. Ma in che modo? L'hanno detto gli avversari stessi di Gesù: immagine e iscrizione sono «di Cesare». Vale a dire: la moneta appartiene all'imperatore. Certo, non come bene di proprietà privata, ma come simbolo tangibile della sua autorità, del suo dominio e del suo potere, ín circolazione ovunque. Gesù non mette in discussione questo dominio, un dato di fatto di cui prende oggettivamente atto. I decenni successivi confermeranno il senso di realtà di Gesù: la rivolta degli zeloti contro Roma porterà a cruente battaglie, a innumerevoli morti in Israele e alla distruzione di Gerusalemme e del tempio.

Naturalmente, Gesù non si ferma a questa prima riga, ma va avanti. Spesso viene tradotto "...e (kai) quello che è di Dio a Dio». Ma il kai qui ha un valore avversativo, e la giusta traduzione dovrebbe quindi essere «ma». Si deve poi aggiungere che anche questo parallelismo ― come molti altri parallelismi antitetici ― ha il suo vertice nella seconda riga. Come abbiamo visto, il primo stico era rivolto contro gli zeloti e i loro piani di sommossa. In quel versetto Gesù sembrava schierarsi dalla parte dei suoi avversari sadducei. Ma poi, per così dire, fa una pausa e giunge con impeto a ciò che gli sta a cuore: «Ma rendete a Dio quello che è di Dio». E questo è un secco rifiuto alla classe dirigente di Gerusalemme, che non chiede quale sia la volontà del Dio vivente, ma vuole mettere a tacere Gesù. Questa risposta negativa data agli avversari di Gerusalemme, che allo stesso tempo fa emergere la loro vera relazione con Dio, e il centro del nostro lóghion.

Nei commentari più recenti si legge spesso che questo detto di Gesù non permette di trarre conclusioni sul rapporto fra Stato e chiesa. L'ammonimento è comprensibile, dal momento che nel corso della storia della chiesa Mc 12,17 e stato troppo spesso utilizzato per legittimare il rapporto esistente tra chiesa e Stato, anche se si trattava di un rapporto estremamente discutibile. Mi sembra però che questo richiamo non centri il bersaglio. Dietro la risposta di Gesù c'è ben più di una brillante parata contro gli zeloti. Il popolo escatologico di Dio, che Gesù vuole radunare in vista della signoria di Dio che si sta inverando, non deve essere una teocrazia come gli zeloti si augurano e vogliono realizzare con la violenza e il terrore; vale a dire la completa compenetrazione tra potere statale e religione. Con l'uscita dall'Egitto Israele è stato sottratto una volta per tutte all'infausto ordinamento sociale della "teocrazia".

Il popolo escatologico di Dio non deve essere nemmeno una struttura di potere come l'impero romano. Senza dubbio Gesù sa che un governo statale e le forze dell'ordine sono necessari. Da qui il «rendete a Cesare quello che è di Cesare!». Ma una struttura come l'Impero romano e fondata sul potere e sulla violenza, mentre il popolo escatologico di Dío dovrà essere assolutamente privo di violenza.

Il vero popolo di Dio, dice Gesu ai suoi avversari, deve dare a Dio «ciò che e dovuto a Dio». Questo non può che essere un riferimento al comandamento principale dí Dt 6,5: Israele deve amare il Signore suo Dio con tutto il cuore, con tutta l'anima e con tutte le forze. Questo amore deve essere vissuto concretamente secondo la Tora d'Israele, certamente nel modo in cui la interpreta Gesù. I corpi legislativi della Tora vogliono una società che si sottometta a Dio in libera fedeltà e che imposti la sua vita comunitaria sotto la piena osservanza dei comandamenti di Dio. Una struttura di potere reale non compare affatto nei corpi normativi della Torà. Solo nel Deuteronomio compare marginalmente la figura del re, ma appunto non come sovrano, bensì come parte di una società caratterizzata dalla separazione dei poteri. Inoltre, il re deve portare sempre con sé un rotolo della Tora, studiarla per tutta la vita e vivere come un israelita modello (Dt 17,14-20). 

Gesù non era un maestro della Tora, ma la conosceva benissimo e, con la lucidità che gli è propria, ne aveva riconosciuto l'intento vero e proprio: un popolo eletto da Dio, che sceglie liberamente di amare Dio con tutta la sua esistenza e di realizzare questo amore per Do in tutti gli ambiti della vita come "amore per il prossimo", cioè come solidarietà con tutti i fratelli e le sorelle del popolo di Dio. 

Gesù non ha rifiutato lo Stato come forza dell'ordine. Ma avrebbe rigorosamente disapprovato che le persone attraverso lo Stato, o con l'aiuto dello Stato o imitando forme di governo dello Stato potessero servire il lieto annuncio della signoria di Dio. Questo è esattamente ciò che mostra Mc 12,17.

come un bambino (mc 10,15)

I bambini vengono portati a Gesù perché li tocchi, ma i discepoli respingono bruscamente i genitori. Notando ciò che sta accadendo, Gesù si indigna e rimprovera i discepoli: «Lasciate che i bambini vengano a me, non glielo impedite: a chi è come loro infatti appartiene il regno di Dio». Quindi prende i bambini tra le braccia, impone loro le mani e li benedice (Mc 10,13-16).

A questo detto di Gesù ín Mc 10,14c, però, ne fa seguito un secondo che, pur essendo in sintonia con il primo, va in una direzione diversa:

In verità io vi dico: chi non accoglie il regno di Dio come lo accoglie un bambino, non entrerà in esso (Mc 10,15). 

Il primo detto di Gesù si inseriva perfettamente nella narrazione; anche il secondo ci sta bene, ma solo in una certa misura. Nel primo lóghion, ai bambini e promesso il regno di Dio; nel secondo si ammoniscono gli adulti dicendo che non entreranno mai nel regno di Dío se non lo accolgono come lo accoglie un bambino.

Quando Gesù dice «accogliere il regno di Dio come lo accoglie un bambino» intende davvero dire che i suoi seguaci si dovevano abbassare, farsi cioè piccoli e umili? Ma i bambini si fanno forse piccoli? Non vogliono invece diventare grandi il più in fretta possibile? Se si risponde che, ovviamente, non si tratta di ciò che i bambini vogliono essere, ma di ciò che gli adulti dovrebbero essere, questo è vero, ma: così facendo si priva il lóghion della semplicità e dell'immediatezza che sono proprie delle parole di Gesù. No, noi dobbiamo strappare le parole di Gesù da tutti i contesti interpretativi secondari, osservarle in se stesse e chiederci quale fosse il loro significato originario. Cosa quindi voleva dire la frase «accogliere il regno di Dio come lo accoglie un bambino» pronunciata da Gesù?

Nel suo commentario al Vangelo di Matteo Ulrich Luz ha compilato un lungo elenco di interpretazioni di Mt 18,3 e Mc 10,151. In riferimento alle espressioni «come bambini» o «come un bambino», nel corso dei secoli glí interpreti sono giunti alle seguenti conclusioni (l'elenco raccoglie voci che risalgono fino all'epoca dei padri della chiesa).

Tra le caratteristiche dei bambini che devono essere imitate si annoverano in particolare l'innocenza, la mitezza e la semplicità. Inoltre, i bambini non sono curiosi, non aspirano a una gloria vana, non sono orgogliosi, sono privi di malizia e rivalità. Non hanno ambizioni e non litigano. Sono disinteressati e non hanno pretese. Sono modesti, non sono vendicativi e accettano volentieri le punizioni imposte dai loro superiori.

Ho presentato questo elenco ad alcuni genitori che conosco e che hanno cresciuto più figli. Le reazioni variavano da patetici sorrisi a risate fragorose. Tutti erano concordi su una cosa: questi giudizi erano stati dati da persone che nella loro vita non avevano mai avuto a che fare con i bambini, oppure da educatori che avevano detto come, secondo loro, doveva essere il bambino ideale.

Queste voci, che risalgono indietro nei secoli, sono piuttosto da prendere in senso ironico. Da sempre i bambini sono curiosi, spesso invidiosi, non di rado litigano e sono sempre pronti a lottare per ottenere attenzione e soddisfare i propri desideri. Tutte queste caratteristiche sono tipiche dell'età evolutiva. Non si può quindi liquidare l'espressione «accogliere il regno di Dio come un bambino» con tanta semplicità.

Se vogliamo fare qualche passo avanti in questa analisi, dobbiamo inter rogarci sul possibile Sitz im Leben di Mc 10,15. Dal punto di vista storico siamo qui su un terreno ben saldo: durante tutto il suo ministero pubblico, Gesù ha più volte avuto a che fare con persone che non solo erano sospettose nei suoi confronti, ma che l'hanno ben presto rifiutato, erano singoli individui, ma anche gruppi interi.

Erano i farisei e gli scribi, con la loro ostinata caparbietà sull'osservanza della Torà, che non si lasciavano minimamente scuotere. Erano gli zeloti, che volevano liberarsi dal dominio degli occupanti e che a tal fine usavano violenza e terrore. Era l'aristocrazia sacerdotale, che aveva istituito a Gerusalemme un sistema di dominio basato sul tempio, ma il tempio come lo intendevano e lo utilizzavano questi gerarchi. Tutti questi gruppi erano ben definiti. Sapevano esattamente in cosa dovevano credere. E sapevano esattamente anche cosa volevano. Non si spostavano un centimetro dal loro pensiero. Dal momento che sapevano già sempre tutto, potevano solo cercare di, mettere da parte Gesù, perché avevano ben presto riconosciuto la pretesa da lui avanzata.

Al contrario i bambini: se non sono stati cresciuti fin dall'inizio in un ambiente ínadeguato o addirittura cattivo, nei primi cinque anni di vita possono presentare im'apertura straordinaria verso ciò che li circonda; sono curiosi e desiderosi di imparare, guardano tutto con gli occhi sgranati, vogliono assolutamente prendere con le mani lo scarabeo che striscia nell'erba, si stupiscono dei suoni che ancora non conoscono, sbattono il cucchiaio sul tavolo perché produce un rumore nuovo che non hanno mai sentito prima, si fidano di ciò che dicono mamma e papà perché credono (ancora) a ciò che si dice. Accettano i regali con gratitudine e non vedono l'ora di riceverne. Ogni giorno sono pieni di aspettative e, soprattutto, sanno ancora provare stupore. Sanno provare stupore per tutto ciò che è nuovo, tutto ciò che non hanno mai sentito prima, tutto ciò che risulta bello e interessante. In sintesi, possiamo chiamarla semplicemente un'apertura curiosa, piena di aspettative e di meraviglia.

