lunedì 9 giugno 2025

Raab e gli esploratori

La prima grave difficoltà da affrontare è la conquista di Gerico, una città ben fortificata. Giosuè invia due esploratori per predisporre un attacco efficace. Questi, a loro sorpresa, vengono protetti da Raab, un’albergatrice (prostituta) della città. Sapendo che i due israeliti erano ricercati dalle guardie del re, offre loro un rifugio. Li fa salire sulla terrazza della sua casa e li nasconde fra gli steli di lino accatastati. Come mai la donna corre un rischio così gravido di conseguenze se fosse stata scoperta? Salì sulla terrazza e disse loro:

«So che il Signore vi ha assegnato il paese, che il terrore da voi gettato si è abbattuto su di noi e che tutti gli abitanti della regione sono sopraffatti dallo spavento davanti a voi, perché abbiamo sentito come il Signore ha prosciugato le acque del Mare Rosso davanti a voi, alla vostra uscita dall'Egitto e come avete trattato i due re Amorrei, che erano oltre il Giordano, Sicon ed Og, da voi votati allo sterminio. Lo si è saputo e il nostro cuore è venuto meno e nessuno ardisce di fiatare dinanzi a voi, perché il Signore vostro Dio è Dio lassù in cielo e quaggiù sulla terra (2,8-11). 

Abbiamo visto il valore della fede d’Israele (e delle sue guide). Sebbene credano, talora la loro fiducia si attenua e richiede sempre d’essere corroborata. Ora veniamo a conoscere il punto di vista dei suoi nemici, distinto in due orientamenti opposti.

Tutti sono persuasi della grandezza insuperabile ed invincibile di Dio e ne sembrano convinti più degli Israeliti stessi, ma il loro stupore tende a trasformarsi in paura che si dilata prima in ostilità e poi in opposizione. Altri re Cananei nutriranno lo stesso sentimento di stupore traducendolo in aperta ostilità (5,1; 9,1-2). I Gabaoniti, invece, cercheranno l’amicizia d’Israele, giocando d’astuzia (9,9 ss). Raab e i suoi familiari trasformano l’ammirazione in un atto di fede.

Gli abitanti di Gerico non avrebbero avuto nulla da temere se avessero permesso il passaggio ad Israele. Sicon era stato eliminato perché aveva rifiutato di consentire il passaggio al popolo che chiedeva il permesso d’attraversare il territorio degli Amorrei (Nm 21,21-24; Dt 2,30). Anche Og aveva rifiutato il passaggio ad Israele (Nm 21,33-35; Dt 29,6). 

A prescindere da queste questioni, il testo vuole ploclamare la grandezza unica di Dio e l’invincibilità del suo progetto di salvezza che si muove, in ultima analisi, a favore di tutta l’umanità (ciò apparirà evidente nel seguito della storia di salvezza, nel suo dispiegamento ultimo). 

Emerge, in questi passi, un atteggiamento nei confronti di Dio che è tipico di molti uomini. La considerazione della grandezza di Dio, anziché dilatarsi nel sentimento di ammirazione gioiosa, tende a chiudersi in una diffidenza immotivata, in una paura infondata, in un rifiuto precostituito. Come afferma Paolo, Dio viene conosciuto, senza poi essere riconosciuto (Rm 1,21). La conversione si attua nel percorrere il cammino a ritroso. Dalla paura, alla confidenza; dal rifiuto, alla lode; dalla presunzione dell’autosufficienza, al riconoscimento dei limiti della creaturalità. In ogni caso, il Signore non tralascia di dar prova di sé a tutti gli uomini concedendo dal cielo stagioni ricche di frutti, fornendo cibo e letizia (At 14,17). Continua a far «sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti» (Mt 5,45). Raab, proseguendo il discorso, svela meglio il suo intento:

«“Ora giuratemi per il Signore che, come io ho usato benevolenza, anche voi userete benevolenza alla casa di mio padre; datemi dunque un segno certo che lascerete vivi mio padre, mia madre, i miei fratelli, le mie sorelle e quanto loro appartiene e risparmierete le nostre vite dalla morte”» (2,12-14). 

