venerdì 14 aprile 2023

Il salmo di pasqua

 Salmo 117

Salmo di Pasqua. Processione al tempio per ringraziare Dio, per un evento di liberazione avvenuta a favore d’un debole, d’una persona “scartata”. Il popolo del Signore è questo povero. 

Inoltre, «tutto il salterio non è che un canto e un annuncio profetico di nostro Signore. Soprattutto nel salmo cento diciassette si fa riferimento al mistero della sua risurrezione» (Gerolamo, Per la Domenica di Pasqua II, in Omelie sui Vangeli, p. 199)§. 

1Rendete grazie al Signore perché è buono, perché il suo amore è per sempre. 

«La lode di Dio non si sarebbe potuta motivare con un’espressione più compendiosa: poiché è buono. Non vedo elogio più grande di quello contenuto in formula tanto breve. L'essere buono è una proprietà esclusiva di Dio» (Ag37,1495). «Non a torto, fratelli, oggi, nella festa di Pasqua, si legge questo salmo. Nessuno si sottragga alla comune letizia per la consapevolezza dei suoi peccati. Se il ladrone meritò il paradiso, perché un cristiano non dovrebbe meritare il perdono?» (Massimo di Torino, PL 57, 364. Sermoni, 53,1.4, pp. 226 e 229).

2Dica Israele: «Il suo amore è per sempre». 3Dica la casa di Aronne: «Il suo amore è per sempre». 4Dicano quelli che temono il Signore: «Il suo amore è per sempre». 

«Celebrate tutti la bontà di Dio, ma voi della stirpe d'Israele accrescete lo slancio della vostra lode! Quanti appartenete all'ordine sacerdotale di Aronne, ma anche voi che provenite dai popoli pagani, celebrate il Signore. Egli è il Dio di tutti e a tutti elargisce una molteplicità di benefici» (Td 1809). 

5Nel pericolo ho gridato al Signore: mi ha risposto, il Signore, e mi ha tratto in salvo. 

«Ci sono grida dell’anima che si levano verso Dio con indicibile potenza» (Es23,669). «Dio non ha impedito che i mali insorgessero ma, dopo aver permesso il loro assalto, li ha dissipati. Il sostegno ricevuto è stato molto più grande del pericolo incorso» (Td 1812).

6Il Signore è per me, non avrò timore: che cosa potrà farmi un uomo? 7Il Signore è per me, è il mio aiuto, e io guarderò dall’alto i miei nemici. 

«Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi? Egli che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha dato per tutti noi, come non ci donerà ogni cosa insieme con Lui?» (Rm 8,31-32). 

8È meglio rifugiarsi nel Signore che confidare nell’uomo. È meglio rifugiarsi nel Signore che confidare nei potenti. 

«Dio vuole soltanto il bene ed è sempre in grado di portare a compimento ciò che ha deciso di fare. Gli uomini cambiano opinione, spesso non compiono ciò che è bene e se talora si propongono di prestare soccorso, non riescono nel loro intento. Perciò è meglio non inseguire il soccorso degli uomini e implorare l'aiuto di Dio» (Td 1812). 

10Tutte le nazioni mi hanno circondato, ma nel nome del Signore le ho distrutte. 11Mi hanno circondato, mi hanno accerchiato, ma nel nome del Signore le ho distrutte. 

La liberazione non poteva venire che ad opera di Dio, come avverrà contro Gog, il nemico tipico:  «Io ti sospingerò e ti condurrò e dagli estremi confini del settentrione ti farò salire e ti condurrò sui monti d'Israele. Spezzerò l'arco nella tua mano sinistra e farò cadere le frecce dalla tua mano destra. Tu cadrai sui monti d'Israele con tutte le tue schiere e i popoli che sono con te» (Ez 39,2-4). 

«Vengono descritte le sofferenze e la vittoria della Chiesa» (Ag37,1497). 

12Mi hanno circondato come api, come fuoco che divampa tra i rovi, ma nel nome del Signore le ho distrutte. 13Mi avevano spinto con forza per farmi cadere, ma il Signore è stato il mio aiuto. 

«Gli Amorrei uscirono contro di voi, vi inseguirono come fanno le api» (Dt 1,44). «Il Signore farà un fischio alle api che si trovano in Assiria» (Is 7,18). 

