sabato 7 marzo 2026

Commento alla Bibbia liturgica

 TERZA SETTIMANA DI QUARESIMA

Lunedi III

1 Re 5. Il racconto espone l’adesione del pagano Naaman alla fede nel Dio d’Israele. Egli si fida di una parola pronunciata da una ragazza ebrea. Si fida ma intanto rimane vincolato alle sue opinioni: ritiene di dover dare una lauta ricompensa al suo guaritore e si aspetta da parte del profeta certe pratiche consolidate di cui ha sentito parlare (“invocherà il suo dio, agiterà la mano verso la parte malata”). Il re d’Israele, anziché incoraggiare l’ospite, rischia di annullare il viaggio di speranza di Naamàn.

Per Eliseo, che agisce in modo del tutto gratuito, conta soltanto la fede in Dio, il quale si rivela al ministro pagano mediante la parola del profeta. L’immersione prolungata nell’acqua è necessaria per riscegliare e consolidare la sua fede in quel Dio, veramente operante, che era rimasto finora sconosciuto a Lui. 

Veniamo così a conoscere un cammino provvidenziale che prefigura il cammino d’un catecumeno verso la fede e il battesimo. All’inizio c’è una parola di testimonianza (anche se pronunciata da una persona che sembra agire casualmente). La controtestimonianza di chi avrebbe dovuto aiutarlo, non dissolve il cammino del futuro credente. Il catecumeno accoglie la parola del profeta vincendo le sue esitazioni. La fede raggiunge il culmine nell’atto sacramentale dell’immersione nell’acqua. Questo gesto presuppone la fede ed essa si consolida nel rito. Naaman e il battezzato sperimenta l’evento più ricco e gioioso della sua esistenza. Ora comprende di aver provato una grande sete e che questa è stata appagata, in modo inaspettato, nell’incontro con il Dio vivente (Salmo 42). 

Naaman prefigura l’accesso di una moltitudine di pagani alla fede in Cristo. Gesù, a Nazaret, ricordando l’adesione sincera di alcuni pagani, preannuncia conversione di molti di loro, un fatto che accadrà dopo la sua Pasqua: «Il sabato seguente quasi tutta la città si radunò per ascoltare la parola del Signore. Quando videro quella moltitudine, i Giudei furono ricolmi di gelosia e con parole ingiuriose contrastavano le affermazioni di Paolo. Allora Paolo e Bàrnaba con franchezza dichiararono: “Era necessario che fosse proclamata prima di tutto a voi la parola di Dio, ma poiché la respingete e non vi giudicate degni della vita eterna, ecco: noi ci rivolgiamo ai pagani”» (At 13, 44-46; Cf. Rm 11,11). 

Martedi III

Tra i motivi primari di conversione viene raccomandato quello del perdono. 

Dn 3. Azaria invoca dapprima il perdono di Dio. Ricosce, davanti a Lui, che la situazione di schiavitù, in cui versa il popolo, è stata meritata. La punizione divina non è, però, né intransigente, né inesorabile e, quindi, i colpevoli non vengono abbandonati del tutto. Se il Signore rompesse l’alleanza, andrebbe contro se stesso, offuscherebbe la gloria del suo nome e la sua fedeltà. Israele può sempre contare sui meriti dei Patriarchi e sulle promesse gratuite del Signore. Egli, osservando l’umiliazione e l’afflizzione della sua gente, si intenerisce. In quel frangente, Israele non può più offrire alcun sacrificio d’espiazione ma può presentare a Dio, come atto di culto, il pentimento e la contrizione del cuore, un sentimento che vale quanto un sacrificio di enorme valore. Il pentimento presuppone la disponibilità di rimanere fedeli nel futuro agli impegni assunti. 

Mt 18. Un uomo gravato da un debito spropositato invoca la compassione del padrone che avrebbe diritto di relegarlo in prigione. Il padrone si comporta imitando lo stile di estrema misericordia di Dio e condona tutto il debito. Al contrario di quanto ha fatto questi, il servitore condonato si comporta da strozzino nei confronti di un altro che ha contratto un debito con lui. Non ha esteso ad altri la misericordia ricevuta. Dio non può stabilire un rapporto di comunione con chi è totalmente privo di compassione. «Chi dice di essere nella luce e odia suo fratello, è ancora nelle tenebre. Chi ama suo fratello, rimane nella luce e non vi è in lui occasione di inciampo. Ma chi odia suo fratello, è nelle tenebre, cammina nelle tenebre e non sa dove va, perché le tenebre hanno accecato i suoi occhi» (1 Gv 2,9-11). 

