Domenica V
La resurrezione di Lazzaro
La resurrezione nella Sacra Scrittura presenta due aspetti: una resurrezione morale e sociale (come quella annunciata da Ezechiele al popolo in esilio; si tratta di una risurrezione metaforica) ed una di carattere escatologico, definitivo (reale). Questa resurrezione presuppone l’avvento della una nuova creazione promessa. Tuttavia essa non è soltanto sperata, ma è cominciata realmente; è stata inaugurata dalla Risurrezione di Gesù nel suo corpo fisico e siamo in attesta di partecipare alla sua glorificazione, non per i nostri meriti ma per la ricchezza della misericordia di Dio. Siamo in attesa dell’adempimento della beata speranza, già cominciata nella storia.Intanto la risurrezione di Gesù viene partecipata a noi, già da ora, mediante il dono di una vita nuova. Mentre gli Ebrei credono che la nuova creazione (o il tempo messianico) avvenga soltanto alla conclusione della storia, per il cristiano il futuro atteso è già cominciato, anche se soltanto in modo parziale. Egli crede alle parole di Gesù, (divenute ancora più chiare e credibili dopo la sua risurrezione): Io sono la risurrezione e la vita. La partecipazione alla risurrezione si manifesta, per ora, come partecipazione ad una vita nuova. Essa affiora nella nostra vita nel pentimento e nell’uscire dall’abbattimento e dallo sconforto.
Il punto capitale della nuova vita prende inizio quando Gesù risorto infonde in una persona il miracolo del pentimento. Il pentimento vero e profondo che cambia l’orientamento di vita di una persona è il più grande dono del Risorto. Da qui la preghiera di colletta: chiama a vita nuova coloro che stanno nelle tenebre e nell’ombra di morte. Il pentimento vero presuppone che l’uomo pentito, penitente, cominci ad amare il prossimo. L’amore, più che altre pratiche penitenziali, sono il segno di un cambiamento di vita. «Noi sappiamo che siamo passati dalla morte alla vita, perché amiamo i fratelli. Chi non ama rimane nella morte» (1 Gv 3,14).
Le Letture, poi, presentano due motivi che rendono possibili la risurrezione: San Paolo parla di una motivazione teologica: la presenza in noi dello Spirito Santo.
Giovanni aggiunge una seconda motivazione: la compassione del Signore, l’orrore di Dio nei confronti della morte, manifestata nel turbamento e nel pianto di Gesù. Egli «non gode della rovina dei viventi» (Sap 1,13), perciò «non abbandonerai la mia vita negli inferi, né lascerai che il tuo fedele veda la fossa» (Sal 15,10). «Dio non è dei morti, ma dei viventi; perché tutti vivono per lui» (Lc 20,38),
Lunedi V
Dn 13. Susanna è una israelita che si propone di vivere, con grande impegno, i comandamenti del Signore, senza commette peccati gravi. Quando dichiara: “Meglio per me morire che peccare!” (Dn 13,23), rivive la migliore tradizione d’Israele, quella che si manifesta anche nel caso dei martiri dell’epoca dei Maccabei. La stessa risoluzione animerà anche i martiri cristiani e tutti i credenti che si proporranno di essere fedeli a Dio con tutto se stessi.
Di fronte alla trama improvvisata dai due anziani, ma efficace, Susanna è impotente e sola. La possibilità della sua innocenza, non viene neppure considerata. L’unica possibilità per lei è ricorrere al Signore. Egli conosce le cose prima che accadano e, certamente, può intervenire per soccorrere una innocente. Susanna vive la spiritualità del povero, suggerita a più riprese dalla Sacra Scrittura. La sua fiducia ottiene l’esaudimento.
La defezione dei due anziani dimostra che l’uomo, anche il più retto, non è esente dalla pressione delle passioni e dalla forza della concupiscenza. L’uomo compie il male che non vuole commettere e non attua il bene che desidera fare (Rm 7). Susanna manifesta il meglio d’Israele e gli anziani il peggio dell’umanità. Tutti però sono vittime di una legislazione troppo severa che vuole consolidare la bellezza dell’onestà ma non tiene conto dell’estrema povertà degli uomini. La sola giustizia è insufficiente per dare salvezza.
Gv 8. Gesù privilegia la misericordia rispetto al rigore della giustizia. I suoi accaniti avversari, progettano un caso per poter o disonorarlo o condannarlo. Se suggerisce l’obbedienza alla Legge fino ad accettare la lapidazione dell’adultera, deve contraddire l’insegnamento sulla misericordia sostenuto da lui con insistenza (e così si disonora a motivo della sua incoerenza); se invece continua a sostenere il valore del condono della peccatrice, deve opporsi alla Legge e così dimostra d’essere un falso profeta. Egli non si limita a ricorrere ad uno stratagemma ma aiuta tutti a riconoscersi colpevoli. Il rigore della giustizia, da solo, condanna tutti. Salvando la donna adultera, provoca la sua condanna a morte ma Egli porta su di sé i peccati di tutti affinché noi potessimo liberarci dal peccato e da una giustizia implacabile.
