CORPUS DOMINI
Dt 8. 2Ricòrdati di tutto il cammino che il Signore, tuo Dio, ti ha fatto percorrere in questi quarant’anni nel deserto, per umiliarti e metterti alla prova, per sapere quello che avevi nel cuore, se tu avresti osservato o no i suoi comandi. 3Egli dunque ti ha umiliato, ti ha fatto provare la fame, poi ti ha nutrito di manna, che tu non conoscevi e che i tuoi padri non avevano mai conosciuto, per farti capire che l’uomo non vive soltanto di pane, ma che l’uomo vive di quanto esce dalla bocca del Signore. […] 14Non dimenticare il Signore, tuo Dio, che ti ha fatto uscire dalla terra d’Egitto, dalla condizione servile; 15che ti ha condotto per questo deserto grande e spaventoso, luogo di serpenti velenosi e di scorpioni, terra assetata, senz’acqua; che ha fatto sgorgare per te l’acqua dalla roccia durissima; 16che nel deserto ti ha nutrito di manna sconosciuta ai tuoi padri, per umiliarti e per provarti, per farti felice nel tuo avvenire.
Il profeta invita il popolo a ricordare i grandi benefici che Dio ha compiuto per esso perché rinsaldi la fiducia in lui. Israele è stato condotto, dal deserto sterile, ad una terra ricca; la prosperità non è considerata una conquista, ma un dono. La risposta adeguata sta, perciò, nel ricordo riconoscente: «Ricordo le gesta del Signore, ricordo le tue meraviglie di un tempo. Mi vado ripetendo le tue opere, considero tutte le tue gesta. O Dio, santa è la tua via; quale dio è grande come il nostro Dio? Tu sei il Dio che opera meraviglie, manifesti la tua forza fra le genti. E' il tuo braccio che ha salvato il tuo popolo» (Sal 77,12-16). «Non è mai inopportuno rivolgersi a lui, perché è inopportuno non accostarsi a lui continuamente. È sempre opportuno chiedere a Chi desidera dare. Come abbiamo bisogno della respirazione, così anche dell'aiuto di Dio; se vogliamo, facilmente lo attireremo a noi» (Crisostomo).
I quarant'anni nel deserto furono un periodo di educazione alla fede. Dio ha permesso la prova per aiutare i viandanti a far emergere il meglio del loro cuore, come la fiducia, la capacità di affidarsi a Lui nell’obbedienza. «Più fallace di ogni altra cosa è il cuore e difficilmente guaribile; chi lo può conoscere? Io, il Signore, scruto la mente e saggio i cuori, per rendere a ciascuno secondo la sua condotta, secondo il frutto delle sue azioni» (Ger 17,9-10).
La fame e poi il dono della manna insegnano che la vita non dipende soltanto dai beni materiali perché l'uomo non vive di solo pane, ma di tutto ciò che viene da Dio. Il nutrimento materiale è necessario, ma non sufficiente e la vera vita nasce dalla relazione con il Signore. «In verità, in verità vi dico: il Padre mio vi dà il pane dal cielo, quello vero; il pane di Dio è colui che discende dal cielo e dà la vita al mondo» (Gv 6,32-33).
Nel deserto il popolo ha conosciuto la fedeltà divina poiché è stato preservato da ogni pericolo mortale ed è stato sostenuto anche nelle condizioni più difficili. Ricordare il deserto serve a conservare l'umiltà e a riconoscere che ogni bene ha la sua origine in Dio. Le difficoltà, poi, possono diventare occasione di crescita e la memoria delle opere di Dio protegge dall'autosufficienza.
1 Cor 10. 16il calice della benedizione che noi benediciamo, non è forse comunione con il sangue di Cristo? E il pane che noi spezziamo, non è forse comunione con il corpo di Cristo? 17Poiché vi è un solo pane, noi siamo, benché molti, un solo corpo: tutti infatti partecipiamo all’unico pane.
Il calice del ringraziamento della celebrazione eucaristica opera una comunione reale con il Cristo Risorto che ha versato il suo sangue sulla croce per tutti i commensali. I comunicandi, perciò, partecipano a tutti i benefici della sua morte salvifica. Lo stesso vale per la frazione del pane: i comunicandi si uniscono al Cristo Risorto, diventano una cosa sola con Lui e godono di tutti i benefici della sua Pasqua. Il Cristo Risorto configura a se stesso in tutti i partecipanti e perciò, nutrendosi di lui, nella specie dell’unico pane, diventano un solo organismo, membra vive del suo Corpo. «Non c’è Giudeo né Greco; non c’è schiavo né libero; non c’è maschio e femmina, perché tutti voi siete uno in Cristo Gesù» (Gal 3,28; cf Col 3,11). «Come in un solo corpo abbiamo molte membra e queste membra non hanno tutte la medesima funzione, così anche noi, pur essendo molti, siamo un solo corpo in Cristo e, ciascuno per la sua parte, siamo membra gli uni degli altri» (Rm 12,4-5).
La comunità cristiana diventa il corpo del Signore in primo luogo mediante la celebrazione eucaristica: «Se vuoi comprendere [il mistero] del corpo di Cristo, ascolta l'Apostolo che dice ai fedeli: Voi siete il corpo di Cristo e sue membra. Se voi dunque siete il corpo e le membra di Cristo, sulla mensa del Signore è deposto il mistero di voi: ricevete il mistero di voi. A ciò che siete rispondete: Amen e rispondendo lo sottoscrivete. Ti si dice infatti: Il Corpo di Cristo, e tu rispondi: Amen. Sii membro del corpo di Cristo, perché sia veritiero il tuo Amen. Perché dunque [il corpo di Cristo] nel pane? Non vogliamo qui portare niente di nostro; ascoltiamo sempre l'Apostolo il quale, parlando di questo sacramento, dice: Pur essendo molti formiamo un solo pane, un solo corpo. Cercate di capire ed esultate. Unità, verità, pietà, carità. Un solo pane: chi è questo unico pane? Pur essendo molti, formiamo un solo corpo. Ricordate che il pane non è composto da un solo chicco di grano, ma da molti. Siate ciò che vedete e ricevete ciò che siete. Questo disse l'Apostolo in riguardo al pane.
E ciò che dobbiamo intendere del calice... Come infatti perché ci sia la forma visibile del pane molti chicchi di grano vengono impastati fino a formare un'unica cosa - come se avvenisse quanto la sacra Scrittura dice dei fedeli: Avevano un'anima sola e un solo cuore protesi verso Dio - così è anche per il vino. Fratelli, pensate a come si fa il vino. Molti acini sono attaccati al grappolo, ma il succo degli acini si fonde in un tutt'uno. Cristo Signore ci ha simboleggiati in questo modo e ha voluto che noi facessimo parte di lui, consacrò sulla sua mensa il sacramento della nostra pace e unità. Chi riceve il sacramento dell'unità e non conserva il vincolo della pace riceve non, un sacramento a sua salvezza ma una prova a suo danno» (Agostino, Disc. 272,1-4).
Gv 6. 51Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo». 52Allora i Giudei si misero a discutere aspramente fra loro: «Come può costui darci la sua carne da mangiare?». 53Gesù disse loro: «In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. 54Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. 55Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda. 56Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. 57Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me. 58Questo è il pane disceso dal cielo; non è come quello che mangiarono i padri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno.