Ed e proprio questa apertura che Gesù non ha trovato nei suoi avversari. L'ha però sperimentata in chi era nel bisogno: negli esattori delle tasse odiati da tutti, nelle prostitute disprezzate, nei malati, nei poveri; e certamente nei bambini. Gesù deve aver osservato i bambini con la stessa curiosità e attenzione con cui guardava al lavoro domestico delle donne, ai fiori del campo, al grano che cresceva, alla condizione dei poveri e all’atteggiamento ostentato dei ricchi. Le sue parabole lo dimostrano di continuo. E di certo non ha osannato i bambini, come ha fatto una pessima pedagogia fino in tempi recenti, che insegna che i bambini dovevano semplicemente essere lasciati a se stessi senza bisogno di essere educati. Nella parabola dei bambini che scherzano (Mt 11,16-17 /1 Lc 7,31-32) Gesù mostra come i bambini possono essere capricciosi e come sanno etnarginare deliberatamente gli altri bambini.

Ma Gesù sapeva anche che i bambini sono un miracolo e una benedizione. Per questo, a noi che dubitiamo, che ci ostiniamo a lungo, che sappiamo tutto meglio e che critichiamo in continuazione, lui ci dice: "Se non diventate curiosi, capaci di stupore, grati e aperti come bambini non avrete alcuna possibilità nemmeno di intuire cosa sia il regno di Dio, tanto meno di entrarci". Si potrebbe anche dire in modo molto astratto e molto idealista: i bambini sanno ancora cos'è la grazia o, meglio, nei loro occhi pieni dí meraviglia e dí splendore si può ancora vedere cos'è la grazia. 

cercate anzitutto il regno di dio! (lc 12,31)

Ecco la versione di Matteo: «Non preoccupatevi per la vostra vita, di quello che mangerete o berrete, né per il vostro corpo, di quello che indosserete. La vita non vale forse più del cibo e il corpo più del vestito? Guardate gli uccelli del cielo: non seminano e non mietono, né raccolgono nei granail; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non valete forse più di loro? E per il vestito, perché vi preoccupate? Osservate come crescono i gigli del campo: non faticano e non filano. Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro. Ora, se Dio veste così l'erba del campo, che oggi c'è e domani si getta nel forno, non farà molto di più per voi, gente di poca fede? Non preoccupatevi dunque dicendo: "Che cosa mangererno? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo?". Di tutte queste cose vanno in cerca i pagani. Il Padre vostro celeste, infatti, sa che ne avete bisogno» (Mt 6,25-32).

«Cercate anzitutto il regno di Dio, ―e tutto il resto vi sarà dato in aggiunta». La domanda che ci si pone ora è chiaramente la seguente: ci sono davvero segnali indicanti che, in origine, questo loghion non faceva parte della sezione sul non preoccuparsi? Per rispondere, bisogna prenderla un po' alla larga.

La sezione sul "preoccuparsi" è uno dei testi più belli presenti nei vangeli. Innanzitutto, si rivolge a ciascuno. Notiamo con quanta attenzione Gesù osservava la natura: gli uccelli che raccolgono il loro cibo, i fiori primaverili che sbocciano quasi nel tempo di una notte sulle colline della Galilea dopo la stagione delle piogge invernali e fanno risplendere i pendii, persino l'architettura artistica degli alti fili d'erba! Sul volto di Gesù deve essere comparso un sorriso mentre parlava degli uccelli e dei gigli, e una risata quando ha fatto riferimento ai granai dei quali gli uccelli non hanno bisogno. 

Non ci viene forse consigliato di vivere alla giornata senza lavorare? Non ci viene forse detto di metterci comodi e non far nulla? No, la nostra ragione ci dice che non può essere così. Il testo non può voler dire che dobbiamo stare con le mani in mano. Piuttosto, dice che non dobbiamo preoccuparci, né per il mangiare, né per i vestiti, né per la nostra vita. Dio si prende cura di noi. Ma cosa significa che non dobbiamo preoccuparci? Significa che non dobbiamo pianificare e fare progetti in anticipo? Vuoi forse dire che non dobbiamo adottare alcuna forma di prevenzione?

Non può nemmeno essere così! L'interpretazione dí questo testo tanto piacevole e consolatorio crea grandissime difficoltà se non ci si chiede a chi queste parole fossero effettivamente rivolte. Ed ecco che è del tutto chiaro: non era rivolto semplicemente ad ascoltatori giudei, e nemmeno alla folla che continua ad accalcarsi intorno a Gesù. Il testo sul "non preoccuparsi" e rivolto alla piccola schiera dei discepoli che si spostano con Gesù da un villaggio all'altro (cf. la definizione di destinatari in Lc 12,22). È in gioco la situazione di quelle persone che, alla chiamata di Gesù, hanno lasciato tutto - casa, famiglia, professione - e che ora attraversano Israele con Gesù in una drammatica vita itinerante per annunciare ovunque la signoria di Dio.

Nei capitoli precedenti ho già parlato a lungo della situazione in cui si trovavano gli apostoli e ho già fatto notare che gli apostoli itineranti potevano fare affidamento su seguaci stanziali di Gesù, su simpatizzanti, amici, persone che erano state guarite, aiutanti e sostenitori. Solo il movimento di Gesu con tutto ciò che comportava era il motivo per cui Gesù e i suoi discepoli potevano evitare di preoccuparsí. È proprio qui che dobbiamo collocare anche l'invito a non preoccuparsi che troviamo in Mt 6,25-34 // Lc 12,22-31. I discepoli possono evitare di preoccuparsi e possono fare a meno di accumulare provviste perché ci sono sempre persone che la sera li accolgono nelle loro case. E proprio così e in nessun altro modo che Dio si prende cura dell'umanità.

Il lóghion sul «cercare il regno dí Dio» difficilmente può essere rivolto a questi discepoli itineranti, perché loro non «cercano» affatto il Regno; loro lo «annunciano». Hanno già lasciato padre e madre, moglie e figli, casa e campi per proclamare il regno di Dio nella sequela di Gesù. Deve forse Gesù dire loro ancora: «Cercate prima il regno di Dio»?

No, questa frase va bene solo per coloro che non si sono ancora decisi, che hanno ancora dubbi e timori nel seguire Gesù, che si chiedono giustamente quali baratri si aprirebbero davanti a loro. Gesu vuole smorzare i loro timori dicendo: «Cercate anzitutto il regno di. Dio e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta». La parola dí Mt 6,33 e di Lc 12,31 si apre così a una cerchia molto più ampia di destinatari e, nel tempo della chiesa, anche a tutti i battezzati.

A favore dell'ipotesi di un lóghion originariamente in libera circolazione potrebbe deporre anche il fatto che, in tutta la composizione, i discepoli che si preoccupano sono costantemente posti di fronte all'immagine di un Dio fedelmente premuroso, che si prende cura dei suoi figli come un «padre». Al culmine della composizione, però, si parla all'improvviso del «regno di Dio». Pur non essendoci assolutamente incompatibilità, resta comunque vero che si tratta di un argomento leggermente diverso.

Quanto detto basti per questa ipotesi. Diamo ora un'occhiata più da vicino a Mt 6,33 // Lc 12,31. Subito all'inizio del lóghion sí parla di «cercare». La parola e perfettamente gesuana, come mostra il loghion di Mt 7,7 («cercate e troverete»). Gesù attinge qui alla letteratura sapienziale d'Israele, dove il termine gioca un ruolo importante. Lì sí parla di continuo della sapienza personificata, con l'invito a «cercarla» (cf. Pr 1,28; 2,4; 8,17; 14,6; Sap 6,12; 8,2.18; Sir 4,12; 6,27; 51,13.26). La sapienza diventa maestra per tutti coloro che sono in ricerca. E non solo: si è costruita la sua casa e, come padrona di casa, invita a un pasto festivo (Pr 9,1-6). Chiunque voglia percorrere il cammino di Dio la cerca come compagna, anzi come compagna per tutta la vita. 

Così, quando i maestri di sapienza d'Israele parlano della "signora Sapienza", non temono di parlare di lei come della loro amata o come di una donna meravigliosa e desiderabile. Gesù conosce tutti questi testi, ma al posto della sapienza pone ora il regno di Dio. La signoria di Dio deve essere bramata come fa un innamorato, deve essere cercata, bisogna essere disposti a donare tutto per conquistarla. È proprio così che si trova la vera vita. Anche la parabola del mercante che ovunque «va in cerca» di perle preziose e alla fine trova la perla di tutte le perle riguarda la ricerca del regno di Dio (Mt 13,45-46). In questo modo Gesù ha chiaramente trasferito la teologia sapienziale, che parla della concretezza della vita e di numerose esperienze sperimentate più e più volte, all'unicità dell'esperienza escatologica. La filosofia è diventata escatologia. Adesso è la fine dei tempi. Tutti in Israele devono cercare il regno di Dio per conquistarlo e nessuno deve temere di trovarsi privato di qualcosa. A chi cerca veramente il regno di Dio e nient'altro, sarà dato tutto ciò di cui ha bisogno per vivere. 

Il tema di questa parte è stato l'ethos della signoria di Dio. Non l'ethos specifico dei Do dici e di tutti i discepoli che hanno viaggiato con Gesù attraverso Israele. Questo è stato l'oggetto della seconda e della terza parte. In questa parte abbiamo invece affrontato l'ethos di tutti coloro che non hanno camminato con Gesù, ma sono rimasti nella propria casa o vi hanno fatto ritorno, vale a dire le persone che sono state sanate, gli amici, i simpatizzanti, gli aiutanti occasionali, in breve l'ethos di tutti coloro che, dopo l'incontro con Gesù, hanno vissuto «alla luce della signoria di Dio», oppure di coloro che, appunto, si sono chiesti se non avrebbero dovuto piuttosto seguirlo.

