sabato 13 giugno 2026

Settimana 11 TO

Domenica 11

Es 19. 2Levate le tende da Refidìm, giunsero al deserto del Sinai, dove si accamparono; Israele si accampò davanti al monte. 3Mosè salì verso Dio, e il Signore lo chiamò dal monte, dicendo: «Questo dirai alla casa di Giacobbe e annuncerai agli Israeliti: 4“Voi stessi avete visto ciò che io ho fatto all’Egitto e come ho sollevato voi su ali di aquile e vi ho fatto venire fino a me. 5Ora, sedarete ascolto alla mia voce e custodirete la mia alleanza, voi sarete per me una proprietà particolare tra tutti i popoli; mia infatti è tutta la terra! 6Voi sarete per me un regno di sacerdoti e una nazione santa”».

È uno dei testi più significativi dell'Antico Testamento perché annuncia l'alleanza tra Dio e Israele. Giunto nel deserto del Sinai, dopo la liberazione dall'Egitto, il popolo si accampa davanti al monte dove Dio si manifesterà per donare la Legge. È l’ora dell'incontro tra Dio e la comunità appena liberata: «Vi ho portati su ali d'aquila e vi ho fatti venire fino a me». Prima di chiedere qualcosa al popolo, Dio ricorda la sua azione salvifica: l'alleanza nasce dalla grazia, non dal merito umano. L'immagine dell'aquila esprime protezione, forza e cura.

 La condizione per il mantnimento dell’amicizia è l’obbedienza al volere del Signore come segno della fiducia in lui: «Se ascolterete la mia voce e custodirete la mia alleanza...». L'obbedienza non è schiavitù, ma è risposta alla liberazione ricevuta e continuazione del cammino di liberazione. Il popolo diventerà il «tesoro» o «proprietà particolare» di Dio tra tutte le nazioni. Questo privilegio non significa esclusione degli altri popoli, perché il versetto aggiunge: «mia è tutta la terra». Israele riceve una missione speciale all'interno di un progetto universale, sarà un «Regno di sacerdoti e nazione santa» (v. 6). Questa è la definizione più alta della vocazione d'Israele. Regno di sacerdoti: il popolo è chiamato a fare da ponte tra Dio e l'umanità, testimoniando la sua presenza. Nazione santa: "santa" significa separata per Dio, consacrata al suo servizio, non semplicemente moralmente perfetta. Nella tradizione cristiana, queste parole saranno riprese nel Nuovo Testamento, specialmente in Prima lettera di Pietro 2,9, dove la comunità dei credenti viene descritta come «stirpe eletta, sacerdozio regale, nazione santa», applicando alla Chiesa la vocazione originariamente attribuita a Israele.

Rm 5. 6 nel tempo stabilito Cristo morì per gli empi. 7Ora, a stento qualcuno è disposto a morire per un giusto; forse qualcuno oserebbe morire per una persona buona. 8Ma Dio dimostra il suo amore verso di noi nel fatto che, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi. 9A maggior ragione ora, giustificati nel suo sangue, saremo salvati dall’ira per mezzo di lui. 10Se infatti, quand’eravamo nemici, siamo stati riconciliati con Dio per mezzo della morte del Figlio suo, molto più, ora che siamo riconciliati, saremo salvati mediante la sua vita. 11Non solo, ma ci gloriamo pure in Dio, per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo, grazie al quale ora abbiamo ricevuto la riconciliazione.

Paolo offre un motivo solidissimo per garantire la veridicità della speranza. Nessuno mette a repentaglio la propria vita per soccorrere dei malvagi. Caso mai, uno si sacrifica a favore delle persone che ama e dalle quali si è sentito amato o per salvaguardare dei beni vitali. Alcuni eroi antichi si erano sacrificati per la salvezza della loro parentela e della loro città, non certo per soccorrere persone riprovevoli. Gesù, invece, muore a vantaggio di coloro che non meritavano alcun aiuto. Tra questi siamo inclusi anche noi (v.8). 

L’osservare questo fatto inaspettato, ci rende fiduciosi riguardo al giudizio che Dio pronuncerà su di noi. «A maggior ragione ora, giustificati nel suo sangue, saremo salvati dall’ira per mezzo di lui. Se infatti, quand’eravamo nemici, siamo stati riconciliati con Dio per mezzo della morte del Figlio suo, molto più, ora che siamo riconciliati, saremo salvati mediante la sua vita» (5,9-10). 

«Colui che ha risparmiato i nemici al punto di non risparmiare Suo Figlio, non proteggerà forse gli amici quando non sarà più necessario che Suo Figlio si consegni?» (CLR 9,3). Può capitare che un uomo non voglia o non possa salvare da qualche situazione, anche se lo volesse. «Ora, né l’uno né l'altro si possono dire di Dio; che Egli lo abbia voluto è chiaro poiché ha dato Suo Figlio; che potesse farlo, lo ha dimostrato giustificando i peccatori. Cosa, dunque, ci impedisce di godere delle benedizioni future? Nulla» (CLR 9,3).

Chi ha ricevuto gratuitamente il condono totale del debito accumulato, non ha più paura di incontrare il suo creditore d’un tempo. Anziché aver paura di Dio, possiamo gloriarci di lui, sentirci rassicurati per quanto ha fatto per noi: «Non solo, ma ci gloriamo pure in Dio, per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo, grazie al quale ora abbiamo ricevuto la riconciliazione» (5,11). «Ci ha salvati mentre eravamo peccatori, ci ha salvati per mezzo del suo unigenito Figlio, e non solo per mezzo di suo Figlio, ma per mezzo dello stesso sangue di suo Figlio... Nulla porta tanta gloria e ispira tanta fiducia quanto essere amati da Dio» (CLR 9,3). 