La donna ragiona diversamente dai concittadini. Conosciute le opere grandi di Dio, desidera salvare se stessa e la famiglia. Ritiene di meritare un certo riguardo e gli esploratori la rassicurano. Soltanto dovrà appendere alla finestra della sua casa una cordicella scarlatta, quale segno di riconoscimento per tutti i combattenti. La sua casa, segnalata da questo contrassegno, verrà risparmiata dalla distruzione. 

Non esprime nessun atto di fede in Dio in modo diretto, ma, per così dire, desidera mettersi all’ombra delle sue ali. La fede in Dio l’ha mostrata nel proteggere gli esploratori che appartengono al suo popolo e sono così suoi amici. Lo attesta la lettera agli Ebrei: «Per fede, Raab, la prostituta, non perì con gli increduli, perché aveva accolto con benevolenza gli esploratori» (Eb 11,31). 

Raab, per così dire, entra nella sfera del Signore, facendo del bene a due uomini d’Israele. Un atto di solidarietà compiuto verso qualsiasi persona ma soprattutto verso gli amici del Signore, viene molto apprezzato da parte di Dio. 

Vediamo altri casi. La donna di Sarepta, una pagana della Fenicia, ospita con grande generosità e fiducia, il profeta Elia. Grazie al suo gesto, in seguito, vede il figlioletto tornare in vita, per l’intercessione del profeta (1 Re 17,15.22-24). Gesù dichiara ai discepoli: «Chiunque vi darà da bere un bicchiere d’acqua nel mio nome perché siete di Cristo, vi dico in verità che non perderà la sua ricompensa» (Mc 9,41). 

La tradizione cristiana parla della pratica della solidarietà come mezzo per arrivare a Dio. Pier Damiani offre un esempio nel caso di Bonifacio (di Tarso), il quale, prima della conversione «era dedito al vino, adultero e amico di tutto ciò che Dio detesta» (Serm. 20,4). Per salvarlo Dio gli infuse una sincera generosità verso il prossimo al punto di dare ospitalità ai viandanti e ad occuparsi dei senzatetto. Mediante tali gesti di misericordia, la grazia di Dio cominciò a penetrare nel suo intimo, fino a trasformarlo interamente. Bonifacio prima diede le sue cose a Dio e successivamente gli donò tutto se stesso (prius dedit sua, postmodum se) (Cf. Serm. 104,7). 



sabato 7 giugno 2025

PENTECOSTE

Pentecoste: cinquantesimo giorno preceduto da sette settimane di gioia pasquale; ora siamo al culmine della Pasqua.

Il dono dello Spirito è il risultato ultimo a cui mirava Gesù: è nato, ha predicato per tre anni, ha patito la croce, è risorto per donare a noi lo Spirito. Viene ad effonderlo sui discepoli la sera stessa di Pasqua, con estrema premura. 

È il dono massimo di Dio: Paolo usa il verbo riversare, tutto il liquido presente in un contenitore passa in un altro contenitore, da Cristo a noi. 

Necessità dello Spirito: durante la sua vita terrena Gesù era vicino a noi, adesso viene in noi nell’attesa di diventare un solo spirito con noi. Prima il Vangelo o la Legge erano dei comandi esterni, come fossero un codice legale, adesso diventano parte di noi; fluiscono nei nostri pensieri, desideri, convinzioni e propositi. Noi dobbiamo essere diversi da Gesù e dal suo Spirito. 

