martedì 12 luglio 2011

Commento di Tertulliano al Pater

Dal trattato La preghiera (De oratione)













2. L'Orazione domenicale [ossia del Signore, Dominus] comincia con una testimonianza resa a Dio e con un atto di fede quando diciamo: Padre nostro che sei nei cieli. Con questa invocazione, preghiamo Dio e proclamiamo la nostra fede. È scritto: «A quanti l'hanno accolto, ha dato potere di diventare figli di Dio» (Gv 1,12). D'altronde, il Signore chiama spesso Dio nostro Padre; e anzi, ci ha ordinato di non chiamare nessuno sulla terra col nome di Padre; di riservare questo nome al Padre celeste (Mt 23,9). Pregando così, noi dunque obbediamo alla sua volontà. Beati coloro che riconoscono il Padre!

Dio rimprovera Israele, lo Spirito chiama a testimoni il cielo e la terra, dicendo: «Ho allevato e fatto crescere figli, ma essi si sono ribellati contro di me» (Is 1,2). Chiamarlo Padre, è riconoscerlo come Dio. Questo titolo è una testimonianza di pietà e potenza. Nel Padre, invochiamo anche il Figlio. Egli infatti dice: «Io e il Padre siamo una cosa sola» (Gv 10,30). Non dimentichiamo nemmeno la Chiesa, nostra madre. Nominare il Padre e il Figlio vuoi dire proclamare la Madre, senza la quale non c'è né Figlio né Padre. Così, con una sola parola, lo adoriamo con i suoi, obbediamo al suo precetto e sconfessiamo coloro che hanno dimenticato il loro Padre.

L'espressione Dio Padre non era mai stata rivelata a nessuno. Quando lo stesso Mosè chiese a Dio chi fosse, sentì un altro nome. A noi questo nome è stato rivelato nel Figlio. Perché questo nome implica il nuovo nome di Padre. «Io sono venuto nel nome del Padre mio» (Gv 5,43). E altrove: «Padre, glorifica il tuo nome»; e ancora più esplicitamente: «Ho manifestato il tuo nome agli uomini» (Gv 17,6). Noi dunque gli chiediamo:

Sia santificato il tuo nome

3. E glielo chiediamo non certo perché si confaccia all'uomo fare auguri a Dio, come se si potesse augurargli qualcosa, o se egli potesse esserne privo senza i nostri auguri. Ma dobbiamo benedire Dio in ogni tempo e in ogni luogo quale segno di riconoscenza che ogni uomo gli deve per i suoi benefici. La benedizione assolve questa funzione. D'altronde, come potrebbe il nome di Dio non essere sempre santo e santificato in se stesso, dal momento che santifica gli altri? E le schiere angeliche che lo attorniano non smettono di dire: «Santo, Santo, Santo» (Is 6,3). E noi, che aspiriamo a condividere la beatitudine degli angeli, ci associamo fin d'ora alle loro voci, ripetendo l'omaggio della nostra futura dignità. Questo per quanto riguarda la gloria di Dio.

Quanto alla preghiera che formuliamo per noi, quando diciamo: «Sia santificato il tuo nome», chiediamo che sia santificato in noi, che siamo in lui, ma anche negli altri, che ancora attendono la grazia di Dio, per conformarci al precetto che ci obbliga a pregare per tutti, anche per i nostri nemici. Ecco perché non dire espressamente: II tuo nome sia santificato in noi, significa chiedere che lo sia in tutti gli uomini.

Sia fatta la tua volontà, come in cielo così in terra

4. In questo modo, non auguriamo a Dio di avere successo nella realizzazione dei suoi disegni, come se un qualche ostacolo potesse impedire alla sua volontà di compiersi, ma chiediamo che la sua volontà sia fatta in tutti gli uomini. Se vogliamo dare una interpretazione allegorica facendo riferimento alle immagini di carne e spirito, allora il cielo e la terra siamo noi. Ma, anche nel suo senso più ovvio, la natura della domanda resta la stessa, ossia che la volontà di Dio si compia in noi sulla terra, affinché possa compiersi in noi nel cielo. Orbene, qual è la volontà di Dio, se non che seguiamo i suoi insegnamenti? Noi dunque lo supplichiamo di comunicarci la sostanza e l'energia della sua volontà, per essere salvati sulla terra e nei cieli, perché la sua volontà essenziale è di salvare i figli che ha adottato. Questa volontà di Dio il Signore l'ha realizzata attraverso la parola, l'azione e la sofferenza. In questo senso, ha detto che faceva non la sua volontà, ma quella di suo Padre.

Non c'è dubbio che egli faceva la volontà del Padre suo; questo è l'esempio che ci da anche oggi: pregare, lavorare, soffrire fino alla morte. Per realizzarlo, abbiamo bisogno della volontà di Dio. Dicendo: Sia fatta la tua volontà, ci rallegriamo dal momento che la volontà di Dio non è mai un male per noi, anche se ci tratta con rigore a causa dei nostri peccati.

Anzi, con queste parole ci incoraggiamo a sopportare la sofferenza. Il Signore, per mostrarci, nell'angoscia della sua Passione, che la debolezza della nostra carne si trovava nella sua, gli dice anche: «Padre, allontana questo calice». Poi precisa: «Tuttavia, non sia fatta la mia, ma la tua volontà» (Le 22,42). Egli stesso era la volontà e la potenza del Padre; ma per insegnarci a pagare il debito della sofferenza, si rimette completamente alla volontà del Padre.

Venga il tuo regno

5. Questa domanda si riferisce alla precedente: Sia fatta la tua volontà, ossia: il tuo regno si compia in noi. E quando mai Dio non regna, se «nelle mani del Signore sono i cuori dei re» (Pr 21,1)? Ma tutto quello che auguriamo a noi stessi, lo riferiamo a lui, lo santifichiamo in lui, perché è da lui che lo attendiamo. Se l'avvento del regno di Dio è conforme alla sua volontà ed esige la nostra attesa, come mai alcuni chiedono con lacrime una dilazione per il mondo, dal momento che il regno di Dio, di cui domandiamo la venuta, tende a mettere fine a questo mondo? Noi chiediamo di regnare più prontamente per sfuggire più in fretta alla schiavitù.

Quand'anche questa preghiera non avesse stabilito per noi il dovere di chiedere l'avvento di questo regno, l'avremmo spontaneamente chiesto a gran voce, affrettandoci ad andare ad abbracciare le nostre speranze (Eb 4,11). Le anime dei martiri, sotto l'altare, invocano il Signore con grandi grida: «Fino a quando, Sovrano, non vendicherai il nostro sangue sopra gli abitanti della terra?» (Ap 6,10). Essi debbono, infatti, ottenere giustizia alla fine dei tempi. Signore, affretta dunque la venuta del tuo regno! È l'augurio dei cristiani, la confusione degli infedeli, il trionfo degli angeli; è per esso che soffriamo, o piuttosto è esso che invochiamo.

Dacci il nostro pane quotidiano

6. Con quale arte la sapienza divina ha disposto tutte le parti di questa preghiera! Dopo le cose del cielo, ossia dopo il nome di Dio, la volontà di Dio, il regno di Dio, vengono le necessità della terra, alle quali egli ha voluto riservare un posto. Il Signore no aveva forse detto: «Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta» (Mt 6,33)?

Tuttavia, è probabilmente opportuno dare un senso spirituale a queste parole: «Dacci oggi il nostro pane quotidiano». Perché Cristo è il nostro pane, perché è la nostra vita e la nostra vita è il pane. «Io sono il pane della vita», ha detto (Gv 6,35). E un po' prima. Il pane è il Verbo del Dio vivente disceso dal cielo. D'altronde, poiché ha detto: «Questo è il mio corpo» (Lc 22,19), noi crediamo che nel pane ci sia il suo corpo.

Dunque, chiedendo il nostro pane quotidiano, chiediamo di vivere continuamente nel Cristo, di identificarci col suo corpo. Ma l'interpretazione letterale, d'altronde in accordo con la fede e la dottrina, resta perfettamente valida. Essa ci ordina di chiedere pane, la sola cosa necessaria ai fedeli: «Di tutto il resto si preoccupano i pagani» (Mt 6,3)!