Mt 9. 36Vedendo le folle, ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite come pecore che non hanno pastore. 37Allora disse ai suoi discepoli: «La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai! 38Pregate dunque il signore della messe, perché mandi operai nella sua messe!». 10 1Chiamati a sé i suoi dodici discepoli, diede loro potere sugli spiriti impuri per scacciarli e guarire ogni malattia e ogni infermità. 2I nomi dei dodici apostoli sono: primo, Simone, chiamato Pietro, e Andrea suo fratello; Giacomo, figlio di Zebedeo, e Giovanni suo fratello; 3Filippo e Bartolomeo; Tommaso e Matteo il pubblicano; Giacomo, figlio di Alfeo, e Taddeo; 4Simone il Cananeo e Giuda l’Iscariota, colui che poi lo tradì. 5Questi sono i Dodici che Gesù inviò, ordinando loro: «Non andate fra i pagani e non entrate nelle città dei Samaritani; 6rivolgetevi piuttosto alle pecore perdute della casa d’Israele. 7Strada facendo, predicate, dicendo che il regno dei cieli è vicino. 8Guarite gli infermi, risuscitate i morti, purificate i lebbrosi, scacciate i demòni. Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date.

Matteo registra da parte di Gesù un'attività completa, totale: raggiunge tutte le città e guarisce ogni malattia. Eppure non è ancora sufficiente! Lo stesso Gesù, infatti, si guarda intorno e vede che il suo raggio d'azione, pur così esteso, non raggiunge tutti; allora chiama in causa i discepoli. L’opera di Gesù deve essere prolungata nei suoi discepoli e per questo sono mandati. I destinatari del Vangelo sono presentati nell’immagine biblica del gregge, figura del popolo di Dio. Si tratta di un gregge privo di veri pastori e quindi esposto a ogni genere di pericoli che lo possono portare alla rovina. 

Gesù sente nella sua carne le necessità di quel popolo, necessità che egli esprime con l'immagine della mietitura. Di fronte a questa necessità impellente Gesù non è uno che tenta di fare tutto da solo, ripromettendosi di lavorare di più; piuttosto, chiama i suoi discepoli perché lo aiutino. La prima reazione di Gesù di fronte alle tante necessità della gente, è un invito alla preghiera; che subito però si traduce in pratica: sceglie dodici tra i suoi discepoli e li manda perché si mettano al lavoro.

È Dio che sceglie e manda gli annunziatori della parola ed Egli resta sempre l’agente principale. Per mietere sono necessari gli operai, con urgenza indifferibile perché le messi, una volta mature, possano andare perdute. Chi vuole aiutare il popolo non può presentarsi di propria iniziativa e in nome proprio: deve essere mandato dal padrone della messe. Il riconoscimento di Dio in quanto Signore, la preghiera e l’obbedienza alla sua missione sono le condizioni dell’impegno per la gente. 

Gesù stesso invia i suoi e, in questo modo, si comporta come il comproprietario della messe. Ciò che Egli opera, si attua nel nome di Dio. È sostenuto e determinato dalla sua misericordia per la gente e deve dare ad essa guida ed assistenza. 

Questa volta agisce diversamente dal solito: non fa qualcosa lui, ma chiede ai discepoli; a tutti domanda di pregare, a qualcuno di andare e affiancarsi alla sua opera di salvezza. Gesù non è un eroe solitario, ma si circonda di una comunità che lo affianchi nella sua azione di salvezza; Matteo più di tutti gli evangelisti lo sottolinea, e così pone una base per le sue riflessioni sulla Chiesa.

Gli inviati sono uomini che Gesù ha chiamato alla sua sequela, lo accompagnano costantemente e vivono in comunione con lui. Presso di lui e per mezzo di lui, vengono preparati a loro servizio Da lui ricevono potere sugli spiriti impuri per cacciarli e guarire ogni malattia e infermità. Gli apostoli sono accreditati da Gesù alla stessa opera. Vengono ricordati per nome; tra di essi viene messo in risalto in modo particolare Pietro. Gesù non gli invia un gruppo collettivo, ma alcune persone, ciascuna con il proprio nome e volto e con la propria responsabilità. 

L'annuncio del regno però non è fatto solo di belle parole: al messaggio di salvezza si accompagnano opere concrete, che testimoniano la verità delle parole stesse. La risposta di Gesù agli inviati del Battista (11,2-6), infatti, chiarisce che azioni come guarire gli infermi, risuscitare i morti, sanare i lebbrosi e cacciare i demoni sono segni tangibili della presenza di Dio in mezzo al suo popolo. Lo ribadirà anche Gesù: «Se io scaccio i demoni per virtù dello Spirito di Dio, è certo giunto fra voi il regno di Dio» (12,28).

Leggendo questi versetti può sorgere una domanda: ma è ancora attuale l'invio di Gesù a guarire gli infermi, risuscitare i morti, scacciare i demoni? La Chiesa ha ancora questa autorità, data dal Signore ai dodici apostoli? Il libro degli Atti ci racconta di come gli apostoli (e anche altri discepoli) nei primi anni della Chiesa fossero capaci di compiere miracoli; e oggi? A partire dal discorso missionario di Matteo non possiamo rispondere in modo definitivo alla domanda; però possiamo notare che agli apostoli non viene dato il potere di fare miracoli in genere, ma di fare quei prodigi che Gesù stava compiendo e che erano segni concreti della presenza di Dio in mezzo al suo popolo. La pagina di Matteo non risponde alla nostra domanda, ma la cambia: in quale modo oggi si può rendere ancora presente Dio in mezzo ai suoi figli, a imitazione di Gesù? I miracoli non sono l'unica possibilità.

Gli apostoli devono portare a termine la stessa missione di Gesù però, al contrario dei venditori ambulanti di parole e di miracoli, i discepoli di Gesù sono caratterizzati dalla loro generosità. Hanno ricevuto gratuitamente i loro poteri e non devono usarli per sfruttare quelli che ne hanno bisogno. 

L'antico popolo di Dio era costituito da dodici tribù e il popolo rinnovato presenta le stesse caratteristiche. Limitarsi alla casa di Israele fu valido durante il Ministero del Regno di Gesù dopo la resurrezione, fu abbattuta ogni frontiera.

