lunedì 8 giugno 2026

SPIRITUALITA' DELLA PAROLA PAROLA

Quali atteggiamenti spirituali devono accompagnare la meditazione della Parola, o meglio, quali ispirazioni suggerisce in noi lo Spirito perché possiamo fare una vera esperienza di Lui, tramite la Parola. Mi servirò in modo particolare dei suggerimenti offerti dal Salmo 119 (LXX 118), attingendo ai commentari di alcuni Padri e autori medievali. 

Premessa: ricerca di Dio e conversione

Il salmo 119 comincia con una promessa di beatitudine: «Beato chi è integro nella sua via e cammina nella legge del Signore» (Sal 119,1). L’autore, dunque, vuole indirizzare l’orante verso la felicità. Giacomo scriverà: «Chi fissa lo sguardo sulla legge perfetta, troverà la sua felicità nel praticarla» (Gc 1,25). Gesù promette che il vivere la sua proposta conduce al riposo (Mt 11,29-30). Il salmista vuole, fin da principio, contrastare l’idea che un percorso di obbedienza a Dio conduca all’impoverimento dell’esistenza. In realtà «l’uomo interiore non soltanto può sfamarsi, ma anche godere di delizie» (Origene, Sal 36/II,4 PG 12,1326). Agostino ammonisce così i suoi ascoltatori: «Credete forse, fratelli, che coloro che amano Dio, non provino alcuna emozione? Davvero crederai, avrai il coraggio di credere che suscitino affetti il tavolo da gioco, il teatro, la caccia, l'uccellagione, la pesca; e non ne suscitino le opere di Dio? Credi davvero che non abbia la meditazione di Dio le sue intime gioie?» (Sal 76,14 PL 36,978). 

Il salmista, nel corso del componimento, dichiarerà che la Legge è diventata la sua delizia (Sal 119,16); di aver trovato in essa un tesoro superiore ad ogni altra ricchezza (Sal 119,14), che è la sua speranza (Sal 119,49). Ora non è la Legge di per sé a suscitare tanto entusiasmo ma la comunione con Dio, resa possibile dall’obbedienza alla sua parola. Il compito della spiritualità è quello di riportare l’uomo a Dio, sorgente della beatitudine, perché egli non può sperimentare nulla di meglio del vivere in piena comunione con Lui. D’altra parte: «Niente vuole tanto donare Dio quanto se stesso. Se troverai qualcosa di meglio, chiedila. Se chiederai qualcosa d'altro farai offesa a Lui e danno a te» (Agostino, Sal 34,12 PL 36,330). 

Ciò nonostante, difficilmente l’uomo si mostra convinto che la fonte della sua beatitudine consista nell’amicizia con Dio, ma cerca piuttosto l’autonomia da Lui. Anzi, la diffidenza verso di Dio è molto forte. Il salmista presuppone, allora, che molte volte, il credente si trovi nella necessità di ravvedersi, che s'accorga d’aver sbagliato percorso: «Io piango lacrime di tristezza; fammi rialzare secondo la tua parola» (Sal 119,28). «Mi rialzerò e andrò da mio padre» (Lc 15,20) dirà il figlio sbandato. Ambrogio commenta in modo ardito: «Noi che abbiamo peccato di più, abbiamo guadagnato di più, perché la tua grazia ora ci rende più beati della nostra assenza di colpa. Non è fatale la caduta, se non è accompagnata dal rifiuto deliberato di non rialzarsi. Desidera allora rialzarti: è vicino a te chi ti fa rialzare» (Sal 37,47 PL 14,1082 -1083). 

Il salmista, più volte, si presenta davanti a Dio attribuendosi il titolo di servo (cf 119,17. 23. 38. 49. 65. 76. 84. 121. 124. 125. 135. 140. 176). Nel cammino spirituale, aderendo alla Parola divina, il fedele decide di diventare, volontariamente, ciò che, di per sé, è già in quanto creatura. «In che modo ti mostri soggetto a Lui [come suo servo]? Nel fare ciò che ordina» (Agostino, Sal 36,8 PL 36,360). Noi rischiamo di sottometterci a molti altri padroni. Infatti, «nel tempo della fornicazione siamo soggetti allo spirito di fornicazione e nel tempo dell’ira, obbediamo allo spirito dell’ira. Tutte le azioni, le parole e i pensieri nostri siano trovati sottomessi a Cristo» (Origene, Sal 36/II,1 PG 12,1330). Torna ancora una volta la necessità del ravvedimento: «Volendo possedere me stesso senza di te, ho perso Te, Signore, e me stesso. Così mi sono diventato di peso; sono diventato per me stesso un luogo di miseria e di tenebra» (Aelredo di Rievaulx, Specchio di carità, I,7,23 PL 195,512).