«Come le api, dopo aver scoperto un favo, succhiano il miele che vi trovano, così i nemici hanno cercato di assorbire da me il sentimento della fiducia in Dio.» (Td 1812.1813). «Lo stesso Signore è stato circondato dai persecutori, come le api circondano il favo. Gli empi, non sapendo che cosa facevano, coi tormenti hanno reso più dolce il Signore, affinché vediamo e gustiamo quanto è soave il Signore» (Pros 333). 

14Mia forza e mio canto è il Signore, egli è stato la mia salvezza. 15Grida di giubilo e di vittoria nelle tende dei giusti: la destra del Signore ha fatto prodezze, 16la destra del Signore si è innalzata, la destra del Signore ha fatto prodezze. 

«I riscattati dal Signore verranno in Sion con esultanza; felicità perenne sarà sul loro capo; giubilo e felicità li seguiranno; svaniranno afflizioni e sospiri» (Is 51,11).

I benefici concessi ad Israele preannunciano i doni ancora più gradi che riceveranno i cristiani: «Grande prodigio elevare [al cielo] chi è meschino! Fare un dio l’uomo mortale! Dalla debolezza ricavare la perfezione, dall'abiezione la gloria, dalla sofferenza il trionfo» (Ag37,1498). 

17Non morirò, ma resterò in vita e annuncerò le opere del Signore. 

«Voi avrete tribolazione nel mondo, ma abbiate fiducia; io ho vinto il mondo» (Gv 16,33). «[I nemici] seminavano strage e pensavano che la Chiesa di Cristo sarebbe stata annientata. A forza di pazienza, ha vinto gli incapaci di pazienza; amando, ha vinto la ferocia dei persecutori» (Ag37,1498). 

18Il Signore mi ha castigato duramente, ma non mi ha consegnato alla morte. 

«Figlio mio, non disprezzare l'istruzione del Signore e non aver a noia la sua esortazione, perché il Signore corregge chi ama, come un padre il figlio prediletto» (Pr 3,11-12). «Gli uomini di Dio, mediante le prove che sorgono contro di loro, sono purificati da ciò che hanno di estraneo, derivato dalla mescolanza con l’elemento carnale» (Es23,661). 

19Apritemi le porte della giustizia: vi entrerò per ringraziare il Signore. 

Un corteo di fedeli giunge alle porte del tempio; inizia un dialogo tra i sacerdoti, presenti all’interno, e i pellegrini che stanno all’esterno. «Aprite le porte: entri il popolo giusto che mantiene la fedeltà. Il suo animo è saldo; tu gli assicurerai la pace perché in te ha fiducia» (Is 26,2-3). 

«Le porte del Signore sono l’umile penitenza, la carità santa, gli atti di misericordia, grazie ai quali possiamo presentarci davanti a Dio» (Cs 608).

20È questa la porta del Signore: per essa entrano i giusti. 

«Il Signore ha aperto per primo questa porta con la chiave della sua risurrezione. Per questo egli è risorto nel suo corpo e col suo corpo è salito ai cieli, per aprirci con la sua ascensione la porta del cielo, che era chiusa e sprangata» (Cromazio, Cat. 1,5, pp. 42-43)§. «Attraverso questa porta vi è passato Pietro, vi è passato Paolo, vi sono passati tutti gli apostoli, vi sono passati i martiri, vi passa ogni giorno chiunque sia santo. Il primo a passare è stato il ladrone assieme al Signore. Abbiate fiducia e sperate che sia così anche per voi» (Gr Omelie sui Vangeli, p. 200)§

22La pietra scartata dai costruttori è divenuta la pietra d’angolo. 

«Ecco, io pongo una pietra in Sion, una pietra scelta, angolare, preziosa, saldamente fondata: chi crede non si turberà» (Is 28,16). Israele è come una pietra scartata dagli uomini ma scelta da Dio. 

Cristo ha vissuto la medesima esperienza del popolo; è stato scartato dagli uomini ma onorato da Dio: «[Cristo] è diventato testata d'angolo per un intervento del Signore. I costruttori lo scartarono, ma il Signore ne fece la pietra d'angolo (Cf At 4,11)» (Ag37,1499). «Stringendovi a lui, pietra viva, rigettata dagli uomini, ma scelta e preziosa davanti a Dio, anche voi venite impiegati come pietre vive per la costruzione di un edificio spirituale» (1 Pt 2,4-5). 

