sabato 18 aprile 2026

3 settimana di Pasqua

 

III domenica di Pasqua

At 2,14.22-33 [Nel giorno di Pentecoste,] Pietro con gli Undici si alzò in piedi e a voce alta parlò così: «Uomini d'Israele, ascoltate queste parole: Gesù di Nàzaret - uomo accreditato da Dio presso di voi per mezzo di miracoli, prodigi e segni, che Dio stesso fece tra voi per opera sua, come voi sapete bene -, consegnato a voi secondo il prestabilito disegno e la prescienza di Dio, voi, per mano di pagani, l'avete crocifisso e l'avete ucciso. Ora Dio lo ha risuscitato, liberandolo dai dolori della morte, perché non era possibile che questa lo tenesse in suo potere. Dice infatti Davide a suo riguardo: "Contemplavo sempre il Signore innanzi a me; egli sta alla mia destra, perché io non vacilli. Per questo si rallegrò il mio cuore ed esultò la mia lingua, e anche la mia carne riposerà nella speranza, perché tu non abbandonerai la mia vita negli inferi né permetterai che il tuo Santo subisca la corruzione. Mi hai fatto conoscere le vie della vita, mi colmerai di gioia con la tua presenza".Fratelli, mi sia lecito dirvi francamente, riguardo al patriarca Davide, che egli morì e fu sepolto e il suo sepolcro è ancora oggi fra noi. Ma poiché era profeta e sapeva che Dio gli aveva giurato solennemente di far sedere sul suo trono un suo discendente, previde la risurrezione di Cristo e ne parlò: "questi non fu abbandonato negli inferi, né la sua carne subì la corruzione".

L’umile Gesù di Nazaret ha avuto l’onore di essere stato accreditato dal Padre in modo da agire come Messia, compiendo miracoli e prodigi, per opera di Dio. Gli uditori di Pietro sanno tutto questo. Con grande coraggio, l’apostolo invita costoro a riconoscere di aver voluto la sua morte, pur servendosi di pagani. Questo fatto, pur essendo un crimine, era stato previsto dalla prescienza divina (fu permesso da Dio ma non fu voluto da Lui in modo diretto; cf però At 4,28). Egli mostrò il suo volere immediato quando lo fece risorgere, accreditandolo così in modo definitivo. Lo fece sedere alla sua destra per donargli un’autorità di salvezza pari alla sua. Tale evento è conforme alla Sacra Scrittura. Il Salmo 15 (16) preannuncia che il Messia, sceso nel regno dei morti (inferi), non sarà abbandonato in quello stato né subirà la corruzione. Il passo non parla di immortalità dell’anima ma di risurrezione di tutta la persona, la quale spera con fiducia in Dio, nonostante la morte, perché è certa d’essere amata da lui. 

Il salmista desiderava la comunione con Dio e sperava di continuarla anche dopo la morte. Ora il cristiano desidera stare con il Signore Gesù fino a volere l’incontro con lui: «ho il desiderio di lasciare questa vita per essere con Cristo, il che sarebbe assai meglio» (Fil 1,26). «…siamo in esilio lontano dal Signore finché abitiamo nel corpo – camminiamo infatti nella fede e non nella visione –, siamo pieni di fiducia e preferiamo andare in esilio dal corpo e abitare presso il Signore» (2 Cor 5,6-8). 

1 Pt 1,17-21 Carissimi, se chiamate Padre colui che, senza fare preferenze, giudica ciascuno secondo le proprie opere, comportatevi con timore di Dio nel tempo in cui vivete quaggiù come stranieri. Voi sapete che non a prezzo di cose effimere, come argento e oro, foste liberati dalla vostra vuota condotta, ereditata dai padri, ma con il sangue prezioso di Cristo, agnello senza difetti e senza macchia. Egli fu predestinato già prima della fondazione del mondo, ma negli ultimi tempi si è manifestato per voi; e voi per opera sua credete in Dio, che lo ha risuscitato dai morti e gli ha dato gloria, in modo che la vostra fede e la vostra speranza siano rivolte a Dio.

Dio non fa preferenze: «Tu sei nostro padre, noi siamo argilla e tu colui che ci plasma, tutti siamo opera delle tue mani» (Is 64,7). Il re Giosafat così disse ai giudici appena costituiti. «Il terrore del Signore sia con voi; nell’agire badate che nel Signore, nostro Dio, non c’è nessuna iniquità: egli non ha preferenze personali né accetta doni» (2 Cr 19,7). «Anche voi, padroni, comportatevi allo stesso modo verso di loro [i servi], mettendo da parte le minacce, sapendo che il Signore, loro e vostro, è nei cieli e in lui non vi è preferenza di persone» (Ef 6,9). 

La liberazione è avvenuta attraverso il sangue di Cristo. «Siete stati comprati a caro prezzo» (1 Cor 6,20). «Egli ha dato se stesso per noi, per riscattarci da ogni iniquità e formare per sé un popolo puro» (Tt 2,14). Il termine condotta non indica solo il comportamento ma anche i valori, le norme e gli impegni che danno forma a tutto il modo di vivere. Il modo di vivere d’un tempo dei battezzati viene descritto come vuoto. La rottura radicale con le precedenti abitudini dovette contribuire a far crescere la animosità contro i cristiani da parte degli amici precedenti, con la conseguente pressione a conformarsi di nuovo alle tradizioni abbandonate dopo la conversione. 

Cristo è al centro della pre-conoscenza e della intenzione di Dio. Il passivo “si è manifestato” comporta che sia stato Lui a operare la manifestazione, in chiusura della storia: qualcosa di nascosto e di sconosciuto viene svelato. «La grazia ci è stata data in Cristo Gesù fin dall’eternità, ma è stata rivelata ora, con la manifestazione del salvatore nostro Cristo Gesù» (2 Tm 1,10). 

La certezza che Dio ha risuscitato dai morti Gesù è l’elemento centrale dell'annuncio. «Dio dà vita ai morti e chiama all’esistenza le cose che non esistono» (Rm 4,17). La glorificazione e la resurrezione di Gesù solo una dimostrazione dell'onore attribuitogli da Dio a dispetto del rifiuto umano. L'onore e la gloria di Cristo sofferente diventano una garanzia l'onore della gloria riservata ai credenti che rimangono fedeli nelle avversità. 