Per ogni lóghion ho sempre cercato di verificare quali fossero i destinatari originari. Ritengo che si tratti di una domanda fondamentale (purtroppo spesso trascurata nell'interpretazione), alla quale non sempre siamo riusciti a dare una risposta univoca. Ma era quanto meno necessario porla.

In molti casi e difficile trovare una risposta lineare perché, dopo la Pa squa, gli evangelisti hanno diffuso tra le comunità cristiane quasi tutti i detti di Gesù, sebbene in origine fossero rivolti solo ai Dodici o alla cerchia dei discepoli. Erano convinti che una parola di sequela che era stata detta ai Dodici dovesse essere in qualche modo indirizzata anche a tutti i successori. Il fenomeno della trasparenza o della trasmissione appena descritto è riconoscibile per il fatto che Luca, nel secondo volume della sua doppia opera, definisce di continuo i cristiani come "discepoli" (ef in particolare At 11,26). Questa constatazione presuppone il fenomeno della trasparenza: in una certa misura, ciò che nella situazione specifica era un tempo richiesto ai seguaci diretti di Gesù si applica ora a tutti i cristiani.

Questo è di notevole importanza per l'ethos cristiano, in quanto mette da subito un freno alla creazione di un'etica a due livelli. 

Con "etica a due livelli" si intende in genere dire che nella chiesa esistono due forme di vocazione una alla vita perfetta secondo i consigli evangelici (povertà, castità, obbedienza) e una a una vita cristiana "normale". Per dirlo con un'iperbole: un'etica per i "migliori" e un'etica per i "mediocri". 

Un'etica a due livelli non può funzionare. Per citare solo due esempi: il detto di Gesù che definisce qualsiasi divorzio un reato capitale o la parola del Signore che equipara ogni sguardo bramoso su una donna al crimine mortale dell'adulterio esigono la stessa radicalita tanto dalle persone sposate quanto da quelle che non si sposano per amore della signoria di Dio. Questi esempi potrebbero essere facilmente moltiplicati. Invito pertanto caldamente a non considerare la progressione della terza e della quarta parte come raccolta di materiali a favore di un'etica a due livelli nella chiesa.

Tutti i cosiddetti "stati" ecclesiali sono tra loro correlatí, hanno bisogno l'uno dell'altro, si completano a vicenda e vivono insieme nella gioia, ma anche nella serietà della signoria di Dio. Ciascuno però in forme diverse, perché la complessità del mondo reale richiede figure vocazionali diverse. E ogni cristiano ha la vocazione che gli è propria.


DETTI IMPORTANTI DI GESÙ 4

 REGOLE DELDISCEPOLO 1

L’accoglienza nella fede della sovranità di Dio annunciata e introdotta da Gesù richiede dal discepolo un comportamento adeguato alla sua fede. 

chiunque si adira con il proprio fratello (mt 5,21-22)

All'interno del discorso della montagna, le sei cosiddette antitesi (Mt 5,21-48) formano una sezione veramente avvincente: «Avete inteso che fu detto, ma Io vi dico». 

Accostiamo la prima antitesi che dice:

«Avete inteso che fu detto agli antichi: Non ucciderai: chi avrà ucciso dovrà essere sottoposto al giudizio. Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello dovrà essere sottoposto al giudizio. Chi poi dice al fratello rako, dovrà essere sottoposto al sinedrio: e chi gli dice: pazzo, sarà destinato al fuoco della Geènna» (Mt 5,21-22).

Gli «antichi» sono la generazione del deserto, quella che aveva ricevuto la Torà sul monte Sinai. A tale generazione «è stato detto...». La forma passiva in questo passo vuole alludere a "Dio", e pertanto sottintende: in occasione della proclamazione della Tora al Sinai Dio ha detto a Israele: «Non ucciderai». Qui viene citato alla lettera il comandamento di non uccidere (Cfr Es 20,13; Dt5,17). E poi viene aggiunto: «Chi avrà ucciso dovrà essere sottoposto al giudizio». Chiunque uccida una persona è condannato a morte (cf Lv 24,17). Il «tu» usato nei dieci comandamenti non si riferisce direttamente al singolo israelita, bensì a Israele nel suo insieme ― e in mezzo a questa totalità, naturalmente, anche all'individuo.

Con questo, Gesù ricorda semplicemente quel che allora era una cosa ovvia per ogni israelita. L'hanno sentito, nelle loro sinagoghe, quando veniva letta la Tora. Poi però viene l'antitesi, in netto contrasto: Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello dovrà essere sottoposto al giudizio.

Questo «ma io vi dico» è inquietante. Se infatti prima aveva parlato Dio, allora il successivo «ma ío...» può solo signíficare: "Io adesso parlo con la stessa autorità con cui allora ha parlato Dio. Parlo al posto di Dio". E che cosa dice Gesù? Che cosa proclama con la stessa autorità con cui una volta Dio ha parlato al Sinai? Egli dice: l'ira nutrita contro il fratello, cioè contro il correligionario nel popolo di Dío, equivale a un assassinio. Come l'assassino finisce sotto processo e viene condannato a morte, così anche colui che semplicemente si adira contro il proprio fratello viene sottoposto a giudizio e condannato a morte.

Ora, il verbo "adirarsi" non è del tutto univoco, così come può essere ambivalente il termine "ira". C'è un'ira giusta e c'è anche un'ira santa. In tal caso l'ira sfocia nell'indignazione e nello sdegno, in un profondo risentimento di fronte, ad esempio, a gravi ingiustizíe o condizioni disumane. L'ira può quindi essere l'esito di una volontà incondizionata di portare un cambiamento in meglio. In questo senso anche il Nuovo Testamento ci può parlare dell'ira dí Gesù (cf. Mc 3,5). Ma, appunto, in quel caso l'ira e frammista a tristezza.

Per come è impostata l'antitesi, l'ira contro íl fratello (o la sorella) nella fede non può essere ne giusta né santa. Inoltre ― e questo è l'aspetto fondamentale ― si deve di certo trattare di un'ira che non e ancora diventata manifesta, ma che sta già montando come indignazione nel cuore e vorrebbe colpire l'altro. Si tratta quindi di un'ira per la quale non si finisce affatto in tribunale, perché non giudicabile. Altrimenti l'antitesi non funzionerebbe. Gesù dice infatti: Dio ha ordinato che per un assassinio si venga processati. Io però ordino adesso che si finisca in tribunale già semplicemente per l'ira nutrita nel cuore.

Per qualsiasi uditore doveva subito essere chiaro, oppure, dopo lo shock iniziale, doveva diventare chiaro: Gesù adopera un linguaggio giuridico, ma in realtà si serve di tale linguaggio solo per mostrare che cosa significa adirarsi contro il proprio fratello nella fede. Ciò è come un assassinio.

Proprio questo gioco con il linguaggio portato fino all'estremo è caratteristico di Gesù. Egli e capace di adoperare immagini difficili da sostenere, come quando parla della trave nell'occhio. La profonda lacerazione presente nel popolo di Dio, la quale impedisce che questo popolo diventi segno per il mondo, comincia già con l'ira contro il fratello o la sorella. No, non solo comincia. Con l'ira e già presente la distruzione. Con l'ira interiore si commette già un omicidio contro il fratello, un omicidio contro il popolo di Dio.

Ma che significato ha Mt 5,21-22a per l'atteggiamento di Gesù rispetto alla legge del Sinai? Ha forse Gesù abolito la Tora o il quinto comandamento del decalogo? Niente affatto! Ha sostituito la Tora con un nuovo comandamento? Nemmeno questo! Ha lasciato stare il quinto comandamento così come esso è, ma l'ha interpretato fin nelle sue radici alla luce della signoria di Dio. Nel popolo di Dio gli omicidi cominciano già nel cuore e nella testa. Cominciano già con l'odio verso l'altro, anche se non ancora manifesto.

E adesso la cosa decisiva: questa messa a nudo delle radici del quinto comandamento avviene già nella Tora stessa. Ciò che Gesù dice non è necessariamente una novità. Quando Caino comincia a invidiare suo fratello Abele, quando sí irrita nel profondo e il suo volto è abbattuto, Dio gli dice: «Se agisci bene, non dovresti forse tenerlo alto? Ma se non agisci bene, il pec cato e accovacciato alla tua porta; verso di te e il suo istinto, e tu lo dominerai» (Gen 4,7). 

Anche questo testo vuole dire: l'omicidio comincia nella testa. Dal punto di vista esterno, Caino non ha ancora commesso nulla. Però e già sul punto di uccídere il fratello. La cattiva intenzione lavora dentro dí lui. Il pec cato è già in agguato.

I giudici umani non sono in grado di giudicare í pensieri. Ma davanti a Dio l'uomo e un'unità, non è scindibile, non e divisibile. Per questo egli deve amare Dio «con tutto il cuore, con tutta l'anima e con tutte le forze» (Dt 6,4). La triade «cuore, anima, forze» abbraccia tutto ciò che lo costituisce: dal cuore, dalla sua sfera più intima, fino alla sfera materiale esteriore e ben oltre, vale a dire fino a dove si offre attivamente aiuto al fratello nella fede o fino a dove scorre il sangue.

A ben vedere, nella prima antitesi del discorso della montagna Gesù non ha fatto altro che porre davanti agli occhi dei suol ascoltatori questa conoscenza fondamentale della Tora a proposito dell'indivisibilità dell'essere umano. Così facendo egli ha di certo provocato e parlato in maniera estremamente radicale, però l'ha fatto proprio perché si trattava precisamente della Tora del Sinai.

niente culto senza riconciliazione (mt 5,23-24)

«Se dunque tu presenti la tua offerta all'altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia il tuo dono lì davanti all'altare, va' prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna a offrire il tuo dono» (Mt 5,23-24).

Questo testo è estremamente descrittivo. Dal punto di vista formale si presenta come un'istruzione o un ammonimento, ma nella sua sottostruttura è invece una breve narrazione. Il testo ci permette quindi di visualizzare concretamente la narrazione implicita.