Martedi V
Nm 21. Il popolo non sopporta il viaggio. Deve preoccuparsi di trovare cibo ed acqua in un deserto. Dimenticano che il Signore era venuto in loro aiuto, mostrandosi Padre provvidente. Il viaggio della vita presenta momenti di serenità e di asprezza. Nell’ora della difficoltà è facile cadere nella preoccupazione e nell’angustia asfissiante. Anche questo viaggio può risultare opprimente. Il salmista consiglia: «Affida al Signore il tuo peso ed egli ti sosterrà, mai permetterà che il giusto vacilli» (Sal 55,23). «Non angustiatevi per nulla, ma in ogni circostanza fate presenti a Dio le vostre richieste con preghiere, suppliche e ringraziamenti. E la pace di Dio, che supera ogni intelligenza, custodirà i vostri cuori e le vostre menti in Cristo Gesù» (Fil 4,6-7).
Il Signore sembra aggiungere dolore a dolore. Egli rattrista per un instante per far conoscere un bene più grande: «perché la sua collera dura un istante, la sua bontà per tutta la vita. Alla sera ospite è il pianto e al mattino la gioia» (Sal 30,6). «Se affligge, avrà anche pietà secondo il suo grande amore. Poiché contro il suo desiderio egli umilia e affligge i figli dell’uomo» (Lm 3,32). Così il popolo sperimenta la guarigione donata dal Signore e gode di un’altra prova del suo amore. L’esperienza della guarigione è sempre possibile per tutti noi.
Gv 8. Il vero morso con cui siamo stati aggrediti è quello del peccato. «Sappiamo infatti che la Legge è spirituale, mentre io sono carnale, venduto come schiavo del peccato. Non riesco a capire ciò che faccio: infatti io faccio non quello che voglio, ma quello che detesto» (Rm 7,14). Per liberarci da questa schiavitù opprimente ed universale, dobbiamo ricorrere all’aiuto di Gesù: «Se qualcuno ha peccato, abbiamo un Paràclito presso il Padre: Gesù Cristo, il giusto. È lui la vittima di espiazione per i nostri peccati; non soltanto per i nostri, ma anche per quelli di tutto il mondo» (Gv 2,2).
Gesù dimostra di avere una missione e di essere l’Inviato da Dio proprio perché dal suo incarico non ricava nulla di vantaggioso per se stesso anzi deve affrontare passione e morte. Il Padre non lo lascia solo ma lo apprezza in modo totale. L’obbedienza di Gesù comunica a tutti la sua santità. «Per l’opera giusta di uno solo si riversa su tutti gli uomini la giustificazione, che dà vita. Infatti, come per la disobbedienza di un solo uomo tutti sono stati costituiti peccatori, così anche per l’obbedienza di uno solo tutti saranno costituiti giusti» (Rm 5,18). In questo senso, attira tutti a sé.
Mercoledi V
Dn 3. La litugia quaresimale riporta dei passi biblici che fanno riferimento al Battesimo e altri che accennano alla passione di Cristo e alle sofferenze affrontate da persone di fede, soprattutto dai martiri.
Tre giovani vengono gettati in una fornace perché rifiutano di obbedire al comando del sovrano che vorrebbe costringerli all’idolatria. Il sovrano, Nabucodonosor, si è autodivinizzato (“Quale dio vi potrà liberare dalla mia mano?”. Israele ha conosciuto le pretese dei sovranni ellenistici, ai quali venivano attribuiti onori divini, che tentavano d’imporre la religione pagana, soffocando quella ebraica, difesa dai Maccabei. Nei tempi attuali, non di rado, le autorità costituite cercano l’appoggio della religione e assumono connotati religiosi. Esigono obbedienza sul piano legislativo e su quello culturale. La cultura preponderante tenta sempre di diventare dominante e totalizzante.
La risposta de Tre è una testimoniana profonda di fede non soltanto perché rifiutano ogni atto idolatrico ma soprattutto perché non pretendono neppure di essere salvaguardati da Dio in questo mondo. Questo sarà anche l’atteggiamento di Gesù.
Un angelo scende in basso insieme a loro e i giovani vengono protetti da un vento pieno di rugiada. La vicinanza dell’angelo assicura quella di Dio. Egli è sempre dalla parte di chi soffre e subisce oppressione. Scendere è un’attitudine normale del Signore. La rugiada è un’immagine dell’aiuto concreto che i perseguitati ricevono da Dio. Essa si manifesta non sempre in una liberazione, ma nella disponibilità a salvaguardare le decisioni della loro coscienza. Il testimone conosce l’esperienza della consolazione: «Egli ci consola in ogni nostra tribolazione, perché possiamo anche noi consolare quelli che si trovano in ogni genere di afflizione con la consolazione con cui noi stessi siamo consolati da Dio» (2 Cor 1,4).