Cirillo di Gerusalemme lo paragona all’acqua. Dove c’è acqua, c’è vita. Dove manca l’acqua, tutto inaridisce. Abbiamo assolutamente bisogno dello Spirito per poter essere cristiani. Se viene accolto, la persona che lo accoglie, fiorisce, ognuno secondo le sue qualità. Qualcuno fiorisce come una palma, un altro come un determinato albero da frutto, un altro ancora come un albero robusto ed ombreggiante. 

Abbiamo sempre bisogno di riceverlo di nuovo con maggiore forza, come abbiamo sempre bisogno di dissetarci e di alimentarci. Lo riceviamo nel Battesimo, nella Cresima ma soprattutto nell’Eucaristia. Ogni Messa è come una Pentecoste. Lo Spirito ci illumina quando ascoltiamo la Parola di Dio. Si comunica a noi nella preghiera: pregare è come esporsi alla luce e al calore dello Spirito per ottenere un’abbronzatura cristiana perfetta. Più riceviamo della sua energia, tanto più diventiamo noi stessi e realizziamo la missione che Dio ha pensato per ognuno di noi. 


giovedì 5 giugno 2025

2. NICEA Cronologia

IL FILE È STATO AGGIORNATO


L’arianesimo non nacque dalla teologia di Ario (un prete rigorista della Chiesa d’Alessandria d’Egitto) ma da un dibattito tra vescovi. Ario si basava sulle nozioni elaborate da vescovi molto importanti, quali Eusebio di Cesarea e Eusebio di Nicomedia (che era stato suo compagno di studi). Entrambi erano molto vicini all’imperatore Costantino (che allora abitava a Nicomedia). Appoggiandosi a loro, Ario si oppose all’insegnamento del suo vescovo Alessandro di Alessandria.

Quando venne scomunicato da quest’ultimo in un sinodo locale (318), si rivolse ad Eusebio di Nicomedia (che col tempo diventerà il principale vescovo ariano) per essere difeso da lui, convinto di affermare una dottrina del tutto ortodossa. 

Nella lettera al vescovo amico, Ario espone la sua fede nella certezza d’essere nel giusto: «Noi che cosa affermiamo, pensiamo, abbiamo insegnato e insegniamo? Che il Figlio non è ingenerato… ma viene per un volere e decisione [del Padre]… è venuto all’essere prima dei tempi e dei secoli, pienamente Dio (pleres Theos), unigenito, inalterabile, e prima di essere stato generato e creato e definito e fondato, non c’era. Infatti, non era ingenerato. Siamo perseguitati perché abbiamo detto che il Figlio ha principio, mentre Dio è senza principio. Abbiamo detto che viene dal nulla» (108-109). Ario confonde creazione e generazione, annuncia un mutamento in Dio ed è convinto che soltanto il Padre, essendo l’unico Ingenerato, sia vero Dio. Temeva che, ponendo due Persone divine eterne, di pari dignità, venisse meno il rigoroso monoteismo biblico. 

Affermare, tuttavia, che il Figlio fosse stato creato dal nulla provocava una reazione di scandalo. I vescovi cominciarono a corrispondere e a discutere tra loro, fino alla convocazione del primo Concilio ecumenico della storia della Chiesa. 