L’evangelista ha detto finora che la persona di Gesù, ricevuta per mezzo della fede, è il mezzo col quale è data e conservata la vita eterna.
I giudei, stravolgendo il senso delle parole di Gesù che chiedeva di nutrirsi di Lui assimilando il suo insegnamento e il suo stile di vita, accusano Gesù di suggerire una specie di antropofagia. Aprofittando dell’obiezione, Egli afferma che la sua stessa carne è pane di vita. Il crudo realismo delle espressioni - mangiare la carne e bere il sangue – intende affermare la reale umanità di Cristo. Mangiare qualcosa equivale a farla propria e diventare una cosa sola con essa. Senza escludere la valenza eucaristica del discorso, l’invito di Gesù è denso di significato anche se fosse privo di un’allusione all’Eucaristia.
La maggioranza degli esegeti ritiene, tuttavia, che Giovanni alluda qui alla mensa eucaristica. L'Eucarestia significa continuazione dell'incarnazione attraverso il tempo. È significativo che l'evangelista abbia riservato il termine carne per descrivere l'incarnazione e per presentare l'Eucaristia. L'insistenza sulla realtà della carne e del sangue non può arrivare, tuttavia, fino al punto di attribuire all'Eucaristia un effetto magico. Questi versetti sono una continuazione dei precedenti nei quali è messa in rilievo la necessità della fede in Gesù. L'Eucarestia non è nulla senza la fede. Non è un mangiare qualunque che dia vita, bensì un mangiare con fede.
L'adempimento della sua volontà del Signore, però, non si realizza neppure soltanto nel rivolgersi a Gesù con la fede, bensì del servirsi del sacramento del suo corpo e del suo sangue. Come non era soltanto la fede che faceva entrare nel regno di Dio, ma l'uso di quell'altro sacramento dell'acqua battesimale.
Settimana 10 T.O.
Domenica 10
Os 6. 3Affrettiamoci a conoscere il Signore, la sua venuta è sicura come l’aurora. Verrà a noi come la pioggia d’autunno, come la pioggia di primavera che feconda la terra”. 4Che dovrò fare per te, Èfraim, che dovrò fare per te, Giuda? Il vostro amore è come una nube del mattino, come la rugiada che all’alba svanisce. 5Per questo li ho abbattuti per mezzo dei profeti, li ho uccisi con le parole della mia bocca e il mio giudizio sorge come la luce: 6poiché voglio l’amore e non il sacrificio, la conoscenza di Dio più degli olocausti.
Il profeta opera in un periodo di infedeltà religiosa e ingiustizia sociale. Il popolo sembra esprimere il desiderio di ritornare al Signore: "Conosciamo, cerchiamo di conoscere il Signore; la sua venuta è sicura come l'aurora...". L'immagine dell'aurora e della pioggia primaverile comunica la fedeltà di Dio: egli viene a dare vita e fecondità. Dio, però, osserva: "Il vostro amore è come una nube del mattino, come la rugiada che all'alba svanisce". L'amore di Israele non è stabile, è un entusiasmo religioso momentaneo, destinato a dissolversi rapidamente. Per questo il Signore afferma di aver mandato i profeti con parole dure e giudizi severi, non per distruggere il popolo, ma per richiamarlo a una conversione autentica: "Voglio l'amore e non il sacrificio, la conoscenza di Dio più degli olocausti." Questo non significa che il culto sia inutile ma non deve essere separato dalla vita. I sacrifici possono essere corretti esteriormente, ma se mancano fedeltà, misericordia e giustizia, non esprimono una vera relazione con Dio. La parola ebraica tradotta con "amore" è hesed, che indica fedeltà, misericordia, amore stabile nell'alleanza. La "conoscenza di Dio" non è un sapere intellettuale, ma un rapporto vissuto che trasforma il comportamento.
Per Gesù, come per Osea, il vero culto nasce da un cuore che vive la misericordia e lo consolida in essa.
Rm 4. Abramo credette, saldo nella speranza contro ogni speranza, e così divenne padre di molti popoli, come gli era stato detto: Così sarà la tua discendenza. 19Egli non vacillò nella fede, pur vedendo già come morto il proprio corpo – aveva circa cento anni – e morto il seno di Sara. 20Di fronte alla promessa di Dio non esitò per incredulità, ma si rafforzò nella fede e diede gloria a Dio, 21pienamente convinto che quanto egli aveva promesso era anche capace di portarlo a compimento. 22Ecco perché gli fu accreditato come giustizia. 23E non soltanto per lui è stato scritto che gli fu accreditato, 24ma anche per noi, ai quali deve essere accreditato: a noi che crediamo in colui che ha risuscitato dai morti Gesù nostro Signore, 25il quale è stato consegnato alla morte a causa delle nostre colpe ed è stato risuscitato per la nostra giustificazione.
Il patriarca è una figura esemplare di credente per tutti, ebrei e pagani. Si fidò del Signore che gli aveva promesso di donargli un figlio quando ormai non poteva più sperare in un evento simile, perché lui e la moglie Sara erano troppo vecchi per poter generare. Credette sperando contro ogni speranza (4,18):
I pagani che credono al Vangelo, esprimono un atto di fede altrettanto coraggioso: credono nella risurrezione di Cristo e sono certi di poter riprendere vita nonostante la loro morte spirituale. Sono convinti d’essere perdonati per la morte di Gesù e di poter essere santificati grazie alla sua risurrezione (4,25).
La fede è estrema fiducia in un Dio Padre creatore, desideroso di dare vita e capace di farlo. Dio, infatti, ha operato l’impossibile: ha ripristinato la vita là dove regnava la morte (nel corpo di Abramo e in quello di Cristo); ha donato vita rendendo giusti dei malvagi. La fede, però, è un atto di risposta che appartiene ancora alla grazia, è grazia; non è, in primo luogo, una capacità o un merito del credente (4,16; Cf Gv 6,29).
La chiamata dei pagani al Vangelo corrisponde allo stile normale di Dio. Dio agisce con gli uomini per pura generosità e chiede a loro soltanto di fidarsi di Lui. Accade di nuovo ora ciò che si era già verificato nel passato all’epoca del patriarca.
L’osservanza delle norme etiche viene richiesta in un tempo successivo ma non è la condizione per cominciare a stabilire un rapporto con il Signore il quale, per recuperare tutti, comincia con una chiamata priva di qualsiasi condizione. L’unica cosa richiesta è fidarsi della sua bontà sorprendente.
Mt 9. 9Andando via di là, Gesù vide un uomo, chiamato Matteo, seduto al banco delle imposte, e gli disse: «Seguimi». Ed egli si alzò e lo seguì. 10Mentre sedeva a tavola nella casa, sopraggiunsero molti pubblicani e peccatori e se ne stavano a tavola con Gesù e con i suoi discepoli. 11Vedendo ciò, i farisei dicevano ai suoi discepoli: «Come mai il vostro maestro mangia insieme ai pubblicani e ai peccatori?». 12Udito questo, disse: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati. 13Andate a imparare che cosa vuol dire: Misericordia io voglio e non sacrifici. Io non sono venuto infatti a chiamare i giusti, ma i peccatori».