Lc 24,13-35. Ed ecco, in quello stesso giorno [il primo della settimana] due dei [discepoli] erano in cammino per un villaggio di nome Èmmaus, distante circa undici chilometri da Gerusalemme, e conversavano tra loro di tutto quello che era accaduto. Mentre conversavano e discutevano insieme, Gesù in persona si avvicinò e camminava con loro. Ma i loro occhi erano impediti a riconoscerlo. Ed egli disse loro: «Che cosa sono questi discorsi che state facendo tra voi lungo il cammino?». Si fermarono, col volto triste; uno di loro, di nome Clèopa, gli rispose: «Solo tu sei forestiero a Gerusalemme! Non sai ciò che vi è accaduto in questi giorni?». Domandò loro: «Che cosa?». Gli risposero: «Ciò che riguarda Gesù, il Nazareno, che fu profeta potente in opere e in parole, davanti a Dio e a tutto il popolo; come i capi dei sacerdoti e le nostre autorità lo hanno consegnato per farlo condannare a morte e lo hanno crocifisso. Noi speravamo che egli fosse colui che avrebbe liberato Israele; con tutto ciò, sono passati tre giorni da quando queste cose sono accadute. Ma alcune donne, delle nostre, ci hanno sconvolti; si sono recate al mattino alla tomba e, non avendo trovato il suo corpo, sono venute a dirci di aver avuto anche una visione di angeli, i quali affermano che egli è vivo. Alcuni dei nostri sono andati alla tomba e hanno trovato come avevano detto le donne, ma lui non l’hanno visto». Disse loro: «Stolti e lenti di cuore a credere in tutto ciò che hanno detto i profeti! Non bisognava che il Cristo patisse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?». E, cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui. Quando furono vicini al villaggio dove erano diretti, egli fece come se dovesse andare più lontano. Ma essi insistettero: «Resta con noi, perché si fa sera e il giorno è ormai al tra- monto». Egli entrò per rimanere con loro. Quando fu a tavola con loro, prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma egli sparì dalla loro vista. Ed essi dissero l’un l’altro: «Non ardeva forse in noi il nostro cuore mentre egli conversava con noi lungo la via, quando ci spiegava le Scritture?». Partirono senza indugio e fecero ritorno a Gerusalemme, dove trovarono riuniti gli Undici e gli altri che erano con loro, i quali dicevano: «Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone!». Ed essi narravano ciò che era accaduto lungo la via e come l’avevano riconosciuto nello spezzare il pane.

Cleopa, ed un altro discepolo, sono delusi perché, mentre Gesù aveva annunciato la venuta del Regno, il suo progetto sembrava aver conosciuto un fallimento irrimediabile a causa della sua morte. O Gesù aveva preteso il falso o era necessario cambiare le prospettive errate riguardo al Messia e alla sua opera. Bisognava cogliere nella Sacra Scrittura un orizzonte al quale non si era prestata alcuna attenzione. La discussione che si svolge tra di loro è inconcludente. 

Gesù, mostrando compassione per la loro tristezza infinita, li accompagna e cambia gradatamente la loro opinione instruendoli sul contenuto della sua missione. La sua resurrezione dimostra che Dio Padre ha avallato la sua opera e che essa può ora continuare. Al ritorno del Signore, la sua opera sarà compiuta in modo perfetto e solo allora giungeranno i tempi messianici. Per conseguire questo risultato, il Signore chiede la nostra collaborazione, come aveva chiesto quella di Gesù. 

Come sempre, quando Gesù parla, affascina. Istruendoli, il Risorto comincia ad aprire il loro cuore. Ora che parla dal cielo può commuovere, infondere una gioia grande, suscitare un pentimento gioioso. 

Per completare ciò che ha cominciato, i due dovranno trattennerlo più a lungo, offrirgli il pasto, solidarizzare con questo sconosciuto come Abramo aveva mostrato premura nei confronti dei tre personaggi misteriori che erano passati presso la sua tenda. La carità operativa spalanca la porta alla luce che era soltanto filtrata attraverso le parole ristoratrici. In Giovanni il racconto dell’istituzione dell’Eucaristia viene sostituito dal rito dellla lavanda dei piedi. Qui accoglienza dell’ospite e rito eucaristico si sovrappongono perché l’Eucarestia è nulla senza esercizio dell’amore. 

Annuncio e incontro con il Risorto avviene, in via normale, nell’Eucaristia. Nell’antichità, essa prevedeva un dialogo prolungato, come quello tra Gesù e i due discepoli, e una condivisione di mensa. Questa doveva essere caratterizzata in verità da una vera fraternità, altrimenti i commensali avrebbero assunto la loro condanna. Si incontra Dio, quando si comincia ad imitarlo.  


Lunedi III

At 6,8-15. In quei giorni, Stefano, pieno di grazia e di potenza, faceva grandi prodigi e segni tra il popolo. Allora alcuni della sinagoga detta dei Liberti, dei Cirenèi, degli Alessandrini e di quelli della Cilìcia e dell'Asia, si alzarono a discutere con Stefano, ma non riuscivano a resistere alla sapienza e allo Spirito con cui egli parlava. Allora istigarono alcuni perché dicessero: «Lo abbiamo udito pronunciare parole blasfeme contro Mosè e contro Dio». E così sollevarono il popolo, gli anziani e gli scribi, gli piombarono addosso, lo catturarono e lo condussero davanti al sinedrio.Presentarono quindi falsi testimoni, che dissero: «Costui non fa che parlare contro questo luogo santo e contro la Legge. Lo abbiamo infatti udito dichiarare che Gesù, questo Nazareno, distruggerà questo luogo e sovvertirà le usanze che Mosè ci ha tramandato».E tutti quelli che sedevano nel sinedrio, fissando gli occhi su di lui, videro il suo volto come quello di un angelo.

