martedì 8 settembre 2026

DETTI IMPORTANTI DI GESÙ 3

 

LA VITA DEI DISCEPOLI

le volpi hanno le loro tane (lc 9,57-58)

Il pellegrinaggio di Gesù a Gerusalemme per la sua ultima festa di Pasqua e inaugurato da Luca con una solenne introduzione formulata in linguaggio tipicamente biblico: «Mentre stavano compiendosi i giorni in cui sarebbe stato elevato...» (Lc 9,51). Da quel momento in poi, appena possibile Luca inserisce innumerevoli episodi allo scopo di mostrare il cammino di Gesù verso Gerusalemme. Uno dei primi è l'incontro con un uomo che si rivolge a Gesù dicendogli: «Ti seguirò dovunque tu vada» (Lc 9,57). Gesù gli risponde: «Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo» (lc 9,58)

Non si tratta solo dell'insolito accostamento volpi ― uccelli -- giudice del mondo ad essersi impresso nella memoria. A questa sconcertante sequenza corrispondono le tane delle volpi, le dimore deg i uccelli e poi, ecco, la caduta inattesa: il Figlio dell'uomo, il più alto di tutti gli "esseri viventi", non ha nemmeno ciò che hanno gli animali. Anche nella grande visione di Daniele (7,1-14) il «figlio dell'uomo» arriva dopo una sequenza di animali (leone ― orso ― leopardo ― bestia ― figlio dell'uomo). In Daniele questi animali simboleggiano i grandi imperi mondiali e il Figlio dell'uomo è posto al di sopra di tutti gli imperi, che lo devono servire. Invece qui, in questa sequenza, il Figlio dell'uomo si colloca molto al di sotto dei suoi simili.

Certo, ciò che Gesù esprime non è un lamento sulla propria necessità di peregrinare e sul bisogno di alloggio, ma un chiaro avvertimento al suo interlocutore: "Se vuoi seguirmi, pensa molto bene a ciò che chiedi!". Gesù parla della propria condizione apolide, senza-patria, solamente per far sì che la persona coinvolta possa davvero riflettere su tale sequela.

Sono condizioni dure quelle di cui parla Gesù: la sua stessa famiglia voleva trattenerlo perché i suoi fratelli pensavano fosse fuori di sé ― ed egli dovette separarsi dai suoi (Mc 3,20-21.31-35). La sua missione è quella di annunciare l'avvento della signoria di Dio in tutta la Galilea, e poi anche nella capitale; per perseguire questo scopo non ha stabilità ed è in viaggio senza fissa dimora. In questa condizione può facilmente accadere che, contrariamente a tutta l'ospitalità orientale, non gli venga offerto nemmeno un alloggio per la notte ― ed ecco che allora non ha nulla su cuí posare il capo. Luca aveva raccontato una situazione analoga pochi passi prima: Gesù e i suoi discepoli non vengono accolti in un villaggio di Samaritani (Lc 9,51-56).

Seguendo la medesima linea di tutti i commentatori, finora ho parlato della mancanza di patria di Gesù e dei suoi discepoli. In questo lóghion Gesù ne parla in modo realistico e senza fronzoli. Ma forse possiamo pensare anche al celibato. di Gesù e al fatto che, per seguirlo, i suoi discepoli hanno dovuto lasciare mogli, figli e case.

«Il Figlio dell'uomo non ha dove posare il capo». Il pensiero non corre forse, quasi spontaneamente, alla moglie, che il marito può abbracciare, nel cui amore egli può respirare e nella cui comprensione può riposarsi, anzi, sulla quale può appoggiare il proprio capo? Gesù non ha avuto tutto questo. Perché? Forse perché era una persona immatura e timida? O per un'ostilità nei confronti del corpo? O addirittura per sessuofobia? Per rigorismo o fanatismo? Assolutamente no! Il celibato di Gesù e la temporanea separazione dei suoi discepoli dalle proprie mogli hanno un'unica motivazione: la signoria di Dio che deve essere proclamata ora.

In tutte queste riflessioni occorre considerare una cosa: la mancanza di patria di cui Gesù parla in questo lóghion è molto più di una scelta razionale legata a un intento, cioè la rinuncia temporanea alla casa e alla patria a favore dí una maggiore mobilità. Si tratta della signoria di Dio nel senso che già ora, nella mancanza di patria di Gesù, si sta rendendo visibile un'altra dimora, che si rivelerà nella "nuova famiglia" formata da numerosi fratelli e sorelle. Questo perché la signoria di Dio presuppone l'esistenza di un popolo di Dio nel quale tutti mettano in comune la propria vita. Richiede una nuova convivenza.

lascia che i morti seppelliscano i loro morti! (lc 9,59-60)

La frase decisiva: «Lasciate che i morti seppelliscano i loro morti» riferisce certamente un caso concreto. Non viene definita una norma generica. Eppure, ciò che Gesù dice qui non è solo perentorio.

È agghiacciante e riguarda tutti coloro che stanno prendendo in considerazione di seguire Gesù. Non sappiamo se il padre del tale chiamato da Gesù a seguirlo fosse appena morto, se fosse sul punto di morire o forse semplicemente vecchio e malato. Questo è comunque un aspetto irrilevante, perché ciò che Gesù chiede con questo detto contraddice in ogni caso un precetto della Torà. Contraddice esattamente il quarto comandamento.

Per secoli abbiamo interpretato il quarto comandamento come se fosse riferito soprattutto ai bambini, che devono essere buoni e obbedire ai loro genitori. In realtà, i destinatari erano gli adulti, che dovevano prendersi cura dei loro genitori anziani quando questi non fossero più stati in grado di badare a se stessi. Dovevano rendere loro giustizia in situazioni di oppressione e seppellirli infine in maniera dignitosa.

Così, quando nel nostro testo una persona che era stata colpita nel profondo da Gesù o che era stata addirittura chiamata alla sequela chiede di poter «seppellire» prima suo padre ― e Gesù gli nega di assistere il genitore prima della sua morte o addirittura di seppellirlo ― si tratta di una gravissima violazione delle pratiche di pietà e delle usanze, anzi, di una violazione diretta della Torà. Gesù motiva questa dura trasgressione con l'urgenza della sequela, che, naturalmente, sta in stretto rapporto con l'imminenza della signoria di Dio. "Adesso la proclamazione del regno di Dio è più importante del quarto comandamento e anche di tutti i legami famigliari", afferma Gesù.

«Lasciate che i morti seppelliscano i loro morti!»: nessuno dimentica più questa frase dopo averla sentita. «I morti ― i morti»: una retorica calcolata con estrema precisione. Tutti sanno che i morti non possono seppellire i morti, perché i morti sono morti. Quindi qui sarebbero coloro che sono «spiritualmente morti» a doversi preoccupare delle sepolture: le persone che non si aprono al messaggio di Gesù, che non hanno capito che l'ora è giunta.

Almeno così viene spesso interpretato il nostro testo. E questa interpretazione può anche essere dovuta al fatto che anche in altri passi del Nuovo Testamento si parla di persone spiritualmente morte (cf 1 Tm 5,6; 1 Gv 3,14). Probabilmente, però, ciò che Gesù ha detto in tale occasione era ancora píù esigente. Forse intendeva dire: "Adesso si tratta dell'annuncio del regno di Dio ― adesso si tratta della vita in un mondo nuovo. Cosa mi interessa ora dei morti ― lasciate che .i morti, cioè i defunti, si seppelliscano tra loro"? Sarebbe un'ironia portata all'estremo. In tal caso Gesù non avrebbe fatto differenza tra coloro che sono realmente morti e coloro che sono spiritualmente morti. Per lui ci sarebbe stato solo un "aut aut": vivere nella sfera della morte o nella sfera della vita, cioè nell'ormai incipiente signoria di Dio.

O così o così! Questa parola di Gesù è sconvolgente. Per un ebreo del tempo di Gesù, questa parola deve essere stata ancora più scandalosa che per noi. 

