At 2,14-41 36 Prima lettura
Sappia dunque con certezza tutta la casa d’Israele che Dio ha costituito Signore e Cristo quel Gesù che voi avete crocifisso». 37All’udire queste cose si sentirono trafiggere il cuore e dissero a Pietro e agli altri apostoli: «Che cosa dobbiamo fare, fratelli?». 38E Pietro disse loro: «Convertitevi e ciascuno di voi si faccia battezzare nel nome di Gesù Cristo, per il perdono dei vostri peccati, e riceverete il dono dello Spirito Santo. 39Per voi infatti è la promessa e per i vostri figli e per tutti quelli che sono lontani, quanti ne chiamerà il Signore Dio nostro». 40Con molte altre parole rendeva testimonianza e li esortava: «Salvatevi da questa generazione perversa!». 41Allora coloro che accolsero la sua parola furono battezzati e quel giorno furono aggiunte circa tremila persone.
Pietro, pronunciando un discorso solenne, inizia la predicazione ad Israele come, in seguito, inaugurerà quella ai pagani (At 10).
Lo conclude esponendo una formula di fede costitutiva: Dio ha collocato Gesù Risorto alla sua destra, ha costituito (ha fatto) Gesù «Signore e Messia». Il Vangelo riguarda Gesù Cristo, nostro Signore «nato dalla stirpe di Davide secondo la carne, costituito Figlio di Dio con potenza secondo lo Spirito di santificazione mediante la risurrezione dai morti» (Rm 1,3-4). In seguito la riflessione apostolica presenterà Gesù come Messia fin dalla nascita. Non c’è contraddizione tra le due formulazioni perché Gesù, da Risorto, può esercitare in pienezza la sua sovranità messianica per Israele e per tutta l’umanità già iniziata durante la sua missione sulla terra. Si tratta della svolta più importante della storia della salvezza. «Ogni lingua proclami che Gesù Cristo è il Signore, a gloria di Dio Padre» (Fil 2,11).
La conclusione etica del messaggio viene tratta dagli ascoltatori stessi i quali, sapendo di aver approvato e favorito la morte di Gesù, provano un profondo sgomento per il misfatto compiuto e riconoscono che il Padre ha approvato e accreditato il Crocifisso. Il cambiamento di opinione su Gesù esige un agire diverso: Che cosa dobbiamo fare? Era già stata la reazione delle folle alla predicazione del Battista (Lc 3,10) o la richiesta di chi voleva sguire Gesù, come il ricco (Mt 19,16-17).
Pietro non chiede particolari riti o azioni penitenziali gravose. Chiede soltanto di accogliere la purificazione del Battesimo, nel nome di Gesù, perché i penitenti possano ricevere lo Spirito Santo. «Ho visto le sue vie, ma voglio sanarlo, guidarlo e offrirgli consolazioni. E ai suoi afflitti Io pongo sulle labbra: “Pace, pace ai lontani e ai vicini”, dice il Signore, “Io li guarirò”» (Is 57,18-19).
Bisogna rompere con il passato, con il modo di pensare e fare precedenti e lasciarsi guidare, o meglio, influenzare da Gesù (nel suo Nome), grazie al suo Spirito. «Ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato» (Mt 28,19). Solo così si crea un’alternativa alla perversione della società. La conversione nasce dalla considerazione di ciò che Dio ha fatto per noi, non a motivo di un semplice rimorso e si manifesta in una nuova prassi.
1 Pt 2, 20-25 Seconda lettura
Se, facendo il bene, sopporterete con pazienza la sofferenza, ciò sarà gradito davanti a Dio. 21A questo infatti siete stati chiamati, perché anche Cristo patì per voi, lasciandovi un esempio, perché ne seguiate le orme: 22egli non commise peccato e non si trovò inganno sulla sua bocca; 23insultato, non rispondeva con insulti, maltrattato, non minacciava vendetta, ma si affidava a colui che giudica con giustizia. 24Egli portò i nostri peccati nel suo corpo sul legno della croce, perché, non vivendo più per il peccato, vivessimo per la giustizia; dalle sue piaghe siete stati guariti. 25Eravate erranti come pecore, ma ora siete stati ricondotti al pastore e custode delle vostre anime.
Il Signore, in vista della nostra crescita, può collocarci in una situazione in cui dobbiamo affrontare una sofferenza ingiusta. In quel caso dobbiamo imitare Gesù: «Abbiate in voi gli stessi sentimenti di Cristo Gesù» (Fil 2,5). «Chi dice di rimanere in lui, deve anch’egli comportarsi come lui si è comportato» (1 Gv 2,6). «Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua» (Mc 8,34).
Gli apostoli agirono così: «Gli apostoli se ne andarono via dal sinedrio, lieti di essere stati giudicati degni di subire oltraggi per il nome di Gesù» (At 5,40-41). «Non lamentatevi, fratelli, gli uni degli altri, per non essere giudicati; ecco, il giudice è alle porte. Fratelli, prendete a modello di sopportazione e di costanza i profeti che hanno parlato nel nome del Signore. Ecco, noi chiamiamo beati quelli che sono stati pazienti. Avete udito parlare della pazienza di Giobbe e conoscete la sorte finale che gli riserbò il Signore, perché il Signore è ricco di misericordia e di compassione» (Gc 5,9-11). Il cristiano non deve alimentare rancore contro coloro che lo hanno maltrattato (e continuano a farlo) ma affidarsi alle decisioni di Dio che è a favore dei umili e dei perseguitati.
