venerdì 9 giugno 2017

Verginità


Il bene della verginità
in alcuni autori spirituali


Prima di inoltrarci in un discorso teologico, vediamo che cosa sia amore nella nostra esperienza umana. L’amore è desiderio di bene; è un’inclinazione, una tendenza, un orientamento al bene. Ogni essere, infatti, cerca ciò che gli è conveniente ed aspira ad ottenerlo.
Il bene però non è univoco ma molteplice. Esiste un bene sensibile e un bene di carattere più spirituale e quindi anche i desideri che mirano ad ottenere questi beni sono diversificati.
C’è un desiderio naturale che ci spinge a ciò che è il nostro bene sensibile, un appetito avvertito da noi senza che noi lo abbiamo introdotto in noi. Ad esempio, «esiste un appetito naturale verso il cibo e un appetito naturale verso la procreazione. Esiste anche un appetito naturale che ci fa tendere alla verità, e quello che ci ordina al nostro pieno sbocciare, alla nostra felicità» (M. D. Phlilippe, Sull’amore, Città Nuova, Roma 2012, p. 105).
C’è anche un desiderio spirituale che emerge a partire dalla nostra tendenza alla verità. Il bene spirituale presuppone un libero giudizio ed attiva la nostra volontà. Questo tipo di desiderio compare, ad esempio, nell’impegno culturale o nella lotta contro l’ingiustizia.
Per il credente c’è molto di più: il bene spirituale corrisponde al tesoro che viene dischiuso dalla fede. Se esiste una tendenza naturale al cibo o alla procreazione, esiste anche una tendenza naturale alla comunione con Dio, perché soltanto Dio può costituire il bene sommo che soddisfa la nostra sete di felicità. Egli è il luogo naturale verso cui si orienta lo spirito. L’orientamento a Dio, tuttavia, non è qualcosa di istintivo ma è frutto di una riflessione e di una decisione libera. Si innesca nel nostro desiderio spontaneo di verità e di felicità, ma implica un percorso dove esercitano un ruolo decisivo la ragione e la volontà. L’amore per Dio è il massimo a cui può giungere il nostro appetito umano.


L’amore per Dio


Esaminiamo ora l’atto del giudizio con il quale un credente, anziché limitare il suo interesse ai beni presenti nel mondo, orienta il suo amore verso Dio. Per quale motivo lo si cerca?
Sono sempre state date una molteplicità di motivazioni: l’uomo si sente più protetto nei casi della vita oppure si sente consolidato nelle scelte di carattere morale; ancora di più la fede garantisce il superamento della morte. Queste motivazioni, per quanto vere, appaiono piuttosto interessate e talora fragili. Per rispondere all’interrogativo emerso, anziché limitarsi ad esaminare le risposte più immediate date dal credente normale, è opportuno vedere la motivazione più profonda che scaturisce in quello che ha raggiunto una certa maturità nella sua ricerca di Dio.
«Ho detto a Dio: il mio Signore sei Tu; solo in te è il mio bene» (Sal 16,1). Questa dichiarazione del salmista rappresenta un modo magnifico di confessare la fede. Solo in te è il mio bene… vale a dire, se mi mancassi tu non avrei più nulla; per quanto ricchi siano tutti gli altri miei possessi, tutto perderebbe valore e consistenza. «Dio è assai ricco di beni per tutti quelli che lo invocano, ma non ha da dare nulla di meglio di se stesso» (Bernardo, Il dovere di amare Dio, VII, 22, Edizioni Paoline, Milano 1990, p. 140)
I sentimenti e le parole che il salmista rivolge a Dio sono le medesime che un innamorato rivolgerebbe all'amata poiché, se viene meno la relazione d’amore, nessun possesso può appagare l’amante rimasto solo ma Dio può essere amato e conquistare il cuore molto di più di qualsiasi creatura. «Il cuore umano tende a Dio per inclinazione, senza sapere veramente chi sia; ma quando lo trova alla fonte della fede, e lo scopre così buono, bello, dolce e così amabile verso tutti e così disposto a donarsi a tutti coloro che lo vogliono, quanta contentezza e quanti santi movimenti [sgorgano] nello spirito, per unirsi per sempre a quella bontà così sommamente amabile! Finalmente ho trovato, dice l'anima così toccata, ho trovato colui che desideravo, ed ora sono contenta. Come Giacobbe, vista la bella Rachele, scoppiava in lacrime di dolcezza per la felicità che provava, così il nostro povero cuore, avendo trovato Dio, si fonde poi nella dolcezza dell’amore, per il bene infinito che vede in quella bellezza» (Francesco di Sales, Trattato dell'amore di Dio, Paoline, Milano 1989, II, 15, p. 233).
Un salmista dichiara: «Chi avrò per me nel cielo? Con te non desidero nulla sulla terra. Vengono meno la mia carne e il mio cuore, ma Dio è la roccia nel mio cuore, mia parte per sempre. Per me  il mio bene è stare vicino a Dio» (Sal 73,25-28).
Il salmista cerca Dio per amore di Lui, senza altri scopi. Ora è proprio un sentimento simile di gratuità che deve accompagnare la nostra ricerca di Lui. Benché ogni relazione d'amore presenti tanti elementi di convenienza, i quali pure contribuiscono ad incrementare la benevolenza tra coloro che si amano, non è certo l'utilità il vero fondamento della relazione. L’amare non richiede altra giustificazione oltre se stesso. Tra gli autori spirituali San Bernardo è stato uno di coloro che ha maggiormente insistito sul valore della gratuità: «Chi confida nel Signore non perché è buono con lui, ma perché è assolutamente buono, è colui che ama veramente Dio in nome di Dio e non in vista di se stesso» (Bernardo, Il dovere…, IX, 26, p. 146). In un altro testo dichiara: «Dio non è amato senza ricompensa, anche se deve essere amato senza prefiggersi una ricompensa. Il vero amore è soddisfatto di se stesso. Riceve una ricompensa, ma è proprio ciò che costituisce il suo amore. Perché se fai la figura di amare una cosa in vista di un'altra, quella che ami veramente è quella a cui tende il fine del tuo amore, non quella che rappresenta il tramite (Bernardo, Il dovere…, VII, 17, pp. 134-135)».
L’uomo, tuttavia, non può essere totalmente gratuito come può esserlo Dio nei suoi confronti. Mentre il Signore non ha bisogno dell’uomo né del suo culto, l’uomo dipende sempre da Lui e gli è estremamente conveniente relazionarsi con Lui. Inoltre, l’esperienza d’essere stati protetti e insieme la promessa di una ricompensa, divenendo un’occasione per scoprire meglio l’amore di Dio per noi, favoriscono la crescita del nostro sentimento d’amore gratuito.
La beatitudine dell'uomo consiste nel partecipare alla carità che è Dio stesso. Soltanto quando la sua carità ci pervade, possiamo considerarci salvi e ricolmi d’ogni bene. Non potremo mai possedere una ricchezza più grande di questa. Soltanto la carità ci colma, diventa beatitudine e pace.
È utile ricordare a questo punto che l’amore vero per Dio implica un amore preferenziale per Lui. In altre parole chi ama Dio in modo gratuito, è disposto ad accettare qualsiasi cosa gli venga richiesta da Lui e l’unico bene che vuole salvaguardare a qualsiasi costo è la comunione con Lui.
L’amore per Dio presenta dei caratteri molti simili a quelli di una normale esperienza d’innamoramento, con tutti i suoi aspetti positivi e problematici. L’amore appassionato è in sé un bene, ma non è privo di ambiguità e può trasformarsi perfino in una realtà negativa. Può diventare un tentativo di accaparramento: «Vi è qualcosa di molto ambiguo quando è rivolto ad una persona, dato che corriamo il rischio di amarla non più come persona, ma come un bene sensibile che ci rallegra che ci fa sbocciare; allora significa che cerchiamo noi stessi attraverso la passione. L'amore passione provoca così una sorta di egocentrismo dalla potenza straordinaria, di che del resto è proprio nelle passioni: fanno si che riportiamo tutto a noi» (M. D. Phlilippe, Sull’amore, p. 105).
L’amore passionale è soltanto un punto di partenza. La passione d’amore, proprio per avere durata e intensificazione, deve assumere le caratteristiche dell’amore spirituale. La passionalità non deve essere abolita ma integrata in una prospettiva più ampia e trasformarsi in benevolenza e oblatività.
Qualcosa di simile si può dire a proposito della ricerca di Dio. Il credente può cominciare a cercare Dio per motivi d’interesse. In questa fase, è ancora interessato più a se stesso. Ad un certo punto del cammino deve intervenire un altro tipo di scelta: il credente deve capire ma anche sperimentare che l’amare vale di per se stesso. La salvezza che Dio concede all’uomo consiste nel renderlo partecipe della sua stessa carità che è del tutto gratuita. Dio ci invita a cercarlo per deificarci.


Il bene della verginità


La verginità presenta un grande valore perché tende a stabilire una comunione profonda con Dio e a godere di essa. Leggiamo due testimonianze:
«... L'anima si unisce al Signore in modo da diventare con Lui un solo spirito (Cf 1 Cor 6,17), decide di amarlo con tutto il cuore e con tutte le forze facendo di quest'amore la norma costante della sua vita» (Gregorio di Nissa, La verginità, XV, in Gregorio di Nissa / Giovanni Crisostomo, La Verginità, Città Nuova, Roma 1976, p. 88).
G. Crisostomo parla della tranquillità sperimentata dalla vergine nella sua casa e nel suo cuore: «...il silenzio domina su tutto ciò che vi si trova dentro [la sua casa]. Un'altra tranquillità, superiore allo stesso silenzio, permea poi la sua anima, giacché essa non ha a che fare con nessuna cosa umana, ma discorre continuamente con Dio e tiene sempre fisso il suo sguardo su di Lui. Chi potrebbe misurare questo piacere? Quale discorso sarebbe mai in grado di esprimere la gioia dell'anima che si trova in questo stato? Nessuno. Coloro che gioiscono del Signore sono i soli a conoscere la grandezza di tale gioia e a rendersi conto di come essa superi di gran lunga ogni possibile raffronto» (G. Crisostomo, La Verginità, LXXX, in Gregorio di Nissa / Giovanni Crisostomo, La Verginità, Città Nuova, Roma 1976, p. 252). Quando ottiene il suo scopo e conosce la profonda comunione con Dio, la verginità è, quindi, un’esperienza di tranquillità e di gioia.
Rappresenta, poi, il dono massimo che si possa offrire a Dio, se è intesa come un atto che ingloba tutta la persona e tutta la vita:
«Sono pienamente convinta e ho l'appoggio delle Sante Scritture che l'offerta più grande e più ragguardevole, il dono di cui non esiste l'equivalente da offrire a Dio da parte degli uomini è il premio della lotta per la verginità. Infatti, nonostante molti abbiano compiuto egregie cose nel corso della Legge in base ai loro voti, si può dire che un grande voto l'abbiano adempiuto soltanto coloro che hanno offerto se stessi a Dio con un atto di spontanea volontà. Così suona il testo: Il Signore parlò a Mosè dicendo: - Parla ai figli d'Israele e dì loro: Quando un uomo o una donna avranno fatto un grande voto di consacrare la loro castità al Signore - (Nm 6,1 [allusione al nazireato]. C'è chi fa voto di portare al tempio come offerta delle suppellettili d'oro e d'argento, chi quello di recare la decima parte dei frutti, chi delle sue sostanze, un altro i capi migliori del gregge, un altro consacra tutti i suoi averi: non si può ancora dire che ha fatto un grande voto al Signore. Lo compie solo chi ha dedicato tutto se stesso a Dio» (Metodio d'Olimpo, La Verginità, V,1,  a cura di N. Antoniono, Città Nuova, Roma 2000, pp. 83-84). 
Metodio allude a diversi passi biblici, ad una mens biblica. [Offrire di più (Es 35 e 36) Persone consacrate a Dio: i primogeniti, i leviti  (Nm 3, 11-13); i nazirei (Nm 6, 1 ss); vedove (1 Tm 5,5)]


Una continuità con Gesù


Gesù ha scelto la verginità. Per Lui, Dio Padre era tutto. Anche per molti credenti, postisi alla sua sequela, Dio divenne di fatto oggetto assoluto di amore, l'unico che merita di essere amato in modo totale e per sempre.
É necessario inserire il dono della verginità all'interno dell'esperienza cristiana più generale. La Pasqua offre al cristiano la possibilità di vivere in continuità con Gesù. Noi riceviamo l'adozione a figli, ma l'essere figli adottivi non significa essere figli di secondo rango; significa, piuttosto, che, pur essendo del tutto indegni e comunque senza il diritto di essere tali, riceviamo in modo gratuito, per un atto di bontà, il dono di partecipare alla figliolanza di Cristo. Gesù è la via nuova e vivente per andare a Dio (Cf. Eb 10,20).
Questo significa anche che possiamo condividere ogni sua scelta, compresa quella sua verginale. «Nessuno dei tanti profeti e giusti che hanno insegnato molte belle cose ha scelto la verginità per tesserne le lodi. Soltanto al Signore era riservata l'incombenza di darci questo insegnamento, avendo lui solo mostrato la via degli uomini a Dio» (Metodio, I,4, cit. p. 42)
Gesù, ad un certo punto della vita, si dedica totalmente a Dio e al suo Regno in modo anche visibile. Per questo, non soltanto rinuncia a formarsi una famiglia propria (andando contro alla mentalità religiosa corrente della sua epoca) ma si stacca anche dalla sua famiglia naturale. Si dà tutto alla predicazione senza legami affettivi e senza assicurazioni. Tutto questo è contrario al buon senso e all'ordine umano normale.
Inaugura da subito quello che Paolo chiamerà la follia della croce (1 Cor 2,4 ss.). Tuttavia non si tratta di compiere bravate spirituali, imprese eroiche, tanto per attirare l'attenzione su se stessi. Per Gesù ogni scelta è una questione d'amore: vuole dedicarsi a Dio e al suo Regno e tutto il resto viene di conseguenza. Esercitare la follia della croce non significa diventare atleti di sports spirituali estremi ma farsi carico di una forza d'amore sconosciuta al mondo ma appartenente al mondo di Dio. Quando l'amore che è proprio di Dio si manifesta e s'incarna, appare nel mondo un modo d'agire che sorprende e sconcerta.
Questa manifestazione di carità si chiama anche nuova creazione. La nuova creazione sconvolge la vecchia. Non è il recupero del paradiso perduto (come se si potesse entrare nel regno di bengodi). L'amore è la capacità di portare su di sé il giogo di Cristo. Il giogo di Cristo è la croce e la croce corrisponde alla logica dell'amore autentico. Ora il regno e la nuova creazione comunicano pace, gioia profonda, serenità espressa nell'affabilità, soltanto quando accettiamo che il giogo di Cristo si posi in continuità sulle nostre spalle. Prendete il mio giogo sopra di voi e troverete riposo per voi (Mt 11,29). Il vergine riposa nel Cristo, come il Cristo riposa in Dio. Non è prevista altra possibilità di riposo. Del resto questo è vero per qualsiasi altro uomo e per qualsiasi altro cristiano. Il Signore Gesù ci rende partecipi di sé e della logica della nuova creazione proprio per farci godere del riposo (che non è mai possibile trovare finché la nostra risorsa la facciamo consistere nel soddisfare i nostri desideri). O ci dislochiamo in Lui ed allora, e solo allora, ci dilatiamo, o restiamo di noi stessi ed allora ci ripieghiamo su di noi.
Siamo fatti per guadagnare l'uomo che è stato fatto ad immagine di Dio. Quest'uomo non dobbiamo cercarlo affannosamente inventando progetti spirituali perché è disceso fino a noi. Ancora di più ci ha ghermiti, conquistati (Cf. Fil 3,12), è venuto ad abitare in noi, vuole prendere possesso di noi tramite il suo Spirito.

Un atto globale


Sebbene la verginità sia un dono che ha in se stessa un grande valore, raggiunge il suo scopo (quello di offrire tutta la persona a Dio) soltanto se si completa negli altri atti che manifestano la verità della sequela, come la povertà, l'obbedienza, la misericordia, la mitezza, la pace. Non vorrei sbagliare immagine ma la paragonerei ad un recipiente vuoto. Gli altri beni esigono che ci sia un recipiente in cui versarli ma se il recipiente rimane vuoto, anche se fosse modellato in modo artistico, esso non servirebbe a nulla. Intanto però, con la disponibilità a dare se stessi a Lui in modo totale, Dio ci ha donato un recipiente di grande capienza e di grande pregio.
«Non onora certamente la verginità colui che», pur essendosi astenuto da una relazione amorosa «non esercita il dominio su tutto il resto... La disonora scambiando così piacere con il piacere» (Metodio, 11, cit., pp.160). Metodio, dopo aver detto che chi si esalta per la sua continenza e considera tutti gli altri come niente e meno di niente, disonora la Verginità, prosegue affermando: «Nemmeno si sforza di onorare la verginità chi si vanta delle ricchezze: pertanto le reca disonore più di ogni altro, preferendo ad essa un po' di denaro, mentre nessun valore della vita le è equivalente. Non porta onore alla verginità chi pensa ad amare esageratamente se stesso e si preoccupa del proprio interesse come traguardo, senza darsi pensiero del suo prossimo; anche lui la disonora, perché è ben lungi da coloro che degnamente la praticano in quanto danneggia l'amore che v'è in essa, la carica di affetto e di umanità...Bisogna conservare tutte le membra del corpo pure e immuni dalla corruzione, non soltanto quelle atte a procurare libidine, ma anche quelle meno nascoste. Farebbe sorridere infatti voler conservare vergini gli organi della riproduzione e non conservare la propria lingua oppure custodire la lingua vergine senza farlo per la vista o per l'udito o per le mani; o, ancora, custodire tutte queste parti vergini, ma non il proprio cuore, prostituendolo all'orgoglio e all'ira» (Metodio, 11, cit. p. 161).
L'essere vergini con autenticità è un atto globale: presuppone un cambiamento totale di vita in tutti gli aspetti dell'esistenza. Ho usato l'immagine del vaso vuoto da colmare. Gregorio di Nissa parla più opportunamente di fondamento: «La ricerca della verginità deve rappresentare il fondamento della vita virtuosa, ma su di questo vanno costruite tutte le opere della virtù» (Gregorio di Nissa, La Verginità, XVIII, cit. p. 94).
«La verginità diventa veramente ammirevole quando le si accompagna una vita di questo tipo [ossia l'esistenza profetica di Elia, d'Eliseo, del Battista], perché da sola essa è debole e non basta a salvare chi la possiede» (G. Crisostomo, La Verginità, LXXX, cit., p. 272). «Per essere vergini non basta non sposarsi: occorre anche la purezza dell'anima ma... Se ciò non si verifica, di quale utilità può essere la purezza fisica? Come non c'è nulla di più vergognoso di un soldato che getta le armi e passa il suo tempo nelle bettole, così non c'è nulla di più indecoroso delle vergini prigioniere di preoccupazioni materiali... La verginità è bella proprio perché elimina ogni motivo di preoccupazioni superflue e perché permette di consacrare tutto il tempo libero alle opere gradite a Dio: se questo non si verifica, diventa di gran lunga peggiore del matrimonio, giacché ricopre di spine l'anima e soffoca tutti i semi puri e celesti» (G. Crisostomo, LXXVII, cit. pp. 265-266).