L’atto del meditare

Dopo queste due premesse, la ricerca della beatitudine che muove dalla volontà di conversione, osserviamo alcune caratteristiche dell’atto stesso del meditare, come vemgono esposte dal salmista: «I miei occhi precedono il mattino, per meditare sulla tua promessa» (v.148). 

Con queste parole entriamo nell'ambito della devozione sapienziale: «Al saggio sta a cuore alzarsi di buon mattino per il Signore, che lo ha creato; davanti all’Altissimo fa la sua supplica, apre la sua bocca alla preghiera e implora per i suoi peccati. Se il Signore vorrà, egli sarà ricolmato di spirito d’intelligenza: come pioggia effonderà le parole della sua sapienza e nella preghiera renderà lode al Signore» (Sir 39,5-6). Gesù rivisse questo sentire del sapiente: «Al mattino presto [Gesù] si alzò quando ancora era buio e, uscito, si ritirò in un luogo deserto, e là pregava» (Mc 1,35). Agostino, più che farne una questione d’orario, pone l’accento sullo stimolo interiore: «Capita spesso che durante le ore notturni, vigili l’amore per il Signore e per la forte spinta del gusto della preghiera, non si aspetti ma si anticipi il tempo di pregare» (Sal 118/29,4 PL 37,1587). 

Meditare era ripetersi a lungo i testi biblici e, in antico, ciò si faceva ad alta voce: dalla bocca alla mente, dalla mente al cuore e alla pratica (Cf Sal 36,30-31). Niente di complicato: stare attenti a ciò che si legge, cercare di capirlo, tradurre l’emozione in preghiera. Soprattutto cominciare a praticare. Nell’accostamento alla parola, valeva, e ancora vale, soprattutto la continuità: «Quanto amo la tua Legge! La medito tutto il giorno» (Sal 119,97). L’esempio concreto ci viene offerto dalla Madre di Gesù: «Maria, [Madre di Gesù] da parte sua, custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore» (Lc 2,19). Cassiodoro suggerisce: «Nessuno può diventare partecipe del pensiero divino, se prima non si sarà avvicinato alle cose di Dio, mediante una prolungata frequentazione» (Sal 118,15 PL 70,841). 

Nel meditare sui testi dell'Antica Alleanza, il cristiano deve compiere un passaggio dalla lettera allo spirito. Che cosa significa? Almeno tre aspetti: a) Una volta che ha colto il significato letterale di un testo, deve saper intravedere negli eventi dell’Antica Alleanza, che rimangono prefigurativi, quelli della Nuova, là dove si realizzano con maggiore compiutezza. A sua volta, quest'ultimi rinviano al loro compimento escatologico. Vediamo un semplice esempio: «Nell'antica legge tutto avveniva in vista di Cristo. Nell'ordine nuovo tutto converge a Cristo in una forma assai superiore. La legge è divenuta il Verbo e da antica è fatta nuova, ma ambedue uscirono da Sion e da Gerusalemme. Il precetto si mutò in grazia, la figura in verità, l'agnello nel Figlio» (Melitone di Sardi, Omelia sulla Pasqua, SC 123, 60-64). 

b) Il cristiano che legge i testi dell'antico Testamento deve passare dalla legge di Mosè alla dottrina di Cristo che l'ha perfezionata («il di più» del Vangelo di Matteo 5,47). Lo ricorda Gero: «Osserva i comandamenti con interezza chi completa la Legge data da Mosé, con la legge data da Cristo (Fu detto agli antichi, ma Io vi dico…(Mt 5,21.27)» (Sal 118,4 PL 194,736). 

c) Un passaggio dalla lettera allo spirito avviene anche all'interno del Nuovo Testamento. In questo caso, tale evoluzione prende l’aspetto di un passaggio dalla comprensione morale (dall’azione) al godimento della contemplazione, là dove il senso letterale acquista una migliore illuminazione e dolcezza. Lo vedremo tra poco. 