Gli apostoli evangelizzano ma, con loro, lo fanno anche altri, tra i quali primeggia Stefano, persona carismatica, operatore di prodigi perché amato da Dio (pieno di grazia). [I Liberti erano giudei di lingua greca, deportati da Pompeo 63 a.C. Ottenuta la libertà, e ritornati in patria, avevano fatto costruire una Sinagoga). Alcuni di loro sono certi che la predicazione di Stefano sia incompatibile con la fede ebraica. Falsi testimoni l’accusano di volere la distruzione del tempio e di sovvertire le pratiche della Legge. I due pilastri della fede ebraica sono messi in discussione. Capita a Stefano, ciò che era accaduto a Gesù quando venne perseguitato ed egli segue il suo comportamento. I membri del Sinedrio fissano lo sguardo su di lui come gli abitanti di Nazaret l’avevano fissato Gesù (Lc 4,20). Vedono risplendere il suo volto, come era accaduto a Mosè (Es 34,24), perché una vicinanza eccezionale a Dio lascia sul volto un riflesso della sua gloria. «Se il ministero della morte, inciso in lettere su pietre, fu avvolto di gloria al punto che i figli d'Israele non potevano fissare il volto di Mosè a causa dello splendore effimero del suo volto, quanto più sarà glorioso il ministero dello Spirito?» (2 Cor 4,7). «I giusti splenderanno come il sole nel regno del Padre loro» (Mt 13,43). «Quando un uomo è del tutto mescolato, per così dire, all'amore di Dio, allora mostra anche all'esterno, nel suo corpo, lo splendore dell'anima, come se esso fosse uno specchio. In questa maniera venne glorificato Mosé, colui che contemplò Dio» (G. Climaco, Scala del Paradiso, XXX,199).

Gv 6,22-29. 22Il giorno dopo, la folla, rimasta dall’altra parte del mare, vide che c’era soltanto una barca e che Gesù non era salito con i suoi discepoli sulla barca, ma i suoi discepoli erano partiti da soli. 23Altre barche erano giunte da Tiberìade, vicino al luogo dove avevano mangiato il pane, dopo che il Signore aveva reso grazie. 24Quando dunque la folla vide che Gesù non era più là e nemmeno i suoi discepoli, salì sulle barche e si diresse alla volta di Cafàrnao alla ricerca di Gesù. 25Lo trovarono di là dal mare e gli dissero: «Rabbì, quando sei venuto qua?». 26Gesù rispose loro: «In verità, in verità io vi dico: voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati. 27Datevi da fare non per il cibo che non dura, ma per il cibo che rimane per la vita eterna e che il Figlio dell’uomo vi darà. Perché su di lui il Padre, Dio, ha messo il suo sigillo». 28Gli dissero allora: «Che cosa dobbiamo compiere per fare le opere di Dio?». 29Gesù rispose loro: «Questa è l’opera di Dio: che crediate in colui che egli ha mandato». 

La reazione della folla al segno della moltiplicazione dei pani, è deludente perché segue Gesù per curiosità o per puro interesse. Anche Paolo verificherà questo fatto: «Non ho nessuno che condivida come lui (Timoteo) i miei sentimenti e prenda sinceramente a cuore ciò che vi riguarda: tutti in realtà cercano i propri interessi, non quelli di Gesù Cristo» (Fil 2,21). 

Gesù cerca di orientare la folla nella direzione da lui sperata e vuole indurla cercare un pane imperituro, l’unico che qualifica la nostra esistenza, poiché «si vantano di ciò di cui dovrebbero vergognarsi e non pensano che alle cose della terra» (Fil 3,19). Il pane vero è la rivelazione che Dio offre nella persona del Figlio. Alla richiesta di conoscere quali siano le opere che Dio esige, li avverte che l’opera fondamentale che dovrebbero compiere non è un’opera ma la fede in lui. È necessario cominciare un nuovo orientamento di vita accogliendo l’opera di Dio in Cristo. Non c’è nulla di più importante del credere in Gesù, ascoltare il suo insegnamento ed applicarlo nella nostra esistenza. Questo ci permette di vivere in verità. 


Martedi III

At 7,51-8,1 In quei giorni, Stefano [diceva al popolo, agli anziani e agli scribi:] «Testardi e incirconcisi nel cuore e nelle orecchie, voi opponete sempre resistenza allo Spirito Santo. Come i vostri padri, così siete anche voi. Quale dei profeti i vostri padri non hanno perseguitato? Essi uccisero quelli che preannunciavano la venuta del Giusto, del quale voi ora siete diventati traditori e uccisori, voi che avete ricevuto la Legge mediante ordini dati dagli angeli e non l'avete osservata». All'udire queste cose, erano furibondi in cuor loro e digrignavano i denti contro Stefano. Ma egli, pieno di Spirito Santo, fissando il cielo, vide la gloria di Dio e Gesù che stava alla destra di Dio e disse: «Ecco, contemplo i cieli aperti e il Figlio dell'uomo che sta alla destra di Dio».Allora, gridando a gran voce, si turarono gli orecchi e si scagliarono tutti insieme contro di lui, lo trascinarono fuori della città e si misero a lapidarlo. E i testimoni deposero i loro mantelli ai piedi di un giovane, chiamato Sàulo. E lapidavano Stefano, che pregava e diceva: «Signore Gesù, accogli il mio spirito». Poi piegò le ginocchia e gridò a gran voce: «Signore, non imputare loro questo peccato». Detto questo, morì. Sàulo approvava la sua uccisione. 

Stefano non si lascia prendere dal rinsentimento ma la sua invettiva, come estremo tentativo drammatico, è volta a suscitare la conversione. Non è una manifestazione antisemitica, ma la ripresa della predicazione profetica. Come i profeti, da medico esperto e compassionevole, mette a fuoco il morbo che ha sempre accompagnato la storia del popolo. Israele, in gran parte se non nella sua totalità, non soltanto si è opposto agli inviati di Dio, ma spesso li hanno anche eliminati. Del resto, anche tutti gli altri popoli hanno peccato contro Dio: tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio. I suoi ascoltatori, eliminando Gesù, il Giusto, si sono mostrati solidali con i loro antenati che hanno ucciso i profeti. In questo senso essi hanno trasgredito la Legge comunicata loro dal Signore stesso tramite il ministero di angeli. Stefano compedia in questo modo negativo la storia del popolo, a partire dalla vicenda di Gesù dove essa ha raggiunto il culmine.

