venerdì 15 marzo 2013

Giovanni Crisostomo LA COMPUNZIONE


A Stelechio, e sulla katànixis; seconda trattazione

1. Come è possibile che uno come me, con un'anima così fiacca e fredda, esegua la tua richiesta, o Stelechio santo uomo di Dio e dia istruzioni sulla compunzione? È necessario che chi si accinge a trattare questo sublime tema, proprio lui arda di grande zelo e divampi più di tutti; discorsi su tale argomento, li deve gettare sulle anime degli ascoltatori in modo più ardente [che se colassero da] un ferro del tutto rovente. A me tale fuoco manca; in me non c’è altro che cenere e polvere. In che modo, dimmi, in quale maniera attizzeremo questo fuoco, se non abbiamo neppure una favilla? Non abbiamo a disposizione la materia [da ardere] né un soffio ci soccorre per rianimarla, poiché la moltitudine dei peccati stende sulla mia anima una pesante cappa. Davvero non lo so; a te, che mi hai affidato tale compito, spetterebbe indicarmi in che modo possa adempierlo ed eseguirlo in modo opportuno; compirò questo servizio contando sui tuoi suggerimenti. Chiedi allora a Dio che risana i contriti di cuore, infonde coraggio ai pusillanimi e solleva da terra il povero, di accendere in noi quel fuoco che suole consumare ogni umana debolezza ed eliminare ogni sonnolenza, ogni accidia e infiacchimento della carne. La sensibilità spirituale dell’anima si protende verso il cielo, e da quella volta, indica, come da una cima remota, la vanità e la finzione di tutta la vita presente. Chi non riesce ad innalzarsi fin lassù e a contemplare come da una specola, non ha possibilità di vedere come si conviene la terra e i fatti della terra. Molte sono le cose che oscurano la vista, altrettante quelle che disturbano l'udito e inceppano la lingua; per questo è necessario sottrarsi ad ogni turbamento e ad ogni oscuramento, e ritirarsi in quella solitudine dove la tranquillità è totale, chiara l’atmosfera, dove non esiste agitazione, là dove gli occhi, sempre fissi nell'amore di Dio, non deflettono mai; dove le orecchie stanno fermamente attente ad una sola cosa, ossia all'ascolto delle divine parole e sono prese da quella soavissima e spirituale sinfonia. La sua forza conquista a tal punto l'anima, una volta che sia sta incantata, che chi è stato catturato da quella melodia non prende più cibo o bevanda con piacere. Il tumulto delle vicende umane e il peso di tante preoccupazioni corporali non sono in grado d’affievolire una tale tensione. 
Lo strepito che sale dalle tempeste terrene non raggiunge questi vertici sublimi dell'anima.
In modo simile a chi si è trasferito sulla sommità dei monti, non può sentire né vedere quanto si fa o si dice nella città, ma può avvertire soltanto un rumore indistinto e leggero, piacevole come il ronzio delle vespe. Così non sentono niente delle nostre cose quelli che, ritiratisi dalla vita del mondo, hanno dispiegato il volo verso le sublimità della sapienza spirituale. Finché l'anima si rivolge alla terra, il corpo ed i sensi corporei, la tengono avvinta con un'infinità di legami. Da ogni parte fanno avvicinare la bufera amara dei piaceri terreni. Udito, vista, tatto, olfatto e gusto fanno entrare all’interno [dell’anima] i tanti mali che si trovano all’esterno. Quando invece l'anima si fa spirituale e si occupa delle cose spirituali, chiude l'entrata ai pensieri iniqui. Non ostruisce però l'apertura ai sensi ma schiude ad essi la via verso mete più sublimi. Allo stesso modo si comporta una padrona capace di imporsi e di dominare, nel preparare un unguento raffinato prezioso e di alto costo. Avendo bisogno di tante mani per prepararlo, sveglia le sue ancelle e le fa venire a sé, ad una comanda di escludere col vaglio gli aromi ancora non preparati all'uso; ad un'altra fa esattamente esaminare con bilance e stadere se vi sia qualcosa di meno o di più del necessario, perché nulla abbia a guastare le proporzioni di tutto il preparato; ad un'altra fa mettere a cuocere quanto ha bisogno del fuoco; ad un'altra ordina di pestare quello che così com'è non va; ad un'altra fa mettere insieme e rimescolare ingredienti diversi; ad un'altra dice di star attenta col vaso di alabastro;a chi fa tenere in mano un vaso, a chi un altro. A tutte così impone di prestare l'attenzione della mente e delle mani per quel lavoro; con il suo impegno non permettendo che qualcosa vada a male; vigilante in tutto, non concedendo neanche ai loro occhi di girarsi fuori o di spalancarsi svagati. Così pure l'anima quando prepara il prezioso unguento della compunzione, richiama a sé i sensi stroncando la loro negligenza. Se veramente si ripiega su se stessa per pensare a ciò che esige l'onestà o la pietà, esercita i sensi a distaccarsi dai loro impulsi, ad impedire l’ingresso di ogni male e a custodire in modo opportuno la pacificazione che ormai ha cominciato ad avvertire. Se dei suoni colpiscono le orecchie e delle immagini gli occhi, nulla può venire [a creare turbamento], purché l'attività di ognuno di questi organi sia rivolta all'anima. Perché parlare di suoni e di immagini, quando molti di coloro che si trovano in questo stato non soltanto ciò che passa davanti alla loro vista, ma neppure si curano di ciò in cui s’imbattono poiché neppure lo avvertono. La forza dell'anima infatti è tale che diventa facile, a chi lo vuole, vivere sulla terra come se abitasse nel cielo, senza avvertire nulla di ciò che accade nella terra. 
2. Così fu san Paolo: mentre viveva ancora nella città terrena si astenne da tutti i beni presenti, quanto noi siamo soliti evitare i cadaveri. Quando infatti egli dice Per me il mondo è stato crocifisso parla di questo modo di essere insensibili e non solo, ma [parla anche] di un altro modo ancora, sicché si possono distinguere due specie di insensibilità. Non disse soltanto: Per me il mondo è stato crocifisso e basta, ma aggiunse pure: come io lo sono per il mondo, parlando quindi così chiaramente di un secondo modo. Grande sapienza, invero, è considerare morto il mondo, ma più di questa e assai più alta è comportarsi come fossimo morti nei suoi confronti. Ciò Paolo volle dire è questo: non essere estranei alle cose presenti soltanto quanto lo sono i vivi dai morti, ma quanto lo sono i morti dai morti. Chi vive, benché non senta attrazione per un morto, pure prova per esso altri sentimenti, come ammirare ancora la bellezza del defunto oppure provare compassione e piangerlo. Chi invece è morto non ha per il morto neppure tali attenzioni o sentimenti. Questo lo disse prima con le parole: Per me il mondo è stato crocifisso, e poi aggiungendo quelle altre: come io lo sono per il mondo. Vedi quanto sia estraneo al mondo? Camminando sulla terra, si volge fino alla sommità del cielo. Non confrontare [questa cima] con le vette dei monti con i loro boschi, convalli e solitudini inaccessibili, poiché tutto ciò non basta da solo ad eliminare le agitazioni dell'anima. [A questo scopo] si deve [avere]  la fiamma che il Cristo accese nell'anima di Paolo. Poi quell’uomo beato l’alimentò con la meditazione spirituale. La drizzò a tanta altezza che, pur muovendosi in basso, da questa terra, raggiunse il cielo stesso; in seguito un secondo e un terzo cielo. [Anzi] lui stesso rapito fino al terzo cielo, ma, a motivo della sua brama e del suo amore per il Cristo poté raggiungere non soltanto i tre ma tutti i cieli. Era basso di statura e da questo punto di vista non aveva niente più di noi; ma quanto alla sua disponibilità spirituale superò di gran lunga ogni altro uomo della terra. Non si sbaglia ad applicare al Santo l'immagine della fiamma. [Penso] ad una fiamma che, dopo aver invaso tutta la superficie della terra, levandosi da qualsiasi luogo, s’innalza fino alla volta celeste. Investendo persino l'aria al di sopra di essa, (l’aria o altro che sia), riempia di fuoco le parti intermedie tra i due cieli; [neppure qui] arresti il suo impeto ma, via via, raggiunga [anche] il terzo [cielo], fino a consuma tutto in un unico fuoco: [un rogo] esteso in larghezza quanto si espande l’estensione della terra ed espanso in altezza [quant’è la distanza] dal terzo [cielo] fino a noi. Con ciò credo di avere reso in minima parte quello che fu l'immensità del suo amore. Che l'espressione non sia iperbolica lo potrà verificare con certezza chi esaminerà ciò che ho scritto a Demetrio su questo stesso argomento [della compunzione]. Così bisogna amare il Cristo ed estraniarsi dai beni presenti. I profeti furono persone di tal genere e per questo ricevettero [il dono] di un’altra vista. Al loro impegno si deve il fatto che si siano resi estranei ai beni presenti, e dopo aver compiuto questo, si deve alla grazia di Dio, quale dono aggiuntivo, che si siano aperti in loro altri occhi per la contemplazione dei beni futuri. Tale fu Eliseo. Si distaccò da ogni bene del mondo, e perciò desiderò il regno dei cieli. Disprezzò tutti i beni presenti, il regno e il potere, la gloria e l'onore da parte di tutti, e vide ciò che nessun altro mai aveva veduto: un monte tutto pieno di cavalli di fuoco di carri e soldati, nascosto dallo schieramento dei soldati. Non potrebbe essere mai giudicato degno di contemplare le cose future chi si infatua delle presenti; soltanto chi che le disprezza, non considerandole più che ombra o sogno, raggiunge facilmente quelle grandi e spirituali. Del resto anche noi, riveliamo ai nostri figli [il valore] delle ricchezze che si confanno a uomini maturi, quando vediamo che sono diventati uomini e che si disinteressano dei trastulli da fanciulli; finché sono ancora presi da questi, non li giudichiamo idonei di [amministrare] quelle. L'anima che non si esercita nel disprezzo delle piccole cose del mondo, non resterà presa da quelle del cielo, e se non si entusiasmerà di queste non potrà ridere di quelle. Proprio tale verità esprimeva san Paolo dicendo che «l'uomo animale non comprende le cose dello Spirito di Dio», benché con queste parole egli si riferisse alla dottrina; ma noi possiamo a proposito applicarle ai nostri costumi e ai doni di Dio. 
3. Come ho detto, dobbiamo cercare la solitudine; non tanto dei luoghi solitari quanto piuttosto l’intento della vita solitaria, e prima di tutto cosa portare l'anima nella solitudine. Con questa santa disposizione anche il beato Davide, pur vivendo in città e amministrando un regno, assorbito da infinite preoccupazioni, si dedicò all'amore per il Cristo in modo più intenso di coloro che vivono da eremiti. Le lacrime, i gemiti e i lamenti, [profusi] di  giorno e notte [da lui], ora a stento, si potrebbero vedere verificarsi [ἐπιδεικνύμενον], se poi questo avvenisse davvero, da uno o due che hanno accolto la croce. Non dobbiamo soltanto notare i sentimenti di dolore ma osservare con attenzione anche chi era colui che li espresse. Non è proprio la stessa cosa che una persona posta in dignità, onorata da tutti e che nessuno avrebbe mai ripreso, si sia umiliata, piegata e macerata o che abbia compiuto la stessa opera un’altra persona che era priva di tutte queste prerogative. Il re vive tra tante cose che lo inducono alla dissipazione o gli impediscono il raccoglimento. I piaceri quotidiani lo portano a dissolutezza e a mollezze, il potere lo gonfia e gli fa perdere la testa. L'amore della gloria lo brucia e non di meno [lo consuma] la libidine, facendone il figlio dello strapotere e un allievo del piacere. Oltre a ciò il turbinio degli affari che da ogni parte lo sballottano tiene agitata la sua anima non meno delle suddette passioni; la compunzione non può trovare neanche un piccolo spiraglio per penetrare in lui, tanti sono gli intoppi che essa trova. Per quanto desiderato, il bene [della compunzione] può germogliare [soltanto] in [un'anima] libera da tutti quei mali. Il cittadino privato invece, stando di per sé al di fuori di tale turbinio, può più facilmente raggiungere tale meta, purché sia troppo dissipato; non lo può invece chi ha grande potere, supremazia e autorevolezza. Penso poi sia altrettanto difficile o impossibile che la voluttà stia insieme alla compunzione: sarebbe come fare stare assieme il fuoco con l'acqua, elementi contrari che si eliminano a vicenda. La compunzione genera il pianto e la temperanza, la voluttà è madre di riso e di ogni eccesso; l'una fa l'anima leggera ed alata, l'altra la rende greve e pesante più del piombo. Non ho detto di Davide quello che certamente è più importante, che cioè egli visse quando ancora non era richiesta una vita così intemerata. Noi siamo scesi in campo in tempi in cui non soltanto altre cose [sbagliate] erano state vietate, ma anche il riso smodato è riprovato con una punizione e vengono esaltati sempre il pentimento e l'afflizione. Il Santo, rimuovendo tutte quelle cose [come] impedimenti, abbracciò [la compunzione] con grande fortezza d'animo, come fosse uno fra tanti, mai considerando un sogno il regno e il lusso regale. Nella porpora, col diadema e sul trono, mostrò tanta compunzione quanta ne [rivela] chi siede nel sacco, nella cenere e nel deserto. È un bene invero che conferisce a chi veramente lo possiede la vigoria che ha il fuoco tra le spine. Anche se oppresso da innumerevoli mali, più volte legato dalle catene del peccato, consumato del tutto dal fuoco delle passioni, tormentato intensamente dal tumulto degli affari del mondo, egli da tutto viene liberato al sopraggiungere della compunzione. Essa scaccia tutto e subito dall'anima, facendo tutto allontanare quasi con il semplice schiocco della sua frusta. Come una polvere leggera non può resistere all'impeto di un vento violento, così la moltitudine delle passioni non può sostenere il dirompere della compunzione; li spazza e li dissolve non di meno che fossero polvere o fumo. Se infatti l'amore carnale rende l'anima sottomette l’anima al punto da allontanare ogni altro e da consegnarla soltanto alla tirannide della persona amata, che cosa non potrà l'amore di Cristo, unito al timore di perderlo? Questi due sentimenti pervasero l'anima del Profeta al punto che disse: «Come il cervo anela ai corsi d'acqua, così l'anima mia anela a te, o Dio »; poi: «La mia anima è per te come terra senz'acqua»; ed ancora: «A te si stringe l'anima mia»; ma altrove: «Signore non punirmi nel tuo furore e non castigarmi nel tuo sdegno». 