Nel frattempo Alessandro d’Alessandria scrive ad Alessandro di Bisanzio le sue convinzioni che verranno assunte a Nicea: «Su queste cose noi crediamo così come vuole la Chiesa apostolica: in un solo Padre ingenerato. È immutabile e inalterabile, ha sempre le stesse cose e nello stesso modo, non ammette né progresso, né diminuzione… [Crediamo] in un solo Signore Gesù Cristo, il Figlio unigenito di Dio, che fu generato non dal non-essere (ouk ek tou me ontos) ma da colui che è Padre, non a somiglianza dei corpi, bensì in modo ineffabile…. Abbiamo appreso che Egli è immutabile e inalterabile come il Padre, Figlio perfetto rassomigliante al Padre e mancante solo del suo essere ingenerato. Egli è immagine del Padre esatta (apekribomene)… Per questo crediamo che il Figlio è sempre dal Padre: infatti è splendore della gloria e impronta dell’Ipostasi del Padre. Al Padre ingenerato va riservata una sua propria dignità (axioma), dicendo che è causa del suo essere; al Figlio però va assegnato l’onore corrispondente, attribuendogli una generazione senza principio (anarchon gennesin) presso il Padre. Diciamo di lui solo con devozione che “c’era”, “sempre” “prima dei secoli”. Certamente non neghiamo la sua divinità… ma riteniamo che l’essere ingenerato sia proprietà del solo Padre, come dice anche lo stesso Salvatore: “il Padre è più grande di me”». Nella IX Omelia Festale, dichiara: «Pertanto solo il Padre è ingenerato, e il Figlio è eternamente presso il Padre. Infatti, egli è detto splendore della luce. Una cosa è la luce, un’altra lo splendore: due entità inseparabili» (143, testo in siriaco). 

Subito dopo la vittoria su Licinio, Costantino, venuto a conoscenza del contrasto, scrisse ad Ario e ad Alessandro (324) chiedendo che si riconciliassero perché le loro diatribe parevano a lui sottigliezze retoriche inconsistenti: «Costantino Vincitore (Niketes) Massimo (Megistos) Augusto (Sebastos) ad Alessandro e ad Ario… Insieme alla grande vittoria e al vero trionfo sui nemici scelsi di indagare per prima questa questione che ritenevo essere per me la più urgente e rilevante. Ho riscontrato che il pretesto è del tutto triviale e in nessun modo può giustificare uno scontro di questa portata… Di che cosa si tratta? Ricerche di questo genere si generano da chiacchiere inutili e sfaccendate. Se anche si facessero per una sorta di esercitazione, dovremmo confinarle al solo pensiero, anziché esternarle in pubblici sinodi e affidarle incautamente alle orecchie del popolo. Quanti sono a comprendere con precisione la potenza di argomenti così grandi ed eccessivamente complessi? Allontaniamoci scientemente dalle tentazioni diaboliche. Restituite a me giorni sereni e notti tranquille perché anche a me sia riservato un certo godimento di una vita finalmente pacifica» (189). L’imperatore mirava ad ottenere una pacificazione totale nel suo dominio e come Pontifex maximus riteneva di dover rintuzzare gli affari religiosi pericolosi. 

La discussione non si attenuò e così l’anno successivo, Costantino, cambiò strategia: «Credo che sia chiaro a tutti che non tengo nulla in maggior conto del timore di Dio. Mentre anteriormente si era concordato che un sinodo di vescovi avesse luogo ad Ancira in Galazia, ora ci sembra per varie ragioni che sia meglio che si riunisca nella città di Nicea in Bitinia sia per quei Vescovi che giungeranno dall'Italia, o da altre regioni d'Europa, sia per il bel clima, sia perché io presenzierò personalmente come osservatore e partecipante. Pertanto, vi chiedo, cari fratelli, di radunarvi tutti con sollecitudine nella città summenzionata, ovvero Nicea. Ciascuno di voi parta immediatamente in modo da essere presente e osservare le cose che si realizzeranno. Che Dio vi protegga Cari fratelli». 

Il Sinodo si tenne dal 20 Maggio al 25 Luglio del 325. Vi parteciparono circa 300 vescovi, su 1800, quasi tutti orientali (gli occidentali furono soltanto 5). 