Mentre i suoi interlocutori reagiscono con indignazione, Stefano riceve il dono di una visione. Dio si manifesta a lui, accompagnato dal Risorto. È lo Spirito Santo che rende possibile il contatto diretto con la realtà celeste. 

Reagendo nel modo descritto e compiendo un linciaggio violento, i suoi avversari dimostrano di essere persone meritevoli delle accuse pronuciate contro di loro. La violenza fisica scaturisce dall’indignazione interiore. «Chi odia il fratello, è omicida» (1 Gv 3,15). «Dal di dentro infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono i propositi di male» (Mc 7,21). 

Stefano muore alla stessa maniera di Gesù. La continuità con Cristo non si attua soltanto nell’operare prodigi ma soprattutto nell’imitazione della sua carità e del suo abbandono in Dio. Stefano, nel morire, rende culto a Gesù allo stesso modo con cui i giudei avevano venerato Dio stesso. 

Gv 6,30-35 Allora gli dissero: «Quale segno tu compi perché vediamo e ti crediamo? Quale opera fai? I nostri padri hanno mangiato la manna nel deserto, come sta scritto: Diede loro da mangiare un pane dal cielo». Rispose loro Gesù: «In verità, in verità io vi dico: non è Mosè che vi ha dato il pane dal cielo, ma è il Padre mio che vi dà il pane dal cielo, quello vero. Infatti il pane di Dio è colui che discende dal cielo e dà la vita al mondo».Allora gli dissero: «Signore, dacci sempre questo pane». Gesù rispose loro: «Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà fame e chi crede in me non avrà sete, mai! 

[Gesù ha appena detto: la sola opera che Dio vuole è la fede, è aderire all’opera che Dio compie nel Figlio e per mezzo di lui. ] La folla risponde con stizza a chiede a Gesù di di accreditarsi come Inviato di Dio, compiendo prodigi grandiosi come fece Mosé con la manna. Esigono un segno sebbene Egli ne abbia appena compiuto uno e in questo modo mostrano di essere simili ai loro padri che nel percorso del deserto avevano innalzato di continuo mormorazioni, rifiutando di credere. 

Gesù, in risposta, ricorda che il donatore non era stato Mosè ma Dio stesso. Non contrappone se stesso alla manna perché anch’essa era stata un dono celeste. Dio, però non ha esaurito tutti i suoi doni nel passato ma ancora continua a cibare il suo popolo con un alimento ancora migliore, con un pane definito vero perché completo rispetto alla manna. Chiarisce in modo inequivocabile l'identità del Donatore del pane. La dichiarazione «Io sono il pane della vita» è la prima di una serie di sette affermazioni «Io sono» con predicato. Questa parola che rivela l'identità di Gesù è accompagnata da una promessa, ossia la vita vera (eterna). Identificandosi con il pane Gesù si presenta come colui che, diversamente da ogni altro, è e dona ciò che è più necessario alla vita di ogni essere umano. Questo accesso alla Vita in pienezza, espresso attraverso le metafore della fame e della sete, è possibile solo nella fede. 


Mercoledi III

At 8,1-8. In quel giorno scoppiò una violenta persecuzione contro la Chiesa di Gerusalemme; tutti, ad eccezione degli apostoli, si dispersero nelle regioni della Giudea e della Samarìa. Uomini pii seppellirono Stefano e fecero un grande lutto per lui. Sàulo intanto cercava di distruggere la Chiesa: entrava nelle case, prendeva uomini e donne e li faceva mettere in carcere. Quelli però che si erano dispersi andarono di luogo in luogo, annunciando la Parola. Filippo, sceso in una città della Samarìa, predicava loro il Cristo. E le folle, unanimi, prestavano attenzione alle parole di Filippo, sentendolo parlare e vedendo i segni che egli compiva. Infatti da molti indemoniati uscivano spiriti impuri, emettendo alte grida, e molti paralitici e storpi furono guariti. E vi fu grande gioia in quella città.

Scoppia una persecuzione improvvisa e violenta contro i discepoli di Gesù di lingua greca (ellenisti), dalla quale, perciò, sono preservati gli apostoli (che erano di lingua aramaica). Alcuni coraggiosi seppelliscono ed onorano Stefano, riconoscendo che «le anime dei giusti sono nelle mani di Dio, nessun tormento li toccherà. Agli occhi degli stolti parve che morissero, la loro fine fu ritenuta una sciagura, la loro partenza da noi una rovina, ma essi sono nella pac» (Sap 1,1-3). Questi giusti imitano ciò che fece Giuseppe d’Arimatea nei confronti di Gesù (Lc 23, 52-53). 

Gli Atti danno risalto allo zelo persecutorio di Paolo, per preparare il discorso sulla sua conversione. La persecuzione, pur essendo un male in sé, provoca degli aspetti positivi; in questo caso i credenti, dispersi in vari luoghi, vi diffondono il Vangelo. Più tardi anche Paolo si rafforzerà grazie alla persecuzione: «Dopo aver sofferto e subito oltraggi a Filippi, abbiamo trovato nel nostro Dio il coraggio di annunciarvi il vangelo di Dio in mezzo a molte lotte» (1 Ts 2,2). Gesù aveva già suggerito di spostarsi altrove ed ovunque: «Quanto a coloro che non vi accolgono, uscite dalla loro città e scuotete la polvere dai vostri piedi come testimonianza contro di loro. Allora essi uscirono, ovunque annunciando la buona notizia e operando guarigioni» (Lc 9,5-6). 

Filippo sfugge alla persecuzione e si reca in Samaria per diffondervi il Vangelo. Ad imitazione di Gesù guarisce paralitici e storpi ma soprattutto, espelle i demoni. I Samaritani sono disponibili alla fede ed essa procura loro una grande gioia. La gioia è un carattere tipico della fede: «I discepoli erano pieni di gioia e di Spirito Santo» (At 13,52). «Frutto dello Spirito è amore, gioia, pace, mgnanimità» (Gal 5,22). 

