lunedì 8 giugno 2026

MIRACOLI DI GESÙ

 

I miracoli occupano un posto importante nel Vangelo. Sono numerosi e possono sconcertare se considerati come segni pubblicitari di una religiosità a effetto. Se rettamente intesi, sono riducibili a un unico biglietto da visita: accreditare la persona e l'opera di Gesù. Se Gesù ha preso l'iniziativa di operare dei miracoli, non l'ha fatto per il desiderio di soddisfare le folle che volevano vedere cose straordinarie, infatti dopo il miracolo comanda spesso di tacere. Il miracolo non vuol essere l'auto-esaltazione di chi lo compie, né i miracoli intendono eliminare tutte le malattie, perché Gesù non è mai andato in cerca di ammalati. Gesù compie i miracoli per manifestare la potenza di Dio, per dire che Dio è all'opera, ora, in forma nuova e definitiva.

Le profezie dell'Antico Testamento, annunciavano le guarigioni di malati di ogni sorta come segno del tempo messianico. Quando i discepoli di Giovanni Battista domandano a Gesù se sia lui il Messia atteso («Colui che deve venire»), egli risponde con le parole del profeta: Andate e riferite a Giovanni ciò che voi udite e vedete: i ciechi ricuperano la vista, gli storpi camminano, i lebbrosi sono guariti, i sordi riacquistano l'udito... (Mt 11,4-5).

Al pari della predicazione di Gesù, i miracoli sono manifestazioni del regno di Dio che sta per avere inizio, anzi, con Gesù si rende particolarmente visibile così da avere il sopravvento sul regno di Satana: Se io scaccio i demoni per virtù dello Spirito di Dio, è certo giunto fra voi il Regno di Dio (Mt 12,28). 


Perché i miracoli?

Il miracolo per il suo carattere di evento potente e inaudito suscita sempre stupore. Si tratta però di uno stupore che non è fine a se stesso, è come una freccia scoccata dall'arco che orienta lo sguardo sul bersaglio, è come un dito puntato che attira l'attenzione non su se stesso, ma sulla cosa indicata. I miracoli di Gesù sono visti come «prodigi» (terata), «opere potenti» (dynameis), ma al fine di essere dei «segni» (semeia) (cf. At 2,22 e soprattutto il Vangelo di Giovanni). E, dinanzi ad essi, la gente s'interroga (Mc 1,27; 4,41; 6,14-16...). Il miracolo si sviluppa quindi su due livelli: il primo riguarda il fatto da tutti percepibile, il secondo riguarda il significato del fatto, colto solo da coloro che vedono nel miracolo un segno. Proprio il carattere di «segno» diventa l'elemento distintivo dei miracoli di Gesù. Se il miracolo non rimanda alla persona di Gesù, rimane vuoto e inefficace. Quante persone in Palestina hanno visto i miracoli di Gesù, eppure non si sono convertite! 

I miracoli sono segni del regno di Dio, non sono i miracoli che fanno il regno di Dio, ma è il regno di Dio che fa i miracoli. Non è un gioco di parole, ma la corretta collocazione dei miracoli all'interno della missione di Gesù. Il che è una cosa abbastanza ovvia, ma talvolta dimenticata. Gesù stesso infatti presenta se stesso al servizio esclusivo di un messaggio chiaro e decisivo: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino» (Mt 4,17). 

Questo compito e servizio, come nelle grandi iniziative di Dio nell'Antico Testamento per mezzo dei profeti, è attuato mediante parole e opere, mediante parole efficaci e opere significative. I miracoli esprimono la volontà di Dio di essere salvatore e amico dell'uomo. 

Di questo rapporto stretto tra regno di Dio e miracoli abbiamo una testimonianza fondamentale da parte di Gesù stesso. Quando, dopo aver cacciato un demonio, gli avversari stravolgono il senso di ciò che ha fatto, Gesù risponde in modo molto duro: Se io scaccio i demoni per virtù dello Spirito di Dio, è certo giunto fra voi il regno di Dio L ..1. La bestemmia contro lo Spirito non [...] sarà perdonata (Mt 12,22-32). 

I miracoli sono dunque segni concreti che l'ultima e definitiva signoria di Dio è entrata nel mondo: contengono essenzialmente un messaggio di salvezza. Rivelano la grandezza dell'amore di Dio per l'uomo: un amore assoluto, radicale, definitivo. I miracoli rivelano anzitutto che Dio è più forte dell'uomo: può restituire la salute del corpo e dell'anima, domina la natura e la stessa morte; i miracoli rivelano infine che Gesù è colui che è al centro in questa gigantesca opera di salvezza, sono come tante feritoie che manifestano in qualche modo il mistero di Cristo.