4. Non mi si dica che in questo salmo Davide deplora il proprio peccato; che ciò di fatto non sia vero lo suggeriscono le parole iniziali del titolo che non fanno supporre una cosa del genere. Se dal titolo posto al principio non risultasse chiaro l'argomento, si potrebbe volendo vedere nel salmo un riferimento ai suoi trascorsi; ma a chi pensasse questo ricordo che il riferimento non c'è e il tema svolto è un altro. Non confondiamo il senso delle divine parole, e non pensiamo che le nostre convinzioni siano più importanti degli insegnamenti dello Spirito Santo. Quale dunque il titolo? Sta scritto: « Sull'ottava». Che cos’è l’ottava se non quel giorno grande e splendente, che arderà come una fornace e farà tremare le potenze superne, secondo sta scritto: Le potenze dei cieli saranno sconvolte; essa mostrerà quel fuoco che precede il Re eterno che da allora regnerà. La chiamò ottava per indicare il cambiamento di situazione e il rinnovamento della vita futura. La vita presente non prevede altro che [il decorso della] settimana la quale, cominciando dal primo giorno e concludendosi nel settimo — di nuovo muovendosi in circolo in questo ordinamento — riprende lo stesso punto di partenza, per ritornare al medesimo punto finale. Non si può dire perciò che la domenica rappresenta l’ottava giornata ma piuttosto la prima. Il ciclo della settimana non si estende fino al numero otto. Quando tutto cesserà e verrà distrutto, allora l'ottavo giorno s’imporrà nel mondo. Esso non si rivolgerà più al suo inizio ma ci sarà una nuova successione. Il Profeta, per la sua grande compunzione, conservò il ricordo del giudizio, come fosse scritto in lui, ebbe il culto di quel giorno con gioia continua e interiore mentre noi ce ne ricordiamo a stento ed affliggendocene. Scrisse questo salmo mentre pensava sempre al giudizio. Che cosa disse? Signore, non punirmi nel tuo furore e non castigarmi nel tuo sdegno. Chiama furore e sdegno l'intensità della vendetta; pur sapendo che la Divinità è estranea da ogni passione e che le sue azioni non erano degne di pena o punizione ma di onore e riconoscimenti. La fede, per la quale aveva abbattuta la torre delle genti straniere e per la quale addirittura stappò alle porte della morte l’intero popolo ebreo; la benevolenza esercitata verso il persecutore, non una o due volte ma spesso, ma soprattutto l’attestazione di Dio a suo riguardo dimostrano all'evidenza la virtù dell’uomo ed anzi la perfetta condotta di vita. Le sue azioni, per quanto grandi e mirabili, potrebbero ugualmente sollevare talora qualche grave interrogativo, benché anche la perfezione delle opere da lui compiute sia ben lungi dal dover essere sospettata, considerando che Dio, ponendosi come testimone, pronuncia un verdetto che annulla ogni sospetto. Qualora infatti Dio non avesse voluto confermare con saldezza la sua virtù, non si sarebbe pronunciata dal cielo in quel modo. Che cosa Dio disse di lui: Ho trovato Davide figlio di lesse, un uomo secondo il mio cuore. Dopo un giudizio così encomiastico e dopo tante virtù, Davide tuttavia proferì le espressioni dei colpevoli che non hanno alcuna familiarità con Dio; già consapevole [dell’invito] evangelico: Quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: Siamo servi inutili. Che cosa avrebbe potuto dire quel pubblicano, colmo di innumerevoli peccati, che non osando guardare verso il cielo al cielo e rifiutando di fare un lungo discorso, neppure osò mettersi sullo stesso piano del fariseo?. Questi, in modo controproducente, diceva: Non sono come gli altri uomini, ladri ingiusti e adulteri, o come questo pubblicano. Il pubblicano neppure avvertì la durezza [di quel parlare],  ma accolse il discorso, non se ne sdegnò e per di più concepì tanta devozione per quell'insolente fanfarone da non credersi degno della terra ch'egli calpestava. Non disse una sola parola che non fosse di confessione dei suoi peccati, si batté forte il petto e supplicò Dio di voler essere misericordioso. Non fa nessuna meraviglia che si sia comportato in questo modo lui, che volente o nolente doveva stare a testa bassa per la moltitudine dei suoi peccati, ma che un giusto cui nulla rimorda la coscienza giunga a condannarsi come il pubblicano, questo è straordinario e segno autentico di un animo contrito. Che differenza c'è, infatti, tra le parole Abbi pietà di me peccatore e le altre Signore, non punirmi nel tuo furore e non castigarmi nel tuo sdegno? Anzi la seconda preghiera dice molto di più della prima. Il pubblicano non ebbe neppure l’ardire di guardare il cielo, ma il giusto fece ancora di più; Il primo disse semplicemente: Abbi pietà di me, ma Davide non osò dire neanche quello. Non disse: Non punirmi, ma anche nel tuo furore. Non solo: Non castigarmi, ma anche: nel tuo sdegno. Non chiese, quindi, di essere liberato dalla punizione, ma di sfuggire alle pene più dure. In entrambe le espressioni perciò possiamo ammirare l'umiltà dell'anima di Davide; si stimò degno di un grande castigo e non reputò giusto di domandare a Dio l’intera remissione, cosa invero che giustamente fanno quelli che sono degni della massima condanna e che siano persuasi di essere più peccatori degli altri uomini. Ma cosa più grande ancora fu quella di credere si debba attribuire solo alla misericordia e benignità divina il fatto di non ricevere l'estrema condanna dopo il peccato commesso, secondo è scritto: Pietà di me perché son venuto meno. Come poté dirlo? Come lo poteva uno che meritò la testimonianza di Colui al quale non sfuggono i giudizi di Dio e che disse: Mi son proposto i tuoi giudizi, mentre irradiava la sua luce più folgorante del sole. Questo, poi, suscita meraviglia: pur avendo compiuto grandi cose, non ha mai parlato o pensato di sé in modo orgoglioso, ma si è considerato l’ultimo di tutti ed ha ritenuto di poter ottenere salvezza soltanto per divina benignità. Per questo diceva: Sono degno di condanna inesorabile e d’essere punto con la morte, ma poiché non sono in grado in nessun modo di sopportare, domando la liberazione dai mali che ora m’affliggono. Fece come quei servi che sono responsabili di innumerevoli misfatti i quali, non potendo negare d'averli commessi e d'altra parte non riuscendo a sopportare il dolore delle frustate, supplicano che vengano loro almeno risparmiate altre battiture. Penso poi che egli qui abbia accennato ad un altro modo di venir meno. Quale? Quello che deriva dall'angoscia e dal pianto. L'eccesso del dolore, quando c’investe in modo gagliardo, di solito consuma l’energia dell'anima. Lo chiarisce il testo seguente. All'espressione, Pietà di me fa subito seguire: perché son venuto meno. Risanami o Signore perché tremano le mie ossa ed è tutta sconvolta la mia anima. Prima aveva detto: Signore, non punirmi nel tuo furore. Chi aveva coscienza d’essere integro chiede di non venire esaminato nelle sue azioni con rigorosa indagine! Che cosa faremo noi che siamo avviluppati da tanti mali, tanto distanti dal potere come lui avere fiducia, e neppure in minima parte disposti come lui a confessare? Ma donde attingeva il Santo motivo a questa confessione? Dall'avere imparato che nessuno può credersi giusto davanti a Dio e che il giusto stesso si salva a stento; perciò a volte pregò dicendo: Non chiamare in giudizio il tuo servo, altre volte disse: Abbi pietà di me, o Signore, perché sono debole. 
5. È opportuno osservare come Dio nella sua perfezione non si dimentichi delle proprie creature, e come la nostra salvezza si fondi sulla sua benevolenza. Questo è segno di un'anima contrita, questo è segno di uno spirito umiliato, questo vale come aver operato cose grandi e perfette: temere e tremare più degli peccatori. Senti come tremava e temeva Davide se ebbe a dire: Se consideri le colpe, Signore, Signore chi potrà resistere? Sapeva infatti ed aveva piena coscienza della universale responsabilità di fronte a Dio per tanti debiti contratti, e del fatto che anche i peccati più leggeri per sé meritano grave punizione; conosceva, come se se avesse osservate da un luogo elevato, già le leggi che sarebbe venuto a dare il Cristo e credeva nella grave pena che egli avrebbe minacciata non solo agli omicidi ma anche ai violenti, ai maledici e a chi acconsente sia ai cattivi pensieri che al riso smodato, sia alle parole inopportune che ai sollazzi e a cose anche di minor conto. Per questo anche Paolo, benché di nulla gli rimordesse la coscienza, diceva: Benché non abbia coscienza di colpa alcuna, per questo non sono giustificato. Perché mai? Perché anche se non aveva fatto alcun male, e così era veramente, non per questo poté credere di avere onorato Dio nella dovuta misura; poiché anche se fossimo morti un'infinità di volte e avessimo dato prova di ogni virtù, non saremmo con ciò riusciti a dare l'onore dovuto a Dio per i benefici elargitici. Considera questo: Egli non aveva bisogno di noi ed era autosufficiente in tutto. Dal non essere ci ha tratto all'essere, ci ispirò un'anima ben diversa da quella degli altri animali della terra, per noi fece il paradiso, stese la volta del cielo, consolidò la terra, accese splendidi luminari, adornò [la terra] di laghi, fonti, fiumi, fiori, piante e trapunse il cielo con un cangiante coro di astri. Creò la notte che ci è più utile del giorno per il riposo e l'energia che ci offre; col sonno non meno che coi cibi egli nutre il nostro corpo, come possiamo chiaramente constatare dal fatto che mentre non si possono passare neanche pochi giorni senza sonno se ne tollerano invece molti con la fame. [Col sonno] volle attenuare e dissolvere l'arsura immagazzinata nel giorno per via dei raggi solari e delle fatiche quotidiane, per restituirci rinnovati e rinvigoriti per il lavoro. Nella stagione invernale, con le notti più lunghe [con la misura della durata] ci offre più riposo e calore costringendoci a restare al coperto; l'oscurità è prolungata in questa stagione non in modo spontaneo o per caso ma per donare un riposo più lungo. [Dio] agi come una madre che ama molto i suoi bambini. Quando vuole soccorrere i figli spossati, li accogliendoli fra le proprie braccia, e velandone gli occhi col lembo della sua veste, li addormenta. In modo simile Dio, distendendo sulla terra un velo di tenebra, ristora gli uomini dai loro affanni. Senza quest’attenzione, rimarremmo tutti distrutti dalle attività e dalle passioni innumerevoli che ci opprimono. Mentre nella presente condizione noi anche contro voglia siamo sollevati dalle fatiche e dai condizionamenti del corpo e, non meno che del corpo, dell'anima. Che dire poi della serenità e della calma delle ore notturne, quando tutto è silenzioso e libero da frastuoni? Non si sentono più i clamori del giorno: chi geme per la povertà, chi grida per oltraggi ricevuti, chi piange per la malattia o per la mutilazione, chi per la morte dei congiunti, per perdita di denaro o per un’altra umana traversia. Le sofferenze sono innumerevoli! Liberandoci da tutte queste, come da ondate, la notte offre agli uomini il rifugio del suo porto tranquillo. Tanti beni la notte ci elargisce, ma sono ben noti a tutti anche quelli che ci offre il giorno. Che dire del fatto che Dio ci ha facilitato lo scambio? Affinché la lunghezza del viaggio non divenisse un impedimento nella comunicazione, egli adunò i mari, vie più brevi per percorrere da ogni parte la terra; sicché abitandovi come in una sola casa andassimo spesso così gli uni dagli altri, sicché