sabato 20 giugno 2026

Settimana 12 TO

 

Domenica 12

Ger 20. 10Sentivo la calunnia di molti: «Terrore all’intorno! Denunciatelo! Sì, lo denunceremo».Tutti i miei amici aspettavano la mia caduta: «Forse si lascerà trarre in inganno, così noi prevarremo su di lui, ci prenderemo la nostra vendetta».11Ma il Signore è al mio fianco come un prode valoroso, per questo i miei persecutori vacilleranno e non potranno prevalere; arrossiranno perché non avranno successo, sarà una vergogna eterna e incancellabile. 12Signore degli eserciti, che provi il giusto, che vedi il cuore e la mente, possa io vedere la tua vendetta su di loro, poiché a te ho affidato la mia causa! 13Cantate inni al Signore lodate il Signore, perché ha liberato la vita del povero dalle mani dei malfattori.

Geremia si sente osteggiato da nemici e perfino da persone un tempo amiche. È vilipeso da calunnie, come accadrà a Gesù: «I sommi sacerdoti e tutto il sinedrio cercavano qualche falsa testimonianza contro Gesù per condannarlo a morte; ma non riuscirono a trovarne alcuna, pur essendosi fatti avanti molti falsi testimoni» (Mt 26,59-60). Gli avversari aspettano che commetta un errore per poterlo accusare. Il profeta è isolato e soffre proprio perché annuncia la parola di Dio. Tuttavia, subito dopo afferma: "Ma il Signore è con me come un prode valoroso". Gli avversari possono perseguitarlo, ma non vincerlo: «Il Signore mi è stato vicino e mi ha dato forza, perché per mezzo mio si compisse la proclamazione del messaggio» (2 Tm 4,17). 

Non cerca vendetta personale ma quella di Dio. «Se possibile, per quanto questo dipende da voi, vivete in pace con tutti. Non fatevi giustizia da voi stessi, carissimi, ma lasciate fare all'ira divina. Sta scritto infatti: A me la vendetta, sono io che ricambierò, dice il Signore» (Rm 12,18-19). 

Perciò affida la sua causa a lui, riconoscendolo come giudice giusto, come colui che scruta il giusto, ne vede i pensieri e il cuore, e giudica con rettitudine. «Oltraggiato non rispondeva con oltraggi, e soffrendo non minacciava vendetta, ma rimetteva la sua causa a colui che giudica con giustizia» (1 Pt 2,23). «Saranno eliminati quanti tramano iniquità. Quanti con la parola rendono colpevoli gli altri, quanti alla porta tendono tranelli al giudice e rovinano il giusto per un nulla» (Is 29,20-21). 

Anche se la situazione rimane difficile, si profonde nella lode perché la fede gli permette di vedere oltre la sofferenza presente. La relazione con Dio non elimina le difficoltà, ma permette di affrontarle sapendo che Egli conosce la verità, sostiene chi gli rimane fedele: «Perché tu [Signore] sei sostegno al misero, sostegno al povero nella sua angoscia, riparo dalla tempesta, ombra contro il caldo; poiché come arsura in terra arida è il clamore dei superbi. Tu mitighi l'arsura con l'ombra d'una nube, l'inno dei tiranni si spegne» (Is 25,4-5). 

Rm 5. 12 Come a causa di un solo uomo il peccato è entrato nel mondo e, con il peccato, la morte, e così in tutti gli uomini si è propagata la morte, poiché tutti hanno peccato… 13Fino alla Legge infatti c’era il peccato nel mondo e, anche se il peccato non può essere imputato quando manca la Legge, 14la morte regnò da Adamo fino a Mosè anche su quelli che non avevano peccato a somiglianza della trasgressione di Adamo, il quale è figura di colui che doveva venire. 15Ma il dono di grazia non è come la caduta: se infatti per la caduta di uno solo tutti morirono, molto di più la grazia di Dio e il dono concesso in grazia del solo uomo Gesù Cristo si sono riversati in abbondanza su tutti.

Adamo peccò e così fece entrare nel mondo il peccato e la morte. Gli uomini, suoi discendenti, eredi del suo fallimento morale, confermarono e ripeterono, a loro volta, la sua scelta nefasta (5,12). L’umanità si è dimostrata schiava del Peccato, l’oppressore che la domina. 

Adamo e Cristo sono entrambi dei capostipiti per i loro discendenti ma Cristo è il rovescio di Adamo perché «il dono della grazia non è come la caduta» (5,15), in questo senso «ha più potere la giustizia nel vivificare che il peccato nell’uccidere» (Pelagio 5,15 p.107). 

Adamo procurò la morte agli uomini; Cristo offre a tutti doni incomparabili di vita. Un solo uomo provocò una moltitudine di condanne; Gesù da solo fece sì che numerose condanne si tramutassero in una assoluzione e in un principio di vita nuova. «In Adamo fu condannato un solo delitto, nel Signore invece sono stati da lui perdonati molti delitti» (Agostino, Questioni sulla Lettera ai Romani, 23). 

Adamo fece entrare nel mondo il regno della morte; Cristo, invece, introdusse in esso il regno della vita (5,17). La vita, donata da lui, non è un’esistenza qualsiasi ma un vero regnare. «Non abbiamo ricevuto solo la misura di grazia necessaria per l'abolizione del peccato, ma molto di più. Infatti, siamo stati liberati dalla punizione, siamo stati rinati dall'alto, siamo stati risuscitati dopo aver seppellito l'uomo vecchio, siamo stati redenti e santificati, siamo stati portati all'adozione e giustificati, siamo diventati fratelli del Figlio unigenito, siamo stati costituiti suoi coeredi, membra del suo corpo, uniti a lui come il corpo lo è al capo. Tutto ciò costituisce ciò che Paolo chiama l'abbondanza della grazia: indicando che non abbiamo ricevuto solo il rimedio capace di guarire la nostra ferita, ma anche salute, bellezza, onore, gloria – dignità ben al di sopra della nostra natura» (CLR 10,2). 

In conclusione: la santità di Gesù ha ottenuto il perdono per tutti e l’inizio di una nuova esistenza “regale” (5,18-19). 