Sterilità e povertà


La verginità è un vaso larghissimo di grazia che attende, invoca e rende possibile il riempimento da parte di Dio. Per questo nel Vangelo la verginità richiama la povertà, la sterilità e l'obbedienza.
Elisabetta è sterile e Maria è vergine. La prima condizione è subita, la seconda invece ha un aspetto di volontarietà ma entrambe sono forme di impossibilità: né la sterile né la vergine possono generare. Se diventano feconde è dovuto ad una grazia particolare di Dio che rende possibile ciò che di per sé è impossibile per l'uomo. La sterilità miracolata e la verginità fecondata, evidenziano il bene estremo della misericordia di Dio che si volge di preferenza verso gli ultimi: «Non dica lo straniero che ha aderito al Signore: “Certo, mi escluderà il Signore dal suo popolo!». Non dica l’eunuco: «Ecco, io sono un albero secco!”. Poiché così dice il Signore: «Agli eunuchi che osservano i miei sabati, preferiscono quello che a me piace e restano fermi nella mia alleanza, io concederò nella mia casa e dentro le mie mura un monumento e un nome più prezioso che figli e figlie; darò loro un nome eterno che non sarà mai cancellato» ((Is 56, 3-4).
La vergine si pone, volontariamente, nella schiera dei poveri perché proprio essi sono oggetto particolare della benevolenza di Dio (Cf. Sof 3,12). Scrive Francesco di Sales: «Dio vuole che la vostra miseria sia il trono della sua misericordia, e le vostre incapacità, la sede della sua onnipotenza. Dove aveva Dio disposto che risiedesse la forza divina che aveva messa in Sansone, se non nei suoi capelli, la parte più debole che si trovasse in lui?» (Lettera n. 100, in Lettere dell’amicizia spirituale, Torino 1992, p. 276).
Il povero è anche disprezzato, è indifeso. Non dobbiamo dissociare troppo la figura della vergine con quella della sterile. Dal punto di vista sociale la vergine o la sterile erano considerate come donne incompiute. Lo stesso valeva per l'uomo incapace di generare.
Anche oggi tale condizione può essere oggetto di disprezzo, poco apprezzata da parte di molti nella Chiesa e svalutata nella società. Gesù probabilmente era stato oggetto di stupore negativo e di scherno a motivo del suo celibato. È probabile che sia stato schernito come un uomo privo di vera mascolinità e come un uomo incapace di svolgere il compito primario del maschio che era quello di generare e di prolungarsi in un erede (Mt 19,12).
Il povero è disprezzato e un compito primario del vergine è quello di amare e desiderare di partecipare al disprezzo di cui è sempre stato oggetto il povero e, in primo luogo Gesù, come il povero per eccellenza. «Possiamo essere a perfetta somiglianza di Dio quando, al modo di pittori esperti, fissiamo in noi stessi quelli che furono i tratti della sua condizione umana» (Metodio, 1,4 cit. p. 43)
Accogliere la croce significa, in primo luogo, accettare l'estraneità, la svalutazione o la derisione che sono implicite nella sequela. O accettiamo di essere compianti o derisi, di essere percepiti come uomini desueti, fuori dal tempo o illusi, oppure non riusciremo mai a diventare discepoli. Una chiesa che si preoccupa soltanto di aggiornarsi per essere accolta, e che considera evangelico soltanto ciò che viene apprezzato e accettato dalla società e fa passare sotto silenzio tutto il resto, è una chiesa che sta perdendo se stessa.
Connessa alla povertà è il discorso sulla reale difficoltà a vivere la verginità, essendo una frattura con il desiderio spontaneo di stringere relazioni affettive e una frattura con il desiderio umano di fecondità. Quando parlo di reale difficoltà, non penso tanto a possibili fatti di trasgressione, ma piuttosto al cammino necessario per accogliere volontariamente, serenamente, il sacrificio della rinuncia che la verginità comporta, in modo tale che diventi ricca e feconda. La verginità è una forma alta del rinnegamento di se stessi richiesto dal Vangelo.
Il vergine deve essere convinto che il suo proponimento supera non solo le intenzioni ma anche le capacità umane. Questa consapevolezza è parte integrante del sentimento di povertà. L'auto-dominio e la carità sono doni esclusivi dello Spirito Santo (Cf Gal 5,22). Chi ha ricevuto questo carisma deve lottare intensamente per attuare il suo proposito ma deve sapere anche la vittoria non è mai sua. Il desiderio di lottare, la continuità della lotta e ogni vittoria sono opera dello Spirito Santo. É impossibile che chi presume di se stesso possa ottenere qualche risultato. L'impegno per ottenere una verginità matura è proficuo, e possiede un valore enorme già per se stesso.


Fecondità


Oltre alla povertà, la verginità nella Bibbia richiama la fecondità. C'è tuttavia una diversità tra fecondità miracolosa ottenuta dalle donne sterili come Elisabetta (molto prima la madre di Samuele [Cf 1 Sm 1,6] o di Sansone [Cf. Gdc 13,2]) e la fecondità delle Vergine Maria. Maria, la povera per eccellenza (ossia la vera credente) accoglie lo stesso Figlio di Dio. La verginità di Maria riceve qui un significato decisivo (escatologico in quanto il progetto di Dio raggiunge il suo culmine). Questo è certamente un dono inaspettato: che Gesù nasca da una vergine attesta con chiarezza che Egli è opera dello Spirito Santo. Come il primo Adamo era stato creato direttamente da Dio, così Gesù viene creato dallo Spirito. Dopo la sua morte, lo Spirito verrà a crearlo di nuovo donandogli la vita eterna da Risorto.
Ora la verginità acquista il suo senso se viene unita alla fede e all'obbedienza; all'obbedienza della fede. Da una parte Maria è totalmente passiva: può soltanto ricevere un Dono che la supera, dall'altra partecipa al dono con la sua disponibilità all'accoglienza. Essere passiva non è una ovvietà, un atteggiamento facile. Anzi, fare il vuoto in se stessi è l'opera più difficile. Che io non debba quasi più esistere con i miei desideri, bisogni, progetti ed intenzioni, e tanto di più con i miei capricci, egoismi e fantasmi, per fare posto al disegno di Dio, non è cosa facile. In questo caso non bisogna darsi una identità ma predisporsi a riceverla.
L'obbedienza di Maria non è soltanto un evento interiore. Come la povertà  (religiosa) coinvolge l'obbedienza, perché si attui un vero affidamento a Dio, così l'obbedienza si attua nel fenomeno reale della povertà. Ella deve affrontare tutti i disagi della sua situazione: è una promessa sposa rimasta incinta (Cf Mt 1,19). Le sofferenze della sua maternità preparano quelle che dovrà vivere nella Pasqua. La sua verginità è sterilità in attesa di una fecondità secondo un progetto non scelto da lei, che adempie il suo significato attraverso l'obbedienza nella povertà. Compaiono tre aspetti di un unico atto.
L'esperienza di Maria da un lato è singolare, dall'altro è un modello per ogni verginità. Il vergine povero e obbediente, che, agendo in questo modo, riassume in sé la caratteristica della Chiesa, ha il compito di generare Cristo al mondo. L'evento escatologico della venuta del Signore e del suo Regno, non è soltanto un fatto puntuale, storico. Si rinnova nell'oggi, ogni giorno. La mia sterilità può essere resa feconda dal Signore, nel vivere l'obbedienza. Un esempio: andiamo ad attingere dagli otri semplice acqua ma, cammin facendo, poiché ci fidiamo del comando ricevuto, vediamo trasformarsi quest'acqua in vino nuovo. «Bisogna che ora esaminiamo la situazione di Paolo, degno della nostra lode. Quand'egli non era ancora "perfetto in Cristo" viene dapprima generato e allattato da Anania che lo evangelizza e lo rinnova col battesimo, secondo il racconto degli Atti. Allorché arrivò ad esser uomo e prese la struttura per una perfezione spirituale, diventò così "aiuto" e "sposa" del Verbo, accogliendo in sé e sviluppando i germi della vita. Allora colui che precedentemente si chiamava fanciullo diventa Chiesa e madre, generando lui stesso quanti per mezzo suo hanno creduto al Signore, finché in essi Cristo venga formato e generato. Egli dice: Figli miei, per cui io sono nelle doglie del parto finché Cristo non sia formato in voi (Gal 4,19). E ancora: In Gesù Cristo io vi ho generati mediante il vangelo (1 Cor 4,15)» (Metodio, III, 9, cit. pp. 66-67; cf. Gregorio di Nissa, Verginità, XIX, cit. p. 101).
«Gli oracoli divini ci hanno svelato quale bene rappresentino la gravidanza ed il parto spirituali e quale tipo di fecondità fosse praticato dai santi di Dio. Il profeta Isaia ed il divino apostolo lo spiegano molto chiaramente. Il primo dice: Per effetto del timore che abbiamo di te, o Signore, abbiamo concepito nel nostro ventre, partorito e generato; il secondo si vanta di essere divenuto il più fecondo di tutti gli uomini, e di avere reso gravide intere città e popoli, in quanto con i suoi parti non solo condusse alla luce e formò nel Signore i Corinzi ed i Galati, ma fece il giro di tutta la terra abitata, riempiendola dei propri figli generati in Cristo tramite il Vangelo» (Gregorio di Nissa, Verginità, XIX, cit. p. 101).
Fecondità significa soprattutto collaborazione efficace all’opera di salvezza:
«Facendo un passo ardito S. Ambrogio arrischia di affermare che alle vergini sarebbe possibile usare dell'altare di Dio. “Io non esito a dire che gli altari di Dio siano aperti a voi le cui menti arditamente chiamerei altari sui quali ogni giorno si immola Gesù Cristo per la redenzione del corpo” (Exhortatio Virginitatis, Ibid., 2, 2, 18) Ma subito si riprende e specifica il senso della frase: voi potete accostarvi all'altare perché nei vostri cuori, “quotidie pro redemptione corporis Christus immolatur” (Ibid.). Il concetto di vergine-sacerdote è frequente nel Santo: “sacerdotium castitatis” (Ibid., 1, 12, 65; 1, 7, 32). La vergine è salvezza dei familiari e di tutto il genere umano. Il Santo ritorna spesso su questa altissima prerogativa della verginità specificandone i particolari. Nel libro secondo del De Virginibus, pone in bocca alla Madonna una preghiera per le vergini: “Se non debbono giovare solo a se stesse coloro che non sono vissute solo per sé, deh, fa che questa ottenga misericordia per i genitori e quella per i fratelli”.(Ibid., 2, 2, 16). Alla vedova Giuliana fa fare un magnifico accostamento tra la salvezza operata dal genere umano operata dal Verbo Divino e la salvezza della famiglia operata dalla vergine.  “Gesù venne per mezzo della vergine Maria a salvare il mondo e il parto verginale disciolse i trascorsi della donna: così pure la vostra verginità disciolga i miei errori” Nell'animare i parenti a lasciar libere le figlie perché abbraccino lo stato verginale, porta anche il motivo della salvezza che viene dalle vergini: “Voi genitori, udite, perché possiate averle come mediatrici presso Dio, e vi sciolgano dalle colpe” (Exhortatio virginitatis, 4, 26)» (Cf. L. Dossi, Santa Marcellina ispiratrice di verginità, in Nel XVI Centenario della velatio di s. Marcellina, Edizioni Marcelline, Milano 2013, p. 49).
La riflessione condotta finora ci obbliga a non separare l'impegno della verginità dagli altri atti e sentimenti costitutivi della sequela del Signore. Rivolgersi a Lui, aderire a Lui, è un atto globale, composito; trascina con sé tutta la nostra persona e la nostra vita. Come sola rinuncia all'esercizio della sessualità, la verginità non avrebbe senso compiuto.
É un rivolgersi a Dio nell'entusiasmo della scoperta del valore di Dio ma questo volgersi a Lui avviene all'interno della vita concreta e della storia; affronta l'incomprensione e il peccato; verifica la grazia e la mia debolezza; si attua non nel rifuggire i problemi ma nell'affrontarli. Solo Colui che mi chiama è fedele; io lo posso diventare soltanto con la sua grazia. Il mio cammino vero di conversione lo offro poi alla Chiesa e all'umanità e il crescere nell'amore vale più di ogni altro olocausto e più di ogni altro sacrificio.
Inoltre bisogna osservare che la grazia ci offre la possibilità di sperimentare, insieme alla nostra debolezza, l'esito stupefacente dell'opera di Dio.





LA PRATICA


La tradizione spirituale ha sottolineato che per vivere la verginità in tutta la sua globalità, non soltanto come astensione dai rapporti coniugali ma come donazione totale a Dio, bisogna nutrire grandi desideri, grandi propositi (o sogni come si dice oggi), fori deliberazioni, nella consapevolezza che il desiderare e il portare a compimento sono prima di tutto opera di Dio in noi.
Come punto di partenza, insieme ai nostri propositi, incontriamo la nostra tiepidezza.
 Bisogna non però avvertire che vi sono due sorta di tiepidezza, l'una inevitabile e l'altra evitabile. «L'inevitabile è quella da cui non sono esenti neppure i santi; e questa comprende tutti i difetti che da noi si commettono senza piena volontà, ma solo per la nostra fragilità naturale. Tali sono le distrazioni nell'orazione, i disturbi interni, le parole inutili, le vane curiosità, i desideri di comparire, i gusti nel mangiare o nel bere, i moti di concupiscenza non subitamente repressi, e simili. Questi difetti dobbiamo noi evitarli quanto possiamo; ma, per cagion della debolezza di nostra natura infettata dal peccato, è impossibile evitarli tutti. Dobbiamo bensì detestarli dopo averli commessi, perché sono disgusti di Dio; ma, come avvertimmo nel capo antecedente, ci dobbiamo guardare di disturbarci per quelli. Scrisse S. Francesco di Sales: Tutti quei pensieri che ci danno inquietudine non sono da Dio ch'è principe di pace, ma provengono sempre o dal demonio o dall'amor proprio o dalla stima che facciamo di noi stessi» (De Liguori, Pratica di amar Gesù Cristo, 2, Milano 1986, p. 94).
L'amore di Dio è come un globo di fuoco che consuma tutte le nostre imperfezioni. L'Eucaristia svolge lo stesso compito.
Piuttosto dobbiamo evitare la tiepidezza che implica il commettere una serie di peccati veniali deliberati (le bugie volontarie, i risentimenti di parole, le derisioni del prossimo, le parole pungenti, i discorsi di stima propria, i rancori d'animo nutriti nel cuore, le affezioni disordinate a persone di diverso sesso): «Bisogna dunque tremare di tali difetti deliberati, perché per quelli Dio restringe la mano a' lumi più chiari ed agli aiuti più forti, e ci priva delle dolcezze spirituali; e quindi ne nasce che l'anima fa le cose spirituali con gran tedio e pena; ed infine facilmente lascerà tutto... L'uccello quando è sciolto da ogni laccio, subito vola: l'anima quando è sciolta da ogni attacco terreno, subito vola a Dio; ma se sta legata, ogni filo basterà ad impedirle il camminare a Dio» (Pratica…, 4-6, pp. 95-97).
Come opporsi alla tiepidezza?
Prima di tutto rinnovare i grandi desideri che stanno alla base della nostra vocazione, che danno la forza di camminare, alleggeriscono la fatica, ci elevano al cielo. «Dice S. Agostino che nella via di Dio il non avanzarsi è tornare in dietro: Non progredi reverti est. Chi non si fa forza per andare avanti si troverà sempre in dietro, trasportato dalla corrente della nostra natura corrotta» (Pratica…, 9, p. 98).
Dio ci vuole tutti santi (cf. 1 Ts 4,3). «Anche i peccati commessi possono cooperare alla nostra santificazione, in quanto la loro memoria ci rende più umili e più grati, vedendo i favori che Dio ci dispensa dopo che l'abbiamo tanto offeso. Io non posso niente, deve dire il peccatore, né merito niente, altro non merito che l'inferno; ma ho che fare con un Dio di bontà infinita che ha promesso di esaudire ognuno che lo prega; ora, dal momento che egli mi ha cacciato dallo stato di dannazione e vuole ch'io mi faccia santo, e già mi offre il suo aiuto, ben posso farmi santo, non colle forze mie, ma colla grazia del mio Dio che mi conforta: Tutto posso in Colui che mi da forza (Fil. 4,13)» (Pratica…, 11, p. 99).
Ogni desiderio deve concretizzarsi nella formulazione di decisioni ferme. «Non basta il desiderio della perfezione, se non vi è ancora una ferma risoluzione di conseguirla. Il pigro sempre desidera, e non si risolve mai di prendere i mezzi propri del suo stato per farsi santo. Dice: Oh se stessi in un deserto e non in questa casa! Oh se potessi andare a vivere in un altro monastero, vorrei darmi tutto a Dio! E frattanto non può soffrire quel compagno, non può sentire una parola di contraddizione, si dissipa in molte cure inutili, commette mille difetti, di gola, di curiosità e di superbia: e poi sospira al vento: Oh se avessi, oh se potessi, ecc. Tali desideri fan più danno che utilità. Diceva S. Francesco di Sales: Io non approvo che una persona attaccata a qualche obbligo o vocazione si fermi a desiderare un'altra sorta di vita, fuori di quella ch'è conveniente all'officio suo, né altri esercizi incompatibili al suo stato presente; perché ciò dissipa il suo cuore e lo fa languire negli esercizi necessari» (Pratica…, 12, p. 100). «La prima risoluzione ha da essere di fare ogni forza e morir prima che di commettere qualunque peccato deliberato, per minimo che sia. È vero che tutti i nostri sforzi senza l'aiuto divino non possono bastarci a superar le tentazioni; ma Dio vuole che spesso noi ci facciamo dalla parte nostra questa violenza, poiché supplirà egli poi colla sua grazia e soccorrerà la nostra debolezza con farci ottener la vittoria. Questa risoluzione ci libera dall'impedimento di camminare avanti, e ci dà insieme un gran coraggio, poiché ci assicura di stare in grazia di Dio» (Pratica…, 14, p. 101).
Il terzo mezzo per farsi santo è l'orazione mentale. «Chi lascia dunque l'orazione lascerà di amare Gesù Cristo. L'orazione è la beata fornace ove si accende e si conserva il fuoco del santo amore: nella mia meditazione divamperà un fuoco (Sal 38, 4). Non si deve praticare l'orazione per sentire le dolcezze dell'amor divino; chi vi va per tal fine, ci perderà il tempo, o poco profitto ne caverà. Deve la persona mettersi a pregare solo per dar gusto a Dio, cioè solo per intender ciò che voglia Dio da lui e per domandargli l'aiuto per eseguirlo. Portare la croce senza consolazioni fa volare l'anime alla perfezione. L'orazione senza consolazioni sensibili riesce la più fruttuosa per l'anima. Dall'esercizio poi dell'orazione avviene che la persona sempre pensi a Dio: Il vero amante, dice S. Teresa, sempre si ricorda dell'amato. E da qui nasce poi che le persone di orazione parlano sempre di Dio, sapendo quanto piace a Dio che gli amanti suoi si dilettino in parlar di lui e dell'amore ch'esso ci porta, e così procurino d'infiammarne anche gli altri. Dall'orazione ancora nasce quel desiderio di ritirarsi ne' luoghi solitari per trattare da solo a solo con Dio, e di conservare il raccoglimento interno nel trattare gli affari esterni necessari. Dico necessari, o per ragion del governo della famiglia o degli offici imposti dall'ubbidienza; poiché la persona di orazione deve amar la solitudine; lo spirito di raccoglimento ch'è un gran mezzo per mantenere l'unione con Dio. Hortus conclusus soror mea sponsa (Cant. IV, 12). L'anima sposa di Gesù Cristo deve essere un giardino chiuso a tutte le creature, e non dee ammettere nel suo cuore altri pensieri ed altri negozi che di Dio o per Dio» (Pratica…, 20-23, pp. 104-105).
Gli altri mezzi suggeriti dal Liguori sono la comunione frequente e la preghiera (Pratica…, 26 e 33, pp. 107 e 111).
M soffermo ora sopra una questione rilevante. Riguardo all'orazione mentale, rilevo una differenza tra i suggerimenti di questi santi e la prassi inculcata dai Padri della Chiesa e ripresa dal magistero attuale della Chiesa.
Nella Chiesa antica, tutti i battezzati ma soprattutto le vergine consacrate erano avviate alla lettura frequente della Sacra Scrittura. Si trattava di una lettura non oziosa o curiosa ma condotta in spirito di preghiera ed era chiamata lectio divina.
La descrizione migliore (che è forse anche la più antica) la troviamo nella lettera all'amico Donato scritta da san Cipriano di Cartagine. «Sii assiduo alla preghiera e alla lettura. Ora parla con Dio, ora Dio con te. Egli ti istruisca coi suoi precetti, egli ti formi. Nessuno renderà povero chi lui ha arricchito. Non può esserci alcuna povertà quando il cuore è saziato dal cibo celeste» (Cipriano di Cartagine, A Donato, 15, Edizioni ESD ESC 2, Roma-Bologna 2007, p. 113).
Le testimonianze più vive che collegano la lectio alla Verginità, ci vengono da Metodio.
«Come le parti sanguigne delle carni, quelle intaccate e tutto quanto è soggetto a putrefazione vengono bruciate dal sale, allo stesso modo tutti i desideri irragionevoli che la vergine porta nel corpo vengono minimizzati dall'insegnamento dei precetti. Giacché un'anima che non sia cosparsa da questa specie di sale che sono le parole di Cristo, fatalmente si corrompe. Per tal fatto nel Le-vitico esiste il divieto di offrire al Signore Dio qualsiasi dono che non sia stato prima cosparso di sale (Lv 2,13). Ci è stato infatti dato un sale aspro che ci mortifica a nostro vantaggio: è qualsiasi meditazione spirituale delle Scritture, prescindendo dalla quale è impossibile che l'anima venga presentata all'Onnipotente per mezzo del Verbo. Disse il Signore degli Apostoli: Voi siete il sale della terra (Mt 5,13). Bisogna dunque che la vergine sia sempre presa dall'amore per il bello, si distingua tra quelli che primeggiano nel servizio della sapienza, che non abbia traccia di indolenza ne di mollezza, ma rappresenti sempre il meglio e coltivi pensieri degni della verginità. Deve purificare con la Parola quel che trasuda del piacere, perché, senza accorgersene, una violenta putredine non generi il verme dell'incontinenza. Come dice giustamente il beato Paolo: Chi non è sposata ha cura delle cose del Signore, del come potrebbe piacere al Signore per essere santa di corpo e di spirito (1 Cor 7,32-34). Molte, però, ritenendo secondario l'ascolto della Parola, pensano di far cosa molto gradita se vi prestano l'orecchio per poco tempo: ma da queste bisogna tenersi lontani» (Metodio, 1,1 cit., pp. 38-39).
«In Isaia i giusti sono chiamati salici che crescono sulla sponda dell'acqua corrente (Is 44,4). La giovane pianta della verginità si protende verso l'alto con vigore e bellezza solo quando l'uomo giusto che si è dedicato alle sue cure e alla sua crescita la bagna coi dolcissimi ruscelli del Cristo e l'asperge con la Sapienza. Infatti come la pianta del salice verdeggia e si sviluppa naturalmente grazie all'acqua, così la verginità fiorisce e sboccia continuamente se viene alimentata dalla sacra dottrina affinché uno possa appendervi la sua cetra» (Metodio, 4,3 cit., p. 79).
Nel secolo XVII, in san Francesco de Sales ritroviamo dei suggerimenti che son praticamente identici a quelli dei Padri:
«... pensa e leggi spesso cose sante, perché la Parola di Dio è casta e rende casti coloro che vi si compiacciono; sicché Davide la paragona al topazio, pietra preziosa, che ha la proprietà di calmare l’ardore della concupiscenza» (Francesco di Sales, Filotea XIII).
«... datti alla lettura dei Libri santi più di quanto non sei solita fare, confessati e comunicati più spesso, con umiltà e sincerità parla di tutte queste suggestioni e tentazioni al tuo direttore spirituale, se ti è possibile» (Francesco di Sales, Filotea XXI).