È d'altronde ciò che il Signore ci inculca con esempi e che evoca nelle sue parabole, quando dice: «Un padre prende forse il pane dei figli per gettarlo ai cani?» (Mt 15,26). E anche: «Se il figlio chiede del pane, chi gli darà una pietra?» (Mt 7,99. In tal modo, egli mostra quello che i figli hanno il diritto di attendersi dal loro padre. È anche ciò che chiede quell'uomo che viene, di notte, a bussare alla porta. A buon diritto, egli aggiunge. «Dacci oggi»; prima aveva detto: «Non affannatevi per il domani, chiedendovi che cosa mangerete» (Mt 6,31). Ed è ancora per insegnare questa verità che il Signore espone la parabola di quell'uomo che ammassa nei suoi granai un abbondante raccolto per trascorrere lunghi anni in tranquillità e quella notte stessa muore (Lc 12,16).

Rimetti a noi i nostri debiti

7. Dopo aver invocato la liberalità di Dio, era naturale implorare la sua clemenza. A cosa ci serviranno gli alimenti, se non fanno altro che ingrassarci come tori destinati ai sacrifici? Il Signore sapeva di essere il solo senza peccato. Per questo, ci insegna a dire: Rimetti a noi i nostri debiti. La confessione è una domanda di perdono, perché sollecitare il perdono è un confessare il proprio peccato. Questo ci dimostra che la penitenza è gradita al Signore, poiché egli la preferisce alla morte del peccatore.

La parola debito nella Scrittura è un'immagine del peccato: peccando, contraiamo il debito del giudizio, che dovremo pagare fino all'ultimo centesimo, a meno che non ci sia rimesso, come quello che il padrone rimette al suo servo (Mt 18,27).

Questo è il significato della parabola. Infatti, il servo che ha beneficiato della clemenza del suo padrone, persegue duramente il proprio debitore; ma il padrone lo fa comparire davanti a lui, per consegnarlo all'aguzzino sino a quando abbia scontato fino all'ultimo centesimo. Il suo esempio ci mostra che dobbiamo rimettere i loro debiti ai nostri debitori. Altrove, il Signore aveva già detto, in forma di preghiera:

«Perdonate e vi sarà perdonato» (Le 6,37). E quando Pietro gli chiede se deve perdonare suo fratello fino a sette volte. Gesù gli risponde. «Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette» (Mt 18,22), per completare la Legge dove, nel libro della Genesi, è detto: «Sette volte sarà vendicato Caino, ma Lamech settantasette» (Gen 4,24).

E non indurci in tentazione

8. Per completare questa preghiera così concisa, preghiamo Dio di rimettere non soltanto i nostri debiti, ma di allontanare completamente da noi il peccato: E non indurci in tentazione, cioè non permettere che siamo sedotti dal tentatore. Ma il cielo ci preservi dal credere che Dio possa tentarci, come se ignorasse la fede di ciascuno di noi o si adoperasse per farci cadere. Impotenza e malizia appartengono al demonio. Quando, un tempo, il Signore ordinò ad Abramo di sacrificargli suo figlio, lo fece più per manifestare la sua fede che per tentarla, affinché il patriarca divenisse per noi una illustrazione viva del precetto che avrebbe insegnato più tardi, ossia che dobbiamo preferire Dio a tutto ciò che abbiamo di più caro.

Gesù Cristo stesso si lasciò tentare da Satana per farci scoprire, in quest'ultimo, l'origine e l'artefice della tentazione. Egli conferma questa verità quando poi dice: «Pregate per non entrare in tentazione» (Le 22,46). E questo è tanto vero che furono tentati, abbandonando il Signore, per aver preferito darsi al sonno piuttosto che alla preghiera. L’ultima domanda ci spiega d’altronde il significato di non indurci in tentazione, ossia: Ma liberaci dal male.

lunedì 11 luglio 2011

Istruzione sulla preghiera (Tertulliano)

Il noto patrologo bolognese, Lorenzo Perrone, ha pubblicato uno studio dal titolo La preghiera secondo Origene. L’impossibilità donata. [Morcelliana, Brescia 2011]. Il nono capitolo del libro [La costruzione di un modello] allarga il discorso ed espone la dottrina di altri Padri sulla preghiera [da Tertulliano ad Agostino]. Riassumo il contenuto della trattazione per quanto riguarda l’insegnamento di Tertulliano sulla preghiera.

Perrone privilegia, naturalmente, il trattato De oratione, sia pure dopo aver dato qualche ragguaglio sul messaggio presente nell’Apologetico, un’opera di poco anteriore. «Il De oratione, è un trattato con intenti catechetici e pastorali che illustra la preghiera alla luce del Padrenostro, rivolgendosi ad un pubblico composto verosimilmente sia dai neofiti sia dall'insieme dei fedeli. Forse anche in considerazione di ciò si spiega l'assenza di riferimenti al dibattito filosofico sulla preghiera o al suo possibile esito «mistico» a differenza di Clemente e Origene». Nel suo trattato, Tertulliano commenta il Padrenostro ma non si limita a questo, preferendo passare ad un discorso più generale sulla preghiera. Egli anticipa così altri Padri, come Cipriano ed Origene. Ha il merito di offrire la prima esposizione organica sul tema.


L’orazione cristiana presenta un carattere trinitario. Grazie ad essa, anche noi siamo inseriti nel dialogo che avviene all’interno di Dio stesso: essa è rivolta al Padre, sotto la guida del Figlio e con il sostegno dello Spirito. Per questo presenta anche un risvolto comunitario. Tertulliano anticipa ciò che sarà sviluppato in modo più esplicito da Cipriano di Cartagine: colui che recita il Padre nostro si relaziona ugualmente alla chiesa Mater. La recita del Padrenostro esige, quindi, la disponibilità a vivere in fratellanza. Il rilievo comunitario dell’oratio dominical'induce pertanto a giudicare severamente il fatto che taluni fedeli, a conclusione di essa, si sottraggano al bacio di pace nei giorni di digiuno.

Si è poi affermata un'altra abitudine [riprovevole]. Coloro che digiunano si astengono, quando hanno pregato in comune, dal dare ai loro fratelli il bacio della pace, che è il sigillo della preghiera. C'è forse un momento più opportuno per dare la pace ai nostri fratelli di quello in cui il nostro comportamento rende più efficace la nostra preghiera, per condividere con loro la nostra azione e vivere con essi in pace e in buon accordo? La preghiera non è completa se non si conclude con il bacio della pace. Può la pace disturbare chi rende omaggio a Dio? Che significato ha un'offerta da cui ci si ritira senza la pace? (De oratione 18)

Un altro aspetto rilevato da Perrone è l’insistenza con cui Tertulliano proclama la novità della preghiera cristiana rispetto a quella ebraica, al punto che essa può sostituire interamente l’antico sacrificio: «la vecchia economia dell'Antico Testamento, che arriva ad includere anche la prassi di preghiera del Battista e dei suoi discepoli, è superata dalla venuta di Cristo. Pertanto la preghiera cristiana è chiamata a fungere da sostituto del sacrificio, essendo essa la vera «vittima spirituale», in conformità con le indicazioni espresse da Gesù nel dialogo con la Samaritana (Gv 4, 23-24)». Il tema era già conosciuto sia dalla Bibbia come da altri autori cristiani, ma egli lo radicalizza. Bisogna cambiare anche i contenuti stessi dell’orazione. Invece di rivolgere a Dio domande per «cose carnali» (carnalia), i cristiani pregano per «cose spirituali» (spiritalia) e sono mossi a pregare così da un atteggiamento di amore che s'indirizza verso tutti gli uomini.

Perrone osserva come, pur evidenziando la discontinuità con il culto antico, Tertulliano cerchi nel contempo d'assicurare la continuità del Padre nostro non solo con il messaggio di Gesù - per cui «la preghiera del Signore, secondo una formulazione giustamente celebre, viene ad essere un «compendio dell'intero vangelo» (breviarium totius evangelii) - ma anche con la rivelazione biblica nel suo insieme». Il Padre nostro rappresenta la sintesi di tutta quanta la Scrittura.

