domenica 18 dicembre 2016

SALMI GRADUALI


I salmi che compongono questa raccolta (119-133) vengono chiamati canti delle salite (o graduali). Venivano cantati durante il pellegrinaggio al Sion, salendo le gradinate del tempio. Nati in contesti storici diversificati, furono poi riuniti insieme da un redattore, per proporli come canti per il pellegrinaggio (sec. IV a. C.). Secondo la Mishnà erano cantati sui quindici gradini che, dal cortile delle donne, salivano al cortile d’Israele, all’interno del complesso del tempio. Sono le preghiere di gente semplice e povera che s’imbatte nelle difficoltà comuni dell’esistenza, nel periodo dopo l’esilio, sotto la dominazione dei Persiani (Cf. T. Lorenzin, I Salmi, Paoline, p. 476).


Il cuore della raccolta


Il tempio, eretto sul monte Sion, è il centro a cui si volgono le aspirazioni del popolo. È il luogo nel quale Dio manifesta con più forza la sua presenza; i suoi occhi si volgono verso il popolo là riunito ed tende l’orecchio per ascoltarne le invocazioni.
Giungere a Sion è l’unico modo per trovare sollievo, visto che Israele deve convivere con nemici che lo osteggiano e si oppongono alla sua fede in Dio. A Gerusalemme, il luogo della residenza del Custode del popolo, è possibile trovare pace. A Gerusalemme la nazione sperimenta la sua unità, la gioia di ritrovarsi insieme da fratelli, il gusto della lode di Dio, l’efficacia della benedizione divina.
Rinfrancati dalla grazia, gli israeliti possono riandare con uno sguardo realistico al loro passato travagliato. Sono stati odiati a lungo, da molti, in modo ingiusto. Il Signore li ha accompagnati con grande discrezione ma anche con grande energia, e così facendo, ha impedito che venissero annientati.
Soprattutto prevale l’attenzione al futuro: la venuta del Messia. Il popolo attende il Signore con la medesima ansia con cui le sentinelle di guardia aspettano il sorgere dell’alba. Israele sa di essere un popolo peccatore e perciò, anziché confidare nel suo merito, spera nella generosità di Dio, perché Egli è pronto a concedere una liberazione vasta e definitiva.

Il pellegrinaggio cristiano


Il pellegrinaggio a Gerusalemme degli ebrei viene interpretato dai Padri come metafora di un’ascesa reale a Dio e, servendosi di questi salmi, insegnano quali siano le convinzioni e gli atteggiamenti spirituali necessari per poter avvicinarsi a Lui.
Vediamo alcuni di questi suggerimenti. Cassiodoro riconosce che Dio solo, tramite Gesù, può garantire un esito positivo al nostro ascendere e che noi possiamo salire a Dio soltanto poiché siamo una cosa sola con Cristo, che è già asceso per noi presso il Padre. Inoltre, per poter essere una cosa sola con Cristo e formare il suo Corpo, dobbiamo vivere in unità tra noi, nell’amore: «È spettacolo davvero stupendo vedere uomini salire verso Dio, alla sommità della divina Bellezza. Fatto realizzabile solo a opera di Colui che comandò a Lazzaro di venir fuori dal sepolcro, tese la destra a Pietro per impedirgli di precipitare a fondo, trasferì altrove da vivi Elia ed Enoch e operò tanti altri prodigi simili compiuti quotidianamente con la sua potenza divina. Salire i nostri gradini possono coloro che già su questa terra costituiscono una cosa sola nell'amore. Non possono affrettarsi ad andare verso il Capo se non quelli che sono sue membra» (Cassiodoro, PL 70 914 B-C).
Secondo Agostino, la salita è garantita dall’umiltà: bisogna che ci piaccia Dio e che siamo, invece, scontenti di noi stessi, rattristati per i nostri peccati: «Cos'è l’ascendere nel cuore? Avanzare verso Dio. A patto però che nel progredire non ci si insuperbisca; a patto che salendo non si cada. Se infatti avanzando ci si insuperbisce, si sale ma per cadere. Cosa si dovrà quindi fare per evitare la superbia? Si sollevino gli occhi a colui che abita nel cielo; non si rimiri noi stessi! Chi è che piace a Dio? L'uomo a cui piace Dio. Ma egli non potrà piacerti se tu non proverai dispiacere per te stesso… Se ti vorrai guardare con sincerità, troverai in te cose che ti debbono dispiacere e dovrai dire a Dio: Il mio peccato mi è sempre dinanzi. Sì, sia sempre dinanzi a te il tuo peccato, affinché non sia dinanzi a Dio! (Agostino 122,3 PL 37 1031-1032).
Soprattutto, la vera forza della salita consiste nell’energia dell’amore: «Quando l'amore impuro infiamma un cuore, lo sollecita a desiderare le cose della terra, lo precipita in basso, lo sommerge nelle profondità dell'abisso. Analogamente è dell'amore santo. Eleva alle cose del cielo, infiamma per i beni eterni, solleva l'uomo dalle profondità dell'inferno alle sommità del cielo. In una parola, ogni amore è dotato di una sua forza e, quand'è in un cuore innamorato, non può restarsene inoperoso: deve per forza spingere all'azione. Vuoi vedere come sia il tuo amore? Osserva a che cosa ti spinge. Non vi esortiamo, quindi, a non amare, ma a non amare il mondo, affinché possiate amare con libertà Colui che ha creato il mondo. Un'anima irretita dall'amore terreno è come se avesse del vischio nelle penne: non può volare… Lasciamoci attrarre dai gaudi della patria beata» (Agostino, 121,1 PL 37 1613).
In un altro testo, Agostino  compone insieme i due elementi basilari; saliamo a Dio grazie all’amore ma possiamo fare questo per l’impegno di Gesù che è disceso fino a noi per farci risalire a Dio con Lui: «Ho intrapreso, seguendo l'ordine progressivo, l'esame dei cantici dell'uomo che ascende: ascende e ama, anzi in tanto ascende in quanto ama. Ogni amore o ascende o discende; dipende dal desiderio: se è buono ci innalziamo a Dio, se è cattivo precipitiamo nell'abisso. Ma, poiché assecondando il desiderio cattivo cademmo [nella colpa], non ci resta che riconoscere [il potere di] colui che non per essere caduto ma liberamente scese fino a noi, aggrapparci a lui e così risalire, dato che questo non ci è possibile mediante le nostre forze» (Agostino, 122,1 PL 37, 1629-1630).
Remigio d’Auxerre riadatta in contesto cristiano le interpretazioni della Mishnà. «Il Tempio (ora) è la santa Chiesa, del quale tutti i fedeli sono pietre vive e sante per la loro fede. I gradini sono le virtù: salendo per esse, i fedeli si elevano e penetrano nel santuario, in una casa non costruita da mano d’uomo, che rimane stabile nei cieli, dove si trova il Signore Gesù, seduto alla destra di Dio Padre. Egli è l’unico che è entrato poiché avendo accolto un disegno di santificazione, meritò di ricevere una glorificazione esclusiva. Là, in quel luogo santo, la moltitudine dei credenti sale percorrendo quindici gradini poiché, nella misura in cui essi sono avanzati e progrediti nelle virtù, tanto più sono vicini alla patria celeste. Entrano nel Santo dei Santi; in realtà non in un luogo ma in una vita santa corrispondente.
Il numero quindici è formato dal sette e dall’otto. Il settenario simboleggia l’Antico Testamento, a motivo del Sabato la cui osservanza era stabilita dalla Legge. Oppure il sette rappresenta questo mondo, che vede ripetersi il ciclo settimanale. L’osservanza delle norme stabilite nell’antica Legge otteneva un premio temporale e provvisorio: il riposo, la lunghezza della vita, la molteplicità di figli, la vittoria sui nemici. Tanti altri doni temporali erano assicurati nell’Antico Testamento, raffigurati in questo numero sette riguardante beni che appartengono a questo mondo. Esso è ben raffigurato nel settenario.
Il numero otto rappresenta invece il Nuovo Testamento a motivo dell’ottavo giorno, nel quale nostro Signore è risorto; lì iniziò e fu costituito il Nuovo Testamento. In esso tutta la nostra fatica nell’osservanza sfocia in un premio del futuro, in un ottavo giorno. L’osservanza dei precetti dell’Antico e del Nuovo Testamento, simboleggiata nella percorrenza di quindici gradini, apre ai fedeli l’ingresso al vero Santo dei Santi. Percorrendo il programma previsto nel numero sette, giungiamo all’ottavo: grazie alle opere buone che compiamo in questa vita, arriviamo all’ottavo giorno, alla vita eterna della patria celeste…» (Remigio d’Auxerre, PL 131 767 A-C).


Salmo 119


1 Canto delle salite.
Nella mia angoscia ho gridato al Signore
Ed egli mi ha risposto.
2 Signore, libera la mia vita
dalle labbra bugiarde,
dalla lingua ingannatrice.
3 Che cosa ti darà, come ti ripagherà,
o lingua ingannatrice?
4 Frecce acute di un prode
con braci ardenti di ginestra!
5 Ahimè, io abito straniero in Mesec,
dimoro fra le tende di Kedar!
6 Troppo tempo ho abitato
con chi detesta la pace.
7 Io sono per la pace,
ma essi, appena parlo,
sono per la guerra.
Canti delle salite. Gli uomini «che sono decaduti dai beni di Dio, risalgono ad essi, preparandosi alla salita» (Eusebio di Cesarea, PG 24 9 A). «Il fedele, salendo per l’erta di gradini, che sono i meriti, perviene al traguardo dell’amore del Signore, perfetto ed eterno, che rappresenta il vertice delle virtù» (Cassiodoro, PL 70 901 B).
La nostra salita può avvenire soltanto se ci appoggiamo al Signore Gesù. Del resto Egli è la nostra meta e il monte che ci sorregge: «Chi è questo monte, meta delle nostre ascensioni, se non il Signore Gesù Cristo? Affrontando la Passione egli ti si è fatto valle di pianto, mentre, restando quel che sempre era, [il Verbo di Dio] si fece per te monte su cui puoi ascendere» (Agostino, 119,1 PL 37, 1597).
Nella mia angoscia ho gridato al Signore ed egli mi ha risposto. Il salmista esprime l’estremo disagio vissuto da tutto il popolo di Dio nel trovarsi a vivere tra nazioni ostili, desiderose perfino di sopprimerlo. La stessa esperienza tocca al cristiano e a tutta la Chiesa.
Nelle persecuzione o nelle contrarietà già incontrate, la comunità ha sperimentato l’aiuto di Dio e per questo può continuare a sperare: «La mia fiducia si fonda sul questo: quando ho incontrato la tribolazione per il Signore e sono diventato come frumento stritolato sull’aia, Dio non mi ha mai abbandonato; lo invocai ed Egli mi esaudì» (Gero PL 194, 839 D). Il credente che, convertitosi, cerca Dio, soffre per l’indifferenza di tanti altri, ancora sottomessi al male: «Ormai deciso a voltare le spalle agli interessi terreni, già ha cominciato a salire per il cammino glorioso della virtù. Tuttavia, poiché si rende conto di abitare con uomini malvagi, ancora piange» (Cassiodoro, PL 70 905 B).
Signore, libera la mia vita dalle labbra bugiarde, dalla lingua ingannatrice. Chi si è messo da poco sulla strada della conversione, ha bisogno di rafforzarsi nella sua decisione e di chiedere di essere liberato «da ogni falsa opinione e da ogni inganno. Chi è ancora principiante, ha bisogno che nessuno lo induca in errore con parole suadenti» (Eusebio, PG 24, 9 A).
I discorsi ostili delle persone che denigrano la fede, provocano una sofferenza acuta al credente. Nell’essere osteggiati, ci troviamo in pericolo ma anche abbiamo un’opportunità: possiamo rafforzarci grazie alla paziente fermezza: «Quando un cristiano comincia a pensare sul serio al progresso [spirituale], subito gli tocca subire le critiche degli avversari. Se uno non ne ha ancora subite, è segno che non ha fatto progressi; chi non ne subisce mai, a progredire non ha nemmeno cominciato» (Agostino, 119,3 PL 37 1599).
Che cosa ti darà, come ti ripagherà, o lingua ingannatrice? Il salmista aspetta un atto di giustizia e di protezione da parte di Dio.
«Coraggio! Sai d’avere un potente protettore e difensore, che usa in tuo favore armi contro i tuoi avversari. Che cosa vuoi che ti sia dato di più? O che cosa vuoi che ti si aggiunga oltre a un tale apparato del Potente?» (Eusebio, PG 24, 9 B)
Frecce acute di un prode con braci ardenti di ginestra! L’atto soccorritore (e giudiziario di Dio) viene raffigurato nel lancio di frecce e di fuoco. «Per impedire che l'animo si scoraggi, a motivo delle umiliazioni dei malvagi, il giusto Giudice tiene in serbo delle punizioni che imitano la rapidità di una freccia e la forza devastatrice del fuoco» (Teodoreto, PG 80, 1876 C. Cf. Agostino, 119,5 PL 37, 1600 ).
Frecce acute e carboni vengono interpretati dagli autori cristiani non soltanto come castighi contro gli empi ma come soccorsi efficaci offerti da Dio, agli stessi malvagi e ai giusti: «Le frecce acute di persona potente sono la parola di Dio. Ecco, le si scaglia e trapassano il cuore… Non solo, ma vi si aggiungono anche i carboni che producono la desolazione e ogni pensiero di terra viene in lui devastato. Che significa: Viene devastato? È ridotto alla condizione di terra devastata. C'erano in lui molte erbacce, molti pensieri carnali, molte affezioni mondane. Ora tutto questo viene incenerito all'accendersi di questi carboni apportatori di desolazione, e il luogo così devastato diviene puro, al segno che, avvenuta questa purificazione» (Agostino, 119,5 PL 37,1601).
«Ricordo che, quando mi proposi di cambiar vita… incontrai ostacoli da parte di persone dalle labbra di menzogna e dalla lingua ingannatrice. … Mi distoglievano dal bene e mi persuadevano a restare nel male. Poiché non intendevo consentire alle loro sollecitazioni, la mia sofferenza s’intensificò e non avevo la forza sufficiente per oppormi, nella mia angoscia gridai al Signore. Come avvenne al cieco che implorava la guarigione e, stretto dalla folla che lo rimproverava, gridava sempre più forte, sentii la voce del Signore chiedermi: Che cosa vuoi che ti faccia? (Mc 10,51). Risposi: Signore, affinché possa vedere donami le tue frecce acute e i carboni di ginepro. Le frecce sono le parole della Sacra Scrittura contro le quali gli avversari non potevano resistere e i carboni sono gli esempi offerti dai santi. Le brace di ginepro conservano il fuoco più a lungo di qualsiasi altro tipo di pianta e per questo possono rappresentare gli esempi dei santi. In loro l’amore non si attenua né si spegne; al contatto del loro calore, la vita dei più deboli, se si era raffreddata, si riaccende» (Gero, PL 194, 840 A-D).
Ahimè, io abito straniero in Mesec, dimoro fra le tende di Kedar! Troppo tempo ho abitato con chi detesta la pace. Mesec (regioni tra il Mar Nero e il Caucaso) e Kedar (nel deserto arabico) sono tribù che simboleggiano popoli bellicosi. In pratica il salmista si lamenta di dover abitare tra gente astiosa e aggressiva.
«Se per ora non è possibile separare i cattivi dai buoni, occorre sopportarli; ma sarà cosa temporanea, poiché, se i cattivi potranno essere con noi sull'aia, certo non lo saranno nel granaio. Anzi, può anche darsi il caso di gente che oggi sembra cattiva e domani diventi buona, come può anche succedere che certuni, oggi orgogliosi della propria bontà, domani risultino cattivi. Chiunque pertanto sopporta con umiltà la temporanea presenza dei cattivi arriverà al riposo eterno» (Agostino, 119,9 PL 37 1604).
«Le brace di ginepro conservano il fuoco più a lungo di qualsiasi altro tipo di pianta e per questo possono rappresentare gli esempi dei santi. In loro l’amore non si attenua né si spegne; al contatto del loro calore, la vita dei più deboli, se si era raffreddata, si riaccende. Ora, per il raffreddarsi della carità e per il crescere della malizia, molte brace si sono spente e sono annerite. Poiché pochi sono i credenti e gli uomini luminosi, il mio pellegrinaggio, ossia la mia vita in questo modo, è diventato molto triste. Per questo esclamo: Troppo ho dimorato in questa vita!» (Gero, PL 194,  840 D)
«[È necessario che i nostri giorni siano abbreviati come ha auspicato il Signore (Cf. Mt 24,22). Elia vide abbreviarsi i suoi giorni (la sofferenza dei suoi giorni) quando fu soccorso dalla vedova di Zarepta. [Oggi il giusto trova nella Chiesa molti luoghi di rifugio: sono i monasteri nei quali non mancano le giare colme di farina né l’otre dell’olio si è svuotato» (Gero, PL 194, 840 D).
Io sono per la pace, ma essi, appena parlo, sono per la guerra. «Verso i nemici della pace, verso quelli che l’odiano, vuole osservare il consiglio dell’Apostolo: Vivete in pace con tutti (Rm 12,18). Lo stesso Signore ci chiede nel Vangelo: Amate i vostri nemici…. (Mt 5,43)» (Cassiodoro, PL 70 904 D).


