Amos 2,6-16
Il profeta denuncia varie gravi trasgressioni dell’Alleanza stipulata con Dio; soprattutto mostra vivo orrore per il trattamento riservato ai poveri. Israele non ricorda più la solidarietà che il Signore aveva manifestato nei suoi confronti quando loro venivano oppressi da padroni spietati in Egitto. Non ricorda la pedagogia paziente con cui li aveva istruiri e sopportati per lungo tempo nel cammino verso la terra. Egli costringerà il popolo a riconoscere la sua impotenza e la sua miseria. Nessuno potrà più presumere di salvarsi da solo, contando sulla propria energia. «Il re non si salva per un forte esercito né il prode per il suo grande vigore. Ecco, l'occhio del Signore veglia su chi lo teme, su chi spera nella sua grazia. L'anima nostra attende il Signore, egli è nostro aiuto e nostro scudo. In lui gioisce il nostro cuore e confidiamo nel suo santo nome. Signore, sia su di noi la tua grazia, perché in te speriamo» (Sal 34,16.18. 19-22). «Poiché dice il Signore Dio, il Santo di Israele: “Nella conversione e nella calma sta la vostra salvezza, nell'abbandono confidente sta la vostra forza”. Ma voi non avete voluto, anzi avete detto: “No, noi fuggiremo su cavalli”.- Ebbene, fuggite! - Più veloci saranno i vostri inseguitori» (Is 30,15-16).
Amos 3,1-8; 4,11-12
1-2: Chi ha ricevuto di più, ha maggiore responsabilità. Israele è stato privilegiato fra tutti gli altri popoli e, perciò, dovrà anche rispondere al modo con cui ha accolto o dissipato questo dono: «Il servo che, conoscendo la volontà del padrone, non avrà disposto o agito secondo la sua volontà, riceverà molte percosse; quello invece che, non conoscendola, avrà fatto cose meritevoli di percosse, ne riceverà poche. A chiunque fu dato molto, molto sarà chiesto; a chi fu affidato molto, sarà richiesto molto di più» (Lc 12,47-48).
3-8. Ogni evento è determinato da una causa: il leone ruggisce perché ha trovato una preda, l'uccello cade nella trappola perché c'è un laccio che lo insidia... anche il ministero profetico è effetto di una causa, ossia dalla chiamata divina. Non nasce, perciò, da un'iniziativa personale. Amos non può tacere, perché la parola di Dio esercita su di lui una forza irresistibile.
Amos 5,14-15.21-24
La proposta è molto semplice e netta: cercare il bene e odiare il male. «La carità non sia ipocrita: detestate il male, attaccatevi al bene» (Rm 12,9). «Se non proviamo odio per il male, non possiamo amare il bene» (Gr Lettera CXXV, 14). «Forse mi dirai: Io sono un fedele; anche se spesso mi vengono pensieri cattivi, non mi farò vincere dalla concupiscenza. Ma non sai che una radice non estirpata, spesso spacca anche la roccia? Non accogliere dal primo momento quel seme che a lungo andare finirà col fiaccare la tua fede. Strappa dalle radici il mal seme prima che germogli. Comincia dagli sguardi morbosi, cura per tempo la vista per non dover ricorrere al medico quanto già fossi divenuto cieco» (Cirillo di Gerusalemme, Catechesi, 2,3). È facile pensare “Dio è con noi” ma Egli è presente soltanto là dove si opera il bene nei confronti del prossimo.
Amos spera che il Signore decida di avere pietà, ma non offre alcuna assicurazione e non sa quale atto pedagogico Dio sceglierà per educare il suo popolo. «Del resto noi abbiamo avuto come educatori i nostri padri terreni e li abbiamo rispettati; non ci sottometteremo perciò molto di più al Padre celeste, per avere la vita?» (Eb 12,9).
Il culto nel tempio deve proseguire nel perseguire una vita fraterna. Il culto, separato dalla carità, viene detestato dal Signore: «Chiunque mangia il pane o beve al calice del Signore in modo indegno, sarà colpevole verso il corpo e il sangue del Signore. Ciascuno, dunque, esamini se stesso e poi mangi del pane e beva dal calice; perché chi mangia e beve senza riconoscere il corpo del Signore, mangia e beve la propria condanna. È per questo che tra voi ci sono molti ammalati e infermi, e un buon numero sono morti. Se però ci esaminassimo attentamente da noi stessi, non saremmo giudicati; quando poi siamo giudicati dal Signore, siamo da lui ammoniti per non essere condannati insieme con il mondo» (1 Cor 11,27-32).