Mt 10. 26Non abbiate dunque paura di loro, poiché nulla vi è di nascosto che non sarà svelato né di segreto che non sarà conosciuto. 27Quello che io vi dico nelle tenebre voi ditelo nella luce, e quello che ascoltate all’orecchio voi annunciatelo dalle terrazze. 28E non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima; abbiate paura piuttosto di colui che ha il potere di far perire nella Geènna e l’anima e il corpo. 29Due passeri non si vendono forse per un soldo? Eppure nemmeno uno di essi cadrà a terra senza il volere del Padre vostro. 30Perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati. 31Non abbiate dunque paura: voi valete più di molti passeri! 32Perciò chiunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anch’io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli; 33chi invece mi rinnegherà davanti agli uomini, anch’io lo rinnegherò davanti al Padre mio che è nei cieli. 

Per tre volte ricorre l'esortazione: «Non abbiate paura». Gesù non nega che ci siano pericoli reali, ma insegna a guardare oltre il potere umano. 

La Parola di Dio cerca di diffondersi proprio là dove viene respinta: «La Sapienza grida per le strade nelle piazze fa udire la voce; dall'alto delle mura essa chiama, pronunzia i suoi detti alle porte della città: «Fino a quando, o inesperti, amerete l'inesperienzae i beffardi si compiaceranno delle loro beffe e gli sciocchi avranno in odio la scienza? Volgetevi alle mie esortazioni: ecco, io effonderò il mio spirito su di voi e vi manifesterò le mie parole. Poiché vi ho chiamato e avete rifiutato, ho steso la mano e nessuno ci ha fatto attenzione; avete trascurato ogni mio consiglioe la mia esortazione non avete accolto» (Pr 1,20-25). Il Vangelo deve essere divulgato. «Durante la notte un angelo del Signore aprì le porte della prigione, li condusse fuori e disse: Andate, e mettetevi a predicare al popolo nel tempio tutte queste parole di vita. Udito questo, entrarono nel tempio sul far del giorno e si misero a insegnare» (At 5,20-21). 

Gli uomini possono colpire il corpo, ma non possono distruggere ciò che è più profondo: la relazione dell'uomo con Dio. L'affermazione sul timore di chi può far perire «anima e corpo nella Geenna» vuole ristabilire una giusta gerarchia di valori: il giudizio di Dio conta più dell'approvazione o delle minacce degli uomini. 

Gesù usa l'immagine dei passeri, uccelli di scarso valore commerciale, eppure conosciuti e custoditi dal Padre. Se Dio si prende cura di creature così piccole, quanto più si prenderà cura dei suoi figli. L'espressione «perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati» è un linguaggio simbolico che indica la conoscenza perfetta e l'amore personale di Dio. Nulla della vita del discepolo gli sfugge. «Sarete odiati da tutti per causa del mio nome. Ma nemmeno un capello del vostro capo perirà» (Lc 21,17). «Finché non spuntò il giorno, Paolo esortava tutti a prendere cibo: «Oggi è il quattordicesimo giorno che passate digiuni nell'attesa, senza prender nulla. Per questo vi esorto a prender cibo; è necessario per la vostra salvezza. Neanche un capello del vostro capo andrà perduto» (At 27,33-34).

Richiede un atto di coraggio: chi lo riconosce davanti agli uomini sarà riconosciuto da lui davanti al Padre. La fede non è solo un fatto interiore; è una realtà che chiede testimonianza. Nei Vangeli Pietro rinnegherà Gesù, ma verrà poi perdonato e confermato nella sua missione: il punto è la direzione fondamentale della vita: scegliere se stare dalla parte di Cristo o prenderne le distanze. «Il vincitore sarà dunque vestito di bianche vesti, non cancellerò il suo nome dal libro della vita, ma lo riconoscerò davanti al Padre mio e davanti ai suoi angeli» (Ap 3,5). 

Lunedi 12

2 Re 17. 5Il re d’Assiria invase tutta la terra, salì a Samaria e l’assediò per tre anni. 6Nell’anno nono di Osea, il re d’Assiria occupò Samaria, deportò gli Israeliti in Assiria, e li stabilì a Calach e presso il Cabor, fiume di Gozan, e nelle città della Media. 7Ciò avvenne perché gli Israeliti avevano peccato contro il Signore, loro Dio, che li aveva fatti uscire dalla terra d’Egitto, dalle mani del faraone, re d’Egitto. Essi venerarono altri dèi, 8seguirono le leggi delle nazioni che il Signore aveva scacciato davanti agli Israeliti, e quelle introdotte dai re d’Israele. 13Eppure il Signore, per mezzo di tutti i suoi profeti e dei veggenti, aveva ordinato a Israele e a Giuda: «Convertitevi dalle vostre vie malvagie e osservate i miei comandi e i miei decreti secondo tutta la legge che io ho prescritto ai vostri padri e che ho trasmesso a voi per mezzo dei miei servi, i profeti». 14Ma essi non ascoltarono, anzi resero dura la loro cervice, come quella dei loro padri, i quali non avevano creduto al Signore, loro Dio. 15Rigettarono le sue leggi e la sua alleanza, che aveva concluso con i loro padri, e le istruzioni che aveva dato loro. 18Il Signore si adirò molto contro Israele e lo allontanò dal suo volto e non rimase che la sola tribù di Giuda. 

«Vedi, io pongo oggi davanti a te la vita e il bene, la morte e il male; poiché io oggi ti comando di amare il Signore tuo Dio, di camminare per le sue vie, di osservare i suoi comandi perché tu viva e ti moltiplichi e il Signore tuo Dio ti benedica nel paese che tu stai per entrare a prendere in possesso. Ma se il tuo cuore si volge indietro e ti lasci trascinare a prostrarti davanti ad altri dèi, io vi dichiaro oggi che certo perirete e che non avrete vita lunga nel paese di cui state per entrare in possesso passando il Giordano» (Dt 30,15-19).

La caduta di Samaria non era altro che la conclusione logica di queste premesse. Dopo l'avvento della monarchia, il popolo, con i re in testa, correva verso la rovina. I profeti non riuscirono ad arrestare la marcia del popolo che si precipitava verso la rovina ed ottennero solo di ritardare la catastrofe.