Gesù «portò i nostri peccati». In che modo? Agì con grande carità nel corso della sua passione; il suo amore fornì la massima cura al male del mondo. La sua carità coprì la massa dei peccati.
VANGELO GV 10,1-16.
«In verità, in verità io vi dico: chi non entra nel recinto delle pecore dalla porta, ma vi sale da un’altra parte, è un ladro e un brigante. 2Chi invece entra dalla porta, è pastore delle pecore. 3Il guardiano gli apre e le pecore ascoltano la sua voce: egli chiama le sue pecore, ciascuna per nome, e le conduce fuori. 4E quando ha spinto fuori tutte le sue pecore, cammina davanti a esse, e le pecore lo seguono perché conoscono la sua voce. 5Un estraneo invece non lo seguiranno, ma fuggiranno via da lui, perché non conoscono la voce degli estranei». 6Gesù disse loro questa similitudine, ma essi non capirono di che cosa parlava loro. 7Allora Gesù disse loro di nuovo: «In verità, in verità io vi dico: io sono la porta delle pecore. 8Tutti coloro che sono venuti prima di me, sono ladri e briganti; ma le pecore non li hanno ascoltati. 9Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvato; entrerà e uscirà e troverà pascolo. 10Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere; io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza.
In uno stesso ovile sono racchiuse pecore di vari pastori, affidate ad un unico guardiano. Il singolo pastore si reca all'ovile per far uscire dal recinto le proprie pecore e condurle al pascolo. Entrato nel recinto, le chiama per nome ed esse si radunano attorno a lui; poi cammina davanti a loro ad esse lo seguono fino al pascolo. Non seguono un estraneo, anzi scappano via da lui perché non conoscono la sua voce.
Gesù si definisce prima la Porta (v.7) [e poi Pastore vv. 11-18]. «Nessuno può affermare di essere la porta: Cristo l’ha riservato per sé, ha invece comunicato ad altri di essere pastori» (To 45).
1. In un primo tempo, l’immagine della porta è riferita a Gesù stesso (il pastore dormiva nel vano della porta per evitare furti). Dichiara di essere la Porta per recarsi dalle pecore. Vi è un solo accesso legittimo alle pecore, ed è tenuto da Gesù, l’inviato del Padre. Questo significa che Egli è l’unico Salvatore e Custode del gregge, è l’unico mediatore tra gli uomini e il Padre. «Per mezzo di lui possiamo presentarci, gli uni e gli altri, al padre in un solo Spirito» (Ef 2,18; Eb 10,19).
I predoni di cui parla, non sono le grandi figure della storia della salvezza ma i falsi pretendenti messianici ed anche quei farisei che impediscono la fede in Gesù. La contrapposizione di Gesù ai pastori falsi e ai mercenari ha un riscontro, oltre che nelle situazioni è concreta della vita di Gesù, anche nella comunità primitiva. «Attesto solennemente oggi, davanti a voi, che io sono innocente del sangue di tutti, perché non mi sono sottratto al dovere di annunciarvi tutta la volontà di Dio. Vegliate su voi stessi e su tutto il gregge, in mezzo al quale lo Spirito Santo vi ha costituiti come custodi per essere pastori della Chiesa di Dio, che si è acquistata con il sangue del proprio Figlio. Io so che dopo la mia partenza verranno fra voi lupi rapaci, che non risparmieranno il gregge; perfino in mezzo a voi sorgeranno alcuni a parlare di cose perverse, per attirare i discepoli dietro di sé. Per questo vigilate, ricordando che per tre anni, notte e giorno, io non ho cessato, tra le lacrime, di ammonire ciascuno di voi. E ora vi affido a Dio e alla parola della sua grazia, che ha la potenza di edificare e di concedere l’eredità fra tutti quelli che da lui sono santificati» (At 20,25-32).
2. In un secondo tempo, la porta è riferita al passaggio delle pecore: entrano, escono e trovano pascolo, grazie alla cura del Signore nei loro confronti.
Inviando Gesù, Dio esaudisce la supplica di Mosè: «“Il Signore, il Dio della vita in ogni essere vivente, metta a capo di questa comunità un uomo che li preceda nell'uscire e nel tornare, li faccia uscire e li faccia tornare, perché la comunità del Signore non sia un gregge senza pastore”» (Nm 27,16-17).
Il popolo troverà pascolo, ossia «gioia nel suo vivere quotidiano. Essi, anzi, avtrebbero goduto persino nelle persecuzioni mosse dagli increduli per il nome di Cristo (At 5,41)» (To 37)
Il luogo a cui esse accedono è il Padre stesso (14,6) e il suo Regno (3,5). Sono già sicure dal giudizio finale e godono sempre della familiarità con Dio.
A differenza di altri pastori che hanno maltrattato le pecore, Gesù è venuto per donare una vita abbondante, cioè la vita al suo livello più alto, in pienezza.
Dona la vita della rettitudine: ci fa passare dalla morte alla vita perché amiamo i fratelli e ce la dona in abbondanza soprattutto quando ci introduce nell’eternità.
