martedì 26 luglio 2011

Lo Spirito nella Chiesa

La Chiesa è un mistero, cioè, in altri termini, un sacramento[1]. Essendo il « punto di incontro di tutti i sacramenti cristiani », è essa stessa il grande sacramento, che contiene e vivifica tutti gli altri[2]. Essa è sulla terra il sacramento di Gesù Cristo, come Gesù Cristo stesso è per noi, nella sua umanità, il sacramento di Dio[3].

Ogni realtà sacramentale, « vincolo sensibile di due mondi »[4], presenta una duplice caratteristica.

Da una parte, essendo segno di un'altra realtà, la prima deve essere non solo parzialmente, ma totalmente trascesa. Non possiamo arrestarci al segno. Esso non vale per se stesso; per definizione è cosa diafana, si annulla davanti a ciò che significa, come il vocabolo che non sarebbe niente se non conducesse dritto all'idea. A questa condizione, esso non è una realtà intermediaria ma mediatrice. Non isola uno dall'altro i due termini che ha il compito di congiungere, non interpone tra loro un distacco, ma viceversa li unisce, rendendo presente la cosa che esso evoca.

Ma, d'altra parte, questa realtà sacramentale non è un segno qualunque, provvisorio e cambiabile a piacere. Essa si trova in un rapporto essenziale con la nostra condizione presente, la quale, se non si svolge più nel tempo delle figure, non comporta tuttavia ancora il pieno possesso della « verità »[5].

La sua seconda caratteristica, perciò, indissociabile dalla prima, è quella di non poter mai essere respinta come se fosse ormai priva di utilità. Questa realtà diafana che noi dobbiamo sempre e totalmente attraversare, non potremo mai trascenderla definitivamente, perché è sempre per suo tramite che si raggiunge ciò di cui essa è segno. Non può mai essere superata o sorpassata.

Questo duplice carattere lo riscontriamo già in Cristo. « Se voi conosceste me, conoscereste anche il Padre mio... Filippo, chi vede me, vede anche il Padre »[6]. Nessuno, anche se avesse raggiunto il vertice della vita spirituale, non potrà mai pervenire ad una conoscenza del Padre che lo dispensi dal dover passare attraverso Colui che rimane, per sempre e per tutti, « la Via » e « l'Immagine di Dio invisibile »[7].

Lo stesso avviene per la Chiesa. Nella totalità del suo essere essa ha per fine di rivelarci il Cristo, di condurci a Lui, di comunicarci la sua grazia! Non esiste insomma che per metterci in rapporto con Lui. Essa sola lo può fare, e non potrà mai cessare di farlo. Non verrà mai il momento, tanto nella vita degli individui quanto nella storia dei popoli, in cui il suo compito debba o semplicemente possa finire. Se il mondo perdesse la Chiesa, perderebbe la Redenzione.

Il Nuovo Testamento, che ha fondato la Chiesa affidandole l'eredità di Israele, è anche il « Testamento ultimo ». La Chiesa non è, come la Legge, un pedagogo necessario all'adolescenza ma superfluo per l'età matura. « L'educazione divina » di cui essa ha l'incarico in mezzo a noi, ha la stessa durata del tempo, e quindi noi abbiamo in essa non un annunzio soltanto, una preparazione più o meno prossima, ma « tutto l'avvento del Figlio dell'uomo »[8]. Essa rimane costantemente presente al dialogo dell'anima col suo Signore. Interviene attivamente in ognuna delle sue fasi, senza per altro ostacolarne l'intimità, ma al contrario garantendola. Colui che si crede profeta o ricco in doni spirituali, deve ricordarsi che occorre prima di tutto sottomettersi ai comandi del Signore, così come gli vengono espressi dalla voce della sua Chiesa: diversamente profetizza invano ed i suoi doni lo portano alla perdizione[9].

Chi, cedendo alla seduzione di un facile spiritualismo, volesse scuotere la Chiesa come un giogo o volesse eliminarla come un intermediario ingombrante, ben presto non abbraccerebbe più che il vuoto o finirebbe per abbandonarsi ai falsi dèi. Se dopo essersi appoggiato alla Chiesa egli credesse di poter andare più lontano di essa, non sarebbe più che un mistico fuorviato. Chi immaginasse nell'avvenire una « realizzazione della Gerusalemme celeste », che apra sulla terra « un nuovo periodo della storia » ed assicuri finalmente « il completo trionfo dello spirituale », potrebbe credere di profetizzare un ritorno della specie umana al paradiso perduto[10]; in realtà non farebbe che un sogno orgoglioso e insano.

Così purtroppo Tertulliano, caduto nell'errore, andava dicendo: « La durezza del cuore ha regnato fino a Cristo; l'infermità della carne dura fino al tempo del Paraclito »[11]; oppure ancora: « La legge e i Profeti hanno educato il mondo nella sua infanzia; la sua gioventù venne a sbocciare col Vangelo, mentre con il Paraclito giunge alla maturità »[12].

Tutti gli annunci di una Terza Età, di una età dei « contemplativi » successiva all'età dei « dottori », di una Chiesa di san Giovanni successiva a quella di Pietro[13], o di un Regno futuro dello Spirito successivo al Regno attuale del Cristo ed alla disciplina della sua Chiesa, introducono delle fratture letali. Possono dare periodicamente una seduzione nuova al vecchio montanismo che esse trasformano, secondo il gusto di ogni secolo, in una specie di filosofia della storia[14]; possono anche presentarsi molto spesso uniti a pensieri nobilissimi: non sono per questo utopie meno nocive[15].