Salmo 120


1 Canto delle salite.
Alzo gli occhi verso i monti:
da dove mi verrà l’aiuto?
2 Il mio aiuto viene dal Signore:
egli ha fatto cielo e terra.
3 Non lascerà vacillare il tuo piede,
non si addormenterà il tuo custode.
4 Non si addormenterà, non prenderà sonno
il custode d’Israele.
5 Il Signore è il tuo custode,
il Signore è la tua ombra
e sta alla tua destra.
6 Di giorno non ti colpirà il sole,
né la luna di notte.
7 Il Signore ti custodirà da ogni male:
egli custodirà la tua vita.
8 Il Signore ti custodirà quando esci e quando entri,
da ora e per sempre.
Alzo gli occhi verso i monti: da dove mi verrà l’aiuto? Il mio aiuto viene dal Signore: egli ha fatto cielo e terra. I monti rappresentano luoghi di pericolo e tutto ciò che crea ansietà; di fronte a rischi gravi ed imminenti, l’orante si chiede: chi mi aiuterà in modo valido? I monti richiamano anche la tentazione dell’idolatria perché sulle alture si svolgevano i culti alle divinità: sollevo gli occhi verso i santuari delle alture ma penso che l’aiuto non mi verrà dalle divinità ma dal Dio creatore.
Il pellegrino «non trova l’aiuto che cerca in nessuna delle cose sensibili; si rifugia allora nel Creatore, alzando gli occhi dell’anima » (Eusebio, PG 24 11 A) e così egli pensa: «Sono certo che non mi potrà giovare nessun soccorso umano ma che mi basterà la benevolenza del Signore. Mostra poi il valore di un aiuto così potente: ha fatto cielo e terra. Chi ha creato tutto il mondo con la sola parola, sarà in grado di soccorrere anche me» (Teodoreto PG 80 1887 B-C). «Mostra il suo desiderio di volere l’aiuto del Signore, quanto più sa che gli viene offerto dalla sua generosità» (Cassiodoro PL 70 906 A).
«Per monti possiamo intendere gli uomini eminenti e illustri. Dice però Giovanni Battista (uno di questi monti): Della pienezza di lui noi tutti abbiamo ricevuto (Gv 1,16). L'aiuto ti proviene non dai monti ma dal Signore dalla, cui pienezza i monti hanno ricevuto. Però, se tu attraverso le Scritture non solleverai gli occhi ai monti, non ti avvicinerai in maniera tale da poter essere da lui illuminato» (Agostino, 120,4, PL 37 1607.
Non lascerà vacillare il tuo piede, non si addormenterà il tuo custode. Non si addormenterà, non prenderà sonno il custode d’Israele.
«Perfino del Signore si dice che possa addormentarsi. In realtà siamo noi ad assopirci nella fede. Su quanti la fede non dorme, Cristo rimane sempre a vegliare. Se ci allontaniamo dalla vista del suo sguardo, lo perdiamo come difensore. Sul lago di Galilea, il Signore dormiva perché la fede dei discepoli era misera. Non appena la loro fede si ridestò, anche il Signore si risvegliò e calmò la tempesta» (Cassiodoro, PL 70 907 A).
Il Signore è il tuo custode, il Signore è la tua ombra e sta alla tua destra.
«… rimanendo sotto la sua protezione, resterai illeso. Lo ricorda la storia antica: quando gli ebrei furono liberati dalla schiavitù d'Egitto, coperti da una nube, non furono danneggiati dalla forza dei raggi solari» (Teodoreto PG 80 1880 A).
«Ecco uno che ha creduto: egli cammina nella fede, ma è ancora fragile, si dibatte fra le tentazioni e le molestie. Che cosa gli vale l'aver creduto in Cristo e aver ricevuto il potere d'essere tra i figli di Dio? Guai a lui se il Signore non ne proteggerà la fede! Guai a te, dico, se il Signore non interverrà impedendo che tu sia tentato oltre le tue forze, per usare le parole dell'Apostolo: Dio è fedele e non permetterà che siate tentati oltre quel che potete sopportare» (Agostino, 120,11 PL 37 1614)
Di giorno non ti colpirà il sole, né la luna di notte. La protezione di Dio difende dagli effetti dannosi provocati dai raggi del sole e della luna, secondo le convinzioni del tempo.
«Una nube luminosa impedisce che siano bruciati dal sole quelli che camminano secondo Dio. In modo simile, darà il suo aiuto perché costoro non abbiano a patire nulla dal luminare notturno» (Eusebio, PG 24 11 C). «Con le parole sole e luna e le equivalenti giorno e notte, vuole significare le situazioni positive e negative della vita. In un altro salmo leggiamo: davanti a te grido giorno e notte (Sal 87,1). Vuole così ribadire la necessità della preghiera continua. Il Signore, proteggendo i suoi, evita che cadano nel peccato o che sia scottati dagli scandali. Allo stesso modo custodì l’antico popolo, effondendo su di esso i suoi raggi benefici, sino a proteggerlo di giorno con una nube e a illuminarlo di notte mediante la luce di una colonna di fuoco» (Cassiodoro, PL 70 908 A-B).
Il Signore ti custodirà da ogni male: egli custodirà la tua vita. «Il termine male qui sottende quanto allontana dalla grazia divina, vanifica le promesse del Signore» (Cassiodoro, PL 70 908 B-C).
Il Signore ti custodirà quando esci e quando entri, da ora e per sempre. «Custodirà il tuo entrare, ossia l’inizio della tentazione; preghiamo di non entrare in essa, esortati dal Signore il quale ha detto ai discepoli affaticati per lo sforzo dell’ascesa: Vegliate e pregate per non entrare in tentazione (Mt 26,38). Se accadrà, per un disegno misterioso di Dio, che la richiesta di evitare la tentazione non sia esaudita, cerchiamo di ottenere in tutti i modi che il Signore ci custodisca... I nostri nemici maligni stanno sempre all’erta, all’inizio e al termine della tentazione; per insidiare la nostra testa, all’inizio, o il calcagno, alla fine. Per questo motivo, il Signore custodisca il tuo ingresso e la tua uscita, affinché tu non venga vinto nell’assalto della tentazione e possa rialzarti vittorioso dopo averle superate (Gero, PL 194 847 A).


Salmo 121


1 Canto delle salite. Di Davide.
«Andremo alla casa del Signore!».
2 Già sono fermi i nostri piedi
alle tue porte, Gerusalemme!
3 Gerusalemme è costruita
come città unita e compatta.
4 È là che salgono le tribù, le tribù
del Signore, secondo la legge d’Israele,
per lodare il nome del Signore.
5 Là sono posti i troni del giudizio,
i troni della casa di Davide.
vivano sicuri quelli che ti amano;
7 sia pace nelle tue mura,
sicurezza nei tuoi palazzi.
8 Per i miei fratelli e i miei amici
io dirò: «Su te sia pace!».
9 Per la casa del Signore nostro Dio,
chiederò per te il bene.
Canto delle salite. «Quando l'amore impuro infiamma un cuore, lo precipita in basso. Analogamente è dell'amore santo. Esso solleva l'uomo dalle profondità dell'inferno alle sommità del cielo. In una parola, ogni amore è dotato di una sua forza e, quand'è in un cuore innamorato, non può restarsene inoperoso: deve per forza spingere all'azione. Non vi esortiamo, quindi, a non amare, ma a non amare il mondo, affinché possiate amare con libertà colui che ha creato il mondo» (Agostino, 121,1 PL 37 1613).
Quale gioia, quando mi dissero: «Andremo alla casa del Signore!». Già sono fermi i nostri piedi alle tue porte, Gerusalemme! Il pellegrino, giunto a Gerusalemme, ricorda il momento della partenza e così vive con maggiore intensità la gioia di aver raggiunto ora la meta.
«Questo è un grido che sgorga da una fede autentica: gioiscono non perché riceveranno dei possedimenti ma perché vedranno il tempio di Dio. [Dicono:] ormai vediamo di essere giunti nello spazio sacro del tempio e così possiamo celebrare il servizio divino» (Teodoreto, PG 80 1880 B).
Il cristiano si protende piuttosto verso la Gerusalemme celeste: «Ripensate, fratelli, a quel che succede quando al popolo si fissa un qualche luogo santo per radunarvisi e celebrarvi la festa: come tutta la gente si anima ed esortandosi scambievolmente dice: Andiamo, andiamo! Parlano così fra loro e accendendosi, per così dire, l'un l'altro, formano un'unica fiamma… Se pertanto un amore puro riesce a trasportare [i fedeli] a un santuario materiale, quanto più sublime non dovrà essere l'amore che rapisce al cielo» (Agostino, 121,2 PL 37 1619).
«Procedendo per la via che conduce a Dio e ammaestrato sulla meta, il salmista è colmato di letizia al solo annuncio delle realtà future. Dichiara di aver trovato ottimi maestri in coloro che gli avevano detto: Andremo alla casa del Signore. Allora si è affrettato ancora di più, proseguendo il viaggio con sollecitudine» (Eusebio, PG 24 12 C).
Gerusalemme è costruita come città unita e compatta. Più che alla compattezza degli edifici, il salmista pensa alla solidità della città e alla sua inviolabilità. «La città non è costruita da edifici disseminati ma si erge in modo tale da sembrare un’unica casa. In senso spirituale, parla dei credenti che sono presso Dio; sono pietre vive con le quali viene innalzato il tempio di Dio, quello vero, compatto per l’unità del pensiero e del sentire» (Eusebio, PG 27 13 A).
«Gerusalemme si costruisce ogni giorno sino alla fine del mondo con l’operosità delle pietre vive, ossia di quanti credono nel Signore» (Cassiodoro, PL 70 910 B)
È là che salgono le tribù, le tribù del Signore, secondo la legge d’Israele,
«Sotto il dominio di Roboamo le tribù si divisero e dieci di loro si separarono dal regno di Davide (Cf. 1 Re 12) ma dopo il ritorno dall'esilio, si raccolsero sotto un'unica sovranità. Tutte le tribù si radunavano a Gerusalemme, secondo la legge, per offrire un culto unanime» (Teodoreto, PG 80 1880 D)
per lodare il nome del Signore. «[Là] si loda il costruttore della casa stessa, il padrone di casa è la gioia di tutti coloro che vi abitano: egli, che quaggiù è l'unica [nostra] speranza, lassù [sarà] la nostra reale felicità. Pertanto, quelli che corrono a che cosa debbono pensare? D'essere in certo qual modo lassù e d'esserci stabilmente. Gran cosa essere stabilmente in quella casa, in compagnia degli angeli, e mai perderne il posto!» (Agostino, 121,3 PL 37 1619-1620).
 Là sono posti i troni del giudizio, i troni della casa di Davide. Il popolo si recava a Gerusalemme per ottenere giustizia presso i tribunali, costituiti dai vari sovrani di stirpe davidica. «A Gerusalemme non venne costruito soltanto il tempio, ma furono edificati anche i palazzi reali e i cittadini che avevano controversie tra loro, si recavano là per risolverle» (Teodoreto PG 80 1881 A).
Anche il cristiano deve esprimere un giudizio. «Si dice in un altro passo [scritturale]: L'anima del giusto è il trono della sapienza. Grande, grandissima affermazione questa: Trono della sapienza [è] l'anima del giusto (Sir 1,8). E significa: Nell'anima del giusto risiede la sapienza come nel suo proprio seggio, nel suo proprio trono, e da lì giudica ogni cosa che giudica. Costoro dunque erano i troni della sapienza e per questo diceva loro il Signore: Siederete su dodici troni per giudicare le dodici tribù d'Israele (Mt 19,28)» (Agostino, 121,9, PL 37 1626). «[I santi] giudicheranno col Signore allorché, purificati nella mente e costituiti nella perfezione, emetteranno un giudizio conforme alle decisioni del Signore… Seggi sono le persone sante perché illuminate dalla grazia divina che dimora in loro. Troviamo scritto: Venne in me lo Spirito di sapienza (Sap 7,7). Ancora: Su chi riposa il mio spirito? Nell’umile e in chi accoglie le mie parole (Is 66,2)» (Cassiodoro, PL 70 912 B).
Chiedete pace per Gerusalemme: vivano sicuri quelli che ti amano; sia pace nelle tue mura, sicurezza nei tuoi palazzi. Per i miei fratelli e i miei amici io dirò: «Su te sia pace!». Per la casa del Signore nostro Dio, chiederò per te il bene.
Come creare pace nella Chiesa, tra persone che godono di carismi diversificati? «Volete vedere che gran forza è l'amore? Se uno viene a trovarsi in una qualche necessità che gli impedisca d'osservare uno dei comandamenti di Dio, ami colui che l'osserva e, nella persona dell'altro che l'osserva, lo osserva lui stesso. Ecco un esempio. Uno è sposato… Ora a quest'uomo viene in mente che c'è un genere di vita più eccellente [della sua], a proposito della quale dice il medesimo Apostolo: Desidererei che tutti fossero come me (1 Cor 7,7). Mira quei tali che hanno attuato questo consiglio e li ama. Amandoli adempie in essi ciò che non può adempiere in se stesso. Grande la forza dell'amore! E questo amore è la nostra forza, al segno che, se non fossimo radicati in esso, a nulla ci varrebbero tutte le altre risorse che potessimo avere. Dice l'Apostolo: Se io parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, e non avessi amore, non sarei che un bronzo risonante, o un cembalo squillante (1 Cor 13,1)».



Salmo 122


1 Canto delle salite. Di Davide.
A te alzo i miei occhi, a
te che siedi nei cieli.
2 Ecco, come gli occhi dei servi
alla mano dei loro padroni,
come gli occhi di una schiava
alla mano della sua padrona,
così i nostri occhi al Signore nostro Dio,
finché abbia pietà di noi.
3 Pietà di noi, Signore, pietà di noi, siamo
già troppo sazi di disprezzo,
4 troppo sazi noi siamo dello scherno dei gaudenti, del
disprezzo dei superbi

Canto delle salite. «Ho intrapreso, seguendo l'ordine progressivo, l'esame dei cantici dell'uomo che ascende: ascende e ama, anzi in tanto ascende in quanto ama. Ogni amore o ascende o discende; dipende dal desiderio: se è buono ci innalziamo a Dio, se è cattivo precipitiamo nell'abisso. Ma, poiché assecondando il desiderio cattivo cademmo [nella colpa], non ci resta che riconoscere [il potere di] colui che non per essere caduto ma liberamente scese fino a noi, aggrapparci a lui e così risalire, dato che questo non ci è possibile mediante le nostre forze» (Agostino, 122,1 PL 37, 1629-1630). «Pensate pure che a parlare sia ciascuno di voi: chi parla è quell'unico [corpo] che è diffuso per tutta la terra» (Agostino, 122,2 PL 37 1630).
A te alzo i miei occhi, a te che siedi nei cieli. Il salmista immagina di essere come uno schiavo o una schiava che ha chiesto un favore al padrone o alla padrona ed attende almeno un cenno favorevole della loro mano. Dio non vuole comportarsi con noi come un padrone ma noi dobbiamo rapportarci con lui con grande rispetto, uniformandoci al suo volere.
«Non spero in nessun altro se non in Te, Signore. L’occhio dell’anima che guarda verso l’alto, ne riceve del bene; quello che guarda in basso, del male. Nessuno che raccolga tesori sulla terra direbbe mai a Dio: a Te ho levato i miei occhi, poiché dov’è il tuo tesoro, là sarà anche il tuo cuore. Gli occhi dello stolto guardano là dove lo spinge la sua brama (alla donna per concupiscenza di essa), mentre gli occhi del giusto guardano sempre a Dio» (Eusebio, PG 24, 13 C).
«Gli uomini orgogliosi, avidi di potere, se sono toccati da un problema qualsiasi, subito ricorrono ai ricchi, si rifugiano presso protettori incerti; i servi di Dio, invece, sopportando con pazienza torti e travagli, alzano al Signore lo sguardo, guardano alla fonte della salvezza sicura» (Cassiodoro, PL 70  915 A).
Ecco, come gli occhi dei servi alla mano dei loro padroni, come gli occhi di una schiava alla mano della sua padrona, così i nostri occhi al Signore nostro Dio…
«Perché continuare a parlare come se fossimo servi? È vero certamente che da servi siamo divenuti figli. È stato infatti il Signore a crearci in un primo tempo servi, per poi riscattarci. Riconosciamo pertanto la nostra condizione: sebbene per la grazia siamo diventati figli, tuttavia per essere creature siamo servi… (Agostino, 122,5 PL 37 1634)
anche tu sei insieme e servo e serva: servo in quanto sei popolo, serva in quanto sei Chiesa. Questa serva però ha conseguito una grande dignità presso Dio: è diventata sposa. Prima però di giungere a quegli amplessi spirituali, è soltanto fidanzata, per quanto già in possesso di quel pegno prezioso che è il sangue dello Sposo per il quale sospira pur nella sua sicurezza» (Agostino 122,5 PL 37 1633).
…finché abbia pietà di noi. «A questo Signore solleviamo i nostri occhi finché abbia pietà di noi… Gli chiediamo di cercare anche noi che siamo una pecora smarrita, aggredita dai morsi dei lupi, lacerata dai rovi; che siamo una dracma, coperta da un bel strato di polvere. Avremmo dovuto essere come una pecora pura da offrire in sacrificio, e una moneta risplendente che lascia vedere in se stessa la somiglianza con Dio. In Adamo tuttavia abbiamo perso ciò che avevamo avuto di buono ed ora ci troviamo lontani da Dio. A Lui che ama essere misericordioso e soccorrere con premura le sventure che non mancano neppure in tempo di prosperità, diciamo con la bocca e con il cuore... Abbi misericordia di noi e sollevaci sulle tue spalle perché possiamo offrirci a te come offerta vivente, santa, a te gradita. Abbi pietà di noi e purificaci interiormente, togli via da noi, come da una moneta la polvere dei pensieri e il fango degli affetti depravati» (Gero, PL 194 851 A).
Pietà di noi, Signore, pietà di noi,
«Invochiamo la tua misericordia non perché ci sentiamo meritevoli di essere aiutati ma perchè siamo diventati oggetto di disprezzo» (Teodoreto, PG 80 1884 B).
«Si umilia con grande intensità; non si limita a paragonarsi ad un servo ma perfino ad una schiava tutta intenta alla sua padrona. Scrutando i suo gesti, aspetta di ricevere il perdono, anche se gli venisse fatto conoscere soltanto con un cenno. A te levo i miei occhi affinché guardando in me stesso, dispiaccia a me stesso. Il pubblicano non osò innalzare al cielo il suo sguardo, ma rivolse a te il suo occhio interiore e disse: O Dio, abbi pietà di me peccatore. Guardò verso di te e umiliò se stesso. Si compiacque di te e dispiacque a se stesso… Da parte mia, divenuto un peso a me stesso, addolorato in questo passaggio nella valle delle lacrime, dal profondo grido verso di te e sollevo a te il mio sguardo, a te che abiti nei cieli (Gero, PL 194 849 D - 851 A).
siamo già troppo sazi di disprezzo, troppo sazi noi siamo dello scherno dei gaudenti, del disprezzo dei superbi.
«Nostro Signore ha comandato che noi fossimo flagellati, e così ha comandato quella nostra padrona che è la Sapienza di Dio; noi durante la vita presente siamo sotto i suoi colpi, e nostra piaga è tutt'intera la presente vita mortale... La stessa vita, tutta intera, è detta tentazione. Per cui tutta la tua vita sulla terra costituisce la tua molteplice piaga, e tu finché vivi sopra la terra avrai da piangere. Sia che viva nella prosperità sia che ti trovi in qualche tribolazione, hai da gridare: Ho elevato i miei occhi a te che abiti nel cielo» (Agostino, 122,6-7 PL 37 1634-1635).
«Allude all’arroganza dei persecutori, ricchi e benestanti, per la quale fanno credere ai santi che è utile la loro povertà ed umiltà: a che serve rifiutare le ricchezze attuali per sperare in un futuro incerto? Mi tengo ciò che vedo mentre tu speri in un bene immaginario. Gli arroganti disprezzano gli umili. Non vogliono neppure sentire i loro discorsi; del resto non sarebbero in grado di afferrarne il contenuto. Preferiscono i beni presenti e disprezzano quelli futuri. Presi da stoltezza, si mostrano astiosi verso i fedeli che vogliono servire il Signore» (Cassiodoro, PL 70 916 D).


