domenica 20 luglio 2025

Libertà del cristiano


 

Esercizio della libertà cristiana

1 Corinzi capp. 8-10


Premessa: la libertà nella Sacra Scrittura

Nell’antichità, la società si divideva in liberi e schiavi: Il Levitico proibiva che un fratello israelita divenisse schiavo d’un altro: «Se il tuo fratello che è presso di te cade in miseria e si vende a te, non farlo lavorare come schiavo; sia presso di te come un bracciante, come un ospite. Essi sono infatti miei servi, che io ho fatto uscire dalla terra d’Egitto; non debbono essere venduti come si vendono gli schiavi. Non lo tratterai con durezza, ma temerai il tuo Dio. …Quanto allo schiavo e alla schiava che avrai in proprietà, potrete prenderli dalle nazioni che vi circondano. Potrete anche comprarne tra i figli degli stranieri stabiliti presso di voi e tra le loro famiglie che sono presso di voi. Li potrete lasciare in eredità ai vostri figli dopo di voi, come loro proprietà; vi potrete servire sempre di loro come di schiavi. Ma quanto ai vostri fratelli, gli Israeliti, nessuno dòmini sull’altro con durezza» (Lv 25, 39-46). 

Nel Nuovo Testamento il Signore ha affrancato tutti gli uomini e tutti sono stati resi di uguale dignità, partecipi dello Spirito: «Come infatti il corpo è uno solo e ha molte membra, e tutte le membra del corpo, pur essendo molte, sono un corpo solo, così anche il Cristo. Infatti noi tutti siamo stati battezzati mediante un solo Spirito in un solo corpo, Giudei o Greci, schiavi o liberi; e tutti siamo stati dissetati da un solo Spirito» (1 Cor 12,13).

Dio si è rivelato liberando il suo popolo dalla schiavitù d’Egitto: «Di’ agli Israeliti: “Io sono il Signore! Vi sottrarrò ai lavori forzati degli Egiziani, vi libererò dalla loro schiavitù e vi riscatterò con braccio teso. Vi prenderò come mio popolo e diventerò il vostro Dio. Saprete che io sono il Signore, il vostro Dio, che vi sottrae ai lavori forzati degli Egiziani» (Es 6,6). «Ietro [suocero di Mosè] si rallegrò di tutto il bene che il Signore aveva fatto a Israele, quando lo aveva liberato dalla mano degli Egiziani. Disse Ietro: «Benedetto il Signore, che vi ha liberato dalla mano degli Egiziani e dalla mano del faraone: egli ha liberato questo popolo dalla mano dell’Egitto!» (Es 18,9-10). 

Libera il popolo affinché possa servirlo: «Perciò va’! Io ti [Mosè] mando dal faraone. Fa’ uscire dall’Egitto il mio popolo, gli Israeliti!”. Io sarò con te. Questo sarà per te il segno che io ti ho mandato: quando tu avrai fatto uscire il popolo dall’Egitto, servirete Dio su questo monte”» (Es 3,7-12). 

Secondo la promessa dei profeti, lo libera dai nemici (2), dalla paura (3), da ogni male (4), dal peccato (5) e dalla morte (6)

Secondo la promessa ai profeti: «Tu non temere, Giacobbe, mio servo– oracolo del Signore –, non abbatterti, Israele, perché io libererò te dalla terra lontana, la tua discendenza dalla terra del suo esilio. Giacobbe ritornerà e avrà riposo, vivrà tranquillo e nessuno lo molesterà, perché io sono con te per salvarti» (Ger 30,10-11). 

2. dai nemici: «Se è proprio di tutto cuore che voi tornate al Signore, eliminate da voi tutti gli dèi stranieri; indirizzate il vostro cuore al Signore e servite lui, lui solo, ed egli vi libererà dalla mano dei Filistei» (1 Sam 7,3). «Coraggio, figli miei, gridate a Dio, ed egli vi libererà dall’oppressione e dalle mani dei nemici. Una grande gioia mi è venuta dal Santo, per la misericordia che presto vi giungerà» (Bar 4,21.22).

Ciò che il Signore compie per tutto il popolo, lo compie anche per le singole persone: «Mi assalivano da ogni parte e nessuno mi aiutava; mi rivolsi al soccorso degli uomini, e non c’era. Allora mi ricordai della tua misericordia, Signore, e dei tuoi benefici da sempre, perché tu liberi quelli che sperano in te e li salvi dalla mano dei nemici» (Sir 51,8). Nemici del profeta possono essere gli Israeliti stessi: «Di fronte a questo popolo io ti renderò come un muro durissimo di bronzo; combatteranno contro di te, ma non potranno prevalere, perché io sarò con te per salvarti e per liberarti» (Ger 15,20). 

3. dalla paura: «Invocami nel giorno dell’angoscia. Ti libererò e tu mi darai gloria» (Sal 50,15). «Lo libererò, perché a me si è legato, lo porrò al sicuro, perché ha conosciuto il mio nome. Mi invocherà e io gli darò risposta; nell’angoscia io sarò con lui, lo libererò e lo renderò glorioso» (Sal 91,14). 

4. da ogni male: «Non dire: “Renderò male per male”; confida nel Signore ed egli ti libererà» (Pr 20,22). «Infatti chi si volgeva a guardarlo (il Serpente di bronzo) era salvato non per mezzo dell’oggetto che vedeva, ma da te, salvatore di tutti. Anche in tal modo hai persuaso i nostri nemici che sei tu colui che libera da ogni male» (Sap 16,7-8). 

5. dal peccato: «[La Sapienza] non abbandonò il giusto venduto, ma lo liberò dal peccato. Scese con lui nella prigione, non lo abbandonò mentre era in catene» (Sap 10,13-14). 

6. dalla morte: «I tesori male acquistati non giovano, ma la giustizia libera dalla morte» (Pr 10,2). «Non giova la ricchezza nel giorno della collera ma la giustizia libera dalla morte» (Pr 11,4). 

Gesù rompe con l’idea del liberatore politico atteso per operare una liberazione più profonda. Distruggendo l’unico e reale oppressore dell’uomo, il diavolo. 

«Poiché dunque i figli hanno in comune il sangue e la carne, anche Cristo allo stesso modo ne è divenuto partecipe, per ridurre all’impotenza mediante la morte colui che della morte ha il potere, cioè il diavolo» (Eb 2,14). 

Gesù libera dal peccato e dalla morte: 

Dal peccato: «Gesù allora disse a quei Giudei che gli avevano creduto: “Se rimanete nella mia parola, siete davvero miei discepoli; conoscerete la verità e la verità vi farà liberi”. Gli risposero: “Noi siamo discendenti di Abramo e non siamo mai stati schiavi di nessuno. Come puoi dire: “Diventerete liberi”?”. Gesù rispose loro: “In verità, in verità io vi dico: chiunque commette il peccato è schiavo del peccato. Ora, lo schiavo non resta per sempre nella casa; il figlio vi resta per sempre. Se dunque il Figlio vi farà liberi, sarete liberi davvero”» (Gv 8,31-36). «Io trovo in me questa legge: quando voglio fare il bene, il male è accanto a me. Infatti nel mio intimo acconsento alla legge di Dio, ma nelle mie membra vedo un’altra legge, che combatte contro la legge della mia ragione e mi rende schiavo della legge del peccato, che è nelle mie membra. Me infelice! Chi mi libererà da questo corpo di morte? Siano rese grazie a Dio per mezzo di Gesù Cristo nostro Signore!» (Rm 7,21-25). 

Dalla morte: «Abbiamo addirittura ricevuto su di noi la sentenza di morte, perché non ponessimo fiducia in noi stessi, ma nel Dio che risuscita i morti. Da quella morte però egli ci ha liberato e ci libererà, e per la speranza che abbiamo in lui ancora ci libererà, grazie anche alla vostra cooperazione nella preghiera per noi» (2 Cor 1,9-11). 

Stabilisce i salvati nell’autentica libertà:

«Il Signore è lo Spirito e, dove c’è lo Spirito del Signore, c’è la libertà» (2 Cor 3,17). ). «Anche la stessa creazione sarà liberata dalla schiavitù della corruzione per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio» (Rm 8,21). «Abbiamo la libertà di accedere a Dio in piena fiducia mediante la fede in lui [Cristo]» (Ef 3,12; Cf Eb 10,19). 

«Con discorsi arroganti e vuoti e mediante sfrenate passioni carnali adescano quelli che da poco si sono allontanati da chi vive nell’errore. Promettono loro libertà, mentre sono essi stessi schiavi della corruzione. L’uomo infatti è schiavo di ciò che lo domina. Se infatti, dopo essere sfuggiti alle corruzioni del mondo per mezzo della conoscenza del nostro Signore e salvatore Gesù Cristo, rimangono di nuovo in esse invischiati e vinti, la loro ultima condizione è divenuta peggiore della prima» (2 Pt 2, 18-20). 

Il popolo può servire il suo Creatore realizzando se stesso pienamente nella carità:

«Voi infatti, fratelli, siete stati chiamati a libertà. Che questa libertà non divenga però un pretesto per la carne; mediante l’amore siate invece a servizio gli uni degli altri» (Gal 5,13). «Non sapete che, se vi mettete a servizio di qualcuno come schiavi per obbedirgli, siete schiavi di colui al quale obbedite: sia del peccato che porta alla morte, sia dell’obbedienza che conduce alla giustizia? Rendiamo grazie a Dio, perché eravate schiavi del peccato, ma avete obbedito di cuore a quella forma di insegnamento alla quale siete stati affidati. Così, liberati dal peccato, siete stati resi schiavi della giustizia» (Rm 6,16-18). «Questa è la volontà di Dio: che, operando il bene, voi chiudiate la bocca all’ignoranza degli stolti, come uomini liberi, servendovi della libertà non come di un velo per coprire la malizia, ma come servi di Dio» (1 Pt 2,15-16). 

In sintesi, la libertà è una liberazione dai mali che afliggono l’uomo ma soprattutto è partecipazione alla carità di Dio


Capitolo 8

La libertà intesa come partecipazione alla carità stessa che è Dio compare soprattutto nei capitoli 8-11 della prima lettera ai Corinti. L’occasione gli viene offerta dalla necessità intervenire nel dibattito sorto nella comunità circa la leicità del consumo delle carni che erano state offerte alle divinità (eidolothyton) nei sacrifici pagani. Tutti i membri della comunità avevano abbandonato il culto degli Dei e credevano nell’esistenza d’un unico Dio. Sul piano pratico, alcuni, non avevano esitazione alcuna a «stare a tavola in un tempio di idoli» (v.10) senza voler venerare alcuna divinità, ma soltanto per nutrirsi di carne a buon prezzo. Altri, tuttavia, rimanevano turbati nel vedere dei compagni di fede banchettare nei templi. Questi fedeli più scrupolosi vengono denominati deboli (1 Cor 8,11).

1Riguardo alle carni sacrificate agli idoli, so che tutti ne abbiamo conoscenza. Ma la conoscenza riempie di orgoglio, mentre l’amore edifica. 2Se qualcuno crede di conoscere qualcosa, non ha ancora imparato come bisogna conoscere. 

Paolo proibisce la partecipazione ai sacrifici idolatrici ma consente di mangiare la carne avanzata dai banchetti e messa sul mercato. I cristiani più colti ed avveduti deridevano le esitazioni di quelli che erano bloccati nell’incertezza e li disprezzavano. La loro convinzione li rendeva sicuri di sé, forse troppo sicuri, mentre avrebbero dovuto usare nei confronti dei “deboli” un sentimento di comprensione. La loro sicurezza si trasformava in orgoglio mentre soltanto la carità edifica la comunità. Non basta coltivare buone idee ma bisogna diventare persone sensibili nei confronti delle difficoltà o debolezze altrui. Questa attenzione misericordiosa costituisce la vera conoscenza. «Hai visto un uomo che è saggio ai suoi occhi? C’è più da sperare da uno stolto che da lui» (Pr 26,12). 

3Chi invece ama Dio, è da lui conosciuto.

È necessario, prima di tutto, conoscere (ossia amare) il Signore e costruire su questo amore relazioni serene con gli altri. In realtà, quando lo amiamo, siamo già stati riconosciuti ed amati da Lui: «Ora avete conosciuto Dio, anzi è Dio che vi conosce» (Gal 4,9). «Disse il Signore a Mosè: hai trovato grazia ai miei occhi e ti ho conosciuto per nome”» (Es 33,17). Vale a dire: tu hai la mia piena fiducia, perché Io [il Signore] ti conosco bene!

«Conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me» (Gv 10,14). «Quelli che egli da sempre ha conosciuto, li ha anche predestinati a essere conformi all’immagine del Figlio suo» (Rm 8,29). «Le solide fondamenta gettate da Dio resistono e portano questo sigillo: Il Signore conosce quelli che sono suoi, e ancora: Si allontani dall'iniquità chiunque invoca il nome del Signore» (2 Tm 2,19). 

4Riguardo dunque al mangiare le carni sacrificate agli idoli, noi sappiamo che non esiste al mondo alcun idolo e che non c’è alcun dio, se non uno solo. 

Nel suo intervento, Paolo comincia col ribadire la comune convinzione di fede circa l’inesistenza delle divinità. Gli Ebrei da lungo tempo erano radicati nel monoteismo: «Il Signore (YHWH) è il nostro Dio, unico è il Signore» (Dt 6,4). Voi siete miei testimoni: c’è forse un dio fuori di me o una roccia che io non conosca?» (Is 44,8). «Quelli che servono idoli falsi abbandonano il loro amore» (Gio 2,9). I profeti, ripetutamente, avevano contestato il culto delle divinità: «Quando alzi gli occhi al cielo e vedi il sole, la luna, le stelle e tutto l’esercito del cielo, tu non lasciarti indurre a prostrarti davanti a quelle cose e a servirle; cose che il Signore, tuo Dio, ha dato in sorte a tutti i popoli che sono sotto tutti i cieli. Voi, invece, il Signore vi ha presi, vi ha fatti uscire dal crogiuolo di ferro, dall’Egitto, perché foste per lui come popolo di sua proprietà, quale oggi siete» (Dt 4,19-20). 

Gli apostoli ripresero il loro annuncio veritiero: «Non dobbiamo pensare che la divinità sia simile all’oro, all’argento e alla pietra, che porti l’impronta dell’arte e dell’ingegno umano. Ora Dio, passando sopra ai tempi dell’ignoranza, ordina agli uomini che tutti e dappertutto si convertano» (At 17,29-30). 

5In realtà, anche se vi sono cosiddetti dèi sia nel cielo che sulla terra – e difatti ci sono molti dèi e molti signori –, 6per noi c’è un solo Dio, il Padre, dal quale tutto proviene e noi siamo per lui; e un solo Signore, Gesù Cristo, in virtù del quale esistono tutte le cose e noi esistiamo grazie a lui. 

Precisa ancora meglio il contenuto della fede comune. Secondo lui esiste un unico vero Dio, ma, in sintonia con alcune credenze giudaiche del tempo, egli è convinto dell’esistenza di esseri superiori angelici o demoniaci, situati tra Dio e il mondo. Questi esseri, tuttavia, non sono paragonabili a Dio, in quanto sue creature, e ad essi non doveva essere attribuito alcun culto. 

I fedeli fondano la loro esistenza sulla fede nell’unico Dio che si è rivelato come Padre. «Non abbiamo forse tutti noi un solo padre? Forse non ci ha creati un unico Dio?» (Ml 2,10). Sanno che tutti provenivano da lui e che sarebbero tornati a lui. «Un solo Dio e Padre di tutti, che è al di sopra di tutti, opera per mezzo di tutti ed è presente in tutti» (Ef 4,6).

Questo sentimento era già presente presso gli Ebrei ma i cristiani avevano un altro riferimento importante: Gesù, proclamato come Messia (Cristo). «[I profeti], quei santi uomini soffrirono anche persecuzioni, sostenuti dalla sua grazia, per convincere gli increduli che c’è un solo Dio e che egli si sarebbe manifestato per mezzo del Messia, cioè di Gesù Cristo, suo Figlio, che è il suo Verbo uscito dal silenzio. Questi piacque in ogni cosa a colui che l’aveva mandato» (Ignazio di Antiochia, Magnesii 6,1-9). Il Padre ha fatto conoscere se stesso per mezzo del Figlio. Paolo lo colloca al di sopra di ogni creatura in quanto è collaboratore di Dio nella creazione e noi esistiamo grazie a lui. «Tutto è stato fatto per mezzo di lui [il Verbo] e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste» (Gv 1,3). «Tutte le cose sono state create per mezzo di lui e in vista di lui» (Col 1,11). Egli riceve il titolo di Signore, un titolo che lo accomuna al Padre e, come tale, è anche il nostro Salvatore: «È il Signore di tutti, ricco verso tutti quelli che lo invocano» (Rm 10,12). Ormai Dio entra in comunione con noi mediante Gesù Signore: «in lui abita corporalmente tutta la pienezza della divinità (cf Col 2,9) e perciò i battezzati non vivono più per se stessi ma per Colui che è morto e risorto per loro (cf 2 Cor 5,15). 

7Ma non tutti hanno la conoscenza; alcuni, fino ad ora abituati agli idoli, mangiano le carni come se fossero sacrificate agli idoli, e così la loro coscienza, debole com’è, resta contaminata. 

Dopo aver ribadito il nucleo della fede, torna a considerare la pratica di vita. Secondo alcuni cristiani più scrupolosi che avevano abbandonato da poco i culti idolatrici, mangiare le carni dei sacrifici era compiere un atto idolatrico e quindi nessuno doveva indurli a fare questo con le parole o con il comportamento. 

Paolo aveva scorto un problema simile a proposito dell’alimentazione in generale. Alcuni consideravano impuri determinati alimenti, mentre altri non tenevano più conto di queste distinzioni e si nutrivano di qualsiasi genere di cibo, ma, così facendo, ferivano la coscienza dei primi. Seguendo le loro convinzioni, di per sé realmente più mature, non badavano a far soffrire gli altri meno evoluti. Paolo dichiara: «Io so, e ne sono persuaso nel Signore Gesù, che nulla è impuro in se stesso; ma se uno ritiene qualcosa come impuro, per lui è impuro. Ora se per un cibo il tuo fratello resta turbato, tu non ti comporti più secondo carità. Non mandare in rovina con il tuo cibo colui per il quale Cristo è morto!» (Rm 14,14-15). 

8Non sarà certo un alimento ad avvicinarci a Dio: se non ne mangiamo, non veniamo a mancare di qualcosa; se ne mangiamo, non ne abbiamo un vantaggio. 

Non attribuisce alcuna importanza alle regole alimentari, seguendo l’insegnamento di Gesù che dichiarava puro ogni alimento «“Non capite che tutto ciò che entra nell’uomo dal di fuori non può renderlo impuro, perché non gli entra nel cuore ma nel ventre e va nella fogna?”. Così rendeva puri tutti gli alimenti. E diceva: “Ciò che esce dall’uomo è quello che rende impuro l’uomo. Dal di dentro infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono i propositi di male» (Mc 7,20-23). «Il regno di Dio infatti non è cibo o bevanda, ma giustizia, pace e gioia nello Spirito Santo» (Rm 14.17). «Se siete morti con Cristo agli elementi del mondo, perché, come se viveste ancora nel mondo, lasciarvi imporre precetti quali: “Non prendere, non gustare, non toccare”? Sono tutte cose destinate a scomparire con l’uso, prescrizioni e insegnamenti di uomini, che hanno una parvenza di sapienza con la loro falsa religiosità e umiltà e mortificazione del corpo, ma in realtà non hanno alcun valore se non quello di soddisfare la carne» (Col 2,20-23). 

