a cura di Vincenzo Bonato, monaco camaldolese. L'esistenza dell'opera musicale non è quella inerte e muta dello spartito ma quella viva e sonora dell'esecuzione. Applicando il paragone alla Bibbia, dobbiamo riconoscere che la sua vera interpretazione sta nel vissuto personale e comunitario del credente (R. Penna)
sabato 6 agosto 2011
Nella cella del vino (Cantico 2, 4-7)
Mi ha introdotto nella cella del vino e il suo vessillo su di me è amore. Il vino è un ingrediente normale di una festa. La ragazza sembra dire: mi ha fatto entrare nella cantina dove si beve vino squisito; è una metafora per parlare della gioia del rapporto amoroso. Il suo vessillo su di me è amore: la ragazza, assediata come una città, è stata conquistata non dalla violenza ma dall’amore.
Il banchetto con vini raffinati, immagine dei tempi messianici, è stata usata da Gesù per parlare del suo regno, fino alla pienezza del suo sviluppo. «[La ragazza] esorta ad affrettarsi [ad attingere] la dolcezza che Cristo versa [in noi] mediante il suo insegnamento, dal momento che afferma: Procuratevi un cibo che non perisce ma che dura in eterno (Gv 6,27). Ha detto anche: Beati gli occhi che vedono ciò che voi vedete e beate le orecchie che ascoltano ciò che voi ascoltate (Lc 10,23)» .
Essere introdotti nella cella del vino, significa pregustare la vita eterna: ci ha introdotti «nella speranza della gloria futura, e così mi ha infuso una gioia tale per cui non sento le fatiche della vita presente» . «In senso metaforico il vino indica la grazia dello Spirito Santo. La stanza del vino è la Chiesa, perché lo Spirito Santo si dona e si riceve restando uniti ad essa. Dio l’ha costruita per sé come una casa e lo Spirito Santo l’ha consacrata comunicandole i suoi doni» .
Entrare nella cella del vino e attingere da questa bevanda significa assorbire l’amore che viene da Dio: «Vuol dire: mi ha fatto bere amore immergendomi nel suo amore. Ha ordinato in me la sua carità, conformandomi ad essa e adattandola a me. Così beve dello stesso amore del suo Amato, quell’amore che egli infonde in essa» .
Attingendo l’amore autentico, il cristiano viene trasformato nel Signore stesso; cresce nella capacità di donarsi fino a prospettare perfino, in modo paradossale, di essere lui separato dal Signore, se questo servisse al bene dei fratelli. In altre parole: accetta il massimo danno per sé, pur di essere utile agli altri. «Ora, nella cella vinaria non c'è nient'altro che il vino. Tutto quello che ci entra, tutto quello che ci viene versato o è vino o diventa vino perché l'amore di Dio prende e comprende tutto, e lo trasforma come il fuoco di questo mondo nella propria sostanza. E qui l'abbondanza del vino, la ricchezza della casa di Dio e il torrente della voluttà (cf. Sal 35, 9) accendono l’ardore nella carità. La fanno traboccare fuori di misura e espandere verso lo scopo a cui tende. La carità sembra diventare disordinata. È in questa condizione spirituale che Paolo vorrebbe essere anatema, se parato da Cristo a vantaggio dei suoi fratelli (Rm 9, 3), e Mosè chiede di essere cancellato dal libro della vita se il peccato mortale non viene perdonato al popolo di Dio (cf. Es 32, 33-34)» .
Entrare nella cella del vino significa penetrare nella sapienza divina, fare nostro il modo di pensare e di agire del Signore. Si distingue tra scienza e sapienza: la prima riguarda lo studio delle questioni di fede ed essa non è accessibile a tutti; la sapienza invece è la saggezza che scaturisce dall’amore ed essa è una possibilità aperta a tutti. «Le cose che appartengono alla scienza non sono alla portata di tutti, ma quelli che le apprendono le ricavano con fatica come dal di fuori. Invece le cose che sono proprie della sapienza vengono raggiunte anche dai semplici figli di Dio che pensano in maniera corretta sul Signore e cercano Dio con un cuore semplice (cf. Sap 1,1) come qualcosa che si forma all'interno della natura stessa e viene prodotto senza sforzo gratuitamente. La cella del vino è come l'intimità della sapienza di Dio, lo stato dello spirito che aderisce più pienamente a Dio, capace di comunicare in modo sicuro e familiare con le realtà celesti nel modo in cui progredisce e viene sostenuto dalla grazia illuminante» .
Il suo vessillo su di è amore.
È come se dicesse: sono stata conquistata dalle sue premure e dalla sua tenerezza.
Sostenetemi con focacce d’uva passa, rinfrancatemi con pomi, perché io sono malata [o ferita] d’amore. «La debolezza del cuore umano non ha forza per sopportare alcun eccesso di gioia né di dolore» . La ragazza, innamoratissima, chiede di essere rafforzata con pomi e con focacce d’uva, che erano considerate afrodisiache. Ciò significa che la donna, malata d’amore, vuole essere guarita con un incremento d’amore.
La Sposa Israele dichiara a riguardo del suo rapporto con Dio: «Sono malata d’amore per Lui, essendo assetata di Lui qui nel mio esilio» .
La Chiesa può essere malata o ferita dall’amore per il Signore. «Come è beato essere ferito da questa freccia! Da essa erano stati feriti [i due discepoli di Emmaus] che si parlavano l’un l’altro dicendo: Non ardeva forse il nostro cuore lungo la via, quando egli ci spiegava le Scritture? Se qualcuno [mentre predico] è ferito dalla nostra parola, se qualcuno è ferito dal magistero della Scrittura divina, può dire: sono ferito dalla carità» .
L’essere sostenuti significa continuare a fissare l’attenzione su quel modello di carità che è Gesù stesso: «Il Signore Gesù ci ha indicato, tramite la sua manifestazione nella carne, tutto ciò che riguarda il progetto di salvezza e ne ha offerto il modello nella sua stessa persona, come attesta lui stesso: Imparate da me poiché sono mite e umile di cuore (Mt 11,29). Egli dimorò sulla terra in carne e sangue; rinunciò alla gioia che gli era posta davanti, condivise spontaneamente la nostra miseria e si umiliò fino a esperimentare la nostra morte. Per questo la sposa chiede: Sostenetemi affinché, guardando sempre verso l’alto, possa osservare, con diligenza, gli esempi virtuosi che irradiano dallo sposo. Là c’è la mitezza e il dominio dell’ira, là c’è il superamento del rancore verso i nemici, la bontà per gli infelici e il rendere bene per male, la c’è la temperanza, la purezza, la pazienza, là c’è il rifiuto della vanagloria e di ogni inganno terreno» .
La sua sinistra sta sotto la mia testa e la sua destra mi cingerà.