Salmo 123


Canto delle salite. Di Davide.
Se il Signore non fosse stato per noi –
lo dica Israele –,
2 se il Signore non fosse stato per noi,
quando eravamo assaliti,
3 allora ci avrebbero inghiottiti vivi, quando
divampò contro di noi la loro collera.
4 Allora le acque ci avrebbero travolti, un
torrente ci avrebbe sommersi;
5 allora ci avrebbero sommersi
acque impetuose.
6 Sia benedetto il Signore, che non ci ha consegnati
in preda ai loro denti.
7 Siamo stati liberati come un passero
dal laccio dei cacciatori:
il laccio si è spezzato e noi siamo scampati.
8 Il nostro aiuto è nel nome del Signore:
egli ha fatto cielo e terra.
Canto delle salite. Di Davide.
«Se talora chi canta sembra essere un solo individuo mentre altre volte sembrano molti, è perché, pur essendo molti, noi siamo uno. Uno infatti è Cristo, e le membra di Cristo in Cristo formano insieme con Cristo una unità. Il Capo di tutte queste membra è in cielo, e il corpo, sebbene stia tribolando in terra, non è avulso dal suo Capo; anzi questo Capo vigila sul corpo e provvede al suo bene» (Agostino, 123,1 PL 37 1639-1640).
«Alcune membra di quello stesso corpo a cui noi apparteniamo ci hanno preceduto [nella patria], ed esse possono cantare [il salmo] con ogni verità. Insieme desideriamo quella vita che quaggiù non abbiamo ma che non potremo mai avere se prima non l'abbiamo desiderata. Ripensano [i santi] alle sofferenze che hanno incontrate, e dal luogo di beatitudine dove ora si trovano guardano al cammino percorso per arrivarvi» (Agostino, 123,2 PL 37 1640)
Se il Signore non fosse stato per noi – lo dica Israele –, se il Signore non fosse stato per noi, quando eravamo assaliti, allora ci avrebbero inghiottiti vivi, quando divampò contro di noi la loro collera.
Senza l’aiuto di Dio, Israele sarebbe stato annientato dai nemici. «Si insegna a dire questo inno all’uomo credente, all’uomo dallo sguardo penetrante che ha sempre Dio davanti a sé. Israele offre un canto di vittoria al Dio che vince. I più anziani lo insegnano ai più giovani, e questi lo accolgono come buoni discepoli. È adatto a Israele che ha Dio in sé. Si ripete l’annuncio di Mosé: Il Signore combatterà per voi e voi starete in silenzio (Es 14,14» (Eusebio, PG 24 13 D - 15 A).
«Non pensate di aver vinto per la vostra forza. Dio vi ha donato la vittoria. Dite l'un l'altro, colmi di gioia: se non fossimo stati amati da Dio, quando irruppe contro di noi un numero così folto di nemici, saremmo stati divorati vivi da loro, come fossero stati dalle fiere. Non volevano neppure che avessimo una sepoltura» (Teodoreto PG 80 1884 D -1885 A).
«Si lasciano inghiottire vivi coloro che sanno essere male una qualche cosa e vi consentono approvandola» (Agostino, 123,5 PL 37 1642).
«Il popolo di Dio, liberato dalla schiavitù, in parte ha già ricevuto il dono della salvezza, in parte lo riceverà in futuro. Sono già salvi, in modo reale e totale, tutti coloro che già regnano in cielo; sono salvi nella speranza, invece, quelli che ancora sono in cammino sulla terra» (Gero, PL 194 851 D).
Allora le acque ci avrebbero travolti, un torrente ci avrebbe sommersi; allora ci avrebbero sommersi acque impetuose.
«Mostra la violenza della moltitudine di nemici che irrompevano contro di loro con l’impeto d'un fiume, sperando di portar via tutti. Il paragone col fiume è appropriato: un corso d’acqua acquista forza raccogliendo diversi rigagnoli. Allo stesso modo i nemici, riuniti a forza da vari popoli, di diverse lingue, affluirono contro Gerusalemme ma furono dispersi dal giudizio divino» (Teodoreto, PG 80, 1885 A – B).
«Abbiamo superato acque impetuose, con l’aiuto di Dio, perché egli non ha voluto che fossimo tentati oltre le nostre forze… Con la sua misericordia, ha ridotto alcuni rischi mentre altri li ha rimossi. Ha cambiato il cuore degli avversari, come quando Saulo divenne Paolo. Alcuni nemici, invece, li ha fatti perire come quando permise che Saul venisse ucciso sul Gelboe, a causa del suo orgoglio. Allo stesso modo… non soltanto siamo rimasti illesi ma, proprio in seguito alle persecuzioni, siamo stati purificati come oro nel crogiolo» (Gero, PL 194 854 A).
«È una cosa sbalorditiva, fratelli, e chi ci pensa ne prova spavento. Il potente va a caccia del più debole e cerca di farlo fuori; e questo, non per altro motivo se non perché quel tale possiede cose che gli si potrebbero portar via. (Agostino, 123,10 PL 37 1646).
Sia benedetto il Signore, che non ci ha consegnati in preda ai loro denti. Siamo stati liberati come un passero dal laccio dei cacciatori: il laccio si è spezzato e noi siamo scampati.
«Mostra con un detto la disumanità dei nemici e la forza dell'aiuto di Dio. I denti significano la loro crudeltà. Con grande sincerità i fedeli, nel paragonarsi ai passeri, dichiarano la loro impotenza. Rivelando la forza dei nemici, - li chiamano infatti cacciatori - annunciano poi la potenza di Dio» (Teodoreto, PG 80, 1885 B - C).
«Il laccio non si è rotto, come se fosse un fragile legame, ma si è spezzato, come lo furono le catene doppie, di ferro, con le quali venne incatenato Pietro. Anche noi venimmo imprigionati da due tipi di catene, da quella della colpa e da quella della pena. Ora le colpe sono state perdonate e le pene della colpa sono state attenuate o rimosse quasi per intero… Possiamo dire con Pietro: Ora so che il Signore ha mandato il suo angelo per liberarmi... (At 12,11)» (Gero, PL 194 854 A)
Il nostro aiuto è nel nome del Signore: egli ha fatto cielo e terra.
«Dal momento che possiamo contare sull'aiuto dello stesso Creatore del cielo e della terra, ci burliamo di qualsiasi opposizione. Invocandolo otteniamo un aiuto adeguato» (Teodoreto, PG 80, 1885 C).
«La vita attuale è un passaggio. Quanti si lasciano irretire dai piaceri e, pur di gustarne la dolcezza, offendono Dio, passano anche loro insieme con la vita. È un calappio che verrà rimosso. Occorre non attaccarsi [alla vita passeggera], in modo che, quando la trappola verrà tolta, tu possa gioire e dire: la trappola è stata distrutta e noi siamo scampati. Non credere, però, che con le sole tue forze tu possa realizzare questo risultato» (Agostino, 123,13 PL 37 1647).


Salmo 124


1 Canto delle salite.
Chi confida nel Signore è come il monte Sion:
non vacilla, è stabile per sempre.
2 I monti circondano Gerusalemme:
il Signore circonda il suo popolo, da ora e
per sempre.
3 Non resterà lo scettro dei malvagi
sull’eredità dei giusti, perché i giusti non
tendano le mani a compiere il male.
4 Sii buono, Signore, con i buoni e con
i retti di cuore.
5 Ma quelli che deviano per sentieri tortuosi il
Signore li associ ai malfattori. Pace su Israele!
Canto delle salite. «Il salmo ci insegna a salire verso il Signore nostro Dio elevando l'anima in un sentimento colmo di carità e di devozione, senza lasciarci incantare dalla sorte felice di quanti prosperano in questo mondo. La loro felicità è falsa, vuota, un autentico specchio per le allodole; chi la possiede non si nutre che di superbia, mentre il suo cuore, gelido nei riguardi di Dio, rimane arido sotto la pioggia della grazia celeste né reca alcun frutto… Vuoi avere retto il cuore? Fa' quello che piace a Dio; non pretendere che Dio s'adatti a fare ciò che piacerebbe a te. Tutte le cose fatte da Dio sono fatte con rettitudine: per cui, anche se non possiamo penetrare nei segreti della sua Provvidenza né scorgere il motivo per cui ha fatto una cosa così e un'altra diversamente, è bene per noi chinarci di fronte alla sua sapienza. Anche se ci sfugge il motivo per cui ha disposto una determinata cosa, crediamo che egli l'ha compiuta per il bene, e avremo retto il cuore (capace quindi di riporre totalmente la propria fiducia nel Signore)» (Agostino, 124,1-2, PL 37 1648-1649).
Chi confida nel Signore è come il monte Sion:  non vacilla, è stabile per sempre.
«Chi è rinforzato dalla speranza in Dio, in modo analogo al Sion, che è un monte solido, rimane sempre saldo, suscita rispetto e ammirazione» (Teodoreto, PG 80 1885 D). «Quanti confidano nel Signore non rimarranno turbati perchè sono persuasi che tutte le sue decisioni siano giuste, utili per coloro che hanno un cuore retto; tutti gli eventi, favorevoli e contrari, si volgeranno in bene. [I veri fedeli] non vengono corrotti dal benessere né vengono spezzati dalle sventure, ma rimangono fermi, uguali a se stessi» (Gero, PL 194 835 A).
«Noi crediamo che anche il monte Sion, alla fine del mondo, cambierà insieme con le altre cose; Colui che non cambierà è quella persona, simboleggiata dal monte Sion, che è Cristo Signore» (Cassiodoro, PL 70 922 A).
I monti circondano Gerusalemme:  il Signore circonda il suo popolo, da ora e per sempre.
«Come una corona di monti cinge una città, così la benevolenza di Dio custodisce un popolo fedele. Tale protezione non è passeggera ma permanente. Dio la riserva per coloro che lo riconoscono» (Teodoreto, PG 80 1888 A).
«La stretta cerchia dei monti rappresenta la difesa prestata dagli angeli, e dai santi che regnano con loro. Circondano la città e si propongono un solo scopo, quello di difendere questa Sion o Gerusalemme, e così non può assolutamente essere espugnata. Anzi è il Signore stesso a circondarla. Egli è il monte dei monti, il Santo dei santi che abita negli angeli santi e negli uomini... è un muro e un antemurale (Is 26,1 Vulg.) che attornia il suo popolo, quale eterno suo protettore» (Gero PL 194, 835 B – C)
«Questi monti sono illuminati da Dio e sono illuminati per primi… sono il tramite per cui vi viene somministrata la Scrittura, si tratti della profezia o degli scritti apostolici o dei Vangeli. Sono questi i monti dei quali cantiamo: Ho sollevato i miei occhi ai monti dai quali mi verrà l'aiuto, l'aiuto cioè dei libri santi, di cui abbiamo bisogno nella vita presente» (Agostino, 124,4 PL 37 1650).
Non resterà lo scettro dei malvagi sull’eredità dei giusti, perché i giusti non tendano le mani a compiere il male.
«Lo scettro degli empi è il potere degli uomini malvagi. Lo detengono finché Dio consente loro di colpire i buoni, affinché diventino migliori grazie alla loro pazienza, una virtù provocata dalla stessa sofferenza. Non permetterà che questo scettro pesi di continuo sull'esistenza dei giusti, sopra quelli che, in base ad una chiamata divina, sono diventati una parte scelta e una eredità» (Gero, PL 194 835 D). «A volte gli iniqui giungono ai vertici del comando e quando ci sono pervenuti, non ci si può esimere dal tributare ad essi l'onore dovuto alla loro carica. Non sono infatti arrivati a quei posti se non per volere di Dio che vuol trattare con una certa severità il suo popolo; Dio ha così strutturato la sua Chiesa che ogni autorità legittima nella società civile debba ricevere l'onore [da tutti], anche se i sudditi, come capita a volte, sono migliori» (Agostino, 124,7 PL 37 1653).
«Quando il Signore durante la sua Passione sopportò tante offese, chi l'offendeva? Non erano forse i servi a maltrattare il padrone? E lui come reagì? Invece che con l'odio li ripagò con l'amore. Diceva: Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno» (Agostino, 124,7 PL 37 1654)
Sii buono, Signore, con i buoni e con i retti di cuore. Ma quelli che deviano per sentieri tortuosi il Signore li associ ai malfattori.
«Retti di cuore sono le persone che seguono il Signore e non pretendono di precederlo. Se vogliono precedere il Signore, non cesseranno di commettere errori» (Cassiodoro, PL 70 923 C). «Coloro che hanno una volontà decisa di deviare dai comandamenti divini e di operare per le strade del male, sicuramente perderanno se stessi» (Cassiodoro, PL 70 923 D).
Pace su Israele! «Israele, cioè colui che vede Dio, vede anche la pace. Egli stesso è Israele e Gerusalemme, essendo insieme e popolo di Dio e città di Dio. Se poi vedere la pace è lo stesso che vedere Dio, ne segue logicamente che Dio stesso è la pace» (Agostino, 124,10 PL 37 1656).
«La pace include ogni bene. Israele rappresenta tutti quelli che prestano un accurato servizio in vista del risultato, come fece questi servendo fedelmente Labano. Essi meritano di essere arricchiti dei doni promessi; anzi diventano idonei e capaci di lottare con il Signore fino al punto da estorcere da Lui la benedizione, la stessa che viene data a ciascuno di loro: Non ti chiamerai più Giacobbe ma il tuo nome sarà Israele (Gen 32,28)» (Gero PL 194, 836 D).


Salmo 125


1 Canto delle salite.
Quando il Signore ristabilì la sorte di Sion,
ci sembrava di sognare.
2 Allora la nostra bocca si riempì di sorriso,
la nostra lingua di gioia. Allora si diceva
tra le genti: «Il Signore ha fatto grandi cose per
loro».
3 Grandi cose ha fatto il Signore per noi:
eravamo pieni di gioia.
4 Ristabilisci, Signore, la nostra sorte,
come i torrenti del Negheb.
5 Chi semina nelle lacrime
mieterà nella gioia.
6 Nell’andare, se ne va piangendo,
portando la semente da gettare,
ma nel tornare, viene con gioia,
portando i suoi covoni.
Canto delle salite. «[I pellegrini] seminano nelle lacrime percorrendo questi gradini. Ora ci troviamo in questo settimo gradino e siamo protesi verso l'ottavo. Nel frattempo piangiamo i nostri mali e quelli del prossimo, mentre aspettiamo l'ottavo giorno della risurrezione. Proprio coloro che adesso stanno piangendo, arriveranno nella gioia portando i loro covoni: sono il premio della seminagione delle opere buone» (Gero, PL 194 858 D).
Quando il Signore ristabilì la sorte di Sion, ci sembrava di sognare.
Si ricorda il momento, inatteso e gioioso, del rimpatrio dall’esilio in Babilonia, immagine delle grandi meraviglie di Dio che sorprendono gli uomini, sempre volti alla rassegnazione e alla siducia.
Il cristiano pensa alla liberazione pasquale e al cammino verso la patria nella grazia. «Cristo è risorto prima di noi per offrirci un motivo di fiducia. Il Signore ha cambiato la nostra prigionia: dalla prigionia ci ha messi sulla strada [del ritorno] e già siamo incamminati verso la patria. Riscattati [dalla prigionia], non temiamo le insidie che ci tendono lungo la via i nostri nemici. Il Signore, infatti, ci ha riscattati in modo che il nemico non osasse più tenderci insidie. A meno che noi non ci allontaniamo dalla via: quella via che è Cristo stesso. Vuoi sfuggire ai briganti? Ti dice [il Signore]: Ecco, ti ho aperto la via che conduce alla patria. Non te ne allontanare. Ho posto delle opere di difesa lungo tale via, in modo che nessun predone possa avvicinarsi. Tu non abbandonare quella via e il nemico non ti si avvicinerà. Cammina dunque in Cristo e canta pieno di gioia. Canta come chi è consolato. Ti ha preceduto colui che ti comanda d'andargli dietro» (Agostino, 125,4 PL 37).
Allora la nostra bocca si riempì di sorriso, la nostra lingua di gioia.
«La bocca di quelli che parlano di cose divine, nei quali è presente il frutto dello Spirito, diventa una gioia per gli ascoltatori. Anzi, essa stessa si riempie di gioia e la loro lingua esprime l’esultanza interiore. Ad esempio, la bocca del diacono Filippo si era riempita di gioia, quando la aprì; commentando le parole del testo biblico -  come pecora fu condotta al macello -, cominciò a dare il buon annuncio di Gesù all’etiope» (At 8,32) (Eusebio, PG 24 17 B).
Allora si diceva tra le genti: «Il Signore ha fatto grandi cose per loro». Grandi cose ha fatto il Signore per noi: eravamo pieni di gioia.
«Il prezzo della nostra redenzione è accolto dagli uomini di tutto il mondo. Così dicono fra tutte le genti i cittadini di Gerusalemme, ridotti, sì, in schiavitù ma animati dalla speranza del ritorno, esuli ma desiderosi della patria. Che cosa dicono? Il Signore ha operato cose grandi per noi, [e] noi siamo colmi di letizia. Saranno stati, per caso, gli stessi esuli a compiere tali cose a loro vantaggio? Essi furono certo capaci di causarsi del male, vendendosi schiavi al peccato; a far loro del bene fu il Redentore: egli venne e operò cose grandi a loro vantaggio» (Agostino, 125,9 PL 37).
Ristabilisci, Signore, la nostra sorte, come i torrenti del Negheb.
I torrenti del deserto del Negheb, dopo le piogge, riprendono ad essere dei corsi d’acqua. Il salmista chiede che, in modo analogo, il popolo dei deportati riprenda vita. Non basta il rientro dall’esilio ma occorre il dono di una nuova esistenza.
I Padri hanno pensato che i torrenti riprendessero a scorrere dopo essere stati irrigiditi dal freddo. «Il freddo gela l'acqua e le impedisce di scorrere. Allo stesso modo anche noi eravamo ghiacciati, irrigiditi dal freddo dei peccati; ma ecco soffiare un vento caldo. Il gelo allora si scioglie e si riempiono i torrenti, cioè quei corsi d'acqua che d'inverno, riempiendosi all'improvviso, scorrono assai impetuosamente. Anche noi nella [nostra] prigionia ci eravamo gelati e i peccati ci tenevano irrigiditi. Si levò il vento australe, lo Spirito Santo, e ci furono rimessi i peccati e noi ci sentimmo sciolti dal gelo dell'iniquità. Corriamo verso la patria, come i torrenti a mezzodì» (Agostino, 125,10 PL 37)
Chi semina nelle lacrime mieterà nella gioia. Nell’andare, se ne va piangendo, portando la semente da gettare, ma nel tornare, viene con gioia, portando i suoi covoni.
Il salmista cita un proverbio diffuso sull’esperienza della semina: un rischio che può dare un grande risultato.
«Seminiamo finché dura la vita presente, piena di lacrime. Cosa semineremo? Le opere buone. Nostra semente sono le opere di misericordia, parlando delle quali dice l'Apostolo: Non stanchiamoci di fare il bene, poiché se non ci stancheremo, a suo tempo mieteremo [copiosamente]. Finché dunque ne abbiamo il tempo, facciamo del bene a tutti, specialmente ai nostri fratelli nella fede. A proposito dell'elemosina come si esprime? Vi dico pertanto: chi semina poco raccoglie poco» (Agostino, 125,11 PL 37) «Quando l'agricoltore va a spargere la semente, non tira forse - almeno a volte - il vento gelido e non c'è il timore della pioggia? Egli guarda il cielo e lo vede tetro: trema per il freddo, tuttavia avanza spargendo il seme. Non rimandate a più tardi [le vostre opere buone], miei fratelli. Seminate d'inverno; seminate le opere buone anche quando vi tocca piangere, poiché chi semina fra le lacrime mieterà nella gioia» (Agostino 125,13 PL 37).


Salmo 126


1 Canto delle salite. Di Salomone.
Se il Signore non costruisce la casa,
invano si affaticano i costruttori.
Se il Signore non vigila sulla città,
invano veglia la sentinella.
2 Invano vi alzate di buon mattino e tardi andate
a riposare, voi che mangiate un pane di fatica:
al suo prediletto egli lo darà nel sonno.
3 Ecco, eredità del Signore sono i figli,
è sua ricompensa il frutto del grembo.
4 Come frecce in mano a un guerriero
sono i figli avuti in giovinezza.
5 Beato l’uomo che ne ha piena la faretra:
non dovrà vergognarsi quando verrà alla porta
a trattare con i propri nemici.
Canto delle salite. Di Salomone.
«Nei Cantici dei gradini risuona la voce dell'uomo che, con un cuore pieno di pietà e d'amore, muove i passi verso la Gerusalemme celeste, dove ci allieteremo al termine del nostro pellegrinaggio. Verso questa città sale ogni uomo che progredisce; da essa si allontana, chi smette di progredire. Non tentare però di salire muovendo i piedi: sali amando Dio, precipiti amando il mondo. Questi salmi sono il canto di persone innamorate, ardenti di santi desideri» (Agostino, 126,1 PL 37 1667).
Di Salomone. «Salomone, sappiamo che costruì il tempio in onore del Signore, prefigurazione e simbolo della Chiesa dei tempi nuovi, la quale è il corpo del Signore. Ne parla il Vangelo: Distruggete questo tempio e in tre giorni lo riedificherò. Il primo Salomone aveva costruito il tempio materiale, ma il Signore Gesù Cristo, il vero Salomone (cioè il vero pacifico), costruì a se stesso il suo tempio» (Agostino, 126,1 PL 37 1668).
Se il Signore non costruisce la casa, invano si affaticano i costruttori. Se il Signore non vigila sulla città, invano veglia la sentinella.
«Nessun costruttore e nessun custode conti soltanto sulla propria abilità, ma chieda l'aiuto del Signore. Grazie al suo soccorso, tutto diventerà più facile ma se Egli non interviene, lo sforzo dell'uomo risulterà inutile» (Teodoreto, PG 80 1892 B).
«Salomone edificò una casa al Signore e tuttavia non fu in grado di resistere al peccato, benché fosse una persona notevole per la sapienza. Istruiti da questa esperienza, riconosciamo come non sia possibile per noi costruire qualcosa di veramente solido senza l'aiuto di Dio» (Gero, PL 194 859 B)
«Se il Signore non avrà costruito all'interno, con la sua opera, la casa della scienza, che di per sé gonfia, aggiungendo ad essa la carità che costruisce, invano faticheranno i costruttori, parlando di conoscenza e trasmettendo ai loro ascoltatori, con il loro sapere, la scienza. Lo potranno fare soltanto coloro che possono dire: la carità di Dio è stata riversata nei nostri cuori… (Rm 5,5)» (Gero, PL 194 859 C).
Invano vi alzate di buon mattino e tardi andate a riposare, voi che mangiate un pane di fatica: al suo prediletto egli lo darà nel sonno.
«Tutto diventa  inutile, se non veniamo soccorsi da Dio: è vano alzarsi presto, correre a difendere la città o a riprendere la costruzione della casa. Il salmista invita perciò coloro che, quando la città è sotto assedio, si nutrono con angoscia, a porre la loro speranza in Dio. Con il termine sonno egli indica la quiete, dal momento che il sonno procura quiete. Se Dio vuole venire a soccorrerci, allora potremo vincere gli assedianti, costruire senza troppa fatica, vivere nella sicurezza, dormire senza affanno» (Teodoreto, PG 80 1892 C).
Ecco, eredità del Signore sono i figli, è sua ricompensa il frutto del grembo. Come frecce in mano a un guerriero sono i figli avuti in giovinezza. Beato l’uomo che ne ha piena la faretra: non dovrà vergognarsi quando verrà alla porta a trattare con i propri nemici.
Generare vita è un dono di Dio e i figli avuti in giovane età sono più forti. Nell’area antistante alla porta della città si affrontavano le dispute, si trattavano affari. I genitori anziani venivano aiutati dai figli, che diventavano come armi (frecce) di difesa. L’assistenza dei figli è uno dei modi con cui il giusto può verificare la provvidenza di Dio nella sua vita.