L’aver chiamato un pubblicano alla sua sequela doveva risultare scandaloso. Dividere il mondo in giusti da una parte e ingiusti dall'altra, con la sicurezza di essere tra i primi costituisce la grande tentazione del credente.
Che significato ha la citazione di Osea? Prima di tutto l'evangelista le conferisce significato cristologico: il comportamento di Gesù rivela lo stile di Dio, che è uno stile di misericordia. La missione di Gesù consiste nel manifestare il rapporto di benevolenza che egli ha verso gli uomini. Per gli ultimi tempi, infatti, il disegno di Dio prevedeva la presenza della misericordia sulla terra come rivela il testamento di Zabulon: “Abbiate compassione affinché anche il Signore abbia compassione di voi perché negli ultimi giorni invierà la sua compassione sulla terra. Dovunque troverà viscere di compassione, lì abitera”. La citazione del Profeta presenta anche un valore ecclesiologico. La comunità dei discepoli è chiamata confrontarsi con la risposta di un pubblicano, che all’invito di Gesù risponde con prontezza. Forse Matteo lotta contro il rigorismo interna alla sua comunità, intollerante verso certe categorie di persone e verso i pagani. È una polemica presente anche nella parabola del grano e della zizzania contro l'impazienza di taluni che vorrebbero arrogarsi il potere di Dio, sradicando immediatamente il male dal mondo.
Lunedi 10
1 Re 17. 1Elia, il Tisbita, uno di quelli che si erano stabiliti in Gàlaad, disse ad Acab: «Per la vita del Signore, Dio d’Israele, alla cui presenza io sto, in questi anni non ci sarà né rugiada né pioggia, se non quando lo comanderò io». 2A lui fu rivolta questa parola del Signore: 3«Vattene di qui, dirigiti verso oriente; nasconditi presso il torrente Cherìt, che è a oriente del Giordano. 4Berrai dal torrente e i corvi per mio comando ti porteranno da mangiare». 5Egli partì e fece secondo la parola del Signore; andò a stabilirsi accanto al torrente Cherìt, che è a oriente del Giordano. 6I corvi gli portavano pane e carne al mattino, e pane e carne alla sera; egli beveva dal torrente.
Il re Acab vuole imporre il culto di Baal, divinità cananea considerata signore della pioggia e della fertilità e il popolo vive una crisi spirituale profonda. “Per la vita del Signore, Dio d’Israele, alla cui presenza io sto, in questi anni non ci sarà né rugiada né pioggia, se non quando lo comanderò io”. Questa parola di Elia è una sfida diretta a Baal poiché la siccità mostra che non è Baal a governare la natura, ma il Signore. La sposa/Israele «non capì che io [il Signore] le davo grano, vino nuovo e olioe le prodigavo l'argento e l'oro che hanno usato per Baal. Perciò anch'io tornerò a riprendere il mio grano, a suo tempo, il mio vino nuovo nella sua stagione; ritirerò la lana e il lino» (Os 2,10-11).
L’identità di Elia deriva dal suo rapporto con Dio: egli è colui che sta “alla sua presenza”. Non è anzitutto un preannunciatore del futuro, ma uno che vive davanti a Dio e parla in suo nome. La forza della parola profetica nasce dall’intimità con Dio, non dal potere umano.
La siccità riflette l’aridità del popolo che si è allontanato dall’alleanza. «A te protendo le mie mani, sono davanti a te come terra riarsa. Rispondimi presto, Signore, viene meno il mio spirito. Non nascondermi il tuo volto, perché non sia come chi scende nella fossa» (Sal 143,6-7).
Elia riceve l’ordine di nascondersi presso il torrente Cherìt. «Mi invadono timore e tremore e mi ricopre lo sgomento. Ecco, errando, fuggirei lontano, abiterei nel deserto. In fretta raggiungerei un riparo dalla furia del vento, dalla bufera» (Sal 55, 6. 8-9). Dopo aver parlato con forza, il profeta imparare la dipendenza da Dio nel silenzio e nella solitudine. La solitudine diventa il luogo di formazione interiore.
“I corvi gli portavano pane e carne al mattino e pane e carne alla sera”. [Forse anziché corvi bisogna leggere beduini]. Dio può far arrivare il necessario attraverso vie imprevedibili e non abbandona chi si affida a lui in tempi di crisi. «Gli Israeliti mangiarono la manna per quarant’anni, fino al loro arrivo in terra abitata» (Es 16,35). «Chi cammina con giustizia, abiterà in alto, fortezze sulle rocce saranno il suo rifugio, gli sarà dato il pane, avrà l’acqua assicurata» (Is 33,15.16). «Guardate i corvi: non seminano e non mietono e Dio li nutre. Quanto più degli uccelli voi valete!» (Lc 12,24-25). Il torrente può prosciugarsi e l’ultimo sostegno venir meno, ma Dio resta fedele.
Gesù stesso presenta Elia come esempio di fede. Nella tradizione cristiana, è visto come precursore della vita di solitudine.
1Vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. 2Si mise a parlare e insegnava loro dicendo: 3«Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli. 4Beati quelli che sono nel pianto, perché saranno consolati. 5Beati i miti, perché avranno in eredità la terra. 6Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati. 7Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia. 8Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio. 9Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio. 10Beati i perseguitati per la giustizia, perché di essi è il regno dei cieli. 11Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. 12Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli. Così infatti perseguitarono i profeti che furono prima di voi.
Gesù, a somiglianza di Mosè, sale sul monte per una nuova rivelazione. Dona la sua persona, i suoi principi di vita, i suoi comportamenti come nuova Legge. Dal momento che Dio ha deciso di regnare in maniera completa e definitiva, è possibile godere, essere beati, a motivo di questa novità, partecipando alla gioia di Gesù. Egli annuncia ciò che Dio sta operando a favore delle persone che l’accolgono.
Le beatitudini si aprono con una rassicurazione a favore dell’uomo povero e si chiudono a favore del perseguitato, che è il povero dei poveri.
Il Povero non è soltanto è chi è scarso di mezzi ma colui che, nella ristrettezza, pone in Dio la sua speranza. Il discepolo che affronta ed accetta la persecuzione vive in totalità il sentimento di fiducia ed abbandono in Dio. Per lui, il tesoro della sua vita consiste nell’essere totalmente di Dio. Pur trovandosi nella sofferenza, gode già del regnare di Dio.
Subito dopo, tre annunci parlano di situazioni di vita propria di chi condivide lo stile di vita di povertà di Gesù: 1. Come peraona aflitta, ha provato dolore per la mancanza di salvezza, facendo sua la sofferenza degli uomini. 2. Come uomo mite, ha rinunciato a farsi valere con violenza. 3. Come uomo affamato, ha cercato con ardore il compimento della perfetta volontà di Dio (giustizia).
Gli altri tre annunci, suggeriscono di acquisire gli stessi sentimenti e propositi di Gesù, come condizione per ottenere la beatutudine: è necessario 1. essere misericordiosi (disposti al perdono e alla generosità); 2. Puri di cuore, cercando di essere graditi a Dio; 3. Creatori di pace; chi fa parte della famiglia di Dio, cerca di vivere nella pace.