9Badate però che questa vostra libertà non divenga occasione di caduta per i deboli. 10Se uno infatti vede te, che hai la conoscenza, stare a tavola in un tempio di idoli, la coscienza di quest’uomo debole non sarà forse spinta a mangiare le carni sacrificate agli idoli? 

Non basta essere certi in coscienza della bontà del proprio agire e sostenere opinioni liberanti ma è necessario che questa mentalità non ferisca la coscienza di un fratello che non ha ancora maturato le stesse convinzioni. «Cerchiamo dunque ciò che porta alla pace e alla edificazione vicendevole. Non distruggere l’opera di Dio per una questione di cibo! Tutte le cose sono pure; ma è male per un uomo mangiare dando scandalo. Perciò è bene non mangiare carne né bere vino né altra cosa per la quale il tuo fratello possa scandalizzarsi. La convinzione che tu hai, conservala per te stesso davanti a Dio. Beato chi non condanna se stesso a causa di ciò che approva. Ma chi è nel dubbio, mangiando si condanna, perché non agisce secondo coscienza; tutto ciò, infatti, che non viene dalla coscienza è peccato» (Rm 14,19-23). 

«Chi è debole, che anch’io non lo sia? Chi riceve scandalo, che io non ne frema?» (2 Cor 11,29). «Siete stati chiamati a libertà. Che questa libertà non divenga però un pretesto per la carne; mediante l’amore siate invece a servizio gli uni degli altri» (Gal 5,13). «Questa è la volontà di Dio: che, operando il bene, voi chiudiate la bocca all’ignoranza degli stolti, come uomini liberi, servendovi della libertà non come di un velo per coprire la malizia, ma come servi di Dio» (1 Pt 2,15-16). 

11Ed ecco, per la tua conoscenza, va in rovina il debole, un fratello per il quale Cristo è morto! 12Peccando così contro i fratelli e ferendo la loro coscienza debole, voi peccate contro Cristo. 13Per questo, se un cibo scandalizza il mio fratello, non mangerò mai più carne, per non dare scandalo al mio fratello. 

La conoscenza (il sapere che l’idolo non è nulla) non deve diventare motivo di rovina spirituale per il fratello più debole. La libertà, se esercitata con orgoglio e senza amore, può compromettere la fede di chi è più fragile. È un paradosso tragico: Cristo è morto per lui, e tu lo rovini per il tuo sapere. Ferire un fratello nella sua coscienza equivale a peccare contro Cristo stesso. L'identificazione tra Cristo e il fratello debole richiama il Vangelo (cf. Mt 25,40). 

Questo ci ricorda che la comunione ecclesiale non è solo teorica: ciò che facciamo al fratello, lo facciamo a Cristo. «Chi accoglie voi, accoglie me» (Mt 10,40). L’amore per il fratello viene prima della libertà personale; occorre rinunciare per sempre ad un diritto, pur di non scandalizzare. Questo è l’esempio di una libertà che si fa servizio, tipica del Vangelo. «Chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore, e chi vuole essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti» (Mc 10,43-44). La coscienza altrui va rispettata, e la libertà non è mai assoluta, ma relazionale e responsabile. L’amore cristiano consiste in scelte concrete a favore degli altri, anche se costose. È necessario evitare comportamenti che, pur essendo in sé leciti, possano indebolire la fede altrui. Non usare la libertà come un’arma. 

Capitolo 9

Paolo spiega ai fedeli in che modo esercitare la libertà cristiana. Pur essendo libero, si è fatto servo di tutti. Non ha cercato il suo vantaggio ma quello degli altri e, di conseguenza, si è sempre adattato alla mentalità delle persone che incontra per non ferirle (purché questo adattamento non fosse un consenso al male). Soprattutto ha rinunciato perfino ai propri diritti e ai propri legittimi vantaggi, se questa rinuncia avesse favorito l’annuncio del Vangelo. 

9 1Non sono forse libero, io? Non sono forse un apostolo? Non ho veduto Gesù, Signore nostro? E non siete voi la mia opera nel Signore? 2Anche se non sono apostolo per altri, almeno per voi lo sono; voi siete nel Signore il sigillo del mio apostolato. 

Compare una serie di domande retoriche attraverso le quali evidenzia il suo stile di vita. È un uomo libero ma si fa servo. 

Rivendica, poi, il mandato di apostolo anche se non apparteneva al gruppo dei Dodici e degli altri discepoli che avevano conosciuto Gesù. Egli infatti ha visto il Risorto ed è stato accredidato da lui: «Il Vangelo da me annunciato non l’ho ricevuto né l’ho imparato da uomini, ma per rivelazione di Gesù Cristo» (Gal 1,12; cf. At 9,3-5; 22,17-21). 

L’esistenza della comunità di Corinto è una prova tangile che egli è un vero missionario, in grado di suscitare dei credenti. «Cominciamo di nuovo a raccomandare noi stessi? O abbiamo forse bisogno, come alcuni, di lettere di raccomandazione per voi o da parte vostra? La nostra lettera siete voi, lettera scritta nei nostri cuori, conosciuta e letta da tutti gli uomini. È noto infatti che voi siete una lettera di Cristo composta da noi, scritta non con inchiostro, ma con lo Spirito del Dio vivente, non su tavole di pietra, ma su tavole di cuori umani. Proprio questa è la fiducia che abbiamo per mezzo di Cristo, davanti a Dio» (2 Cor 3,1-4).

3La mia difesa contro quelli che mi accusano è questa: 4non abbiamo forse il diritto di mangiare e di bere? 

I missionari erano mantenuti dalle comunità che li ospitavano. Gesù aveva detto ai discepoli inviati da lui: «Restate in quella casa [che vi ospita], mangiando e bevendo di quello che hanno, perché chi lavora ha diritto alla sua ricompensa. Quando entrerete in una città e vi accoglieranno, mangiate quello che vi sarà offerto» (Lc 10,7.8). Paolo sostiene questa prassi: «Chi viene istruito nella Parola, condivida tutti i suoi beni con chi lo istruisce» (Gal 6,6). 

Egli, però, talora, non ha voluto servirsi di questo diritto suscitando ammirazione ma anche delle critiche pretestuose (v. 15). «Paolo lasciò Atene e si recò a Corinto. Qui trovò un Giudeo di nome Aquila, nativo del Ponto, arrivato poco prima dall’Italia, con la moglie Priscilla, in seguito all’ordine di Claudio che allontanava da Roma tutti i Giudei. Paolo si recò da loro e, poiché erano del medesimo mestiere, si stabilì in casa loro e lavorava. Di mestiere, infatti, erano fabbricanti di tende. Ogni sabato poi discuteva nella sinagoga e cercava di persuadere Giudei e Greci» (At 18,1-4). Il fatto di dover lavorare, lo considera una tribolazione aggiuntiva (cf 1 Cor 4,12). 

In altri casi, pur restando fedele alla sua decisione di lavorare con le sue mani, si è fatto aiutare da altri: «Ho provato grande gioia nel Signore perché finalmente avete fatto rifiorire la vostra premura nei miei riguardi… So vivere nella povertà come so vivere nell’abbondanza; sono allenato a tutto e per tutto, alla sazietà e alla fame, all’abbondanza e all’indigenza. Tutto posso in colui che mi dà la forza. Avete fatto bene tuttavia a prendere parte alle mie tribolazioni. Lo sapete anche voi, Filippesi, che all’inizio della predicazione del Vangelo, quando partii dalla Macedonia, nessuna Chiesa mi aprì un conto di dare e avere, se non voi soli; e anche a Tessalònica mi avete inviato per due volte il necessario. Non è però il vostro dono che io cerco, ma il frutto che va in abbondanza sul vostro conto. Ho il necessario e anche il superfluo; sono ricolmo dei vostri doni ricevuti da Epafrodìto, che sono un piacevole profumo, un sacrificio gradito, che piace a Dio. Il mio Dio, a sua volta, colmerà ogni vostro bisogno secondo la sua ricchezza con magnificenza, in Cristo Gesù» (Fil 4,10-19).

5Non abbiamo il diritto di portare con noi una donna credente, come fanno anche gli altri apostoli e i fratelli del Signore e Cefa? 

Nel corso della sua predicazione, alcune donne accompagnavano il gruppo di Gesù con i Dodici «e li servivano con i loro beni» (Lc 8,3). 

6Oppure soltanto io e Bàrnaba non abbiamo il diritto di non lavorare? 7E chi mai presta servizio militare a proprie spese? Chi pianta una vigna senza mangiarne il frutto? Chi fa pascolare un gregge senza cibarsi del latte del gregge? 

Paolo e il collaboratore Barnaba avrebbero avuto il diritto di farsi mantenere dalle comunità perché la predicazione rappresentava il lavoro per mezzo del quale avrebbero potuto sostentarsi. Gli apostoli hanno gli stessi diritti di altri lavoratori, come i soldati, i viticoltori o i pastori che si guadagnano da vivere con il loro lavoro. Paolo e Barnaba, tuttavia, hanno rinunciato a questo diritto per sembrare più credibili ai loro interlocutori e favorire così l’evangelizzazione. Anche i fedeli dovrebbero rinunciare al diritto di mangiare carni sacrificate agli idoli per venire incontro a quelli che, turbati e scandalizzati di questa consumazione, potrebbe ricadere nell’idatria pagana.

8Io non dico questo da un punto di vista umano; è la Legge che dice così. 9Nella legge di Mosè infatti sta scritto: Non metterai la museruola al bue che trebbia. Forse Dio si prende cura dei buoi? 10Oppure lo dice proprio per noi? Certamente fu scritto per noi. Poiché colui che ara, deve arare sperando, e colui che trebbia, trebbiare nella speranza di avere la sua parte. 

Cita Deuteronomio 25,4 ("Non metterai la museruola al bue che trebbia") e lo interpreta in senso allegorico. Non nega il senso letterale del versetto, ma ne trae un principio più profondo: se anche agli animali che lavorano va riconosciuto un sostentamento, quanto più ciò vale per chi lavora per il Vangelo. 

11Se noi abbiamo seminato in voi beni spirituali, è forse gran cosa se raccoglieremo beni materiali? 12Se altri hanno tale diritto su di voi, noi non l’abbiamo di più? Noi però non abbiamo voluto servirci di questo diritto, ma tutto sopportiamo per non mettere ostacoli al vangelo di Cristo. 13Non sapete che quelli che celebrano il culto, dal culto traggono il vitto, e quelli che servono all’altare, dall’altare ricevono la loro parte? 14Così anche il Signore ha disposto che quelli che annunciano il Vangelo vivano del Vangelo. 15Io invece non mi sono avvalso di alcuno di questi diritti, né ve ne scrivo perché si faccia in tal modo con me; preferirei piuttosto morire. Nessuno mi toglierà questo vanto!

Con l’espressione "abbiamo seminato in voi beni spirituali", Paolo fa riferimento alla predicazione del Vangelo, che è un bene immateriale. Ricevere in cambio un compenso materiale è lecito e giusto. Sorprende il fatto che, pur avendone pieno diritto, rinunci volontariamente al sostegno economico per non creare intralcio al Vangelo di Cristo. Teme che questa richiesta possa essere fraintesa finendo con l’ostacolare il cammino di qualcuno verso la fede. È un modello di gratuità radicale. Non rifiuta la prassi che i ministri debbano essere sostenuti, ma, da parte sua, preferisce un annuncio del Vangelo che sia libero da ogni sospetto di interesse. Mostra l’aspetto paradossale della libertà cristiana: non è soltanto difesa ed esercizio dei propri diritti o affermazione dei propri bisogni, ma anche capacità di rinunciare ad essi favorire gli altri. Infine, non bisogna sottovalutare il valore del ministero, ma chi lavora per il Vangelo merita rispetto e sostegno, anche materiale.

16Infatti annunciare il Vangelo non è per me un vanto, perché è una necessità che mi si impone: guai a me se non annuncio il Vangelo! 17Se lo faccio di mia iniziativa, ho diritto alla ricompensa; ma se non lo faccio di mia iniziativa, è un incarico che mi è stato affidato. 18Qual è dunque la mia ricompensa? Quella di annunciare gratuitamente il Vangelo senza usare il diritto conferitomi dal Vangelo. 

Egli esprime il significato più profondo della sua missione, la quale non è derivata da una scelta personale, ma da un incarico ricevuto dal Signore stesso, a sua sorpresa. Il termine “ananke” indica un destino, una risposta ad una superiore azione di Dio. 

Guai a me! È un modo di parlare dei profeti: se si rifiutasse, agirebbe in modo contrario al volere di Dio e incontrerebbe la sua opposizione. 

Se evangelizzasse per sua iniziativa, avrebbe diritto ad essere ricompensato ma, poiché è stato come costretto dal Signore che lo ha chiamato, può desiderare soltanto di eseguire quanto gli è stato richiesto. In altre parole, non cerca né riconoscimenti né guadagni ma soltanto di dare compimento al mandato che gli è stato affidato. 

Nel vivere con estrema generosità, trova una grande ricompensa. L’amore è ricompensa a se stesso. Si mostra una persona totalmente libera perché è libero anche da se stesso. 

19Infatti, pur essendo libero da tutti, mi sono fatto servo di tutti per guadagnarne il maggior numero: 20mi sono fatto come Giudeo per i Giudei, per guadagnare i Giudei. Per coloro che sono sotto la Legge – pur non essendo io sotto la Legge – mi sono fatto come uno che è sotto la Legge, allo scopo di guadagnare coloro che sono sotto la Legge. 21Per coloro che non hanno Legge – pur non essendo io senza la legge di Dio, anzi essendo nella legge di Cristo – mi sono fatto come uno che è senza Legge, allo scopo di guadagnare coloro che sono senza Legge. 

La libertà cristiana è così paradossale che può tramutarsi in schiavitù pur di rendere libero il fratello. Quando si trova insieme ai fratelli ebrei, osserva tutte le prescrizioni che essi osservano, anche quelle che, di per sé, considera non più necessarie, pur di eliminare ogni occasione di scandalo ed aiutarli, così, ad accogliere Cristo. Quando si trova con i pagani, non li obbliga ad assumere certe norme cultuali che vigono tra gli ebrei, per non imporre loro un giogo troppo pesante che li distoglierebbe dall’aderire a Cristo. Questo non significa che trascuri di adempiere i comandamenti di Dio, così come li ha interpretati Gesù. 

Vediamo un caso in cui Paolo adempie delle osservanze ebraiche pur di non sconvolgere la comunità giudeo-cristiana. Giacomo, responsabile della comunità giudeo cristiana di Gerusalemme gli suggerisce: «Tu vedi, fratello, quante migliaia di Giudei sono venuti alla fede e sono tutti osservanti della Legge. Ora, hanno sentito dire di te che insegni a tutti i Giudei sparsi tra i pagani di abbandonare Mosè, dicendo di non circoncidere più i loro figli e di non seguire più le usanze tradizionali. Che facciamo? Fa’ dunque quanto ti diciamo. Vi sono fra noi quattro uomini che hanno fatto un voto. Prendili con te, compi la purificazione insieme a loro e paga tu per loro perché si facciano radere il capo. Così tutti verranno a sapere che non c’è nulla di vero in quello che hanno sentito dire, ma che invece anche tu ti comporti bene, osservando la Legge» (At 21,20-24). 

22Mi sono fatto debole per i deboli, per guadagnare i deboli; mi sono fatto tutto per tutti, per salvare a ogni costo qualcuno. 23Ma tutto io faccio per il Vangelo, per diventarne partecipe anch’io. 

«Noi, che siamo i forti, abbiamo il dovere di portare le infermità dei deboli, senza compiacere noi stessi. Ciascuno di noi cerchi di piacere al prossimo nel bene, per edificarlo. Anche Cristo infatti non cercò di piacere a se stesso, ma, come sta scritto: Gli insulti di chi ti insulta ricadano su di me» (Rm 15,1). «Oltre a tutto questo, il mio assillo quotidiano, la preoccupazione per tutte le Chiese. Chi è debole, che anch’io non lo sia? Chi riceve scandalo, che io non ne frema?» (2 Cor 11,28). «Io sopporto ogni cosa per quelli che Dio ha scelto, perché anch’essi raggiungano la salvezza che è in Cristo Gesù, insieme alla gloria eterna» (2 Tm 2,10). 

24Non sapete che, nelle corse allo stadio, tutti corrono, ma uno solo conquista il premio? Correte anche voi in modo da conquistarlo! 

Ricorre spesso ad immagini attinte dall’atletica, considerando l’attenzione che essa godeva nell’antichità: «So soltanto questo: dimenticando ciò che mi sta alle spalle e proteso verso ciò che mi sta di fronte, corro verso la mèta, al premio che Dio ci chiama a ricevere lassù, in Cristo Gesù» (Fil 3,13-14). «Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa, ho conservato la fede. Ora mi resta soltanto la corona di giustizia che il Signore, il giudice giusto, mi consegnerà in quel giorno» (2 Tm 4,2-8). «Anche noi dunque, circondati da tale moltitudine di testimoni, avendo deposto tutto ciò che è di peso e il peccato che ci assedia, corriamo con perseveranza nella corsa che ci sta davanti, tenendo fisso lo sguardo su Gesù, colui che dà origine alla fede e la porta a compimento» (Eb 12,1-2). 

25Però ogni atleta è disciplinato in tutto; essi lo fanno per ottenere una corona che appassisce, noi invece una che dura per sempre. 

Il cristiano, come ogni valido atleta, è disciplinato in tutto (panta enkrateuetai). L’uomo peccatore distoglie da Dio il suo desiderio e lo volge alle cose, alle persone, avendo per dio il proprio ventre. Lo attesta la parabola del ricco che indossa vestiti di porpora e ogni giorno banchetta lautamente (cf Lc 16,19). 

Cerca sempre la gratificazione. Lo attesta il comportamento della «gente raccogliticcia» che accompagnava Israele e lo coinvolge nella cupidigia: «fu presa da grande bramosia, e anche gli Israeliti ripresero a piangere e dissero: “Chi ci darà carne da mangiare? Ci ricordiamo dei pesci che mangiavamo in Egitto gratuitamente, dei cetrioli, dei cocomeri, dei porri, delle cipolle e dell’aglio. Ora la nostra gola inaridisce; non c’è più nulla, i nostri occhi non vedono altro che questa manna» (Nm 11,4-6). Il governatore pagano Felice, che si mostrava ben disposto verso l’apostolo, non appena sentì Paolo parlare «di giustizia, di continenza e del giudizio futuro «si spaventò» (At 24,25) e preferisce continuare ad accumulare denaro. 

Con la conversione al Vangelo, finisce «il tempo trascorso nel soddisfare le passioni dei pagani, vivendo nei vizi, nelle cupidigie, nelle orge…» (1 Pt 4,3), perché «tutto quello che è nel mondo [malvagio], non viene dal Padre» (1 Gv 2,16). 

Il credente promette: sebbene tutto possa essere lecito, «non mi lascerò dominare da nulla» (1 Cor 6,12). Si propone questo proprio perché s’accorge che anche in lui è presente la bramosia del ricco (Cf 11 Cor 11,21). Soprattutto sa di essere stato liberato dalla grazia: «tutti noi un tempo siamo vissuti nelle nostre passioni carnali seguendo le voglie della carne e dei pensieri cattivi… Ma Dio, ricco di misericordia, ci ha fatto rivivere con Cristo: per grazia siete salvati» (Ef 2,3-5).

La temperanza rende equilibrato l’uso dei beni creati,e garantisce anche la salute: «Figlio, per tutta la tua vita esamina te stesso, vedi quello che ti nuoce e non concedertelo. Difatti non tutto conviene a tutti… Non essere ingordo per qualsiasi ghiottoneria e non ti gettare sulle vivande, perché l’abuso dei cibi causa malattie e l’ingordigia provoca le coliche. Molti sono morti per ingordigia, chi invece si controlla vivrà a lungo» (Sir 37,27-31). 