All’inizio del Concilio, Costantino disse ai vescovi: «Quando con l’approvazione (neumati) del Supremo ottenni le vittorie sui nemici, credevo che non restasse altro che rendere grazie a Dio, oltre a rallegrarsi insieme a coloro che egli ha liberato tramite noi [i cristiani dapprima perseguitati]. Quando però, contro ogni aspettativa, fui informato del vostro dissidio (diastasin), non considerai la notizia come di secondaria importanza bensì vi convocai tutti senza indugio. Mi rallegro nel vedere la vostra assemblea. Penso che le mie preghiere saranno davvero esaudite nel momento in cui vi potrò vedere riconciliati nell'animo in un comune accordo. Cominciate da questo momento in poi a discutere apertamente le cause del contrasto sorto tra di voi e a sciogliere ogni nodo della disputa secondo le leggi della pace. Così otterrete di compiacere il Dio di tutti, e anche a me che insieme a voi sono servo di Dio, farete uno straordinario favore» (219). 

Egli accoglieva con stizza la diversità di opinioni nella Chiesa e cercò di favorire sempre la maggioritaria. La discussione si concluse con l’elaborazione d’una confessione di fede accolta dalla quasi totalità, esclusi due vescovi (i quali sottoscrissero la Confessione di fede ma si rifiutarono di condannare Ario). 

Al termine del Concilio (325), Costantino inviò questa lettera a tutte le Chiese affermando che la discussione era stata del tutto libera e che avevano parlato anche dell’unificazione della data della Pasqua. Riguardo a quest’ultimo argomento, aggiunse un sentimento di forte antisemitismo: «…non negherei d’essere diventato un vostro con-servitore… ogni questione ha ricevuto il dovuto esame, finché non si è portata alla luce la decisione gradita a Dio… Quando si pose la questione del giorno della santissima Pasqua, si giunse alla decisione unanime che fosse meglio per tutti celebrarla in uno stesso giorno… Sarebbe stato inopportuno celebrarla seguendo l’usanza dei Giudei che si macchiarono le mani di un crimine nefando. Niente in comune resterà tra voi e la detestabilissima marmaglia degli Ebrei… sono guidati non dalla ragione ma da impulsi incontrollabili, ovunque li conduca la loro innata stoltezza» (247). Quello che la Bibbia considerava il popolo santo di Dio, ora diventava una detestabilissima marmaglia (echthistou ochlou). 

L’imperatore, premuroso d’evitare l’insorgenza di nuovi dissidi, ordinò che «se qualcuno venisse scoperto a nascondere un testo composto da Ario e omettesse di denunciarlo immediatamente e mancasse di distruggerlo nel fuoco, la sua punizione sarà la morte» (281). 

Tempo dopo, Ario scrisse a Costantino, per difendere il suo credo (329 o 334), e l’imperatore lo invitò ad una udienza con queste parole: «Vieni ora da me a dare prova della tua fede e non tralasciare nulla, o bocca contorta, o detentore di una natura pronta a volgersi alla malvagità! … Chiaramente il Maligno ti ha soggiogato con la propria perfidia! Allora, furfante? In quale paese ammetti di trovarti ora?» (349). Nel seguito lo chiama «pendaglio da forca» (dikranofòre), «disgraziato tra disgraziati», «eccesso di follia». 

Si aspettava che Ario accorresse da lui  sollecito ma invece questi rinunciò al confronto. Poco dopo (il 27 Novembre del 334) Costantino, consigliato con ogni probabilità da Eusebio di Nicomedia, gli scrisse un invito più promettente: «Già da diverso tempo è stato chiaramente riferito alla tua ostinazione che faresti bene a venire alla nostra corte, in modo che tu possa trarre beneficio dalla nostra presenza. Siamo molto sorpresi che tu non ti sia presentato a noi. Perciò ora utilizzando il cursus publicus (= la posta imperiale), affrettati a raggiungere la nostra corte». Al termine della lettera, Costantino assicura l’incolumità dell’ospite («potrai tornare a casa») e lo saluta in questo modo: «Che Dio ti protegga, carissimo». 

Questa volta Ario si presentò. Grazie ai buoni uffici interposti dal vescovo amico da sempre, Costantinò cominciò a simpatizzare sempre più per l’arianesimo. A battezzarlo prima della morte, casualmente, fu proprio Eusebio di Nicomedia, il capo degli Ariani. 