La preghiera deve essere appresa ma il suo vero maestro non può essere altri che Dio stesso. «È per questa ragione che Gesù, con il Padrenostro, ha trasmesso ai suoi discepoli un modello(forma) da seguire. Attenendosi a tale «disciplina di preghiera» («ordinata religio orationis») l'orazione, animata dallo Spirito di Dio, sale al cielo affidando al Padre quanto ci ha insegnato il suo Figlio».

A partire da questi dati teologici, l’antico autore africano presenta le modalità ed i contenuti propri dell'orazione cristiana. Il cristiano prega nel segreto e in modo breve, senza moltiplicare vane parole.

Il precetto di adorare nel segreto implica allora una disposizione di fede nei riguardi della presenza di Dio e l'astensione da qualunque ostentazione da parte dell'orante, che si rivolge in esclusiva a Dio come colui a cui egli offre la sua preghiera. Inoltre la raccomandazione della brevità nel pregare è associata per Tertulliano all'idea che Dio non fa mai mancare la sua assistenza provvidenziale, secondo l'insegnamento trasmesso da Mt 6,8.

La preghiera è soprattutto richiesta «domanda» (petitio),ma sono ben presenti altri aspetti. In realtà nel Padrenostrola glorificazione di Dio, richiamata nella prima parte, è coordinata con la considerazione delle necessità degli uomini, espresse nella seconda parte.

«Nella sua sapiente articolazione la Preghiera del Signore da la precedenza ai «beni celesti» (caelestia), che sono oggetto delle prime tre petizioni, e solo in secondo luogo fa spazio alle «necessità terrene». Tale schema, diversamente da Origene, guida l'interpretazione della quarta petizione sotto un duplice profilo, per cui il «pane» da richiedere è sì anzitutto Cristo, ma esso può pure significare il pane corporeo, implicando però una richiesta dello stretto necessario e la rinuncia al superfluo, con un risvolto polemico verso i pagani. In ogni modo, secondo Tertulliano, Cristo da spazio nel suo insegnamento sulla preghiera alla manifestazione dei bisogni umani a seconda delle diverse circostanze, purché l'orazione sia sempre edificata sul fondamento del Padrenostro come suo presupposto e paradigma normativo».

A parere dell’antico Padre, il Padrenostro include una preghiera d'intercessione, di carattere universale. Soprattutto la prima petizione rappresenta un’invocazione a Dio perché la sua santificazione si attui da parte di tutti gli uomini, inclusi i nemici, e non esclusivamente nei fedeli.

La preghiera non può essere avulsa dallo stile di comportamento. L'invito a pregare, con la prospettiva di ricevere, secondo la promessa di Gesù nel vangelo (Gv 16, 24; Mt 7, 7-8; Lc 11,9-10), implica per l'orante che egli formuli le sue richieste tenendo presenti anche i comandamenti di Dio. È fondamentale l'atteggiamento spirituale con cui si invoca. Ad esempio, deporre l'ira e di pregare con animo riconciliato è ricondotta anzitutto all'insegnamento evangelico (Mt 5, 23-24), visto come il primo requisito per poter accedere alla preghiera.

La fedeltà ai comandamenti apra alla preghiera la via del cielo. E in primo luogo: non presentiamoci all’altare di Dio prima di esserci sbarazzati di ogni forma di odio e offesa nei confronti dei nostri fratelli. Come accedere alla pace di Dio senza la pace? Come chiedere che ci vengano rimessi i nostri debiti, se non rimettiamo quelli degli altri? Come placare il Padre, se ci siamo irritati contro un fratello, poiché ogni collera ci è proibita fin dal principio?

Quando Giuseppe rimandò a casa i suoi fratelli perché gli conducessero suo padre, raccomandò loro di «non litigare durante il cammino» (Gen 45,24). Questo avvertimento era rivolto a noi - la nostra dottrina, infatti, prende spesso il nome di cammino - nel timore che, sulla strada della preghiera, ci avvicinassimo al Padre con la collera nel cuore. Il Signore, poi, ampliò il senso della legge, aggiungendo al divieto dell'omicidio quello della collera. Egli non permette di placarla nemmeno con una semplice parola. Se poi è proprio necessario andare in collera, non lo si deve fare, come consi­glia l'apostolo, oltre il tramonto del sole (Ef4,26). Non è forse temerario passare un'intera giornata senza pregare, mentre rifiuti di dare soddisfazione a un fratello o perdere il beneficio della preghiera per aver perseverato nell'odio? (De oratione 11)

«Tertulliano appare preoccupato di disegnare l'immagine di un orante che si conforma nel suo animo allo spirito verso cui s'indirizza nella preghiera. Per questa via l'orante assicura una congenialità, cioè un'affinità spirituale che solo può consentirgli di entrare in dialogo con Dio. Accennando nuovamente all'aspetto pneuma-tologico, sia pure in termini che non risultano troppo definiti, Tertulliano torna dunque a profilare la preghiera del cristiano come orazione spirituale».

Perrone richiama la rilevanza della testimonianza di Tertulliano per quanto riguarda la struttura di orazione comunitaria, ecclesiale, che proseguirà nella Chiesa fino alla costituzione dell’attuale liturgia delle ore.

«Quanto ai tempi di preghiera, Tertulliano si premura di rammentare preliminarmente la base scritturistica anche per le tre ore «canoniche» (terza, sesta e nona): pur senza renderle vincolanti, incoraggia la loro adozione come «regola» ternaria, nel segno di una spiritualità «eucaristica» indirizzata alla Trinità. Egli non riflette apparentemente su come si debba attuare l’oratio contìnua in risposta al mandato di ITs 5, 17, ma le sue ulteriori indicazioni sfociano in pratica nel disegnare un orizzonte di preghiera per la vita quotidiana del cristiano. Questi è chiamato a iniziare e concludere le sue giornate con l'orazione, rispettando i due momenti, alba e tramonto, che Tertulliano considera di rito. Ma al tempo stesso il fedele accompagna con la preghiera le sue attività giorno per giorno, rispettando in tal modo il primato delle realtà spirituali sulle cose terrene. Dovrà dunque pregare prima dei pasti e prima di fare il bagno, nell'accogliere in casa sua l'ospite e soprattutto lo straniero, e rispondere a sua volta con la preghiera a chi lo accoglierà in questa stessa maniera. Nell'individuare gli spazi quotidiani per l'orazione Tertulliano ne evidenzia l'aspetto strutturale e insieme dinamico, che si rende ancor più manifesto nella condotta di coloro che «con maggior diligenza» aggiungono alle loro preghiere «Alleluia» e salmi. Tutto ciò non fa che arricchire l'espressione della preghiera rendendola un «sacrifìcio pingue» offerto a Dio. Né Tertulliano dimentica la componente agonica della preghiera: il fedele deve sempre munirsi di essa come un'arma in risposta all'insidia costante del nemico».

Circa il tempo della preghiera, non saranno inutili alcune osservazioni. Voglio in primo luogo parlare delle ore che comunemente dividono la giornata in quattro: terza, sesta, nona. Le troviamo spesso nella Scrittura. Lo Spirito Santo discese per la prima volta sui discepoli radunati all'ora terza. Pietro, il giorno in cui ha la visione della grande tovaglia che scende dal cielo con una variegata comunità di animali, era salito sul tetto all'ora sesta per pregare. Lo stesso Pietro, con Giovanni, all'ora nona, era salito al tempio dove restituì la salute a un paralitico. Tutto questo è stato fatto senza alcun carattere normativo. Noi possiamo, tuttavia, scorgervi un'indicazione sul tempo della preghiera, nel quale dob­biamo sentirci obbligati a distoglierci dagli affari profani.