Amicizia


Il vergine e la vergine, vivendo in comunità o anche da soli, riescono meglio nel loro compito di realizzare un amore pieno, se vivono l’esperienza dell’amicizia. Il cristianesimo ha ereditato dalla Bibbia e dalla riflessione classica greco-romana una stima profonda per il bene dell'amicizia.
Il biblista (e cardinale) Albert Vanhoye così parla del rapporto amichevole e affettuoso che sussisteva tra san Paolo e i suoi cristiani: «...nel brano della Prima Lettera ai Tessalonicesi che stiamo esaminando, egli dice ai fedeli: «Voi siete il mio vanto, la mia gloria». Qui possiamo notare come Paolo non si lasci guidare da una mentalità ristretta o da una coscienza scrupolosa, ma abbia un cuore largo. Perciò non pensa che ciò che viene dato ai suoi fedeli sia tolto a Cristo; anzi, sa che Cristo stesso stabilisce i legami più forti tra le persone, e che questi legami costituiranno un motivo di speranza, di gioia e di gloria nel momento decisivo della venuta finale del Signore. Noi spesso dimentichiamo questa prospettiva di Paolo, sottovalutando i legami affettivi e assumendo un atteggiamento di prudenza, che crediamo spirituale, ma che in realtà non è fedele al Cuore di Cristo. Il Cuore di Cristo ci spinge ad amare, non a diffidare dei sentimenti. Per questo Paolo non esita a vantarsi, a gloriarsi dei fedeli a cui è rivolto il suo apostolato, perché in definitiva il suo è un gloriarsi nel Signore. Anche la sua relazione con i suoi fedeli è opera del Signore» (Albert Vanhoye, La vocazione e il pensiero di san Paolo, ADP, Roma 2013, p. 77).
Oggi l’eros sembra assorbire tutto l’ambito dell’affettività; spetta allora alla spiritualità cristiana, rifondare questo valore tanto necessario per qualificare l’esistenza umana e impedire una sua desertificazione.
La spiritualità monastica, e in particolare quella cistercense (l’autore più emblematico è Aelredo di Rievaulx), è stata la più disponibile ad aprirsi a questa esperienza.
Aelredo ha lasciato un trattato sull’amicizia (De spiritali amicitia) nel quale espone alcuni criteri per vivere questa esperienza nella sapienza evangelica. Percorriamo alcune delle tematiche esposte.
Innanzitutto una definizione. Questo è amicizia: avere le medesime convinzioni, la medesima volontà unita a un sentimento di benevolenza. Se prestiamo attenzione, più che all’elemento unificatore, ossia il comune ideale, al risultato ottenuto sul piano dei rapporti, abbiamo anche quest’altra definizione: «L’amicizia è quella virtù che unisce gli animi con questo vincolo d’amore e di dolcezza e ne fa di più uno solo» (I,21).
Oltre a questi tentativi di precisazione, Aelredo ci lascia dei tratti vivi di esperienza: l’amico è il custode dell’animo, «ne conserverà tutti i segreti in fedele silenzio, correggendo e sopportando, nella misura delle proprie forze, i difetti che vi scorgerà; si rallegrerà nelle sue gioie e si rattristerà nelle sue sofferenze, e sentirà come proprio tutto ciò che riguarda l’amico» (I,20).
Da queste osservazioni, sorge però una difficoltà. Una relazione benevola accompagnata dalle ricerca di interessi reciproci può originarsi anche tra persone malvagie o corrotte che si uniscono per scopi deteriori. Ora Aelredo non rifiuta neppure a questo genere associazioni il nome di amicizia, ma la considera non autentica, proprio perché, non essendo gratuita, non avrà durata; i contraenti, animati da interessi estranei all’amicizia stessa, non potranno rispettare le condizioni che la mantengono viva. L’amicizia autentica, invece, grazie alla ricerca comune di un bene oggettivo, favorisce la crescita morale di ognuno che ha contratto il legame amicale e quindi consolida anche la loro unione (Cf. I,38-45).
Egli dà per scontato che l’amicizia sia un bene. Il problema non sta nel dilemma se accoglierla o rifiutarla, ma piuttosto nella possibilità di riscoprire le condizioni comportamentali che da un sentimento spontaneo la rendono un valore duraturo.
Come ho già accennato, l’amicizia viene bene accolta, anche e soprattutto come sostegno di un cammino spirituale, se manifesta un sostanziale e prezioso requisito, la gratuità: «L'amicizia spirituale, l'unica che diciamo vera, è desiderata non in vista di una qualche utilità mondana, né per una qualsiasi ragione d'ordine estrinseco, bensì in virtù della dignità della propria natura e della disposizione del cuore umano; sicché il suo frutto e la sua ricompensa non sono in nient'altro che in se stessa» (II,45).
Data la difficoltà di stabilire criteri certi di discernimento sulle motivazioni che sostenevano i casi singolari, il segno della sua autenticità veniva posto nella sua durata. Una amicizia autentica sussiste per sempre, mentre il suo venir meno mette a nudo le motivazioni false su cui essa si basava.
Ora il criterio della durata, poi, avvicina l'amicizia alla carità. La perseveranza, infatti, presuppone la capacità conservare un rapporto di benevolenza che spinge al dono totale di sé e a conservare sentimenti d’amore anche quando la reciprocità può incrinarsi (Cf. I,23-26).
Aelredo, comunque, la differenzia dalla carità per il fatto che mentre l’amore deve essere rivolto a tutti, anche ai nemici, l’amicizia nasce solo tra persone legate tra loro da stima reciproca e da benevolenza (Cf I,32). Mentre la carità richiede un'apertura universale, ci induce, cioè, ad agire bene verso ogni essere che incontriamo, la relazione amicale si può sviluppare solo all'interno di una cerchia stretta di persone che si sono scelte reciprocamente. L'amicizia non è rifiuto dell'amore ma una sua modalità di attuazione: Pur amando tutti, la carità sceglie alcuni che vuole avvolgere d'una particolare tenerezza, e anche in questo numero di privilegiati sceglie un piccolo stuolo al quale dona un affetto ancor più speciale.
La differenza o meglio il vantaggio dell'amicizia rispetto all'amore sta proprio nel suo aspetto di piacevolezza: «In una cosa l'amicizia risplende di una speciale prerogativa: tra coloro che sono uniti con il vincolo dell'amicizia tutto diventa piacevole, tutto sicuro, tutto dolce, tutto soave» (II,19).
In essa la carità diventa soave o dolce. Così la componente affettiva o gratificante dell'amicizia non solo viene ammessa ma anche incoraggiata.
A sorprendere maggiormente in questa convinzione è il fatto che gli elementi di gratifica propri dell'amicizia non vengano rifiutati, ma, al contrario valorizzati come un aiuto per vivere meglio l'agape. La presenza della piacevolezza non rappresenta un dissolvimento dell'autenticità dell’amore. Se l’amicizia, rispetto ad essa, perde in estensione, guadagna in spontaneità ed, infine, può richiedere lo stesso spirito di sacrificio proprio dell'agape. L’amore non vale solo quando è unilaterale, ossia quando è tanto generoso da riversarsi su qualcuno anche senza contraccambio, oppure quando presenta solo il carattere della mortificazione di sé - atteggiamenti che compaiono nel nobile amore verso il nemico -, ma anche quando vige all’interno di una circolazione d’affetto, in cui sboccia il piacere dell’incontro, la soavità dell’amarsi.
La relazione amicale di interscambio, se di per sé non rappresenta il vertice estremo a cui può pervenire l’agape, offre l’idea di quello che dovrebbe essere il vivere cristiano normale: uno sperimentare la leggerezza della comunione sincera. La vita comune non è destinata ad essere soltanto massima penitenza ma anche realizzazione umana più compiuta, luogo del donare, anche faticoso, ma anche luogo del comunicare nella piacevolezza.
Interessanti, poi, sono le motivazioni teologiche che sorreggono l’impegno del cristiano nel volere realizzare il bene dell’amicizia.
Come ho già rilevato, essa è un bene naturale che sgorga dall’intenzione stessa del Creatore. Dio, che non ha bisogno d’altro per essere completo nella sua beatitudine, vuole lasciare nelle creature una traccia del suo essere uno. Mentre siamo soliti fondare la comunione umana come riflesso del mistero trinitario, Aelredo preferisce fondarla sull’unità di Dio, forse perché essa è come lo scopo delle differenze personali: «Volle che tutte le sue creature vivessero in pace e si unissero in comunità, e tutte, così, ricevessero da lui, che è sommamente e semplicemente Uno, una qualche traccia di unità» (I,52).
Per questo crea diverse specie in ogni genere di essere, quasi per persuadere ognuno di essi a fare amicizia tra di loro. Anche per quanto riguarda l’umanità, Dio creò una coppia di essere di pari dignità proprio perché l’uguaglianza in dignità li conducesse all’amicizia. L’essere umano, quindi, è destinato alla comunione. La coppia, più ancora che del piacere dell’unione, è destinata a godere della soavità della relazione amicale. Il compito dell’uomo, dopo la dispersione in seguito alla caduta, è quello di salvaguardare questo bene dato originariamente da Dio.
Un rapporto vero di amicizia, il quale richiede sempre di essere fondato e di crescere nell'amore autentico, è un dono creato da Cristo nella nostra esistenza, un dono tale che, se viene esercitato, ci avvicina a Lui. Anzi attraverso la benevolenza dell'amico è Cristo stesso a rendere attuale per noi la sua amicizia. Il Signore Gesù ci ama attraverso la benevolenza dell’amico e, viceversa, infonde in noi l’amore che nutriamo verso l’altro. Il rapporto amicale è infine un'immagine della comunione futura nella città celeste (II,26).


Il distacco


Nel vivere l’amicizia è necessario custodire gli affetti del cuore. Nessun autore di spiritualità come Francesco di Sales è più chiaro e più determinato nel rilevare e combattere gli affetti scomposti che possono insorgere nelle persone.
Prima di tutto si preoccupa di eliminare in origine ogni affetto smodato; in questo luogo ci vuole attenzione alle parole lusinghiere: «Che cosa fare per combattere gli amori futili, le stranezze, le pazzie, le brutture cui ho accennato? Appena ne avverti i primi sintomi, volgiti subito dall’altra parte e, respingendo nel modo più assoluto quelle stupidità, corri presso la Croce del Salvatore, afferra la sua corona di spine e cingine il tuo cuore di modo che quelle piccole volpi non possano avvicinarsi.
Sta bene attenta a non scendere a patti con il nemico; non dire: lo ascolterò, ma poi non farò nulla di quanto mi suggerirà; gli presterò orecchio, ma gli rifiuterò il cuore. Filotea, in tali circostanze, devi essere intransigente: il cuore e le orecchie sono collegati, e com’è impossibile arrestare un torrente che scende a valle dalla montagna, così è difficile impedire che l’amore entrato in un orecchio non scenda presto nel cuore... Proteggiamo dunque scrupolosamente le nostre orecchie dai colpi d’aria delle parole inutili; in caso contrario ben presto il nostro cuore ne sarà contagiato.
Ricordati che hai consacrato il cuore a Dio, gli hai dato il tuo amore, e sarebbe un sacrilegio sottrargliene anche una briciola soltanto; rinnova la tua offerta con mille propositi e promesse e rimani in quelle come un cervo nel suo rifugio e poi invoca Dio. Egli ti verrà in aiuto: prenderà il tuo amore sotto la sua protezione, per farlo vivere unicamente in Lui».
In seguito Francesco cerca di intervenire nel caso in cui, invece, il sentimento d’affetto, si sia già radicato nel cuore, in profondità. Suggerisce di praticare un allontanamento tra i due amanti:
«Se poi sei già incappata nelle reti di quei futili amori, allora sento l’obbligo di dirti che ti sarà difficile sbarazzartene. Mettiti alla presenza della divina Maestà, riconosci l’enormità della tua miseria, la tua debolezza, la tua vanità; poi con l’impegno massimo di cui sarai capace, detesta quegli amori già iniziati, rinnega la sciocca manifestazione che ne hai fatto, rinuncia a tutte le promesse ricevute e, con una volontà forte e risoluta, decidi nel cuore e risolviti a mai più ricominciare quei giochi e quelle schermaglie d’amore. Se poi ti è possibile allontanarti fisicamente dalla persona coinvolta, sono d’accordissimo, perché, allo stesso modo che coloro i quali sono stati morsi da un serpente, non possono guarire facilmente in presenza di coloro che già sono stati morsi a loro volta, la persona ferita d’amore difficilmente riuscirà a guarire da quella passione, finché sarà vicina a quella ferita dallo stesso morso. Il mutamento del luogo è molto utile per calmare la febbre e l’agitazione causate sia dal dolore che dall’amore.
Ma chi non può allontanarsi? Deve troncare ogni conversazione privata, gli incontri segreti, gli sguardi languidi, i sorrisi e in genere tutti gli scambi e gli ammiccamenti che possono nutrire questo fuoco maleodorante e fuligginoso. Se poi le circostanze esigono che si rivolga la parola al complice, deve essere per dichiarare, con una coraggiosa, breve e seria protesta, il divorzio definitivo che abbiamo giurato. Grido a voce alta, a chiunque sia caduto in questi lacci passionali: taglia, tronca, spezza. Non bisogna perdere tempo a discutere queste futili amicizie; bisogna strapparle non perdere tempo a sciogliere i nodi; bisogna spezzarli è tagliarli; tanto quei cordoni e quei legami non hanno alcun pregio. Non bisogna avere riguardi per un amore che è contrario all’amore di Dio».
Infine il santo Dottore, cerca di rianimare la persona che si sente ferita in seguito all’esperienza vissuta: «Dopo avere in questo modo spezzate le catene di quell’infame schiavitù, è possibile che resti qualche strascico. I marchi e le piaghe dei ferri rimarranno impressi nei piedi, ossia negli affetti. Non fa nulla, Filotea, se tu hai concepito per il tuo male tutto l’orrore che merita; se farai così non sarai più agitata dalle ansie; proverai soltanto un forte orrore per quell’amore infame e per tutto quello ad esso collegato e sarai libera da ogni altro affetto per la persona che hai lasciato; ti rimarrà soltanto un amore purissimo per Iddio.
Se poi, a causa dell’imperfezione del pentimento, rimane in te qualche inclinazione cattiva, procura per la tua anima una solitudine mentale, come ti ho già insegnato, e ritirati in essa con tutte le tue facoltà, e con mille slanci ripetuti dello spirito, rinuncia alle tue inclinazioni, rinnegale con tutte le forze; datti alla lettura dei Libri santi più di quanto non sei solita fare, confessati e comunicati più spesso, con umiltà e sincerità parla di tutte queste suggestioni e tentazioni al tuo direttore spirituale, se ti è possibile; o almeno con qualche anima dalla fede profonda e molto prudente; sta certa che il Signore ti libererà da tutte le passioni, se tu continuerai fedelmente questi esercizi».
 (Francesco di Sales, Filotea, XXI).



venerdì 5 maggio 2017

Misericordia e verità


Oggi, giustamente, si parla molto della misericordia di Dio. Come se ne parlava ai primordi della Chiesa? Vorrei riprendere alcuni insegnamenti impartiti da san Cipriano martire, ai suoi fedeli di Cartagine, subito dopo la persecuzione di Decio (nel 250). Il vescovo si preoccupò molto dei «lapsi», cioè dei cristiani che avevano apostatato ma anche di una certa prassi penitenziale che si stava attuando nella sua Chiesa. 
tulipani all'eremo di Camaldoli
L’esercizio della misericordia viene paragonata da Cipriano all’arte medica. Il medico, che esita a toccare la parte interna della ferita, è un incapace. Non deve lasciarsi turbare dalle grida del malato ma fare ciò che deve fare; il malato, quando avrà riacquistato la salute, in seguito lo ringrazierà (De lapsis 14). Il vero misericordioso, quindi, non deve nascondere la gravità del peccato ma praticare le terapie adeguate. Anche se la verità facesse male, non dovrebbe essere taciuta. 
Che cosa stava succedendo invece? «Contro la potenza del Vangelo, per la sfrontatezza di certuni si concede senza ritegno la comunione a persone presuntuose; è una pace falsa e ingannatrice, pericolosa per chi la concede e svantaggiosa per chi la riceve» (15). Il vescovo disapprova alcuni ministri troppo indulgenti ma anche dei peccatori troppo arroganti. I primi sono dei medici incompetenti: «Non chiedono la vera medicina della penitenza» poiché «è stato tolto il pentimento dal cuore, è stato cancellato il ricordo del gravissimo e dolorosissimo crimine. Si nascondono le ferite, si copre con un finto dolore la ferita mortale, profondamente infissa nel cuore» (15). 
Cipriano ricorda la necessità che il penitente si proponga di praticare il Vangelo: «Non può riunirsi alla Chiesa, chi si separa dal Vangelo (… nec Ecclesiae jungitur qui ab Evangelio separatur)» (16). Quindi, egli avverte, «non bisogna disperare della misericordia del Signore, ma nemmeno pretendere il suo perdono. .. per una profonda ferita la cura deve essere lunga e attenta; la penitenza non deve essere inferiore al delitto» (35). Una clemenza eccessiva «non giova in nulla ma anche danneggia coloro che sono caduti. Presumere dell’indulgenza, dopo aver disprezzato il Signore, significa provocare la sua collera» (18). 
Riguardo al peccatore presuntuoso, osserva: «Avanza a testa alta e non la piega, anche se è caduto… addirittura quel sacrilego si adira con i sacerdoti perché non riceve subito il corpo del Signore. O pazzo furioso! Ti adiri con colui che si sforza di allontanare da te la collera del Signore; minacci colui che invoca per te la misericordia del Signore, che vede la tua ferita, di cui non ti rendi conto, che versa per te lacrime che tu forse non versi» (22). 
A suo parere, i lapsi avrebbero dovuto  essere esclusi dalla comunione fino al termine della vita. Fu troppo severo? In realtà, a mio parere, si accomunò alla decisione di S. Paolo nei confronti dell'incestuoso di Corinto (1 Cor 5,4-5); in questi casi la Chiesa non condanna ma si ritira, rimettendo tutto a Dio (che può indurre al pentimento e riportare alla grazia senza la pratica dei sacramenti). Tuttavia, allo scoppio della persecuzione di Valeriano, Cipriano concesse la comunione ai lapsi nell'intento di renderli più forti, convinto che «a chi lo ha commosso di più con il suo rimorso, il Signore fornisce anche le armi con le quali il vinto possa armarsi di nuovo… il pentito diventerà più forte per il nuovo duello, grazie al dolore» e, oltre a questo «renderà felice la Chiesa che prima aveva rattristato» (36). 

venerdì 31 marzo 2017

un nuovo cristianesimo ?


