sabato 28 maggio 2011

GENESI (1)


Premessa

La prima parte della Genesi (1-11), espone avvenimenti che manifestano le qualità tipiche del Dio liberatore: la creazione quale grandiosa potenza a servizio di un progetto di straordinaria misericordia. La seconda parte (12-50), presenta la storia dei patriarchi. Essa ha lo scopo di ricordare come il Dio che legherà a sé un popolo mediante un patto al Sinai, è stato il Signore ha già mantenuto la sua parola e la sua promessa ai Padri (Abramo, Isacco e Giacobbe). Tutta la speranza d’Israele deve essere riposta nella fedeltà di Dio, una fedeltà misericordiosa e tenace, sapiente e imprevedibile.

Ritorniamo al nucleo dei capitoli 11-11, che c’interessa al presente. In questo quadro sono affrontati «i grandi enigmi dell’esistenza: origini dell’universo e dell’uomo, quale sia il giusto rapporto dell’uomo con Dio, il problema del bene e del male, del dolore, della morte, la crescita dell’umanità e il suo differenziarsi nello scorrere del tempo»[1]. Questi quesiti non sono affrontati mediante riflessioni teoriche ma per mezzo di racconti.

Vediamo i punti principali del messaggio annunciato: 1. Dio crea e promuove la crescita dell’uomo (racconto della creazione e alberi genealogici). 2. L’uomo è costituito in vista dell’amicizia e dell’alleanza con Dio (è il significato più importante dell’uomo come immagine di Dio). 3. Questo progetto originario è guastato dal peccato dell’uomo. Il peccato è ricordato più volte: la disobbedienza dei progenitori, il fratricidio di Caino, la corruzione della società prima del diluvio, la costruzione imperialistica della torre di Babele. In questi racconti possiamo riconoscere le nostre colpe personali e quelle della società di cui facciamo parte. 4. Dio non abbandona l’uomo peccatore. Nella sventura risplende una misericordia sorprendente ed inattesa.

Il seguito della storia della salvezza ha testimoniato il compimento di questa prospettiva di speranza: la vittoria sul male è stata assicurata dalla venuta di Gesù. Egli venne a far parte della nostra umanità, prese su di sé e vinse il nostro male (Rm 8,3-4). Ci rese collaboratori nell’attuazione del suo Regno fino alla piena manifestazione e solo in questa creazione definitiva di Dio, trovano senso la creazione e l’intero corso della storia umana.

In Gesù Dio riprende il progetto che aveva pensato da principio e lo porta a compimento. Gesù è il punto culminante di una lunga storia che lo ha preceduto, è l’inizio di una nuova storia che riprende il progetto originario del Creatore: «Il Signore si è preso per sé le due lettere dell'alfabeto greco, la prima e l'ultima, due segni che designano il principio e la fine e convergono in lui, sicché, come l'a (Alfa) si svolge fino ad arrivare all'w (Omega), e, di nuovo, si ripiega dall'w fino all'a, così pure egli dimostra che in lui stesso c'è un decorso che dall'inizio volge fino alla fine, e un ricorso che dalla fine si riporta al principio. Tutto l'ordinamento della creazione ha il suo compimento in Colui per mezzo del quale ha avuto il suo principio. Ha avuto il suo inizio per mezzo del Verbo di Dio che si è fatto carne, e perciò ha avuto il suo termine per mezzo di lui... Tutto in Cristo è stato richiamato com’era all’inizio. Tutto l’uomo è riportato nel paradiso, dove s’era trovato fin dall’inizio» [2].

Il primo racconto della creazione

La Genesi raggiunse la sua forma attuale nei secoli V-IV a. C. e i primi destinatari del libro fu il popolo d’Israele, reduce dall’esilio. Varie tradizioni più antiche contribuirono alla sua formazione definitiva.

Il racconto della creazione in sette giorni, che è il primo dei due presenti nel libro della Genesi, è opera della tradizione sacerdotale, ossia di alcuni sacerdoti del tempio che l’hanno redatto nell’epoca dell’esilio a Babilonia. In primo luogo questo racconto vuole essere una celebrazione della grandezza di Dio mediante la contemplazione delle sue opere.

Come ha compreso in seguito Giovanni Crisostomo, gli uomini «attribuivano importanza soltanto ai beni terreni e non riuscivano neppure ad immaginare che potesse esistere qualcosa di spirituale. L’agiografo, perciò, li guida a scoprire il Creatore dell’universo e, dopo averlo conosciuto per mezzo delle cose create, avrebbero adorato l’Autore dell’universo. Non si sarebbero limitati a prestare interesse soltanto alle cose né avrebbero cercato di trovare in esse tutta la soddisfazione. Dopo aver appreso come tutta la realtà era venuta all’essere, non avrebbero più osato porre una creatura al posto di Dio o ad attribuire onori divini ad animali immondi» [3].

Qual è la verità essenziale e fondamentale che possiamo trarre da questo racconto? Tutta la realtà creata viene da un Dio trascendente e personale. L’evoluzione suppone sempre la creazione, cioè un rapporto di radicale dipendenza da Dio non solo agli inizi delle cose, ma anche nella loro conservazione. Nella prospettiva dell’evoluzione, la creazione si pone come un avvenimento che si estende nel tempo. L’evoluzione cosmica e l’evoluzione biologica si sviluppano secondo un disegno superiore. Corrispondono a un progetto di Dio, in qualunque modo si sia realizzato. L’uomo si presenta come il punto culminante del processo evolutivo.

Il racconto sembra svolgersi secondo quadri corrispondenti:

primo (luce) e quarto giorno (astri); [Cielo e Cielo]

secondo (acque superiori e inferiori) e quinto giorno (uccelli e pesci); [Cielo e Terra]

terzo (suolo asciutto) e sesto (animali e uomo); [Terra e Terra]

La creazione si svolge nel ciclo della settimana, per dare rilievo al riposo del Sabato. È significativo, poi, il quarto giorno, là dove gli astri vengono creati per consentire di fissare il calendario delle feste liturgiche, soprattutto la Pasqua.

Nella Pasqua del Signore Gesù avviene una nuova creazione: «Questo è il giorno fatto dal Signore (Sal 117,24), giorno ben diverso da quelli che furono stabiliti all'inizio della creazione del mondo e che si misurano col trascorrere del tempo. Questo giorno segna l'inizio di una nuova creazione poiché in questo giorno Dio crea un cielo nuovo e una terra nuova. In questo giorno è creato il vero uomo a immagine e somiglianza di Dio. Non deve divenire il tuo mondo questo inizio, questo giorno che ha fatto il Signore?» [4].

Seguiamo ora questa celebrazione della grandezza divina in modo più dettagliato.

Dal caos alla luce

La prima azione di Dio è quella di comunicare ordine e bellezza ad una massa caotica e informe. Il vento, immagine dello Spirito, è il primo segno della presenza di Dio.

In principio Dio creò il cielo e la terra. La terra era informe e deserta e le tenebre ricoprivano l’abisso e lo spirito di Dio aleggiava sulle acque.

In principio. La riflessione cristiana mette in risalto il ruolo del Verbo di Dio nella costituzione del mondo: «Egli è principio» (Col 1,18). «Qual è il principio di tutte le cose, se non il nostro Signore e salvatore di tutti, Cristo Gesù, il Primogenito di tutta la creazione?» [5]. Che cosa significa il termine in principio? «All'inizio del tempo o prima di tutte le cose oppure nel Principio, ossia nel Verbo di Dio, suo unico Figlio?» [6].

I cristiani hanno parlato di Gesù come implicato nella creazione e nella conservazione del mondo (Eb 1,1-2). Riconoscevano che Gesù aveva donato loro la nuova creazione della vita nella grazia per mezzo della sua morte e risurrezione, insieme con la venuta dello Spirito Santo (2 Cor 5,17; Gal 6,15). La stessa Forza creatrice di Dio, che si rivelò come il principio della nuova creazione, si era già fatta conoscere all'origine, nella creazione del mondo.

La terra era informe. La massa confusa diventa ordinata e bella. Ciò avviene anche per tutti noi. Lontani da Dio, siamo tenebrosi e inquieti ma rivolgendoci al Signore, diventiamo pacificati e belli: «La materia informe è la nostra vita spirituale, come può essere in sé prima di volgersi verso Dio, ma, grazie a questo suo volgersi verso il Creatore, essa è formata e resa perfetta. Rimane, invece, informe se non si volge verso di Lui» [7]. «Dal caos di tenebre e abisso, da lì fu estratto l’uomo peccatore. Se ne ricorda, chi per grazia è stato posto come nuova creatura in Cristo in un mondo nuovo e canta: dagli abissi mi hai fatto risalire (Sal 70,20)» [8].