Vediamo Daniele agire in questa maniera, secondo l'uso di Israele; noi dobbiamo, allo stesso modo, adorare Dio almeno tre volte al giorno, lo dobbiamo al Padre, al Figlio e allo Spirito Santo. A parte, naturalmente, le preghiere ufficiali che dobbiamo - inutile ricordarlo - recitare all'inizio della giornata e al calare della notte. È ugualmente opportuno che i fedeli non mangino né facciano il bagno senza aver prima pregato: dare sollievo e nutrimento allo spirito viene prima del sollevare e nutrire il corpo, i beni celesti prima di quelli terreni. (De oratione 25)

Trai gesti che accompagnano il culto, è interessante scoprire il significato che Tertulliano attribuisce a quello d’elevare le mani:

«Quanto al gesto di levare le mani verso l'alto, presente nel testo paolino, Tertulliano, riformulando qui la spiegazione dell'Apologetico, l'interpreta non tanto come la proiezione esteriore di uno stato d'animo volto ad un'elevazione spirituale, bensì come imitatio crucis: il fedele è chiamato infatti non solo ad innalzare le mani ma anche a spiegarle seguendo l'esempio del Cristo crocifìsso. Inoltre, questo gesto deve essere compiuto con l'umiltà che contraddistingue la preghiera del pubblicano, atteggiando il volto a sentimenti di ritegno e modestia, ed evitando nel contempo di affidare la preghiera alla forza della voce, dal momento che Dio sta in ascolto del cuore».

La testimonianza proposta dal De oratione è assai rilevante: «In nessun altro trattato eucologico dei primi secoli incontriamo una ricchezza di esperienze paragonabile agli spunti che Tertulliano ci offre sulle usanze del suo tempo, a completamento delle indicazioni offerte nell'Apologetico».

Egli si fonda sull’autorità della Bibbia, trasmessa dagli uomini dello Spirito: «Si noterà in primo luogo la normadell’auctoritas scritturistica, che permea in profondità tutto il suo discorso… la misura per giudicare i singoli comportamenti dell'orante è ricavata per Tertulliano dall'insegnamento del Signore e degli apostoli, con esplicita riserva verso scritti quali il Pastore di Erma che non rivestono un identico statuto canonico».

Questa è appunto l'offerta spirituale che mette fine ai sacrifìci di un tempo. «Che m'importa dei vostri sacrifìci senza numero? Sono sazio degli olocausti di montoni e del grasso di giovenchi; il sangue di tori e di agnelli e di capri io non lo gradisco. Chi vi ha chiesto queste vittime?» (Gs 1,11). Il vangelo ci insegna cosa chiede Dio. È scritto: «Ma è giunto il momento, ed è questo, in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità. Dio, infatti, è spirito» (Gc 4,23). Questi sono gli adoratori che egli esige.Noi siamo i veri adoratori e i veri sacerdoti quando preghiamo in spirito e gli offriamo la nostra preghiera come ostia appropriata e gradita, quella che egli ha chiesto e si è riservata. Noi la portiamo all'altare di Dio, offerta con tutto il cuore, nutrita di fede, purificata dalla verità, integra con la sua sincerità, pura e casta, coronata di carità, con un corteo di buone opere, tra salmi e inni. essa ci otterrà da Dio tutto quello che possiamo domandare. (De oratione 28)

Cosa può, infatti, rifiutare a una preghiera fatta «in spirito e verità» un Dio che la esige? Leggiamo, ascoltiamo, vediamo le prove della sua efficacia. Un tempo la preghiera liberava dalle fiamme, dalle fiere, dalla fame, eppure non aveva ricevuto la sua forma dal Cristo. Quanto più efficace è la preghiera cristiana! Essa non pone tra le fiamme un angelo per spargere rugiada; non chiude le fauci ai leoni e non da agli affamati il pasto di un contadino; non allontana mai, con un'azione di grazia, il senso della sofferenza; essa lascia soffrire, sentire, patire, istruisce mediante il dolore, aumenta la grazia in proporzione al coraggio, cosicché la fede sa ciò che ottiene da Dio, comprendendo ciò che soffre per Dio.

La preghiera di un tempo infliggeva dei mali, faceva a pezzi gli eserciti nemici, impediva i benefìci delle piogge. Oggi, la azione consiste nel ritrarre le anime dei morti dal cammino della morte, di guarire gli infermi, di restituire la salute ai malati, di cacciare il demone dai posseduti, di aprire le porte delle prigioni, di sciogliere i legami degli innocenti.

Essa, inoltre, cancella le colpe, respinge le tentazioni, spegne il fuoco delle persecuzioni, consola gli afflitti, affascina i cuori generosi; guida i viandanti, placa le onde, spaventa i briganti, nutre i poveri, piega i ricchi, risolleva i caduti, arresta nella loro caduta quelli che cadono, fortifica coloro che stanno in piedi.

La preghiera è il baluardo della fede, la nostra armatura offensiva e difensiva contro il nemico che ovunque ci tende agguati. Non avanziamo mai senza armi. Di giorno, facciamo il nostro turno di guardia, di notte la veglia d'armi. E sotto le armi, custodiamo lo stendardo del nostro capo e attendiamo nella preghiera la tromba dell'angelo.

Ugualmente, tutti gli angeli pregano, tutte le creature pregano, gli animali domestici come le bestie selvatiche pregano, piegano le ginocchia uscendo dalle loro stalle o dalle loro tane, levano gli sguardi e un capo attento verso il cielo e a modo loro vi inviano i loro sospiri. Anche gli uccelli, al mattino, spiccano il volo e salgono verso il cielo, stendono le loro ali a forma di croce, come si tendono le braccia, e dicono qualcosa che sembra una preghiera.

Ma perché parlare ulteriormente della pratica della preghiera? Lo stesso Signore nostro ha pregato, a lui onore e potenza nei secoli dei secoli. (De oratione 29)

venerdì 8 luglio 2011

La Penitenza nel pensiero dei Padri


«Teniamo lo sguardo fisso sul sangue di Cristo e comprendiamo quanto è prezioso per suo padre, dal momento che è stato versato per la nostra salvezza e ha portato a tutto il mondo la grazia del pentimento. Ripercorriamo tutte le generazioni e apprendiamo che Dio di generazione in generazione ha dato spazio per il pentimento a quanti desideravano tornare a lui. Volendo dunque che tutti quelli che ama partecipino al pentimento li ha fortificati con la sua volontà onnipotente. Perciò obbediamo al suo magnifico e glorioso volere, e supplicando la sua misericordia e la sua bontà, prosterniamoci e ritorniamo alla sua compassione...».

È un passo della lettera ai Corinzi di Clemente Romano (70-130). Questi annuncia che nella morte di Gesù (anzi grazie al sangue sparso da Gesù) Dio realizza un progetto coltivato da sempre e realizzato in diverse circostanze in modo parziale. Ora, invece, esso si compie in modo perfetto: il sangue di Cristo ha portato a tutto il mondo la grazia della conversione. Ci troviamo di fronte alla misericordia, alla bontà e alla compassione di Dio.

In sintonia con la lettera agli Ebrei e ai Romani la conversione cristiana comincia da Cristo, dai suoi meriti (volendo usare questo termine giuridico). Clemente mette in risalto l'impegno drammatico di Cristo, compendiato nell'immagine del sangue, prezioso davanti a Dio. Gesù si è reso affidabile davanti a Dio, perché è stato fedele a Lui, anche a costo di gravi sofferenze. La conversione sgorga quindi dall'opera di Dio, da ciò che Lui ha pagato perché l'uomo finalmente fosse diverso davanti ai suoi occhi. La penitenza cristiana deriva da questa base sacramentale ossia dalla propiziazione donata da Dio, dal sacrificio al quale Lui si è sobbarcato per modificare l'atteggiamento e il comportamento dell'uomo.