Gv 6,35-40. In quel tempo, disse Gesù alla folla: «Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà fame e chi crede in me non avrà sete, mai! Vi ho detto però che voi mi avete visto, eppure non credete. Tutto ciò che il Padre mi dà, verrà a me: colui che viene a me, io non lo caccerò fuori, perché sono disceso dal cielo non per fare la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato. E questa è la volontà di colui che mi ha mandato: che io non perda nulla di quanto egli mi ha dato, ma che lo risusciti nell’ultimo giorno. Questa infatti è la volontà del Padre mio: che chiunque vede il Figlio e crede in lui abbia la vita eterna; e io lo risusciterò nell’ultimo giorno».

Gesù chiarisce meglio il significato del credere a Lui. La fame e la sete erano bisogni manifestati dal popolo nella liberazione dall’Egitto, per cui avevano spinto Dio al dono della manna (Es 16,20) e dell’acqua dalla roccia (Es 17). Dio vuole colmare il popolo con doni migliori: «O voi tutti assetati, venite all'acqua, voi che non avete denaro, venite, comprate e mangiate; venite, comprate senza denaro, senza pagare, vino e latte. Su, ascoltatemi e mangerete cose buone e gusterete cibi succulenti. Porgete l'orecchio e venite a me, ascoltate e vivrete» (Is 55,1-2). I discepoli della Sapienza possono nutrirsi, dissetarsi e desiderano tornare sempre a trarre soddisfazione dall’alimento offerto loro per la sua qualità: «Avvicinatevi a me, voi che mi desiderate,e saziatevi dei miei frutti, perché il ricordo di me è più dolce del miele, il possedermi vale più del favo di miele. Quanti si nutrono di me avranno ancora famee quanti bevono di me avranno ancora sete». (Sir 24,19-21). I credenti in Cristo, invece, estinguono fame e sete. L’acqua da lui donata diventa in loro sorgente zampillante e il pane li appaga per sempre. 

La fede è in primo luogo un dono di Dio, l’unico che può spingere verso Cristo. I Galilei che diffidano di lui, in realtà non vogliono ascoltare la voce del Padre. Egli garantisce che la salvezza definitiva (escatologica) si realizza già al presente per chi crede in lui ed avrà il suo sviluppo definitivo nel tempo futuro. 


Giovedi III

At 8,26-40. In quei giorni, un angelo del Signore parlò a Filippo e disse: «Àlzati e va' verso il mezzogiorno, sulla strada che scende da Gerusalemme a Gaza; essa è deserta». Egli si alzò e si mise in cammino, quand'ecco un Etíope, eunùco, funzionario di Candàce, regina di Etiòpia, amministratore di tutti i suoi tesori, che era venuto per il culto a Gerusalemme, stava ritornando, seduto sul suo carro, e leggeva il profeta Isaìa. Disse allora lo Spirito a Filippo: «Va' avanti e accòstati a quel carro». Filippo corse innanzi e, udito che leggeva il profeta Isaìa, gli disse: «Capisci quello che stai leggendo?». Egli rispose: «E come potrei capire, se nessuno mi guida?». E invitò Filippo a salire e a sedere accanto a lui. Il passo della Scrittura che stava leggendo era questo: "Come una pecora egli fu condotto al macello e come un agnello senza voce innanzi a chi lo tosa, così egli non apre la sua bocca. Nella sua umiliazione il giudizio gli è stato negato, la sua discendenza chi potrà descriverla? Poiché è stata recisa dalla terra la sua vita". Rivolgendosi a Filippo, l'eunùco disse: «Ti prego, di quale persona il profeta dice questo? Di se stesso o di qualcun altro?». Filippo, prendendo la parola e partendo da quel passo della Scrittura, annunciò a lui Gesù. Proseguendo lungo la strada, giunsero dove c'era dell'acqua e l'eunùco disse: «Ecco, qui c'è dell'acqua; che cosa impedisce che io sia battezzato?». Fece fermare il carro e scesero tutti e due nell'acqua, Filippo e l'eunùco, ed egli lo battezzò. Quando risalirono dall'acqua, lo Spirito del Signore rapì Filippo e l'eunùco non lo vide più; e, pieno di gioia, proseguiva la sua strada. Filippo invece si trovò ad Azoto ed evangelizzava tutte le città che attraversava, finché giunse a Cesarèa. 

Dopo i Samaritani, giudei paganizzanti, troviamo un pagano giudaizzante, segno della diffusione universale della Parola, tanto più che l’Etiopia rappresenta un limite estremo del mondo allora conosciuto. «Verranno i grandi dall’Egitto, l’Etiopia tenderà le mani a Dio» (Sal 68,32). «Iscriverò Raab e Babilonia fra quelli che mi riconoscono; ecco Filistea, Tiro ed Etiopia: là costui è nato» (Sal 87,4). 

Filippo ha tratti in comune con Elia ed Eliseo. [L’eunuco supera le imposizioni culturali che avrebbero impedito di appartenere al popolo di Dio? : «Non dica lo straniero che ha aderito al Signore: “Certo, mi escluderà il Signore dal suo popolo!”. Non dica l’eunuco: “Ecco, io sono un albero secco!”. Poiché così dice il Signore: “Agli eunuchi che osservano i miei sabati, preferiscono quello che a me piace e restano fermi nella mia alleanza, o concederò nella mia casa e dentro le mie mura un monumento e un nome più prezioso che figli e figlie; darò loro un nome eterno che non sarà mai cancellato» (Is 56,3-5). Forse il termine eunuco significa soltanto funzionario]. 

Nel ritorno dal pellegrinaggio, il ministro legge ad alta voce un testo di Isaia, Nell’antichità, meditare era leggere il testo biblico a voce alta (cf Sal 37,30). Filippo si affianca al lettore (come aveva fatto Gesù con i discepoli di Emmaus) e si appoggia sulla Scrittura per illuminare l’evento-Cristo. Tutta la Sacra Scrittura parla di lui e l’ignoranza della Bibbia è ignoranza di Cristo. La catechesi si conclude con il Battesimo (riguardo ai discepoli di Emmaus la catechesi culminava con la frazione del pane /Eucaristia). L’eunuco, appena vede dell’acqua, non chiede altre spiegazioni ma desidera entrare subito nella nuova vita. La fede viva genera una risposta pronta e concreta. Da semplice ascoltatore della Parola, diventa un membro vivo del Corpo di Cristo. Al termine, non ha più bisogno della presenza fisica del ministro perché ha ricevuto lo Spirito che gli insegnerà ogni cosa. 