Il saggio non asseconda le passioni perché accoglie l’avvertimento: «se vivete secondo la carne, morirete. Se, invece, mediante lo Spirito fate morire le opere del corpo, vivrete» (Rm 8,13). «Vi esorto ad astenervi dai cattivi desideri della carne, che fanno guerra all’anima» (1 Pt 2,11). «Sta’ lontano dalle passioni della gioventù; cerca la giustizia, la fede, la carità, la pace, insieme a quelli che invocano il Signore con cuore puro. Un servo del Signore non deve essere litigioso, ma mite con tutti, capace di insegnare, paziente, dolce nel rimproverare quelli che gli si mettono contro, nella speranza che Dio conceda loro di convertirsi, perché riconoscano la verità e rientrino in se stessi, liberandosi dal laccio del diavolo, che li tiene prigionieri perché facciano la sua volontà» (2 Tm 2,22-26). 

Il sapiente cerca di raggiungere il dominio di sé (enkrateia), una virtù denominata anche sobrietà, contando sull’aiuto dello Spirito Santo: «Il frutto dello Spirito è amore, gioia, pace, benevolenza, mitezza e dominio di sé» (Gal 5,22; cf Tt 1,8). 

Per conservare il dominio di sé, l’apostolo tratta duramente il suo corpo e lo riduce in schiavitù (1 Cor 9,27). Usa una terminologia attinta dal pugilato: colpisco il mio corpo sotto gli occhi (ypopiazo). Il pugile vincitore trascinava il vinto davanti al pubblico e, in modo simile, egli riduce in suo potere il suo corpo per non perdere se stesso. 

La sobrietà favorisce la vita interiore dello Spirito perché rende ben armati: «Noi siamo sobri, vestiti con la corazza della fede e della carità. E avendo come elmo la speranza della salvezza» (1 Ts 5,8). Facilita la perseveranza nella preghiera: «Siate moderati e sobri, per dedicarvi alla preghiera» (1 Pt 4,7). 

Il credente, tuttavia, non è una persona tesa solamente alla repressione dei desideri, ma è orientata al Signore, sommo bene che fornisce un appagamento oportuno. «Gustate e vedete com’è buono il Signore!» (Sal 34,9) «Egli appagò il loro desiderio» (Sal 78,29). «Il Signore ti circonda di bontà e misericordia, sazia di beni la tua vecchiaia, si rinnova come aquila la tua giovinezza» (Sal 103,4-5). 

26Io dunque corro, ma non come chi è senza mèta; faccio pugilato, ma non come chi batte l’aria; 27anzi tratto duramente il mio corpo e lo riduco in schiavitù, perché non succeda che, dopo avere predicato agli altri, io stesso venga squalificato

«È Cristo che noi annunciamo, ammonendo ogni uomo e istruendo ciascuno con ogni sapienza, per rendere ogni uomo perfetto in Cristo. Per questo mi affatico e lotto, con la forza che viene da lui e che agisce in me con potenza» (Col 1,28-29). 

Capitolo 10

1Non voglio infatti che ignoriate, fratelli, che i nostri padri furono tutti sotto la nube, tutti attraversarono il mare, 2tutti furono battezzati in rapporto a Mosè nella nube e nel mare, 3tutti mangiarono lo stesso cibo spirituale, 4tutti bevvero la stessa bevanda spirituale: bevevano infatti da una roccia spirituale che li accompagnava, e quella roccia era il Cristo. 5Ma la maggior parte di loro non fu gradita a Dio e perciò furono sterminati nel deserto. 

Il rischio più grave in cui possono incorrere i cristiani di Corinto è la ricaduta nell’idolatria e per questo, imitando l’agire dell’apostolo, tutti dovrebbero rinunciare a consumare nei templi le carni offerte nei sacrifici. Essi sono già stati salvati ma questa salvezza non è sicura e definitiva perché è possibile per loro ricadere nella schiavitù dalla quale erano stati liberati. È ciò che accadde agli Israeliti durante il cammino nel deserto verso la terra: pur essendo stati amati dal Signore e liberati da lui, non furono graditi a lui. Non riuscirono a raggiungere la meta, come avevano sperato. 

6Ciò avvenne come esempio per noi, perché non desiderassimo cose cattive, come essi le desiderarono.

«Hai aperto il mare davanti a loro… Li hai guidati di giorno con una colonna di nube e di notte con una colonna di fuoco, per rischiarare loro la strada su cui camminare. Sei sceso sul monte Sinai e hai parlato con loro dal cielo, e hai dato loro norme giuste e leggi sicure… Hai dato loro pane del cielo per la loro fame e hai fatto scaturire acqua dalla rupe per la loro sete, e hai detto loro di andare a prendere in possesso la terra che avevi giurato di dare loro. Ma essi, i nostri padri, si sono rifiutati di obbedire e non si sono ricordati dei tuoi prodigi, che tu avevi operato in loro favore; hanno indurito la loro cervice e nella loro ribellione si sono dati un capo per tornare alla loro schiavitù. Oggi eccoci schiavi; e quanto alla terra, ecco in essa siamo schiavi» (Ne 9,11-21.36). «Arsero di desiderio nel deserto e tentarono Dio nella steppa. Concesse loro quanto chiedevano e li saziò fino alla nausea» (Sal 106,14-15). «Affrettiamoci a entrare in quel riposo, perché nessuno cada nello stesso tipo di disobbedienza» (Eb 4,11). 

7Non diventate idolatri come alcuni di loro, secondo quanto sta scritto: Il popolo sedette a mangiare e a bere e poi si alzò per divertirsi. 8Non abbandoniamoci all’impurità, come si abbandonarono alcuni di loro e in un solo giorno ne caddero ventitremila. 9Non mettiamo alla prova il Signore, come lo misero alla prova alcuni di loro, e caddero vittime dei serpenti. 10Non mormorate, come mormorarono alcuni di loro, e caddero vittime dello sterminatore. 

«Guardai ed ecco, avevate peccato contro il Signore, vostro Dio. Avevate fatto per voi un vitello di metallo fuso: avevate ben presto lasciato la via che il Signore vi aveva prescritto. Allora afferrai le due tavole, le gettai con le mie mani, le spezzai sotto i vostri occhi e mi prostrai davanti al Signore» (Dt 9,16-18). «Noi sappiamo che siamo da Dio, mentre tutto il mondo sta in potere del Maligno. Sappiamo anche che il Figlio di Dio è venuto e ci ha dato l’intelligenza per conoscere il vero Dio. E noi siamo nel vero Dio, nel Figlio suo Gesù Cristo: egli è il vero Dio e la vita eterna. Figlioli, guardatevi dai falsi dèi!» (1 Gv 5,19-21). 

Abbandono all’impurità: cf Nm 25,5ss.; Mettere alla prova: Nm 21,5-6; mormorazione: Es 16,2 Nm 11,1. 

11Tutte queste cose però accaddero a loro come esempio, e sono state scritte per nostro ammonimento, di noi per i quali è arrivata la fine dei tempi.

«Poiché quelli che per primi ricevettero il Vangelo non vi entrarono a causa della loro disobbedienza, Dio fissa di nuovo un giorno, oggi, dicendo mediante Davide, dopo tanto tempo: Oggi, se udite la sua voce, non indurite i vostri cuori!» (Eb 4,6-7). Spesso Paolo evidenzia l’opportunità di conoscere la Sacra Scrittura: «Tutto ciò che è stato scritto prima di noi, è stato scritto per nostra istruzione, perché, in virtù della perseveranza e della consolazione che provengono dalle Scritture, teniamo viva la speranza» (Rm 15,4). «Tutta la Scrittura, ispirata da Dio, è anche utile per insegnare, convincere, correggere ed educare nella giustizia, 17perché l’uomo di Dio sia completo e ben preparato per ogni opera buona» (2 Tm 3,16-17). 

Riguardo la fine dei tempi, Paolo è consapevole che la venuta di Gesù e l’evento della sua Pasqua ha segnato il cambiamento radicale del tempo. «Gesù andò nella Galilea, proclamando il vangelo di Dio, e diceva: «Il tempo è compiuto» (Mc 1,15). «Dopo aver preso l’aceto, Gesù disse: «È compiuto!». E, chinato il capo, consegnò lo spirito» (Gv 19,30). «Se uno è in Cristo, è una nuova creatura; le cose vecchie sono passate; ecco, ne sono nate di nuove» (2 Cor 5,7). «Quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio nel Vangelo» (Gal 4,4). «Ora, una volta sola, nella pienezza dei tempi, egli è apparso per annullare il peccato mediante il sacrificio di se stesso» (Eb 9,26). 

12Quindi, chi crede di stare in piedi, guardi di non cadere. 

Il cristiano che pensa di aver rotto in modo definitivo con l’idolatria, deve vigilare per non ricadere in essa. Più in generale, è un monito conto ogni forma di presunzione. Anche chi si sente saldo, può cadere se si illude di essere al sicuro da ogni pericolo. La fede non è un traguardo già raggiunto, ma un cammino che richiede attenzione costante. «Beato l’uomo che sempre teme» (Pro 28,14). 

13Nessuna tentazione, superiore alle forze umane, vi ha sorpresi; Dio infatti è degno di fede e non permetterà che siate tentati oltre le vostre forze ma, insieme con la tentazione, vi darà anche il modo di uscirne per poterla sostenere. 

Le tentazioni non sono prove estreme ma esperienze della nostra umanità. Chi viene tentato, deve contare sulla fedeltà di Dio che offre delle vie d’uscita. «Subito lo Spirito sospinse [Gesù] nel deserto e nel deserto rimase quaranta giorni, tentato da Satana» (Mc 1,12-13). «Nessuno, quando è tentato, dica: «Sono tentato da Dio»; perché Dio non può essere tentato al male ed egli non tenta nessuno. Ciascuno piuttosto è tentato dalle proprie passioni» (Gc 1,13-14). «Pregate per noi, perché veniamo liberati dagli uomini corrotti e malvagi. La fede infatti non è di tutti. Ma il Signore è fedele: egli vi confermerà e vi custodirà dal Maligno» (2 Ts 3,1). 

«Se uno viene sorpreso in qualche colpa, voi, che avete lo Spirito, correggetelo con spirito di dolcezza. E tu vigila su di te stesso, per non essere tentato anche tu» (Gal 6,1). «Se siamo infedeli, lui rimane fedele, perché non può rinnegare se stesso» (2 Tm 2,13). 

14Perciò, miei cari, state lontani dall’idolatria.15Parlo come a persone intelligenti. Giudicate voi stessi quello che dico: 16il calice della benedizione che noi benediciamo, non è forse comunione con il sangue di Cristo? E il pane che noi spezziamo, non è forse comunione con il corpo di Cristo? 17Poiché vi è un solo pane, noi siamo, benché molti, un solo corpo: tutti infatti partecipiamo all’unico pane. 

Paolo porta un argomento decisivo per distogliere i cristiani dai banchetti offerti alle divinità. Nel culto cristiano, il battezzato si unisce al Cristo Risorto e ciò esclude che possa, poi, unirsi con i demoni nei banchetti idolatrici. I riti pagani non consentono ai partecipanti di entrare in comunione con le divinità da loro onorate poiché non esistono neppure ma, invece, li fanno entrare in contatto con i demoni che si nascondono dietro le divinità nei riti malefici. 

Il calice del ringraziamento della celebrazione eucaristica opera una comunione reale con il Cristo Risorto che ha versato il suo sangue sulla croce per tutti i commensali. I comunicandi, perciò, partecipano a tutti i benefici della sua morte salvifica. Lo stesso vale per la frazione del pane: i comunicandi si uniscono al Cristo Risorto, diventano una cosa sola con Lui e godono di tutti i benefici della sua Pasqua. Il Cristo Risorto configura a se stesso in tutti i partecipanti e perciò, nutrendosi di lui, nella specie dell’unico pane, diventano un solo organismo, membra vive del suo Corpo. La comunità cristiana diventa il corpo del Signore in primo luogo mediante la celebrazione eucaristica. 

«Come in un solo corpo abbiamo molte membra e queste membra non hanno tutte la medesima funzione, così anche noi, pur essendo molti, siamo un solo corpo in Cristo e, ciascuno per la sua parte, siamo membra gli uni degli altri» (Rm 12,4-5). «Non c’è Giudeo né Greco; non c’è schiavo né libero; non c’è maschio e femmina, perché tutti voi siete uno in Cristo Gesù» (Gal 3,28; cf Col 3,11).

18Guardate l’Israele secondo la carne: quelli che mangiano le vittime sacrificali non sono forse in comunione con l’altare? 19Che cosa dunque intendo dire? Che la carne sacrificata agli idoli vale qualcosa? O che un idolo vale qualcosa? 20No, ma dico che quei sacrifici sono offerti ai demòni e non a Dio. Ora, io non voglio che voi entriate in comunione con i demòni; 21non potete bere il calice del Signore e il calice dei demòni; non potete partecipare alla mensa del Signore e alla mensa dei demòni. 22O vogliamo provocare la gelosia del Signore? Siamo forse più forti di lui? 

Per spiegarsi meglio l'apostolo fa l'esempio dei banchetti sacrificali ebraici. Era scontato che in tali pasti sacri si rinvigorisce la comunione tra Dio, presentato simbolicamente dall'altare, e i fedeli che, dopo avergli offerto il sacrificio un animale, ne consumavano insieme resto della carne. Nei banchetti sacri del popolo d'Israele si stabiliva una comunione profonda degli offerenti tra loro e con Dio, e così avviene anche tra i cristiani e Cristo nella celebrazione memoriale della sua ultima cena. Ma allora come può un cristiano partecipare ai banchetti idolatrici dei pagani?

v. 18 Chiama il popolo ebraico «Israele secondo la carne», mentre la Chiesa rappresenta il popolo messianico (escatologico) di Dio che, non sostituisce il primo, ma ne rappresenta il compimento. Esso viene innestato nella radice santa dell’olivo Israele e i battezzati stanno fra gli altri rami (i giudeo-cristiani). «Se appartenete a Cristo, allora siete discendenza di Abramo, eredi secondo la promessa» (Gal 3,29).

v.20 I profeti avevano parlato di sacrifici offerti ai demoni che rendevano i sacrificanti malvagi come loro: «Hanno sacrificato a dèmoni che non sono Dio, a dèi che non conoscevano. La Roccia che ti ha generato, tu hai trascurato» (Dt 32,17). «Essi non ofriranno più i loro sacrifici ai satiri, ai quali sogliono prostituirsi» (Lev 17,7). «Il resto dell’umanità non si convertì dalle opere delle sue mani; non cessò di prestare culto ai demoni e agli idoli e non si convertì dagli omicidi né dalle stregonerie» (Ap 9,20-21). 

v. 21 «Elia si accostò a tutto il popolo e disse: “Fino a quando salterete da una parte all’altra? Se il Signore è Dio, seguitelo! Se invece lo è Baal, seguite lui!”» (1 Re 18,21). «Non lasciatevi legare al giogo estraneo dei non credenti. Quale rapporto infatti può esservi fra giustizia e iniquità, o quale comunione fra luce e tenebre? Quale intesa fra Cristo e Bèliar, o quale collaborazione fra credente e non credente? Quale accordo fra tempio di Dio e idoli? Noi siamo infatti il tempio del Dio vivente» (2 Cor 6,14-16). «Nessuno può servire due padroni» (Mt 6,24). 

v.22a «Il Signore tuo Dio è fuoco divoratore, un Dio geloso» (Dt 4,24). 

v.22b «Hai tu un braccio come quello di Dio e puoi tuonare con voce pari alla sua?» (Gb 40,9). 

23«Tutto è lecito!». Sì, ma non tutto giova. «Tutto è lecito!». Sì, ma non tutto edifica. 24Nessuno cerchi il proprio interesse, ma quello degli altri. 25Tutto ciò che è in vendita sul mercato mangiatelo pure, senza indagare per motivo di coscienza, 26perché del Signore è la terra e tutto ciò che essa contiene. 27Se un non credente vi invita e volete andare, mangiate tutto quello che vi viene posto davanti, senza fare questioni per motivo di coscienza. 28Ma se qualcuno vi dicesse: «È carne immolata in sacrificio», non mangiatela, per riguardo a colui che vi ha avvertito e per motivo di coscienza; 29della coscienza, dico, non tua, ma dell’altro. Per quale motivo, infatti, questa mia libertà dovrebbe essere sottoposta al giudizio della coscienza altrui? 30Se io partecipo alla mensa rendendo grazie, perché dovrei essere rimproverato per ciò di cui rendo grazie? 

Ritorna sull’argomento dal quale è iniziata la riflessione attuale: come deve comportarsi un fedele se gli viene offerta carne sacrificata agli idoli? Ha escluso in modo netto che un cristiano possa partecipare ai riti in onore delle divinità, ma non proibisce di consumare carni avanzate a questi sacrfici (e portate al mercato a prezzo ridotto), a meno che un altro non si scandalizzi di questa consumazione ritenendola una pratica idolatrica. Il cristiano è libero quando si lascia condizionare dalle difficoltà altrui evitando di imporre le proprie vedute, altrimenti rimane schiavo di se stesso e dei propri interessi. 

v. 23 Nella ripresa, cerca di rispondere alle obiezioni sollevate da parte di qualche fedele più libertario: tutto è lecito! L’apostolo non oppone altri principi per contrastare questo slogan libertario ma si limita ad osservare che non tutto però è utile e soprattutto osserva che un determinato agire non costruisce rapporti sereni, a prescindere dall’intenzione di chi opera. 

vv. 29-30 Sarebbe auspicabile che nessuno condizionasse un altro in modo pesante a motivo dei suoi scrupoli e che, dopo aver reso grazie a Dio, ogni commensale potesse mangiare con serenità qualsiasi alimento. Probabilmente, Paolo sarebbe d’accordo con questa prassi ma egli è mosso da un principio maggiormente improntata alla carità. «Ogni creazione di Dio è buona e nulla va rifiutato, se lo si prende con animo grato, perché esso viene reso santo dalla parola di Dio e dalla preghiera» (1 Tm 4,4). «C’è chi distingue giorno da giorno, chi invece li giudica tutti uguali; ciascuno però sia fermo nella propria convinzione. Chi si preoccupa dei giorni, lo fa per il Signore; chi mangia di tutto, mangia per il Signore, dal momento che rende grazie a Dio; chi non mangia di tutto, non mangia per il Signore e rende grazie a Dio» (Rm 14, 5-6). 

31Dunque, sia che mangiate sia che beviate sia che facciate qualsiasi altra cosa, fate tutto per la gloria di Dio. 

La gloria di Dio risplende in tutta la sua forza quando rifulge la carità e l’amore del prossimo diventa il criterio d’ogni scelta. «Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli» (Mt 5,16). «Qualunque cosa facciate, in parole e in opere, tutto avvenga nel nome del Signore Gesù, rendendo grazie per mezzo di lui a Dio Padre» (Col 3,17). «Chi parla, lo faccia con parole di Dio; chi esercita un ufficio, lo compia con l’energia ricevuta da Dio, perché in tutto sia glorificato Dio per mezzo di Gesù Cristo» (1 Pt 4,11). 

32Non siate motivo di scandalo né ai Giudei, né ai Greci, né alla Chiesa di Dio; 33così come io mi sforzo di piacere a tutti in tutto, senza cercare il mio interesse ma quello di molti, perché giungano alla salvezza.