Da questo lato i Padri riecheggiano quanto era stato annunciato dalla Scrittura: la giustificazione per grazia. Il messaggio di Paolo della giustificazione per grazia non è affatto trascurato:

«Dio è giusto e come tale non poteva giustificare gli ingiusti: volle perciò che ci fosse l'intervento di un propiziatore affinché venissero giustificati per la fede in lui quanti non potevano essere giustificati per le proprie opere. Cristo è propiziatorio, sacerdote e offerta presentata a favore del popolo; non solo dei credenti ma anche di tutto il mondo». (Origene, Commento alla lettera ai Romani)

«Penso che sia sufficiente, come esempio, quel ladrone che crocifisso con Cristo gli gridò dalla croce: Signore Gesù ricordati di me quando sarai giunto nel tuo regno. Nel vangelo non viene raccontata una qualche altra buona azione ma per questa sola fede gli dice Gesù: In verità ti dico oggi sarai con me in paradiso. Anche in molti passi del vangelo leggiamo che il salvatore ha usato questa espressione per affermare che la fede di chi credeva era la causa della sua salvezza. Da tutto ciò appare chiaro come l'apostolo abbia ragione nel ritenere che l'uomo sia giustificato mediante la fede senza le opere della legge» (Origene 165).

Questo per quanto attiene l’annuncio basilare.

Affiora poi nei loro interventi la stessa preoccupazione che troviamo già in Paolo. La giustificazione per grazia (un perdono ottenuto così a buon mercato, in modo estremamente facile) non diventa un incentivo per continuare a peccare? Dove và a finire l'impegno della conversione?

«Forse qualcuno, però, ascoltando ciò potrebbe lasciarsi andare e impigrirsi nel compiere il bene, sapendo che la sola fede è sufficiente per la giustificazione. A costui diremo che se uno dopo essere stato giustificato si comporta in modo ingiusto senza dubbio ha disprezzato la grazia della giustificazione. Non è per questo che uno riceve il perdono dei peccati per ritenere che gli sia stata data licenza di peccare di nuovo» (Origene, Commento alla lettera ai Romani 165)

Spiega Origene: quando l'uomo riceve in sé l'atto di fede che lo giustifica senza alcuna opera, riceve con questa fede la radice del comportamento retto che si svilupperà da quel momento in avanti. Con la grazia della giustificazione non si riceve la licenza di peccare ma l'avvio sacramentale di un'esistenza nuova caratterizzata dalle opere buone che «Dio ha predisposto» perchè noi le realizzassimo.

«All’uomo la fede viene ascritta a giustizia, anche se non ha ancora compiuto opere di giustizia, ma per il solo motivo che ha creduto in Colui che giustifica l’empio. Il primo passo per essere giustificati da Dio è la fede in chi ci giustifica. Tale fede, però, sta attaccata nel terreno dell’anima e come una radice, dopo aver ricevuto la pioggia, quando avrà cominciato ad essere coltivata mediante la legge di Dio, lascerà spuntare un albero che porta frutti di opere. Quindi non dalle opere cresce la radice della giustizia ma da questa il frutto delle opere, ossia da quella radice di giustizia per la quale Dio ascrive la giustizia prescindendo dalle opere» (Origene, Commento alla lettera ai Romani, IV, I, p.181).

2. Vincolata alla giustificazione per grazia e alla conversione, la Pen. è strettamente legata al Battesimo. Pen e battesimo sono strettamente legati tra loro: la Pen o prepara al battesimo o cerca di recuperane la grazia. Nel pensiero dei Padri sono presenti, a questo riguardo, delle tensioni di carattere pastorale:

a. Sebbene la grazia sia donata facilmente (a prescindere del tutto dai meriti) e il perdono sia accordato con grande disponibilità, l'impegno per liberarci dal peccato, per annientarlo dall'esistenza è assai gravoso. Nel Trattato De paenitentia, Tertulliano evoca il peccato originale. Il richiamo a questo aspetto favorisce la convinzione che la liberazione dal peccato rappresenti un tirocinio impegnativo. Così Carpin sintetizza il pensiero di Tertulliano su questo punto (Introduzione pag 31):

Adamo ha perduto il paradiso non solo per sé, ma anche per la sua discendenza; è incorso nella morte trascinandosi dietro tutta l'umanità; inoltre ha immesso nella natura umana un vizio di male che l'ha corrotta, una propensione al male che induce l'uomo ai peccati personali. Ogni uomo, fin dalla propria origine, porta in sé un difetto naturale poiché la natura ereditata da Adamo è stata corrotta. Ma poiché la privazione della grazia è l’aspetto formale del peccato - e il peccato di Adamo ci ha privati anzitutto della grazia (che è la nostra partecipazione alla vita divina) -, si può affermare che ogni uomo nasce peccatore: non perché abbia personalmente peccato, ma perché possiede la natura umana priva della grazia divina. Pertanto, come è nostra la natura umana che riceviamo per generazione, così diventa nostro il peccato che inerisce alla natura umana corrotta da Adamo. Il perdono dei peccati, tramite il battesimo e la penitenza, ci ristabilisce in quello stato di grazia che Adamo, peccando, ha perduto per noi e che noi ereditiamo in forza del nostro legame con lui e col suo peccato. In definitiva, la penitenza che precede il battesimo e la riconciliazione dev'essere profonda, poiché la propensione al male rimane in noi anche dopo la reintegrazione nella grazia di Dio. Inoltre siamo soggetti alle continue tentazioni del maligno, che tende a sottometterci alla schiavitù del peccato da cui ci libera la grazia di Cristo.

Il catecumenato non è soltanto un tempo di istruzione ma un tirocinio che prepara e anticipa l'impegno proprio del cristiano. É accompagnato allora da forme penitenziali (fra le quali prevale il digiuno) ma anche da esorcismi, da preghiere prolungate ed intense, di carattere comunitario. Parlando al di fuori di un linguaggio teologico, non si tratta di convincere Dio ad essere misericordioso ma di essere capaci di accogliere e di saper rivivere il suo dono. I Padri non fanno sconti. Non attenuano per nulla il peso del giogo del Signore. Assicurano soltanto che, una volta assunto, con il tempo non solo sembrerà più leggero ma renderà molto più robusto chi lo porta. Tendenzialmente, pur desiderando la massima espansione del Vangelo a tutti, non vogliono accaparrare tutti. Non è raro trovare chi consigli di rimandare il battesimo, qualora si verifichi che il candidato non sia pronto, ossia non sia in grado di vivere gli impegni che dovrebbe assumersi. Ad esempio Agostino, da vescovo, rifletterà in modo critico sul comportamento della madre Monica. Da ragazzo Agostino, in seguito ad una malattia grave che avrebbe potuto portarlo alla morte, chiese il battesimo. Monica, invece, non appena lo vide riprendersi, rinviò il battesimo in data da destinarsi. Non voleva che il figlio fosse battezzato prima di aver superato le crisi e i bollori della giovinezza che, facilmente, lo avrebbero privato ancora della grazia. In modo paradossale, Agostino è privato del battesimo proprio a motivo della stima che Monica aveva verso quel sacramento (Confessioni I, 11.17). Ho detto Agostino critica un tale atteggiamento ma era assai diffuso all’epoca.

b. La Chiesa antica manifesta una concezione alta del battesimo. Esso rede gli uomini creature celesti. Nella settimana di Pasqua, nell'Africa, i neobatezzati (ma anche molti fedeli) cercavano, con un impegno scrupoloso non lontano da supestizione, di non entrare a contatto diretto con la terra e per questo tutti si obbligavano a calzare dei robusti sandali. Si riteneva che coloro che emergevano dal fonte, avessero poteri di guarigione o di intercessione.

Racconta Agostino nel De civitate Dei (22, 8 [4-6]).

