II domenica di Pasqua
Prima lettura
At 2,42-47 [Quelli che erano stati battezzati] erano perseveranti nell'insegnamento degli apostoli e nella comunione, nello spezzare il pane e nelle preghiere. Un senso di timore era in tutti, e prodigi e segni avvenivano per opera degli apostoli. Tutti i credenti stavano insieme e avevano ogni cosa in comune; vendevano le loro proprietà e sostanze e le dividevano con tutti, secondo il bisogno di ciascuno. Ogni giorno erano perseveranti insieme nel tempio e, spezzando il pane nelle case, prendevano cibo con letizia e semplicità di cuore, lodando Dio e godendo il favore di tutto il popolo. Intanto il Signore ogni giorno aggiungeva alla comunità quelli che erano salvati.
La prima caratteristica è l’istruzione. La Chiesa si fonda sull’insegnamento degli apostoli (non su certe ricerche “scientifiche” bibliche i cui esiti sono, per lo più, proiezioni del ricercatore). «Voi non siete più stranieri né ospiti, ma siete concittadini dei santi e familiari di Dio, edificati sopra il fondamento degli apostoli e dei profeti, avendo come pietra d’angolo lo stesso Cristo Gesù. In lui tutta la costruzione cresce ben ordinata per essere tempio santo nel Signore» (Ef 2,19-22).
La comunità riceve il messaggio autentico dalla loro predicazione (e dai loro scritti) e solo dopo rielabora, senza deviare. «Fratelli, state saldi e mantenete le tradizioni che avete appreso sia dalla nostra parola sia dalla nostra lettera» (2 Ts 2,15).
Questa istruzione, vene dilatata e approfondita dall’ammaestramento reciproco e non soltanto dagli esperti, perché tutti hanno ricevuto l’unzione. «La parola di Cristo abiti tra voi nella sua ricchezza. Con ogni sapienza istruitevi e ammonitevi a vicenda con salmi, inni e canti ispirati, con gratitudine, cantando a Dio nei vostri cuori» (Col 3,16).
Dall’adesione di fede, nasce la comunione, unione di sentimenti e di risorse concrete, di mitezza e pazienza indomabile, propria di coloro che accettano di portare gli uni. i pesi degli altri. È comunione di perdono e di scambio di beni materiali. La comunione si rafforza nel ripetere il gesto di Gesù della frazione del pane e nella preghiera intensa.
La vita gioiosa di fede ardente permette a Dio di aggiungere alla comunità altri salvati. Se non ci fossero già dei salvati, non potrebbe aggregare nessun altro.
2 lettura
1 Pt 1, 3-9 Sia benedetto Dio e Padre del Signore nostro Gesù Cristo, che nella sua grande misericordia ci ha rigenerati, mediante la risurrezione di Gesù Cristo dai morti, per una speranza viva, per un'eredità che non si corrompe, non si macchia e non marcisce. Essa è conservata nei cieli per voi, che dalla potenza di Dio siete custoditi mediante la fede, in vista della salvezza che sta per essere rivelata nell'ultimo tempo.
Perciò siete ricolmi di gioia, anche se ora dovete essere, per un po' di tempo, afflitti da varie prove, affinché la vostra fede, messa alla prova, molto più preziosa dell'oro - destinato a perire e tuttavia purificato con fuoco -, torni a vostra lode, gloria e onore quando Gesù Cristo si manifesterà. Voi lo amate, pur senza averlo visto e ora, senza vederlo, credete in lui. Perciò esultate di gioia indicibile e gloriosa, mentre raggiungete la mèta della vostra fede: la salvezza delle anime.
Dio è il Padre rivelato da Gesù. Si è fatto conoscere a noi operando la nostra rigenerazione, quando «ci ha salvati, non per opere giuste da noi compiute, ma per la sua misericordia, con un’acqua che rigenera e rinnova nello Spirito» (Tt 3,5). Il primo beneficio della rinascita è la speranza, qualificata come viva perché reale, esistente in verità. Qui la speranza non consiste in un atteggiamento virtuoso ma è un possesso. «Dio illumini gli occhi del vostro cuore per farvi comprendere a quale speranza vi ha chiamati, quale tesoro di gloria racchiude la sua eredità» (Ef 1,18). Per Israele, l’eredità era costituita dal paese di Canaan; per i cristiani non è un territorio ma una esistenza nell’eternità. «Se siamo figli, siamo anche eredi: eredi di Dio, coeredi di Cristo» (Rm 8,17). La nostra eredità non è più esposta al rischio di essere perduta ma è custodita da Dio stesso nei cieli, il quale custodisce e protegge gli eletti fino al compimento del suo progetto: «La vostra fede è fondata sulla potenza di Dio» (1 Cor 2,5). «Sono persuaso che Dio il quale ha iniziato in voi quest’opera buona, la porterà a compimento fino al giorno di Cristo Gesù» (Fil 1,6). «Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo» (Mt 25,34).