«Quindi ciascuno di noi renderà conto di se stesso a Dio. D’ora in poi non giudichiamoci più gli uni gli altri; piuttosto fate in modo di non essere causa di inciampo o di scandalo per il fratello» (Rm 14,12-13). «Da parte nostra non diamo motivo di scandalo a nessuno, perché non venga criticato il nostro ministero; ma in ogni cosa ci presentiamo come ministri di Dio con molta fermezza» (2 Cor 6,3-4). «Noi, che siamo i forti, abbiamo il dovere di portare le infermità dei deboli, senza compiacere noi stessi. Ciascuno di noi cerchi di piacere al prossimo nel bene, per edificarlo. Anche Cristo infatti non cercò di piacere a se stesso, ma, come sta scritto: Gli insulti di chi ti insulta ricadano su di me» (Rm 15, 1-3). 


giovedì 17 luglio 2025

Sobrietà cristiana

 Ogni atleta è disciplinato in tutto; essi lo fanno per ottenere una corona che appassisce, noi invece una che dura per sempre (1 Cor 9,25). 


Il cristiano, come ogni valido atleta, è disciplinato in tutto (panta enkrateuetai) L’uomo peccatore distoglie da Dio il suo desiderio e lo volge alle cose, alle persone, avendo per dio il proprio ventre. Lo attesta la parabola del ricco che indossa vestiti di porpora e ogni giorno banchetta lautamente (cf Lc 16,19). 

Cerca sempre la gratificazione. Lo attesta il comportamento della «gente raccogliticcia» che accompagnava Israele e lo coinvolge nella cupidigia: «fu presa da grande bramosia, e anche gli Israeliti ripresero a piangere e dissero: “Chi ci darà carne da mangiare? Ci ricordiamo dei pesci che mangiavamo in Egitto gratuitamente, dei cetrioli, dei cocomeri, dei porri, delle cipolle e dell’aglio. Ora la nostra gola inaridisce; non c’è più nulla, i nostri occhi non vedono altro che questa manna» (Nm 11,4-6). Il governatore pagano Felice, che si mostrava ben disposto verso l’apostolo, non appena sentì Paolo parlare «di giustizia, di continenza e del giudizio futuro «si spaventò» (At 24,25) e preferi continuare ad accumulare denaro. 

Con la conversione al Vangelo, finisce «il tempo trascorso nel soddisfare le passioni dei pagani, vivendo nei vizi, nelle cupidigie, nelle orge…» (1 Pt 4,3), perché «tutto quello che è nel mondo [malvagio], non viene dal Padre» (1 Gv 2,16). 

Il credente promette: sebbene tutto possa essere lecito, «non mi lascerò dominare da nulla» (1 Cor 6,12). Si propone questo proprio perché s’accorge che anche in lui è presente la bramosia del ricco (Cf 11 Cor 11,21). Soprattutto sa di essere stato liberato dalla grazia: «tutti noi un tempo siamo vissuti nelle nostre passioni carnali seguendo le voglie della carne e dei pensieri cattivi… Ma Dio, ricco di misericordia, ci ha fatto rivivere con Cristo: per grazia siete salvati» (Ef 2,3-5).

La temperanza rende equilibrato l’uso dei beni creati,e garantisce anche la salute: «Figlio, per tutta la tua vita esamina te stesso, vedi quello che ti nuoce e non concedertelo. Difatti non tutto conviene a tutti… Non essere ingordo per qualsiasi ghiottoneria e non ti gettare sulle vivande, perché l’abuso dei cibi causa malattie e l’ingordigia provoca le coliche. Molti sono morti per ingordigia, chi invece si controlla vivrà a lungo» (Sir 37,27-31). 

Il saggio non asseconda le passioni perché accoglie l’avvertimento: «se vivete secondo la carne, morirete. Se, invece, mediante lo Spirito fate morire le opere del corpo, vivrete» (Rm 8,13). «Vi esorto ad astenervi dai cattivi desideri della carne, che fanno guerra all’anima» (1 Pt 2,11). «Sta’ lontano dalle passioni della gioventù; cerca la giustizia, la fede, la carità, la pace, insieme a quelli che invocano il Signore con cuore puro. Un servo del Signore non deve essere litigioso, ma mite con tutti, capace di insegnare, paziente, dolce nel rimproverare quelli che gli si mettono contro, nella speranza che Dio conceda loro di convertirsi, perché riconoscano la verità e rientrino in se stessi, liberandosi dal laccio del diavolo, che li tiene prigionieri perché facciano la sua volontà» (2 Tm 2,22-26). 

Il sapiente cerca di raggiungere il dominio di sé (enkrateia), una virtù denominata anche sobrietà, contando sull’aiuto dello Spirito Santo: «Il frutto dello Spirito è amore, gioia, pace, benevolenza, mitezza e dominio di sé» (Gal 5,22; cf Tt 1,8). 

Per conservare il dominio di sé, l’apostolo tratta duramente il suo corpo e lo riduce in schiavitù (1 Cor 9,27). Usa una terminologia attinta dal pugilato: colpisco il mio corpo sotto gli occhi (ypopiazo). Il pugile vincitore trascinava il vinto davanti al pubblico e, in modo simile, egli riduce in suo potere il suo corpo per non perdere se stesso. 

La sobrietà favorisce la vita interiore dello Spirito perché rende ben armati: «Noi siamo sobri, vestiti con la corazza della fede e della carità. E avendo come elmo la speranza della salvezza» (1 Ts 5,8). Facilita la perseveranza nella preghiera: «Siate moderati e sobri, per dedicarvi alla preghiera» (1 Pt 4,7). 

Il credente, tuttavia, non è una persona tesa solamente alla repressione dei desideri, ma è orientata al Signore, sommo bene che fornisce un appagamento opportuno. «Gustate e vedete com’è buono il Signore!» (Sal 34,9) «Egli appagò il loro desiderio» (Sal 78,29). «Il Signore ti circonda di bontà e misericordia, sazia di beni la tua vecchiaia, si rinnova come aquila la tua giovinezza» (Sal 103,4-5). 



mercoledì 16 luglio 2025

Dodicesimo grado dell’umiltà

 


Il capitolo 7 della Regola di San Benedetto tratta dell’umiltà, presentata come una scala a dodici gradini che conduce il monaco al culmine della perfezione cristiana. 


«Il dodicesimo grado dell’umiltà si raggiunge quando il monaco non solo con la bocca, ma anche con il cuore, si mostra sempre umile a Dio, rendendosi simile a quello che dice il profeta: 'Io invece ero sempre con te, tutto umile e pieno di dolore' (Sal 72,23), e ancora: 'Mi sono umiliato e il Signore mi ha salvato' (Sal 114,6)». 

Qui Benedetto distingue tra espressione esterna e disposizione interiore. L’umiltà non è solo apparenza, linguaggio pio o postura fisica, ma una verità del cuore. Il monaco vive costantemente in presenza di Dio, consapevole della sua povertà radicale e della grandezza divina. Questo passaggio segna il compimento del processo di purificazione interiore. L'umile non si finge piccolo, è piccolo e lo riconosce serenamente.

 In ambito spirituale, si parla qui di "unità interiore": non c’è più divario tra ciò che si dice, si fa e ciò che si è. È la trasparenza dell’anima.

 Il riferimento biblico – Salmo 72(73),23: "Io ero sempre con te, tutto umile e pieno di dolore".

Questo versetto, tratto dalla Vulgata, indica un'anima che rimane con Dio anche nella prova. L’umile non si separa da Dio nel dolore, ma vi si aggrappa. Questa presenza continua è il segno della fedeltà profonda. Non è un’umiltà passiva, ma una scelta consapevole di camminare nella fiducia anche nei momenti di buio o afflizione. L’umile ha una intimità stabile con Dio.

"Mi sono umiliato e il Signore mi ha salvato" (Sal 114 (116),6). Questo secondo versetto è fondamentale. Esprime il legame tra umiliazione e salvezza. L'umiltà non è fine a sé stessa, ma è la via per essere toccati dalla grazia. 

Qui troviamo la dinamica evangelica: “Chi si umilia sarà esaltato” (Mt 23,12). 

La salvezza (culminante), in San Benedetto, non è guadagnata con la forza o il merito, ma è ricevuta da chi si svuota di sé per fare spazio a Dio (kenosi). 

Nel 12° grado, il monaco: è pacificato interiormente, vive in continua presenza di Dio, non ha più bisogno di forzare la virtù: l'umiltà è diventata la sua natura trasformata. È la beatitudine dei poveri in spirito (Mt 5,3): non un’assenza di valore, ma un cuore libero. Il modello implicito di questo grado è Cristo stesso, che “spogliò sé stesso” (Fil 2,6-11). L’umile è configurato a Cristo, non tanto nell’azione eroica, quanto nella relazione filiale con il Padre. "Imparate da me, che sono mite e umile di cuore" (Mt 11,29). Secondo i Padri del deserto, Dio dimora solo nei cuori umili. Non si tratta di sminuirsi in modo distruttivo, ma di diventare trasparenti alla grazia. L’umiltà è la verità su di sé davanti a Dio.

Per Benedetto, l’umiltà è l’atteggiamento essenziale dell’uomo redento: chi si riconosce fragile non si dispera, ma si affida. E così trova salvezza. 

Il 12° grado non è una partenza, ma un arrivo. Nessuno inizia da lì. È il frutto:

 della lotta ascetica, della fedeltà quotidiana, dell’obbedienza, della pazienza nelle prove, della vittoria sulla vanagloria. In sintesi: Il dodicesimo grado dell’umiltà è la pienezza della vita spirituale benedettina: l’umiltà non è solo virtù, ma forma dell’esistenza trasformata dalla grazia. Il monaco che lo vive è totalmente radicato in Dio, libero da ogni pretesa di sé, semplice, vero, pacificato. In lui si realizza la parola di Gesù: "Beati i poveri in spirito, perché di essi è il Regno dei cieli."



Per Climaco, l’umiltà è al 29° gradino, appena prima dell’agape. Egli dice:

 “L’umiltà è un dono divino, e non si può descrivere con parole: essa è una grazia ineffabile dell’anima.” (Scala, gradino 25). Entrambi vedono nell’umiltà una virtù infusa, un segno di presenza di Dio, non solo frutto di sforzo umano. 

Climaco parla di una umiltà combattuta, spesso accompagnata da dolore spirituale, da un senso profondo della propria indegnità davanti a Dio. arriva a dire: “L’umiltà è un abisso di autoconoscenza… l’anima che la possiede si giudica peggiore di tutti.” (Scala, gradino 25).

Climaco: l’umile vive nell’accusa di sé costante, e questa lo mantiene vigilante: “Il segno dell’anima che ha ricevuto il dono dell’umiltà è che non si oppone a chi la umilia.”. Nonostante le differenze culturali e stilistiche, entrambi condividono una visione profondamente cristocentrica: L’umiltà è partecipazione al mistero di Cristo umiliato.

Non è una virtù “sociale” o solo morale, ma teologale: ci pone nella verità davanti a Dio. È anticamera della carità perfetta.



sabato 12 luglio 2025

Settimo grado dell’umiltà

 Il capitolo 7 della Regola di San Benedetto tratta dell’umiltà, presentata come una scala a dodici gradini che conduce il monaco al culmine della perfezione cristiana. Il settimo gradino dell’umiltà dice:

"Il settimo grado dell’umiltà è quando il monaco non solo dice con la bocca di essere il più vile e il più inutile di tutti, ma lo crede veramente nel fondo del cuore, umiliandosi e dicendo con il profeta: Io invece sono un verme e non un uomo, vergogna dell’umanità e rifiuto del popolo (Sal 21,7). Mi sono esaltato, e poi sono stato umiliato e confuso (Sal 87,16). E anche: Buono per me è stato l’essere umiliato, perché imparassi i tuoi precetti (Sal 118,71)."

Commento al Settimo Gradino dell’Umiltà

Questo gradino rappresenta un livello profondo di interiorizzazione dell’umiltà. Non si tratta più solo di comportamenti esterni o dell’obbedienza (trattata nei gradini precedenti), ma di un atteggiamento radicato nel cuore del monaco: egli si considera sinceramente l’ultimo di tutti, non per autocommiserazione, ma per verità spirituale.

San Benedetto, seguendo la tradizione patristica e soprattutto il pensiero di San Giovanni Cassiano, insiste sul fatto che l’umiltà non è una maschera o un formalismo. Deve diventare una disposizione dell’anima: il monaco non si umilia per finta, ma perché davvero riconosce la propria piccolezza davanti a Dio.

Le citazioni dei Salmi rafforzano questo atteggiamento: il “sono un verme e non un uomo” è un’immagine forte, che esprime la totale abnegazione del proprio ego. Tuttavia, questo non è un rifiuto della propria dignità umana, bensì il frutto di una lucida coscienza della propria fragilità, peccabilità e dipendenza da Dio.

 La vera umiltà non è l'annullamento dell'identità, ma il suo fondamento in Dio.


Attualizzazione spirituale

Nel nostro tempo, in cui spesso si ricerca l’affermazione personale a tutti i costi, questo gradino può apparire controculturale, persino duro. Ma San Benedetto ci invita a spostare il centro della vita da noi a Dio. L’umiltà profonda è un cammino di liberazione dall’ego, che permette di amare senza bisogno di primeggiare, servire senza desiderio di riconoscimenti, vivere nella verità.


In sintesi

Il settimo gradino rappresenta l’interiorizzazione profonda dell’umiltà.

Il monaco non solo si comporta con umiltà, ma crede sinceramente di essere il più piccolo.

Le citazioni bibliche mostrano la connessione tra umiliazione e apprendimento spirituale.

Questo gradino segna un passaggio interiore importante: dalla semplice obbedienza alla vera trasformazione del cuore

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martedì 8 luglio 2025

Matrimonio e verginità

 1 Corinzi capitolo 7

1Riguardo a ciò che mi avete scritto, è cosa buona per l’uomo non toccare donna, 2ma, a motivo dei casi di immoralità, ciascuno abbia la propria moglie e ogni donna il proprio marito. 3Il marito dia alla moglie ciò che le è dovuto; ugualmente anche la moglie al marito. 

I Corinti avevano chiesto a Paolo come dovevamo regolarsi nei confronti del matrimonio. Nella comunità si contrapponevano atteggiamenti rigoristi e sentimenti libertari. La dichiarazione - è cosa buona per l’uomo non toccare donna, cioè evitare il rapporto sessuale – era quanto veniva affermato dai rigoristi. Infatti, questa proibizione non corrisponde al modo di pensare dell’apostolo il quale, pur privegiando la verginità, non disprezzava né proibiva il matrimonio. Piuttosto qui è preoccupato che un’ascesi troppo rigorosa, offuschi la serenità della persona. È doveroso che ogni coniuge nutra rispetto verso i desideri dell’altro. Marito e moglie hanno la responsabilità di sostenersi a vicenda. 

4La moglie non è padrona del proprio corpo, ma lo è il marito; allo stesso modo anche il marito non è padrone del proprio corpo, ma lo è la moglie. 

Anche il marito appartiene alla moglie, non soltanto la donna appartiene al marito, come si pensava nella mentalità patriarcale; qui introduce una novità nel pensiero antico. Questo significa che entrambi hanno pari dignità e responsabilità nel donarsi reciprocamente. Il corpo del coniuge, però, non è un possesso automatico ma un dono da richiedere. L’intimità sessuale è uno scambio normale, esigito dalla comunione affettiva della coppia. Non è, quindi, un atto soltanto tollerato ma una componente positiva, ordinata in vista della comunione e della fedeltà. La spiritualità cristiana assume le esigenze molto concrete dell’affettività e della corporeità. È paritaria e relazionale. 

5Non rifiutatevi l’un l’altro, se non di comune accordo e temporaneamente, per dedicarvi alla preghiera. Poi tornate insieme, perché Satana non vi tenti mediante la vostra incontinenza. 6Questo lo dico per condiscendenza, non per comando.

Dal momento che l’intimità non è soltanto lecita ma anche auspicabile, l’astensione prolungata può diventare dannosa per la salvaguardia della relazione. I coniugi possono decidere di astenersi ma tale decisione deve essere consensuale, non imposta da uno solo; limitata nel tempo e attuata per realizzare un vantaggio spirituale reale. Paolo, molto realistico, è attento alle difficoltà concrete della persona. Un’astensione vissuta per costrizione può indurre a compiere azioni sbagliate (come il ricorso all’adulterio, alla prostituzione). 

Paolo parla per “condiscendenza” (katà syngnomen), non per dare ordini. Il termine fu tradotto in modo errato come “perdono”. Si pensò che l’apostolo concedesse un perdono facile ad un atto considerato, di per sé, come un peccato veniale. L’atto sessuale, permesso soltanto in vista della procreazione, venne compreso come colpa leggera, non come espressione normale dell’affettività. 

7Vorrei che tutti fossero come me; ma ciascuno riceve da Dio il proprio dono, chi in un modo, chi in un altro. 8Ai non sposati e alle vedove dico: è cosa buona per loro rimanere come sono io; 9ma se non sanno dominarsi, si sposino: è meglio sposarsi che bruciare. 

Il Risorto, tramite lo Spirito, dona a tutti un carisma particolare: chi vive la verginità, chi vive il matrimonio. Paolo preferisce la verginità come sua esperienza personale ma, per il momento, non ne spiega il motivo. Il detto “meglio sposarsi che ardere” non è introdotto per dare un fondamento al matrimonio cristiano. Se fosse così, questo modo di pensare sarebbe in contrasto con quanto detto in precedenza, dove il matrimonio era considerato come una modalità per realizzare un percorso d’amore. Paolo, con questo discorso, vuole piuttosto persuadere i rigoristi. Si può parafrasare così il consiglio dell’apostolo: Non bisogna costringere nessun all’astinenza perché questo rigore potrebbe diventare deleterio per l’equilibrio della persona. È meglio che un credente viva con serenità la sessualità piuttosto che, proponendosi un ideale astratto e troppo impegnativo, finisca per compiere azioni improprie. 

10Agli sposati ordino, non io, ma il Signore: la moglie non si separi dal marito – 11e qualora si separi, rimanga senza sposarsi o si riconcili con il marito – e il marito non ripudi la moglie. 

Paolo ripropone il messaggio di Gesù. Di solito è più interessato alla presenza e ai suggerimenti nello spitito del Risorto ma non dimentica affatto le parole del Maestro. 

Gesù chiede al coniuge di non abbandonare l’altro. Nel caso la convivenza sia impossibile, permette la separazione ma non l’abbandono totale. 

12Agli altri dico io, non il Signore: se un fratello ha la moglie non credente e questa acconsente a rimanere con lui, non la ripudi; 13e una donna che abbia il marito non credente, se questi acconsente a rimanere con lei, non lo ripudi. 14Il marito non credente, infatti, viene reso santo dalla moglie credente e la moglie non credente viene resa santa dal marito credente; altrimenti i vostri figli sarebbero impuri, ora invece sono santi. 15Ma se il non credente vuole separarsi, si separi; in queste circostanze il fratello o la sorella non sono soggetti a schiavitù: Dio vi ha chiamati a stare in pace! 16E che sai tu, donna, se salverai il marito? O che ne sai tu, uomo, se salverai la moglie?

Paolo distingue tra l’insegnamento esplicito di Gesù e la sua visione personale. L’ispirazione evangelica può espandersi anche là dove non c’è un supporto letterale esplicito. È un modo di pensare e di essere piuttosto che una mera aderenza ad una norma. 

A suo parere, il matrimonio ha un grande valore già di per se stesso, anche quando non è vissuto come sacramento della fede, cioè «nel Signore». Di conseguenza il matrimonio tra un cristiano e una donna non-credente (e viceversa) non deve essere annullato come fosse una cosa da nulla. Un coniuge credente santifica l’altro e i figli; in altre parole ha l’opportunità di condurlo alla fede i familiari e quindi, di favorire la loro santificazione. Nel cristianesimo antico erano possibili i matrimoni misti, tra persone di orientamento religioso diverso. Questo non era consentito nell’ebraismo a causa delle norme di purità legale. Per un cristiano, un pagano non era impuro ma un semplice peccatore. 