potesse facilmente dare ciascuno al vicino di quel che personalmente possiede e da lui pure ricevere di quel che egli ha. Perciò essendo padroni di una piccola porzione di terra è come se la possedessimo tutta, potendo tutti godere ogni bene, come è possibile ad ogni commensale di una ricca tavola partecipare al suo vicino quanto per lui imbandito ed anche ricevere col solo stendere la mano quello che all'altro è servito. A voler parlare di tutto, il nostro discorso si farebbe indicibilmente lungo, e non arriveremmo a parlare che di una minima parte. Come potrebbe un uomo tentar di misurare l'infinita sapienza di Dio? Rifletti frattanto (τέως) sulla diversità delle piante, fruttifere e infruttifere, che crescono nei deserti o sulla terra che abitiamo, sui monti o nelle pianure. Considera la varietà dei semi, negli erbaggi, nei fiori, negli animali di terra, anfibi o natanti. Pensa che quanto vediamo è per noi, cielo terra mare e quel che in essi si trova. Al modo d’un costruttore di una splendida reggia, rifulgente d’oro e smagliante per lo scintillio delle gemme, così Dio, dopo aver creato il mondo, vi condusse l’uomo perché regnasse su tutto ciò che vi trovava. C’è ancora dell’altro che stupisce. Per costruire il tetto di una tale abitazione, non si servì di pietre ma di materiale ben diverso e più prezioso; accese delle luci non su candelabri d'oro ma disponendo sulla volta del cielo in alto sopra l'abitato dei luminari in modo che fossero non soltanto utili ma anche di molto nostro gradimento. Volle poi il pavimento come una tavola riccamente imbandita, e lo diede all'uomo che non gli aveva dato alcuna prova di bontà. In seguito alla sua mancanza di riconoscenza per il Benefattore di doni tanto grandi, lo privò dell’onore. Limitandosi a scacciarlo dal Paradiso, con questa punizione gli impedì di proseguire nella via dell'ingratitudine e ne richiamò la volontà dal peggio. L'Apostolo, mosso dallo Spirito divino, ricapitola questi ed altri benefici, le cose che fece da principio e quelle che fa ogni giorno, ciò che singolarmente concede a ciascuno e ciò che da in comune a tutti, in modo evidente. I doni segreti sono molto di più di quelli manifesti. Soprattutto i beni già elargiti nell’economia dell'Unigenito Figlio di Dio e quelli che donerà in futuro. Osservandoli tutti con semplicità, colse in ognuno di essi l’ineffabile amore di Dio e li comprese, come se si fosse sommerso in un mare profondo. Si rese conto anche di quanti e gravi peccati era stato colpevole, come di essi non aveva pagato il fio che in minima parte. Perciò parlò in quel modo. Fece un esame di coscienza scrupoloso dei peccati anche leggeri, e dimenticò le sue grandi virtù; al contrario di noi che non teniamo conto dei nostri numerosi e gravi trascorsi né li ricordiamo. Se abbiamo compiuto qualche eventuale piccolo atto di virtù, ne parliamo in lungo e in largo; non smettiamo di gloriarcene e di trarne vanto al punto da svuotare, per la vanagloria, anche quel poco. Davide, osservando questo comportamento, esclamò: Che cosa è l'uomo perché te ne ricordi? Non solo, ma condannò anche l’ingratitudine dicendo: nella prosperità l'uomo non comprende, si può paragonare con gli animali privi di senno e considerarlo simile ad essi. 
6. È proprio d’un servo riconoscente considerare come fatti a sé i benefici resi a tutti, mostrandosene compreso e premuroso come fosse debitore di tutto. Questo il comportamento di Paolo, di cui è bene tornare a fare menzione; egli disse che il Cristo era morto per lui: Questa vita nella carne, affermò, io la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me. Con questa affermazione, non intese restringere il dono del Cristo ma premurandosi d’essere come debitore di tutto, esortò ogni altro a fare lo stesso. Anche se il Cristo si fosse incarnato soltanto per uno, non solo non avrebbe invero svilito il suo dono ma lo avrebbe rivelato maggiore. Come mai? Mostra verso un’unica [persona]particolare la medesima grande premura, manifestata dal [pastore] che va in cerca di una sola pecora, mentre per la sua perdita si addolora e piange. Chi ha ricevuto in prestito del denaro e non è in grado di restituirlo, ma si trova come sommerso in un abisso di debiti, non mangia e non dorme perché divorato dalle preoccupazioni. Il giusto che si scopre debitore non di denaro ma di opere [buone], che cosa non soffrirà? Al contrario noi, per poco che abbiamo restituito, ci comportiamo come se avessimo estinto tutto il debito, anzi come se avessimo pagato molto di più; e riguardo a questa piccola restituzione, non solo non ci comportiamo con la sicurezza che converrebbe a chi è libero, ma ci domandiamo pure se non meritiamo una giusta mercede, anzi un'abbondante ricompensa. Se questo è il nostro pensiero, allora ragioniamo come schiavi o mercenari. Che cosa dici o uomo gretto e misero? Ti si propone di fare quel che piace a Dio e tu vai pensando alla ricompensa? Se il tuo agire ti avesse procurato la caduta nella Geenna, avresti dovuto uscirne  mettendo mano ad un’infinità di opere buone e con grande generosità? Ora tu invece fai quel che piace a Dio e cerchi un'altra mercede! Non hai compreso quanto sia già una cosa buona il piacere a Dio? Se lo sapessi non penseresti che vi possa essere un’altra ricompensa pari ad essa. Non sai che tale mercede aumenta, se compi ciò che devi fare senza sperare ricompensa? Non vedi come [già] gli uomini onorino soprattutto le persone che si preoccupano di ciò che vale  mentre [apprezzano] di meno quelle che pensano al guadagno? [Hanno stima] di quelli che si danno da fare [per svolgere il loro compito] piuttosto di quelli che pensano solo al riconoscimento [che otterranno]? Alcuni si comportano in un modo tanto signorile anche con i compagni di schiavitù; tu invece già beneficato in modo così generoso dal tuo Signore, conoscendo [il valore] della ricompensa che ti verrà attribuita, quando devi operare per la tua salvezza, prima di compire ciò che devi, vai contrattando la mercede. Per questo risultiamo sempre così freddi e miserabili, e non siamo ben disposti a compiere alcuna opera generosa? Da ciò deriva che non raggiungiamo né la compunzione né il minimo atteggiamento che sostenga la nostra anima. Non calcoliamo con precisione ciò che dobbiamo a Dio per i nostri peccati né valutiamo i suoi benefici, e neppure ci prefissiamo di osservare coloro che hanno agito al meglio. Per questo le opere buone le trascuriamo né compiamo il bene nella misura opportuna, e quando ci proclamiamo peccatori — e lo ripetiamo spesso — non siamo veramente sinceri. Ciò risulta chiaro dal fatto che, quando ce lo sentiamo dire da altri, in verità ci irritiamo, andiamo in bestia e lo qualifichiamo un vero e proprio insulto. Ciò che diciamo è tutta un'ipocrisia e facciamo l’opposto del pubblicano. Questi, quando l’altro gli rinfacciava un’infinità peccati, non reagì agli insulti, e raccolse il frutto del suo comportamento. Se ne tornò giustificato, al contrario del fariseo. Noi, invece, ignoriamo persino che cosa sia confessione, benché siamo pieni di mali. Non solo dobbiamo essere convinti dei peccati commessi un'infinità di volte, ma dobbiamo pure scriverli tutti, gravi e leggeri, nel cuore come in un libro e piangerli come se li avessimo commessi di recente. Così possiamo reprimere davvero la superbia dello spirito ricordando di frequente il male compiuto. Il richiamare alla memoria le colpe commesse costituisce un bene si grande che san Paolo non finiva mai di parlare delle colpe già cancellate. Col battesimo aveva infatti già lavato ogni peccato precedente e ormai viveva una vita si pura che la coscienza non lo rimproverava di nessun peccato ancora da piangere; richiamò allora quelli già cancellati dal battesimo, ora dicendo: Cristo Gesù è venuto nel mondo per salvare i peccatori, e di questi il primo sono io; ora confessando: Mi ha giudicato lui degno di fiducia chiamandomi al ministero; mentre, in precedenza, ero stato un bestemmiatore, un persecutore e un violento. Perseguitavo la Chiesa dì Dio e la devastavo, e ancora: Non son degno di essere chiamato apostolo. Di fatto, anche se ne siamo già liberi, perché assolti da quei peccati, è opportuno che noi facciamo arrossire la nostra anima e la spingiamo all'amor di Dio. Perciò quando Simone fu interrogato dal Signore quale dei due debitori avesse amato di più il benefattore, rispose: Penso sia quello a cui ha condonato di più, e si senti replicare: Hai giudicato bene. 
7. Quando ci saremo resi conto della moltitudine dei peccati commessi, allora comprenderemo la misura straordinaria della grazia di Dio, allora avremo un sentimento umile, allora manterremo un atteggiamento di vigilanza. Quanto più ci sentiremo responsabili di gravi colpe, tanto più crescerà il nostro senso di vergogna. Paolo si ricordava di quelle [colpe]. Noi invece non vogliamo ricordare neppure quelle commesse dopo il battesimo, quelle che rischiamo di ripetere e delle quali ci dobbiamo dichiarare responsabili esaminandoci a loro riguardo. Se ci capita di tornare col pensiero su qualcuna, subito pensiamo ad altro e non vogliamo rattristare la nostra anima neppure con un ricordo istantaneo. Una miriadi di mali prolificano in noi a causa di questa nociva indulgenza. Rimanendo indifferenti e indulgenti, non potremo riconoscere le colpe già commesse (come [confessarle] se neppure siamo soliti ricordarle?) e resteremo inclini a ripeterle. Se fiorirà in noi il tratto amabile di quel ricordo e se l’anima resterà turbata per la paura, allora potremo dissipare l’indifferenza e l’indulgenza. Se l’anima rimane libera da questi freni, chi potrà trattenerla dagli abissi fino a che precipiterà nel baratro della perdizione? Per questo quel giusto pensò al castigo imminente. Per questo piangeva, per questo s’affliggeva, con intensità. Per voi che siete maturi, basterà a far scaturire la compunzione il solo ricordo dei benefici divini, senza pensare alle vostre buone opere. Cercherete, con grande attenzione, se avrete commesso qualche piccola mancanza. Rivolgerete la vostra attenzione ai grandi uomini che sono molto piaciuti a Dio. In seguito penserete all’incertezza del vostro futuro, sulla possibilità di cedere al peccato in modo inaspettato. Su questo argomento anche  Paolo rifletteva e diceva: Temo che dopo aver predicato agli altri, io stesso non venga squalificato. Ed anche: chi crede di stare in piedi, guardi di non cadere. Queste cose le meditò in cuor suo anche Davide, il quale, considerando i benefici di Dio disse: Che cosa è l'uomo perché tè ne ricordi e il figlio dell'uomo perché tè ne curi? Eppure l'hai fatto di poco meno degli angeli, di gloria e di onore lo hai coronato. 
Dimentico delle sue virtù pur dopo una serie innumerevole di azioni davvero sapienti, esclamò: Chi sono io, Signore Dio, e cos'è la casa di mio padre, perché tu mi abbia amato fino a questo punto? E questo è parso ancora poca cosa ai tuoi occhi, mio Signore; tu hai parlato anche della casa del tuo servo per un lontano avvenire; ma per tè questa è la legge dell'uomo, Signore Dio! Che potrebbe dirti di più Davide? Riflettendo di continuo sulla virtù degli antenati, e confrontandosi con quelli, si considerò un nulla. Dopo aver detto: I nostri padri sperarono in te, di sé aggiunse: Ma io sono verme, non uomo. L'incertezza del futuro poi l'aveva davanti agli occhi al punto da domandare: Conserva la luce ai miei occhi, perché mai mi sorprenda il sonno di morte! Si stimava reo di tanti peccati e pregava: Perdona il mio peccato anche se grande. Per voi che siete maturi basterà questa medicina, ma noi, oltre a questi farmaci, abbiamo bisogno di [assumerne] altri ancora più incisivi e appropriati per contrastare l’orgoglio e l’arroganza. Qual’è? La moltitudine dei peccati e la coscienza sporca.  Se saremmo stati catturati da queste [convinzioni], non oseremo erigerci in alto .
Ti chiedo supplicandoti, per quella franchezza che hai acquistato verso Dio a motivo del tuo retto agire, di darci una mano di [aiutare] noi che ti chiediamo aiuto in continuazione: che possiamo pentirci in modo adeguato del nostro pesante fardello di peccati e che rimanendo in questo sentimento di dolore, imbocchiamo la strada amica che ci porta in cielo; che possiamo sfuggire all’inferno, là dove non è possibile alcuna confessione. Da quelle sofferenze che patiamo nella condizioni di vinti, nessuno ci potrà liberare. Finché siamo in questa vita, potremmo ricevere molto da voi e voi potreste esserci molto utili. Se saremmo caduti là, né amico, né fratello, né padre potrà soccorrere o offrire aiuto a chi sta scontando la condanna. In quel caso, calati in un abisso inaccessibile e tenebroso, nell’assenza totale di ogni conforto, saremmo costretti a scontare una condanna inestinguibile, divenuti esca perenne di un fuoco divoratore. 