Lunedi IV
Atti 11,1-18 1Gli apostoli e i fratelli che stavano in Giudea vennero a sapere che anche i pagani avevano accolto la parola di Dio. 2E, quando Pietro salì a Gerusalemme, i fedeli circoncisi lo rimproveravano 3dicendo: «Sei entrato in casa di uomini non circoncisi e hai mangiato insieme con loro!». 4Allora Pietro cominciò a raccontare loro, con ordine, dicendo: 5«Mi trovavo in preghiera nella città di Giaffa e in estasi ebbi una visione: un oggetto che scendeva dal cielo, simile a una grande tovaglia, calata per i quattro capi, e che giunse fino a me. 6Fissandola con attenzione, osservai e vidi in essa quadrupedi della terra, fiere, rettili e uccelli del cielo. 7Sentii anche una voce che mi diceva: “Coraggio, Pietro, uccidi e mangia!”. 8Io dissi: “Non sia mai, Signore, perché nulla di profano o di impuro è mai entrato nella mia bocca”. 9Nuovamente la voce dal cielo riprese: “Ciò che Dio ha purificato, tu non chiamarlo profano”. 10Questo accadde per tre volte e poi tutto fu tirato su di nuovo nel cielo. 11Ed ecco, in quell’istante, tre uomini si presentarono alla casa dove eravamo, mandati da Cesarèa a cercarmi. 12Lo Spirito mi disse di andare con loro senza esitare. Vennero con me anche questi sei fratelli ed entrammo in casa di quell’uomo. 13Egli ci raccontò come avesse visto l’angelo presentarsi in casa sua e dirgli: “Manda qualcuno a Giaffa e fa’ venire Simone, detto Pietro; 14egli ti dirà cose per le quali sarai salvato tu con tutta la tua famiglia”. 15Avevo appena cominciato a parlare quando lo Spirito Santo discese su di loro, come in principio era disceso su di noi. 16Mi ricordai allora di quella parola del Signore che diceva: “Giovanni battezzò con acqua, voi invece sarete battezzati in Spirito Santo”. 17Se dunque Dio ha dato a loro lo stesso dono che ha dato a noi, per aver creduto nel Signore Gesù Cristo, chi ero io per porre impedimento a Dio?». 18All’udire questo si calmarono e cominciarono a glorificare Dio dicendo: «Dunque anche ai pagani Dio ha concesso che si convertano perché abbiano la vita!».
Pietro inaugura l’evangelizzazione dei pagani. In seguito ad una visione, aveva accettato di entrare in casa del pagano Cornelio, lo aveva istruito e battezzato. Contestato dai giudeo-cristiani, fedeli alla tradizione legale, egli, con pazienza ed umiltà, espone loro ciò che era avvenuto.
L’elemento essenziale della nuova vita in Cristo è ricevere lo Spirito Santo. Se anche i pagani, già purificati dal sangue dell’Agnello, lo ottengono in dono, questo significa che Dio li accoglie come nuove membra del suo popolo e posso aggregarsi ad Israele. «Voi sapete che non a prezzo di cose effimere, come argento e oro, foste liberati dalla vostra vuota condotta, ereditata dai padri, ma con il sangue prezioso di Cristo, agnello senza difetti e senza macchia. Egli fu predestinato già prima della fondazione del mondo, ma negli ultimi tempi si è manifestato per voi» (1 Pt 1,18-20). «Tutti voi infatti siete figli di Dio mediante la fede in Cristo Gesù, poiché quanti siete stati battezzati in Cristo vi siete rivestiti di Cristo. Non c’è Giudeo né Greco; non c’è schiavo né libero; non c’è maschio e femmina, perché tutti voi siete uno in Cristo Gesù. Se appartenete a Cristo, allora siete discendenza di Abramo, eredi secondo la promessa» (Gal 3,26-29). «L’ostinazione di una parte d’Israele è in atto fino a quando non saranno entrate tutte quante le genti. Allora tutto Israele sarà salvato» (Rm 11,25-26).
Gv 10,11-16 11Io sono il buon pastore. Il buon pastore dà la propria vita per le pecore. 12Il mercenario – che non è pastore e al quale le pecore non appartengono – vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge, e il lupo le rapisce e le disperde; 13perché è un mercenario e non gli importa delle pecore. 14Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, 15così come il Padre conosce me e io conosco il Padre, e do la mia vita per le pecore. 16E ho altre pecore che non provengono da questo recinto: anche quelle io devo guidare. Ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge, un solo pastore.
[Dopo quella della Porta, troviamo l’immagine del Pastore.] Gesù attua il compito che il Padre suo aveva previsto per sé: «Come un pastore farà pascolare il suo gregge» (Is 40,11). «Eravate erranti come pecore, ma ora siete tornati al pastore e guardiano delle vostre anime» (1 Pt 2,25). Mentre solo Lui è Porta, ha affidato ad altri il compito pastorale ma «nessuno è un buon pastore se con la carità non diventa una cosa sola con Cristo, divenendo membro del vero pastore» (TO 45).
Riguardo ai mercenari, falsi profeti, Gesù ammonisce: «Guardatevi dai falsi profeti che vengono a voi in veste di pecora, ma dentro sono lupi rapaci» (Mt 7,15; Zc 11,16-17).
Infatti, per Gesù essere Buon Pastore significa offrire la vita per le pecore. Esse sono in pericolo per gli assalti del lupo ma il buon pastore non le abbandona neppure nel rischio più grave. Il mercenario, invece, che sta con esse solo per amore della paga non mette a repentaglio la propria vita. Il pastore deve difendere il gregge da questi tre tipi di lupi: la tentazione diabolica, l’inganno degli eretici, la crudeltà dei tiranni (cf TO 51).
La relazione di Gesù con le sue pecore imita il rapporto tra Gesù e il Padre.
La parola sulla vita offerta è una predizione della sua morte.