Lo spirito di Dio aleggiava sulle acque. L’immagine del vento annuncia l’azione creatrice e vivificante di Dio. «Lo Spirito di Dio si portava al di sopra della materia, poiché tutto ciò a cui avrebbe cominciato a dar forma e perfezione soggiaceva alla volontà buona del Creatore. L'essere creato sarebbe stato nel beneplacito di Dio, sarebbe continuato a piacergli. È buono ciò ch'è piaciuto a Dio» [9]. «Aleggiava sulle acque: si offriva a tutti, si manifestava a tutti, facendo il bene e provvedendo a quello che era utile» [10]. Lo Spirito di Dio crea ogni bene in noi e ci rende graditi a Dio Padre.

Risplende la luce

Con l’apparizione della luce si rende possibile il primo passaggio dalla notte al giorno: per primo Dio crea il tempo. L’autore, seguendo l’uso del calendario lunare, computa il giorno a partire dal tramonto. La tenebra, poi, è ordinata ma non distrutta.

Il tempo è molto rilevante nella Bibbia. Dio si rivela nel corso della storia: «Io dal principio annuncio la fine e, molto prima, quanto non è ancora stato compiuto; sono colui che dice: Il mio progetto resta valido, io compirò ogni mia volontà» (Is 46,10). «Io formo la luce e creo le tenebre, faccio il bene e provoco la sciagura; io, il Signore, compio tutto questo» (Is 45,7). In altre parole, Egli è presente in ogni situazione e nulla sfugge al suo volere.

Dio disse: «Sia la luce!». E la luce fu. Dio vide che era cosa buona e Dio separò la luce dalle tenebre. Dio chiamò la luce giorno, mentre chiamò le tenebre notte. E fu sera e fu mattina: giorno primo.

Dio disse: «Sia la luce!». La luce è il segno della realtà di Dio, perché «Egli abita una luce inaccessibile; nessuno fra gli uomini l’ha mai visto né può vederlo (1 Tm 6,16)». «L’evangelista Giovanni, dopo aver detto in principio era il Verbo, subito aggiunge Egli era la vera luce che illumina ogni uomo (Gv 1,9). La luce, creata per comando divino, prevalse sulla tenebra. In seguito, la Luce di Cristo, allontanò le tenebre dell’errore e condusse per mano verso la verità gli uomini erranti» [11]. «Chi non ha mai visto la luce, non ha mai potuto riconoscere le tenebre» [12].

E fu sera e fu mattina: giorno primo. In ebraico: giorno uno (yom ehad). «Noi preghiamo in piedi, il primo giorno dopo il sabato, non soltanto perché ci ricordiamo della risurrezione ma perché quel giorno sembra essere immagine dell’eternità futura. Questo giorno da Mosè fu chiamato uno, come se esso desse inizio più volte al medesimo ciclo. Questo stesso unico giorno è anche l’ottavo poiché significa in sé quel giorno realmente unico, quando ci sarà la reintegrazione del creato che seguirà a questo tempo, il giorno eterno senza sera e senza domani» [13].

«Un tempo la notte seguiva il giorno, dato che l'uomo, incorrendo nel peccato, era caduto dalla luce nelle tenebre di questo mondo; a ragione ora il giorno segue la notte, dato che per la fede nella risurrezione siamo ricondotti dalle tenebre del peccato alla luce della vita. Dobbiamo perciò essere solleciti che neppure una particella si oscuri nel nostro cuore» [14].

Punto di meditazione

«Il Verbo, Figlio di Dio, non ha una vita informe, poiché per lui il vivere è anche lo stesso che vivere nella sapienza e nella felicità. La creatura, al contrario, può avere una vita informe, qualora, allontanatasi dall'immutabile Sapienza, viva nella miseria. Riceve la sua forma quando si volge verso la luce del Verbo di Dio. Questi, con la voce misteriosa della sua ispirazione, non cessa mai di parlare alla creatura, perché si volga verso di Lui dal quale ha l'essere, poiché in altro modo non potrebbe ricevere la forma e la perfezione» [15].

Il firmamento

Dio separa acque superiori da quelle inferiori ponendo tra di esse una volta di cristallo (raqia), tradotto con firmamento. L’azione principale di Dio è quella di separare. In altre parole, la sua parola garantisce tutte le distinzioni e fonda la differenza d’ogni realtà. Nel contempo pone ogni creatura in una rete di relazioni in cui ognuna trova il proprio posto, la propria utilità e la propria fecondità. Il dispiegamento di tanta potenza, tuttavia, non distrugge nulla, neppure elementi del caos che potrebbero essere giudicati come negativi. Non distrugge la tenebra, non annienta le acque primordiali. Dio domina senza distruggere, senza fare violenza.

Dio disse: «Sia un firmamento in mezzo alle acque per separare le acque dalle acque». Dio fece il firmamento e separò le acque che sono sotto il firmamento dalle acque che sono sopra il firmamento. E così avvenne. Dio chiamò il firmamento cielo. E fu sera e fu mattina: secondo giorno.

Dio disse. Il dire di Dio Padre, il suo parlare corrisponde alla Parola, al suo Figlio di Gesù, che è fonte e modello d’ogni creatura. «La Scrittura, prima d'indicare ciascuna creatura, si riferisce al Verbo di Dio dicendo: Dio disse. La ragione per cui ogni cosa era creata si trova nel Verbo di Dio. Egli infatti ha generato un unico Verbo, mediante il quale ha detto tutte le cose prima che fosse creata ciascuna di esse» [16]. «O Dio, ogni creatura di fronte a te non era di là da venire, perché nel tuo Verbo c’era la vita. La vita esisteva già in lui così come sarebbe stata» [17].

La Parola di Dio appare una forza potente ed efficace, è creatrice di novità, agisce nel credente in modo efficace (cfr. Sal 33, 8-9). «Sia fatto, dice. È il tono di chi ordina, non di chi valuta: comanda alla natura, non si sottomette a limiti imposti. La sua volontà è misura delle cose, la sua parola segna il fine dell’opera» [18]. La Parola di Dio manifesta la sua forza nel chiamare alla fede e nel sostenere la debolezza degli uomini: «Che cos’è impossibile a Colui che diede forza ai deboli, così che un debole dice: tutto posso in colui che mi dà forza? (Fil 4,13)» [19].

La separazione delle acque, il riordino del caos richiama le future azioni salvifiche: Dio separa le acque sia al momento del passaggio del Mar Rosso (Es 14, 21) sia al transito al fiume Giordano (Gs 3,16), creando un ordine nella situazione caotica della schiavitù in Egitto: «Così dice il Signore, che aprì una strada nel mare e un sentiero in mezzo ad acque possenti…. Ecco io faccio una cosa nuova, proprio ora germoglia, non vi accorgete?» (Is 43, 16.19; cf Es 14,21).

Emerge la terra, ricca di germogli

Il terzo giorno Dio separa la terra dal mare. Con l’emergere dell’asciutto comincia la descrizione della costituzione della terra, in due fasi: apparizione del suolo e germinazione dei vegetali.

Dio disse: «Le acque che sono sotto il cielo si raccolgano in un solo luogo e appaia l’asciutto. E così avvenne. Dio chiamò l’asciutto terra, e la massa delle acque mare. E Dio vide che era cosa buona (9-10). Dio disse: «La terra produca germogli, erbe che producono seme, alberi da frutto, che facciano sulla terra frutto con il seme, ciascuno secondo la sua specie». E così avvenne. Dio vide che era cosa buona. E fu sera e fu mattina: terzo giorno (11-13).

Dio vide che era cosa buona. «Dio vide per me, approvò per me la bontà della creazione. Non considerare difettoso ciò che Dio ha approvato. Non dire impuro ciò che Dio ha purificato (At 10,5). Nessuno biasimi il bene operato da Dio» [20].