martedì 12 marzo 2013

IL CANTO DEL SERVO DEL SIGNORE (Is 53)


52,13-53,12 La passione del servo

Ci sono molteplici possibilità di identificare il servo di Is 53 con un personaggio storico. Ma il testo è di una tale difficoltà, di una tale complessità, da scoraggiare qualsiasi tentativo in tal senso. La sola risorsa ermeneutica è tentare di decodificare la struttura del brano, perché la struttura dice già molte cose, è come decifrare il codice genetico del testo. 
Questo si divide in tre parti: un oracolo introduttivo (A: 52,13-15)
e un altro conclusivo (A': 53,11-12),
 con al centro una lamentazione collettiva (B: 53,1-10). 
Abbiamo cioè una testimonianza (o un lamento) resa da un soggetto plurale («noi») che è inquadrata da due oracoli divini, in cui si parla del «mio servo». Quindi, in questo testo, ci sono due voci: quella di Dio e quella di «noi». Entrambe parlano, evidentemente, della stessa persona, ma ne parlano in maniera molto diversa. Quella di Dio ne profetizza l'esaltazione (soltanto la voce divina lo chiama «servo») mentre quella di «noi» ne racconta le sofferenze, in maniera molto più dettagliata di quanto non faccia la voce divina. «Dio», in questo testo, dice molto meno di «noi». Si direbbe che Dio lascia a «noi» tutto il peso della testimonianza. Inoltre, nell'introduzione e nella conclusione il servo è contrastato con «molti» (molte genti, i re della terra): rabbìm ricorre cinque volte in 52,13-15 e 53,11-12. Nella parte centrale c'è un altro contrasto, ma è tra «noi» e «lui», tra il soggetto narrante e il soggetto narrato, e sono entrambi non meglio identificati. 
In altri termini, in A e A' i soggetti sono chiari: sono il servo e le moltitudini dei góyim, ossia le nazioni gentili. In B, invece, non si sa bene chi siano ne «noi», ne «lui». Ma, se A e A' formano il quadro di riferimento anche per B, dovrebbe essere logico pensare che i soggetti siano gli stessi, e quindi «lui» sia il servo e «noi» le genti. In B, come s'è detto, vi è un gruppo che racconta la passione di un individuo. Ma questo soggetto plurale non sta narrando in maniera spassionata la storia di un altro: narra in maniera estremamente partecipe una storia che lo riguarda. Al punto che questo «noi», a un certo momento, entra a far parte della storia narrata. Infatti «lui» ha portato i nostri dolori, si è caricato delle nostre iniquità. Tra «noi» e «lui» si stabilisce quindi una solidarietà fondamentale. Per questo possiamo dire che, per la comprensione di questo grande testo, vertice profetico di tutto l'Antico Testamento, è quasi più importante sapere chi siamo «noi» che non sapere chi è «lui». Detto altrimenti: noi, lettori di oggi, siamo chiamati a identificarci con il «noi» narrante: possiamo capire la vera identità del servo
solo se ci lasciamo coinvolgere interamente nella sua storia, nella sua passione. Il servo è colui che prende su di sé i nostri peccati, le nostre iniquità. Solo così noi possiamo arrivare a capire chi è.
L'oscurità di Is 53 nasce dal fatto che il testo è andato soggetto a molte interpre-tazioni ed è stato continuamente riscritto, prima di approdare alla forma attuale. Si può dire che già i traduttori greci non lo capivano più tanto bene: infatti, la Settanta di Is 53 è più una parafrasi che una traduzione. Mi fermo soltanto sui punti che consentono maggiormente di orientare la nostra interpretazione. 


52,13-15 Esaltazione del servo

Si preannuncia l'esaltazione del servo, in tre termini molto enfatici: «alto ed elevato, sarà molto innalzato» (52,13). Perché tutta questa enfasi? In realtà, i primi due termini (rum e nissà ') sono gli stessi che designano il trono divino in Is 6,1 : «Vidi yhwh seduto su un trono alto ed elevato». Quindi non si tratta -i di una esaltazione qualsiasi, ma di un insediamento del servo sul trono celeste, come il «figlio dell'uomo» di Dn 7. Ricordiamo che anche quella figura può ricevere sia un'interpretazione collettiva (il popolo dei santi), sia un'in-terpretazione individuale (il messia). Ma ciò che più sorprende, è che questa esaltazione fa seguito a una estrema umiliazione. Perciò rappresenta un motivo di stupore, di meraviglia, per le «genti» (52,14-15). Dal punto di vista storico, cioè del contesto deuteroisaiano, nulla si oppone, per adesso, a una lettura in chiave collettiva: le genti si stupiscono che il popolo d'Israele, spaventosamente umiliato durante l'esilio babilonese, ora sia sorprendentemente liberato dall'editto di Ciro, e possa far ritomo a Gerusalemme, che è considerata come il trono del Dio Altissimo.


53,1-10 Noi e Lui


Ascolto o annuncio? L'interpretazione di Is 53,1 è di grande importanza per tutto il seguito. C'è una parola rara in ebraico, dalla radice «ascoltare», che presenta una forte ambiguità. Possiamo tradurla con «ascolto» o «audizione», ma può essere sia qualcosa che uno ha udito, sia qualcosa che egli ha fatto udire, cioè un annunzio. Quindi una delle due: «Chi ha creduto a ciò che abbiamo udito?»; oppure: «Chi ha creduto a ciò che abbiamo annunziato?». Se leggiamo Is 53,1 in continuità con quanto precede in 52,15 (le genti «vedranno ciò che mai è stato loro narrato e intenderanno ciò che mai hanno ascoltato») viene abbastanza spontaneo optare per la prima alternativa, vale a dire: qui prendono la parola le nazioni pagane per confermare in prima persona che ciò che hanno udito a proposito del servo è qualcosa di incredibile, di inaudito. La prospettiva è ancora quella dello stupore circa il destino di tutto Israele, identificato con il servo che porta i peccati di tutte le genti. La Settanta, però, ha fatto propria la seconda possibilità: «Signore, chi ha creduto al nostro annunzio?». La prospettiva non è più quella dello stupore delle genti, ma quella del fallimento di una parte di Israele, il cui annunzio non è stato creduto. Qualcuno fa osservare che, psicologicamente, solo il trasmettitore di un messaggio, non il suo ricettore, si preoccupa della sua credibilità. Comunque sia, qui la prospettiva si rovescia: chi parla è una parte d'Israele e il servo, che è certamente «uno di Israele», diventa il suo messia, poiché solo il messia riscatta Israele dai suoi peccati. Questa è l'interpretazione del Nuovo Testamento (cfr. Rm 10,16). Il testo di Is 53 è aperto in due sensi, a due possibilità di lettura.

Solidarietà o sostituzione? Nei vv. 2-3 si usano delle immagini che sono evidentemente poetiche, e quindi eccessive, non da prendersi alla lettera. «Senza forma, senza avvenenza da farsi notare» (v. 2) non vuoi dire che abbia un aspetto repellente, una forma mostruosa e disumana. Ha, precisamente, la forma di un servo: cioè di qualcuno di cui nessuno si cura, che nessuno tratta con riguardo. «Disprezzato, evitato dagli uomini» (v. 3): semplicemente, nessuno gli faceva caso. Non pensavano che valesse qualcosa, non ne avevano alcuna stima. Ma a partire dal v. 4, segnalato da una forte avversativa «eppure», «invece», nella voce dei testimoni si introduce un elemento di valutazione che cambia completamente la prospettiva. Questo cambiamento di valutazione segna anche una conversione da parte dei narratori. Ritoma il verbo «pensare», «considerare» (hasab, cfr. al v. 3): «Noi lo consideravamo... un colpito da Dio», e invece non era così. Abbiamo dovuto cambiare il nostro modo di pensare. Questo cambiamento di mentalità consiste nel riconoscere che «lui» ha portato le nostre malattie, ha sopportato i nostri dolori. E questo che cosa significa? Che ha condiviso le nostre sofferenze o che le ha portate da solo, al posto nostro? Questo è forse il problema teologico più importante che pone l'interpretazione di questo capitolo isaiano. Su questo, la lettura cristiana e quella ebraica si diversificano molto. Perché, da un punto di vista cristiano, sono ammissibili entrambe le prospettive: sia la solidarietà che la sostituzione; mentre per l'ebraismo la morte dell'innocente al posto dei peccatori è un'idea inaccettabile e considerata poco biblica. Comunque sia, se si parla di «nostri» dolori, di «nostre» malattie, è diffìcile pensare che «noi» non li abbiamo provati, non li conosciamo: vuoi dire che la partecipazione alle stesse sofferenze è l'idea più importante del testo. Ma se l'idea di fondo è quella di una comunione tra «noi» colpevoli e «lui» innocente nelle stesse sofferenze, diventa anche più facile che sia «noi» sia «lui» appartengano allo stesso gruppo, cioè che anche il «noi» narrante sia una voce ebraica. È più diffìcile, o per lo meno meno immediato, pensare a una comunione di sofferenze tra Israele e le nazioni. Al v. 5 la versione CEI traduce: «Egli è stato trafitto per le nostre colpe, schiacciato per le nostre iniquità». Ma si deve osservare che la preposizione ebraica non è «per», ma «da» (min): «trafitto dalle nostre colpe, schiacciato dalle nostre iniquità». Vi è una certa differenza: «per noi» denota un'idea sostitutiva («al posto nostro»), mentre «da» esprime un'idea di causalità: «a causa dei nostri peccati». Quindi, anche qui, si tratta più di solidarietà che di sostituzione. Lui è innocente e noi colpevoli, eppure è stato castigato come noi. Anche dopo, quando si dice: «II castigo della nostra pace è su di lui, nella sua ferita si opera la nostra guarigione», non è da intendere:
a lui il castigo e a noi la pace; a lui la piaga e a noi la guarigione. Anzi, la nostra guarigione non può avvenire senza una adeguata partecipazione alle sofferenze del servo. E qui c'è un collegamento da fare con Is 6,10, il famoso testo dell'in-durimento d'Israele, che fa della guarigione una conseguenza della conversione («si converta» e «guarisca»). Ciò che impedisce la nostra guarigione è proprio
la mancanza di conversione. Ovvero: ciò che la passione del servo fa scattare è proprio la nostra conversione. Benché sia un uomo provato, abituato a soffrire, il servo non è il solo uomo sofferente. Ogni uomo ha le sue piaghe. Ma la passione dell'innocente che si carica delle nostre sofferenze, o che soffre a causa dei nostri peccati, è il luogo della nostra conversione, e quindi della nostra guarigione. Per questo possiamo dire che siamo guariti dalle sue piaghe.
L 'Agnello-Pastore. A un certo punto (v. 6), la voce «noi», che racconta, irrompe entrando a far parte della narrazione: «noi tutti erravamo come un gregge». Questo lascia intendere che il servo è stato il nostro pastore, colui che ci ha radunati, e anche questo si adatta meglio a una interpretazione messianica, individuale, o per lo meno questa è l'interpretazione del Nuovo Testamento, come suggerisce IPt 2,25, che è forse la più completa rilettura neotestamentaria di Is 53. Analogamente, l'immagine dell'agnello mansueto, della pecora muta, che in Ger 11,19 indicava l'inconsapevolezza, al v. 7 sta a dire la volontaria sottomissione. «Non apriva la bocca», ripetuto per due volte, indica una scelta volontaria e consapevole (come Gesù di fronte al Sommo sacerdote). «Si lasciò opprimere»: è questa obbedienza a trasformare le sofferenze patite, a fare di esse una benedizione anche per gli altri.
Morte di un singolo o esilio di un popolo? I vv. 8 e 9 sarebbero forse i più importanti per delineare l'origine e la portata storica di Is 53, di chi veramente si parli, ma dobbiamo restare nell'incertezza perché il testo è molto corrotto, probabilmente in maniera irrimediabile. Secondo la lettura adottata in 8a («dopo arresto e giudizio fu condotto via»), il testo sopporta una interpretazione tanto collettiva quanto individuale. La stessa cosa si può dire di «fu reciso dalla terra dei viventi» (v. 8b): si tratta di un individuo che è stato ucciso, o di tutto il popolo che è stato esiliato fuori della terra d'Israele? L'incertezza, in sede testuale, permane. Anche l'ultima frase del versetto si potrebbe ricostruire (con la Settanta e Qumran):
«Per il peccato del suo popolo fu colpito a morte», ma il Testo Masoretico non consente questa lettura. La stessa «sepoltura con il ricco» è un'espressione che lascia piuttosto perplessi, e non se ne capisce la ragione se non nella passione secondo Matteo (cfr. Mt 27,57-60).
Espiazione. Quindi (v. 10), la voce che narra la passione del servo toma a esprimere una valutazione su di essa dal punto di vista di Dio: «yhwh ha voluto prostrarlo», cioè ha gradito le sue sofferenze. Segue una frase importantissima, dal punto di vista della valutazione di queste sofferenze, ma purtroppo grammaticalmente molto oscura, molto ambigua. In ogni caso, vanno notate almeno due cose: prima di tutto il condizionale ( 'im, «se»), che sottolinea ancora una volta la volontarietà del sacrificio che il servo fa di se stesso. Non è obbligato, potrebbe anche non sacrificarsi. Forse questo testo è aperto profeticamente a un compimento futuro. In secondo luogo, il termine 'asàm, che denota, inequivocabilmente, un sacrificio espiatorio o di riparazione. Vuoi dire che il servo offre la sua vita in sacrificio per gli altri, così come, al v. 12, si dirà che «ha versato la vita fino a morire».
Qui direi che è impossibile sottrarsi ali'idea di una morte espiatrice o «al posto» degli altri, secondo la testimonianza concorde di tutto il Nuovo Testamento. Di questo, vorrei attirare l'attenzione su un solo passo (Gv 12,37-40), in cui si cita Is 53,1 secóndo la Settanta («chi ha creduto al nostro annuncio?») combinato con Is 6 (il tema dell'indurimento d'Israele). Quindi l'evangelista conclude: «Questo Isaia disse, perché vide la sua gloria e parlò di lui» (Gv 12,41). Per Giovanni non ci sono tré Isaia, ce n'è uno solo. Colui che ha visto la gloria di Dio (al e. 6) è lo stesso che ha parlato di «Lui» (al e. 53). Isaia ha visto la gloria del messia proprio parlando del servo del Signore: ha profetizzato la gloria della croce!