I miracoli e la fede

Nei racconti di miracolo matteani il dialogo tra Gesù e colui che chiede il suo intervento è sempre imperniato sulla fede. Gesù vi appare come il Messia che continua le imprese di Dio nell'Antico Testamento (8,16-17; 11,2-6; 12,15-21), il Signore che ha autorità (Mt 28,18-20) e a cui occorre avvicinarsi in adorazione (motivo proprio di Matteo: 8,2; 9,18). 

I miracoli presuppongono sempre la fede nella persona di Gesù e nella sua autorità. Dove manca la fede, Gesù non può operare il miracolo perché non esiste la condizione richiesta. Ai farisei che ostinatamente rifiutano di credere in lui, dichiarando i suoi miracoli come opera del demonio, egli nega un segno dal cielo. Il miracolo non c'è anche quando si dà il pericolo di un fraintendimento, Gesù infatti evita qualsiasi manifestazione di potenza e si sottrae alla folla quando il vero scopo del miracolo non può essere ottenuto (cf. Gv 6,15). 

I miracoli sono un aiuto a capire la missione e l'origine divina di Gesù. Questo spiega la loro abbondanza al tempo di Gesù e della comunità primitiva. Essi però non spingono a credere in forma coercitiva. Si può dire che vivano questa contraddizione: nascono dalla fede e generano la fede. La contraddizione è in realtà solo apparente: quella esigita è la fiducia iniziale, il minimo di credibilità dato a Gesù che parla e agisce. Su questa fiducia si radica il miracolo che aiuta a compiere ulteriori passi significativi verso il riconoscimento di Gesù come Messia e Signore. «Coraggio, figliola, la tua fede ti ha guarita» (Mt 9,22): il miracolo è condizionato dall'atteggiamento del richiedente, che può essere di fede o di rifiuto. Cioè, per Gesù i miracoli non appartengono alla categoria delle cose confezionate, del pacco-dono. Sono piuttosto offerte, provocazioni che, mentre donano, chiedono la decisione per Gesù Cristo. Una straordinaria lettura ecclesiale del miracolo si trova nel racconto della tempesta sedata (8,23-27), che illustra le esigenze e i rischi della sequela di Cristo. A una comunità che sembra essere in crisi, la fede delle persone che si rivolgono a Gesù per ottenere guarigione o aiuto appare come un modello da imitare e seguire (si veda in particolare l'episodio del centurione di Cafarnao in 8,5-13 e della Cananea in 15,21-28).


Il lebbroso guarito (8,1-4)

La pericope del lebbroso inaugura la sezione dei miracoli (cc. 8-9), la sua guarigione costituisce un evidente segno messianico e annuncia l'inaugurazione del regno. La lebbra era considerata un castigo di Dio, conseguenza di gravi colpe commesse. La persona colpita dalla lebbra veniva allontanata non solo per il pericolo oggettivo di contagio, ma anche per la sua situazione d'impurità sul piano religioso. Soltanto Dio o il suo inviato avevano il potere di mondare i lebbrosi, praticamente dei morti viventi.

Per far risaltare il dialogo tra i protagonisti, la parte narrativa è limitata all'essenziale; il testo parallelo di Marco è molto più ricco di particolari. Matteo non descrive la guarigione del lebbroso, non accenna al sentimento di compassione che Gesù prova, non presenta l'osservazione: «Ammonendolo severamente lo rimandò», manca infine la reazione entusiastica del lebbroso risanato (cf. Mc 1,40-45). L'attenzione si concentra sulla forza soprannaturale del guaritore, e sul dialogo tra i protagonisti: Gesù e il lebbroso.

Il v. 1 aggancia l'incontro con il lebbroso al discorso della montagna: Gesù scende dal monte sul quale era salito in 5,1, ed è seguito dalla folla già menzionata in 4,25-5,1 e 7,28. Il cambio di scena è introdotto da «ed ecco». Mentre Gesù scende dal monte, un lebbroso gli viene incontro. Prima di formulare la richiesta, il lebbroso si prostra dinanzi a Gesù e lo invoca con il titolo di «Signore» (v. 2). L'imperfetto «si prostrava» sottolinea l'insistenza dell'azione. Mediante il collegamento del verbo «prostrarsi»2 e del titolo «Signore», Gesù non diviene tanto oggetto di ascolto quanto invece di adorazione. Il lebbroso si avvicina a Gesù perché ha avvertito che il maestro ha la possibilità di farlo uscire dallo stato di emarginazione in cui si trova; il suo accostarsi rende manifesta la fede e speranza che ripone in Gesù. 