« Verrà, verrà certamente — esclamava Lessing — l'età della perfezione! Verrà il tempo del Nuovo Vangelo, di questo Vangelo eterno che troviamo promesso agli uomini negli stessi libri della Nuova Alleanza! »[16]. Quest'effusione lirica non esprimeva nient'altro che una ben piatta teoria del progresso; non annunciava nient'altro che un'età di razionalismo che è difatti venuta e che noi possiamo giudicare. Ma le formule del vecchio abate Gioacchino da Fiore, o quelle dei suoi fanatici discepoli, non cessano di rifiorire su nuove labbra, per incantare nuovi uditori. Soltanto ieri le abbiamo trovate in Nicola Berdiaeff con intendimento ben diverso da quello di Lessing: profetizzavano una nuova rivelazione, quella « definitiva », una « nuova èra dello Spirito », una « Chiesa dello Spirito Santo » nella quale verrà letto « il Vangelo eterno »; una « religione dell'uomo maggiorenne », corrispondente a una « nuova struttura della coscienza umana », finalmente « sgombra dai detriti che la paralizzavano » e « liberata dalla schiavitù dell'oggettivazione »[17].

Può darsi, come per lo stesso Gioacchino da Fiore, che si debba ravvisare in questi « presentimenti » solo un'espressione non troppo felice; può darsi che il « nuovo eone » che s'intravvede dopo questa « nostra vecchia epoca agonizzante » non abbia ad iniziare che alla fine del mondo attuale, perché ci è pure detto che allora saranno instaurati « nuovi rapporti tra l'uomo e il cosmo » e che « le attese messiache non potranno realizzarsi nei limiti della storia, ma si realizzeranno fuori di essa[18]; può darsi infine che, tanto nello stesso Berdiaeff, quanto almeno in qualcun altro, l'annunzio profetico non sia altro che una forma stilistica per esprimere la necessità d'un continuo ricorso allo Spirito, al fine d'evitare gli insabbiamenti fatali nel campo pratico dell'esistenza... In tutti i casi però, davanti ai miraggi suscitati da simili promesse, bisogna dire molto chiaramente che i tempi annunziatori sono passati, e che noi oggi possediamo la realtà vivente sotto i segni, e che, finché durerà questo mondo, questo stato di cose, nella sua essenza non si può superare. Nella misura con cui tentassimo di misconoscerlo, dalla speranza cadremmo nei miti illusori.

Dopo che Gesù è stato glorificato ci è stato donato lo Spirito; ed è questo dono dello Spirito nel giorno della Pentecoste, che ha ultimato la costituzione della Chiesa[19].

L'età dello Spirito Santo perciò non la dobbiamo più aspettare: essa coincide esattamente con l'era del Cristo[20].

Communicatio Christi, id est Spiritus Sanctus[21]. È lo Spirito che ci insegna ogni verità; ma anch'Egli, come Gesù, l'inviato del Padre, non parla di se stesso e non cerca la sua gloria[22]. Fedele alla missione ricevuta da Colui « nel nome » del quale ci è stato inviato, egli ci fa comprendere il suo messaggio, ci « ricorda » le sue parole, ma non vi aggiunge nulla; interviene, per così dire, a mettere il sigillo definitivo al suo insegnamento[23]. Ci dispone al suo Vangelo, ma non lo trasforma affatto. Sovente egli ha parlato, prima ancora della venuta di Gesù; ma era unicamente per annunciarlo: qui locutus est per Prophetas. Dacché Gesù è risalito al Padre, egli continua a parlare; ma è ancora unicamente per rendergli testimonianza, come Gesù rende testimonianza al Padre[24], e per proclamare la sua unica Signoria. Non è per sostituirsi a Lui. Egli è insomma « lo Spirito di Gesù »[25].

Ora non esiste altro Spirito che lo Spirito di Gesù; e lo Spirito di Gesù è l'anima che vivifica il suo corpo[26]. Come la lettera della Legge riuniva l'antico popolo, così lo Spirito plasma il popolo nuovo[27]. Noi siamo oggi nello Spiritocome siamo nel Cristo; possiamo dire indifferentemente di essere stati battezzati in un solo Spirito per formare un solo corpo, come si esprime san Paolo, oppure, come commenta san Basilio, di essere stati battezzati in un solo corpo per formare un solo Spirito[28]. La Chiesa è la « società dello Spirito »[29]. Ed è nella Chiesa che lo Spirito glorifica Gesù, come è in essa, in questa « dimora di Cristo », che Egli ci viene donato[30]30, « alleanza eterna e finale »[31].

Guai dunque a colui che separa la Chiesa dal Vangelo! Guai a colui che le vorrebbe sottrarre il fermento spirituale che essa mescola alla pasta umana![32] Guai a colui che nella Chiesa tenta di « spegnere lo Spirito! »[33]. Ma guai ugualmente a colui che pretende di liberarne la fiamma rifiutando la Chiesa![34].

La Chiesa è il sacramento di Gesù Cristo. Questo significa ancora, in altri termini, che essa ha con Lui un certo qual rapporto di identità mistica. Ritroviamo qui le metafore paoline e le altre immagini bibliche che la Tradizione cristiana non ha mai cessato di utilizzare. Vi si trova espressa la stessa intuizione della fede. Capo e membra non formano che un solo corpo, un solo Cristo[35]. Lo Sposo e la Sposa sono una sola carne. Corpo della sua Chiesa, il Cristo non la governa dal di fuori: essa dipende da Lui, ma ne è nello stesso tempo il compimento e la « pienezza »[36]. Essa è ancora il Tabernacolo della sua Presenza[37], l'Edificio di cui Egli è insieme l'Architetto e la chiave di volta, il Tempio ove Egli insegna e dove attira con sé tutta la Divinità[38]. Essa è la Nave di cui egli è il pilota[39], l'Arca delle grandi murate di cui egli è l'Albero maestro, che assicura la comunicazione col cielo di tutti coloro che essa accoglie[40]. È il Paradiso[41], di cui Egli è l'albero e la sorgente di vita; è l'astro che riceve da Lui tutta la luce e che rischiara la nostra notte[42].

Se non si è, in qualche modo, membra del corpo, non si riceve l'influsso del Capo. Se non si aderisce all'unica Sposa, non si è amati dallo Sposo. Se si profana il Tabernacolo, si resta privi della Presenza sacra. Se si abbandona il Tempio, non si intende più la Parola. Se si rifiuta di entrare nell'Edificio o di rifugiarsi nell'Arca, non si può trovare Colui che ne è il centro, e la volta. Se si sdegna il Paradiso, non si può essere ne dissetati, ne nutriti. Se si crede di poter fare a meno della luce riflessa, si rimane per sempre immersi nella notte dell'ignoranza.