La terra produca germogli. «Dio non ha cessato di dar prova di sé beneficando, concedendovi dal cielo piogge per stagioni ricche di frutti e dandovi cibo in abbondanza per la letizia dei vostri cuori (At 14,17)». «Tutto è stato fatto grazie alla parola di Dio. La fatica e le altre iniziative per coltivare il suolo, non bastano a produrre i frutti, ma prima di tutto [è necessario] l’apporto della parola di Dio. Tutto l’impegno umano non basta. Abbiamo bisogno dell’intervento divino che completi queste attività» [21]. «Tutto ciò che i campi producono, ci viene elargito con larghezza dalla provvidenza divina, che sostiene 1e incerte fatiche degli agricoltori. Quindi è dovere di carità e di giustizia che anche noi aiutiamo gli altri con quegli stessi doni che il Padre celeste ci ha elargiti con tanta misericordia» [22].

«L’erba corrisponde alla sua specie, tu non corrispondi alla tua. Germogli la terra. Disse, e subito la terra si riempì di virgulti nascenti. All’uomo si dice: Ama il Signore tuo Dio; ma l’amore di Dio non penetra in tutti i cuori. Il cuore dell’uomo è più insensibile del macigno» [23].

Creazione degli astri

Dio, dopo aver creato il mondo nella sua struttura costitutiva, lo abbellisce e completa. Il quarto giorno corrisponde al primo (quando è avvenuta la creazione della luce) e prevede la costituzione degli astri. Sole e luna non ricevono un nome specifico ma di loro si parla in modo generico: sono luci. Declassandoli in questo modo, l’agiografo vuole opporsi al culto degli astri e porre in evidenza l’utilità dei cicli solari e lunari per la costituzione del calendario.

[14] Dio disse: "Ci siano luci nel firmamento del cielo, per distinguere il giorno dalla notte; servano da segni per le stagioni, per i giorni e per gli anni [15] e servano da luci nel firmamento del cielo per illuminare la terra". E così avvenne: [16] Dio fece le due luci grandi, la luce maggiore per regolare il giorno e la luce minore per regolare la notte, e le stelle. [17] Dio le pose nel firmamento del cielo per illuminare la terra [18] e per regolare giorno e notte e per separare la luce dalle tenebre. E Dio vide che era cosa buona. [19] E fu sera e fu mattina: quarto giorno.

Ci siano luci… «Ammirando con stupore il sole, i popoli non riuscirono a elevarsi più in alto per venerare il Creatore. Fermandosi a questa creatura, lo considerarono un dio. La Scrittura, prevedendo l’errore a cui erano propensi gli uomini, dice che quest’astro fu creato dopo il terzo giorno, quando ormai la terra aveva già offerto tutti i doni che erano nelle sue possibilità» [24].

Siano segni per le feste, per i giorni… «La Scrittura non parla di segni che sono vanità [come gli oroscopi]; parla di segni utili e necessari per l'esigenze di questa vita, come quelli che sono osservati dai marinai per governare le loro navi o che sono esaminati da esperti per prevedere le condizioni atmosferiche» [25]. Il cristianesimo ha combattuto le dottrine astrologiche che tentavano di fissare il destino degli uomini oscurando l’uso del libero arbitrio: «Per quanto riguarda il destino [degli uomini] dobbiamo respingere, per preservare l'integrità della nostra fede, le presunte osservazioni scientifiche desunte dall'astrologia. Nel caso d’azioni cattive, c'inducono ad accusare Dio, creatore delle costellazioni, anziché l'uomo, autore delle azioni scellerate» [26].

Altre riflessioni sugli astri: «Come la luna è la Chiesa. Essa rifulge non della propria luce, ma di quella di Cristo e prende il proprio splendore dal Sole di giustizia, così che può dire: Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me (Gal 2,20)» [27]. «Dice il Signore: Io ho acceso gli astri; tu, accendine di più splendidi. Lo puoi; illumina chi versa nell’errore. Tu non puoi creare l’uomo, ma puoi contribuire a renderlo giusto e gradito a Dio. Io ho fatto la sostanza, a te il compito di abbellire il mio progetto» [28]. «Una stella è diversa dall’altra per lo splendore: uno illumina con le parole di sapienza per presiedere al giorno, l’altro con parole di scienza per presiedere alla notte; altri, infine, hanno grazie minori per svolgere il ministero che indica segni e tempi (cf 1 Cor 15,41.12,8)» [29].

Creazione dei pesci e degli uccelli

Nel quinto giorno (corrispondente al secondo dove avevamo contemplato la separazione tra le acque inferiori e quelle superiori), Dio crea gli uccelli e i pesci, ossia creature che adornano i due elementi già separati. I mostri marini, animali esistenti e terrificanti per gli antichi, sono soltanto creature come le altre e Dio li governa con facilità.

Dio disse: «Le acque brulichino d’esseri viventi e uccelli volino sopra la terra, davanti al firmamento del cielo». Dio creò i grandi mostri marini e tutti gli esseri viventi che guizzano nelle acque. Dio li benedisse: «Siate fecondi e moltiplicatevi e riempite le acque dei mari; gli uccelli si moltiplicano sulla terra». E fu sera e fu mattina: quinto giorno (20-23).

«Dal nostro cuore, come da acque, emergono pensieri buoni e cattivi. Portiamoli, gli uni e gli altri, al cospetto e al giudizio di Dio, affinché, illuminati da lui, possiamo discernere il bene dal male, cioè separiamo da noi le cose che strisciano sulla terra e arrecano sollecitudini terrene; le cose migliori, cioè i volatili, lasciamoli volare lungo il firmamento del cielo» [30].

Creazione degli animali e dell’uomo

Il sesto giorno Dio crea gli animali terrestri e l’uomo. Essi ricevono la stessa benedizione e sono entrambi sessuati. La componente animale appartiene anche all’uomo. A differenza dell’animale, però, questi viene costituito ad immagine di Dio. Per attuare in verità questa possibilità, l’umanità deve assumere l’animalità interiore e dominarla. L’individuo e la collettività sono colmi di forze vive, buone come potenzialità ma spesso esse sono lasciate in disordine.

Dio disse: «La terra produca essere viventi secondo la loro specie: bestiame, rettili e animali selvatici secondo la loro specie». E così avvenne. Dio vide che era cosa buona (24-25).

Spesso il mondo degli animali viene evocato per parlare dell’uomo: 1 Sm 24,15: Davide come una pulce; Sal 22,13.17.22: i nemici colmi d’odio sono come tori, come cani…; Sal 32,9: gli increduli come cavallo e mulo; Sal 102,7.8: l’orante angosciato come civetta e gufo e passero; Mt 10,16: i discepoli come pecore tra i lupi; Lc 13,32: Erode è una volpe; Gv 10,14: i discepoli sono pecore. Ap 12,3: il drago demoniaco; Ap 13,1: la bestia dalla terra.

Dio disse: «Facciamo l’uomo a nostra immagine, a nostra somiglianza, e domini sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo, sul bestiame, su tutte le bestie selvatiche e su tutti i rettili che strisciano sulla terra. E Dio creò l’uomo a sua immagine, a immagine di Dio lo creò; maschio e femminina li creò.

Nelle civiltà antiche, solo il re era considerato un rappresentante delle divinità. La sua effige, diffusa nel territorio del regno, lo rievocava come se egli fosse stato davvero presente. Nella Bibbia, invece, ogni uomo rappresenta Dio; anzi soltanto lui può raffigurarlo e ne costituisce la vera effigie. Non possono pretendere questa funzione le immagini di pietra o di legno, usate nei culti idolatrici.

Facciamo l’uomo… La creazione dell’uomo è preceduta da una deliberazione divina e non avviene soltanto attraverso un comando come negli altri interventi precedenti. «Tutte le cose vennero alla nascita con una sola parola. Nel creare l’uomo, invece, Dio procede con ponderatezza, rende simile la sua forma alla bellezza di un archetipo, stabilisce il fine in grazia del quale è creato, gli costruisce una natura corrispondente» [31]. È creato per ultimo come vertice di tutto: «Un buon maestro di casa non fa entrare l’invitato prima di aver preparato i cibi; nello stesso modo Dio introduce l’uomo dandogli il godimento dei beni presenti» [32].

A nostra immagine, secondo la nostra somiglianza. «Chi è edotto nei misteri divini sa bene che è conforme alla natura dell’uomo quella vita che è conforme alla natura divina» [33].

