venerdì 13 ottobre 2023

Lettera ai Filippesi 4

 Capitolo 4

1Perciò, fratelli miei carissimi e tanto desiderati, mia gioia e mia corona, rimanete in questo modo saldi nel Signore, carissimi! 

Fratelli miei carissimi e tanto desiderati! Ricompare il sentimento di grande affetto di Paolo verso i destinatari della sua lettera. I componenti della comunità di Filippi sono discepoli, sono collaboratori, sono il gregge a lui affidato, ma sono soprattutto i suoi fratelli e, perciò, desidera incontrarli. Sono la sua gioia perché, nonostante qualche ricaduta, hanno corrisposto ai suoi desideri rendendosi disponibili ad accogliere il Vangelo. Per lo stesso motivo sono la sua corona, un’immagine che richiama la vittoria ottenuta dopo le sue fatiche “atletiche”, le sofferenze affrontate nell’adempimento della sua missione. Ritroviamo espressioni simili nella prima lettera ai Tessalonicesi: «Chi, se non proprio voi, è la nostra speranza, la nostra gioia e la corona di cui vantarci davanti al Signore nostro Gesù, nel momento della sua venuta? Siete voi la nostra gloria e la nostra gioia» (1 Ts 2,19). La corona richiama anche la ricompensa celeste: «Ogni atleta è disciplinato in tutto; essi lo fanno per ottenere una corona che appassisce, noi invece una che dura per sempre» (1 Cor 9,25). 

Rimanete saldi nel Signore, carissimi! L’essenziale per tutti è restare saldi nel Signore, continuare a vivere nella realtà nuova nella quale sono stati inseriti per grazia. Si tratta in un fondo di un’applicazione nuova dell’antico insegnamento del profeta Isaia: se non si resta saldi nel Signore, non si sperimenterà alcuna consistenza (Cf Is 7,9b). Il tralcio, se non resta inserito nel tronco della vite, non darà frutto.

Rimane sempre valida l’allerta lanciata da Girolamo: «Ecco l’avversario fa di tutto per uccidere Cristo nel tuo cuore! (Ecce adversarius in pectore tuo Christum conatur occidere)» (Lettera XIV, 2) 

L’invito alla saldezza, abbastanza frequente, viene rivolto per contrastare lo scoraggiamento di fronte alle difficoltà poiché il regno di Dio si ottiene attraversando molte tribolazioni (Cf At 14,22). Il cristiano si trova, quindi, nella situazione di un soldato arruolato: indossa la corazza della giustizia, lo scudo della fede, la spada della Parola (Cf Ef 6, 14-17). «Ti sbagli, fratello, ti sbagli di grosso se pensi che un cristiano non soffra continuamente persecuzioni. Ti si muove guerra ancor più accanita allorché pensi di non essere combattuto. Ora è la lussuria che mi perseguita, ora l’avarizia…, il ventre vorrebbe farsi il mio dio al posto di Cristo; la libidine mi sollecita a cacciare via lo Spirito Santo che abita in me e a violare il suo tempio» (Girolamo, Lettera XIV,4). La speranza della piena partecipazione alla gloria di Dio, un dono spropositato ed immeritato per la sua vastità, rafforza la solidità del credente (Cf Rm 5,2).

 2Esorto Evodia ed esorto anche Sintiche ad andare d'accordo nel Signore. 3E prego anche te, mio fedele cooperatore, di aiutarle, perché hanno combattuto per il Vangelo insieme con me, con Clemente e con altri miei collaboratori, i cui nomi sono nel libro della vita.

Aveva già raccomandato i suoi fedeli a pensare in sintonia con il Signore, ossia di vivere come Lui. Ora si rivolge un’esortazione prima ad Evodìa poi a Sintìche insistendo perché vivano in questo modo. Probabilmente s’era creato un certo dissidio tra queste due donne ed allora, in questo caso, vivere conforme a Cristo significa ritrovare la concordia, lo stile di vita normale per chi vive nel Signore. Invita un collaboratore anonimo ad aiutarle a ritrovare l’armonia. 

Parlare ad ogni persona, amichevolmente, era già stato lo stile di vita di Gesù e diventerà regola normale per ogni guida della comunità: «Parla a ciascuno in particolare, come fa Dio; sostieni le infermità di tutti, come un atleta perfetto. Dove c’è più fatica, c’è più guadagno. Tanto più bisogna che noi sopportiamo tutto per Dio, affinché lui pure sopporti noi» (Lettera di Ignazio a Policarpo, 1,3. 3,1). 

Evodia e Sitiche, pur incappate in un fastidioso litigio, non sono cristiane mediocri ma hanno lottato insieme all’apostolo, con grande impegno. Non sono state di meno rispetto ai collaboratori maschi (come Clemente ed altri). Queste donne sono tra le molteplici missionarie del Vangelo che hanno lavorato insieme a Paolo: Febe, Priscilla, Maria, Giunia, Trifena e Trifosa, Perside, Giulia e Olimpas (Cf Rm 16). Sono state vere evangelizzatrici, non delle semplici collaboratrici domestiche. Giovanni Crisostomo, soffermandosi sull’elogio che l’apostolo rivolge a Maria (Rm 16,6), osserva: «Di nuovo Paolo esalta e addita a esempio una donna, e di nuovo noi uomini   siamo sommersi dalla vergogna … ma siamo anche onorati. Siamo onorati, infatti, perché abbiamo con noi donne del genere; ma siamo sommersi dalla vergogna, perché siamo molto indietro al loro confronto. Se apprendiamo, tuttavia, da dove traggono il loro onore, ben presto potremo raggiungerle anche noi. Da dove traggono l'onore? Ascoltino uomini e donne: dai sudori sostenuti per la verità» (Omelia 31,1 PG 60, 668-669).

«Dobbiamo proprio a Paolo un'ampia documentazione sulla dignità e sul ruolo ecclesiale della donna. Egli parte dal principio fondamentale, secondo cui per i battezzati non solo “non c'è né giudeo né greco, né schiavo né libero”, ma paradossalmente neppure “né maschio né femmina”: il motivo è che “tutti siamo uno solo in Cristo Gesù” (Gal 3,28), cioè tutti accomunati nella stessa dignità di fondo, benché ciascuno con funzioni specifiche ( 1Cor 12,7). Ebbene, l’Apostolo ammette come cosa normale che nelle assemblee cristiane la donna possa intervenire a “profetare” (1 Cor 11,5), cioè a pronunciarsi in modo aperto e pubblico sotto l’influsso dello Spirito, purché sia per l'edificazione della comunità; perciò la successiva esortazione a che “le donne nelle assemblee tacciano” (1 Cor 14,34) va piuttosto relativizzata e va compresa […] certo come semplice richiamo concreto al buon ordinamento delle assemblee stesse» (Romano Penna, Battesimo e identità cristiana: una doppia immersione, San Paolo, Milano 2022, 208). 

4Siate sempre lieti nel Signore, ve lo ripeto: siate lieti. 