Dopo numerose controversie e chiarificazioni, grazie soprattutto al contributo dei Padri Cappadoci, nel 381, a Costantinopoli, regnante l’imperatore Teodosio, il secondo Concilio ecumenico confermò la confessione promulgata a Nicea e fu completata con la seconda parte del Credo niceno-constantinopoletano che si pronuncia attualmente nella Messa.


1. NICEA. TEOLOGIA

 

La Chiesa, fin dai primordi, ha onorato Gesù come Figlio di Dio, come vero Dio. Lo attesta in primo luogo la formula battesimale: nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. 

Gli ariani stessi considerano Gesù come dio, anche se non come Dio vero. Nicea preciserà che Egli non è soltanto Dio ma «Dio vero, da Dio vero». 

Perché una persona divina poteva essere considerata un dio, senza essere riconosciuta come Dio vero?

Nel mondo antico si riteneva che l’essere divino appartenesse a personalità particolari (gli eroi, gli imperatori). Il titolo imperiale di Augusto (in greco Sebastòs), significava degno di venerazione. Nella mentalità greco-romana un uomo poteva essere dichiarato dio.

Nel platonismo divine erano le Forze che avevano dato origine al cosmo: dall’Uno, cioè l’entità massima divina, emana il Nous (o Intelletto), la quale è inferiore rispetto all’Uno; dal Nous emana l’Anima, a sua volta inferiore al Nous da cui proviene. 

Nell’ebraismo del tempo immediatamente prima di Cristo (epoca del secondo Tempio) tra il mondo e Dio erano state poste una serie di personalità celesti che fungevano da mediatori tra gli uomini e il Signore stesso (Enoc, Melchisedek, il Figlio dell’uomo). Anche le qualità di Dio venivano personificate e considerate esistenti nel cielo (ad esempio la Sapienza). 

Nell’ebraismo si pensava che qualsiasi personaggio divino (o qualsiasi qualità di Dio) fosse stato creato da lui. Essendo creature, non potevano mai porsi alla pari di Lui. Il mondo celeste sussisteva in una scala gerarchica e al sommo di essa stava soltanto Dio. 

Gli ariani ereditarono questo modo di pensare tipico del mondo antico. Accettando il culto tradizionale della Chiesa, ritennero che Gesù fosse da onorare come dio, ma anche che fosse soltanto una semplice creatura perfetta. Gesù era il personaggio più elevato nella scala degli esseri divini ma doveva essere posto al di sotto del Padre. Il titolo di vero Dio spettava soltanto a Dio Padre, l’Ingenerato (cioè Eterno). 

I Niceni rilevarono che Dio aveva proibito  di venerare qualsiasi creatura, quand’anche la più perfetta, ed esercitare questo culto sarebbe stato un atto idolatrico (Ap 22,8-9). 

Fissarono una demarcazione netta tra il mondo divino e quello non divino, tra l’Increato e il creato. Soltanto l’Increato (quindi eterno) poteva essere adorato come Dio mentre gli esseri creati non potevano in alcun modo essere considerati delle divinità e onorati come tali. 

2. Perché gli ariani pensavano che Gesù, venerato anche da loro come Figlio di Dio, non fosse eterno come il Padre e quindi appartenesse anche Lui al mondo creato? Confusero il generare con il creare. Dire che Gesù era stato generato, secondo loro, equivaleva a dire che era stato creato. 

Nicea definì la differenza esistente tra generare e creare: «Generato, non creato». 

Gli ariani concepivano la generazione divina del Figlio di Dio alla stessa stregua di quella umana. In questa un genitore esiste prima del figlio; un figlio, prima di essere generato, non esiste. Ritenevano quindi che Gesù non esistesse da sempre (come invece esisteva Dio Padre) ma che provenisse dal nulla, come ogni altra creatura e che ci fosse stato un momento nel quale il Verbo (o il Figlio o il Cristo) ancora non esisteva. Dapprima (o da sempre) esisteva soltanto Dio Padre ed in seguito, in un frangente successivo, quando fu creato dal nulla, cominciò ad esistere anche il Figlio. 