24Questo è il giorno che ha fatto il Signore: rallegriamoci in esso ed esultiamo!

«Il Signore ha fatto tutti quanti i giorni, ma la domenica, il giorno della risurrezione, è un giorno unicamente nostro. È anche per questo che si chiama domenica: perché il nostro Dominus (Signore) in quel giorno è salito vittorioso al Padre. Se i pagani lo chiamano giorno del sole, anche noi lo confermiamo tale perché oggi è spuntata la luce del mondo» (Gr Omelie sui Vangeli, p. 201)§. 

25Ti preghiamo, Signore: dona la salvezza! Ti preghiamo, Signore: dona la vittoria!

Dona la salvezza, per favore (hoshì‘a nà’)! Da yashà’, salvare (da cui deriva il nome Gesù). 

26Benedetto colui che viene nel nome del Signore. Vi benediciamo dalla casa del Signore. 27Il Signore è Dio, egli ci illumina. 

Mentre il pellegrino oltrepassa le soglie del tempio, riceve una benedizione da parte dei sacerdoti. Il raduno di Israele anticipa quello delle nazioni: «In quel tempo chiameranno Gerusalemme trono del Signore; tutti i popoli vi si raduneranno nel nome del Signore e non seguiranno più la caparbietà del loro cuore malvagio» (Ger 3,17, Cf Zc 14,16-17)). 

Venire nel Nome del Signore significa esercitare una missione da parte di Dio: «Tu [Golia] vieni a me con la spada, io [Davide] vengo a te nel Nome del Signore» (1 Sam 17,45). «La folla che andava innanzi e quella che veniva dietro (a Gesù) gridava: Benedetto Colui che viene…» (Mt 21,9; Cf Gv 12,13). «Io sono venuto nel Nome del Padre mio e voi non mi ricevete» (Gv 5,43). 

Formate il corteo con rami frondosi fino agli angoli dell’altare. 28Sei tu il mio Dio e ti rendo grazie, sei il mio Dio e ti esalto. 

«Il primo giorno [della festa delle Capanne] prenderete frutti, rami di palma, rami con dense foglie e salici e gioirete davanti al Signore» (Lev 23,40; Cf. Ne 8,15). «Tenendo in mano bastoni ornati, rami verdi e palme innalvano inni a Dio che aveva operato la purificazione del tempio» (2 Mac 10,7). 

La processione dei fedeli all’altare, prefigura quella dei beati nella Gerusalemme celeste. «Una volta lassù, cosa canteremo se non le sue lodi? Non gli tributeremo queste lodi con suono di parole; sarà l'amore stesso che ci unirà a lui ad elevare un tal grido; anzi l'amore sarà esso stesso questo grido» (Ag37,1498). 

29Rendete grazie al Signore, perché è buono, perché il suo amore è per sempre. Il salmo si conclude replicando l’inizio, accentuando il valore della fedeltà di Dio. 


sabato 8 aprile 2023

Pasqua 2023

 L’annuncio essenziale e più importante della Pasqua non consiste nel fatto che Gesù sia vivente, anzi il Vivente, il vero vivente. Questo è necessario ma è soltanto un presupposto. L’annuncio della Pasqua consiste nel fatto che Gesù sia stato costituito come Signore e Giudice (come ricorda Pietro). Come Signore, riprende la sua missione che aveva iniziato in Galiea, quella di introdurre nel mondo il Regno di Dio. Sembrava una missione destinata all’insuccesso e, alla fine, del tutto fallimentare. Ora Gesù può ripartire, anzi ora è dotato di tutti i mezzi di grazia per poter realizzare nel mondo il Regno di Dio. 

È Giudice perché adesso ciò che è vero o falso si misura su di Lui. Ciò che corrisponde a Lui è vero ed è destinato a vincere; ciò che è contrario a Lui, è destinato a fallire. Quando seguiamo Cristo, la nostra giornata ha valore e si salva; quando ci opponiamo a Lui, la nostra giornata perde consistenza e diventa una giorno perso. 