Nel caso, però, che la disparità di valori culturali di riferimento tra un pagano e un credente, sia troppo profonda e susciti contrapposizioni insanabili, il coniuge pagano può separarsi. Il coniuge credente non deve opporsi nella speranza di riuscire a convertire l’altro perché la conversione non è mai un esito sicuro, programmabile da parte di qualche volonteroso. Nel caso che, in seguito, decida di sposare un altro, deve risposarsi nel Signore (v.39). Questo significa che si fa aiutare da Cristo stesso a vivere da coniugato/a i beni del Vangelo. 

17Fuori di questi casi, ciascuno – come il Signore gli ha assegnato – continui a vivere come era quando Dio lo ha chiamato; così dispongo in tutte le Chiese. 18Qualcuno è stato chiamato quando era circonciso? Non lo nasconda! È stato chiamato quando non era circonciso? Non si faccia circoncidere! 19La circoncisione non conta nulla, e la non circoncisione non conta nulla; conta invece l’osservanza dei comandamenti di Dio. 

L’apostolo chiede ai suoi fedeli di rinunciare a cercare di cambiare il loro stato di vita. È un pricipio generale al quale darà una spiegazione più avanti. Intanto lo applica al caso dei battezzati che provenivano dal paganesimo. I giudeo-cristiani, opponendosi alla decisione della Chiesa e di Paolo, volevano obbligare i pagani convertiti al Vangelo a sottoporsi al rito della circoncisione e a diventare ebrei, altrimenti, a loro parere, non avrebbero potuto, legittimamente, a far parte del popolo di Dio. Secondo l’insegnamento dell’apostolo, l’ebreo battezzato non deve vergognarsi della sua origine e il pagano non deve cercare, al contrario, di farsi circoncidere e diventare ebreo, considerando questo passaggio una tappa indispensabile per poter diventare un vero cristiano. I pagani vengono a far parte del nuovo popolo di Dio grazie alla fede in Gesù e all’inserimento in lui. Non devono, come primo passo, aggregarsi all’antico popolo di Dio facendosi circoncidere, perché ormai sono giunti i tempi messianici, ossia i tempi della nuova creazione. In essa la circoncisione fisica non è più richiesta ma soltanto quella del cuore (cf Gal 6,13; Rm 2,28-29). 

20Ciascuno rimanga nella condizione in cui era quando fu chiamato. 21Sei stato chiamato da schiavo? Non ti preoccupare; anche se puoi diventare libero, approfitta piuttosto della tua condizione! 22Perché lo schiavo che è stato chiamato nel Signore è un uomo libero, a servizio del Signore! Allo stesso modo chi è stato chiamato da libero è schiavo di Cristo. 23Siete stati comprati a caro prezzo: non fatevi schiavi degli uomini! 24Ciascuno, fratelli, rimanga davanti a Dio in quella condizione in cui era quando è stato chiamato.

Riprende il suggerimento di evitare di cambiare lo stato di vita ed ora lo applica al caso di uno schiavo ceistiano. La liberazione dalla schiavitù non era perseguita come bene imprescindibile perché si pensava che fosse imminente la venuta del Regno di Dio, grazie al quale sarebbero cessate, in modo automatico, tuttte le discriminazioni, tra le quali anche quella tra schiavi e liberi.

Un battezzato, anche se si trova svantaggiato dal punto di vista sociale, com’era la situazione di uno schiavo, dal momento che è diventato partecipe di Cristo ha acquisito una nuova grande dignità e può traformare in bene le circostanze ingiuste o dolorose a cui è sottoposto. Altrove l’apostolo invita un padrone cristiano ad affrancare il suo schiavo divenuto anch’esso credente (cf Fm 36). In via normale gli schiavi cristiani non godevano di questo vantaggio e rimanevano tali. Ogni condizione sociale, anche la più gravosa, non è un impedimento per praticare il Vangelo, anzi il credente può gloriarsi perfino delle tribolazioni. Forse questo è il significato dell’invito ad approfittare della propria condizione. Il vantaggio massimo per un cristiano consiste nell’imparare a vivere nell’amore e questo può essere facilitato dall’accogliere e dal rendere volontaria una condizione imposta (cf 1 Pt 2,18). Gesù insegnò, con il suo esempio, a rendere volontaria perfino la vicenda della sua passione (Lc 9,51). 

25Riguardo alle vergini, non ho alcun comando dal Signore, ma do un consiglio, come uno che ha ottenuto misericordia dal Signore e merita fiducia. 26Penso dunque che sia bene per l’uomo, a causa delle presenti difficoltà, rimanere così com’è. 27Ti trovi legato a una donna? Non cercare di scioglierti. Sei libero da donna? Non andare a cercarla. 28Però se ti sposi non fai peccato; e se la giovane prende marito, non fa peccato. Tuttavia costoro avranno tribolazioni nella loro vita, e io vorrei risparmiarvele. 29Questo vi dico, fratelli: il tempo si è fatto breve; d’ora innanzi, quelli che hanno moglie, vivano come se non l’avessero; 30quelli che piangono, come se non piangessero; quelli che gioiscono, come se non gioissero; quelli che comprano, come se non possedessero; 31quelli che usano i beni del mondo, come se non li usassero pienamente: passa infatti la figura di questo mondo!

Riprende il consiglio (non il comando), di evitare un cambiamento di stato di vita, applicandolo questa volta al cristiano coniugato e a quello vergine; entrambi dovrebbero restare tali. Per ora, l’apostolo non sembra suggerire in modo esplicito una preferenza per la scelta verginale rispetto a quella matrimoniale. Piuttosto, qui, espone con chiarezza il motivo per il quale preferisce che ognuno rimanga nella propria condizione. Il cristiano, infatti, crede che, a partire dalla risurrezione di Cristo, sia cominciata la nuova era promessa da Dio. Questa novità non ha ancora travolto le strutture di questo mondo di peccato ma può già essere sperimentata all’interno della comunità cristiana poiché in essa ogni membro è rivestito di Cristo: «Tutti voi infatti siete figli di Dio mediante la fede in Cristo Gesù, poiché quanti siete stati battezzati in Cristo vi siete rivestiti di Cristo. Non c’è Giudeo né Greco; non c’è schiavo né libero; non c’è maschio e femmina, perché tutti voi siete uno in Cristo Gesù» (Gal 3,26). Rispetto alla nuova dignità acquisita, tutti i vantaggi della vita propri di questo mondo transente, sono poca cosa. Il vecchio mondo, caratterizzato dal peccato, sta passando. Paolo non azzarda scadenze precise, ma è certo che Gesù, con la sua missione, ha rovesciato il vecchio mondo. «La prospettiva è quella di chi vive nella precarietà o in una situazione di emergenza (cfr. anche 1 Gv 2,17: «il mondo passa con la sua concupiscenza, ma chi fa la volontà di Dio rimane in eterno»). È come se tutto si fosse relativizzato» (Penna 113). 

Che significa che gli sposati «avranno tribolazioni nella loro vita, e io vorrei risparmiarvele»? Certamente non approva chi rifiuta il matrimonio per non prendersi responsabilità fastidiose. Paolo celibe non fuggì di certo le tribolazioni né si astenne dal combattimento. Tutta la sua vita da evangelizzatore fu una tribolazione. Nel paragrafo succesivo chiarisce il senso della sua precauzione.

32Io vorrei che foste senza preoccupazioni: chi non è sposato si preoccupa delle cose del Signore, come possa piacere al Signore; 33chi è sposato invece si preoccupa delle cose del mondo, come possa piacere alla moglie, 34e si trova diviso! Così la donna non sposata, come la vergine, si preoccupa delle cose del Signore, per essere santa nel corpo e nello spirito; la donna sposata invece si preoccupa delle cose del mondo, come possa piacere al marito. 35Questo lo dico per il vostro bene: non per gettarvi un laccio, ma perché vi comportiate degnamente e restiate fedeli al Signore, senza deviazioni. 

La persona sposata, a suo parere, facilmente si trova divisa (memeristai). Una parte di sé aderisce al compito di evangelizzazione e con un’altra parte invece si prende cura in modo preferenziale della famiglia. Non si divide tra un bene e male ma tra un bene ed un altro bene. Paolo non pensava affatto che lo stato di coniugato fosse incompatibile con il compito missionario. Contava tra i collaboratori su coppie sposate (Cf Rm 16,3.7) e sapeva che alcuni apostoli si spostavano portando con sé la moglie (cf 1 Cor 8,5). Tuttavia rileva come il missionario sposato deve sobbarcarsi due generi di preoccupazioni: quello del servizio delle chiese e quello del servizio alla famiglia. Non vuole abbandonare né l’uno né l’altro. È possibile paragonarlo ad un soldato che porta due zaini. Non rischia di pretendere troppo da sé? 

Pio XII osservava a questo proposito: «Si deve tuttavia notare che l'apostolo non biasima gli uomini perché si preoccupano delle loro consorti, né le spose perché cercano di piacere al marito; ma afferma piuttosto che il loro cuore è diviso tra l'amore del coniuge e l'amore di Dio e che sono troppo oppressi dalle preoccupazioni e dagli obblighi della vita coniugale, per potersi dare facilmente alla meditazione delle cose divine… Si comprende quindi facilmente perché le persone, che desiderano consacrarsi al servizio di Dio, abbraccino lo stato di verginità come una liberazione, per potere cioè servire più perfettamente Dio e dedicarsi con tutte le forze al bene del prossimo. Per citare infatti alcuni esempi, come avrebbero potuto affrontare tanti disagi e fatiche quell'ammirabile predicatore dell'evangelo che fu san Francesco Saverio, quel misericordioso padre dei poveri che fu san Vincenzo de' Paoli, un san Giovanni Bosco, insigne educatore dei giovani, una santa Francesca Saverio Cabrini, instancabile “madre degli emigranti”, se avessero dovuto pensare alle necessità materiali e spirituali del proprio coniuge e dei propri figli?» (Sacra Virginitas,1). 

Qui si parla della convenienza preminente della scelta verginale, non della superiorità morale di una persona rispetto all’altra. Sul piano di fatto, la persona più grande è quella chi vive un amore più grande, vergine o coniugato che sia. 

36Se però qualcuno ritiene di non comportarsi in modo conveniente verso la sua vergine, qualora essa abbia passato il fiore dell’età – e conviene che accada così – faccia ciò che vuole: non pecca; si sposino pure! 37Chi invece è fermamente deciso in cuor suo – pur non avendo nessuna necessità, ma essendo arbitro della propria volontà – chi, dunque, ha deliberato in cuor suo di conservare la sua vergine, fa bene. 38In conclusione, colui che dà in sposa la sua vergine fa bene, e chi non la dà in sposa fa meglio. 39La moglie è vincolata per tutto il tempo in cui vive il marito; ma se il marito muore è libera di sposare chi vuole, purché ciò avvenga nel Signore. 40Ma se rimane così com’è, a mio parere è meglio; credo infatti di avere anch’io lo Spirito di Dio. 

Paolo, andando contro i rigoristi, consente il matrimonio ma suggerisce di scegliere la verginità. Tenta la via della provocazione, per imprimere quasi una scossa a quella comunità cristiana intorpidita. In un mondo che si trascinava stancamente secondo i canoni sociali dominanti suggerisce la verginità come segno di libertà e di donazione radicale e assoluta. Non è l’esaltazione di una mera situazione fisiologica, bensì di un atteggiamento interiore profondo. È il dedicarsi in modo pieno e totale al Regno di Dio e all’amore del prossimo. In un certo senso, anche il matrimonio cristiano dovrebbe avere al suo interno un germe di verginità e non tanto per un’eventuale astinenza sessuale, quanto piuttosto come desiderio di donazione pura e assoluta anche fuori della propria famiglia, in una dedizione libera e gioiosa per un orizzonte più vasto. Altrimenti la stessa esistenza familiare si raggrinzisce in se stessa; le preoccupazioni, come scrive Paolo, assorbono ogni anelito interiore. Si noti, infatti, la reiterazione che l’Apostolo fa del termine “preoccuparsi” (in greco merimnan), proprio come aveva fatto Gesù nel Discorso della montagna, ove in un brano (Matteo 6,25-34) aveva per ben sei volte usato lo stesso verbo per combattere l’“affannarsi” frenetico attorno alle cose e agli interessi esteriori. Il risultato di un simile stile di vita è suggestivamente descritto da san Paolo con un solo verbo: ci si trova “divisi”, cioè tesi tra l’ideale alto con le sue aspirazioni e i suoi grandi valori e il piccolo cabotaggio senza respiro spirituale. Ecco, allora, il senso profondo della “verginità”. La vera vergine cristiana non è, come scriveva il poeta inglese secentesco John Milton, «colei che va tutta vestita d’acciaio», fredda e distaccata, ma è la persona celibe o coniugata che non è rinchiusa nel suo piccolo orizzonte familiare o sociale, ma allarga il suo cuore e la sua azione a tutto il prossimo e agli appelli forti e radicali del suo Dio. 



venerdì 4 luglio 2025

La parola della croce (1Cor 1,10-4,21)

Paolo viene a sapere che a Corinto era sorto quasi un culto nei confronti dell’una o dell’altra personalità tra quelle che avevano annunciato il Vangelo. In questo modo veniva messa in ombra la mediazione di Cristo, oscurata da altri mediatori. La comunità dava grande importanza agli evangelizzatori dotati di cultura, di abilità retorica, di carismi particolari. L’aspetto più critico non consisteva nel fatto che Paolo, che aveva fondato la comunità con grande fatica, veniva messo da parte da molti (o perfino disprezzato) ma nel fatto che il messaggio del Vangelo subiva una revisione tale da essere corroso. Molti sognavano una vita cristiana che godesse già da subito dei vantaggi della venuta del Regno di Dio, come se essa consistesse per intero in una prolungata esperienza della beatitudine sperimentata da alcuni apostoli nell’evento della Trasfigurazione di Gesù. Secondo Paolo, invece, il Vangelo consisteva, almeno per il momento, in una vita che ripresentava quella di Gesù in tutti i suoi aspetti ma soprattutto in quelli della sua passione. I carismi particolari (visioni, estasi, prodigi) dovevano indurre ad assumere la Pasqua di Gesù perché quella aveva rappresentato l’elemento decisivo della vicenda di Cristo. 

Paolo non aveva soltanto pronunciato discorsi impegnati ma aveva manifestato il Vangelo della Pasqua del Signore nella sua stessa esistenza. La sua persona era stata una regola di vita (nello stesso modo s’erano comportati i suoi collaboratori, in modo particolare Timoteo). L’amore esige questa disponibilità al dono di sé nell’accoglimento della fatica. In questo senso la sua predicazione viene denominata «parola della croce». Chi l’accoglie non solo deve liberarsi dalle azioni immorali e criminose ma anche imparare a vincere il male con il bene, ad affrontare la forza della testimonianza in un ambiente ostile. L’occasione della ricomposizione delle divisioni diventa l’occasione per una riflessione più profonda e più articolata, tale da riproporre il nucleo incandescente del Vangelo. Paolo ripropone con forza la centralità di Cristo e della sua Pasqua. 


10Vi esorto pertanto, fratelli, per il nome del Signore nostro Gesù Cristo, a essere tutti unanimi nel parlare, perché non vi siano divisioni tra voi, ma siate in perfetta unione di pensiero e di sentire. 11Infatti a vostro riguardo, fratelli, mi è stato segnalato dai familiari di Cloe che tra voi vi sono discordie. 12Mi riferisco al fatto che ciascuno di voi dice: «Io sono di Paolo», «Io invece sono di Apollo», «Io invece di Cefa», «E io di Cristo». 13È forse diviso il Cristo? Paolo è stato forse crocifisso per voi? O siete stati battezzati nel nome di Paolo? 14Ringrazio Dio di non avere battezzato nessuno di voi, eccetto Crispo e Gaio, 15perché nessuno possa dire che siete stati battezzati nel mio nome. 16Ho battezzato, è vero, anche la famiglia di Stefanàs, ma degli altri non so se io abbia battezzato qualcuno. 17Cristo infatti non mi ha mandato a battezzare, ma ad annunciare il Vangelo, non con sapienza di parola, perché non venga resa vana la croce di Cristo.

v. 10 Vi esorto, fratelli, a essere tutti unanimi nel parlare, perché non vi siano divisioni tra voi. La divisione (schisma) indica la lacerazione di un elemento che dovrebbe di per sé restare integro. La vita cristiana vuole offrirsi come esperienza di comunione fraterna: «Rendete piena la mia gioia con un medesimo sentire e con la stessa carità, rimanendo unanimi e concordi» (Fil 2,2). 

L’unità si ottiene quando ogni membro della comunità imita i sentimenti di Gesù: «Il Dio della perseveranza e della consolazione vi conceda di avere gli uni verso gli altri gli stessi sentimenti, sull’esempio di Cristo Gesù, perché con un solo animo e una voce sola rendiate gloria a Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo» (Rm 15,5-6). L’unità è la vera caratteristica del cristianesimo compiuto: «Un solo corpo e un solo spirito, come una sola è la speranza alla quale siete stati chiamati, quella della vostra vocazione; un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo. Un solo Dio e Padre di tutti, che è al di sopra di tutti, opera per mezzo di tutti ed è presente in tutti» (Ef 4, 4-6).

v.11-13. Mi è stato segnalato dai familiari di Cloe che tra voi vi sono discordie. 

Paolo è venuto a sapere da alcuni fratelli, appartenenti alla famiglia di Cloe, che la comunità è lacerata da divisioni. «È una gloria evitare le contese, attaccar briga è proprio degli stolti» (Pr 20,3). La prima causa delle divisioni è rappresentata dalle nostre passioni: «Da dove vengono le guerre e le liti che sono in mezzo a voi? Non vengono forse dalle vostre passioni che fanno guerra nelle vostre membra?» (Gc 4,1). 

Ciascuno di voi dice: «Io sono di Paolo», «Io invece sono di Apollo», «Io invece di Cefa»… 

Le fazioni si fondano su affetti personali che diventano più importati dei vincoli della carità reciproca e perfino della relazione con Cristo, mentre il riferimento ultimo di ogni cristiano è Gesù Cristo e lui soltanto: «Cristo è morto per tutti, perché quelli che vivono non vivano più per se stessi, ma per colui che è morto e risorto per loro» (2 Cor 5,15-17). Già il Battista aveva attirato l’attenzione su Gesù non su stesso; parlando ai giudei ricordava loro: «Voi stessi mi siete testimoni che il ho detto: “Non sono io il Cristo” ma “sono stato mandato avanti a lui”. Lo sposo è colui al quale appartiene la sposa; ma l’amico dello sposo, che è presente e l’ascolta, esulta di gioia alla voce dello sposo. Ora questa mia gioia è piena. Lui deve crescere; io, invece, diminuire» (Gv 3,28-30). Nel rimanere intenta a Cristo, la comunità presenta le caratteristiche d’una sposa: «Vi ho promessi a un unico sposo, per presentarvi a Cristo come vergine casta» (2 Cor 11,2).

13È forse diviso il Cristo? Paolo è stato forse crocifisso per voi?

Dividere l’assemblea è come dividere Cristo stesso, perché la comunità è il corpo di Cristo (cf 12,27). vv.14-16 L’apostolo sta dettando la lettera con una certa foga e per questo cita velocemente dei fatti particolari sui quali deve tornare per essere più preciso nel ricordo.

v. 17 Cristo non mi ha mandato a battezzare, ma ad annunciare il Vangelo, non con sapienza di parola, perché non venga resa vana la croce di Cristo. 