La gioia è il sottofondo permanente della vita cristiana. È la conseguenza dell’amore gratuito di Dio: «L’amore circonda chi confida nel Signore. Rallegratevi nel Signore ed esultate giusti!» (Sal 32,10-11). Questo amore sconfinato si rivela nelle sue grandi opere: «Mi dai gioia, Signore, con le tue meraviglie, esulto per l’opera delle tue mani» (Sal 92,5). «Ringraziate con gioia il Padre che vi ha resi capaci di partecipare alla sorte dei santi nella luce» (Col 1,12).

Essa è molto di più d’un sentimento spontaneo o creato da noi ma è frutto dello Spirito (Gal 5,22), il risultato della limpidità di coscienza e della nostra relazione con Dio: «Chi resta fedele alla legge della libertà, questi troverà la sua felicità nel praticarla» (Gc 1,25). Scaturisce dal perdono e dalla riconciliazione con Dio, l’unico che può ricostruire la nostra persona e la nostra vita, dopo il peccato o nei travagli dell’esistenza: «Fammi sentire gioia e letizia: esulteranno le ossa che ha spezzato» (Sal 51,10). 

5La vostra amabilità sia nota a tutti. 

La gioia interiore affiora nei rapporti esterni come affabilità. Così si manifesta la persona pacificata: «[Antonio], mentre faceva questo [una vita ascetica], non rattristava nessuno, ma anche gli altri avevano gioia di lui… Vedendo questa sua natura, lo chiamavano “colui che ama Dio”. Alcuni lo salutavano come figlio, altri come fratello» (Atanasio, Vita di Antonio, 4,4). «Stando in piedi [Policarpo] pregò pieno della grazia di Dio… e [i soldati] che ascoltavano erano stupiti e si pentivano di essere venuti ad arrestare un anziano talmente santo» (Martirio di Policarpo, 7,3). 

Il Signore è vicino! 

La vicinanza del Signore consiste nella certezza della sua azione futura ma anche della sua presenza attuale. In futuro farà apparire la nuova creazione: «Non vi sarà più la morte né lutto né lamento né affanno, perché le cose di prima sono passate… Ecco, io vengo presto e ho con me il mio salario per rendere a ciascuno secondo le sue opere. Io sono l'Alfa e l'Omèga, il Primo e l'Ultimo, il Principio e la Fine. Beati coloro che lavano le loro vesti per avere diritto all'albero della vita e, attraverso le porte, entrare nella città» (Ap 21,4; 22,12-14). 


6Non angustiatevi per nulla, ma in ogni circostanza fate presenti a Dio le vostre richieste con preghiere, suppliche e ringraziamenti. 7E la pace di Dio, che supera ogni intelligenza, custodirà i vostri cuori e le vostre menti in Cristo Gesù.

La pace piena della vita futura viene anticipata, in maniera parziale, nella fiducia in Dio del credente. Egli sa che può sempre parlare con un Padre, «riversare davanti a Lui il suo cuore» (Sal 62,9); può «affidare a lui il suo peso», per essere da Lui sostenuto (Sal 55,23). Nell’angoscia, unisce il ringraziamento alla sua supplica e, nella relazione con Lui, viene redento dall’ansia (merimna). Viene liberato dalla paura del futuro che può invadere e distruggere chi pensa di dover contare soltanto su se stesso o ha perso la sua fiducia nella paternità di Dio. Questa pace sorprenderà l’amico di Dio  per la sua profondità e vastità. 

«Sprofondiamoci sempre più in questo sguardo di fede, che solo è intelligente e vero. È lo sguardo stesso di Dio. In tutto ciò che egli fa o permette non vede e non vuole altro che il suo amore. Facciamo come lui. Evidentemente le apparenze sono sconcertanti. Il mondo è pieno di male e di odio. Come vedere l'amore in queste manifestazioni? Non lo si vede; lo si crede. Credere è vedere nella luce di Dio; è rimettersi a lui […] Noi abbiamo trovato la nostra vera vita profonda e bisogna restare uniti ad essa. Questa vita profonda è una pace immensa basata sulla fede nell'Amore. Crediamo che l'Amore infinito (senza confini) ci ha visti da tutta l'eternità, ci ha amati, ci ha voluti, ci ha donato l'essere e la vita, ce la conserva, dirige ogni nostro passo, ci avvolge incessantemente e dovunque di una attenzione paterna e materna, e ci offre ad ogni istante tutti i mezzi più sicuri per unirci a lui. Sopprimiamo dal cammino della nostra vita i dubbi, e sostituiamoli immediatamente, appena si presentano, con l’atto di fede nell'Amore. (...) Crediamo questo e avremo la pace, anche quando non sentiremo di averla» (A. Guillerand, cit. in Alla scuola del silenzio, Rubettino, Catanzaro, 59-60.


8In conclusione, fratelli, quello che è vero, quello che è nobile, quello che è giusto, quello che è puro, quello che è amabile, quello che è onorato, ciò che è virtù e ciò che merita lode, questo sia oggetto dei vostri pensieri. 9Le cose che avete imparato, ricevuto, ascoltato e veduto in me, mettetele in pratica. E il Dio della pace sarà con voi!

Il cristiano, liberato dal potere delle tenebre e trasferito nella luce di Dio, coltiva desideri e pensieri in modo conforme alla sua nuova situazione. «Vive con Cristo in Dio» (Col 3,3). Il suo mondo è “celeste”, e per questo si protende a tutto ciò che è nobile ed accoglie ogni forma di bene da qualsiasi parte esso provenga. 

Il bene è sempre creato da Dio: «Ogni buon regalo e ogni dono perfetto vengono dall’alto e discendono dal Padre, creatore della luce» (Gc 1,17).  Da sempre il Signore accompagna ogni generazione, ogni popolo ed ogni uomo perché rimanga nell’ambito della luce: «Tutte le generazioni da Adamo fino ai nostri giorni sono passate, ma coloro che per la grazia di Dio perfetti nella carità, sono nel coro dei beati e questi risplenderanno al sopraggiungere del regno di Cristo. Per riportare anche gli esempi dei pagani, molti re e capi, quando c'era la pestilenza, ammoniti dall'oracolo, si offrirono alla morte, per salvare con il loro sangue i cittadini; molti abbandonarono le proprie città per mettere fine alle sommosse. Sappiamo che molti tra noi si offrirono alle catene, per liberare gli altri molti offrirono se stessi in schiavitù e con il prezzo ho ricevuto diedero da mangiare agli altri» (Clemente, Lettera ai Corinzi, 50,3 e 55,1-2). 

10Ho provato grande gioia nel Signore perché finalmente avete fatto rifiorire la vostra premura nei miei riguardi: l'avevate anche prima, ma non ne avete avuto l'occasione. 11Non dico questo per bisogno, perché ho imparato a bastare a me stesso in ogni occasione. 12So vivere nella povertà come so vivere nell'abbondanza; sono allenato a tutto e per tutto, alla sazietà e alla fame, all'abbondanza e all'indigenza. 13Tutto posso in colui che mi dà la forza. 14 Avete fatto bene tuttavia a prendere parte alle mie tribolazioni.