Gv 6,44-51. In quel tempo, disse Gesù alla folla: «Nessuno può venire a me, se non lo attira il Padre che mi ha mandato; e io lo risusciterò nell'ultimo giorno. Sta scritto nei profeti: "E tutti saranno istruiti da Dio". Chiunque ha ascoltato il Padre e ha imparato da lui, viene a me. Non perché qualcuno abbia visto il Padre; solo colui che viene da Dio ha visto il Padre. In verità, in verità io vi dico: chi crede ha la vita eterna. Io sono il pane della vita. I vostri padri hanno mangiato la manna nel deserto e sono morti; questo è il pane che discende dal cielo, perché chi ne mangia non muoia. Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo».

Osservando la mormorazione incredula dei suoi interlocutori (vv. 41-43), Gesù insegna che la fede prima di tutto è un dono, non scaturisce semplicemente da una scelta dell’uomo. Dio Padre attira l’uomo verso il Figlio. La libertà dell’uomo e la necessità della sua risposta nascono da un’iniziativa divina. «Così, quando ascolti: Nessuno viene a me se non è attratto dal Padre, non pensare di essere attratto per forza. Anche l'amore è una forza che attrae l'anima. Come posso credere di mia volontà se vengo attratto? Rispondo: Non è gran cosa essere attratti da un impulso volontario, quando anche il piacere riesce ad attrarci. Che significa essere attratti dal piacere? Esiste anche un piacere del cuore, per cui esso gusta il pane celeste. Che se il poeta ha potuto dire: "Ciascuno è attratto dal suo piacere" (Virg., Ecl. 2), non dalla necessità ma dal piacere, non dalla costrizione ma dal diletto; a maggior ragione possiamo dire che si sente attratto da Cristo l'uomo che trova il suo diletto nella verità, nella beatitudine, nella giustizia, nella vita eterna, in tutto ciò, insomma, che è Cristo » (Agostino, Su Giovanni 26,4). 

Gli uomini sono istruiti da Dio. È il mantenimento della promessa espressa dal profeta Isaia (54,13) e precisata da Geremia: «Porrò la mia legge dentro di loro, la scriverò sul loro cuore» (31,33). 

Definendosi pane, Gesù attesta di non offrire soltanto un insegnamento ma tutto se stesso. A differenza dei giudei che si sono nutriti di un cibo che sostentava il corpo, i cristiani ricevono una vita che possiede la caratteristica dell’eternità. Nutre con la sua carne: il dono totale di sé lungo il corso della vita terrena fino alla morte in croce diventa nutrimento per l’umanità e continua ad offrire se stesso nell’Eucaristia. 

«Io sono - dice - il pane della vita». I padri vostri mangiarono la manna e sono morti. Perché sono morti? Perché credevano solo a ciò che vedevano; e non comprendevano ciò che non vedevano. Per quanto riguarda la morte visibile e carnale, moriremo anche noi come quelli. Ma per quanto riguarda quella morte che il Signore c'insegna a temere, quella morte ci sarà risparmiata. Mangiò la manna Mosè, la mangiò Aronne, la mangiò Finees e molti altri che erano graditi a Dio, e non sono morti. Perché? Perché ebbero l'intelligenza spirituale di quel cibo visibile: spiritualmente lo desiderarono, spiritualmente lo gustarono, e spiritualmente furono saziati. Anche noi oggi riceviamo un cibo visibile: ma altro è il sacramento, altra è la virtù del sacramento. Quanti si accostano all'altare e muoiono, e, quel che è peggio, muoiono proprio perché ricevono il sacramento! E' di questi che parla l'Apostolo quando dice: Mangiano e bevono la loro condanna (1 Cor 11, 29). Non si può dire che fosse veleno il boccone che Giuda ricevette dal Signore. E tuttavia non appena lo ebbe preso, il nemico entrò in lui; non perché avesse ricevuto una cosa cattiva, ma perché, malvagio com'era, ricevette indegnamente una cosa buona. Procurate dunque, o fratelli, di mangiare il pane celeste spiritualmente, di portare all'altare l'innocenza. I peccati, anche se quotidiani, almeno non siano mortali» (Agostino Su Giovanni, 26,11). 

«I fedeli dimostrano di conoscere il corpo di Cristo, se non trascurano di essere il corpo di Cristo. Diventino corpo di Cristo se vogliono vivere dello Spirito di Cristo. Dello Spirito di Cristo vive soltanto il corpo di Cristo. Il corpo di Cristo non può vivere se non dello Spirito di Cristo. E' quello che dice l'Apostolo, quando ci parla di questo pane: Poiché c'è un solo pane, noi, pur essendo molti, siamo un solo corpo (1 Cor 10, 17). Mistero di amore! Simbolo di unità! Vincolo di carità! Chi vuol vivere, ha dove vivere, ha di che vivere. S'avvicini, creda, entri a far parte del Corpo, e sarà vivificato. Non disdegni d'appartenere alla compagine delle membra, non sia un membro infetto che si debba amputare, non sia un membro deforme di cui si debba arrossire. Sia bello, sia valido, sia sano, rimanga unito al corpo, viva di Dio per Iddio» (Agostino, Su Giovanni 26,13).  

Venerdi III

At 9,1-20 In quei giorni, Sàulo, spirando ancora minacce e stragi contro i discepoli del Signore, si presentò al sommo sacerdote e gli chiese lettere per le sinagoghe di Damàsco, al fine di essere autorizzato a condurre in catene a Gerusalemme tutti quelli che avesse trovato, uomini e donne, appartenenti a questa Via. E avvenne che, mentre era in viaggio e stava per avvicinarsi a Damàsco, all'improvviso lo avvolse una luce dal cielo e, cadendo a terra, udì una voce che gli diceva: «Sàulo, Sàulo, perché mi perséguiti?». Rispose: «Chi sei, o Signore?». Ed egli: «Io sono Gesù, che tu perséguiti! Ma tu àlzati ed entra nella città e ti sarà detto ciò che devi fare».