Nella meditazione, i Padri usavano i commenti degli autori precedenti e non cercavano di per sé di essere originali, benché, poi, riuscissero ad illuminare il testo biblico in nuove prospettive). Ognuno metteva a disposizione di tutti ciò che ha ricevuto dal Signore: «Fratelli miei, state intorno a Lui [Dio] in modo che, per mezzo di chiunque vi echeggi la verità, non la attribuiate a colui [al predicatore] per cui mezzo essa risuona. [Dio] sia nel mezzo per tutti, perché è presente ugualmente per tutti. E siate umili, per non attribuire a voi stessi ciò che di buono avete appreso dall'oratore. Come del resto anche noi. Se qualcosa abbiamo meglio compreso, ciò è vostro; ciò che meglio avrete compreso voi, è nostro: onde essere tutti intorno a lui ed essere umili» (Agostino 76,17 PL 36,969). In quell’epoca si pensava che il copyright appartenesse a Dio e ciò che Egli manifestava ad uno, dovesse essere messo a disposizione di tutti. 

La comprensione della Parola

Quanto più si è puri nel cuore, tanto meglio si comprende. Questo è una convinzione basilare di sempre. Quanto più, di fatto, con le nostre opere, siamo in sintonia con Dio, tanto più comprenderemo la sua istruzione interiore. Afferma con forza san Tommaso d’Aquino: «Chi intende scrutare i misteri di Cristo deve uscire in qualche modo da se stesso e dalle sue abitudini carnali» (Commento al Vangelo di Giovanni, ESC ESD, Bologna 2019, 20, I, III, 2477). Gero, un monaco del sec.XII, riferisce la sua esperienza a questo riguardo e confessa: «Se una pagliuzza di risentimento e di qualche altra passione ostacolava il mio occhio, al punto tale da impedirmi a contemplare la luce della verità, precedevo il mattino. Mi affrettavo a confessare il mio stato per essere liberato. Illuminato dall'amore che sorgeva in me come aurora, venivo rinfrancato e mi dedicavo alla meditazione delle tue parole» (Sal 118,148 PL 194, 822). 

La comprensione avviene in due momenti: dapprima lo Spirito interviene per spingerci a credere e ad amare. Quando abbiamo cominciato a realizzare quanto ci ha suggerito, allora viene una seconda volta per comunicarci una grazia ancora maggiore (e così all’infinito). «Nei doni di Dio si verifica il fatto che chi fa buon uso del dono ricevuto merita di ricevere una grazia o un dono più grande» (Tommaso d’Aquino, cit. XIV, 4, I 1908-1909). 

Il salmista allora, ritenendo che la comprensione della Parola non sia una cosa ovvia, più volte chiede la grazia dell’intelligenza della Legge (vv. 12.26. 33. 64 ecc.). Riporto soltanto il v. 34: «Dammi intelligenza, perché io custodisca la tua legge e la osservi con tutto il cuore». Dichiara Teodoreto di Cirro: «Non tutti coloro che vengono a conoscere le tue parole, ne colgono lo splendido contenuto ma soltanto quelli che vengono illuminati dalla tua luce [o Signore]» (Sal 118,18 PG 80,1828). Qui per intelligenza non s’intende la cognizione storica del significato proprio del testo (un fatto questo accessibile a tutti, anche ad un non credente) ma la capacità di sentirsi in sintonia con quanto è stato letto o ascoltato; l’esserse persuasi, vedere che cosa suggerisca al presente e, infine, essere disposti a tradurlo in pratica. Per spiritualità non s’intende la conoscenza intellettuale delle cose di Dio, l’entusiasmo per esse, o il calore della trasmissione ad altri in scritti, catechesi o quant’altro. La spiritualità, nel suo nucleo essenziale, è costituita dall’obbedienza gioiosa a Dio, mossa dall’amore e non dalla paura, dalla gratuità e non dal calcolo. 