«La sposa innamorata continua a chiedere soccorsi per il suo malore. Il naturale rimedio per quelli che vengono meno per amore è vedersi uniti a quelli che amano; mostrino loro segni di affetto e di desiderio e si rammarichino del proprio male, perché da lui viene l'affanno e da lui deve venire il sollievo e il riposo. Così la sposa, svenuta, chiede al suo sposo che venga a lei, la sostenti e la cinga con le sue braccia. Non si è mostrato negligente lo sposo, perché al suo malore subito è accorso e l'ha presa tra le braccia; come lei ha detto: ponendo il braccio sinistro sotto la sua testa e abbracciandola con il destro» .
«La sua sinistra è sotto il capo quando i cuori dei fedeli, durante questa vita, ricevono soccorso grazie alla partecipazione ai sacramenti, alla caparra dello Spirito e all’aiuto delle Scritture, beni donati da Dio come sostegno nel pellegrinaggio» .
L’amplesso con Dio ci stringe a sé è lo stesso Spirito Santo perché è lui che ravviva l’amore di Cristo per noi e l’amore nostro per Cristo: «Quest’amplesso avviene nell'uomo, ma in realtà è sopra dell'uomo. Infatti quest’amplesso è lo Spirito Santo. Colui che è la comunione del Padre e del Figlio di Dio, che è la carità, l'amicizia, l'amplesso appunto, è lui stesso a trovarsi tutto nell’amore dello Sposo e della Sposa. Ma la maestà [dello Spirito] da un lato è consustanziale alla natura, dall'altro è dono di grazia. Lì [in Cristo] è una dignità, qui una condiscendenza. Eppure si tratta dello stesso Spirito, assolutamente lo stesso, e quest’amplesso comincia qui ma si compirà da un'altra parte» .
Non svegliate, non destate dal sonno la mia amata finché non lo vuole lei. Infine supplica le amiche di non disturbare quel sonno riposante che è il suo stato d’innamorata. Lo fa richiamandosi alle gazzelle e alle cerve, ossia alle forze integre e possenti della natura.
«È abitudine di tanta gente, predire felicità o disgrazia, augurare il bene o il male secondo il desiderio o l'attività dell'altro: così a uno che studia diciamo: possa essere un bravo studioso; al marinaio: possa tu avere un buon viaggio, ecc... Nella vita dello spirito sono di disturbo quelli che risvegliano agli affanni di questa vita un'anima che è ferita dall'amore di Dio e che riposa nelle sue braccia. Questo è il senso del passo» .
Le attività possono dissipare, distruggere il nostro riposo in Dio. Il monaco, in primo luogo, ma anche qualsiasi credente deve immergersi negli impegni quando e nel modo in cui lo richiede l’amore e non la gratificazione fasulla dell’attivismo: «La Sposa è costretta a risvegliarsi quando la distolgono dal sonno della contemplazione, viene scossa quando la chiamano al lavoro. Per questo vuole essere svegliata e chiamata solo se la verità della carità è lei stessa a distoglierla dalla contemplazione dell'amata verità, e in questo caso non rifiuta mai di lavorare e di fare il suo dovere com'è necessario» .
venerdì 5 agosto 2011
Cantico (7) Reciproci elogi
15 Come sei bella, amica mia, come sei bella! I tuoi occhi sono colombe. 16 Come sei bello, mio diletto, quanto grazioso! Anche il nostro letto è verdeggiante. Le travi della nostra casa sono i cedri, nostro soffitto sono i cipressi.
I reciproci complimenti sono come balbettii d’innamorati, presi da ammirazione reciproca. «Tutto è come un amoroso certame tra lo sposo e la sposa, nel quale ciascuno cerca di superare l'altro nel dichiararsi amore e galanteria. Lo sposo loda la bellezza della sposa che, a suo parere, era sommamente bella; dice che è grande la sua bellezza con la ripetizione di parole, com’è tipico nella Sacra Scrittura; è come se dicesse: sei bella, bellissima» [1].
Come sei bella, amica mia, come sei bella! «Fino a questo punto la Chiesa ha presentato quali pegni d’amore abbia ricevuto dal suo sposo, il Cristo. Questi le risponde subito in contraccambio dicendole: anche tu sei bella; il fatto che tu mi ami ti fa diventare bella» [2]. Oppure come ulteriore spiegazione della bellezza acquisita: «Ho accolto in me il Figlio di Dio, ho ricevuto il Verbo diventato carne: mi sono accostata a lui, ch’è l’immagine di Dio, splendore riflesso della gloria di Dio e sono diventata bella» [3]
Come nella pratica si assimila lo splendore del Signore Gesù? «Chi si lascia prendere dall’ira, finisce con il diventare un tutt’uno con essa; chi si lascia vincere dal desiderio, si lascia andare al piacere; chi viene preso dalla viltà o dalla paura o da qualche altra passione, si conforma a queste. È vero anche il contrario: chi acconsente alla pazienza, alla purezza, allo spirito di pacificazione, al dominio di sé, alla sopportazione del dolore, al coraggio e all’incorruttibilità imprime nella sua personalità ognuna di queste doti e trova la pace nell’assenza da ogni turbamento, grazie alla stabilità della sua persona. Di conseguenza il Verbo dichiara alla sposa che si è resa bella: “Allontanandoti dal contatto col male, ti sei avvicinata a me; avvicinandoti alla Bellezza archetipa, tu stessa sei diventata bella perché rifletti la mia immagine come fossi uno specchio”. L’anima purificata dal Verbo, avendo lasciato alle spalle il male, ha potuto ricevere in se stessa il sole nel suo splendore e ora brilla insieme alla luce che le si è manifestata. Il Verbo può, quindi, dichiararle: “Ormai sei bella perché ti sei esposta alla mia luce; avvicinandoti ad essa hai conseguito la partecipazione alla mia bellezza”» [4]
I tuoi occhi sono colombe. L’espressione sta a significare che gli occhi sono messaggeri d’amore. «Il giovane cita gli occhi e dice che sono come quelli delle colombe orientali: sono grandi e molto rotondi, caratteristici per la lucentezza, per un velocissimo movimento e per il coloro strano che pare fuoco vivo» [5] In sintesi: lo sguardo trasmette attrazione amorosa.
Nell’interpretazione ebraica di Rashi, le colombe rappresentano gli Israeliti fedeli a Dio: «I tuoi occhi sono colombe: vi sono in te dei giusti che hanno aderito a me come la colomba che, dall’istante in cui conosce il suo compagno, non lo abbandona più per unirsi a un altro. Così si unirono a Lui tutti i figli di Levi e non peccarono con il vitello» [6]. Spesso gli occhi puri rappresentano o i migliori rappresentanti d’Israele o i migliori esponenti della Chiesa: «Gli occhi di coloro che comprendono e giudicano spiritualmente secondo l’uomo interiore, sono lo Spirito Santo. Queste parole significano: gli occhi tuoi sono spirituali, vedono spiritualmente, osservano spiritualmente» [7]. «I tuoi occhi sono occhi di colombe perché vedi Dio e [lo vedi] perché non cerchi altro al di fuori di Lui» [8].