In questa parte conclusiva della lettera, ringrazia i Filippesi per gli aiuti che gli hanno inviato tramite Epafrodito. L’apostolo è un uomo di profonde relazioni. Egli ama e desidera essere amato. Non si lascia irretire dalla malignità altrui ma ne soffre. Forse stava aspettando da tempo un aiuto da parte dei Filippesi ed ora che esso è giunto, scusa i ritardari: avrebbero voluto soccorerlo da tempo ma nessuno voleva affrontare la pena del viaggio o il rischio di farsi conoscere come amico di una persona sospetta alle autorità. 

I suoi fratelli di Filippi non devono essere troppo preoccupati per sue condizioni di prigioniero perché egli non si è mai lasciato travolgere dagli eventi e ha ridotto al minimo le sue esigenze. Nonostante la sua capacità di autonomia, è ben lieto di poter godere di aiuti che ora lo rinfrancano. Non si mostra più forte di quanto non lo sia realmente e accetta di aver bisogno, come tutti, dell’aiuto di altre persone amiche. È un uomo maturo, capace di soffrire, ma non una fredda macchina da evangelizzazione.

15Lo sapete anche voi, Filippesi, che all'inizio della predicazione del Vangelo, quando partii dalla Macedonia, nessuna Chiesa mi aprì un conto di dare e avere, se non voi soli; 16e anche a Tessalònica mi avete inviato per due volte il necessario. 17Non è però il vostro dono che io cerco, ma il frutto che va in abbondanza sul vostro conto. 18Ho il necessario e anche il superfluo; sono ricolmo dei vostri doni ricevuti da Epafrodìto, che sono un piacevole profumo, un sacrificio gradito, che piace a Dio. 19Il mio Dio, a sua volta, colmerà ogni vostro bisogno secondo la sua ricchezza con magnificenza, in Cristo Gesù. 

Ricorda che, in via, normale sceglieva di non farsi mantenere dalle comunità che evangelizzava. Lavorava con le sue mani e si manteneva da sé (Cf At 18,3).  Nessuno, quindi, poteva accusarlo di essere stato uno sfruttatore o di aver adattato il messaggio in base alle preferenze dell'offerente. «Noi non abbiamo voluto servirci di questo diritto, ma tutto sopportiamo per non mettere ostacoli al vangelo di Cristo» (1 Cor 9,12). 

Gesù aveva permesso che l’apostolo ricevesse un compenso per le fatiche. Anzi, il soccorso anche minimo, come un bicchiere d’acqua fresca, prestato ad un evangelizzatore sarebbe stato molto apprezzato da Dio stesso (Cf Mt 10,42). Paolo non si oppone certo a queste istruzioni, anzi le ribadisce (Cf 1 Cor 9,4-12) ma vuole agire secondo un criterio pastorale scaturito da una generosità spiccata. Il suo vanto è quello di annunciare gratuitamente il Vangelo senza usare il diritto conferitogli dal Vangelo (Cf 1 Cor 9,18). Con Gesù condivide l’idea che l’efficacia della predicazione, dipende dallo stile vissuto dall’annunciatore. Mentre ascolta, la gente osserva e soppesa l’autenticità del messaggero. 

Con i Filippesi aveva potuto agire diversamente dal solito perché l’avevano stimato subito senza ombre di dubbio e avevano voluto aiutarlo in modo spontaneo. Se è libero dalla necessità di lavorare, Paolo può donarsi interamente alla sua missione, senza intoppi (Cf At 18,5). 

Paolo non si rallegra soltanto per il valore dei doni ricevuti ma anche perché i suoi amici di Filippi si sono arricchiti, a loro volta, con le loro opere d’amore. Li ha resi ricchi con la sua predicazione ed li arricchisce più ancora nel dare loro l’occasione di aiutarlo. Come aveva già ricordato, il culto più gradito a Dio è una vita santa. Era già un’opinione antica: «Chi osserva la legge vale quanto molte offerte; chi adempie i comandamenti offre un sacrificio che salva. Chi ricambia un favore offre fior di farina, chi pratica l'elemosina fa sacrifici di lode» (Sir 35,1-4). 

Non sollecita i Filippesi ad occuparsi di lui, mentre egli aveva esortato i suoi fedeli a prendersi cura seriamente dei bisognosi. Organizzando una colletta a favore dei poveri di Gerusalemme, così scrive ai Corinzi: «Tenete presente questo: chi semina scarsamente, scarsamente raccoglierà e chi semina con larghezza, con larghezza raccoglierà. Ciascuno dia secondo quanto ha deciso nel suo cuore, non con tristezza né per forza, perché Dio ama chi dona con gioia» (2 Cor 9,6-7). Dio ricompensa i donatori e li arricchisce perché possano profondersi in altri atti di generosità. 

Nel periodo successivo al tempo degli apostoli, alcuni evangelizzatori scelsero l’itineranza per darsi alla predicazione ma nelle varie Chiese sorse la necessità di discernere i veri missionari da approfittatori disonesti. «Se chi viene è di passagggio, soccorretelo per quanto potete, ma non rimarrà presso di voi se non due o tre giorni. Nel caso invece che voglia risiedere presso di voi, se ha un mestiere lavori e mangi. Se non ce l’ha, provvedete con saggezza per evitare che un cristiano viva presso di voi nell’ozio. Se non vuole comportarsi in questo modo, è uno che traffica con Cristo» (Didaché, 12,1-5). 


20Al Dio e Padre nostro sia gloria nei secoli dei secoli. Amen.
21Salutate ciascuno dei santi in Cristo Gesù. 22Vi salutano i fratelli che sono con me. Vi salutano tutti i santi, soprattutto quelli della casa di Cesare.
23La grazia del Signore Gesù Cristo sia con il vostro spirito.

Conferma il monoteismo biblico perché il destinatario ultimo della glorificazione è sempre Dio Padre, dal quale tutto deriva e al quale tutto ritorna. Tuttavia l’amore del Padre oramai raggiunge gli uomini per mezzo della grazia di Gesù (v.23). L’amore di Gesù per noi è un riflesso perfetto di quello di Dio e il Padre può comunicarsi a noi per mezzo del Risorto che ha dato tutto se stesso per noi e continua a servirci secondo il vero modo di essere Dio. 


Il “tachigrafo” (stenografo) aveva scritto sotto dettatura ciò che l’apostolo voleva comunicare e poi l’aveva ricopiato su carta di papiro. A questo punto, Paolo scrive di suo pugno le parole conclusive e in questo modo autentica il suo scritto. L’uso appare evidente alla conclusione della lettera ai Galati: «Vedete con che grossi caratteri vi scrivo, ora, di mia mano» (Gal 6,11)

Tuttavia non è questa la sua unica precauzione, né riduce il saluto ad una semplice parola augurale (come si faceva a quel tempo) ma coglie l’occasione per favorire la comunione con i destinatari e l’amicizia tra costoro e le altre comunità, come appare nel congedo della lettera ai Colossesi: «Salutate i fratelli di Laodicea e Ninfa con la comunità che si raduna nella sua casa. E quando questa lettera sarà stata letta da voi, fate che venga letta anche nella Chiesa dei Laodicesi e anche voi leggete quella inviata ai Laodicesi» (Col 4,15-16). 