«A Cartagine, Innocenza, donna molto pia, di nobile famiglia, aveva un tumore alla mammella, male, come dicono i medici, non curabile con medicine. Quindi o si suole recidere e asportare dal corpo la parte in cui si forma, ovvero, affinché l'individuo viva un po' più a lungo, anche se la morte seguirà quantunque più tardi, si deve smettere, secondo l'opinione di Ippocrate, come dicono, qualsiasi cura. Lei aveva ricevuto questo consiglio da un medico esperto in materia e grande amico di casa e s'era raccomandata soltanto a Dio con la preghiera. All'avvicinarsi della Pasqua fu avvertita in sogno che qualsiasi donna battezzata venisse per prima incontro a lei, mentre guardava verso il battistero dalla parte delle donne, le segnasse la parte col segno di Cristo. Lo fece e la guarigione seguì immediatamente. Il medico, il quale le aveva prescritto di non usare alcun trattamento se voleva vivere un po' più a lungo, avendola in seguito visitata e costatando completamente guarita la cliente, che precedentemente con una visita aveva accertato affetta da quel male, le chiese con impeto quale cura avesse usato... È avvenuto anche nella medesima città che un medico, malato di gotta, avendo dato il proprio nome per il battesimo, prima che fosse battezzato, gli fu ingiunto in sogno da fanciulli negri riccioluti, in cui ravvisò i demoni, di non farsi battezzare entro l'anno. Non avendo ubbidito loro, provò un dolore lancinante, quale mai aveva provato, perché gli calpestarono i piedi e a più forte ragione, sconfiggendoli, non differì di purificarsi nel lavacro di rigenerazione, come aveva promesso. Ma nel battesimo fu libero non solo dal dolore da cui, oltre il consueto, era tormentato, ma anche dalla gotta e in seguito, sebbene poi vivesse a lungo, non ebbe più dolore ai piedi. Ma chi lo sapeva? Io tuttavia ne sono a conoscenza e pochissimi fratelli ai quali poté giungere la notizia. Un attore a riposo di Curubi, mentre veniva battezzato, è stato guarito non solo dalla paralisi, ma anche da un'informe ernia scrotale e, libero dall'uno e dall'altro fastidio, come se non avesse avuto alcun male, risalì dal fonte battesimale. Chi conosce il fatto se non Curubi e pochi altri che hanno potuto sentirne parlare? Noi, quando lo abbiamo saputo, dietro ordine del santo vescovo Aurelio l'abbiamo fatto venire a Cartagine».

Questi racconti attestano la stima profonda verso il battesimo. Affiora tuttavia un sentimento contrario. L'esperienza deludente degli effetti pratici del battesimo, hanno indotto molti cristiani a dare importanza capitale allo sforzo ascetico. Qualche gruppo ereticale, come quello dei messaliani, finiva col negare ogni importanza al battesimo. La conversione sarebbe dipesa esclusivamente dalla preghiera continua e dall'impegno penitenziale. Questo atteggiamento non fu condiviso dalla grande Chiesa ma proviamo ascoltare un'esortazione del Pseudo macario, molto vicino all'ambiente messaliano.

«Quelli che non hanno ascoltato la parola di Dio, si gonfiano senza motivo e pensano di poter annientare con la propria volontà gli assalti del peccato che è stato condannato (vinto) soltanto dal mistero della croce. La libera volontà in potere dell'uomo gli consente di resistere al diavolo, ma non lo rende capace di dominare interamente le passioni. Sta scritto: Se il Signore non costruisce la casa e non custodisce la città, invano veglia il custode e si affatica il costruttore. È impossibile infatti camminare sull'aspide se prima, per quanto gli è possibile, l'uomo non ha purificato se stesso e non ha ricevuto la forza dal Signore che ha detto: Ecco, vi ho dato il potere di camminare sopra i serpenti e gli scorpioni e sopra ogni potenza del nemico.

Sforzati dunque di divenire irreprensibile figlio di Dio.... In quale modo potrai essere giudicato degno... se non versando lacrime giorno e notte come il salmista che dice: laverò ogni notte il mio letto, inonderò di lacrime il mio giaciglio? 8. In effetti le lacrime, che nascono realmente da una grande afflizione e da un cuore angosciato, sono per l'anima come un cibo provveduto da quel pane celeste cui ebbe parte innanzitutto Maria, quand'era seduta ai piedi del Signore e piangeva secondo la testimonianza del Salvatore. Quali perle preziose in quell'effusione di lacrime beate, quale pronto e docile ascolto, quale coraggio e quale sapienza! 9. Imita questa donna come un figlio, imita colei che a null'altro volgeva lo sguardo se non al solo che ha detto: Sono venuto a gettare un fuoco sulla terra e vorrei che fosse già acceso. Vi è infatti un fuoco dello Spirito che rianima l'ardore dei cuori; perciò il fuoco immateriale e divino è solito illuminare le anime, provarle come oro puro nella fornace, e consumare la malizia come paglia» (Omelia 25).

Nell'esortazione del Pseudo-Macario appare la profonda convinzione della difficoltà a sradicare il peccato anche dal battezzato. Nelle sue omelie accenna di rado al battesimo. Tutta la speranza è riposta nella forza del calore dello Spirito che penetra dell'uomo grazie alla purificazione (ossia lo sforzo ascetico) e la preghiera continua, accompagnata dalle lacrime. Nel corso della storia della Chiesa diventerà ovvio scrivere trattati di spiritualità senza accennare alla struttura sacramentaria o alla liturgia. Tutta l'attenzione verrà posta sui suggerimenti ascetici e sui mezzi di grazia, tra cui la preghiera.

Come venire in soccorso di coloro che, dopo aver ricevuto il battesimo, ricadevano nel peccato? Mi riferisco a peccati gravi, considerati anche reati sul piano civile. Esiste soltanto la penitenza battesimale? All’inizio si era propensi a pensare così. Si è confusa la possibilità reale del non peccare con l’impeccabilità effettiva.

Proprio la difficoltà pastorale indurrà i Padri a più miti consigli. I cristiani, spaventati circa la possibilità a recuperare la grazia del perdono, si sentiranno indotti a rinviare il battessimo, talora fino al punto di morte. Si fa strada allora la possibilità di una paenitentia saecunda. Non ritorno su questi concetti poichè è materia conosciuta. Contro i rigoristi che continuavano a pensare ad un’unica forma penitenziale, quella del battesimo, nelle chiese viene istituito, al pari dell’ordine dei catecumeni, quello dei penitenti.

Il peccatore si rivolgeva al vescovo per chiedere di essere introdotto in questo gruppo riconosciuto. La cerimonia di ingresso si svolgeva in presenza dell'assemblea e si prevedeva l'imposizione delle mani da parte del vescovo, la consegna del cilicio e dei vestiti penitenziali e si concludeva con la scomunica rituale o espulsione simbolica dei penitenti dalla chiesa, da quel momento privati della comunione [communicatio) e inseriti nel rango dei penitenti.

Aggregati all'ordo paenitentium i penitenti iniziavano l'itinerario penitenziale, prendendo posto alla soglia della chiesa per chiedere ai fedeli che vi transitavano un aiuto.... La durata della penitenza dipendeva dalla gravità della colpa e dalla condotta del penitente e si concludeva con l’atto della riconciliazione».

Gli storici insistono nel calcare il prevalere dell’atteggiamento della misericordia contro le asprezze del rigorismo. È vero che i Padri parlano volentieri della misericordia divina. Ma ecco un altro paradosso. Questo concetto di misericordia dobbiamo contestualizzarlo nel tempo. Ciò che per i Padri era esercizio di misericordia per noi sarebbe rigore gravoso. L’azione penitenziale consisteva nel sottoporsi a digiuni, elemosine, veglie prolungate, preghiere in ginocchio.

La penitenza antica era pubblica (o ecclesiale). Aveva un carattere drammatico, oneroso, laborioso. Era unica (non si poteva ritornare una seconda volta nell’ordo paenitentium) ed eccezionale (legata a peccati gravi). A partire dal sec. IV, l’ingresso del diritto romano nella legislazione ecclesiastica creò i presupposti per una prassi penitenziale regolata dai canoni, più omogea ma anche più rigida.

Osserva il Colli: «Insieme con le strutture fondamentali dell'antica procedura penitenziale vennero codificate anche semplici raccomandazioni, applicate in origine a casi particolari, che vennero ad assumere il carattere di leggi inflessibili: i cosiddetti "interdetti" vigenti anche dopo la riconciliazione. Ne risultò una prassi penitenziale di un rigore e di una severità tali da renderla impraticabile. Stupisce il fatto che pastori come Ambrogio, Agostino, Cesarie di Arles, Gregorio Magno e Isidoro di Siviglia - che pure hanno lottato contro la severità dei novaziani e l'arroganza dei donatisti e hanno dato prova di saggezza pastorale - non abbiamo ritenuto di dover correggere la prassi penitenziale adattandola alle nuove situazioni civili e religiose».