Cristo «è immagine del Dio invisibile (Col 1,15»; «è irradiazione della sua gloria e impronta della sua sostanza (Eb 1,3». «L’immagine di Dio è solo Cristo che ha detto: Io e il Padre siamo una cosa sola (Gv 10,30)» [34]. «Il nostro Salvatore è l’immagine di Dio a somiglianza della quale è stato fatto l’uomo. Guardiamo sempre quest’immagine di Dio per poter essere trasformati a sua somiglianza» [35]. «In quale senso l’uomo sia stato fatto ad immagine di Dio, lo chiarisce l’apostolo Paolo quando ci esorta a recuperare in noi, con l’aiuto del nostro Creatore, ciò che abbiamo perduto nel nostro progenitore: Dovete rinnovarvi nello spirito della vostra mente e rivestire l'uomo nuovo, creato secondo Dio nella giustizia e nella santità vera (Ef 4,23-24) [36]. Santità di vita e carità sono i contrassegni dell’immagine: «Dio è carità. Egli ha fatto nostro anche questo suo carattere. Se, però, in te non c’è l’amore si altera tutto il carattere dell’immagine» [37].

Dio creò l’uomo a sua immagine, a immagine di Dio lo creò; maschio e femminina li creò.

L’uomo come immagine è relazione. È in relazione con Dio, creato per entrare in dialogo con Lui. Non solo. Egli deve dialogare con i suoi simili. Vivere il nostro essere a immagine significa diventare capaci di relazioni autentiche e profonde. Il rapporto maschio e femmina costituisce la diversità primaria esistente al mondo; la primo e più profonda occasione di dialogo.

Il rispetto per i poveri è fondato pure su questa comune grande dignità: «Vedi uomini girovagare come pecore disperse in cerca di cibo; degli stracci avvoltolati intorno al corpo. Com’è possibile non pensare a chi si trova in una situazione del genere? È un uomo fatto ad immagine di Dio» [38].

28. Dio li benedisse e disse loro: «Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra e soggiogatela, dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e su ogni essere vivente che striscia sulla terra».

Dominate … su ogni essere vivente. L’uomo domina il creato non come un despota ma come uno che imita la bontà divina: «L’uomo, poiché era creato per il governo delle altre creature a imitazione del Re di tutto, fu fatto come sua immagine vivente. Non è ornato di porpora ma è rivestito di virtù che è il più regale di tutti gli ornamenti» [39].

Per attuarsi a immagine di Dio, egli deve assumere l’umanità interiore e dominarla: «Comanda o Creatore che io sia un uomo razionale, come all’inizio, provvisto del potere sulla mia terra: che il mio corpo sia sottomesso allo spirito, e lo spirito a te. Non pentirti della dignità che mi hai conferita, affinché io possa dominare sulle bestie della mia terra, cioè sugli impulsi violenti e sfrenati delle passioni; e anche sui rettili dei pensieri che strisciano sul terreno» [40].

29. Dio disse: «Ecco io vi do ogni erba che produce seme e che è su tutta la terra, e ogni albero fruttifero che produce seme: saranno il vostro cibo. A tutti gli animali selvatici, a tutti gli uccelli del cielo, io do in cibo ogni erba verde». E così avvenne.

L’alimentazione vegetariana vuole escludere rapporti violenti tra uomo e animali. «Dio diede la precedenza al cibo naturale [vegetariano] rispetto agli altri cibi. È questo un cibo salubre perché tiene lontane le malattie ed elimina le digestioni difficili; un cibo ottenuto dagli uomini senza fatica, ma offerto in abbondanza per dono divino» [41]. «Quando prendiamo i cibi, non facciamo nulla in contrasto con la regola della sapienza, secondo la quale tutte le cose sono buone. Astenersi però da alimenti saporiti e abbondanti ci fa progredire. Se non gusteremo la dolcezza di Dio, non riusciremo a rinunciare alle dolcezze della vita» [42].

Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa molto buona. E fu sera e fu mattina: sesto giorno

Il giudizio di bontà è indirizzato verso l’intera creazione. L’intero creato raggiunge il culmine nella propria bontà nell’incarnazione del Verbo e nella partecipazione alla sua risurrezione: «Vederle molto buone equivaleva a farle molto buone nel Verbo, suo Figlio. Guardandole comunicò loro l’essere e i doni naturali, ma con la sola immagine del Figlio le lasciò [in seguito] rivestite di bellezza, partecipando loro l’essere soprannaturale. Questo avvenne quando egli si fece uomo, innalzando l’uomo alla bellezza di Dio, e di conseguenza innalzandolo in lui tutte le creature, perché si è unito alla natura di tutte le cose nell’uomo. Nella glorificazione dell’incarnazione di suo Figlio e della sua risurrezione secondo la carne, il Padre non solo abbellì le creature, ma potremmo dire che le rivestì completamente di bellezza e di dignità» [43].

Il riposo del Sabato

2.1. Così furono portati a compimento il cielo e la terra e tutte le loro schiere. Dio, nel settimo giorno, portò a compimento il lavoro che aveva fatto e cessò nel settimo giorno da ogni lavoro che aveva fatto. Dio benedisse il settimo giorno e lo consacrò, perché in esso aveva cessato da ogni lavoro che egli aveva fatto creando. Queste sono le origini del cielo e della terra, quando vennero creati.

Dio cessò dal lavoro che aveva fatto. «Dio si riposò da tutte le sue opere, poiché è lui stesso il suo bene e fonte della propria felicità e non le sue opere» [44]. « Com’è giusto dire che è Dio a fare tutto ciò che di bene facciamo noi, in virtù della sua azione in noi, così è giusto dire che Dio si riposa quando siamo noi a riposarci per suo dono. Dio offrirà agli uomini il riposo in se stesso, dopo che saranno perfezionati dal dono dello Spirito Santo. » [45].

«Gesù Signore riposò nel sepolcro il giorno di sabato dopo che nel sesto giorno, aveva concluso tutte le sue opere. Questa infatti è la parola usata da lui quando disse: Tutto è compiuto; e chinato il capo spirò (Gv 19,30)» [46].

«Vediamo che Dio opera sempre. Non c’è Sabato nel quale non faccia sorgere il suo sole sui buoni e sui cattivi e faccia piovere sui giusti e sugli ingiusti (Mt 5,45). Il Signore dice: il Padre mio opera fino a ora e anch’io opero (Gv 5,17). Il Sabato vero, nel quale Dio riposerà da tutte le sue opere, sarà il secolo futuro; allora fuggiranno dolore e gemito e sarà tutto in tutti (cf. Is 35,10. 1 Cor 15,28)» [47].

«Santificherai il primo giorno della settimana, la domenica, perché consacrato al Signore che in esso è risuscitato. Non farai alcun lavoro di questa vita. Frequenterai il tempio di Dio e prenderai il santo corpo e sangue di Cristo. Rinnoverai te stesso preparandoti ad accogliere i beni futuri ed eterni» [48].

Punti di meditazione

Nell’evolversi degli avvenimenti lungo la storia sacra, Dio rinnoverà altri atti creativi, prima nell’atto della redenzione e poi alla conclusione finale di tutto il percorso storico: «In principio, in modo mirabile, Dio creò dal nulla questo mondo; nella pienezza del tempo, poi, in modo ancora più mirabile, da un mondo che era diventato vecchio, ne creò un nuovo. Tutto si sviluppa a partire dall’inizio. Tutte le cose di prima, nell’antica alleanza, sono figure che cominciano a essere svelate ora. Queste, a loro volta, preannunciano le cose a venire (Eb 9,24)» [49].

L’uomo, se conserva la somiglianza con l’Archetipo, porta tale onore in modo adeguato, ma se si allontana dal Signore che deve imitare, sbiadisce il suo essere a immagine: «Spesso la nostra miseria umana fa disconoscere il dono divino; la passione della carne ricopre la bellezza dell’immagine come un’orrida maschera. Gli uomini retti nei quali non è oscurata la bellezza originaria consolidano la fede dei credenti che affermano che l’uomo è a immagine di Dio» [50]. «Nessuno disperi di poter di nuovo ricuperare la forma dell’immagine di Dio, poiché il Salvatore non è venuto a chiamare a penitenza i giusti, ma i peccatori (Mt 9,13)» [51].

«Creò il cielo, e non leggo che allora Dio si sia riposato; creò la terra, e non leggo che si sia riposato; creò il sole, la luna, le stelle, e non leggo che nemmeno allora si sia riposato; ma leggo che ha creato l’uomo e che a questo punto si è riposato, avendo un essere a cui rimettere i peccati» .[52]



[1] Nuova Bibbia CEI 2008 p. 19

[2] Tertulliano, L’unicità delle nozze, V, 2.