A prima vista, la spiegazione che la teologia deuteronomista dà della caduta di Samaria pare semplicistica: si basa sul principio della rigida retribuzione, secondo il quale l'osservanza della clausola dell'alleanza porta al successo, come l'inosservanza porta alla rovina.

I deuteronomisti intesero dire che Dio non può essere accusato di essere ingiusto o infedele. È certo che Dio aveva fatto alcune promesse ai patriarchi, fra le mali vi era anche la promessa della terra. Ma le promesse di Dio non si adempiono in modo meccanico e automatico: esigono la misteriosa collaborazione dell'uomo che, nel caso presente, è venuta a mancare. Perciò, l'infedeltà non è dalla parte di Dio, ma da quella del popolo: « Dio è giusto quando parla e retto nel suo giudizio » (Sal 51,6).

La teologia deuteronomista si fonda su un concetto bilaterale dell'alleanza che dovrebbe essere completato con la dottrina paolina della giustificazione mediante la fede in Cristo, e non mediante il compimento delle opere della legge. La storia e l'esperienza dimostrano che l'uomo è incapace di osservare tutti i precetti della legge. La salvezza procede non tanto dall'osservanza della legge quanto piuttosto dalla grazia gratuita di Dio. Le due cose sono necessarie, ma, all'inizio, nel corso e al termine del viaggio, vi è sempre la grazia che, in qualche modo, avvolge tutto.

Mt 7. 1Non giudicate, per non essere giudicati; 2perché con il giudizio con il quale giudicate sarete giudicati voi e con la misura con la quale misurate sarà misurato a voi. 3Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello, e non ti accorgi della trave che è nel tuo occhio? 4O come dirai al tuo fratello: “Lascia che tolga la pagliuzza dal tuo occhio”, mentre nel tuo occhio c’è la trave? 5Ipocrita! Togli prima la trave dal tuo occhio e allora ci vedrai bene per togliere la pagliuzza dall’occhio del tuo fratello.

«Chi esamina le colpe altrui con moderazione e indulgenza, si mette da parte con il suo giudizio, una grande riserva di indulgenza. Se uno è un fornicatore, non dovrei dire che la fornicazione è un male e non dovrei correggere quel dissoluto? Correggilo certamente, ma non come un nemico, né come un avversario che reclama vendetta, ma come un medico che fornisce medicine. Non ha detto: non far desistere chi pecca, ma non giudicare, cioè: non essere un giudice aspro. 

Ipocrita, togli prima la trave dal tuo occhio. Qui vuole mostrare la grande irritazione che prova nei confronti di coloro che agiscono con asprezza, perché tutte le volte che vuole indicare la grandezza del peccato e la grande punizione e indignazione, ad esso riservate, comincia con un'invettiva. Il giudizio aspro è segno non di sollecitudine, ma di avversione; si mette davanti una maschera di umanità, ma compie un'azione di estrema malvagità, lanciando verso il prossimo vane ingiurie e accuse, usurpando il ruolo di maestro, senza essere nemmeno degno discepolo; perciò lo ha chiamato ipocrita. Tu infatti che in ciò che riguarda gli altri sei così aspro, da vedere anche i piccoli difetti, come sei così negligente in ciò che ti riguarda, da trascurare anche le grandi colpe? Togli prima la trave dal tuo occhio. Vedi che non proibisce di giudicare, ma ordina di togliere prima la trave dall'occhio e poi correggere i difetti degli altri? Si ama più se stessi che il prossimo. Perciò se agisci così per sollecitudine, preoccupati prima di te stesso, dove il peccato è più chiaro e più grande. Se [il prossimo che sbaglia] deve essere giudicato, dovrebbe esserlo da chi non ha un tale peccato, non da te. Difatti successivamente Gesù avrebbe giudicato, dicendo: Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, ma non gli si poteva fare carico di niente di quanto era stato detto; non toglieva la pagliuzza, non aveva la trave negli occhi, ma, essendo puro da tutto ciò, correggeva così i peccati di tutti. Se è male non vedere i propri peccati, è doppio e triplo male giudicare gli altri, mentre si portano negli occhi le travi senza accorgersene; e il peccato è più pesante di una trave. Questo è quello che ha ordinato con le sue parole: chi è tenuto a rendere conto di innumerevoli colpe non sia aspro giudice dei peccati altrui, soprattutto quando questi sono di lieve entità. Non vieta di rimproverare né di correggere, ma proibisce di non prendersi cura delle proprie colpe e di scagliarsi contro quelle altrui. Chi si abitua a non curarsi dei suoi grandi difetti e ad esaminare invece aspramente quelli altrui che sono lievi e di poco conto, si rovina doppiamente, in quanto trascura i propri vizi e si fa promotore di inimicizie e di animosità verso tutti e si esercita ogni giorno nella più grande durezza e incomprensione» (Crisostomo, Su Matteo 23,2-3)

Martedi 12

Il re d’Assiria inviò di nuovo messaggeri a Ezechia dicendo: 10«Così direte a Ezechia, re di Giuda: “Non ti illuda il tuo Dio in cui confidi, dicendo: Gerusalemme non sarà consegnata in mano al re d’Assiria. 11Ecco, tu sai quanto hanno fatto i re d’Assiria a tutti i territori, votandoli allo sterminio. Soltanto tu ti salveresti?». 14Ezechia prese la lettera dalla mano dei messaggeri e la lesse, poi salì al tempio del Signore, l’aprì davanti al Signore 15e pregò davanti al Signore: «Signore, Dio d’Israele, che siedi sui cherubini, tu solo sei Dio per tutti i regni della terra; tu hai fatto il cielo e la terra. 16Porgi, Signore, il tuo orecchio e ascolta; apri, Signore, i tuoi occhi e guarda. Ascolta tutte le parole che Sennàcherib ha mandato a dire per insultare il Dio vivente. 17È vero, Signore, i re d’Assiria hanno devastato le nazioni e la loro terra,18hanno gettato i loro dèi nel fuoco; quelli però non erano dèi, ma solo opera di mani d’uomo, legno e pietra: perciò li hanno distrutti. 19Ma ora, Signore, nostro Dio, salvaci dalla sua mano, perché sappiano tutti i regni della terra che tu solo, o Signore, sei Dio». 20Allora Isaia, figlio di Amoz, mandò a dire a Ezechia: «Così dice il Signore, Dio d’Israele: “Ho udito quanto hai chiesto nella tua preghiera riguardo a Sennàcherib, re d’Assiria. 21Questa è la sentenza che il Signore ha pronunciato contro di lui: Ti disprezza, ti deride la vergine figlia di Sion. Dietro a te scuote il capo la figlia di Gerusalemme. 31Poiché da Gerusalemme uscirà un resto, dal monte Sion un residuo. Lo zelo del Signore farà questo. 32Perciò così dice il Signore riguardo al re d’Assiria: “Non entrerà in questa città né vi lancerà una freccia, non l’affronterà con scudi e contro essa non costruirà terrapieno. 33Ritornerà per la strada per cui è venuto; non entrerà in questa città. Oracolo del Signore. 34Proteggerò questa città per salvarla, per amore di me e di Davide mio servo”». 35Ora in quella notte l’angelo del Signore uscì e colpì nell’accampamento degli Assiri centoottantacinquemila uomini. Quando i superstiti si alzarono al mattino, ecco, erano tutti cadaveri senza vita. 36Sennàcherib, re d’Assiria, levò le tende, partì e fece ritorno a Ninive, dove rimase. 