Il lebbroso si indirizza a Gesù con il titolo: Kyrios («Signore»). Questo titolo, nelle labbra del lebbroso in atto di adorazione, non è un semplice saluto, esprime molto più della semplice cortesia, si tratta del riconoscimento della maestà divina di Gesù, di una professione di fede. Questo spiega la formulazione della richiesta: «Se vuoi, tu puoi sanarmi». L'autorità di Gesù e la sua potenza sono presupposte dal lebbroso, secondo lui tutto dipende dal suo volere sovrano. In base a Nm 12,9-15 e a 2Re 5,3-14 la liberazione dalla lebbra è riservata a Dio o a uomini particolarmente autorevoli presso Dio (Mosè e i profeti). Questo sfondo vetero-testamentario mette in risalto la valenza religiosa del gesto che Gesù si accinge a compiere.

Gesù accoglie la richiesta, interviene immediatamente e ridona la salute fisica (v. 3). Gesù scavalca il legalismo giudaico, che vietava il contatto con queste persone impure e tocca il lebbroso. Secondo la mentalità comune (cf. 2Re 5,11), si pensava che dal guaritore uscisse una forza taumaturgica. Il gesto di stendere la mano sul lebbroso ha anche una valenza simbolica, indica la protezione di Gesù sul lebbroso. Le parole che Gesù proferisce: «Lo voglio, sii sanato», esprimono ancora una volta la potenza di cui Gesù è portatore e mettono in luce come un semplice gesto e una semplice parola di Gesù ridonino al lebbroso la salute fisica e la rinascita alla vita sociale. La volontà di Gesù («Lo voglio») è espressione del suo potere e va interpretata in senso cristologico: Gesù è la sorgente del potere sanante. La guarigione avviene immediatamente: «E subito la lebbra scomparve». Il quadro presentato dalla pericope mette in luce l'eccezionalità e la potenza di Gesù.

Gesù nell'accomiatare il lebbroso lo invita a non dire nulla e a presentarsi ai sacerdoti. L'espressione conclusiva «come testimonianza per loro», è un invito alla conversione rivolto alle guide del popolo di Israele; nello stesso tempo l'espressione nasconde un tratto polemico e anticipa il conflitto che opporrà Gesù e le autorità giudaiche. Il comando di tacere nel contesto di Matteo risulta incongruente, infatti il miracolo è operato alla presenza di «molta folla» (v. 1).

Il comando […] non serve alla dimostrazione dell'avvenimento della guarigione di fronte a un pubblico più vasto (e ufficiale). Il comando integra con un nuovo punto la storia della guarigione: siccome Matteo in 8,4 lascia il comando di tacere tratto dalla tradizione precostituita (e lo ripete in 9,30), mentre altrimenti lo abolisce, esso acquista il senso di una prova tratta dalla Scrittura. Nell'agire di Gesù si adempie il fatto che egli è il servo di Dio nella misura in cui non vuole dare nell'occhio nel suo agire. In conformità a ciò, i primi tre resoconti di miracoli del capitolo 8 vengono conclusi con la citazione di adempimento di Is. 53,4.11: «Egli prese su di sé le nostre debolezze e portò le malattie» (8,17). Nel secondo comando viene confermato il v. 5,17: Gesù non è venuto «ad abolire la legge o i profeti, ma ad adempierli». Non da ultimo anche con questo mezzo è creata la connessione dei resoconti di miracoli con il discorso della montagna: le azioni di potenza interpretano le parole di potenza di Gesù.

La malattia è sempre qualcosa di cui non riusciamo a comprendere pienamente il senso, è una limitazione che crea insofferenza, che porta spontaneamente più alla ribellione e alla bestemmia che alla serena accettazione. Perché Dio, che può tutto, fa soffrire? L'atteggiamento di Dio nei confronti della malattia è però di un uguale rifiuto. Dio non ama la malattia; Gesù infatti ha compassione per tutti gli ammalati. La malattia non è un bene per l'uomo, è un momento di prova, di sofferenza. Dio è vicino all'ammalato non con un atteggiamento di condanna, quasi che la malattia rappresenti in qualche modo un castigo per il male compiuto. Lottare con tutte le forze contro la malattia è quindi non solo un atteggiamento legittimo, ma significa mettersi dalla parte di Dio. Gesù ha guarito gli ammalati che lo hanno accostato; oggi tocca all'uomo continuare l'opera di Gesù, compiere altri «miracoli» servendosi dei mezzi che la scienza mette a sua disposizione.