Salmo 127


1 Canto delle salite.
Beato chi teme il Signore e
cammina nelle sue vie.
2 Della fatica delle tue mani ti nutrirai,
sarai felice e avrai ogni bene.
3 La tua sposa come vite feconda
nell’intimità della tua casa; i tuoi
figli come virgulti d’ulivo intorno
alla tua mensa.
4 Ecco com’è benedetto l’uomo
che teme il Signore.
5 Ti benedica il Signore da Sion. Possa tu
vedere il bene di Gerusalemme tutti i giorni
della tua vita.
6 Possa tu vedere i figli dei tuoi figli! Pace su Israele!
Canto delle salite. Beato chi teme il Signore e cammina nelle sue vie.
«Il salmo proclama beato non soltanto chi appartiene al popolo d'Israele ma qualsiasi uomo che è ornato del timore del Signore. Lo conferma l'apostolo Pietro: Ho visto in verità che Dio non ha preferenza di persone ma gli è gradito chiunque pratichi la giustizia, a qualunque popolo appartenga (At 10,34). Il testo spiega poi come sia il vero timore nell’aggiungere: e cammina nelle sue vie. Non soltanto chi dice Signore, Signore entrerà nel regno dei cieli ma chi fa la volontà del Padre mio che è nei cieli (Mt 7,21). Chi teme Dio in verità, non abbandona le vie del Signore ma continua a camminare in esse» (Teodoreto, PG 80 1893 C).
«Tutti possono essere beati, lo schiavo come il padrone, anche chi ha il corpo mutilo, qualsiasi persona. Nulla impedisce di sperimentare questa beatitudine. La beatitudine degli uomini cambia facilmente; è fatta soltanto di espressioni augurali e viene distrutta dalla sventura. Non accade la stessa cosa a chi teme Dio: protetto dai marosi rimane in un porto tranquillo e conosce la vera beatitudine» (Eusebio, PG 24 22 A).
«Il timore può essere un vizio o una virtù. Temere ciò di cui non si dovrebbe aver paura è un vizio, ma, al contrario, temere ciò da cui ci si deve guardare, è virtù. Il timore virtuoso pone in cammino i principianti ma esso si trova anche presso coloro che hanno raggiunto la meta e nutrono un sentimento da figli. I fedeli camminano guardando sempre in avanti, crescendo nella virtù progredendo di tappa in tappa» (Gero, PL 194, 863 C-D)
Della fatica delle tue mani ti nutrirai, sarai felice e avrai ogni bene.
«Virtù e fatica secondo Dio sono cibo e gioia dell’anima: ciò vale per chi teme Dio. Chi poi lo ama, dal momento che è diventato perfetto, mangia il pane celeste. Beato chi mangia il pane nel regno dei cieli (Lc 14,15)» (Eusebio, PG 24 22 B-C). «Dai semi che avrai sparso, ricaverai un buon raccolto. Lo conferma l'Apostolo: Chi semina scarsamente, mieterà scarsamente ma chi semina con larghezza, con larghezza mieterà (2 Cor 9,6). Non soltanto sarai felice e apprezzato a parole, ma conoscerai di fatto la felicità» (Teodoreto PG 80 1896 A).
«Chi si rifiuta di faticare, non si nutre del proprio lavoro, né può dire: Il mio cibo è fare la volontà del Padre mio (Gv 4,34). La persona che accetta l’impegno, si alimenta già da ora e gode della sua operosità; non si limita soltanto a sperare nella ricompensa in futuro, ma un giorno, nell'eternità, si nutrirà anche del premio della sua fatica» (Gero PL 194 864 D).
La tua sposa come vite feconda nell’intimità della tua casa; i tuoi figli come virgulti d’ulivo intorno alla tua mensa. Ecco com’è benedetto l’uomo che teme il Signore.
«In quel tempo pensavano che la felicità consistesse nel benessere: il salmista parla della fecondità della moglie; la paragona ad una vite ricca di tralci e di grappoli promettenti. I figli sono paragonati a virgulti d'olivo, disposti attorno alla mensa. Nel salmo 51 il giusto appare come un ulivo fertile nella casa di Dio e, qui, all'uomo che teme Dio vengono promessi dei figli, simili a virgulti d'ulivo. Rimanere fedeli a Dio è come essere irrigati di continuo così da produrre i frutti, come è attestato nel primo salmo» (Teodoreto, PG 80, 1896 B). «Tutto ciò viene dato a colui che teme il Signore, ma questo non vale molto per colui che lo ama con tutta l’anima, con tutto il cuore e con tutta la forza. Per lui valgono piuttosto dei beni più grandi: quelle cose che occhio non vide…(1 Cor 2,9)» (Eusebio, PG 24 21 C).
«Noi stessi, sua Chiesa, siamo la sua sposa di Cristo. Per quali suoi figli può dirsi vite feconda la Chiesa? Se guardiamo queste mura, vediamo entrarvi molti [tralci] infruttuosi: vi entrano infatti molti ubriaconi, usurai, falsari. Sarà mai questa la fecondità della vite, la prolificità della sposa? No di certo. Queste ne sono le spine, ma essa non è da ogni parte spinosa. Ha una sua fecondità; è una vite feconda» (Agostino, 127,11 PL 37 1684)
Ti benedica il Signore da Sion.
«Non andare in cerca di benedizioni che non provengono da Sion. Certo, è del Signore anche la benedizione materiale. Se infatti non fosse del Signore, chi si sposerebbe? Se il Signore non volesse, chi sarebbe sano? Chi potrebbe essere ricco se il Signore non lo volesse? È dunque Dio colui che dà questi beni, ma non ti accorgi che li ha dati anche alle bestie? Non proviene perciò da Sion una tale benedizione. Ma tu, se ricevi beni di questo genere, usane con sapienza. Non è infatti nell'avere figli che si trova la felicità, ma piuttosto nell'averne di buoni» (Agostino, 127,15 PL 37 1686).
Possa tu vedere il bene di Gerusalemme tutti i giorni della tua vita! Possa tu vedere i figli dei tuoi figli! Pace su Israele!
«In quel tempo, era considerato un grande dono giungere all'estrema vecchiaia, godendo di molti figli. Il profeta Isaia, però, insegnò a non porre la felicità in questi beni: Non dica l'eunuco: Sono un albero sterile, poiché così promette il Signore: agli eunuchi che osserveranno il Sabato e che metteranno in pratica le mie richieste, assegnerò loro un posto d'onore nella mia casa e assicurerò loro un nome più duraturo di quello di chi ha figli e figlie (Is 56,3-5)» (Teodoreto, PG 80 1896 C-D).
«Di nuovo viene invocata la pace per Israele ma la vera pace è pace con Dio» (Teodoreto, PG 80, 1896 D).


Salmo 128


1 Canto delle salite.
Quanto mi hanno perseguitato fin dalla giovinezza
– lo dica Israele –,
2 quanto mi hanno perseguitato fin dalla giovinezza,
ma su di me non hanno prevalso!
3 Sul mio dorso hanno arato gli aratori,
hanno scavato lunghi solchi.
4 Il Signore è giusto:
ha spezzato le funi dei malvagi.
5 Si vergognino e volgano le spalle
tutti quelli che odiano Sion.
6 Siano come l’erba dei tetti:
prima che sia strappata, è già secca;
7 non riempie la mano al mietitore
né il grembo a chi raccoglie covoni.
8 I passanti non possono dire:
«La benedizione del Signore sia su di voi,
9 vi benediciamo nel nome del Signore».
Canto delle salite. Quanto mi hanno perseguitato fin dalla giovinezza – lo dica Israele –, quanto mi hanno perseguitato fin dalla giovinezza,  ma su di me non hanno prevalso! Sul mio dorso hanno arato gli aratori, hanno scavato lunghi solchi. Il Signore è giusto:  ha spezzato le funi dei malvagi.
Il popolo d’Israele attesta che Dio lo ha liberato dalle persecuzioni ricorrenti che avrebbero potuto annientarlo. Secondo i Padri, lo stesso discorso vale per la Chiesa, che è cominciata, nel piano di Dio, dall’apparizione sulla terra del primo giusto.
«Da gran tempo esiste la Chiesa: essa è sulla terra da quando furono chiamati i [primi] santi. Un tempo risultò costituita dal solo Abele, e fu combattuta da Caino, fratello cattivo e sciagurato Poi fu costituita dal solo Enoch, e lo si dovette sottrarre di fra mezzo agli iniqui. Poi fu costituita dalla famiglia di Noè, e dovette sostenere l'opposizione di tutti coloro che perirono nel diluvio, quando solamente l'arca restò a galleggiare sui marosi finché non toccò la terraferma. In seguito la Chiesa fu costituita dal solo Abramo, e ben note ci sono le prove che ebbe a subire da parte dei cattivi... Più tardi la Chiesa fu costituita dal popolo d'Israele, ma ebbe a tollerare l'odio del faraone e degli egiziani…. E così si giunse al nostro Signore Gesù Cristo e cominciò a predicarsi il Vangelo» (Agostino, 128,2 PL 37 1689).
Si vergognino e volgano le spalle tutti quelli che odiano Sion.
«Odiano Sion coloro che odiano la Chiesa, poiché Sion è la Chiesa. Anche coloro che entrano nella Chiesa con intenzioni non rette odiano la Chiesa, come la odiano quei tali che ricusano di mettere in pratica la parola di Dio. Cosa dovrà fare la Chiesa se non sopportarli sino alla fine?» (Agostino, 128,10 PL 37 1694)
Siano come l’erba dei tetti:  prima che sia strappata, è già secca; non riempie la mano al mietitore  né il grembo a chi raccoglie covoni.
«L'erba dei tetti è quella che nasce sul tetto fra le tegole. A guardarla, sta in alto, però non ha radici. Quanto sarebbe stato meglio per lei se fosse nata in basso, e con quanto maggiore giocondità verdeggerebbe? Invece nasce in alto per seccarsi più presto: non la si è ancora sradicata ma già è secca. [Così i malvagi] non sono ancora finiti, poiché non è arrivato il giudizio di Dio; eppure è disseccata la linfa che li faceva verdeggiare. Guardate alle loro opere e vedrete che sono davvero inariditi. Ma vivono e sono ancora quaggiù: quindi non è vero che siano stati sradicati. Sì, si sono essiccati, sebbene non siano ancora stati strappati dalla terra. Sono diventati proprio come l'erba dei tetti, che inaridisce prima che la si sradichi» (Agostino, 128,11 PL 37 1694-1695).
I passanti non possono dire: «La benedizione del Signore sia su di voi, vi benediciamo nel nome del Signore».
«Tra gli ebrei vigeva la consuetudine che quando uno incontrava un passante o un contadino al lavoro, gli parlava cordialmente, dandogli un saluto di benedizione. Nel libro di Rut si legge: Booz arrivò da Betlemme e disse ai mietitori: "II Signore sia con voi". Quelli risposero: "II Signore ti benedirà" (Rt 2,4-5). Di questa bellissima abitudine qui si parla in senso opposto...
In altro Salmo leggiamo: Ho visto l'empio trionfante - ergersi come cedro rigoglioso; - sono passato e più non c'era (Sal 36,35). Non si pensi, però, che la benedizione possa provenire da forze umane; infatti viene precisato: Vi benediciamo nel nome del Signore. Ecco la differenza: la Benedizione vera e solida, da cui discendono tutti gli altri beni, è quella impartita nel nome del Signore» (Cassiodoro, PL 70 938 A).


salmo 129


1 Canto delle salite.
Dal profondo a te grido, o Signore;
2 Signore, ascolta la mia voce.
Siano i tuoi orecchi attenti
alla voce della mia supplica.
3 Se consideri le colpe, Signore,
Signore, chi ti può resistere?
4 Ma con te è il perdono:
così avremo il tuo timore.
5 Io spero, Signore.
Spera l’anima mia,
attendo la sua parola.
6 L’anima mia è rivolta al Signore
più che le sentinelle all’aurora.
Più che le sentinelle l’aurora,
7 Israele attenda il Signore,
perché con il Signore è la misericordia
e grande è con lui la redenzione.
8 Egli redimerà Israele
da tutte le sue colpe.
Canto delle salite. Dal profondo a te grido, o Signore; Signore, ascolta la mia voce. Siano i tuoi orecchi attenti  alla voce della mia supplica.
«Dal profondo, ossia le mie parole salgono dal cuore. La Scrittura disapprova chi prega soltanto con le labbra. Attesta Geremia: Dio è vicino alla loro bocca ma lontano dai loro pensieri (Ger12,2). Il Signore stesso dichiara per bocca di Isaia: Questo popolo mi onora con le labbra ma il suo cuore è lontano da me (Is 20,13). I fedeli che invocano, si esprimono dalla profondità del cuore» (Teodoreto, PG 80, 1900 B).
«Se l'uomo fu capace di precipitare in basso, non sarà mai capace di risollevarsi: per cui se l'uomo non troverà chi lo liberi, rimarrà per sempre nell'abisso. Se nell'abisso riesce a gridare, già si sta sollevando e lo stesso suo gridare gli impedisce di rimanere proprio sul fondo. Sono invece nelle profondità estreme dell'abisso coloro che nell'abisso non provano nemmeno a gridare» (Agostino, 129,1 PL 37 1696).
Se consideri le colpe, Signore, Signore, chi ti può resistere?
«Vedendo i suoi innumerevoli e gravissimi peccati, come in preda al terrore esclamava: Se scruterai le colpe, Signore, chi potrà resistere? Non ha detto: Io non resisterò, ma: Chi potrà resistere? Ha notato come attorno alla vita di ciascun uomo, o quasi, si leva come un latrare causato dai peccati commessi; ha compreso che ogni coscienza è sotto accusa per i pensieri che l'attraversano e che non c'è [sulla terra] un cuore casto che possa sentirsi sicuro sulla base della propria giustizia. Se pertanto non c'è cuore casto che possa nutrire fiducia basandosi sulla propria giustizia, che ci si fidi tutti della misericordia di Dio» (Agostino, 129,2 PL 37 1697)
«Forse non troverà in te colpe gravi ed enormi; allora non troverà niente [di male]? Ascolta la parola del Vangelo: Chi avrà dato dello stupido al proprio fratello... Da simili peccati di lingua, siano pur piccoli, chi è esente? Forse vorrai insistere: sono minuzie, dalle quali non può andare esente la vita quaggiù. Orbene, raccogli tutte queste minuzie e vedrai se non formino una massa enorme. Come i chicchi di grano: son tanto piccoli, eppure formano un grosso mucchio; o come le goccioline d'acqua: le quali, pur essendo tanto piccole, formano i fiumi e trascinano persino i macigni» (Agostino, 129,5 PL 37 1699).
Ma con te è il perdono: così avremo il tuo timore.
Se Dio perdona in modo gratuito, soltanto allora noi possiamo ristabilire la comunione con Lui.
Perché il cristiano è certo del perdono? «Il Signore Gesù Cristo però non ha disdegnato di guardare all'abisso dove noi eravamo, ma si è degnato venire in questa nostra vita e ci ha promesso la remissione di tutti i peccati. Egli ha destato l'uomo dall'abisso: lo ha esortato a gridare, sebbene sceso alla più grande profondità e schiacciato dal peso dei peccati, e gli ha assicurato che la sua voce, sebbene voce di peccatore, sarebbe giunta agli orecchi di Dio. Da dove infatti avrebbe dovuto gridare se non dall'abisso del male?» (Agostino, 129,1 PL 37 1697).
«Cristo si è immolato in croce e così è diventato propiziazione per i nostri peccati. Dopo l'umiliazione della morte, fu coronato di gloria e di onore, presso di te o Padre. Lì intercede per noi ed è degno di essere ascoltato per la sua riverenza…» (Gero PL 194 870)
Io spero, Signore.  Spera l’anima mia,  attendo la sua parola. L’anima mia è rivolta al Signore  più che le sentinelle all’aurora. Più che le sentinelle l’aurora,  Israele attenda il Signore, perché con il Signore è la misericordia e grande è con lui la redenzione.
Egli redimerà Israele da tutte le sue colpe.
«Per quanto l'uomo si senta gravato di colpe, c'è sempre la misericordia di Dio. Anzi, se è andato innanzi a noi uno che era senza peccato, il Cristo, l'ha fatto proprio per eliminare i peccati di chi l'avrebbe seguito. Non riponete in voi stessi la vostra fiducia ma volgetela alla veglia del mattino (della risurrezione). Fissate lo sguardo sul vostro Capo, risorto e asceso al cielo. In lui non c'era colpa, e per suo mezzo saranno cancellate anche le colpe vostre» (Agostino, 129,12 PL 37 1703).
«Con la preziosità del suo sangue: un sangue che purifica, non macchia ma pulisce. Il sangue di Cristo ci purifica da ogni peccato (1 Gv 1,7). L’espressione è Lui il Redentore risulta ora più chiara. Di Lui non possiamo fare a meno» (Cassiodoro, PL 70 942)