Mercoledi III

Dt 4. Credere in Dio e fidarsi di Lui significa desiderare di compiere il suo volere, praticando i suoi comandamenti. Questi, con l’avvento della Nuova Alleanza, sono incisi nel cuore dei fedeli. Non sono più imperativi esterni a loro ma sono un tutt’uno con loro. La volontà del Signore è nello loro viscere. Vivere in questa maniera è il modo per recuperare il giardino d’Adamo e gustare i cibi della grazia. I non credenti ammireranno il comportamento dei fedeli che sapranno essere luce del mondo. «Carissimi, io vi esorto come stranieri e pellegrini ad astenervi dai cattivi desideri della carne, che fanno guerra all’anima. Tenete una condotta esemplare fra i pagani perché, mentre vi calunniano come malfattori, al vedere le vostre buone opere diano gloria a Dio nel giorno della sua visita» (1 Pt 2,11-12). 

Il compito più importante è quello di continuare ad aderire al Signore, senza dimenticare i benefici ricevuti da Lui. «Siamo infatti diventati partecipi di Cristo, a condizione di mantenere salda fino alla fine la fiducia che abbiamo avuto fin dall’inizio» (Eb 3,14). 

Mt 5 Gesù ha dato una interpretazione nuova e definitiva alle prescrizioni della Legge e agli eventi dell’Antica Alleanza. Egli è il nuovo Tempio, la Manna che nutre per la vita eterna, la vera Luce, il vero Buon Pastore, la Risurrezione e la Vita. 

«Novus in vetere latet, et in novo vetus patet»: il Nuovo Testamento è nascosto nell’Antico e, nel Nuovo Testamento, il valore dell’Antico si manifesta in piena evidenza». «Il mistero della salvezza umana non è mancato in nessuna epoca. L'incarnazione del Verbo, quando ancora doveva avvenire, produsse la stessa salvezza che elargisce ora. Non è stato compiuto troppo tardi quello che sempre è stato creduto, ma la sapienza e la benignità divina, procrastinando l'opera della salvezza, ci ha resi più capaci della sua vocazione. Dio, fin dalla creazione del mondo istituì il principio di salvezza, uno e identico per tutti. Infatti la grazia di Dio, con cui sono stati sempre giustificati i santi, ha ricevuto solo un incremento dalla nascita del Salvatore, non il suo inizio» (Leone Magno, Sermoni, XXIII,4). 

Giovedi III

Ger 7. Il profeta lamenta che la caratteristica negativa tipica del popolo di Dio sia sempre stata quella della disobbedienza. Anch’egli protrae una predicazione che non ottiene alcun ripensamento. Dio però non rinuncia a comunicare con il suo popolo e il profeta attua questa sollecitazione amorosa. La speranza è che in un nuovo giorno, Israele non indurisca il cuore e si apra all’ascolto obbediente (Salmo 94). 

Paolo presuppone che possano verificarsi tempi difficili: «Ti scongiuro davanti a Dio e a Cristo Gesù, che verrà a giudicare i vivi e i morti, per la sua manifestazione e il suo regno: annuncia la Parola, insisti al momento opportuno e non opportuno, ammonisci, rimprovera, esorta con ogni magnanimità e insegnamento. Verrà giorno, infatti, in cui non si sopporterà più la sana dottrina, ma, pur di udire qualcosa, gli uomini si circonderanno di maestri secondo i propri capricci, rifiutando di dare ascolto alla verità per perdersi dietro alle favole. Tu però vigila attentamente, sopporta le sofferenze, compi la tua opera di annunciatore del Vangelo, adempi il tuo ministero» (2 Tm 4,1-5). 