Con lui ad inviare il saluto ci sono altri fratelli. Alcuni lavorano all’interno dell’amministrazione statale. La menzione è utile per rincuorare: il Vangelo penetra ovunque e l’apparato che sembra solo ostile potrà trasformarsi in una realtà più positiva. 


mercoledì 4 ottobre 2023

La donna nella Chiesa

 «“Salutate Maria che ha faticato molto per voi” (Rm 16,6). Di nuovo Paolo esalta e addita a esempio una donna , e di nuovo noi uomini   siamo sommersi dalla vergogna … ma siamo anche onorati. Siamo onorati, infatti, perché abbiamo con noi donne del genere; ma siamo sommersi dalla vergogna, perché siamo molto indietro al loro confronto. Se apprendiamo, tuttavia, da dove traggono il loro onore, ben presto potremo raggiungerle anche noi. Da dove traggono l'onore? Ascoltino uomini e donne: dai sudori sostenuti per la verità» (Giovanni Crisostomo, Omelia 31,1 PG 60, 668-669).


«Dobbiamo proprio a Paolo un'ampia documentazione sulla dignità e sul ruolo ecclesiale della donna. Egli parte dal principio fondamentale, secondo cui per i battezzati non solo «non c'è né giudeo né greco, né schiavo né libero», ma paradossalmente neppure «né maschio né femmina»: il motivo è che «tutti siamo uno solo in Cristo Gesù» (Gal 3,28), cioè tutti accomunati nella stessa dignità di fondo, benché ciascuno con funzioni specifiche ( 1Cor 12,7). Ebbene, l’Apostolo ammette come cosa normale che nelle assemblee cristiane la donna possa intervenire a «profetare» (1 Cor 11,5), cioè a pronunciarsi in modo aperto e pubblico sotto l’influsso dello Spirito, purché sia per l'edificazione della comunità; perciò la successiva esortazione a che «le donne nelle assemblee tacciano» (1 Cor 14,34) va piuttosto relativizzata e va compresa […] certo come semplice richiamo concreto al buon ordinamento delle assemblee stesse» (Romano Penna, Battesimo e identità cristiana: una doppia immersione, San Paolo, Milano 2022, 208).

sabato 23 settembre 2023

Scelte di vita

 Il dissidio tra vita celeste e impegno nel mondo nella storia 


Nella storia della spiritualità cristiana, diventerà normale scegliere il servizio duro per i fratelli rispetto al godimento della vita celeste. È il sentire comune dei veri discepoli. Anzi soltanto chi si è uniformato a tal punto con Cristo Gesù al punto da desiderare la comunione perfetta e definitiva con Lui, si mostra capace di affrontare la lotta più dura, rinunciando ad ogni suo vantaggio. L’apostolo sceglie di rimanere “nella carne” a vantaggio dei fratelli, proprio perché per lui vivere è Cristo. Anzi per sommo paradosso, il discepolo perfetto di Cristo, rinuncia a Cristo stesso, se ciò sarebbe necessario per redimere il fratello (Cf Rm 9,3). Per il vero discepolo, nulla è più importante del donarsi per amore. 

Iniziamo l'indagine da Guglielmo di saint Thierry. Egli insegna che la comunione con Dio è l'unica vera sorgente di felicità per l'uomo e in questo modo valorizza il desiderio proprio di eros. Tuttavia la ricerca di felicità nella comunione con Dio non distrae affatto il cristiano dal suo impegno a favore della terra. A creare gioia è il fatto di amare; più precisamente ancora, di essere, per quanto possibile all'uomo, ciò che Dio è: amore disinteressato, fedeltà a tutta prova, accondiscendenza misericordiosa. 

La contemplazione (o visione di Dio), avvertita come una forma anticipata della condizione futura, consiste nel vivere questa somiglianza di carità nella maniera più perfetta possibile. Il contemplativo, condotto da un sentimento d'amore totale, riesce ad intuire, a leggere sul volto di Dio i pensieri e i desideri che lo riguardano. Questo non significa che egli deve sviluppare delle considerazioni astratte ma discernere la propria missione. Contemplativo è, allora, colui che comprende con chiarezza il volere di Dio su di sé e che poi vi si conforma in totale fedeltà. «La <carità> trova dolce rivolgere sempre <lo sguardo> verso quel volto e, come su un libro di vita, leggervi le leggi della vita <adatte> per sé, e comprenderle, illuminando la fede, consolidandola speranza e risvegliando la carità» . 

Ciò che è possibile scrutare di Dio è la visione della sua volontà per noi, a favore del mondo e chi è divenuto perfetto nell'amore, osserva tutta la realtà creata con lo sguardo di accondiscendenza proprio di Dio. Aderendo a Dio senza riserve sotto ogni riguardo, la contemplazione «considera tutta la creazione che si trova al di sotto di Dio non diversamente da come <la considera> Dio <stesso>, disponendo e ordinando ogni cosa nella luce e nella virtù della sapienza». 

Il fatto di gustare Dio fa sgorgare nell'amante il desiderio di partecipare all'amore che lo riempie di gioia stupita. L'anima sapiente, gustando solamente Dio, «spoglia l'uomo dell'uomo», ossia, mentre ammira l'amore di Dio, lo assimila e, di conseguenza, elimina da sé ogni traccia di meschinità che si oppone ad esso. 

Se questo è il sentire di Guglielmo, non stupisce che egli, a sua volta, condivida e faccia sua la scelta già compiuta dall'apostolo Paolo. Questi, pur aspirando alla gioia della comunione con Dio, sceglieva di rimanere nella carne e di condividere le angustie delle sue comunità. «Anche se la vita di Paolo si svolgeva tutta nei cieli, egli non si negava ogni volta che era necessario stare accanto agli uomini sulla terra», osserva Guglielmo. 

Il mistico cristiano, quando si estranea dal mondo e contempla Dio, avverte dentro di sé la necessità della carità che lo costringe a ritornare dai fratelli: «La carità nei confronti di Dio lo portava verso l'alto, mentre la carità per il prossimo lo spingeva verso il basso, come se fosse appeso per il collo». La crudezza dell'immagine contribuisce a far comprendere l'intensità con cui l'amico di Dio, mentre gode della comunione con lui, avverte anche il bisogno di donarsi agli altri. Nella dottrina di Guglielmo, quindi, il sentimento di eros non contraddice affatto l'agape. Entrambi i sentimenti vengono infusi da Dio e il primo favorisce l'insorgere del secondo. 

Esponendo ciò che avviene nel cristiano quando è pervaso da un amore perfetto, Riccardo di san Vittore parla di quattro gradi della carità violenta. Vediamo che cosa egli attesta per quanto riguarda il quarto grado, quello proprio della maturità. 

Il dinamismo della crescita nell'amore viene illustrato attraverso la metafora della sete. Agli inizi del cammino il principiante ha sete di Dio e desidera andare verso di lui. In pratica si tratta di quello che ho individuato come il fenomeno tipico di eros. Nella maturità spirituale invece, ha sete secondo Dio. Che significa ciò? Questo atteggiamento interiore implica la rinuncia totale al proprio vantaggio e la disponibilità a porsi al servizio di Dio per collaborare al suo disegno. «Ha sete secondo Dio l'anima quando di sua volontà, non solo nei desideri carnali, ma anche in quelli spirituali, non lascia nulla alla sua libertà ma affida tutto a Dio, non pensando più a “quali sono i suoi vantaggi ma a quelli di Gesù Cristo». 