Il discepolo che, in ogni epoca, ripresenta la figura di Cristo segnala la presenza della nuova creazione, la quale avrà pienezza e compimento nel futuro.
Più in dettaglio. Gesù fa avvicinare a sé i discepoli come suoi amici; a loro, in primo luogo, è rivolto il suo insegnamento, il quale, tuttavia, vale tutti. Tutti coloro che lo praticheranno realmente condivideranno la gioia della venuta del Regno (che non è un luogo ma la sovranità di Dio Padre sul mondo): «Beati gli occhi che vedono ciò che voi vedete. Io vi dico che molti profeti e re hanno voluto vedere ciò che voi guardate, ma non lo videro, e ascoltare ciò che voi ascoltate, ma non lo ascoltarono» (Lc 10,23-24).
In primo luogo il discepolo dovrà condividere la povertà di Gesù, una povertà materiale ma soprattutto spirituale: «Il Figlio da se stesso non può fare nulla, se non ciò che vede fare dal Padre; quello che egli fa, anche il Figlio lo fa allo stesso modo. Il Padre infatti ama il Figlio, gli manifesta tutto quello che fa» (Gv 5,19-20). L’afflizione di Gesù è quella del povero che si addolora quando verifica la malvagità degli uomini e la loro opposizione a Dio, però non vuole costingerli al bene con violenza ma agisce sempre con mitezza. «Quando fu vicino, alla vista della città pianse su di essa dicendo: “Se avessi compreso anche tu, in questo giorno, quello che porta alla pace! Ma ora è stato nascosto ai tuoi occhi. Per te verranno giorni in cui i tuoi nemici distruggeranno te e i tuoi figli dentro di perché non hai riconosciuto il tempo in cui sei stata visitata”» (Lc 19,41-44).
Il povero desidera ardentemente che gli uomini operino in conformità all’agire pieno d’amore del Padre; è affamato ed assetato di questo. «Sia fatta la tua volontà, come in cielo così in terra» (Mt 6,10).
Per introdurre nel mondo, il volere del Padre Gesù si è mostrato misericordioso verso i peccatori, gli ammalati, i poveri. La misericordia è compagna della purezza di cuore perché il puro di cuore è chi agisce in modo solidale con il fratello: «Colui che cammina senza colpa, pratica la giustizia e dice la verità che ha nel cuore, non sparge calunnie con la sua lingua, non fa danno al suo prossimo e non lancia insulti al suo vicino» (Sal 15,2-3). Misericordia e purezza cercano la pace mediante il perdono e la riconciliazione con tutti: «Rimetti a noi i nostri debiti come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori» (Mt 6,12). «Se tu presenti la tua offerta all’altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia lì il tuo dono davanti all’altare, va’ prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna a offrire il tuo dono» (Mt 6,23-24).
Chi viene perseguitato perché cerca il volere del Padre (“per la giustizia”), come fece Gesù (“per causa mia”), vive in sintesi il contenuto di tutte le beatitudini, perché, nella situazione peggiore, vive l’estrema carità di Dio. Essendo un povero indifeso, afflitto dagli avversari, si rapporta con loro con mitezza. Continua ad operare per realizzare la volontà di Dio tra gli uomini. Perdona ai suoi agressori (misericordia), si mostra loro amico (purezza di cuore) e desidera persuaderli e rappacificarsi con loro.
Martedi 10
1 Re 17. 7Dopo alcuni giorni il torrente si seccò, perché non era piovuto sulla terra. 8Fu rivolta a lui la parola del Signore: 9«Àlzati, va’ a Sarepta di Sidone; ecco, io là ho dato ordine a una vedova di sostenerti». 10Egli si alzò e andò a Sarepta. Arrivato alla porta della città, ecco una vedova che raccoglieva legna. La chiamò e le disse: «Prendimi un po’ d’acqua in un vaso, perché io possa bere». 11Mentre quella andava a prenderla, le gridò: «Per favore, prendimi anche un pezzo di pane». 12Quella rispose: «Per la vita del Signore, tuo Dio, non ho nulla di cotto, ma solo un pugno di farina nella giara e un po’ d’olio nell’orcio; ora raccolgo due pezzi di legna, dopo andrò a prepararla per me e per mio figlio: la mangeremo e poi moriremo». 13Elia le disse: «Non temere; va’ a fare come hai detto. Prima però prepara una piccola focaccia per me e portamela; quindi ne preparerai per te e per tuo figlio, 14poiché così dice il Signore, Dio d’Israele: “La farina della giara non si esaurirà e l’orcio dell’olio non diminuirà fino al giorno in cui il Signore manderà la pioggia sulla faccia della terra”». 15Quella andò e fece come aveva detto Elia; poi mangiarono lei, lui e la casa di lei per diversi giorni. 16La farina della giara non venne meno e l’orcio dell’olio non diminuì, secondo la parola che il Signore aveva pronunciato per mezzo di Elia.
Il torrente si secca ma l’aiuto del Signore non viene meno. «Forse fra i vani idoli delle nazioni c'è chi fa piovere? O forse i cieli mandan rovesci da sé? Non sei piuttosto tu, Signore nostro Dio? In te abbiamo fiducia, perché tu hai fatto tutte queste cose» (Ger 14,22). In attesa della cessazione della siccità (che avverrà dopo la conversione del popolo), il Signore soccorre il profeta in un modo ancora più sorprendente del primo. Elia è invitato a recarsi proprio là dove abitano i suoi persecutori (Gezabele ed Acab), perché il Signore è il vero sovrano di ogni luogo e di ogni popolo, e a cercare aiuto presso una vedova la quale, come tale, è una persona che ha bisogno, a sua volta, di ricevere soccorso. Il Signore sembra suggerire una vera assurdità. Elia non oppone alcuna resistenza ma obbedisce al Signore fidandosi di lui, della sua bontà e potenza. Dopo aver saggiato la disponibilità della vedova con una richiesta più accessibile (un po’ d’acqua), si espone chiedendo un aiuto che sembra anch’esso minimo (il pane) ma, dato il momento, è invece una richiesta che suppone una risposta d’estrema generosità.
La vedova sembra conoscere Elia, stimare il suo ruolo profetico e condividere, almeno in parte, la sua fede religiosa. Egli la invita alla speranza: «Non abbiate paura! Siate forti e vedrete la salvezza che il Signore opera per voi!» (Es 14,13). Entrambi obbediscono alla parola del Signore, si fidano della sua provvidenza e credono che sia Egli a stabilire i ritmi delle stagioni.
Ogni fedele è invitato a mostrare fiducia nel Signore nell’elargire i propri beni: «Onora il Signore con i tuoi averi e con le primizie di tutti i tuoi raccolti; i tuoi granai si riempiranno di grano…» (Pr 3,9). La vedova insegna che generosità vera consiste nel dare tutto, come farà la povera vedova apprezzata da Gesù (Mc 12,38-44). Gesù attesta di identificarsi nella persona bisognosa com’era in quel momento Elia: «Io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato» (Mt 25,35). Inoltre egli farà notare che fu proprio una donna pagana a soccorrere un profeta d’Israele (Lc 4,26).
13Voi siete il sale della terra; ma se il sale perde il sapore, con che cosa lo si renderà salato? A null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dalla gente. 14Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città che sta sopra un monte, 15né si accende una lampada per metterla sotto il moggio, ma sul candelabro, e così fa luce a tutti quelli che sono nella casa. 16Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli.