Infine, il Padre non gli ha affidato solo le pecore che provengono dal giudaismo, anche quelle ben più numerose che giungono dal paganesimo. Cristo ha radunato i pagani mediante gli apostoli. I pagani ascolteranno la voce del Signore, diventeranno un solo gregge sotto un unico pastore. Il primo requisito era stato raccomandato da Gesù stesso: «Insegnate loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato» (Mt 28,20). Il secondo requisito è richiamato dagli apostoli: «Una sola fede, un solo Battesimo, un unico Dio, Padre di tutti» (Ef 4,5); «Cristo è la nostra pace; colui che dei due ha fatto una cosa sola» (Ef 4,5).
Martedi IV
Atti 11,19-25 19Intanto quelli che si erano dispersi a causa della persecuzione scoppiata a motivo di Stefano erano arrivati fino alla Fenicia, a Cipro e ad Antiòchia e non proclamavano la Parola a nessuno fuorché ai Giudei. 20Ma alcuni di loro, gente di Cipro e di Cirene, giunti ad Antiòchia, cominciarono a parlare anche ai Greci, annunciando che Gesù è il Signore. 21E la mano del Signore era con loro e così un grande numero credette e si convertì al Signore. 22Questa notizia giunse agli orecchi della Chiesa di Gerusalemme, e mandarono Bàrnaba ad Antiòchia. 23Quando questi giunse e vide la grazia di Dio, si rallegrò ed esortava tutti a restare, con cuore risoluto, fedeli al Signore, 24da uomo virtuoso qual era e pieno di Spirito Santo e di fede. E una folla considerevole fu aggiunta al Signore. 25Bàrnaba poi partì alla volta di Tarso per cercare Saulo: 26lo trovò e lo condusse ad Antiòchia. Rimasero insieme un anno intero in quella Chiesa e istruirono molta gente. Ad Antiòchia per la prima volta i discepoli furono chiamati cristiani.
Dopo la conversione di Cornelio, procurata dal ministero di Pietro, nasce ad Antiochia di Siria sull’Oronte, una prima comunità nella quale, in modo graduale, sarà prevalente la presenza di cristiani provenienti dal paganesimo. Questa comunità, formata da giudeo-cristiani e da etno-cristiani sarà la più importante dopo quella di Gerusalemme. Si costituisce per opera di discepoli anonimi, di cultura ellenista; avviene come per caso visto che la convinzione prevalente nei discepoli era quella di rivolgersi soltanto ai Giudei, i destinatari privilegiati. La mano del Signore era con loro perché soltanto Lui poteva infondere una nuova visione e parlare alle coscienze. I pionieri della Chiesa antiochena, come avvenne anche ad Efeso (18,21), ad Alessandria (18,24) e a Roma (28,14-15) furono persone sconosciute che compirono il lavoro di evangelizzatori senza una missione ufficiale, senza organizzazione e senza propaganda.
Il contenuto essenziale della fede è riassunto nel detto: Gesù è il Signore. Questo fu l'unico programma di quegli uomini straordinari, anonimi. Gesù è il Signore è la forma più breve stilizzata della professione cristiana della fede che ha le sue radici della comunità di Gerusalemme. Non comparve per la prima volta del mondo ellenista, ma in quella cultura, nella quale vi erano tanti signori, la formula sta a indicare che Gesù è l'unico Signore, superiore a tutti i dominatori e a tutte le divinità.
Si crea un legame con la Chiesa madre di Gerusalemme, grazie alla visita premurosa di Barnaba, aperto alle novità dello Spirito. Barnaba poi ri reca a Tarso a chiedere l’aiuto di Saulo che fino a quel momento viveva ai margini. Intuisce l’importanza di questa persona perché conosceva bene la mentalità dei greci e sopprattutto era esperto nella Sacra Scrittura.
I cristiani vengono sempre più distinti dai giudei come gruppo a parte. Forse a chiamarli in questo modo furono i Romani. A partire da questo momento, si stabilisce con tutta chiarezza che il cristianesimo non è una specie di giudaismo ma posside ormai una identità propria. Il nuovo nome dato ai discepoli di Gesù afferma che si tratta di una realtà nuova. Si ricordi la mentalità semitica secondo la quale le cose che non hanno nome non esistono.
Il titolo “cristiano” ha un valore teologico: i cristiani venerano Cristo ma sono membra del suo Corpo, sono una cosa sola con Lui e garantiscono la continuità della sua presenza nel corso della storia. I cristiani non sono soltanto dei discepoli. Non sono soltanto persone persuase della ricchezza dell’insegnamento di Cristo e ben disposte, quindi, a praticarlo. Sono molto di più: sono divenuti partecipi di Lui (Cf Eb 3,14), hanno già cominciato ad essere lui stesso e, quindi, possono ripresentare la sua figura. «Quanti siete stati battezzati in Cristo vi siete rivestiti di Cristo» (Gal 3,27).
Gv 10,22-30. 22Ricorreva allora a Gerusalemme la festa della Dedicazione. Era inverno. 23Gesù camminava nel tempio, nel portico di Salomone. 24Allora i Giudei gli si fecero attorno e gli dicevano: «Fino a quando ci terrai nell’incertezza? Se tu sei il Cristo, dillo a noi apertamente». 25Gesù rispose loro: «Ve l’ho detto, e non credete; le opere che io compio nel nome del Padre mio, queste danno testimonianza di me. 26Ma voi non credete perché non fate parte delle mie pecore. 27Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono. 28Io do loro la vita eterna e non andranno perdute in eterno e nessuno le strapperà dalla mia mano. 29Il Padre mio, che me le ha date, è più grande di tutti e nessuno può strapparle dalla mano del Padre. 30Io e il Padre siamo una cosa sola».