Il grado massimo della comunione con Dio non si ha nel godimento di Lui, ma nel ricevere una forza creativa tale da poterlo imitare, divenire utili al prossimo ed effondere la vita ricevuta da lui. A questo livello, infatti, l'uomo ha sete secondo Dio. 

Nel paragrafo successivo, Riccardo presenta lo stesso fatto con altri argomenti. L'uomo dapprima ritorna a se stesso (primo grado) per salire, poi, fino a Dio (secondo grado) ed immergersi nella gioia (terzo grado). In seguito, però, non vuole rimanere sempre nel godimento della comunione ma preferisce uscire da sé di nuovo. Questa volta (quarto grado), «esce a causa del prossimo», spinta dalla solidarietà (ex compassione). 

Nel seguito dell'opera, Riccardo cerca di penetrare all'interno dell'evento già annunciato. Egli non solo mostra come l'agape rappresenti il momento culminante della maturazione cristiana ma spiega anche per quale motivo si passi dall'eros alla agape. 

La spiegazione viene proposta attraverso un'immagine molto efficace. L'uomo viene paragonato ad un pezzo di ferro che deve perdere la durezza ed essere reso malleabile nelle mani di Dio. Il ferro ha bisogno di percorrere diverse fasi di trasformazione e di lavorazione: riscaldarsi, arroventarsi, liquefarsi. Ora, tutte le esperienze spirituali gratificanti, quali la scoperta dello splendore di Dio, la seduzione, la comunione con lui vissuta come un fidanzamento oppure la comunione estatica simboleggiata dall'unione nuziale, sono tutte modalità con Dio cerca di riscaldare e arroventare il cuore dell'uomo che, al principio appare rigido come un pezzo di ferro. Alla fine, però, esso si liquefa per assumere la forma, ossia la missione, assegnatagli da Dio. Questo avviene quando si raggiunge il terzo passaggio o grado dell'amore: «Come i fonditori, dopo aver liquefatto i metalli e preparato gli stampi, modellano come vogliono qualsiasi figura [...], così l'anima in questo stato si adatta facilmente a qualsiasi cenno della volontà divina, anzi, per un desiderio spontaneo, si dispone ad ogni sua decisione e piega ogni sua volontà all'approvazione di Dio». 

Solo dopo aver vissuto questa liquefazione interiore, l'uomo diventa capace di assomigliare a Dio. Ogni grado mistico non è fine a se stesso ma prepara il trasferimento della stessa carità di Dio nel cuore dell'uomo. Il più alto livello di perfezione consiste sempre nel saper amare come Lui. Il santo è colui che si presenta come un altro Cristo; capace di condividere i suoi sentimenti, è disposto a vivere ciò che viene richiesto dall'amore. 

Hanno raggiunto il culmine dell'amore e già si trovano al quarto grado della carità coloro che sono in grado di offrire la loro vita per gli amici e di portare a compimento quelle parole dell'Apostolo: «Siate gli imitatori di Dio come figli amatissimi e vivete nell'amore come anche Cristo vi ha amato e ha sacrificato se stesso per voi a Dio, quale oblazione e sacrificio di soave profumo». 

A questo punto Riccardo fa riferimento anch'egli al dissidio vissuto da s. Paolo - stare con Cristo o rimanere nella carne per amore degli uomini? -; condivide interamente la scelta già compiuta dall'apostolo e ripensa con ammirazione a Mosé che rifiuta di essere accolto da Dio da solo mentre il popolo viene destinato alla rovina (Es. 32, 32)50. 

In conclusione, i vantaggi cercati e goduti dall'eros spirituale sono necessari per accedere alla pienezza dell'agape. Ripensiamo all'immagine della liquefazione: ciò che conduce la persona umana allo scioglimento in Dio nella gioia piena dell'unione è anche la condizione che permette all'amante divino di scorrere facilmente verso il basso (facile ad inferiora currendo), nella piena disponibilità alla solidarietà più impegnativa. 

La compresenza del godimento supremo in Dio e della piena disponibilità al servizio per i fratelli compare anche in Teresa d'Avila. Questa mistica ha descritto il cammino spirituale come un percorso all'interno di un castello; passando attraverso sei stanze (o mansioni), si giunge fino a quella più interiore, la settima, dove si vive il matrimonio spirituale. 

Che cosa avviene quando l'anima raggiunge tale condizione di sposa? In primo luogo, Teresa ritiene che Dio voglia manifestarle in anticipo qualcosa della beatitudine celeste e, di conseguenze, le consente di vivere un legame d'unione così intenso da diventare una cosa sola con lui. 

Leggendo questo resoconto, è facile avere l'impressione di trovarsi di fronte ad una chiara manifestazione di eros. Teresa vive una pienezza così gratificante ed assorbente da indurla a disinteressarsi del fratello e renderla indisponibile ad accettare la fatica quotidiana del vivere. Eppure non è così. Infatti, sebbene si serva di molteplici immagini nell'intento di far conoscere la qualità di questo evento di comunione, lo considera in primo luogo come l'atto culminante della partecipazione alla morte e risurrezione del Signore: “Per me il vivere è Cristo e il morire un guadagno” (1, 21). «Altrettanto, mi pare, può ora dire l'anima, perché è qui dove la farfallina muore, e con estrema gioia, essendo ormai Cristo la sua vita». 

Infatti, quando, dopo aver illustrato, si pone a mostrare gli effetti che derivano dallo stato di gioia profonda del matrimonio spirituale, emerge una solidarietà vivissima col prossimo e una disponibilità piena ad affrontare le contrarietà relative alla sua missione. 

Il primo «effetto» è un oblio di sé, tale da farle sembrare che realmente «l'anima non esista più, perché è così trasformata che non si riconosce, né pensa al cielo che l'attende, né alla vita, né all'onore, essendo tutta intesa a procurare la gloria di Dio». 

Come già abbiamo scorto in altri mistici, il primo effetto della piena comunione con Dio è la totale dimenticanza di sé e la piena disponibilità a consegnarsi a Dio per realizzare quanto Egli vuole fare. La persona non esiste più per se stessa. Infatti, precisa Teresa, pur costatando la propria impotenza, l'anima sposa non tralascerebbe mai di fare per nessuna cosa al mondo tutto ciò che può fare, se risulta essere un servizio a Dio. 

In connessione stretta a questi due atteggiamenti, annullamento di sé e disponibilità a tutto, troviamo due effetti che richiamano ancora più da vicino la figura di Gesù crocefisso: la disponibilità, anzi il desiderio di soffrire, se questo risultasse necessario, e il perdono dei nemici. È evidente, allora, che dal matrimonio spirituale scaturisce un sentimento squisito di agape. La massima gratificazione d'amore non solo accompagna ma rafforza al massimo uno spirito di disinteresse. 