Praticamente, per ciascuno di noi. Gesù Cristo è la sua Chiesa, sia che noi consideriamo soprattutto la gerarchia ricordando le parole di Gesù: « Chi ascolta voi, ascolta me; chi disprezza voi disprezza me »[43], sia che noi guardiamo a tutto il Corpo, a questa intera Assemblea in seno alla quale Egli risiede e si manifesta, e dal cui seno si eleva ininterrotta, nel Suo nome, la lode di Dio[44]. La frase di Giovanna d'Arco, ai suoi giudici esprime nello stesso tempo la profondità mistica della fede ed il buon senso pratico del credente: « Di Gesù Cristo e della Chiesa io penso che siano la stessa cosa, e che su questo punto non si debbano fare difficoltà ».

Questo grido di un cuore fedele riassume la fede di tutti i Dottori[45].

Per quanto gravi possano essere le difficoltà che ci assalgono e i turbamenti che rischiano di sviarci, atteniamoci saldamente a questa equi valenza. Come Ulisse che si faceva legare all'albero della nave per difendersi, suo malgrado, dalle voce delle sirene, aggrappiamoci, se è necessario, senza più nulla ascoltare e nulla vedere, alla verità salvatrice di sui sant'Ireneo ci da la formula: « Dov'è la Chiesa, là c'è lo Spirito di Dio, e dove è lo Spirito di Dio, là c'e la Chiesa ed ogni grazia, e lo Spirito è verità; allontanarsi dalla Chiesa è rifiutare lo Spirito» e perciò « escludersi dalla vita »[46].

Crediamo sempre con san Giovanni che e impossibile udire lo Spirito senza ascoltare ciò che Egli ha detto alla Chiesa[47]. Ricordiamoci che non esiste alcuna speranza di solida unità al di fuori di colei che ne ha ricevuto le promesse.

Teniamo come un principio assoluto che non ci può mai essere nessun valido motivo per staccarsi da lei[48]. Sappiamo comprendere in tutta la sua ampiezza e nel suo austero tassativo rigore l'assioma tradizionale già formulato da Origene: Extra Ecclesiam nemo salvatur[49].Sforziamoci di comprenderlo in tutta la sua magnifica ampiezza, perché, come spiegava sant'Agostino, « nella ineffabile prescienza di Dio, molti che sembrano fuori sono invece dentro » — lo sono già almeno « in voto, cioè col desiderio ». — mentre « molti che sembrerebbero dentro, sono fuori »; sempre però « il Signore riconosce quelli che sono suoi »[50]. Nello stesso tempo, però, dobbiamo anche comprendere quest'assioma nella sua esigenza assoluta, perché colui che « si separa dalla comunione cattolica » ed « esce dalla Casa » della salvezza, « si rende da se stesso responsabile della propria morte[51] ». Non lasciamo mai che si insinui in noi l'infausta idea di « rompere il vincolo della pace » con una sacrilega separazione[52]52. Non illudiamoci, mettendoci fuori della Chiesa, di poter ancora restare « nella comunione del Cristo ». Ma ripetiamo a noi stessi come sant'Agostino: « Per vivere dello Spirito di Cristo, bisogna rimanere nel suo Corpo »[53], e ancora: è « in proporzione a quanto si ama la Chiesa di Cristo, che si possiede lo Spirito Santo »[54].

Può darsi che molte cose, nel contesto umano della Chiesa, ci deludano. Può darsi che, senza alcuna colpa da parte nostra, noi siamo profondamente incompresi. Può darsi infine, che nel suo stesso seno noi abbiamo a patire persecuzioni. Il caso non è impossibile, benché occorra evitare di applicarlo presuntuosamente a noi stessi. Pazienza ed amoroso silenzio varranno allora più di ogni altra cosa; non avremo da temere il giudizio di coloro che non possono leggere nei cuori[55], e penseremo che la Chiesa non ci dona mai con tanta pienezza Gesù Cristo

come quando ci offre l'occasione di essere configurati alla Sua Passione.

Noi continueremo a servire con la nostra testimonianza la fede che la Chiesa non cessa di predicare. La prova sarà forse più pesante quando non viene dalla malizia di alcuni uomini, ma da una situazione che può parere inestricabile: perché allora, per superarla, non è più sufficiente un perdono generoso o l'oblio di se stessi. Siamo lieti tuttavia, davanti « al Padre che vede nel segreto », di partecipare in tal modo a quella Veritatis unitas che noi imploriamo per tutti nel giorno del Venerdì Santo. Siamo lieti di poter acquistare allora, a prezzo del sangue dell'anima, quell'esperienza intima che darà efficacia alla nostra parola quando dovremo sostenere qualche fratello gravemente scosso, dicendogli con san Giovanni Crisostomo: « No, non separarti dalla Chiesa! Nessuna potenza ha la sua forza. La tua speranza, è la Chiesa. La tua salvezza, è la Chiesa. Il tuo rifugio, è la Chiesa. Essa è più alta del cielo e più grande della terra. Essa non invecchia mai: la sua giovinezza è eterna »[56].

Da Henri de Lubac, Meditazione sulla Chiesa, cap 6.


[1] Cfr. Dom J. gribomont, Du Sacrement de l'Eglise et de ses réalisations imparfaites,in Irenikon, t. XXII (1949), pp. 345-367. J. pinsk, Die sakramentale Welt, in Ecclesia orans (1938). S. tyszkiewicz, op. cit., pp. 188-192.

[2] Concilio di Firenze, Decretum pro Jacobitis (1441-1442): « ...tantumque valere ecclesiastici corporis unitatem, ut solum in ea manentibus ad saluterò ecclesiastica sacramenta proficiant ».

[3] Cfr. Messale ambrosiano, prefazio della prima domenica di Avvento; « ...manifestans plebi tuae Unigeniti tui sacramentum... » sant'agostino, Epist. 187, n. 34: « Non est enim aliud Dei mysterium, nisi Christus » (P. L., 38, 845).

