sabato 30 maggio 2026

Solennità della Santissima Trinità

 

Es 34. Mosè si alzò di buon mattino e salì sul monte Sinai, come il Signore gli aveva comandato, con le due tavole di pietra in mano. 5Allora il Signore scese nella nube, si fermò là presso di lui e proclamò il nome del Signore. 6Il Signore passò davanti a lui, proclamando: «Il Signore, il Signore, Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di amore e di fedeltà, 7che conserva il suo amore per mille generazioni, che perdona la colpa, la trasgressione e il peccato, ma non lascia senza punizione, che castiga la colpa dei padri nei figli e nei figli dei figli fino alla terza e alla quarta generazione». 8Mosè si curvò in fretta fino a terra e si prostrò. 9Disse: «Se ho trovato grazia ai tuoi occhi, Signore, che il Signore cammini in mezzo a noi. Sì, è un popolo di dura cervice, ma tu perdona la nostra colpa e il nostro peccato: fa’ di noi la tua eredità». 

Il passo, riportando una seconda stipula dell’Alleanza, in realtà vuole illustrare la situazione di Israele nel futuro. Come continua questo popolo ad essere il popolo dell'Alleanza lontano dal Sinai, lontano dalla presenza di Dio sul monte, e con un atteggiamento che porta il dubbio sulla stessa fede e un comportamento che comporta infedeltà alla Legge? È questa la domanda che il popolo intero si pone nel corso dei tempi. La risposta è nella possibilità che l’Alleanza rinasca, senza che possano essere di ostacolo il luogo, le tavole spezzate, la stessa situazione reale del popolo. Il luogo della presenza di Dio non è solo il Sinai, ma il Santuario; le tavole possono essere scritte un'altra volta; il vero luogo dell'Alleanza è nella Misericordia di Dio, che si manifesta in qualsiasi situazione, e nell'uomo che lo cerca portando con sé la sua situazione concreta. Dio sarà sempre il mistero inaccessibile e il popolo sarà sempre molto lontano da lui; ma Dio si avvicina in qualsiasi luogo e condizione per mezzo degli uomini di Dio, i carismatici, i profeti, i santi. Essi pronunciano il nome del Signore sul popolo e col nome lo rendono presente senza bisogno di una spettacolare teofania nella tempesta o nel fuoco. Il Mosè che sale sul monte o che entra nella tenda rappresenta tutti i mediatori futuri. Dio non può essere visto direttamente dall'uomo, ma passa vicino a lui liberando i suoi attributi di compassione, misericordia, clemenza e lealtà, come colui che perdona il peccato ed esige giustizia, che si manifesta nella punizione e nella grazia. L'uomo si riconoscerà sempre peccatore poiché non arriverà mai a praticare nel modo dovuto il precetto fondamentale dell'Alleanza, ma, allo stesso tempo, si sentirà sempre chiamato a tornare all'alleanza che si rinnova incessantemente quando si rinnova l'atteggiamento penitenziale dell'uomo. 

2 Cor 13. Siate gioiosi, tendete alla perfezione, fatevi coraggio a vicenda, abbiate gli stessi sentimenti, vivete in pace e il Dio dell’amore e della pace sarà con voi. 12Salutatevi a vicenda con il bacio santo. Tutti i santi vi salutano. 13La grazia del Signore Gesù Cristo, l’amore di Dio e la comunione dello Spirito Santo siano con tutti voi.

«Voi, figli di Sion, rallegratevi, gioite nel Signore, vostro Dio» (Gl 2,23). «Siate sempre lieti nel Signore, ve lo ripeto: siate lieti» (Fil 4,4). «Siate sempre lieti, pregate ininterrottamente, in ogni cosa rendete grazie: questa infatti è volontà di Dio in Cristo Gesù verso di voi» (1 Ts 5,16-18). 

«Abbiate in voi gli stessi sentimenti di Cristo Gesù» (Fil 2,5). «Buona cosa è il sale; ma se il sale diventa insipido, con che cosa gli darete sapore? Abbiate sale in voi stessi e siate in pace gli uni con gli altri» (Mc 9,50). «Il Dio della pace sia con tutti voi» (Rm 15,33). «Vi preghiamo, fratelli, di avere riguardo per quelli che faticano tra voi, che vi fanno da guida nel Signore e vi ammoniscono; trattateli con molto rispetto e amore, a motivo del loro lavoro. Vivete in pace tra voi. Vi esortiamo, fratelli: ammonite chi è indisciplinato, fate coraggio a chi è scoraggiato, sostenete chi è debole, siate magnanimi con tutti. Badate che nessuno renda male per male ad alcuno, ma cercate sempre il bene tra voi e con tutti» (1 Ts 5,12-15). 

«Vi salutano tutti i fratelli. Salutatevi a vicenda con il bacio santo» (1 Cor 16,20).

Gv 3. 16Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. 17Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. 18Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio. Solennità del Corpo e Sangue del Signore. 

Gesù è una dimostrazione in atto dell’amore di Dio per gli uomini. Non è venuto per condannare ma per salvare ma c’è il rischio che l’uomo si condanni da sé rigettando la salvezza che gli è stata e gli è offerta. Secondo la mentalità giudaica, il giudizio avverrà alla fine dei tempi per l’intera umanità. Questo è sostenuto anche dai Vangeli Sinottici e dallo stesso Giovanni. Tuttavia il quarto Vangelo offre una particolarità: l’avvenimento futuro del giudizio è anticipato al momento presente. Il criterio fondamentale del giudizio attuale sta nella fede. Chi non crede è già condannato, appunto per non aver creduto nel Figlio di Dio, inviato da lui come mssima prova del suo amore. Il passo mette in rilievo il valore della fede, qui ed ora. Il giudizio è già cominciato: si sta svolgendo attraverso la decisione umana. 

Domenica 9 T.O.