«I precetti che fanno comprendere, sono quelli che vengono praticati. L’intelligenza è un dono di Dio, ma dobbiamo collaborare con Lui, per meritare la comprensione perfetta», attesta Ilario di Poitiers (Sal 118, XIII,12 PL 9,588). Il cieco nato riceve la vista solo dopo aver obbedito a Gesù che lo invitava a lavarsi gli occhi alla fonte. Tommaso d’Aquino così commenta: «A ragione aveva acquistato la luce dopo l’obbedienza; poiché sta scritto che Dio dà lo Spirito Santo a coloro che gli obbediscono (At 5,32)» (Cit 9,II, IV, 1318). A questo punto, alla Parola s'accompagna il sacramento. Il sacramento attua davvero ciò che l'ascolto della Parola ha soltanto cominciato ad operare. 

La prova della nostra adesione sincera al volere di Dio, viene offerta dall’integrità e dalla netta opposizione a ciò che contrasta il volere divino. Vediamo questi due elementi, uno dopo l’altro. Integrità è cercare Dio con tutto il cuore (Sal 119,2). Di conseguenza, «chi cerca con tutto il cuore, non si divide in sé, cercando Dio e i propri vantaggi, ma dona a Dio tutto se stesso» (Teodoreto di Cirro Sal 118,2 PG 80,1821). Integrità è anche completezza: «Se non vogliamo trovarci smarriti, osserviamo tutti i comandamenti, non soltanto alcuni, trascurandone altri» (Ambrogio, Sal 118,15 PL 14,1206). 

Il secondo elemento: contrastare il male. Un altro aspetto, perché il sentimento di adesione alla Parola sia autentico: è necessario che, chi crede di aver aderito al contenuto d'un comandamento, si opponga a ciò che lo contrasta: «Per questo io considero retti tutti i tuoi precetti e odio ogni falso sentiero» (Sal 119,128). Chi ama la rettitudine, deve odiare la falsità che ad essa si oppone. «Tanto riusciamo ad osservare la parola di Dio, quanto ci opponiamo alle nostre voglie disordinate. Le teniamo a freno in virtù dello Spirito che ha desideri contrari a quelli della carne (cf Gal 5,17)» (Agostino 118/22,5 PL 37,1565). 

In sintesi: bisogna, con tutto il cuore, osservare tutti i comandamenti, per tutta l’esistenza. Essere pronti a contrastare ciò che ci impedisce di obbedire con verità. 

Dall’umiliazione al vertice della contemplazione

Chi è in grado di vivere un’adesione così ferma e completa ai comandamenti di Dio? Nessuno. 

Il Signore deve recuperarci più d’una volta, raddrizzarci e correggerci. Il salmista parla abbastanza spesso dell’esperienza dell’umiliazione: «Prima di essere umiliato andavo errando, ma ora osservo la tua promessa» (Sal 1119,67). «Bene per me se sono stato umiliato, perché impari i tuoi decreti» (Sal 119,71). È facile essere presuntuosi ma l’esperienza dei nostri errori ci deve rendere meno spavaldi. «Pietro si ricordò della parola che il Signore gli aveva detto: Prima che il gallo canti, oggi mi rinnegherai tre volte. E, uscito fuori, pianse amaramente» (Lc 22,61-62). «Dio ha dovuto intervenire con la sua correzione. Mi sono ammalato, ho sperimentato l'amarezza della cura ed ora mi ritrovo risanato. Constatando d’essere guarito, ringrazia per le medicine amare somministrategli dal Medico. Ho accolto la tua correzione che mi ha reso obbediente e considero la tua Legge il mio massimo bene» (Teodoreto di Cirro, Sal 118,71 PG 80,1844-1845). 

La prospettiva di gustare la delizia, apre così l’esperienza della contemplazione. L’obbedienza modifica la persona, la fa maturare e crescere nella libertà, nella dedizione, nella gioia. Il tenue chiarore diventa luce che rischiara; il cammino incerto, si trasforma in corsa; la Legge scelta con riluttanza, diventa delizia. Così Ilario commenta il versetto che dichiara «lampada per i miei passi è la tua parola, luce sul mio cammino» (Sal 119,105): «Si passa da un meno ad un più. La Parola che prima è solo lampada per i passi, diventa luce per i sentieri» (Sal 118, XIV, 3 PL 9, 591). 