In che cosa consiste il Regno di Dio ripreso da Gesù? Chi crede in Lui, riceve il Signore dentro di sé; riceve il suo Spirito. L’etica cristiana non comincia dal ripassare i comandamenti. Il punto di partenza della vita cristiana è il nostro inserimento in Cristo. «Voi siete morti e la vostra vita è nascosta con Cristo in Dio». Siamo morti al mondo di prima, ai nostri desideri e pensieri scomposti. C’è una vita che non si vede ma è più vera di quella fisica che vediamo con gli occhi: siamo con Cristo in Dio. Gesù non è più solo e neppure noi siamo soli. Lui è in noi e noi siamo in Lui, immersi nella Luce del Padre

sabato 1 aprile 2023

Giuda si e' pentito?

Secondo la narrazione di Matteo, sembra che Giuda si penta per quanto ha fatto. 

«Allora Giuda, il traditore, vedendo che Gesù era stato condannato, si pentì e riportò le trenta monete d'argento ai sommi sacerdoti e agli anziani dicendo: “Ho peccato, perché ho tradito sangue innocente”. Ma quelli dissero: “Che ci riguarda? Veditela tu!”. Ed egli, gettate le monete d'argento nel tempio, si allontanò e andò ad impiccarsi» (Mt 27,3-5). 


Il primo segno del pentimento è infatti la restituzione dei denari. Non deve essere vista però come un modo per allontanare la maledizione in cui sarebbe in corso, per la semplice ragione che non si può in alcun modo inferire dal testo che il suicidio di Giuda sia un gesto di disperazione conseguente all'impossibilità di eliminare una maledizione. Al contrario, esprimendo pubblicamente il suo peccato, Giuda cerca il perdono. Le sue parole (ho peccato consegnandovi sangue innocente), sono una confessione che rafforza e spiega il significato del suo pentimento, espresso del versetto precedente. Le sue parole sono identiche a quelle in uso nella Bibbia ebraica per esprimere la richiesta di perdono dei peccati. Per la stragrande maggioranza dei casi, l'espressione “Ho peccato“ esprime un equivocabile assunzione di responsabilità da parte di chi ha commesso tale peccato davanti a Dio e gli uomini.

Dopo tale confessione, da Dio ci si può attendere una punizione, immediata o dilazionata, o il perdono dei propri peccati. Perché dunque il suicidio di Giuda?


Giuda cerca, anzitutto, di tornare dietro a ripagare il danno, restituendo i denari. Trova però l'opposizione dei sacerdoti e cerca, allora, un'altra strada. La morte in sé, secondo alcuni filoni della riflessione ebraica, porta al perdono dei peccati. 

Nel giudaismo il peccato viene suddiviso in due forme principali, alle quali corrisponde la relativa espiazione. La prima forma è quella del peccato compiuto per inavvertenza, senza intenzione, peccato può essere espiato con un sacrificio. Il secondo caso è quello del peccato commesso come un atto di deliberata disobbedienza. 

I peccati perdonabili possono essere rimessi in due modi, sempre a condizione che il peccatore sia pentito e provi rimorso: mediante l’espiazione del kippur (cioè il giorno del perdono) e mediante la morte, che è espiazione per tutti i peccati. Ne diviene che con la morte quasi tutti i peccatori sono riconciliati con Dio. Secondo l’insegnamento dei rabbini, non è sufficiente chiedere scusa, ma è richiesto un atto espiatorio. 

Provando ad applicare quanto detto al nostro testo, sembrerebbe che il peccato di Giuda possa rientrare nella seconda categoria, quella di un’azione deliberata. Da questo Peccato ci si può liberare o mediante l'espiazione del kippur, o con la morte. Non si può escludere che qui Matteo possa pensare a tutte due queste modalità. Possiamo ritenere che Giuda può aver tentato di risolvere il suo dramma con i mezzi ritenuti idonei nel sistema religioso del suo tempo, magari anche attraverso il suicidio. A fronte di un tentativo fallito di trovare un segno di perdono dai sacerdoti, a Giuda non resterebbe che ritirarsi per ottenere un espiazione con l'altro mezzo possibile, quello della morte. 

La morte di Giuda può essere confrontato con una con un altro caso della tradizione ebraica, dove si narra del suicidio di un certo Alcimo. Questi dopo aver ucciso 60 innocenti, si pente e per espiare si infligge tutti i quattro tipi di morte previsti in tribunale. La morte di quel colpevole, secondo la comprensione giudaica, compie l'espiazione. In conclusione si può pensare che per i lettori di Matteo di fronte alla morte dell'apostolo, non solo difficilmente avranno interpretato il suo suicidio come un espressione del suo profondo peccato e di depravazione, come poi invece farà la successiva tradizione cristiana, ma potrebbero anche avere intravisto nel suo gesto un atto di auto-espiazione. 