Sebbene sperimenti le sofferenze derivate dalla fedeltà al Vangelo, la comunità, è ricolma di gioia. Dio non chiede la sofferenza in quanto tale ma l'obbedienza alla sua volontà. Il valore del credente apparirà alla venuta del Signore La prova della lealtà del cristiano è paragonata al passaggio dell'oro attraverso il fuoco del crogiolo. «L’opera di ciascuno sarà ben visibile perché con il fuoco si manifesterà e il fuoco proverà la qualità dell’opera di ciascuno» (1 Cor 3,13).
Amare Cristo è molto di più di un mero sentimento ma è sovrabbondante e concreta forza di volere, è dono di sé nella viva attesa d’incontrarlo in modo definitivo. «Siamo in esilio lontano dal Signore finché abitiamo nel corpo. Preferiamo andare in esilio dal corpo e abitare presso il Signore» (2 Cor 5,6-8).
Vangelo
Gesù, attraversa sempre le porte chiuse, viene dove siamo e come siamo. Sta in mezzo a noi come aveva promesso: dove ci sono due o tre radunati nel mio Nome, Io sono in mezzo a loro (Cf Mt 18,20). Il Signore che passa, fa passare i discepoli dallo sgomento alla gioia. Invece di ricriminare nei nostri confronti, uomini di poca fede, ci comunica il dono massimo, che è la pace. Pace significa l’insieme di tutti i doni.
I segni della sua identità, sono le ferite della sua passione. Un Cristo che non dona tutto se stesso per noi, è un falso Cristo.
I discepoli non solo credono ma gioiscono del Signore. Questa gioia sarà ancora maggiore, indicibile e gloriosa, quando sapranno soffrire per il Signore.
Il primo dono è la missione; il secondo è la remissione dei peccati e il terzo dono è lo Spirito, ma è il più rilevante: senza lo Spirito non potrebbero credere in Cristo, amarlo, assimilarlo e testimoniarlo. Ormai sta espandendosi una nuova creazione fomata da uomini liberi dal peccato.
Tommaso non crede all’attestazione dei testimoni oculari. Gesù non lo rimprovera ma lo rende credente. Tommaso proclama l’essenza della fede: Mio Signore e mio Dio! Noi non crediamo nella risurrezione ma nel Risorto. Il centro del Vangelo è Gesù. Il credente che si affida alla testimonianza dei testimoni oculari, possiede la beatitudine: «Voi lo amate, pur senza averlo visto e ora, senza vederlo, credete in lui. Perciò esultate di gioia indicibile e gloriosa, mentre raggiungete la metà della nostra fede» (1 Pt 1,8-9).
Lunedi II
At 4. "In quei giorni, rimessi in libertà, Pietro e Giovanni andarono dai loro fratelli e riferirono quanto avevano detto loro i capi dei sacerdoti e gli anziani. Quando udirono questo, tutti insieme innalzarono la loro voce a Dio dicendo: «Signore, tu che hai creato il cielo, la terra, il mare e tutte le cose che in essi si trovano, tu che, per mezzo dello Spirito Santo, dicesti per bocca del nostro padre, il tuo servo Davide: "Perché le nazioni si agitarono e i popoli tramarono cose vane? Si sollevarono i re della terra e i prìncipi si allearono insieme contro il Signore e contro il suo Cristo"; davvero in questa città Erode e Ponzio Pilato, con le nazioni e i popoli d'Israele, si sono alleati contro il tuo santo servo Gesù, che tu hai consacrato, per compiere ciò che la tua mano e la tua volontà avevano deciso che avvenisse. E ora, Signore, volgi lo sguardo alle loro minacce e concedi ai tuoi servi di proclamare con tutta franchezza la tua parola, stendendo la tua mano affinché si compiano guarigioni, segni e prodigi nel nome del tuo santo servo Gesù».Quand'ebbero terminato la preghiera, il luogo in cui erano radunati tremò e tutti furono colmati di Spirito Santo e proclamavano la parola di Dio con franchezza."