Infine Teresa, senza citare l'esperienza di s. Paolo e senza neppure pensare ad essa, mostra di riviverla pienamente: il desiderio impellente di vedere Dio viene vinto dal desiderio di essere utile agli uomini rinunciando totalmente al suo vantaggio personale: «Ciò che più di tutto mi sorprende è questo. Voi avete visto i travagli e le afflizioni causati a queste anime dal desiderio di morire per andare a godere di nostro Signore. Adesso, invece, è così grande l'ansia che hanno di servirlo, di lodarlo e, se possono, di giovare a qualche anima, che non solo non si augurano di morire, ma desiderano di vivere lunghi anni, anche in mezzo a enormi travagli, nel tentativo di far sì che il Signore venga glorificato a causa del loro sacrificio, sia pure solo di poco [....]. La loro beatitudine consiste nel tentare di aiutare in qualche modo il nostro Dio crocifisso». 

L'unione mistica con Cristo non si definisce unicamente con le delizie che l'accompagnano, ma anche con la comunione alle sofferenze del Redentore. 

Tutte queste testimonianze, fra le altre che si potrebbero riportare (ad es. Martino di Tours, Bernardo, Giovanni di Rysbroek, Francesco di Sales), attestano che il godimento della comunione con il Signore, non solo non costringe alla “fuga mundi”, ma appare come il fondamento più profondo dal quale proviene l’impegno d'amore per i fratelli.

lunedì 18 settembre 2023

Il significato di risurrezione

 

In un’ottica storica non è possibile passare direttamente dalla vita e insegnamenti di Gesù alla chiesa delle origini. Gesù  non aveva proclamato se stesso né aveva chiamato a una professione di fede in lui; la sua predicazione era imperniata sull'imminenza del regno di Dio. I primi cristiani proclamarono (l'opera di Dio in) Gesù e invitarono alla fede in lui. Accadde qualcosa che provocò questo passaggio dal Gesù che proclama il regno di Dio al Gesù che viene proclamato. Nel Nuovo Testamento e nella storia cristiana questo «qualcosa» si chiama risurrezione.

Comprensibilmente potrebbero essere stati alcuni seguaci di Gesù che non seppero della notizia della risurrezione o che non vi credettero. Si può immaginare che vi sia stato chi, come i discepoli di Giovanni (o quelli di Martin Luther King Jr.), ispirato semplicemente dalla persona di Gesù, dalla sua causa e/o dalla sua vita, decidesse di continuarle. Se esistettero, seguaci di Gesù di questo tipo non entrarono a far parte della prima chiesa e i loro scritti, se ve ne furono, non ebbero accesso al Nuovo Testamento.

La risurrezione di Gesù è fondamentale per la fede cristiana e il Nuovo Testamento. Che Dio ha risuscitato Gesù dai morti è il presupposto implicito - e spesso esplicito - di tutti gli scritti del Nuovo Testamento. La risurrezione si colloca quindi in una categoria totalmente diversa da quella, per esempio, del suo concepimento miracoloso, del quale non si parla più dopo i racconti della nascita di Matteo e Luca, e del resto l'identità di Gesù o il suo significato salvifico non vengono mai collegati e fondati su questi racconti. La risurrezione non è semplicemente un altro esempio delle storie di miracoli compiuti da Gesù, e nemmeno il suo ultimo e il più grande. La risurrezione è anzitutto un'affermazione riguardo a Dio: «Colui che ha risuscitato Gesù dai morti» diventa la nuova e definitiva natura di Dio (per es. 1 Tess. 1,9-10; Gal. 1,1,2 Cor. 4,14; Rom. 4,2.4; 6,4; 8,11; 10,9; Ef. 1, 2,0; Col. 2,12; I Pt. 1,2,l).


Non è questo il luogo in cui avventurarsi in qualcosa come una disamina esaustiva della risurrezione. Ci si limiterà a elencare alcuni punti importanti, necessari per comprendere quanto il Nuovo Testamento afferma della risurrezione di Gesù, senza documentare tutte le sottigliezze e le alternative alla concezione che viene qui illustrata:

la risurrezione fu un evento. La fede cristiana non inizia con una nuova grande  idea, intuizione, ideale o insegnamento, ma con un fatto che è accaduto. La  formazione e la continuazione della comunità cristiana non fu l'ostinata determinazione da parte dei discepoli di restare fedeli agli ideali di Gesù, bensì la loro risposta nella fede all'azione di Dio di risuscitare Gesù dai morti. Fin dall'inizio la fede cristiana non fu un buon consiglio ma una buona novella;

l'evento fu inteso come atto di Dio, non come ultima impresa di Gesù. La risurrezione è l'atto di Dio per il Gesù che ha sofferto la condizione di vittima in una vera morte umana e che è entrato impotente nel regno della morte come qualsiasi altro essere umano. Alle origini cristiane la fede nella risurrezione riguardava Dio, non qualcosa di straordinario inerente a Gesù;

la risurrezione è stata un evento unico, trascendente. Fu un atto unico di Dio che incise su questo mondo, ma non localizzabile in questo mondo alla modo in cui possono esservi collocati eventi spazio-temporali. Non è quindi in se stessa un evento del tipo di quelli che possono essere studiati dagli storici. La risurrezione è un fatto di azione di Dio percepito mediante la fede. Con eventi del genere gli storici non possono avere a che fare; possono soltanto occuparsi di coloro che in simili eventi hanno creduto e degli effetti della loro fede;

fin dall'inizio l'evento fu un evento interpretato. In quanto atto di Dio potè essere percepito e recepito solo nei termini della struttura mentale di coloro che vi credettero, già formata. Anche se ai fini della trattazione si può separare l'evento dall'interpretazione, nella realtà storica i due aspetti sono strettamente intrecciati. Non è possibile che qualche seguace di Gesù prima sia arrivato a credere che l'evento era accaduto, e poi in un secondo momento l'abbia interpretato in un certo modo. L'interpretazione era intrinseca alla percezione;

quando Gesù fece la sua comparsa, la nozione di risurrezione era già presente nella fede giudaica ed era un luogo comune nella teologia dei farisei (per es Dan. 12,2; Mc. 12,18-27; Gv. 11,17-24). La fede giudaica nella risurrezione non era una teoria dell'immortalità dell'anima umana ma un modo di affermare la fedeltà di Dio quando sembra che non vi sia in questo mondo un modo coi cui Dio possa rendere giustizia al suo popolo fedele. L'affermazione che Dio ha risuscitato Gesù non era quindi semplicemente dichiarare che i discepoli avevano ritrovato il loro idealismo o che a Gesù era accaduto qualcosa di spettacolare, ma la testimonianza dell'atto di Dio;

la risurrezione fu percepita e interpretata in vari modi (non molti), tutti inquadrabili nella cornice generale del pensiero apocalittico. Alcune correnti del l'Antico Testamento più recente e della prima fede giudaica rappresentavano la risurrezione dei morti come momento della vittoria di Dio al termine della storia, come vittoria finale di Dio sui nemici della vita e come ristabilimento nella giustizia del popolo fedele di Dio (v. sopra, 7.6). È molto importante capire che per i primi cristiani la risurrezione non era semplicemente qualcosa di spettacolare che Dio aveva compiuto per Gesù, ma rappresentava il fronte avanzato dell'evento escatologico, l'inizio della nuova era. Dio ha risuscitato Gesi dai morti come «primizia» del raccolto definitivo che sarebbe presto avvenute (1 Cor. 15,20-23). Fede nella risurrezione non è semplicemente credere che il corpo che era morto è tornato alla vita o che la mattina di pasqua il sepolcro era vuoto;