Lc 11 Gesù sperimenta un rifiuto totale ed incomprensibile e viene sospettato di agire in combutta con Satana. Proprio Lui che era venuto per introdurre il Regno di Dio e che aveva iniziato veramente quest’opera, viene accusato di essersi accordato con il demonio. Con estrema pazienza e chiarezza, invita i suoi contemporanei a riflettere su quanto possono verificare. Come facevano gli esorcisti ebrei, Egli caccia via Satana dagli uomini, ma compie questo con una autorità mai vista prima. Ad un suo semplice comando, i demoni fuggono. È il combattente più forte che vince il diavolo e lo costringe alla resa. Gesù può fare questo perché fin dal principio ha affrontato Satana e ha vissuto un’esistenza santa, innocente ed immacolata nell’amore. Il demonio non ha alcun potere contro la santità ma viene debellata da essa. Ora la santità più grande è quella di Gesù. Egli è il Salvatore di tutti perché ha assicurata la vittoria per chi combatte in Lui. 

Venerdi III

 Os 14. Il profeta invita ad abbandonare gli idoli per aderire al Signore con tutto il cuore e in totale dedizione a Lui. Anche se ora non veneriamo più le divinità, rischiamo di dare molta attenzione ed importanza a ciò che ci separa da Dio o incrina il rapporto con Lui. Aderire al Signore è la massima felicità per l’uomo e questo fatto gli consente di sperimentare la totalità del suo amore. Dio potrà amarci profondamente. Egli, diventando la nostra rugiada, ci fa crescere come se noi stessi fossimo un nuovo Eden. Se lo ascoltassimo, il Signore ci potrebbe nutrire al meglio e saziarci con un miele sconosciuto, ottenuto a nostra sorpresa, per pura grazia. «Rendo grazie continuamente al mio Dio per voi, a motivo della grazia di Dio che vi è stata data in Cristo Gesù, perché in lui siete stati arricchiti di tutti i doni. La testimonianza di Cristo si è stabilita tra voi così saldamente che non manca più alcun carisma a voi, che aspettate la manifestazione del Signore nostro Gesù Cristo» (1 Cor 1,4-6). 

Gesù ribadisce, come massimo bene, l’amore per Dio. Per Lui, ha affrontato perfino la passione (Cf Gv 14,21). Amare Dio significa voler obbedirgli in tutto, in pieno abbandono (Cf Eb 5,7). Agire in questo modo è l’atto di culto più importante. Chi ama Dio, imita il suo amore per gli uomini e comincia ad amare il prossimo come se stesso. «Noi amiamo perché egli ci ha amati per primo. Se uno dice: Io amo Dio e odia suo fratello, è un bugiardo. Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede. E questo è il comandamento che abbiamo da lui: chi ama Dio, ami anche suo fratello» (1 Gv 4,19-21). 

Sabato III

Os 6. Il profeta denuncia la falsa conversione. Il popolo sa chi è veramente Dio e come sia sempre disposto a perdonare. Le parole pronunciate da esso sono, di per sé, opportune ed encomiabili ma sono espresse senza la volontà di cambiamento di vita. Rappresentano, piuttosto, un tentativo di circuire il Signore per ottenere il suo favore. Il Signore però non agisce come un automa, come un evento naturale prevedibile. Alle parole del popolo, il Signore reagisce manifestando un profondo rammarico. La dedizione a Lui della sua gente è provvisoria e fallace. È un amore che svanisce in fretta e non raggiunge mai l’essenziale. Egli ha dovuto e deve ancora correggere con durezza e nessuno può accusarlo di ingiustizia. Il Signore ribadisce ciò che si aspetta dai suoi cultori: anziché dare esclusiva ed estrema importanza al culto (ai sacrifici di animali) nel tempio, devono donare a Dio se stessi; amarlo in verità, con continuità, stabilendo una comunione permanente con Lui (conoscenza). Questo fatto implica anche una relazione corretta con il prossimo. 

Lc 18. Il fariseo rapprenta una dedizione a Dio apparentemente buona ma inficiata di falsità. Se conoscesse Dio veramente, lo ringraziarebbe e lo loderebbe certamente, come sta facendo, senza però nutrire sentimenti di disprezzo per il prossimo. Il pubblicano rappresenta, invece, un ritorno sincero a Dio. Riconosce la sua indegnità, non pretende il suo perdono, non si reputa superiore a nessuno. Sa che, se il pentimento è sincero, tale da provocare un cambiamento di vita, il penitente ottiene la misericordia del Signore, che è sempre pronto a ristabilire l’amicizia con chi l’accoglie con sincerità, nonostante la gravità delle colpe commesse. Il pentimento sincero e profondo è un vero prodigio nella vita di una persona. È un evento forse troppo raro ma sempre decisivo.


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