"Il mondo costruì, con l'aiuto dei filosofi dei giorno, una contro-religione, in parte simile al cristianesimo, ma in realtà sua acerrima nemica (...)
[Essa] ha scelto del Vangelo il suo lato più sereno: l'annuncio della consolazione, i precetti di reciproco amore. Rimangono così relativamente dimenticati gli aspetti più oscuri e più profondi della condizione e delle prospettive dell'uomo. È la religione naturale in un'epoca civile, e Satana l'ha accortamente ornata e perfezionata fino a farne un idolo della verità.
Via via che la ragione prospera, via via che il gusto si forma e si raffinano gli affetti e i sentimenti, sarà inevitabile che alla superficie della società si diffonda, del tutto indipendentemente dall'influenza della rivelazione, un costume generale di onestà e di benevolenza.
[Essa] abbandona un intero lato del Vangelo, cioè il suo carattere austero e ritiene basti essere benevoli, cortesi, candidi, corretti nella condotta, delicati, e che non include il vero timor di Dio, nessun vero zelo per il Suo servizio, nessun odio profondo del peccato, non l'adesione fervida alla verità dottrinale, nessuna lealtà di obbedienza alla santa Chiesa apostolica di cui parla il Credo, nessun senso dell'autorità della religione se non all'interno della mente: in una parola, una dottrina che non ha serietà, e perciò non è calda ne fredda, ma (secondo la parola della Scrittura) è semplicemente tiepida. Così facendo non abbiamo agito spinti dall'amore della verità, bensì sotto l'influsso dei tempi. 

Gli uomini hanno sacrificato la verità ai vantaggi. [Pensano che] non occorre temere, che Dio è un Dio di misericordia, che basta emendarsi per cancellare le trasgressioni, che il mondo, tutto sommato, è ben disposto verso la religione, che non è bene eccedere nella serietà, che in tema di natura umana non si debbono avere idee ristrette. Ecco dunque il credo degli uomini che non hanno alcun pensiero profondo (...)". 
Ma invece "Il timor di Dio è il principio della sapienza", fino a quando non vedrete Dio come un fuoco consumatore, e non vi avvicinerete a Lui con riverenza e con santo timore, per il motivo di essere peccatori, non potrete dire di essere nemmeno in vista della porta stretta, il timore e l'amore devono andare insieme; seguitate a temere, seguitate ad amare fino all'ultimo giorno della vostra vita (...).
La vostra conoscenza delle colpe aumenterà con l'aumentare della visione della misericordia di Dio nel Cristo. 
Beato John Henry Newman
dal Sermone del 26 agosto 1832 su «La religione del giorno».

domenica 18 dicembre 2016

SALMI GRADUALI


I salmi che compongono questa raccolta (119-133) vengono chiamati canti delle salite (o graduali). Venivano cantati durante il pellegrinaggio al Sion, salendo le gradinate del tempio. Nati in contesti storici diversificati, furono poi riuniti insieme da un redattore, per proporli come canti per il pellegrinaggio (sec. IV a. C.). Secondo la Mishnà erano cantati sui quindici gradini che, dal cortile delle donne, salivano al cortile d’Israele, all’interno del complesso del tempio. Sono le preghiere di gente semplice e povera che s’imbatte nelle difficoltà comuni dell’esistenza, nel periodo dopo l’esilio, sotto la dominazione dei Persiani (Cf. T. Lorenzin, I Salmi, Paoline, p. 476).


Il cuore della raccolta


Il tempio, eretto sul monte Sion, è il centro a cui si volgono le aspirazioni del popolo. È il luogo nel quale Dio manifesta con più forza la sua presenza; i suoi occhi si volgono verso il popolo là riunito ed tende l’orecchio per ascoltarne le invocazioni.
Giungere a Sion è l’unico modo per trovare sollievo, visto che Israele deve convivere con nemici che lo osteggiano e si oppongono alla sua fede in Dio. A Gerusalemme, il luogo della residenza del Custode del popolo, è possibile trovare pace. A Gerusalemme la nazione sperimenta la sua unità, la gioia di ritrovarsi insieme da fratelli, il gusto della lode di Dio, l’efficacia della benedizione divina.
Rinfrancati dalla grazia, gli israeliti possono riandare con uno sguardo realistico al loro passato travagliato. Sono stati odiati a lungo, da molti, in modo ingiusto. Il Signore li ha accompagnati con grande discrezione ma anche con grande energia, e così facendo, ha impedito che venissero annientati.
Soprattutto prevale l’attenzione al futuro: la venuta del Messia. Il popolo attende il Signore con la medesima ansia con cui le sentinelle di guardia aspettano il sorgere dell’alba. Israele sa di essere un popolo peccatore e perciò, anziché confidare nel suo merito, spera nella generosità di Dio, perché Egli è pronto a concedere una liberazione vasta e definitiva.

Il pellegrinaggio cristiano


Il pellegrinaggio a Gerusalemme degli ebrei viene interpretato dai Padri come metafora di un’ascesa reale a Dio e, servendosi di questi salmi, insegnano quali siano le convinzioni e gli atteggiamenti spirituali necessari per poter avvicinarsi a Lui.
Vediamo alcuni di questi suggerimenti. Cassiodoro riconosce che Dio solo, tramite Gesù, può garantire un esito positivo al nostro ascendere e che noi possiamo salire a Dio soltanto poiché siamo una cosa sola con Cristo, che è già asceso per noi presso il Padre. Inoltre, per poter essere una cosa sola con Cristo e formare il suo Corpo, dobbiamo vivere in unità tra noi, nell’amore: «È spettacolo davvero stupendo vedere uomini salire verso Dio, alla sommità della divina Bellezza. Fatto realizzabile solo a opera di Colui che comandò a Lazzaro di venir fuori dal sepolcro, tese la destra a Pietro per impedirgli di precipitare a fondo, trasferì altrove da vivi Elia ed Enoch e operò tanti altri prodigi simili compiuti quotidianamente con la sua potenza divina. Salire i nostri gradini possono coloro che già su questa terra costituiscono una cosa sola nell'amore. Non possono affrettarsi ad andare verso il Capo se non quelli che sono sue membra» (Cassiodoro, PL 70 914 B-C).
Secondo Agostino, la salita è garantita dall’umiltà: bisogna che ci piaccia Dio e che siamo, invece, scontenti di noi stessi, rattristati per i nostri peccati: «Cos'è l’ascendere nel cuore? Avanzare verso Dio. A patto però che nel progredire non ci si insuperbisca; a patto che salendo non si cada. Se infatti avanzando ci si insuperbisce, si sale ma per cadere. Cosa si dovrà quindi fare per evitare la superbia? Si sollevino gli occhi a colui che abita nel cielo; non si rimiri noi stessi! Chi è che piace a Dio? L'uomo a cui piace Dio. Ma egli non potrà piacerti se tu non proverai dispiacere per te stesso… Se ti vorrai guardare con sincerità, troverai in te cose che ti debbono dispiacere e dovrai dire a Dio: Il mio peccato mi è sempre dinanzi. Sì, sia sempre dinanzi a te il tuo peccato, affinché non sia dinanzi a Dio! (Agostino 122,3 PL 37 1031-1032).
Soprattutto, la vera forza della salita consiste nell’energia dell’amore: «Quando l'amore impuro infiamma un cuore, lo sollecita a desiderare le cose della terra, lo precipita in basso, lo sommerge nelle profondità dell'abisso. Analogamente è dell'amore santo. Eleva alle cose del cielo, infiamma per i beni eterni, solleva l'uomo dalle profondità dell'inferno alle sommità del cielo. In una parola, ogni amore è dotato di una sua forza e, quand'è in un cuore innamorato, non può restarsene inoperoso: deve per forza spingere all'azione. Vuoi vedere come sia il tuo amore? Osserva a che cosa ti spinge. Non vi esortiamo, quindi, a non amare, ma a non amare il mondo, affinché possiate amare con libertà Colui che ha creato il mondo. Un'anima irretita dall'amore terreno è come se avesse del vischio nelle penne: non può volare… Lasciamoci attrarre dai gaudi della patria beata» (Agostino, 121,1 PL 37 1613).
In un altro testo, Agostino  compone insieme i due elementi basilari; saliamo a Dio grazie all’amore ma possiamo fare questo per l’impegno di Gesù che è disceso fino a noi per farci risalire a Dio con Lui: «Ho intrapreso, seguendo l'ordine progressivo, l'esame dei cantici dell'uomo che ascende: ascende e ama, anzi in tanto ascende in quanto ama. Ogni amore o ascende o discende; dipende dal desiderio: se è buono ci innalziamo a Dio, se è cattivo precipitiamo nell'abisso. Ma, poiché assecondando il desiderio cattivo cademmo [nella colpa], non ci resta che riconoscere [il potere di] colui che non per essere caduto ma liberamente scese fino a noi, aggrapparci a lui e così risalire, dato che questo non ci è possibile mediante le nostre forze» (Agostino, 122,1 PL 37, 1629-1630).
Remigio d’Auxerre riadatta in contesto cristiano le interpretazioni della Mishnà. «Il Tempio (ora) è la santa Chiesa, del quale tutti i fedeli sono pietre vive e sante per la loro fede. I gradini sono le virtù: salendo per esse, i fedeli si elevano e penetrano nel santuario, in una casa non costruita da mano d’uomo, che rimane stabile nei cieli, dove si trova il Signore Gesù, seduto alla destra di Dio Padre. Egli è l’unico che è entrato poiché avendo accolto un disegno di santificazione, meritò di ricevere una glorificazione esclusiva. Là, in quel luogo santo, la moltitudine dei credenti sale percorrendo quindici gradini poiché, nella misura in cui essi sono avanzati e progrediti nelle virtù, tanto più sono vicini alla patria celeste. Entrano nel Santo dei Santi; in realtà non in un luogo ma in una vita santa corrispondente.
Il numero quindici è formato dal sette e dall’otto. Il settenario simboleggia l’Antico Testamento, a motivo del Sabato la cui osservanza era stabilita dalla Legge. Oppure il sette rappresenta questo mondo, che vede ripetersi il ciclo settimanale. L’osservanza delle norme stabilite nell’antica Legge otteneva un premio temporale e provvisorio: il riposo, la lunghezza della vita, la molteplicità di figli, la vittoria sui nemici. Tanti altri doni temporali erano assicurati nell’Antico Testamento, raffigurati in questo numero sette riguardante beni che appartengono a questo mondo. Esso è ben raffigurato nel settenario.
Il numero otto rappresenta invece il Nuovo Testamento a motivo dell’ottavo giorno, nel quale nostro Signore è risorto; lì iniziò e fu costituito il Nuovo Testamento. In esso tutta la nostra fatica nell’osservanza sfocia in un premio del futuro, in un ottavo giorno. L’osservanza dei precetti dell’Antico e del Nuovo Testamento, simboleggiata nella percorrenza di quindici gradini, apre ai fedeli l’ingresso al vero Santo dei Santi. Percorrendo il programma previsto nel numero sette, giungiamo all’ottavo: grazie alle opere buone che compiamo in questa vita, arriviamo all’ottavo giorno, alla vita eterna della patria celeste…» (Remigio d’Auxerre, PL 131 767 A-C).


Salmo 119


1 Canto delle salite.
Nella mia angoscia ho gridato al Signore
Ed egli mi ha risposto.
2 Signore, libera la mia vita
dalle labbra bugiarde,
dalla lingua ingannatrice.
3 Che cosa ti darà, come ti ripagherà,
o lingua ingannatrice?
4 Frecce acute di un prode
con braci ardenti di ginestra!
5 Ahimè, io abito straniero in Mesec,
dimoro fra le tende di Kedar!
6 Troppo tempo ho abitato
con chi detesta la pace.
7 Io sono per la pace,
ma essi, appena parlo,
sono per la guerra.
Canti delle salite. Gli uomini «che sono decaduti dai beni di Dio, risalgono ad essi, preparandosi alla salita» (Eusebio di Cesarea, PG 24 9 A). «Il fedele, salendo per l’erta di gradini, che sono i meriti, perviene al traguardo dell’amore del Signore, perfetto ed eterno, che rappresenta il vertice delle virtù» (Cassiodoro, PL 70 901 B).
La nostra salita può avvenire soltanto se ci appoggiamo al Signore Gesù. Del resto Egli è la nostra meta e il monte che ci sorregge: «Chi è questo monte, meta delle nostre ascensioni, se non il Signore Gesù Cristo? Affrontando la Passione egli ti si è fatto valle di pianto, mentre, restando quel che sempre era, [il Verbo di Dio] si fece per te monte su cui puoi ascendere» (Agostino, 119,1 PL 37, 1597).
Nella mia angoscia ho gridato al Signore ed egli mi ha risposto. Il salmista esprime l’estremo disagio vissuto da tutto il popolo di Dio nel trovarsi a vivere tra nazioni ostili, desiderose perfino di sopprimerlo. La stessa esperienza tocca al cristiano e a tutta la Chiesa.
Nelle persecuzione o nelle contrarietà già incontrate, la comunità ha sperimentato l’aiuto di Dio e per questo può continuare a sperare: «La mia fiducia si fonda sul questo: quando ho incontrato la tribolazione per il Signore e sono diventato come frumento stritolato sull’aia, Dio non mi ha mai abbandonato; lo invocai ed Egli mi esaudì» (Gero PL 194, 839 D). Il credente che, convertitosi, cerca Dio, soffre per l’indifferenza di tanti altri, ancora sottomessi al male: «Ormai deciso a voltare le spalle agli interessi terreni, già ha cominciato a salire per il cammino glorioso della virtù. Tuttavia, poiché si rende conto di abitare con uomini malvagi, ancora piange» (Cassiodoro, PL 70 905 B).
Signore, libera la mia vita dalle labbra bugiarde, dalla lingua ingannatrice. Chi si è messo da poco sulla strada della conversione, ha bisogno di rafforzarsi nella sua decisione e di chiedere di essere liberato «da ogni falsa opinione e da ogni inganno. Chi è ancora principiante, ha bisogno che nessuno lo induca in errore con parole suadenti» (Eusebio, PG 24, 9 A).
I discorsi ostili delle persone che denigrano la fede, provocano una sofferenza acuta al credente. Nell’essere osteggiati, ci troviamo in pericolo ma anche abbiamo un’opportunità: possiamo rafforzarci grazie alla paziente fermezza: «Quando un cristiano comincia a pensare sul serio al progresso [spirituale], subito gli tocca subire le critiche degli avversari. Se uno non ne ha ancora subite, è segno che non ha fatto progressi; chi non ne subisce mai, a progredire non ha nemmeno cominciato» (Agostino, 119,3 PL 37 1599).
Che cosa ti darà, come ti ripagherà, o lingua ingannatrice? Il salmista aspetta un atto di giustizia e di protezione da parte di Dio.
«Coraggio! Sai d’avere un potente protettore e difensore, che usa in tuo favore armi contro i tuoi avversari. Che cosa vuoi che ti sia dato di più? O che cosa vuoi che ti si aggiunga oltre a un tale apparato del Potente?» (Eusebio, PG 24, 9 B)
Frecce acute di un prode con braci ardenti di ginestra! L’atto soccorritore (e giudiziario di Dio) viene raffigurato nel lancio di frecce e di fuoco. «Per impedire che l'animo si scoraggi, a motivo delle umiliazioni dei malvagi, il giusto Giudice tiene in serbo delle punizioni che imitano la rapidità di una freccia e la forza devastatrice del fuoco» (Teodoreto, PG 80, 1876 C. Cf. Agostino, 119,5 PL 37, 1600 ).
Frecce acute e carboni vengono interpretati dagli autori cristiani non soltanto come castighi contro gli empi ma come soccorsi efficaci offerti da Dio, agli stessi malvagi e ai giusti: «Le frecce acute di persona potente sono la parola di Dio. Ecco, le si scaglia e trapassano il cuore… Non solo, ma vi si aggiungono anche i carboni che producono la desolazione e ogni pensiero di terra viene in lui devastato. Che significa: Viene devastato? È ridotto alla condizione di terra devastata. C'erano in lui molte erbacce, molti pensieri carnali, molte affezioni mondane. Ora tutto questo viene incenerito all'accendersi di questi carboni apportatori di desolazione, e il luogo così devastato diviene puro, al segno che, avvenuta questa purificazione» (Agostino, 119,5 PL 37,1601).
«Ricordo che, quando mi proposi di cambiar vita… incontrai ostacoli da parte di persone dalle labbra di menzogna e dalla lingua ingannatrice. … Mi distoglievano dal bene e mi persuadevano a restare nel male. Poiché non intendevo consentire alle loro sollecitazioni, la mia sofferenza s’intensificò e non avevo la forza sufficiente per oppormi, nella mia angoscia gridai al Signore. Come avvenne al cieco che implorava la guarigione e, stretto dalla folla che lo rimproverava, gridava sempre più forte, sentii la voce del Signore chiedermi: Che cosa vuoi che ti faccia? (Mc 10,51). Risposi: Signore, affinché possa vedere donami le tue frecce acute e i carboni di ginepro. Le frecce sono le parole della Sacra Scrittura contro le quali gli avversari non potevano resistere e i carboni sono gli esempi offerti dai santi. Le brace di ginepro conservano il fuoco più a lungo di qualsiasi altro tipo di pianta e per questo possono rappresentare gli esempi dei santi. In loro l’amore non si attenua né si spegne; al contatto del loro calore, la vita dei più deboli, se si era raffreddata, si riaccende» (Gero, PL 194, 840 A-D).
Ahimè, io abito straniero in Mesec, dimoro fra le tende di Kedar! Troppo tempo ho abitato con chi detesta la pace. Mesec (regioni tra il Mar Nero e il Caucaso) e Kedar (nel deserto arabico) sono tribù che simboleggiano popoli bellicosi. In pratica il salmista si lamenta di dover abitare tra gente astiosa e aggressiva.
«Se per ora non è possibile separare i cattivi dai buoni, occorre sopportarli; ma sarà cosa temporanea, poiché, se i cattivi potranno essere con noi sull'aia, certo non lo saranno nel granaio. Anzi, può anche darsi il caso di gente che oggi sembra cattiva e domani diventi buona, come può anche succedere che certuni, oggi orgogliosi della propria bontà, domani risultino cattivi. Chiunque pertanto sopporta con umiltà la temporanea presenza dei cattivi arriverà al riposo eterno» (Agostino, 119,9 PL 37 1604).
«Le brace di ginepro conservano il fuoco più a lungo di qualsiasi altro tipo di pianta e per questo possono rappresentare gli esempi dei santi. In loro l’amore non si attenua né si spegne; al contatto del loro calore, la vita dei più deboli, se si era raffreddata, si riaccende. Ora, per il raffreddarsi della carità e per il crescere della malizia, molte brace si sono spente e sono annerite. Poiché pochi sono i credenti e gli uomini luminosi, il mio pellegrinaggio, ossia la mia vita in questo modo, è diventato molto triste. Per questo esclamo: Troppo ho dimorato in questa vita!» (Gero, PL 194,  840 D)
«[È necessario che i nostri giorni siano abbreviati come ha auspicato il Signore (Cf. Mt 24,22). Elia vide abbreviarsi i suoi giorni (la sofferenza dei suoi giorni) quando fu soccorso dalla vedova di Zarepta. [Oggi il giusto trova nella Chiesa molti luoghi di rifugio: sono i monasteri nei quali non mancano le giare colme di farina né l’otre dell’olio si è svuotato» (Gero, PL 194, 840 D).
Io sono per la pace, ma essi, appena parlo, sono per la guerra. «Verso i nemici della pace, verso quelli che l’odiano, vuole osservare il consiglio dell’Apostolo: Vivete in pace con tutti (Rm 12,18). Lo stesso Signore ci chiede nel Vangelo: Amate i vostri nemici…. (Mt 5,43)» (Cassiodoro, PL 70 904 D).