Proprio grazie alla purezza degli occhi, ossia della nostra persona, noi possiamo comprendere il Signore con più grande profondità: «Se il suo occhio limpido è stato capace di accogliere l’immagine della colomba, allora può contemplare anche la bellezza dello sposo; adesso infatti la vergine rimane intenta alla figura dello sposo, ora che tiene impressa negli occhi l’immagine della colomba. Nessuno, infatti, può confessare che Gesù è Signore se non nello Spirito Santo» [9].
Un’altra applicazione. Noi possiamo scrutare nel mistero di Dio servendoci dell’occhio della ragione e di quello dell’amore. La ragione, se non è guidata dalla sapienza, può generare mostri ma se l’amore non è guidato dalla ragione diventa sentimentalismo o fanatismo irrazionale. Tuttavia nell’esistenza di fede il primato spetta alla carità: «Gli occhi della contemplazione sono due, la ragione e l’amore. Quando essi vengono illuminati dalla grazia si aiutano molto l’un l’altro nel senso che l’amore vivifica la ragione e la ragione rischiara l’amore, così lo sguardo diventa come quello delle colombe: semplice nel contemplare, prudente nel fare attenzione. E questi due occhi spesso diventano un occhio solo quando collaborano lealmente fra loro, quando mentre contemplano Dio, cosa in cui soprattutto agisce l'amore, la ragione si trasforma in amore e diventa una specie di’intelligenza spirituale e divina che supera e assorbe tutta la ragione» [10].
Ecco sei bello, amico mio, e attraente. La sposa – Israele riafferma la bellezza del suo Sposo, in contrasto con la sua negligenza: «Non la mia bellezza ma la tua. Sei tu che sei bello! Proprio soave perché sei passato sopra ai miei peccati e hai fatto dimorare in me la tua Shekhinà (Presenza)» [11].
La Chiesa contempla e celebra lo splendore di Cristo Gesù: «Ritengo che non ci sia nulla di bello oltre a te, quanto prima mi piaceva, ora lo disprezzo né m’inganno più nel valutare il pregio così da credere che ci sia un’altra bellezza oltre te. Non vale alcun onore umano, né gloria, né prestanza, né potere terreno. Tutti questi beni vengono ritenuti desiderabili a causa della sopravvalutazione di chi giudica lasciandosi ingannare dai sensi, mentre essi non valgono per quello che sono stimati. Come può essere bello ciò che per sua natura esiste solo relativamente? Le cose che vengono apprezzate in questo mondo, hanno consistenza soltanto nella stima delle persone che credono che esse abbiano un vero essere. Tu, invece, sei bello veramente; non soltanto bello, ma la bellezza per essenza; rimani sempre tale, sempre sei quello che sei. Non fiorisci in una stagione per poi sfiorire in un’altra ma prolunghi la tua bellezza in un’esistenza senza fine. Il tuo nome è Amore per gli uomini» [12].
Reciprocità: Come sei bello… Come sei bella. «La Sposa viene chiamata bella, anzi bella e amica, e lo Sposo bello, grazioso e amato. Infatti da quando la Sposa istruita dalle tentazioni, purificata dalla penitenza, illuminata da Dio ha cominciato a conoscere se stessa e a trovare in se stessa la persona che cercava, ormai lo Sposo e la Sposa entrano in intimità fra loro, si piacciono, si lodano reciprocamente e pregustano la gioia di congiungersi l'uno all'altra. Lo Sposo e la Sposa parlano fra loro, la Sposa con l'affetto della devozione, lo Sposo per effetto della grazia operante. O meglio la parola dello Sposo è l'opera della grazia che coinvolge, e la risposta della Sposa è la gioia stessa di una coscienza ben disposta» [13].
«Quand’è formato a somiglianza di Colui che lo fa, l’uomo diventa unito a Dio, cioè un solo spirito con Dio, bello nel bello, buono nel Buono. L’uomo in Dio è per grazia quello che Dio stesso è per natura» [14].
Anche il nostro letto è verdeggiante. La semplicità dell’ambiente campestre viene trasfigurata dagli amanti e avvertita da loro come un ambiente lussuoso. L’amore li rende dei principi.
«Lo chiama talamo fiorito perché il suo Sposo non solo è fiorito, ma è un narciso di Saron, un giglio delle valli. L’anima allora si adagia sul fiore stesso, che è il Figlio di Dio, il quale racchiude in sé profumo divino, fragranza, grazia e bellezza» [15].
Ogni credente deve fare di se stesso una dimora di quiete in cui abita Dio. «Il letto fiorito è la coscienza serena e la gioia dello Spirito Santo in questa (cf. 1 Ts 1,6), e il godimento continuo della verità alla sua stessa fonte. E a questo proposito che lo Sposo dice: su chi riposerà il mio Spirito se non sull'umile e mite, e su chi teme le mie parole (cf. Is 66, 12)? Beata la coscienza che cercando sempre il volto del Signore dopo i travagli delle fatiche materiali, dopo le tribolazioni delle prove spirituali trova sempre pronta dentro di sé una dimora di quiete e un letto fiorito, cioè la gioia particolare della propria testimonianza. Ed è a questa che si riferisce sempre lo stesso Paolo quando dice: Questa è la nostra gloria, la testimonianza della nostra coscienza (2 Cor 1, 12)» [16].
Nell’attività non dobbiamo disperderci o dissiparci ma conservare sempre un radicamento nell’interiorità: «Beata anche la coscienza che una volta uscita dalla gioia di questa soavità interiore per andare dovunque sia richiesto da un'opera necessaria o dalle esigenze della carità sia sempre pronta a ritornarci. E se uno è costretto a uscire rimanga sempre attaccato a quel posto con il legame forte dell'amore, così non si allontanerà troppo. E la forza della necessità esteriore non prevalga mai al punto da strappare tutto lo spirito della Sposa dalla virtù della soavità ulteriore» [17].
Capitolo 2. 1 Io sono un narciso di Saron, un giglio delle valli. 2 Come un giglio fra i cardi, così la mia amata tra le fanciulle. 3 Come un melo tra gli alberi del bosco, il mio diletto fra i giovani. Alla sua ombra, cui anelavo, mi siedo e dolce è il suo frutto al mio palato.
Io sono un narciso di Saron, un giglio delle valli. Il fiore è espressione di bellezza, freschezza e attrazione; forse si tratta del fiore di loto. Forse è la ragazza a parlare ma in genere quest’espressione iniziale viene attribuita al giovane. Nel v. 2 il diletto sembra voler confermare l’autopresentazione della ragazza.