Il Sinedrio ha proibito espressamente la predicazione degli Apostoli. Tutta la comunità è radunata perché sia consapevole di ciò che accade ed interessa a tutti. Non ci sono privilegiati messi al corrente e altri che ignorano ogni cosa. La risposta unanime è la preghiera. Dio solo può concedere alla comunità di continuare ad essere se stessa e rimanere fedele alla sua missione, ad imitazione di Gesù.
La preghiera si fonda sulla Parola (qui sul Salmo secondo). La Chiesa prega servendosi delle parole che Dio stesso a suggerito di dire, come un bambino impara a parlare la lingua nazionale ascoltando i genitori. Dopo aver citato il testo del salmo, lo applicano alla situazione particolare che stanno vivendo. Chiedono, in primo luogo, di rimanere fermi nella testimonianza e di ricevere il soccorso del Signore, compiendo prodigi che testimoniano non la loro forza taumaturgica ma la continua presenza del Risorto. La risposta di Dio consiste nell’invio dello Spirito, il dono mssimo che la Chiesa può ricevere, che la rende ferma nella testimonianza.
Gv 3,1-8. Vi era tra i farisei un uomo di nome Nicodèmo, uno dei capi dei Giudei. Costui andò da Gesù, di notte, e gli disse: «Rabbì, sappiamo che sei venuto da Dio come maestro; nessuno infatti può compiere questi segni che tu compi, se Dio non è con lui». Gli rispose Gesù: «In verità, in verità io ti dico, se uno non nasce dall'alto, non può vedere il regno di Dio».Gli disse Nicodèmo: «Come può nascere un uomo quando è vecchio? Può forse entrare una seconda volta nel grembo di sua madre e rinascere?». Rispose Gesù: «In verità, in verità io ti dico, se uno non nasce da acqua e Spirito, non può entrare nel regno di Dio. Quello che è nato dalla carne è carne, e quello che è nato dallo Spirito è spirito. Non meravigliarti se ti ho detto: dovete nascere dall'alto. Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai da dove viene né dove va: così è chiunque è nato dallo Spirito»."
Riprende la lettura sistematica del Vangelo di Giovanni (ad esclusione dei passi già proclamati all’Epifania e in Quaresima). Gesù viene consultato da Nicodemo, una personalità del giudaismo che era stato attratto da Gesù nella sua predicazione a Gerusalemme. Questi più tardi difenderà Gesù nel Sinedrio (cf Gv 7,50) e onererà il suo corpo deposto dalla croce (cf Gv 19,39).
Era comune nell’antichità l’idea che l’uomo rinasce quando accetta una nuova religione o filosofia. Gesù, tuttavia, insegna una rinascita dall’alto, cioè da Dio. La salvezza non è un oggetto di discussione tra dotti ma deriva da un’opera di Dio. Solo quest’ultima opera una nascita nuova.
La Persona che era nell’alto ed è venuta sulla terra, soltanto quella può rigenerare. Tutte le possibilità umane sono inadeguate al fine dell’appartenenza al Regno. È necessario lo Spirito che si comunica tramite la fede e il Battesimo. Lo Spirito crea un nuovo ordine d’esistenza, superiore ad ogni possibilità umana (la carne). Questa nuova nascita è imprevedibile e inafferrabile come il vento. Non vediamo Dio in se stesso ma ne verifichiamo il passaggio.
Martedi II
At 4, 32-37 La moltitudine di coloro che erano diventati credenti aveva un cuore solo e un'anima sola e nessuno considerava sua proprietà quello che gli apparteneva, ma fra loro tutto era comune. Con grande forza gli apostoli davano testimonianza della risurrezione del Signore Gesù e tutti godevano di grande favore. Nessuno infatti tra loro era bisognoso, perché quanti possedevano campi o case li vendevano, portavano il ricavato di ciò che era stato venduto e lo deponevano ai piedi degli apostoli; poi veniva distribuito a ciascuno secondo il suo bisogno. Così Giuseppe, soprannominato dagli apostoli Bàrnaba, che significa “figlio dell’esortazione”, un levìta originario di Cipro, padrone di un campo, lo vendette e ne consegnò il ricavato deponendolo ai piedi degli apostoli.