Salmo 120


1 Canto delle salite.
Alzo gli occhi verso i monti:
da dove mi verrà l’aiuto?
2 Il mio aiuto viene dal Signore:
egli ha fatto cielo e terra.
3 Non lascerà vacillare il tuo piede,
non si addormenterà il tuo custode.
4 Non si addormenterà, non prenderà sonno
il custode d’Israele.
5 Il Signore è il tuo custode,
il Signore è la tua ombra
e sta alla tua destra.
6 Di giorno non ti colpirà il sole,
né la luna di notte.
7 Il Signore ti custodirà da ogni male:
egli custodirà la tua vita.
8 Il Signore ti custodirà quando esci e quando entri,
da ora e per sempre.
Alzo gli occhi verso i monti: da dove mi verrà l’aiuto? Il mio aiuto viene dal Signore: egli ha fatto cielo e terra. I monti rappresentano luoghi di pericolo e tutto ciò che crea ansietà; di fronte a rischi gravi ed imminenti, l’orante si chiede: chi mi aiuterà in modo valido? I monti richiamano anche la tentazione dell’idolatria perché sulle alture si svolgevano i culti alle divinità: sollevo gli occhi verso i santuari delle alture ma penso che l’aiuto non mi verrà dalle divinità ma dal Dio creatore.
Il pellegrino «non trova l’aiuto che cerca in nessuna delle cose sensibili; si rifugia allora nel Creatore, alzando gli occhi dell’anima » (Eusebio, PG 24 11 A) e così egli pensa: «Sono certo che non mi potrà giovare nessun soccorso umano ma che mi basterà la benevolenza del Signore. Mostra poi il valore di un aiuto così potente: ha fatto cielo e terra. Chi ha creato tutto il mondo con la sola parola, sarà in grado di soccorrere anche me» (Teodoreto PG 80 1887 B-C). «Mostra il suo desiderio di volere l’aiuto del Signore, quanto più sa che gli viene offerto dalla sua generosità» (Cassiodoro PL 70 906 A).
«Per monti possiamo intendere gli uomini eminenti e illustri. Dice però Giovanni Battista (uno di questi monti): Della pienezza di lui noi tutti abbiamo ricevuto (Gv 1,16). L'aiuto ti proviene non dai monti ma dal Signore dalla, cui pienezza i monti hanno ricevuto. Però, se tu attraverso le Scritture non solleverai gli occhi ai monti, non ti avvicinerai in maniera tale da poter essere da lui illuminato» (Agostino, 120,4, PL 37 1607.
Non lascerà vacillare il tuo piede, non si addormenterà il tuo custode. Non si addormenterà, non prenderà sonno il custode d’Israele.
«Perfino del Signore si dice che possa addormentarsi. In realtà siamo noi ad assopirci nella fede. Su quanti la fede non dorme, Cristo rimane sempre a vegliare. Se ci allontaniamo dalla vista del suo sguardo, lo perdiamo come difensore. Sul lago di Galilea, il Signore dormiva perché la fede dei discepoli era misera. Non appena la loro fede si ridestò, anche il Signore si risvegliò e calmò la tempesta» (Cassiodoro, PL 70 907 A).
Il Signore è il tuo custode, il Signore è la tua ombra e sta alla tua destra.
«… rimanendo sotto la sua protezione, resterai illeso. Lo ricorda la storia antica: quando gli ebrei furono liberati dalla schiavitù d'Egitto, coperti da una nube, non furono danneggiati dalla forza dei raggi solari» (Teodoreto PG 80 1880 A).
«Ecco uno che ha creduto: egli cammina nella fede, ma è ancora fragile, si dibatte fra le tentazioni e le molestie. Che cosa gli vale l'aver creduto in Cristo e aver ricevuto il potere d'essere tra i figli di Dio? Guai a lui se il Signore non ne proteggerà la fede! Guai a te, dico, se il Signore non interverrà impedendo che tu sia tentato oltre le tue forze, per usare le parole dell'Apostolo: Dio è fedele e non permetterà che siate tentati oltre quel che potete sopportare» (Agostino, 120,11 PL 37 1614)
Di giorno non ti colpirà il sole, né la luna di notte. La protezione di Dio difende dagli effetti dannosi provocati dai raggi del sole e della luna, secondo le convinzioni del tempo.
«Una nube luminosa impedisce che siano bruciati dal sole quelli che camminano secondo Dio. In modo simile, darà il suo aiuto perché costoro non abbiano a patire nulla dal luminare notturno» (Eusebio, PG 24 11 C). «Con le parole sole e luna e le equivalenti giorno e notte, vuole significare le situazioni positive e negative della vita. In un altro salmo leggiamo: davanti a te grido giorno e notte (Sal 87,1). Vuole così ribadire la necessità della preghiera continua. Il Signore, proteggendo i suoi, evita che cadano nel peccato o che sia scottati dagli scandali. Allo stesso modo custodì l’antico popolo, effondendo su di esso i suoi raggi benefici, sino a proteggerlo di giorno con una nube e a illuminarlo di notte mediante la luce di una colonna di fuoco» (Cassiodoro, PL 70 908 A-B).
Il Signore ti custodirà da ogni male: egli custodirà la tua vita. «Il termine male qui sottende quanto allontana dalla grazia divina, vanifica le promesse del Signore» (Cassiodoro, PL 70 908 B-C).
Il Signore ti custodirà quando esci e quando entri, da ora e per sempre. «Custodirà il tuo entrare, ossia l’inizio della tentazione; preghiamo di non entrare in essa, esortati dal Signore il quale ha detto ai discepoli affaticati per lo sforzo dell’ascesa: Vegliate e pregate per non entrare in tentazione (Mt 26,38). Se accadrà, per un disegno misterioso di Dio, che la richiesta di evitare la tentazione non sia esaudita, cerchiamo di ottenere in tutti i modi che il Signore ci custodisca... I nostri nemici maligni stanno sempre all’erta, all’inizio e al termine della tentazione; per insidiare la nostra testa, all’inizio, o il calcagno, alla fine. Per questo motivo, il Signore custodisca il tuo ingresso e la tua uscita, affinché tu non venga vinto nell’assalto della tentazione e possa rialzarti vittorioso dopo averle superate (Gero, PL 194 847 A).


Salmo 121


1 Canto delle salite. Di Davide.
«Andremo alla casa del Signore!».
2 Già sono fermi i nostri piedi
alle tue porte, Gerusalemme!
3 Gerusalemme è costruita
come città unita e compatta.
4 È là che salgono le tribù, le tribù
del Signore, secondo la legge d’Israele,
per lodare il nome del Signore.
5 Là sono posti i troni del giudizio,
i troni della casa di Davide.
vivano sicuri quelli che ti amano;
7 sia pace nelle tue mura,
sicurezza nei tuoi palazzi.
8 Per i miei fratelli e i miei amici
io dirò: «Su te sia pace!».
9 Per la casa del Signore nostro Dio,
chiederò per te il bene.
Canto delle salite. «Quando l'amore impuro infiamma un cuore, lo precipita in basso. Analogamente è dell'amore santo. Esso solleva l'uomo dalle profondità dell'inferno alle sommità del cielo. In una parola, ogni amore è dotato di una sua forza e, quand'è in un cuore innamorato, non può restarsene inoperoso: deve per forza spingere all'azione. Non vi esortiamo, quindi, a non amare, ma a non amare il mondo, affinché possiate amare con libertà colui che ha creato il mondo» (Agostino, 121,1 PL 37 1613).
Quale gioia, quando mi dissero: «Andremo alla casa del Signore!». Già sono fermi i nostri piedi alle tue porte, Gerusalemme! Il pellegrino, giunto a Gerusalemme, ricorda il momento della partenza e così vive con maggiore intensità la gioia di aver raggiunto ora la meta.
«Questo è un grido che sgorga da una fede autentica: gioiscono non perché riceveranno dei possedimenti ma perché vedranno il tempio di Dio. [Dicono:] ormai vediamo di essere giunti nello spazio sacro del tempio e così possiamo celebrare il servizio divino» (Teodoreto, PG 80 1880 B).
Il cristiano si protende piuttosto verso la Gerusalemme celeste: «Ripensate, fratelli, a quel che succede quando al popolo si fissa un qualche luogo santo per radunarvisi e celebrarvi la festa: come tutta la gente si anima ed esortandosi scambievolmente dice: Andiamo, andiamo! Parlano così fra loro e accendendosi, per così dire, l'un l'altro, formano un'unica fiamma… Se pertanto un amore puro riesce a trasportare [i fedeli] a un santuario materiale, quanto più sublime non dovrà essere l'amore che rapisce al cielo» (Agostino, 121,2 PL 37 1619).
«Procedendo per la via che conduce a Dio e ammaestrato sulla meta, il salmista è colmato di letizia al solo annuncio delle realtà future. Dichiara di aver trovato ottimi maestri in coloro che gli avevano detto: Andremo alla casa del Signore. Allora si è affrettato ancora di più, proseguendo il viaggio con sollecitudine» (Eusebio, PG 24 12 C).
Gerusalemme è costruita come città unita e compatta. Più che alla compattezza degli edifici, il salmista pensa alla solidità della città e alla sua inviolabilità. «La città non è costruita da edifici disseminati ma si erge in modo tale da sembrare un’unica casa. In senso spirituale, parla dei credenti che sono presso Dio; sono pietre vive con le quali viene innalzato il tempio di Dio, quello vero, compatto per l’unità del pensiero e del sentire» (Eusebio, PG 27 13 A).
«Gerusalemme si costruisce ogni giorno sino alla fine del mondo con l’operosità delle pietre vive, ossia di quanti credono nel Signore» (Cassiodoro, PL 70 910 B)
È là che salgono le tribù, le tribù del Signore, secondo la legge d’Israele,
«Sotto il dominio di Roboamo le tribù si divisero e dieci di loro si separarono dal regno di Davide (Cf. 1 Re 12) ma dopo il ritorno dall'esilio, si raccolsero sotto un'unica sovranità. Tutte le tribù si radunavano a Gerusalemme, secondo la legge, per offrire un culto unanime» (Teodoreto, PG 80 1880 D)
per lodare il nome del Signore. «[Là] si loda il costruttore della casa stessa, il padrone di casa è la gioia di tutti coloro che vi abitano: egli, che quaggiù è l'unica [nostra] speranza, lassù [sarà] la nostra reale felicità. Pertanto, quelli che corrono a che cosa debbono pensare? D'essere in certo qual modo lassù e d'esserci stabilmente. Gran cosa essere stabilmente in quella casa, in compagnia degli angeli, e mai perderne il posto!» (Agostino, 121,3 PL 37 1619-1620).
 Là sono posti i troni del giudizio, i troni della casa di Davide. Il popolo si recava a Gerusalemme per ottenere giustizia presso i tribunali, costituiti dai vari sovrani di stirpe davidica. «A Gerusalemme non venne costruito soltanto il tempio, ma furono edificati anche i palazzi reali e i cittadini che avevano controversie tra loro, si recavano là per risolverle» (Teodoreto PG 80 1881 A).
Anche il cristiano deve esprimere un giudizio. «Si dice in un altro passo [scritturale]: L'anima del giusto è il trono della sapienza. Grande, grandissima affermazione questa: Trono della sapienza [è] l'anima del giusto (Sir 1,8). E significa: Nell'anima del giusto risiede la sapienza come nel suo proprio seggio, nel suo proprio trono, e da lì giudica ogni cosa che giudica. Costoro dunque erano i troni della sapienza e per questo diceva loro il Signore: Siederete su dodici troni per giudicare le dodici tribù d'Israele (Mt 19,28)» (Agostino, 121,9, PL 37 1626). «[I santi] giudicheranno col Signore allorché, purificati nella mente e costituiti nella perfezione, emetteranno un giudizio conforme alle decisioni del Signore… Seggi sono le persone sante perché illuminate dalla grazia divina che dimora in loro. Troviamo scritto: Venne in me lo Spirito di sapienza (Sap 7,7). Ancora: Su chi riposa il mio spirito? Nell’umile e in chi accoglie le mie parole (Is 66,2)» (Cassiodoro, PL 70 912 B).
Chiedete pace per Gerusalemme: vivano sicuri quelli che ti amano; sia pace nelle tue mura, sicurezza nei tuoi palazzi. Per i miei fratelli e i miei amici io dirò: «Su te sia pace!». Per la casa del Signore nostro Dio, chiederò per te il bene.
Come creare pace nella Chiesa, tra persone che godono di carismi diversificati? «Volete vedere che gran forza è l'amore? Se uno viene a trovarsi in una qualche necessità che gli impedisca d'osservare uno dei comandamenti di Dio, ami colui che l'osserva e, nella persona dell'altro che l'osserva, lo osserva lui stesso. Ecco un esempio. Uno è sposato… Ora a quest'uomo viene in mente che c'è un genere di vita più eccellente [della sua], a proposito della quale dice il medesimo Apostolo: Desidererei che tutti fossero come me (1 Cor 7,7). Mira quei tali che hanno attuato questo consiglio e li ama. Amandoli adempie in essi ciò che non può adempiere in se stesso. Grande la forza dell'amore! E questo amore è la nostra forza, al segno che, se non fossimo radicati in esso, a nulla ci varrebbero tutte le altre risorse che potessimo avere. Dice l'Apostolo: Se io parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, e non avessi amore, non sarei che un bronzo risonante, o un cembalo squillante (1 Cor 13,1)».



Salmo 122


1 Canto delle salite. Di Davide.
A te alzo i miei occhi, a
te che siedi nei cieli.
2 Ecco, come gli occhi dei servi
alla mano dei loro padroni,
come gli occhi di una schiava
alla mano della sua padrona,
così i nostri occhi al Signore nostro Dio,
finché abbia pietà di noi.
3 Pietà di noi, Signore, pietà di noi, siamo
già troppo sazi di disprezzo,
4 troppo sazi noi siamo dello scherno dei gaudenti, del
disprezzo dei superbi

Canto delle salite. «Ho intrapreso, seguendo l'ordine progressivo, l'esame dei cantici dell'uomo che ascende: ascende e ama, anzi in tanto ascende in quanto ama. Ogni amore o ascende o discende; dipende dal desiderio: se è buono ci innalziamo a Dio, se è cattivo precipitiamo nell'abisso. Ma, poiché assecondando il desiderio cattivo cademmo [nella colpa], non ci resta che riconoscere [il potere di] colui che non per essere caduto ma liberamente scese fino a noi, aggrapparci a lui e così risalire, dato che questo non ci è possibile mediante le nostre forze» (Agostino, 122,1 PL 37, 1629-1630). «Pensate pure che a parlare sia ciascuno di voi: chi parla è quell'unico [corpo] che è diffuso per tutta la terra» (Agostino, 122,2 PL 37 1630).
A te alzo i miei occhi, a te che siedi nei cieli. Il salmista immagina di essere come uno schiavo o una schiava che ha chiesto un favore al padrone o alla padrona ed attende almeno un cenno favorevole della loro mano. Dio non vuole comportarsi con noi come un padrone ma noi dobbiamo rapportarci con lui con grande rispetto, uniformandoci al suo volere.
«Non spero in nessun altro se non in Te, Signore. L’occhio dell’anima che guarda verso l’alto, ne riceve del bene; quello che guarda in basso, del male. Nessuno che raccolga tesori sulla terra direbbe mai a Dio: a Te ho levato i miei occhi, poiché dov’è il tuo tesoro, là sarà anche il tuo cuore. Gli occhi dello stolto guardano là dove lo spinge la sua brama (alla donna per concupiscenza di essa), mentre gli occhi del giusto guardano sempre a Dio» (Eusebio, PG 24, 13 C).
«Gli uomini orgogliosi, avidi di potere, se sono toccati da un problema qualsiasi, subito ricorrono ai ricchi, si rifugiano presso protettori incerti; i servi di Dio, invece, sopportando con pazienza torti e travagli, alzano al Signore lo sguardo, guardano alla fonte della salvezza sicura» (Cassiodoro, PL 70  915 A).
Ecco, come gli occhi dei servi alla mano dei loro padroni, come gli occhi di una schiava alla mano della sua padrona, così i nostri occhi al Signore nostro Dio…
«Perché continuare a parlare come se fossimo servi? È vero certamente che da servi siamo divenuti figli. È stato infatti il Signore a crearci in un primo tempo servi, per poi riscattarci. Riconosciamo pertanto la nostra condizione: sebbene per la grazia siamo diventati figli, tuttavia per essere creature siamo servi… (Agostino, 122,5 PL 37 1634)
anche tu sei insieme e servo e serva: servo in quanto sei popolo, serva in quanto sei Chiesa. Questa serva però ha conseguito una grande dignità presso Dio: è diventata sposa. Prima però di giungere a quegli amplessi spirituali, è soltanto fidanzata, per quanto già in possesso di quel pegno prezioso che è il sangue dello Sposo per il quale sospira pur nella sua sicurezza» (Agostino 122,5 PL 37 1633).
…finché abbia pietà di noi. «A questo Signore solleviamo i nostri occhi finché abbia pietà di noi… Gli chiediamo di cercare anche noi che siamo una pecora smarrita, aggredita dai morsi dei lupi, lacerata dai rovi; che siamo una dracma, coperta da un bel strato di polvere. Avremmo dovuto essere come una pecora pura da offrire in sacrificio, e una moneta risplendente che lascia vedere in se stessa la somiglianza con Dio. In Adamo tuttavia abbiamo perso ciò che avevamo avuto di buono ed ora ci troviamo lontani da Dio. A Lui che ama essere misericordioso e soccorrere con premura le sventure che non mancano neppure in tempo di prosperità, diciamo con la bocca e con il cuore... Abbi misericordia di noi e sollevaci sulle tue spalle perché possiamo offrirci a te come offerta vivente, santa, a te gradita. Abbi pietà di noi e purificaci interiormente, togli via da noi, come da una moneta la polvere dei pensieri e il fango degli affetti depravati» (Gero, PL 194 851 A).
Pietà di noi, Signore, pietà di noi,
«Invochiamo la tua misericordia non perché ci sentiamo meritevoli di essere aiutati ma perchè siamo diventati oggetto di disprezzo» (Teodoreto, PG 80 1884 B).
«Si umilia con grande intensità; non si limita a paragonarsi ad un servo ma perfino ad una schiava tutta intenta alla sua padrona. Scrutando i suo gesti, aspetta di ricevere il perdono, anche se gli venisse fatto conoscere soltanto con un cenno. A te levo i miei occhi affinché guardando in me stesso, dispiaccia a me stesso. Il pubblicano non osò innalzare al cielo il suo sguardo, ma rivolse a te il suo occhio interiore e disse: O Dio, abbi pietà di me peccatore. Guardò verso di te e umiliò se stesso. Si compiacque di te e dispiacque a se stesso… Da parte mia, divenuto un peso a me stesso, addolorato in questo passaggio nella valle delle lacrime, dal profondo grido verso di te e sollevo a te il mio sguardo, a te che abiti nei cieli (Gero, PL 194 849 D - 851 A).
siamo già troppo sazi di disprezzo, troppo sazi noi siamo dello scherno dei gaudenti, del disprezzo dei superbi.
«Nostro Signore ha comandato che noi fossimo flagellati, e così ha comandato quella nostra padrona che è la Sapienza di Dio; noi durante la vita presente siamo sotto i suoi colpi, e nostra piaga è tutt'intera la presente vita mortale... La stessa vita, tutta intera, è detta tentazione. Per cui tutta la tua vita sulla terra costituisce la tua molteplice piaga, e tu finché vivi sopra la terra avrai da piangere. Sia che viva nella prosperità sia che ti trovi in qualche tribolazione, hai da gridare: Ho elevato i miei occhi a te che abiti nel cielo» (Agostino, 122,6-7 PL 37 1634-1635).
«Allude all’arroganza dei persecutori, ricchi e benestanti, per la quale fanno credere ai santi che è utile la loro povertà ed umiltà: a che serve rifiutare le ricchezze attuali per sperare in un futuro incerto? Mi tengo ciò che vedo mentre tu speri in un bene immaginario. Gli arroganti disprezzano gli umili. Non vogliono neppure sentire i loro discorsi; del resto non sarebbero in grado di afferrarne il contenuto. Preferiscono i beni presenti e disprezzano quelli futuri. Presi da stoltezza, si mostrano astiosi verso i fedeli che vogliono servire il Signore» (Cassiodoro, PL 70 916 D).