Con questo lóghion Gesù si è posto al di sopra dei comandamenti di Dio? No, ma li ha interpretati in autonomia e signoria ― come se fosse lui stesso il legislatore. Gli scribi collezionavano i passi biblici per interpretare nel modo più meticoloso possibile ciò che era scritto nella Torà. Discutevano alacremente intorno a ogni lettera. Gesù è diverso! Parla e agisce effettivamente come se fosse al posto di Dio. 

nessuno che mette mano all'aratro (lc 9,61-62)

Ai testi delle «volpi» e dei «morti», Luca aggiunge un terzo apoftegma. Come due che lo precedono, anche questo parla dell'incondizionatezza, anzi, addirittura della mancanza di riguardo che si applica a coloro che vogliono seguire Gesù. Questo terzo apoftegrna fa parte del materiale personale di Luca:

Un altro disse: «Ti seguirò, Signore; prima però lascia 

che mi congedi da quelli di casa mia». Ma Gesù gli espose «Nessuno che riette. filano all'aratro e poi si volge indietro è adatto per il regno di Dio» (Lc 9,61-62

Questo testo ha chiaramente un retroterra anticotestamentario. Nel Primo libro dei Re si narra di come il profeta Elia abbia chiamato un discepolo. Anche íl racconto di vocazione dell'Antico Testamento comporta l'abbandono della famiglia e, anche lì, il motivo dell'aratura assume un ruolo specifico:

«Partito di lì, Elia trovò Eliseo, figlio di Safat. Costui arava con dodici paia di buoi davanti a sé, mentre egli stesso guidava il dodicesimo. Elia, passandogli vicino, gli gettò addosso il suo mantello. Quello lasciò i buoi e corse dietro a Elia, dicendogli: «Andrò a baciare mio padre e mia madre, poi ti seguirò». Elia disse: «Va' e torna, perché sai che cosa ho fatto per te». Allontanatosi da lui, Eliseo prese un paio di buoi e li uccise; con la legna del giogo dei buoi fece cuocere la carne e la diede al popolo, perché la mangiasse. Quindi si alzò e seguì Elia, entrando al suo servizio» (1 Re 19,19-21).

In questo testo Eliseo è presentato come figlio di un contadino benestante, con una tenuta sulla quale è possibile arare con dodici paia di buoi. Elia lo chiama buttandogli addosso il suo mantello. In questo modo, Eliseo viene chiamato ad occuparsi della causa di Dio e capisce subito che cosa ciò significhi per lui: rottura con la sua precedente attività, abbandono della famiglia, inizio di una vita imprevedibile, sequela. Il resto della narrazione si limita a specificare come il ricco erede si lasci alle spalle la famiglia e la professione.

In comune con il racconto di Gesù c'è soprattutto il fatto che anche Eliseo chiede dapprima il permesso di poter andare a congedarsi dai propri genitori. Sa quindi di non essere già più padrone di se stesso, ma di essere al servizio di Elia. Elia gli permette di farlo. Questa è l'unica possibile lettura del testo, che in questo punto risulta un po' difficile. Dicendo: «perché sai che cosa ho fatto per te», concede a Eliseo la massima libertà. Chi è chiamato può solo seguire in piena libertà.

Proprio tale concessione, però, gli fa comprendere che cosa avverrà di lui. Verosimilmente il testo intende dire che Eliseo non torna neppure più a casa, ma improvvisa in mezzo al campo un banchetto di addio per i suoi servi. Comunque sia, come legna da ardere utilizza il giogo di un paio di buoi: questo gesto indica con chiarezza che abbandona la propria attività e che la causa di Dio non tollera dilazioni.

Se si considerano insieme il racconto anticotestamentario e quello del Nuovo Testamento, emerge un quadro inquietante della teologia vocazionale biblica: un quadro che, innanzitutto, lascia trasparire il "subito" della sequela, ma mostra anche che il nuovo avviato da Dio con Israele nel mondo può essere trasmesso solo da persona a persona. Non esiste alcun passaggio automatico della fede alla generazione successiva. La vocazione e il carisma vanno tramandati faccia a faccia. Eliseo deve, per così dire, percepire il manto di Elia sul proprio corpo.

I due racconti, però, mostrano ancora qualcosa di più, e cioè l'importanza della non professionalità. Fosse stato per lui, Eliseo non avrebbe mai pensato di diventare profeta. Aveva altro in mente: l'azienda dei genitori, gli affari, la famiglia. Verosimilmente è chiamato proprio per questo. Dio non ha solo bisogno di ministri qualificati, ha anche bisogno di non professionisti, che sono invece esperti nel proprio mestiere. Ha bisogno di persone che siano in grado di far arare i servi con dodici paia di buoi. E Gesù non ha scelto per caso persone che, come Pietro e Andrea, Giacomo e Giovanni, erano esperti nel mestiere di pescatori, o che sapevano fare di conto come l'esattore Levi.

I due racconti mostrano anche che nessuno può chiamare se. stesso. La chiamata deve giungere per il tramite di altri. Se qualcuno si dichiara chiamato, la conseguenza possono essere gravi errori di valutazione. Un’antichissima esperienza del popolo di. Dio permette dí contrastare questi errori di valutazione: le persone possono permettere ad altri di confermare che Dio le sta chiamando.

A prima vista, Lc 9,61-62 sembra un testo quasi disumano. Come in altri detti di Gesù, anche qui emergono una chiarezza e un'univocità quasi spaventose. Mentre Elia permette al suo successore di salutare la propria famiglia, Gesù non lo fa. Chiede letteralmente di "non avere riguardo", non guardare indietro, ma di tenere lo sguardo rivolto in avanti: chiunque guardi indietro è inutile per il regno dí Dio. Ma chi realizza questa parola del. Signore, anche solo da lontano e con tutti i timori e le inadeguatezze che ci incatenano, sa e non dimenticherà mai:la libertà e la felicità alle quali conduce la chiamata incondizionata di Gesù.

il celibato di gesù (mt 19,12)

Nel capitolo 17 abbiamo già fatto un breve accenno al celibato di Gesù. Conviene approfondire ora questo argomento. La parola di Gesù è la seguente:

«Vi sono eunuchi che sono nati così dal grembo della madre, sono altri che sono stati resi tali dagli uomini, e ve ne sono altri ancora che si sono resi tali per il regno dei cieli. Chi può capire, capisca!» (Mt 19,12).

La struttura creata ad arte di questi tre versi che si concludono con un invito finale cattura immediatamente l'attenzione. Vengono nominati in successione tre tipi di eunuchi: nel primo verso si parla di maschi che presentano difetti che oggi chiameremmo malformazioni genitali, mentre il secondo riguarda il caso di castrazione. A questo punto gli ascoltatori di Gesù dovevano essere curiosi di sentire cosa sarebbe stato annunciato nel terzo verso, poiché la terza parte di un discorso di questo tipo (come per le barzellette) introduce spesso un effetto finale a sorpresa. Qui la sorpresa è il fatto che entrano in gioco uomini che si sono castrati da soli — e questo era un abominio alle orecchie degli ebrei. Solo l'esagerata conclusione del terzo verso mostra che l'autocastrazione intesa da Gesù era del tutto metaforica: si tratta di celibato — e in più di un celibato volontario per la signoria di Dío. Questi tre versi sono completati e al tempo stesso conclusi con l'invito: «Chi può capire, capisca».

L'intero lóghion è formulato in modo talmente scandaloso che già questo depone a favore della sua autenticità. Gesù stesso definisce prima di tutto se stesso come "castrato". Sapeva parlare in modo così provocatorio, ma avrebbe benissimo evitato questo tipo di sfida se non vi fosse stato trascinato. Per distruggere la sua reputazione, pare che Gesù non fosse stato solo accusato di essere un mangione, un ubriacone e un uomo posseduto dal demónio, ma sia stato anche etichettato come castrato.

Ora, è caratteristico dí Gesù non tacere di fronte a questa calunnia, né limitarsi a smentirla; lui la riprende, la rigira e in questo modo fa luce sulla vera ragione del suo celibato: la signoria di Dio. E anche típíco di Gesù, però, non dire: "Io sono celibe per la signoria di Dio". Gesù preferisce fare questi enunciati in maniera indiretta: "Ci sono eunuchi..." così inizia la sua risposta. Con queste parole potrebbe però riferirsi anche ad alcuni dei suoi discepoli, che saranno stati bollati con osservazioni analoghe. D'altro canto, avevano lasciato la propria famiglia e da allora erano in viaggio con Gesù attraverso la Galilea.