C'è una persona che vuole rendere onore a Dio e si reca in pellegrinaggio al tempio. Possiamo ipotizzare che Gesù abbia pronunciato il nostro testo in Galilea. Si tratta pertanto di un abitante della Galilea che cammina per tre giorni su strade polverose; ora giunge a Gerusalemme e lo vediamo portare la sua offerta privata all'altare per consegnarla al sacerdote di turno in servizio. 

Questa e la situazione di partenza. Tutti gli ascoltatori la conoscono. E ognuno di essi deve essersi sentito toccato quando Gesù prosegue: forse sei già sul punto di consegnare la tua offerta e, all'improvviso, scopri che nel villaggio qualcuno ha qualcosa contro di te. Quando ti giunge questa consapevolezza ― dice Gesù ― lascia la tua offerta presso l'altare, torna a casa e riconciliati con il tuo fratello (o la tua sorella) nella fede. Solo allora torna al tempio e presenta la tua offerta!

Questo e il significato manifesto: la persona in questione deve percorrere il lungo tragitto per ben quattro volte. Fatti due conti, gli occorrono circa due settimane di tempo. Con questo Gesù vuole dire ai suoi ascoltatori: "Non c'è niente di più importante che vivere riconciliati gli uni con gli altri. Per questa riconciliazione dovete impegnarvi con ogni sforzo, per quanto gravoso possa essere. Se non lo fate, la frequentazione del tempio e le offerte non hanno alcun senso". In questo modo Gesù si ricollega di rettamente alla critica del culto mossa dai profeti. In un discorso riportato da Amos il Signore dice:

Io detesto, respingo le vostre feste solenni e non gradisco le vostre riunioni sacre; anche se voi mi offrite olocausti, io non gradisco le vostre offerte, e le vit time grasse come pacificazione io non le guardo. Lontano da me il frastuono dei vostri canti: il suono delle vostre arpe non posso sentirlo! Piuttosto come le acque scorra il diritto e la giustizia come un torrente perenne (Am 5,21-24).

Qui Gesù la pensa esattamente come Amos e altri profeti: se il sacrificio di pingui animali e le funzioní solenni non sono uniti alla riconciliazione e alla giustizia sociale, sono inutili. Ciò che colpisce, tuttavia, è il modo in cui Gesù mette in scena l'esempio che giustifica queste affermazioni. Non dice: "Se davanti all'altare ti rendi conto di aver offeso o di aver ferito un tuo fratello nella fede, torna subito a casa e chiedi perdono a colui al quale hai arrecato offesa". Dice piuttosto: «Se ti viene ín mente che tuo fratello (o tua sorella) ha qualcosa contro di te...».

La domanda su chi sia effettivamente il colpevole non interessa affatto, tanto che è lasciata deliberatamente aperta. Non deve dire: "Ha iniziato l'altra persona, quindi ora deve essere lei a fare il primo passo verso la pacificazione. Deve prima venire a scusarsi con me, e poi possiamo guardare avanti". Questo modo di pensare è basato su una morale borghese, non sull'éthos del regno di Dio.

Il modo in cui Gesù intende la riconciliazione getta luce sulla differenza tra la mera religione e la fede giudeo-cristiana: i sacrifici offerti agli dèi sono un elemento presente in quasi tutte le religioni, così come le feste, í pellegrinaggi, i santuari, gli altari, il culto, la preghiera, i rituali, il digiuno, l'elemosina: tutto questo fa parte dell'essenza di quasi tutte le religioni, e la religione esiste ovunque. Ma la fede biblica arriva a dichiarare con incorruttibile sobrietà: tutte le preghiere, tutti i sacrifici, tutte le celebrazioni davanti a Dio vengono dal maligno se non generano una nuova convivenza. Nella liturgia Dio si riconcilia con noi, prendendo lui stesso l'iniziativa; quindi. anche noi dobbiamo riconciliarci tra di noi e fare il primo passo come ha fatto lui. 

adulterio già con gli occhi (mt 5 ,27 -28)

Passiamo ora alla seconda antitesi presente nel discorso della montagna:

«Avete inteso che fu detto: Non commetterai adulterio. Ma io vi dico: chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel proprio cuore» (Mt 5,27. 

Nella prima frase, cioè nella tesi, è menzionato alla lettera il sesto comandamento di Es 20,14 e Dt 5,18. Anche in questo caso l'antitesi introduce un drammatico crescendo. Come in Mt 5,21-22 il semplice odio è già equiparato all'assassinio, qui lo sguardo con desiderio è messo sullo stesso piano dell'adulterio. E un crescendo drammatico perché, secondo la Tora, anche l'adulterio è punito con la morte (Lv 20,10).

Prima di tutto, qui non si sta assolutamente parlando di un semplice sguardo rivolto a una donna. Questo rigorismo, che in alcune culture ha comportato per le donne l'obbligo di coprirsi completamente in pubblico, era del tutto estraneo a Gesù. Non si tratta di uno sguardo normale ma, come dice letteralmente il testo, di uno sguardo «di desiderio verso la donna», vale a dire uno sguardo consapevolmente associato a fantasie dí natura sessuale.

Questa antitesi riguarda una donna sposata. Questo presupposto è già presente nel Decalogo. E, qui come là, si presuppone che si trattí di un'ingerenza nei rapporti di proprietà del marito di questa donna. In Oriente la donna era considerata proprietà del marito. Se un altro uomo commette adulterio con lei, si è di fronte a una profonda intrusione nella proprietà del marito. Il fatto che l'adultero, nel caso in cui fosse sposato, infrangesse anche il proprio matrimonio non era preso in considerazione. Ma proprio per il modo in cui difende e santifica l'istituzione del matrimonio in questo brano e per il rigoroso divieto di ripudiare la moglie, Gesù va ben oltre ogni mera considerazione patrimoniale, per conferire al matrimonio una dignità elevata.

Anche qui dobbiamo constatare che la frase di Mt 5,28 («chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel proprio cuore») è dal punto di vista formale una sentenza legale. Ma Gesù non vuole introdurre un diritto nuovo. Come in Mt 5,21-22, gioca piuttosto con la retorica giuridica per provocare: anche il semplice sguardo con desiderio e un delitto capitale. Gesù vuole deliberatamente spaventare e indurre a riflettere. Ancora una volta, l'attenzione è rivolta alla persona nella sua unitarietà. L'atto con cui si annienta la dignità del matrimonio non si compie solo con l'adulterio vero e proprio. Inizia molto prima. Inizia già con sguardi che spogliano la donna per trasformarla in oggetto sessuale.

Gesù non era il solo a pensarla così. Proprio nel giudaismo ellenistico si era evidentemente diffuso da tempo un simile giudizio sullo sguardo lussurioso. Gesù poteva quindi attingere già alle correnti etiche del proprio tempo e del proprio ambiente. Ciò che in lui e particolare è la durezza straordinaria con cui protegge il matrimonio: attraverso una proposizione giuridica in cui dichiara che uno sguardo lussurioso è un crimine punibile con la morte.

Nei Testamenti dei dodici patriarchi sí trova ad esempio l'espressione "commettere impudicizia alzando gli occhi" (Testamento di Issacar 7,2). Qui il patriarca parla prima della sua morte «Eccetto mia moglie, non ho conosciuto altra donna. Non ho commesso impudicizia, alzando i miei occhi» [ed. it., Apocrifi dell'Antico Testamento, vol. 1, UTET, Torino 1989, 835].

divorzio… un delitto capitale (mt 5,31-32)

La terza antitesi del discorso della montagna si ricollega tematicamente alla seconda: il suo oggetto è il ripudio della moglie. La versione presente nel discorso della montagna recita:

«Fu pure detto: chi ripudia la propria moglie, le dia,l'atto del ripudio. Ma io vi dico: chiunque ripudia la propria moglie, eccetto il caso di unione illegittima, la espone all'adulterio, e chiunque sposa una ripudiata, commette adulterio» (Mt 5,31-32).

Se confrontiamo questo testo con le tradizioni parallele di Luca e Marco, notiamo subito che li manca la forma dell'antitesi. E quindi probabile che Matteo l'abbia formulata personalmente, secondo lo schema della prima e della seconda antitesi. Pure la clausola che permette il divorzio in caso di adulterio e inserita da Matteo o dalla tradizione prematteana. Senza queste aggiunte, il divieto di ripudiare la moglie dovrebbe aver avuto questa forma:

Chiunque ripudia la propria moglie, la espone all'adulterio, e chiunque sposa una ripudiata, commette adulterio.

Il detto forma un chiaro parallelismo e respira la radicalità di Gesù. Ma cosa dice esattamente? Lo sí comprende solo se si conosce il diritto del giudaismo palestinese in fatto di divorzio: Il divorzio è permesso, e precisamente all'uomo, facendo appello a Dt 24,1-42. Il ripudio della moglie gli è permesso qualora «ella non trovi grazia ai suoi occhi, perché egli ha trovato in lei qualche cosa dí vergognoso» (Dt 24,1). Con questa formula molto generica per l'uomo era relativamente facile, almeno dal punto di vista giuridico, sciogliere il matrimonio con la propria moglie. Non aveva che da pronunciare la formula di ripudio (cf. Os 2,4) davanti a testimoni: Tu non sei più mia moglie, io non sono più tuo marito e poi consegnare la lettera di ripudio. Per gli uomini di classe sociale inferiore, tuttavia, questo comportava alcune difficoltà, perché ciò che la moglie aveva portato ín dote doveva essere ripagato.

Per quanto riguarda la lettera di ripudio, invece, certamente serviva per consentire alla donna di risposarsi con un altro uomo. Ciononostante, permetteva comunque all'uomo ― e soprattutto all'uomo benestante ― di mandare la moglie via da casa con estrema facilità. Bisogna immaginare la pressione a cui potevano essere sottoposte le donne sposate. Non c'è dubbio: da un punto di vista puramente giuridico, la donna era trattata in maniera disuguale.