La Pasqua di Gesù, affermata dagli apostoli con grande coraggio, crea comunione. Dove giunge il Vangelo nasce una comunione di vita e questa non si riduce ad un ideale astratto ma è densa di concretezza, dal momento che crea una comunione di beni. “Tutto era comune”: ciò era anche l’ideale della grecità (Platone, Aristorele) e dell’ebraismo : «Non vi sarà alcun bisognoso in mezzo a voi» (Dt 15,4). La comunione dei beni come veniva realizzata? Giuseppe Barnaba vendette il suo campo ma questo fu un caso particolare. Normalmente non accadeva questo ma la solidarietà era inculcata e vissuta. La Nuova creazione introdotta dal Vangelo esige l’attenzione verso i bisognosi. «Non dimenticatevi della beneficenza e della comunione dei beni, perché di tali sacrifici il Signore si compiace» (Eb 13,16). «Se uno ha ricchezze di questo mondo e, vedendo il suo fratello in necessità, gli chiude il proprio cuore, come rimane in lui l’amore di Dio? Figlioli, non amiamo a parole né con la lingua, ma con i fatti e nella verità» (1 Gv 3,17-18). «Non si tratta di mettere in difficoltà voi per sollevare gli altri, ma che vi sia uguaglianza. Per il momento la vostra abbondanza supplisca alla loro indigenza, perché anche la loro abbondanza supplisca alla vostra indigenza, e vi sia uguaglianza, come sta scritto: Colui che raccolse molto non abbondò e colui che raccolse poco non ebbe di meno» (2 Cor 8,13-15)
Gv 3,7-15 In quel tempo, Gesù disse a Nicodèmo: «Non meravigliarti se ti ho detto: dovete nascere dall'alto. Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai da dove viene né dove va: così è chiunque è nato dallo Spirito».Gli replicò Nicodèmo: «Come può accadere questo?». Gli rispose Gesù: «Tu sei maestro di Israele e non conosci queste cose? In verità, in verità io ti dico: noi parliamo di ciò che sappiamo e testimoniamo ciò che abbiamo veduto; ma voi non accogliete la nostra testimonianza. Se vi ho parlato di cose della terra e non credete, come crederete se vi parlerò di cose del cielo? Nessuno è mai salito al cielo, se non colui che è disceso dal cielo, il Figlio dell'uomo. E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell'uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna».
Riprende il discorso di Gesù a Nicodemo. Questo saggio Israelita non aveva dato abbastanza peso all’annuncio profetico di una rigenerazione del popolo per mezzo dell’infusione dello Spirito (Ez 36,25-27). Il Signore è paragonabile ad un vento poiché non si rende mai visibile ma si notano gli effetti del suo passaggio che sono talora clamorosi. I segno primario dello Spirito è l’uomo che si converte a Dio perché è nato da lui.
Gesù ha esperienza delle cose del cielo perché contempla ciò che vede fare dal Padre e lo imita. Quale Figlio dell’uomo, unisce cielo e terra. Egli realizzerà in pienezza questo compito quando accetterà di essere innalzato in croce. Da allora, sempre, in ogni epoca e per oggni uomo, chi crede in Lui, riceve la vita eterna.
Mercoledi II
At 5,17-26. In quei giorni, si levò il sommo sacerdote con tutti quelli della sua parte, cioè la setta dei sadducèi, pieni di gelosia, e, presi gli apostoli, li gettarono nella prigione pubblica. Ma, durante la notte, un angelo del Signore aprì le porte del carcere, li condusse fuori e disse: «Andate e proclamate al popolo, nel tempio, tutte queste parole di vita». Udito questo, entrarono nel tempio sul far del giorno e si misero a insegnare. Quando arrivò il sommo sacerdote con quelli della sua parte, convocarono il sinedrio, cioè tutto il senato dei figli d'Israele; mandarono quindi a prelevare gli apostoli nella prigione. Ma gli inservienti, giunti sul posto, non li trovarono nel carcere e tornarono a riferire: «Abbiamo trovato la prigione scrupolosamente sbarrata e le guardie che stavano davanti alle porte, ma, quando abbiamo aperto, non vi abbiamo trovato nessuno».Udite queste parole, il comandante delle guardie del tempio e i capi dei sacerdoti si domandavano perplessi a loro riguardo che cosa fosse successo. In quel momento arrivò un tale a riferire loro: «Ecco, gli uomini che avete messo in carcere si trovano nel tempio a insegnare al popolo». Allora il comandante uscì con gli inservienti e li condusse via, ma senza violenza, per timore di essere lapidati dal popolo."