Salmo 130


1 Canto delle salite. Di Davide.
Signore, non si esalta il mio cuore
né i miei occhi guardano in alto;
non vado cercando cose grandi né meraviglie
più alte di me.
2 Io invece resto quieto e sereno:
come un bimbo svezzato in braccio a sua madre,
come un bimbo svezzato è in me l’anima mia.
3 Israele attenda il Signore,
da ora e per sempre.
Il fedele deve nutrire la massima fiducia in Dio in ogni circostanza così da vivere sempre in serenità. Il salmo presenta il nucleo più profondo della fede d’Israele e, data la sua rilevanza, verrà ripreso da Gesù. Due testi biblici possono servire da riferimento per documentare quanto sto dicendo: «Nella conversione e nella calma sta la vostra salvezza, nell’abbandono confidente sta la vostra forza» (30,15), «In verità io vi dico: se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli» (Mt 18,3).
Canto delle salite. Di Davide.
«Chi prega Dio al di fuori del tempio non viene esaudito col conseguimento della pace propria della Gerusalemme celeste, sebbene venga esaudito quanto a certe richieste di beni temporali che Dio elargisce anche ai pagani. In tal senso una volta furono esauditi anche i demoni, quando fu loro concesso di entrare nei porci. Ben altra cosa è l'essere esaudito in ordine alla vita eterna, e questo non è concesso se non a chi prega nel tempio di Dio. Ora nel tempio di Dio prega soltanto colui che prega nella pace della Chiesa, nell'unità del corpo di Cristo. Questo corpo di Cristo consta di molti credenti sparsi su tutta la terra, ed è per questo che chi prega nel tempio viene esaudito. Chi prega nella pace della Chiesa prega in spirito e verità» (Agostino, 130,1 PL 37 1704).
Signore, non si esalta il mio cuore né i miei occhi guardano in alto; non vado cercando cose grandi né meraviglie più alte di me.
«La vetta della sapienza sta nell’avere la convinzione che le scelte nella vita vanno fatte non per spinta dell’orgoglio, ma dell’amore» (Cf. Cassiodoro, PL 70 943 A-D).
«C'è della gente che gode nel fare miracoli e pretende il miracolo da chi nella Chiesa ha compiuto progressi [spirituali]; anzi loro stessi vogliono compierne illudendosi d'essere avanti nella perfezione. Se invece non ci riescono, concludono di non appartenere a Dio. Ben diverso è il pensiero del Signore nostro Dio, il quale sa dare a ciascuno ciò che è opportuno. Così ammonisce la Chiesa per bocca dell'Apostolo: Non può dire l'occhio alla mano: non ho bisogno di te; o similmente la testa ai piedi: non ho bisogno di voi. Se il corpo fosse tutto occhio, dove l'udito? Se il corpo fosse tutto udito, dove l'odorato? (1 Cor 12,14 ss.)Osservate quindi, o fratelli, le nostre membra e come ciascun membro abbia la sua funzione. L'occhio vede ma non ode; l'orecchio ode ma non vede; la mano lavora ma non ode né vede. Quando le diverse membra esplicano la loro attività nell'ambito d'uno stesso corpo, godono tutte e ciascun membro gode dell'altro. Ne segue, fratelli, che se un membro del corpo di Cristo non ha il potere di risuscitare i morti, non deve aspirare a tanto; deve solo cercare di non dissentire dal [resto del] corpo, come dissentirebbe quell'orecchio che pretendesse di vedere. Del resto non gli sarà mai possibile mettere in opera una facoltà che non ha ricevuta. Si potrebbe anche supporre che qualcuno gli muova obiezioni di questo genere: Se tu fossi una persona giusta, risusciteresti i morti come ne risuscitò Pietro. Al contrario! È stato Pietro che ha compiuto ciò anche a nome mio, dal momento che io appartengo a quello stesso corpo nel quale agì Pietro» (Agostino, 130,6 PL 37 1707).
Io invece resto quieto e sereno: come un bimbo svezzato in braccio a sua madre, come un bimbo svezzato è in me l’anima mia. Israele attenda il Signore, da ora e per sempre.
«Una buona mamma, quando nega il latte al suo bambino perché è cresciuto, lo fa per abituarlo a passare a cibi più solidi e non farne un rammollito…. Il bimbo svezzato si ribella contro la madre e con pianti e lamenti si agita per mostrare la sua indignazione. Il salmista, benché non si sentisse ascoltato, non per questo nel suo cuore arrivò al disprezzo del Signore. Non dichiara di alzare gli occhi per la collera, ciò che fanno i bambini quando contestano i genitori con furia. Il salmo vuole dimostrare la virtù della pazienza e dell’umiltà; per questo il salmista aggiunge: Attenda Israele il Signore. La nostra amarezza non sia simile alla disperazione del bimbo svezzato» (Cf. Cassiodoro, PL 70, 944 A-D)


Salmo 131


1 Canto delle salite.
Ricordati, Signore, di Davide,
di tutte le sue fatiche,
2 quando giurò al Signore,
al Potente di Giacobbe fece voto:
3 «Non entrerò nella tenda in cui abito,
non mi stenderò sul letto del mio riposo,
4 non concederò sonno ai miei occhi
né riposo alle mie palpebre,
5 finché non avrò trovato un luogo per il Signore,
una dimora per il Potente di Giacobbe».

6 Ecco, abbiamo saputo che era in Èfrata,
l’abbiamo trovata nei campi di Iaar.
7 Entriamo nella sua dimora,
prostriamoci allo sgabello dei suoi piedi.

8 Sorgi, Signore, verso il luogo del tuo riposo,
tu e l’arca della tua potenza.
9 I tuoi sacerdoti si rivestano di giustizia
ed esultino i tuoi fedeli.
10 Per amore di Davide, tuo servo,
non respingere il volto del tuo consacrato.


11 Il Signore ha giurato a Davide,
promessa da cui non torna indietro:
«Il frutto delle tue viscere io metterò sul tuo trono!
12 Se i tuoi figli osserveranno la mia alleanza
e i precetti che insegnerò loro,
anche i loro figli per sempre siederanno sul tuo trono».
13 Sì, il Signore ha scelto Sion,
l’ha voluta per sua residenza:
14 «Questo sarà il luogo del mio riposo per sempre:
qui risiederò, perché l’ho voluto.
15 Benedirò tutti i suoi raccolti,
sazierò di pane i suoi poveri.
16 Rivestirò di salvezza i suoi sacerdoti,
i suoi fedeli esulteranno di gioia.
17 Là farò germogliare una potenza per Davide,
preparerò una lampada per il mio consacrato.
18 Rivestirò di vergogna i suoi nemici,
mentre su di lui fiorirà la sua corona».
Canto delle salite. Il salmista prega il Signore che dimora nel tempio perché continui a benedire il suo popolo ed invii, a suo favore, il Messia.
Ricordati, Signore, di Davide,  di tutte le sue fatiche, quando giurò al Signore,  al Potente di Giacobbe fece voto: «Non entrerò nella tenda in cui abito, non mi stenderò sul letto del mio riposo, non concederò sonno ai miei occhi  né riposo alle mie palpebre, finché non avrò trovato un luogo per il Signore, una dimora per il Potente di Giacobbe».
Davide si era impegnato per acquistare un sito dove edificare il tempio e aveva fatto dei preparativi per costruirlo (Cf. 1 Cr 29,2). La comunità ora chiede che il Signore si ricordi di questi suoi meriti.
Nella rilettura cristiana, Davide è una prefigurazione di Cristo Signore, discendente da lui. Cristo Gesù promette al Padre che non sarebbe ritornato presso di Lui, prima di aver cambiato la sorte dell’umanità. Riguardo a tutte le sue prove: l’espressione mette in rilievo la pazienza del nuovo Davide, il Cristo, della quale parla Isaia: come agnello fu condotto al macello…(Is 53,7) (Cf. Bruno di Segni, PL 164, 1185 A-B).
«La deliberazione di Cristo di edificare la Chiesa, poiché rimane immutabile, viene considerata un giuramento e un voto» (Bruno di Segni, PL 164, 1185 A)
Ecco, abbiamo saputo che [l’arca] era in Èfrata, l’abbiamo trovata nei campi di Iaar. Entriamo nella sua dimora, prostriamoci allo sgabello dei suoi piedi.
Parlano ora i compagni di Davide che avevano cercato di ritrovare l’arca del Signore, perduta dopo una battaglia. Dopo averla cercata vicino a Efrata, l’hanno trovata a Iaar (Kiriat-Iearim); presi da timore riverente, si sono avvicinati ad essa con esitazione.
«Quando entri in casa tua vi entri per abitarvi, quando entri nella casa di Dio vi entri perché lui abiti in te. Superiore a te è, infatti, il Signore e quando egli comincia ad abitare in te comincia a renderti beato, mentre invece se tu non ti lascerai abitare da lui sarai sempre misero. Volle essere autonomo quel figlio che disse [al padre]: Dammi la parte del patrimonio che mi spetta… Alla fine però cominciò a soffrire la fame; si ricordò del padre e tornò a casa per saziarsi di pane. Entra dunque e lasciati possedere [da Dio]. Non pretendere d'essere tua proprietà; sii proprietà di lui» (Agostino, 131,12 PL 37 1721).
Sorgi, Signore, verso il luogo del tuo riposo, tu e l’arca della tua potenza.
Il Signore, presente nella sua arca, viene invitato a trasferirsi da Iaar al tempio di Gerusalemme. Dal suo tempio continuerà ad elargire la sua benedizione sui sacerdoti e sul popolo. I supplicanti si appoggiano sui meriti di Davide per chiedere la protezione di Dio a favore di un consacrato presente a Sion (Cf. 2 Cr 6,40).
«…sorgi in modo che [con te] sorga anche quell'arca che tu hai santificata. Egli è il nostro capo; la sua arca è la sua Chiesa. Egli è risorto per primo ma anche la Chiesa risorgerà. Non avrebbe certamente osato il corpo ripromettersi la resurrezione se prima non fosse risorto il Capo. Con la tua resurrezione dai morti e il tuo ritorno al Padre, i giusti, conseguito il sacerdozio regale, si rivestano di fede, poiché il giusto vive di fede, e, ricevuto come pegno lo Spirito Santo, le membra [di Cristo] si allietino per la speranza della resurrezione che antecedentemente s'è realizzata nel Capo. A queste membra infatti dice l'Apostolo: Lieti per la speranza (Rm 12,12)» (Agostino, 131,15-16 PL 37 1722)
I tuoi sacerdoti si rivestano di giustizia  ed esultino i tuoi fedeli.
«I tuoi sacerdoti, ossia gli apostoli e i loro successori, si rivestano di giustizia, affinché siano in grado di guidare con sapienza l’Arca della tua Chiesa; allora tutti i fedeli gioiranno per la loro guida e custodia» (Bruno di Segni, PL 164 1186 B).
Per amore di Davide, tuo servo, non respingere il volto del tuo consacrato.
«Per i meriti di Cristo che, provenendo dalla stirpe di Davide, prese la condizione di servo, non affievolire la luminosità della tua immagine nei santi, nei quali abita il Cristo, ma continua ad illuminarli» (Bruno di Würzburg, PL 142 481 C)
Il Signore ha giurato a Davide, promessa da cui non torna indietro: «Il frutto delle tue viscere io metterò sul tuo trono! Se i tuoi figli osserveranno la mia alleanza  e i precetti che insegnerò loro, anche i loro figli per sempre siederanno sul tuo trono».
Entrato nel tempio, Dio ribadisce la sua promessa, quella di dare continuità alla dinastia davidica.
Sì, il Signore ha scelto Sion, l’ha voluta per sua residenza: «Questo sarà il luogo del mio riposo per sempre: qui risiederò, perché l’ho voluto. Benedirò tutti i suoi raccolti, sazierò di pane i suoi poveri. Rivestirò di salvezza i suoi sacerdoti,  i suoi fedeli esulteranno di gioia…
Il Signore ribadisce la sua volontà di essere presente a Sion e da lì continuare a benedire il popolo.
«Sion è la Chiesa: la quale Chiesa è anche quella Gerusalemme verso la cui pace corriamo. In noi uomini ora è pellegrina, mentre nella sua parte più nobile (angeli e santi) attende il ritorno dei lontani. Da questa Gerusalemme ci son venute delle lettere che noi leggiamo ogni giorno. Ecco la città di Sion che Dio ha prescelta. Questo il mio riposo nei secoli dei secoli. Son parole di Dio. Mio riposo significa: In essa trovo riposo. Quanto ci ama Dio, o fratelli! Fino a dire che lui riposa quando noi siamo nella pace. Difatti non è che lui si turbi per poi calmarsi. Se dice di trovar riposo è perché noi avremo in lui il nostro riposo» (Agostino, 131, 21 e 22 PL 37 1725).
…Là farò germogliare una potenza per Davide, preparerò una lampada per il mio consacrato. Rivestirò di vergogna i suoi nemici, mentre su di lui fiorirà la sua corona».
Assicura che un giorno invierà il suo Messia, prefigurato in tre simboli: corno (la potenza); la lampada (discendenza); corona (dignità regale).


Salmo 132


1 Canto delle salite. Di Davide.
Ecco, com’è bello e com’è dolce
che i fratelli vivano insieme!
2 È come olio prezioso versato sul capo,
che scende sulla barba, la barba di Aronne,
che scende sull’orlo della sua veste.
3 È come la rugiada dell’Ermon,
che scende sui monti di Sion.
Perché là il Signore manda la benedizione,
la vita per sempre.
Canto delle salite. Di Davide.
«…. I due prossimi salmi: ci piace paragonarli al valore di quei due spiccioli che la vedova povera gettò nel tesoro del tempio, trovando la piena approvazione di Gesù (Lc 21,2-4). Così anche noi, se c’imbeviamo dello spirito di questi due Salmi, otteniamo la remissione di tutti i peccati. L’ultimo (il 133) invita alla lode del Signore, questo esorta alla carità verso il prossimo» (Cassiodoro, PL 70  954 D - 955 A).
«Queste parole del salterio, questa melodia soave tanto a cantarsi quanto a considerarsi con la mente, hanno effettivamente generato i monasteri. Da questa armonia sono stati destati quei fratelli che maturarono il desiderio di vivere nell'unità. Questo verso fu per loro come una tromba: squillò per il mondo ed ecco riunirsi gente prima sparpagliata. Il grido divino, il grido dello Spirito Santo, il grido della profezia, è stato udito nel mondo intero» (Agostino, 132,2 PL 37 1729).
Ecco, com’è bello e com’è dolce che i fratelli vivano insieme! È come olio prezioso versato sul capo, che scende sulla barba, la barba di Aronne, che scende sull’orlo della sua veste.
La vita di fraternità sembra come emanare lo stesso profumo che viene diffuso da un unguento raffinato e il più prezioso di tutti fu quello con il quale venne consacrato il sommo sacerdote Aronne.
«L'unguento sacerdotale era composto da varie essenze odorose ma nessuna di esse, da sola, era in grado di diffondere un profumo così gradevole. Soltanto la composizione di tutte e il giusto dosaggio tra esse rendeva possibile la creazione di un unguento tanto prezioso. Ecco perché ha paragonato l'unione fraterna a tale unguento: la comunione fra tanti che operano santamente rende possibile la produzione di quel profumo che rappresenta la virtù perfetta della carità» (Teodoreto, PG 80 1912 B)
Il sommo sacerdote portava un pettorale prezioso che rappresentava le dodici tribù d’Israele (Cf. Es 28,15-21) e veniva intriso anch’esso dell’unguento che colava dalla barba. «L'unguento profumato è simbolo della carità. Versato sul capo di Aronne non scendeva soltanto fino alle guance, ma santificava la sua veste fino all'altezza del petto. Come il santo unguento, dalla testa, scorrendo per la barba fino al petto, impregnava di buon odore il sacerdote, così il grande bene della concordia raggiungeva insieme i capi e tutti i membri della comunità» (Teodoreto PG 80 1912 B).
«Cos'era Aronne? Un sacerdote. E chi è sacerdote se non quell'Unico, il Cristo, che penetrò nel santo dei santi? Chi è sacerdote se non Colui che è stato insieme vittima e sacerdote? Se non colui che, non trovando nel mondo un'ostia monda da offrire [a Dio], offrì se stesso? Sulla sua testa c'è dell'unguento poiché, sebbene il Cristo totale comprenda anche la Chiesa, l'unguento fluisce [esclusivamente] dalla testa. La nostra testa, o capo, è Cristo: crocifisso, sepolto e risuscitato, salì al cielo. Dal capo venne lo Spirito Santo» (Agostino, 132,7 PL 37 1733).
È come la rugiada dell’Ermon, che scende sui monti di Sion.
In modo sorprendente, sul monte di Sion compare una quantità considerevole di rugiada, pari a quella che scende di solito sul monte Ermon.
«Il bene della carità non l’otteniamo per le nostre forze né per i nostri meriti, ma per dono di Dio; l’otteniamo  per la sua grazia, che come rugiada [scende] dal cielo. Non è la terra che manda a se stessa la pioggia! Se non cadesse dal cielo la pioggia, ogni prodotto finirebbe col seccarsi. Qual merito avremmo mai potuto accampare noi peccatori e iniqui? Da Adamo [noi siamo nati altrettanti] Adamo e su un tale Adamo ha proliferato una moltitudine di peccati. Ogni uomo che nasce, nasce [nella condizione di] Adamo: da lui dannato [nasce] dannato. E per giunta, vivendo male, aggiunge colpe alla colpa di Adamo. Qual merito dunque poteva avere questo Adamo? Eppure colui che è misericordioso lo ha amato: lo sposo ha amato [la sposa] non perché fosse bella ma perché voleva renderla bella. Per rugiada dunque intende la grazia di Dio» (Agostino, 132,10 PL 37 1735).
Perché là il Signore manda la benedizione, la vita per sempre. «Dio dona la Benedizione, cioè dona il Signore e il Salvatore, che per i credenti è la Vita e la felicità senza fine. Col monte Sion s’intende significare la Gerusalemme celeste. È proprio essa che contiene in sé la vita senza fine, la gioia senza interruzione»… Che cosa può esserci di più gioioso che imitare sulla terra il modo di vivere che viene offerto come la ricompensa maggiore nella patria beata? La carità verso il prossimo ci conduce all’amore più perfetto con Dio; il salmo a capire che per amare Dio occorre prima amare il prossimo» (Cassiodoro, PL 70 957 A-B).