L’evangelista tira le conseguenze del discorso sulle Beatitudini. Se le viviamo, imitando Gesù, diventiamo sale e luce. L’uomo beato non è affatto una persona intenta soltanto a curare la propria bellezza ma una persona che vuole prendersi la responsabilità per gli altri. È rivolto agli altri nella misericordia, nella pacificazione, nell’onestà dei rapporti. Ora l’evangelista riprende ed evidenzia questo aspetto. Devi essere sale, ossia colmo di sapore, ma lo devi essere per salare gli alimenti e tutti i beni da salvaguardare. Devi essere luce ma per illuminare. Gli altri ammireranno te ma tu devi essere rivolto agli altri non a te stesso. Gesù avverte che possiamo diventare insignificanti. Il sale non può perdere il sapore altrimenti non sarà più sale. Il discepolo di Gesù, invece, può perdere il sapore e nascondere la sua luce sotto un moggio. Dobbiamo cercare di rimanere uniti a Gesù sempre, Sapienza saporosa e Luce splendente. I peccati ci fanno perdere sapre e affievolire la nostra luce. Le opere buone, al contrario, ci fanno acquisire sempre con maggior forza la luce che abbiamo ricevuto per grazia, altrimenti diventeremmo disgustosi ed odiosi. La santità non è soltanto per noi ma per il mondo.
Mercoledi 10
1 Re 18. 20Acab convocò tutti gli Israeliti e radunò i profeti sul monte Carmelo. 21Elia si accostò a tutto il popolo e disse: «Fino a quando salterete da una parte all’altra? Se il Signore è Dio, seguitelo! Se invece lo è Baal, seguite lui!». Il popolo non gli rispose nulla. 22Elia disse ancora al popolo: «Io sono rimasto solo, come profeta del Signore, mentre i profeti di Baal sono quattrocentocinquanta. 23Ci vengano dati due giovenchi; essi se ne scelgano uno, lo squartino e lo pongano sulla legna senza appiccarvi il fuoco. Io preparerò l’altro giovenco e lo porrò sulla legna senza appiccarvi il fuoco. 24Invocherete il nome del vostro dio e io invocherò il nome del Signore. Il dio che risponderà col fuoco è Dio!». Tutto il popolo rispose: «La proposta è buona!». 25Elia disse ai profeti di Baal: «Sceglietevi il giovenco e fate voi per primi, perché voi siete più numerosi. Invocate il nome del vostro dio, ma senza appiccare il fuoco». 26Quelli presero il giovenco che spettava loro, lo prepararono e invocarono il nome di Baal dal mattino fino a mezzogiorno, gridando: «Baal, rispondici!». Ma non vi fu voce, né chi rispondesse. Quelli continuavano a saltellare da una parte all’altra intorno all’altare che avevano eretto. 27Venuto mezzogiorno, Elia cominciò a beffarsi di loro dicendo: «Gridate a gran voce, perché è un dio! È occupato, è in affari o è in viaggio; forse dorme, ma si sveglierà». 28Gridarono a gran voce e si fecero incisioni, secondo il loro costume, con spade e lance, fino a bagnarsi tutti di sangue. 29Passato il mezzogiorno, quelli ancora agirono da profeti fino al momento dell’offerta del sacrificio, ma non vi fu né voce né risposta né un segno d’attenzione. 30Elia disse a tutto il popolo: «Avvicinatevi a me!». Tutto il popolo si avvicinò a lui e riparò l’altare del Signore che era stato demolito. 31Elia prese dodici pietre, secondo il numero delle tribù dei figli di Giacobbe, al quale era stata rivolta questa parola del Signore: «Israele sarà il tuo nome». 32Con le pietre eresse un altare nel nome del Signore; scavò intorno all’altare un canaletto, della capacità di circa due sea di seme. 33Dispose la legna, squartò il giovenco e lo pose sulla legna. 34Quindi disse: «Riempite quattro anfore d’acqua e versatele sull’olocausto e sulla legna!». Ed essi lo fecero. Egli disse: «Fatelo di nuovo!». Ed essi ripeterono il gesto. Disse ancora: «Fatelo per la terza volta!». Lo fecero per la terza volta. 35L’acqua scorreva intorno all’altare; anche il canaletto si riempì d’acqua. 36Al momento dell’offerta del sacrificio si avvicinò il profeta Elia e disse: «Signore, Dio di Abramo, di Isacco ed’Israele, oggi si sappia che tu sei Dio in Israele e che io sono tuo servo e che ho fatto tutte queste cose sulla tua parola. 37Rispondimi, Signore, rispondimi, e questo popolo sappia che tu, o Signore, sei Dio e che converti il loro cuore!». 38Cadde il fuoco del Signore e consumò l’olocausto, la legna, le pietre e la cenere, prosciugando l’acqua del canaletto. 39A tal vista, tutto il popolo cadde con la faccia a terra e disse: «Il Signore è Dio! Il Signore è Dio!».
Il popolo venera il Signore ma anche le divinità dei Cananei e dei Fenici; vuole servire due padroni. Si fida poco del Signore e vuole avere assicurazioni volgendosi anche ad altr e ad altro. Questo atteggiamento è intollerabile per la fede vera d’Israele, incarnata ora nel profeta Elia. Egli vuole indurre il popolo alla fede nel Signore, allo stesso modo di Osea: «Avverrà in quel giorno- oracolo del Signore -mi chiamerai: Marito mio, e non mi chiamerai più: Mio padrone (=baal). Le toglierò dalla bocca i nomi dei Baal, che non saranno più ricordati» (Os 2,18-19).
Al termine dello scontro, il popolo riconoscerà che soltanto il Signore dei Patriarchi e il Liberatore dall’Egitto è Dio. «Fra gli dei nessuno è come te, Signore, e non c'è nulla che uguagli le tue opere. Tutti i popoli che hai creato verranno e si prostreranno davanti a te, o Signore, per dare gloria al tuo nome; grande tu sei e compi meraviglie: tu solo sei Dio» (Sal 86,8-10).
Elia richiede a tutti una scelta precisa, come fece un tempo Giosuè nel proporre l’Alleanza a Sichem: «Temete dunque il Signore e servitelo con integrità e fedeltà; eliminate gli dei che i vostri padri servirono oltre il fiume e in Egitto e servite il Signore. Se vi dispiace di servire il Signore, scegliete oggi chi volete servire: se gli dei che i vostri padri servirono oltre il fiume oppure gli dei degli Amorrei, nel paese dei quali abitate. Quanto a me e alla mia casa, vogliamo servire il Signore». Allora il popolo rispose e disse: «Lungi da noi l'abbandonare il Signore per servire altri dei! Poiché il Signore nostro Dio ha fatto uscire noi e i padri nostri dal paese d'Egitto» (Gs 24,14-17).