[4] joseph de maistre, Lettre a une dame russe [Oeuvres, t. Vili, p. 74). Cfr. l'ammirabile pagina di san bernardo, In Cantica, sermo 33, n. 3.

[5] Per il significato sostanziale della parola usata in tal senso, cfr. Corpus mysticum, pp. 217-230.

[6] Jo XIV, 7-9.

[7] Col I, 15; Jo XIV, 6.

[8] Origene, In Matt. Serie 47.

[9] 1 Cor., XIV, 37-38: « Si quis videtur propheta esse aut spiritalis, cognoscat quae scribo vobis, quia Domini sunt mandata. Si quis autem ignorai, ignorabitur ».

[10] rene guénon, Autorité spirituelle et pouvoir temporel (1930), pp. 151-152.

[11] De Monogamia, c. 14.

[12] De velandis virginibus, c. 1.

[13] Cfr. gioacchino da fiore, 11 Salterio a dieci corde (trad. frane., E. aegerter, p. 165).Ibid., p. 157: « Come il velo di Mosè è stato sollevato da Cristo, così il velo di Paolo sarà sollevato dallo Spirito Santo, ecc... ». Al che rispondeva già san bonaventura, In Hexaemeron, collatio XVI: « Post novum Testa-mentum non erit aliud » (Quaracchi, t. V, p. 403).

[14] A proposito di Gioacchino il rilievo è già stato fatto da M. eugene anitchkof,Joachim de flore et les milieux courtois (1931), p. 169.

[15] Forse è stata una giustificazione talvolta troppo naturale della Chiesa, che implica una certa qual dimenticanza del compito svolto in essa dallo Spirito Santo, a rendere — per compensazione — joseph de maistre indulgente con gli « illuminati ». Cfr. Soirées de Saint-Pétersbourg, undicesimo trattenimento.

[16] L'educazione del genere umano, n. 85-86.

[17] Dialettica esistenziale del Divino e delI'Umano (1947), pp. 225 e 228-244.

[18] Op. cit., pp. 65, 226-227, 221.

[19] 1 Thess., IV, 8; I Cor., II, 12; Jo., VII, 39: «Egli diceva questo dello Spirito che avrebbero dovuto ricevere quelli che credono in lui; infatti lo Spirito non era ancora stato dato, perché Gesù non era ancora stato glorificato ». Cfr. gioacchino da fiore, Super quatuor evangelio: « Etsi secundum litteram completa est post resurrectionem Domini promissio illa Filli de do. natione Spiritus sancti, secundum tamen illam plenitudinem quam ostensurus est cum fuerit a rebelli quoque Judaeorum populo converso ad Dorninum per Eliam et ejus socios glorificatus, etiam nunc dicere possumus: Spiritus non erat datus quia Jesus nondum erat glorificatus » (ediz. a cura di ernesto buonaiuti,Roma (1931), p. 169.

[20] Rom., VIII, 9-10: « ...si tamen Spiritus Dei habitat in vobis est... ». Cfr. Gai., IV, 6.didimo il cieco, Dello Spirito Santo, traduz. di san girolamo: « Idem autem Spiritus Dei et Spiritus Christi est, deducens et copulans eum qui in se habuerit Domino Tesu Christo » (P. G., 39, 1068). sant'ilario, De Trinitate, l.VIII, e. 27.

[21] sant'ireneo, Adversus Haereses, 1. II, e. 24, n. 1 (ediz. F. sagnard, « Sources chrétiennes », 34, pp. 398-400).

[22] Jo., XII, 49-50. Cfr. saint jure, L'uomo spirituale, I parte, e. 1. G. monchanin,Teologia e mistica dello Spirito Santo, in Dieu Vivant, 23, p. 76: « Una mistica dello Spirito Santo, non è soltanto una mistica dello Spirito Santo, ma e la mistica per eccellenza del Cristo ed anche la mistica del Padre; un invito continuo a oltrepassare le apparenze, ad attraversare la Scrittura, il Dogma e la Liturgia — che interiorizzandola la nutrono e perfezionano — a contemplare incessantemente il prosodos e l’exodos della creazione deificata, e più amorevolmente ancora l'espansio-ne e il raccoglimento della Trinità... ».

[23] « Quodammodo obsignaturus »: leone XIII, enc. Divinum illud.

[24] ]o., XIV, 26; XV, 26; XVI, 13-14. Cfr. VII, 39; XX, 22. Act., II, 23. sant'epifanio,Adversus omnes haereses, VII, a riguardo dei montanisti, che pretendono « Paracletum plura in Montano dixisse, quam Christum in Evangelium protulisse ».

[25] I Cor., XII, 3. Cfr. san basilio, Trattato dello Spirito Santo, e. 18 (trad. frane. B.pruche, O. P., « Sources chrétiennes », 17, p. 197). Act., XVI, 7.

[26] sant'a'gostino, Sermo 268, a. 1: « Quod est spiritus noster, id est anima nostra, ad membra nostra, hoc est Spiritus sanctus ad membra Christi, ad corpus Christi, quod est Ecclesia » (P.L, 38, 1232); Senno 267, n. 4 (col. 1231). Cfr. Rom., VIII, 9; II Cor., Ili, 17; Gai., IV, 6. Vedere precedentemente cap. IV.

[27] II Cor., IlI, 6-11; Phil., III, 3; cfr. J Cor., XII, 13; Eph , IV, 4, ecc.

[28] san basilio, Dello Spirito Santo, e. 26, n. 61, nel commento a J Cor., XII, 18 (P. G., 32, 181 B). Cfr. l'osservazione di S. tromp, De Spiritu sancto anima corporis mystici, I, p. 34.

[29] « Societas Spiritus »: sant'agostino, Sermo 71, c. 19, n. 32 (P.L., 38, 462); c. 23, n. 37: « congregatur in Spiritu sancto » (col. 466).

[30] pseudo-beda, In ]oannem (P.L., 92, 862 A-B). sant'agostino, De Trinitate, 1. XV, c. 19, n. 34.

[31] san giustino, Dialogo, c. 11, n. 2.

