giovedì 5 marzo 2020

La preghiera di Gesù nel contesto islamico (Dall'Oglio)


La preghiera del cuore nel deserto siriano di Mar Musa
Una testimonianza di Carol Cooke Eid
L'esperienza di Mar Musa

Sono libanese e appartengo alla comunità monastica di Deir Mar Musa, fondata nel 1991 dal padre gesuita romano Paolo Dall'Oglio nel deserto siriano, nell'antico monastero di San Mosè l'Abissino. Nella nostra Regola, leggiamo che la vita monastica al monastero di San Mosè l’Abissino si caratterizza per tre priorità e un orizzonte.
La prima priorità è la vita contemplativa secondo la tradizione siriaca, con un impegno spirituale nell’ambito del nostro contesto cristiano vicino-orientale e arabo islamico. È una vita contemplativa personale e comunitaria caratterizzata dalla semplicità che troviamo presso gli antichi Padri del deserto e, più vicino a noi, presso il padre Charles de Foucauld. La Vergine Maria è la nostra prima e grande maestra nella vita spirituale contemplativa.
La seconda priorità è il lavoro manuale a partire dall'esempio della famiglia di Nazaret che addita una dimensione di vita capace di unificare la persona umana nel suo essere corpo e spirito, responsabile del mondo materiale e della società negli orizzonti del Regno.
La terza priorità è l'ospitalità abramitica, che praticano i monaci di ogni epoca: ospitalità fatta di servizio, misericordia e perdono, di saggezza e direzione spirituale; ospitalità della mensa comune e del silenzio; ospitalità dell’accoglienza dell’altro nella sua ricchezza e nel suo bisogno, nel suo carisma e nella sua sete spirituale.
L’orizzonte è costituito dalla nostra consacrazione particolare all’amore di Gesù Redentore per i musulmani e per il mondo musulmano in quanto Umma, comunità. Questa consacrazione ci conduce a offrire la nostra vita affinché il lievito evangelico sia presente efficacemente nella società musulmana secondo uno spirito di discernimento, di speranza e di carità, capace di trasformare le sofferenze di ieri e di oggi e di aprire i cuori alla mutua comprensione e al mutuo amare che sempre esigono considerazione e rispetto reciproci.
La nostra vocazione ci conduce a cercare la strada del dialogo per la costruzione dell’armonia islamo-cristiana, ma dipende in modo imprescindibile dall’accoglienza dei fratelli e delle sorelle musulmani prima di tutto nella preghiera, e nella preghiera del cuore.
La testimonianza che darò oggi sulla preghiera del cuore nel contesto islamo-cristiano di Mar Musa è in realtà triplice: racconterò brevemente la mia esperienza, intrecciandola con quella del nostro fondatore padre Paolo, rapito in Siria nel 2013 e di cui non si sa più nulla; poi lascerò la parola al nostro co-fondatore padre Jacques [un altro monaco della comunità], che nel 2015 è stato anche lui rapito in Siria, ma è potuto scappare dalla prigionia dello Stato Islamico grazie all’aiuto di un amico musulmano.
Prima di arrivare a Mar Musa, non conoscevo la preghiera del cuore. L'ho scoperta nel libro che ogni postulante legge al monastero - Racconti di un pellegrino russo - e anche nel film Ostrov (L'isola), che padre Jens amava mostrare ai gruppi di giovani per parlare con loro della preghiera del cuore.
Ho sempre presente l’insistenza di padre Paolo sull’importanza del respiro: con ogni inspirazione riempirci di Spirito Santo, con ogni espirazione lasciare lo Spirito pregare in noi. Per dare Spazio al respiro, la nostra preghiera comunitaria è segnata da soste. È insolito per i nuovi venuti pregare con tante pause, per esempio il Padre nostro o l’Ave Maria, ma questo aiuta a fare della preghiera un'autentica sosta al cospetto del Signore.