I giudei accerchiano Gesù per obbligarlo a dichiarare la sua identità profonda e rivelare loro se si considera il Messia, oppure no. Gesù ha ripetutamente detto di essere un Inviato da parte del Padre, come è testimoniato dalle sue opere. Preferisce parlare così che pronunciare la parola Messia, che era equivoca. Alla samaritana 84,26) e al cieco nato (9,37: Figlio dell’umo), però, aveva dichiarato di essere tale.
Alcuni dei suoi interlocutori non credono alle sue parole, mentri altri le accolgono. I suoi oppositori non riescono a liberarsi dai loro pregudizi e preconcetti che li accecano di fronte alla luce.
Gesù riprende la metafora del pastore e delle pecore, ribadendo la comunione profonda che sussiste tra Lui e i suoi discepoli. «Se il nostro vangelo rimane velato, lo è per coloro che si perdono, ai quali il dio di questo mondo ha accecato la mente incredula, perché non vedano lo splendore del glorioso vangelo di Cristo che è immagine di Dio» (2 Cor 4,3-4).
Chi è stato afferrato dalla mano dolce e potente di Gesù, è stato afferrato anche dalle mani di Dio Padre e, quindi, è sotto la sua protezione infallibile. «Nessuno può sottrarre nulla al mio potere; chi può cambiare quanto io faccio?» (Is 43,13). «Ti ho nascosto sotto l'ombra della mia mano, quando ho disteso i cieli e fondato la terra, e ho detto a Sion: “Tu sei mio popolo”» (Is 51,16). «Le anime dei giusti sono nelle mani di Dio» (Sap 3,1). «Colui che è in voi [lo Spirito] è più grande di colui che è nel mondo» (1 Gv 4,4).
Tra Gesù e il Padre esiste una comunione inscindibile di intenti. «Chi ha visto me, ha visto il Padre» (Gv 14,9). «Tutto mi è stato dato dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare» (Mt 11,27).
Mercoledi IV
Atti 12,24-13,5 24Intanto la parola di Dio cresceva e si diffondeva. 25Bàrnaba e Saulo poi, compiuto il loro servizio a Gerusalemme, tornarono prendendo con sé Giovanni, detto Marco. 13 1C’erano nella Chiesa di Antiòchia profeti e maestri: Bàrnaba, Simeone detto Niger, Lucio di Cirene, Manaèn, compagno d’infanzia di Erode il tetrarca, e Saulo. 2Mentre essi stavano celebrando il culto del Signore e digiunando, lo Spirito Santo disse: «Riservate per me Bàrnaba e Saulo per l’opera alla quale li ho chiamati». 3Allora, dopo aver digiunato e pregato, imposero loro le mani e li congedarono. 4Essi dunque, inviati dallo Spirito Santo, scesero a Selèucia e di qui salparono per Cipro. 5Giunti a Salamina, cominciarono ad annunciare la parola di Dio nelle sinagoghe dei Giudei, avendo con sé anche Giovanni come aiutante.
Una penosa carestia, profetizzata da Agabo (11,28), aveva indotto la comunità di Antiochia a inviare degli aiuti a Gerusalemme, che gravava in situazione particolarmente misera, per mano di Barnaba e Saulo (11,30). Nel ritorno portano con sé anche Marco.
Ora veniamo a conoscere il primo viaggio missionario da parte di una Chiesa locale, voluto da Dio stesso tramite il suo Spirito. La menzione di profeti e maestri presenta il collegio dirigente della chiesa antiochena e dimostra l’opera carismatica dello Spirito. «Vi sono diversi carismi, ma uno solo è lo Spirito… A ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito per il bene comune… Alcuni Dio li ha posti nella Chiesa in primo luogo come apostoli, in secondo luogo come profeti, in terzo luogo come maestri» (1 Cor 12,4.7.28).
Lo Spirito si rivela in modo particolare nel culto: «Mentre Gesù stava in preghiera, il cielo si aprì e scese su di lui lo Spirito Santo» (Lc 3,21). Mentre Gesù «pregava, il suo volto cambiò d’aspetto e la sua veste divenne sfolgorante» (Lc 9,29). «Quand’ebbero terminato la preghiera… tutti furono pieni di Spirito Santo» (At 4,31).
La preghiera con il digiuno era prassi normale; l’imposizione delle mani è un rito che affida gli inviati alla protezione divina (diverrà il gesto tipico nella costituzione di un ministro ecclesiale). La dizione “riservate per me” è di grande intensità, usata per descrivere la consacrazione dei leviti (Nm 16,9), di Aronne (1 Cron 23,13 e poi di Paolo stesso (Rm 1,1; Gal 1,15). I missionari sono due, come era stato richiesto da Gesù (Lc 10,1) e si muoveranno sempre nel suo stile.
Gv 12,44-50 44Gesù allora esclamò: «Chi crede in me, non crede in me ma in colui che mi ha mandato; 45chi vede me, vede colui che mi ha mandato. 46Io sono venuto nel mondo come luce, perché chiunque crede in me non rimanga nelle tenebre. 47Se qualcuno ascolta le mie parole e non le osserva, io non lo condanno; perché non sono venuto per condannare il mondo, ma per salvare il mondo. 48Chi mi rifiuta e non accoglie le mie parole, ha chi lo condanna: la parola che ho detto lo condannerà nell’ultimo giorno. 49Perché io non ho parlato da me stesso, ma il Padre, che mi ha mandato, mi ha ordinato lui di che cosa parlare e che cosa devo dire. 50E io so che il suo comandamento è vita eterna. Le cose dunque che io dico, le dico così come il Padre le ha dette a me».