53,11-12 Resurrezione










La terza parte dell'oracolo isaiano (A') ci ripresenta le cose come in principio (A): come un oracolo divino riguardante il servo e indirizzato ai «molti» che sono le genti straniere. In un certo senso, si ribadisce la prospettiva ermeneutica iniziale, che favorisce un'interpretazione collettiva del servo-Israele in mezzo alle nazioni. Ma abbiamo visto che, nel quadro di questa prospettiva più ampia, Is 53 ne rende possibile anche un'altra, nella dialettica tra un «noi» e un «lui» più strettamente solidali. Comunque, due sono gli spunti principali di questa conclusione: la resurrezione (rinascita) del servo, resa più esplicita a Qumran e nella Settanta («vedrà la luce») e la giustificazione degli empi da parte dell'unico giusto, attraverso il suo sacrificio e la sua intercessione.

Alberto Mello (Comunità di Bose)

lunedì 4 marzo 2013

Basilio e Gregorio di Nissa


Discorso commemorativo di Gregorio di Nissa 
in onore del fratello San Basilio



Dio ha stabilito un buon ordinamento a queste nostre feste annuali; le abbiamo appena celebrate in questi giorni, seguendo un ordine stabilito, e ancora le celebreremo in futuro. Il nostro ordinamento, stabilendo la ricorrenza delle festività religiose, segue il suggerimento del grande Paolo che, nel proporlo, fu ispirato dall'alto. Egli afferma: «In primo luogo  Dio ha stabilito che si pongano gli apostoli e i profeti, dopo di loro i pastori e i maestri» (Cf 1 Cor 12,28). La ricorrenza regolata delle festività annuali obbedisce, quindi, ad una disposizione stabilita dagli apostoli. Tuttavia la prima festività che celebriamo non ha lo stesso valore delle altre. La grazia [che ci viene offerta] dalla manifestazione del Figlio Unigenito, fatta conoscere al mondo mediante la nascita dalla Vergine, non è una festa come le altre, ma è quella santa fra le sante, la celebrazione fra le celebrazioni. Noi celebriamo le altre come derivanti da quella. Gli apostoli e i profeti sono i primi che aprono questo coro spirituale. I primi e i secondi furono ripieni di questi due carismi, quello apostolico e quello profetico. Tra questi troviamo: Stefano, Pietro, Giacomo, Giovanni, Paolo. In seguito, dopo costoro, rispettando il suo suggerimento, avanza il pastore e il maestro della festa che stiamo vivendo. Chi è costui? Devo rivelarne il nome oppure è sufficiente che alluda ai suoi doni di grazia per indicarlo? Hai sentito parlare di un maestro e di un pastore che viene dopo gli apostoli, hai avuto notizie sicuramente del pastore e del maestro che è secondo soltanto dopo gli apostoli. Parlo proprio di lui, del vaso d'elezione, di Basilio, uomo elevato nello stile di vita e nella parola, gradito a Dio già dalla nascita, una persona che, a motivo della sua maturità, era anziano già dalla giovinezza. Fu istruito con profondità nella sapienza dei pagani, come Mosé (At 7,22), ma dalla fanciullezza ha conosciuto anche le Sacre Scritture. Queste lo hanno nutrito, fatto crescere e lo hanno colmato di forza. Per questo fu in grado di istruire ogni uomo in ogni disciplina, divina e profana. Fu come un eroe eccellente in due culture. Addestrato con l'apprendimento di ogni disciplina per poter opporsi agli avversari, superò gli altri lottatori usando entrambe le due culture. Fu il migliore in ogni circostanza, sia nei confronti di quelli che credevano di poter opporsi alla verità (mi riferisco a coloro che, provenendo da gruppi ereticali, aggredivano le Scritture stravolgendo il loro significato), sia nei confronti dei pagani greci che egli riusciva a confutare servendosi dei concetti da loro elaborati. La sua vittoria contro gli avversari, però, non era fine dei vinti ma la loro risurrezione. Gli uomini che si arrendono alla verità sono dei vincitori, poiché trionfano sull'inganno e la menzogna. 
Anche noi ora abbiamo questo personaggio che costituisce l'oggetto della festa attuale, il genuino profeta dello Spirito, il valoroso soldato di Cristo, il banditore del messaggio di salvezza dalla voce possente, il lottatore e il sostenitore della libertà di Cristo. Nello scorrere dei secoli, soltanto lui viene considerato il secondo dopo gli apostoli. Se Basilio fosse vissuto al tempo di Paolo, sarebbe comparso sicuramente nei suoi scritti, come è avvenuto per Silvano e Timoteo. Non pensate che stia formulando congetture infondate, perché in seguito ne fornirò la prove. Espongo come procedono i santi lungo la storia. I diversi periodi storici, nel passato e nel futuro, per quanto riguarda il bene o il male, non presentano differenze notevoli, perché un momento storico, di per sé, non è né buono né cattivo. Il bene sta nelle nostre scelte volontarie e non è determinato dalle circostanze storiche in cui viviamo. 
Confrontiamo piuttosto, la fede dell'uno, [Paolo], con la fede dell'altro, [Basilio],  la parola dell'uno con la parola dell'altro. Chi confronterà tra loro in modo onesto le opere meravigliose compiute da entrambi santo scoprirà che in loro lo Spirito Santo ha infuso la stessa grazia, secondo la disponibilità della loro fede. Se Paolo precede nel tempo e molte generazioni dopo appare Basilio, riconoscerai [in questo avvicendarsi] l'azione del disegno provvidenziale di Dio verso gli uomini, senza sospettare invece che vi sia stata una diminuzione della grazia. Mosé venne molto tempo dopo di Abramo, Samuele di Mosé, ed Elia di Samuele. Molto dopo dopo di Elia venne il grande Giovanni e dopo Giovanni, Paolo. Infine è venuto Basilio. Nel corso del tempo, nessuno è venuto come secondo dopo l'altro; il tempo non erode la santità che è in relazione con la gloria di Dio.  
Anche oggi, quando parliamo della vita retta, non accampiamo discorsi pretestuosi sul degrado dei tempi. Anzi  il tempo, come ho detto, non fa altro che mostrare i segni della preveggenza di Dio verso gli uomini. Egli che conosce ogni essere prima ancora che venga all'esistenza, come ha detto il profeta (Dn 13,42), conoscendo la malizia del diavolo che si estende per tutte le generazioni umane, prepara la medicina per ogni morbo, specifica e adattata per ogni epoca, affinché non accada che una malattia contratta dagli uomini rimanga priva di cura. Non accadrà che [la sua malvagità] domini sugli uomini perché è venuta a manca loro una cura adeguata. Ecco perché, quando aveva preso il dominio la cultura dei Caldei, i quali consideravano come causa degli essere certi movimenti degli astri, mentre non pensavano che la potenza ordinatrice degli enti stesse al di sopra delle cose visibili, allora mostrò Abramo, il quale, servendosi della loro scienza come di una scala, cercò Colui che può essere conosciuto attraverso le cose visibili. Divenne una via di fede in Colui che è realmente l'unico Dio, agli uomini che sarebbero venuti dopo di lui, facendosi egli stesso una guida in quella strada; lo fece, rinnegando l'errore ereditato dai padri e [vincendo] la sottomissione degli organi sensoriali nei confronti delle realtà create. 
In seguito fece sorgere Mosé il quale ridusse al nulla la falsa cultura egiziana, servendosi d'una sapienza superiore. Mise al vaglio, infatti, la cultura demoniaca e magica dell'Egitto che era stata elaborata per suggerimento del diavolo - ne sono convinto - il quale aveva fatta sprofondare quel popolo in falsità di vario genere. Chi ha studiato la Scrittura, conosce bene quel racconto. Saprà come mentre i maghi contrapponevano ai segni divine le loro falsità, Mosé li vinse in potenza; grazie al soccorso che gli giunse dall'alto, ridusse al nulla la forza degli egiziani. Potrai riconoscere questo evento utilizzando gli altri racconti e ciò che operò con il segno del bastone. 
Tempo dopo, quando gli israeliti si trovarono senza un capo e vivevano senza regola, nello sconvolgimento delle lotte intestine, apparve Samuele che riuscì a farsi ascoltare dal popolo. Pose fine al dissidio tra le varie tribù. In seguito, riuscì, componendo le lotte intestine a dare forma ad un governo monarchico; riunì attorno a sé le varie tribù e diede inizio al potere dei re. 
Dopo questi avvenimenti, quando si era succedute diverse generazioni, Acab, schiavo di una donna, si allontanò dai costumi dei padri. Asservito ad una femmina lussuriosa, si diede alla vanità del culto idolatrico per istigazione di quella, coinvolgendo il popolo d'Israele. Dio, allora, indicò Elia come antidoto, il quale aveva la forza terapeutica per contrastare la gravità della malattia che aveva colpito gli uomini. Quest'uomo non si curava affatto della prestanza fisica, aveva un volto inaridito, ricoperto dall'ombra di una folta chioma, originale nello stile di vita; era venerabile al vedersi per la severità dell'aspetto e per lo sguardo accigliato. Si copriva il corpo con una pelle di capra, coprendo solo quella membra che era opportuno ricoprire mentre il resto del corpo era sopportava i disagi della nudità e non considerava troppo gravoso esporsi al caldo torrido o al gelo. Elia si mostrò al popolo per riportare Israele alla saggezza punendolo con la carestia affinché il popolo abbandonasse la sua vita disordinata con la sferza di questa punizione. Dopo questi fatti, facendo scendere dal cielo  un fuoco che consumò il sacrificio, poté contrastare il malanno dell'idolatria. 
Dopo questo personaggio, quando un altro periodo storico era giunto al compimento, appare un secondo Elia, dotato del suo spirito e del suo vigore: Giovanni Battista. Questi, generato da Zaccaria ed Elisabetta, radunò tutto il popolo nel deserto con un appello [penitenziale]. Il popolo intero, infatti, era coinvolto nel crimine dell'uccisione dei profeti, in moltissimi altri misfatti e peccati. Lo liberò da tutte queste colpe, con una predicazione di penitenza e le deterse nell'acqua scorrente del Giordano. Non fu in nulla inferiore nella virtù agli uomini di Dio che erano apparsi in precedenza. 
Si può pensare che Paolo, venendo al modo dopo del Battista, sia stato inferiore a lui visto che Egli cercò in tutti i modi di correre e di progredire verso la perfezione indicatagli da Dio? Non s'innamorò subito della bellezza divina, che era rifulsa davanti al suo sguardo, mentre gli cadevano delle scaglie dagli occhi, simbolo del velo che aveva coperto il suo cuore? Questo velo steso sopra gli occhi dei giudei, impediva a loro di vedere la verità. Quando, nel bagno sacramentale si purificò dalla sporcizia dell'ignoranza e dell'errore, subito cominciò ad essere un'altra persona, più consona a Dio. Si spogliò della pesantezza della carne che l'avvolgeva, ed allora poté essere ammesso nei segreti celesti. Il trovarsi ancora nel corpo non gli fu d'impedimento per poter entrare nel giardino paradisiaco di Dio. Là fu iniziato ai misteri ineffabili della verità; ricevuto il dono di una predicazione efficace, sottomise all'obbedienza della fede tutti i popoli. Per questo motivo divenne il padre di quasi tutti gli uomini del mondo. Sopportando i travagli del parto, diede alla luce  tutti coloro che, per mezzo di lui, erano trasformati in Cristo per vivere nella vera religiosità. 
Abbiamo visto riguardo ad alcuni santi che lo trascorrere del tempo non ha causato una diminuzione nel loro progresso nella comunione con Dio poiché la grazia aiutava ognuno di loro a raggiungere la perfezione. Non è strano allora se osiamo dichiarare che l'uomo di Dio apparso nella nostra generazione, ossia Basilio, il vaso della verità, appartenga al numero dei santi illustri. Nello scorrere del tempo,  né il suo grande desiderio di Dio, né la grazia divina sono diminuiti affinché potesse ottenere la perfezione dell'anima. Il disegno della provvidenza divina non venne meno e neppure il logoramento del tempo attenuò la sua collaborazione affinché si attuasse il piano di Dio. Nessuno ormai ignora il motivo per il quale nel nostro tempo ci è stato donato questo maestro. 
L'annuncio del Vangelo aveva risanato la pazzia degli uomini che li aveva indotti all'idolatria. I culti vani erano ormai in rovina ed erano stati annientati. Il mondo, quasi nella sua totalità, era ormai pervaso dall'annuncio della vera religione. Il Nome di Cristo aveva cacciato ovunque il diavolo che aveva imposto il dominio della menzogna. Il creatore del male, tuttavia, sempre intento a dar vita ad opere di malizia, non smise di tramare, per far in modo che l'umanità rimanesse ancora sotto il suo dominio. Allora, sotto le apparenze di pietà cristiana, in modo nascosto, riportò l'idolatria; persuase gli uomini che si fidarono di lui ad accogliere i suoi raggiri, affinché non lasciassero di venerare la creatura, anzi l'adorassero e venerassero. Volle che considerassero una creatura Dio stesso, Colui che era chiamato Figlio di Dio. Se la creatura proviene dal non essere, se essa, nella sua natura, è totalmente diversa dall'essenza divina, nessuno deve venerarla ma se il nome di Cristo viene imposto ad una creatura, allora questa merita adorazione, venerazione, in questa è possibile porre speranza di salvezza e da essa aspettarsi il giudizio. Il diavolo, l'apostata per eccellenza, decise di andare all'assalto e di trasmettere negli uomini disposti ad accoglierla, tutta la sua malizia. Mi riferisco ad Ario, ad Aezio, Eunomio, Eudossio e a tutti gli altri, in gran numero per mezzo dei quali, come ho detto, riportò nel mondo cristiano l'idolatria che si era già dissolta. Volle che la malattia dominasse gli uomini ed essi adorassero la creatura al posto del Creatore, pensò di rafforzare l'errore con la collaborazione dei sovrani del tempo e facendo in modo che tutte le autorità preposte favorissero la diffusione di questo morbo. Mentre quasi tutti gli uomini stavano dalla parte del potere, Dio suscitò il grande Basilio, come aveva suscitato Elia al tempo di Acab. Mentre i sacerdoti accettavano questa grave caduta, fece di nuovo risplendere l'annuncio della fede, mediante la grazia che abitava in lui; apparve come una lucerna che prima era stata messa da parte. Fu per la Chiesa come un fuoco che appare di notte ai marinai che vagano smarriti in mezzo al mare. Riportò tutti sulla strada retta; lottò contro i capi; partecipò ad imprese di guerra; parlò con audacia ai sovrani; alzò la voce nella chiese; a somiglianza di Paolo, mediante delle lettere, chiamò, coloro che si erano allontanati; evitò le prese degli antagonisti, poiché non dava alcun pretesto sul quale gli avversari potevano fare presa. Era più forte di coloro che avevano confiscato i suoi beni, poiché egli liberamente aveva dato tutto se stesso alla speranza del Regno. Era libero dalla paura dell'esilio, poiché riteneva che la vera patria degli uomini fosse il paradiso e considerava il mondo intero come una terra d'esilio per tutti gli uomini. Chi muore ogni giorno e, spontaneamente si annulla nella mortificazione, come poteva temere la morte che gli veniva minacciata dai nemici? Considerava una sventura non poter imitare di frequente le lotte dei martiri a favore della verità, visto che tutti gli uomini devono morire. Egli, una volta, ad uno dei magistrati che lo minacciava in modo orribile di strappargli il fegato dal corpo, prendendosi beffa della crudele minaccia, rispose con un sorriso sardonico: Ti ringrazierò per questa decisione. Il fegato, premendo sulle viscere, mi provoca un grande disturbo. Se me lo togli, come hai minacciato, liberi il mio corpo da un fastidio. 