Tutto questo depone a favore dell'autenticità di Mt 19,12. Il celibato di Gesù deve essere stato uno scandalo molto più potente di quanto noi riusciamo a immaginare. La procreazione era considerata dai rabbini, in riferimento a Gen 1,28 («Siate fecondi e moltiplicatevi!»), come un comandamento vincolante. «Chi non cerca di procreare è come uno che versa sangue» dirà in seguito Rabbi Eliezer ben Hyrkanos (verso il 90 d.C.). E rabbì Eleazaro ben Pedat (verso i1270 d.C.) dirà: «Chi non ha una moglie: non è un uomo, perché sta scritto: maschio e femmina li creò, li benedisse e diede loro il nome di uomo» (Gen 5,2).

L'aspetto decisivo nel nostro contesto è che qui Gesù collega il proprio celibato e la separazione dei propri discepoli dalle loro famiglie direttamente al regno di Dio, constatando che esiste la libera decisione di rimanere celibi per amore della signoria di Dio. Comprendere questa scelta non è cosa di tutti, e aggiunge: «Chi può capire, capisca». Chi riesce a comprenderlo ha compreso qualcosa di essenziale a proposito della signoria di Dio.

Nonostante la sua drasticità, qui Gesù rimane addirittura discreto. Ma chí voleva ascoltare, poteva ascoltare: il suo celibato non era un cieco destino e nemmeno qualcosa di casuale. Né era un fenomeno marginale nella sua biografia individuale, ma dipendeva dalla sua dedizione assoluta alla signoria di Dio. Ti celibato sta al cuore della persona dí Gesù. Si comprende allora ancor più nel profondo perché Gesù arriva a chiedere anche agli altri di abbandonare la famiglia, di interrompere la propria relazione matrimoniale o qualsiasi legame con la casa, la professione o la patria.

senza riguardo per la propria famiglia (lc 14,26)

Il lóghion che esaminiamo ora è una delle parole più scandalose di Gesù, che sembra aprire una voragine incolmabile tra "famiglia" e "sequela". Matteo e Luca l'hanno trovato nella fonte dei detti, ma entrambi vi hanno apportatb modifiche sia nella forma che, addirittura; nel contenuto. Iniziamo con il testo di Luca:

«Se uno viene a me e non odia [mi ama più quanto ami] suo padre; a madre, la moglie; i figli, i fratelli, le sorélle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo». 

La vera difficoltà presente in questa parola del Signore è chiaramente il verbo "odiare". Perché questo linguaggio? Perché un termine che sembra essere in stretta opposizione al comandamento biblico dell'amore? Ci può essere utile dare uno sguardo all'Antico Testamento dove la contrapposizione "arnore/odio" è spesso presente. Citerò solo un esempio tratto da alcuni testi pertinenti. Dt 21,15-17 parla del diritto ereditario del figlio primogenito. Al riguardo, un ordinamento giuridico della raccolta legislativa deuteronomistica inizia con queste parole: Se un uomo avrà due mogli, l'una amata e l'altra odiata, e tanto l'amata quanto l'odiata gli avranno procreato figli...

Viene decretato che l'uomo deve rispettare il diritto del figlio primogenito, anche se íl primogenito è figlio della moglie «odiata». In questo caso è evidente che con "odiare" non si intende semplicemente il significato che noi attribuiamo al verbo "odiare", vale a dire una condizione meramente emotiva. Si intende piuttosto qualcosa tipo: "prestare meno attenzione","mettere in secondo piano", "trascurare" — in altre parole, il contrario di "privilegiare" o "prefefire". Altri testi vanno in una direzione simile.

Lc 14,26 deve essere interpretato alla luce di questo retroterra. L'intenzione di questo passo non è assolutamente quella di dire che, chi segue Gesù, deve provare sentimenti di odio verso la propria famiglia. Si intende piuttosto che deve mettere da parte la famiglia rispetto al proprio discepolato, così da vivere una libertà assoluta e con essa affrontare il proprio compito. E tale compito è ora quello della sequela incondizionata. 

Ciò che Gesù chiede qui e giustificato solo perché si tratta della signoria di Dio o, più precisamente, perché si tratta della dedizione assoluta all'annuncio della signoria di Dio. Allora la famiglia potrebbe essere tenuta a fare un passo indietro. Allora potrebbe succedere che la moglie e i figli debbano tornare nella casa dei genitori (il che era percepito come un disonore).

Ma e proprio necessario mettere da parte la propria famiglia, in maniera totale e definitiva? Assolutamente no! Lo diventa solo se essa si oppone alla sequela vissuta da uno dei suoi membri, come descritto appena prima del nostro lóghion in Mt 10,34-36 sulla base di Mi 7,5-6: li il figlio è in conflitto con il padre, la figlia con la madre e la nuora con la suocera.

Ma se la famiglia si comporta in modo diverso, se è concorde con colui che la lascia per seguire Gesù, o arriva addirittura a sostenerne la sequela, allora siamo dí fronte a una situazione completamente differente. Allora la vecchia famiglia diventa addirittura una parte importante della novità, cioè della "nuova famiglia" che sta nascendo sotto la signoria di Dio, un passaggio che sarà illustrato da Gv 19,25-27.

già ora cento volte tanto (mc 10,29-30)

Gesù si trova in una casa, attorniato da tanta gente che lo ascolta. Ecco che giungono i suoi parenti per ricondurlo a casa «con forza»'. La sua comparsa pubblica deve averli infastiditi. Quelli che hanno voce in capitolo in famiglia ne sono convinti: «È fuori di sé». Ma, a quanto pare, vogliono evitare di avvicinarsi a Gesù attraverso la folla. Così lo fanno chiamare fuori. Quando viene riferito a Gesù che i suoi fratelli e sua madre chiedono di lui, lui non esce, ma prende le distanze da loro in modo quasi legalistico dicendo: «Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?». Poi si rivolge alla folla attorno a lui e, sempre in linguaggio giuridico, fonda la "nuova famiglia" dicendo:

Nella sua forma attuale, questo detto di Gesù è già stato rielaborato in prospettiva post-pasquale con l'aggiunta dei frammenti «per causa del Vangelo» e «insieme a persecuzioni». E probabile che anche lo schema dei due tempi dell'apocalittica ebraica («in questo tempo»— «tempo che verrà») sia, un'integrazione postuma, dal momento che nello schema dei due tempi il vero compimento delle promesse avviene solo nel «tempo che verrà» e non già «in questo tempo» di tribolazione e di mestizia. Per. Gesù, invece, il tempo del compimento inizia già ora — ed è proprio questo ciò che il nostro testo vuole dire. La nuova famiglia, con numerosi fratelli e sorelle, e già nata come segno della signoria di Dio che si sta realizzando nel presen te. Se Gesù qui ha effettivamente utilizzato concetti legati allo schema dei due tempi, allora ha personalmente corretto lo schema. Se si considerano tutti questi aspetti, il lóghion originario di Gesù avrebbe potuto essere il seguente (anche se non si può escludere con certezza una corrispondenza finale di «in questo tempo» che rimanda a un tempo futuro):

In verità io vi dico: non c'è nessuno che abbia lasciato casa o fratelli o sorelle o madre o padre o figli o campi per causa mia, che non riceva [già ora,] in questo tempo, cento volte tanto in case e fratelli e sorelle e madri e figlie campi.

Gli elenchi che vengono accostati in questo parallelismo sono ben più lunghi rispetto al lóghion di Lc 14,26 di cui ci siamo occupati in precedenza. Per questo motivo la situazione appare ancora più incisiva: fratelli e sorelle sono i consanguinei, il clan in cui le persone del tempo vivevano una relazione talmente stretta che per noi oggi sarebbe spesso insopportabile, ma che al tempo stesso offriva loro sostegno e protezione. Padre e madre: questa espressione tramanda l'antichissimo ordinamento della famiglia patriarcale. I figli: una delle gioie più grandi in Israele, motivo di orgoglio e assicurazione sulla vita in vecchiaia. E, soprattutto, i portatori della promessa. E la terra: questa è la partecipazione degli Israeliti alla santa eredità promessa da Dio. Dietro ai «campi» dobbiamo leggere "terra", un concetto profondamente significativo per l'ebreo credente.