Il compito più importante di un ministro è l’annuncio del Vangelo: «Non mi sono mai tirato indietro da ciò che poteva essere utile, al fine di predicare a voi e di istruirvi, in pubblico e nelle case, testimoniando a Giudei e Greci la conversione a Dio e la fede nel Signore nostro Gesù. Non ritengo in nessun modo preziosa la mia vita, purché conduca a termine la mia corsa e il servizio che mi fu affidato dal Signore Gesù, di dare testimonianza al vangelo della grazia di Dio» (At 20,20-21.24). Il ministero della Parola deve essere svolto in ogni occasione e in ogni modo: «Annuncia la Parola, insisti al momento opportuno e non opportuno, ammonisci, rimprovera, esorta con ogni magnanimità e insegnamento… Tu però vigila attentamente, sopporta le sofferenze, compi la tua opera di annunciatore del Vangelo, adempi il tuo ministero» (2 Tm 4,1-2. 4). Qualsiasi battezzato può annunciare Cristo: gli ebrei di lingua greca «che si erano dispersi a causa della persecuzione scoppiata a motivo di Stefano erano arrivati fino alla Fenicia, a Cipro e ad Antiòchia e non proclamavano la Parola a nessuno fuorché ai Giudei. Ma alcuni di loro, gente di Cipro e di Cirene, giunti ad Antiòchia, cominciarono a parlare anche ai Greci, annunciando che Gesù è il Signore. E la mano del Signore era con loro e così un grande numero credette e si convertì al Signore» (At 11,19-21).

Non con sapienza di parola, perché non venga resa vana la croce di Cristo. 

L’annuncio non si rende credibile per l’arte retorica o per altri espedienti, ma per uno stile di vita che ricalca quello di Gesù, soprattutto nell’accettazione del rifiuto, dell’umiliazione e della persecuzione. Soltanto la condivisione della “debolezza” di Gesù, rende l’annunciatore un uomo capace di trasmettere vita: «Sempre, noi che siamo vivi, veniamo consegnati alla morte a causa di Cristo, perché anche la vita di Gesù si manifesti nella nostra carne mortale. Cosicché in noi agisce la morte, in voi la vita» (2 Cor 4,11-12). «Mi vanterò ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo. Perciò mi compiaccio nelle mie debolezze, negli oltraggi, nelle difficoltà, nelle persecuzioni, nelle angosce sofferte per Cristo: infatti quando sono debole, è allora che sono forte… Certo, in mezzo a voi si sono compiuti i segni del vero apostolo, in una pazienza a tutta prova, con segni, prodigi e miracoli» (2 Cor 12,10.12). 

18La parola della croce infatti è stoltezza per quelli che si perdono, ma per quelli che si salvano, ossia per noi, è potenza di Dio. 19Sta scritto infatti: Distruggerò la sapienza dei sapienti e annullerò l’intelligenza degli intelligenti. 20Dov’è il sapiente? Dov’è il dotto? Dov’è il sottile ragionatore di questo mondo? Dio non ha forse dimostrato stolta la sapienza del mondo? 21Poiché infatti, nel disegno sapiente di Dio, il mondo, con tutta la sua sapienza, non ha conosciuto Dio, è piaciuto a Dio salvare i credenti con la stoltezza della predicazione. 22Mentre i Giudei chiedono segni e i Greci cercano sapienza, 23noi invece annunciamo Cristo crocifisso: scandalo per i Giudei e stoltezza per i pagani; 24ma per coloro che sono chiamati, sia Giudei che Greci, Cristo è potenza di Dio e sapienza di Dio. 25Infatti ciò che è stoltezza di Dio è più sapiente degli uomini, e ciò che è debolezza di Dio è più forte degli uomini.

18La parola della croce è stoltezza per quelli che si perdono, ma per quelli che si salvano è potenza di Dio. 

La parola della croce è la predicazione che annuncia l’evento della croce come contenuto essenziale e tipico del Vangelo (v.22) ma è anche la parola pronunciata da chi rivive in se stesso la passione del Signore. Nella crocifissione, Gesù profuse l’impegno massimo nella sua missione. Rappresentò l’estremo della sua dedizione a Dio e alla causa degli uomini. La croce, allora, anziché oscurare la sua gloria, la rivela in tutta la sua ampiezza. A motivo di questa dedizione dolorosa e totale, Gesù è stato sovraesaltato dal Padre (Fil 2,9) che ha voluto onorare la sua capacità d’amore, di una misura pari alla sua, e potè costituirlo come Salvatore universale. 

La sofferenza di Gesù sul Calvario è stato come l’accumulo di un tesoro spirituale inesauribile, che ora Egli distribuisce a tutti. Dio, quindi, ha salvato gli uomini (e continua a salvarli) grazie al sangue di Gesù (Cf 1 Pt 1,1: “per essere aspersi dal suo sangue”; Ap 7,14: “hanno lavato le loro vesti rendendole candide nel sangue dell’Agnello”). Nonostante l’apparente fallimento e tutto l’orrore, la vicenda della passione fa conoscere e sperimentare la potenza di Dio, la forza invincibile del suo amore che dal quel momento si apre una strada tra gli uomini.

19Sta scritto infatti: Distruggerò la sapienza dei sapienti e annullerò l’intelligenza degli intelligenti. 

Un progetto di Dio che prevede l’umiliazione del suo Messia, non è ammissibile da parte degli uomini, anzi suscita il loro sgomento e rifiuto. È un sentimento spontaneo respingere la prospettiva di un Messia/Salvatore sofferente, sospinti da solidi ragionamenti di ragione. «Mentre erano sulla strada per salire a Gerusalemme [verso la morte], Gesù camminava davanti a loro (i discepoli) ed essi erano sgomenti; coloro che lo seguivano erano impauriti. Presi di nuovo in disparte i Dodici, si mise a dire loro qiello che stava per accadergli» (Mc 10,32). 

21Nel disegno sapiente di Dio, il mondo, con tutta la sua sapienza, non ha conosciuto Dio, 

Gli uomini, attraverso la creazione, sono capaci di cogliere le perfezioni invisibili di Dio, quali la sua eterna potenza e divinità (cf Rm 1,19-20), ma che la sua perfezione possa essere manifestata e contemplata, in tutta la sua ampiezza, proprio in una morte in croce, questo è qualcosa di impensabile. La profondità ultima dell’amore di Dio sorprende ma anche sconvolge. Che il mondo non sia in grado di conoscere Dio nella sua verità ultima, Paolo lo sperimenta quando osserva come l’annuncio della croce venga perfino deriso. Tuttavia fa parte del disegno sapiente di Dio che molti lo rifiutino: Egli «rinchiude tutti nella disobbedienza, per essere misericordioso verso tutti» (Rm 11,32). Il Signore non si lascia vincere dal rifiuto di molti né dalla loro indifferenza ma escogita nuove vie di salvezza: «Dove abbondò il peccato, sovrabbondò la grazia» (Rm 5,20). 

è piaciuto a Dio salvare i credenti con la stoltezza della predicazione. 

La debolezza della croce riaffiora anche nella debolezza della predicazione. La predicazione è debole perché l’annunciatore non intende imporsi con la forza, né con qualche forma di spettacolarità abbagliante, né con il plagio o altre forme di cattura. Tuttavia Dio è capace di convertire a sé il cuore di molti: «Non oserei dire nulla se non di quello che Cristo ha operato per mezzo mio per condurre le genti all’obbedienza. Così da Gerusalemme e in tutte le direzioni, ho portato a termine la predicazione del vangelo di Cristo» (Rm 15,18-19). 

22I Giudei chiedono segni e i Greci cercano sapienza, 23noi invece annunciamo Cristo crocifisso: … per coloro che sono chiamati, Cristo è potenza di Dio e sapienza di Dio. 

I giudei refrattari alla predicazione esigono segni o miracoli che dimostrino la verità dell’annuncio. Dio offre dei segni a coloro che già confidano in lui per rafforzarli nel loro sentimento di fiducia ma non si consegna mai agli increduli ostinati per piegarli (Mt 16,4). I giudei che assistettero alla crocifissione di Gesù esigevano un segno clamoroso: «È il re d’Israele; scenda ora dalla croce e crederemo in lui. Ha confidato in Dio; lo liberi lui, ora, se gli vuol bene» (Mt 27,42-43). Gesù non pretendeva di essere privilegiato, salvaguardato o miracolato. Del resto agli uomini che non si aprono veramente a Dio, i miracoli non sono mai sufficienti per condurli alla fede: «Se non avessi compiuto in mezzo a loro opere che nessuno altro ha mai compiuto, non avrebbere alcun peccato; ora invece hanno visto e hanno odiato me e il Padre mio» (Gv 15,24). 

I greci, invece, vogliono contare su dimostrazioni inconfutabili o almeno essere catturati da esibizioni retoriche. Ragionavano sul Divino, avanzando passo per passo, mediante la confutazione di altre opinioni contrastanti. Nulla di negativo di per sé ma questo metodo non vale in relazione al Vangelo. Gli adepti non devono sforzarsi di elevarsi al divino grazie alla loro abilità dialettica, ma disporsi a ricevere la rivelazione gratuita di Dio. Egli ha già deciso, per pura bontà, d’avvicinarsi a loro. L’oggetto del Vangelo riguarda il Figlio di Dio (Rm 1,3), è una persona vivente non una serie di dottrine. Egli è la Sapienza che si giustifica da sé (Mt 11,19). Il Vangelo non è un insieme di opinioni consolidate, frutto di faticose conquiste, ma prende avvio dall’ammirazione verso il Signore Gesù. 

25Infatti ciò che è stoltezza di Dio è più sapiente degli uomini, e ciò che è debolezza di Dio è più forte degli uomini.

Dio Padre senza imporsi con miracoli o con dimostrazioni scientifiche, attrae gli uomini e li riconduce a sé grazie ad una adesione di fede che si attesta più solida di qualsiasi fondazione umana. «Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono. Io do loro la vita eterna e non andranno perdute in eterno e nessuno le strapperà dalla mia mano. Il Padre mio, che me le ha date, è più grande di tutti e nessuno può strapparle dalla mano del Padre» (Gv 10,27-29). Ogni cristiano è una Gerusalemme solida e pacifica: «I tuoi occhi vedranno Gerusalemme, dimora tranquilla, tenda che non sarà più rimossa, i suoi paletti non saranno divelti, nessuna delle sue cordicelle sarà strappata» (Is 33,20).

26Considerate infatti la vostra chiamata, fratelli: non ci sono fra voi molti sapienti dalpunto di vista umano, né molti potenti, né molti nobili. 27Ma quello che è stolto per il mondo, Dio lo ha scelto per confondere i sapienti; quello che è debole per il mondo, Dio lo ha scelto per confondere i forti; 28quello che è ignobile e disprezzato per il mondo, quello che è nulla, Dio lo ha scelto per ridurre al nulla le cose che sono, 29perché nessuno possa vantarsi di fronte a Dio. 30Grazie a lui voi siete in Cristo Gesù, il quale per noi è diventato sapienza per opera di Dio, giustizia, santificazione e redenzione, 31perché, come sta scritto, chi si vanta, si vanti nel Signore. 

La vicenda vissuta dalla comunità di Corinto è come una pagina che parla di Dio e della modalità del suo operare. Gesù, aveva già riscontrato che i suoi discepoli erano dei «piccoli» (cf Mt 11,25). Ora la comunità di Corinto, composta per lo più da persone prive di particolari risorse culturali ed economiche, si presenta, a sua volta, come piccola. Dio preferisce i poveri agli occhi del mondo e li rende ricchi per la fede ed eredi del suo Regno (Cf Gc 2,5). «Ora voi avete ricevuto l’unzione dal Santo, e tutti avete la conoscenza» (1 Gv 2,20). La comunità non era un club che attaeva chi intendeva consolidare il proprio prestigio, ottenere appoggi, costituire reti di protezione o vantaggi economici. 

La «parola della croce», quindi, non si riferisce soltanto al contenuto (cioè all’annuncio della morte di Gesù come mezzo di salvezza); non coinvolge soltanto l’annunciatore (che rivive in sé la passione del Signore quando affronta il ripudio) ma si ripresenta anche nei credenti. In via normale, costoro non fanno parte della cerchia delle persone più ragguardevoli nella società, tali da imporsi alla considerazione grazie al loro prestigio. Il prestigio della comunità, piuttosto, dipende dalla sua condotta di vita santa tale da smentire ogni maldicenza: «Nel momento stesso in cui si parla male di voi, rimangano svergognati quelli che malignano sulla vostra buona condotta in Cristo» (1 Pt 3,16). Siate irreprensibili e puri «figli di Dio innocenti in mezzo a una generazione malvagia e perversa. In mezzo a loro voi risplendete come astri nel mondo» (Fil 2,15-16). 

27-28 Quello che è nulla, Dio lo ha scelto per ridurre al nulla le cose che sono, perché nessuno possa vantarsi di fronte a Dio.

«Guardati dal dire nel tuo cuore: “la mia forza e la potenza della mia mano mi hanno acquistato queste ricchezze”. Ricordati invece del Signore, perché egli ti da la forza per acquistare ricchezze» (Dt 8,17-18). «Per grazia siete salvati mediante la fede e ciò non viene da voi, ma è dono di Dio; né viene dalle opere, perché nessuno possa vantarsene» (Ef 2,8). 

Grazie a lui voi siete in Cristo Gesù, il quale per noi è diventato sapienza per opera di Dio, giustizia, santificazione e redenzione, 31perché, come sta scritto, chi si vanta, si vanti nel Signore.

Dio si è preso cura dei Corinti. Li ha redenti, ossia si è impegnato a riscattarli liberandoli da una situazione dolorosa di peccato per consentire loro una vita qualificata, come un parente prossimo si prendeva cura di un congiunto caduto in schiavitù. Ha fatto questo per mezzo di Cristo Gesù. Li ha resi santi e giusti. Non possono pensare che tutto ciò sia dipeso dalla loro buona volontà ma dalla misericordia di Dio, che ha rivelato in questo modo la sua sapienza. Egli si rivela nella storia degli uomini i quali possono appoggiarsi soltanto su di lui. «Ringraziate con gioia il Padre che vi ha resi capaci di partecipare alla sorte dei santi nella luce. È lui che ci ha liberati dal potere delle tenebre e ci ha trasferiti nel regno del Figlio del suo amore, per mezzo del quale abbiamo la redenzione, il perdono dei peccati» (Col 1,12-14). 

2 1Anch’io, fratelli, quando venni tra voi, non mi presentai ad annunciarvi il mistero di Dio con l’eccellenza della parola o della sapienza. 2Io ritenni infatti di non sapere altro in mezzo a voi se non Gesù Cristo, e Cristo crocifisso. 3Mi presentai a voi nella debolezza e con molto timore e trepidazione. 4La mia parola e la mia predicazione non si basarono su discorsi persuasivi di sapienza, ma sulla manifestazione dello Spirito e della sua potenza, 5perché la vostra fede non fosse fondata sulla sapienza umana, ma sulla potenza di Dio

Dopo aver parlato della «debolezza» del messaggio e della povertà degli evangelizzati, espone in modo più esteso la «debolezza degli annunciatori». 

Nell’intraprendere la missione a Corinto, Paolo si trovava in una condizione di timore e di disagio. Subì un forte contrasto da parte dei giudei che si opponevano a lui con ingiurie (At 18,6) ma venne sorretto da Gesù stesso che gli parlò in una visione: «Non aver paura; continua a parlare e non tacere perché io sono con te» (At 18,9). Egli non contava sulla sull’abilità retorica o sulla forza persuasiva di dimostrazioni filosofiche ma sulla forza dello Spirito, il solo capace di aprire il cuore (Cf At 16,14). «Non con la potenza né con la forza, ma con il mio spirito, dice il Signore» (Zc 4,6). «Sono pieno di forza, dello spirito del Signore, di giustizia e di coraggio per annunciare a Giacobbe le sue colpe» (Mi 3,8). Dio, dopo aver ottenuto la loro adesione di fede, sempre grazie alla fede, custodisce i credenti con la sua potenza (v.5) (1 Pt 1,5). 

Il regno di Dio si diffonde grazie all’impegno di chi opera nella fede e nella carità. Il valore rappresentato da altre qualità (come il dono delle lingue e della profezia) non è paragonabile al donare se stessi in spirito di fede e di gratuità, come è rappresentato dall’offerta della vedova povera (Cf Mc 12,41-44). Anzi qualsiasi dono particolare perde ogni consistenza se non viene profuso per fede, in un amore autentico: «Se parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sarei come un cimbalo che strepita» (Cf 1 Cor 13,1). 

2. Io ritenni infatti di non sapere altro in mezzo a voi se non Gesù Cristo, e Cristo crocifisso.

L’apostolo annuncia e dona a tutti Gesù e soltanto lui. Più ancora, considera l’annuncio della sua morte come il cuore del Vangelo (cf 1,23), sebbene questo messaggio suoni del tutto sconcertante. Per Paolo, Gesù non è prima di tutto o soltanto un maestro profondo ma è colui che ha dato tutto se stesso per gli uomini, attraversando il peggio della situazione umana. Egli ha inaugurato l’unica vera svolta della storia, a motivo della sua obbedienza dolorosa al Padre. Anziché mettere in ombra la passione, l’apostolo, vincendo ogni imbarazzo, la pone in piena evidenza. Nulla infatti manifesta l’amore di Gesù per Dio e per gli uomini come l’aver attraversato la reazione dei malvagi. È questo evento che viene fatto risaltare come l’elemento più paradossale ma, proprio per questo, il più sorprendente ed efficace. Scrive ai Galati: davanti ai vostri occhi rappresentai al vivo Gesù Cristo crocifisso! (cf Gal 3,1). La passione di Gesù ha cambiato la sua vita: «Quanto a me non ci sia altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo, per mezzo della quale il mondo per me è stato crocifisso, come io per il mondo» (Gal 6,14). 

6Tra coloro che sono perfetti parliamo, sì, di sapienza, ma di una sapienza che non è di questo mondo, né dei dominatori di questo mondo, che vengono ridotti al nulla. 7Parliamo invece della sapienza di Dio, che è nel mistero, che è rimasta nascosta e che Dio ha stabilito prima dei secoli per la nostra gloria. 8Nessuno dei dominatori di questo mondo l’ha conosciuta; se l’avessero conosciuta, non avrebbero crocifisso il Signore della gloria. 9Ma, come sta scritto: Quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrarono in cuore di uomo, Dio le ha preparate per coloro che lo amano. 10Ma a noi Dio le ha rivelate per mezzo dello Spirito; lo Spirito infatti conosce bene ogni cosa, anche le profondità di Dio. 11Chi infatti conosce i segreti dell’uomo se non lo spirito dell’uomo che è in lui? Così anche i segreti di Dio nessuno li ha mai conosciuti se non lo Spirito di Dio. 

Sapienti non sono tanto i retori, i filosofi, i dominatori dell’opinione pubblica ma piuttosto gli uomini che attingono la sapienza di Dio. I disegni dei potenti, per quanto possano apparire brillanti, sono destinati a svanire nel nulla. Da sempre, Dio ha elaborato un progetto di salvezza sconosciuto a tutti che mirava alla nostra glorificazione e proprio questo manifestava in pienezza la sua sapienza. I potenti di questo mondo, però, erano soliti a ragionare all’opposto del Signore e la loro opposizione si è resa manifesta quando hanno condannato Gesù, il Signore. Accecati dal dio di questo mondo, non furono in grado di riconoscere lo splendore del glorioso Vangelo di Cristo (Cf 2 Cor 4,4). Agirono per ignoranza (At 3,17). Del resto, Paolo stesso erano uno di loro: «Mi è stata usata misericordia perché agivo per ignoranza, lontano dalla fede» (1 Tm 1,13). 

Al contrario, Dio, per mezzo delle ispirazioni dello Spirito Santo che conosce le sue profondità, rivela i suoi pensieri agli uomini che lo amano (cf Sir 1,10). «Mai si udì parlare da tempi lontani, orecchio non ha sentito, occhio non ha visto che un Dio, fuori di te, abbia fatto tanto per chi confida in lui» (Is 64,3). Egli desidera la nostra perfezione (Col 1,28), la nostra gloria, vuole che «arriviamo tutti all’unità della fede e della conoscenza del Figlio di Dio, fino all’uomo perfetto, fino a raggiungere la misura della pienezza di Cristo» (Ef 4,13).