Il fatto che sia vissuto dopo gli altri santi, ha oscurato lo splendore divino, al punto che il ricordo di lui non abbia lo stesso valore delle feste degli altri santi? Come si può dire una cosa del genere? Osserva con attenzione, se ti sembra di doverlo fare, la vita di costui e paragonala con quella di uno dei santi che lo hanno preceduto. Paolo ha amato Dio; l'amore è l'elemento fondamentale della rettitudine. Parlo dell'amore dal quale proviene la fede, la speranza, l'attesa che si rafforza nella pazienza, la costanza nel bene. L'amore è il culmine di ogni dono spirituale. Osserva: con quale misura Paolo ha amato Dio? Dirai che lo ha fatto in modo totale. Infatti amò Dio con tutto il cuore, con tutta l'anima e con tutta la mente. La Legge ha posto in questa totalità il massimo della misura dell'amore per Dio. Chi dona a Dio tutto il cuore, tutta l'anima e tutta la mente, e non si attacca con forza a nessun interesse della vita, raggiunge la vetta più alta della carità. Se qualcuno può dimostrare che la vita del nostro maestro era rivolta agli interessi mondani, come la ricchezza, la vanagloria, la bramosia - che facessero presa su di lui i piaceri più abietti, non è neanche il caso di pensarlo -, o possa scoprire che era interessato a cose del genere, allora necessariamente afferma contro di lui che la sua misura d'amore per Dio era molto debole, poiché la sua forza d'amore non era indirizzata a Dio ma ai beni della terra. Invece, se risulta che Egli respingeva ed avversava tutto questo, poiché già da giovane aveva eliminato dalla sua vita ogni propensione passionale, e se è certo che in secondo momento aveva anche santificato la vita vissuta in comune con il suo insegnamento e il suo esempio, allora è chiaro che egli possedeva in se stesso una misura d'amore per Dio così grande che un uomo non potrebbe averne di più. 
Se, come abbiamo appreso, il massimo dell'amore completo sta nel dedicarsi a Dio con tutto il cuore, poiché Paolo e Basilio hanno amato Dio consacrandosi a lui con tutto se stessi, non è improprio affermare, senza proferire alcuna falsità, che entrambi hanno raggiunto una stessa misura d'amore. L'apostolo afferma che l'amore è il più grande di tutti i beni e questo insegnamento è in sintonia con il Vangelo. L'apostolo ha dichiarato che esso è più apprezzabile della profezia e della scienza, che è più solido della fede, più tenace della speranza e che perdura nell'eternità, ed allora non ha senso premurarsi di raggiungere il bene senza di esso. Il Signore facendo dipendere tutta la legge e tutti i misteri della profezia da questo carisma, attesta anch'egli che l'amore ha il primato su tutto. Se il grande Paolo ha goduto interamente del dono più elevato, capace di accogliere tutti gli altri, è chiaro che poteva usufruire anche di tutti gli altri, dei quali l'amore è causa poiché da esso sono generati. Come chi partecipa alla nostra umanità, possiede tutte le sue caratteristiche, così chi ha realizzato in se stesso l'amore perfetto, riceve con esso, tutte le forme di bene, assieme al prototipo di tutti i beni. Se la fede è principio di salvezza e se siamo salvati dalla speranza, se riceviamo la grazia per mezzo della sopportazione paziente, l'amore tutto crede, tutto spera, tutto sopporta, come dichiara l'Apostolo. Tutte le altre qualità, che non conviene ora elencare, germogliano perché affondano le radici nell'amore. Questo vale per qualsiasi virtù. Chi possiede l'amore non ha bisogno di niente altro. 
Basilio era colmo d'amore e quindi non mancava di nessun'altra qualità. Se le possedeva tutte, non era inferiore a nessuno. Qualcuno obietterà: Paolo però sperimentò il terzo cielo, fu rapito in paradiso, udì parole ineffabili, che nessun uomo può pronunciare. Egli non spiegò con chiarezza se questo dono così grande lo ricevette mentre era nel corpo e non risolve questo dubbio quando dichiara: Se ero nel corpo o fuori del corpo, non lo so; soltanto Dio lo sa (2 Cor 12,2). Riguardo a questo evento, qualcuno potrebbe spingersi a dichiarare che mentre si trovava nel corpo non vide nulla, poiché è possibile che ciò avvenga soltanto alla contemplazione spirituale ed incorporea. Lo testimoniano le sue stesse parole, sia quelle pronunciate, sia quelle scritte. Egli, a partire da Gerusalemme navigò da un luogo all'altro fino all'Illirico, annunciando il Vangelo agli uomini che là abitavano. La sua predicazione il suo annuncio raggiunse quasi tutti i luoghi della terra, come è testimoniato da ciò che ha detto e compiuto. Mi si conceda di non richiamare tutti i tratti dai quali traspare come la vita di questo [Basilio] si accordi con la vita dell'altro, come l'espressione sono crocifisso al mondo e il mondo per me. Mortificò il suo corpo, mostrò pienamente come la sua forza agiva nella debolezza. Cristo era la vita per entrambi, ed entrambi consideravano un guadagno il morire e preferivano ad una vita instabile il dissolversi nel Signore. 
E' possibile ora fare un paragone tra Giovanni e il nostro maestro Basilio? La parola divina attesta riguardo a questo profeta che egli detiene un primato, come il migliore tra i nati da donna. Se pensiamo a questo elogio,  sembra una pazzia e nello stesso tempo  un'empietà, tracciare paragoni e mettere a confronto un altro santo con la vita di costui. Tuttavia se seguiamo da vicino l'uno e l'altro, troviamo la prova della loro santità. Allora cerchiamo di comprendere bene il testo biblico. Giovanni non si vestiva di abiti lussuosi e non era una canna sbattuta dal vento. Preferiva i luoghi solitari a quelli abitati eppure incontrava la gente. Chi oserebbe opporsi alla parola se la verità testimonia queste cose riguardo al nostro maestro poiché in queste virtù non è stato per nulla inferiore a Giovanni? Chi non si è accorto di quanto egli si sia opposto ad una vita trascorsa nel lusso e nella frivolezza? Chi non ha visto come in ogni circostanza abbia mantenuto un comportamento paziente e fermo, invece di lasciarsi andare ai piaceri; come affrontasse il dover stare esposto al sole o al gelo, come esercitasse il corpo  con digiuni e mortificazioni, vivendo nelle città come se si trovasse in un deserto (la frequentazione della gente non metteva a repentaglio la sua virtù), e rendendo le città  un deserto? Mentre viveva a contatto di tante persone,  non modificò il suo stile di vita cauto e immune da ogni male, né, nei momenti di solitudine, si separava da coloro che avrebbe potuto contare sul suo aiuto. In aggiunta a quanto ho riferito, a somiglianza del Battista, trasformava la solitudine in una città, poiché era assediato dall'afflusso della gente. Inoltre, che non sia stato per nulla una canna che si piegava con facilità alle opinioni contrarie, lo dimostra il fatto che sia sempre rimasto fermo in tutte le prove della vita. Dall'inizio della sua vita, volle distribuire i suoi beni; nel giudizio fu come una pietra inamovibile. Desiderava entrare in comunione con Dio mediante la sua purezza e questa sua brama era solida come una montagna non flessibile come una canna. Non si lasciava mai volgere verso il basso dalle tentazioni avverse. L'apostolo ci indica nel suo insegnamento quando l'amore che abbiamo per Dio sia davvero solido:  né vita, né morte, né presente, né futuro, né nessun'altra creatura possono separarci dall'amore per Dio (Rm 8,38). In tutte le circostanze nelle quali la sua virtù era messa alla prova, Basilio non si comportò mai come una canna né era incostante, ma sempre nel corso della sua esistenza rimase fisso in ciò che è bene. Giovanni parlò ad Erode con audacia e lo stesso fece Basilio con l'imperatore Valente. Confrontiamo tra loro le loro nobili azioni. La Palestina  per decreto dei Romani, era stata designata come una parte  del loro impero, la cui ampiezza era corrispondente quasi al corso del sole, poiché si estendeva dal regione della Persia fino alla Britannia e ai luoghi più remoti, bagnati dall'oceano. Giovanni parlò in modo aperto ad Erode affinché  non trasgredisse la legge per causa di una donna ma contenesse l'ardore del desiderio, poiché ciò che aveva fatto era vietato dalla legge. Con quale coraggio si comportò il nostro maestro nei confronti di Valente?  Volle che la fede rimanesse  intatta e senza macchia poiché se quello avesse permesso qualche deviazione, avrebbe contagiato tutto l'impero. Si ponga un confronto il giusto indagatore dei fatti la potenza con la potenza e lo scopo di quella libertà esercitata da Basilio con quella di Giovanni. Questi si opponeva ad un crimine che si limitava alla persona di Erode, mentre nel caso affrontato da Basilio, la deviazione dalla fede sarebbe diventata una colpa che riguardava tutta l'umanità. Il primo per la sua franchezza subì la morte, mentre costui affrontò l'esilio, come conseguenza della sua libertà di parola.  L'imperatore gli impose questa pena invece di una condanna a morte. Dopo la sua morte si credeva che il Battista fosse ancora in vita, mentre Basilio si vide condonare l'esilio da parte dei nemici visto che egli non aveva ammorbidito la sua opposizione, neppure in seguito alle minacce. 
Avrò l'ardire di dilatare così tanto il mio elogio al punto da proporre un confronto  con il grande Elia, fino a mostrare che il nostro maestro, con l'aiuto della grazia, ha avuto un comportamento simile a quello del profeta? Il viaggio sul carro di fuoco, la corsa dei cavalli di fuoco e il passaggio al mondo che sovrasta  la volta celeste, non è un prodigio che possa essere richiesto agli uomini. Del resto se egli rimase illeso nel fuoco, non lo fece in seguito alle sue possibilità.  Il corpo pesante e terreno veniva tramutato dalla potenza divina in qualche cosa di leggero, capace di essere sollevato in alto. Del resto aveva usato la sua parola come fosse una chiave che regolava l'approvvigionamento di cibo, aprendo il cielo quando lo voleva aprire e rinchiudendolo quando decideva di fare così. Quando era rimasto per lungo tempo senza prendere cibo, con l'alimento di un pane d'orzo nascosto sotto la cenere preservò la sua forza vitale per quaranta giorni. Lascio cadere anche questi fatti perché superano le possibilità umane. Le azioni che superano le nostre possibilità non possono essere imitate da noi. Non parlo neppure del vaso di creta che conteneva poca farina né dell'orcio dell'olio. Bastò alle necessità di ognuno in quella provvista di cibo e prolungò il dono di grazia per tutto il tempo della fame, per tre anni e sei mesi. I miracoli operati dalla potenza divina si mostrano efficaci proprio nelle opere che realizzano. Nessuno che li celebra può pensare che siano il risultato dell'operatività umana. 
Quali sono le virtù del nostro maestro, Basilio, che possono essere considerate altrettante valide di quelle che contempliamo nel profeta Elia? Lo zelo nella fede, lo sdegno verso i dispregiatori della fede, l'amore per Dio, il desiderio di comunione con Colui che è il vero essere, mentre non si volge a nessun bene materiale; una vita del tutto controllata, la parsimonia nel godere dei beni di sussistenza, lo sguardo rivolto all'intensità spirituale, un stile nobile senza affettazione, il ritenere che tacere sia meglio che parlare, l'attesa dei beni sperati, il disprezzo per i beni visibili; la medesima deferenza verso tutti, sia che si trattasse di persone altolocate, sia di persone umili e di nessun conto. Questi sono i tratti con i quali il maestro ha imitato le azioni prodigiose di Elia. Se qualcuno menziona i quaranta giorni d'astinenza, noi contrapponiamo la temperanza conservata lungo l'intero corso della vita. Nutrirsi in modo misurato ha lo stesso valore del digiunare, soprattutto quando una persona si astiene dal cibo per poco tempo, mentre l'altra vive con sobrietà per tutta la vita. L'orcio d'olio unito al pane cotto sotto la cenere ha preservato la salute del profeta, poiché manteneva intatta l'energia che era stata infusa da colui che offriva quel nutrimento. Lo documenta questo fatto: non ricevette quel cibo da altri uomini che l'avevano preparato per lui, ma gli fu offerto da un angelo. L'energia che penetrava nel suo corpo mediante quel tipo di nutrimento era intensa e continua. Basilio, invece, senza interrompere le sue abitudini, era sempre misurato nel cibo. Forniva al suo organismo non quella quantità alla quale l'avrebbe spinto l'istinto, ma quella che gli veniva permessa dalla legge dell'auto dominio. Il ministero sacerdotale di Basilio ha imitato il ministero sacerdotale del profeta, che aveva un significato prefigurativo. Questo lo scorgiamo nell'invito ripetuto tre volte (a versare dell'acqua), nel fuoco celeste caduto sopra il sacrificio. Abbiamo appreso dalla Scrittura che spesso il fuoco simboleggia la forza dello Spirito Santo. Il nostro maestro non allontanò né fece venire la carestia sulla terra. Un tempo il profeta, dopo aver punito la terra con il flagello della siccità, divenne il medico della ferita che aveva inferto ed offrì agli uomini un perdono risanante, paragonabile alla sofferenza che aveva inflitto con la punizione. Posso presentare, riguardo a Basilio, un prodigio simile a quello operato da Elia. Un tempo, dopo aver minacciato una prossima sventura che sarebbe sopraggiunta per volere divino (per tutto l'inverno era durata la siccità e sembrava che non si potesse più attendere il raccolto), il nostro maestro, postosi in ginocchio davanti a Dio, con le sue suppliche chiese il perdono divino, finché perdurò la paura di quella minaccia, e, mediante le sue preghiere, allontanò la sventura della siccità. In tempo di fame, il grande Elia confortò una vedova ma qualcosa di simile possiamo riscontralo nella vita del nostro maestro. Mentre una durissima carestia opprimeva la città nella quale viveva in quel momento, con tutta la regione circostante, vendette i suoi beni, e, dopo aver procurato degli alimenti con quel denaro, quando era un fatto straordinario che quelli più benestanti potessero apparecchiare una mensa per sé, egli provvide e nutrì, nel tempo della carestia, tutti quelli che accorrevano da ogni parte e la gioventù del popolo di quella città. Anche a tutti i bambini degli ebrei offrì la possibilità di godere della sua solidarietà. Non fa alcuna differenza che il comandamento di Dio sia osservato mediante un orcio o mediante un altro mezzo qualsiasi. La sollecitudine a favore dei miseri non consente di guardare alla loro provenienza ma presta attenzione soltanto alla necessità incombente. Che Elia sia stato sollevato in alto, questo è un evento mirabile, superiore ad ogni dire. Tuttavia non si deve sottovalutare un'altra forma di ascesa, che avviene quando un uomo, grazie al suo nobile comportamento, dalla terra si trasferisce in cielo, e, per mezzo dello Spirito, usa le virtù come un carro [che lo solleva in alto]. Chi vuole onorare il maestro, dopo averlo osservato con cura, riconoscerà che egli ha realizzato questo modo di ascesa. 
Devo spingermi a formulare un paragone anche con Samuele? Pur conoscendo a questo profeta delle qualità primarie fra tutti gli altri, ne presenterò due soltanto, attingendole da ciò che la Scrittura riporta a suo riguardo e poi mostrerò che esse erano presenti anche nel nostro maestro. Entrambi nacquero per un dono particolare di Dio. La madre ottenne di avere Samuele come figlio per averlo chiesto a Dio, mentre fu il padre ad ottenere la nascita di Basilio. Quest'ultimo infatti, mentre era in tenera età, fu colpito da una malattia mortale. Il padre, mentre dormiva, in una visione, vide che gli appariva il Signore, che nel Vangelo aveva guarito il figlio all'ufficiale del re e sentì che gli ripeteva lo stesso incoraggiamento che aveva rivolto a quello: Và pure, tuo figlio vive (Gv 4,50). Avendo imitato la fede di quell'ufficiale, ottenne anche lui lo stesso dono, frutto di fede. Considerò la salvezza del figlio come un dono particolare di Dio. 
Abbiamo messo a confronto questo unico prodigio con quelli che sono in relazione con Samuele. L'altro consiste nel fatto che entrambi hanno istituito il medesimo tipo di sacrificio. Entrambi offrirono a Dio sacrifici pacifici e hanno chiesto il dissolvimento dei nemici; Basilio ha chiesto la sparizione delle eresie, l'altro la sconfitta dei popoli stranieri. 