Gesù racchiude in sé tutte le qualità degli uomini santi vissuti prima di Lui: «Io sono bello e grazioso, poiché sono un fiore del campo e un giglio delle valli, sono cioè lo splendore del genere umano, l'onore di parenti umili, di padri poveri in spirito, cioè di Abramo, di Isacco, di Giacobbe, di David e di tutti gli altri, che sebbene furono monti per i loro meriti, nell'animo erano valli, e sebbene fossero ricchi di beni tuttavia erano poveri nello spirito. Di costoro, dunque, io sono lo splendore e la bellezza, veramente fiore, veramente giglio, poiché bello nel suo aspetto più di tutti i figli degli uomini. Nessuno dei figli degli uomini, infatti, possiede un aspetto come io ho» [18]. «Sono il fiore delle valli e non dei monti perché rivelo la bellezza della mia umanità e lo splendore dell’eterna divinità soprattutto agli umili e a quelli disposti a sopportare» [19].
Come un giglio fra i cardi, così la mia amata tra le fanciulle. «Il fiore che nasce tra i cardi è tanto più amato e apprezzato, quanto più sono odiose le spine tra le quali nasce; attraverso la bruttezza di quelle risalta la sua bellezza» [20].
Il giglio tra i cardi rappresenta il popolo eletto in mezzo alle nazioni pagane; sollecitato a darsi all’idolatria, esso rimane fedele a Dio: «Le spine pungono il giglio eppure esso rimane sempre nella sua bellezza, così la mia amica tra le fanciulle; la seducono ad andare dietro a loro e a prostituirsi come loro con gli dèi stranieri, eppure essa rimane nella sua fedeltà» [21].
La Chiesa vive una situazione simile a quella dell’antico popolo, anch’essa fiorisce tra le avversità: «La Chiesa è rosa tra i cardi e non rosa coltivata e curata, perché non è opera dei contadini di questa terra, ma fiore che cresce e si alimenta con la grazia divina come dice san Paolo: io ho piantato, Apollo ha innaffiato, ma Dio ha fatto crescere (1 Cor 5,6). Questa rosa è circondata di cardi nei quali si ravvisano i vari tipi d’infedeltà, di eresie e di credenze superstiziose che le stanno intorno e tentano di soffocarla, ma la promessa del Signore è ferma e sicura; per quanto siano forti questi colpi, in essa brillerà la luce della verità» [22]. «Nella Chiesa non possono esserci solo malvagi senza che vi siano dei buoni Né dei buoni senza dei malvagi, ma non può essere buono colui che non sopporta i malvagi» [23]. «Tu cerchi il riposo del letto, ma sappi che diverrai ancora più pura sopportando le spine delle tribolazioni e il guadagno della predicazione del Vangelo è maggiore di quello che deriva dal tuo stare nella tranquillità» [24].
La Chiesa ed ogni credente vive imitando il fiore del giglio: «Quando l’anima viene coltivata dal Signore che si prende cura della nostra umanità, essa fa spuntare nel campo del nostro essere, un fiore profumato, splendido e puro. Lo stelo del giglio, per un certo tratto, s’innalza dritto dalla radice e al vertice apre, infine, un fiore. Lascia però un certo spazio da terra per conservare integra la purezza del fiore, alla sua sommità, evitando che si imbratti a contatto con la terra. Così io credo. Anche l’occhio giusto dello sposo, avendo visto che la sposa è diventata questo fiore o che ella desidera diventarlo, l’occhio penetrante dello sposo, avendo notato nella sposa che sta intenta a lui, un desiderio ardente, acconsente che ella diventi un giglio ed impedisce che il fiore venga soffocato dalle spine che spuntano nell’esistenza» [25]. Le sofferenze che incontriamo e i travagli dell’esistenza non distruggono necessariamente la nostra positività: «Il giglio che viene punto dalle spine conserva il suo candore» [26].
Come un melo tra gli alberi del bosco, il mio diletto fra i giovani. Alla sua ombra, cui anelavo, mi siedo e dolce è il suo frutto al mio palato. Il ragazzo emerge per la sua avvenenza tra gli altri giovani, come un fiore spicca tra i cardi o un melo in una selva. L’amata brama la compagnia del suo innamorato (v. 3). «Dicendo ciò allude ad un possesso completo e perfetto» [27].
Il popolo d’Israele sceglie il Signore Dio fra tutte le divinità: «Il Santo – benedetto Egli sia – è preferibile fra tutti gli dèi, perciò all’ombra sua desiderai sedermi» [28].
«Il melo soddisfa tre sensi: rallegra la vista per la sua bellezza, si fa gradire all’olfatto per il suo profumo e come cibo, infine, procura piacere al gusto. La sposa ha colto molto bene la differenza esistente tra lei e lo Sposo poiché egli attrae il nostro sguardo manifestandosi come luce; è un profumo per chi lo aspira e vita per chi se ne nutre» [29].
«La sposa desidera stare all'ombra di questo melo, cioè o la chiesa sotto la protezione del Figlio di Dio, o l'anima che fugge tutte le altre dottrine e si tiene stretta all'unico Verbo di Dio, conservando in bocca il suo dolce frutto, cioè meditando continuamente la legge di Dio e ruminandola sempre» [30]. «Parlando del frutto si riferisce senz’altro alla dottrina: “Quanto sono dolci al mio palato le tue parole, più che il miele alla mia bocca“» [31].
Alla sua ombra, cui anelavo, mi siedo e dolce è il suo frutto al mio palato. «Dopo l’espulsione dal paradiso, l’umanità, che qui riceve il nome di amica, nella persona della Chiesa, ha subito molte sofferenze, esposta com’era alla calura degli attacchi demoniaci. Alla venuta di Colui che ha detto: Venite a me, voi tutti affaticati ed oppressi e io vi darò riposo (Mt 11,28), credendo nel Dio unico si riposa lieta, protetta dalla sua difesa. La sua ombra espande la dolcezza del regno dei cieli» [32]
1. Luis de León, Commento al Cantico dei cantici, p. 59.
2. Glossa I, 171.
[3] Origene, Commento al Cantico dei cantici, p. 109.
4. Gregorio di Nissa, Commento al Cantico dei cantici, p. 77.
5. Luis de León, Commento al Cantico dei cantici, pp. 59-60.
6. Rashi di Troyes, Commento al Cantico dei cantici, p. 60.
7. Origene, Commento al Cantico dei cantici, p. 187.
8. Glossa I, 173.
9. Gregorio di Nissa, Commento al Cantico dei cantici, p. 78.
10. Guglielmo di Saint-Thierry, Commento al Cantico dei cantici, 76, pp. 104-105.
11. Rashi di Troyes, Commento al Cantico dei cantici, pp. 60-61.
12. Gregorio di Nissa, Commento al Cantico dei cantici, p. 78.
13. Guglielmo di Saint-Thierry, Commento al Cantico dei cantici, 77, p. 105.
14. Guglielmo di Saint-Thierry, Commento al Cantico dei cantici, 78, p. 106.
15. Giovanni della Croce, Cantico spirituale B, 24, 1, p. 622.
16. Guglielmo di Saint-Thierry, Commento al Cantico dei cantici, 80, pp. 108-109.
17. Guglielmo di Saint-Thierry, Commento al Cantico dei cantici, 81, p. 109.
18. Ruperto di Deutz, Commento al Cantico dei cantici, p. 94.
[19] Glossa II, 1.