Il Sinedrio, visto il successo conseguito dagli apostoli, si colma di gelosia. Lo zelo per Dio può essere positivo o negativo. I due campi che qui si affrontano, ritengono entrambi di difendere il volere di Dio. Gli apostoli vengono confermati dalla visita angelica. Il Signore non chiede loro di fuggire ma di continuare a proclamare con coraggio le parole di vita. Già il profeta Daniele aveva resistito al potere politico. Dio vince la resistenza dei poteri che maltrattano la fede e si oppongono ad essa. Trovando il carcere sbarrato ma vuoto, le guardie e, poi, i membri del Sinedio, in attesa dei prigionieri, rimangono sbalorditi. Si sentono beffati quando vengono a sapere che i prigionieri liberati stanno facendo proprio quello che era stato loro proibito di fare. Risalta perciò, l’impotenza delle autorità incapaci di mantenere il controllo della situazione. Gesù, a sua volta, era stato protetto dalla simpatia del popolo (Lc 20,19; 22,2).
Gv 3, 6-18. In quel tempo, Gesù disse a Nicodèmo: «Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell'unigenito Figlio di Dio. E il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce, perché le loro opere erano malvagie. Chiunque infatti fa il male, odia la luce, e non viene alla luce perché le sue opere non vengano riprovate. Invece chi fa la verità viene verso la luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio».
La venuta di Cristo nel mondo è il segno massimo dell’amore di Dio per gli uomini perché è venuto per portare salvezza definitiva (o escatologica).
Con il termine escatologia, la tradizione biblica intende l'ultimo intervento di Dio nella storia umana. Quest'ultima venuta è caratterizzata specialmente dal giudizio finale e dalla Risurrezione dei morti. Essa conferisce alla venuta di Dio una portata cosmica: pone fine sia la storia, sia al mondo così come esiste; dà inizio a un mondo nuovo. Il quarto Vangelo conosce questa attesa (5,28-29; 11,23-24; 14,2-3). Senza escluderla o condannarla, esso compie uno spostamento significativo: il giudizio, la resurrezione dei morti, il dono della vita eterna non sono più eventi che si verificano in un lontano avvenire, ma qui e ora nell'incontro con Cristo. Mentre l'escatologia tradizionale ricorda che il credente vive nella storia e nella finitudine, l'escatologia cristologica sottolinea che la vita in pienezza, così come viene offerta da Dio a chi crede, comincia qui e ora. Questa concezione della salvezza che si gioca nel presente opera una piena rivalutazione delle opere. A seconda se sono compiute lontano da Dio o per sua iniziativa, le opere fanno della vita umana, qui e ora, un luogo di tenebre o di luce.
Giovedi II
At 5,27-33. In quei giorni, [il comandante e gli inservienti] condussero gli apostoli e li presentarono nel sinedrio; il sommo sacerdote li interrogò dicendo: «Non vi avevamo espressamente proibito di insegnare in questo nome? Ed ecco, avete riempito Gerusalemme del vostro insegnamento e volete far ricadere su di noi il sangue di quest'uomo». Rispose allora Pietro insieme agli apostoli: «Bisogna obbedire a Dio invece che agli uomini. Il Dio dei nostri padri ha risuscitato Gesù, che voi avete ucciso appendendolo a una croce. Dio lo ha innalzato alla sua destra come capo e salvatore, per dare a Israele conversione e perdono dei peccati. E di questi fatti siamo testimoni noi e lo Spirito Santo, che Dio ha dato a quelli che gli obbediscono». All'udire queste cose essi si infuriarono e volevano metterli a morte.
Il Sinedrio accusa gli apostoli di aver disobbedito agli ordini dell’autorità religiosa e di averlo diffamato attribuendo ad esso la responsabilità della morte di Gesù. Pietro ricorda che l’obbedienza a Dio prevale sull’obbedienza agli uomini. All’apostolo, però, interessa ribadire l’annuncio che erano chiamati di dare: il crocifisso è stato rivalutato da Dio stesso ed è stato costituito da lui come capo e salvatore. Dio non vuole vendicarsi ma concedere a tutti la possibilità della concersione in vista del perdono dei peccati,
Gv 3,31-36. Chi viene dall'alto è al di sopra di tutti; ma chi viene dalla terra, appartiene alla terra e parla secondo la terra. Chi viene dal cielo è al di sopra di tutti. Egli attesta ciò che ha visto e udito, eppure nessuno accetta la sua testimonianza. Chi ne accetta la testimonianza, conferma che Dio è veritiero. Colui infatti che Dio ha mandato dice le parole di Dio: senza misura egli dà lo Spirito. Il Padre ama il Figlio e gli ha dato in mano ogni cosa. Chi crede nel Figlio ha la vita eterna; chi non obbedisce al Figlio non vedrà la vita, ma l'ira di Dio rimane su di lui.