Gesù si esprime in un grido (come in altre tre volte: 1,15; 7,28; 7,37); vuole attirare l’attenzione perché sta rivelando se stesso. Qui lo fa per l’ultima volta. Credere in Gesù o vederlo, significa credere e vedere Colui che lo ha mandato. Egli riflette Dio, lo avvicina a noi e ce lo fa conoscere.
Gesù è la Luce. La sua missione è portatrice di salvezza. È venuto per portare la luce nell’ambito delle tenebre dell’incredulità.
La sorte di ogni persona si decide ora nel dilemma fede-incredulità, salvezza-condanna. Si tratta di accogliere o rifiutare Gesù, accogliere o rifiutare le sue parole. Non è venuto per condannare ma è la persona che si pone davanti a Lui a dirigersi verso la salvezza o la condanna. Era il compito riservato alla Legge e qui c’è molto di più della Legge.
Il Padre che lo ha mandato rimane la fonte di ogni sua parola ed azione. In altri termini, Gesù è la parola del Padre e, perciò, detiene l’autorità stessa di Dio. Il suo compito era ed è quello di comunicare la vita.
Giovedi IV
Atti 13,13-25 13Salpati da Pafo, Paolo e i suoi compagni giunsero a Perge, in Panfìlia. Ma Giovanni si separò da loro e ritornò a Gerusalemme. 14Essi invece, proseguendo da Perge, arrivarono ad Antiòchia in Pisìdia e, entrati nella sinagoga nel giorno di sabato, sedettero. 15Dopo la lettura della Legge e dei Profeti, i capi della sinagoga mandarono a dire loro: «Fratelli, se avete qualche parola di esortazione per il popolo, parlate!». 16Si alzò Paolo e, fatto cenno con la mano, disse: «Uomini d’Israele e voi timorati di Dio, ascoltate. 17Il Dio di questo popolo d’Israele scelse i nostri padri e rialzò il popolo durante il suo esilio in terra d’Egitto, e con braccio potente li condusse via di là. 18Quindi sopportò la loro condotta per circa quarant’anni nel deserto, 19distrusse sette nazioni nella terra di Canaan e concesse loro in eredità quella terra 20per circa quattrocentocinquanta anni. Dopo questo diede loro dei giudici, fino al profeta Samuele. 21Poi essi chiesero un re e Dio diede loro Saul, figlio di Chis, della tribù di Beniamino, per quarant’anni. 22E, dopo averlo rimosso, suscitò per loro Davide come re, al quale rese questa testimonianza: “Ho trovato Davide, figlio di Iesse, uomo secondo il mio cuore; egli adempirà tutti i miei voleri”. 23Dalla discendenza di lui, secondo la promessa, Dio inviò, come salvatore per Israele, Gesù. 24Giovanni aveva preparato la sua venuta predicando un battesimo di conversione a tutto il popolo d’Israele. 25Diceva Giovanni sul finire della sua missione: “Io non sono quello che voi pensate! Ma ecco, viene dopo di me uno, al quale io non sono degno di slacciare i sandali”.
Di tutti i gravi travagli del viaggio, dalla costa fino ad Antiochia di Pisidia (diversa da Antiochia sull’Oronte da cui erano partiti), Luca menziona soltanto la defezione di Marco, il quale però non era stato tra quelli designati dallo Spirito (cf 13,2). Marco lascia un programma deciso da uomini (At 12,25) e non disobbedisce a Dio.
L’autore attribuisce molta importanza al discorso di Paolo che è come l’apice del viaggio missionario. Conclusa la lettura della Legge (Seder) e dei profeti (Haftara), l’omelia poteva essere tenuta da ospiti di passaggio. Paolo si rivolge agli ebrei (Uomini di Israele) ma anche ai pagani simpatizzanti dell’ebraismo presenti alla liturgia (timorati di Dio). Espone una panoramica rapida della storia fino a soffermarsi al re David. A questo punto fa parlare direttamente il Signore stesso. Ricorda lo stretto legame tra David e Gesù, il Messia, suo discendente. Il ruolo di Gesù era stato confermato dal Battista.
La storia di Israele è una successione di generazioni caduche che vivono una vita che non raggiunge la pienezza e che è destinata alla corruzione. Il popolo di Dio cammina verso un Salvatore nel quale confluiscono le promesse ai Patriarchi e la dinastia di Davide.
Gv 13,16-20 12Quando ebbe lavato loro i piedi, riprese le sue vesti, sedette di nuovo e disse loro: «16In verità, in verità io vi dico: un servo non è più grande del suo padrone, né un inviato è più grande di chi lo ha mandato. 17Sapendo queste cose, siete beati se le mettete in pratica. 18Non parlo di tutti voi; io conosco quelli che ho scelto, ma deve compiersi la Scrittura: Colui che mangia il mio pane ha alzato contro di me il suo calcagno. 19Ve lo dico fin d’ora, prima che accada, perché, quando sarà avvenuto, crediate che Io Sono. 20In verità, in verità io vi dico: chi accoglie colui che io manderò, accoglie me; chi accoglie me, accoglie colui che mi ha mandato».