Gli uomini che facevano il cammino con lui si erano fermati ammutoliti, sentendo la voce, ma non vedendo nessuno. Sàulo allora si alzò da terra, ma, aperti gli occhi, non vedeva nulla. Così, guidandolo per mano, lo condussero a Damàsco. Per tre giorni rimase cieco e non prese né cibo né bevanda. C'era a Damàsco un discepolo di nome Ananìa. Il Signore in una visione gli disse: «Ananìa!». Rispose: «Eccomi, Signore!». E il Signore a lui: «Su, va' nella strada chiamata Diritta e cerca nella casa di Giuda un tale che ha nome Sàulo, di Tarso; ecco, sta pregando, e ha visto in visione un uomo, di nome Ananìa, venire a imporgli le mani perché recuperasse la vista». Rispose Ananìa: «Signore, riguardo a quest'uomo ho udito da molti quanto male ha fatto ai tuoi fedeli a Gerusalemme. Inoltre, qui egli ha l'autorizzazione dei capi dei sacerdoti di arrestare tutti quelli che invocano il tuo nome». Ma il Signore gli disse: «Va', perché egli è lo strumento che ho scelto per me, affinché porti il mio nome dinanzi alle nazioni, ai re e ai figli d'Israele; e io gli mostrerò quanto dovrà soffrire per il mio nome».Allora Ananìa andò, entrò nella casa, gli impose le mani e disse: «Sàulo, fratello, mi ha mandato a te il Signore, quel Gesù che ti è apparso sulla strada che percorrevi, perché tu riacquisti la vista e sia colmato di Spirito Santo». E subito gli caddero dagli occhi come delle squame e recuperò la vista. Si alzò e venne battezzato, poi prese cibo e le forze gli ritornarono. Rimase alcuni giorni insieme ai discepoli che erano a Damàsco, e subito nelle sinagoghe annunciava che Gesù è il Figlio di Dio.

Saulo è un persecutore sicuro di sé ma sarà testimone di un intervento diretto, inatteso e travolgente del Risorto. Nessune evoluzione psicologica prepara la svolta di vita. Saulo viene avvolto da una luce amorevole, come era accaduto ai pastori di Betlemme e percepisce la voce di Gesù risorto. Cade a terra (non da cavallo) e viene a sapere che Cristo si identifica con i suoi discepoli perseguitati. I compagni non partecipano all’evento ma rimangono estranei. La cecità di Saulo è un atto pedagogico che insegna al cieco quale sia la sua situazione di vita e dalla tenebra, dovrà passare alla luce. «Il Signore replicò [a Mosé]: “Chi ha dato una bocca all'uomo o chi lo rende muto o sordo, veggente o cieco? Non sono forse io, il Signore? Ora va'! Io sarò con la tua bocca e ti insegnerò quello che dovrai dire”» (Es 4,11-12). «Così interpreterà in seguito la conversione dei pagani battezzati: «Eravate tenebra, ora siete luce nel Signore» (Ef 5,8). 

Il digiuno lo prepara al Battesimo. Deve essere vuoto di tutte le cinvinzioni che lo avevamo nutrito fino a questo momento di svolta. Anania funge da mediatore tra Paolo e la Chiesa anche se, come era accaduto ad altri profeti, si mostra riluttante (Es 4,13-14). In seguito Paolo incontrerà la diffidenza degli altri discepoli (9,26). Paolo cercherà, in ogni modo, di stare sempre in comunione con tutta Chiesa. Tre anni dopo, infatti, salirà a Gerusalemme affinché la sua missione sia confermata e riconosciuta dagli apostoli (Gal 2,2). 

Intanto veniamo a sapere che Gesù lo ha costituito come suo annunciatore e che Saulo, da apostolo, dovrà soffrire molto. Anania impone le mani perché il nuovo chiamato dal Signore riceva lo Spirito Santo, come Gesù aveva potuto intraprendere la missione solo dopo questa investitura celeste. 

«Rendo grazie a colui che mi ha reso forte, Cristo Gesù Signore nostro, perché mi ha giudicato degno di fiducia mettendo al suo servizio me, che prima ero un bestemmiatore, un persecutore e un violento. Ma mi è stata usata misericordia, perché agivo per ignoranza, lontano dalla fede, e così la grazia del Signore nostro ha sovrabbondato insieme alla fede e alla carità che è in Cristo Gesù. Questa parola è degna di fede e di essere accolta da tutti: Cristo Gesù è venuto nel mondo per salvare i peccatori, il primo dei quali sono io» (1 Tm 1,12-15)

Gv 6,52-59. In quel tempo, i Giudei si misero a discutere aspramente fra loro: «Come può costui darci la sua carne da mangiare?». Gesù disse loro: «In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell'uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell'ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me. Questo è il pane disceso dal cielo; non è come quello che mangiarono i padri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno».

Gesù disse queste cose, insegnando nella sinagoga a Cafàrnao.

L’evangelista ha detto finora che la persona di Gesù, ricevuta per mezzo della fede, è il mezzo col quale è data e conservata la vita eterna. 

I giudei, stravolgendo il senso delle parole di Gesù che chiedeva di nutrirsi di Lui assimilando il suo insegnamento e il suo stile di vita, accusano Gesù di suggerire una specie di antropofagia. Aprofittando dell’obiezione, Egli afferma che la sua stessa carne è pane di vita. Il crudo realismo delle espressioni - mangiare la carne e bere il sangue – intende affermare la reale umanità di Cristo. Mangiare qualcosa equivale a farla propria e diventare una cosa sola con essa. Senza escludere la valenza eucaristica del discorso, l’invito di Gesù è denso di significato anche se fosse privo di un’allusione all’Eucaristia. 