L'evangelista utilizza categorie « spaziali » — dall'alto, dal basso, dal cielo, dalla terra — per presentarci il Rivelatore e la sua importanza per la vita dell'uomo.
L'inviato di Dio viene dall'alto, dal mondo del divino. Si impone quindi la conclusione che questo inviato di Dio è superiore a tutti. Rispetto al mondo e, in concreto, all'uomo, questo inviato di Dio è uguale a Dio. L'essere divino dell'inviato è messo nella contrapposizione a «quello che viene dalla terra». L'insistenza nello scoprire l'origine e la natura del rivelatore ha un'intenzione esistenziale assai chiara. Nessuna parola che proceda dalla terra, per quanto possa essere autorevole, può essere paragonata alle parole di Gesù. Nessuno può entrare in concorrenza col rivelatore che viene dall'alto ed è superiore a tutti.
Solo chi viene dall'alto offre tutte le garanzie di essere un testimone vero. Avrebbe dovuto essere accettato subito dall'uomo mediante la fede (che, in ultima analisi, decide della vita e della morte). Questa parola interpellante che procede dall'alto, tuttavia, non è accolta (Cf Gv 1,11), perché il mondo ama quello che è suo (Gv 15,19) e le parole del rivelatore gli sono estranee (Gv 8,43).
Vi sono eccezioni a questa regola, e sono quelli che ricevono la sua testimonianza (Cf Gv 1,12). Accettare la testimonianza del Rivelatore vuol dire, allo stesso tempo, riconoscere la veracità di Dio. Perché? Per l'identità fra il rivelatore e quello che egli rivela. Nelle parole del rivelatore divino parla Dio stesso. Nelle parole di Gesù, si riflettono l'azione e il pensiero divini. Inoltre le parole hanno valore in quanto procedono dalla Parola. Gesù non può essere separato dalle sue parole perché Egli è « il Verbo che si fece carne ».
Il Padre comunica al Figlio lo Spirito senza misura, senza restrizioni e senza limiti, nella sua pienezza. Questo significa e garantisce che la rivelazione portata da Gesù è completa, sufficiente, e non ha, quindi, bisogno di essere completata. Ci troviamo di fronte all'unica Parola che Dio doveva e deve dire all'uomo.
Il Padre ama il Figlio e ha posto nelle sue mani tutte le cose. Dio si è reso presente e operante nel suo Figlio. II Padre è presente in Gesù e Gesù rappresenta il Padre. Il Figlio ha la stessa autorità del Padre. Di qui si deduco una conclusione importante: la decisione fra accettarlo a non accettarlo, fra fede e incredulità, ha conseguenze decisive. Chi accetta il Figlio, ha la vita; chi lo rigetta, è sotto l'ira di Dio. Le affermazioni di Gesù sono anche un serio avvertimento.
Venerdi II
In quei giorni, si alzò nel sinedrio un fariseo, di nome Gamalièle, dottore della Legge, stimato da tutto il popolo. Diede ordine di far uscire [gli apostoli] per un momento e disse: «Uomini di Israele, badate bene a ciò che state per fare a questi uomini. Tempo fa sorse Tèuda, infatti, che pretendeva di essere qualcuno, e a lui si aggregarono circa quattrocento uomini. Ma fu ucciso, e quelli che si erano lasciati persuadére da lui furono dissolti e finirono nel nulla. Dopo di lui sorse Giuda il Galileo, al tempo del censimento, e indusse gente a seguirlo, ma anche lui finì male, e quelli che si erano lasciati persuadére da lui si dispersero. Ora perciò io vi dico: non occupatevi di questi uomini e lasciateli andare. Se infatti questo piano o quest'opera fosse di origine umana, verrebbe distrutta; ma, se viene da Dio, non riuscirete a distruggerli. Non vi accada di trovarvi addirittura a combattere contro Dio!». Seguirono il suo parere e, richiamati gli apostoli, li fecero flagellare e ordinarono loro di non parlare nel nome di Gesù. Quindi li rimisero in libertà. Essi allora se ne andarono via dal sinedrio, lieti di essere stati giudicati degni di subire oltraggi per il nome di Gesù. E ogni giorno, nel tempio e nelle case, non cessavano di insegnare e di annunciare che Gesù è il Cristo.