Lo mostrano anche altri aspetti di questo diritto matrimoniale: come abbiamo già visto, il marito che aveva rapporti sessuali con una donna straniera non scioglieva affatto il proprio matrimonio; egli tutt'al più, qualora la donna straniera fosse sposata, scioglieva il matrimonio del marito di lei. Diverso era invece il caso della moglie. Commettendo adulterio, ella scioglieva il proprio matrimonio. Emerge qui con chiarezza che la donna non era considerata una partner, ma un elemento della proprietà del marito, che possedeva quasi un diritto di disporre di lei come di un oggetto. Con un adulterio la donna diminuiva la proprietà del marito; questi invece, con un adulterio, poteva al massimo diminuire il valore della proprietà di un altro marito. Solo se si tiene presente questo retroterra sociale si comprende perché Gesù formuli il proprio detto riguardante il divorzio esclusivamente dal punto di vista del marito. Laddove il giudaismo era più fortemente influenzato dall'ellenismo o da Roma, sono attestati anche divorzi su iniziativa di donne (Cf. Mc 10,12).

La moglie non aveva infatti íl diritto di ripudiare il marito. Gesù si rivolge quindi al marito e gli ricorda che chi ripudia la moglie, la costringe forse a cercarsi un altro marito, perché altrimenti non riuscirebbe a sostenersi economicamente. Ella infrange quindi con il nuovo marito il suo primo matrimonio, e la colpa di ciò ricade sul primo marito che, ripudiandola, l'ha messa in questa situazione. E pure il nuovo marito infrange il matrimonio, cioè il primo matrimonio, da cui la donna è stata allontanata. A noi il divieto del divorzio nella versione matteana sembra molto complicato e circostanziato. Ma di fronte al diritto matrimoniale giudaico-palestinese di quel tempo Gesù doveva parlare così.

Con questo siamo però ancora ben lontani dall'aver detto tutto. Anzitutto dobbiamo chiarire che cosa significa il fatto che Gesù dichiara adulterio il ripudio della moglie o il matrimonio di una donna ripudiata. Come abbiamo già visto, secondo la Tora l'adulterio era uno dei delitti capitali da punire e comportava la pena di morte (Lv 20,10; Dt 22,22-24): E questo significa: Gesù dice che quanto la Tora presuppone come lecito, è un delitto capitale punibile con la pena di morte. Questo era già di per sé un affronto provocatorio. Ma tale provocazione diventa ancora più grave, perché Gesù esprime quanto dice a proposito del divorzio nella forma di una proposizione giuridica. Anche qui vale quanto detto sull'argomentazione con una proposizione giuridica in merito alla prima antitesi (cf. sopra, cap. 30). Alla luce di quanto già commentato, anche il divieto di divorzio pronunciato da Gesù è una proposizione giuridica. Innanzitutto, nella protasi viene definito lo stato dei fatti: «Chiunque ripudia la propria moglie...» o «Chiunque sposa una ripudiata...». Tale stato dei fatti viene poi dichiarato nell'apodosi una colpa grave, cioè causa dell'adulterio: «… la espone all'adulterio» o «... commette adulterio». In questo caso la definizione della pena non ha bisogno di essere specificamente menzionata. Essa e nota a chiunque: su un adulterio dimostrato pende la pena di morte.

Gesù quindi provoca ricorrendo a una proposizione giuridica. Così facendo, però, intende veramente stabilire una norma giuridica? Niente affatto. Non intende decretare una norma giuridica, così come non intende stabilirla quando dice: «Chiunque si adira con il proprio fratello dovrà essere sottoposto al giudizio». Con questo modo di parlare Gesù vuole scuotere, vuole smascherare l'ingiustizia nei confronti della donna, vuole mettere a nudo la mancanza di umanità presente nella prassi di quel tempo in fatto di divorzio. Sul piano linguistico la frase è formulata come una norma legale, ma il suo obiettivo non è quello di creare una legge nuova.

E così facendo come si comporta Gesù con la Tora? La distrugge? Niente affatto! Anzitutto bisogna prendere atto del fatto che nella Tora non esiste alcuna legge esplicita a proposíto della liceità del divorzio. Dt 24,1-4 vieta al primo marito di risposare una moglie divorziata che si era risposata. Qui si parla piuttosto incidentalmente della procedura del divorzio mediante un libello di ripudio, e precisamente come presupposto di tutto il problema giuridico. Gesù non si schiera quindi contro una disposizione o addirittura contro un comandamento della Tora, ma contro un vecchio diritto consuetudinario, a proposito del quale la Tora nulla ha da obiettare.

A ciò si aggiunge quanto segue: egli si appella, contro tale diritto consuetudinario, alla reale volontà di Dio e precisamente ― cosa d'importanza decisiva ― alla volontà di Dio così come essa è formulata già all'inizio nella stessa Tora. Ciò avviene in Mc 10,2-12. Qui egli si richiama a Gen 1,27 e 2,24 e dice:

«Dall'inizio della creazione li fece maschio e femmina; per questo l'uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due diventeranno una carne sola. Così non sono più due, ma una sola carne. Dunque l'uomo non divida quello che Dio ha congiunto» (Mc 10,6-9).

Secondo Mc 10, perciò, Gesù si richiama alla stessa Tora per andare contro un diritto consuetudinario così come esso è presupposto dalla Tora. Si richiama infatti al racconto della creazione, che fa parte della Tora. Si richiama all'unità profonda e inseparabile che viene attribuita ai due coniugi.

È pertanto chiaro che, vietando il divorzio, Gesù non si schiera contro la Tora in quanto tale, ma ne chiarisce un aspetto specifico. Con la sua dichiarazione provocatoria, espressa in linguaggio giuridico, egli prende le difese della donna che, abbandonata in balia dei capricci dell'uomo, e ridotta al rango di un oggetto, e prende le difese dell'autentica volontà di Dio che, sepolta sotto il diritto consuetudinario, non è più riconoscibile nella sua intenzione originaria.

Tutto questo è facile a dirsi. Ma vengono considerate anche le ripercussioni sociali del rigoroso intervento di Gesù? Nel suo commento a Matteo, Ulrich Luz scrive:

Questo divieto [ovvero il divieto di Gesù di sposare una donna ripudiata] per la donna divorziata poteva essere devastante. Si tratta di un divieto -- a dirla tranquillamente -- «fuori dal mondo» e comprensibile solo se si ipotizza che Gesù non avesse considerato che, nonostante questa volontà di Dio, in Israele c'erano donne divorziate e sole che si trovavano in una situazione molto difficile.

Questo testo è per me solo in parte sostenibile, perché Ulrich Luz presuppone che «Gesù pensa a partire dalla pura e incondizionata volontà di Dio». Se si prende sul serio questa frase, l'avvento della signoria di Dio non è solo una bella promessa, ma una forza che cambia il mondo. La signoria di Dio crea un Israele escatologico in cui anche il matrimonio cambia -- e diventa un'unione profonda tra uomo e donna che si tengono stretti l'un l'altro in libera fedeltà, proprio come era inteso ín Gen 1-2.

Ma non e solo la relazione tra uomo e donna ad assumere una nuova qualità. Ogni matrimonio sarà allora integrato nella convivenza di tanti fratelli e sorelle della "nuova famiglia", in cui l'uno viene in aiuto dell'altro, condivide insieme í pesi e consola l'altro nel momento del bisogno. Gesù vuole proprio che le coppie sposate non si separíno più con leggerezza e che, quando dò dovesse accadere, i separati trovino aiuto e una casa.

Naturalmente, Luz ha ragione quando dice che all'epoca «c'erano donne divorziate e sole». Spesso non potevano permettersi nemmeno una casa propria. Molte erano costrette a tornare nella casa dei propri genitori, a chiedere l'elemosina o a scegliere la strada della prostituzione. Ora, se Gesù si esprime con tale coerenza contro il divorzio, e ovvio che vuole evitare che tante mogli siano ripudiate dal marito. È «fuori dal mondo»? Al contrario, sarebbe fuori dal mondo trascurare l'indicibile miseria inflitta a bambini e giovani a causa dí divorzi a cuor leggero, così come di matrimoni contratti senza la volontà di rimanere fedeli.

Ancora un'osservazione conclusiva: la tesi di Hans Conzelmann, secondo cui Gesù avrebbe fondato íl suo ethos non a partire dalla signoria di Dio ma dalla creazione, si rivela troppo superficiale proprio alla luce del divieto di divorzio pronunciato da Gesù. Il rigoroso divieto di sciogliere il matrimonio o sposare una persona divorziata presuppone un popolo di Dio nel quale le persone vivono una nuova convivenza alla luce della signoria di Dio. Senza una base sociale di questo tipo, non solo il divieto del divorzio, ma l'intero éthos di Gesù sarebbe disumano. Ma la tesi di Conzelmann è insostenibile anche per il fatto che, in Gesù, non c'è alcuna separazione tra creazione e signoria di Dio. L'avvento della signoria di Dio comporta proprio la restaurazione della creazione. Nel regno di Dio si renderà visibile il senso vero della creazione. 

meglio una mano mozzata (mc 9,43-48)

La serie di detti riguardanti l'«automutilazione» per la vita eterna si trova in Mt 5,29-30 e in Mc 9,43.45.47-48. In questo caso scelgo la versione di Marco:

«Se la tua mano ti è motivo di scandalo, tagliala: è meglio per te entrare nella vita con una mano sola, anziché con le due mani andare nella Geènna, nel fuoco inestinguibile. E se il tuo piede ti è motivo di scandalo, taglialo: è meglio per te entrare nella vita con un piede solo, anziché con i due piedi essere gettato nella Geènna. E se il tuo occhio ti è motivo di scandalo, gettalo via: è meglio per te entrare nel regno di Dio con un occhio solo, anziché con due occhi essere gettato nella Geènna, dove il loro verme non muore e il fuoco non si estingue» (Mc 9,43-48).

Dal punto di vista formale, questa serie di detti è strutturata in modo particolarmente chiaro. La prima riga termina sempre con un comando, seguito ogni volta da un parallelismo antitetico. Ciò che, cambia e il riferimento a parti del corpo di una certa importanza: mano, piede, occhio. Diverso e anche l'uso dei termini "vita" e "regno di Dio". Non cambia invece la "Geenna", che viene menzionata tre volte, la terza delle quali ampliata con una citazione di Is 66,24. Già solo a livello di forma e tutto estrema mente suggestivo. Non c'era bisogno di mandare a memoria una serie di detti come questa: bastava sentirla una sola volta e non la si dimenticava più.