Dt 11. 18Porrete dunque nel cuore e nell’anima queste mie parole; ve le legherete alla mano come un segno e le terrete come un pendaglio tra gli occhi; 26Vedete, io pongo oggi davanti a voi benedizione e maledizione: 27la benedizione, se obbedirete ai comandi del Signore, vostro Dio, che oggi vi do; 28la maledizione, se non obbedirete ai comandi del Signore, vostro Dio, e se vi allontanerete dalla via che oggi vi prescrivo, per seguire dèi stranieri, che voi non avete conosciuto. 32Avrete cura di mettere in pratica tutte le leggi e le norme che oggi io pongo dinanzi a voi. 

«Questi precetti che oggi ti dò, ti stiano fissi nel cuore; li ripeterai ai tuoi figli, ne parlerai quando sarai seduto in casa tua, quando camminerai per via, quando ti coricherai e quando ti alzerai. Te li legherai alla mano come un segno, ti saranno come un pendaglio tra gli occhi e li scriverai sugli stipiti della tua casa e sulle tue porte» (Dt 6,6-9). «Conservo nel cuore le tue parole per non offenderti con il peccato. Benedetto sei tu, Signore; mostrami il tuo volere. Con le mie labbra ho enumeratotutti i giudizi della tua bocca. Nel seguire i tuoi ordini è la mia gioia più che in ogni altro bene. Voglio meditare i tuoi comandamenti, considerare le tue vie. Nella tua volontà è la mia gioia; mai dimenticherò la tua parola» (Sal 119,11-16). «Questa sarà l'alleanza che io concluderò con la casa di Israele dopo quei giorni, dice il Signore: Porrò la mia legge nel loro animo, la scriverò sul loro cuore» (Ger 31,33). «Ciò che era impossibile alla legge, perché la carne la rendeva impotente, Dio lo ha reso possibile: mandando il proprio Figlio in una carne simile a quella del peccato e in vista del peccato, egli ha condannato il peccato nella carne, perché la giustizia della legge si adempisse in noi, che non camminiamo secondo la carne ma secondo lo Spirito» (Rm 8,3-4).

Rm 3. 21Ora invece, indipendentemente dalla Legge, si è manifestata la giustizia di Dio, testimoniata dalla Legge e dai Profeti: 22giustizia di Dio per mezzo della fede in Gesù Cristo, per tutti quelli che credono. Infatti non c’è differenza, 23perché tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio, 24ma sono giustificati gratuitamente per la sua grazia, per mezzo della redenzione che è in Cristo Gesù. 25È lui che Dio ha stabilito apertamente come strumento di espiazione, per mezzo della fede, nel suo sangue. 28Noi riteniamo infatti che l’uomo è giustificato per la fede, indipendentemente dalle opere della Legge. 

“Ora, invece”: la positività del nuovo corso non dipende da ciò che hanno fatto gli uomini in meglio, ma da ciò che ha fatto Dio Padre, per mezzo di Gesù. Ora si è manifestata la giustizia di Dio, ossia la sua fedeltà e la missione del Figlio è l’evento decisivo nella storia. «Fu quando eravamo nella disperazione, quando era giunto il momento del giudizio, quando il male si era aggravato e la misura dei peccati era colma, che Dio scatenò la sua potenza per insegnarci quanto abbondantemente abbondi in lui la giustizia. Se questo fosse accaduto all'inizio, sarebbe sembrato meno prodigioso di ora, dove tutti i rimedi si sono dimostrati impotenti… Egli venne ora affinché non si dicesse, come sarebbe stato se fosse venuto fin dall'inizio, che si sarebbe potuto essere salvati per mezzo della legge attraverso i propri sforzi e meriti. Indugiò a lungo, per salvare con la sua grazia quando fu chiaramente e ampiamente dimostrato che gli uomini non possono essere autosufficienti» (CLR 7,3). 

Gli uomini non mostrano più la gloria di Dio, perché hanno perduto l’innocenza (3,23). Chi non glorifica Dio, non spegne la gloria di Dio ma la propria. Tuttavia ora il perdono viene dato in modo gratuito (3,27). Grazie alla santità di Gesù, un uomo tra gli uomini, l’umanità può intraprendere un nuovo cammino. Per l’obbedienza di uno solo, tutti sono costituiti giusti (Cf. 5,19). Gesù, obbedendo al Padre fino ad affrontare la morte in croce, dissolve tutto il cumulo dei peccati degli uomini. Egli viene elevato da Dio e posto allo sguardo di tutti perché è il segno del perdono divino per tutti gli uomini (3,25). I destinatari della grazia di Dio sono tutti gli uomini, nessuno escluso. L’unica cosa che viene richiesta è quella di credere in questo dono e affidarsi a Dio. 

Mt 7. 21Non chiunque mi dice: “Signore, Signore”, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli. 22In quel giorno molti mi diranno: “Signore, Signore, non abbiamo forse profetato nel tuo nome? E nel tuo nome non abbiamo forse scacciato demòni? E nel tuo nome non abbiamo forse compiuto molti prodigi?”. 23Ma allora io dichiarerò loro: “Non vi ho mai conosciuti. Allontanatevi da me, voi che operate l’iniquità!”. 24Perciò chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica, sarà simile a un uomo saggio, che ha costruito la sua casa sulla roccia. 25Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ma essa non cadde, perché era fondata sulla roccia. 26Chiunque ascolta queste mie parole e non le mette in pratica, sarà simile a un uomo stolto, che ha costruito la sua casa sulla sabbia. 27Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa cadde e la sua rovina fu grande».

Gesù critica una fede fatta solo di parole, gesti di culto o emozioni. Anche attività religiose importanti (“abbiamo profetato…”) non garantiscono una relazione autentica con Dio perché ciò che Egli vuole è l’obbedienza concreta alla sua volontà. 

