Il cieco nato rapprenta l’umanità che, creata buona da Dio e rimasta ancora buona, si mostra incapace di vivere secondo la verità. È cieca perché, pur conoscendo Dio, non gli rende onore come a Dio, non gli riconosce la grandezza; non vede quale ricchezza sia accogliere Dio e quale cecità trascurarlo. Il Signore, tuttavia, per grazia, cerca sempre di salvare.
Il cieco appartiene a mondo dei poveri, trascurati e disprezzati. Anche Davide non era stato apprezzato dal padre Iesse ma soltanto da Dio. L’umanità peccatrice è quel povero seduto sull’immondezza di cui Dio ha pietà per pura misericordia.
Il fango fatto con lo sputo ricorda la prima creazione quando Dio formò l’uomo dalla terra. Egli ora lo crea di nuovo. «Eravate un tempo tenebra, ora siete luce nel Signore» (Ef 5,8). Il cieco inizia un cammino d’illuminazione: crede nella parola di Gesù e s’affretta a lavarsi nella piscina di Siloe. In realtà si purifica nel sangue di Gesù, nella sua morte che ottiene il perdono dei nostri peccati.
Comincia ad essere credente perché testimonia a favore di Gesù precisando come è avvenuta la sua guarigione. Noi possiamo parlare di Dio soltanto raccontando ciò che è avvenuto in noi. È capace di resistere alla prepotenza dei nemici di Gesù e offre loro perfino un’istruzione saggia (se Gesù fosse peccatore, non avrebbe potuto compiere un miracolo) e, in modo indiretto, suggerisce loro di diventare suoi discepoli.
Infine subisce una persecuzione in quanto viene espulso dalla Sinagoga ed affronta una morte civile. Il cieco guarito è costretto a percorrere la valle oscura ma, trovandosi nel buio, riceve la consolazione di sentire presso di sé i passi del Signore, il rumore del suo bastone: Egli infatti lo sta accompagnando e confortando.
Riguardo a questo consolidamento, possiamo dire che anche noi abbiamo ricevuto un dono simile a quello di Davide. Il Signore ci conferma con il dono dello Spirito: «È Dio stesso che ci conferma, insieme a voi, in Cristo e ci ha conferito l’unzione, ci ha impresso il sigillo e ci ha dato la caparra dello Spirito nei nostri cuori» (2 Cor 1,21-22). Lo Spirito è unzione perché fa penetrare nella nostra persona le cose di Dio; è sigillo perché ci fa appartenere a Dio in modo permanente; è caparra perché anticipa nella nostra povera vita, la vita eterna.
Il frutto dello Spirito (Gal 5,22: amore, gioia, pace, magnanimità, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé) è migliore dei suoi sette doni. I sette doni sono una predisposizione (una patente di guida) mentre il frutto rappresenta il risultato (il traguardo raggiunto).

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