Il discepolo non subirà meno persecuzioni del suo Maestro. Un messaggero aveva la stessa dignità del mandatario. Maltrattarlo era offendere l’autorità che rappresentava e circondarlo d’onore, era onorare colui che l’aveva inviato. Questo vale ora per Gesù e i suoi discepoli. In questo caso poi, chi accoglie un apostolo, non soltanto accoglie Gesù ma onora nello stesso tempo Dio che ha mandato il Maestro.
Gli insegnamenti di Gesù appaiono attraenti ma la felicità verrà raggiunta solo da chi li mette in pratica. Giuda si è autoescluso da questa beatitudine. La sua decisione non è stata casuale. Pur essendo stata presa in totale libertà, non ha fatto altro che compiere ciò che era stato previsto dalla Bibbia. La Scrittura conosce ed espone ciò che c’è nell’uomo. Gesù aveva una conoscenza soprannaturale di ogni persona che incontrava.
Venerdi IV
Atti 13,26-13 [Giunto ad Antiochia di Pisidia, Paolo diceva nella sinagoga] 26Fratelli, figli della stirpe di Abramo, e quanti fra voi siete timorati di Dio, a noi è stata mandata la parola di questa salvezza. 27Gli abitanti di Gerusalemme infatti e i loro capi non l’hanno riconosciuto e, condannandolo, hanno portato a compimento le voci dei Profeti che si leggono ogni sabato; 28pur non avendo trovato alcun motivo di condanna a morte, chiesero a Pilato che egli fosse ucciso. 29Dopo aver adempiuto tutto quanto era stato scritto di lui, lo deposero dalla croce e lo misero nel sepolcro. 30Ma Dio lo ha risuscitato dai morti 31ed egli è apparso per molti giorni a quelli che erano saliti con lui dalla Galilea a Gerusalemme, e questi ora sono testimoni di lui davanti al popolo. 32E noi vi annunciamo che la promessa fatta ai padri si è realizzata, 33perché Dio l’ha compiuta per noi, loro figli, risuscitando Gesù, come anche sta scritto nel salmo secondo: Mio figlio sei tu, io oggi ti ho generato.
Continua l’importante discorso di Paolo nella sinagoga in Pisidia. Egli afferma che i Giudei hanno ignorato il piano di Dio che aveva inviato Gesù, come Messia. Accusa gli abitanti di Gerusalemme e non tutti i giudei della terra. Proclama poi il Kerigma tradizionale: morte, sepoltura e risurrezione. Mancano i riferimenti alla vita di Gesù e nessun accenno alla sua chiamata come apostolo. Paolo non poteva dichiararsi testimone della vita terrena di Gesù e la sua testimonianza si fonda sulle apparizioni concesse agli apostoli, non sulla sua personale.
[Segue una parte fondamentale del discorso, ommessa dalla liturgia] Paolo conferma l’annuncio kerigmatico, servendosi di alcuni testi biblici (Sal 2,7; Is 53,3; Sal 16,10). In conclusione, Gesù è vivo, è il vero Davide che comunica le cose sante cioè i beni della salvezza. L’antico re non poteva offrire questi doni perché non scampò alla corruzione, mentre Gesù è risuscitato. Segue infine un appello alla conversione. Dio concede il perdono dei peccati a chi crede in Gesù ed accoglie l’opera che Dio ha realizzato per mezzo di Lui. La misssione di Gesù è compimento e superamento della Legge. Solo Gesù offre la giustificazione (perdono dei peccati e santificazione)].
Gv 14,1-6 1Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me. 2Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore. Se no, vi avrei mai detto: “Vado a prepararvi un posto”? 3Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi. 4E del luogo dove io vado, conoscete la via». 5Gli disse Tommaso: «Signore, non sappiamo dove vai; come possiamo conoscere la via?». 6Gli disse Gesù: «Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me.
Superando lo smarrimento della partenza di Gesù da loro, i discepoli devono credere in Gesù proprio come credono in Dio, senza abbandonarsi allo sconforto a motivo della morte in croce di Gesù.
«Nella casa del Padre mio vi sono molti posti». Così immaginava la gente del tempo. L'immagine popolare dell'aldilà era legata a un determinato numero di posti, nei quali la gente sarebbe stata alloggiata in base alle virtù e ai vizi della loro vita sulla terra. «Casa del Padre non è detta solo la dimora un cui egli inabita, ma anche egli stesso, poiché egli è in se stesso. Ora l’uomo dimora in questo luogo, ossia in Dio, mediante la volontà e l’affetto con la fruizione della carità: “Chi sta nella carità sta in Dio e Dio in lui“ (1 Gv 4,16)» (To 582-583). Le molte dimore sono le varie partecipazioni alla sua beatitudine perché «chi ha il cuore più fervente di amore di dio, godrà maggiormente della fruizione divina» (To 543. 545).
Il Signore ritorna (erchomai) presso i discepoli da Risorto e li prenderà con sé (paralempsomai) nel suo glorioso ritorno. Il cristiano ha un posto assicurato nella vita eterna, perché sarà con Cristo. Lo stesso Signore, come dice l'apostolo, ci verrà incontro e così saremo sempre con Lui (1 Ts 4,16-17).