Gamaliele cerca di scoprire la volontà di Dio esaminando i fatti a lui contemporanei: i falsi messia vengono travolti abbastanza in breve. Chi agisce, invece, in nome di Dio consegue il risultato sperato. Il Sinedrio deve evitare di combattere contro Dio. È Lui a guidare la storia: ciò che viene da Lui non può essere bloccato. Il discernimento è essenziale: non tutto va combattuto subito. Gli apostoli mostrano una fede autentica perché perseverante; non si spegne davanti alle difficoltà ma affronta le autorità e le flagellazioni. La sofferenza può avere un senso quando è vissuta per una causa giusta e per la persona del Signore Gesù. Gli apostoli, pur flagellati, sono colmi di gioia. «Voi lo amate e ora, senza vederlo, credete in lui. Perciò esultate di gioia indicibile e gloriosa, mentre raggiungete la meta della nostra fede» (1 Pt 1,8-9). La gioia è un carattere tipico della fede: «I discepoli erano pieni di gioia e di Spirito Santo» (At 13,52). «Frutto dello Spirito è amore, gioia, pace, mgnanimità» (Gal 5,22).
Gv 6,1-15. In quel tempo, Gesù passò all'altra riva del mare di Galilea, cioè di Tiberìade, e lo seguiva una grande folla, perché vedeva i segni che compiva sugli infermi. Gesù salì sul monte e là si pose a sedere con i suoi discepoli. Era vicina la Pasqua, la festa dei Giudei. Allora Gesù, alzàti gli occhi, vide che una grande folla veniva da lui e disse a Filippo: «Dove potremo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?». Diceva così per metterlo alla prova; egli infatti sapeva quello che stava per compiere. Gli rispose Filippo: «Duecento denari di pane non sono sufficienti neppure perché ognuno possa riceverne un pezzo».Gli disse allora uno dei discepoli, Andrea, fratello di Simon Pietro: «C'è qui un ragazzo che ha cinque pani d'orzo e due pesci; ma che cos'è questo per tanta gente?». Rispose Gesù: «Fateli sedere». C'era molta erba in quel luogo. Si misero dunque a sedere ed erano circa cinquemila uomini. Allora Gesù prese i pani e, dopo aver reso grazie, li diede a quelli che erano seduti, e lo stesso fece dei pesci, quanto ne volevano. E quando furono saziati, disse ai suoi discepoli: «Raccogliete i pezzi avanzati, perché nulla vada perduto». Li raccolsero e riempirono dodici canestri con i pezzi dei cinque pani d'orzo, avanzati a coloro che avevano mangiato. Allora la gente, visto il segno che egli aveva compiuto, diceva: «Questi è davvero il profeta, colui che viene nel mondo!». Ma Gesù, sapendo che venivano a prenderlo per farlo re, si ritirò di nuovo sul monte, lui da solo.
Gesù si reca in territorio pagano, accompagnato dalla folla interessata alle guarigioni. L’indicazione sulla prossimità della Pasqua, non è menzionata solo come indicazione cronologica, ma come un'allusione alla Pasqua della quale Gesù sarebbe stato l'Agnello pasquale. Sale sul monte e siede come maestro e apre un dialogo pedgogico con i discepoli. Costoro devono riconoscere la loro impotenza a mantenere l’esistenza umana. Al contrario, Egli fornisce un pasto in abbondanza, mostrando che non è l’essere umano a poter garantirsi la vita ma la benevolenza divina. Il dono non è separabile dal Donatore: è lui che dona il pane di vita. A differenza dei sinottici, chi prende l'iniziativa è Gesù: la distribuzione del pane fu fatta da lui. Il suo modo di agire, poi, ricorda l'ultima cena e l’Eucaristia. L'ordine di raccogliere gli avanzi, perché nulla vada perduto, è interpretato simbolicamente: «che non si perda nessuno di quanti mi hai dato» (11,52).