[3] Giovanni Crisostomo, In Genesim homiliae, II, 2.

[4] Gregorio di Nissa, Discorsi, Sulla resurrezione di Cristo, 1.

[5] Origene, Omelie sulla Genesi, I, 1.

[6] Agostino, Genesi alla lettera, I, 1.2.

[7] Agostino, Genesi alla lettera, I, 1.2.

[8] Isacco della Stella, Sermoni, 54, 15-16.

[9] Agostino, Genesi alla lettera, I, 5.11.

[10] Guglielmo di Saint-Thierry, Preghiere meditate, I, 10.

[11] Giovanni Crisostomo, In Genesim homiliae, III, 2.

[12] Isacco della Stella, Sermoni, 1, 2.

[13] Basilio, Lo Spirito Santo, XXVII, 66.

[14] Beda il Venerabile, Omelie sul Vangelo, II, 7, p. 325.

[15] Agostino, Genesi alla lettera, I, 5.10.

[16] Agostino, Genesi alla lettera, I, 6, 12.13.

[17] Guglielmo di Saint-Thierry, Preghiere meditate, I, 8.

[18] Ambrogio, Esamerone, III, 2, 4.

[19] Ambrogio, Esamerone, III, 3, 11.

[20] Ambrogio, Esamerone, III, 5, 20.

[21] Giovanni Crisostomo, In Genesim homiliae, V, 4.

[22] Leone Magno, Discorsi, 16, 1-2.

[23] Ambrogio, Esamerone, V, 7, 31 e V, 17, 70.

[24] Giovanni Crisostomo, In Genesim homiliae, VI, 4.

[25] Agostino, Genesi alla lettera, II, 14.29

[26] Agostino, Genesi alla lettera, II, 17.35

[27] Ambrogio, Esamerone, VI, 8, 32.

[28] Giovanni Crisostomo, Commento alla prima lettera a Timoteo, XV, 4.

[29] Isacco della Stella, Sermoni, 54, 6.

[30] Origene, Omelie sulla Genesi, I, 8.

[31] Gregorio di Nissa, L’uomo, 3.

[32] Gregorio di Nissa, L’uomo, 2.

[33] Omelie sull’Ecclesiaste, 1, 47.

[34] Ambrogio, Esamerone, IX, 7.

[35] Origene, Omelie sulla Genesi, I, 13.

[36] Beda, In Genesim, I, I, 26 (758-763).

[37] Gregorio di Nissa, L’uomo, 5.

[38] Gregorio di Nissa, Omelie sull’amore per i poveri, 2, 5 in Il volto del nostro Salvatore, Qiqaion, Magnano 2006, p. 31.

[39] Gregorio di Nissa, L’uomo, 4 e 5.

[40] Guglielmo di Saint-Thierry, Preghiere meditate, IV, 11.

[41] Ambrogio, Esamerone, V, 7, 28.

[42] Diadoco di Foticea, Cento capitoli, 44.

[43] Giovanni della Croce, Cantico spirituale B, 5, 4.

[44] Agostino, Genesi alla lettera, 17.29.

[45] Agostino, Genesi alla lettera, 8.16.

[46] Agostino, Genesi alla lettera, 11.21.

[47] Origene, Omelie sui Numeri, XXIII, 4.

[48] Gregorio Palamas, Decalogo della legislazione, in La Filocalia 4, pp. 43-44.

[49] Isacco della Stella, Sermone 54, 1.

[50] Gregorio di Nissa, L’uomo, 16 e 18.

[51] Origene, Omelie sulla Genesi, I, 13.

[52] Ambrogio, Esamerone, IX, 10, 76.

sabato 21 maggio 2011

Cantico 4


L’ingresso nella camera nuziale

M’introduca il re nelle sue stanze

Il sentimento si fa sempre più travolgente tanto che l’amata spera nell’unione d’amore. Il re? Quale re? Tutti gli innamorati sono dei re o delle regine. Il termine re e il richiamo all’unzione (che consacrava i sovrani) hanno portato ad allargare il senso del testo in una prospettiva messianica: il re consacrato con l’unzione è il Messia. Anche la gioia e l’esultanza sono sentimenti tipici dell’era messianica.

Mentre essa viene introdotta nella stanza nuziale del diletto, le altre ragazze rimangono fuori.

Il movimento verso Cristo, di cui si è già parlato, diverrà una unione stabile e totale: «Strette dai vincoli del suo amore [le anime] aderiranno a lui, in loro non ci sarà più occasione di mobilità ma saranno un solo spirito con lui e si realizzerà ciò che è scritto: Come tu, Padre, in me e io in te siamo una cosa sola» [1].

Essere introdotti nella stanza più segreta significa poter rivivere il mistero di Cristo; è sperimentare in se stessi gli eventi annunziati dalla Sacra Scrittura. «La stanza è lo stesso segreto e nascosto senso di Cristo. Di questo Paolo diceva: noi possediamo il senso di Cristo per conoscere ciò che ci è stato donato da Dio» [2]. «Quali sono queste cantine del Dio Re? Sono i sacri misteri che sono contenuti nelle sante Scritture. Nulla mi ha nascosto. Colui che ha infuso in me il suo Verbo, il quale era nel suo cuore, come non mi ha donato ogni cosa insieme con lui?» [3].

La stanza rappresenta poi l’esperienza mistica là dove essa prevede la comunione ineffabile con Dio in Cristo: «L'anima che è divenuta perfetta, viene dichiarata degna di ricevere i tesori nascosti nei penetrali. Così esclama: Il Re mi ha introdotto nella sua stanza. Penetrata spiritualmente nella profondità dell'ineffabile, annuncia di aver raggiunto nella sua corsa non solo il vestibolo della casa del tesoro ma anche la primizia dello Spirito. Introdotta nei segreti del paradiso, come dice il grande Paolo, ha visto l'invisibile e udito parole inenarrabili (Cfr. II Cor. 12,4)» [4]. «Vi è un luogo dove veramente si scorge Dio tranquillo e riposante: luogo non del giudice, non del maestro, ma dello Sposo, che per me è davvero una camera da letto, se talvolta mi capita di esservi introdotto. Ma rara ora e breve tempo! Ivi si conosce che la misericordia del Signore è da sempre e dura in eterno per quanti lo temono (Sai 102,17)» [5].

La ragazza preferita è stata ammessa nell’intimità del suo innamorato. Le altre ragazze vengono escluse da questo privilegio.

La differenza di trattamento tra la ragazza amata e le altre giovani ha suggerito la differenza che esiste tra i credenti circa la maturità della loro fede. Alcuni possono essere ammessi alla comunione profonda con Dio in Cristo mentre molti altri non possono accedere ad un’esperienza tanto densa: «Quelli che corrono nello stadio, corrono tutti, ma uno solo riceve il premio (1 Cor 9,24), e il premio è Cristo. Le ragazze restano al di fuori perché sono all’inizio dell'amore, ma la Sposa, bella, perfetta, senza macchia, senza ruga, entrata nell'appartamento dello Sposo, nelle intime stanze del re, ritorna dalle giovinette, e annunzia loro quello che essa sola ha veduto, e dice: Il re mi ha introdotto nel suo appartamento. E di nuovo le fanciulle, cioè la folla molto numerosa, nell'attesa del ritorno di lei cantano: esulteremo per te. Gioiscono della perfezione della Sposa poiché fra le virtù non c’è gelosia! Quest’amore è puro, quest’amore è senza difetto» [6].

«La sposa non si preoccupa di progredire in modo da trascurare le sue figlie, né crede che questi suoi progressi si debbano realizzare a loro danno. Per quanto, perciò, la differenza dei meriti sembri distanziarla da esse, certamente per la carità e l'amorosa sollecitudine essa rimane sempre con loro. Bisogna poi che essa imiti lo Sposo, il quale, pur salendo al cielo, promise tuttavia di restare sulla terra con i suoi figli sino alla fine del mondo. Così anche questa, per quanto progredisca, per quanto s'innalzi, non cesserà mai di curarsi di provvedere con affetto a coloro che ha generato nel Vangelo, né potrà staccarsi da loro o dimenticare il frutto delle sue viscere. Dica dunque a esse; “Godete, abbiate fiducia: II re mi ha introdotta nella sua stanza (Cant 1,3); consideratevi introdotte anche voi con me. Sembra che io sia stata introdotta da sola, ma non gioverà a me sola. Il mio profitto appartiene anche a tutte voi: per voi io progredisco; quanto potrò maggiormente meritare, lo dividerò con voi”» [7].