Lunedi 11

1 Re 21. Nabot di Izreèl possedeva una vigna che era a Izreèl, vicino al palazzo di Acab, re di Samaria. 2Acab disse a Nabot: «Cedimi la tua vigna; ne farò un orto, perché è confinante con la mia casa. Al suo posto ti darò una vigna migliore di quella, oppure, se preferisci, te la pagherò in denaro al prezzo che vale». 3Nabot rispose ad Acab: «Mi guardi il Signore dal cederti l’eredità dei miei padri». 4Acab se ne andò a casa amareggiato e sdegnato per le parole dettegli da Nabot di Izreèl, che aveva affermato: «Non ti cederò l’eredità dei miei padri!». Si coricò sul letto, voltò la faccia da un lato e non mangiò niente. 5Entrò da lui la moglie Gezabele e gli domandò: «Perché mai il tuo animo è tanto amareggiato e perché non vuoi mangiare?». 6Le rispose: «Perché ho detto a Nabot di Izreèl: “Cedimi la tua vigna per denaro, o, se preferisci, ti darò un’altra vigna” ed egli mi ha risposto: “Non cederò la mia vigna!”». 7Allora sua moglie Gezabele gli disse: «Tu eserciti così la potestà regale su Israele? Àlzati, mangia e il tuo cuore gioisca. Te la farò avere io la vigna di Nabot di Izreèl!». 8Ella scrisse lettere con il nome di Acab, le sigillò con il suo sigillo, quindi le spedì agli anziani e ai notabili della città, che abitavano vicino a Nabot. 9Nelle lettere scrisse: «Bandite un digiuno e fate sedere Nabot alla testa del popolo. 10Di fronte a lui fate sedere due uomini perversi, i quali l’accusino: “Hai maledetto Dio e il re!”. Quindi conducetelo fuori e lapidatelo ed egli muoia». 11Gli uomini della città di Nabot, gli anziani e i notabili che abitavano nella sua città, fecero come aveva ordinato loro Gezabele, ossia come era scritto nelle lettere che aveva loro spedito. 12Bandirono un digiuno e fecero sedere Nabot alla testa del popolo. 13Giunsero i due uomini perversi, che si sedettero di fronte a lui. Costoro accusarono Nabot davanti al popolo affermando: «Nabot ha maledetto Dio e il re». Lo condussero fuori della città e lo lapidarono ed egli morì. 14Quindi mandarono a dire a Gezabele: «Nabot è stato lapidato ed è morto». 15Appena Gezabele sentì che Nabot era stato lapidato ed era morto, disse ad Acab: «Su, prendi possesso della vigna di Nabot di Izreèl, il quale ha rifiutato di dartela in cambio di denaro, perché Nabot non vive più, è morto». 16Quando sentì che Nabot era morto, Acab si alzò per scendere nella vigna di Nabot di Izreèl a prenderne possesso. 

Il re Acab desidera la vigna di Nabot e propone uno scambio o un pagamento equo, ma Nabot rifiuta, non per capriccio, bensì perché la terra ricevuta dai padri è considerata un’eredità sacra. La terra appartiene a Dio e l’uomo ne è custode. Acab reagisce come un bambino frustrato e si chiude nel risentimento; è incapace di accettare un limite. Pur essendo potente, soffre perché non può avere tutto. Il desiderio diventa distruttivo quando non riconosce confini. Il peccato inizia con la brama, da cui nasce la tristezza ghe genera la violenza. “Non desiderare…”.

Per la regina Gezabele, il potere serve ad ottenere ciò che si vuole. Organizza allora un processo farsa, con falsi testimoni, e fa condannare Nabot. La corruzione non agisce quasi mai da sola: coinvolge istituzioni, funzionari e persone disposte a collaborare. Nabot parla poco, ma rappresenta il fedele che non tradisce l’alleanza nemmeno davanti al re. Come vittima innocente dell’ingiustizia, anticipa molti “giusti perseguitati” della Bibbia. 

Il potere ha un limite, non è assoluto ed è sottoposto alla legge di Dio. È un’idea rivoluzionaria per il mondo antico. Il re, in apparenza, è fuori causa ma, in realtà, è il responsabile principale. 

Il racconto della vigna di Nabot denuncia un potere diventato arbitrio. Anche se in questi versetti Dio sembra assente, il seguito del capitolo mostrerà il giudizio profetico tramite Elia, perché Dio non resta neutrale davanti all’ingiustizia. 

Mt 5. 38Avete inteso che fu detto: Occhio per occhio e dente per dente. 39Ma io vi dico di non opporvi al malvagio; anzi, se uno ti dà uno schiaffo sulla guancia destra, tu pórgigli anche l’altra, 40e a chi vuole portarti in tribunale e toglierti la tunica, tu lascia anche il mantello. 41E se uno ti costringerà ad accompagnarlo per un miglio, tu con lui fanne due. 42Da’ a chi ti chiede, e a chi desidera da te un prestito non voltare le spalle. 

La legge del taglione («occhio per occhio») non era nata per incoraggiare la vendetta, ma per limitarla, proporzionando il castigo all'offesa. Gesù però invita i suoi discepoli a fare un passo ulteriore e chiede di non lasciare che il male determini la loro risposta. Non si tratta di subire con passività o di accettare l'ingiustizia, ma di interrompere la spirale della violenza. Uno schiaffo sulla guancia destra dato con la mano destra era un gesto di umiliazione più che di aggressione fisica. Porgere anche l'altra guancia significa rifiutare di reagire con odio e, nello stesso tempo, conservare la propria dignità. Offrire anche il mantello, considerato un bene essenziale, significa una disponibilità radicale che va oltre ciò che viene richiesto. È il linguaggio paradossale tipico di Gesù, che vuole mostrare la generosità del cuore. 

I soldati romani potevano costringere un civile a trasportare un carico per un miglio. Gesù propone di percorrerne due. Anche qui il senso non è favorire l'oppressione, ma trasformare una costrizione in una scelta libera, sottraendosi alla logica del risentimento. 

L'ultima esortazione invita a un atteggiamento di apertura e fiducia. La carità cristiana non si riduce a un calcolo di ciò che si perde o si guadagna, ma nasce dalla consapevolezza di aver ricevuto tutto da Dio. 

 Il messaggio non chiede di rinunciare alla giustizia né di tollerare abusi o violenze, ma chiede piuttosto di non fare della vendetta il criterio della relazione. Il discepolo di Cristo è chiamato a vincere il male con un bene che spezza il ciclo dell'ostilità, non con altro male. È un invito alla libertà interiore: non lasciare che l'offesa ricevuta decida chi sei e come agirai. È una delle espressioni più radicali dell'amore evangelico, che raggiungerà il suo culmine nella croce di Gesù di Nazaret.