I discepoli di Gesù hanno lasciato tutto questo dietro di sé: le loro case, la loro terra, il loro clan, i genitori e i figli. Ma non per il gusto della rinuncia, non perché la rinuncia sia qualcosa di prezioso in sé. Bensì per amore di Gesù, che rappresenta la vita nuova che si sta già facendo strada nel regno di Dío. Questo per quanto riguarda la prima parte del parallelismo.

Ma ecco che poi, nella seconda parte, arriva l'inatteso, l'elemento decisivo per il nostro testo. Con massima autorevolezza (l'intero parallelismo è introdotto da un solenne «in verità») Gesù promette e assicura: chi ha il coraggio di lasciare tutto e seguire Gesù trova una nuova famiglia in cui, paradossalmente, ci sono dí nuovo fratelli e sorelle, madri e figli. Ma, appunto, non soltanto in un certo tempo futuro, bensì già ora! Già adesso, in questa ora, i discepoli di Gesù ricevono tutto ciò che hanno lasciato, moltiplicato cento volte. Hanno lasciato le loro famiglie, ma hanno ricevuto nuovi fratelli e sorelle nella cerchia dei discepoli. Hanno lasciato la casa di famiglia, ma incontrano nuove madri ovunque nelle case in cui sono accolti. Hanno lasciato i loro figli, ma di continuo accorrono a loro persone ricolme di novità. Hanno lasciato i propri terreni, ma in cambio trovano una comunità stabile e solidale che diventa una "terra nuova".

Nella nuova famiglia che sta per nascere alla luce del regno di Dio non ci saranno più "padri". Sono spesso simboli di una sbagliata forma di regalità. Non si deve correre il rischio di fraintendimenti. Ci saranno e dovranno esserci padri in senso biologico e ancor più padri nel senso della parabola del figliol prodigo (Lc 15,11-32). Ma non più padri che esercitano potere decisionale e controllo su tutto, che governano senza riguardo e asserviscono a sé l'ambiente circostante, compresi moglie e figli — in altre parole, padri che presentano tutti i lati oscuri del patriarcalismo. Questo tipo di padre — lascia intendere il nostro lóghion — non deve più esistere nel regno di Dio, e nemmeno nel nuovo modo di stare insieme che sta ora iniziando. Nel prossimo capitolo approfondiremo maggiormente la figura del «padre».

Uno solo è il Padre vostro (Mt 23,9)

Nella sua grande composizione contro gli scribi e i farisei (Mt 23,1-39) Matteo ha incluso una sezione che e una sorta di catechesi per maestri e guide della comunità cristiana. Questa digressione si collega alla constatazione che gli scribi si compiacciono nel farsi chiamare "Rabbi" (letteralmente: "mio Grande") (Mt 23,7); al che Gesù afferma, in manifesta opposizione:

«Ma voi non fatevi chiamare «rabbi», perché uno solo è il vostro Maestro e voi siete tutti fratelli. E non chiamate «Padre» nessuno di voi sulla terra, perché uno solo è il Padre vostro, quello celeste. E non fatevi chiamare «guide», perché uno solo è la vostra Guida, il Cristo. Chi tra voi è più grande sarà vostro servo; chi invece si esalta, sarà umiliato e chi si umilia sarà esaltato» (Mt 23,8-12).

È chiaro; qui sentiamo sia formulazioni dirette pronunciate da Gesù (ad esempio negli ultimi due detti), sia frasi aggiunte dalla tradizione successiva o dallo stesso Matteo (ad esempio nel terzo detto nel quale è utilizzato il titolo cristologico «Cristo»). E chiaro anche che qui emergono già proberci della chiesa primitiva. Evidentemente la tentazione di compiacersi di incarichi ecclesiali in forma di titoli onorifici ha origini antiche. Matteo assume una posizione di straordinaria durezza contro questa smania di titoli, vietando ai ministri della chiesa non solo di usare titoli onorifici come "padre", ma persino designazioni di funzioni come "maestro". 

Qual e il significato originario di questa parola?

I discepoli che viaggiavano con Gesù attraverso la Galilea avevano lasciato la propria famiglia e con essa anche il proprio padre biologico. E con il padre biologico anche la saggezza che avevano fatto propria e che era frutto della sua lunga esperienza di vita. In questa situazione, che deve essere stata motivo di profonda insicurezza per í discepoli, Gesù conduce la loro attenzione verso il vero Padre, Dio, che ha ora preso il posto del padre terreno. In questa loro nuova condizione di vita non hanno più bisogno, anzi, non devono più chiamare nessun altro con íl nome di padre se non il Padre nei cieli. Si devono quindi staccare, o forse si sono già staccati, dal padre biologico. D'ora in poi sarà il Padre nei cieli a prendersi cura di loro. Se si estrapola il detto di Mt 23,9 dal contesto in cui si trova ora, lo si può leggere correttamente nel modo seguente:

Non chiamate più nessuno padre vostro sulla terra, perché [d'ora in poi] uno solo è il Padre vostro, quello celeste.

Con queste riflessioni ho cercato di individuare il Sitz ina Leben originario di un detto di Gesù che, in Matteo, troviamo inserito in un nuovo contesto catechistico. 

D'altro canto, diversi altri testi depongono a favore di questo senso originale di 114t 23,9: in primo luogo, i testi che invitano a non preoccuparsi e che Matteo ha inserito nel discorso della montagna (Mt 6,25-34 /1 Lc 12,22-31). Lì Gesù esorta i suoi discepoli ad abbandonare qualsiasi pre occupazione per ciò che mangeranno o quello che indosseranno perché, dopo tutto, 21 loro Padre celeste provvederà a loro.

Di questi testi fa parte anche l'apoftegrna di colui che vuole prima andare a casa a seppellire il proprio padre e al quale viene detto: «Lascia che i morti seppelliscano i loro morti» (Lc 9,59-60): chi segue Gesù si deve staccare dal proprio padre biologico. Ma qui entra in gioco soprattutto il Padre nostro (Mt 6,9-13 // Lc 11,24), che come pura preghiera del discepolo si rivolge all' Abb à celeste e, nella quarta domanda, chiede il pane solo per il nuovo giorno che viene. Dio provvederà.

A partire da questo significato originario va interpretato Mt 23,9 nella sua accezione post-pasquale. Per coloro che sono stati battezzati in Gesù Cristo Dio e ora Padre in una maniera tale per cui non e più consentito usare la parola, "padre" come titolo onorifico.

chi vuole essere il primo tra voi (mc 10,43-44)

Il lóghion che accosteremo in questo capitolo trova diverse attestazioni nei vangeli ed e anche presentato narrativarnente nella parabola dei servi inutili (Lc 17,7-10). Fatti salvi i paralleli di Matteo (Mt 20,26-27; 23,11), lo troviamo in tre diverse linee tradizionali, vale a dire Mc 9,35, Mc 10,43-44 e Lc 22,26. È evidente che questa parola di Gesù deve aver toccato da subito qualche nervo scoperto nel mondo ecclesiale. Si può discutere su quale delle tre linee si avvicini maggiormente alla versione originaria. Io opto per Mc 10,43-44: «Chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore, e chi vuole essere primo tra voi sarà schiavo di tutti».

Ciò che Gesù qui proclama non è una semplice "regola di umiltà". Tale definizione non rende assolutamente giustizia. Questo lóghion con tiene materiale esplosivo. Parla di una società diversa. È di questo che dobbiamo ora discutere. Prima di iniziare, però, occorre aggiungere una cosa: così come possiamo stare a dibattere di quale sia la tradizione più antica, possiamo anche ragionare a lungo per stabilire in quale situazione Gesù abbia proclamato questa parola. I vangeli offrono qui tre diverse possibilità:

1. mentre erano «per la strada», evidentemente tra di loro, i Dodici devono aver parlato su chi tra loro fosse «il più grande», al che Gesù li istruisce con Mc 9,35;

2. nel cenacolo si accende tra i Dodici una disputa su chi fosse «il più grande», al che Gesù li istruisce con Lc 22,26;

3. Giacomo e Giovanni chiedono a Gesù di poter prendere posto accanto a lui nell'imminente signoria di Dio — uno alla sua destra, l'altro alla sua sinistra (Mc 10,37). Quando gli altri dieci lo vengono a sapere, si indignano con i due e Gesù lí istruisce con Mc 10,43-44.