Amos 7,10-17
Nella serie di visioni della terza parte del libro di Amos (cc. 7-9), ci troviamo improvvisamente davanti a questa sovrapposizione narrativa in terza persona, frutto intenzionale di un discepolo di Amos, redattore del libro nel suo stato attuale. Questa parentesi biografica ha lo scopo di concludere la visione che precede, con l'annunzio della rovina della dinastia di Geroboamo II. Per essa, conosciamo un po' meglio la vocazione del profeta e le sue implicazioni socio-politiche.
La predicazione di Amos aveva ottenuto psicologicamente di risvegliare le assopite coscienze delle classi dirigenti. Amasia, il grande sacerdote del santuario regale di Betel, la «casa di Dio », stanco delle denunzie e delle minacce di quell'uomo, manda un messaggero al re, travisando la parola profetica, accusatrice di situazioni ingiuste e presentandola come un attacco alla persona del re e un sobillare il popolo alla ribellione. Otto secoli più tardi, la stessa falsa accusa sarebbe stata inventata contro Gesù. È la tecnica della menzogna contro la testimonianza della verità.
Senza attendere la reazione o là risposta del sovrano, Amasia prende l'iniziativa di intimare al profeta: « Vattene, veggente », disposto a fargli ponti d'oro, pur di liberarsi dalle noie del suo « non licet ». Il tono sprezzante e offensivo di Amasia provoca una precisa puntualizzazione di Amos: « Non ero profeta né figlio di profeta ».
Dai tempi di Samuele, il fenomeno del profetismo era stato una realtà in Israele. Elia ed Eliseo avevano avuto i loro seguaci con vita comune e con la ferma volontà di vivere meglio i postulati dello yahvismo (cf Intr. generale ai profeti). Ma quelle associazioni degenerarono e non pochi scioperati si infiltrarono in esse per assicurarsi un « modus vivendi ». Chiamare qualcuno «figlio di profeta » divenne un modo d'offenderlo e insultarlo.
Amos non è uno dei tanti fannulloni, visionari e chiacchieroni di professione. Egli viveva agiatamente del suo lavoro dal quale « il Signore mi prese ». Egli è un chiamato, un carismatico, non uno snobista interessato.
Amos non dice di non essere profeta, perché Yahveh « mi disse: Va', profetizza al mio popolo Israele ». Dunque non era davvero quello che Amasia avrebbe amato che fosse, per tranquillizzare la sua coscienza. Questo disinteresse nella predicazione, questo abbandono della propria agiatezza economica per la parola di Yahveh sarà uno dei segni dei veri profeti dei due Testamenti.
Le ultime parole del profeta sono un segno della veracità del suo ministero. Egli tornerà alla sua terra, dato che ha compiuto la sua missione; riprenderà a lavorare i suoi campi e a coltivare i sicomori. Però, prima, come segno per Amasia, per il re, per il popolo e per i posteri, vaticinerà l'ignominiosa fine di Amasia e della sua famiglia, vittime della guerra e dell'esilio. Amasia muore dopo sei mesi. Fino a questi estremi di impegno lo spirito portò questi uomini coscienti e responsabili della loro vocazione.
Nell'anno 734, Tiglat-Pilezer III invase Israele e condusse con sé i primi deportati. Poco più tardi, nel 721, cadde definitivamente Samaria e, con essa, il regno del nord, sotto Sargon II. Era l'adempimento esatto della profezia di Amos. La sua visione teologica del castigo non diminuì in nulla la realtà storica della catastrofe. La storia salvifica è tale appunto perché è storia.
Amos 8,4-12
Il presente oracolo, posto in mezzo a visioni e così distaccato dal contesto, è una chiara testimonianza della presenza di redattori tardivi dei libri dell'AT e, in concreto, del libro di Amos. Il luogo che l'oracolo occupa ora fu scelto come giustificazione della quarta visione nella quale Israele è presentato come un frutto maturo sul punto di cadere.
Il suo contenuto è una coraggiosa e particolareggiata denunzia di ingiustizie sociali, denunzia così realista e oggettiva, che, ripetuta ai nostri giorni, godrebbe della più palpitante attualità.
L'ambizione dei potenti è così insaziabile, che non celebrano più le feste come dedicate a Yahveh, ma come un peso gravoso che, non potendo evitare, attendono nervosamente che passi per poter tornare ai loro affari. La loro mentalità potrebbe essere definita molto bene col termine moderno di « società dei consumi ». Mancava e manca il tempo per « negoziare », eufemismo col quale si coprono le ingiustizie umane più ripugnanti.
A parte quell'ansia per le cose terrene, per l'economia e le cose materiali che lì fa soffrire tanto nei giorni del riposo umano-religioso, i loro affari sono sempre accompagnati da inganno e slealtà: diminuiscono le misure, aumentano i prezzi e falsificano i pesi. La borsa della spesa del povero è vittima delle più ingiuste violazioni. L'abuso raggiunge estremi disumani. Il povero e il bisognoso (come l'operaio di oggi) dovevano vendere la loro libertà, il proprio costitutivo di persona, quello che Dio stesso non osa toccare, per poter sopravvivere a un livello infraumano. Non può essere descritto con maggior coraggio il peccato sociale di tutti i tempi.