Gioiremo e ci rallegreremo per te. Ricorderemo le tue tenerezze più del vino.

Gioiremo e ci rallegreremo per te. Amici e amiche si congratulano con la fidanzata e partecipano alla sua gioia.

La ragazza prediletta rappresenta i primi testimoni della fede che trasmisero ad altri (le fanciulle) la loro esperienza, in modo tale che costoro possono gioire per il suo dono. «[Gli apostoli ed evangelisti] quelli che per primi furono istruiti dalla grazia e furono testimoni oculari e ministri, non conservarono questo bene soltanto per se stessi ma lo comunicarono ai posteri come tradizione. Per questo le giovani si rivolgono alla sposa e le dichiarano: Esulteremo e ci rallegreremo per te. Anche noi partecipiamo alla tua gioia e alla tua letizia. [L’apostolo] Giovanni si posò sul petto del Signore e immerse il suo cuore, come una spugna, nella fonte della vita. Ricolmato dei misteri riposti nel cuore del Signore, ottenuti come da un’ineffabile tradizione, [li] porge anche a noi e annunciandoci la Parola eterna fa sovrabbondare anche noi dei beni attinti a quella Sorgente» [8].

Ricorderemo le tue tenerezze più del vino «È proprio del vino rallegrare il cuore, liberarlo da ogni timore e riempirlo di grandi speranze. Il vino rende audaci, sicuri, vigorosi, distaccati; queste sono anche proprietà dell’amore» [9].

Il godere: «Sii in comunione con i sentimenti dello Sposo, e saprai che pensieri di tal genere inebriano e danno gioia» [10]. «Se si ama il bello, Tu [Signore] sei la bellezza di tutto quello che è bello, se si ama il bene tu sei il bene di tutto quello che è buono, se si cerca l’utile tutte le persone si servono di te, incluso chi ti odia. Però solo quelli che ti amano godono di te» [11].

Il ricordare: «Qual è il modo migliore di pregare, gradito a Dio e valido per ottenere le grazie future se non quello di ricordarsi senza ingratitudine dei benefici passati?» [12]. «Quando si perde la grazia della consolazione spirituale ci si deve rifugiare nella consolazione delle Scritture» [13].

A ragione ti amano! «Io credo che anche Mosè, Aronne, e ciascuno dei profeti abbiano avuto aromi; però, se vedo il Cristo e sento l’odore soave dei suoi profumi, subito esprimo il giudizio, dicendo: l’odore dei tuoi unguenti è sopra tutti gli aromi» [14].


Bruna e bella

1.5. Bruna sono ma bella, o figlie di Gerusalemme, come le tende di Kedar, come i padiglioni di Salma. 6. Non state a guardare che sono bruna, poiché mi ha abbronzato il sole. I figli di mia madre si sono sdegnati con me: mi hanno messo a guardia delle vigne; la mia vigna, la mia, non l’ho custodita.

In ebraico we può avere valore avversativo (sono nera ma bella) o coordinativo (sono nera e bella). «La sposa risponde agli argomenti che avrebbero potuto opporle chi la vedeva così sicura dell'amore dello sposo, mentre, a quanto pare, appare scura e non così bella. Dice: ammetto che sono scura, però in tutto il resto sono attraente, bella e degna di essere amata; sotto questo mio colore scuro è nascosta una grande bellezza» [15].

L’autore sembra contrapporre la bellezza campagnola a quella cittadina e far affiorare il contrasto civiltà – natura. «La sposa quanto a bellezza è diversissima dalla sua apparenza, come le tende degli arabi, che di fuori sono nere per l'aria e per il sole cui sono esposte, ma dentro nascondono mobili preziosi e gioielli dei loro padroni che, come si presuppone, sono molti e ricchissimi» [16]. Le Figlie di Gerusalemme potrebbero rappresentare, quindi, la società cittadina invitata ad ammettere la bellezza rustica della ragazza.

I fratelli (chiamati figli della madre), rappresentano, infine, i familiari della giovane, indispettiti dalla disinvoltura della ragazza innamorata. Questa non ha custodito se stessa (la vigna) perché ritiene di essere libera nella sua scelta. Vuole essere lei a decidere chi amare. Il Cantico si pone dalla parte della ragazza contro le regole della famiglia patriarcale.

Aspetti contrastanti

«La comunità d’Israele dice ai popoli: Nera io sono per le mie opere, ma sono bella per le opere dei padri miei. E anche tra le mie opere ve ne sono di belle: se si trova in me il peccato del vitello, ho nondimeno il merito di avere accolto la Legge» [17]. L’umanità, oscurata dal male, non perde mai il fulgore dell’essere ad immagine di Dio e quindi è, nello stesso tempo, nera e bella: «Certo sono nera tuttavia ho con me la mia bellezza. È dentro di me quella prima creazione che è stata fatta ad immagine di Dio ed ora, avvicinandomi al Verbo di Dio ho ricevuto la mia bellezza» [18].

Dio ha amato l’umanità anche quando questa si era degradata. In questa linea la frase della ragazza viene interpretata in questo modo: fui un tempo oscura ma ora sono bella. In questa considerazione cogliamo l’annuncio centrale del Vangelo: «La sposa riferisce alle discepole un altro prodigio ancora avvenuto a suo beneficio, affinché noi pure possiamo conoscere l’amore smisurato dello sposo per gli uomini. Spinto dall’amore, egli cerca di accrescere la bellezza dell’amata. “Non meravigliatevi che la rettitudine mi abbia amata ma stupitevi piuttosto di questo: ero nera per il peccato, simile alla tenebra a causa delle cattive azioni ma egli mi fece bella con il suo amore, donandomi in cambio la sua bellezza al posto della mia turpitudine. Dopo aver trasferito su di sé la sporcizia delle mie colpe, mi offrì la sua innocenza rendendomi partecipe della sua bellezza. Mi ha reso amabile quando ero detestabile e poi mi ha amato”. Nella lettera ai Romani mi sembra che al grande Paolo sia piaciuto soffermarsi a lungo su questo tema, là dove ricorda che Dio ha dato prova del suo amore per noi in quanto, mentre eravamo ancora peccatori, ci ha resi luminosi ed amabili» [19].

Qualsiasi battezzato può essere nello stesso tempo bello ma oscurato dal dubbio o dalla colpa: «La Sposa si ritrova sempre bella secondo la retta forma della fede, la purezza dell’intenzione e lo zelo della volontà, purché non smetta di essere Sposa e non rinneghi questa condizione. Il che non significa che qualche volta la coscienza dei peccati passati, o l'assalto da parte dei vizi, o la cecità dell'ignoranza umana non la inducano a confessare la propria oscurità» [20]. «Ha fatto penitenza dei suoi peccati, la conversione le ha elargito la bellezza. Dal momento però che non è ancora stata purificata del tutto viene detta nera. Non rimane, però, nel colore oscuro, anzi diventa candida» [21].

Il santo, nel suo pellegrinaggio terreno, è oscuro ma bello. Può essere giudicato negativamente per i travagli o la povertà della sua persona eppure egli possiede in sé grandi ricchezze e riverbera lo splendore della persona di Gesù. «Consideriamo la forma esterna della vita dei santi, come il loro stile appaia umile e abietto, mentre invece nell'intimo sovente, vengono trasformati ad immagine del Signore, di gloria in gloria, secondo l'azione dello Spirito del Signore (2 Cor 3,18). Giudicate Paolo e lo disprezzate perché scolorito e deforme, per il fatto che lo scorgete come un pover'uomo afflitto dalla fame e dalla sete, dal freddo e dalla nudità, dalle innumerevoli fatiche, percosso crudelmente, spesso in pericolo di morte? (2 Cor 11, 27.23). Sono queste cose che rendono scuro Paolo. È veramente quel medesimo che viene rapito fino al terzo cielo? Anche la Sposa [Chiesa] non arrossisce per la pelle scura pensando che prima di lei anche Cristo è apparso con tale deformità. Non ti sembra che anche Cristo, secondo quello che è stato detto, potrebbe rispondere agli emuli giudei: "Sono scuro, ma bello, figli di Gerusalemme?". Davvero scuro, lui che non aveva bellezza, né splendore; scuro, perché verme e non uomo, obbrobrio degli uomini e abiezione della plebe. Fece se stesso peccato: e non oserò chiamarlo scuro?» [22].