Dal punto di vista cristiano, Gesù con la sua fedeltà a Dio e il suo amore, ha ottenuto il perdono dei nostri peccati. Anche per noi, tuttavia, è necessario il pentimento. Ogni ulteriore espiazione (gli atti positivi conseguenti al nostro pentimento) non sono necessari per essere perdonati ma per esprimere la verità del pentimento, per crescere nella carità, recuperando il tempo perduto, e per collaborare alla salvezza di tutti


Cf. Giulio Michelini, Matteo, san Paolo.


Gesu' ha fallito?

 Gesù ha fallito? Di sicuro non ha avuto successo nel senso in cui l'hanno avuto Cesare o Alessandro Magno.

Da un punto di vista puramente terreno il suo, all'inizio, è un fallimento. È morto quasi del tutto abbandonato, è stato condannato per la sua parola. Al suo messaggio non è seguito alla risposta affermativa del suo popolo, ma la croce. Da una tale fine dovremmo riconoscere che il successo non è uno dei nomi di Dio e che non è cristiano occhieggiare ai successi esteriori e alle cifre.

Le vie di Dio sono diverse: il suo successo avviene mediante la croce che sta sempre sotto questo segno. La sua vera autenticazione è quella di coloro che, nel corso dei secoli, hanno fatto loro questo segno. Se oggi ci voliamo indietro a guardare alla storia, dobbiamo dire:

non è la chiesa di chi ha avuto successo a impressionarci, la chiesa dei papi e dei signori del mondo, la chiesa di coloro che hanno saputo confrontarsi con il mondo; ma è la chiesa dei sofferenti che ci porta a credere, è rimasta durevole, ci dà speranza. 

Vogliamo quindi lasciare che Gesù Cristo ci chiami, lui che ha raggiunto il successo di Dio sulla croce punto, che come il seme di frumento che muore, ha portato frutto lungo tutti i secoli: albero della vita, in cui gli uomini possono ancora oggi sperare.


venerdì 31 marzo 2023

La missione oggi

 Vale ancora la pena darsi alla missione?


Mentre i padri e i teologi del Medioevo potevano ancora essere del parere che nella sostanza tutto il genere umano era diventato cattolico e che il paganesimo esistesse ormai soltanto ai margini, la scoperta del nuovo mondo all'inizio dell'era moderna ha cambiato in maniera radicale le prospettive. 


Nella seconda metà del secolo scorso si è completamente affermata la consapevolezza che Dio non può lasciare andare in perdizione tutti non battezzati e che anche una felicità puramente naturale per essi non rappresenta una reale risposta alla questione dell'esistenza umana. Se è vero che i grandi missionari del secolo XVI erano ancora convinti che chi non è battezzato è per sempre perduto, nella chiesa cattolica dopo il Concilio Vaticano II tale convinzione è stata definitivamente abbandonata.


Perciò deriva una doppia profonda crisi. Per un verso ciò sembra togliere ogni motivazione a un futuro impegno missionario. Perché mai si dovrebbe cercare di convincere delle persone ad accettare la fede Cristiana quando possono salvarsi anche senza di essa? Ma pure per i cristiani ne derivò una conseguenza. Diventò incerta e problematica l’obbligatorietà della fede e della sua forma di vita. Se c'è chi si può salvare anche in altre maniere, non è più evidente, alla fin fine, perché il Cristiano stesso sia legato alle esigenze della fede Cristiana e alla sua morale. Ma se fede e salvezza non sono più interdipendenti, anche alla fede diventa immotivata. 


Negli ultimi tempi sono stati formulati diversi tentativi allo scopo di conciliare la necessità universale della fede cristiana con la possibilità di salvarsi senza di essa. Nel ricordo qui due: innanzitutto la ben nota tesi dei Cristiani anonimi…. 