Le parole che Gesù dice qui sono pronunciate nella sua qualità di giudice. Chi lo confessa come Signore deve essere coerente e agire come servo, accettando e compiendo la volontà del suo Signore. Signore è servo sono parole e concetti correlativi, si implicano a vicenda, col conseguente riconoscimento della dignità e dell'autorità del Signore da una parte, e della situazione del servo dei suoi obblighi dall'altra. «Chi compie la volontà di Dio, costui è mio fratello, sorella e madre» (Mc 3,35). «Non conformatevi alla mentalità di questo secolo, ma trasformatevi rinnovando la vostra mente, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buno, a lui gradito e perfetto» (Rm 12,2). «Siate di quelli che mettono in pratica la parola e non soltanto ascoltatori, illudendo voi stessi. Perché se uno ascolta soltanto e non mette in pratica la parola, somiglia a un uomo che osserva il proprio volto in uno specchio: appena s'è osservato, se ne va, e subito dimentica com'era. Chi invece fissa lo sguardo sulla legge perfetta, la legge della libertà, e le resta fedele, non come un ascoltatore smemorato ma come uno che la mette in pratica, questi troverà la sua felicità nel praticarla» (Gc 1,22-25). 

L’immagine della casa richiama la vita intera della persona. La roccia non è semplicemente “ascoltare Gesù”, ma ascoltarlo e agire. La pioggia, i fiumi e i venti rappresentano le prove della vita, le crisi, le tentazioni, e sopratutto il giudizio finale. Chi fonda la vita su Cristo e sulla sua parola può attraversare tutto questo senza crollare. La sabbia è tutto ciò che appare stabile ma non lo è: entusiasmo momentaneo, successo, sicurezza umana, ascolto senza conversione. La casa può sembrare bella anche sulla sabbia; il problema emerge nella tempesta. Gesù invita quindi a verificare il fondamento della propria vita, non soltanto l’aspetto esteriore.

Lunedi 9

2Pt 1,2-7 Carissimi, grazia e pace siano concesse a voi in abbondanza mediante la conoscenza di Dio e di Gesù Signore nostro. La sua potenza divina ci ha donato tutto quello che è necessario per una vita vissuta santamente, grazie alla conoscenza di colui che ci ha chiamati con la sua potenza e gloria. Con questo egli ci ha donato i beni grandissimi e preziosi a noi promessi, affinché per loro mezzo diventiate partecipi della natura divina, sfuggendo alla corruzione, che è nel mondo a causa della concupiscenza. Per questo mettete ogni impegno per aggiungere alla vostra fede la virtù, alla virtù la conoscenza, alla conoscenza la temperanza, alla temperanza la pazienza, alla pazienza la pietà, alla pietà l’amore fraterno, all’amore fraterno la carità.

Esortazione alla crescita spirituale. Pietro collega la fede alla trasformazione concreta della vita. Augura “grazia e pace” che vengono dalla conoscenza di Dio e di Gesù Cristo. Non si tratta solo di sapere intellettuale, ma di una relazione viva con Cristo. Dio, con la sua potenza, ha già donato ai credenti tutto ciò che serve per la vita e la pietà. La salvezza quindi non nasce dallo sforzo umano, ma dall’iniziativa divina. I beni preziosi e grandissimi permettono ai credenti di diventare “partecipi della natura divina: significa condividere la vita di Dio, liberandosi dalla corruzione causata dal peccato e dai desideri egoistici. 

La fede deve crescere attraverso una serie di virtù. La fede autentica produce una trasformazione concreta della persona. Il testo mette insieme due aspetti: il dono di Dio (tutto parte dalla grazia) e la responsabilità del credente. Il cristiano deve collaborare con questo dono crescendo nelle virtù. La vita cristiana è un processo dinamico di partecipazione alla vita divina e di maturazione nell’amore.

Mc 12. In quel tempo, Gesù si mise a parlare con parabole [ai capi dei sacerdoti, agli scribi e agli anziani]: «Un uomo piantò una vigna, la circondò con una siepe, scavò una buca per il torchio e costruì una torre. La diede in affitto a dei contadini e se ne andò lontano. Al momento opportuno mandò un servo dai contadini a ritirare da loro la sua parte del raccolto della vigna. Ma essi lo presero, lo bastonarono e lo mandarono via a mani vuote. Mandò loro di nuovo un altro servo: anche quello lo picchiarono sulla testa e lo insultarono. Ne mandò un altro, e questo lo uccisero; poi molti altri: alcuni li bastonarono, altri li uccisero. Ne aveva ancora uno, un figlio amato; lo inviò loro per ultimo, dicendo: “Avranno rispetto per mio figlio!”. Ma quei contadini dissero tra loro: “Costui è l’erede. Su, uccidiamolo e l’eredità sarà nostra!”. Lo presero, lo uccisero e lo gettarono fuori della vigna. Che cosa farà dunque il padrone della vigna? Verrà e farà morire i contadini e darà la vigna ad altri. Non avete letto questa Scrittura: “La pietra che i costruttori hanno scartato è diventata la pietra d’angolo; questo è stato fatto dal Signore ed è una meraviglia ai nostri occhi”?». E cercavano di catturarlo, ma ebbero paura della folla; avevano capito infatti che aveva detto quella parabola contro di loro. Lo lasciarono e se ne andarono."

 Gesù avverte i capi del popolo che stanno incorrendo nella condanna divina perché si oppongono alla sua predicazione, al punto da prospettare la sua espulsione dal popolo di Dio come fosse un corruttore della vera fede. Anzi stanno espellendo dalla vigna/popolo e perfino uccidendo, lo stesso Figlio di Dio. Così facendo, imitano il comportamento dei loro padri che si erano opposti ai profeti, avevano maltrattato e perfino eliminato gli inviati di Dio. Egli interverrà ad onorare il Figlio, rifiutato da loro come pietra scartata e affidare ad altri ministri la cura del suo popolo, in altre modalità. Agli avvertimenti di Gesù, i capi reagiscono consolidando la loro opposizione. 