La Chiesa e ogni fedele, pur essendo belli nella vita di grazia, possono oscurarsi a motivo delle prove e delle apparenti assenze del Signore. «Come al tramonto del sole segue la notte, così quando lo Sposo se ne va e ritarda a tornare, la Sposa comincia a oscurarsi; il suo cuore non ha più il calore di prima e le sue opere sono scolorite. Infatti come questa luce esteriore è in qualche modo la regina di tutti i colori perché se manca lei non hanno nessuna bellezza, così la grazia illuminante è la virtù di tutte le virtù e la luce delle opere buone. Senza di lei le virtù non possono avere effetto, e le opere buone rimangono improduttive» [23].

Realtà presente e tempo futuro

Il versetto suggerisce il confronto tra il tempo presente nel quale dobbiamo incontrare la nostra oscurità con quello futuro nel quale si rivelerà la bellezza del compimento definitivo. Ora viviamo nella fede. La fede è oscura perché non presenta dimostrazioni irrefutabili ma conserva in sé un grande fulgore perché ci avvicina a Dio stesso: «La fede è la grande amica del nostro spirito e può, a buon diritto, parlare alle scienze umane, che si vantano di essere evidenti e più chiare di lei, come la Sposa sacra parlava alle altre pastorelle: Sono bruna, ma sono bella. O umani discorsi, o scienze acquisite, io sono bruna perché mi trovo nelle oscurità delle semplici rivelazioni che non hanno alcuna evidenza manifesta, e mi fanno sembrare nera, rendendomi quasi irriconoscibile; ma sono bella in me stessa per la mia infinita certezza, e se gli occhi dei mortali mi potessero vedere quale sono per natura, mi troverebbero tutta bella» [24].

«È possibile che la sposa, alla bellezza che le viene dall'armonia delle membra, unisca il neo del colore oscuro. Questo fatto, però, avviene nel luogo del suo pellegrinaggio. Diversa sarà nella patria, quando lo Sposo della gloria la presenterà gloriosa, senza macchia, né ruga. Adesso, se dichiarasse di non essere scura, ingannerebbe se stessa. Non stupirti perciò che abbia ammesso: Sono bruna, soggiungendo tuttavia, con vanto, di essere bella» [25].

Non state a guardare che sono bruna, poiché mi ha abbronzato il sole. «Il sole abbronza colui sul quale si volge in modo intenso. Allo stesso modo il Signore annerisce chi avrà toccato con la sua grazia; infatti più ci avviciniamo alla grazia, altrettanto ci riconosciamo peccatori. Se alla luce di Cristo uno si considera peccatore, [questo significa che egli] alla luce del sole scopre di essere annerito» [26].



[1] Origene, Commento al Cantico dei cantici, p. 92.

[2] Origene, Commento al Cantico dei cantici, p. 100.

[3] Ruperto di Deutz, Commento al Cantico dei cantici, 39-40, pp. 62-63.

[4] Gregorio di Nissa, Commento al Cantico dei cantici, p. 44.

[5] Bernardo di Chiaravalle, Sermoni sul Cantico dei Cantici, XXIII, 15, pp. 258-259.

[6] Origene, Omelie sul Cantico dei Cantici, I,5, pp. 47-48.

[7] Bernardo di Chiaravalle, Sermoni sul Cantico dei Cantici, XXIII, 1-2, pp. 243-244.

[8] Gregorio di Nissa, Commento al Cantico dei cantici, p. 44.

[9] Luis de León, Commento al Cantico dei cantici, p. 42.

[10] Origene, Omelie sul Cantico dei Cantici, I,3, p. 44.

[11] Guglielmo di Saint-Thierry, Commento al Cantico dei cantici, 45, p. 78.

[12] Guglielmo di Saint-Thierry, Commento al Cantico dei cantici, 35, p. 70.

[13] Guglielmo di Saint-Thierry, Commento al Cantico dei cantici, 38, p. 72.

[14] Origene, Omelie sul Cantico dei Cantici, I,3, p. 45.

[15] Luis de León, Commento al Cantico dei cantici, p. 49.

[16] Luis de León, Commento al Cantico dei cantici, p. 50.

[17] Rashi di Troyes, Commento al Cantico dei cantici, p. 52.

[18] Origene, Commento al Cantico dei cantici, p. 108.

[19] Gregorio di Nissa, Commento al Cantico dei cantici, p. 49.

[20] Guglielmo di Saint-Thierry, Commento al Cantico dei cantici, 39, p. 74.

[21] Origene, Omelie sul Cantico dei Cantici, I,6, p. 50.

[22] Bernardo di Chiaravalle, Sermoni sul Cantico dei Cantici, XXV, 5, pp. 275-276.

[23] Guglielmo di Saint-Thierry, Commento al Cantico dei cantici, 39, pp. 73-74.

[24] Francesco di Sales, Trattato dell’amor di Dio, II, 14, p. 229.

[25] Bernardo di Chiaravalle, Sermoni sul Cantico dei Cantici, XXV, 3, p. 274.

[26] Gregorio Magno, In Canticum Canticorum, 33.

venerdì 20 maggio 2011

Cantico 2


Il profumo dell’amato

Sono inebrianti i tuoi profumi. Profumo olezzante è il tuo nome

Nell’intrattenersi con l’amato, alla giovane sembra di gustare la dolcezza del vino e di odorare profumi intensi. La relazione amorosa viene descritta come un’esperienza totalizzante in cui si fondono il senso del gusto e dell’olfatto; essa sembra sviluppare dei nuovi sensi.

L’effusione del profumo

Un profumo dal valore incalcolabile è stato riversato sulla terra. È lo stesso Cristo Signore. Ha potuto effondersi dappertutto quando venne infranto per noi nella sua passione. «Paolo parla di quest’effusione: pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio, ma annientò se stesso assumendo la forma di servo (Fil 2,6-7). Ciò che Paolo denomina come annientamento, il Cantico lo chiama effusione» [1]. «Era certamente di buon odore, ossia di pregio, l’unguento composto nell’Antico Testamento conforme alle indicazioni divine, quello con il quale venivano unti i re, i profeti e i sacerdoti. [Tuttavia] l’unguento della Chiesa contiene una tale efficacia, quale profumo ma anche quale medicina, da rendere perfettamente sani tutti i credenti; li costituisce re e sacerdoti e da oriente a occidente il profumo della conoscenza ha pervaso il mondo intero. Quale principio essenziale pensi che possa contenere [questo unguento] se non il nome di Cristo? Per ciò il testo dice: il tuo Nome è un unguento sparso. Uomini chiusi in un luogo dove ci sono dei cadaveri in putrefazione rischiano d’essere infettati; lo stesso avvenne per gli abitanti della terra in seguito alla caduta di Adamo. Quando il Nome dell’unico vero Dio venne introdotto e rinchiuso in un vaso corporeo nel mistero dell’incarnazione e quando questo vaso fu spezzato dai colpi inferti dai chiodi e dalla lancia, il profumo della sua conoscenza ha espulso dal mondo intero il fetore del diavolo» [2].

«Quando venne la pienezza dei tempi, si compì l’effusione del nome [di Cristo] mentre Dio effondeva lo Spirito sull’umanità. Già l’avevano i cieli, già era noto agli angeli. Fu rivelato fuori [sulla terra]. Olio sparso è il suo nome. Sparso davvero, in modo che, non solo ha riempito i cieli e la terra, ma è penetrato anche negli inferi. Splende quand’è predicato, nutre quand’è pensato, invocato lenisce e unge» [3].

Dio vuole, quindi, che anche noi riceviamo le qualità odorose del Cristo. «Il Padre lo ha unto di svariati profumi, lo ha fatto Cristo. Poteva venire altrimenti alla Sposa?» [4]. «Se lo Sposo mi toccherà, anchfio diventerò di buon odore, mi ungerò di unguenti e fino a me giungeranno i suoi profumi, così che potrò dire con gli Apostoli: Siamo il buon odore di Cristo in ogni luogo» [5].