Il Signore « giura » di fare giustizia (vv. 7-8), e la farà «quel giorno », altrettanto imprecisato quanto sicuro, che andrà acquistando, nel corso della letteratura profetica e apocalittica, caratteri tipicamente escatologici.
La descrizione del «giorno del Signore » è fatta coi classici elementi di convulsione cosmica, simbolo della trasformazione intrinseca che dovranno subire le cose. Secondo la moderna astrologia, vi fu un'eclissi di sole, visibile in Palestina, nell'anno 763 a. C. Forse, questa eclissi servì al profeta come riferimento fenomenologico. Anche se fosse così, Amos supera i fatti letterariamente e teologicamente per annunziare il castigo con gli stessi elementi del peccato. Quindi, tutto quello che ora è festa, canto, e vigore sarà trasformato in lutto, pianto e decadenza. Tutta l'abbondanza, frutto di latrocini compiuti con guanti gialli, sarà trasformata in fame e sete, una fame e una sete non solo di quello che è necessario per vivere materialmente, ma anche della parola di Dio. Sentiranno il silenzio di Dio, il peggior castigo che possa toccare all'uomo, fatto per Dio.
Come ubriachi e disperati, essi cammineranno in tutte le direzioni « per cercare la parola del Signore », il dialogo con Dio; ma — terribile e incomprensibile castigo, identificabile con la condanna — «non la troveranno ». Quando l'uomo peccò nel paradiso fu Dio che gli andò incontro offrendogli la sua parola: « Dove sei? ». Ora è l'uomo che disprezza la parola di Dio che gli arriva attraverso il suo profeta, e sarà castigato con la mancanza di questa parola quando la cercherà. Rottura di dialogo, assenza di Dio, condanna sono termini sinonimi che esigono dall'uomo di tutti i tempi una seria riflessione. Israele e Giuda sperimentarono questo silenzio profetico per quattro secoli, fino a che venne la Parola di Dio incarnata fra noi.
Amos 9
Dopo tante denunzie, tanti oracoli minacciosi, tante predizioni dure e amare, il libro di Amos non si poteva chiudere senza qualche parola d'incoraggiamento e di speranza, senza un ideale con prospettive di futuro. É la speranza messianica d'un Israele ideale in «quel giorno » prefissato negli eterni disegni di Dio.
Gli esegeti non sanno precisare se questo oracolo messianico pieno di speranza sia di Amos o di qualcuno dei suoi discepoli che vide la rovina di Gerusalemme nell'anno 587. Le stesse ragioni di contenuto, di stile e di vocabolario conducono all'una e all'altra conclusione. Fino a che non avremo altri elementi di giudizio, ci basti, come credenti, sapere che abbiamo davanti a noi un oracolo profetico, quale che sia l'uomo che l'ha scritto e il tempo in cui l'ha scritto.
Comunque, sia come previsione o come avvenimento già passato, il profeta contempla la casa di Davide trasformata in una capanna screpolata e caduta, in un mucchio di rovine. Ma Dio la « rialzerà », in perfetta armonia con tanti oracoli di restaurazione davidica. E questo risorgimento sarà espresso con le plastiche immagini di dominio della casa di Davide su tutte le nazioni, fra le quali si trova Edom, per la sua proverbiale inimicizia nei riguardi di Davide, profeticamente riflessa nell'inimicizia dei due fratelli Esaù-Edom e Giacobbe-Israele (Gn 27,30-41). Edom era l'Idumea dei tempi di Gesù, la zona nordica della penisola del Sinai, con capitale Bersabea.
L'ultima parte della lettura del libro di Amos rappresenta la classica immagine del tempo messianico, dipinto con tutti i caratteri di felicità idilliaca e paradisiaca. Era il linguaggio più appropriato, l'unico che potevano comprendere quelle menti giudaiche, avvezze a occuparsi della terra.
È un insieme di benedizioni in contrappunto con le maledizioni di 5,11, un insegnamento implicito per dire come il lavoro dell'uomo divenga fecondo sotto In hh nedizione di Dio. È un anello in più nella catena di profezie di restaurazione messianica, col loro duplice elemento di restaurazione della dinastia davidica e di pro verbiale sovrabbondanza di beni temporali. Di fronte ai veri valori che ci sono stati rivelati nell'era messianica da essi sognata, le loro vive descrizioni sono rimaste sfumate come nebbiolina mattutina davanti al meriggio del vero Sole di giustizia.
(E. Gallego).

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