[20] Luis de León, Commento al Cantico dei cantici, p. 65.
[21] Rashi di Troyes, Commento al Cantico dei cantici, p. 63.
[22] Luis de León, Commento al Cantico dei cantici, p. 66.
[23] Glossa II, 7.
24. Glossa II, 6.
[25] Gregorio di Nissa, Commento al Cantico dei cantici, pp. 81-82.
[26] Glossa II, 9.
[27] Luis de León, Commento al Cantico dei cantici, p. 67.
[28] Rashi di Troyes, Commento al Cantico dei cantici, p. 64.
[29] Gregorio di Nissa, Commento al Cantico dei cantici, p. 83.
[30] Origene, Commento al Cantico dei cantici, p. 196.
[31] Gregorio di Nissa, Commento al Cantico dei cantici, p. 83.
[32] Apponio, Commento al Cantico, III, 33.
giovedì 4 agosto 2011
Esploratori increduli (Numeri 13-14)
Gli esploratori, di ritorno, mostrano i prodotti del suolo: un grappolo enorme preso da Eskol. Gesù, dal cielo, ci ha fatto avere un dono ben più grande, il suo stesso Spirito, la caparra della nostra eredità (Ef 1,14). Dio ha riversato in noi tutta la sua ricchezza infondendo nei nostri cuori il suo Spirito (cf Rm 5,5). Nessun carisma ci manca, la terra promessa della vita eterna è aperta davanti a noi e noi possiamo affrettarci a entrare in quel riposo (Eb 4,11). Dobbiamo fare attenzione ora a non indurire il cuore. Infatti quelli come noi, che sono stati illuminati nel battesimo e hanno gustato il dono celeste, sono diventati partecipi dello Spirito Santo, hanno gustato la parola di Dio e i prodigi del mondo futuro (Eb 6,4-5), possono chiudersi nel rifiuto.
mercoledì 3 agosto 2011
Abramo e Lot (Genesi cap.13)
Spesso dal possesso e dalla ricchezza nasce conflittualità. Scoppia anche tra i mandriani di Lot e quelli di Abramo (Gen 13,1-13). Venuto a conoscere queste tensioni il Patriarca non cerca di prevalere sul nipote. Non compie indagini. Spesso il rivendicare i propri diritti - parlo dei propri, non della difesa di quelli altrui - accentua la tensione, cresce la conflittualità, si corre il rischio di passare dalla parte del torto. Abramo preferisce la pace rispetto all’affermazione di qualsiasi interesse o diritto. Preferisce perdere dei beni piuttosto che mettere a repentaglio le buone relazioni con il nipote.Sarebbe stato normale che i due si dividessero il territorio, distribuendosi equamente tra loro le zone più fertili. Oltretutto Abramo era il destinatario di quella terra, stabilito da Dio. Non sfrutta, però, la sua posizione religiosa per avvantaggiarsi sul piano economico o sociale. La chiamata di Dio lo rende più responsabile verso gli altri, non più privilegiato. Abramo fa scegliere al nipote e in questo modo intende stroncare sul nascere qualsiasi rivendicazione futura, sulla base di ripensamenti o di invidie.
Lo dimostra il seguito del racconto con la promessa di Dio: “Percorri la terra in lungo e in largo, la darò a te” (13,17).
Abramo sa che non deve preoccuparsi del suo futuro attaccandosi ai beni perché Dio provvederà a lui.
Paolo suggerisce ai cristiani di Corinto di agire in modo da imitare lo stile di Abramo. Era capitato che dei cristiani in conflitto tra loro, ricorressero ai tribunali romani per poter prevalere sull'avversario. L'apostolo vede in questo fatto una clamorosa contro testimonianza: «E’ già per voi una sconfitta avere liti tra voi! Perché non subite piuttosto ingiustizie? Perché non lasciarvi piuttosto privare di ciò che vi appartiene?» (1 Cor 6,7). Questo modo di agire corrisponde all'imboccare la strada stretta. La strada larga che si prende per animosità e attenzione ai propri interessi finisce nella perdizione che a cui porta sempre l'egoismo.
L'ultima scena (14,21-24) del racconto ribadisce la medesima verità: Abramo s'impegna perché siano riconosciuti i diritti degli altri, mentre rinuncia a farsi valere per ottenere vantaggi soltanto per se stesso.
martedì 2 agosto 2011
Mosé contestato (Numeri 12)
Maria e Aronne parlarono contro Mosé. Mosé subisce contestazione, talvolta odio, da parte del popolo ma anche da parte dei suoi stessi fratelli. In questo tratto, egli ricorda Gesù. Questi patì l'opposizione da parte del popolo ma anche dai suoi stessi familiari. C'è stata una persecuzione contro Gesù, come anche una persecuzione contro Mosè. Gesù fu avversato a motivo del suo insegnamento (delle sue novità) e per l'autorità che si attribuiva, con cui parlava. Mosè è avversato a motivo della sua autorità.
Questo testo suggerisce che la persona inviata da Dio non è affatto privilegiata ma contestata. A volte avviene perché ci si oppone al suo insegnamento. In questo caso non viene contestata in prima istanza la persona del profeta ma la Parola stessa di Dio. Il profeta viene coinvolto nel rifiuto perché forma una cosa sola con il suo annuncio.
Al presente Mosè viene contestato a motivo della sua autorità. Aronne e Maria sono invidiosi; vorrebbero comandare loro; scambiano l'autorità nel popolo di Dio come potere mondano. Proiettano su Mosè il sentimento che hanno nel loro cuore. Pensano che anche lui sia ambizioso ed orgoglioso poiché lo sono loro. Odiano nel profeta quello che dovrebbero contrastare in se stessi. Avere un incarico di preminenza nella Chiesa significa anche sottoporsi agli arbitrii e ai falsi giudizi dei fratelli. Tutti possiamo essere vittime di tali equivoci ma lo sono più di tutto le persone costituite in autorità.
Dio protegge gli umili e i miti. Quando subiamo un'ingiustizia, nel momento in cui siamo disapprovati o perfino detestati dagli uomini, diventiamo ancora più preziosi per Dio. Perciò quando subiamo un'affronto, non dobbiamo cercare la rivalsa né con i fatti, né con le parole ma affidarci a Dio. Nel testo appare che Egli interviene senza neppure essere stato invocato da Mosè. Questi tace semplicemente. Ci conviene tacere anche perché noi facciamo presto ad inalberarci; un piccolo torto ci sembra una persecuzione. Se dopo aver ricevuto un'umiliazione, ci mettiamo immediatamente in movimento per ricevere una compensazione, spesso non facciamo altro che passare noi dalla parte del torto. San Pietro insegna che per chi crede in Dio, è una grazia soffrire ingiustamente (1 Pt 2,19). E' una grazia se noi non la trasformiamo in una disgrazia; una grazia perché nel momento in cui soffriamo ingiustamente diventiamo come un campo arido sul quale scende in abbondanza la grazia di Dio come rugiada o come pioggia.