Meno plausibile tra tutte è la collocazione durante l'ultima cena. Evidentemente Luca voleva quí contrapporre la dedizione totale di Gesù al com pc,,rtament dei no-1;ci. Un'occasione più co"Tincente e la richiesta -lei figli di Zebedeo di poter sedere nei posti accanto a Gesù nel regno di Dio che sta per venire. Ritorniamo quindi ancora una volta su questa collocazione.

Una cosa e chiara: non si tratta semplicemente di posti d'onore. Giacomo e Giovanni si immaginano l'avvento del regno di Dío come uno dei sistemi di governo dell'epoca, con tutto ciò che esso comporta. Nella gerarchia allora dominante vogliono occupare le massime cariche accanto a Gesù.

A queste fantasticherie — o dovremmo forse dire a questo carrierismo? — Gesù oppone un secco rifiuto. Al posto dell'agognata carica suprema colloca esattamente il contrario: per primo il servitore di tavola, che raccoglie gli avanzi (ai banchetti dell'epoca i nobili li lasciavano semplicemente ca dere a terra), e a seguire lo schiavo, che non godeva dí alcun diritto e la cui vita era completamente nelle mani del padrone. Nel parallelismo è quindi inglobato un crescendo: da «servitore» a «schiavo». Se dunque i «più grandi» e i «primi» nel regno di Dio sono equiparati agli «schiavi», non si tratta di una semplice richiesta di costante umiltà; è molto di più. Si tratta di un progetto di società alternativa in cui viene ribaltato tutto. Che non sia un semplice errore di valutazione lo dimostrano le parole di Gesù in Mc 10,42-43 (1/ Lc 22,25-26), che precedono immediatamente il nostro lóghion:

Voi sapete che coloro i quali sono considerati i governanti delle nazioni dominano su di esse e i loro capi le opprimono. Tra voi però non è così.

Sí noti la formulazione categorica: «Tra voi però non è così». Vale a dire: "Tra voi non può e non deve essere così". Questo contrasto rimanda

direttamente alla forma di signoria comune a quel tempo, come ad esempio quella esercitata da Erode il Grande. Nel parallelo di Luca il concetto e ancora più chíaro, perché qui si parla di governanti che si fanno chiamare «benefattori». Diversi sovrani ellenistici portavano, non solo ufficialmente, il titolo di euerghétés (= benefattore) « Molti se lo facevano aggiungere anche sulle iscrizioni. Faceva parte della reputazione dei governanti ellenistici e romani praticare e ostentare attività filantropiche: costruzione di stadi e terme, istituzione di spettacoli, donazioni di grano. Tutto per la cura ordi naria dell'immagine. Allo stesso tempo, il popolo veniva spremuto e ogni possibile rivale eliminato spietatamente.

Il contrasto presente nel nostro lóghion può però essere riferito in linea di principio a qualsiasi Stato, perché ogni Stato è un sistema di governo co struito sulla propaganda e, soprattutto, sulla violenza. Anche ogni Stato di diritto ha bisogno della violenza per tenere a bada il caos sempre in agguato. È vero:si tratta dí un sistema di governo legittimo fondato sul diritto, ma comunque costruito sulla violenza. La legge del più forte è stata sosti tuita dal monopolio statale sull'uso della forza (un progresso importante e degno di riconoscenza).

Eppure, nel nostro lóghion Gesù propone un mondo alternativo del tutto diverso. Naturalmente, anche qui c'è una "signoria", perché una società sen za diritto, senza ordinamento, senza cariche non e possibile. Non potrebbe sussistere. Ma qui la "signoria" diventa qualcosa di completamente diverso. È puro servizio, che non sí deve più reggere sulla propaganda, sul potere e sulla violenza. Questo tipo di signoria è inerme. Non può guadagnare ne conquistare nulla con la lotta o con la forza. Può solo chiedere il consenso. E può solo dare testimonianza .e servire. Per questo deve aspettarsi in qualsiasi momento di essere fraintesa, calunniata, trascurata o eliminata.

Non è affatto per un caso fortuito che il nostro lóghion sfoci in quello del Figlio dell'uomo che darà «la propria vita in riscatto per molti» (Mc 10,45) e che Luca lo collochi nell'ultima cena in vista della morte di Gesù. Nella sua struttura profonda, in Mc 10,43-44 Gesù propone l'immagine di una società alternativa in contrasto con lo Stato'. Presuppone lo Stato« Sa che è amaramente necessario. Non lo disprezza. Ma sa che ogni violenza legalmente ammansita ha bisogno di sotto-società, persino di contro-società, che vivono senza violenza.

3 Questa società alternativa è in contrasto con lo Stato. Evidentemente, però, anche con tutte le società pre-statali. Perché anche li si fa affidamento su una violenza dissuasiva, ad esempio con l'istituzione della vendetta di sangue.

La chiesa è quindi sottoposta a un'enorme pretesa. Perché un sistema che capovolga tutta la signoria basata sul potere per farne puro servizio per gli altri, rinunciando a qualsiasi forma di violenza, è ciò che Gesù Cristo ha predefinito incondizionatamente. Spesso e di continuo la chiesa ha anche vissuto questa pretesa, alla sequela di Gesù.

Altrettanto spesso, però, o forse ancor più sovente, ha ceduto alla tentazione dí diventare essa stessa uno Stato (Stato della chiesa) o di avocare a se strutture di potere statali oppure ancora di stringere legami intimi con lo Stato (chiesa di Stato). Oppure, e ancora più pericoloso: le persone all'interno della chiesa hanno ostentato mansuetudine esercitando al tempo stesso un subdolo terrorismo "spirituale", ancor più grave dell'abuso di potere fisico.

Eppure, ciò che Mc 10,43-44 intende, è indelebilmente prestabilito per la chiesa. E posto davanti ai suoi occhi in ogni celebrazione eucaristica —a ogni proclamazione del vangelo — nell'invocazione liturgica: «Ecco l'Agnello di Dio» — ma soprattutto nell'immagine del Crocifisso che pende impotente dal legno.

portare la propria croce (lc 14,27 //mt 10,38)

Essere discepoli dopo la Pasqua non significa solo tenere la croce dí Gesù Cristo sempre davanti ai propri occhi. Gesù e molto più radicale, e lo dice. Il discepolo non deve guardare solo la croce. La deve prendere e portare sulle proprie spalle. O almeno così recita la versione ricostruita della fonte dei detti, che qui in via eccezionale considero ancora una volta come testo base:

Colui che non porta la propria croce e non viene diétro a me, non può essere mio discepolo (Lc 14,27 // Mt 10,38).

Si nega spesso che Gesù abbia personalmente pronunciato questa parola, ed è comprensibile. L'espressione "portare la propria croce" in senso figurato, con il significato di prendere su di se pesi e sofferenze, non è mai attestata in forma così diretta né nel mondo antico ne nel giudaismo. Non si deve allora ipotizzare che, quando questa frase e stata formulata, si guardasse già indietro alla morte di Gesù sulla croce?

Queste critiche devono però confrontarsi anche con questa domanda: Gesù faceva riferimento a metafore già esistenti? Non dobbiamo assoluta mente dimenticare quanto fosse inventivo, anzi linguisticamente creativo, non solo nelle sue parabole, ma anche nei suoi lóghia. II cammello che è più facile che passi per la cruna di un ago piuttosto che un ricco entri nel regno di Dio, la trave nell'occhio, quel "tagliarsi la mano" o "cavarsi l'occhio": tutte queste creazioni linguistiche non erano antecedenti. Gesù stesso ha tradotto in parole queste immagini, a volte spiritose, a volte incredibilmente forti. Era in grado di compiere operazioni del genere.