Martedi 11

1 Re 21. 17Allora la parola del Signore fu rivolta a Elia il Tisbita: 18«Su, scendi incontro ad Acab, re d’Israele, che abita a Samaria; ecco, è nella vigna di Nabot, ove è sceso a prenderne possesso. 19Poi parlerai a lui dicendo: “Così dice il Signore: Hai assassinato e ora usurpi!”. Gli dirai anche: “Così dice il Signore: Nel luogo ove lambirono il sangue di Nabot, i cani lambiranno anche il tuo sangue”». 20Acab disse a Elia: «Mi hai dunque trovato, o mio nemico?». Quello soggiunse: «Ti ho trovato, perché ti sei venduto per fare ciò che è male agli occhi del Signore. 21Ecco, io farò venire su di te una sciagura e ti spazzerò via. Sterminerò ad Acab ogni maschio, schiavo o libero in Israele. 22Renderò la tua casa come la casa di Geroboamo, figlio di Nebat, e come la casa di Baasà, figlio di Achia, perché tu mi hai irritato e hai fatto peccare Israele. 23Anche riguardo a Gezabele parla il Signore, dicendo: “I cani divoreranno Gezabele nel campo di Izreèl”. 24Quanti della famiglia di Acab moriranno in città, li divoreranno i cani; quanti moriranno in campagna, li divoreranno gli uccelli del cielo». 25In realtà nessuno si è mai venduto per fare il male agli occhi del Signore come Acab, perché sua moglie Gezabele l’aveva istigato. 26Commise molti abomini, seguendo gli idoli, come avevano fatto gli Amorrei, che il Signore aveva scacciato davanti agli Israeliti. 27Quando sentì tali parole, Acab si stracciò le vesti, indossò un sacco sul suo corpo e digiunò; si coricava con il sacco e camminava a testa bassa. 28La parola del Signore fu rivolta a Elia, il Tisbita: 29«Hai visto come Acab si è umiliato davanti a me? Poiché si è umiliato davanti a me, non farò venire la sciagura durante la sua vita; farò venire la sciagura sulla sua casa durante la vita di suo figlio». 

Elia raggiunge Acab proprio mentre prende possesso della vigna; egli pensa di aver ottenuto ciò che voleva, ma Dio lo smaschera nel momento stesso del trionfo. La domanda di Elia è durissima: «Hai assassinato e ora usurpi?» Il potere si corrompe quando dimentica la giustizia. Il giudizio annunciato è severo: la rovina della casa di Acab; la morte violenta; la condanna anche di Gezabele. Nel linguaggio profetico, immagini come “i cani leccheranno il tuo sangue” esprimono disonore totale e perdita della benedizione. Non sono semplici minacce crudeli, ma il segno che l’ingiustizia produce distruzione. Elia appare come il difensore della giustizia divina contro l’abuso del potere politico. È significativo che il profeta osi affrontare il re: nella Bibbia la parola di Dio è superiore all’autorità del sovrano. Non parla per vendetta personale ma rivela che Dio ascolta il grido dell’innocente e prende posizione contro l’oppressione. La parte finale sorprende. Acab attua gesti di penitenza autentici ed accade qualcosa di inatteso: Dio nota l’umiliazione del re e attenua il castigo. Il giudizio di Dio non esclude mai la possibilità della conversione. Persino un re colpevole può ancora umiliarsi davanti a Dio. Questo passo denuncia la corruzione del potere; mette in guardia dall’avidità; invita alla responsabilità personale e collettiva ed offre una speranza perché nessuna situazione è chiusa alla conversione se c’è un’umiliazione sincera davanti a Dio. Uno degli aspetti più rilevanti della profezia biblica è la sua lotta per la giustizia sociale. È certo che i profeti sono uomini di Dio e che la loro missione e essenzialmente religiosa. Infatti, quando denunciano ingiustizie o giudicano situazioni politiche, non lo fanno come politici né per ragioni di pura rivendicazione sociale, ma tutto vedono e giudicano dal punto di vista della Legge e dell'Alleanza. Non per questo sono meno esigenti e radicali. Lo scontro fra Elia e Acab è molto simile a quello fra Natan e Davide (2 Sam 12). Nei due casi, sono messi in risalto il coraggio e l'audacia dei Profeti che, anche di fronte al loro re, non indietreggiano. La libertà dei Profeti nel censurare la condotta dei loro sovrani è tipica del popolo di Israele. Altrove nessuno mai avrebbe usato criticare pubblicamente dei re. 

Come Davide, anche Acab ha un gesto di pentimento e, per questo, la scomparsa della sua dinastia è ritardata ma, come quella di Geroboamo e quella di Baasa, è condannata a lungo alla distruzione. È una delle differenze tra il nord e il sud. Il regno del nord cambia otto volte la dinastia, mentre in Giuda, regna sempre la dinastia davidica. 

Mt 5. 43Avete inteso che fu detto: Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico. 44Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano, 45affinché siate figli del Padre vostro che è nei cieli; egli fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti. 46Infatti, se amate quelli che vi amano, quale ricompensa ne avete? Non fanno così anche i pubblicani? 47E se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario? Non fanno così anche i pagani? 48Voi, dunque, siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste.

«Innanzitutto, guidati dal Vangelo, abbandonate l’inimicizia, il rancore, l’ira, la condanna e tutto ciò che si oppone direttamente all’amore. Il Vangelo ci comanda di pregare per i nostri nemici, di benedire coloro che ci maledicono, di fare del bene a coloro che ci odiano e di lasciare al prossimo ciò che ci ha fatto. Voi che volete seguire Cristo, cercate di mettere in pratica tutti questi comandamenti. Non basta affatto leggere con piacere gli insegnamenti del Vangelo e meravigliarsi dell’elevata moralità che contengono. Quando inizi a mettere in pratica i comandamenti del Vangelo, i dominatori del tuo cuore opporranno ostinatamente resistenza a questa osservanza. Sacrifica tutto per adempiere ai comandamenti del Vangelo. Senza tale sacrificio, non sarai in grado di adempierli. Il Signore disse ai suoi discepoli: “Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso” (Matteo 16,24). Chiedete al Signore la vittoria; chiedetela con la preghiera costante e il pianto. E l’azione della grazia entrerà inaspettatamente nel vostro cuore: improvvisamente sentirete la più dolce ebbrezza dell’amore spirituale per i vostri nemici. Guarda gli oggetti del tuo amore: ti piacciono davvero? Il tuo cuore è profondamente legato a loro? – Rinuncia a loro. Il Signore, legislatore dell’amore, vi chiede questa rinuncia, non per privarvi dell’amore e delle persone care, ma perché, avendo rigettato l’amore carnale, contaminato dalla mescolanza del peccato, diventiate capaci di accogliere l’amore spirituale, puro e santo, che è la suprema beatitudine. Chi ha sperimentato l’amore spirituale guarderà con disgusto all’amore carnale, considerandolo una brutta distorsione dell’amore» (Briancaninov). 