Più in generale, siamo noi stessi la vigna piantata dal Signore e produrre frutto corrisponde al nostro impulso naturale. «Io vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto…» «Prego che la vostra carità cresca sempre più…, [e siate] ricolmi di quel frutto di giustizia che si ottiene per mezzo di Gesù Cristo» (Fil 1,9-10). 

Un padrone pianta una vigna per goderne i frutti, in vista, quindi, del suo vantaggio e per questo pone molta cura nel coltivarla. Per quanto riguarda il Signore, ciò che egli pianta e ciò che cura, viene a nostro vantaggio. Egli, bontà che vuole effondersi fuori da sé e diffondersi nella sua ceatura, mira soltanto a noi e al nostro bene. Il frutto che Egli ricerca non è per Lui ma per noi. 

Israele era una vigna piantata da Dio perché desse frutti. A goderne sarebbero stati gli Israeliti stessi. Dio riprende ciò che è suo quando noi siamo salvi. Desiderava che il popolo producesse uva ma più volte rimase deluso: «Io ti avevo piantato come vigna scelta, tutta di vitigni genuini; ora, come mai ti sei mutata in tralci degeneri di vigna bastarda? Anche se ti lavassi con la soda e usassi molta potassa, davanti a me resterebbe la macchia della tua iniquità. Oracolo del Signore» (Ger 2,21-22). 

Infine donò il suo stesso Figlio, incomparabile rispetto a tutti gli altri inviati. Se lo avessero accolto (e se noi lo accogliamo), in lui avrebbero portato frutto abbondante, perché solo rimanendo in lui si diventa fruttiferi, ma senza di lui, non pruduciamo nulla. 

Martedi 9

2 Pt 3. 11Quale deve essere la vostra vita nella santità della condotta e nelle preghiere, 12mentre aspettate e affrettate la venuta del giorno di Dio, nel quale i cieli in fiamme si dissolveranno e gli elementi incendiati fonderanno! 13Noi infatti, secondo la sua promessa, aspettiamo nuovi cieli e una terra nuova, nei quali abita la giustizia. 14Perciò, carissimi, nell’attesa di questi eventi, fate di tutto perché Dio vi trovi in pace, senza colpa e senza macchia. 15La magnanimità del Signore nostro consideratela come salvezza. 17Voi dunque, carissimi, siete stati avvertiti: state bene attenti a non venir meno nella vostra fermezza, travolti anche voi dall’errore dei malvagi. 18Crescete invece nella grazia e nella conoscenza del Signore nostro e salvatore Gesù Cristo. A lui la gloria, ora e nel giorno dell’eternità. Amen.

Parlando del “giorno del Signore”, l’autore non vuole suscitare paura sterile, ma responsabilità e speranza. Se tutto passa, come bisogna vivere? I cieli e la terra attuali sono destinati a essere trasformati. Non è descrizione scientifica della fine del mondo, ma l’uso di un linguaggio apocalittico tipico della Bibbia: il mondo segnato dal male non avrà l’ultima parola. La promessa è: “Noi aspettiamo nuovi cieli e una terra nuova, nei quali abita la giustizia”. Dio non distrugge per annientare, ma per rinnovare. La meta della storia è una creazione riconciliata, dove la giustizia non sarà episodica ma “abiterà” stabilmente (Is 65,17; Ap 21). 

La domanda iniziale è decisiva: “Quale deve essere la vostra vita nella santità della condotta e nelle preghiere?” L’attesa cristiana non è evasione dal presente ma la consapevolezza che la storia ha un compimento cambia il modo di vivere adesso. C’è anche un invito pressante: i credenti sono invitati ad “affrettare” la venuta del giorno di Dio cioè a collaborare al progetto di Dio attraverso una vita santa e giusta. 

Riguardo al ritardo della venuta del Signore, alcuni probabilmente ironizzavano: “Dov’è la sua venuta?” L’autore risponde che il ritardo non è assenza, ma misericordia. Dio attende perché vuole dare spazio alla conversione perché il tempo presente è tempo di grazia. Questo cambia il modo di leggere la storia: non come abbandono di Dio, ma come pazienza divina. Il testo si chiude con due movimenti complementari: “state in guardia”; “crescete nella grazia e nella conoscenza”. La vita cristiana non è immobilità ma crescita continua. La conclusione doxologica (“A lui la gloria…”) riporta tutto a Gesù Cristo: la storia, la speranza e la vita morale hanno in lui il loro centro. 

Mc 12. 13Mandarono da lui alcuni farisei ed erodiani, per coglierlo in fallo nel discorso. 14Vennero e gli dissero: «Maestro, sappiamo che sei veritiero e non hai soggezione di alcuno, perché non guardi in faccia a nessuno, ma insegni la via di Dio secondo verità. È lecito o no pagare il tributo a Cesare? Lo dobbiamo dare, o no?». 15Ma egli, conoscendo la loro ipocrisia, disse loro: «Perché volete mettermi alla prova? Portatemi un denaro: voglio vederlo». 16Ed essi glielo portarono. Allora disse loro: «Questa immagine e l’iscrizione, di chi sono?». Gli risposero: «Di Cesare». 17Gesù disse loro: «Quello che è di Cesare rendetelo a Cesare, e quello che è di Dio, a Dio». E rimasero ammirati di lui. 

Gesù non entra direttamente nella questione della legittimità o meno della dominazione romana. C’è una questione che gli sta a cuore più di tutte: è necessario attribuire a Dio il primo posto nella vita personale e collettiva. Gesù riconosce che lo Stato, nel suo ambito, può reclamare ciò che gli spetta e quindi bisogna rendere a Cesare ciò che gli appartiene ma, subito dopo, aggiunge che lo Stato non può ergersi come bene assoluto e totale perché ogni potere politico non può arrogarsi i diritti che sono propri soltanto di Dio. «State sottomessi ad ogni istituzione umana per amore del Signore: sia al re come sovrano, sia ai governatori come ai suoi inviati per punire i malfattori e premiare i buoni. Perché questa è la volontà di Dio: che, operando il bene, voi chiudiate la bocca all'ignoranza degli stolti. Comportatevi come uomini liberi, non servendovi della libertà come di un velo per coprire la malizia, ma come servitori di Dio. Onorate tutti, amate i vostri fratelli, temete Dio, onorate il re» (1 Pt 2,13-17).