Ancor meno accettabile è la soluzione proposta dalle teorie pluralistiche della religione, per le quali tutte le religioni, ognuna a suo modo, sarebbero vie di salvezza e in questo senso nei loro effetti devono essere considerate equivalenti. La critica della religione del tipo di quella esercitata dall'Antico testamento, dal Nuovo Testamento e dalla Chiesa primitiva è essenzialmente più realistica, più concreta e più vera della sua disanima delle varie religioni. Una ricezione così semplicista non è proporzionata la grandezza della questione. 


Ricordiamo da ultimo soprattutto Henri de Lubac e con lui alcuni altri teologi che hanno fatto forza sul concetto di sostituzione vicaria. Per essi la proesistenza di Cristo sarebbe espressione della figura fondamentale dell'esistenza Cristiana e della Chiesa in quanto tale. È vero che così il problema non è del tutto risolto, ma a me pare che questa sia in realtà l'intuizione essenziale che così tocca l'esistenza del singolo cristiano. Cristo, in quanto unico, era ed è per tutti, e i cristiani, che nella grandiosa immagine di Paolo costituiscono il suo corpo in questo mondo, partecipano di tale essere per. Cristiani, per così dire, non si è per se stessi, bensì, con Cristo, per gli altri. Ciò non significa una specie di biglietto speciale per entrare nella beatitudine eterna, ma la vocazione a costruire l'insieme, il tutto. Quello di cui la persona umana ha bisogno in ordine alla salvezza è l’intima apertura nei confronti di Dio, l'intima aspettativa e adesione a lui, e ciò, viceversa, significa che noi insieme con il Signore che abbiamo incontrato, andiamo verso gli altri e cerchiamo di render loro visibile l'avvento di Dio in Cristo. 


È possibile spiegare questo essere per anche in modo un po' più astratto. È importante per l'umanità che in essa ci sia verità, che questa sia creduta e praticata. Che si soffra per essa. Che la siami. Queste realtà penetrano con la loro luce all'interno del mondo in quanto tale e lo sostengono. Io penso che nella presente situazione diventi per noi sempre più chiaro comprensibile quello che il Signore dice ad Abramo, che cioè dieci giusti sarebbero stati sufficienti a far sopravvivere una città, ma che essa distrugge se stessa se tale piccolo numero non viene raggiunto. È chiaro che dobbiamo ulteriormente riflettere sull'intera questione.


Ratzinger

Per chi Cristo e' morto?

 Per molti o per tutti?


In tutto il Nuovo Testamento e in tutta la tradizione della chiesa è sempre stato chiaro che Dio vuole la salvezza di tutti e che Gesù non è morto per una parte degli uomini ma per tutti; che Dio di per sé stesso non pone limiti e confini. Non distingue tra coloro che non gli piacciono e che non vuole rendere partecipi ella salvezza e altri che invece preferirebbe; ama tutti, perché ha creato tutti. Per questo il Signore è morto per tutti.

Ecco perché nella Lettera ai Romani di San Paolo si legge: Dio non ha risparmiato il proprio figlio, ma lo ha dato il sacrificio per noi tutti (8,32) e nel capitolo quinto della seconda lettera ai Corinzi: lui che è uno, morì per tutti (v.14). Nella prima lettera a Timoteo si legge Cristo Gesù ha dato se stesso in riscatto per tutti. Questa citazione è particolarmente importante proprio perché, nel momento in cui è formulata e dal suo contesto, se riconosce che qui viene citato un testo eucaristico. Sappiamo così che allora in un determinato ambiente della chiesa, nell'eucaristia si usava la formula di offerta per tutti. 


Sulla base di questa consapevolezza, nel secolo XVII venne espressamente condannata una proposizione giansenista, secondo cui il Cristo non era morto per tutti. Tale delimitazione della salvezza venne così respinta come insegnamento eretico, che andava contro la fede di tutta la chiesa. La dottrina ecclesiale Dice esattamente il contrario: Cristo è morto per tutti. Non possiamo permetterci di mettere limiti a Dio.

Colui che ritiene che la fede sia soddisfacente solo se, per così dire, è premiata con la dannazione degli altri, misconosce il nucleo della fede. Un tale sensibilità che ha bisogno della punizione degli altri, non ha assimilato interiormente la fede. Ama solo se stessa, e non Dio, il creatore, a cui appartengono tutte le creature. 