La folla segue Gesù per il « segno » che ha visto: i «segni» compiuti da Gesù devono portare a lui. Respinta l’interpretazione trionfalista (rifiuto della regalità terrena), rimane solo quella profetica. Gesù è un profeta pari a Mosé (Dt 18,15), ed è interessato alla sua Autorivelazione: nella sua Pasqua, è il nuovo Liberatore del popolo.
Sabato II
At 6,1-7. In quei giorni, aumentando il numero dei discepoli, quelli di lingua greca mormorarono contro quelli di lingua ebraica perché, nell'assistenza quotidiana, venivano trascurate le loro vedove. Allora i Dodici convocarono il gruppo dei discepoli e dissero: «Non è giusto che noi lasciamo da parte la parola di Dio per servire alle mense. Dunque, fratelli, cercate fra voi sette uomini di buona reputazione, pieni di Spirito e di sapienza, ai quali affideremo questo incarico. Noi, invece, ci dedicheremo alla preghiera e al servizio della Parola».Piacque questa proposta a tutto il gruppo e scelsero Stefano, uomo pieno di fede e di Spirito Santo, Filippo, Pròcoro, Nicànore, Timone, Parmenàs e Nicola, un prosèlito di Antiòchia. Li presentarono agli apostoli e, dopo aver pregato, imposero loro le mani. E la parola di Dio si diffondeva e il numero dei discepoli a Gerusalemme si moltiplicava grandemente; anche una grande moltitudine di sacerdoti aderiva alla fede
Racconta un momento concreto e spirituale nella vita della prima comunità. Non è solo un episodio organizzativo ma rivela come la Chiesa affronti i conflitti nella carità, distribuisca i compiti e custodisca l’elemento centrale della propria missione. La comunità cresce, ma insieme emergono difficoltà. I cristiani di lingua greca, provenienti dall’ebraismo (ellenisti), si lamentano perché le loro vedove vengono trascurate nella distribuzione quotidiana. La Chiesa nascente non è perfetta, ma viva. Le tensioni non vengono negate, bensì affrontate. Gli apostoli riconoscono che non possono occuparsi di tutto. Non svalutano il servizio concreto, ma chiariscono le priorità. La loro missione principale sta nell’annuncio della Parola e nella preghiera. Non tutto, può essere fatto da tutti, perciò la comunità sceglie sette uomini “di buona reputazione, pieni di Spirito e di sapienza”. Il servizio concreto è ministero spirituale, non solo organizzativo. Il brano si conclude con una crescita: la Parola di Dio si diffonde, aumenta il numero dei discepoli. Quando i conflitti sono gestiti in modo sapiente, diventano occasione di crescita. Il testo mostra tre pilastri della vita cristiana: comunione, in quanto si ascoltano i bisogni di tutti; ministerialità: ci sono ruoli diversi ma complementari. Missione: tutto è orientato all’annuncio del Vangelo. Anche oggi nelle comunità ci sono tensioni che non vanno ignorate. È necessario collaborare e il servizio ai più fragili è parte essenziale della fede. Una comunità cresce quando unisce preghiera, giustizia concreta e organizzazione sapiente.
Gv 6,16-21. Venuta la sera, i discepoli di Gesù scesero al mare, salirono in barca e si avviarono verso l’altra riva del mare in direzione di Cafàrnao. Era ormai buio e Gesù non li aveva ancora raggiunti; il mare era agitato, perché soffiava un forte vento. Dopo aver remato per circa tre o quattro miglia, videro Gesù che camminava sul mare e si avvicinava alla barca, ed ebbero paura. Ma egli disse loro: «Sono io, non abbiate paura!». Allora vollero prenderlo sulla barca, e subito la barca toccò la riva alla quale erano diretti.
L'evangelista presenta la scena come una “epifania di Gesù”. Il centro del racconto sta nella presentazione che Gesù fa di sé: «Sono Io». Giovanni ha fatto di questa espressione il motivo dominante del suo Vangelo. L’autorivelazione del Figlio mediante il ricorso alla formula «Sono Io» fa ricordare lo «Io sono colui che sono» dell'Esodo. Non si deve vedere in lui taumaturgo o un miracolista popolare: quello che Gesù è, può essere espresso solo ricorrendo alla formula «Sono Io».
La tradizione giudaica stabilisce una relazione fra la Pasqua, il passaggio del mare e il dono della manna. L'evangelista sembra stabilire la stessa relazione: camminare sulle acque equivale a passare il mare. Dopo di essa, sarà logico attendersi la manna (o il Pane della vita).

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