E l'immagine del "prendere la croce" (Mt 10,38) o del "portare la croce" (Lc 14,27) non aveva nemmeno bisogno di essere inventata. Era usuale che, all'interno dell'impero, e quindi anche in Palestina, i soldati romani crocifiggessero i ribelli. Un esempio: durante i tumulti scoppiati alla morte di Erode il Grande (4 a.C.), Publio Quintilio Varo, legato imperiale in Siria, fece crocifiggere duemila giudei ribelli nelle vicinanze di Gerusalemme.

Tutti coloro che ascoltavano le parole di Gesù avevano già assistito di persona a qualche crocifissione. Oppure ne avevano sentito parlare. 

Gesù si serve di questo scenario terribile per mostrare cosa significhi fare causa comune con lui. Chi lo segue deve fare i conti con false accuse, calunnie, opposizioni fanatiche e sofferenze lancinanti.

Naturalmente, dopo la Pasqua l'immagine del portare la croce e diventata per sempre indissolubilmente legata alla morte reale di Gesù sulla croce, una metafora fondamentale per la sequela. All'inizio, però, e stato Gesù stesso a scegliere questa metafora che doveva intenzionalmente fungere da deterrente. Gesù vuole mettere in guardia le persone che lo vogliono se guire Perché, chi decide di farlo, lo deve fare in piena libertà, riflettendpci bene. Per il resto, il parallelo del nostro lóghion presente nella tradizione attestata da Marco offre un quadro non meno spaventoso:

Se qualcuno vuoi venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la propria croce e mi segua (Mc 8,34 /1 Mt 16,24 Lc 9,23).

Qui l'immagine del «prendere la croce» è unita alla frase «rinnegare se stessi». Cosa significa «rinnegare se stessi»? Qual è il significato di questo detto? Il termine greco aparnéomai nella sua accezione principale significa "dire no" e "esprimere un rifiuto". Altri significati sono "rifiutare qualcuno" e "separarsi da qualcuno". Nel nostro caso è evidente che significa: "dire di no a se stessi", "staccarsi da se stessi".

Chi vuole seguire Gesù, e quindi compiere ciò che Gesù intende con sequela, deve abbandonare il proprio "io", il proprio "sé" amato. Non si deve più aggrappare a se stesso, alle proprie idee, ai propri desideri, ai propri progetti di vita e alla propria comfort zone. Deve "staccarsi da se stesso" e rinunciare alla propria vita. Quando Gesù dice che chi vuole seguirlo deve prendere la propria croce su di sé non intende fare riferimento alle numerose "croci" della vita di ogni giorno: l'ira quotidiana, le fastidiose seccature, le incessanti inadeguatezze e le penosità della vita, nemmeno le malattie che sopraggiungono e infine la morte che tutti dobbiamo vivere, ma vuole innanzitutto e sostanzialmente fare riferimento alla dedizione della propria vita per la causa di Dio, cioè ciò che Gesù ha vissuto e annunciato. Solo dopo aver preso questa decisione fondamentale anche le piccole e le grandi difficoltà della vita entreranno a far parte della sequela.

chi perderà la propria vita, la salverà (mc 8,35)

Nella serie di lóghia di Mc 8,34-38, al detto del "prendere la croce su di se" fa immediatamente seguito il loghion della perdita e della salvezza della propria vita. Gesù ha pronunciato questa parola esclusivamente nel contesto della chiamata dei discepoli o forse questo detto è riferito a tutto il popolo? Fa parte dell'ethos della sequela (e quindi di questa terza parte) o dell'ethos che riguarda tutti in Israele (e quindi della quarta parte)? E una scelta difficile. In via eccezionale tolgo subito un'aggiunta redazionale dell'evangelista. «Per causa ... del Vangelo» è di certo un'aggiunta di Marco3. Rimane quindi il testo seguente:

Chi vuole salvare la propria vita, la perderà.

Ma chi perderà la propria vita per causa mia ], la salverà.

Si nota subito che anche questi due versi sono costruiti ad arte. Non si tratta solo di un parallelismo antitetico; i verbi sono disposti a chiasmo, in modo incrociato:

salvare

perdere

perdere

salvare

E il lóghion formula un paradosso: come è possibile perdere la propria vita, e proprio in tal modo salvarla? Ma il paradosso diventa ancora più grande se si esamina la tradizione consueta delle traduzioni, che si è assestata su «perdere». Il termine greco sottostante apóllyini significa anche "rovinare, distruggere"; anzi, questa e la sua accezione principale. Se per Me 8,35 si tiene conto di questo significato fondamentale, il lóghion recita:

«Chi vuole salvare la propria vita, la manderà in rovina. Chi manda in rovina la propria vita per causa mia, la salverà».

In questo caso la parola di Gesù è ancora più drastica, proprio perché ora si sottolinea maggiormente che il discepolo stesso distruggerà la vecchia vita per amore di. Gesù. E questo corrisponde esattamente alla radicalità che abbiamo incontrato nei detti esaminati più indietro. I discepoli di Gesù lasciano il padre, la moglie, i figli e tutti i loro beni. Lasciano alle proprie spalle tutto ciò di cui hanno vissuto e che hanno costruito. Questo distacco da tutto e un evento attivo. Ed è un abbattere il progetto di vita fin qui coltivato. I discepoli distruggono realmente quella che era la loro vecchia vita. Ma proprio in questo modo salvano la propria vita. Nulla va perso. Stanno gíà ricevendo indietro il centuplo di tutto. Il paradosso e lo stesso che si incontra quando sí traduce con "perdere", solo che e molto più accentuato e molto più in linea con il linguaggio audace di Gesù.

Tra l'altro, sullo sfondo di questo lóghion potrebbe essere presente uno schema retorico fisso, più volte attestato nel mondo antico. Secondo questo schema, i generali che tenevano un discorso appena prima della batta glia dicevano ai soldati: «Chi combatte a rischio della propria vita e sta al fianco deí propri compagni di battaglia sarà salvato. Ma chi fugge per viltà, perderà la vita perché non troverà nessuno ad aiutarlo».

Se il motivo di questo "discorso del comandante" fosse penetrato nelle parole di Gesù, dimostrerebbe ancora una volta che Gesù era più istruito e conosceva il mondo più di quanto molti vogliano ammettere. A prescindere da tutto questo: Mc 8,35 riflette l'assenza di condizionamenti e la radicalità della vita di Gesù stesso, un'assenza di condizionamenti che egli esige anche dai suoi discepoli.

- Giunto alla fine di questo capitolo, sono propenso a credere che Gesù esiga questa radicalità da noi tutti. Mc 8,35 e i suoi paralleli non si riferiscono esclusivamente al dono della vita da parte del martire, sebbene in determinate circostanze questa estrema confessione di fede verso Gesù possa essere richiesta a ogni cristiano e certamente risuona anche in questa parola del Signore. In genere si tratta però di qualcos'altro: chiunque, anche il cristiano devoto, si preoccupa sempre di "salvare" le proprie aspettative, i propri ideali e progetti di vita privati e, soprattutto, il proprio onore sociale. Ma sono proprio queste azioni finalizzate a salvarsi che mettono a repentaglio la vita o addirittura la rovinano, in particolare la vita vera che gli donerebbe l'esistenza sotto la signoria di Dio.

Tra tutte le parole radicali pronunciate da Gesù nei vangeli, probabilmente nessuna esprime un giudizio così netto sulle attuali tendenze del cristianesimo come Mc 8,35. Perché oggi i cristiani troppo spesso si sentono dire esattamente il contrario di quello che ci viene detto in questo léghion del Signore. Oggi, in varianti sempre nuove e come in un circolo infinito, si sentono frasi come: «Sii pienamente con te stesso!» - «Entra in armonia con te stesso!» - «Diventa una cosa sola con te stesso!» - «Abbi fiducia ín te stesso!» - «Conta sulla forza del tuo profondo!» - «Ascolta i sogni del tuo cuore!» - «Scopri la ricchezza della tua vita!» - «Prenditi cura di te stesso!» - «Non farti del male!» - «Dite di sì a voi stessi incondizionatamente!» - «Devi perdonarti!» - «Decidi tu stesso della tua vita!».