La maggioranza degli esegetici ritiene, tuttavia, che Giovanni alludea qui alla mensa eucaristica. L'Eucarestia significa continuazione dell'incarnazione attraverso il tempo. È significativo che l'evangelista abbia riservato il termine carne per descrivere l'incarnazione e per presentare l'Eucaristia. Tuttavia l'insistenza sulla realtà della carne e del sangue non può arrivare fino al punto di attribuire all'Eucaristia un effetto magico. Questi versetti sono una continuazione dei precedenti nei quali è messa in rilievo la necessità della fede in Gesù. L'Eucarestia non è nulla senza la fede. Non è un mangiare qualunque che dia vita, bensì un mangiare con fede, quando ci sia la fede. Ma l'adempimento della sua volontà del Signore non si realizza neppure solo rivolgersi a Gesù con la fede esclusivamente, bensì del servirsi di questo strumento: il sacramento del suo corpo e del suo sangue. Come non era soltanto la fede che faceva entrare nel regno di Dio, ma l'uso di quell'altro sacramento che si realizza attraverso il rito dell'acqua battesimale. 

Sabato III

At 9,31-42 . La Chiesa era dunque in pace per tutta la Giudea, la Galilea e la Samaria: si consolidava e camminava nel timore del Signore e, con il conforto dello Spirito Santo, cresceva di numero. 32E avvenne che Pietro, mentre andava a far visita a tutti, si recò anche dai fedeli che abitavano a Lidda. 33Qui trovò un uomo di nome Enea, che da otto anni giaceva su una barella perché era paralitico. 34Pietro gli disse: «Enea, Gesù Cristo ti guarisce; àlzati e rifatti il letto». E subito si alzò. 35Lo videro tutti gli abitanti di Lidda e del Saron e si convertirono al Signore. A Giaffa c’era una discepola chiamata Tabità – nome che significa Gazzella – la quale abbondava in opere buone e faceva molte elemosine. 37Proprio in quei giorni ella si ammalò e morì. La lavarono e la posero in una stanza al piano superiore. 38E, poiché Lidda era vicina a Giaffa, i discepoli, udito che Pietro si trovava là, gli mandarono due uomini a invitarlo: «Non indugiare, vieni da noi!». 39Pietro allora si alzò e andò con loro. Appena arrivato, lo condussero al piano superiore e gli si fecero incontro tutte le vedove in pianto, che gli mostravano le tuniche e i mantelli che Gazzella confezionava quando era fra loro. Pietro fece uscire tutti e si inginocchiò a pregare; poi, rivolto al corpo, disse: «Tabità, àlzati!». Ed ella aprì gli occhi, vide Pietro e si mise a sedere. 41Egli le diede la mano e la fece alzare, poi chiamò i fedeli e le vedove e la presentò loro viva.La cosa fu risaputa in tutta Giaffa, e molti credettero nel Signore.

La Chiesa (di solito si parla di Chiese) è in pace non soltanto perché, in quel momento, non viene perseguitata ma perché gode della pienezza di vita inaugurata da Cristo Risorto. Quando si consolida e cammina nel timore di Dio, grazie all’assistenza dello Spirito Santo, facilmente cresce di numero. Si realizza la promessa e il comando del Signore: sarete miei testimoni ovunque. La crescita e il progresso dell’evangelizzazione non si ottengono soltanto con le difficoltà e le persecuzioni ma anche con la pace e le facilitazioni concesse alla predicazione. 

Pietro, portavoce del collegio dei Dodici e sempre presente in tutti i momenti di svolta della missione della Chiesa, si reca in visita pastorale presso i cristiani fuori da Gerusalemme. Egli porta con sé il Cristo Risorto che guarisce ed è sempre all’opera. A Lidda guarisce Enea; a Ioppe (Yafo, oggi Tel Aviv) risuscita Tabita, riprendendo anche il ministero degli antichi profeti (1 Re 17,17-23; 2 Re 4,19-37). Questa donna è una cristiana ideale che si distingue per le buone opere. Pietro la risveglia e dandole la mano l’aiuta per poi affidarla alla comunità. Il fatto favorisce l’evangelizzazione: molti (non tutti) credettero in Gesù. 

Gv 6,60-69. Molti dei suoi discepoli, dopo aver ascoltato, dissero: «Questa parola è dura! Chi può ascoltarla?». Gesù, sapendo dentro di sé che i suoi discepoli mormoravano riguardo a questo, disse loro: «Questo vi scandalizza? E se vedeste il Figlio dell'uomo salire là dov'era prima? È lo Spirito che dà la vita, la carne non giova a nulla; le parole che io vi ho detto sono spirito e sono vita. Ma tra voi vi sono alcuni che non credono». Gesù infatti sapeva fin da principio chi erano quelli che non credevano e chi era colui che lo avrebbe tradito. E diceva: «Per questo vi ho detto che nessuno può venire a me, se non gli è concesso dal Padre». Da quel momento molti dei suoi discepoli tornarono indietro e non andavano più con lui. Disse allora Gesù ai Dodici: «Volete andarvene anche voi?». Gli rispose Simon Pietro: «Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna e noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio»

Gesù aveva radunato attorno a sé una larga schiera di discepoli ma molti di loro non riuscivano a condividere il suo messaggio. Egli ribadisce di essere una persona dall’origine celeste e che un giorno tornerà presso il Padre. Questa convinzione dovrebbe indurli ad accettare quelle parole che, per il momento, non riescono a comprendere. L’uomo, essendo carne, deve essere visitato dallo Spirito Santo per poter entrare in sintonia con il messaggio divino. Gli insegnamenti di Gesù sono suggerito a Lui dallo Spirito e, una volta accolti e attuati, comunicano la sua stessa vita. Molti discepoli lo abbandonano. Gesù cerca di rafforzare nella fede i Dodici discepoli particolari che aveva scelto e costituito come tali. Vorranno forse abbandonarlo anche loro? Non è ciò che Gesù vuole o induce a fare. Pietro risponde a nome del gruppo e pronuncia una profonda dichiarazione di fede. Nessun maestro può essere paragonato a Gesù. Le sue parole non sono inerti ma infondono una nuova vita. È ciò che hanno verificato e perciò continueranno a credere che Gesù è un Inviato dal Padre. 


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