È vero che i Padri, quando rifiutavano un’ulteriore ammissione all’ordine dei penitenti non intendevano esprimere una condanna nei confronti del peccatore escluso. Questi non veniva considerato un dannato ma veniva lasciato alla misericordia di Dio. La Chiesa considerava esaurite le sue risorse non quelle della fedeltà di Dio. Molti, poi, ottenevano la riconciliazione sul letto di morte con il viatico.

Di fatto, però, questa penitenza seconda, con l’andar del tempo, divenne uno smacco pastorale. Come i fedeli rinviavano il battesimo, così i peccatori cercavano di rinviare la penitenza pubblica alla fine della vita. Si ridusse un sacramento dei vecchi. Riporto una bella osservazione di Claudio Collo:

«Una prassi penitenziale di invidiabile ricchezza (alta concezione della chiesa e della sua santità, rilevanza ecclesiale del peccato e della conversione/riconciliazione, ruolo solidale di tutta la comunità cristiana, distribuzione del processo penitenziale nel tempo e nello spazio, visibilizzazione del graduale ritorno del peccatore) venne relegata nei rituali mentre si apriva un preoccupante vuoto penitenziale per i giovani e per gli adulti» (Collo 1120-1121).

L’insegnamento dei Padri diventa più prezioso quando si accolgono i loro suggerimenti circa la penitenza ordinaria.

Il loro punto di partenza è sacramentale. La penitenza dipende dall’annuncio pasquale. Il cristiano possiede la reale possibilità di ottenere il perdono ma anche di annullare il peccato. La vita nuova della risurrezione è qualcosa di reale. La penitenza diventa l’arte della santificazione nel suo versante negativo; dal versante positivo, è l’arte di crescere nella carità mediante l’acquisto delle virtù.

Nonostante questo annuncio positivo, il cristiano sperimenta sempre la sua povertà e si scopre peccatore. Anche quando i peccati gravi sono evitati, il peccato estende e manifesta in noi la sua potenza. L’egoismo è il padrone più duro.

Origene ha stillato per primo un elenco di opere, desunto dalla Sacra Scrittura, con le quali possiamo contrastare e vincere il peccato:

«Forse gli ascoltatori della Chiesa diranno: erano trattati meglio gli antichi che noi; allora l’offerta di sacrifici di vario rito procurava il perdono ai peccatori. Presso di noi c’è un unico perdono dei peccati che viene dato al principio per la grazia del battesimo; dopo di che al peccatore non è concessa alcuna misericordia e alcun perdono. Certo: una disciplina più stretta conviene al cristiano, per il quale Cristo è morto. Per te è stato sgozzato il Figlio di Dio, e ancora ti attira il peccato? Tuttavia - affinché non succeda che queste cose ti abbattano per la disperazione - hai sentito quanti siano nella Legge i sacrifici per i peccati; ascolta ora quante siano le remissioni dei peccati nei Vangeli.

C'è la prima, quando siamo battezzati per la remissione dei peccati. Una seconda remissione avviene nella sofferenza del martirio; la terza è quella che viene data grazie all'elemosina. Dice infatti il Salvatore: Date piuttosto quello che avete, ed ecco che tutto è puro per voi. Una quarta remissione dei peccati avviene quando anche noi rimettiamo i peccati ai nostri fratelli; dice infatti proprio il Signore e Salvatore: Se rimettete di cuore ai vostri fratelli i loro peccati, anche a voi il Padre vostro rimetterà i vostri peccati. Ma se non li rimettete di cuore ai vostri fratelli, neppure a voi li rimetterà il Padre vostro; come anche ci ha insegnato di dire nella preghiera: Rimetti a noi i nostri debiti, come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori.

Una quinta remissione dei peccati è quando si converte un peccatore dalla via in cui errava. Cosi infatti dice la Scrittura divina: Chi fa convenire un peccatore dalla via in cui errava, salva la sua anima dalla morte, e copre una moltitudine di peccati. Una sesta remissione avviene per l’abbondanza della carità, come dice l’apostolo: la carità copre una moltitudine di peccati (1 Pt 4,8). C’è anche una settima remissione dei peccati - dura e faticosa - quella mediante la penitenza, quando il peccatore bagna di lacrime il suo letto tore bagna di lacrime il suo letto , e le sue lacrime gli sono di pane giorno e notte, quando non si vergogna di rivelare il peccato al sacerdote del Signore, e di cercare la medicina secondo la parola di colui che afferma: Ho detto: confesserò contro di me la mia ingiustizia al Signore, e tu hai rimesso l’empietà del mio cuore. In ciò si adempie anche la parola dell'apostolo Giacomo: Se uno si ammala, chiami i presbiteri della Chiesa, e questi gli impongano le mani, ungendolo di olio nel nome del Signore. La preghiera della fede salverà l'infermo e, se ha commesso dei peccati, gli saranno rimessi.

Anche tu, dunque, quando vieni alla grazia del battesimo, offri un vitello, poiché sei battezzato nella morte del Cristo; quando sei portato al martirio, offri un capro, poiché hai sgozzato il diavolo, autore del peccato. Quando fai elemosina e accordi ai bisognosi con sollecita pietà l'affetto della misericordia, colmi il sacro altare di pingui capretti. Giacché, se rimetti di cuore il peccato al tuo fratello e, deposto il gonfiore dell'ira, ricuperi in te un animo mite e semplice, confida di avere immolato un ariete e di avere offerto in sacrificio un agnello. Ancora: se, fornito delle letture divine, meditando come colomba e vegliando nella Legge del Signore giorno e notte, converti il peccatore dal suo errore e — rigettato il male — lo riporti alla semplicità della colomba e lo fai imitare, nell'adesione a quello che è santo, l'unione della tortora, hai offerto al Signore un paio di tortore o due piccoli di colombe. Se abbonda nel tuo cuore quella carità che è più grande della speranza e della fede, cosi da amare il tuo prossimo non solo come tè stesso, ma come ha mostrato colui che diceva: Nessuno ha amore più grande quanto il dare la propria vita per i propri amici, sappi che tu offri pani di fior di farina intrisi nell'olio della carità, senza alcun fermento di malizia e malvagità, in azzimi di purezza e verità. Se sei nell'amarezza del tuo pianto, consumato dal lutto, dalle lacrime, dalle lamentazioni, se mortifichi la tua carne e la dissecchi con digiuni e molta astinenza, e dici: Le mie ossa sono abbrustolite come una padella da friggere, allora offri un sacrificio di fior di farina cotta in padella o sulla graticola; in questo modo si troverà che tu offri in maniera più vera e perfetta, secondo il Vangelo, quei sacrifici che, secondo la Legge, Israele non può più offrire. (Omelie sul Levitico II, 4)

All’inizio del brano citato, si osservi come affiori l’angoscia di molti cristiani dell’epoca: gli ebrei erano più fortunati perché avevano molte opportunità per essere prosciolti dal peccato. Così viene rovesciato il messaggio della lettera agli Ebrei (mentre i sacerdoti del tempio rinnovano in continuazione i loro sacrifici inefficaci, l’unico sacrificio di Gesù ha annullato il nostro peccato). Origine richiama, in breve, che noi siamo stati giustificati grazie alla morte di Cristo e che, a motivo di questo dono, non dovremmo più avere relazione con il peccato: «Per te è stato sgozzato il Figlio di Dio, e ancora ti attira il peccato?». Compare qui l’annuncio della Chiesa, vero nella sua assolutezza ma, che esasperato potrebbe condurre alla disperazione (è il termine usato da Origene).

Dopo queste dichiarazioni idealiste, un po’ astratte, l’Alessandrino, in modo più realistico presenta le altre possibilità di penitenza. Compare per ultima la poenitentia saecunda, della quale Origene non nasconde la durezza. Essa è accompagnata da lacrime.

Nel testo origeniano emergono, in ogni caso, le varie forme di penitenza consigliate per il cammino normale di conversione. La formula di Origene verrà ripetuta da altri. Nel Medioevo Cassiodoro includerà anche la partecipazione all’Eucaristia.