Nella sua preghiera, Ezechia mette avanti la gloria e il buon nome di Adonai: Ora, Signore Dio nostro, liberaci dalla sua mano, perché sappiano tutti i regni della terra che tu sei il Signore, il solo Dio. In virtù dell'alleanza, Adonai era il Dio d'Israele e Israele era il suo popolo. Fra i due, quindi, vi era un impegno reciproco e gl'interessi dell'uno erano gl'interessi dell'altro. Perciò, se il popolo d'Israele era umiliato e sconfitto, l'umiliazione e la sconfitta ricadevano, in ultima istanza, su Dio. Per conseguenza, in certe occasioni, Dio agiva non tanto per difendere il popolo quanto piuttosto per salvaguardare la gloria del suo santo nome. «Ma io ho avuto riguardo del mio nome santo che gl'israeliti avevano disonorato fra le genti presso le quali sono andati. Annunzia alla casa d'Israele: Così dice il Signore Dio. Io agisco non per riguardo a voi, gente d'Israele, ma pe nome santo, che voi avete disonorato pres so le quali siete andati. Santificherò il mi disonorato fra le genti, profanato da voi (Ez 36,21-23).

Per cause non del tutto conosciute (forse una insurrezione a Ninive), Sennacherib fu costretto a rompere l'assedio di Gerusalemme. 

Mt 7. 6Non date le cose sante ai cani e non gettate le vostre perle davanti ai porci, perché non le calpestino con le loro zampe e poi si voltino per sbranarvi. [7Chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto. 8Perché chiunque chiede riceve, e chi cerca trova, e a chi bussa sarà aperto. 9Chi di voi, al figlio che gli chiede un pane, darà una pietra? 10E se gli chiede un pesce, gli darà una serpe? 11Se voi, dunque, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro che è nei cieli darà cose buone a quelli che gliele chiedono!] 12Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro: questa infatti è la Legge e i Profeti. 13Entrate per la porta stretta, perché larga è la porta e spaziosa la via che conduce alla perdizione, e molti sono quelli che vi entrano. 14Quanto stretta è la porta e angusta la via che conduce alla vita, e pochi sono quelli che la trovano!

Non date le cose sante ai cani… Non invita al disprezzo delle persone, ma alla prudenza. Le "cose sante" e le "perle" rappresentano il Vangelo, la sapienza di Dio, ciò che è prezioso. Il discepolo deve essere generoso nell'annuncio, ma anche capace di riconoscere quando chi ascolta rifiuta deliberatamente il messaggio e lo calpesta. Non tutto può essere esposto in qualsiasi tempo. L'evangelizzazione richiede amore, ma anche discernimento sui tempi e sui modi. [2. Chiedete, cercate, bussate. Questa sezione contiene tre verbi al presente. Nel testo greco indicano un'azione continua: «continuate a chiedere, a cercare, a bussare». Gesù presenta Dio come un Padre buono. Se un padre terreno dà cose buone ai figli, quanto più Dio ascolterà chi si rivolge a lui. Qui la preghiera non è descritta come una tecnica per ottenere qualsiasi cosa, ma come una relazione filiale. Il centro non è il soddisfacimento dei desideri umani, bensì la fiducia nella bontà del Padre]. 

3. «Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro»: questa frase riassume «la Legge e i Profeti», cioè l'intero insegnamento morale dell'Antico Testamento. Esistevano già formulazioni simili nel mondo ebraico e antico, ma spesso in forma negativa: «Non fare agli altri ciò che non vuoi sia fatto a te». Gesù la esprime in forma positiva: non basta evitare il male; occorre prendere l'iniziativa nel bene. La vita cristiana non consiste soltanto nel non nuocere, ma nel promuovere attivamente il bene degli altri. 

4. Gesù contrappone due vie: la via larga e spaziosa, che molti percorrono; la via stretta, che conduce alla vita. La "strettezza" non indica arbitrarietà o severità di Dio. Indica piuttosto che la sequela di Cristo richiede rinunce all'egoismo. La via larga è quella che segue l'impulso immediato e il consenso della maggioranza; la via stretta è quella della fedeltà al Vangelo. Il fatto che «pochi la trovino» non vuole scoraggiare, ma mettere in guardia contro l'illusione che il bene sia sempre la scelta più facile. 

«Il santo precetto libera l'uomo da tutto ciò e gli concede ogni libertà da preoccupazioni e da timore e spesso anche letizia ineffabile, soprattutto per quelli che volontariamente scelgono la povertà. Che vi è dunque di più gradito dell'essere liberi da passioni, per nulla dominati dall'ira o dalla concupiscenza per qualcuna delle cose del mondo, ma anzi, non tenendo in alcun conto ciò che, per i più, è oggetto di concupiscenza, e rendendosi superiori a tutte le cose così da passare la vita come nel paradiso, o meglio in cielo, al di sopra di qualsiasi necessità, per la dedizione a Dio libera da preoccupazione? Infatti, se uno sopporta con gioia ciò che accade, qualsiasi cosa avvenga gli dà riposo; e se ama tutti, è amato da tutti… Chi dunque ha potuto in parte contemplare la grazia del santo vangelo e ciò che esso contiene — cioè, le azioni e gli insegnamenti del Signore, i suoi precetti e i suoi dogmi, le minacce e le promesse — costui sa quali inesauribili tesori ha trovato, anche se non può parlarne come si deve perché le cose celesti sono inesprimibili» (Pietro Damasceno, Quarta contemplazione).