La mitezza di Mosè compare anche nel fatto che Egli intercede a favore dei due fratelli. Dio gradisce molto che noi intercediamo a favore di altri. Anche per questo tratto compare la fisionomia di Gesù che è l'intercessore per eccellenza.
Cerchiamo di capire il significato di questa intercessione. Dio compie ciò che sarebbe giusto. Protegge Mosè e mette in evidenza che i due fratelli sono malati. La malattia del cuore affiora sulla pelle, così non rimane più nascosta in modo pericoloso. Mosé chiede ciò che anche Dio vuole fare. Lo si vede dal fatto della celerità dell'esaudimento. Vale a dire: Dio deve e vuole essere giusto ma preferisce agire con misericodia. è buono quando è giusto ma rivela meglio la sua bontà quando agisce con misericordia. In questo modo fa crescere tutti tre i fratelli: Maria aveva più responsabilità perché aveva istigato Aronne (12,1). Ora Aronne si prende cura di Maria e così agisce anche Mosé. La mitezza del profeta è stata una medicina per tutti. Qui vediamo che intercedere è molto di più che soltanto pregare. Mosé può intercedere perché è stato mite. Gesù intercede perchè si è lasciato annientare. Dio cerca questo genere di intercessori: sono coloro che entrano nelle situazioni nefaste per cambiarle; sono coloro che si prendono a cuore la situazione degli altri. Chi si immerge nel profondo, dal profondo può gridare.
lunedì 1 agosto 2011
Il sacrificio di Abramo (Genesi cap. 22)
Dio mise alla prova Abramo...
La verifica del valore di una persona avviene sempre attraverso i fatti. Abramo aveva certamente verso Dio un'ottima predisposizione all'obbedienza. Dimostra infatti la sua disponibilità nel rispondere subito: eccomi. Tuttavia la predisposizione, la dichiarazione teorica non è mai sufficiente. «Mostrami la tua fede senza le opere e, io, con le mie opere ti mostrerò la mia fede» (Gc 2,18). Riferendosi poi proprio al sacrificio d'Isacco, san Giacomo scrive: «Vedi la fede agiva insieme alle opere di lui e per le opere la fede divenne perfetta» (2,22). Grazie a quest'unione di buone disposizione d'animo e azione, Abramo diventa amico di Dio (Gc 2,23). «Non amiamo a parole né con la lingua, ma con i fatti e nella verità» (1 Gv 3,18).
Anche Gesù è stato messo alla prova. La lettera agli Ebrei testimonia la sua piena disponibilità - «Ecco io vengo» (10,7) - . La volontà di Gesù è talmente apprezzabile che è stato proprio per essa che noi siamo stati santificati (10,10). Quella volontà, tuttavia, si è attuata «per mezzo dell'offerta del corpo di Gesù Cristo» (10,10). Neanche nel suo caso, si è rimasti sul teorico. Né azione senza retta intenzione né buona intenzione senza pratica. Questo è il movimento normale.
Quando Abramo rispose eccomi, non sapeva che cosa avrebbe comportato quella risposta. Nel momento in cui la proposta divina si specifica, non si ritrae. A noi capita di rispondere con slancio eccomi, ma poi oscilliamo di fronte alla proposta pratica. La disponibilità deve essere non solo confermata ma guadagnata. Nel dinamismo dell'agire umano questo è il percorso normale.
Gesù manifesta sempre la sua disponibilità ma l'attuazione pratica è diversa a seconda delle varie circostanze. Accetta le modalità concrete della sua missione (Lc 9,58: Le volpi hanno le tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell'uomo non ha dove posare il capo). Nel mettersi in cammino verso Gerusalemme, vi si reca dopo aver preso una ferma decisione (Lc 9,51). Eppure, in prossimità della morte, chiede con grida e lacrime di poter evitare tanta sofferenza (Eb 5,7). Questa constatazione non toglie valore all'offerta di Gesù ma ne riafferma il valore. Se Gesù non avesse provato angoscia e dolore, non avrebbe offerto un vero dono. Nel momento della crisi, tuttavia, non lascia che prevalga la paura ma lascia prevalere il suo spirito di Figlio (il pieno abbandono).
Di fronte alla proposta del Signore, quando ci sembra troppo dura, è normale che siamo esitanti. Soltanto la preghiera fa prevalere in noi lo spirito da figli. In altre parole la carità concreta si fa strada in noi per mezzo della preghiera. Senza la preghiera non operiamo la saldatura tra la buona disposizione iniziale (l'eccomi) e l'attuazione pratica nell'ora della prova. Lo prova l'evento del giardino degli ulivi. Tutti i discepoli credono di saper affrontare gli eventi ma in realtà soltanto Gesù, l'unico che rimane a vegliare in preghiera, risulta vincitore della paura. Il donarsi nella carità è frenato dalla paura. Rimaniamo bloccati da dominatori interiori. Non siamo spontaneamente persone dello Spirito (lo siamo a livello d'intenzione). Il Signore deve farsi vicino a noi per liberare la nostra generosità.
il tuo figlio, il tuo unigenito che ami (2).
La Bibbia si sofferma a considerare la durezza della richiesta di Dio. Abramo, abituato a dare delle cose, come faceva normalmente, nell'offerta di sacrifici, ora deve dare davvero se stesso. Noi siamo ciò che amiamo. Spesso ciò che amiamo lo valutiamo più importante di noi stessi. Ad Abramo non viene chiesto di sacrificarsi per il figlio ma di sacrificare il figlio. Non deve orientare diversamente la sua energia d'amore ma eliminare l'oggetto verso il quale si orientava il suo amore. La richiesta implica un riordino totale della sua esistenza, perché presuppone il riordino completo del suo mondo affettivo. L'inizio o la fine di un rapporto d'amore, corrisponde a vere ristrutturazioni della vita stessa. In realtà Abramo deve rinnovare la scelta iniziale: abbandonare tutto per seguire Dio stesso. Egli non deve avere un obiettivo diverso da Dio.
Dal testo passiamo alle esemplificazioni di attualizzazione. Il figlio da offrire a Dio può rappresentare per noi o la rinuncia dolorosa, che ci costa molto, a qualche legame sbagliato oppure il coraggio di affrontare un impegno che avvertiamo all'inizio come troppo gravoso. Di fronte alla difficoltà della scelta dobbiamo ricordare che Dio chiede molto per poter arricchire ancora più abbondantemente.
. L'amore di Dio per noi vale più della vita e l'amore nostro per Dio vale più di un figlio. Il Dio invisibile deve essere più concreto di un figlio visibile.
L'episodio del sacrificio di Abramo suscita ammirazione ma spesso anche un forte sentimento di ribellione. A creare turbamento, in questo racconto, non è tanto la gravità della proposta ma il fatto che essa appaia come del tutto sbagliata e chiaramente sbagliata. L'errore sembra consistere nel fatto che Isacco viene sacrificato senza alcun scopo. Questo modo di pensare non apre la porta a qualsiasi arbitrarietà nel campo religioso?