12Ora, noi non abbiamo ricevuto lo spirito del mondo, ma lo Spirito di Dio per conoscere ciò che Dio ci ha donato. 13Di queste cose noi parliamo, con parole non suggerite dalla sapienza umana, bensì insegnate dallo Spirito, esprimendo cose spirituali in termini spirituali. 14Ma l’uomo lasciato alle sue forze non comprende le cose dello Spirito di Dio: esse sono follia per lui e non è capace di intenderle, perché di esse si può giudicare per mezzo dello Spirito. 15L’uomo mosso dallo Spirito, invece, giudica ogni cosa, senza poter essere giudicato da nessuno. 16Infatti chi mai ha conosciuto il pensiero del Signore in modo da poterlo consigliare? Ora, noi abbiamo il pensiero di Cristo. 

12Ora, noi non abbiamo ricevuto lo spirito del mondo, ma lo Spirito di Dio per conoscere ciò che Dio ci ha donato. 

I Corinti hanno ricevuto l’illuminazione dello Spirito, grazie alla quale possono opporsi al sentire mondano. Lo spirito del mondo detesta lo stile umile di Gesù e ad assume quello dei dominatori di questo mondo. Spirito mondano è voler dominare piuttosto che restare sottomessi; cercare il plauso anziché la verità; accondiscendere al male anziché respingerlo; darsi ai propri interessi, anziché a quelli del prossimo e, in via più generale, è restare sottomessi alle «opere della carne» (fornicazione, inimicizie, gelosie, dissensi cf. Gal 5,19). 

Lo Spirito Santo, al contrario, ci guida ad apprezzare, gustare ed amare gli insegnamenti di Gesù e la vita nuova del Vangelo (le cose che Dio ci ha donato). «Quelli infatti che vivono secondo la carne, tendono verso ciò che è carnale; quelli invece che vivono secondo lo Spirito, tendono verso ciò che è spirituale. Ora, la carne tende alla morte, mentre lo Spirito tende alla vita e alla pace. Ciò a cui tende la carne è contrario a Dio, perché non si sottomette alla legge di Dio, e neanche lo potrebbe. Quelli che si lasciano dominare dalla carne non possono piacere a Dio» (Rm 8,5-8).

13Di queste cose noi parliamo, con parole non suggerite dalla sapienza umana, bensì insegnate dallo Spirito, esprimendo cose spirituali in termini spirituali.

Paolo, sorretto dallo Spirito, vuole insegnare ciò che gli è stato suggerito da lui, una mozione dopo l’altra. Lo Spirito ispira nel momento opportuno ciò che bisogna dire (cf Lc 12,12). «Sappiamo che il Figlio di Dio è venuto e ci ha dato l’intelligenza per conoscere il vero Dio. E noi siamo nel vero Dio, nel Figlio suo Gesù Cristo: egli è il vero Dio e la vita eterna» (1 Gv 5,20). 

14Ma l’uomo lasciato alle sue forze non comprende le cose dello Spirito di Dio: esse sono follia per lui e non è capace di intenderle, perché di esse si può giudicare per mezzo dello Spirito.

Spirito del mondo e spirito di Dio sono incompatibili, e perciò la persona mondana non riesce ad apprezzare il Vangelo ma tende piuttosto a disprezzarlo. Mondana non è una persona particolare ma qualsiasi uomo lasciato alle sue forze. Gesù aveva detto a Pietro che se l’aveva dichiarato Figlio di Dio, questo era avvenuto per una rivelazione del Padre (Mt 16,17). Nonostante questa rivelazione, Pietro, nel rifiutare la passione di Gesù, continuava a pensare non secondo Dio ma secondo gli uomini (Mt 16,23). 

15L’uomo mosso dallo Spirito, invece, giudica ogni cosa, senza poter essere giudicato da nessuno

L’uomo spirituale sa operare un discernimento sul comportamento da attuare. Giudicare significa discernere in profondità. «Avete ricevuto l’unzione del Santo e tutti avete la conoscenza» (1 Gv 2,20). «Se uno viene sorpreso in qualche colpa, voi, che avete lo Spirito, correggetelo con spirito di dolcezza. E tu vigila su te stesso, per non essere tentato anche tu» (Gal 6,1). «Il re [Davide] è come un angelo di Dio nell’ascoltare il bene e il male… il mio signore ha la saggezza di un angelo di Dio e sa quanto avviene sulla terra» (1 Sam 14,17.20). «Concedi al tuo servo un cuore docile e sappia distinguere il bene dal male» (1 Re 3,9). 

Se l’uomo che sta seguendo la mozione dello Spirito, viene condannato da un uomo carnale, questa condanna non presenta alcun valore. Infatti chi è privo della prospettiva divina, non può comprendere chi vive secondo Dio. 

16Infatti chi mai ha conosciuto il pensiero del Signore in modo da poterlo consigliare? Ora, noi abbiamo il pensiero di Cristo.

Il pensiero di Dio è troppo elevato rispetto a quello degli uomini: «Chi ha diretto lo spirito del Signore e come suo consigliere lo lha istruito?» (Is 40,13). «Chi ha assistito al consiglio del Signore? Chi l’ha visto e udito la sua parola» (Ger 23,18). Noi siamo venuti a conoscerlo grazie alla persona di Gesù, la quale poi, ci ha resi partecipi del suo modo di pendare e di vivere. «Non vivo più io, ma Cristo vive in me» (Gal 2,20). Avere il pensiero di Cristo significa saper condividere i suoi sentimenti (cf Fil 2,5). Discernere ciò che ci accade alla luce del mistero della croce e della risurrezione e quindi scegliere il volere di Dio nelle vicende della vita in sintonia con quanto fece Gesù. 

3 1Io, fratelli, sinora non ho potuto parlare a voi come a esseri spirituali, ma carnali, come a neonati in Cristo. 2Vi ho dato da bere latte, non cibo solido, perché non ne eravate ancora capaci. E neanche ora lo siete, 3perché siete ancora carnali. Dal momento che vi sono tra voi invidia e discordia, non siete forse carnali e non vi comportate in maniera umana? 4Quando uno dice: «Io sono di Paolo», e un altro: «Io sono di Apollo», non vi dimostrate semplicemente uomini?

1Io, fratelli, sinora non ho potuto parlare a voi come a esseri spirituali

Gesù aveva detto ai discepoli: «Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso» (Gv 16,12). La Parola del Signore è spirituale ma noi spesso ragioniamo come uomini carnali, cioè chiusi al suo modo di pensare, venduti come schiavi del peccato (cf Rm 7,14). Cio nonostante gli stessi che si mostrano come persone immature, perfino come bambini incapaci di assimilare un cibo robusto, hanno la possibilità di raggiungere la perfezione, «fino a raggiungere la misura della pienezza di Cristo» (Ef 4,13). 

2Vi ho dato da bere latte, non cibo solido, perché non ne eravate ancora capaci.

Paolo si comportava verso i suoi interlocutori da evangelizzare al modo di una madre tenera (cf 1 Ts 2,7). Il latte puro e spirituale, in genere, sta a significare il cibo sano, capace di fornire l’alimento necessario nel momento in cui si perviene alla fede (cf 1Pt 2,2) ma in seguito il credente deve saper apprezzare dottrine più impegnative; in pratica diventare una persona sempre più generosa, capace di vincere le tentazioni e superare le prove: «Voi, che a motivo del tempo trascorso dovreste essere maestri, avete ancora bisogno che qualcuno v’insegni i primi elementi delle parole di Dio e siete diventati bisognosi di latte e non di cibo solido. Ora, chi si nutre ancora di latte non ha l’esperienza della dottrina della giustizia, perché è ancora un bambino. Il nutrimento solido è invece per gli adulti, per quelli che, mediante l’esperienza, hanno le facoltà esercitate a distinguere il bene dal male» (Eb 5,11-14). 

Dal momento che vi sono tra voi invidia e discordia, non siete forse carnali e non vi comportate in maniera umana?

Chi agisce per invidia e crea discordia si mostra ancora carnale (uomo lontano dal modo di ragionare di Cristo) e si comporta in modo istintivo, come semplice uomo non ancora illuminato dallo Spirito. 

5Ma che cosa è mai Apollo? Che cosa è Paolo? Servitori, attraverso i quali siete venuti alla fede, e ciascuno come il Signore gli ha concesso. 6Io ho piantato, Apollo ha irrigato, ma era Dio che faceva crescere. 7Sicché, né chi pianta né chi irriga vale qualcosa, ma solo Dio, che fa crescere. 8Chi pianta e chi irriga sono una medesima cosa: ciascuno riceverà la propria ricompensa secondo il proprio lavoro. 9Siamo infatti collaboratori di Dio, e voi siete campo di Dio, edificio di Dio. 


Paolo affronta in modo più diretto la divisione che lacera la comunità di Corinto e denuncia il sentimento che l’ha provocata. Tutto dipende dal fatto che alcuni parteggiano per un evangelizzatore contrapponendolo ad un altro. In dettaglio, alcuni sostengono Apollo fino a mettere in discredito Paolo. A monte della preferenza ingiusta tra le persone, appare, a mio parere, un dissenso sul metodo dell’evangelizzazione, sullo stile di vita con il quale attuarla. Alcuni fedeli puntano sull’abilità retorica e la preparazione culturale delle quali aveva fatto sfoggio Apollo. Paolo evangelizza imitando Gesù sofferente e partecipando al suo mistero pasquale. Riferendosi ai suoi avversari, egli dice: «Sono ministri di Cristo? Sto per dire una pazzia, io lo sono più di loro: molto di più nelle fatiche, molto di più nelle prigionie, infinitamente di più nelle percosse, spesso in pericolo di morte» (2 Cor 11,23). 

Servitori, attraverso i quali siete venuti alla fede, e ciascuno come il Signore gli ha concesso.

L’apostolo reagisce ricordando che tutti gli evangelizzatori e i maestri della fede sono soltanto dei semplici collaboratori di Dio (v.9). È il Signore che li ha chiamati, che li ha accompagnati nel loro servizio rendendolo efficace. Senza questo intervento del Signore, non avrebbero né intrapreso né concluso nulla. «Se il Signore non costruisce la casa, invano faticano i costruttori» (Sal 127,1). 

6Io ho piantato, Apollo ha irrigato, ma era Dio che faceva crescere.

I Corinti dovrebbero riconoscere un dato di verità: Paolo ha compiuto la fatica di fondare la comunità, mentre Apollo ha dovuto soltanto inaffiare le pianticelle già piantate. L’apostolo, tuttavia, non mette in risalto questa differenza per portare l’attenzione all’opera di Dio. «Come la pioggia e la neve scendono dal cielo…, così sarà della mia parola uscita dalla mia bocca: non ritornerà a me senza effetto, senza aver operato ciò che desidero e senza aver compiuto ciò per cui l’ho mandata» (Is 55,10-11). 

Altre volte cerca di coordinare meglio l’opera del Signore con la sua: «Voi siete una lettera di Cristo composta da noi, scritta non con inchiostro, ma con lo Spirito del Dio vivente, non su tavole di pietra, ma su tavole di cuori umani. Proprio questa è la fiducia che abbiamo per mezzo di Cristo, davanti a Dio. Non che da noi stessi siamo capaci di pensare qualcosa come proveniente da noi, ma la nostra capacità viene da Dio» (2 Cor 3,3.5). Cristo detta la lettera, Paolo la scrive servendosi dello Spirito come inchiostro. 

10Secondo la grazia di Dio che mi è stata data, come un saggio architetto io ho posto il fondamento; un altro poi vi costruisce sopra. Ma ciascuno stia attento a come costruisce. 11Infatti nessuno può porre un fondamento diverso da quello che già vi si trova, che è Gesù Cristo. 12E se, sopra questo fondamento, si costruisce con oro, argento, pietre preziose, legno, fieno, paglia, 13l’opera di ciascuno sarà ben visibile: infatti quel giorno la farà conoscere, perché con il fuoco si manifesterà, e il fuoco proverà la qualità dell’opera di ciascuno. 14Se l’opera, che uno costruì sul fondamento, resisterà, costui ne riceverà una ricompensa. 15Ma se l’opera di qualcuno finirà bruciata, quello sarà punito; tuttavia egli si salverà, però quasi passando attraverso il fuoco. 16Non sapete che siete tempio di Dio e che lo Spirito di Dio abita in voi? 17Se uno distrugge il tempio di Dio, Dio distruggerà lui. Perché santo è il tempio di Dio, che siete voi. 

10…come un saggio architetto io ho posto il fondamento; un altro poi vi costruisce sopra.

Il confronto con Apollo, offre a Paolo l’opportunità di dilungare il discorso sugli evangelizzatori. Era normale nella chiesa che alla fase di fondazione, seguisse quella di completamento dell’opera: «Lasciando da parte il discorso iniziale su Cristo, passiamo a ciò che è completo, senza gettare di nuovo le fondamenta... Questo noi lo faremo, se Dio lo permette» (Eb 6,1.3). 

Egli sembra ammonire il suo collaboratore/rivale: “Io ho fondato la comunità e tu, in seguito, hai continuato a costruire. Fai attenzione, però, a quale materiale adoperi. Dopo che ho posto come fondamento Gesù e il suo Vangelo, c’è il rischio che tu aggiunga modi di pensare o di fare che contrastano con il Vangelo. L’edificio deve crescere usando lo stesso materiale e rispettando lo stesso stile. Ho cercato di usare materiale prezioso, ma ora sembra che tu costruisca con legno e paglia, ma sarai esaminato dal Signore. Il giudizio di Dio è paragonabile ad un fuoco. Il fuoco consuma il materiale scadente, mentre rende più puro e luminoso quello prezioso”. 

Il fuoco era una metafora del giudizio usata nel Primo Testamento. Malachia annuncia che, nel giudizio, i malvagi saranno bruciati senza salvare radice né germoglio (Ml 3,19) Paolo, pensa che il giudizio consumi le opere cattive, lasciando intatto l’operatore il quale, però, dovrà conoscere una profonda purificazione (Is 43,2). 

16. siete tempio di Dio e che lo Spirito di Dio abita in voi

L’edificio che si sta innalzando non è una costruzione qualsiasi, ma un tempio. La comunità è un tempio costituito da persone viventi ed abitato dallo Spirito. Permane sempre il rischio che altri sconvolgano la fede di alcuni ma «le solide fondamenta gettate da Dio resistono e portano questo sigillo: Il Signore conosce quelli che sono suoi, e ancora: Si allontani dall’iniquità chiunque invoca il nome del Signore» (2 Tm 2,19).

Il fondamento o la pietra angolare è Gesù Cristo: «Edificati sopra il fondamento degli apostoli e dei profeti, avendo come pietra d’angolo lo stesso Cristo Gesù. In lui tutta la costruzione cresce ben ordinata per essere tempio santo nel Signore; in lui anche voi venite edificati insieme per diventare abitazione di Dio per mezzo dello Spirito» (Ef 2,20- 22). «Lo Spirito di verità rimane presso di voi e sarà in voi» (Gv 14,17). 

v.17 Se uno distrugge il tempio di Dio, Dio distruggerà lui

 Dio farà tutto il possibile per salvaguardare la sua casa. «Avvertite gli Israeliti di ciò che potrebbe renderli impuri, perché non muoiano per la loro impurità, qualora rendessero impura la mia Dimora che è in mezzo a loro» (Lv 15,31). «Poiché tu hai profanato il mio santuario con tutte le tue nefandezze, anche io raderò tutto» (Ez 5,11). 

18Nessuno si illuda. Se qualcuno tra voi si crede un sapiente in questo mondo, si faccia stolto per diventare sapiente, 19perché la sapienza di questo mondo è stoltezza davanti a Dio. Sta scritto infatti: Egli fa cadere i sapienti per mezzo della loro astuzia. 20E ancora: Il Signore sa che i progetti dei sapienti sono vani. 21Quindi nessuno ponga il suo vanto negli uomini, perché tutto è vostro: 22Paolo, Apollo, Cefa, il mondo, la vita, la morte, il presente, il futuro: tutto è vostro! 23Ma voi siete di Cristo e Cristo è di Dio.

18… la sapienza di questo mondo è stoltezza davanti a Dio

Le qualità ammirate dagli uomini, per le quali una persona viene considerata sapiente da loro, ossia una persona riuscita, sono disprezzate dal Signore. Perciò, la «sapienza» di questo mondo, s’intende quella che nasce dall’egoismo per poi consolidarlo, è stoltezza davanti a Dio. Al contrario, Egli onora quelle virtù che vengono in via normale svalutate dall’uomo, dall’uomo «carnale» che non è in sintonia con lui.

20. I progetti dei sapienti sono vani

Nel futuro la falsa sapienza mostrerà tutta la sua inconsistenza. «Egli esalta gli umilia e solleva a prosperità gli afflitti; è lui che rende vani i pensieri degli scaltri, perché le loro mani non abbiano successo. Egli sorprende i saccenti nella loro astuzia e fa crollare il progetto degli scaltri. Di giorno incappano nel buio, in pieno sole brancolano come di notte. Egli invece salva il povero dalla spada della loro bocca e dalla mano del violento» (Gb 5,11-15)

22. Tutto è vostro. Voi siete di Cristo e Cristo è di Dio

Non voi siete di Paolo o di Apollo! Non mettetevi al loro servizio come se dovreste dipendere da loro, ma sono loro che devono porsi a vostro servizio. «Non annunciamo noi stessi, ma Cristo Gesù Signore: quanto a noi, siamo i vostri servitori a causa di Gesù» (2 Cor 4,5). 

Non soltanto questi ministri ma tutto ciò che esiste, il mondo, la vita e perfino la morte viene dato ai credenti come dono. Dio «che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha consegnato per tutti noi, non ci donerà forse ogni cosa insieme a lui?» (Rm 8,34). «Dio sarà tutto in tutti» (1 Cor 15,28). Essi possiedono ogni cosa perché tutto concorre al loro vantaggio; la morte e il tempo non sono più forze ostili ma beni messi a disposizione perché Cristo ha reso possibile questa trasformazione. 

Voi siete di Cristo: «Nessuno di noi, vive per se stesso e nessuno muore per se stesso, perché se noi viviamo, viviamo per il Signore, se noi moriamo, moriamo per il Signore. Sia che viviamo, sia che moriamo, siamo del Signore. Per questo infatti Cristo è morto ed è ritornato alla vita: per essere il Signore dei morti e dei vivi» (Rm 14, 7-9). «Per loro io consacro me stesso, perché siano anch’essi consacrati nella verità» (Gv 17,19). Cristo è di Dio: «Una voce dalla nube diceva: “Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo» (Mt 17,5). 

4 1Ognuno ci consideri come servi di Cristo e amministratori dei misteri di Dio. 2Ora, ciò che si richiede agli amministratori è che ognuno risulti fedele. 3A me però importa assai poco di venire giudicato da voi o da un tribunale umano; anzi, io non giudico neppure me stesso, 4perché, anche se non sono consapevole di alcuna colpa, non per questo sono giustificato. Il mio giudice è il Signore! 5Non vogliate perciò giudicare nulla prima del tempo, fino a quando il Signore verrà. Egli metterà in luce i segreti delle tenebre e manifesterà le intenzioni dei cuori; allora ciascuno riceverà da Dio la lode.

4 1Ognuno ci consideri come servi di Cristo e amministratori dei misteri di Dio.

Paolo esalta e circoscrive il ruolo dei ministri della Chiesa. Cristo agisce nella persona dei suoi inviati ma essi rimangono soltanto servi e amministratori. Non sono né i protagonisti nell’evangelizzazione, né i padroni della comunità. I fedeli non devono aggrapparsi in modo eccessivo a nessun ministro ma piuttosto onorare Cristo che agisce in loro. 