Mercoledi 12

2 Re 22.23. 8Il sommo sacerdote Chelkia disse allo scriba Safan: «Ho trovato nel tempio del Signore il libro della legge». Chelkia diede il libro a Safan, che lo lesse. 9Lo scriba Safan quindi andò dal re e lo informò dicendo: «I tuoi servitori hanno versato il denaro trovato nel tempio e l’hanno consegnato in mano agli esecutori dei lavori, sovrintendenti al tempio del Signore». 10Poi lo scriba Safan annunciò al re: «Il sacerdote Chelkia mi ha dato un libro». Safan lo lesse davanti al re. 11Udite le parole del libro della legge, il re si stracciò le vesti. 12Il re comandò al sacerdote Chelkia, ad Achikàm figlio di Safan, ad Acbor, figlio di Michea, allo scriba Safan e ad Asaià, ministro del re: 13«Andate, consultate il Signore per me, per il popolo e per tutto Giuda, riguardo alle parole di questo libro ora trovato; grande infatti è la collera del Signore, che si è accesa contro di noi, perché i nostri padri non hanno ascoltato le parole di questo libro, mettendo in pratica quanto è stato scritto per noi». 1Il re mandò a radunare presso di sé tutti gli anziani di Giuda e di Gerusalemme. 2Il re salì al tempio del Signore; erano con lui tutti gli uomini di Giuda, tutti gli abitanti di Gerusalemme, i sacerdoti, i profeti e tutto il popolo, dal più piccolo al più grande. Lesse alla loro presenza tutte le parole del libro dell’alleanza, trovato nel tempio del Signore. 3Il re, in piedi presso la colonna, concluse l’alleanza davanti al Signore, per seguire il Signore e osservare i suoi comandi, le istruzioni e le leggi con tutto il cuore e con tutta l’anima, per attuare le parole dell’alleanza scritte in quel libro. Tutto il popolo aderì all’alleanza.  

Gli autori ritengono che il libro della legge trovato nel tempio ai tempi di Giosia corrisponda al libro del Deuteronomio.

La lettura impressionò tanto il giovane re, che, dopo aver consultato la profetessa Culda, convocò tutto il popolo a Gerusalemme e lo fece leggere pubblicamente alla presenza di tutta l'assemblea. A misura che la lettura avanzava, il sentimento di colpevolezza andò impadronendosi di tutta la collettività poiché, fra le esigenze del libro e la realtà religiosa che il popolo stava vivendo, vi era un abisso. Abbiamo visto in molte occasioni che la situazione religiosa d'Israele s'era andata deteriorando, specialmente dopo l'avvento della monarchia. Fin da quando gl'israeliti si erano installati in Palestina, la fede aveva sempre subito un inquinamento da parte delle religioni cananee; soprattutto negli ultimi tempi sotto l'influenza assira.

Alla vista della situazione religiosa del popolo, tenendo presenti le esigenze del libro della legge, il re rinnovò pubblicamente l'alleanza e si impegnò a osservare e far osservare i comandamenti, le testimonianze e i precetti della legge con tutto il cuore e con tutta l'anima. Tutto il popolo aderì alla decisione del re.

Mt 7. 15Guardatevi dai falsi profeti, che vengono a voi in veste di pecore, ma dentro sono lupi rapaci! 16Dai loro frutti li riconoscerete. Si raccoglie forse uva dagli spini, o fichi dai rovi? 17Così ogni albero buono produce frutti buoni e ogni albero cattivo produce frutti cattivi; 18un albero buono non può produrre frutti cattivi, né un albero cattivo produrre frutti buoni. 19Ogni albero che non dà buon frutto viene tagliato e gettato nel fuoco. 20Dai loro frutti dunque li riconoscerete.

«Guarda la sua mansuetudine. Non ha detto: Puniteli, ma: non lasciatevi danneggiare da essi» (Crisostomo, Su Matteo 23,7). 

Finchè una persona è retta, non può che compiere opere rette e viceverva. Non è retta un’opera di per sé buona ma compiuta con intenti egoistici. Sono le opere buone compiute per motivi diversi dalla carità. «Se parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sarei come bronzo che rimbomba o come cimbalo che strepita. E se avessi il dono della profezia, se conoscessi tutti i misteri e avessi tutta la conoscenza, se possedessi tanta fede da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, non sarei nulla. E se anche dessi in cibo tutti i miei beni e consegnassi il mio corpo per averne vanto, ma non avessi la carità, a nulla mi servirebbe» (1 Cor 13,1-3). Il Signore può servirsi anche di azioni falsamente rette, ma chi le compie non viebe approvato da Dio: «Alcuni predicano Cristo anche per invidia e spirito di contesa, ma altri con buoni sentimenti. Questi lo fanno per amore; quelli invece predicano Cristo con spirito di rivalità, con intenzioni non rette. Ma questo che importa? Purché in ogni maniera, per convenienza o per sincerità, Cristo venga annunciato» (Fil 1,15-18). 

Spesso gli uomini cambiano, in meglio ma anche in peggio. Così chi ha prodotto frutti buoni, può, in un altro momento, produrre frutti cattivi e viceversa. 