poiché la risurrezione afferma l'azione trascendente di Dio, ogni qualvolta s dica qualcosa della risurrezione si è davanti allo stesso problema di qualsias discorso su Dio: parlare dell'ultraterreno in termini terreni, nel senso che ciò comporta l'uso di un linguaggio mitologico. Per premunirsi da malintesi è utili richiamare alcuni punti riguardo a ciò che la fede nella risurrezione non è:

la fede nella risurrezione non è la credenza nell'immortalità, la credenza che l'anima «immortale» di Gesù sia in qualche modo «sopravvissuta alla morte»;

la fede nella risurrezione non è semplicemente l'esperienza soggettiva del ricordo potente di Gesù che continua a vivere nel cuore dei suoi discepoli, oppure la convinzione che Gesù continua a chiamare le persone a impegnarsi per la sua causa. La risurrezione non è solo un'esperienza capitata ai discepoli; è accaduta a Gesù, prima e indipendentemente dall'esperienza dei discepoli, della quale fu la causa generatrice;

la fede nella risurrezione non ha nulla a che vedere con fantasmi, comunicazioni speciali, sedute spiritiche e vari fenomeni parapsicologici;

la fede nella risurrezione non ha a che fare con una rinascita o un ripristino della vita di questo mondo, sul tipo di recuperi sbalorditivi come quelli che accadono sul tavolo operatorio;

la fede nella risurrezione non è nata adattando idee mitiche associate al nascere-e-morire delle antiche divinità della fertilità, anche se le immagini associate a questi miti poterono essere usate per esprimere la fede cristiana;

risuscitato da Dio fu Gesù. Il problema non fu «se ci sia una vita dopo la morte», ma la fedeltà di Dio alla vita che Gesù aveva vissuto. A essere risuscitata fu la persona di Gesù, non semplicemente i suoi insegnamenti o la sua causa. Gesù aveva incarnato la volontà di Dio, aveva rappresentato che cosa s'intende che sia una vita veramente umana al servizio di Dio. Le istituzioni di questo mondo, secolare e sacro, avevano respinto questa vita nel modo più vergognoso e crudele immaginabile. La risurrezione significava che Dio aveva reintegrato e confermato questa vita, questa persona, e che con questo iniziava a farsi realtà ad opera di Dio la ri-creazione dell'umanità e del mondo.

Si può affermare la risurrezione, come nei credo e nei canti, senza raccontarla o raffigurarla, cioè senza pretendere di concettualizzarla o di dire che cosa si intende per l'atto di Dio che risuscita Gesù. Quando tuttavia la si racconta, come nei racconti del mattino di pasqua che si leggono nei vangeli, le storie che isprimono la fede pasquale narrano la risurrezione con cronologie, luoghi e gruppi di personaggi differenti. 

E. Boring, 234-237

venerdì 14 aprile 2023

Il salmo di pasqua

 Salmo 117

Salmo di Pasqua. Processione al tempio per ringraziare Dio, per un evento di liberazione avvenuta a favore d’un debole, d’una persona “scartata”. Il popolo del Signore è questo povero. 

Inoltre, «tutto il salterio non è che un canto e un annuncio profetico di nostro Signore. Soprattutto nel salmo cento diciassette si fa riferimento al mistero della sua risurrezione» (Gerolamo, Per la Domenica di Pasqua II, in Omelie sui Vangeli, p. 199)§. 

1Rendete grazie al Signore perché è buono, perché il suo amore è per sempre. 

«La lode di Dio non si sarebbe potuta motivare con un’espressione più compendiosa: poiché è buono. Non vedo elogio più grande di quello contenuto in formula tanto breve. L'essere buono è una proprietà esclusiva di Dio» (Ag37,1495). «Non a torto, fratelli, oggi, nella festa di Pasqua, si legge questo salmo. Nessuno si sottragga alla comune letizia per la consapevolezza dei suoi peccati. Se il ladrone meritò il paradiso, perché un cristiano non dovrebbe meritare il perdono?» (Massimo di Torino, PL 57, 364. Sermoni, 53,1.4, pp. 226 e 229).

2Dica Israele: «Il suo amore è per sempre». 3Dica la casa di Aronne: «Il suo amore è per sempre». 4Dicano quelli che temono il Signore: «Il suo amore è per sempre». 

«Celebrate tutti la bontà di Dio, ma voi della stirpe d'Israele accrescete lo slancio della vostra lode! Quanti appartenete all'ordine sacerdotale di Aronne, ma anche voi che provenite dai popoli pagani, celebrate il Signore. Egli è il Dio di tutti e a tutti elargisce una molteplicità di benefici» (Td 1809). 

5Nel pericolo ho gridato al Signore: mi ha risposto, il Signore, e mi ha tratto in salvo. 

«Ci sono grida dell’anima che si levano verso Dio con indicibile potenza» (Es23,669). «Dio non ha impedito che i mali insorgessero ma, dopo aver permesso il loro assalto, li ha dissipati. Il sostegno ricevuto è stato molto più grande del pericolo incorso» (Td 1812).

6Il Signore è per me, non avrò timore: che cosa potrà farmi un uomo? 7Il Signore è per me, è il mio aiuto, e io guarderò dall’alto i miei nemici. 

«Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi? Egli che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha dato per tutti noi, come non ci donerà ogni cosa insieme con Lui?» (Rm 8,31-32). 

8È meglio rifugiarsi nel Signore che confidare nell’uomo. È meglio rifugiarsi nel Signore che confidare nei potenti. 

«Dio vuole soltanto il bene ed è sempre in grado di portare a compimento ciò che ha deciso di fare. Gli uomini cambiano opinione, spesso non compiono ciò che è bene e se talora si propongono di prestare soccorso, non riescono nel loro intento. Perciò è meglio non inseguire il soccorso degli uomini e implorare l'aiuto di Dio» (Td 1812). 

10Tutte le nazioni mi hanno circondato, ma nel nome del Signore le ho distrutte. 11Mi hanno circondato, mi hanno accerchiato, ma nel nome del Signore le ho distrutte. 

La liberazione non poteva venire che ad opera di Dio, come avverrà contro Gog, il nemico tipico:  «Io ti sospingerò e ti condurrò e dagli estremi confini del settentrione ti farò salire e ti condurrò sui monti d'Israele. Spezzerò l'arco nella tua mano sinistra e farò cadere le frecce dalla tua mano destra. Tu cadrai sui monti d'Israele con tutte le tue schiere e i popoli che sono con te» (Ez 39,2-4). 

«Vengono descritte le sofferenze e la vittoria della Chiesa» (Ag37,1497). 

12Mi hanno circondato come api, come fuoco che divampa tra i rovi, ma nel nome del Signore le ho distrutte. 13Mi avevano spinto con forza per farmi cadere, ma il Signore è stato il mio aiuto. 

«Gli Amorrei uscirono contro di voi, vi inseguirono come fanno le api» (Dt 1,44). «Il Signore farà un fischio alle api che si trovano in Assiria» (Is 7,18). 