Eppure, a coloro che vogliono essere dei suoi, Gesù non chiede amore per se stessi bensì abnegazione.

se il sale perde il sapore (lc 14,34-35)

«Buona cosa è il sale, ma se anche il sale perde il sapore, con che cosa verrà salato? Non serve né per fa terra né per il concime e così lo buttano via».

A una prima impressione questo testo non ci suona familiare, perché proviene da un mondo nel quale il sale era un bene molto ricercato e spesso addirittura prezioso. Naturalmente veniva utilizzato per insaporire e conservare gli alimenti, come avviene anche da noi, ma in più serviva anche per la pulizia, per il trattamento delle pelli, per la cura personale e per scopi medici. Ai neonati venivano fatte frizioni con il sale (Ez 16,4). Era un bene assolutamente indispensabile. Ecco perché il nostro testo esordisce dichiarando: «Buona cosa e il sale».

Ma come può il sale perdere la sua "salinità"? È impossibile, almeno con íl sale da cucina puro che usiamo noi oggi. Il cloruro di sodio (NaCl) rimane cloruro di sodio. All'epoca, però, non esisteva un sale completamente puro, almeno non in Palestina. Li si e estratto per secoli sale, soprattutto dal Mar Morto, la cui acqua veniva raccolta in bacini poco profondi ,e lasciata evaporare. Durante il processo di evaporazione, per ottenere il tanto desiderato sale si potevano separare molte sostanze, ma non completamente. Residui di solfato di calcio e altre impurità chimiche restavano nel sale. Durante la conservazione in ambienti umidi, in casa o altrove, poteva quindi succedere che il sale venisse almeno in parte lavato via. In questo modo prevaleva il sapore delle altre sostanze in esso presenti oppure il sale perdeva addirittura tutto il suo sapore.

Il nostro testo presenta un altro problema, in particolare nell'espressione: «con che cosa verrà salato?». Questa espressione è ambigua e si può prestare a un'altra interpretazione: "Se non si dispone di sale buono, con che cosa si potrebbe insaporire?". Ma la riga che segue rende evidente che è una lettura sbagliata. Il soggetto può essere solo il sale (così lo interpreta anche Mc 9,50). Gesù vuole quindi dire: "Con che cosa si deve dare sapore proprio al sale, se e diventato insipido?". Questo modo di parlare così incisivo è caratteristico di Gesù.

Un ulteriore problema e il «campo». Evidentemente viene dato per scontato che, all'epoca, gran parte dei rifiuti. prodotti da una famiglia potesse essere utilizzata per fertilizzare i campi. Negli antichi manuali romani di agricoltura, ad esempio, Columella (morto intorno al 70 d.C.) fornisce lunghe spiegazioni su come concimare correttamente? Qui il termine greco ghé terra deve quindi essere tradotto con «campo». Naturalmente, il sale andato a male non può finire ne sul mucchio di letame né nel campo. Deve essere smaltito in altro modo.

Un'altra domanda che emerge dal nostro testo viene spesso ignorata, e con essa giungiamo all'interpretazione vera e propria: a chi era rivolta questa "parola sul sale"? Solo ai discepoli o anche alle folle che ascoltavano Gesù e che a volte addirittura lo seguivano? Se era rivolta a tutti, allora questa parola era un forte avvertimento per Israele. L'attenzione era rivolta al popolo di Dio per il significato che aveva per le nazioni. Israele doveva diventare una benedizione per il mondo intero (Gen 12,3) e «luce delle nazioni» (Is 42,6), Ma se non svolge il suo compito perché diventa come le altre nazioni, allora il suo sale ha perso il sapore — e allora sarà calpestato e gettato via (Mt 5,13). La parola sul sale riprenderebbe allora il discorso dí Giovanni il. Battista sul giudizio, con cui Israele veniva messo in discussione in maniera altrettanto tagliente (Mt 3,9).

Il detto, però, potrebbe anche essere rivolto ai discepoli di Gesù e, in tal caso, riguardare il loro compito per Israele. Attraverso la loro esistenza, i discepoli sono il sale escatologico per Israele. Se questo sale perde la sua forza testimoniale, diventa inutile, anzi, diventa un inciampo. Non serve più e lo si butta via (Lc 14,35). Non serve nemmeno per concimare, perché rovina la "terra".

Se consideriamo i contesti di Marco (9,31.35), Matteo (5,1-13) e Luca, allora o i discepoli di Gesù sono i destinatari, o al popolo vengono presentate le condizioni del discepolato (Le 14,25.33). Verosimilmente sarà stato così anche con Gesù, che voleva dire chiaramente a coloro che avevano lasciato tutto per seguirlo: "Non dovete mai rinunciare al vostro compito vero e proprio, che consiste nel radunare Israele per la signoria di Dio. E dovete condurre una vita conforme alla signoria di Dio. Altrimenti siete inutili; anzi, altrimenti siete una sventura". Fra l'altro, i due possibili destinatari non sono contrapposti in un rigido aut-aut, ma sono strettamente collegati: i discepoli sono per Gesù l'essenza e il centro della crescita dell'Israele escatologico, e questo Israele escatologico non è eletto solo per se stesso, bensì per il mondo intero.

la macina al collo (lc 17,1-2)

Gesù recita: «É inevitabile che vengano scandali, ma guai a colui a causa del quale vengono. E meglio per lui che gli venga messa al collo una macina da mulino e sia gettato nel mare,piuttosto che scandalizzare uno di questi piccoli» (lc 17,1-2).

Se si osserva la collocazione di questo detto nel suo contesto, è evidente che Gesù si sta rivolgendo ai suoi discepoli (cf. Mc 9,35.381/ Lc 17,1). A rigore, nel gruppo dei discepoli devono essersi verificati uno o più episodi che dovevano apparire tanto spaventosi a Gesù da indurlo a rispondere con il loghion della macina. Tutto questo però è alquanto improbabile. Ancora meno probabile e che si tratti della formazione di una comunità post-pasquale che reagisce a scandali commessi all'interno divarie comunità. Chi, nella chiesa primitiva, avrebbe dovuto formulare parole così drastiche? Per questo dobbiamo ritenere si tratti di una parola diretta pronunciata da Gesù ai suoi oppositori e che, dopo la Pasqua, potrebbe senz'altro essere stata applicata a situazioni presenti nelle comunità (tentazione dell'apostasia):

Skandalon si riferiva in origine alla mazza di legno o al bastone di legno presente in una trappola; successivamente, nel linguaggio biblico in senso figurato indicava la propensione a cadere, soprattutto in riferimento alla tentazione dell'apostasia. A partire da Martin Lutero, molte edizioni della Bibbia hanno tradotto skandalon con "offesa". Traduzioni più recenti rendono skandalizò con «far cadere» e, per il plurale scandala, usano l'espressione «cose che fanno cadere le persone». Quest'ultima espressione può sembrare poco consona, ma è quella che più si avvicina al campo figurativo originale ed è molto più precisa della vaga "offesa".

Marco parla letteralmente di una «macina d'asino», Luca semplicemente di una macina. Qui Marco è più preciso. Sí tratta della parte superiore di un mulino in pietra che si trovava su un sito pianeggiante. Questa parte si muoveva orizzontale su una base e veniva fatta girare da un asino. Già solo l'elemento superiore era pesantissimo.

L'aspetto decisivo, però, è che i «piccoli» non sono affatto i bambini. Sarebbe sbagliato però interpretare il nostro lógion — almeno nel suo senso originario — come riferito alla seduzione di bambini. Come mostra Mt 10,42, i «piccoli» sono i discepoli di Gesù (o i discepoli in trasparenza per indicare i futuri membri della comunità). Non erano affatto sacerdoti, studiosi, professionisti interpreti delle Scritture quelli che Gesù e riuscito a raccogliere intorno a sé. Questi erano piuttosto schierati tra i suoí avversari. Erano invece i semplici, gli insignificanti, gli illetterati, e poi anche le persone discriminate, i peccatori e i malati, che riponevano la loro speranza in Gesù e credevano nel suo messaggio della venuta del regno di Dio (cf. anche Mt 11,25 // Lc 10,21).