Salmo 123


Canto delle salite. Di Davide.
Se il Signore non fosse stato per noi –
lo dica Israele –,
2 se il Signore non fosse stato per noi,
quando eravamo assaliti,
3 allora ci avrebbero inghiottiti vivi, quando
divampò contro di noi la loro collera.
4 Allora le acque ci avrebbero travolti, un
torrente ci avrebbe sommersi;
5 allora ci avrebbero sommersi
acque impetuose.
6 Sia benedetto il Signore, che non ci ha consegnati
in preda ai loro denti.
7 Siamo stati liberati come un passero
dal laccio dei cacciatori:
il laccio si è spezzato e noi siamo scampati.
8 Il nostro aiuto è nel nome del Signore:
egli ha fatto cielo e terra.
Canto delle salite. Di Davide.
«Se talora chi canta sembra essere un solo individuo mentre altre volte sembrano molti, è perché, pur essendo molti, noi siamo uno. Uno infatti è Cristo, e le membra di Cristo in Cristo formano insieme con Cristo una unità. Il Capo di tutte queste membra è in cielo, e il corpo, sebbene stia tribolando in terra, non è avulso dal suo Capo; anzi questo Capo vigila sul corpo e provvede al suo bene» (Agostino, 123,1 PL 37 1639-1640).
«Alcune membra di quello stesso corpo a cui noi apparteniamo ci hanno preceduto [nella patria], ed esse possono cantare [il salmo] con ogni verità. Insieme desideriamo quella vita che quaggiù non abbiamo ma che non potremo mai avere se prima non l'abbiamo desiderata. Ripensano [i santi] alle sofferenze che hanno incontrate, e dal luogo di beatitudine dove ora si trovano guardano al cammino percorso per arrivarvi» (Agostino, 123,2 PL 37 1640)
Se il Signore non fosse stato per noi – lo dica Israele –, se il Signore non fosse stato per noi, quando eravamo assaliti, allora ci avrebbero inghiottiti vivi, quando divampò contro di noi la loro collera.
Senza l’aiuto di Dio, Israele sarebbe stato annientato dai nemici. «Si insegna a dire questo inno all’uomo credente, all’uomo dallo sguardo penetrante che ha sempre Dio davanti a sé. Israele offre un canto di vittoria al Dio che vince. I più anziani lo insegnano ai più giovani, e questi lo accolgono come buoni discepoli. È adatto a Israele che ha Dio in sé. Si ripete l’annuncio di Mosé: Il Signore combatterà per voi e voi starete in silenzio (Es 14,14» (Eusebio, PG 24 13 D - 15 A).
«Non pensate di aver vinto per la vostra forza. Dio vi ha donato la vittoria. Dite l'un l'altro, colmi di gioia: se non fossimo stati amati da Dio, quando irruppe contro di noi un numero così folto di nemici, saremmo stati divorati vivi da loro, come fossero stati dalle fiere. Non volevano neppure che avessimo una sepoltura» (Teodoreto PG 80 1884 D -1885 A).
«Si lasciano inghiottire vivi coloro che sanno essere male una qualche cosa e vi consentono approvandola» (Agostino, 123,5 PL 37 1642).
«Il popolo di Dio, liberato dalla schiavitù, in parte ha già ricevuto il dono della salvezza, in parte lo riceverà in futuro. Sono già salvi, in modo reale e totale, tutti coloro che già regnano in cielo; sono salvi nella speranza, invece, quelli che ancora sono in cammino sulla terra» (Gero, PL 194 851 D).
Allora le acque ci avrebbero travolti, un torrente ci avrebbe sommersi; allora ci avrebbero sommersi acque impetuose.
«Mostra la violenza della moltitudine di nemici che irrompevano contro di loro con l’impeto d'un fiume, sperando di portar via tutti. Il paragone col fiume è appropriato: un corso d’acqua acquista forza raccogliendo diversi rigagnoli. Allo stesso modo i nemici, riuniti a forza da vari popoli, di diverse lingue, affluirono contro Gerusalemme ma furono dispersi dal giudizio divino» (Teodoreto, PG 80, 1885 A – B).
«Abbiamo superato acque impetuose, con l’aiuto di Dio, perché egli non ha voluto che fossimo tentati oltre le nostre forze… Con la sua misericordia, ha ridotto alcuni rischi mentre altri li ha rimossi. Ha cambiato il cuore degli avversari, come quando Saulo divenne Paolo. Alcuni nemici, invece, li ha fatti perire come quando permise che Saul venisse ucciso sul Gelboe, a causa del suo orgoglio. Allo stesso modo… non soltanto siamo rimasti illesi ma, proprio in seguito alle persecuzioni, siamo stati purificati come oro nel crogiolo» (Gero, PL 194 854 A).
«È una cosa sbalorditiva, fratelli, e chi ci pensa ne prova spavento. Il potente va a caccia del più debole e cerca di farlo fuori; e questo, non per altro motivo se non perché quel tale possiede cose che gli si potrebbero portar via. (Agostino, 123,10 PL 37 1646).
Sia benedetto il Signore, che non ci ha consegnati in preda ai loro denti. Siamo stati liberati come un passero dal laccio dei cacciatori: il laccio si è spezzato e noi siamo scampati.
«Mostra con un detto la disumanità dei nemici e la forza dell'aiuto di Dio. I denti significano la loro crudeltà. Con grande sincerità i fedeli, nel paragonarsi ai passeri, dichiarano la loro impotenza. Rivelando la forza dei nemici, - li chiamano infatti cacciatori - annunciano poi la potenza di Dio» (Teodoreto, PG 80, 1885 B - C).
«Il laccio non si è rotto, come se fosse un fragile legame, ma si è spezzato, come lo furono le catene doppie, di ferro, con le quali venne incatenato Pietro. Anche noi venimmo imprigionati da due tipi di catene, da quella della colpa e da quella della pena. Ora le colpe sono state perdonate e le pene della colpa sono state attenuate o rimosse quasi per intero… Possiamo dire con Pietro: Ora so che il Signore ha mandato il suo angelo per liberarmi... (At 12,11)» (Gero, PL 194 854 A)
Il nostro aiuto è nel nome del Signore: egli ha fatto cielo e terra.
«Dal momento che possiamo contare sull'aiuto dello stesso Creatore del cielo e della terra, ci burliamo di qualsiasi opposizione. Invocandolo otteniamo un aiuto adeguato» (Teodoreto, PG 80, 1885 C).
«La vita attuale è un passaggio. Quanti si lasciano irretire dai piaceri e, pur di gustarne la dolcezza, offendono Dio, passano anche loro insieme con la vita. È un calappio che verrà rimosso. Occorre non attaccarsi [alla vita passeggera], in modo che, quando la trappola verrà tolta, tu possa gioire e dire: la trappola è stata distrutta e noi siamo scampati. Non credere, però, che con le sole tue forze tu possa realizzare questo risultato» (Agostino, 123,13 PL 37 1647).


Salmo 124


1 Canto delle salite.
Chi confida nel Signore è come il monte Sion:
non vacilla, è stabile per sempre.
2 I monti circondano Gerusalemme:
il Signore circonda il suo popolo, da ora e
per sempre.
3 Non resterà lo scettro dei malvagi
sull’eredità dei giusti, perché i giusti non
tendano le mani a compiere il male.
4 Sii buono, Signore, con i buoni e con
i retti di cuore.
5 Ma quelli che deviano per sentieri tortuosi il
Signore li associ ai malfattori. Pace su Israele!
Canto delle salite. «Il salmo ci insegna a salire verso il Signore nostro Dio elevando l'anima in un sentimento colmo di carità e di devozione, senza lasciarci incantare dalla sorte felice di quanti prosperano in questo mondo. La loro felicità è falsa, vuota, un autentico specchio per le allodole; chi la possiede non si nutre che di superbia, mentre il suo cuore, gelido nei riguardi di Dio, rimane arido sotto la pioggia della grazia celeste né reca alcun frutto… Vuoi avere retto il cuore? Fa' quello che piace a Dio; non pretendere che Dio s'adatti a fare ciò che piacerebbe a te. Tutte le cose fatte da Dio sono fatte con rettitudine: per cui, anche se non possiamo penetrare nei segreti della sua Provvidenza né scorgere il motivo per cui ha fatto una cosa così e un'altra diversamente, è bene per noi chinarci di fronte alla sua sapienza. Anche se ci sfugge il motivo per cui ha disposto una determinata cosa, crediamo che egli l'ha compiuta per il bene, e avremo retto il cuore (capace quindi di riporre totalmente la propria fiducia nel Signore)» (Agostino, 124,1-2, PL 37 1648-1649).
Chi confida nel Signore è come il monte Sion:  non vacilla, è stabile per sempre.
«Chi è rinforzato dalla speranza in Dio, in modo analogo al Sion, che è un monte solido, rimane sempre saldo, suscita rispetto e ammirazione» (Teodoreto, PG 80 1885 D). «Quanti confidano nel Signore non rimarranno turbati perchè sono persuasi che tutte le sue decisioni siano giuste, utili per coloro che hanno un cuore retto; tutti gli eventi, favorevoli e contrari, si volgeranno in bene. [I veri fedeli] non vengono corrotti dal benessere né vengono spezzati dalle sventure, ma rimangono fermi, uguali a se stessi» (Gero, PL 194 835 A).
«Noi crediamo che anche il monte Sion, alla fine del mondo, cambierà insieme con le altre cose; Colui che non cambierà è quella persona, simboleggiata dal monte Sion, che è Cristo Signore» (Cassiodoro, PL 70 922 A).
I monti circondano Gerusalemme:  il Signore circonda il suo popolo, da ora e per sempre.
«Come una corona di monti cinge una città, così la benevolenza di Dio custodisce un popolo fedele. Tale protezione non è passeggera ma permanente. Dio la riserva per coloro che lo riconoscono» (Teodoreto, PG 80 1888 A).
«La stretta cerchia dei monti rappresenta la difesa prestata dagli angeli, e dai santi che regnano con loro. Circondano la città e si propongono un solo scopo, quello di difendere questa Sion o Gerusalemme, e così non può assolutamente essere espugnata. Anzi è il Signore stesso a circondarla. Egli è il monte dei monti, il Santo dei santi che abita negli angeli santi e negli uomini... è un muro e un antemurale (Is 26,1 Vulg.) che attornia il suo popolo, quale eterno suo protettore» (Gero PL 194, 835 B – C)
«Questi monti sono illuminati da Dio e sono illuminati per primi… sono il tramite per cui vi viene somministrata la Scrittura, si tratti della profezia o degli scritti apostolici o dei Vangeli. Sono questi i monti dei quali cantiamo: Ho sollevato i miei occhi ai monti dai quali mi verrà l'aiuto, l'aiuto cioè dei libri santi, di cui abbiamo bisogno nella vita presente» (Agostino, 124,4 PL 37 1650).
Non resterà lo scettro dei malvagi sull’eredità dei giusti, perché i giusti non tendano le mani a compiere il male.
«Lo scettro degli empi è il potere degli uomini malvagi. Lo detengono finché Dio consente loro di colpire i buoni, affinché diventino migliori grazie alla loro pazienza, una virtù provocata dalla stessa sofferenza. Non permetterà che questo scettro pesi di continuo sull'esistenza dei giusti, sopra quelli che, in base ad una chiamata divina, sono diventati una parte scelta e una eredità» (Gero, PL 194 835 D). «A volte gli iniqui giungono ai vertici del comando e quando ci sono pervenuti, non ci si può esimere dal tributare ad essi l'onore dovuto alla loro carica. Non sono infatti arrivati a quei posti se non per volere di Dio che vuol trattare con una certa severità il suo popolo; Dio ha così strutturato la sua Chiesa che ogni autorità legittima nella società civile debba ricevere l'onore [da tutti], anche se i sudditi, come capita a volte, sono migliori» (Agostino, 124,7 PL 37 1653).
«Quando il Signore durante la sua Passione sopportò tante offese, chi l'offendeva? Non erano forse i servi a maltrattare il padrone? E lui come reagì? Invece che con l'odio li ripagò con l'amore. Diceva: Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno» (Agostino, 124,7 PL 37 1654)
Sii buono, Signore, con i buoni e con i retti di cuore. Ma quelli che deviano per sentieri tortuosi il Signore li associ ai malfattori.
«Retti di cuore sono le persone che seguono il Signore e non pretendono di precederlo. Se vogliono precedere il Signore, non cesseranno di commettere errori» (Cassiodoro, PL 70 923 C). «Coloro che hanno una volontà decisa di deviare dai comandamenti divini e di operare per le strade del male, sicuramente perderanno se stessi» (Cassiodoro, PL 70 923 D).
Pace su Israele! «Israele, cioè colui che vede Dio, vede anche la pace. Egli stesso è Israele e Gerusalemme, essendo insieme e popolo di Dio e città di Dio. Se poi vedere la pace è lo stesso che vedere Dio, ne segue logicamente che Dio stesso è la pace» (Agostino, 124,10 PL 37 1656).
«La pace include ogni bene. Israele rappresenta tutti quelli che prestano un accurato servizio in vista del risultato, come fece questi servendo fedelmente Labano. Essi meritano di essere arricchiti dei doni promessi; anzi diventano idonei e capaci di lottare con il Signore fino al punto da estorcere da Lui la benedizione, la stessa che viene data a ciascuno di loro: Non ti chiamerai più Giacobbe ma il tuo nome sarà Israele (Gen 32,28)» (Gero PL 194, 836 D).


Salmo 125


1 Canto delle salite.
Quando il Signore ristabilì la sorte di Sion,
ci sembrava di sognare.
2 Allora la nostra bocca si riempì di sorriso,
la nostra lingua di gioia. Allora si diceva
tra le genti: «Il Signore ha fatto grandi cose per
loro».
3 Grandi cose ha fatto il Signore per noi:
eravamo pieni di gioia.
4 Ristabilisci, Signore, la nostra sorte,
come i torrenti del Negheb.
5 Chi semina nelle lacrime
mieterà nella gioia.
6 Nell’andare, se ne va piangendo,
portando la semente da gettare,
ma nel tornare, viene con gioia,
portando i suoi covoni.
Canto delle salite. «[I pellegrini] seminano nelle lacrime percorrendo questi gradini. Ora ci troviamo in questo settimo gradino e siamo protesi verso l'ottavo. Nel frattempo piangiamo i nostri mali e quelli del prossimo, mentre aspettiamo l'ottavo giorno della risurrezione. Proprio coloro che adesso stanno piangendo, arriveranno nella gioia portando i loro covoni: sono il premio della seminagione delle opere buone» (Gero, PL 194 858 D).
Quando il Signore ristabilì la sorte di Sion, ci sembrava di sognare.
Si ricorda il momento, inatteso e gioioso, del rimpatrio dall’esilio in Babilonia, immagine delle grandi meraviglie di Dio che sorprendono gli uomini, sempre volti alla rassegnazione e alla siducia.
Il cristiano pensa alla liberazione pasquale e al cammino verso la patria nella grazia. «Cristo è risorto prima di noi per offrirci un motivo di fiducia. Il Signore ha cambiato la nostra prigionia: dalla prigionia ci ha messi sulla strada [del ritorno] e già siamo incamminati verso la patria. Riscattati [dalla prigionia], non temiamo le insidie che ci tendono lungo la via i nostri nemici. Il Signore, infatti, ci ha riscattati in modo che il nemico non osasse più tenderci insidie. A meno che noi non ci allontaniamo dalla via: quella via che è Cristo stesso. Vuoi sfuggire ai briganti? Ti dice [il Signore]: Ecco, ti ho aperto la via che conduce alla patria. Non te ne allontanare. Ho posto delle opere di difesa lungo tale via, in modo che nessun predone possa avvicinarsi. Tu non abbandonare quella via e il nemico non ti si avvicinerà. Cammina dunque in Cristo e canta pieno di gioia. Canta come chi è consolato. Ti ha preceduto colui che ti comanda d'andargli dietro» (Agostino, 125,4 PL 37).
Allora la nostra bocca si riempì di sorriso, la nostra lingua di gioia.
«La bocca di quelli che parlano di cose divine, nei quali è presente il frutto dello Spirito, diventa una gioia per gli ascoltatori. Anzi, essa stessa si riempie di gioia e la loro lingua esprime l’esultanza interiore. Ad esempio, la bocca del diacono Filippo si era riempita di gioia, quando la aprì; commentando le parole del testo biblico -  come pecora fu condotta al macello -, cominciò a dare il buon annuncio di Gesù all’etiope» (At 8,32) (Eusebio, PG 24 17 B).
Allora si diceva tra le genti: «Il Signore ha fatto grandi cose per loro». Grandi cose ha fatto il Signore per noi: eravamo pieni di gioia.
«Il prezzo della nostra redenzione è accolto dagli uomini di tutto il mondo. Così dicono fra tutte le genti i cittadini di Gerusalemme, ridotti, sì, in schiavitù ma animati dalla speranza del ritorno, esuli ma desiderosi della patria. Che cosa dicono? Il Signore ha operato cose grandi per noi, [e] noi siamo colmi di letizia. Saranno stati, per caso, gli stessi esuli a compiere tali cose a loro vantaggio? Essi furono certo capaci di causarsi del male, vendendosi schiavi al peccato; a far loro del bene fu il Redentore: egli venne e operò cose grandi a loro vantaggio» (Agostino, 125,9 PL 37).
Ristabilisci, Signore, la nostra sorte, come i torrenti del Negheb.
I torrenti del deserto del Negheb, dopo le piogge, riprendono ad essere dei corsi d’acqua. Il salmista chiede che, in modo analogo, il popolo dei deportati riprenda vita. Non basta il rientro dall’esilio ma occorre il dono di una nuova esistenza.
I Padri hanno pensato che i torrenti riprendessero a scorrere dopo essere stati irrigiditi dal freddo. «Il freddo gela l'acqua e le impedisce di scorrere. Allo stesso modo anche noi eravamo ghiacciati, irrigiditi dal freddo dei peccati; ma ecco soffiare un vento caldo. Il gelo allora si scioglie e si riempiono i torrenti, cioè quei corsi d'acqua che d'inverno, riempiendosi all'improvviso, scorrono assai impetuosamente. Anche noi nella [nostra] prigionia ci eravamo gelati e i peccati ci tenevano irrigiditi. Si levò il vento australe, lo Spirito Santo, e ci furono rimessi i peccati e noi ci sentimmo sciolti dal gelo dell'iniquità. Corriamo verso la patria, come i torrenti a mezzodì» (Agostino, 125,10 PL 37)
Chi semina nelle lacrime mieterà nella gioia. Nell’andare, se ne va piangendo, portando la semente da gettare, ma nel tornare, viene con gioia, portando i suoi covoni.
Il salmista cita un proverbio diffuso sull’esperienza della semina: un rischio che può dare un grande risultato.
«Seminiamo finché dura la vita presente, piena di lacrime. Cosa semineremo? Le opere buone. Nostra semente sono le opere di misericordia, parlando delle quali dice l'Apostolo: Non stanchiamoci di fare il bene, poiché se non ci stancheremo, a suo tempo mieteremo [copiosamente]. Finché dunque ne abbiamo il tempo, facciamo del bene a tutti, specialmente ai nostri fratelli nella fede. A proposito dell'elemosina come si esprime? Vi dico pertanto: chi semina poco raccoglie poco» (Agostino, 125,11 PL 37) «Quando l'agricoltore va a spargere la semente, non tira forse - almeno a volte - il vento gelido e non c'è il timore della pioggia? Egli guarda il cielo e lo vede tetro: trema per il freddo, tuttavia avanza spargendo il seme. Non rimandate a più tardi [le vostre opere buone], miei fratelli. Seminate d'inverno; seminate le opere buone anche quando vi tocca piangere, poiché chi semina fra le lacrime mieterà nella gioia» (Agostino 125,13 PL 37).