«Come le api, dopo aver scoperto un favo, succhiano il miele che vi trovano, così i nemici hanno cercato di assorbire da me il sentimento della fiducia in Dio.» (Td 1812.1813). «Lo stesso Signore è stato circondato dai persecutori, come le api circondano il favo. Gli empi, non sapendo che cosa facevano, coi tormenti hanno reso più dolce il Signore, affinché vediamo e gustiamo quanto è soave il Signore» (Pros 333). 

14Mia forza e mio canto è il Signore, egli è stato la mia salvezza. 15Grida di giubilo e di vittoria nelle tende dei giusti: la destra del Signore ha fatto prodezze, 16la destra del Signore si è innalzata, la destra del Signore ha fatto prodezze. 

«I riscattati dal Signore verranno in Sion con esultanza; felicità perenne sarà sul loro capo; giubilo e felicità li seguiranno; svaniranno afflizioni e sospiri» (Is 51,11).

I benefici concessi ad Israele preannunciano i doni ancora più gradi che riceveranno i cristiani: «Grande prodigio elevare [al cielo] chi è meschino! Fare un dio l’uomo mortale! Dalla debolezza ricavare la perfezione, dall'abiezione la gloria, dalla sofferenza il trionfo» (Ag37,1498). 

17Non morirò, ma resterò in vita e annuncerò le opere del Signore. 

«Voi avrete tribolazione nel mondo, ma abbiate fiducia; io ho vinto il mondo» (Gv 16,33). «[I nemici] seminavano strage e pensavano che la Chiesa di Cristo sarebbe stata annientata. A forza di pazienza, ha vinto gli incapaci di pazienza; amando, ha vinto la ferocia dei persecutori» (Ag37,1498). 

18Il Signore mi ha castigato duramente, ma non mi ha consegnato alla morte. 

«Figlio mio, non disprezzare l'istruzione del Signore e non aver a noia la sua esortazione, perché il Signore corregge chi ama, come un padre il figlio prediletto» (Pr 3,11-12). «Gli uomini di Dio, mediante le prove che sorgono contro di loro, sono purificati da ciò che hanno di estraneo, derivato dalla mescolanza con l’elemento carnale» (Es23,661). 

19Apritemi le porte della giustizia: vi entrerò per ringraziare il Signore. 

Un corteo di fedeli giunge alle porte del tempio; inizia un dialogo tra i sacerdoti, presenti all’interno, e i pellegrini che stanno all’esterno. «Aprite le porte: entri il popolo giusto che mantiene la fedeltà. Il suo animo è saldo; tu gli assicurerai la pace perché in te ha fiducia» (Is 26,2-3). 

«Le porte del Signore sono l’umile penitenza, la carità santa, gli atti di misericordia, grazie ai quali possiamo presentarci davanti a Dio» (Cs 608).

20È questa la porta del Signore: per essa entrano i giusti. 

«Il Signore ha aperto per primo questa porta con la chiave della sua risurrezione. Per questo egli è risorto nel suo corpo e col suo corpo è salito ai cieli, per aprirci con la sua ascensione la porta del cielo, che era chiusa e sprangata» (Cromazio, Cat. 1,5, pp. 42-43)§. «Attraverso questa porta vi è passato Pietro, vi è passato Paolo, vi sono passati tutti gli apostoli, vi sono passati i martiri, vi passa ogni giorno chiunque sia santo. Il primo a passare è stato il ladrone assieme al Signore. Abbiate fiducia e sperate che sia così anche per voi» (Gr Omelie sui Vangeli, p. 200)§

22La pietra scartata dai costruttori è divenuta la pietra d’angolo. 

«Ecco, io pongo una pietra in Sion, una pietra scelta, angolare, preziosa, saldamente fondata: chi crede non si turberà» (Is 28,16). Israele è come una pietra scartata dagli uomini ma scelta da Dio. 

Cristo ha vissuto la medesima esperienza del popolo; è stato scartato dagli uomini ma onorato da Dio: «[Cristo] è diventato testata d'angolo per un intervento del Signore. I costruttori lo scartarono, ma il Signore ne fece la pietra d'angolo (Cf At 4,11)» (Ag37,1499). «Stringendovi a lui, pietra viva, rigettata dagli uomini, ma scelta e preziosa davanti a Dio, anche voi venite impiegati come pietre vive per la costruzione di un edificio spirituale» (1 Pt 2,4-5). 

24Questo è il giorno che ha fatto il Signore: rallegriamoci in esso ed esultiamo!

«Il Signore ha fatto tutti quanti i giorni, ma la domenica, il giorno della risurrezione, è un giorno unicamente nostro. È anche per questo che si chiama domenica: perché il nostro Dominus (Signore) in quel giorno è salito vittorioso al Padre. Se i pagani lo chiamano giorno del sole, anche noi lo confermiamo tale perché oggi è spuntata la luce del mondo» (Gr Omelie sui Vangeli, p. 201)§. 

25Ti preghiamo, Signore: dona la salvezza! Ti preghiamo, Signore: dona la vittoria!

Dona la salvezza, per favore (hoshì‘a nà’)! Da yashà’, salvare (da cui deriva il nome Gesù). 

26Benedetto colui che viene nel nome del Signore. Vi benediciamo dalla casa del Signore. 27Il Signore è Dio, egli ci illumina. 

Mentre il pellegrino oltrepassa le soglie del tempio, riceve una benedizione da parte dei sacerdoti. Il raduno di Israele anticipa quello delle nazioni: «In quel tempo chiameranno Gerusalemme trono del Signore; tutti i popoli vi si raduneranno nel nome del Signore e non seguiranno più la caparbietà del loro cuore malvagio» (Ger 3,17, Cf Zc 14,16-17)). 

Venire nel Nome del Signore significa esercitare una missione da parte di Dio: «Tu [Golia] vieni a me con la spada, io [Davide] vengo a te nel Nome del Signore» (1 Sam 17,45). «La folla che andava innanzi e quella che veniva dietro (a Gesù) gridava: Benedetto Colui che viene…» (Mt 21,9; Cf Gv 12,13). «Io sono venuto nel Nome del Padre mio e voi non mi ricevete» (Gv 5,43). 

Formate il corteo con rami frondosi fino agli angoli dell’altare. 28Sei tu il mio Dio e ti rendo grazie, sei il mio Dio e ti esalto. 

«Il primo giorno [della festa delle Capanne] prenderete frutti, rami di palma, rami con dense foglie e salici e gioirete davanti al Signore» (Lev 23,40; Cf. Ne 8,15). «Tenendo in mano bastoni ornati, rami verdi e palme innalvano inni a Dio che aveva operato la purificazione del tempio» (2 Mac 10,7). 

La processione dei fedeli all’altare, prefigura quella dei beati nella Gerusalemme celeste. «Una volta lassù, cosa canteremo se non le sue lodi? Non gli tributeremo queste lodi con suono di parole; sarà l'amore stesso che ci unirà a lui ad elevare un tal grido; anzi l'amore sarà esso stesso questo grido» (Ag37,1498). 

29Rendete grazie al Signore, perché è buono, perché il suo amore è per sempre. Il salmo si conclude replicando l’inizio, accentuando il valore della fedeltà di Dio.