Michea 6
Dio convoca il suo popolo ad una “controversia bilaterale” (rib). Avveniva tra persone strette da tempo in una relazione amichevole, quando essa rischiava di infrangersi a causa del comportamento scorretto di uno dei soggetti coinvolti. L’accusatore non mirava alla ritorsione ma cercava di ristabilire la buona relazione precedente. Per indurre il colpevole al ravvedimento, l’accusatore ricorreva ad una serie di domande che dovevano far riflettere l’altro e richiamava i fatti positivi precedenti che avevano che avevano determinato la buona relazione. È un genere che si trova di frequente soprattutto nella predicazione profetica. Dio non si presenta come giudice, una figura assente in questo genere di controversie, ma come parte lesa, interessata a ristabilire una relazione soddisfacente (Cf. Os 4,1).
«Popolo mio, che cosa ti ho fatto? In che cosa ti ho stancato? Rispondimi». Il Signore, che impersona la parte lesa, esprime le sue rimostranze e dichiara di aver procurato numerosi benefici al popolo e di non averlo mai oberato con richieste eccessive. Anzi è stato piuttosto il popolo a stancare il Signore: «Tu non mi hai invocato, o Giacobbe; anzi ti sei stancato di me, o Israele. Io non ti ho molestato con richieste di offerte, né ti ho stancato esigendo incenso. Ma tu mi hai dato molestia con i peccati, mi hai stancato con le tue iniquità» (Is 43,22-24; Cf Mal 2,17).
v.4 rievoca i ricordi legati all’uscita dall’Egitto: l’invio di Mosè e dei suoi fratelli, la protezione assicurata lungo il cammino rischioso verso la terra (le insidie di Balak), l’attraversamento prodigioso del Giordano (Sittim e Galgala) devono far comprendere che il possesso della terra grazie è avvenuto grazie alla bontà di Dio.
6«Con che cosa mi presenterò al Signore, mi prostrerò al Dio altissimo? Mi presenterò a lui con olocausti, con vitelli di un anno? 7Gradirà il Signore migliaia di montoni e torrenti di olio a miriadi? Gli offrirò forse il mio primogenito per la mia colpa, il frutto delle mie viscere per il mio peccato?».
Il popolo, riconoscendo i torti commessi, sembra disposto a ravvedersi ma non è pentito in verità e anziché dichiararsi disponibile ad obbedire ai comandi del Signore e praticare il bene, pensa di allestire atti di culto assai vistosi. Perfino si propone l’offerta di sacrifici umani, un atto considerato obbrobrioso dai profeti (2 Cr 36,6; Ger 32,35; Ez 16,21; 20,31). La soluzione non è affatto condivisa da Dio e gradita a lui. Più che gesti dispendiosi di culto, egli vorrebbe che il popolo, in obbedienza a lui, esercitasse la corretezza fraterna.
8Uomo, ti è stato insegnato ciò che è buono e ciò che richiede il Signore da te: praticare la giustizia, amare la bontà, camminare umilmente con il tuo Dio.
Dio non esige doni materiali ma una qualità diversa di vita. Chiede, in primo luogo, la pratica della giustizia, ossia l’osservanza di tutti gli obblighi sociali a favore dei poveri. In secondo luogo esige la fedeltà sincera all’alleanza (amare la fedeltà ) e in terza istanza vivere con fede seguendo il Signore con umiltà. In una parola, il profeta insegna ad evitare l’orgoglio di chi esclude il Signore dalla propria esistenza e poi manifesta questa scelta nefasta nel rifiuto della fraternità. «Chi ama l’altro ha adempiuto la Legge. Infatti: Non commetterai adulterio, non ucciderai, non ruberai, non desidererai, e qualsiasi altro comandamento, si ricapitola in questa parola: Amerai il tuo prossimo come te stesso. La carità non fa alcun male al prossimo: pienezza della Legge infatti è la carità» (Rm 13,8-10)
Matteo 12,38-42
Questo passo affronta anzitutto il tema della fede autentica. Chi interroga Gesù non è mosso da un sincero desiderio di conoscere la verità, ma pretende una dimostrazione spettacolare. Il problema non è la mancanza di prove: Gesù ha già compiuto molti miracoli. Manca invece la disponibilità del cuore ad accogliere ciò che Dio sta già mostrando. Il segno di Giona è un riferimento alla morte e alla risurrezione di Gesù. La sua Pasqua sarà il segno definitivo dell'amore e della potenza di Dio. Non un prodigio destinato a stupire, ma un evento che chiede una risposta di fede. Gli abitanti di Ninive rappresentano coloro che si convertono ascoltando una predicazione imperfetta, quella del profeta Giona. La regina del Sud affronta un lungo viaggio per ascoltare la sapienza di Salomone. Entrambi sono esempi di persone disponibili ad accogliere la verità. Per questo Gesù afferma che essi condanneranno chi, pur avendo davanti il Messia, rimane chiuso e incredulo.
Anche oggi si può cadere nella tentazione di chiedere continuamente "segni" a Dio: un miracolo, una prova evidente, una risposta straordinaria. Gesù invita invece a riconoscere i segni già presenti: la sua Parola, la sua morte e risurrezione, la vita della comunità cristiana, i gesti di amore e di giustizia che rendono presente il Regno. Il messaggio centrale del brano è che la fede nasce dall'ascolto e dalla conversione del cuore, non dalla ricerca del sensazionale. Il segno decisivo è Cristo stesso, soprattutto nel mistero pasquale. Chi accoglie questo segno entra in una relazione nuova con Dio; chi lo rifiuta rischia di restare cieco anche davanti ai miracoli più grandi.

Nessun commento:
Posta un commento