[32] Cfr. origene, Scholia in Lucani, XIII, 21: « Accipi potest mulier pro Ecclesia, fermentum pro Spiritu sancto, etc. » (P. G., 24, 565).

[33]1 Thess., V, 19. O a chi le impedisce di ringiovanire continuamente il deposito affidato alla Chiesa e il vaso stesso che lo contiene. (Cfr. sant'ireneo, Adv. Haer., III, 24, 1).

[34] Oppure che profetizza un altro Vangelo oltre il Vangelo di Gesù predicato dalla Chiesa. Cfr. Liber introductorius in expositionem in Apocalypsin, e. 5: « II primo degli stati del mondo si è svolto sotto il regno della Legge; il secondo è stato instaurato dal Vangelo e dura fino al momento presente; il terzo incomincerà verso la fine di questo secolo; già noi intravediamo il suo svelarsi in pieno affrancamento spirituale... Questo tempo dell'intelligenza spirituale, che va continuamente aprendosi, sarà messo sotto l'influenza del regno dello Spirito Santo... L'angelo teneva in mano un Vangelo eterno; che cosa c'è in questo Vangelo? Tutto quello che va oltre il Vangelo del Cristo » (trad. franc. E. aegerter, t. II, pp. 90-118; riassunto).

[35] sant'Agostino, In Psalm. 54, n. 3: « Caput et membra, unus Christus » (P. L., 36, 629). san tommaso, Tertia, q. 48, a. 1 : « Caput et membra, quasi una persona mystica »; cfr. q. 49, a. 1; q. 19, a. 4; De Ventate, q. 29, a. 7, ad llm.

[36] Eph., I, 22. Cfr. joseph huby, san Paolo, Epitres de la captivité, pp. 167-171.

[37] berengaud, In Apocalypsin (P. L., 17, 884 B-C; 937 B). Cfr. Exod., XXV, 8.

[38] origene, In Lucani, hom. 18 e 20 (ediz. rauer, pp. 123-124 e 132). sant'àgostino,Enchiridion, c. 56 (P. L., 40, 259).

[39] sant'ippolito, De Antichristo, e. 59.

[40] ugo di san vittore, De Arca Noe morali, 1. II, e. 7: « Columna in medio arcae erecta ...ipsa est lignum vitae quod plan-tatum est in medio paradisi, id est Dominus Jesus Christus in medio Ecclesiae suae, quasi praemium laboris, etc. » (P. L., 176, 640). Si riconosce qui il simbolo fondamentale dell'albero cosmico, che noi abbiamo già studiato a parte in Aspects du Bouddhisme, cap. II, (1951), pp. 55-79.

[41] sant'ireneo, Adversus Haereses, 1. V, e. 20, n. 2 (P. L., 7, 1178 A). tertulliano,Adversus Marcionem, 1. II, e. 4: « translatus in paradisum, — jam tunc de mundo in Ecclesiam » (ediz. kroymann, p. 338). berengaud, In Apoc. (P.L., 17, 778 D). ugo di san vittore, op. c'it., 1. II, c. 9: « Dominus Jesus Christus in medio Ecclesiae suae quasi lignum vitae in medio paradisi plantatus est, de cujus fructu quisque digne manducare meruerit, vivet in aeternum » (P. L., 176, 643). riccardo DI san vittore, Allegarne, 1. I, e. 6: « Fons qui est in paradiso, Christum significat. Quatuor flumina fontis, quatuor sunt Evangelia Christi » (P.L., 175, 638-639), ecc. Cfr. 4 Esdra, CHI, 52, su Gesuralemme: « Vobis apertus est paradisus, plantata est arbor vitae,... aedificata est civitas ».

[42] origene, Sulla Genesi, hom. I, n. 5.

[43] Luc., X, 16; Matt., X, 40.

[44] Psalm. 34, v. 18; Psalm. 25, v. 12; Psalm. 67, v. 27.

[45] sant'Agostino, De Doctrina christiana, 1. Ili, e. 31, n. 44: « Christi et Ecclesiae, unam personam nobis intimari » (P. L., 34, 82). san gregorio, Moralia m Job.,prefazione, c. 14: « Redemptor noster unam se personam cimi sancta Ecclesia, quam assumpsit, exhibuit... » (« Sources chrétiennes », 32, p. 136). Ciò, del resto, non sopprime affatto la subordinazione della Chiesa al Cristo, ma la suppone; san Gregorio infatti aggiunge: « De ipso enim dicitur: Qui est caput omnium nostrum, et de Ecclesia ejus scriptum est: Corpus Christi quod est Ecclesia ». Cfr. 1. XXXV, e. 14, n. 24: « Christus et Ecclesia, id est caput et corpus, una persona est » (P. L., 76, 762 C).

[46] Adversus Haereses, 1. Ili, e. 24, n. 1 (sagnard, p. 400). È appunto per questo che la Chiesa è « arrha incorruptelae, et confirmatio fidei nostrae, et scala ascensionis ad Deum » (ibid.).

[47] Cfr. Apoc., II, 7, ecc. san bernardo, In Vigilia nativitatis Domini, sermo 3, n. 1: « Ecclesia, quae secum habet consilium et spiritum Sponsi et Dei sui » (P. L., 183, 94 D).

[48] sant'agostino, Cantra epistulam Parmeniani, 1. Ili, e. 5, a. 28: « Nulla est igitur securitas unitatis, nisi ex promissis Dei Ecclesiae declarata... Inconcussum igitur firmumque teneamus, nullos bonos, ab ea se posse dividere, etc. (P. L., 43, 104-105).

[49] In Jesu Nave, hom., 3, n. 5 (ediz. W.-A. baehrens, pp. 306-307).

[50] De Baptismo, 1. V, e. 27, n. 38 (P. L. 43, 195-196); cfr. e. 16, n. 20-21; e. 21, n. 29 (coli. 186-187, 191); De ordine, 1. II, e. 10, n. 29 (P.L., 32, 1008): « Illud divinum auxilium... certius quam nonnulli opinantur, officium clementiae suae per universos populos agit ».