Il versetto che attesta «corro sulla via dei tuoi comandi, perché hai allargato il mio cuore», viene interpretato in questo modo: «Non sarei riuscito a correre, se Tu non mi avessi dilatato il cuore. La dilatazione del cuore altro non è che il gusto per la giustizia, l’esperienza del vero amore («Cordis dilactatio, justitiae est delectatio») (Agostino 118/10,6 PL 37,1527). «Corre chi dona con spontaneità, chi usa misericordia con gioia, chi non agisce spinto dalla paura ma dalla premura dell'amore» (Gero Sal 118,32 PL 194,757). Si sperimenta la delizia nascosta nell’osservanza: «Il Signore è verità, è sapienza, è giustizia, è santificazione; se avrai in abbondanza (queste qualità), allora troverai la gioia nel Signore, in modo totale e completo» (Origene, Sal 36,I, 4 PG 12,1326 C). 

Ora l’accoglienza autentica si traduce in prontezza nell’esecuzione. Tipico al riguardo è il v. 60: «Mi affretto e non voglio tardare a osservare i tuoi comandi». La Scrittura offre esempi di prontezza: «Eccomi, manda me!» (Is 6,8). «Zaccheo, alzatosi, disse: “Ecco, Signore, io do la metà di ciò che possiedo ai poveri e, se ho rubato a qualcuno, restituisco quattro volte tanto”» (Lc 19,8). Soprattutto Cristo stesso: «Ecco, io vengo a fare la tua volontà» (Eb 10,9).

In sintesi, «c’è chi si trova nella Legge e chi vive sotto di essa. Colui che è nella legge, opera [volentieri] in conformità ad essa; chi è sotto la Legge, è costretto a muoversi seconda essa. Il primo è un uomo libero, il secondo è un servo» (Agostino Sal 1,2 PL 36,67). 

L’annuncio e il suo impatto

«Con le mie labbra ho raccontato tutti i giudizi della tua bocca» (Sal 119,13). Chi è stato conquistato dalla Parola diventa un suo annunciatore naturale; lo fa in modo spontaneo ed immediato. Un esempio tipico è dato dalla donna samaritana. Commentando l’episodio, l’Aquinate osserva: «Assunse, con l’annunciarlo [Cristo] il compito degli Apostoli… essa abbandonò la sua brocca, e andò in città, per annunziare le grandezze di Cristo, senza curarsi del proprio vantaggio materiale, per il bene degli altri. E in ciò segue l’esempio degli Apostoli i quali, come è detto in Matteo (4,20), “abbandonate le reti, seguirono il Signore”» (Cit IV, III, I 625). 

Il credente convertito, che aderisce al Signore, diventa motivo di gioia e di stimolo nel confronto degli altri fratelli. «Quelli che ti temono al vedermi avranno gioia, perché spero nella tua parola» (Sal 119,74). «Quando anch'io comincerò a sperare in te, diventerò un motivo di gioia per i tuoi fedeli » (Teodoreto, Sal 118,74 PG 80,1845). «La presenza d’un uomo santo è utile a quanti temono Dio» (Ilario, Sal 118,74 PL 9,567).

L’annuncio, tuttavia, può farsi più rischioso ed esigere coraggio: «Davanti ai re parlerò dei tuoi insegnamenti e non dovrò vergognarmi» (Sal 119,46). L’annuncio reso in faccia ai potenti è documentato dalla Bibbia: «Gesù Cristo, ha dato la sua bella testimonianza davanti a Ponzio Pilato» (1 Tm 6,13). «Pietro e Giovanni replicarono [al Sinedrio]: Se sia giusto dinanzi a Dio obbedire a voi invece che a Dio, giudicatelo voi. Noi non possiamo tacere quello che abbiamo visto e ascoltato» (At 4,19-20). Commenta Teodoreto: «Non temo le autorità ma parlerò loro con franchezza. Una vita condotta nella rettitudine, infonde grande sicurezza» (Sal 118,46 PG 80,1036 B). «[Occorre anche] rimproverare i prepotenti, fosse anche necessario morire per la verità» (Eusebio di Cesarea Sal 81,6.7 PG 23,988).