In effetti Gesù si mostra contrario al comportamento di chi infierisce sulla persona per difendere una norma considerata sacra. Insegna che anche il comando più sacro, come il Sabato, è stato fatto per l'uomo. Già gli antichi profeti erano contrari ai sacrifici umani e il racconto consente con questa critica (o almeno sembra farlo) visto che, alla fine, Isacco è risparmiato.
Anche dopo questi chiarimenti, il passo risulta difficile da integrare nella nostra vita. Il testo insegna che Dio può chiederci un impegno che noi avvertiamo troppo difficile o perfino arbitrario. Non dobbiamo dimenticare che Pietro reagirà in questa maniere di fronte all'annuncio della passione di Gesù: «Pietro lo prese in disparte e si mise a rimproverarlo» (Mc 8,32). In realtà questo è uno di quei passi in cui il lettore è costretto a svelarsi; dalla sua reazione può capire se egli è in sintonia con Dio oppure no. Questo discorso vale sempre in ogni caso nella nostra relazione con Dio e nella lettura della Bibbia. Bisogna che nel credente ci sia una predisposizione ad accogliere il Signore e a porsi in sintonia con Lui. Prima di comprendere il messaggio che viene mandato in onda da chi parla da un'emittente, devo sintonizzarmi con la frequenza che lo trasmette.
Noi possiamo respingere una proposta impegnativa di Dio accampando una molteplicità di scuse anche di carattere teologico. Dimentichiamo che, finché diamo dei limiti a Dio siamo ancora ai margini del cammino dello Spirito. Lo percorriamo ai margini senza avventurarci in esso. Non siamo sulla strada di Dio mentre alimentiamo la mormorazione e vorremmo suggerire a Lui come dovrebbe agire meglio. Siamo affascinati dalla parola amore, ma siamo ben riluttanti di fronte alle esigenze concrete dell'amore.
Gran parte del Vangelo lo consideriamo impossibile. Chiedere ad un cristiano di perdonare, di rinunciare ad un proprio diritto per spegnere una controversia che sta per degenerare, chiedere la fedeltà coniugale oppure chiedere di assumere una missione scomoda... corrisponde alla richiesta di sacrificare il figlio. Diciamo: questo è assurdo! è distruttivo! Non mi si può chiedere una cosa del genere!
Dimentichiamo che la strada della carità non consiste nella somma delle buone cose che ci proponiamo di fare, ma nella disponibilità ad accogliere ciò che, di volta in volta, ci viene richiesto. Il contenuto degli esercizi spirituali non viene costruito dalla nostra volontà e dai nostri buoni propositi, ma dalle esigenze della vita concreta. L'assistenza ad un fratello che degenera, al fratello colpito da una malattia dolorosa e inabilitante, la sopportazione di situazioni difficili ecc. ecc. sono tutti fatti che dispongono per noi la strada reale della spiritualità. Lo Spirito è Colui che ha spinto Gesù a svuotarsi. è spirito d'incarnazione, non di evasione. La carità prende posto in noi, quando lo Spirito ci persuade ad intraprendere ciò che per istinto ci sembra impossibile da operare. Comincia quando diciamo al Signore: chiedimi ciò che vuoi e dammi solo la capacità di farmi fare quanto mi hai chiesto.
Và nel territorio di moria e offrilo in olocausto su di un monte che io t'indicherò...
Dopo aver indicato ciò che è essenziale, rimangono indeterminate le modalità concrete d'attuazione. Un conto è conoscere il contenuto della nostra missione o della nostra vocazione e un conto è individuare le modalità operative d'attuazione. Dio le mostra in seguito, nel corso degli avvenimenti. Questo avviene non perché a Dio piaccia restare misterioso ma perché intende rispettare la nostra capacità di corrispondenza. Egli si comunica a noi in base alla nostra obbedienza. Noi dobbiamo crescere nella nostra capacità di donarci a Dio. La fede che opera nell'amore esige un lungo tirocinio di maturazione. Un atto di fede tale quale comporta l'invito a sacrificare Isacco non poteva essere rivolto ad Abramo prima che egli avesse verificato la bontà e la potenza di Dio.
Nel testo troviamo poi il termine olocausto. In questo tipo di sacrificio la vittima era passata al fuoco. Nell'intenzione dell'offerente, essa passava da una natura terrena ad una natura celeste. Essa era sottratta ad ogni influenza mondana. La consumazione era totale. Salendo come fumo, mediante il fuoco, la vittima saliva fino a Dio. L'olocausto parla della forza intrinseca della carità infusa in noi dallo Spirito. La carità ci libera da ogni influsso del mondo per renderci persone dedite realmente a Dio. Nulla deve rimanere in noi che sia difforme dallo Spirito. Grazie all'amore, diventiamo amici di Dio, un solo spirito con Lui.
venerdì 29 luglio 2011
Salmo 51

Pietà di me, o Dio, nel tuo amore; nella tua grande misericordia cancella la mia iniquità. Lavami tutto dalla mia colpa, dal mio peccato rendimi puro. (Salmo 51).
Nel primo versetto compaiono due qualità riferite al Signore: amore e misericordia. Partendo da noi (abbi pietà di me), ci indirizziamo verso di Lui, verso la bontà e la misericordia; solo dopo formuliamo la nostra richiesta in tutto il suo tenore: cancella la mia iniquità. Nel primo versetto chiediamo, dunque, l’eliminazione completa del nostro peccato. Non chiediamo soltanto che venga sopportato, scusato, coperto ma distrutto.
Chiediamo che la fedeltà di Dio compia ciò che è impossibile da parte nostra: cancellare il passato. La supplica ricorda la rassicurazione del profeta Michea: «Qual Dio è come te che togli l’iniquità… e ti compiaci di usare misericordia? Egli calpesterà i nostri peccati… getterai in fondo al mare tutti i nostri peccati» (Mi 7,18-19). Noi osiamo chiedere la cancellazione dei nostri debiti non come gesto di presunzione, o di furbizia ma perché sappiamo che è Dio il primo a voler cancellare la nostra malizia. È assai significativa l’immagine di Dio che calpesta le colpe. Egli vuole distruggere tutto ciò che ci rovina. Tuttavia, anche se frantumato, il peccato continua a persistere. Rimane come frammento. Allora, Dio raccoglie tutti i frammenti sparsi e li getta nella profondità del mare. Là vengono disciolti. Grazie alla misericordia di Dio il peccato diventa come materiale biodegradabile. Il questo versetto è esposta la conclusione ossia la totale sparizione (cancella) della colpa, ma ora dobbiamo osservare tutto il processo grazie al quale si può pervenire a quel risultato.
Il peccato sparisce quando Dio lo dimentica. Tuttavia, affinché avvenga questo, ossia affinché Dio voglia eliminare e dimenticare il peccato, noi dobbiamo invece ricordarlo, ricordarlo con dolore. Questo è l’argomento della seconda parte del salmo.