Un ultimo aspetto. Abbiamo sentito Origene parlare della lacrime. Da questo riferimento, ci viene naturale passare a quello che a partire dai Padri viene chiamato il dono delle lacrime (la compunzione, il penthos, la katanyxis).

Per esporre meglio questo aspetto, opero una distinzione di comodo: il dono delle lacrime come semplice contrizione del cuore il dono delle lacrime come compunzione.

La contrizione del cuore è in relazione con la confessione, il pentimento e il dolore del peccato. Tutti questi fenomeni avvengono al penitente quando egli inizia una vera conversione. Non è un risultato da poco perché la percezione della tenebra si avverte soltanto quando ci si trova saldamente nella luce. Essere addolorati - il vangelo presenta il caso di Pietro o quello della donna peccatrice -, soprattutto se il dolore si esprime mediante un vero pianto, è già un grande risultato. Riguardo a questa modalità di pianto, i Padri sottolienano tre aspetti rilevanti.

Non è necessario che il dolore sia espresso con un pianto che erompe in lacrime fisiche. Conoscono un pianto interiore, gemiti interiori e lacrime spirituali.

Secondo, il dolore del cuore, quando avviene per opera dello Spirito, non conduce mai all’abbattimento, ma è un pianto corroborante, misto a sentimenti di gioia.

Terzo, la contrizione del cuore è più valida ed efficace di un lungo periodo di faticosa paenitenzia saecunda. Il dolore ripara veramente il danno compiuto e facilita in modo assai intenso la riconciliazione con Dio.

La penitenza consiste in ultima analisi nel dolore del peccato compiuto. Il pianto corrisponde ad una vera rinascita. Nel battesimo ci si lava con l’acqua che è esterna a noi, con la contrizione ci si bagna con lacrime che salgono dal cuore.

Passiamo, ora, al secondo elemento: il dono delle lacrime come compunzione. Abbiamo visto come, per quanto riguardava il catecumeno, il processo di liberazione dal peccato fosse piuttosto difficile e prolungato. Si trattava soprattutto di affrontare un percorso di carattere pedagogico. Dopo il battesimo la ricaduta nel peccato grave, comportava per i Padri una penitenza piuttosto gravosa. La riconciliazione non veniva offerta, se il penitente non mostrava un vero distacco dal peccato e non avesse offerto un’adeguato risarcimento del male fatto. Ho detto anche che la durata di questo periodo di penitenza poteva essere abbreviata, qualora il penitente si mostrasse particolarmente pentito e impegnato nella riparazione. I suggerimenti penitenziali richiamati da Origene, sono concepiti come modalità per operare una adeguata espiazione.

Oggi siamo meno sensibili al concetto di risarcimento o a quello di espiazione. Nella mentalità si è diffusa l’opinione che Dio deve perdonare sempre, senza chiedere nulla. Questo modo di pensare coglie la verità quando si parla della disponibilità da parte di Dio, ma diventa un pensiero piuttosto fuorviante se presuppone che da parte nostra non occorra far niente per risarcire o soprattutto per crescere nella rettitudine e nell’onestà.

Forse possiamo comprendere meglio, se passiamo dalla sfera giuridica a quella dello Spirito. A prescindere da qualsiasi imposizione legale, è il pentimento autentico ad esigere una riparazione. Nel vangelo di Luca, Zaccheo, quando si pente, sente la necessità di opporre al suo peccato, un risarcimento che supera quanto era strettamente richiesto dalla Legge. L’espiazione non nasce dalla severità della Legge, ma dalla creatività dell’amore, dalla sua alta sensibilità. La carità offre più del giusto, mentre non evita la misura del giusto. La donna peccatrice che sfida il disprezzo dell’ambiente sociale per profumare il corpo di Gesù, vuole onorarlo con un atto d’amore probabilmente dopo che era già stata perdonata. Per aver amato molto, viene liberata da ogni debito di colpa. La volontà di riparare non è un sentimento ulteriore rispetto al pentimento (quasi l’aggiunta di un apparato giuridico dopo che tutto si è risolto nel perdono) ma è volontà che nasce dal sentimento del pentimento vero. Non esiste sentimento vero che accetta di cavarsela con poco e che non sia pronto a tradursi in azione. La rivolta contro il concetto dell’espiazione forse nasce anche dalla confusione tra ciò che deriva dalla legge e ciò che è proviene dall’amore. Certo la riparazione è richiesta dal senso di giustizia ma il risarcimento offerto da Gesù proviene da un'altra origine, ed è molto di più di una imposizione legale. In questo caso l’espiazione sta più nel sentimento dell’offerente che nel risarcimento secondo un computo legale.

I Padri parlano del perdono di Dio, della cancellazione della colpa e del suo ricordo, al termine di un cammino penitenziale che corrisponde al dono della compunzione propriamente detta. A questo punto l’uomo non riceve più soltanto un’assoluzione ma una cancellazione totale del debito e soprattutto riceve la possibilità di entrare nella nuova creazione. Il rinnovamento che conclude un lungo cammino di conversione, è siglato dal “dono delle lacrime”:

«Quando sarai giunto alla regione delle lacrime, comprendi che la mente ha posto i piedi sulla via del mondo nuovo. Ora incomincia a respirare l'aria meravigliosa di là, ora incomincia a versare lacrime. Quando il tempo della nascita è giunto, la mente percepisce qualcosa di quel mondo, come un tenue profumo. E poiché non può sostenere ciò che è inconsueto, essa muove il corpo col pianto misto ad una gioia che supera la dolcezza del miele. Entrerai allora nella pace che supera ogni intelligenza… Allora percepirai quella trasfigurazione che l'intera natura riceverà in futuro nel rinnovamento di tutte le cose» (Isacco di Ninive, Discorsi ascetici/1, XIV, p. 166-167).



Sintesi:



Nella visuale dei Padri è evidente la difficoltà a garantire l’equilibrio tra beni spirituali contrastanti: la larghezza della misericordia divina e la consapevolezza della gravità del peccato; la facilità del perdono, con la serietà della riparazione. Gradualmente, da un’unica forma penitenziale (il Battesimo) si passa ad un’altra forma penitenziale riconosciuta (poenitentia secunda), dapprima ammessa una sola volta ma poi di fatto concepita come reiterabile (questo verrà riconosciuto nel primo medioevo con la cosidetta penitenza tariffata).

Per i Padri non è importante esclusivamente la confessione del peccato o l’assoluzione ma era importante il processo di conversione. L’assoluzione avveniva dopo un cammino penitenziale, sotto il controllo del vescovo. Una liberazione dal male (da vizi contratti e alimentati a lungo) non è mai cosa facile e repentina.

Insieme alle varie penitenze suggerite (cf. l’elenco di Origene), acquista rilievo soprattutto il dolore sincero. È l’amore a coprire la moltitudine del peccato.

I Padri apprezzano l’esperienza mistica della compunzione. La remissione piena del peccato commesso può avvenire già al presente e queso fatto apre l’ingresso nel mondo nuovo.

Bibliografia:

Tertulliano, La Penitenza. Testo critico, Introduzione, traduzione, note di Aldo Carpin, Edizioni san Clemente/ Studio domenicano, Bologna 2011. Bibliografia all’interno del testo (81-85).

Voci: Battesimo (di W. Harmeless) e Penitenza (di A. Fitgerald), in Allan Fitgerald, Agostino, Dizionario eniclopedico, Città Nuova, Roma 2007, pp. 274-284 e 1092-1100.

Voce: Penitenza (Sacramento della), di C. Collo, in Teologia, Dizionari di San Paolo, a cura di G. Barbaglio, Giampiero Bof, S. Dianich, San Paolo, Cinisello Balsamo (Milano) 2002, pp. 1106-1188.

Nello Cipriani, Molti e uno solo in Cristo. La spiritualità di Agostino, Città Nuova, 2009, pp. 270-299.

Salvatore Taranto, Gregorio di Nissa. Un contributo alla storia dell’interpretazione, Morcelliana, Brescia 2009, pp. 577-659.