Salmo 133


1 Canto delle salite.
Ecco, benedite il Signore,
voi tutti, servi del Signore;
voi che state nella casa del Signore
durante la notte.
2 Alzate le mani verso il santuario
e benedite il Signore.
3 Il Signore ti benedica da Sion:
egli ha fatto cielo e terra.
Canto delle salite.
Questo salmo è unito al precedente (entrambi iniziano con l’espressione Ecco): il pellegrinaggio al tempio raggiunge il suo scopo e il suo culmine nell’esperienza della comunione vissuta nella glorificazione di Dio. La comunità raggiunge la massima coesione lodando Dio, dove sperimenta la tutta dolcezza dell’unione con Lui e dell’unità tra fratelli.
Ecco, benedite il Signore, voi tutti, servi del Signore; voi che state nella casa del Signore durante la notte. Alzate le mani verso il santuario e benedite il Signore.
Un gruppo di fedeli decide di vegliare all’interno del tempio. Altri li esortano a portare a compimento il loro proposito e a profondersi nella lode per tutto il corso della notte di Dio.
«Gli uomini che un giorno benediranno il Signore senza interruzione debbono cominciare a benedirlo quaggiù. Sì, quaggiù, in mezzo alle tribolazioni, alle tentazioni, alle molestie, mentre il mondo frappone ostacoli, il nemico tende insidie, il diavolo moltiplica gli inganni e gli assalti. Questo significa: Ecco ora benedite il Signore, voi che state nella casa del Signore. Cos'è quel voi che state? Voi che perseverate» (Agostino 133,2 PL 37 1737).
Il Signore ti benedica da Sion: egli ha fatto cielo e terra.
Segue un augurio di benedizione, destinata ad ognuno di quanti stanno a vegliare. Dalla lode intensa promana la benedizione: il ringraziamento non aggiunge nulla alla grandezza di Dio ma rende più grandi i fedeli che lo glorificano.
«Chi ama Dio con tutto il cuore non lascia spazio all’ingresso dei vizi. Da dove può entrare il male, se tutto il tuo essere è pieno di Dio? Il diavolo cerca il vuoto dell’anima, cerca un cuore sguarnito. Là dove fiuta la presenza di Dio, scappa impaurito. Come un bicchiere colmo fino all’orlo non può ritenere altro liquido, così chi è tutto colmo dell’amore per Dio, non lascia alcuna fessura per la quale il male possa filtrare all’interno» (Cassiodoro, PL 70 958 A-B)
«Secondo gli insegnamenti di Mosè, il popolo dei giudei, per mezzo dei suoi anziani eletti a questo ufficio, ripete le Scritture divine, giorno e notte, senza interruzione; uno si succede all’altro nella recitazione perché il santo risuonare dei precetti celesti non cessi mai. Tu, cristiano, quanto tempo ti rapisce il sonno, quanto gli interessi e le preoccupazioni di questa vita! Almeno dividi il tuo tempo fra Dio e le cose di quaggiù. Almeno di notte, tieniti libero per Dio, dedicati alla preghiera e, per non dormire, salmeggia a voce alta… Al mattino affrettati ad andare in chiesa per portarvi le primizie di santi desideri… Quale gioia cominciare la giornata con inni e cantici, con le beatitudini che leggi nel Vangelo! Quale pegno di prosperità che la parola di Cristo ti benedica e, mentre vai ricantando nell’animo le benedizioni del Signore, ciò ti ispiri il proposito di qualche virtù, così che tu possa riconoscere in te stesso l’efficacia della benedizione divina» (Ambrogio, Commento al salmo CXVIII, 19, 30-32,  PL 15 1478 B). 

lunedì 14 novembre 2016

Segni e parole di Gesù

Azioni significative

Un uomo parla non soltanto con la parola ma anche con le sue azioni e con tutto se stesso. Gesù ha parlato del Regno di Dio con tutto quello insegnava ma soprattutto per come agiva, per ciò che Egli era.
Solidarizzare con i poveri e gli esclusi era già quello un modo di parlare con chiarezza, diceva che Dio è sollecito soprattutto nei confronti dei più disagiati. Del resto è logico prestare soccorso a chi sta male più degli altri. Questo, per Gesù, è il modo di sentire di Dio.
Esaminiamo ora altre azioni che ebbero lo scopo di servire quali segni indicatori. Gesù per risvegliare l'attenzione al suo messaggio e per mostrare che Egli vi credeva con tutto se stesso, fece azioni inconsuete, anche se non eccentriche o trasgressive, che destavano un certo stupore.
1. Né lui né i suoi discepoli partecipavano ai digiuni rituali a cui si sottoponevano altri gruppi religiosi, come quello dei farisei. La cosa irritava i più zelanti. Non sarebbe stato più opportuno che chi si presentava come un maestro religioso mostrasse zelo anche in queste pratiche? Perché sconcertare proprio le persone più devote che avrebbero potuto spalleggiarlo?
Gesù voleva far conoscere la preziosità del dono che Dio stava facendo agli uomini, quello della sua persona. I profeti avevano insegnato che Dio è lo sposo del suo popolo; a differenza delle divinità pagane, non aveva preso con sé alcuna sposa ma aveva scelto il popolo come sua consorte. Adesso, dal momento che il Messia viene, l'alleanza matrimoniale fra Dio e il suo popolo è stabilita di nuovo. La festa nuziale si svolgerà al compimento del Regno ma intanto Gesù celebra con i discepoli la festa di preparazione a queste nozze. Anche oggi un giovane che sta per sposarsi, festeggia insieme con gli amici l'evento prossimo. Gesù non digiuna e non fa digiunare proprio per questo stesso motivo. Non disprezza la pratica del digiuno in sé (da recuperare in altre situazioni) ma è più interessato a segnalare la novità che Dio sta introducendo. Mentre si trova sulla terra, allestisce delle anticipazioni gioiose del banchetto futuro.
2. Egli amava sedere a mensa con i peccatori ed anche questa prassi, irritava le persone religiose. Gli avversari lo denigravano come mangione e beone (Lc 7,34; Mt 11,19). Gesù, tuttavia, non è in combutta con i malvagi né accetta la trasgressione come se fosse segno di maggior intelligenza. Mentre non attenua per nulla la malignità dell'agire disonesto, ritiene di poter recuperare anche le persone più compromesse con il peccato. Quanto più uno è sprofondato nel suo male, tanto più è urgente riconquistarlo. Gli iniqui fanno parte della categoria degli uomini che stanno peggio, ai quali Dio rivolge una premurosa attenzione prioritaria, perché è buono e non può rinnegare se stesso. Per questo Gesù banchetta con i peccatori, distinguendosi in modo netto da Giovanni Battista. Agendo in questo modo, manifesta una nuova comprensione di Dio stesso. La misericordia che Egli avverte nei confronti dei peccatori è la stessa carità che il Padre prova nei loro confronti.
3. Un altro segno del Regno sta nel numero degli apostoli. Gesù ne scelse dodici, come furono i capostipiti del popolo d'Israele. È molto probabile che volesse porre un segno per significare la sua volontà di rinnovare il popolo di Dio. Il suo intento non era quello di sostituire l'antico popolo con un altro ma quello di rigenerare l'antico. Israele rimane il ceppo santo; è tale perché scelto da Dio, a prescindere dai suoi meriti. La chiamata di Dio è irrevocabile. I pagani che avrebbero creduto in Gesù, attraverso di lui, si sarebbero innestati nell'antico tronco. Chi si innesta nel Cristo, si radica in Israele.
4. Molto particolare è il modo con cui recluta i discepoli. Gli allievi ebrei sceglievano loro il maestro, il rabbi cui affidarsi. In Gesù avviene il contrario: è lui a scegliere chi dovrà seguirlo. Offre la sua istruzione anche alle donne e, negli spostamenti, era accompagnato anche da loro, al suo seguito. Egli esercita piena autorità sui discepoli e la sua chiamata possiede una forza creativa. Crea dei discepoli più che formarli o istruirli. Dal momento in cui sono stati chiamati, Gesù diventa il centro della loro esistenza. Non è possibile, ad esempio, sostituirlo con un altro maestro. Spesso un giovane ebreo passava da un maestro ad un altro e questo passaggio era consigliato dal precedente. Gesù deve rimane per loro un Maestro unico ed incomparabile.
I discepoli dei rabbini li frequentavano per imparare la Bibbia ma i discepoli di Gesù imparano Gesù. Egli vale al pari della Legge. La Legge non deve più essere osservata come essa è risuonata per secoli, ma per come Gesù la interpreta. Essa ha ancora tutto il suo valore perché Gesù la accredita e la ringiovanisce, ma essa deve passare al vaglio del suo giudizio. Questo era inaudito: o si acconsentiva alla sua interpretazione come quella più autentica o si doveva rifiutarlo di netto come un trasgressore.
Sebbene si ponga di fronte discepoli con grande autorevolezza, Gesù non si comporta nei loro confronti con piglio autoritario. Anzi, mentre i rabbini si facevano servire dai discepoli, Gesù si abbassa al loro servizio (G. Lohfink, Gesù di Nazaret, cit, pp. 92-93).


Miracoli


Azioni rivelatrici della sua persona, oltre a quelle che ho appena ricordato, sono i suoi miracoli. Vediamo un esempio significativo.
Mentre si trovava in una casa privata a Cafarnao e stava insegnando, gli presentarono un paralitico steso sul suo misero giaciglio. I portatori s'aspettavano che lo guarisse, come aveva fatto altre volte. Al contrario Gesù subito gli accordò il perdono dei peccati. Si sentì autorizzato a fare ciò che soltanto Dio avrebbe potuto fare, perché riteneva che Egli, in qualità di Figlio dell'uomo, potesse agire in nome di Dio. «Il perdono dei peccati era una funzione riservata solo a Dio e lo stesso Messia ne era escluso. Il disinvolto comportamento di Gesù doveva pertanto essere considerato come un vulnus inferto al sistema religioso ufficiale e alla lunga non poteva essere tollerato» (R. Penna, Gesù di Nazaret, cit., p. 101).
Gesù non vuole trascurare la malattia dell'infermo né prendersi gioco dei portatori ma, con il suo agire e con il suo parlare, segnala prima di tutto che ogni uomo è affetto da una infermità ancora più paralizzante di quella fisica, della quale non se ne avvede neppure e che tende, così, a trascurare. Dio vede ad un livello di profondità che trascende il nostro sguardo. Il cuore umano è un abisso che soltanto Dio può guarire. Presi da problemi più immediati, non scorgiamo la vera causa delle nostre sofferenze e perciò non sappiamo che cosa sia opportuno chiedere a Dio.
L'episodio della guarigione del paralitico è molto illuminante. Ci mostra che Gesù guarisce per solidarietà, buono e compassionevole com'è. Se detiene il potere di guarire, esercitando una facoltà che è propria del Creatore, può anche perdonare. Il primo fatto dimostra la verità dell'altro. Nell'uno e nell'altro caso, agisce a nome di Dio. Incontrando Lui, il paralitico incontra Dio che si china su di lui. Il Regno di Dio è presente perché l'uomo guarisce a livello in tutte le componenti della sua persona. Lo sguardo, tuttavia, non deve fissarsi sul presente ma allargarsi al futuro: un giorno l'umanità sarà liberata e guarita dai suoi mali. Dio sta creando un nuovo mondo del quale ogni singola guarigione è soltanto un segno parziale.


Il significato dei miracoli


Il miracolo rievocato mette a fuoco un aspetto fondamentale di Gesù, il quale non è propriamente un guaritore. C'erano guaritori sia in Israele, come pressi i santuari dei pagani. Gesù riconosceva che anche altri personalità religiose compivano degli esorcismi efficaci (Cf Mt 12,27; Lc 11,19). Non soffre per la concorrenza di altri. Egli però agisce in modo del tutto diverso e per uno scopo diverso. Guarisce pronunciando una parola creativa o compiendo un gesto creatore. «Si deve osservare che, in modo decisivo, i miracoli di Gesù sono rappresentati differentemente da quelli della cultura a lui circostante: egli fa raramente uso di strumenti; guarisce per contatto o con una semplice parola. Non usa mai lingue straniere o formule magiche, amuleti, droghe o tecniche...» (Charles E. Carlston, «Gesù Cristo», in Il Dizionario della Bibbia, Zanichelli, Bologna 2003, p. 383).
Per quanto riguarda la loro storicità, ci sono buoni motivi per ammetterli con sicurezza. L'apostolo Pietro parlando ai giudei il giorno di Pentecoste attesta riguardo a Gesù: «Gesù di Nazaret - uomo accreditato da Dio presso di voi per mezzo di miracoli, prodigi e segni, che Dio stesso fece tra voi per opera sua come voi ben sapete...» (At 2,22). Pietro non potrebbe chiamare in causa i suoi ascoltatori se essi non avessero visto questi prodigi e segni come testimoni. Da per scontato che conoscano o abbiano visto almeno qualcuno dei fatti menzionati o ne avessero sentito parlare. Il dato era ammesso da tutti ma non tutti condividevano la spiegazione che ne dava l'apostolo, ossia che Dio avesse agito per garantire Gesù. I suoi avversari non avrebbero mai ammesso una cosa del genere. Non hanno mai negato che Egli, ad esempio, cacciasse i demoni tramite esorcismi ma, fornendo una spiegazione maligna a questa evidenza, si sono rifiutati di credere in Lui. Chi era ostile a Lui, rimase tale. I miracoli non costringono mai alla fede.
L'essenziale per un credente non sta nel fatto di ammettere i miracoli ma nel condividere il significato che Gesù ne dava: sono dei segni del Regno. Era questo il motivo per cui Egli agiva. Le opere di Gesù hanno senso soltanto se le comprendiamo quali azioni di Dio che intende ora esercitare la sua sovranità e risanare la sua creazione. Molti dei malati guariti da Gesù, forse si saranno ammalati in un'altra circostanza e, di certo, tutti sono morti. Un evento, sia pure prodigioso, il cui significato si esaurisce del tutto nel vantaggio personale per qualcuno, per un tempo limitato, è una cosa molto buona non ha un significato enorme. Ne detiene uno grandissimo se, invece, manifesta ciò che Dio vuol fare per tutti, in maniera risolutiva. Per una persona miracolata, ciò che vale di più è la certezza d'essere amata, l'esperienza d'essere stata soccorsa realmente. É miracolata davvero se l'accaduto che ha vissuto, l'ha cambia per sempre; se pensa che Dio la soccorrerà anche nel futuro e, infine, in modo tale da liberarla dalla necessità di essere soccorsa. Il vero prodigio è scoprire d'essere amati da Dio. Il vero miracolo sarà costituito dal risanamento totale e definitivo degli uomini che avverrà al compimento del Regno. Dio vuole liberare l'umanità da ogni iniquità e da ogni dolore. Questa redenzione si manifesterà al compimento della storia ma comincia realmente già da ora.


Perennità dei miracoli


I Vangeli ci dicono che Gesù non ha compiuto soltanto esorcismi o guarigioni ma anche prodigi sulla natura e risuscitamenti da morte. In questo modo si mostra signore della creazione. È come se la Sapienza che aveva collaborato con Dio per creare il mondo fosse presente in Lui. Anche per quanto riguarda questo tipo di miracoli, lo scopo non è quello di dar spettacolo di sé o assicurarsi una posizione privilegiata nella società. Essi sono a loro volta, come gli altri prodigi, un segno del regno. Se Gesù dichiara di poter rinnovare il mondo, lo può fare perché ne è il Signore.
Un esempio lo troviamo nel racconto della tempesta calmata. Mentre il lago è in burrasca e i discepoli sono presi da terrore, Gesù minaccia la massa d'acqua. La minaccia come se la tempesta fosse una chiara manifestazione demoniaca, il riaffacciarsi nella storia della forza distruttiva del caos. Fattasi bonaccia, i discepoli vengono presi da grande timore e si interrogano: «Chi è dunque costui, che anche il vento e il mare gli obbediscono?» Importante in questo caso è rilevare come il miracolo diventi una manifestazione del vero essere di colui che realizza il Regno di Dio in terra. Gesù è ben più di un taumaturgo; è figlio di Dio in un senso del tutto particolare. A regnare sovrano sugli elementi della creazione può essere soltanto una persona che appartiene alla sfera divina e rende presente Dio stesso (E. Cuvillier, Evangelo secondo Marco, Qiqajon, Magnano (BI) 2011, p. 137). Siamo di fronte ad una nuova manifestazione di Dio nella persona di Gesù. I miracoli sulla natura non trasformano la sua vita in un percorso trionfale. Egli dovrà lo stesso affrontare il rifiuto e la morte. Però è molto diverso che a soffrire sia un uomo coerente al suo credo, un eroe della solidarietà o sia invece il Figlio stesso di Dio, che di per sé sarebbe stato esente da ogni travaglio. Ancora una volta Gesù manifestando se stesso, rivela Dio e la sua infinita generosità.
I racconti di miracoli ci comunicano anche un altro messaggio. Il Vangelo, annunciando che il Regno può essere sperimentato già al presente, cioè al presente di qualsiasi ascoltatore che crede sulla base di tali testimonianze. Gli evangelisti hanno raccontato i prodigi in modo che essi, mentre sono stati azioni di Cristo in terra, siano colti anche come azioni attuali del Cristo Risorto. I testimoni dei miracoli di Gesù, in ultima analisi, non sono soltanto i suoi contemporanei ma siamo noi.
Da ricercatori sulla storia ci chiediamo: Gesù, in quel tempo, avrà calmato davvero la bufera sul lago, avrà riportato la bonaccia? Se lo potessimo accertare con sicurezza, non rimarremo comunque abbastanza indifferenti? Credere, invece, offre l'inaudita possibilità di sperimentare Dio come presente nella nostra vita. Può capitare a chiunque di trovarsi in cattive acque e avere la sensazione di sprofondare, forse in modo definitivo. Allora gridando al Signore, come fece Pietro sulle onde del lago e cercando d'afferrare la sua mano solida, supererà ciò che per lui sarebbe stato impossibile affrontare da solo. É possibile dire: se accadde a Pietro, può accadere anche a me, ora, oppure viceversa. Se accadde a me, è già accaduto anche a Pietro e capiterà ancora. Gli eventi del Vangelo sono come uno specchio e l'uomo di ogni generazione deve rivedersi nelle sue pagine. Le conclusioni storiche, scientifiche, essendo di per sé sempre oggetto di discussione e rivedibili, non offrono la certezza dell'esperienza vissuta nella fede.


Parole


Gesù, nei suoi spostamenti da un villaggio all’altro, insegnava e istruiva chiunque si ponesse in ascolto di lui. Parlava anche nel corso delle riunioni liturgiche in sinagoga, nel giorno di Sabato. Era un maestro autorevole, profondo e piacevole. Immagini e parabole, arricchite con similitudini tratte dalla vita e dal mondo naturale, rendevano più fruibile il suo discorso, ma sapeva affrontare contraddittori accesi e non era possibile spuntarla nei dibattiti con lui.
Comunicava con le singole persone, a somiglianza del pastore che conosce le pecore ad una ad una, ma non si sottraeva neppure all’assalto della folla sofferente, senza tuttavia dare alcun peso al fatto d’essere cercato e di essere diventato famoso (Mc 6,31-33). Non modificava il contenuto del suo messaggio pur di estendere il gruppo dei seguaci (Gv 6,67).
Colpiva molto l’autorevolezza del suo insegnamento, il peso che attribuiva ai suoi precetti. Dava l’impressione che ascoltando lui, si ascoltasse Dio stesso. Per questo non introduce mai il discorso, avvertendo “Così dice il Signore…”, come se dovesse fare soltanto il portavoce del pensiero altrui, secondo l’uso normale dei profeti, ma usa, invece una formula che è esclusiva a Lui: “In verità io vi dico…”. Tuttavia Egli vive sempre in relazione con Dio e, assentire al suo messaggio, era accogliere il Padre che l’aveva inviato; rifiutarlo era disobbedire a Dio.
Non si poteva andare a sentirlo per semplice curiosità, evitando poi di pronunciarsi. Chi lo ascoltava doveva scegliere. Il Regno di Dio cresce quando gli uomini accettano il suo messaggio e si dispongono ad assumere il suo stile di vita. L’unica cosa essenziale è cambiare mentalità, essere dispiaciuti del male compiuto, provare grande gioia nell’essere suoi amici, condividere il suo stile di vita. Non è possibile diventare suoi discepoli per casualità, per influsso culturale o sociale, per forza d’inerzia. Non si deve trascurare neppure il fatto che, più di frequente di quanto siamo propensi ad ammettere, accompagnava le sue esortazioni con richiami al giudizio di Dio paventando il rischio d’essere disapprovati da Lui.


Discorso del monte


L’insegnamento tipico di Gesù è condensato nel cosiddetto Discorso del monte (Mt 5-7), un vero compendio della buona novella.
Lo seguiamo brevemente seguendo l’inquadramento che ne da l’evangelista Matteo. Gesù pronuncia questo discorso, rivolto alla folla e ai discepoli, in quanto Figlio di Dio (3,16-17) la cui autorità è superiore a quella degli scribi (7,28-29) o anche di Mosè (5,21-48). A differenza di quest'ultimo, non riceve una Legge, ma enuncia una parola dotata di autorità.
Il discorso comincia con la proclamazione delle Beatitudini. Si potrebbero tradurre con la parola felicitazioni.

«Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli. Beati gli afflitti, perché saranno consolati. Beati i miti, perché erediteranno la terra. Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati. Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia. Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio. Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio. Beati i perseguitati per causa della giustizia, perché di essi è il regno dei cieli (Mt 5,3-10).

Chi sono i beati, che ricevono le congratulazioni di Cristo? Le persone che sono aperte a Dio e cercano di fare la sua volontà. Rattristate per tutte le iniquità che vengono commesse, cercano, al contrario, di purificare sempre di più il loro cuore. Non avendo possibilità di autodifesa e avendo rinunciato liberamente ad ogni rivalsa, subiscono facilmente la derisione e anche persecuzioni fisiche, proprio perché cercano Dio e seguono Gesù. Tutti costoro sono approvati e apprezzati da Dio, sono da Lui benedetti e alla fine erediteranno il regno nella sua pienezza.
Le Beatitudini annunciano in primo luogo l’opera di Dio, parlano di ciò che Egli sta operando nel mondo ma soprattutto preannunciano il rovesciamento delle condizioni che avverrà nel futuro, quando il Regno si compirà. Per intanto, rivelano, comunque la gioia inestimabile connessa alla certezza che gli eventi profetizzati sono in corso di realizzazione.
Le persone a cui le beatitudini fanno riferimento formano la nuova comunità, che è "sale della terra" e "luce del mondo" (5,13-16).