In ogni caso Dio non costringe a nessuno alla salvezza. Dio accetta la libertà dell'uomo. Non è un incantatore, che alla fin fine, sistema tutto. È un vero padre; un creatore che afferma la libertà, anche quando essa la lo rifiuta. Per questo la volontà salvifica di Dio non implica che tutti gli uomini giungano necessariamente alla salvezza C’è la potenza del rifiuto. Dio ci ama e noi dobbiamo solo essere tanto umili da lasciarsi amare.


Ratzinger, Il Dio vicino, 31-33


mercoledì 29 marzo 2023

Il motivo della morte di Gesu'

 Misericordia e giustizia in Dio. 


Papa Giovanni Paolo II era profondamente impregnato da tale impulso (ossia dal desiderio di riscoprire la bontà divina), anche se ciò non sempre emergeva in modo esplicito. Ma non è di certo un caso che il suo ultimo libro, che ha visto la luce proprio immediatamente prima della sua morte, parli della Misericordia di Dio. A partire dall'esperienza nelle quali fin dei primi anni di vita ebbe constatare tutta la crudeltà degli uomini, egli afferma che la misericordia è l'unica vera e ultima reazione efficace contro la potenza del male. Solo là dove c'è misericordia finisce la crudeltà, finiscono il male e la violenza. Papa Francesco si trova del tutto in accordo con questa linea. La sua pratica pastorale si esprime proprio nel fatto che egli parli continuamente della misericordia di Dio. È la Misericordia quello che ci muove verso Dio mentre la giustizia ci spaventa al suo aspetto.


A mio parere ciò mette in risalto che sotto la patina della sicurezza di sé e della della propria giustizia l'uomo di oggi nasconde una profonda conoscenza delle sue ferite e della sua indegnità di fronte a Dio. Egli è in attesa della Misericordia. Non è di certo un caso che la parabola del buon samaritano sia particolarmente attraente per i contemporanei. E non solo perché in essa è fortemente sottolineata la componente sociale dell'esistenza cristiana, né solo perché in essa è il Samaritano, l'uomo non religioso, nei confronti dei rappresentanti della religione appare, per così dire, come colui che agisce in modo veramente conforme a Dio, mentre li rappresentanti ufficiali della religione si sono resi, per così dire, immuni nei confronti di Dio. È chiaro che ciò piaccia l'uomo moderno. Ma mi sembra altrettanto importante tuttavia che gli uomini nel loro intimo aspettino che il Samaritano venga in loro aiuto, che si curvi, versi olio sulle loro ferite, si prenda cura di loro e li porti al riparo. In ultima analisi essi sanno di aver bisogno della Misericordia di Dio e della sua delicatezza.


Nella durezza del mondo tecnicizzato nel quale i sentimenti non contano più niente, aumenta però l'attesa di un amore salvifico che venga donato gratuitamente. Mi pare che nel tema della misericordia Divina si esprime in modo nuovo quello che significa la giustificazione per fede. A partire dalla misericordia di Dio, che tutti cercano, è possibile anche oggi interpretare da capo il nucleo fondamentale della dottrina della giustificazione e farlo apparire ancora in tutta la sua rilevanza.


Quando Anselmo dice che il Cristo doveva morire in croce per riparare l'offesa infinita che era stata fatta a Dio e così restaurare l'ordine infranto, egli usa un linguaggio difficilmente accettabile dall'uomo moderno. Esprimendosi in questo modo, si rischia di proiettare su Dio un'immagine di un Dio di collera, dominato, dinnanzi al peccato dell'uomo, da sentimenti di violenza e di aggressività paragonabili a quello che noi stessi possiamo sperimentare. Come è possibile parlare della Giustizia di Dio senza rischiare di infrangere la certezza, ormai assodata presso i fedeli, che il Dio dei Cristiani è un Dio ricco di misericordia? (Ef 2,4). 


Le categorie concettuali di Sant'Anselmo sono diventate oggi per noi di certo incomprensibili. E il nostro compito tentare di capire in modo nuovo la verità che si cela dietro tale modo di esprimersi. Per parte mia formula 3 punti di vista su questo punto. 