Mercoledi 11

2 Re 1. 1Quando il Signore stava per far salire al cielo in un turbine Elia, questi partì da Gàlgala con Eliseo. 2Elia disse a Eliseo: «Rimani qui, perché il Signore mi manda fino a Betel». Eliseo rispose: «Per la vita del Signore e per la tua stessa vita, non ti lascerò». E procedettero insieme. 7Cinquanta uomini, tra i figli dei profeti, li seguirono e si fermarono di fronte, a distanza; loro due si fermarono al Giordano. 8Elia prese il suo mantello, l’arrotolò e percosse le acque, che si divisero di qua e di là; loro due passarono sull’asciutto. 9Appena furono passati, Elia disse a Eliseo: «Domanda che cosa io debba fare per te, prima che sia portato via da te». Eliseo rispose: «Due terzi del tuo spirito siano in me». 10Egli soggiunse: «Tu pretendi una cosa difficile! Sia per te così, se mi vedrai quando sarò portato via da te; altrimenti non avverrà». 11Mentre continuavano a camminare conversando, ecco un carro di fuoco e cavalli di fuoco si interposero fra loro due. Elia salì nel turbine verso il cielo. 12Eliseo guardava e gridava: «Padre mio, padre mio, carro d’Israele e suoi destrieri!». E non lo vide più. Allora afferrò le proprie vesti e le lacerò in due pezzi. 13Quindi raccolse il mantello, che era caduto a Elia, e tornò indietro, fermandosi sulla riva del Giordano. 14Prese il mantello, che era caduto a Elia, e percosse le acque, dicendo: «Dov’è il Signore, Dio di Elia?». Quando anch’egli ebbe percosso le acque, queste si divisero di qua e di là, ed Eliseo le attraversò. 

Il capitolo descrive gli ultimi momenti della vita di Elia. Il profeta sa che sta per essere “rapito” da Dio ma Eliseo lo segue ostinatamente da un luogo all’altro, rifiutandosi di separarsi da lui. L’itinerario (Gàlgala, Betel, Gerico, Giordano) ha quasi il tono di un pellegrinaggio finale. Il passaggio del Giordano ricorda la figura di Giosuè che, sua volta, attraversò miracolosamente il fiume alla testa del popolo, al momento di entrare nella Terra promessa. Le due traversate, quella di Elia - Eliseo ma anche quella di Giosuè, ricordano il passaggio del Mar Rosso al tempo di Mosè. (Mosè/Giosuè ed Elia/Eliseo). Come Giosuè è scelto per succedere a Mosè e ricevere parte del suo sapere e del suo spirito (Nm 27.18; Dt 34,9), così Eliseo è designato a succedere ad Elia del quale eredita lo spirito profetico. 

Eliseo non chiede potere personale, ma l’eredità spirituale del maestro. Il “doppio spirito” non significa essere più grande di Elia. Il “doppio” richiama la quota ereditaria del figlio primogenito. Eliseo chiede quindi di essere riconosciuto come erede autentico del profeta. Il “spirito” qui è la forza divina che rende possibile parlare e agire in nome di Dio. Il ministero profetico non è abilità umana, ma dono.

La richiesta che fa Eliseo di due terzi dello spirito del maestro significava una pretesa di primogenitura e ciò comporta un concetto ereditario del profetismo come se si trattasse d’ereditare una corona reale. “Non chiedere nulla!” Gli risponde Elia. Infatti l'elemento specifico del profetismo è il suo carattere carismatico. Lo spirito soffia dove vuole, e Dio sceglie i suoi profeti da tutti gli ambienti e da tutti gli strati sociali, senza tener conto di privilegi o linee dinastiche. Se Dio concede a Eliseo una sensibilità è una chiaroveggenza che gli permettano di vedere quello che resta nascosto alla comune dei mortali, avrà la prova di essere stato eletto mistero profetico. Il profeta è l'uomo chiaroveggente che sa leggere i segni dei tempi, sa leggere il passato per interpretare il presente e proiettarlo verso il futuro. 

L’immagine del carro e dei cavalli di fuoco è un modo per esprimere la presenza potente di Dio. Il fatto che Elia salga “in un turbine” indica che non cade sotto il dominio della morte ordinaria ma Dio vuole prendelo con sé. Per questo Elia diventerà nella tradizione ebraica il profeta atteso alla fine dei tempi. Come nel caso di Enoch, si vuole far intendere che Elia era gradito a Dio. La fede nella resurrezione è tardiva nell'Antico Testamento, ma le morti speciali di Enoch e di Elia, come alcuni passi dei salmi, costituiscono una specie di presagio che annuncia una morte privilegiata per gli amici di Dio. 

La storia della salvezza continua: Dio non abbandona il suo popolo quando un profeta scompare. Il centro del racconto non è il prodigio spettacolare, bensì la continuità della presenza divina nella storia

Nella tradizione cristiana Elia è spesso visto come figura anticipatrice di Giovanni Battista e anche di Gesù di Nazaret. L’ascesa di Elia al cielo richiama simbolicamente il tema dell’ascensione e della vittoria sulla morte. Inoltre il rapporto Elia-Eliseo diventa modello del discepolato: il maestro scompare, ma il discepolo continua l’opera ricevuta. 