Giovedi 12

2 Re 24. 8Quando divenne re, Ioiachìn aveva diciotto anni; regnò tre mesi a Gerusalemme. Sua madre era di Gerusalemme e si chiamava Necustà, figlia di Elnatàn. 9Fece ciò che è male agli occhi del Signore, come aveva fatto suo padre. 10In quel tempo gli ufficiali di Nabucodònosor, re di Babilonia, salirono a Gerusalemme e la città fu assediata. 11Nabucodònosor, re di Babilonia, giunse presso la città mentre i suoi ufficiali l’assediavano. 12Ioiachìn, re di Giuda, uscì incontro al re di Babilonia, con sua madre, i suoi ministri, i suoi comandanti e i suoi cortigiani; il re di Babilonia lo fece prigioniero nell’anno ottavo del suo regno. 13Asportò di là tutti i tesori del tempio del Signore e i tesori della reggia; fece a pezzi tutti gli oggetti d’oro che Salomone, re d’Israele, aveva fatto nel tempio del Signore, come aveva detto il Signore. 14Deportò tutta Gerusalemme, cioè tutti i comandanti, tutti i combattenti, in numero di diecimila esuli, tutti i falegnami e i fabbri; non rimase che la gente povera della terra. 15Deportò a Babilonia Ioiachìn; inoltre portò in esilio da Gerusalemme a Babilonia la madre del re, le mogli del re, i suoi cortigiani e i nobili del paese. 16Inoltre tutti gli uomini di valore, in numero di settemila, i falegnami e i fabbri, in numero di mille, e tutti gli uomini validi alla guerra, il re di Babilonia li condusse in esilio a Babilonia. 17Il re di Babilonia nominò re, al posto di Ioiachìn, Mattania suo zio, cambiandogli il nome in Sedecìa.

Nell'anno 605, fu incoronato Nabucodonosor, l'anima dell'impero neobabilonese. Il Medio Oriente cambiava padrone: agli assiri succedevano i babilonesi. L'Egitto non vedeva di buon occhio la piega che avevano presa gli avvenimenti, e organizzò una spedizione, capeggiata dal faraone Necao, con lo scopo di appoggiare l'Assiria e aiutarla a frenare l'avanzata babilonese. Necao però fu battuto da Nabucodonosor a Karkemish, dove si erano radunati i resti dell'esercito assiro; e l'esercito egiziano fu costretto a ripiegare verso le sue terre.

Tuttavia, la politica egiziana continuò a cospirare contro Babilonia e tesseva intrighi con i reucci della fascia siro-palestinese, per guadagnarli alla sua causa e costituire un fronte comune contro il grande colosso della Mesopotamia. Entrò in questo gioco anche il piccolo regno di Giuda.

Nabucodonosor organizzò una spedizione punitiva e giunse con le sue truppe fino alle porte di Gerusalemme. In questa occasione, egli si contentò di assediare la città e di deportare la famiglia reale e il personale dirigente qualificato del regno. La prima deportazione, avvenne nell'anno 598. 

Le riflessioni teologiche su questa prima deportazione e sulla tragica fine del regno di Giuda si possono trovare nel profeta Geremia, che fu il portavoce di Dio in tutto questo tempo. Il pensiero di Geremia è in linea con la tesi deuteronomista: le deportazioni e la distruzione di Gerusalemme sono il giusto castigo che riceve un popolo impenitente. Il profeta di Anatot aveva moltiplicato i suoi inviti alla conversione, ma tutto era stato inutile; il male era ormai così inveterato e così congenito nel popolo, che Geremia perdette ogni speranza:

« Percorrete le vie di Gerusalemme, osservate bene e informatevi, cercate nelle sue piazze se trovate un uomo, uno solo che agisca giustamente e cerchi di mantenersi fedele, e io le perdonerò, dice il Signore. Anche quando esclamano: "Per la vita del Signore!" certo giurano il falso. Signore, i tuoi occhi non cercano forse la fedeltà? Tu li hai percossi, ma non mostrano dolore; li hai fiaccati, ma rifiutano di comprendere la correzione. Hanno indurito la faccia più di una rupe, non vogliono convertirsi » (Ger 5,1-3).

« Anche la cicogna nel cielo conosce i suoi tempi; la tortora, la rondinella e la gru scrutano la data del loro ritorno; il mio popolo, invece, non conosce il comando del Signore » (Ger 8,7).

La prima deportazione era il risultato finale della politica errata del re Ioiachin del quale Geremia traccia il seguente ritratto:

« Guai a chi costruisce la casa senza giustizia e il piano di sopra senza equità, che fa lavorare il suo prossimo per nulla, senza dargli la paga, e dice: "Mi costruirò una casa grande con spazioso piano di sopra", e vi apre finestre e la riveste di tavolati di cedro e la dipinge di rosso. Forse tu agisci da re, perché ostenti passione per il cedro? Forse tuo padre non mangiava e beveva? Ma egli praticava il diritto e la giustizia e tutto andava bene. Egli tutelava la causa del povero e del misero e tutto andava bene. Questo non significa infatti conoscermi? Oracolo del Signore. I tuoi occhi e il tuo cuore, invece, non badano che al tuo interesse, a spargere sangue innocente, a commettere violenza e angherie » (Ger 22,13-17).

21Non chiunque mi dice: “Signore, Signore”, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli. 22In quel giorno molti mi diranno: “Signore, Signore, non abbiamo forse profetato nel tuo nome? E nel tuo nome non abbiamo forse scacciato demòni? E nel tuo nome non abbiamo forse compiuto molti prodigi?”. 23Ma allora io dichiarerò loro: “Non vi ho mai conosciuti. Allontanatevi da me, voi che operate l’iniquità!”. 24Perciò chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica, sarà simile a un uomo saggio, che ha costruito la sua casa sulla roccia. 25Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ma essa non cadde, perché era fondata sulla roccia. 26Chiunque ascolta queste mie parole e non le mette in pratica, sarà simile a un uomo stolto, che ha costruito la sua casa sulla sabbia. 27Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa cadde e la sua rovina fu grande». 28Quando Gesù ebbe terminato questi discorsi, le folle erano stupite del suoinsegnamento: 29egli infatti insegnava loro come uno che ha autorità, e non come i loro scribi.