Salmo 126


1 Canto delle salite. Di Salomone.
Se il Signore non costruisce la casa,
invano si affaticano i costruttori.
Se il Signore non vigila sulla città,
invano veglia la sentinella.
2 Invano vi alzate di buon mattino e tardi andate
a riposare, voi che mangiate un pane di fatica:
al suo prediletto egli lo darà nel sonno.
3 Ecco, eredità del Signore sono i figli,
è sua ricompensa il frutto del grembo.
4 Come frecce in mano a un guerriero
sono i figli avuti in giovinezza.
5 Beato l’uomo che ne ha piena la faretra:
non dovrà vergognarsi quando verrà alla porta
a trattare con i propri nemici.
Canto delle salite. Di Salomone.
«Nei Cantici dei gradini risuona la voce dell'uomo che, con un cuore pieno di pietà e d'amore, muove i passi verso la Gerusalemme celeste, dove ci allieteremo al termine del nostro pellegrinaggio. Verso questa città sale ogni uomo che progredisce; da essa si allontana, chi smette di progredire. Non tentare però di salire muovendo i piedi: sali amando Dio, precipiti amando il mondo. Questi salmi sono il canto di persone innamorate, ardenti di santi desideri» (Agostino, 126,1 PL 37 1667).
Di Salomone. «Salomone, sappiamo che costruì il tempio in onore del Signore, prefigurazione e simbolo della Chiesa dei tempi nuovi, la quale è il corpo del Signore. Ne parla il Vangelo: Distruggete questo tempio e in tre giorni lo riedificherò. Il primo Salomone aveva costruito il tempio materiale, ma il Signore Gesù Cristo, il vero Salomone (cioè il vero pacifico), costruì a se stesso il suo tempio» (Agostino, 126,1 PL 37 1668).
Se il Signore non costruisce la casa, invano si affaticano i costruttori. Se il Signore non vigila sulla città, invano veglia la sentinella.
«Nessun costruttore e nessun custode conti soltanto sulla propria abilità, ma chieda l'aiuto del Signore. Grazie al suo soccorso, tutto diventerà più facile ma se Egli non interviene, lo sforzo dell'uomo risulterà inutile» (Teodoreto, PG 80 1892 B).
«Salomone edificò una casa al Signore e tuttavia non fu in grado di resistere al peccato, benché fosse una persona notevole per la sapienza. Istruiti da questa esperienza, riconosciamo come non sia possibile per noi costruire qualcosa di veramente solido senza l'aiuto di Dio» (Gero, PL 194 859 B)
«Se il Signore non avrà costruito all'interno, con la sua opera, la casa della scienza, che di per sé gonfia, aggiungendo ad essa la carità che costruisce, invano faticheranno i costruttori, parlando di conoscenza e trasmettendo ai loro ascoltatori, con il loro sapere, la scienza. Lo potranno fare soltanto coloro che possono dire: la carità di Dio è stata riversata nei nostri cuori… (Rm 5,5)» (Gero, PL 194 859 C).
Invano vi alzate di buon mattino e tardi andate a riposare, voi che mangiate un pane di fatica: al suo prediletto egli lo darà nel sonno.
«Tutto diventa  inutile, se non veniamo soccorsi da Dio: è vano alzarsi presto, correre a difendere la città o a riprendere la costruzione della casa. Il salmista invita perciò coloro che, quando la città è sotto assedio, si nutrono con angoscia, a porre la loro speranza in Dio. Con il termine sonno egli indica la quiete, dal momento che il sonno procura quiete. Se Dio vuole venire a soccorrerci, allora potremo vincere gli assedianti, costruire senza troppa fatica, vivere nella sicurezza, dormire senza affanno» (Teodoreto, PG 80 1892 C).
Ecco, eredità del Signore sono i figli, è sua ricompensa il frutto del grembo. Come frecce in mano a un guerriero sono i figli avuti in giovinezza. Beato l’uomo che ne ha piena la faretra: non dovrà vergognarsi quando verrà alla porta a trattare con i propri nemici.
Generare vita è un dono di Dio e i figli avuti in giovane età sono più forti. Nell’area antistante alla porta della città si affrontavano le dispute, si trattavano affari. I genitori anziani venivano aiutati dai figli, che diventavano come armi (frecce) di difesa. L’assistenza dei figli è uno dei modi con cui il giusto può verificare la provvidenza di Dio nella sua vita.


Salmo 127


1 Canto delle salite.
Beato chi teme il Signore e
cammina nelle sue vie.
2 Della fatica delle tue mani ti nutrirai,
sarai felice e avrai ogni bene.
3 La tua sposa come vite feconda
nell’intimità della tua casa; i tuoi
figli come virgulti d’ulivo intorno
alla tua mensa.
4 Ecco com’è benedetto l’uomo
che teme il Signore.
5 Ti benedica il Signore da Sion. Possa tu
vedere il bene di Gerusalemme tutti i giorni
della tua vita.
6 Possa tu vedere i figli dei tuoi figli! Pace su Israele!
Canto delle salite. Beato chi teme il Signore e cammina nelle sue vie.
«Il salmo proclama beato non soltanto chi appartiene al popolo d'Israele ma qualsiasi uomo che è ornato del timore del Signore. Lo conferma l'apostolo Pietro: Ho visto in verità che Dio non ha preferenza di persone ma gli è gradito chiunque pratichi la giustizia, a qualunque popolo appartenga (At 10,34). Il testo spiega poi come sia il vero timore nell’aggiungere: e cammina nelle sue vie. Non soltanto chi dice Signore, Signore entrerà nel regno dei cieli ma chi fa la volontà del Padre mio che è nei cieli (Mt 7,21). Chi teme Dio in verità, non abbandona le vie del Signore ma continua a camminare in esse» (Teodoreto, PG 80 1893 C).
«Tutti possono essere beati, lo schiavo come il padrone, anche chi ha il corpo mutilo, qualsiasi persona. Nulla impedisce di sperimentare questa beatitudine. La beatitudine degli uomini cambia facilmente; è fatta soltanto di espressioni augurali e viene distrutta dalla sventura. Non accade la stessa cosa a chi teme Dio: protetto dai marosi rimane in un porto tranquillo e conosce la vera beatitudine» (Eusebio, PG 24 22 A).
«Il timore può essere un vizio o una virtù. Temere ciò di cui non si dovrebbe aver paura è un vizio, ma, al contrario, temere ciò da cui ci si deve guardare, è virtù. Il timore virtuoso pone in cammino i principianti ma esso si trova anche presso coloro che hanno raggiunto la meta e nutrono un sentimento da figli. I fedeli camminano guardando sempre in avanti, crescendo nella virtù progredendo di tappa in tappa» (Gero, PL 194, 863 C-D)
Della fatica delle tue mani ti nutrirai, sarai felice e avrai ogni bene.
«Virtù e fatica secondo Dio sono cibo e gioia dell’anima: ciò vale per chi teme Dio. Chi poi lo ama, dal momento che è diventato perfetto, mangia il pane celeste. Beato chi mangia il pane nel regno dei cieli (Lc 14,15)» (Eusebio, PG 24 22 B-C). «Dai semi che avrai sparso, ricaverai un buon raccolto. Lo conferma l'Apostolo: Chi semina scarsamente, mieterà scarsamente ma chi semina con larghezza, con larghezza mieterà (2 Cor 9,6). Non soltanto sarai felice e apprezzato a parole, ma conoscerai di fatto la felicità» (Teodoreto PG 80 1896 A).
«Chi si rifiuta di faticare, non si nutre del proprio lavoro, né può dire: Il mio cibo è fare la volontà del Padre mio (Gv 4,34). La persona che accetta l’impegno, si alimenta già da ora e gode della sua operosità; non si limita soltanto a sperare nella ricompensa in futuro, ma un giorno, nell'eternità, si nutrirà anche del premio della sua fatica» (Gero PL 194 864 D).
La tua sposa come vite feconda nell’intimità della tua casa; i tuoi figli come virgulti d’ulivo intorno alla tua mensa. Ecco com’è benedetto l’uomo che teme il Signore.
«In quel tempo pensavano che la felicità consistesse nel benessere: il salmista parla della fecondità della moglie; la paragona ad una vite ricca di tralci e di grappoli promettenti. I figli sono paragonati a virgulti d'olivo, disposti attorno alla mensa. Nel salmo 51 il giusto appare come un ulivo fertile nella casa di Dio e, qui, all'uomo che teme Dio vengono promessi dei figli, simili a virgulti d'ulivo. Rimanere fedeli a Dio è come essere irrigati di continuo così da produrre i frutti, come è attestato nel primo salmo» (Teodoreto, PG 80, 1896 B). «Tutto ciò viene dato a colui che teme il Signore, ma questo non vale molto per colui che lo ama con tutta l’anima, con tutto il cuore e con tutta la forza. Per lui valgono piuttosto dei beni più grandi: quelle cose che occhio non vide…(1 Cor 2,9)» (Eusebio, PG 24 21 C).
«Noi stessi, sua Chiesa, siamo la sua sposa di Cristo. Per quali suoi figli può dirsi vite feconda la Chiesa? Se guardiamo queste mura, vediamo entrarvi molti [tralci] infruttuosi: vi entrano infatti molti ubriaconi, usurai, falsari. Sarà mai questa la fecondità della vite, la prolificità della sposa? No di certo. Queste ne sono le spine, ma essa non è da ogni parte spinosa. Ha una sua fecondità; è una vite feconda» (Agostino, 127,11 PL 37 1684)
Ti benedica il Signore da Sion.
«Non andare in cerca di benedizioni che non provengono da Sion. Certo, è del Signore anche la benedizione materiale. Se infatti non fosse del Signore, chi si sposerebbe? Se il Signore non volesse, chi sarebbe sano? Chi potrebbe essere ricco se il Signore non lo volesse? È dunque Dio colui che dà questi beni, ma non ti accorgi che li ha dati anche alle bestie? Non proviene perciò da Sion una tale benedizione. Ma tu, se ricevi beni di questo genere, usane con sapienza. Non è infatti nell'avere figli che si trova la felicità, ma piuttosto nell'averne di buoni» (Agostino, 127,15 PL 37 1686).
Possa tu vedere il bene di Gerusalemme tutti i giorni della tua vita! Possa tu vedere i figli dei tuoi figli! Pace su Israele!
«In quel tempo, era considerato un grande dono giungere all'estrema vecchiaia, godendo di molti figli. Il profeta Isaia, però, insegnò a non porre la felicità in questi beni: Non dica l'eunuco: Sono un albero sterile, poiché così promette il Signore: agli eunuchi che osserveranno il Sabato e che metteranno in pratica le mie richieste, assegnerò loro un posto d'onore nella mia casa e assicurerò loro un nome più duraturo di quello di chi ha figli e figlie (Is 56,3-5)» (Teodoreto, PG 80 1896 C-D).
«Di nuovo viene invocata la pace per Israele ma la vera pace è pace con Dio» (Teodoreto, PG 80, 1896 D).


Salmo 128


1 Canto delle salite.
Quanto mi hanno perseguitato fin dalla giovinezza
– lo dica Israele –,
2 quanto mi hanno perseguitato fin dalla giovinezza,
ma su di me non hanno prevalso!
3 Sul mio dorso hanno arato gli aratori,
hanno scavato lunghi solchi.
4 Il Signore è giusto:
ha spezzato le funi dei malvagi.
5 Si vergognino e volgano le spalle
tutti quelli che odiano Sion.
6 Siano come l’erba dei tetti:
prima che sia strappata, è già secca;
7 non riempie la mano al mietitore
né il grembo a chi raccoglie covoni.
8 I passanti non possono dire:
«La benedizione del Signore sia su di voi,
9 vi benediciamo nel nome del Signore».
Canto delle salite. Quanto mi hanno perseguitato fin dalla giovinezza – lo dica Israele –, quanto mi hanno perseguitato fin dalla giovinezza,  ma su di me non hanno prevalso! Sul mio dorso hanno arato gli aratori, hanno scavato lunghi solchi. Il Signore è giusto:  ha spezzato le funi dei malvagi.
Il popolo d’Israele attesta che Dio lo ha liberato dalle persecuzioni ricorrenti che avrebbero potuto annientarlo. Secondo i Padri, lo stesso discorso vale per la Chiesa, che è cominciata, nel piano di Dio, dall’apparizione sulla terra del primo giusto.
«Da gran tempo esiste la Chiesa: essa è sulla terra da quando furono chiamati i [primi] santi. Un tempo risultò costituita dal solo Abele, e fu combattuta da Caino, fratello cattivo e sciagurato Poi fu costituita dal solo Enoch, e lo si dovette sottrarre di fra mezzo agli iniqui. Poi fu costituita dalla famiglia di Noè, e dovette sostenere l'opposizione di tutti coloro che perirono nel diluvio, quando solamente l'arca restò a galleggiare sui marosi finché non toccò la terraferma. In seguito la Chiesa fu costituita dal solo Abramo, e ben note ci sono le prove che ebbe a subire da parte dei cattivi... Più tardi la Chiesa fu costituita dal popolo d'Israele, ma ebbe a tollerare l'odio del faraone e degli egiziani…. E così si giunse al nostro Signore Gesù Cristo e cominciò a predicarsi il Vangelo» (Agostino, 128,2 PL 37 1689).
Si vergognino e volgano le spalle tutti quelli che odiano Sion.
«Odiano Sion coloro che odiano la Chiesa, poiché Sion è la Chiesa. Anche coloro che entrano nella Chiesa con intenzioni non rette odiano la Chiesa, come la odiano quei tali che ricusano di mettere in pratica la parola di Dio. Cosa dovrà fare la Chiesa se non sopportarli sino alla fine?» (Agostino, 128,10 PL 37 1694)
Siano come l’erba dei tetti:  prima che sia strappata, è già secca; non riempie la mano al mietitore  né il grembo a chi raccoglie covoni.
«L'erba dei tetti è quella che nasce sul tetto fra le tegole. A guardarla, sta in alto, però non ha radici. Quanto sarebbe stato meglio per lei se fosse nata in basso, e con quanto maggiore giocondità verdeggerebbe? Invece nasce in alto per seccarsi più presto: non la si è ancora sradicata ma già è secca. [Così i malvagi] non sono ancora finiti, poiché non è arrivato il giudizio di Dio; eppure è disseccata la linfa che li faceva verdeggiare. Guardate alle loro opere e vedrete che sono davvero inariditi. Ma vivono e sono ancora quaggiù: quindi non è vero che siano stati sradicati. Sì, si sono essiccati, sebbene non siano ancora stati strappati dalla terra. Sono diventati proprio come l'erba dei tetti, che inaridisce prima che la si sradichi» (Agostino, 128,11 PL 37 1694-1695).
I passanti non possono dire: «La benedizione del Signore sia su di voi, vi benediciamo nel nome del Signore».
«Tra gli ebrei vigeva la consuetudine che quando uno incontrava un passante o un contadino al lavoro, gli parlava cordialmente, dandogli un saluto di benedizione. Nel libro di Rut si legge: Booz arrivò da Betlemme e disse ai mietitori: "II Signore sia con voi". Quelli risposero: "II Signore ti benedirà" (Rt 2,4-5). Di questa bellissima abitudine qui si parla in senso opposto...
In altro Salmo leggiamo: Ho visto l'empio trionfante - ergersi come cedro rigoglioso; - sono passato e più non c'era (Sal 36,35). Non si pensi, però, che la benedizione possa provenire da forze umane; infatti viene precisato: Vi benediciamo nel nome del Signore. Ecco la differenza: la Benedizione vera e solida, da cui discendono tutti gli altri beni, è quella impartita nel nome del Signore» (Cassiodoro, PL 70 938 A).


salmo 129


1 Canto delle salite.
Dal profondo a te grido, o Signore;
2 Signore, ascolta la mia voce.
Siano i tuoi orecchi attenti
alla voce della mia supplica.
3 Se consideri le colpe, Signore,
Signore, chi ti può resistere?
4 Ma con te è il perdono:
così avremo il tuo timore.
5 Io spero, Signore.
Spera l’anima mia,
attendo la sua parola.
6 L’anima mia è rivolta al Signore
più che le sentinelle all’aurora.
Più che le sentinelle l’aurora,
7 Israele attenda il Signore,
perché con il Signore è la misericordia
e grande è con lui la redenzione.
8 Egli redimerà Israele
da tutte le sue colpe.
Canto delle salite. Dal profondo a te grido, o Signore; Signore, ascolta la mia voce. Siano i tuoi orecchi attenti  alla voce della mia supplica.
«Dal profondo, ossia le mie parole salgono dal cuore. La Scrittura disapprova chi prega soltanto con le labbra. Attesta Geremia: Dio è vicino alla loro bocca ma lontano dai loro pensieri (Ger12,2). Il Signore stesso dichiara per bocca di Isaia: Questo popolo mi onora con le labbra ma il suo cuore è lontano da me (Is 20,13). I fedeli che invocano, si esprimono dalla profondità del cuore» (Teodoreto, PG 80, 1900 B).
«Se l'uomo fu capace di precipitare in basso, non sarà mai capace di risollevarsi: per cui se l'uomo non troverà chi lo liberi, rimarrà per sempre nell'abisso. Se nell'abisso riesce a gridare, già si sta sollevando e lo stesso suo gridare gli impedisce di rimanere proprio sul fondo. Sono invece nelle profondità estreme dell'abisso coloro che nell'abisso non provano nemmeno a gridare» (Agostino, 129,1 PL 37 1696).
Se consideri le colpe, Signore, Signore, chi ti può resistere?
«Vedendo i suoi innumerevoli e gravissimi peccati, come in preda al terrore esclamava: Se scruterai le colpe, Signore, chi potrà resistere? Non ha detto: Io non resisterò, ma: Chi potrà resistere? Ha notato come attorno alla vita di ciascun uomo, o quasi, si leva come un latrare causato dai peccati commessi; ha compreso che ogni coscienza è sotto accusa per i pensieri che l'attraversano e che non c'è [sulla terra] un cuore casto che possa sentirsi sicuro sulla base della propria giustizia. Se pertanto non c'è cuore casto che possa nutrire fiducia basandosi sulla propria giustizia, che ci si fidi tutti della misericordia di Dio» (Agostino, 129,2 PL 37 1697)
«Forse non troverà in te colpe gravi ed enormi; allora non troverà niente [di male]? Ascolta la parola del Vangelo: Chi avrà dato dello stupido al proprio fratello... Da simili peccati di lingua, siano pur piccoli, chi è esente? Forse vorrai insistere: sono minuzie, dalle quali non può andare esente la vita quaggiù. Orbene, raccogli tutte queste minuzie e vedrai se non formino una massa enorme. Come i chicchi di grano: son tanto piccoli, eppure formano un grosso mucchio; o come le goccioline d'acqua: le quali, pur essendo tanto piccole, formano i fiumi e trascinano persino i macigni» (Agostino, 129,5 PL 37 1699).
Ma con te è il perdono: così avremo il tuo timore.
Se Dio perdona in modo gratuito, soltanto allora noi possiamo ristabilire la comunione con Lui.
Perché il cristiano è certo del perdono? «Il Signore Gesù Cristo però non ha disdegnato di guardare all'abisso dove noi eravamo, ma si è degnato venire in questa nostra vita e ci ha promesso la remissione di tutti i peccati. Egli ha destato l'uomo dall'abisso: lo ha esortato a gridare, sebbene sceso alla più grande profondità e schiacciato dal peso dei peccati, e gli ha assicurato che la sua voce, sebbene voce di peccatore, sarebbe giunta agli orecchi di Dio. Da dove infatti avrebbe dovuto gridare se non dall'abisso del male?» (Agostino, 129,1 PL 37 1697).
«Cristo si è immolato in croce e così è diventato propiziazione per i nostri peccati. Dopo l'umiliazione della morte, fu coronato di gloria e di onore, presso di te o Padre. Lì intercede per noi ed è degno di essere ascoltato per la sua riverenza…» (Gero PL 194 870)
Io spero, Signore.  Spera l’anima mia,  attendo la sua parola. L’anima mia è rivolta al Signore  più che le sentinelle all’aurora. Più che le sentinelle l’aurora,  Israele attenda il Signore, perché con il Signore è la misericordia e grande è con lui la redenzione.
Egli redimerà Israele da tutte le sue colpe.
«Per quanto l'uomo si senta gravato di colpe, c'è sempre la misericordia di Dio. Anzi, se è andato innanzi a noi uno che era senza peccato, il Cristo, l'ha fatto proprio per eliminare i peccati di chi l'avrebbe seguito. Non riponete in voi stessi la vostra fiducia ma volgetela alla veglia del mattino (della risurrezione). Fissate lo sguardo sul vostro Capo, risorto e asceso al cielo. In lui non c'era colpa, e per suo mezzo saranno cancellate anche le colpe vostre» (Agostino, 129,12 PL 37 1703).
«Con la preziosità del suo sangue: un sangue che purifica, non macchia ma pulisce. Il sangue di Cristo ci purifica da ogni peccato (1 Gv 1,7). L’espressione è Lui il Redentore risulta ora più chiara. Di Lui non possiamo fare a meno» (Cassiodoro, PL 70 942)