Nel nostro caso le persone interessate sono soprattutto i discepoli di Gesù. Anche loro non sono «professionisti" della religione. Per questo non erano in pratica all'altezza di sostenere discussioni sulla sacra Scrittura. Verosimilmente gli avversari di Gesù non solo hanno di continuo cercato di discriminare Gesù, ma si sono avvicinati anche ai suoi discepoli per scuotere la loro fede. Il nostro lóghion deve essere stato pronunciato in un contesto come questo.

Il quadro che ci presenta davanti agli occhi è terribile. Bisogna immaginarsi una persona legata a tale massa di pietra che affonda nel «mare di Galilea», ossia nel lago di Gennesaret. L'esecuzione pagana per annegamento era proibita in Israele. Era particolarmente ripugnante per i giudei, perché la persona giustiziata non poteva poi essere sepolta. Quindi, Gesù non solo sceglie l'immagine di un'esecuzione crudele e disonorevole, ma la rende ancor più spietata aggiungendo il peso della macina. 

Per Gesù, il tentativo dei suoi avversari esperti di Scritture di distruggere la fede dei suoi discepoli in lui doveva essere un attacco diretto all'agire di Dio. Gesù deve aver pronunciato la parola della macina davanti a loro pieno d'ira, senza nemmeno nominare il giudizio di Dio che si sarebbe abbattuto sui suoi avversari, ma dicendo: "Se uno di voi inducesse in tentazione uno dei miei discepoli e fosse gettato nel lago legato a una macina da mulino, questo sarebbe un destino lieve rispetto a quello che minaccia realmente il tentatore.

Per parlare in questo tono, significa che í discepoli dovevano proprio essere importanti per la causa di Dio! E quanto preziosi erano evidentemente per Gesù i poveri e le persone semplici che riponevano tutta la loro speranza nel messaggio sulla prossimità della signoria di Dio!

un bicchiere d'acqua fresca (mt 10,42)

Gesù aveva veramente a cuore i suoi discepoli. Lo dimostra non solo il lóghion della macina, ma anche quello del bicchiere d'acqua fresca che ci viene tramandato in Mc 9,41. Per l'interpretazione facciamo qui riferimento alla versione di Matteo, dal momento che sembra essere più originaria:

«Chi avrà dato da bere anche un solo bicchiere d'acqua fresca a uno di questi piccoli perché è un discepolo, in verità io vi dico: non perderà la sua ricompensa» (Mt 10,42)

Per «piccoli», si intendevano i discepoli di Gesù. E con questo siamo già giunti al messaggio che il lóghion intende trasmettere.

Di per sé era consuetudine diffusa offrire un sorso d'acqua ai viaggiatori di passaggio. Faceva parte delle norme dell'ospitalità orientale. Nella letteratura sapienziale di Israele si raccomanda di dare da bere anche al nemico: Se il tuo nemico ha fame, dagli pane da mangiare; se ha sete, dagli acqua da bere (Pr 25,21).

Il bicchiere d'acqua offerto allo straniero è quindi una prassi scontata. La particolarità qui è che il ristoro gli viene donato in quanto discepolo di Gesù. Questa motivazione sposta tutto su un altro piano, che risulta essere decisivo per Dio. Oltre a Gesù, i discepoli sono i principali protagonisti della trasformazione del mondo che si sta realizzando con l'avvento della signoria di Dio. A chiunque venga in aiuto di Gesù e dei suoi discepoli, anche solo con un bicchiere d'acqua fresca, è promessa una grande ricompensa.

Verso la fine del suo vangelo, nel discorso sul ritorno del Figlio dell'uomo (Mt 25,31-46) Matteo riandrà ancora una volta al pensiero di fondo di questo lóghion. Ai benedetti che siedono alla sua destra dirà:

Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare,

ho avuto sete e mi avete dato da bere,

ero straniero e mi avete accolto,

nudo e mi avete vestito,

malato e mi avete visitato,

ero in carcere e siete venuti a trovarmi.

E, poco dopo, da giudice universale, Gesù si rivolgerà esattamente a queste persone che hanno prestato aiuto ai suoi seguaci, e quindi a lui stesso:

«In verità io vi dico: Tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me» (Mt 25,40).

In molte omelie, catechesi e discorsi questo testo viene oggi interpretato come se riguardasse tutti i bisognosi, gli affamati, i poveri di questa terra, che sarebbero i «fratelli più piccoli di Gesù». Una simile lettura ben si addice alla nostra mentalità attuale o, più precisamente, al nostro umanesimo moderno. Coincide con il nostro desiderio di un cristianesimo non dogmatico e pratico. Ma risponde anche alla nostra apertura verso l'ethos di altre religioni: qualunque religione una persona professi o qualunque visione del mondo sostenga, se aiuta i suoi simili che sono nel bisogno è una persona giusta.

Matteo intendeva però qualcos'altro. I «fratelli più piccoli» di Gesù non sono i numerosi poveri e indigenti del mondo, ma i discepoli che Gesù ha inviato, che la sera hanno fame, che non hanno un tetto sopra la testa, che sono nel bisogno e che sono spesso rifiutati e perseguitati. Matteo ne aveva già parlato per esteso nel grande discorso missionario in 9,35-11,1. Appunto, í discepoli inviati non vengono accolti ovunque (10,14). Finiscono tra i «lupi» (10,16), consegnati davanti ai tribunali (10,17), flagellati nelle sinagoghe (10,17), condotti davanti a governatori e re (10,18), accusati dai loro stessi parenti (10,21) e odiati da tutti (10,22).

Chi sono dunque «i fratelli più piccoli» di Gesù in Mt 25,31-46? In che modo Matteo si è immaginato queste situazioni quando ha scritto il suo vangelo dopo l'anno 70? Io credo che abbia pensato così: quando verrà il giorno del giudizio universale, il vangelo sarà già, stato annunciato a tutti i popoli (Mt 24,14; 28,19). In mezzo ai pagani sono stati presenti i testimoni della fede cristiana, poveri e oppressi, che venivano spesso perseguitati e giungevano da loro nel bisogno. E tra di loro c'erano anche comunità cristiane che, attraverso la loro esistenza, avevano dato testimonianza a Gesù Cristo. Nel giudizio universale i pagani saranno giudicati in base al comportamento assunto nei confronti dei messaggeri cristiani e delle comunità cristiane. Se li avranno aiutati, anche solo con un bicchiere d'acqua fresca (cf. Mt 10,42), avranno sostenuto la causa di Gesù e prenderanno parte al regno di Dio. Se non li avranno aiutati, non apparterranno al regno di Dio e saranno giudicati.

Quindi, in Mt 25 il Figlio dell'uomo si identifica in maniera quasi scandalosa con i suoi discepoli, con i suoi seguaci, con le comunità dei suoi discepoli. Allo stesso modo Cristo è al fianco di tutti i poveri: ciò che per Lui conta di più al mondo è l'esistenza del suo popolo, perché solo attraverso di esso i poveri presenti sulla terra potranno veramente essere aiutati nel lungo termine.

Questo modo d'intendere dà l'impressione d'essere poco cristiano e poco matteano: i cristiani come i privilegiati di questa terra!

Alla luce dell'intera Bibbia, però, non c'è nulla di insolito nell'interpretazione dei discepoli perseguitati di Gesù, per altro del tutto matteana: Israele, o meglio la chiesa, è lo strumento di Dío per la salvezza del mondo e chi viene in aiuto dei discepoli di Gesù viene in aiuto di Gesù (Mt 10,40-42).

Occorre inoltre notare che ai, pagani che sono entrati in contatto con i cristiani non viene chiesto sempre tutto. Cíò che si richiede loro e innanzi tutto umanità nei confronti dei cristiani. Spesso è sufficiente un bicchiere d'acqua. Ai cristiani è invece richiesto molto di più: non solo un bicchiere d'acqua, ma tutta l'esistenza, tutta la vita, una chiara professione di fede in Cristo. E naturalmente anche i discepoli saranno giudicati dal Figlio dell'uomo. Qui non si può certo parlare di un cristianesimo «privilegiato».



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