Baal è una divinità incapace di rispondere alle suppliche e incapace di salvare; è una menzogna inesistente creata dall’uomo. «Il nostro Dio è nei cieli, egli opera tutto ciò che vuole. Gli idoli delle genti sono argento e oro, opera delle mani dell'uomo. Hanno bocca e non parlano, hanno occhi e non vedono…» (Sal 115,3-5). La salvezza ottenuta diventa testimonianza della veracità di Dio: «Ho detto al Signore: Il mio Signore sei tu, solo in te è il mio bene. Agli idoli del paese, agli dèi potenti andava tutto il mio favore. Moltiplicano le loro pene quelli che corrono dietro a un dio straniero. Io non spanderò le loro libagioni di sangue, né pronuncerò con le mie labbra i loro nomi. Il Signore è mia parte di eredità e mio calice: nelle tue mani è la mia vita. Per me la sorte è caduta su luoghi deliziosi: la mia eredità è stupenda» (Sal 16,2-6).
17Non crediate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto ad abolire, ma a dare pieno compimento. 18In verità io vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà un solo iota o un solo trattino della Legge, senza che tutto sia avvenuto. 19Chi dunque trasgredirà uno solo di questi minimi precetti e insegnerà agli altri a fare altrettanto, sarà considerato minimo nel regno dei cieli. Chi invece li osserverà e li insegnerà, sarà considerato grande nel regno dei cieli.
L’espressione “Legge e profeti” da una parte attesta l’unità della rivelazione biblica, dall’altra indica il loro diverso valore all’interno della storia della salvezza. Gesù afferma di essere il compimento di tutta la rivelazione biblica. Così egli rimarca l’estrema importanza del sistema salvifico del Primo Testamento, ma, nello stesso tempo, lo relativizza, rispetto al suo ministero.
«Gesù ci proclama la Legge, quando ce ne rivela i segreti. Noi che apparteniamo alla chiesa cattolica non disprezziamo legge di Mosè, ma la accettiamo a condizione che sia Gesù a leggercela. La Legge noi la potremo capire correttamente se ce la legge Gesù, sì che durante la sua lettura noi percepiamo il pensiero di lui. il suo modo di intenderla. Non è forse da credere che da qui avesse attinto il pensiero colui che diceva: Ora noi abbiamo il pensiero di Cristo per conoscere ciò che Dio ci ha donato, ciò di cui parliamo? Così pure coloro che dicevano: il nostro cuore non ardeva forse in noi mentre ci spiegava le Scritture lungo il cammino quando, cominciando da Mosè fino a tutti i profeti lesse loro e rivelò le cose scritte su di lui. Ed è questo che anche adesso noi diciamo, seguendo l'autorità della Scrittura: badate che le parole della legge vengano lette da Gesù» (Origene, su Giosuè IX,8-9).
Giovedi
1 Re 18. 41Elia disse ad Acab: «Va’ a mangiare e a bere, perché c’è già il rumore della pioggia torrenziale». 42Acab andò a mangiare e a bere. Elia salì sulla cima del Carmelo; gettatosi a terra, pose la sua faccia tra le ginocchia. 43Quindi disse al suo servo: «Sali, presto, guarda in direzione del mare». Quegli salì, guardò e disse: «Non c’è nulla!». Elia disse: «Tornaci ancora per sette volte». 44La settima volta riferì: «Ecco, una nuvola, piccola come una mano d’uomo, sale dal mare». Elia gli disse: «Va’ a dire ad Acab: “Attacca i cavalli e scendi, perché non ti trattenga la pioggia!”». 45D’un tratto il cielo si oscurò per le nubi e per il vento, e vi fu una grande pioggia. Acab montò sul carro e se ne andò a Izreèl. 46La mano del Signore fu sopra Elia, che si cinse i fianchi e corse davanti ad Acab finché giunse a Izreèl.
Geremia descriverà così una siccità del suo tempo, denunciandone la causa e il rimedio: «I ricchi mandano i loro servi in cerca d'acqua; essi si recano ai pozzi, ma non ve la trovano e tornano con i recipienti vuoti. Sono delusi e confusi e si coprono il capo. Per il terreno screpolato, perché non cade pioggia nel paese, gli agricoltori sono delusi e confusi e si coprono il capo. La cerva partorisce nei campi e abbandona il parto, perché non c'è erba. Se le nostre iniquità testimoniano contro di noi, Signore, agisci per il tuo nome!» (Ger 14,3-7).
Elia invita Acab a pranzare per fargli interrompere il digiuno forzato causato dalla carestia. Gli assicura che Dio sta per far piovere e che ormai si è riconciliato con il suo popolo. La siccità era dipesa dall’infedeltà di Israele ma, dal momento che Israele è ritornato a Dio abbandonando i sacerdoti di Baal, essa non potrà durare ancora a lungo.
Elia si pone nella posizione dell’orante e prolunga la sua preghiera al Signore; continua ad insistere sperando, contro ogni speranza, nella fedeltà misericordiosa di Dio. «Molto vale la preghiera del giusto fatta con insistenza. Elia era un uomo della nostra stessa natura: pregò intensamente che non piovesse e non piovve sulla terra per tre anni e sei mesi. Poi pregò di nuovo e il cielo diede la pioggia e la terra produsse il suo frutto» (Gc 5,16-18). In un'altra epoca, i capi della città di Betulia invitano Giuditta ad imitare la preghiera di Elia: «Ora prega per noi tu che sei donna pia e il Signore invierà la pioggia a riempire le nostre cisterne e non continueremo a venir meno» (Gdt 8,31; cf Zc 10,1).
Cade una pioggia torrenziale, segno della paternità di Dio, il quale sempre «copre il cielo di nubi, prepara la pioggia per la terra, fa germogliare l’erba sui monti. Provvede il cibo al bestiame, ai piccoli del corvo che gridano a lui» (Sal 147,6-9).
La pioggia diventa immagine di tutti i doni di Dio per noi: «Pioggia abbondante riversavi o Dio, rinvigorivi la tua eredità esausta» (Sal 68,10).
Ottenuto il dono richiesto, il re e il profeta si recano ad Izreel, la residenza di Gezabele per informa dell’accaduto e distoglierla dai culti delle divinità.
Mt 5. 20Io vi dico infatti: se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli. 21Avete inteso che fu detto agli antichi: Non ucciderai; chi avrà ucciso dovrà essere sottoposto al giudizio. 22Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello dovrà essere sottoposto al giudizio. Chi poi dice al fratello: “Stupido”, dovrà essere sottoposto al sinedrio; e chi gli dice: “Pazzo”, sarà destinato al fuoco della Geènna. 23Se dunque tu presenti la tua offerta all’altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, 24lascia lì il tuo dono davanti all’altare, va’ prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna a offrire il tuo dono. 25Mettiti presto d’accordo con il tuo avversario mentre sei in cammino con lui, perché l’avversario non ti consegni al giudice e il giudice alla guardia, e tu venga gettato in prigione. 26In verità io ti dico: non uscirai di là finché non avrai pagato fino all’ultimo spicciolo!
Il compimento di tutto l’Antico Testamento, grazie al regno che Gesù va introducendo, si realizza, in primo luogo nella sua persona che accetta incondizionatamente la volontà del Padre, a differenza di Adamo e di Israele che si erano ribellati a Dio. Gesù è la Sapienza (la Parola) incarnata: ben più della Torà c’è qui! Tutti i progetti di Dio e tutte le sue promesse sono rese vive ed efficaci in Lui, nel quale «tutte le promesse di Dio sono diventate sì» (1 Cor 1,20).