Mt 6. 1State attenti a non praticare la vostra giustizia davanti agli uomini per essere ammirati da loro, altrimenti non c’è ricompensa per voi presso il Padre vostro che è nei cieli. 2Dunque, quando fai l’elemosina, non suonare la tromba davanti a te, come fanno gli ipocriti nelle sinagoghe e nelle strade, per essere lodati dalla gente. In verità io vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. 3Invece, mentre tu fai l’elemosina, non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra, 4perché la tua elemosina resti nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà. 5E quando pregate, non siate simili agli ipocriti che, nelle sinagoghe e negli angoli delle piazze, amano pregare stando ritti, per essere visti dalla gente. In verità io vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. 6Invece, quando tu preghi, entra nella tua camera, chiudi la porta e prega il Padre tuo, che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà. 16E quando digiunate, non diventate malinconici come gli ipocriti, che assumono un’aria disfatta per far vedere agli altri che digiunano. In verità io vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. 17Invece, quando tu digiuni, profùmati la testa e làvati il volto, 18perché la gente non veda che tu digiuni, ma solo il Padre tuo, che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà. 

L’intenzione per la quale compiamo le nostre azioni possono confermare e arricchire la bontà di un’opera oppure inficiarla e guastarla. 

L’elemosina, giustamente, era tenuta in grande onore. Era invalso l’uso di annunciare nelle riunioni in sinagoga (e perfino per le strade) le elargizioni più significative. Suonare la tromba è una metafora per indicare la pubblicità data (e richiesta?) alle elemosine mentre Gesù chiede che essere rimangano segrete. 

La preghiera in sinagoga era in sintonia con i sacrifici nel tempio e quando giungeva l’ora del culto, si usava pregare in strada. Questa abitudine, di per sé encomiabile, si prestava all’ostentazione. Qualcuno era tentato a mostrare di conoscere lunghe formule a memoria. Gesù chiede di rinunciare all’ostentazione, non al culto pubblico. Nella società secolarizzata, prevale il rischio contrario ed è necessario contrastare la vergogna di mostrarsi credenti. «Il giusto [Lot], per quello che vedeva e udiva, giorno dopo giorno si tormentava a motivo delle opere malvagie» (2 Pt 2,8). «È finito il tempo trascorso nel soddisfare le passioni dei pagani. Trovano strano che voi non corriate insieme verso questo torrente di perdizione, e vi oltraggiano» (1 Pt 4,3-4).

Riguardo al digiuno, la profezia distingueva quello vero dal falso (Is 58,5-6). Esso dovrebbe esprimere nella pratica un sentimento interiore profondo, altrimenti potrebbe diventare superfluo controproducente. 

Gesù non critica le pratiche religiose della sua epoca ma condanna le finalità (o l’intenzioni) per le quali erano svolte. Usa il principio di retribuzione tanto caro agli uomini religiosi: chi compie le opere buone per gli uomini, per essere stimato ed onorato, riceve in questo onore una ricompensa. Chi, al contrario, agisce per amore di Dio, quand’anche subisse critiche o venisse osteggiato da altri, verrà ricompensato da lui. Già il fatto di vivere la carità, è una ricompensa. 

Nel nostro agire non dobbiamo cercare noi stessi sapendo, comunque, che una vita santa mostra una sua luminosità a prescindere dal nostro intento. «Mentre vi calunniano come malfattori, al vedere le vostre opere buone diano gloria a Dio nel giorno della sua visita» (1 Pt 2,12). «Quando un cristiano comincia a pensare sul serio al progresso [spirituale], subito subisce critiche» (Ag37,1599). «Le persone che abitano presso Dio, come stranieri nel mondo, ascoltino l'Apostolo: “Voi non siete nella carne, ma nello Spirito” (Rm 8,9) (Agostio). 

Giovedi 11

Sir 48 1. 1Allora sorse Elia profeta, come un fuoco; la sua parola bruciava come fiaccola. 2Egli fece venire su di loro la carestia e con zelo li ridusse a pochi. 3Per la parola del Signore chiuse il cielo e così fece scendere per tre volte il fuoco. 4Come ti rendesti glorioso, Elia, con i tuoi prodigi! E chi può vantarsi di esserti uguale? 5Tu hai fatto sorgere un defunto dalla morte e dagl’inferi, per la parola dell’Altissimo; 6tu hai fatto precipitare re nella perdizione, e uomini gloriosi dal loro letto^. 7Tu sul Sinai hai ascoltato parole di rimprovero, sull’Oreb sentenze di condanna. 8Hai unto re per la vendetta e profeti come tuoi successori. 9Tu sei stato assunto in un turbine di fuoco, su un carro di cavalli di fuoco; 10tu sei stato designato a rimproverare i tempi futuri, per placare l’ira prima che divampi, per ricondurre il cuore del padre verso il figlio e ristabilire le tribù di Giacobbe. 11Beati coloro che ti hanno visto e si sono addormentati nell’amore, perché è certo che anche noi vivremo^. 12Appena Elia fu avvolto dal turbine, Eliseo fu ripieno del suo spirito; nei suoi giorni non tremò davanti a nessun principe e nessuno riuscì a dominarlo. 13Nulla fu troppo grande per lui, e nel sepolcro il suo corpo profetizzò. 14Nella sua vita compì prodigi, e dopo la morte meravigliose furono le sue opere. 


Mt 6. 7Pregando, non sprecate parole come i pagani: essi credono di venire ascoltati a forza di parole. 8Non siate dunque come loro, perché il Padre vostro sa di quali cose avete bisogno prima ancora che gliele chiediate. 9Voi dunque pregate così: Padre nostro che sei nei cieli, sia santificato il tuo nome, 10venga il tuo regno, sia fatta la tua volontà, come in cielo così in terra. 11Dacci oggi il nostro pane quotidiano, 12e rimetti a noi i nostri debiti come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori, 13e non abbandonarci alla tentazione, ma liberaci dal male. 14Se voi infatti perdonerete agli altri le loro colpe, il Padre vostro che è nei cieli perdonerà anche a voi; 15ma se voi non perdonerete agli altri, neppure il Padre vostro perdonerà le vostre colpe.