[51] De Baptismo, 1. V, e. 19, n. 25; e. 4 (P. L., 43, 189 e 179). origene, oc. cìt.: « Si quis forte exierit, mortis suae ipse fit reus ». sant'ilario, Trattato dei misteri, e. 9.Omelie pasquali, I, n. 13. lattanzio, Divin. Instimi. 1. IV, e. 30 (P.L., 6, 542-543). san fulgenzio da ruspe, De remissione peccatorum, 1. I, e. 19 (P.L,, 65, 543). san gregorio,Moralia in Joh,.l. XIV, n. 5 (P. L., 75, 1043). Sul pensiero di san Cipriano: G. kopf, « Fuori della Chiesa non vi è salvezza », origini d'una formula equivoca, in Cabiers universitaires catholiques, 1953, pp. 302-310.

[52] sant'agostino, De Baptismo, I. II, e. 6, n. 7: « Vos ergo quare separatione sacrilega pacis vinculum dirupistis? » (P. L., 43, 130).

[53] Testo citato da Mons. feltin, Lettera pastorale per la quaresima 1951 su II senso della Chiesa. Cfr. Epist., 185, c. 11, n. 50: « Proinde Ecclesia catholica sola corpus est Christi... Extra hoc corpus neminem vivificai Spiritus sanctus... Non habent itaque Spiritum sanctum, qui sunt extra Ecclesiam » (P. L., 33, 815). In Jo., tract. 27, n. 11 (P. L., 35, 1621). Cfr. De consensi! evangelistarum, 1. Ili, n. 72: « Ne quisquam se Christum agnovisse arbitretur, si ejus corporis particeps non est, id est, Ecclesiae! » (P. L., 34, 1206). san gregorio, In septem psalmos poenitentiae, 1. V, (P. L., 77, 602).

[54] sant'agostino, In ]oannem, tract. 32, n. 8: « Quantum quisque amat Ecclesiam Christi, tantum habet Spiritum sanctum » (P. L., 35, 1646).

[55] san roberto bellarmino, De romano Pontifico, 1. I, 4, e. 20.

[56] De capto Eutropio, c. 6 PG 502, 402.

lunedì 18 luglio 2011

Il labirinto

Avete osservato lo strano disegno di marmo che si vede sulla soglia di qualche chiesa? Non è soltanto un ornamento bizzarro o fantasioso. In realtà riproduce il disegno d’un labirinto, una figura molto amata nella tradizione francese e italiana.

Presso gli antichi greci, il labirinto rappresentava il simbolo di un percorso formativo (iniziatico). Richiamava la fatica e il coraggio necessari per diventare adulti. Tutti siamo come all’esterno di un labirinto e dobbiamo raggiungere il centro che rappresenta un’esperienza fondamentale di trasformazione della persona. Il percorso ora avvicina, ora allontana. Ci avviciniamo o ci allontaniamo dalla nostra maturazione a seconda da come reagiamo agli eventi della vita. Ricordate Teseo che deve raggiungere il centro del labirinto ed uccidere il Minotauro che provocava tanti lutti e tanta sofferenza? Al centro, quindi, ci sono la morte e la rinascita, il superamento dell’esistenza passata e un nuovo inizio.

Il cristianesimo ha assunto questo simbolo molto significativo. La più antica testimonianza si trova in Algeria (in epoca romana, l’Africa settentrionale era cristiana): il labirinto (ora trasferito nella cattedrale d’Algeri) è un quadrato diviso in quattro settori, con al centro la scritta: Sancta Ecclesia. Il significato è chiaro: i meandri del labirinto rappresentano le insidie del male e del peccato e la salvezza si trova al centro, nell’esperienza della Chiesa. Nei codici cristiani medievali, la figura del labirinto viene ripresa ma anche si sviluppa in modo più complicato: si moltiplicano i percorsi e i trabocchetti.

Si sviluppa un’idea fondamentale: è stato Gesù il vero Teseo che con grande coraggio ha affrontato il male in tutte le sue ramificazioni: menzogna, odio, crudeltà, conflitti, abbandono ai piaceri, indifferenza… Il Minotauro da sconfiggere è il demonio che fa leva sull’egoismo. Ora soltanto facendoci aiutare da Gesù possiamo affrontare e superare gli smarrimenti e i meandri della nostra esistenza.

Dai codici il labirinto venne trasposto sui pavimenti delle grandi cattedrali. Il più famoso è quello di Chartres (anteriore al 1220). Il pellegrino, prima di avvicinarsi all’altare, doveva percorrere tutta la circonvoluzione concentrica dal diametro di dodici metri. Al centro trovava un fiore a sei petali. Un disegno simile si trova ad Amiens (1288) e in altre cattedrali francesi (Reims, Poitiers…). In Italia il labirinto non è stato trattato come un itinerario da percorrere ma come un simbolo da osservare (es. cattedrale di Lucca), come avviene sulla soglia della nostra chiesa di Peschiera.

Quando entriamo in Chiesa per partecipare alla liturgia, non facciamo altro che riconoscerci come viandanti in un labirinto che hanno bisogno di farsi afferrare da mani più solide per uscire indenni dal male che ci avvolge. Osservandolo potremmo dire: Signore accompagni… «alle spalle e di fronte mi circondi e poni su di me la tua mano» (Sal 138).


Il quadrato

Simbolo geometrico che esprime l'orientamento dell'uomo nello spazio e nell'ambito vitale in base a una divisione del mondo in parti governate da custodi soprannaturali. E' fondamentale il desiderio di orizzontarsi in un mondo che appare caotico, mediante l'introduzione di direzioni e coordinate.

La quadratura comporta un principio d'ordine che sembra essere innato nell'uomo e che, in un sistema dualistico, si contrappone al cerchio, che rappresenta le potenze celesti.

La leggendaria quadratura del cerchio (propriamente, la trasformazione di un cerchio in un quadrato di eguale superficie) simboleggia il desiderio di ricondurre l'elemento terrestre e quello celeste a una ideale concordanza. Molti templi sono a base quadrata. Si vuole esprimere la consonanza dell'opera umana con le leggi dell'universo.