Secondo i Niceni, invece, questa concezione confliggeva con la logica (filosofica) e con la Sacra Scrittura (neotestamentaria). 

Dal punto di vista razionale, Dio, essendo per natura perfetto, non può subire alcun mutamento (né migliorare né peggiorare). Non poteva, quindi, ad un certo momento della sua esistenza, accrescere la sua grandezza diventando padre. Egli era stato Padre da sempre e quindi da sempre aveva un Figlio. Generare un Figlio avrebbe provocato un mutamento in se stesso mentre Egli è Immutabile. 

Inoltre nell’eternità non esiste il tempo, il passaggio da un prima ad un dopo. Il tempo appartiene alla creazione. Dio Padre è sempre Padre e il Figlio che proviene da Lui esiste da sempre come Figlio. 

Nicea ribadì ed espose con maggior chiarezza la fede tradizionale della Chiesa che confessava una generazione eterna del Figlio, come lo splendore esiste in modo contemporaneo alla luce da cui promana: è «irradiazione della sua gloria» (Eb 1,3) («Dio da Dio, Luce da Luce»). Un concetto non facile da acquisire.

La Scrittura, a sua volta, afferma che il Verbo pre-esisteva presso Dio da sempre; «prima di tutti i secoli» equivale a dire dall’eternità. Il Vangelo afferma che il Verbo «era» presso Dio e che «era Dio» (Gv 1,1) e non che ha cominciato ad esistere perché «era» da sempre. Dio è per se stesso amore perché è relazione d’amore e il Verbo era da sempre «rivolto al seno del Padre» (Gv 1,18). 

In sintesi, a Nicea si discusse non tanto sulla divinità di Gesù (ammessa da tutti, con maggiore o minore precisione) ma sulla coeternità del Verbo con il Padre. Se Gesù esisteva da sempre presso Dio, mediante una generazione eterna, era eterno come il Padre, quindi era «vero Dio come Lui». Il termine della «stessa sostanza» significava che Egli era coeterno con il Padre. Egli doveva essere posto al di sopra della linea di demarcazione che distingue l’essere eterno dalla creatura. 

3. La questione non fu soltanto una diatriba intellettuale, di carattere dogmatico astratto. 

a) Se Gesù non è Figlio di Dio uguale al Padre, ma è soltanto una creatura, rimaniamo al livello dell’Antico Testamento, dove a parlarci di Dio erano delle semplici creature (i profeti e i sapienti) per quanto sante e profonde. In realtà come troviamo esposto nella Lettera agli Ebrei: «Dio, che molte volte e in diversi modi nei tempi antichi aveva parlato ai padri per mezzo dei profeti, ultimamente, in questi giorni ha parlato a noi per mezzo del Figlio». Gesù inaugura così l’escaton (la nuova creazione). Egli è l’immagine perfetta di Dio, «impronta [calco] della sua sostanza» (Eb 1,3). Rappresenta la verità piena: «Dio, nessuno lo ha mai visto: il Figlio Unigenito che è Dio ed è nel seno del Padre, è lui che lo ha rivelato» (Gv 1,18). 