Salmo 130


1 Canto delle salite. Di Davide.
Signore, non si esalta il mio cuore
né i miei occhi guardano in alto;
non vado cercando cose grandi né meraviglie
più alte di me.
2 Io invece resto quieto e sereno:
come un bimbo svezzato in braccio a sua madre,
come un bimbo svezzato è in me l’anima mia.
3 Israele attenda il Signore,
da ora e per sempre.
Il fedele deve nutrire la massima fiducia in Dio in ogni circostanza così da vivere sempre in serenità. Il salmo presenta il nucleo più profondo della fede d’Israele e, data la sua rilevanza, verrà ripreso da Gesù. Due testi biblici possono servire da riferimento per documentare quanto sto dicendo: «Nella conversione e nella calma sta la vostra salvezza, nell’abbandono confidente sta la vostra forza» (30,15), «In verità io vi dico: se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli» (Mt 18,3).
Canto delle salite. Di Davide.
«Chi prega Dio al di fuori del tempio non viene esaudito col conseguimento della pace propria della Gerusalemme celeste, sebbene venga esaudito quanto a certe richieste di beni temporali che Dio elargisce anche ai pagani. In tal senso una volta furono esauditi anche i demoni, quando fu loro concesso di entrare nei porci. Ben altra cosa è l'essere esaudito in ordine alla vita eterna, e questo non è concesso se non a chi prega nel tempio di Dio. Ora nel tempio di Dio prega soltanto colui che prega nella pace della Chiesa, nell'unità del corpo di Cristo. Questo corpo di Cristo consta di molti credenti sparsi su tutta la terra, ed è per questo che chi prega nel tempio viene esaudito. Chi prega nella pace della Chiesa prega in spirito e verità» (Agostino, 130,1 PL 37 1704).
Signore, non si esalta il mio cuore né i miei occhi guardano in alto; non vado cercando cose grandi né meraviglie più alte di me.
«La vetta della sapienza sta nell’avere la convinzione che le scelte nella vita vanno fatte non per spinta dell’orgoglio, ma dell’amore» (Cf. Cassiodoro, PL 70 943 A-D).
«C'è della gente che gode nel fare miracoli e pretende il miracolo da chi nella Chiesa ha compiuto progressi [spirituali]; anzi loro stessi vogliono compierne illudendosi d'essere avanti nella perfezione. Se invece non ci riescono, concludono di non appartenere a Dio. Ben diverso è il pensiero del Signore nostro Dio, il quale sa dare a ciascuno ciò che è opportuno. Così ammonisce la Chiesa per bocca dell'Apostolo: Non può dire l'occhio alla mano: non ho bisogno di te; o similmente la testa ai piedi: non ho bisogno di voi. Se il corpo fosse tutto occhio, dove l'udito? Se il corpo fosse tutto udito, dove l'odorato? (1 Cor 12,14 ss.)Osservate quindi, o fratelli, le nostre membra e come ciascun membro abbia la sua funzione. L'occhio vede ma non ode; l'orecchio ode ma non vede; la mano lavora ma non ode né vede. Quando le diverse membra esplicano la loro attività nell'ambito d'uno stesso corpo, godono tutte e ciascun membro gode dell'altro. Ne segue, fratelli, che se un membro del corpo di Cristo non ha il potere di risuscitare i morti, non deve aspirare a tanto; deve solo cercare di non dissentire dal [resto del] corpo, come dissentirebbe quell'orecchio che pretendesse di vedere. Del resto non gli sarà mai possibile mettere in opera una facoltà che non ha ricevuta. Si potrebbe anche supporre che qualcuno gli muova obiezioni di questo genere: Se tu fossi una persona giusta, risusciteresti i morti come ne risuscitò Pietro. Al contrario! È stato Pietro che ha compiuto ciò anche a nome mio, dal momento che io appartengo a quello stesso corpo nel quale agì Pietro» (Agostino, 130,6 PL 37 1707).
Io invece resto quieto e sereno: come un bimbo svezzato in braccio a sua madre, come un bimbo svezzato è in me l’anima mia. Israele attenda il Signore, da ora e per sempre.
«Una buona mamma, quando nega il latte al suo bambino perché è cresciuto, lo fa per abituarlo a passare a cibi più solidi e non farne un rammollito…. Il bimbo svezzato si ribella contro la madre e con pianti e lamenti si agita per mostrare la sua indignazione. Il salmista, benché non si sentisse ascoltato, non per questo nel suo cuore arrivò al disprezzo del Signore. Non dichiara di alzare gli occhi per la collera, ciò che fanno i bambini quando contestano i genitori con furia. Il salmo vuole dimostrare la virtù della pazienza e dell’umiltà; per questo il salmista aggiunge: Attenda Israele il Signore. La nostra amarezza non sia simile alla disperazione del bimbo svezzato» (Cf. Cassiodoro, PL 70, 944 A-D)


Salmo 131


1 Canto delle salite.
Ricordati, Signore, di Davide,
di tutte le sue fatiche,
2 quando giurò al Signore,
al Potente di Giacobbe fece voto:
3 «Non entrerò nella tenda in cui abito,
non mi stenderò sul letto del mio riposo,
4 non concederò sonno ai miei occhi
né riposo alle mie palpebre,
5 finché non avrò trovato un luogo per il Signore,
una dimora per il Potente di Giacobbe».

6 Ecco, abbiamo saputo che era in Èfrata,
l’abbiamo trovata nei campi di Iaar.
7 Entriamo nella sua dimora,
prostriamoci allo sgabello dei suoi piedi.

8 Sorgi, Signore, verso il luogo del tuo riposo,
tu e l’arca della tua potenza.
9 I tuoi sacerdoti si rivestano di giustizia
ed esultino i tuoi fedeli.
10 Per amore di Davide, tuo servo,
non respingere il volto del tuo consacrato.


11 Il Signore ha giurato a Davide,
promessa da cui non torna indietro:
«Il frutto delle tue viscere io metterò sul tuo trono!
12 Se i tuoi figli osserveranno la mia alleanza
e i precetti che insegnerò loro,
anche i loro figli per sempre siederanno sul tuo trono».
13 Sì, il Signore ha scelto Sion,
l’ha voluta per sua residenza:
14 «Questo sarà il luogo del mio riposo per sempre:
qui risiederò, perché l’ho voluto.
15 Benedirò tutti i suoi raccolti,
sazierò di pane i suoi poveri.
16 Rivestirò di salvezza i suoi sacerdoti,
i suoi fedeli esulteranno di gioia.
17 Là farò germogliare una potenza per Davide,
preparerò una lampada per il mio consacrato.
18 Rivestirò di vergogna i suoi nemici,
mentre su di lui fiorirà la sua corona».
Canto delle salite. Il salmista prega il Signore che dimora nel tempio perché continui a benedire il suo popolo ed invii, a suo favore, il Messia.
Ricordati, Signore, di Davide,  di tutte le sue fatiche, quando giurò al Signore,  al Potente di Giacobbe fece voto: «Non entrerò nella tenda in cui abito, non mi stenderò sul letto del mio riposo, non concederò sonno ai miei occhi  né riposo alle mie palpebre, finché non avrò trovato un luogo per il Signore, una dimora per il Potente di Giacobbe».
Davide si era impegnato per acquistare un sito dove edificare il tempio e aveva fatto dei preparativi per costruirlo (Cf. 1 Cr 29,2). La comunità ora chiede che il Signore si ricordi di questi suoi meriti.
Nella rilettura cristiana, Davide è una prefigurazione di Cristo Signore, discendente da lui. Cristo Gesù promette al Padre che non sarebbe ritornato presso di Lui, prima di aver cambiato la sorte dell’umanità. Riguardo a tutte le sue prove: l’espressione mette in rilievo la pazienza del nuovo Davide, il Cristo, della quale parla Isaia: come agnello fu condotto al macello…(Is 53,7) (Cf. Bruno di Segni, PL 164, 1185 A-B).
«La deliberazione di Cristo di edificare la Chiesa, poiché rimane immutabile, viene considerata un giuramento e un voto» (Bruno di Segni, PL 164, 1185 A)
Ecco, abbiamo saputo che [l’arca] era in Èfrata, l’abbiamo trovata nei campi di Iaar. Entriamo nella sua dimora, prostriamoci allo sgabello dei suoi piedi.
Parlano ora i compagni di Davide che avevano cercato di ritrovare l’arca del Signore, perduta dopo una battaglia. Dopo averla cercata vicino a Efrata, l’hanno trovata a Iaar (Kiriat-Iearim); presi da timore riverente, si sono avvicinati ad essa con esitazione.
«Quando entri in casa tua vi entri per abitarvi, quando entri nella casa di Dio vi entri perché lui abiti in te. Superiore a te è, infatti, il Signore e quando egli comincia ad abitare in te comincia a renderti beato, mentre invece se tu non ti lascerai abitare da lui sarai sempre misero. Volle essere autonomo quel figlio che disse [al padre]: Dammi la parte del patrimonio che mi spetta… Alla fine però cominciò a soffrire la fame; si ricordò del padre e tornò a casa per saziarsi di pane. Entra dunque e lasciati possedere [da Dio]. Non pretendere d'essere tua proprietà; sii proprietà di lui» (Agostino, 131,12 PL 37 1721).
Sorgi, Signore, verso il luogo del tuo riposo, tu e l’arca della tua potenza.
Il Signore, presente nella sua arca, viene invitato a trasferirsi da Iaar al tempio di Gerusalemme. Dal suo tempio continuerà ad elargire la sua benedizione sui sacerdoti e sul popolo. I supplicanti si appoggiano sui meriti di Davide per chiedere la protezione di Dio a favore di un consacrato presente a Sion (Cf. 2 Cr 6,40).
«…sorgi in modo che [con te] sorga anche quell'arca che tu hai santificata. Egli è il nostro capo; la sua arca è la sua Chiesa. Egli è risorto per primo ma anche la Chiesa risorgerà. Non avrebbe certamente osato il corpo ripromettersi la resurrezione se prima non fosse risorto il Capo. Con la tua resurrezione dai morti e il tuo ritorno al Padre, i giusti, conseguito il sacerdozio regale, si rivestano di fede, poiché il giusto vive di fede, e, ricevuto come pegno lo Spirito Santo, le membra [di Cristo] si allietino per la speranza della resurrezione che antecedentemente s'è realizzata nel Capo. A queste membra infatti dice l'Apostolo: Lieti per la speranza (Rm 12,12)» (Agostino, 131,15-16 PL 37 1722)
I tuoi sacerdoti si rivestano di giustizia  ed esultino i tuoi fedeli.
«I tuoi sacerdoti, ossia gli apostoli e i loro successori, si rivestano di giustizia, affinché siano in grado di guidare con sapienza l’Arca della tua Chiesa; allora tutti i fedeli gioiranno per la loro guida e custodia» (Bruno di Segni, PL 164 1186 B).
Per amore di Davide, tuo servo, non respingere il volto del tuo consacrato.
«Per i meriti di Cristo che, provenendo dalla stirpe di Davide, prese la condizione di servo, non affievolire la luminosità della tua immagine nei santi, nei quali abita il Cristo, ma continua ad illuminarli» (Bruno di Würzburg, PL 142 481 C)
Il Signore ha giurato a Davide, promessa da cui non torna indietro: «Il frutto delle tue viscere io metterò sul tuo trono! Se i tuoi figli osserveranno la mia alleanza  e i precetti che insegnerò loro, anche i loro figli per sempre siederanno sul tuo trono».
Entrato nel tempio, Dio ribadisce la sua promessa, quella di dare continuità alla dinastia davidica.
Sì, il Signore ha scelto Sion, l’ha voluta per sua residenza: «Questo sarà il luogo del mio riposo per sempre: qui risiederò, perché l’ho voluto. Benedirò tutti i suoi raccolti, sazierò di pane i suoi poveri. Rivestirò di salvezza i suoi sacerdoti,  i suoi fedeli esulteranno di gioia…
Il Signore ribadisce la sua volontà di essere presente a Sion e da lì continuare a benedire il popolo.
«Sion è la Chiesa: la quale Chiesa è anche quella Gerusalemme verso la cui pace corriamo. In noi uomini ora è pellegrina, mentre nella sua parte più nobile (angeli e santi) attende il ritorno dei lontani. Da questa Gerusalemme ci son venute delle lettere che noi leggiamo ogni giorno. Ecco la città di Sion che Dio ha prescelta. Questo il mio riposo nei secoli dei secoli. Son parole di Dio. Mio riposo significa: In essa trovo riposo. Quanto ci ama Dio, o fratelli! Fino a dire che lui riposa quando noi siamo nella pace. Difatti non è che lui si turbi per poi calmarsi. Se dice di trovar riposo è perché noi avremo in lui il nostro riposo» (Agostino, 131, 21 e 22 PL 37 1725).
…Là farò germogliare una potenza per Davide, preparerò una lampada per il mio consacrato. Rivestirò di vergogna i suoi nemici, mentre su di lui fiorirà la sua corona».
Assicura che un giorno invierà il suo Messia, prefigurato in tre simboli: corno (la potenza); la lampada (discendenza); corona (dignità regale).


Salmo 132


1 Canto delle salite. Di Davide.
Ecco, com’è bello e com’è dolce
che i fratelli vivano insieme!
2 È come olio prezioso versato sul capo,
che scende sulla barba, la barba di Aronne,
che scende sull’orlo della sua veste.
3 È come la rugiada dell’Ermon,
che scende sui monti di Sion.
Perché là il Signore manda la benedizione,
la vita per sempre.
Canto delle salite. Di Davide.
«…. I due prossimi salmi: ci piace paragonarli al valore di quei due spiccioli che la vedova povera gettò nel tesoro del tempio, trovando la piena approvazione di Gesù (Lc 21,2-4). Così anche noi, se c’imbeviamo dello spirito di questi due Salmi, otteniamo la remissione di tutti i peccati. L’ultimo (il 133) invita alla lode del Signore, questo esorta alla carità verso il prossimo» (Cassiodoro, PL 70  954 D - 955 A).
«Queste parole del salterio, questa melodia soave tanto a cantarsi quanto a considerarsi con la mente, hanno effettivamente generato i monasteri. Da questa armonia sono stati destati quei fratelli che maturarono il desiderio di vivere nell'unità. Questo verso fu per loro come una tromba: squillò per il mondo ed ecco riunirsi gente prima sparpagliata. Il grido divino, il grido dello Spirito Santo, il grido della profezia, è stato udito nel mondo intero» (Agostino, 132,2 PL 37 1729).
Ecco, com’è bello e com’è dolce che i fratelli vivano insieme! È come olio prezioso versato sul capo, che scende sulla barba, la barba di Aronne, che scende sull’orlo della sua veste.
La vita di fraternità sembra come emanare lo stesso profumo che viene diffuso da un unguento raffinato e il più prezioso di tutti fu quello con il quale venne consacrato il sommo sacerdote Aronne.
«L'unguento sacerdotale era composto da varie essenze odorose ma nessuna di esse, da sola, era in grado di diffondere un profumo così gradevole. Soltanto la composizione di tutte e il giusto dosaggio tra esse rendeva possibile la creazione di un unguento tanto prezioso. Ecco perché ha paragonato l'unione fraterna a tale unguento: la comunione fra tanti che operano santamente rende possibile la produzione di quel profumo che rappresenta la virtù perfetta della carità» (Teodoreto, PG 80 1912 B)
Il sommo sacerdote portava un pettorale prezioso che rappresentava le dodici tribù d’Israele (Cf. Es 28,15-21) e veniva intriso anch’esso dell’unguento che colava dalla barba. «L'unguento profumato è simbolo della carità. Versato sul capo di Aronne non scendeva soltanto fino alle guance, ma santificava la sua veste fino all'altezza del petto. Come il santo unguento, dalla testa, scorrendo per la barba fino al petto, impregnava di buon odore il sacerdote, così il grande bene della concordia raggiungeva insieme i capi e tutti i membri della comunità» (Teodoreto PG 80 1912 B).
«Cos'era Aronne? Un sacerdote. E chi è sacerdote se non quell'Unico, il Cristo, che penetrò nel santo dei santi? Chi è sacerdote se non Colui che è stato insieme vittima e sacerdote? Se non colui che, non trovando nel mondo un'ostia monda da offrire [a Dio], offrì se stesso? Sulla sua testa c'è dell'unguento poiché, sebbene il Cristo totale comprenda anche la Chiesa, l'unguento fluisce [esclusivamente] dalla testa. La nostra testa, o capo, è Cristo: crocifisso, sepolto e risuscitato, salì al cielo. Dal capo venne lo Spirito Santo» (Agostino, 132,7 PL 37 1733).
È come la rugiada dell’Ermon, che scende sui monti di Sion.
In modo sorprendente, sul monte di Sion compare una quantità considerevole di rugiada, pari a quella che scende di solito sul monte Ermon.
«Il bene della carità non l’otteniamo per le nostre forze né per i nostri meriti, ma per dono di Dio; l’otteniamo  per la sua grazia, che come rugiada [scende] dal cielo. Non è la terra che manda a se stessa la pioggia! Se non cadesse dal cielo la pioggia, ogni prodotto finirebbe col seccarsi. Qual merito avremmo mai potuto accampare noi peccatori e iniqui? Da Adamo [noi siamo nati altrettanti] Adamo e su un tale Adamo ha proliferato una moltitudine di peccati. Ogni uomo che nasce, nasce [nella condizione di] Adamo: da lui dannato [nasce] dannato. E per giunta, vivendo male, aggiunge colpe alla colpa di Adamo. Qual merito dunque poteva avere questo Adamo? Eppure colui che è misericordioso lo ha amato: lo sposo ha amato [la sposa] non perché fosse bella ma perché voleva renderla bella. Per rugiada dunque intende la grazia di Dio» (Agostino, 132,10 PL 37 1735).
Perché là il Signore manda la benedizione, la vita per sempre. «Dio dona la Benedizione, cioè dona il Signore e il Salvatore, che per i credenti è la Vita e la felicità senza fine. Col monte Sion s’intende significare la Gerusalemme celeste. È proprio essa che contiene in sé la vita senza fine, la gioia senza interruzione»… Che cosa può esserci di più gioioso che imitare sulla terra il modo di vivere che viene offerto come la ricompensa maggiore nella patria beata? La carità verso il prossimo ci conduce all’amore più perfetto con Dio; il salmo a capire che per amare Dio occorre prima amare il prossimo» (Cassiodoro, PL 70 957 A-B).


Salmo 133


1 Canto delle salite.
Ecco, benedite il Signore,
voi tutti, servi del Signore;
voi che state nella casa del Signore
durante la notte.
2 Alzate le mani verso il santuario
e benedite il Signore.
3 Il Signore ti benedica da Sion:
egli ha fatto cielo e terra.
Canto delle salite.
Questo salmo è unito al precedente (entrambi iniziano con l’espressione Ecco): il pellegrinaggio al tempio raggiunge il suo scopo e il suo culmine nell’esperienza della comunione vissuta nella glorificazione di Dio. La comunità raggiunge la massima coesione lodando Dio, dove sperimenta la tutta dolcezza dell’unione con Lui e dell’unità tra fratelli.
Ecco, benedite il Signore, voi tutti, servi del Signore; voi che state nella casa del Signore durante la notte. Alzate le mani verso il santuario e benedite il Signore.
Un gruppo di fedeli decide di vegliare all’interno del tempio. Altri li esortano a portare a compimento il loro proposito e a profondersi nella lode per tutto il corso della notte di Dio.
«Gli uomini che un giorno benediranno il Signore senza interruzione debbono cominciare a benedirlo quaggiù. Sì, quaggiù, in mezzo alle tribolazioni, alle tentazioni, alle molestie, mentre il mondo frappone ostacoli, il nemico tende insidie, il diavolo moltiplica gli inganni e gli assalti. Questo significa: Ecco ora benedite il Signore, voi che state nella casa del Signore. Cos'è quel voi che state? Voi che perseverate» (Agostino 133,2 PL 37 1737).
Il Signore ti benedica da Sion: egli ha fatto cielo e terra.
Segue un augurio di benedizione, destinata ad ognuno di quanti stanno a vegliare. Dalla lode intensa promana la benedizione: il ringraziamento non aggiunge nulla alla grandezza di Dio ma rende più grandi i fedeli che lo glorificano.
«Chi ama Dio con tutto il cuore non lascia spazio all’ingresso dei vizi. Da dove può entrare il male, se tutto il tuo essere è pieno di Dio? Il diavolo cerca il vuoto dell’anima, cerca un cuore sguarnito. Là dove fiuta la presenza di Dio, scappa impaurito. Come un bicchiere colmo fino all’orlo non può ritenere altro liquido, così chi è tutto colmo dell’amore per Dio, non lascia alcuna fessura per la quale il male possa filtrare all’interno» (Cassiodoro, PL 70 958 A-B)
«Secondo gli insegnamenti di Mosè, il popolo dei giudei, per mezzo dei suoi anziani eletti a questo ufficio, ripete le Scritture divine, giorno e notte, senza interruzione; uno si succede all’altro nella recitazione perché il santo risuonare dei precetti celesti non cessi mai. Tu, cristiano, quanto tempo ti rapisce il sonno, quanto gli interessi e le preoccupazioni di questa vita! Almeno dividi il tuo tempo fra Dio e le cose di quaggiù. Almeno di notte, tieniti libero per Dio, dedicati alla preghiera e, per non dormire, salmeggia a voce alta… Al mattino affrettati ad andare in chiesa per portarvi le primizie di santi desideri… Quale gioia cominciare la giornata con inni e cantici, con le beatitudini che leggi nel Vangelo! Quale pegno di prosperità che la parola di Cristo ti benedica e, mentre vai ricantando nell’animo le benedizioni del Signore, ciò ti ispiri il proposito di qualche virtù, così che tu possa riconoscere in te stesso l’efficacia della benedizione divina» (Ambrogio, Commento al salmo CXVIII, 19, 30-32,  PL 15 1478 B).