L’annuncio può imbattersi nel rifiuto. Di fronte al dilagare del male, il fedele ribadisce la sua fedeltà a Dio: «Gli orgogliosi mi insultano aspramente, ma io non mi allontano dalla tua legge» (Sal 119,51). Osserviamo due commenti a questo versetto: «Volevano che mi conformassi alla loro malvagità, approvandola e imitandola, ma rimasi fedele alla tua legge. Sebbene mi schernissero, mi conservai umile tra gli orgogliosi, obbediente tra i ribelli, mansueto tra i prepotenti» (Gero Sal 118,51 PL 194,767). «I lacci dei malvagi mi hanno avvolto: non ho dimenticato la tua legge» (Sal 119,61). «Come fa a dire di non aver dimenticato la legge di Dio, se è stato avvolto nei lacci dei malvagi? Mentre veniva stretto da essi, nel suo animo santo rifiutava di lasciarsi coinvolgere» spiega Cassiodoro (Sal 118,61 PL 70,856).

Chi soffre a motivo della testimonianza che sta offrendo, può abbandonarsi al livore contro gli avversari? Aggredire l’ingiustizia con la violenza, induce in gravi errore perché «l’ira è una grande maestra di peccato» (Ambrogio Sal 36,18 PL 14,1021). 

Un versetto sembra opporsi, però, allo stile evangelico appena suggerito da Ambrogio: «Mi ha invaso il furore contro i malvagi che abbandonano la tua legge» (Sal 119,53). Qui si parla addirittura di furore. È un sentimento del tutto fuori luogo? Non bisogna trascurare che anche Gesù, manifestò sdegno: «Guardandoli tutt’intorno con indignazione, rattristato per la durezza dei loro cuori, Gesù disse…» (Mc 3,5). L’indignazione cede subito alla tristezza. Così suggeriscono anche i Padri, offro due esempi: «Mi rattristavo molto, nel vedere quanti trasgredivano la tua legge» (Teodoreto Sal 118,53 PG 80,1837). «[Il salmista] è oppresso da un sentimento di compassione e di dolore, per il pericolo che corrono gli empi, come se fossero ammalate le sue stesse membra» (Ilario di Poitiers Sal 118, VII,4 PL 9,550). Il furore viene ammorbidito dalla compassione. 

Più chiarificatore ancora dello stile evangelico nei confronti dei malvagi è il v. 136: «Torrenti di lacrime scorrono dai miei occhi, perché non hanno rispettato la tua Legge». San Paolo scrive constatando il rifiuto del Vangelo operato dalla maggioranza dei suoi correligionari: «Ho nel cuore un grande dolore e una sofferenza continua. Vorrei essere io stesso anàtema, separato da Cristo a vantaggio dei miei fratelli» (Rm 9,2-3). Teodoreto commenta: «Se un membro soffre, tutte le altre membra soffrono con lui (1 Cor 12,26). Il salmista possiede la perfezione evangelica e per questo si addolora per le malvagità altrui» (Sal 118,136 PG 80,1864). 

Allo sdegno e al pianto, s’accompagna anche la minaccia e il rimprovero v. 21: «Tu minacci gli orgogliosi, i maledetti, che deviano dai tuoi comandi». Una citazione, piuttosto lunga, è chiarificatrice in modo pieno. «Vi sono due generi d'ingiustizia : uno quando infliggiamo i torti, l'altro allorché trascuriamo di ribellarci — pur potendolo — a quelli inflitti dagli altri. Difatti, in certo qual modo (anche) noi opprimiamo quando, pur potendo difendere gli oppressi, rinunciamo a farlo. Né mi giova in alcun modo il fatto che non approfitto di qualcuno, e non lo inganno, se (poi) lascio che sia ingannato (da altri) e ci si approfitti di lui. Allo stesso modo si può argomentare riguardo ai peccati. In effetti, se vedo uno peccare e non solo non lo rimprovero, ma addirittura lo approvo mentre pecca, mi rendo partecipe della sua condanna; e in tutti coloro che peccano pecco (anch'io) se, con una certa intenzione crudele e maligna, non rimprovero quelli che so che hanno peccato o stanno (allora) peccando. Ne meritano ascolto coloro i quali ammettono di non poter rimproverare quelli che sbagliano per non inimicarsi chi non abbia voluto correggersi. Assecondando la volontà di quelle persone, costoro non ne favoriscono (certo) la salvezza. Se invece noi ci facciamo sentire, senza superbia ma con misericordia, e con quella certa compassione propria dell'animo comprensivo, e quelli capiscono che noi ci turbiamo per i loro peccati non meno che per i nostri, allora i casi sono due: o essi tornano sulla retta via e rendono grazie a Dio insieme a noi oppure… dobbiamo preferire di guadagnarci l'ostilità di coloro che non hanno accettato di correggersi, piuttosto che offendere Dio con la nostra permissività nei confronti dei peccatori» (Giuliano Pomerio, La vita contemplativa III, 23 (1-2), PL 59,506). 