La fedeltà alla Legge non consiste soltanto in un adempimento accurato, ma in un superamento della semplice norma per andare al cuore della disposizione. Non sta accusando i farisei di essere irreligiosi; anzi, erano molto rigorosi, ma teme una religione ridotta a norme esteriori che lascia intatto il cuore. Gesù mette in luce aspetti rimasti nascosti nella prima enunciazione della norma. La “giustizia” evangelica vuole scendere più in profondità e sgorgare da una conversione interiore. Non basta “non uccidere”; bisogna vincere dentro di sé l’odio, il rancore, il disprezzo. Gesù fa dipendere l’omicidio da ciò che lo precede: l’ira, l’insulto, il disprezzo del fratello. In questo modo mostra che il male non nasce improvvisamente, ma cresce nel cuore con gradualità. La violenza esterna è spesso il frutto di una violenza interiore coltivata nel tempo. Quando usa espressioni severe contro chi insulta il fratello, Gesù vuole evidenziare la dignità della persona umana: chi umilia l’altro rompe la comunione che Dio desidera.
Il rapporto con Dio non può essere separato dal rapporto con gli altri. Il culto autentico passa attraverso la riconciliazione. È significativo che Gesù dica: non “se tu hai qualcosa contro tuo fratello”, ma “se tuo fratello ha qualcosa contro di te”. Quindi il discepolo deve prendere l’iniziativa della pace anche quando non si sente totalmente colpevole.
“Mettiti presto d’accordo con il tuo avversario” L’ultima immagine è quella del contenzioso legale. Parla di evitare il tribunale, ma il senso spirituale è più ampio: non lasciare che i conflitti si incancreniscano. Il tempo della riconciliazione è “subito”. Rimandare spesso rende più difficile la pace. Per Gesù la vera santità non consiste soltanto nel “non fare il male”, ma nel costruire relazioni riconciliate e vere.
«Cosa potrebbe esserci di più bello, di più gioioso dell’amore per il prossimo? Amare è beatitudine; odiare è tormento. Tutta la legge e i profeti sono incentrati sull’amore per Dio e per il prossimo (Mt 22,40). L’amore per il prossimo è la via che conduce all’amore per Dio: perché Cristo si è compiaciuto di rivestirsi misteriosamente di ciascuno dei nostri prossimi, e in Cristo è Dio (1 Gv). Non pensare che il comandamento dell’amore per il prossimo sia così vicino al nostro cuore decaduto: il comandamento è spirituale, ma il nostro cuore è di carne e sangue; il comandamento è nuovo, ma il nostro cuore è vecchio. Il nostro amore naturale è stato danneggiato dalla caduta; deve essere purificato – Cristo lo comanda – e dobbiamo trarre dal Vangelo il santo amore per il prossimo, l’amore in Cristo. Le qualità di un uomo nuovo devono essere completamente nuove; nessuna vecchia qualità gli si addice. [Esiste un amore tossico]. L’amore che nasce dai sentimenti carnali non ha alcun valore di fronte al Vangelo. E che valore può avere, quando, con il sangue ancora caldo, giura di dare la sua vita per il Signore, e dopo poche ore, quando il sangue si è raffreddato, giura di non conoscerlo? (Mt 26,33.35). Il Vangelo rifiuta l’amore che dipende dai sentimenti del cuore carnale. Dice: «Sono venuto a separare l’uomo da suo padre, la figlia da sua madre, la sposa da sua suocera; e i nemici dell’uomo saranno quelli di casa sua» (Mt 10, 34-36). La Caduta ha assoggettato il cuore al dominio dell’egoismo e, attraverso l’egoismo, al dominio del principe di questo mondo. Il Vangelo libera il cuore da questa prigionia, da questa violenza, e lo pone sotto la guida del Santo Spirito. Il Santo Spirito ci insegna ad amare il prossimo in modo sacro» (Ignatii Brjanchaninov).
Venerdi 10
1 Re 19. 9Là entrò in una caverna per passarvi la notte, quand’ecco gli fu rivolta la parola del Signore: «Esci e férmati sul monte alla presenza del Signore». Ed ecco che il Signore passò. Ci fu un vento impetuoso e gagliardo da spaccare i monti e spezzare le rocce davanti al Signore, ma il Signore non era nel vento. Dopo il vento, un terremoto, ma il Signore non era nel terremoto. 12Dopo il terremoto, un fuoco, ma il Signore non era nel fuoco. Dopo il fuoco, il sussurro di una brezza leggera. 13Come l’udì, Elia si coprì il volto con il mantello, uscì e si fermò all’ingresso della caverna. Ed ecco, venne a lui una voce che gli diceva: «Che cosa fai qui, Elia?». 14Egli rispose: «Sono pieno di zelo per il Signore, Dio degli eserciti, poiché gli Israeliti hanno abbandonato la tua alleanza, hanno demolito i tuoi altari, hanno ucciso di spada i tuoi profeti. Sono rimasto solo ed essi cercano di togliermi la vita». 15Il Signore gli disse: «Su, ritorna sui tuoi passi verso il deserto di Damasco; giunto là, ungerai Cazaèl come re su Aram. 16Poi ungerai Ieu, figlio di Nimsì, come re su Israele e ungerai Eliseo, figlio di Safat, di Abel-Mecolà, come profeta al tuo posto.
Dopo la vittoria sui profeti di Baal sul monte Carmelo, Elia si aspetterebbe una conversione del popolo e della monarchia. Invece riceve una minaccia di morte da parte della regina Jezebel e fugge nel deserto, scoraggiato e impaurito.
Arriva all'Horeb (identificato spesso con il Sinai), il luogo dove Dio aveva stabilito l'alleanza con Israele tramite Mosé. È significativo che il profeta ritorni proprio lì: è come un credente che, in una crisi profonda, torna alle radici della propria fede.
Dio rivolge a Elia una domanda: «Che fai qui?». Non è una richiesta di informazioni, ma un invito a prendere coscienza del proprio stato interiore. Elia risponde lamentando il fallimento della sua missione: si sente rimasto solo e perseguitato. Appare la fragilità del profeta. La Bibbia non presenta gli uomini di Dio come eroi invincibili, ma come persone reali, capaci di paura, stanchezza e scoraggiamento.
Il significato del leggero venticello in opposizione al vento impetuoso, al terremoto e al fuoco (del Sinai) sembra indicare la soavità con cui Dio dirige il corso degli avvenimenti della storia. La liturgia sentiva predilezione per le sceneggiature rumorose e spettacolari della presenza Divina. Il popolo e le sue guide amavano questo tipo di teofania e quindi chiedevano a Dio di manifestare in modo spettacolare il suo potere. Manifestandosi attraverso un leggero venticello, Dio avrebbe voluto dire che la sua pedagogia era diversa. Guida la storia con tutta la forza di un vento impetuoso, ma che, in superficie, la sua Provvidenza si rivela con soavità, a modo di un leggero venticello. È una lezione che insegna ad Elia a incanalare il suo ardente zelo per la causa del Signore.