Voi siete il sale della terra; ma se il sale perdesse il sapore, con che cosa lo si potrà render salato? A null'altro serve che ad essere gettato via e calpestato dagli uomini. Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città collocata sopra un monte, né si accende una lucerna per metterla sotto il moggio, ma sopra il lucerniere perché faccia luce a tutti quelli che sono nella casa. Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al vostro Padre che è nei cieli (Mt 5,13-16).

Sale e luce indicano qualcosa di particolare, qualcosa di grande e d’attraente che distingue dagli altri, ma elargito affinché sia posto a servizio di tutti. La comunità (la Chiesa) appartiene al Regno ma il Regno è più grande di essa. I discepoli possono esercitare un influsso benefico sugli uomini e, grazie al loro comportamento, chiamano altri a glorificare Dio.
Dopo questa introduzione, Gesù espone le sue richieste specifiche. La Legge mosaica possiede una validità perenne: i discepoli non devono trasgredirla ma adempierla con una fedeltà maggiore: «Non pensate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto per abolire, ma per dare compimento» (Mt 5,17). Ciò nonostante, le Scritture trovano compimento in lui ed è Lui a conferire il vero senso alla Legge e alle profezie.
In seguito, Gesù chiarisce che cosa intenda per fedeltà alla Legge e in che modo Egli dia compimento ad essa. Le sue affermazioni si sviluppano in due proposizioni: nella prima ribadisce la validità dell’antico comando ma nella seconda parte spiega come esso vada compreso e attuato meglio.
Ecco il primo caso: «Avete inteso che fu detto agli antichi: Non uccidere... Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello, sarà sottoposto a giudizio. Chi poi dice al fratello: stupido, sarà sottoposto al sinedrio; e chi gli dice: pazzo, sarà sottoposto al fuoco della Geenna» (Mt 5,21-22). Cristo, quindi, non condanna soltanto l’eliminazione fisica di un altro, secondo quanto era già stato richiesto da Mosè, ma esige anche la purezza totale del cuore, che, in questo caso, corrisponde all’eliminazione d’ogni sentimento di astio e di disprezzo verso gli altri.
Lo stesso discorso può essere ripetuto per quanto riguarda l’adulterio: «Avete inteso che fu detto: Non commettere adulterio; ma io vi dico: chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel suo cuore» (Mt 5,27-28). L’adulterio si commette già con il desiderio cupido (spogliare una donna con gli occhi o viceversa). Se l’unico motivo per il quale non si compie il male è soltanto l’impossibilità pratica di farlo, il peccato già è compiuto nei fondali del cuore sotto la forma del desiderio iniquo. L’adulterio dello sguardo è ben conosciuto dalle vittime dello stalking.
Un adulterio di fatto era compiuto, per via legale, da chi cambiava moglie per puro arbitrio: «Fu pure detto: Chi ripudia la propria moglie, le dia l'atto di ripudio; ma io vi dico: chiunque ripudia sua moglie, eccetto il caso di concubinato, la espone all'adulterio e chiunque sposa una ripudiata, commette adulterio» (Mt 5,31-32). Gesù ancora una volta condanna l’intenzione nascosta nel cuore, oltre che le azioni palesi. Nel proibire il divorzio, estende un’intenzione già presente nella profezia poiché nell’Antico Testamento la legislazione aveva conosciuto uno sviluppo che prepara il Vangelo (Mal 2,16). A Gesù sta a cuore salvaguardare la relazione affettiva che è di fatto un bene di estrema importanza per la vita e la serenità delle persone.
L'amore per il nemico, oggetto dell’ultima affermazione, è visto come un'imitazione della generosità di Dio: «Avete inteso che fu detto: Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico; ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori, perché siate figli del Padre vostro celeste, che fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti» (Mt 5, 44-45).
Questo comando ha suscitato reazioni e applicazioni di vario genere. Gesù in primo luogo sta riferendosi ai rapporti all’interno della comunità. Nelle relazioni è meglio rinunciare al diritto che prevede un risarcimento proporzionale al torto subito (legge del taglione). È più importante avere l’animo sgombro dall’astio, che riuscire a spuntarla sull’altro. È importante anche disarmare il fratello, mostrandogli la nostra purezza di intenzioni nei suoi confronti. Far vacillare nell'altro la certezza che alla violenza bisogna rispondere con la violenza.
La maggiore rettitudine richiesta dal Maestro ha un doppio centro: coinvolge il comportamento verso gli altri ma anche verso Dio. Finora abbiamo visto quale sia l’atteggiamento da tenere verso il prossimo 5,21-48), ma, nel seguito del discorso, Gesù chiarisce come dobbiamo comportarci nei confronti di Dio (6,1-7,12). Non svolge una trattazione teorica ma offre degli esempi pratici. Ribadisce il valore di alcune pratiche giudaiche, come l’elemosina, la preghiera e il digiuno, purché non siano adempiute per ostentazione e per secondi fini (Mt 6,1-6). Connesso a questo discorso, sta la richiesta a non attaccarsi alla ricchezza (Mt 6,19-24). La catechesi sulla preghiera presenta un maggior sviluppo ma l’atteggiamento fondamentale sta nell’abbandono fiducioso a Dio Padre. Il distacco dalla ricchezza e il sentimento di fiducia nella preghiera presuppongono che il discepolo confidi nella provvidenza di Dio.
L'impronta essenziale di tutti i comandi impartiti è l'amore (5,44-45; 7,12). Infatti per i discepoli amare come Dio ama significa essere perfetti (5,48), cioè dedicarsi con tutto il cuore a compiere la volontà di Dio come è stata interpretata da Gesù (7,21). I discepoli saggi sono quelli che ascoltano e fanno ciò che Gesù ha insegnato (7,24-27).


Caratteristiche del discorso


Tornando al contenuto dei suoi discorsi, notiamo come alcune proposte erano esclusive a Lui; nessun profeta l’aveva mai insegnate, come nessun saggio dell’umanità (ad esempio, il comando ad amare i nemici). Altre volte richiama l’insegnamento della Bibbia, per ribadirlo, senza apporre alcuna novità ma semplicemente per applicarlo. Altre volte, invece, corregge il modo comune di intendere la Scrittura: questo compare nelle sentenze che iniziano con il detto “Avete inteso che fu detto agli antichi, ma io vi dico….”. Talora rende più rigorosa l’osservanza della Scrittura, suscitando perplessità. Lo dimostra la proibizione totale del divorzio. Altre volte ancora, invece, il suo insegnamento corrisponde alle massime correnti in ogni civiltà ed è possibile trovare istanze simili in altri uomini religiosi, in pensatori, in persone di cultura attente a vivere con sapienza. Lo attesta la cosiddetta regola d’oro: «Non fare agli altri, ciò che non vorresti ricevere dagli altri». Questa massima era largamente diffusa nell’etica filosofica e in quella religiosa.
Considerando la sublimità delle proposte del Discorso della montagna, qualcuno ha detto che sono state pensate per uomini eletti, per quei pochi che, chiamati da Dio con una grazia particolare, aspiravano alla perfezione. Niente nel Vangelo suggerisce questa distinzione tra gli uditori; ad ascoltare c'è anche la folla. Altri hanno detto che esse, essendo inapplicabili, servono soltanto a farci capire la nostra povertà e ad accettarla. L'unico vantaggio che ci offrono è quello di sentirci peccatori e bisognosi dell'aiuto di Dio. In realtà, non è possibile attribuire a Gesù un secondo fine; ha dato il suo insegnamento, perché lo pratichiamo. Importante però ammettere una gradualità nella pratica dei suoi precetti. Praticare il Vangelo è come camminare sulla strada della carità. Quando si cammina in una strada, innanzitutto bisogna badare a non cadere fuori dai limiti, poi, continuando ad avanzare, in modo più o meno faticoso, si arriverà alla meta. Lo stessa cosa vale in questa questione. C'è un minimo da osservare e questo ci dà la possibilità di restare in carreggiata e poi c'è una meta che si avvicinerà col tempo. L'importante è almeno voler intraprendere il cammino.
I suoi precetti sono troppo pesanti? Avrebbe dovuto lasciarci un po’ in pace? Gesù è come quel maestro che conosce meglio dell’allievo le sue capacità reali. Lo sollecita, lo costringe ad esercitarsi non per assillarlo ma perché dia il meglio di sé. Gesù rinvia alla riprova nel pratico: «Se lasci gravare su di te il giogo che ti ho richiesto, lo percepirai sempre più leggero e, nello stesso tempo, ti sentirai te più robusto» (cf Mt 11, 29-30). Non c’è nulla di quanto ci chiede, che non valga la pena di accoglierlo e ci fa riscoprire il valore reale della nostra umanità. Ci dona la libertà. Molti vorrebbero essere liberi ma rinunciano alla libertà per adagiarsi nelle comodità o nelle sicurezze. Gesù, invece, ci solleva dove non avremmo osato spingerci e dove non saremmo stati capaci giungere.
Le parole di Gesù non possono essere accettate come ci proponiamo di assecondare altre norme morali perché, a nostra discrezione, ci sembrano opportune. Questo sarebbe troppo poco. È vero il contrario: accogliamo il suo insegnamento perché è stato raccomandato da Lui; è la fiducia in lui che ci consente di considerare opportuno un precetto che, a prima vista, ci può sembrare eccessivo o controproducente. Bisogna essere catturati dalla fede, come i pesci all’amo: il pesce afferra l'esca (il gusto delle parole evangeliche) soltanto quando, nello stesso momento, è preso (dal Pescatore).
Bisogna sentirsi affascinati dalla sua persona, presi dalla gioia della scoperta di ciò che Egli è e della ricchezza del Regno. Il suo messaggio è Lui. Ogni parola deriva dalla sua esperienza di Dio. Egli non mira a formare delle persone corrette ma apre agli uomini la possibilità di essere figli di Dio, come è Lui. Il suo insegnamento è un apprendimento della stessa carità di Dio, una scuola di deificazione. Per Gesù l’unico modo possibile per avere una vita riuscita è quello di assomigliare a Dio.


Con il Padre


Gesù parlava sempre di Dio Padre e del suo Regno. Il suo intento era realizzare il progetto di Dio nel mondo e fare tutto il possibile perché si attuasse. La relazione con Dio era il centro della sua vita e costituiva la sua identità più profonda.
Gesù ha vissuto con grande intensità la spiritualità di Israele, attinta dalla famiglia. Da bambino fu circonciso (Lc2,21), offerto a Dio come avveniva per ogni maschio ebreo (Lc 2,22-23). Partecipò ai pellegrinaggi al tempio (Lc 2,41-42) e alla preghiera settimanale in sinagoga. Apprese le preghiere tipiche d’Israele, in modo particolare la recitazione dello Shemà, che consisteva nella ripetizione di un versetto del libro del Deuteronomio (6,4-5): «Ascolta, Israele: il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo. Tu amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l'anima e con tutte le forze». Dicendo queste parole, ogni israelita confermava la sua fede in Dio ma anche la sua disponibilità a darsi a Lui con fiducia e generosità.
Gesù, mentre accoglieva i principi della fede ebraica che vedevano in Dio un Re e un Padre, li approfondì con una sensibilità propria soltanto a lui. Lo abbiamo visto verificando gli elementi indubbiamente storici della sua esistenza. Ne aggiungo un altro. Gesù, rivolgendosi a Dio, usava l’espressione, molto confidenziale, Abba. Non è un’espressione propria del linguaggio infantile (come papà o papi), ma denota una grande confidenza (R. Penna, Gesù di Nazaret, cit. p. 103).

Dio, non soltanto era Re, ma realizzava in maniera completa la sua regalità proprio per mezzo di Lui. Gesù partecipava alla paternità di Dio e la manifestava accogliendo gli esclusi (gli impuri), i peccatori e privilegiando i poveri. Parlava ed agiva come se Dio parlasse e agisse in Lui, il Figlio. Grazie alla sua identità particolare, Egli si riteneva autorizzato a perdonare i peccati e dare l’interpretazione autentica e decisiva della Legge. I miracoli, con la quale partecipava alla potenza divine del Creatore, confermavano che Egli stava attuando realmente il regno di Dio. In lui s’adempivano le attese messianiche e costituiva, così, la speranza per tutti. 

da Si chiamava Gesù di F. Mosconi, Ancora

mercoledì 20 aprile 2016

INNO ALLA CARITA' nell'esortazione Amoris Laetitia

 
«La carità è paziente,
benevola è la carità;
non è invidiosa,
non si vanta,
non si gonfia d’orgoglio,
non manca di rispetto,
non cerca il proprio interesse,
non si adira,
non tiene conto del male ricevuto,
non gode dell’ingiustizia
ma si rallegra della verità.
Tutto scusa,
tutto crede,
tutto spera,
tutto sopporta» (1 Cor 13,4-7).

Questo si vive e si coltiva nella vita che condividono tutti i giorni gli sposi, tra di loro e con i loro
figli. Perciò è prezioso soffermarsi a precisare il senso delle espressioni di questo testo, per
tentarne un’applicazione all’esistenza concreta di ogni famiglia.



Pazienza

[92] Pazienza… Essere pazienti non significa lasciare che ci maltrattino continuamente, o tollerare aggressioni fisiche, o permettere che ci trattino come oggetti. Il problema si pone quando pretendiamo che le relazioni siano idilliache o che le persone siano perfette, o quando ci collochiamo al centro e aspettiamo unicamente che si faccia la nostra volontà. Allora tutto ci spazientisce, tutto ci porta a reagire con aggressività. Se non coltiviamo la pazienza, avremo sempre delle scuse per rispondere con ira, e alla fine diventeremo persone che non sanno convivere, antisociali incapaci di dominare gli impulsi, e la famiglia si trasformerà in un campo di battaglia. Per questo la Parola di Dio ci esorta: «Scompaiano da voi ogni asprezza, sdegno, ira, grida e maldicenze con ogni sorta di malignità» (Ef 4,31). Questa pazienza si rafforza quando riconosco che anche l’altro possiede il diritto a vivere su questa terra insieme a me, così com’è. Non importa se è un fastidio per me, se altera i miei piani, se mi molesta con il suo modo di essere o con le sue idee, se non è in tutto come mi aspettavo. L’amore comporta sempre un senso di profonda compassione, che porta ad accettare l’altro come parte di questo mondo, anche quando agisce in un modo diverso da quello che io avrei desiderato.  


93. Atteggiamento di benevolenza. Segue la parola chresteuetai, che è unica in tutta la Bibbia, derivata da chrestos (persona buona, che mostra la sua bontà nelle azioni). Però, considerata la posizione in cui si trova, in stretto parallelismo con il verbo precedente, ne diventa un complemento. In tal modo Paolo vuole mettere in chiaro che la “pazienza” nominata al primo posto non è un atteggiamento totalmente passivo, bensì è accompagnata da un’attività, da una reazione dinamica e creativa nei confronti degli altri. Indica che l’amore fa del bene agli altri e li promuove. Perciò si traduce come “benevola”.
94. Nell’insieme del testo si vede che Paolo vuole insistere sul fatto che l’amore non è solo un sentimento, ma che si deve intendere nel senso che il verbo “amare” ha in ebraico, vale a dire: “fare il bene”. Come diceva sant’Ignazio di Loyola, «l’amore si deve porre più nelle opere che nelle parole». In questo modo può mostrare tutta la sua fecondità, e ci permette di sperimentare la felicità di dare, la nobiltà e la grandezza di donarsi in modo sovrabbondante, senza misurare, senza esigere ricompense, per il solo gusto di dare e di servire. 


95. Guarendo l’invidia.  Quindi si rifiuta come contrario all’amore un atteggiamento espresso con il termine zelos (gelosia o invidia). Significa che nell’amore non c’è posto per il provare dispiacere a causa del bene dell’altro (cfr At 7,9; 17,5). L’invidia è una tristezza per il bene altrui che dimostra che non ci interessa la felicità degli altri, poiché siamo esclusivamente concentrati sul nostro benessere. Mentre l’amore ci fa uscire da noi stessi, l’invidia ci porta a centrarci sul nostro io. Il vero amore apprezza i successi degli altri, non li sente come una minaccia, e si libera del sapore amaro dell’invidia. Accetta il fatto che ognuno ha doni differenti e strade diverse nella vita. Dunque fa in modo di scoprire la propria strada per essere felice, lasciando che gli altri trovino la loro. 
96. In definitiva si tratta di adempiere quello che richiedevano gli ultimi due comandamenti della Legge di Dio: «Non desidererai la casa del tuo prossimo. Non desidererai la moglie del tuo prossimo, né il suo schiavo né la sua schiava, né il suo bue né il suo asino, né alcuna cosa che appartenga al tuo prossimo» (Es 20,17). L’amore ci porta a un sincero apprezzamento di ciascun essere umano, riconoscendo il suo diritto alla felicità. Amo quella persona, la guardo con lo sguardo di Dio Padre, che ci dona tutto «perché possiamo goderne» (1 Tm 6,17), e dunque accetto dentro di me che possa godere di un buon momento. Questa stessa radice dell’amore, in ogni caso, è quella che mi porta a rifiutare l’ingiustizia per il fatto che alcuni hanno troppo e altri non hanno nulla, o quella che mi spinge a far sì che anche quanti sono scartati dalla società possano vivere un po’ di gioia. Questo però non è invidia, ma desiderio di equità.


97. Senza vantarsi o gonfiarsi Segue l’espressione perpereuetai, che indica la vanagloria, l’ansia di mostrarsi superiori per impressionare gli altri con un atteggiamento pedante e piuttosto aggressivo. Chi ama, non solo evita di parlare troppo di sé stesso, ma inoltre, poiché è centrato negli altri, sa mettersi al suo posto, senza pretendere di stare al centro. La parola seguente – physioutai – è molto simile, perché indica che l’amore non è arrogante. Letteralmente esprime il fatto che non si “ingrandisce” di fronte agli altri, e indica qualcosa di più sottile. Non è solo un’ossessione per mostrare le proprie qualità, ma fa anche perdere il senso della realtà. Ci si considera più grandi di quello che si è perché ci si crede più “spirituali” o “saggi”. Paolo usa questo verbo altre volte, per esempio per dire che «la conoscenza riempie di orgoglio, mentre l’amore edifica» (1 Cor 8,1). Vale a dire, alcuni si credono grandi perché sanno più degli altri, e si dedicano a pretendere da loro e a controllarli, quando in realtà quello che ci rende grandi è l’amore che comprende, cura, sostiene il debole. In un altro versetto lo utilizza per criticare quelli che si “gonfiano d’orgoglio” (cfr 1 Cor 4,18), ma in realtà hanno più verbosità che vero “potere” dello Spirito (cfr 1 Cor 4,19).
98. E’ importante che i cristiani vivano questo atteggiamento nel loro modo di trattare i familiari poco formati nella fede, fragili o meno sicuri nelle loro convinzioni. A volte accade il contrario: quelli che, nell’ambito della loro famiglia, si suppone siano cresciuti maggiormente, diventano arroganti e insopportabili. L’atteggiamento dell’umiltà appare qui come qualcosa che è parte dell’amore, perché per poter comprendere, scusare e servire gli altri di cuore, è indispensabile guarire l’orgoglio e coltivare l’umiltà. Gesù ricordava ai suoi discepoli che nel mondo del potere ciascuno cerca di dominare l’altro, e per questo dice loro: «tra voi non sarà così» (Mt 20,26). La logica dell’amore cristiano non è quella di chi si sente superiore agli altri e ha bisogno di far loro sentire il suo potere, ma quella per cui «chi vuole diventare grande tra voi, sarà vostro servitore» (Mt 20,27). Nella vita familiare non può regnare la logica del dominio degli uni sugli altri, o la competizione per vedere chi è più intelligente o potente, perché tale logica fa venir meno l’amore. Vale anche per la famiglia questo consiglio: «Rivestitevi tutti di umiltà gli uni verso gli altri, perché Dio resiste ai superbi, ma dà grazia agli umili» (1 Pt 5,5).  