Dio conosce le nostre necessità ed è sempre disposto ad aiutarci. Con le nostre preghiere non vogliamo informarlo né costringerlo ad agire secondo i nostri desideri. Parliamo con Lui per aprire il nostro cuore, affidargli il nostro carico ed essere sostenuti da lui. «Affida al Signore il tuo peso ed egli ti sosterrà, mai permetterà che il giusto vacilli» (Sal 56,23). «Cerca la gioia nel Signore: esaudirà i desideri del tuo cuore. Affida al Signore la tua via, confida in lui ed egli agirà: farà brillare come luce la tua giustizia, il tuo diritto come il mezzogiorno. Sta’ in silenzio davanti al Signore e spera in lui» (Sal 37,4-7). 

Pregare come Gesù, in piena sintonia con lui, diventa la divisa del cristiano. 

I. Il credente dirige il suo sguardo verso Dio, il suo Nome, il suo Regno e il suo volere. Egli chiede a Dio di manifestare se stesso in tutto il suo splendore e realizzare il suo volere santo a favore di tutti. Quando il Signore attua il suo Regno, il suo agire diventa per noi il massimo guadagno. 

II. Preghiamo per partecipare al suo Regno nel quotidiano. Chiediamo di saper lavorare senza affanno e senza cupidigia; disporci sempre al perdono e alla riconciliazione, rinunciando alla ritorsione o alla legge del taglione. Chiediamo di non pretendere di essere troppo solidi nelle vicende impegnative della vita perché il male, ci sovrasta. Soltanto con Dio, riusciamo a vincere il male con il bene. 

Venerdi 11

2 Re 11. 1Atalia, madre di Acazia, visto che era morto suo figlio, si accinse a sterminare tutta la discendenza regale. 2Ma Ioseba, figlia del re Ioram e sorella di Acazia, prese Ioas, figlio di Acazia, sottraendolo ai figli del re destinati alla morte, e lo portò assieme alla sua nutrice nella camera dei letti; lo nascose così ad Atalia ed egli non fu messo a morte. 3Rimase nascosto presso di lei nel tempio del Signore per sei anni; intanto Atalia regnava sul paese. 4Il settimo anno Ioiadà mandò a chiamare i comandanti delle centinaia dei Carii e delle guardie e li fece venire presso di sé nel tempio del Signore. Egli concluse con loro un’alleanza, facendoli giurare nel tempio del Signore; quindi mostrò loro il figlio del re. 9I comandanti delle centinaia fecero quanto aveva disposto il sacerdote Ioiadà. Ognuno prese i suoi uomini, quelli che entravano in servizio il sabato e quelli che smontavano il sabato, e andarono dal sacerdote Ioiadà. 10Il sacerdote consegnò ai comandanti di centinaia lance e scudi, già appartenenti al re Davide, che erano nel tempio del Signore. 11Le guardie, ognuno con l’arma in pugno, si disposero dall’angolo destro del tempio fino all’angolo sinistro, lungo l’altare e l’edificio, in modo da circondare il re. 12Allora Ioiadà fece uscire il figlio del re e gli consegnò il diadema e il mandato; lo proclamarono re e lo unsero. Gli astanti batterono le mani e acclamarono: «Viva il re!». 13Quando sentì il clamore delle guardie e del popolo, Atalia si presentò al popolo nel tempio del Signore. 14Guardò, ed ecco che il re stava presso la colonna secondo l’usanza, i comandanti e i trombettieri erano presso il re, mentre tutto il popolo della terra era in festa e suonava le trombe. Atalia si stracciò le vesti e gridò: «Congiura, congiura!». 15Il sacerdote Ioiadà ordinò ai comandanti delle centinaia, preposti all’esercito: «Conducetela fuori in mezzo alle file e chiunque la segue venga ucciso di spada». Il sacerdote infatti aveva detto: «Non sia uccisa nel tempio del Signore». 16Le misero addosso le mani ed essa raggiunse la reggia attraverso l’ingresso dei Cavalli e là fu uccisa. 17Ioiadà concluse un’alleanza fra il Signore, il re e il popolo, affinché fosse il popolo del Signore, e così pure fra il re e il popolo. 18Tutto il popolo della terra entrò nel tempio di Baal e lo demolì, ne fece a pezzi completamente gli altari e le immagini e ammazzò Mattàn, sacerdote di Baal, davanti agli altari. Il sacerdote Ioiadà mise sorveglianti al tempio del Signore. 20Tutto il popolo della terra era in festa e la città rimase tranquilla: Atalia era stata uccisa con la spada nella reggia. 

Figlia della fenicia Gezabele, sposa di Acab e promotrice del culto delle divinità nel regno del Nord, Atalia seguì le orme della madre e sostenne, nel regno di Giuda, una politica contro il Signore e a favore delle divinità; anzi, nell’uccisione di tutta la stirpe reale, pare che si possa scoprire la sua intenzione di detronizzare la dinastia davidica per sostituirla, qualora fosse possibile, con una fenicia. In altre parole, i due temi teologici soggiacenti a tutta la storia di Atalia sono il pericolo in cui si trovano lo yahvismo e la dinastia davidica, e la loro salvezza dovuta all'iniziativa del sommo sacerdote e del personale del tempio. I fatti sono narrati maniera più chiara dal Cronista (2 Cr 22, 9-23.31). I due temi sono l'oggetto della duplice Alleanza che viene a coronare il racconto: un'alleanza fra il Signore, il re e il popolo, è un'altra fra il re e il popolo. Il popolo giura nuovamente fedeltà al re, e così è riconfermata la dinastia davidica; e il popolo e il re giurano fedeltà al Signore. Fin dalla sua origine, la dinastia davidica aveva avuto il sostegno da parte del Signore e l'episodio di Atalia dimostra che Dio mantiene la sua parola ed è fedele. È certo che in certi momenti di emergenza, quando la fede nel Signore attraversava una grave crisi, il popolo si riuniva in assemblea per rinnovare i suoi impegni con Dio. Sono casi tipici quello che è ricordato in questo racconto e il il rinnovamento dell'Alleanza presieduto da Giosia (2 Re 23). 

Mt 6. 19Non accumulate per voi tesori sulla terra, dove tarma e ruggine consumano e dove ladri scassìnano e rubano; 20accumulate invece per voi tesori in cielo, dove né tarma né ruggine consumano e dove ladri non scassìnano e non rubano. 21Perché, dov’è il tuo tesoro, là sarà anche il tuo cuore. 22La lampada del corpo è l’occhio; perciò, se il tuo occhio è semplice, tutto il tuo corpo sarà luminoso; 23ma se il tuo occhio è cattivo, tutto il tuo corpo sarà tenebroso. Se dunque la luce che è in te è tenebra, quanto grande sarà la tenebra!