I romani, nel costruire le città, si ispiravano al quadrato, organizzando quartieri ben proporzionati. La stessa esigenza psicologica compare nei giochi (mulino, scacchi)
Città immaginarie come la Gerusalemme celeste (cf Apocalisse di Giovanni) riflettono questo tipo di città ideale.


martedì 12 luglio 2011

Commento di Tertulliano al Pater

Dal trattato La preghiera (De oratione)













2. L'Orazione domenicale [ossia del Signore, Dominus] comincia con una testimonianza resa a Dio e con un atto di fede quando diciamo: Padre nostro che sei nei cieli. Con questa invocazione, preghiamo Dio e proclamiamo la nostra fede. È scritto: «A quanti l'hanno accolto, ha dato potere di diventare figli di Dio» (Gv 1,12). D'altronde, il Signore chiama spesso Dio nostro Padre; e anzi, ci ha ordinato di non chiamare nessuno sulla terra col nome di Padre; di riservare questo nome al Padre celeste (Mt 23,9). Pregando così, noi dunque obbediamo alla sua volontà. Beati coloro che riconoscono il Padre!

Dio rimprovera Israele, lo Spirito chiama a testimoni il cielo e la terra, dicendo: «Ho allevato e fatto crescere figli, ma essi si sono ribellati contro di me» (Is 1,2). Chiamarlo Padre, è riconoscerlo come Dio. Questo titolo è una testimonianza di pietà e potenza. Nel Padre, invochiamo anche il Figlio. Egli infatti dice: «Io e il Padre siamo una cosa sola» (Gv 10,30). Non dimentichiamo nemmeno la Chiesa, nostra madre. Nominare il Padre e il Figlio vuoi dire proclamare la Madre, senza la quale non c'è né Figlio né Padre. Così, con una sola parola, lo adoriamo con i suoi, obbediamo al suo precetto e sconfessiamo coloro che hanno dimenticato il loro Padre.

L'espressione Dio Padre non era mai stata rivelata a nessuno. Quando lo stesso Mosè chiese a Dio chi fosse, sentì un altro nome. A noi questo nome è stato rivelato nel Figlio. Perché questo nome implica il nuovo nome di Padre. «Io sono venuto nel nome del Padre mio» (Gv 5,43). E altrove: «Padre, glorifica il tuo nome»; e ancora più esplicitamente: «Ho manifestato il tuo nome agli uomini» (Gv 17,6). Noi dunque gli chiediamo:

Sia santificato il tuo nome

3. E glielo chiediamo non certo perché si confaccia all'uomo fare auguri a Dio, come se si potesse augurargli qualcosa, o se egli potesse esserne privo senza i nostri auguri. Ma dobbiamo benedire Dio in ogni tempo e in ogni luogo quale segno di riconoscenza che ogni uomo gli deve per i suoi benefici. La benedizione assolve questa funzione. D'altronde, come potrebbe il nome di Dio non essere sempre santo e santificato in se stesso, dal momento che santifica gli altri? E le schiere angeliche che lo attorniano non smettono di dire: «Santo, Santo, Santo» (Is 6,3). E noi, che aspiriamo a condividere la beatitudine degli angeli, ci associamo fin d'ora alle loro voci, ripetendo l'omaggio della nostra futura dignità. Questo per quanto riguarda la gloria di Dio.

Quanto alla preghiera che formuliamo per noi, quando diciamo: «Sia santificato il tuo nome», chiediamo che sia santificato in noi, che siamo in lui, ma anche negli altri, che ancora attendono la grazia di Dio, per conformarci al precetto che ci obbliga a pregare per tutti, anche per i nostri nemici. Ecco perché non dire espressamente: II tuo nome sia santificato in noi, significa chiedere che lo sia in tutti gli uomini.

Sia fatta la tua volontà, come in cielo così in terra

4. In questo modo, non auguriamo a Dio di avere successo nella realizzazione dei suoi disegni, come se un qualche ostacolo potesse impedire alla sua volontà di compiersi, ma chiediamo che la sua volontà sia fatta in tutti gli uomini. Se vogliamo dare una interpretazione allegorica facendo riferimento alle immagini di carne e spirito, allora il cielo e la terra siamo noi. Ma, anche nel suo senso più ovvio, la natura della domanda resta la stessa, ossia che la volontà di Dio si compia in noi sulla terra, affinché possa compiersi in noi nel cielo. Orbene, qual è la volontà di Dio, se non che seguiamo i suoi insegnamenti? Noi dunque lo supplichiamo di comunicarci la sostanza e l'energia della sua volontà, per essere salvati sulla terra e nei cieli, perché la sua volontà essenziale è di salvare i figli che ha adottato. Questa volontà di Dio il Signore l'ha realizzata attraverso la parola, l'azione e la sofferenza. In questo senso, ha detto che faceva non la sua volontà, ma quella di suo Padre.

Non c'è dubbio che egli faceva la volontà del Padre suo; questo è l'esempio che ci da anche oggi: pregare, lavorare, soffrire fino alla morte. Per realizzarlo, abbiamo bisogno della volontà di Dio. Dicendo: Sia fatta la tua volontà, ci rallegriamo dal momento che la volontà di Dio non è mai un male per noi, anche se ci tratta con rigore a causa dei nostri peccati.

Anzi, con queste parole ci incoraggiamo a sopportare la sofferenza. Il Signore, per mostrarci, nell'angoscia della sua Passione, che la debolezza della nostra carne si trovava nella sua, gli dice anche: «Padre, allontana questo calice». Poi precisa: «Tuttavia, non sia fatta la mia, ma la tua volontà» (Le 22,42). Egli stesso era la volontà e la potenza del Padre; ma per insegnarci a pagare il debito della sofferenza, si rimette completamente alla volontà del Padre.

Venga il tuo regno

5. Questa domanda si riferisce alla precedente: Sia fatta la tua volontà, ossia: il tuo regno si compia in noi. E quando mai Dio non regna, se «nelle mani del Signore sono i cuori dei re» (Pr 21,1)? Ma tutto quello che auguriamo a noi stessi, lo riferiamo a lui, lo santifichiamo in lui, perché è da lui che lo attendiamo. Se l'avvento del regno di Dio è conforme alla sua volontà ed esige la nostra attesa, come mai alcuni chiedono con lacrime una dilazione per il mondo, dal momento che il regno di Dio, di cui domandiamo la venuta, tende a mettere fine a questo mondo? Noi chiediamo di regnare più prontamente per sfuggire più in fretta alla schiavitù.