Anche Paolo insegna la via di Dio secondo verità: «Noi non siamo come quei molti che mercanteggiano la parola di Dio, ma con sincerità e come mossi da Dio, noi parliamo in Cristo» (2 Cor 2,17). «Se fate distinzione di persone, commettete un peccato e siete accusati dalla legge come trasgressori» (Gc 2,9). 

Mercoledi 9

2 Tm 1. 1Paolo, apostolo di Cristo Gesù per volontà di Dio e secondo la promessa della vita che è in Cristo Gesù, 2a Timòteo, figlio carissimo: grazia, misericordia e pace da parte di Dio Padre e di Cristo Gesù Signore nostro. 3Rendo grazie a Dio che io servo, come i miei antenati, con coscienza pura, ricordandomi di te nelle mie preghiere sempre, notte e giorno. Ti ricordo di ravvivare il dono di Dio, che è in te mediante l’imposizione delle mie mani. 7Dio infatti non ci ha dato uno spirito di timidezza, ma di forza, di carità e di prudenza. 8Non vergognarti dunque di dare testimonianza al Signore nostro, né di me, che sono in carcere per lui; ma, con la forza di Dio, soffri con me per il Vangelo. 9Egli infatti ci ha salvati e ci ha chiamati con una vocazione santa, non già in base alle nostre opere, ma secondo il suo progetto e la sua grazia. Questa ci è stata data in Cristo Gesù fin dall’eternità, 10ma è stata rivelata ora, con la manifestazione del salvatore nostro Cristo Gesù. Egli ha vinto la morte e ha fatto risplendere la vita e l’incorruttibilità per mezzo del Vangelo, 11per il quale io sono stato costituito messaggero, apostolo e maestro. 12È questa la causa dei mali che soffro, ma non me ne vergogno: so infatti in chi ho posto la mia fede e sono convinto che egli è capace di custodire fino a quel giorno ciò che mi è stato affidato. 

Invoca che Timoteo possa godere realmente dei beni messianici elargiti da Dio stesso, tramite Gesù. Lo raccomanda a Lui con continuità nella preghiera la quale, secondo Paolo, è il mezzo più grande per estendere l’evangelizzazione. Per prima cosa gli raccomanda la predicazione del Vangelo che esige la virtù della fortezza. L’evangelizzatore non può incoraggiarsi da sé ma ha bisogno di ricevere tale forza dallo Spirito di Dio, ricevuto a partire dall’imposizione delle mani da parte di Paolo. «Non trascurare il dono spirituale che è in te e che ti è stato conferito, per indicazione dei profeti, con l’imposizione delle mani da parte del collegio dei presbiteri» (1 Tm 4,14). Il passo ribadisce l’evento evangelico della giustificazione per grazia: Dio non agisce in base ai nostri meriti ma precede, accompagna, eleva e posta a compimento l’azione buona degli uomini. Il Padre ha manifestato la sua grazia nell’evento di Cristo Gesù, con il quale ha illuminato tutta la storia dell’umanità e con il quale ha fatto rispendere il dono della vita eterna. 

Mc 12. 18Vennero da lui alcuni sadducei – i quali dicono che non c’è risurrezione – e lo interrogavano dicendo: 19«Maestro, Mosè ci ha lasciato scritto che, se muore il fratello di qualcuno e lascia la moglie senza figli, suo fratello prenda la moglie e dia una discendenza al proprio fratello. 20C’erano sette fratelli: il primo prese moglie, morì e non lasciò discendenza. 21Allora la prese il secondo e morì senza lasciare discendenza; e il terzo ugualmente, 22e nessuno dei sette lasciò discendenza. Alla fine, dopo tutti, morì anche la donna. 23Alla risurrezione, quando risorgeranno, di quale di loro sarà moglie? Poiché tutti e sette l’hanno avuta in moglie». 24Rispose loro Gesù: «Non è forse per questo che siete in errore, perché non conoscete le Scritture né la potenza di Dio? 25Quando risorgeranno dai morti, infatti, non prenderanno né moglie né marito, ma saranno come angeli nei cieli. 26Riguardo al fatto che i morti risorgono, non avete letto nel libro di Mosè, nel racconto del roveto, come Dio gli parlò dicendo: Io sono il Dio di Abramo, il Dio di Isacco e il Dio di Giacobbe? 27Non è Dio dei morti, ma dei viventi! Voi siete in grave errore».

Trascinato nella discussione, Gesù non si lascia rinchiudere entro i termini nei quali il dibattito veniva posto. Afferma che la resurrezione è affermata dalle Scritture e perciò i Sadducei commettono un grave errore negandola. Non è questione, però, di citare un testo o l'altro. Per Gesù la Scrittura va colta nel suo centro là dove testimonia che Dio è il Dio dei viventi, il Dio della vita e non della morte. È questa la ragione che autorizza la fede nella resurrezione: Dio fedele, ama la vita, e non è pensabile che abbia creato l'uomo con una sete di vita per poi abbandonarlo alla morte. Fin qui la risposta di Gesù si volge contro i Sadducei. Ma è anche contro i Farisei, alcuni dei quali concepivano la resurrezione in modo materiale, come un semplice prolungamento di questa vita terrena, prestandosi in tal modo all'ironia degli avversari. La vita dei risorti non va pensata secondo gli schemi di questo mondo presente, ma è una vita di qualità molto diversa. 