Amabilità 99. Amare significa anche rendersi amabili, e qui trova senso l’espressione aschemonei. Vuole indicare che l’amore non opera in maniera rude, non agisce in modo scortese, non è duro nel tratto. I suoi modi, le sue parole, i suoi gesti, sono gradevoli e non aspri o rigidi. Detesta far soffrire gli altri. La cortesia «è una scuola di sensibilità e disinteresse» che esige dalla persona che «coltivi la sua mente e i suoi sensi, che impari ad ascoltare, a parlare e in certi momenti a tacere».[107] Essere amabile non è uno stile che un cristiano possa scegliere o rifiutare: è parte delle esigenze irrinunciabili dell’amore, perciò «ogni essere umano è tenuto ad essere affabile con quelli che lo circondano». Ogni giorno, «entrare nella vita dell’altro, anche quando fa parte della nostra vita, chiede la delicatezza di un atteggiamento non invasivo, che rinnova la fiducia e il rispetto. […] E l’amore, quanto più è intimo e profondo, tanto più esige il rispetto della libertà e la capacità di attendere che l’altro apra la porta del suo cuore».
100. Per disporsi ad un vero incontro con l’altro, si richiede uno sguardo amabile posato su di lui. Questo non è possibile quando regna un pessimismo che mette in rilievo i difetti e gli errori altrui, forse per compensare i propri complessi. Uno sguardo amabile ci permette di non soffermarci molto sui limiti dell’altro, e così possiamo tollerarlo e unirci in un progetto comune, anche se siamo differenti. L’amore amabile genera vincoli, coltiva legami, crea nuove reti d’integrazione, costruisce una solida trama sociale. In tal modo protegge sé stesso, perché senza senso di appartenenza non si può sostenere una dedizione agli altri, ognuno finisce per cercare unicamente la propria convenienza e la convivenza diventa impossibile.  Una persona antisociale crede che gli altri esistano per soddisfare le sue necessità, e che quando lo fanno compiono solo il loro dovere. Dunque non c’è spazio per l’amabilità dell’amore e del suo linguaggio. Chi ama è capace di dire parole di incoraggiamento, che confortano, che danno forza, che consolano, che stimolano. Vediamo, per esempio, alcune parole che Gesù diceva alle persone: «Coraggio figlio!» (Mt 9,2). «Grande è la tua fede!» (Mt 15,28). «Alzati!» (Mc 5,41). «Va’ in pace» (Lc 7,50). «Non abbiate paura» (Mt 14,27). Non sono parole che umiliano, che rattristano, che irritano, che disprezzano. Nella famiglia bisogna imparare questo linguaggio amabile di Gesù.  


101. Distacco generoso  Abbiamo detto molte volte che per amare gli altri occorre prima amare sé stessi. Tuttavia, questo inno all’amore afferma che l’amore “non cerca il proprio interesse”, o che “non cerca quello che è suo”. Questa espressione si usa pure in un altro testo: «Ciascuno non cerchi l’interesse proprio, ma anche quello degli altri» (Fil 2,4). Davanti ad un’affermazione così chiara delle Scritture, bisogna evitare di attribuire priorità all’amore per sé stessi come se fosse più nobile del dono di sé stessi agli altri. Una certa priorità dell’amore per sé stessi può intendersi solamente come una condizione psicologica, in quanto chi è incapace di amare sé stesso incontra difficoltà ad amare gli altri: «Chi è cattivo con sé stesso con chi sarà buono? [...] Nessuno è peggiore di chi danneggia sé stesso» (Sir 14,5-6).
102 Però lo stesso Tommaso d’Aquino ha spiegato che «è più proprio della carità voler amare che voler essere amati»[110] e che, in effetti, «le madri, che sono quelle che amano di più, cercano più di amare che di essere amate».[111] Perciò l’amore può spingersi oltre la giustizia e straripare gratuitamente, «senza sperarne nulla» (Lc 6,35), fino ad arrivare all’amore più grande, che è «dare la vita» per gli altri (Gv 15,13). È ancora possibile questa generosità che permette di donare gratuitamente, e di donare sino alla fine? Sicuramente è possibile, perché è ciò che chiede il Vangelo: «Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date» (Mt 10,8). 


103. Senza violenza interiore.  Se la prima espressione dell’inno ci invitava alla pazienza che evita di reagire bruscamente di fronte alle debolezze o agli errori degli altri, adesso appare un’altra parola – paroxynetai – che si riferisce ad una reazione interiore di indignazione provocata da qualcosa di esterno. Si tratta di una violenza interna, di una irritazione non manifesta che ci mette sulla difensiva davanti agli altri, come se fossero nemici fastidiosi che occorre evitare. Alimentare tale aggressività intima non serve a nulla. Ci fa solo ammalare e finisce per isolarci. L’indignazione è sana quando ci porta a reagire di fronte a una grave ingiustizia, ma è dannosa quando tende ad impregnare tutti i nostri atteggiamenti verso gli altri.
104. Il Vangelo invita piuttosto a guardare la trave nel proprio occhio (cfr Mt 7,5), e come cristiani non possiamo ignorare il costante invito della Parola di Dio a non alimentare l’ira: «Non lasciarti vincere dal male» (Rm 12,21). «E non stanchiamoci di fare il bene» (Gal 6,9). Una cosa è sentire la forza dell’aggressività che erompe e altra cosa è acconsentire ad essa, lasciare che diventi un atteggiamento permanente: «Adiratevi, ma non peccate; non tramonti il sole sopra la vostra ira» (Ef 4,26). Perciò, non bisogna mai finire la giornata senza fare pace in famiglia. «E come devo fare la pace? Mettermi in ginocchio? No! Soltanto un piccolo gesto, una cosina così, e l’armonia familiare torna. Basta una carezza, senza parole. Ma mai finire la giornata in famiglia senza fare la pace!».La reazione interiore di fronte a una molestia causata dagli altri dovrebbe essere anzitutto benedire nel cuore, desiderare il bene dell’altro, chiedere a Dio che lo liberi e lo guarisca: «Rispondete augurando il bene. A questo infatti siete stati chiamati da Dio per avere in eredità la sua benedizione» (1 Pt 3,9). Se dobbiamo lottare contro un male, facciamolo, ma diciamo sempre “no” alla violenza interiore. 


105. Perdono.  Se permettiamo ad un sentimento cattivo di penetrare nelle nostre viscere, diamo spazio a quel rancore che si annida nel cuore. La frase logizetai to kakon significa “tiene conto del male”, “se lo porta annotato”, vale a dire, è rancoroso. Il contrario è il perdono, un perdono fondato su un atteggiamento positivo, che tenta di comprendere la debolezza altrui e prova a cercare delle scuse per l’altra persona, come Gesù che disse: «Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno» (Lc 23,34). Invece la tendenza è spesso quella di cercare sempre più colpe, di immaginare sempre più cattiverie, di supporre ogni tipo di cattive intenzioni, e così il rancore va crescendo e si radica. In tal modo, qualsiasi errore o caduta del coniuge può danneggiare il vincolo d’amore e la stabilità familiare. Il problema è che a volte si attribuisce ad ogni cosa la medesima gravità, con il rischio di diventare crudeli per qualsiasi errore dell’altro. La giusta rivendicazione dei propri diritti si trasforma in una persistente e costante sete di vendetta più che in una sana difesa della propria dignità.
106. Quando siamo stati offesi o delusi, il perdono è possibile e auspicabile, ma nessuno dice che sia facile. La verità è che «la comunione familiare può essere conservata e perfezionata solo con un grande spirito di sacrificio. Esige, infatti, una pronta e generosa disponibilità di tutti e di ciascuno alla comprensione, alla tolleranza, al perdono, alla riconciliazione. Nessuna famiglia ignora come l’egoismo, il disaccordo, le tensioni, i conflitti aggrediscano violentemente e a volte colpiscano mortalmente la propria comunione: di qui le molteplici e varie forme di divisione nella vita familiare».
107. Oggi sappiamo che per poter perdonare abbiamo bisogno di passare attraverso l’esperienza liberante di comprendere e perdonare noi stessi. Tante volte i nostri sbagli, o lo sguardo critico delle persone che amiamo, ci hanno fatto perdere l’affetto verso noi stessi. Questo ci induce alla fine a guardarci dagli altri, a fuggire dall’affetto, a riempirci di paure nelle relazioni interpersonali. Dunque, poter incolpare gli altri si trasforma in un falso sollievo. C’è bisogno di pregare con la propria storia, di accettare sé stessi, di saper convivere con i propri limiti, e anche di perdonarsi, per poter avere questo medesimo atteggiamento verso gli altri.
108. Ma questo presuppone l’esperienza di essere perdonati da Dio, giustificati gratuitamente e non per i nostri meriti. Siamo stati raggiunti da un amore previo ad ogni nostra opera, che offre sempre una nuova opportunità, promuove e stimola. Se accettiamo che l’amore di Dio è senza condizioni, che l’affetto del Padre non si deve comprare né pagare, allora potremo amare al di là di tutto, perdonare gli altri anche quando sono stati ingiusti con noi. Diversamente, la nostra vita in famiglia cesserà di essere un luogo di comprensione, accompagnamento e stimolo, e sarà uno spazio di tensione permanente e di reciproco castigo.


109. Rallegrarsi con gli altri.  L’espressione chairei epi te adikia indica qualcosa di negativo insediato nel segreto del cuore della persona. È l’atteggiamento velenoso di chi si rallegra quando vede che si commette ingiustizia verso qualcuno. La frase si completa con quella che segue, che si esprime in modo positivo: synchairei te aletheia: si compiace della verità. Vale a dire, si rallegra per il bene dell’altro, quando viene riconosciuta la sua dignità, quando si apprezzano le sue capacità e le sue buone opere. Questo è impossibile per chi deve sempre paragonarsi e competere, anche con il proprio coniuge, fino al punto di rallegrarsi segretamente per i suoi fallimenti.
110. Quando una persona che ama può fare del bene a un altro, o quando vede che all’altro le cose vanno bene, lo vive con gioia e in quel modo dà gloria a Dio, perché «Dio ama chi dona con gioia» (2 Cor 9,7), nostro Signore apprezza in modo speciale chi si rallegra della felicità dell’altro. Se non alimentiamo la nostra capacità di godere del bene dell’altro e ci concentriamo soprattutto sulle nostre necessità, ci condanniamo a vivere con poca gioia, dal momento che, come ha detto Gesù, «si è più beati nel dare che nel ricevere!» (At 20,35). La famiglia dev’essere sempre il luogo in cui chiunque faccia qualcosa di buono nella vita, sa che lì lo festeggeranno insieme a lui. 


111. Tutto scusa L’elenco si completa con quattro espressioni che parlano di una totalità: “tutto”. Tutto scusa, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta. In questo modo, si sottolinea con forza il dinamismo controculturale dell’amore, capace di far fronte a qualsiasi cosa lo possa minacciare. 112. In primo luogo si afferma che “tutto scusa” (panta stegei). Si differenzia da “non tiene conto del male”, perché questo termine ha a che vedere con l’uso della lingua; può significare “mantenere il silenzio” circa il negativo che può esserci nell’altra persona. Implica limitare il giudizio, contenere l’inclinazione a lanciare una condanna dura e implacabile. «Non condannate e non sarete condannati» (Lc 6,37). Benché vada contro il nostro uso abituale della lingua, la Parola di Dio ci chiede: «Non sparlate gli uni degli altri, fratelli» (Gc 4,11). Soffermarsi a danneggiare l’immagine dell’altro è un modo per rafforzare la propria, per scaricare i rancori e le invidie senza fare caso al danno che causiamo. Molte volte si dimentica che la diffamazione può essere un grande peccato, una seria offesa a Dio, quando colpisce gravemente la buona fama degli altri procurando loro dei danni molto difficili da riparare. Per questo la Parola di Dio è così dura con la lingua, dicendo che è «il mondo del male» che «contagia tutto il corpo e incendia tutta la nostra vita» (Gc 3,6), «è un male ribelle, è piena di veleno mortale» (Gc 3,8). Se «con essa malediciamo gli uomini fatti a somiglianza di Dio» (Gc 3,9), l’amore si prende cura dell’immagine degli altri, con una delicatezza che porta a preservare persino la buona fama dei nemici. Nel difendere la legge divina non bisogna mai dimenticare questa esigenza dell’amore. 
113. Gli sposi che si amano e si appartengono, parlano bene l’uno dell’altro, cercano di mostrare il lato buono del coniuge al di là delle sue debolezze e dei suoi errori. In ogni caso, mantengono il silenzio per non danneggiarne l’immagine. Però non è soltanto un gesto esterno, ma deriva da un atteggiamento interiore. E non è neppure l’ingenuità di chi pretende di non vedere le difficoltà e i punti deboli dell’altro, bensì è l’ampiezza dello sguardo di chi colloca quelle debolezze e quegli sbagli nel loro contesto; ricorda che tali difetti sono solo una parte, non sono la totalità dell’essere dell’altro. Un fatto sgradevole nella relazione non è la totalità di quella relazione. Dunque si può accettare con semplicità che tutti siamo una complessa combinazione di luci e ombre. L’altro non è soltanto quello che a me dà fastidio. È molto più di questo. Per la stessa ragione, non pretendo che il suo amore sia perfetto per apprezzarlo. Mi ama come è e come può, con i suoi limiti, ma il fatto che il suo amore sia imperfetto non significa che sia falso o che non sia reale. È reale, ma limitato e terreno. Perciò, se pretendo troppo, in qualche modo me lo farà capire, dal momento che non potrà né accetterà di giocare il ruolo di un essere divino né di stare al servizio di tutte le mie necessità. L’amore convive con l’imperfezione, la scusa, e sa stare in silenzio davanti ai limiti della persona amata. 


114. Ha fiducia. Panta pisteuei: “tutto crede”. Per il contesto, non si deve intendere questa “fede” in senso teologico, bensì in quello corrente di “fiducia”. Non si tratta soltanto di non sospettare che l’altro stia mentendo o ingannando. Tale fiducia fondamentale riconosce la luce accesa da Dio che si nasconde dietro l’oscurità, o la brace che arde ancora sotto le ceneri.
115. Questa stessa fiducia rende possibile una relazione di libertà. Non c’è bisogno di controllare l’altro, di seguire minuziosamente i suoi passi, per evitare che sfugga dalle nostre braccia. L’amore ha fiducia, lascia in libertà, rinuncia a controllare tutto, a possedere, a dominare. Questa libertà, che rende possibili spazi di autonomia, apertura al mondo e nuove esperienze, permette che la relazione si arricchisca e non diventi una endogamia senza orizzonti. In tal modo i coniugi, ritrovandosi, possono vivere la gioia di condividere quello che hanno ricevuto e imparato al di fuori del cerchio familiare. Nello stesso tempo rende possibili la sincerità e la trasparenza, perché quando uno sa che gli altri confidano in lui e ne apprezzano la bontà di fondo, allora si mostra com’è, senza occultamenti. Uno che sa che sospettano sempre di lui, che lo giudicano senza compassione, che non lo amano in modo incondizionato, preferirà mantenere i suoi segreti, nascondere le sue cadute e debolezze, fingersi quello che non è. Viceversa, una famiglia in cui regna una solida e affettuosa fiducia, e dove si torna sempre ad avere fiducia nonostante tutto, permette che emerga la vera identità dei suoi membri e fa sì che spontaneamente si rifiuti l’inganno, la falsità e la menzogna. 


116. Spera.  Panta elpizei: non dispera del futuro. In connessione con la parola precedente, indica la speranza di chi sa che l’altro può cambiare. Spera sempre che sia possibile una maturazione, un sorprendente sbocciare di bellezza, che le potenzialità più nascoste del suo essere germoglino un giorno. Non vuol dire che tutto cambierà in questa vita. Implica accettare che certe cose non accadano come uno le desidera, ma che forse Dio scriva diritto sulle righe storte di quella persona e tragga qualche bene dai mali che essa non riesce a superare in questa terra.
117. Qui si fa presente la speranza nel suo senso pieno, perché comprende la certezza di una vita oltre la morte. Quella persona, con tutte le sue debolezze, è chiamata alla pienezza del Cielo. Là, completamente trasformata dalla risurrezione di Cristo, non esisteranno più le sue fragilità, le sue oscurità né le sue patologie. Là l’essere autentico di quella persona brillerà con tutta la sua potenza di bene e di bellezza. Questo altresì ci permette, in mezzo ai fastidi di questa terra, di contemplare quella persona con uno sguardo soprannaturale, alla luce della speranza, e attendere quella pienezza che un giorno riceverà nel Regno celeste, benché ora non sia visibile. 


118. Tutto sopporta. Panta hypomenei significa che sopporta con spirito positivo tutte le contrarietà. Significa mantenersi saldi nel mezzo di un ambiente ostile. Non consiste soltanto nel tollerare alcune cose moleste, ma in qualcosa di più ampio: una resistenza dinamica e costante, capace di superare qualsiasi sfida. È amore malgrado tutto, anche quando tutto il contesto invita a un’altra cosa. Manifesta una dose di eroismo tenace, di potenza contro qualsiasi corrente negativa, una opzione per il bene che niente può rovesciare. Questo mi ricorda le parole di Martin Luther King, quando ribadiva la scelta dell’amore fraterno anche in mezzo alle peggiori persecuzioni e umiliazioni: «La persona che ti odia di più, ha qualcosa di buono dentro di sé; e anche la nazione che più odia, ha qualcosa di buono in sé; anche la razza che più odia, ha qualcosa di buono in sé. E quando arrivi al punto di guardare il volto di ciascun essere umano e vedi molto dentro di lui quello che la religione chiama “immagine di Dio”, cominci ad amarlo nonostante tutto. Non importa quello che fa, tu vedi lì l’immagine di Dio. C’è un elemento di bontà di cui non ti potrai mai sbarazzare […] Un altro modo in cui ami il tuo nemico è questo: quando si presenta l’opportunità di sconfiggere il tuo nemico, quello è il momento nel quale devi decidere di non farlo […] Quando ti elevi al livello dell’amore, della sua grande bellezza e potere, l’unica cosa che cerchi di sconfiggere sono i sistemi maligni. Le persone che sono intrappolate da quel sistema le ami, però cerchi di sconfiggere quel sistema […] Odio per odio intensifica solo l’esistenza dell’odio e del male nell’universo. Se io ti colpisco e tu mi colpisci, e ti restituisco il colpo e tu mi restituisci il colpo, e così di seguito, è evidente che si continua all’infinito. Semplicemente non finisce mai. Da qualche parte, qualcuno deve avere un po’ di buon senso, e quella è la persona forte. La persona forte è la persona che è capace di spezzare la catena dell’odio, la catena del male […] Qualcuno deve avere abbastanza fede e moralità per spezzarla e iniettare dentro la stessa struttura dell’universo l’elemento forte e potente dell’amore».
119. Nella vita familiare c’è bisogno di coltivare questa forza dell’amore, che permette di lottare contro il male che la minaccia. L’amore non si lascia dominare dal rancore, dal disprezzo verso le persone, dal desiderio di ferire o di far pagare qualcosa. L’ideale cristiano, e in modo particolare nella famiglia, è amore malgrado tutto. A volte ammiro, per esempio, l’atteggiamento di persone che hanno dovuto separarsi dal coniuge per proteggersi dalla violenza fisica, e tuttavia, a causa della carità coniugale che sa andare oltre i sentimenti, sono stati capaci di agire per il suo bene, benché attraverso altri, in momenti di malattia, di sofferenza o di difficoltà. Anche questo è amore malgrado tutto.