Sabato 11

2 Cr 24,17-25. 17Dopo la morte di Ioiadà, i comandanti di Giuda andarono a prostrarsi davanti al re, che allora diede loro ascolto. 18Costoro trascurarono il tempio del Signore, Dio dei loro padri, per venerare i pali sacri e gli idoli. Per questa loro colpa l’ira di Dio fu su Giuda e su Gerusalemme. 19Il Signore mandò loro profeti perché li facessero ritornare a lui. Questi testimoniavano contro di loro, ma non furono ascoltati. 20Allora lo spirito di Dio investì Zaccaria, figlio del sacerdote Ioiadà, che si alzò in mezzo al popolo e disse: «Dice Dio: “Perché trasgredite i comandi del Signore? Per questo non avete successo; poiché avete abbandonato il Signore, anch’egli vi abbandona”». 21Ma congiurarono contro di lui e per ordine del re lo lapidarono nel cortile del tempio del Signore. 22Il re Ioas non si ricordò del favore fattogli da Ioiadà, padre di Zaccaria, ma ne uccise il figlio, che morendo disse: «Il Signore veda e ne chieda conto!». 23All’inizio dell’anno successivo salì contro Ioas l’esercito degli Aramei. Essi vennero in Giuda e a Gerusalemme, sterminarono fra il popolo tutti i comandanti e inviarono l’intero bottino al re di Damasco. 24L’esercito degli Aramei era venuto con pochi uomini, ma il Signore mise nelle loro mani un grande esercito, perché essi avevano abbandonato il Signore, Dio dei loro padri. Essi fecero giustizia di Ioas. 25Quando furono partiti, lasciandolo gravemente malato, i suoi ministri ordirono una congiura contro di lui, perché aveva versato il sangue del figlio del sacerdote Ioiadà, e lo uccisero nel suo letto. Così egli morì e lo seppellirono nella Città di Davide, ma non nei sepolcri dei re. 

Ioas aveva governato in modo positivo sotto la guida del sacerdote Ioiada. Dopo la morte di Ioiada, però, il re cambia atteggiamento. Dopo la morte di Ioiada, i capi di Giuda si presentano davanti al re e lo convincono ad abbandonare il culto del Signore. Il popolo torna a pratiche idolatriche. Il cronista sottolinea che questo non è semplicemente un errore politico o culturale, ma una rottura dell'alleanza con Dio. Dio invia dei profeti per richiamare il popolo alla conversione, ma essi non vengono ascoltati. Il caso più drammatico è quello di Zaccaria, che denuncia pubblicamente l'infedeltà del re e del popolo. Egli pronuncia una frase decisiva: «Perché trasgredite i comandamenti del Signore? Non prospererete». Invece di accogliere l'ammonimento, Ioas ordina che Zaccaria venga lapidato nel cortile del Tempio. Il gesto appare particolarmente grave perché Zaccaria è figlio di Ioiada, l'uomo che aveva salvato il trono e la vita dello stesso Ioas. Il re risponde quindi all'aiuto ricevuto con ingratitudine e violenza. Le ultime parole di Zaccaria — «Il Signore veda e ne chieda conto» — assumono il valore di una richiesta di giustizia divina. Un piccolo esercito degli Aramei proveniente da Aram invade Giuda. Il cronista evidenzia il contrasto: un esercito numericamente inferiore sconfigge uno molto più grande. La spiegazione teologica è che Dio ha permesso questa sconfitta perché il popolo aveva abbandonato l'alleanza. Ioas viene gravemente ferito. Successivamente i suoi stessi servitori lo assassinano. Il testo collega esplicitamente la congiura all'uccisione del figlio di Ioiada, mostrando una corrispondenza tra il delitto commesso e la sorte del re.

La fede non può vivere solo di eredità. Ioas rimane fedele finché è sostenuto da Ioiada, ma non sviluppa una convinzione personale sufficientemente solida. L'importanza di ascoltare la correzione. I profeti sono inviati come occasione di conversione prima del giudizio. L'ingratitudine come peccato. L'uccisione di Zaccaria rappresenta anche il tradimento della memoria di Ioiada. La responsabilità dei leader. Le decisioni del re influenzano l'intero popolo, sia nel bene sia nel male. La tradizione cristiana ha spesso visto in Zaccaria una figura del giusto perseguitato. Nel Vangelo secondo Matteo (23,35), Gesù di Nazaret richiama il sangue di «Zaccaria figlio di Barachia», collegando il destino dei profeti uccisi al rifiuto della parola di Dio. In sintesi, questo passo mostra come il declino spirituale inizi con l'abbandono dell'ascolto di Dio, prosegua con il rifiuto dei suoi richiami e conduca infine a conseguenze che coinvolgono sia il singolo sia l'intera comunità.

Mt 6. 24Nessuno può servire due padroni, perché o odierà l’uno e amerà l’altro, oppure si affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro. Non potete servire Dio e la ricchezza. 25Perciò io vi dico: non preoccupatevi per la vostra vita, di quello che mangerete o berrete, né per il vostro corpo, di quello che indosserete; la vita non vale forse più del cibo e il corpo più del vestito? 26Guardate gli uccelli del cielo: non séminano e non mietono, né raccolgono nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non valete forse più di loro? 27E chi di voi, per quanto si preoccupi, può allungare anche di poco la propria vita? 28E per il vestito, perché vi preoccupate? Osservate come crescono i gigli del campo: non faticano e non filano. 29Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro. 30Ora, se Dio veste così l’erba del campo, che oggi c’è e domani si getta nel forno, non farà molto di più per voi, gente di poca fede? 31Non preoccupatevi dunque dicendo: “Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo?”. 32Di tutte queste cose vanno in cerca i pagani. Il Padre vostro celeste, infatti, sa che ne avete bisogno. 33Cercate invece, anzitutto, il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta. 34Non preoccupatevi dunque del domani, perché il domani si preoccuperà di se stesso. A ciascun giorno basta la sua pena. 



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