[Il Signore] dava la grazia con grande larghezza. Abbiamo compiuto molti miracoli. Io però dichiarerò loro in quel momento: non vi conosco. Ora pensano di essermi amici, ma allora sapranno che ho dato loro questa grazia non come ad amici. Perché ti meravigli se na concesso dei carismi a uomini che credevano in lui ma che non davano prova di una vita coerente con la fede, dal momento che si trova che abbia operato prodigi anche in coloro che non possedevano entrambi i requisiti [che non avevano né la fede, né le opere]? Infatti Balaam era lontano dalla fede e anche da un eccellente sistema di vita, ma tuttavia la grazia operò in lui per provvidenza verso altri. Quando la predicazione [del Vangelo] era agli inizi e occorreva che ci fosse una grande dimostrazione della sua potenza, ricevevano doni anche molti indegni. Tuttavia però essi non ebbero alcun vantaggio da questi miracoli, ma anzi vengono puniti maggiormente. Perciò pronunciò nei loro confronti quella terribile espressione: non vi ho mai conosciuti. Già da questa vita detesta molti e si ritrae da essi prima del giudizio. Abbiamo molta cura della nostra vita non pensiamo di averne meno perché ora non facciamo miracoli. Non ne avremo alcun vantaggio, come del resto non ce ne viene niente di meno per il fatto di non compierli, se pratichiamo ogni virtù. Dei miracoli in effetti siamo debitori a Dio mentre abbiamo Dio debitore della nostra vita e delle nostre opere» (Crisostomo, Su Matteo 24,2).

«Chiama pioggia, fiumi, venti in senso metaforico le sventure e le disgrazie umane, quali le calunnie, le insidie, le afflizioni, le morti, la perdita dei propri beni, le ingiurie altrui, tutto ciò che si potrebbe indicare come mali nella vita. Ma un'anima simile non cede di fronte a nulla, e il motivo è che è fondata sopra la roccia. Chiama Roccia la sicurezza del suo insegnamento, perché i suoi precetti sono più forti della roccia, quanto innalzano al di sopra di tutte le tempeste umane. Chi li osserva accuratamente, non soltanto sarà superiore alle ingiurie degli uomini, ma anche agli stessi demoni che tramano insidie contro di lui» (ivi).

Venerdi 12

2 Re 25. 1Nell’anno nono del suo regno, nel decimo mese, il dieci del mese, Nabucodònosor, re di Babilonia, con tutto il suo esercito arrivò a Gerusalemme, si accampò contro di essa e vi costruirono intorno opere d'assedio. 2La città rimase assediata fino all’undicesimo anno del re Sedecìa. 3Al quarto mese, il nove del mese, quando la fame dominava la città e non c’era più pane per il popolo della terra, 4fu aperta una breccia nella città. Allora tutti i soldati fuggirono di notte per la via della porta tra le due mura, presso il giardino del re, e, mentre i Caldei erano intorno alla città, presero la via dell'Araba. 5I soldati dei Caldei inseguirono il re e lo raggiunsero nelle steppe di Gerico, mentre tutto il suo esercito si disperse, allontanandosi da lui. 6Presero il re e lo condussero dal re di Babilonia a Ribla; si pronunciò la sentenza su di lui. 7I figli di Sedecìa furono ammazzati davanti ai suoi occhi; Nabucodònosor fece cavare gli occhi a Sedecìa, lo fece mettere in catene e lo condusse a Babilonia. 8Il settimo giorno del quinto mese – era l’anno diciannovesimo del re Nabucodònosor, re di Babilonia – Nabuzaradàn, capo delle guardie, ufficiale del re di Babilonia, entrò in Gerusalemme. 9Egli incendiò il tempio del Signore e la reggia e tutte le case di Gerusalemme; diede alle fiamme anche tutte le case dei nobili. 10Tutto l’esercito dei Caldei, che era con il capo delle guardie, demolì le mura intorno a Gerusalemme. 11Nabuzaradàn, capo delle guardie, deportò il resto del popolo che era rimasto in città, i disertori che erano passati al re di Babilonia e il resto della moltitudine. 12 Il capo delle guardie lasciò parte dei poveri della terra come vignaioli e come agricoltori. 

Prima, il regno del nord (722), e ora, quello del sud (587) scompaiono; e, con la scomparsa della monarchia, il popolo eletto perdette definitivamente la sua indipendenza, se si eccettua la breve parentesi degli asmonei. Alla dominazione babilonese successe quella persiana, alla persiana quella greca e a quella greca, la romana.

La distruzione di Gerusalemme fu una dura prova per il popolo eletto. Crollarono la dinastia davidica e il tempio insieme con le istituzioni politiche e religiose, sulle quali si appoggiava la vita del popolo. La fine di una tappa, e i segni dei tempi, sono ora rivolti verso una tappa nuova; ma, fra l'una e l'altra, vi sono gli anni dell'esilio che porta con sé i dolori e le sofferenze proprie di ogni periodo di gestazione.

Le personalità incaricate di gestire quali protagonisti la transizione sono tre profeti: Geremia, Ezechiele e il secondo Isaia. In tutti e tre la parola più caratteristica è l'aggettivo « nuovo »: nuova alleanza, nuovo esodo, nuovo Mosè, nuova terra, nuovo tempio, ecc. Geremia è il primo che comincia a parlare d'un'alleanza non scritta su tavole di pietra, ma nel fondo del cuore. 

Mt 8. 1Scese dal monte e molta folla lo seguì. 2Ed ecco, si avvicinò un lebbroso, si prostrò davanti a lui e disse: «Signore, se vuoi, puoi purificarmi». 3Tese la mano e lo toccò dicendo: «Lo voglio: sii purificato!». E subito la sua lebbra fu guarita. 4Poi Gesù gli disse: «Guàrdati bene dal dirlo a qualcuno; va’ invece a mostrarti al sacerdote e presenta l’offerta prescritta da Mosè come testimonianza per loro».

Alla conclusione del suo primo grande discorso, Gesù scende dalla montagna e la gente, stupita del suo insegnamento — non comparabile per autorità a quello degli scribi e dei farisei (Mt 7,28-29) — si mette a seguirlo. Il primo miracolo di Gesù, rivela la sua attività messianica che annuncia il regno e guarisce gli ammalati (cfr Mt 4,23-25).

Il primo vangelo è attento a descriverne l'atteggiamento di fiducia incondizionata verso Gesù. Egli si avvicina e si prostra davanti a lui, con un atto d'adorazione da rendersi esclusivamente a Dio (Mt 4,9.10). 