Gv 8. La discussione di Gesù con i Giudei si fa sempre più accesa ed Egli sa di rischiare la condanna a morte. Gesù, perseguitato, continua a svolgere la missione ricevuta dal Padre (“non sono venuto da me stesso, ma lui mi ha mandato” “Io dico quello che ho visto presso il Padre”). Le verità parziali degli uomini possono liberare da false opinioni da situazioni oppressive, ma Gesù Egli è la verità che offre la libertà totale, perché libera dal peccato e dalla morte. Chi non lo accoglie e non si fa guidare da Lui, vive liberazioni incomplete. La malattia degli uomini non sta nel singolo atto peccaminoso ma nell’incapacità di evitare il peccato. La persona continua ad essere dominata, più o meno gravemente, dal proprio egoismo. Un segno di questa schiavitù sta nel rifiutare di riconoscere il proprio limite e nella presunzione di credersi già risanati.
Giovedi V
Gen 17. Gv 8. Questo passo evangelico è in stretta relazione con il Vangelo. Gesù dichiara: «Abramo, vostro padre, esultò nella speranza di vedere il mio giorno; lo vide e fu pieno di gioia» (Gv 8,56). In realtà il testo biblico non dichiara che Abramo abbia contemplato, in visione, i giorni messianici e tanto meno la persona stessa del Messia. Il patriarca riceve la promessa che dalla sua discendenza sarebbe provenuta una serie di sovrani (tra i quali può spiccare il Messia). Le parole di Gesù non si appoggiano sul testo ma sopra una interpretazione rabbinica secondo la quale ad Abramo era stata concessa la grazia di vedere l’era messianica.
In aggiunta, Gesù proclama l’intera estensione della sua grandezza. Egli è più grande di Abramo e dei profeti. Afferma di essere al di sopra e al di fuori del tempo: «Io sono» (v.58). Prima della sua nascita come uomo, Egli già preesisteva presso il Padre. Grazie alla sua divinità, Egli può dare una vita eterna a coloro che credono in lui (v.51). Queste attestazioni vengono considerate blasfeme dai Giudei perché, oltrepassando il limite di una creatura, lo mettono alla pari con Dio. Gesù, tuttavia, ha mostrato dei segni che rivelano la sua gloria. Già comincia la sua passione nella reazione scandalizzata dei Giudei che tentano, inutilmente, di lapidarlo.
Il compito della Chiesa, ora, è espresso dal salmista: «Cercate il Signore e la sua potenza, ricercate sempre il suo volto» (Sal 104,4). Gesù, promesso e desiderato dai profeti, offre a noi la possibilità di sfuggire a due nemici fatali: il Peccato e la Morte. «È necessario infatti che egli regni finché non abbia posto tutti i nemici sotto i suoi piedi. L’ultimo nemico a essere annientato sarà la morte, perché ogni cosa ha posto sotto i suoi piedi» (1 Cor 15,25-26).
Venerdi V
Ger 20,10-13. Geremia confessa di aver avuto notizia diretta delle trame persecutorie intessute contro di lui. Perfino gli amici sono irritati dalla sua predicazione; si sentono smascherati dalle sue parole e desiderano vendicarsi.
Tuttavia si sente protetto da Dio e sa che la sua causa non è sua ma di Dio, il quale farà prevalere il suo progetto. Gli oppositori saranno delusi.
Poiché è meglio parlare a Dio che parlare di Dio, il profeta si affida a lui. Gli ricorda la sua innocenza e gli chiede di portare a compimento la sua causa. La vendetta sugli avversari non ha una componente astiosa ma è la richiesta che Egli faccia prevalere la verità. Anticipa il ringraziemento, unendosi a tutti i poveri del Signore che sono stati esauditi perché avevano in lui l’unica speranza.
Gv 10,31-42. La persecuzione contro Gesù diventa sempre più insistente. Egli non incontra degli interlocutori critici nei suoi confronti ma degli avversari pronti a lapidarlo. Egli deve cercare di sfuggire e di nascondersi. Il motivo per il quale viene osteggiato è il fatto che Egli si proclama Figlio di Dio, in una relazione di parità con lui. Se le autorità religiose, incaricate da Dio ad interpretare ed applicare la Legge, furono chiamati dèi (Cf Sal 82,6), quanto più Gesù che è l’Inviato definitivo di Dio, la Parola, può essere chiamato Figlio di Dio. Se la divinità, in qualche misura, può essere attribuita alle persone che accolgono la parola, tanto più deve essere assegnata alla Parola di Dio stesso.
La persecuzione contro Gesù continua da parte di coloro che, ancora oggi, negano la sua singolarità e lo pongono alla pari di altre figure religiose. Il rifiuto nei suoi confronti prosegue, in modo altrettanto accanito, da partre di coloro che negano ogni valore salvifico alla sua morte e la verità della sua risurrezione nel suo vero corpo.

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