Quand'anche questa preghiera non avesse stabilito per noi il dovere di chiedere l'avvento di questo regno, l'avremmo spontaneamente chiesto a gran voce, affrettandoci ad andare ad abbracciare le nostre speranze (Eb 4,11). Le anime dei martiri, sotto l'altare, invocano il Signore con grandi grida: «Fino a quando, Sovrano, non vendicherai il nostro sangue sopra gli abitanti della terra?» (Ap 6,10). Essi debbono, infatti, ottenere giustizia alla fine dei tempi. Signore, affretta dunque la venuta del tuo regno! È l'augurio dei cristiani, la confusione degli infedeli, il trionfo degli angeli; è per esso che soffriamo, o piuttosto è esso che invochiamo.

Dacci il nostro pane quotidiano

6. Con quale arte la sapienza divina ha disposto tutte le parti di questa preghiera! Dopo le cose del cielo, ossia dopo il nome di Dio, la volontà di Dio, il regno di Dio, vengono le necessità della terra, alle quali egli ha voluto riservare un posto. Il Signore no aveva forse detto: «Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta» (Mt 6,33)?

Tuttavia, è probabilmente opportuno dare un senso spirituale a queste parole: «Dacci oggi il nostro pane quotidiano». Perché Cristo è il nostro pane, perché è la nostra vita e la nostra vita è il pane. «Io sono il pane della vita», ha detto (Gv 6,35). E un po' prima. Il pane è il Verbo del Dio vivente disceso dal cielo. D'altronde, poiché ha detto: «Questo è il mio corpo» (Lc 22,19), noi crediamo che nel pane ci sia il suo corpo.

Dunque, chiedendo il nostro pane quotidiano, chiediamo di vivere continuamente nel Cristo, di identificarci col suo corpo. Ma l'interpretazione letterale, d'altronde in accordo con la fede e la dottrina, resta perfettamente valida. Essa ci ordina di chiedere pane, la sola cosa necessaria ai fedeli: «Di tutto il resto si preoccupano i pagani» (Mt 6,3)!

È d'altronde ciò che il Signore ci inculca con esempi e che evoca nelle sue parabole, quando dice: «Un padre prende forse il pane dei figli per gettarlo ai cani?» (Mt 15,26). E anche: «Se il figlio chiede del pane, chi gli darà una pietra?» (Mt 7,99. In tal modo, egli mostra quello che i figli hanno il diritto di attendersi dal loro padre. È anche ciò che chiede quell'uomo che viene, di notte, a bussare alla porta. A buon diritto, egli aggiunge. «Dacci oggi»; prima aveva detto: «Non affannatevi per il domani, chiedendovi che cosa mangerete» (Mt 6,31). Ed è ancora per insegnare questa verità che il Signore espone la parabola di quell'uomo che ammassa nei suoi granai un abbondante raccolto per trascorrere lunghi anni in tranquillità e quella notte stessa muore (Lc 12,16).

Rimetti a noi i nostri debiti

7. Dopo aver invocato la liberalità di Dio, era naturale implorare la sua clemenza. A cosa ci serviranno gli alimenti, se non fanno altro che ingrassarci come tori destinati ai sacrifici? Il Signore sapeva di essere il solo senza peccato. Per questo, ci insegna a dire: Rimetti a noi i nostri debiti. La confessione è una domanda di perdono, perché sollecitare il perdono è un confessare il proprio peccato. Questo ci dimostra che la penitenza è gradita al Signore, poiché egli la preferisce alla morte del peccatore.

La parola debito nella Scrittura è un'immagine del peccato: peccando, contraiamo il debito del giudizio, che dovremo pagare fino all'ultimo centesimo, a meno che non ci sia rimesso, come quello che il padrone rimette al suo servo (Mt 18,27).

Questo è il significato della parabola. Infatti, il servo che ha beneficiato della clemenza del suo padrone, persegue duramente il proprio debitore; ma il padrone lo fa comparire davanti a lui, per consegnarlo all'aguzzino sino a quando abbia scontato fino all'ultimo centesimo. Il suo esempio ci mostra che dobbiamo rimettere i loro debiti ai nostri debitori. Altrove, il Signore aveva già detto, in forma di preghiera:

«Perdonate e vi sarà perdonato» (Le 6,37). E quando Pietro gli chiede se deve perdonare suo fratello fino a sette volte. Gesù gli risponde. «Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette» (Mt 18,22), per completare la Legge dove, nel libro della Genesi, è detto: «Sette volte sarà vendicato Caino, ma Lamech settantasette» (Gen 4,24).

E non indurci in tentazione

8. Per completare questa preghiera così concisa, preghiamo Dio di rimettere non soltanto i nostri debiti, ma di allontanare completamente da noi il peccato: E non indurci in tentazione, cioè non permettere che siamo sedotti dal tentatore. Ma il cielo ci preservi dal credere che Dio possa tentarci, come se ignorasse la fede di ciascuno di noi o si adoperasse per farci cadere. Impotenza e malizia appartengono al demonio. Quando, un tempo, il Signore ordinò ad Abramo di sacrificargli suo figlio, lo fece più per manifestare la sua fede che per tentarla, affinché il patriarca divenisse per noi una illustrazione viva del precetto che avrebbe insegnato più tardi, ossia che dobbiamo preferire Dio a tutto ciò che abbiamo di più caro.

Gesù Cristo stesso si lasciò tentare da Satana per farci scoprire, in quest'ultimo, l'origine e l'artefice della tentazione. Egli conferma questa verità quando poi dice: «Pregate per non entrare in tentazione» (Le 22,46). E questo è tanto vero che furono tentati, abbandonando il Signore, per aver preferito darsi al sonno piuttosto che alla preghiera. L’ultima domanda ci spiega d’altronde il significato di non indurci in tentazione, ossia: Ma liberaci dal male.