Cristo impose a Paolo: «Ora àlzati e sta’ in piedi; io ti sono apparso infatti per costituirti ministro e testimone di quelle cose che hai visto di me e di quelle per cui ti apparirò … perché (le nazioni) si convertano dalle tenebre alla luce e dal potere di Satana a Dio» (At 26,15-18). «Il vescovo, come amministratore di Dio, deve essere irreprensibile» (Tt 1,7). 

Il fedele che non ha il ruolo della presidenza della comunità, riceve in ogni caso dei doni da distribuire ai fratelli: «Ciascuno, secondo il dono ricevuto, lo metta a servizio degli altri, come buoni amministratori della multiforme grazia di Dio. Chi parla, lo faccia con parole di Dio; chi esercita un ufficio, lo compia con l’energia ricevuta da Dio» (1 Pt 4,10-11). 

L’impegno primario di ogni ministro sta nella fedeltà al suo compito. Questa è l’unica qualità sulla quale può essere valutato. «Un inviato fedele porta salute» (Pr 13,17). «Chi è dunque il servo fidato e prudente, che il padrone ha messo a capo dei suoi domestici per dare loro il cibo a tempo debito? Beato quel servo che il padrone, arrivando, troverà ad agire così! Davvero io vi dico: lo metterà a capo di tutti i suoi beni» (Mt 24,45-47). 

3A me però importa assai poco di venire giudicato da voi o da un tribunale umano

L’apostolo è rimasto addolorato del mancato riconoscimento da parte della comunità ma sa che il valore del suo ministero non dipende dal giudizio degli uomini ma da quello del Signore. L’uomo vale soltanto secondo la valutazione attribuitagli da Dio. Di conseguenza, non vale neppure la valutazione con l’apostolo potrebbe onorarsi perché anche questa valutazione apparterebbe sempre alle stime umane. Soltanto il Signore che conosce in modo totale il cuore di ognuno è in grado di stabilire il valore di ogni persona. «L’uomo vede l’apparenza, ma il Signore vede il cuore» (1 Sam 16,7). «Le inavvertenze, chi le discerne? Assolvimi dai peccati nascosti» (Sal 19,13). «Non entrare in giudizio con il tuo servo: davanti a te nessun vivente è giusto» (Sal 143,2). 

5Non vogliate perciò giudicare nulla prima del tempo, fino a quando il Signore verrà.

«Non giudicate e non sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati; perdonate e sarete perdonati» (Lc 6,37). 2Non c'è nulla di nascosto che non sarà svelato, né di segreto che non sarà conosciuto.

«Tutti dobbiamo comparire davanti al tribunale di Cristo, per ricevere ciascuno la ricompensa delle opere compiute quando era nel corpo, sia in bene che in male» (2 Cor 5,10). 

6Queste cose, fratelli, le ho applicate a modo di esempio a me e ad Apollo per vostro profitto, perché impariate dalle nostre persone a stare a ciò che è scritto, e non vi gonfiate d’orgoglio favorendo uno a scapito di un altro. 7Chi dunque ti dà questo privilegio? Che cosa possiedi che tu non l’abbia ricevuto? E se l’hai ricevuto, perché te ne vanti come se non l’avessi ricevuto? 8Voi siete già sazi, siete già diventati ricchi; senza di noi, siete già diventati re. Magari foste diventati re! Così anche noi potremmo regnare con voi. 9Ritengo infatti che Dio abbia messo noi, gli apostoli, all’ultimo posto, come condannati a morte, poiché siamo dati in spettacolo al mondo, agli angeli e agli uomini.

6… non vi gonfiate d’orgoglio favorendo uno a scapito di un altro. 

Sta per concludere il suo insegnamento riguardante la contrapposizione tra gli evangelizzatori operata dai fedeli. Essi vogliono vantarsi d’appartenere ad uno rispetto all’altro ma in questo modo, oltre a inorgoglirsi in modo improprio, collocano l’evangelizzatore preferito in contrapposizione a quello meno valorizzato. Da questo sentimento, nasce la divisione. Ragionando in questi termini, essi avrebbero dovuto privilegiare Paolo che non è stato soltanto il loro maestro ma il loro padre, il fondatore. 

7Chi dunque ti dà questo privilegio? Che cosa possiedi che tu non l’abbia ricevuto? E se l’hai ricevuto, perché te ne vanti come se non l’avessi ricevuto?

I fedeli non devono pensare di essere stati ingegnosi o particolarmente meritevoli nell’aver goduto del servizio d’un ministro al posto d’un altro perché l’istruzione offerta da ognuno di loro è stato un dono di Dio del tutto gratuito ed immeritato. Il ragionamento di Paolo vale per qualsiasi altro bene e per qualsiasi altra qualità di cui un cristiano è dotato. «Da te provengono [o Signore] la ricchezza e la gloria, con la tua mano dai a tutti ricchezza e potere. Ed ora, nostro Dio, noi ti ringraziamo e lodiamo il tuo nome glorioso. E chi sono io e chi è il mio popolo, per essere in grado di offrirti tutto questo spontaneamente? Tutto proviene da te: noi, dopo averlo ricevuto dalla tua mano, te l’abbiamo ridato. 16Signore, nostro Dio, quanto noi abbiamo preparato per costruire una casa al tuo santo nome proviene da te ed è tutto tuo» 1 Cr 29,12-16). I malvagi, invece, «confidano nella loro forza, si vantano della loro grande ricchezza» (Sal 49,7). 

8Voi siete già sazi, siete già diventati ricchi; senza di noi, siete già diventati re. Magari foste diventati re! Così anche noi potremmo regnare con voi. 

L’apostolo si serve dell’ironia come mezzo pedagogico. I cristiani di Corinto che hanno ricevuto molti doni carismatici, rischiano di sentirsi superiori a tutti. In realtà, si tratta di una falsa percezione di sé. Si sentono come dei regnanti, cioè uomini potenti dal punto di vista spirituale. Nonostante la persuasione di alcuni, il regno di Dio non si è ancora realizzato in pienezza. Magari ciò fosse avvenuto perché allora anche lui potrebbe beneficiarne. In realtà, egli non gode affatto di una vita privilegiata, tipica dei potenti, ma sperimenta una vita da persone umile e disprezzata, simile a quella vissuta da Gesù. È questa la via normale, per ora, per ogni cristiano. Lo stato di gloria verrà donato in seguito. «Se perseveriamo, con lui (Cristo) anche regneremo» (2 Tm 2,12). «Tu (Chiesa di Laodicea) dici: Sono ricco, non ho bisogno di nulla. Ma non sai di essere un infelice, un miserabile. Ti consiglio di comperare da me oro…» (Ap 3,17). 

9Ritengo infatti che Dio abbia messo noi, gli apostoli, all’ultimo posto, come condannati a morte, poiché siamo dati in spettacolo al mondo, agli angeli e agli uomini.10Noi stolti a causa di Cristo, voi sapienti in Cristo; noi deboli, voi forti; voi onorati, noi disprezzati. 11Fino a questo momento soffriamo la fame, la sete, la nudità, veniamo percossi, andiamo vagando di luogo in luogo, 12ci affatichiamo lavorando con le nostre mani. Insultati, benediciamo; perseguitati, sopportiamo; 13calunniati, confortiamo; siamo diventati come la spazzatura del mondo, il rifiuto di tutti, fino ad oggi. 

La vita di un apostolo, a differenza di quanto pretendono i Corinti, non è soltanto una partecipazione (a titolo d’esempio) al momento della Trasfigurazione di Gesù, cioè una esperienza di luce, di beatitudine e di gloria ma è un’imitazione dell’esistenza sofferente di Cristo. Senza poter godere di particolari privilegi, i ministri di Cristo si trovano all’ultimo posto della scala sociale e mostrano i loro travagli agli occhi di tutti, come all’epoca accadeva ai gladiatori. Espone in dettaglio le sofferenze fisiche patite ma soprattutto attribuisce grande importanza agli atteggiamenti interiori con cui le ha affrontate rispondendo bene per male. 

Tribolazioni e persecuzioni non impediscono il Signore Gesù a raggiungere il suo ministro con la sua amorevole assistenza (cf Rm 8,35). All’interno stesso del suo travaglio più oneroso, egli scopre l’aiuto e il sollievo: «Siamo tribolati, ma non schiacciati; siamo sconvolti, ma non disperati; perseguitati ma non abbandonati; colpiti ma non uccisi» (2 Cor 4,8-9). Paolo considera un dono elargito ai suoi fedeli se anche loro partecipassero a queste sofferenze: «A voi è stata data la grazia non solo di credere in lui, ma abche di soffrire per lui, sostenendo la stessa lotta che mi avete visto sostenere e sapete che sostengo anche ora» (Fil 1,29-30). 

14Non per farvi vergognare vi scrivo queste cose, ma per ammonirvi, come figli miei carissimi. 15Potreste infatti avere anche diecimila pedagoghi in Cristo, ma non certo molti padri: sono io che vi ho generato in Cristo Gesù mediante il Vangelo. 16Vi prego, dunque: diventate miei imitatori! 17Per questo vi ho mandato Timòteo, che è mio figlio carissimo e fedele nel Signore: egli vi richiamerà alla memoria il mio modo di vivere in Cristo, come insegno dappertutto in ogni Chiesa. 

Non vuole umiliare ma ammonire: «C’è una vergogna che porta al peccato e c’è una vergogna che porta gloria e grazia» (Sir 4,21). I fedeli dovrebbero dare importanza allo stile di vita presentato dall’apostolo e cercare di imitarlo. È stato loro padre e i figli imitano il comportamento positivo del genitore. Così si è comportato il discepolo Timoteo: «Tu mi hai seguito da vicino nell’insegnamento, nel modo di vivere, nei progetti, nella fede, nella magnanimità, nella carità, nella pazienza, nelle persecuzioni, nelle sofferenze. Quali persecuzioni ho sofferto! Ma da tutte mi ha liberato il Signore!» (2 Tm 3,10-11 Cf Eb 10,33). «Se tu avrai avvertito il giusto di non peccare ed egli non peccherà, egli vivrà, perché è stato avvertito e tu ti sarai salvato» (Ez 3,21). 

18Come se io non dovessi venire da voi, alcuni hanno preso a gonfiarsi d’orgoglio. 19Ma da voi verrò presto, se piacerà al Signore, e mi renderò conto non già delle parole di quelli che sono gonfi di orgoglio, ma di ciò che veramente sanno fare. 20Il regno di Dio infatti non consiste in parole, ma in potenza. 21Che cosa volete? Debbo venire da voi con il bastone, o con amore e con dolcezza d’animo?

Alcuni membri della comunità avevano congetturato che Paolo non sarebbe più andato a Corinto e deliberarono di soppiantarlo nella sua autorità e soprattutto di stravolgere il suo insegnamento, per loro troppo impegnativo. In realtà egli assicura che andrà da loro quanto prima ed esaminerà la vita che conducono, verificherà le loro opere perché il Regno di Dio consiste in opere non in semplici dichiarazioni d’intenti. «Il Vangelo è potenza di Dio per la salvezza di chiunque crede» (Rm 1,16). 

Dall’atteggiamento e dal comportamento dei suoi oppositori, poi, dipende se egli dovrà essere più severo che misericordioso. «Vi supplico di non costringermi, quando sarò tra voi, ad agire con quell’energia che ritengo di dover adoperare contro alcuni, i quali pensano che noi ci comportiamo secondo criteri umani. Infatti le armi della nostra battaglia non sono carnali, ma hanno da Dio la potenza di abbattere le fortezze, distruggendo i ragionamenti e ogni arroganza che si leva contro la conoscenza di Dio, e sottomettendo ogni intelligenza all’obbedienza di Cristo. Perciò siamo pronti a punire qualsiasi disobbedienza. Se qualcuno ha in se stesso la persuasione di appartenere a Cristo, si ricordi che, se lui è di Cristo, lo siamo anche noi. In realtà, anche se mi vantassi di più a causa della nostra autorità, che il Signore ci ha dato per vostra edificazione e non per vostra rovina, non avrò da vergognarmene» (2 Cor 10,2-8).


Donna nella Bibbia

Donna. Nota in “La Bibbia. Scrutate le Scritture”, p. 3010. 

Dai primi versetti della Bibbia, in cui, è il culmine della creazione, insieme all'uomo, fino agli ultimi, la donna è figura fondamentale. 

1. Nella coppia umana, l'alterità uomo donna è immagine della comunione intra-divina e della sua fecondità. L'alleanza che Dio vuole sigillare con l'umanità è uno sposalizio. La donna tentatrice e adultera rappresenta l'umanità peccatrice e idolatra. Dio vuole continuamente riportare a sé e alla comunione sponsale del suo regno la donna/Israele che l’aveva tradito. Lungo tale storia d’infedeltà, sorgono tante donne che sono esempi di fedeltà, sapienza e coraggio, prefigurazioni della benedetta fra le donne, Maria Nuova Eva che apre la porta alla salvezza ed è icona della comunità dei salvati. 

«Dio creò l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò: maschio e femmina li creò» (Gen 1,27). «Il Signore Dio condusse [la donna] all’uomo. Allora l’uomo disse: “Questa volta è osso dalle mie ossa, carne dalla mia carne”. Per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie, e i due saranno un’unica carne» (Gen 2,22-24). «L’uomo non divida quello che Dio ha congiunto» (Mt 19,6). 

2. L'alleanza che Dio vuole sigillare con l'umanità è uno sposalizio. «Sarai una magnifica corona nella mano del Signore, un diadema regale nella palma del tuo Dio. Nessuno ti chiamerà più Abbandonata, né la tua terra sarà più detta Devastata, ma sarai chiamata Mia Gioia e la tua terra Sposata, perché il Signore troverà in te la sua delizia e la tua terra avrà uno sposo. Come gioisce lo sposo per la sposa, così il tuo Dio gioirà per te» (Is 62,3-5). «Ti farò mia sposa per sempre, ti farò mia sposa nella giustizia e nel diritto, nell’amore e nella benevolenza, ti farò mia sposa nella fedeltà e tu conoscerai il Signore» (Os 2,21-22). 

3. La donna tentatrice e adultera rappresenta l'umanità peccatrice e idolatra. «Per questo sono state fermate le piogge e gli acquazzoni di primavera non sono venuti. Sfrontatezza di prostituta è la tua, non vuoi arrossire. E ora gridi verso di me: “Padre mio, amico della mia giovinezza tu sei! Manterrà egli il rancore per sempre? Conserverà in eterno la sua ira?”. Così parli, ma intanto commetti tutto il male che puoi… Come una moglie è infedele a suo marito, così voi, casa di Israele, siete stati infedeli a me» (Ger 3,3-5; cf Ez 16,1-59). «La donna era vestita di porpora e di scarlatto, adorna d’oro, di pietre preziose e di perle; teneva in mano una coppa d’oro, colma degli orrori e delle immondezze della sua prostituzione. Sulla sua fronte stava scritto un nome misterioso: “Babilonia la grande, la madre delle prostitute e degli orrori della terra”» (Ap 17,4-5).

4. Dio vuole continuamente riportare a sé e alla comunione sponsale del suo regno la donna/Israele che l’aveva tradito: «Come una donna abbandonata e con l’animo afflitto, ti ha richiamata il Signore. Viene forse ripudiata la donna sposata in gioventù? – dice il tuo Dio. Per un breve istante ti ho abbandonata, ma ti raccoglierò con immenso amore» (Is 54,6-7). «Ma io mi ricorderò dell’alleanza conclusa con te al tempo della tua giovinezza. Io stabilirò la mia alleanza con te e tu saprai che io sono il Signore, perché te ne ricordi e ti vergogni e, nella tua confusione, tu non apra più bocca, quando ti avrò perdonato quello che hai fatto» (Ez 16,60-63).

5. Lungo tale storia d’infedeltà, sorgono tante donne che sono esempi di fedeltà, sapienza e coraggio, prefigurazioni della benedetta fra le donne, Maria Nuova Eva che apre la porta alla salvezza ed e icona della comunità dei salvati. Vediamo alcuni esempi di donne virtuose. Le levatrici egiziane salvaro i neonati sfidando Faraone (Es 1,17-20). La madre e la sorella si presero cura del bambino Mosé salvandolo dalla morte (Es 2,1-10). Maria, sorella di Mosè e altre donne celebrano il passaggio del Mar rosso con tamburelli e danze (Es 15,20). Raab, l’albergatrice di Gerico, nasconde gli esploratori d’Israele sfidando il volere del re (Cf Gs 2,1-10). Debora è giudice d’Israele e aiuta Barak contro i Filistei (Gdc 4). Rut rimane fedele alla suocera, si coverte al vero Dio e diventa antenata del Messia. Anna, la povera esaudita da Dio, gli offre Samuele in spirito di lode e ringraziamento (cf 1 Sam 1,1-2,11). La vedova fenicia di Sarepta accoglie e nutre il profeta Elia in tempo di carestia (cf 1 Re 17,7-24). Giudita ed Ester rischiano la vita per salvare il popolo. La madre dei fratelli Maccabei esorta i figli ad ad affrontare il martirio pur di rimanere obbedienti a Dio (cf 2 Mac 7, 20-23). 

6. Maria, compendia in se stessa le qualità di tutte le donne sante d’Israele: riceve l’elogio («Benedetta tu fra le donne!» Lc 1,42) già espresso a favore di Giaele: «Sia benedetta fra le donne Giaele, benedetta fra le donne della tenda!» (Gdc 5,24); a favore di Rut: «Sii benedetta dal Signore, figlia mia!» (Rut 3,10); soprattutto a favore di Giuditta: «Benedetta sei tu, davanti ad Dio Altissimo più di tutte le donne che vivono sulla terra» (Gdt 13,18). Rievoca la benedizione rivolta ad Abigail da parte di Davide: «Benedetto il tuo senno e benedetta tu che sei riuscita a impedirmi oggi di farmi giustizia da me» (1 Sam 25,33). Come Sara, la sposa di Tobi, porta la benedizione nella sua nuova famiglia ( cf Tb 11,17). 

Maria è la nuova Eva che porta la salvezza: avverte il bisogno dell’umanità priva del vino dello Spirito (Gv 2,3) ed è madre dei redenti da Cristo, sua collaboratrice nella sua missione (Gv 19,26). «Il drago si pose davanti alla donna, che stava per partorire, in modo da divorare il bambino appena lo avesse partorito. Essa partorì un figlio maschio, destinato a governare tutte le nazioni con scettro di ferro, e suo figlio fu rapito verso Dio e verso il suo trono. La donna invece fuggì nel deserto, dove Diole aveva preparato un rifugio» (Ap 12,4-5). 

7. La donna è immagine della comunità dei salvati: «Coraggo, figlia [donna emoroissa], la tua fede ti ha salvata» (Mt 9,22). «Donna, grande è la tua fede! Avvenga a te come desideri!» (Mt 15,28; cf Lc 7,50). «La tua fede ti ha salvata [la peccatrice], và in pace!» (Lc 7,50). «Donna (curva da 18 anni)! Sei liberata dalla tua malattia» (Lc 13,12). «La donna, quando partorisce, è nel dolore, perché è venuta la sua ora; ma, quando ha dato alla luce il bambino, non si ricorda più della sofferenza, per la gioia che è venuto al mondo un uomo. Così anche voi, ora, siete nel dolore; ma vi vedrò di nuovo e il vostro cuore si rallegrerà e nessuno potrà togliervi la vostra gioia» (Gv 16,21-22). Cristo «ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei, per renderla santa, purificandola con il lavacro dell’acqua mediante la parola, e per presentare a se stesso la Chiesa tutta gloriosa, senza macchia né ruga o alcunché di simile, ma santa e immacolata» (Ef 5,25-27).