Conclusione

Ho messo in risalto alcuni degli atteggiamenti che costituiscono una spiritualità della Parola. Non bisogna però omettere un elemento essenziale: il traguardo della Legge (della rivelazione di Dio) è Cristo. Egli è il «telos», compimento e fine della Legge (Rm 10,4). Ora la Parola, la Sapienza e lo Spirito di Dio, tutte le figure dell’Antica Alleanza, hanno un nome: Gesù. Per mezzo di Lui, Dio è sceso a noi e noi saliamo a Lui. «La Legge è delizia perché rende testimonianza a Cristo» (Agostino 118/32,5 PL 37,1595). «Cristo imboccò per primo la strada del Nuovo Testamento, per spianarci il cammino. Se digiuniamo, Egli l’ha fatto prima di noi. Se sopportiamo le offese, Egli l’ha fatto prima di noi. Si è rivolto a Pietro, come se gli camminasse davanti: Tu, seguimi! (Cf Gv 21,22 e Mc 8,33)» (Ambrogio, Sal 118,25 PL 14,1259). 

Una spiritualità della Parola, esige, dunque molto impegno; nessuno è mai perfettamente adeguato a tale compito. Non ci resta che accogliere l’invocazione conclusiva del salmo: «Mi sono perso come pecora smarrita; cerca il tuo servo» (Sal 119,176). Conclude Ilario: «Si affretta a essere condotto sulle spalle del suo Pastore, per dare gioia eterna agli angeli» (Sal 118, XXII, 7 PL 9,642).  

Se la nostra beatitudine sta nella conformità al volere di Dio, quella di Dio sta nel fatto che noi siamo salvi, sempre più conformi a Lui, sempre maggiormente capaci di amore. 


Bibliografia (in ordine di apparizione)

Origenes, Homiliae in Psalmos XXXVI-XXXVII-XXXVIII. Tr. it. Omelie sui Salmi XXXVI-XXXVII-XXXVIII, E. Prinzivalli, Firenze 1991. 

Sancti Aurelii Augustini Hipponensis, Ennarationes in Psalmos, PL 36,1-481 e 37, 1033-1966. Tr. it. Esposizione sui Salmi, I-IV, A. Corticelli e altri, Roma 1967-1999

Beati Aelredi, Abbatis Rievallensis, Speculum Caritatis, PL 195. Tr. it. Lo Specchio della carità, Domenico Pazzini, Figlie di San Paolo, Milano 1999. 

Magni Aurelii Cassiodori Vivariensis, In Psalterium Expositio, PL 70, 26-1056. 

Beati Theodoreti episcopi Cyrensis, Interpretatio in Psalmos, PG 80,857-1997. 

Sancti Hilarii episcopi Pictaviensis, Tractatus super Psalmos, PL 9,232-892 Tr. it. Commento ai Salmi/1-2-3, A. Orazzo, Roma 2005- 2006. 

Ambrosii Mediolanensis, Enarrationes in XII Psalmos Davidicos, PL 14,964-1238. Tr. it. Commento a dodici salmi I-II, L. F. Pizzolato, Milano-Roma 1980. In Psalmum David CXVIII Expositio, PL 15,1198-1526. Tr. it. Commento al Salmo CXVIII I-II, L. F. Pizzolato, Milano-Roma 1987. 

Iulianii Pomerii, De Vita Contemplativa libri tres, PL 59, 415-519. Tr. it. La vita contemplativa, Mario Spinelli, Roma 1987. 

Tommaso d'Aquino, Commento al Vangelo di Giovanni, ESC ESD, Bologna 2019.


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