L'esempio migliore per gli uomini che vogliono imparare a vivere in modo virtuoso si trova nel grande Mosé. Non deve distogliersi da lui, chi ha deciso che l'acquisto della virtù di questo legislatore diventi lo scopo della sua vita. D'altra parte non si pensi che sia spinto da invidia se dichiaro che il nostro maestro, proprio in ciò che è diventato, ha imitato il legislatore. Dove possiamo scorgere questa imitazione? Una principessa d'Egitto, dopo aver adottato Mosé, lo fece istruire fornendogli l'educazione propria di quella famiglia. Permise anche che potesse nutrirsi con il latte materno, come è conveniente che avvenga ad un bambino per la sua alimentazione. 
In verità questo accadde anche a Basilio. Dopo essere stato istruito nella sapienza dei pagani, si volge al latte offerto dalla Chiesa, crescendo e fortificandosi grazie alla sua dottrina. In seguito Mosé ripudiò la parentela fasulla con la donna che non era sua madre. Neppure Basilio volle rimanere a lungo per imparare quello stile di vita poiché se ne vergognava. Rifiutando la gloria che avrebbe potuto conseguire con la scienza dei pagani, scelse una vita povera come se fosse un regno, come del resto Mosè aveva pensato che stare con gli ebrei era cosa migliore del possedere un tesoro. Ogni uomo segue la propria indole; la carne di ogni uomo manifesta desideri contrari a quelli dello spirito. Basilio conosceva bene il combattimento spirituale con l'Egitto che assale chi vuole purificarsi. Combattendo in accordo con la parte migliore di sé, faceva morire la parte carnale, che insorgeva contro l'ebreo interiore. Denomino ebreo la ragione che si purifica e si libera da ogni macchia. Chi combatte con l'anima per far morire le membra che appartengono alla terra, imita la nobiltà di Mosé. Conviene che trascuri tanti particolari del racconto per non appesantire l'ascoltatore. Cosa che accadrebbe se esaminassi con accuratezza tutto ciò che il testo biblico riferisce a riguardo di Mosé, perché   offre molti elementi di confronto tra il nostro maestro e il legislatore. Dopo aver ucciso un egiziano, Mosé abbandonò l'Egitto e trascorse molto tempo durante il quale conduceva una vita ritirata. Anche Basilio lasciò i tumulti della città e gli interessi materiali che suscitano grande attrazione, e stette ritirato coltivando la sapienza in comunione con Dio. Mosè fu illuminato dal fulgore di un roveto. Possiamo riferire di una visione del genere anche riguardo a Basilio: una notte, mentre pregava, una luce illuminò tutta la casa. Era una luce immateriale che inondava tutta la sua abitazione, che non era alimentata da nessun combustibile materiale. Mosé salvò il popolo liberandolo dal tiranno. Il popolo attesta che anche il nostro legislatore ha compiuto la stessa opera, poiché è stato guidato verso la promessa di Dio mediante il suo servizio sacerdotale. Non è affatto necessario dilungarci in dettagli per riferire a quante persone Egli fece attraversare le acque, quante ne illuminò con la colonna di fuoco della sua predicazione, quante ne protesse sotto la nube dello Spirito, quante nutrì con il cibo celeste. Fece rivivere l'evento della roccia, quando con il bastone fece in modo che essa aprisse la sua bocca e facesse scaturire l'acqua, ossia quando un segno prefigurativo della croce toccò quella bocca, diede da bere agli assetati con quell'acqua che era di un'abbonda smisurata, simile a quella di un abisso. Nei sobborghi della città fece innalzare una tenda della testimonianza, molto concreta, facendo in modo, con il suo nobile insegnamento, che i poveri nella vita divenissero poveri di spirito affinché potessero partecipare alla beatitudine della povertà nel vero regno, procurato dalla grazia. Con la sua parola rendeva ogni anima una vera tenda in cui Dio veniva ad abitare. Al suo interno innalzava delle colonne. Vedo in queste colonne un'immagine dei discorsi che rianimavano a riprendere una vita virtuosa. Le vasche servivano per detergere l'anima dalla sporcizia, per lavare ogni macchia con l'acqua delle lacrime che scendono dagli occhi. Quanta luce fece entrare nell'anima di ogni fedele, mettendo in luce con la sua parola le cose nascoste! Quanti incensieri e quanti altari edificò con le sue preghiere, con oro puro e integro, ossia con un sentimento formato dalla verità e dalla purezza, né mai il peso plumbeo della vanagloria oscurò la limpidezza dei suoi atti. Che devo dire della mistica arca che costruì per ognuno? Che dire delle tavole dell'alleanza, le quali, dopo essere state scritte con il dito di Dio, venivano incise nei cuori? Dico queste cose mentre penso a lui quando faceva del cuore di ogni fedele un'arca contenente i misteri dello Spirito, in cui era incisa la legge, come lo manifestavano le opere realizzate con l'aiuto dello Spirito (così si deve interpretare l'espressione dito di Dio). In essa si trovavano il bastone del sacerdozio sempre fecondo di frutti, che germinava grazie alla partecipazione ai riti di santificazione. Ricordo l'urna che mai era priva della manna. Il recipiente dell'anima diventa privo del cibo celeste, quando, a motivo della caduta nel peccato, impedisce la discesa della manna. La manna è il cibo del cielo. 
Che cosa debbo dire a proposito dell'accuratezza con cui rivestita l'abito sacerdotale e ornava gli altri con il suo esempio? Portava sempre sul petto l'ornamento, il cui nome è pettorale, decreto e verità. Affido agli esperti dei sensi allegorici adattare al maestro tutte queste denominazioni; grazie ad esse egli era ciò che era e comunicava agli altri le sua qualità. Spesso mi sono accorto che entrava nella caligine, dove Dio è presente. Ciò che agli altri rimaneva incomprensibile, a lui risultava facile grazie alla mistagogia dello Spirito. Per questo ho dedotto che egli stava nell'ambito della tenebra, là dove la parola di Dio viene comunicata. Spesso pose se stesso come baluardo contro gli Amaleciti, rivestito dell'armatura della preghiera. Mentre egli teneva le mani alzate nell'orazione, il vero Giosué, cioé Cristo, sbaragliava i nemici. Spesso dissolse le magie dei maghi che agivano come Balaam. Costoro non volevano ascoltare la verità, ma accoglievano l'insegnamento asinino del diavolo. Impediva alla loro bocca di pronunciare parole malvagie poiché la preghiera di questo nostro maestro tramutava le loro maledizioni in benedizioni. Parlo di queste cose in modo sintetico e abbreviato, ma chi ha conosciuto il santo mentre era in vita, saprà testimoniare che quanto affermo corrisponde alla verità dei fatti e richiamerà altri particolari. Gli uomini che tramano contro il prossimo e preparano venefici e incantesimi contro di lui, verificarono l'inefficacia dei loro tentativi criminosi, ostacolati dalla fede del maestro a portare a compimento il male che avevano progettato. 
Tralascio altri aspetti della loro esistenza per ricordare come entrambi siano morti. Hanno concluso la vita senza neppure lasciare un sepolcro che ricordasse la loro figura terrena. Quanto a Mosé non si poté ritrovare la sua sepoltura né questi fu tumulato con sfarzo mondano. Non appena morì, disparvero con lui tutti gli artifici con i quali si cerca di dare consistenza alla vita umana. Non si trova alcun monumento materiale edificato dallo zelo degli eredi perché venisse esaltato al meglio. Del resto la storia tramanda, riguardo a Mosé, che fino al presente non è stato possibile trovare la sua sepoltura. 
Se sono riuscito a mostrare che il grande Basilio è stato così significativo da poter essere posto, per la sua vita, alla pari dei santi, - dal momento che l'ho messo a confronto con ognuno di questi grandi uomini -, allora è giusto che il succedersi ordinato delle celebrazioni offra la possibilità di ricordarlo ora, nella festività presente. Allora mentre celebriamo questa festa, ci chiediamo in quali modi onoreremo questo santo e lo ringrazieremo. Forse qualcuno si aspetterà che esponga un discorso come quelli che vengono fatti per dimostrare qualche tesi, così da ricevere riconoscimenti ambiti dal vanaglorioso? Dovrei dire che era nato in una regione importante, da una stirpe illustre, che poteva contare sulla formazione ricevuta dai genitori e su altre discipline che preparano alla vita in ogni campo, grazie alle quelli era cresciuto e fiorito e per le quali avrebbe potuto essere famoso e celebre tra gli uomini? 
Ma egli, per la grandezza delle sua virtù, ben visibili in lui, non ha cercato la rinomanza che rende tronfi ma ha mirato ad ottenere ben altri risultati. I discorsi retorici non offrono alcun vero risultato pari a quello che è possibile ottenere mediante l'acquisizione delle virtù, proprio a motivo della loro dignità. Non voglio allora né diminuire la sua statura morale facendo un discorso moralmente misero, né che qualcuno, lasciandosi trascinare da coloro che vogliono che venga celebrato con un'orazione pomposa, finisca col compromettere il vero valore della sua personalità. Caso mai, sarebbero preferibile  che restassimo in silenzio e lo ammirassimo nel nostro ricordo, piuttosto che dissolvere la sua grandezza con elogi dissonanti dal suo stile. 
Quando mai chi ha detto che egli era davvero un grande, lo ha reso ancora più nobile? Basilio ha apprezzato quella che, secondo un criterio mondano, viene considerata una nascita fortunata? Qualcuno ha visto che egli era amante delle cose terrene o non è vero piuttosto che le detestava, sempre cercando di allontanarle dai suoi pensieri come se fossero delle catene, agendo come uno schiavo che è riuscito a fuggire? Attraverso la penitenza e il dominio di se stesso, puniva e mortificava il corpo, come fosse uno schiavo indisciplinato, alla stregua di un padrone inflessibile che non offre alcuna tregua al suo prigioniero. Sarebbe assurdo allora elogiare con discorsi carnali l'uomo che aveva questo atteggiamento verso la carne. Come potremmo onorarlo in modo degno se usassimo quei mezzi che egli aveva rifiutato nel corso della vita? Perciò adesso non faremo alcuna menzione della sua patria e della sua stirpe alle quali apparteneva. Egli si era collocato al disopra della realtà del mondo, si sentiva oppresso dalla materialità delle cose, non sopportava neppure il cielo che gravava su di lui. Aveva inviato la sua anima al di sopra di tutto e come se stesse ricurvo sopra la vastità del mondo sensibile, sempre coi pensieri andava penetrando e si stabiliva nelle regioni celesti tra le potenze divine. La  pesantezza del corpo non impediva il viaggio del suo spirito. Come si potrebbe onoralo usando qualche elemento della terra e celebrarlo servendosi delle abilità di questo luogo? Sarebbe un insulto e una corrosione del vero elogio. Invece di ammirare la sua virtù, ci metteremmo a guardare l'acqua, le foglie, i terreni e altre cose simili. è un vero bene ciò che è frutto della libera scelta, sebbene possa essere attraente. Tutte le altre qualità, distinte dal bene, per quanto potremo richiamarne, non contribuirebbe a descrivere la sua statura morale. Allora non parliamo mai né della patria, né della stirpe e di tutte le altre caratteristiche che riceviamo a caso. Piuttosto dovremo parlare di quella patria e di quella nobiltà che si procurano gli uomini che si propongono di ottenerla con lo sforzo della loro volontà. 
In che cosa consistette la vera nobiltà di Basilio e quale fu la sua vera patria? La sua condizione nobiliare la riponeva nella familiarità con Dio e la sua patria era la virtù. Chi accoglie Dio, insegna il Vangelo, ha la possibilità di diventare figlio di Dio. Che cosa c'è di più nobile da desiderare della stessa parentela con Dio?  Chi vive nella virtù e coltiva questo campo e da esso guadagna, fa la sua patria ciò di cui vive. La sua casa era la saggezza e il suo guadagno la sapienza. Gli ornamenti splendidi e ammirati per la loro bellezza del suo palazzo, erano la giustizia, la virtù e la purezza. Abitando in esse, ne godeva molto di più di quanto possono fare gli uomini che si gloriano di palazzi rivestiti di marmi e di oro. Chi lo loderà per questa patria, e lo considererà nobile per questa parentela, dirà la verità e lo celebrerà per delle cose che gli erano gradite. La terra, il sangue e la carne, la ricchezza e le cariche e tutto ciò che è compreso in questi beni, li apprezzino chi lo vorrà fare per dilettare gli amici del mondo. Se non possiamo onorarlo componendo un discorso retorico (perché non sarebbe idoneo ad un uomo del genere) allora è preferibile abbandonare questi tentativi e ricusare le tecniche dell'arte oratoria. Se non pronunciamo un discorso di questo tipo, obietterà qualcuno, come potremo onorarlo in modo degno? Rischiamo di disobbedire alla Scrittura la quale chiede che la memoria dei giusti sia celebrata e dovremo farlo componendo un discorso infarcito di lodi, perché sarebbe ignominioso produrlo attraverso parole ordinarie. 
Ci viene in aiuto, però, una soluzione affinché non lo lasciamo del tutto privo della nostra riconoscenza. In che cosa consiste questa soluzione? Tutti sappiamo che un qualsiasi discorso privo delle opere, risulta vano e inconsistente. Le opere buone manifestano la verità e la concretezza di un discorso.  Una proposta concretizzata nei fatti è più apprezzabile di un intento che rimane soltanto a livello di parole. In che cosa consiste questo discorso? Nel fatto che il ricordo di lui rende la nostra vita migliore del consueto. Nell'anello che portiamo al dito appare incisa una figura molto bella e chi la imprime nella cera al modo di un sigillo trasferisce in essa la bellezza racchiusa nell'intaglio. Nella riproduzione appare la figura dell'anello. Usando delle parole, nessuno potrebbe riprodurre la bellezza splendida del sigillo soltanto descrivendola, nella misura in cui lo può fare chi invece mostra incisa sullo strato di cera la forma che ha voluto trasporre. Allo stesso modo un uomo può celebrare soltanto a parole la virtù del maestro, ma chi invece la riproduce nella sua bellezza nella propria esistenza, per mezzo dell'imitazione, l'elogio inciso nel suo comportamento risulta molto più persuasivo di quello ottenuto dal discorso più elevato. 
Fratelli, diventiamo allora imitatori della sapienza di questo uomo saggio; così facendo innalzeremo una lode alla virtù e facendo nostre tutte le altre qualità, partecipando alla sua saggezza, realizzeremo quella meraviglia costituita dall'uomo sapiente. Elogeremo la sua sobrietà nel diventare anche noi sobri nell'uso dei beni. Quanto al disprezzo del mondo, non diciamo soltanto a parole che esso è lodevole e glorioso,  ma l'esistenza stessa diventa testimone del rifiuto del mondo attuato con premura. Non limitarsi ad apprezzare il fatto che egli si era dato a Dio ma anche tu offri te stesso a Dio. Non dire che soltanto lui ha potuto partecipare al riposo al quale  tutti speriamo, ma anche tu procurati questo tesoro come ha fatto lui. E' infatti un traguardo possibile! Se egli trasferì la sua cittadinanza dalla terra al cielo, trasferiscila anche tu. Proprio per aver avuto quel maestro sarà un discepolo ben preparato. Anche nelle altre materie, chi ha appreso  l'arte da un bravo medico, o geometra o retore, non sarà considerato affidabile quando elogia l'insegnamento del maestro, se, mentre a parole si congratula con la sua guida, nel suo agire non appare degno di quell'uomo così meraviglioso. Gli dirà qualcuno: perché affermi che il tuo maestro era un bravo medico dal momento che non sembri affatto un esperto? Come fai a vantarti di aver appreso il mestiere da quel geometra, se non lo eserciti bene? Chi, al contrario, mostra di praticare bene l'insegnamento appreso, grazie al suo sapere, rende un buon servizio anche a chi gli ha trasmesso quell'arte. Noi ci gloriamo di aver avuto Basilio come maestro, mostriamo allora nelle opere della vita di aver imparato bene, diventiamo come era lui, facciamo ciò che egli fece di valido e di grande presso Dio  gli uomini, in Cristo Gesù nostro Signore, al quale sia gloria e potenza nei secoli dei secoli. Amen. 