La richiesta del lebbroso, mette ancor di più in rilievo la sua fiducia in Gesù, capace di mutare una situazione disperata. La lebbra, che ha una particolare rilevanza in tutta la tradizione biblica, implica sia un risvolto sociale — il malato veniva isolato ed estromesso dai normali rapporti con gli altri—, sia un significato religioso, quale punizione di Dio.

La risposta di Gesù è accompagnata da un gesto, « stesa la mano ». Non si tratta di un rito magico, né tantomeno si vuol mettere in luce la trasgressione della legge che vieta il contatto con i lebbrosi. Piuttosto esso evoca l'azione potente di Dio impegnato nella liberazione dell'uomo (Es 7,5). La costatazione del miracolo, mette in rilievo l'immediata efficacia della parola di Gesù. 

Sebbene l'imposizione del silenzio non assuma lo stesso valore che ha nel vangelo di Marco, essa qui è tesa a prevenire qualsiasi tipo di fraintendimento. Gesù non può essere identificato con un qualunque taumaturgo o guaritore, ma egli è il « Signore » e solo come tale può venire in soccorso dei bisognosi.

Gesù inoltre esorta il lebbroso a presentarsi dal sacerdote, adempiendo così alla prescrizione biblica secondo la quale chi si trova guarito dalla lebbra deve sottoporsi ad una prassi rituale (Lv 14,3-19) prima di venir dichiarato mondo dal sacerdote (Lv 14,20). L'espressione conclusiva, « in testimonianza per loro », è un invito rivolto ai capi per la loro conversione. 

Sabato 12

Lm 2. 2Il Signore ha distrutto senza pietà tutti i pascoli di Giacobbe; ha abbattuto nella sua ira le fortezze della figlia di Giuda, ha prostrato a terra, ha profanato il suo regno e i suoi capi. 10Siedono a terra in silenzio gli anziani della figlia di Sion, hanno cosparso di cenere il capo, si sono cinti di sacco; curvano a terra il capo le vergini di Gerusalemme. 11Si sono consunti per le lacrime i miei occhi, le mie viscere sono sconvolte; si riversa per terra la mia bile per la rovina della figlia del mio popolo, mentre viene meno il bambino e il lattante nelle piazze della città. 12Alle loro madri dicevano: «Dove sono il grano e il vino?». Intanto venivano meno come feriti nelle piazze della città; esalavano il loro respiro in grembo alle loro madri. 13A che cosa ti assimilerò? A che cosa ti paragonerò, figlia di Gerusalemme? A che cosa ti eguaglierò per consolarti, vergine figlia di Sion? Poiché è grande come il mare la tua rovina: chi potrà guarirti? 14I tuoi profeti hanno avuto per te visioni di cose vane e insulse, non hanno svelato la tua colpa per cambiare la tua sorte; ma ti hanno vaticinato lusinghe, vanità e illusioni 18Grida dal tuo cuore al Signore, gemi, figlia di Sion; fa’ scorrere come torrente le tue lacrime, giorno e notte! Non darti pace, non abbia tregua la pupilla del tuo occhio! 19Àlzati, grida nella notte, quando cominciano i turni di sentinella, effondi come acqua il tuo cuore, davanti al volto del Signore; alza verso di lui le mani per la vita dei tuoi bambini, che muoiono di fame all’angolo di ogni strada. 


Mt 8. 5Entrato in Cafàrnao, gli venne incontro un centurione che lo scongiurava e diceva: 6«Signore, il mio servo è in casa, a letto, paralizzato e soffre terribilmente». 7Gli disse: «Verrò e lo guarirò». 8Ma il centurione rispose: «Signore, io non sono degno che tu entri sotto il mio tetto, ma di’ soltanto una parola e il mio servo sarà guarito. 9Pur essendo anch’io un subalterno, ho dei soldati sotto di me e dico a uno: “Va’!”, ed egli va; e a un altro: “Vieni!”, ed egli viene; e al mio servo: “Fa’ questo!”, ed egli lo fa». 10Ascoltandolo, Gesù si meravigliò e disse a quelli che lo seguivano: «In verità io vi dico, in Israele non ho trovato nessuno con una fede così grande! 11Ora io vi dico che molti verranno dall’oriente e dall’occidente e siederanno a mensa con Abramo, Isacco e Giacobbe nel regno dei cieli, 12mentre i figli del regno saranno cacciati fuori, nelle tenebre, dove sarà pianto e stridore di denti». 13E Gesù disse al centurione: «Va’, avvenga per te come hai creduto». In quell’istante il suo servo fu guarito. 14Entrato nella casa di Pietro, Gesù vide la suocera di lui che era a letto con la febbre. 15Le toccò la mano e la febbre la lasciò; poi ella si alzò e lo serviva. 16Venuta la sera, gli portarono molti indemoniati ed egli scacciò gli spiriti con la parola e guarì tutti i malati, 17perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta Isaia: Egli ha preso le nostre infermità e si è caricato delle malattie.  

Il centurione (un pagano a servizio di Erode), addolorato per la malattia dolorosa di un servo, chiede a Gesù la guarigione, con grande fiducia nella sua misericordia. Questi risponde: dovrò venire io a guarirlo? Il centurione non pretende questo perché di fronte alla grandezza del Maestro si sente immeritevole tuttavia mostra di nutrire grande fiducia sulla potenza della sua parola, potente nell’insegnamento e nell’agire benefico. Gesù rimane meravigliato della fede umile d’un pagano nei suoi confronti, superiore a quella degli stessi Israeliti. La fede è la condizione primaria per ricevere i doni di Dio. Il centurione anticipa la situazione che accadrà dopo la Pasqua quando i pagani entreranno in massa nella Chiesa. Gli ebrei increduli nei confronti del Vangelo vengono tagliati dall’ulivo santo di Israele ma rimangano nelle mani del Signore che cercherà di innestarli di nuovo. 

La suocera di Pietro viene soccorsa in modo spontaneo ed inmmediato da Gesù, senza che egli venisse richiesto d’un intervento guaritore. Diventa immagine dei futuri credenti che, guariti dalla fede nel Risorto, si pongono a servizio dei fratelli. La caratteristica di Gesù è la solidarietà profonda verso gli uomini sofferenti. 


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