Gesù sapeva parlare con questo tono. Cosa voleva dire con questa serie di detti? Più indietro ci siamo già soffermati sull'immagine dello skandalon (cf. sopra, cap. 28). Si tende una trappola agli animali, che vengono così uccisi o catturati. Allo stesso modo anche noi possiamo cadere in trappola. La trappola ci sta già aspettando: í nostri occhi ci trascinano dentro o le nostre mani e i nostri piedi vi rimangono impigliati. E poi, per liberarsi, occorre sacrificare qualche parte di sé.

Forse le immagini utilizzate da Gesù dicevano ancora di più: sono proprio le nostre mani, i nostri piedi, i nostri occhi ad attirarci verso il male. Il male viene sempre e solo da fuori? No, spesso viene da noi stessi. E anche in questo caso dobbiamo sradicarlo o reciderlo. È una decisione tremenda dover rinunciare, in certe circostanze, a interi ambiti della nostra vita. Ma ne va della nostra vita.

Per due volte Gesù dice semplicemente che ne va della vita. Solo la terza scopriamo che questa vita non e altro che la vita nella signoria di Dio; non solo in quella che già ora sta venendo, ma anche nel suo compimento eterno. A tutto ciò si contrappone l'inferno definitivo.

Così Gesù ha parlato anche dell'inferno. Non ha avuto paura di chiamarlo per nome ― e non ha utilizzato perifrasi per evitare di dire la parola "inferno". Diversi commentari biblici, infatti, citano doverosamente il detto, ma non si soffermano più di tanto su tale questione, ben poco allettante. Con l'illustrazione e la minaccia di punizioni infernali si è abusato decisamente per troppo tempo, in maniera eccessiva e spesso, in modo sadico. Ma possiamo tacere su questa terribile possibilità quando ne ha parlato anche Gesù in persona? Forse sì! Ma solo se, anche senza usare questa parola, diciamo ciò che Gesù intendeva dire quando la utilizzava. Dovremmo quindi parlare della gravità della situazione in cui ci troviamo e della radicalità della decisione che ci viene richiesta.

Giustamente, pero, la dogmatica odierna afferma che, quando parliamo dell'inferno o di ciò che si intende con questo termine, non bisogna mai farlo senza aver prima parlato della dedizione incondizionata di Dio verso la sua creazione, del suo desiderio che la creazione abbia esito positivo, della sua chiara volontà che tutti gli uomini siano salvati (1 Tm 2,4).

Nell'annuncio di Gesù, tutto è dominato da questa dedizione definitiva di Dio al mondo. Il centro del suo messaggio è proprio la venuta del regno di Dio come messaggio di gioia e non come minaccia di giudizio. E Gesù non parla solo dell'amore incommensurabile di Dio ― lui vive anche la sua dedizione verso i perduti, i disperati e gli smarriti.

L'inferno è quindi sinonimo di ciò che Dio non vuole. L'inferno è proprio il non voluto da Dio. L'inferno come condizione definitiva può esistere solo quando una persona rifiuta Dio con tutto ciò che pensa, ciò che sente e che la costituisce. Ma dal momento che esistono talmente tante immagini false e fuorvianti dí Dío che le persone ragionevoli giustamente rifiutano, dobbiamo formulare la questione in modo diverso: l'inferno come condizione definitiva può esistere solo quando una persona non vuole il bene, ma il male ― e lo vuole proprio in quanto mode. L'inferno può esistere solo laddove una persona non vuole la verità, ma la menzogna, e la vive fino alle radici della sua esistenza. Infine, può esistere solo quando una persona ha definitivamente detto: "Io basto a me stesso. Voglio solo me stesso, esclusivamente me solo".

Se esistesse una persona che, con una decisione radicale della sua intera esistenza, volesse sempre e solo se stessa e nessun altro, allora Dio dovrebbe lasciarla a se stessa. Dio non potrebbe violare la sua volontà,. Una persona così avrebbe davvero solo se stessa, ed esattamente questo sarebbe l'inferno. Possiamo solo sperare e pregare che tale persona non esista o, meglio, che anche in questo caso la grazia di Dio risulti vittoriosa e, prima della morte, irrompa nella prigione che questa persona si è creata intorno alla propria esistenza.

Questa «grazia vittoriosa» di Dio fa però appello alla nostra cooperazione, alla nostra speranza e alla nostra compassione, non solo perché gli inferni creati dall'umanità nel corso della storia possano essere respinti, ma anche perché glí inferni eterni non possano nemmeno sorgere.

Eppure l'inferno rimane una terribile possibilità lasciata alla libertà umana. Parlandone, Gesù vuole mostrarci che la nostra vita non è un passatempo a buon mercato, privo di conseguenze. Affinché il regno di Dio e non il regno del male conquisti il potere nel mondo, ci è richiesto tutto, anche la capacita di separarci da ciò che nella nostra vita è al servizio del male, anche se, metaforicamente parlando, si tratta di una mano, di un piede o persino di un occhio.

rinuncia alla violenza (mt 5,38-42)

Come testo base scelgo la versione di Matteo:

«Avete inteso che fu detto: Occhio per occhio e dente per dente. Ma io vi dicodi non opporvi al malvagio; anzi, se uno ti da uno schiaffo sulla guancia destra, tu porgigli anche l'altra, e a chi vuole portarti in tribunale e toglierti la tunica, tu lascia anche il mantello. E se uno ti costringerà ad accompagnarlo per un miglio, tu cori lui fanne due. Dà a chi ti chiede, e a chi desidera da te un prestito non voltare le spalle».

Probabilmente Matteo ha qui conservato la formulazione originale della fonte dei detti meglio di Luca. Lo mostrano le seguenti osservazioni.

Eliminando la figura dell'antitesi, il testo matteano risulta composto da quattro frasi che formano un anticlimax:

nessuna resistenza in caso di colpo al viso,

nessuna resistenza in caso di discussione sull'unica tunica,

nessuna resistenza in caso di costrizione a effettuare un tragitto,

nessuna resistenza in caso di richieste insistenti.

Mentre in un climax l'apice è costituito dall'ultimo elemento di una serie linguistica (sequenza di parole o frasí), in un anticlimax l'enfasi e posta immediatamente all'inizio ― nel nostro caso sul colpo in faccia ― ed e proprio questo inizio che viene enfatizzato come estremo attraverso la graduale attenuazione della violenza nelle frasi successive. In Matteo la situazione concreta e descritta nel modo seguente. Al termine dell'anticlimax si parla di prestito. Qualcuno viene e chiede denaro in prestito, ma forse anche sementi o cibo. Non si tratta certo di un'ingiustizia né tanto meno di violenza, ma è comunque una situazione spiacevole. Verosimilmente gli ascoltatori di Gesù si immaginano che il postulante stia esercitando una "delicata" pressione morale. La richiesta di denaro potrebbe persino essere percepita come un'imposizione, dato che in Israele non era permesso chiedere interessi ai fratelli nella fede (Dt 23,20-21; a 18,8). Gesù invece dice: «E a chi desidera da te un prestito non voltare le spalle».

Prima di questo si parla di "chiedere". La situazione concreta non viene descritta. Forse gli ascoltatori stanno pensando a dei mendicanti. Se si tiene presente quanto diffusa e penetrante potesse essere la pratica del chiedere elemosine in Oriente, allora si può intuire il senso della richiesta. Anche in questo caso, il contesto presuppone una certa pressione da parte del questuante. Questi arriva a essere fastidioso. Gesù invece dice: «Dà a chi ti chiede».

Al livello precedente dell'anticlimax ha inizio la costrizione. Aggaréuein (costringere) e termine tecnico usato per estorcere prestazioni. Tutto lascia supporre che qui ci si apra davanti la situazione della Palestina sotto il dominio romano. Le coorti romane si arrogavano il diritto di costringere un ebreo ad andare insieme a loro per fare da guida o portatore di carichi senza compenso (cf Me 15,21). Gesù dice: «E se uno tí costringerà ad accompagnarlo per un miglio, tu con luí fanne due».

Il caso che precede e ancora più pesante. A qualcuno deve essere stata estorta la tunica con un atto di coercizione tale da arrivare alla minaccia del giudizio. È chiaro: tutto avviene in un contesto di povertà, tra persone che possiedono pochissimi beni. Forse si tratta di riscuotere un pegno, forse un risarcimento: quale sia la situazione concreta non lo sappiamo. In ogni caso, si tratta di una persona che possiede un'unica tunica e un solo mantello. Non era lecito sottrarre il mantello a un correligionario- questa norma era già stata legalmente stabilita in Es 22,25-26 ― perché serviva proprio agli indigenti per coprirsi la notte e ripararsi dal freddo. Non avevano nient'altro. Gesù dice: "Non litigare in giudizio per la sottotunica! Lascia che ti venga tolta! Si, e in più dai anche il tuo mantello".

All'inizio, si trova il caso più grave. Mentre prima si trattava dí una costrizione di intensità crescente, forse già anche di violenza occulta, ora siamo di fronte a un'esplosione dí violenza manifesta e brutale, al tempo stesso considerata un oltraggio, grave perché, come viene detto espressamente, il colpo e infetto sulla guancia destra e non sulla sinistra. Quindi il colpo non viene dato con il palmo della mano destra, bensì con il dorso. E un colpo dato con il dorso della mano era considerato un'offesa estremamente grave, sia nel mondo greco-romano che in quello ebraico. Colpendo con il dorso della mano sí voleva dire all'altra persona: "Sei un codardo, una nullità inerme. Con uno come te non c'è nemmeno bisogno di dare il colpo giusto". E Gesù dice: "Lasciati insultare brutalmente! Porgi al tuo avversario anche l'altra guancia!".

L'anticlirnax, dunque, in maniera decrescente, passa dalla violenza brutale, che costituisce un disonore per l'altro, fino alla richiesta fastidiosa al la quale e difficile sottrarsi. Il tutto ― almeno in Matteo ― e una composizione costruita con maestria, formata da singoli lóghia che Gesù può aver detto ín situazioni completamente diverse. In ogni caso, ognuno di questi lóghía riflette il linguaggio provocatorio e l'ethos radicale di Gesù di fronte alla violenza o alla coercizione. L'intenzione di queste frasi e univoca. Agli ascoltatori viene impresso il messaggio seguente: rinunciate ai vostri diritti! Rinunciate a qualsiasi tipo di rivalsa! Non rispondete mai alla violenza con altra violenza!