Sì, le mie iniquità io le riconosco, il mio peccato mi sta sempre dinanzi. Contro di te, contro te solo ho peccato, quello che è male ai tuoi occhi, io l’ho fatto: così sei giusto nella tua sentenza, sei retto nel tuo giudizio. Ecco, nella colpa io sono nato, nel peccato mi ha concepito mia madre. Ma tu gradisci la sincerità nel mio intimo, nel segreto del cuore mi insegni la sapienza.
Nel testo si dice che è Dio stesso a risvegliare in noi il bisogno di verità, e lo chiama sapienza. Osserva Seneca: «Non c’è vizio per il quale non si cerchi una giustificazione» (Lettere a Lucilio, 116). Abbiamo bisogno di pentirci ma formuliamo argomenti di giustificazioni oppure argomenti contro lo stesso atto del pentimento. Ci sembra un ritorno al passato mentre, come vedremo, è un’anticipazione del futuro. Sembra un rinchiuderci nella colpa, mentre è l’unica possibilità che abbiamo di disincagliarci dal denso di colpa e riprendere camminare. La colpa, finché è negata, rende impossibile il sottrarci dalla sua ombra pesante.
Il salmista, a differenza di noi che vogliamo sempre attenuare, sembra quasi esagerare la gravità della sua situazione: sono stato formato nell’iniquità; le mie ossa sono frantumate.
Il primo momento è anche doloroso perché bisogna rinunciare ad ogni giustificazione. «Il mio peccato mi sta sempre dinanzi: «Un cuore sincero e contrito non ha dinanzi a sé che il proprio peccato e la miseria della sua coscienza. Non saprebbe pronunciare queste parole con profonda serietà chi trovasse ancora in se stesso qualche suggerimento o consolazione per cui non si sentirebbe del tutto miserabile, all’infuori della speranza nella misericordia di Dio» (cf. Lutero 110).
Questa non è una convinzione fredda della mente ma il convincimento di tutta la sua persona perché è accompagnato dal dolore: non è un sentire momentaneo ma permanente. «In questo differiscono i santi veri e i santi in apparenza: i santi veri riconoscono di avere delle debolezze, di non essere quello che dovrebbero e vorrebbero essere, e perciò condannano sé stessi e non si preoccupano degli altri. Gli altri invece non vedono le loro debolezze e pensano di essere finora quello che dovrebbero essere, sempre dimenticano se stessi e sono giudici delle iniquità altrui, capovolgendo questo Salmo nel modo seguente: Io riconosco le debolezze degl’altri e i loro peccati sono di continuo dinanzi agli occhi mio, perché portano sulle spalle il loro peccato e una trave negli occhi» (Lutero112).
Torniamo a riflettere sulla condanna di sé espressa dal salmista. Il pentimento non è in primo luogo un senso di disagio, sterile e paralizzante, su qualche azione del passato. È invece una nuova strutturazione di tutta la persona. Chi si pente non dice soltanto: «Che cosa ho fatto!» ma «Quale uomo sono io!». Una persona si pente quando è già diversa da quella di prima, che aveva operato male. È come se si osservasse da un punto di vista più elevato. Pentirsi presuppone l’essere saliti e il guardarsi da una prospettiva superiore. Nel pentimento già si delinea un nuovo inizio, un futuro. La persona che è diventato un altro non tende a liberarsi soltanto da una colpa ma tutte le colpe.
Dal suo doloroso presente, il salmista comincia a volgersi allora verso il futuro. Ho detto egli sembrava esagerare nel giudicarsi; parlando della sua opera non la chiamava soltanto peccato ma iniquità. Sembra allora che noi possiamo saper invocare con verità, con convinzione la misericordia soltanto mentre sperimentiamo la nostra totale impotenza e il nostro fallimento. Il salmista che dichiara queste cose, non spera più in se stesso. Egli pensa: «Quale uomo sono io!». S’accorge tuttavia che proprio nella profondità della sua mancanza di speranza, appare una luce inaspettata che può indicare la via d’uscita.
Aspergimi con rami d’issopo e sarò puro; lavami e sarò più bianco della neve. Fammi sentire gioia e letizia: esulteranno le ossa che hai spezzato. Distogli lo sguardo dai miei peccati, cancella tutte le mie colpe.
Il salmista si sente amareggiato e impotente ma crede che Dio possa riservagli ancora un futuro radioso: sarò puro, sarò più bianco della neve, sarò nell’esultanza e nella gioia. «Se io non credo in un Amore più grande dell’amore che porto per me stesso, non sono religioso» (Mazzolari 213). Nell’aprirsi al futuro che gli viene da Dio, il salmista prova il vero sentimento di fede: posso sempre far conto dell’amore di Uno che mi ama più di quanto io ami me stesso. «Padre non sono degno ma mi prendo lo stesso il tuo abbraccio, la tua veste nuova, il tuo anello, i tuoi calzari. Sono l’eterno mendicante del tuo amore: l’eterno dispregiatore del tuo amore. Sono la tua agonia, sono la tua gioia… sono tuo figlio» (Mazzolari 97).
Dio ha donato a noi suo Figlio affinché impariamo a non avere alcuna esitazione ad abbandonarci a Lui. Ora il cristiano possiede ancora un altro motivo più grande di fiducia e di speranza.
Crea in me, o Dio, un cuore puro, rinnova in me uno spirito saldo. Non scacciarmi dalla tua presenza e non privarmi del tuo santo spirito. Rendimi la gioia della tua salvezza, sostienimi con uno spirito generoso.
Che cosa riserva in particolare il futuro di Dio? Egli vuole che il credente sappia essere saldo nel bene e generoso. Nell’esprimere il pentimento, noi ci siamo riconosciuti come persone che hanno vissuto in modo incostante e gretto. Ci siamo visti virtualmente diversi da come siamo. Abbiamo visto dall’alto e lasciato sotto di noi un uomo che non siamo più, perché non vogliamo più identificarsi con esso. Dobbiamo allora essere rifatti, nascere di nuovo. D’ora in avanti vogliamo diventare ciò che ci siamo bene intravisti ma che ancora non siamo.
Nel creare l’uomo, Dio aveva infuso in Lui il suo soffio. Vivere, tuttavia, è nello stesso tempo un prodigio e una delusione. Un prodigio perché potevamo essere un nulla; una delusione perché la vita si muove nel peccato e nel dolore. Occorre un nuovo soffio più potente. Come non ci si può creare, non ci si può creare di nuovo. Solo il Creatore può espandere la nostra esistenza. Il salmista chiede il nuovo soffio di Dio che sia tale da renderci saldi e generosi.
A questo punto il cristiano, pensa a Gesù. È lui l’uomo dello Spirito. Gesù è nello stesso tempo l’uomo di carne e l’uomo dello Spirito. Lo Spirito di Dio, saldo e generoso, lo abbiamo visto in modo concreto nel suo stile di vita. Chiedere l’infusione dello soffio di Dio, equivale a chiedere che diventi anche nostro l’essere profondo di Gesù.