La tempesta sedata (8,23-27)

Matteo e gli altri sinottici collegano la «tempesta sedata» con l'episodio degli indemoniati di Gerasa (8,28-34). Le due pericopi sono state unite dalla tradizione per ragioni dottrinali, al fine di evidenziare la potenza di Gesù che domina le forze del male nell'uomo e nella natura. La tempesta sedata diviene così la manifestazione di Gesù che riprende in mano l'opera creatrice compromessa dalle forze del male (cf. Gb 38,1-11). In Gesù, Dio porta a compimento la sua opera creatrice con la vittoria decisiva sul male.

La pericope, dal punto di vista formale, è un racconto di miracolo ma Matteo, come del resto anche Marco (cf. 4,35-41), la trasforma in un racconto di sequela e discepolato. L'inserimento del doppio dialogo con uno scriba e un discepolo, tra l'ordine di Gesù di passare all'altra riva (v. 18) e la sua esecuzione da parte dei discepoli (v. 23), avvia la tematica del discepolato. Infatti l'elemento di collegamento fra la richiesta dello scriba e la risposta di Gesù, e fra la richiesta del discepolo e la replica di Gesù, è il tema della sequela. Chi si offre spontaneamente alla sequela viene ammonito, chi si trova già in essa e chiede una dilazione viene invitato a un comportamento deciso (vv. 19-22). In questo modo l'episodio della tempesta sedata riceve un contrassegno tematico: la storia intende raccontare che cosa significhi la sequela. Lo si vede sin dall'inizio: non sono i discepoli che prendono Gesù con loro sulla barca, come in Marco (4,36), ma Gesù «precede» e i discepoli lo «seguono». Così facendo Matteo riprende il tema centrale del duplice dialogo che precede. In questo modo diventa del tutto chiaro che non è tanto il miracolo quanto la sequela a contare. La narrazione trova infatti il suo punto culminante nel dialogo tra Gesù e i discepoli che mette in luce come "seguire Gesù" significhi fidarsi di lui anche nei momenti difficili.

Il versetto iniziale (v. 23) presenta i protagonisti: Gesù, che sale sulla barca, e i discepoli che lo seguono. Teatro dell'azione è il mare, più precisamente la barca in cui Gesù e i suoi sono saliti. Improvvisamente il mare comincia ad agitarsi e la barca viene ricoperta dalle onde (v. 24). Matteo sottolinea l'importanza di questo evento con un «ed ecco». Rigorosamente parlando non è una tempesta a mettere in pericolo i discepoli, ma un sisma (maremoto). Mentre infatti Mc 4,37 parla di tromba d'aria (lailaps), Matteo utilizza il termine «sisma» (seismos), inconsueto per una tempesta; questo termine si incontra spesso nei testi apocalittici (Mc 13,8; Ap 6,12). In tal modo la tempesta acquista un significato metaforico. I discepoli che si trovano nella barca diventano il simbolo della comunità di Matteo nel suo viaggio attraverso il pauroso terremoto della vita. In questo scompiglio spaventoso Gesù dorme tranquillo (verbo all'imperfetto). Il suo riposare sereno è segno della sua sovranità e sicurezza. Al riposo tranquillo di Gesù si contrappone l'agitazione dei discepoli, che presi dalla paura si avvicinano, lo svegliano e gli chiedono di intervenire e di essere salvati (v. 25). L'avvicinamento a Gesù avviene in un momento di grave pericolo, per uscire dal quale i discepoli non trovano migliore soluzione che quella di far intervenire Gesù. Venendo a lui sono convinti di avvicinarsi all'unico che ha il potere di aiutarli e di farli uscire indenni dalla tremenda tempesta in cui sono incappati. 

In Matteo i discepoli chiedono espressamente di essere salvati: «Signore, salvaci, siamo perduti!»; l'idea è presente anche in Luca, ma in maniera indiretta: «Maestro, maestro siamo perduti» (Lc 8,24), vale a dire: fa' qualcosa, perché possiamo uscire indenni da questa difficile situazione (Lc 8,24); in Marco invece l'espressione dei discepoli suona quasi un rimprovero: «Maestro, non ti importa che periamo» (Mc 4,28). 