Le sollecitazioni presenti nel nostro testo diventano ancora più incisive per il fatto che descrivono casi tutt'altro che insoliti e rari. Anzi, sono desunte dalla vita reale e quotidiana degli uditori di Gesù e presuppongono un'intera gamma di possibilità di violenza velata o manifesta che vanno, appunto, dalla semplice scocciatura all'atto di violenza diretto.

Certo, questi inviti a rinunciare alla violenza ― come pure altre richieste presenti nel díscorso della montagna ― ci pongono di fronte a una serie di problemi. Quando leggo la frase: «Da' a chi ti chiede», vedo sempre davanti a me una scena in un supermercato: un bambino aveva infilato la mano in uno di questi scomparti volutamente profondi e aveva tirato fuori un mucchio di barrette di cioccolato colorate. Le voleva tenere. Al no della madre il bambino aveva dapprima cominciato a implorarla fino a cercare di ricattarla con pianti e lacrime. Quella madre avrebbe dovuto seguire il discorso dí Gesù (partiamo dal presupposto che conoscesse il discorso della montagna) «Da' a chi ti chiede»? Non doveva opporsi alla richiesta, proprio per amore del figlio?

Un altro esempio: il 25 giugno 2021 un uomo ha improvvisamente aggredito delle donne con un coltello in un grande magazzino di Wiirzburg. Ci sono stati diversi feriti gravi e tre morti. L'uomo aveva chiesto a una commessa di mostrargli l'arma del delitto, un grande coltello appuntito, ed era poi passato ad aggredirla con lo stesso mezzo. La commessa fu la prima delle tre vittime. Evidentemente la donna aveva dapprima opposto resistenza. Avrebbe dovuto offrire all'assassino anche il suo collo, come prescrive la frase: «Non opporvi al malvagio»?

Da questi due esempi emerge con chiarezza che gli appelli di Gesù a rinunciare alla violenza non possono essere applicati come norme vincolanti in ogni singolo caso. Rispondere che non bisogna prendere tali richieste "alla lettera" sarebbe discutibile. Tutto ciò che Gesù dice e tutto ciò che è scritto nella Bibbia deve essere inteso "alla lettera". L'unica domanda da porsi è cosa intendere per "lettera" o quale tipo di "linguaggio" abbiamo di fronte. Tutto sarebbe più chiaro se qualcuno dicesse che qui si parla in senso figurato, qui il linguaggio è "metaforico" o "per immagini". Ma anche questo sarebbe comunque opinabile.

Come in molti altri passaggi, Gesù parla in modo provocatorio ed estremo. Lo scopo dí questo linguaggio non e tanto quello di istruire, bensì quello di scuotere le coscienze, aprire gli occhi, far riflettere e strapparle da un'indifferenza viscerale. Anche così, però, con il suo discorso provocatorio che invita a rinunciare alla violenza, Gesù pensa comunque a comportamenti reali che devono essere presi come tali e che, come modelli, gettano luce su casi simili. Gesù proibisce davvero l'uso della violenza ed e convinto che chiunque accolga la sua parola all'interno del popolo di Dio possa rinunciare alla vendetta e alle rivalse.

Nelle interpretazioni più recenti delle frasi di Gesù sulla rinuncia alla violenza si sottolinea spesso che non si tratta pura passività, ma di un agire attivo attraverso il quale indurre l'altro a cambiare. Porgere l'altra guancia, ad esempio, sarebbe una risposta che sorprende e disarma l'avversario, una reazione che «non intende mettere in cattiva luce l'aggressore, ma indurlo a rinunciare alla violenza e in definitiva a riconciliarsi»l.

In ogni caso, questa è la speranza che sta alla base dell'atteggiamento della non violenza, che non scaturisce da un'ingenuità fuori dal mondo, ma segue piuttosto un'intenzione voluta: interrompere la spirale della violenza in modo che l'avversario sbalordito possa tornare sui suoi passi di fronte alla reazione inattesa della propria vittima. [...] Di fronte alla mancata violenza, che uno invece si aspetterebbe in risposta, l'aggressore dovrebbe sentirsi completamente spiazzato, tanto da fermarsi e astenersi dall'agire in modo violento.

Tutte queste considerazioni intravedono qualcosa di corretto. Quando qualcuno consegna la propria tunica senza opporre resistenza, quando aggiunge anche l'abito e resta nudo, mette in atto un gesto sconvolgente di fronte al quale nessuno può restare indifferente. Lo stesso vale per la presentazione dell'altra guancia. Porgere il proprio collo all'interno di un branco di lupi funziona davvero: si inibisce il riflesso che spinge il più forte ad azzannare. Non e però certo che tali riflessi funzionino anche nell'uomo perché qui, diversamente dai lupi, c'è una lunga storia dí violenza, qui si aggiunge un crescente potenziale di male. Ecco perché la dimostrazione di non violenza può avere anche esattamente l'effetto opposto: il male che si scatena in modo quasi sadico.

Gesù non intendeva queste richieste come un ethos generale per l'umanità, la società, l'individuo o lo Stato. Valevano per Israele. Ancor più precisamente: valevano per i discepoli di Gesù, inizio e strumento di diffusione dell'Israele escatologico. E qui che deve avere inizio la novità che un giorno cambierà il mondo intero.

Gli Stati, ad esempio, non possono e non devono attenersi alla non violenza richiesta nel discorso della montagna. Senza il monopolio dello Stato sull'uso della forza, senza la polizia, senza giudici e forze dell'ordine, in qualsiasi società scoppierebbero rapidamente il caos e l'anarchia. Torniamo per un attimo all'attacco di Wiirzburg: gli uomini che hanno circondato l'aggressore del 25 giugno 2021 tenendo in mano le sedie del ristorante fino all'arrivo della polizia hanno agito non solo in modo coraggioso, ma anche corretto. Hanno impedito altri omicidi.

Con il suo appello alla non violenza Gesù ha ín mente persone che, all'interno del popolo di Dio e sostenute da fratelli e sorelle, rinunciano alla violenza e, soprattutto, alla ritorsione, affinché si comprenda in modo simbolico come sarà la nuova società del regno di Dio. È una società alternativa, fondata sul "per gli altri", basata su una decisione libera. In questa libertà Gesù ha preferito lasciarsi uccidere piuttosto che tradire il suo messaggio e la sua missione. E i suoi avversari hanno azzannato. Non li ha fermati nessun riflesso. Ma dalla sua morte e nata la chiesa, che sarebbe il luogo reale in cui dovrebbe essere vissuto il discorso della montagna. 

amore per i nemici (lc 6,27-28)

L'amore peri nemici è concetto di importanza fondamentale per Gesù. 

«Amate i vostri nemici, fate del bene a quelli che vi odiano, benedite coloro che vi maledicono, pregate per coloro che vi trattano male» (Lc 6,27-28).

Ribadito di continuo, dapprima nel Nuovo Testamento stesso e poi nella chiesa primitiva, ben presto è diventato la quintessenza del messaggio dí Gesù e del cristianesimo.

Molti studiosi hanno cercato di scoprire se il comandamento di amare i nemici fosse qualcosa di specificamente gesuano oppure se anche altrove esistesse qualcosa di analogo.

L'ambiente più importante, anzi assolutamente fondamentale, del Nuovo Testamento è Israele. Le espressioni più importanti per questo comandamento si trovano in Lv 19,17-18:

«Non coverai nel tuo cuore odio contro il tuo fratello; rimprovera apertamente il tuo prossimo, così non ti caricherai di un peccato per lui. Non ti vendicherai e non serberai rancore contro i figli del tuo popolo, ma amerai il tuo prossimo come te stesso. Io sono il Signore».

La prima domanda che poniamo a questo testo deve essere: che cosa significa qui «il prossimo»? La risposta è chiara il «prossimo» è come dire «membro del clan» e «membro del tuo popolo». Quindi, in questo testo, «prossimo», esattamente come «fratello», può significare solo membro del popolo di Dio, fratello e sorella nella fede. La questione diventa ancora più chiara nelle attestazioni di Lv 19,33-34:

«Quando un forestiero dimorerà presso di voi nella vostra terra, non lo opprimerete. Il forestiero dimorante fra voi lo tratterete come colui che è nato fra voi; tu l'amerai come te stesso, perché anche voi siete stati forestieri in terra d'Egitto. Io sono il Signore, vostro Dio».

Questo testo dí grande attualità ai nostri giorni mostra che l'amore verso il prossimo deve valere anche per lo straniero che si e insediato nel Paese. Diverso è il caso dei viaggiatori di passaggio, come ad esempio un forestiero che pratica il commercio e per questo viaggia nel Paese. A lui non si applica il comandamento dell'amore verso il prossimo, ma piuttosto l'alto stile dell'ospitalità, che richiede un impegno straordinario da parte dell'ospite.

È quindi chiaro che, nell'Antico Testamento, l'amore verso il prossimo non è un amore universale verso l'umanità; si applica aí membri del clan, ai figli e alle figlie del proprio popolo, ma anche a tutti coloro che vivono come stranieri nel Paese, ai quali si riferisce il «presso di voi» o il «fra voi» di Lv 19,33-34. 

A partire da qui si deve interpretare anche «l'amerai come te stesso».

Attualmente va di moda riferire questo te stesso» all'individuo, al proprio "io": «Ama prima te stesso senza riserve, solo così avrai anche la forza di amare il tuo prossimo». Ciò non ha assolutamente nulla a che fare con la Bibbia. Nell'antico Israele, che non conosceva affatto il nostro individualismo, «te stesso» era la famiglia, era il proprío clan. L'individuo doveva obbedienza e solidarietà, a questa comunità ristretta. In cambio, veniva da essa sostenuto e protetto. Ognuno doveva amare la propria famiglia, il proprio clan, dove per amore non si intendeva certamente un sentimento romantico, ma una vera e propria solidarietà reciproca.