Paolo ribadisce la fede nella Risurrezione, anzi in Gesù Risorto: «Ora, se si predica che Cristo è risuscitato dai morti, come possono dire alcuni tra voi che non esiste risurrezione dei morti? Se non esiste risurrezione dai morti, neanche Cristo è risuscitato! Ma se Cristo non è risuscitato, allora è vana la nostra predicazione ed è vana anche la vostra fede. Noi, poi, risultiamo falsi testimoni di Dio, perché contro Dio abbiamo testimoniato che egli ha risuscitato Cristo, mentre non lo ha risuscitato, se è vero che i morti non risorgono. Se infatti i morti non risorgono, neanche Cristo è risorto; ma se Cristo non è risorto, è vana la vostra fede e voi siete ancora nei vostri peccati. E anche quelli che sono morti in Cristo sono perduti» (1 Cor 15,12-18).

Giovedi 9

2 Tm 2. 8Ricòrdati di Gesù Cristo, risorto dai morti, discendente di Davide, come io annuncio nel mio Vangelo, 9per il quale soffro fino a portare le catene come un malfattore. Ma la parola di Dio non è incatenata! 10Perciò io sopporto ogni cosa per quelli che Dio ha scelto, perché anch’essi raggiungano la salvezza che è in Cristo Gesù, insieme alla gloria eterna. 11Questa parola è degna di fede: Se moriamo con lui, con lui anche vivremo; 12se perseveriamo, con lui anche regneremo; se lo rinneghiamo, lui pure ci rinnegherà; 13se siamo infedeli, lui rimane fedele, perché non può rinnegare se stesso. 14Richiama alla memoria queste cose, scongiurando davanti a Dio che si evitino le vane discussioni, le quali non giovano a nulla se non alla rovina di chi le ascolta. 15Sfòrzati di presentarti a Dio come una persona degna, un lavoratore che non deve vergognarsi e che dispensa rettamente la parola della verità. 

Gesù è l’uomo terreno, Cristo il titolo di fede; la discendenza da Davide (secondo la profezia di Natan (2 Sam 7,12) e la risurrezione confermano la messianicità di Gesù. Per lui, conviene sopportare qualsiasi sofferenza ed è il fondamento della speranza dei cristiani, i quali non devono scoraggiarsi di fronte alle difficoltà. La comunione del ministro fedele con il Signore crocifisso ricorda la possibilità da parte sua di completare, con la sofferenza, la propria assimilazione a Cristo a favore della Chiesa. 

Tale assimilazione giunge a portare le catene come un malfattore (il condannato alla crocifissione). I patimenti di Paolo oltre a giovare a lui perché lo assimilano a Cristo, confermano nella perseveranza i credenti. Infatti la parola di Dio, proprio grazie alle peripezie dei suoi annunciatori, puoi imporsi nella sua libera attività a favore degli uditori; il buon ministro di Cristo non esiterà davanti alle tribolazioni perché, misteriosamente, proprio esse ridondano dei membri della chiesa. L'esperienza di Paolo costituisce anche un paradigma per ogni battezzato, come viene ricordato nel breve inno riportato. Nel primo sticco si sentenzia che la comunione con Cristo nella morte conduce alla condivisione della sua vita in cielo. Il secondo stico è parallelo al primo e si riferisce alla sopportazione delle tribolazioni quotidiane per l'adesione a Cristo. Il verbo con regnare indica la condivisione della gloria futura di Cristo come re e giudice. Il terzo sticco prevede le conseguenze per chi rifiuta di morire al peccato con Cristo e di sopportare le avversità connesse con la fede. Anche se il Cristiano non si dimostrasse all'altezza della sua professione di fede, deludendo le aspettazioni di Cristo stai cadendo nella infedeltà, può tuttavia contare sulla fedeltà del Signore. Nel quarto, si delinea così una differenza tra il gravissimo Peccato di rinnegamento che suscita il misconoscimento da parte di Cristo e l'infedeltà che può non intaccare il piano di Dio. Le eventuali infedeltà degli evangelizzatori non impediscono la realizzazione del disegno divino. 

Mc 12. 28Allora si avvicinò a lui uno degli scribi che li aveva uditi discutere e, visto come aveva ben risposto a loro, gli domandò: «Qual è il primo di tutti i comandamenti?». 29Gesù rispose: «Il primo è: Ascolta, Israele! Il Signore nostro Dio è l’unico Signore; 30amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore e con tutta la tua anima, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza. 31Il secondo è questo: Amerai il tuo prossimo come te stesso. Non c’è altro comandamento più grande di questi». 32Lo scriba gli disse: «Hai detto bene, Maestro, e secondo verità, che Egli è unico e non vi è altri all’infuori di lui; 33amarlo con tutto il cuore, con tutta l’intelligenza e con tutta la forza e amare il prossimo come se stesso vale più di tutti gli olocausti e i sacrifici». 34Vedendo che egli aveva risposto saggiamente, Gesù gli disse: «Non sei lontano dal regno di Dio». E nessuno aveva più il coraggio di interrogarlo.

Nelle scuole teologiche del tempo ci si chiedeva quale fosse il centro della legge. Gesù risponde citando e componendo insieme due passi che venivano ricordati con frequenza. Gesù invita il fedele a non smarrirsi nel labirinto dei precetti perché l'essenza della volontà di Dio è semplice e chiara: amare Dio e il prossimo. I due amori sono strettamente congiunti come due facce che costituiscono un unico comandamento. Tuttavia sono anche diversi perché la misura dell'amore a Dio è la totalità, la misura dell’amore del prossimo è misurata dal paragone «come te stesso». A Dio va l'appartenenza totale e incondizionata, all'uomo l'amore, l’aiuto e il servizio, ma non l'adorazione. 