Questo comportamento di Dio non solo non è paralizzante, ma lo spinge a portare avanti la sua opera verso gli alvei ordinari della vita. Per questo Elia riceve l'ordine di mettere in movimento le “cause seconde”: unzione dei re di Damasco e di Israele, unzione di Eliseo, che sarà il suo successore. Dopo l'incontro, Dio non elimina immediatamente i problemi del profeta. Invece gli affida una nuova missione: ungere Hazael come re di Aram; ungere Jehu come re d'Israele; ungere Elisha come suo successore. La risposta di Dio alla crisi di Elia non è soltanto consolazione, ma anche una rinnovata chiamata. Il profeta scopre che la storia non dipende esclusivamente da lui: Dio continua a guidare il suo popolo attraverso altri strumenti e altre persone.
Mt 5. 27Avete inteso che fu detto: Non commetterai adulterio. 28Ma io vi dico: chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel proprio cuore. 29Se il tuo occhio destro ti è motivo di scandalo, cavalo e gettalo via da te: ti conviene infatti perdere una delle tue membra, piuttosto che tutto il tuo corpo venga gettato nella Geènna. 30E se la tua mano destra ti è motivo di scandalo, tagliala e gettala via da te: ti conviene infatti perdere una delle tue membra, piuttosto che tutto il tuo corpo vada a finire nella Geènna. 31Fu pure detto: “Chi ripudia la propria moglie, le dia l’atto del ripudio”. 32Ma io vi dico: chiunque ripudia la propria moglie, eccetto il caso di unione illegittima, la espone all’adulterio, e chiunque sposa una ripudiata, commette adulterio.
L’Antico Testamento non vieta né la poligamia, né il concubinato, né il divorzio e scoraggia la prostituzione. Sulla scia della tradizione della Sapienza (Pr 5 e Ml 2,15-16), Gesù impone come esclusivo il rapporto monogamico rifacendosi ai testi fondanti di Gn 1,27e 2,24.
«L’amore, acceso e nutrito dal Santo Spirito, è un fuoco. Questo fuoco estingue il fuoco dell’amore malato, corrotto dalla caduta. Chi dice che si possono avere entrambi i tipi di amore inganna se stesso. Chiunque sia naturalmente capace di amare il prossimo spinto soltanto da passionalità deve esercitare una straordinaria forza d’animo per amarlo come comanda il Vangelo. Anche l’amore naturale più ardente si trasforma facilmente in disgusto, in odio inconciliabile (2 Samuele 13,15). Un cuore sopraffatto dalla dipendenza è capace di qualsiasi ingiustizia, di qualsiasi illegalità, pur di soddisfare il suo amore morboso. L’amore naturale dona alla persona amata solo cose terrene; non pensa a quelle celesti. Questo è in inimicizia con il Cielo e con il Santo Spirito, perché lo Spirito esige la crocifissione della carne. Avviciniamoci al Vangelo, fratello mio carissimo, e guardiamoci in questo specchio! Guardandoci, spogliamoci delle vecchie vesti con cui la caduta ci ha rivestiti e indossiamo la nuova veste che Dio ha preparato per noi. La nuova veste è Cristo. “Quanto più siete stati battezzati in Cristo, tanto più vi siete rivestiti di Cristo” (Gal 3,27). La nuova veste è il Santo Spirito. “Sarete rivestiti di una potenza dall’alto” (Lc 24,49), disse il Signore a proposito di questa veste. I cristiani sono rivestiti delle proprietà di Cristo, per mezzo dell’azione del Santo Spirito. Per un cristiano questo è un indumento. “Rivestitevi del Signore Gesù Cristo e non assecondate i desideri della carne” (Rm 13,14), dice l’Apostolo» (Briancaninov).
Sabato 10
1 Re 19. Elia trovò Eliseo, figlio di Safat. Costui arava con dodici paia di buoi davanti a sé, mentre egli stesso guidava il dodicesimo. Elia, passandogli vicino, gli gettò addosso il suo mantello. 20Quello lasciò i buoi e corse dietro a Elia, dicendogli: «Andrò a baciare mio padre e mia madre, poi ti seguirò». Elia disse: «Va’ e torna, perché sai che cosa ho fatto per te». 21Allontanatosi da lui, Eliseo prese un paio di buoi e li uccise; con la legna del giogo dei buoi fece cuocere la carne e la diede al popolo, perché la mangiasse. Quindi si alzò e seguì Elia, entrando al suo servizio.
I profeti provenivano da tutti gli ambienti e gli strati sociali. Eliseo fu chiamato al ministero mentre stava arando nei suoi campi. Quasi tutte le chiamate dei Profeti sono confermate da un gesto esterno, che diviene una specie di atto sacramentale. A Eliseo, Elia pose sulle spalle il suo mantello. Il significato è chiaro: è una chiamata al ministero profetico poiché, da quel momento, Eliseo abbandonò tutto e seguì il suo maestro. Il mantello era uno dei distintivi dei profeti e sarebbe quindi una specie di simbolo della dignità profetica. Il mantello, come anche i vestiti in generale, dato il loro contatto diretto col corpo, partecipano della forza e della personalità di chi l’indossa. Eliseo è stato eletto come successore di Elia nel servizio profetico.
Il gesto di Eliseo di congedarsi dai genitori è il contrasto con le esigenze del Vangelo, perché le esigenze di Gesù erano più rigorose e radicali. È certo tuttavia che, con maggiore o minore prontezza, Eliseo abbandonò i suoi campi e la sua famiglia e si mise al servizio di Elia. Questo abbandono e questa rottura col passato sono simboleggiati dal sacrificio della sua coppia di buoi, offerto in compagnia della sua gente come atto di commiato.
Mt 5. 33Avete anche inteso che fu detto agli antichi: “Non giurerai il falso, ma adempirai verso il Signore i tuoi giuramenti”. 34Ma io vi dico: non giurate affatto, né per il cielo, perché è il trono di Dio, 35né per la terra, perché è lo sgabello dei suoi piedi, né per Gerusalemme, perché è la città del grande Re. 36Non giurare neppure per la tua testa, perché non hai il potere di rendere bianco o nero un solo capello. 37Sia invece il vostro parlare: “Sì, sì”, “No, no”; il di più viene dal Maligno.
Altri passi biblici non si mostrano contrari al giuramento. Paolo, perfino, chiama Dio a testimone della sua decisione: «Quel Dio mi è testimone che io mi ricordo sempre di voi» (Rm1,9); «Io chiamo a Dio a testimone sulla mia vita, che solo per risparmiarvi non sono più venuto a Corinto» (2 Cor 1,23). Gli esempi portati da Matteo non sono forme di giuramento usate nei Tribunali, ma usanze quotidiane. Filone riporta il costume disdicevole e costante di giudicare per ogni affare di poco conto. «Non abituare alla tua bocca al giuramento, non abituarti a nominare il nome del Santo» (Sir 23,9). In fondo il giuramento svilisce la parola, ogni parola, che il credente pronuncia sempre davanti al suo Dio. Ogni parola, per il discepolo, ha il suo senso pieno perché pronunciata davanti a Dio. Rabbi Eleazar si muoveva nella stessa direzione quando affermava: «Il No è un giuramento e il sì è u giuramento». La massima di Gesù, di una semplicità sconcertante, richiama un aspetto importante della vita di Fede: l'autenticità di ogni parola e di ogni gesto, davanti a Dio e davanti agli uomini.
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