1) La contrapposizione tra il Padre, che insiste in modo assoluto sulla giustizia e il figlio che obbedisce al padre e ubbidendo accetta la crudele esigenza della giustizia non è solo incomprensibile oggi, ma, a partire dalla teologia trinitaria, è in sé del tutto errata. Il Padre e il Figlio sono una cosa sola e quindi la loro volontà è una sola. Quando il Figlio nell'orto degli Ulivi lotta con la volontà del padre non si tratta del fatto che egli debba accettare per sé lui la crudele a disposizione di Dio, bensì dal fatto di attirare l'umanità dal di dentro della volontà di Dio. Dovremmo tornare ancora, in seguito sul rapporto tra le due volontà del Padre del Figlio. 


2. Ma allora perché mai la croce e l'espiazione?  Mettiamoci di fronte all'incredibile quantità di male, di violenza,  di crudeltà e di superbia che infettano e rovinano il mondo. Questa massa di male non può essere semplicemente dichiarata inesistente, neanche da parte di Dio. Essa deve essere depurata, rielaborata e superata L'Antico Israele era convinto che il quotidiano sacrificio per i peccati e soprattutto la grande liturgia del giorno di espiazione fossero necessari come contrappeso alla massa di male presente nel mondo e che solo mediante tale riequilibrio il mondo poteva, per così dire rimanere sopportabile. Una volta scomparsi i sacrifici del tempio, ci si dovette chiedere che cosa potesse essere contrapposto alle superiori potenze del male, come trovare in qualche modo un contrappeso. 

I cristiani sapevano che il tempio distruttore era stato sostituito dal corpo risuscitato dal Signore crocifisso e che nel suo amore radicale incommensurabile era stato creato un contrappeso all'incommensurabile presenza del male. Anzi essi sapevano che le offerte presentate finora potevano essere concepite solo come gesto di desiderio di un reale contrappeso. Essi sapevano anche che di fronte alla strapotenza del male solo un amore infinito poteva bastare, solo un espiazione infinita. Sapevano che il Cristo Crocifisso risorto è un potere che può contrastare quello del male e così salvare il mondo e su queste basi potevano anche capire il senso delle proprie sofferenze come inserite nell'amore sofferente di Cristo e come parte della potenza redentrice di tale amore. Sopra citavo quel teologo per il quale Dio ha dovuto soffrire per le sue colpe nei confronti del mondo. Ora, dato questo capovolgimento della prospettiva, emerge la seguente verità: Dio semplicemente non può lasciare com'è la massa del male che deriva dalla libertà che lui stesso ha concesso. Solo lui, venendo a far parte della sofferenza del mondo,  può redimere il mondo. 


3. Su queste basi diventa più perspicuo il rapporto tra il Padre e il Figlio. Riproduco sull'argomento un passo tratto dal libro di De Lubach su Origene che mi sembra a portare molta chiarezza: «Il Salvatore è disceso sulla terra per pietà verso il genere umano. Egli ha subito le nostre passioni prima di soffrire la croce, prima ancora che si fosse degnato di prendere la nostra carne: ché se non le avesse subite da prima, non sarebbe venuto a partecipare alla nostra vita umana. Qual è questa passione che dall'inizio Egli ha subito per noi? È la passione dell'amore.  Ma il Padre stesso, Dio dell'universo, lui che è pieno di longanimità di misericordia e di pietà non soffre forse in qualche modo? O forse tu ignori che quando si occupa delle cose umane, egli soffre una passione umana? Perché il Signore Dio ha preso su di sé i tuoi modi di vivere come colui che prende su di sé il suo bambino. Dio prende su di sé i nostri modi di vivere come il figlio di Dio prende le nostre passioni. Il Padre stesso non è impassibile, se lo si invoca Egli ha pietà e compassione. Egli soffre una passione d'amore».


In alcune zone della Germania ci fu una devozione molto commovente che si soffermava sull' indigenza di Dio (Die Not Gottes). Qui si presenta davanti ai miei occhi un impressionante immagine che rappresenta il padre sofferente, e come padre condivide interiormente le sofferenze del figlio. È anche l'immagine del trono di Grazia fa parte di questa devozione: il Padre sostiene la croce e il crocifisso, si china amorevolmente su di lui e d'altra parte è per così dire insieme con lui sulla croce. Così in modo grandioso e puro è colto qui il significato della Misericordia di Dio e della partecipazione di Dio per la sofferenza dell'uomo. Non si tratta di una giustizia crudele, non già del fanatismo del padre, bensì della verità e della realtà della creazione: del vero intimo superamento del male che in ultima analisi si può realizzare solo nella sofferenza dell'amore.


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