L'osservazione dello scriba riprende la polemica dei profeti il culto in quanto c’era e perdura il rischio che pratiche cultuali assorbono tutta l'attenzione del fedele, trascurando la pratica della giustizia. «Samuele esclamò: «Il Signore forse gradisce gli olocausti e i sacrifici come obbedire alla voce del Signore? Ecco, obbedire è meglio del sacrificio, essere docili è più del grasso degli arieti. Poiché peccato di divinazione è la ribellione, e iniquità e terafim l'insubordinazione» (1 Sam 15,22-23). «Sacrificio e offerta non gradisci, gli orecchi mi hai aperto. Non hai chiesto olocausto e vittima per la colpa. Allora ho detto: «Ecco, io vengo. Sul rotolo del libro di me è scritto, che io faccia il tuo volere. Mio Dio, questo io desidero, la tua legge è nel profondo del mio cuore» (Sal 40,7-9).

Fra lo scriba e Gesù c’è una reciproca ammirazione. Il primo riconosce Egli ha risposto bene ai Sadducei e Gesù riconosce che la riflessione dello scriba è colma di buon senso e che perciò egli non è lontano dal Regno di Dio. Abitualmente il Vangelo tratta gli scribi assai duramente ma anche fra di loro c’è chi non è lontano regno di Dio. 

Passi sull’amore di Dio e del prossimo: «Ascolta, Israele: il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo. Tu amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l'anima e con tutte le forze» (Dt 6,4-5). «Il Signore tuo Dio circonciderà il tuo cuore e il cuore della tua discendenza, perché tu ami il Signore tuo Dio con tutto il cuore e con tutta l'anima e viva» (Dt 30,6). «Soltanto abbiate gran cura di eseguire i comandi e la legge che Mosè, servo del Signore, vi ha dato, amando il Signore vostro Dio, camminando in tutte le sue vie, osservando i suoi comandi, restando fedeli a lui e servendolo con tutto il cuore e con tutta l'anima» (Gs 22,5). 

«Non abbiate alcun debito con nessuno, se non quello di un amore vicendevole; perché chi ama il suo simile ha adempiuto la legge. Infatti il precetto: Non commettere adulterio, non uccidere, non rubare, non desiderare e qualsiasi altro comandamento, si riassume in queste parole: Amerai il prossimo tuo come te stesso. L'amore non fa nessun male al prossimo: pieno compimento della legge è l'amore» (Rm 13,8-10). «Tutta la legge infatti trova la sua pienezza in un solo precetto: amerai il prossimo tuo come te stesso» (Gal 5,14). 

Venerdi 9

2 Tm 3. 10Tu invece mi hai seguito da vicino nell’insegnamento, nel modo di vivere, nei progetti, nella fede, nella magnanimità, nella carità, nella pazienza, 11nelle persecuzioni, nelle sofferenze. Quali cose mi accaddero ad Antiòchia, a Icònio e a Listra! Quali persecuzioni ho sofferto! Ma da tutte mi ha liberato il Signore! 12E tutti quelli che vogliono rettamente vivere in Cristo Gesù saranno perseguitati. 13Ma i malvagi e gli impostori andranno sempre di male in peggio, ingannando gli altri e ingannati essi stessi. 14Tu però rimani saldo in quello che hai imparato e che credi fermamente. Conosci coloro da cui lo hai appreso 15e conosci le sacre Scritture fin dall’infanzia: queste possono istruirti per la salvezza, che si ottiene mediante la fede in Cristo Gesù. 16Tutta la Scrittura, ispirata da Dio, è anche utile per insegnare, convincere, correggere ed educare nella giustizia, 17perché l’uomo di Dio sia completo e ben preparato per ogni opera buona. 

Paolo parla a Timoteo come a un figlio spirituale, e gli ricorda il suo insegnamento, la sua condotta, la fede, la pazienza, le persecuzioni subite. Non gli propone un ideale astratto, ma una vita vissuta. Timoteo ha “seguito da vicino” Paolo: il verbo indica quasi un accompagnamento continuo, come un apprendista che osserva il maestro. Non nasconde la sofferenza: chi vuole vivere in modo autentico il Vangelo incontrerà opposizione. “Il Signore mi ha liberato da tutte”, ma la liberazione non significa evitare il dolore, ma non esserne vinti. Descrive gli impostori come persone che “ingannano e sono ingannate”. Il male non è solo volontà di manipolare; spesso chi inganna è a sua volta prigioniero dell’errore. L’apparenza prende il posto dell’autenticità, e il discernimento diventa difficile. 

Il centro del brano è l’invito: “Tu però rimani saldo in quello che hai imparato”. Paolo richiama: la tradizione viva, l’educazione ricevuta, la familiarità con le Scritture “fin dall’infanzia”. La fede cresce dentro relazioni, memoria, ascolto. Non parla della Bibbia come semplice raccolta di nozioni religiose, ma come parola che conduce a Cristo. “Tutta la Scrittura è ispirata da Dio” (theópneustos, cioè “soffiata da Dio”. Non serve solo a informare, ma a trasformare la vita: illumina l’intelligenza, smaschera l’errore, forma il carattere, orienta l’agire. Il futuro della fede di Timoteo non dipenderà dalla forza del carattere, ma dalla capacità di restare radicato: nella comunione ecclesiale, nella memoria ricevuta, nella Parola di Dio. Per questo il verbo decisivo del testo è forse proprio: “rimani”.

Mc 12. 35Insegnando nel tempio, Gesù diceva: «Come mai gli scribi dicono che il Cristo è figlio di Davide? 36Disse infatti Davide stesso, mosso dallo Spirito Santo: Disse il Signore al mio Signore: Siedi alla mia destra, finché io ponga i tuoi nemici sotto i tuoi piedi. 37Davide stesso lo chiama Signore: da dove risulta che è suo figlio?». E la folla numerosa lo ascoltava volentieri. 

L'espressione figlio di Davide era un titolo messianico ed evocava non soltanto l'origine del messia, come proveniente dalla stirpe di Davide, ma anche un progetto messianico, cioè una restaurazione religiosa e politica che avrebbe riportato Israele allo splendore del tempo davidico. Gesù è stato chiamato così dal cieco di Gerico e dalla folla a Gerusalemme. Ora è lui stesso a riprendere questo il titolo ma per criticarlo. Per lui l’acclamazione “figlio di Davide” non esprime l'origine ultima di Gesù né il suo vero progetto messianico perché egli è Figlio di Dio. 