b) Soltanto se Gesù è Dio che vive nel seno del Padre, nella sua incarnazione, viene reso manifesto l’impegno di Dio Padre per gli uomini. Egli non ci dona una sua creatura ma se stesso, nel suo Figlio. «Nel Cristo, Dio ci salva entrando nella storia. Non invia un angelo o un eroe umano, ma viene lui stesso nella storia degli uomini, nascendo da una donna, Maria, nel popolo d’Israele, e morendo in un periodo storico preciso, «sotto Ponzio Pilato». «Il Figlio, luce di Dio e vero Dio, s’incarna, soffre, muore, discende allo sheol e risuscita. Si tratta ancora qui di una novità inaudita. La difficoltà di Ario non riguardava solo l’unità di Dio, incompatibile con la generazione di un Figlio, ma anche la comprensione della sua divinità, incompatibile con la passione di Cristo. Eppure, è proprio nel Cristo e soltanto nel Cristo che noi comprendiamo ciò di cui Dio stesso è capace, al di là di tutti i limiti posti dalle nostre precomprensioni. Dio Altissimo discende quanto più in basso in Gesù Cristo (cf. Fil 2,5-11). Tutta la Trinità è coinvolta, ciascuna persona in maniera singolare, nella passione salvifica di Cristo. Così, la passione ci rivela il senso realmente divino della “onnipotenza”. L’onnipotenza del Dio trinitario è identica al dono di sè e all’amore. Il Redentore crocifisso non è quindi la dissimulazione, ma la rivelazione dell’onnipotenza del Padre» (Commissione teologica internazionale, Gesù Cristo, Figlio di Dio, Salvatore). 

c) Soltanto se Gesù è vero Dio, noi veniamo elevati fino al Padre insieme a Lui. San Leone commentava così il significato della festa dell’Ascensione: «Oggi ricordiamo e celebriamo il giorno in cui la nostra povera natura [umana] è stata elevata in Cristo fino al trono di Dio Padre, al di sopra di tutte le milizie celesti, sopra tutte le gerarchie angeliche, sopra l'altezza di tutte le potestà. L'intera esistenza cristiana si fonda e si eleva su una arcana serie di azioni divine per le quali l'amore di Dio rivela maggiormente tutti i suoi prodigi». 



domenica 1 giugno 2025

L'acqua dello Spirito

 

Per quale motivo la grazia dello Spirito è chiamata acqua? Perché tutto ha bisogno dell'acqua. L'acqua della pioggia discende sempre allo stesso modo e forma, ma produce effetti multiformi. Altro è l'effetto prodotto nella palma, altro nella vite...

come colui che prima si trovava nelle tenebre, all'apparire del sole riceve la luce e ciò che prima non vedeva, vede ora chiaramente, così anche colui che è stato ritenuto degno del dono dello Spirito Santo, viene illuminato nell'anima e, elevato al di sopra dell'uomo, vede cose che prima non conosceva.

Cirillo di Gerusalemme

giovedì 29 maggio 2025

Attingere alla sorgente

Non solo Giovanni ha attinto dalla sorgente che era Cristo. Non solo lui gode del Verbo - che era in principio, Dio presso Dio - e di tutte le prerogative divine del Cristo. Non è solo lui il privilegiato che si sazia di quelle cose che si contemplano faccia a faccia nel regno celeste, dopo essere state viste come in uno specchio e in maniera confusa in questa terra (cfr. 1 Cor 13, 12). 

Non è solo lui che attinge tutti questi tesori dal petto di Cristo, ma a tutti è aperta dal Signore stesso la fonte del Vangelo, perché tutti in tutta la terra bevano, ognuno secondo la propria capacità.

Agostino, Prima Lettera dì Giovanni

venerdì 23 maggio 2025

Lode perenne

Noi lodiamo il Signore in chiesa quando ci raduniamo. Al momento in cui ciascuno ritorna alle proprie occupazioni, quasi cessa di lodare Dio. Non bisogna invece smettere di vivere bene e di lodare sempre Dio. Bada che tralasci di lodare Dio quando ti allontani dalla giustizia e da ciò che a lui piace. 

Infatti se non ti allontani mai dalla vita onesta, la tua lingua tace, ma la tua vita grida e l'orecchio di Dio è vicino al tuo cuore. 

Le nostre orecchie sentono le nostre voci, le orecchie di Dio si aprono ai nostri pensieri.

Agostino, Commento al Salmo 148