Cristo ha ricevuto molti profumi o nomi. Sono le funzioni o i servizi che egli esercita per noi: è salvatore, luce, maestro, propiziatore. Ogni qualità di Cristo si trasforma in un nostra vantaggio; indicano i modi con i quali possiamo divenire partecipi di Lui. «[O Signore] ogni nome che ti viene attribuito non fa altro che indicare una certa relazione con noi, e ogni relazione con noi indicata da uno dei tuoi nomi non esprime altro che un tuo beneficio verso di noi. Come Signore, domini beneficando; come Gesù salvi, come Cristo, cioè unto re o sacerdote, governi o propizi per noi l'aiuto divino. Anche la relazione del Figlio al Padre per cui sei stato predestinato e costituito Figlio di Dio con potenza (cf. Rm 1,4) la conoscono quelli che hanno imparato a proclamare nello Spirito Santo: Abbà, Padre (Rm 8, 16). Per lo stesso motivo capiscono di essere diventati figli di Dio e tuoi fratelli, e sanno chi sei e quanto olio hai effuso su di noi, tu che proprio per questo ci hai redenti, o buon fratello» [6].

Sensi spirituali

Il Cantico parla di un certo tipo gusto spirituale e di un nuovo tipo di olfatto. L’esperienza mistica ha scoperto anche l’esercizio di sensi spirituali. «In noi esiste una duplice sensibilità, una fisica e l'altra più affine al divino; lo conferma la Sacra Scrittura in un versetto dei Proverbi: Troverai un senso divino (Pr 2,3-5). Esiste una corrispondenza tra le attività e le funzioni dell'anima e i sensi del corpo. Il bacio si avverte col tatto. Nel baciare le labbra si toccano ma esiste anche il tatto dell'anima col quale ella tocca il Verbo e lo sfiora mediante un contatto incorporeo e spirituale. Lo conferma l'apostolo scrivendo: Le nostre mani hanno toccato il Verbo della vita (I Gv 1,1). Non sono le narici a percepire il profumo dei santi unguenti ma possediamo un organo spirituale capace di assorbire il profumo di Cristo, ispirando lo spirito» [7].

Che cosa sono i sensi spirituali? I mistici nelle loro esperienze dichiarano di sentire o avvertire la presenza di Dio e parlano di una particolare sensibilità con la quale avvertono la sua vicinanza, per quanto Egli si dà a conoscere. Leggiamo un testo del mistico bizantino Callisto Patriarca. Dall’udito, passa a parlare della vista e in seguito del tatto (Cristo ci tocca fino a rivestirci di sé); infine parla dell’odorato e del gusto:

«Come loderò, o Signore, la tua gloria che è inaccessibile, come celebrerò la tua bontà infinita, io che sono uomo, che anzi ho un intelletto ben limitato? Eppure loderò e celebrerò per quanto possibile.

Ecco che giungo in qualche modo alla percezione della tua gloria e bontà e la mia anima con tutta la forza aderirà a te. Udendo te avrò, com'è giusto, timore di te. La mia mente esce di sé per tutto ciò che è in te. Tu, Verbo altissimo, hai bussato alla porta, cioè all'udito della sposa nel Cantico dei Cantici, lei il cui cuore si è turbato a causa tua e che, in estasi, anch'essa ha cercato appassionatamente di vederti, gridando: Mostrami la tua faccia e fammi udire la tua voce, poiché bella è la tua faccia e dolce la tua voce. Infatti, com'è naturale, amava dire ciò che anche Giobbe diceva: Con l'udito... prima udivo di te, ma ora il mio occhio ti ha veduto… Tu rifulgi ineffabilmente, e illumini, per disporre così a vedere realtà soprannaturali, ricchezze della grazia e della verità, e per disporre ad allietarsi mirabilmente. Pertanto, per amore dell'uomo, non solo ti rendi tale da poter essere afferrato dall'udito e dalla vista, ma anche dal tatto. Dice il discepolo diletto: Ciò che abbiamo udito, ciò che abbiamo visto..., ciò che abbiamo contemplato e le nostre mani hanno palpato del Verbo della vita... .

Se poi ti fai anche veste per i credenti, è chiaro che raggiungi il loro tatto intellettuale e divino, o Buono. Quanti infatti sono stati felicemente battezzati in te, hanno anche rivestito te… Di quale letizia non è causa vedere te circondare come luce soprannaturale inaccessibile chi è preso da Dio?

Così senza dubbio per l'infinita abbondanza del tuo amore, tu ti rendi anche sensibile all'odorato delle narici spirituali, per quelli che possiedono fede sana, e anche in questo senso dai sollievo ai tuoi perché unguento effuso è il tuo nome…

Ma divieni anche gusto per i credenti, cena, cibo e bevanda vera dell'anima... Mangeranno i miseri e saranno saziati, i poveri in Spirito, e per l'eccesso di soavità di quel gusto loderanno te. Essendo eterno, tu rendi incorruttibili quelli che mangiano te.

Così tu rallegri i tuoi nutrendoli tramite ogni facoltà di percezione spirituale, o Signore amantissimo delle anime, divenendo per loro luce, vita, fruizione svariata di beni sovranostanziali. Benedetto sei, o Gesù, manna spirituale del cielo, che infinitamente nutri in mille maniere. Gloria all'amore ineffabile che hai per noi, alla tua indicibile pietà e tolleranza, o Sovrano. Amen» [8].

Come interpretare l’nsorgenza di una sensibilità spirituale? Seguo i suggerimenti di A. Poulain.

In primo luogo essa non è un frutto della nostra immaginazione grazie la quale possiamo ricordarci colori, suoni e profumi. I sensi spirituali non sono sensi immaginativi ma piuttosto di ordine puramente intellettuale. Inoltre i mistici, parlando di questi sensi, non intendono servirsi di semplici metafore ma piuttosto di analogie strette con la realtà vissuta. Essi non parlano di aver visto Dio realmente ma di averlo sentito, come se manifestasse la sua presenza in una specie di possessione interiore. Anziché evidenziare vista ed udito, i mistici si servono degli altri sensi: gustare, odorare, toccare. Si sentono immersi in lui e nuotano in lui.

Per quanto riguarda la motivazione teologica per la quale si attivano i sensi spirituali e si vive l’esperienza appena descritta, il Poulain dichiara: «Dio può essere non solamente veduto e ascoltato, ma respirato e abbracciato con una dolce stretta. E da ciò vediamo, quanto sarà compiuta, nella vita eterna, la nostra felicità ; giacché Dio non solamente si farà vedere, ma si donerà. Alcuni cristiani si foggiano un concetto 'incompiuto del cielo ; perché essi sanno che vi si vedrà Dio, e che si godrà del magnifico spettacolo della sua natura divina ; ma questo è tutto. Essi se lo immaginano come un principe severo, appartato sul suo trono, che tiene alteramente in distanza i suoi sudditi, ammettendoli solo alla parte di spettatori. Ma ben più di questo farà Iddio; poiché egli vuol essere l'aria imbalsamata, che noi respiriamo; la bevanda, che c'inebrierà; la vita della nostra vita; il nostro amante appassionato. Egli ci darà il bacio della sua bocca e riceverà il nostro ; e non sarà contento finché non sarà compenetrato e quasi identificato con questa cara anima, che si è data a lui; giacché egli vuole la compenetrazione intima e scambievole. Il cielo dunque non è solo la vista di Dio, ma è quasi l'immedesimamento con Dio, nell'amore e nel godimento. E se questo quasi immedesimamento non avesse luogo, l'anima ne sentirebbe una sete insaziabile. E come potrebbe vedersi la bontà divina, senza precipitarsi verso di essa?» [9].

Quella dei sensi spirituali non è tuttavia l’esperienza mistica più importante e il credente deve saper affrontare anche la cosidetta assenza di Dio. Essa, comunque, rivela che Dio vuole donarsi interamente all’uomo e che il rapporto con lui non è riducibile alla sola vista o al solo intelletto. Saremo in Dio, Dio sarà in noi. Anzi siamo già da sempre in Lui ed Egli è in noi.



[1] Gregorio Magno, In Canticum Canticorum, I, 2, 21.

[2] Apponio, Commento al Cantico, I, 23.

[3] Bernardo di Chiaravalle, Sermoni sul Cantico dei Cantici, XV, 2-6, pp. 159-163.

[4] Origene, Omelie sul Cantico dei Cantici, I,3, p. 43.

[5] Origene, Omelie sul Cantico dei Cantici, I,2, p. 41.

[6] Guglielmo di Saint-Thierry, Commento al Cantico dei cantici, 34, p. 69.

[7] Gregorio di Nissa, Commento al Cantico dei cantici, p. 41.

[8] Callisto Patriarca, Capitoli sulla preghiera, 64-65, Filocalia 4, pp. 372-375.

[9] A. Poulain, Delle grazie d’orazione. Teologia mistica, p. 104.