[traduzione di V. Bonato 


da PG 46, 749-817]

venerdì 1 marzo 2013

Il significato del pallio

All'inizio del suo pontificato, Benedetto XVI ha spiegato il significato del pallio (la fascia di lana sulle spalle cosparsa di croci)

Il primo segno è il Pallio, tessuto in pura lana, che mi viene posto sulle spalle. Questo antichissimo segno, che i Vescovi di Roma portano fin dal IV secolo, può essere considerato come un’immagine del giogo di Cristo, che il Vescovo di questa città, il Servo dei Servi di Dio, prende sulle sue spalle. Il giogo di Dio è la volontà di Dio, che noi accogliamo. E questa volontà non è per noi un peso esteriore, che ci opprime e ci toglie la libertà. Conoscere ciò che Dio vuole, conoscere qual è la via della vita – questa era la gioia di Israele, era il suo grande privilegio. Questa è anche la nostra gioia: la volontà di Dio non ci aliena, ci purifica – magari in modo anche doloroso – e così ci conduce a noi stessi. In tal modo, non serviamo soltanto Lui ma la salvezza di tutto il mondo, di tutta la storia. In realtà il simbolismo del Pallio è ancora più concreto: la lana d’agnello intende rappresentare la pecorella perduta o anche quella malata e quella debole, che il pastore mette sulle sue spalle e conduce alle acque della vita. La parabola della pecorella smarrita, che il pastore cerca nel deserto, era per i Padri della Chiesa un’immagine del mistero di Cristo e della Chiesa. L’umanità – noi tutti - è la pecora smarrita che, nel deserto, non trova più la strada. Il Figlio di Dio non tollera questo; Egli non può abbandonare l’umanità in una simile miserevole condizione. Balza in piedi, abbandona la gloria del cielo, per ritrovare la pecorella e inseguirla, fin sulla croce. La carica sulle sue spalle, porta la nostra umanità, porta noi stessi – Egli è il buon pastore, che offre la sua vita per le pecore. Il Pallio dice innanzitutto che tutti noi siamo portati da Cristo. Ma allo stesso tempo ci invita a portarci l’un l’altro. Così il Pallio diventa il simbolo della missione del pastore, di cui parlano la seconda lettura ed il Vangelo. La santa inquietudine di Cristo deve animare il pastore: per lui non è indifferente che tante persone vivano nel deserto. 
E vi sono tante forme di deserto. Vi è il deserto della povertà, il deserto della fame e della sete, vi è il deserto dell’abbandono, della solitudine, dell’amore distrutto. Vi è il deserto dell’oscurità di Dio, dello svuotamento delle anime senza più coscienza della dignità e del cammino dell’uomo. I deserti esteriori si moltiplicano nel mondo, perché i deserti interiori sono diventati così ampi. Perciò i tesori della terra non sono più al servizio dell’edificazione del giardino di Dio, nel quale tutti possano vivere, ma sono asserviti alle potenze dello sfruttamento e della distruzione. La Chiesa nel suo insieme, ed i Pastori in essa, come Cristo devono mettersi in cammino, per condurre gli uomini fuori dal deserto, verso il luogo della vita, verso l’amicizia con il Figlio di Dio, verso Colui che ci dona la vita, la vita in pienezza. Il simbolo dell’agnello ha ancora un altro aspetto. Nell’Antico Oriente era usanza che i re designassero se stessi come pastori del loro popolo. Questa era un’immagine del loro potere, un’immagine cinica: i popoli erano per loro come pecore, delle quali il pastore poteva disporre a suo piacimento. Mentre il pastore di tutti gli uomini, il Dio vivente, è divenuto lui stesso agnello, si è messo dalla parte degli agnelli, di coloro che sono calpestati e uccisi. Proprio così Egli si rivela come il vero pastore: “Io sono il buon pastore… Io offro la mia vita per le pecore”, dice Gesù di se stesso (Gv 10, 14s). Non è il potere che redime, ma l’amore! Questo è il segno di Dio: Egli stesso è amore. Quante volte noi desidereremmo che Dio si mostrasse più forte. Che Egli colpisse duramente, sconfiggesse il male e creasse un mondo migliore. Tutte le ideologie del potere si giustificano così, giustificano la distruzione di ciò che si opporrebbe al progresso e alla liberazione dell’umanità. Noi soffriamo per la pazienza di Dio. E nondimeno abbiamo tutti bisogno della sua pazienza. Il Dio, che è divenuto agnello, ci dice che il mondo viene salvato dal Crocifisso e non dai crocifissori. Il mondo è redento dalla pazienza di Dio e distrutto dall’impazienza degli uomini.

Benedetto XVI 24 aprile 2005 
(Omelia all'inizio del servizio petrino)