Nella versione matteana il titolo «Signore» e l'imperativo/preghiera «salvaci» esternano la convinzione dei discepoli che Gesù, grazie alla potenza e autorità di cui ha dato precedentemente prova e di cui sono stati testimoni, può salvarli dalla situazione di pericolo in cui versano. 

La risposta di Gesù giunge prontamente, egli rimprovera i suoi perché, nonostante sia presente tra loro, hanno paura. La sequenza narrativa matteana è diversa da quella di Mc 4,39-40, Matteo premette al miracolo il rimprovero, ma con un linguaggio più mite rispetto a Marco. La fede dei discepoli è meno forte di quanto dovrebbe essere, ma essa è pur sempre viva in loro e Gesù cerca di rafforzarla. Non si tratta di incredulità, come in Marco, ma di una fede debole che «nella tempesta e nella preoccupazione viene meno, e si mostra così come fede superficiale, non in grado di affrontare l'assalto delle potenze del male» (G. Bornkamm), e questo soprattutto nelle difficoltà della vita che i discepoli sono destinati a subire seguendo Gesù. Segue quindi il miracolo: Gesù si alza e con potenza sovrumana sgrida i venti e il mare (v. 26). L'intervento autorevole di Gesù provoca il passaggio immediato dalla tempesta (v. 24) alla grande bonaccia. Il versetto conclusivo (v. 27) sposta l'attenzione sui testimoni, e nota la meraviglia e la domanda che la gente comincia a porsi circa la vera identità e l'origine del potere di Gesù. 

Matteo offre in questo brano una presentazione grandiosa di Gesù: mette in lu ce il potere, l'autorità e la divinità di Gesù. L'insieme della pericope manifesta in maniera molto chiara che accostarsi a Gesù significa accostarsi a qualcunò\ che è strettamente collegato con Dio. Quell'autorità che l'Antico Testamento attribuisce a YHw  viene assegnata a Gesù, che non fa accadere il prodigio per mezzo di una preghiera, ma per la pienezza del suo potere. Gesù placa le acque come Dio aveva dominato l'abisso primordiale (Gn 1,2) e il mare dei Giunchi alla liberazione degli ebrei dall'Egitto (Es 14,16; Sal 106,9).

Fin dai tempi più antichi, la barca sul mare in tempesta è stata considerata come immagine della Chiesa nel mondo, assalita dalle persecuzioni e sconvolta dai dubbi, ma protetta dal suo Signore che può salvarla da tutti i pericoli. La comunità non è abbandonata a se stessa e non ha motivo di lasciarsi andare alla poca fede, perché il Signore è sempre al fianco dei suoi e, dietro loro richiesta, li aiuterà a uscire dalle difficoltà. Ai discepoli di ogni tempo e luogo questo brano dice che, quando sopraggiungono difficoltà, non devono aver paura ma confidare nel Signore, e avere la certezza che egli li aiuterà. La tempesta sedata diventa espressione atemporale di una vera esperienza di fede, che può essere regolarmente vissuta nella sequela di Gesù.


Conclusione

La memoria dei miracoli di Gesù è una eredità impegnativa. I miracoli di Gesù non sono finiti, anzi il discepolo è chiamato a continuare i miracoli di Gesù! Si legge nel Vangelo di Giovanni:

In verità, in verità vi dico: chi crede in me compirà le opere che io compio e ne farà di più grandi perché io vado al Padre (14,12).

Questo vuol dire che dovunque l'amore del Padre si manifesterà, come è avvenuto in Gesù, là matureranno i miracoli. Anzi, pur riconoscendo la trascendenza dei miracoli di Gesù e di tutto ciò che viene qualificato per miracolo in senso stretto, si può dire che dovunque nel suo nome si porrà a ragione di vita l'amore verso l'uomo che soffre, perché possa essere ciò che Dio vuole che egli sia, là si compiranno le parole di Gesù, i segni del regno di Dio. Proprio secondo la conclusione del Vangelo di Marco:

Andate in tutto il mondo e predicate il vangelo a ogni creatura [...]. E questi saranno i segni che accompagneranno quelli che credono: nel mio nome [...] imporranno le mani ai malati e questi guariranno [...]. Allora essi partirono e predicarono dappertutto, mentre il Signore operava insieme con loro e confermava la parola con i prodigi che l'accompagnavano (Mc 16,15-20). 

(Boscolo)


Nessun commento:

Posta un commento