Soltanto il passaggio pasquale, rivelerà la sua autentica dignità messianica. «Io sono la radice della stirpe di Davide, la stella radiosa del mattino» (Ap 22,16). 

Sabato 9

2 Tm 4. 1Ti scongiuro davanti a Dio e a Cristo Gesù, che verrà a giudicare i vivi e i morti, per la sua manifestazione e il suo regno: 2annuncia la Parola, insisti al momento opportuno e non opportuno, ammonisci, rimprovera, esorta con ogni magnanimità e insegnamento. 3Verrà giorno, infatti, in cui non si sopporterà più la sana dottrina, ma, pur di udire qualcosa, gli uomini si circonderanno di maestri secondo i propri capricci, 4rifiutando di dare ascolto alla verità per perdersi dietro alle favole. 5Tu però vigila attentamente, sopporta le sofferenze, compi la tua opera di annunciatore del Vangelo, adempi il tuo ministero. 6Io infatti sto già per essere versato in offerta ed è giunto il momento che io lasci questa vita. 7Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa, ho conservato la fede. 8Ora mi resta soltanto la corona di giustizia che il Signore, il giudice giusto, mi consegnerà in quel giorno; non solo a me, ma anche a tutti coloro che hanno atteso con amore la sua manifestazione.

L’annuncio deve essere svolto in ogni circostanza, con qualsiasi persona disponibile, senza prendere intervalli arbitrari. Esso prende varie forme: ammonimento, rimprovero, esortazione ma rimanendo sempre all’interno della carità e della misericordia. Potrà accadere che gli uomini vogliano farsi accalappiare da falsi maestri, e, anziché essere vittime di raggiri, diventino sostenitori di quanti li circuiscono. Mentre l’evangelizzatore, sperimenta il rifiuto, dovrà rimanere fedele al suo messaggio affrontando la sofferenza. Dal momento che l’apostolo sta per morire, il discepolo dovrà sostituirlo imitando il suo stile. La vita di Paolo può essere paragonata ad una vera battaglia o ad una gara impegnativa; l’iportante sta nel fatto di aver custodito la fede nel Signore e di poter nutrire la speranza d’essere approvato da lui. 

Mc 12. 38Diceva loro nel suo insegnamento: «Guardatevi dagli scribi, che amano passeggiare in lunghe vesti, ricevere saluti nelle piazze, 39avere i primi seggi nelle sinagoghe e i primi posti nei banchetti. 40Divorano le case delle vedove e pregano a lungo per farsi vedere. Essi riceveranno una condanna più severa». 41Seduto di fronte al tesoro, osservava come la folla vi gettava monete. Tanti ricchi ne gettavano molte. 42Ma, venuta una vedova povera, vi gettò due monetine, che fanno un soldo. 43Allora, chiamati a sé i suoi discepoli, disse loro: «In verità io vi dico: questa vedova, così povera, ha gettato nel tesoro più di tutti gli altri. 44Tutti infatti hanno gettato parte del loro superfluo. Lei invece, nella sua miseria, vi ha gettato tutto quello che aveva, tutto quanto aveva per vivere». 

Guardatevi dagli scribi: vanità, ostentazione, una pratica religiosa inquinata dall'avidità e dall'ipocrisia. 

«Non maltratterai la vedova o l'orfano. Se tu lo maltratti, quando invocherà da me l'aiuto, io ascolterò il suo grido, la mia collera si accenderà e vi farò morire di spada: le vostre mogli saranno vedove e i vostri figli orfani» (Es 22,22-23). «Guai a coloro che fanno decreti iniquie scrivono in fretta sentenze oppressive, per negare la giustizia ai miserie per frodare del diritto i poveri del mio popolo, per fare delle vedove la loro predae per spogliare gli orfani» (Is 10,1-2).

Nel cortile del tempio, nel quale avevano accesso anche le donne, erano allineate le ceste nelle quali venivano gettate le monete. Probabilmente gli offerenti dovevano dichiarare al sacerdote in servizio l’entità del dono e lo scopo per cui lo offrivano. Così il gesto diventava pubblico e si prestava alla vanità. Ci sono molti ricchi che fanno laute offerte e c'è una povera vedova che offre poche monete, tutto quanto possiede. Gesù la scorge e richiama l'attenzione dei discepoli con parole che il Vangelo riserva per gli insegnamenti più importanti: In verità vi dico. Gesù ha trovato un gesto autentico e vuole che i discepoli lo imparino. Ciò che lo ha colpito non è tanto l'assenza di ostentazione, ma soprattutto la totalità del dono. Il superfluo è quello che avanza dopo aver garantito la propria vita entro ampi margini di sicurezza ma la vedova dona tutto quello che aveva per vivere.

«Se un uomo desse mille marchi d’oro [in beneficienza], sarebbe una grande cosa. Tuttavia, molto di più avrebbe donato chi, [nel donare], considerasse mille marchi come nulla: questi avrebbe fatto molto più dell’altro» (Eckhart, Sermoni, 4,5). «La lunga prova della tribolazione, la loro grande gioia e la loro estrema povertà si sono tramutate nella ricchezza della loro generosità» (2 Cor 8,2)

«Tenete a mente che chi semina scarsamente, scarsamente raccoglierà e chi semina con larghezza, con larghezza raccoglierà. Ciascuno dia secondo quanto ha deciso nel suo cuore, non con tristezza né per forza, perché Dio ama chi dona con gioia. Del resto, Dio ha potere di far abbondare in voi ogni grazia perché, avendo sempre il necessario in tutto, possiate compiere generosamente tutte le opere di bene» (2 Cor 9,6-8). 


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