Una delle grandi conquiste teologiche d'Israele e stata quella di superare questa solidarietà all'interno del proprio clan e di estenderla all'intero popolo di Dío, a tutti i fratelli e le sorelle nella fede (e anche agli stranieri viventi nel Paese). Il comandamento dell'amore per il prossimo vuole quindi dire esattamente questo: "Dovrai donare al tuo prossimo, cioè a tutti quelli che fanno parte del popolo di Dio, esattamente lo stesso aiuto e la stessa cura come a quelli che fanno parte della tua famiglia e della tua parentela! Dovrai amare tutti in Israele come ami la tua famiglia!". Era un passo degno di nota nella comprensione dell'esistenza del popolo di Dio.

Che dire dell'amore verso i nemici? L'estensione dell'antica solidarietà familiare non arrivava solo aí fratelli unanimi nella fede, ma anche al nemico presente nel popolo di Dio, perché nel già citato testo di Lv 19,17-18 e ovviamente incluso anche il nemico. Lì si dice infatti: «Non coverai nel tuo cuore odio contro il tuo fratello». E ancora: «Non ti vendicherai e non serberai rancore contro i figli del tuo popolo».

Colui contro il quale si nutre odio nel proprio cuore è il nemico. E colui contro il quale si cerca di vendicarsi non può essere che il nemico. Eppure anche il nemico è in Israele "fratello", e quindi non si può odiare neppure lui. Il nemico e pertanto incluso nel comandamento dell'amore del prossimo di Lv 19. Esodo (21,1-23,33) lo dice ancora più chiaramente: «Quando incontrerai il bue del tuo nemico o il suo asino dispersi, glieli dovrai ricondurre. Quando vedrai l'asino del tuo nemico accasciarsi sotto il carico, non abbandonano a se stesso: mettiti con lui a scioglierlo dal carico» (23,4-5).

Qui vengono descritti a mo' d'esempio due casi, il secondo dei quali segna un crescendo rispetto al primo. Primo caso: già il fatto di ricondurre al padrone il bue o l'asino richiede del tempo e non è sicuramente cosa piacevole. Uno potrebbe lasciare che l'animale continui a vagare e danneggiare così il nemico. Ma non deve avere la volontà di danneggiarlo. Deve aiutarlo. Secondo caso: qui si tratta dí collaborare, bisogna darsi da fare insieme per rimettere in piedi l'asino e suddividere meglio il pesante carico. E tutto questo mano nella mano, collaborando con l'uomo da cui si è odíati o che si odia! Questo potrebbe costituire un passo in avanti verso la riconciliazione. È vero che il termine "amore" qui non compare, non di meno è altrettanto vero che è qui del tutto evidente cosa si intenda per amore nella Bibbia. L'amore non è in primo luogo un forte sentimento, ne un'emozione sconvolgente, ma è aiuto effettivo.

A questo punto si solleva la domanda: Gesù supera ancora una volta tutto questo? Allarga di nuovo i confini? Allarga l'amore verso il prossimo fino a farlo diventare universale? Io non trovo spunti in questo senso nel comandamento di amare il prossimo e il nemico. Gesù rimane fedele al comandamento di Lv 19,18.34. E così facendo ― questo è l'aspetto decisivo ― tiene fede alla collocazione del comandamento dell'amore nel popolo di Dio. 

L'unica cosa che è cambiata è al massimo la seguente: il comandamento dell'amore verso il prossimo (che, come si e visto, include anche quello dell'amore per il nemico) si colloca ora direttamente accanto al comandamento dell'amore per Dio di Dt 6,5 e occupa così una posizione centrale. Lo mostra la risposta data da Gesù alla domanda su quale sia il comandamento più importante (Cfr. Mc 12,28-34 Mt 22,34-40// Lc 10,25-28). Ciò che risulta più evidente con Gesù è il legame saldo e indissolubile tra l'amore verso il prossimo e l'amore per Dio (cioè il legame tra Lv 19,18 e Dt 6,5). Non si deve dire che, nella Torà il comandamento di Lv 19 sia in qualche modo marginale ma è significativo che ora, con Gesù, sia collocato definitivamente al centro. Inoltre, Egli parla direttamente di amore verso i nemici.

Possiamo però forse aggiungere ancora una cosa: nell'amore verso il prossimo e verso il nemico Gesù ha radicalmente bandito qualsiasi idea di contraccambio (Mt 5,46-48 e Lc 6,32.34.36):

«Se amate [solamente] quelli che vi amano, quale ricompensa ne avete? Non fanno così anche i pubblicani? E se prestate [soltanto] a coloro da cui sperate di ricevere, quale ricompensa ne avete? Non fanno così anche i pagani?» 

Con ciò Gesù sta dicendo: se tutto è basato solamente su una reciprocità contabile, “sull’aiutami che io ti aiuto” o “io ti aiuto, ma naturalmente alla tacita condizione che tu aiuti anche me qualora dovessi, averne bisogno”, ovvero se tutto si svolge solo secondo il principio della reciprocità etica, allora ci troviamo ín un mondo spietato e privo di attrattiva. La società del popolo di Dio deve invece essere animata dalla spontaneità libera e dalla gratuità assoluta. Perché il popolo di Dio deve rispecchiare la benevolenza di Dio. Ecco perché la serie di detti appena citati si conclude con la frase: «Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso!» (Lc 6,36).

La messa al bando di qualsiasi aspettativa di ricompensa ci conduce direttamente nel mondo delle religioni antiche, dove era esattamente il contrario. «La mentalità comune dei Greci e pervasa dall'idea che bisogna aiutare i propri amici e danneggiare i propri nemici. Questi principi fondamentali affiorano di continuo da Omero in poi e perdurano fino al tempo dei Romani» (Mary Blundell, in Helping Friends and Harrning Enemies).

Gesù non si è affatto lasciato alle spalle l'amore verso il prossimo o l'amore verso il nemico annunciati nella Torà. Proprio in base ad essa egli sa chi è Dio e come deve essere anche l'uomo in Israele.

Solo in Israele? Davvero Gesù è rimasto concentrato solamente su Israele? Non ha forse superato le barriere nazionali d'Israele? Non ha forse esteso il comandamento dell'amore di Lv 19 a tutte le persone, tanto che ora il «prossimo» sono tutte le persone del mondo intero? Come sembra suggerire la parabola del buon samaritano (Lc 10,30-35).

Questa interpretazione però non coglie ciò che Gesù intende dire in questa parabola. Già la scelta dei personaggi parla da sé, e ancora di più la constatazione che questa è l'unica parabola di Gesù con una collocazione reale: «Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico» (Lc 10,30). Il sacerdote e il levita rappresentano il tempio di Gerusalemme su un piano per così dire "professionale" e anche il malcapitato lo rappresenta da "laico". Se percorreva il Wadi Qelt per andare verso Gerico, significa che stava venendo anche lui da una visita al tempio. Aveva praticato il culto nel tempio di Gerusalemme. Il samaritano, invece, è la controfigura che rappresenta il culto di Dio praticato sul Monte Garizim. In entrambi i luoghi di culto, sul Monte del Tempio a Gerusalemme come pure sul Monte Garizim, si adorava YHWH ma ― intende dire Gesù ― ciò che conta e che l'adorazione del vero Dio deve corrispondere all'amore verso il prossimo. Altrimenti l'amore per Dio e fragile e incoerente.

Inoltre, il fatto che Gesù scelga un samaritano come controfigura per i fedeli di Gerusalemme ha un ulteriore obiettivo: Gesù vuole rammentare che i samaritani, disprezzati dai giudei, non sono forestieri ma, nonostante l'odio reciproco, fanno anch'essi parte del popolo di Dío (cf. il racconto in Lc 9,51-56). Si serve della meravigliosa figura di questo samaritano per mostrare come si deve agire da fratelli e sorelle all'interno del popolo di Dio. La parabola rientra quindi nella grande tematica del "raduno del popolo d'Israele". La posta in gioco qui ― e in generale nella Bibbia ― è innanzitutto il realizzarsi della solidarietà vissuta nel popolo di Dio, così come viene richiesta in Lv 19,1834 o Es 23,4-5 e già illustrata in modo esemplare in 2 Cr 28,5-15: qui i samaritani fasciano le ferite dei giudei gravemente colpiti nella battaglia fratricida, li vestono, li nutrono, danno loro da mangiare, li mettono in sella e li riportano in patria.

Gesù, come tutta la Bibbia, pensa esattamente nella prospettiva d'Israele e in maniera penetrante in quella del popolo di Dio. Il cambiamento del mondo avviene a partire da un luogo specifico e questo luogo e il popolo che Dío si è scelto. Solo nella misura in cui questo popolo vive l'alternativa di Dio, la novità e l'alterità sí potranno propagare nel mondo. Nell'Antico Testamento questo propagarsi e concepito secondo lo schema del pellegrinaggio dei popoli: i popoli si recano a Sion per imparare da Israele in che modo la non violenza e la pace possono trovare casa nel mondo (cf in particolare Is 2,1-5). Per Gesù, il pellegrinaggio dei popoli è cosa ovvia. Applicato alla domanda appena sollevata, vale quindi: se il popolo escatologico di Dio vivrà l'amore verso il prossimo e l'amore per il nemico, allora accadrà che questa dedizione che porta a dimenticarsi di sé toccherà molte persone nel mondo e le indurrà ad agire nello stesso modo.

Certo, l'idea del pellegrinaggio delle nazioni può essere formulata anche al contrario. Si potrebbe anche dire che, nella misura in cui l'amore verso il prossimo e verso il nemico è vissuto all'interno del popolo di Dio, lì in molte occasioni e sempre di nuovo arriverà a superare i confini dello spazio interiore per andare verso coloro che sono "fuori". Allora tutti quelli che sono "dentro", tutti quelli che hanno bisogno e persino tutti quelli che sono ostili, diventeranno fratelli o sorelle. Allora l'amore per i propri nemici si estenderà davvero oltre i confini del popolo di Dio. Ma perché ciò sa possibile, sono necessarie le risorse del popolo di Dio, di un popolo di Dio che non sia autoreferenziale, ma che faccia affidamento sulla volontà salvifica di Dio che tutto abbraccia.