Qual è la via del Regno? Il quarto Vangelo rispondete decisamente: «Io sono la via, la verità è la vita». Mediante la sua stessa morte, egli apre una strada che permette di accedere alla realtà divina (verità) e, attraverso di essa, alla vita in pienezza. Il Crocifisso è il passaggio obbligato ch conduce a Dio
Sabato IV
Atti 13,44-52 44Il sabato seguente quasi tutta la città si radunò per ascoltare la parola del Signore. 45Quando videro quella moltitudine, i Giudei furono ricolmi di gelosia e con parole ingiuriose contrastavano le affermazioni di Paolo. 46Allora Paolo e Bàrnaba con franchezza dichiararono: «Era necessario che fosse proclamata prima di tutto a voi la parola di Dio, ma poiché la respingete e non vi giudicate degni della vita eterna, ecco: noi ci rivolgiamo ai pagani. 47Così infatti ci ha ordinato il Signore: Io ti ho posto per essere luce delle genti, perché tu porti la salvezza sino all’estremità della terra». 48Nell’udire ciò, i pagani si rallegravano e glorificavano la parola del Signore, e tutti quelli che erano destinati alla vita eterna credettero. 49La parola del Signore si diffondeva per tutta la regione. 50Ma i Giudei sobillarono le pie donne della nobiltà e i notabili della città e suscitarono una persecuzione contro Paolo e Bàrnaba e li cacciarono dal loro territorio. 51Allora essi, scossa contro di loro la polvere dei piedi, andarono a Icònio. 52I discepoli erano pieni di gioia e di Spirito Santo.
Continua il racconto degli eventi accaduti in Pisidia. La predicazione suscita grande attenzione ma anche una decisa opposizione e perfino la persecuzione da parte dei giudei.
Paolo, dopo un ultimo e drammatico richiamo nei loro confronti, avvisa che si rivolgerà ai pagani, meno riluttanti ad accogliere il suo messaggio. Non decide questo per stizza o per risentimento ma per obbedire alla volontà di Dio espressa nella Scrittura: il Vangelo sarà luce per tutte le nazioni.
Nonostante tanti travagli, sia i pagani che accolgono v.48) sia i missionari che annunciano tra le opposizioni (v.52), sono colmi di gioia nello Spirito Santo: «Carissimi, non meravigliatevi della persecuzione che, come un incendio, è scoppiata in mezzo a voi per mettervi alla prova, come se vi accadesse qualcosa di strano. Ma, nella misura in cui partecipate alle sofferenze di Cristo, rallegratevi perché anche nella rivelazione della sua gloria possiate rallegrarvi ed esultare. Beati voi, se venite insultati per il nome di Cristo, perché lo Spirito della gloria, che è Spirito di Dio, riposa su di voi. Nessuno di voi abbia a soffrire come omicida o ladro o malfattore o delatore. Ma se uno soffre come cristiano, non ne arrossisca; per questo nome, anzi, dia gloria a Dio» (1 Pt 4,1216).
Gv 14,7-14 7Se avete conosciuto me, conoscerete anche il Padre mio: fin da ora lo conoscete e lo avete veduto». 8Gli disse Filippo: «Signore, mostraci il Padre e ci basta». 9Gli rispose Gesù: «Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me, ha visto il Padre. Come puoi tu dire: “Mostraci il Padre”? 10Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me? Le parole che io vi dico, non le dico da me stesso; ma il Padre, che rimane in me, compie le sue opere. 11Credete a me: io sono nel Padre e il Padre è in me. Se non altro, credetelo per le opere stesse. 12In verità, in verità io vi dico: chi crede in me, anch’egli compirà le opere che io compio e ne compirà di più grandi di queste, perché io vado al Padre. 13E qualunque cosa chiederete nel mio nome, la farò, perché il Padre sia glorificato nel Figlio. 14Se mi chiederete qualche cosa nel mio nome, io la farò.
Gesù parla spesso la relazione col Padre, della sua unione con lui. I discepoli, rappresentati ora da Filippo, vorrebbero qualcosa di immediato una visione diretta del Padre. Ora questa visione di Dio si raggiunge attraverso Gesù. Gesù è il Figlio di Dio, ubbidientissimo al Padre, che compie nella sua vita il programma che Dio gli ha assegnato, riflettendo nella sua missione il piano d'amore che ha sull'uomo per comunicargli la vita. Ne consegue che, nella misura in cui cresce la conoscenza di Gesù, crescerà la conoscenza e la visione di Dio. Perciò la richiesta di Filippo era fuori posto, perché stava a indicare che non aveva compreso la relazione esistente tra Gesù e il Padre. Attraverso i segni dati da lui offerti, i discepoli hanno contemplato la sua gloria ma credere che Egli e il Padre sono la stessa cosa è un passo ulteriore. Gesù vuole condurli a un livello superiore e confessino la sua piena uguaglianza con il Padre.
L’evangelista usa la “formula dell'immanenza”: Io sono nel Padre e il Padre è in me. Questa formula si muove sul piano metaforico: come può una persona essere in un'altra? Con l’amore, con l'identità di pensiero, di sentire e di operare. Gesù è nel Padre in questo senso. Questa mutua immanenza del Padre e del Figlio non è raggiungibile se non con la fede.
Quello che è stato affermato di Gesù deve essere applicato anche al cristiano. Come il Padre è nel Figlio così deve essere anche nel credente. Se il Padre è nel credente, può anche operare attraverso di lui, come operò per mezzo del Cristo. Può persino operare cose maggiori, perché ciò che ottiene è il risultato della morte redentrice di Gesù.
Il lavoro dei credenti, della chiesa è riportare altri uomini a Dio. Queste opere saranno compiute principalmente attraverso la preghiera. Gesù non promette l’esaudimento di tutte le richieste immaginabili ma solo quelle preghiere che sono in profonda comunione con Gesù e la sua missione salvifica. Il credente autentico invoca la manifestazione della santità di Dio nel mondo e questa sua richiesta viene esaudita.

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