Nel pomeriggio, padre Paolo ci incoraggiava a camminare nel deserto prestando attenzione al battito del cuore che è vita data dal Signore, per scoprire la nostra preghiera del cuore. Mi ricordo che camminavo senza cercare parole; dando semplicemente ascolto al grande silenzio del deserto, in cui si potevano udire le preghiere ardenti di angeli e di uomini. Solo in apparenza il deserto è vuoto, in realtà è pervaso di preghiere e di luce. Mi meravigliavo di sentire risuonare nel segreto della mia contemplazione silenziosa l’appello della preghiera musulmana: Allahu akbar! Dio è più grande!
L’esperienza di p. Dall’Oglio
Un giorno padre Paolo ha ricevuto l’invito a condividere la sua preghiera favorita per inserirla in una raccolta di preghiere scritte da note personalità. Ha scelto di rendere nota la sua preghiera intima, intitolandola «Preghiera di un cuore islamo-cristiano». In quell’occasione me ne parlò a lungo, chiedendomi di aiutarlo a tradurla in inglese. Lui la pregava in arabo: al-Masīh 'Isā ibn Maryam, ighfìr lī ana l-khāti' wa-rhamnā, cioè «Cristo 'Isā figlio di Maria, perdona me peccatore e abbi misericordia di noi». Cercherò di trasmettere la forza della preghiera del cuore di padre Paolo, esaminando le singole parole che la compongono: al-Masīh, in ebraico Maših, l’Unto, è la parola araba che usano i cristiani d'Oriente e i musulmani per Cristo, il Messia. Con l’uso di questo nome, padre Paolo mirava ad approfondire la comunione di cuore con i musulmani e gli ebrei, perché il Messia è fonte di riconciliazione e di speranza per i figli di Abramo. Mentre i cristiani arabofoni chiamano Gesù Yasu', i musulmani lo chiamano 'Isā, dato che nel Corano Gesù viene chiamato 'Isā, e più spesso ancora 'Isā ibn Maryam, Gesù figlio di Maria. Nella sua preghiera del cuore, padre Paolo ha scelto di chiamarlo con questo nome, perché 'Isā ibn Maryam non è soltanto un'espressione coranica, ma anche un modo di pregare con il cuore di Maria. Per le Chiese ortodosse e cattoliche. Maria di Nazaret è il punto di partenza e il modello di una nuova umanità; e per l'islam, è l’«eletta» (Sura III, 42). Padre Paolo era convinto che Maria sia l’ancora che ci aiuta a portare stabilmente nel cuore l’infinita intercessione di Isa-Gesù. La richiesta di perdono, ighfir li, «perdona me», risveglia la coscienza della propria responsabilità: ognuno in diversi modi fa ricorso alla violenza ed è perciò personalmente responsabile della morte di Gesù e della violenza subita da sorelle e fratelli lungo i secoli, perché ne è complico. Padre Paolo mi spiegava quanto aveva bisogno di Gesù per farsi avanti nell’offrirLo, Lui che è la pienezza dell’amore di Dio per il peccatore, al-khāti'. Mentre pregava riconoscendosi peccatore, al-khāti', padre Paolo non sapeva più chi parlava: forse era lui, Paolo, a invocare la divina misericordia, poiché era consapevole dell’umanità decaduta che si portava dentro - le mancanze, il tradimento, la malattia dell'ego che vuole appropriarsi di tutto ciò che è di Dio - oppure era l’uomo-Dio Gesù che per amore scendeva con la Sua umanità nell’inferno inferiore del sordomuto Paolo per cercarlo e gridare dal profondo, alla Sua divinità, di avere misericordia. Inaspettatamente, la preghiera del cuore di padre Paolo non finiva con wa-rham-nī, «abbi misericordia di me», ma con wa-rham-nā, «abbi misericordia di noi». Mentre il riconoscersi peccatore è un atto personale – e per questo padre Paolo si accusava singolarmente -, la domanda di misericordia può comprendere tutti: per questo padre Paolo passava al plurale e si appellava alla misericordia per tutti. Così la sua preghiera del cuore diventava intercessione per le sorelle e i fratelli nell'umanità, totale fiducia nella viscerale misericordia dell’Unico Dio misericordioso e compassionevole, al-Rahman, al-Rahìm.
Suor Deema, una mia consorella, ha saputo fare propria la preghiera del cuore di padre Paolo, unendo nel nome di Gesù i modi cristiano e musulmano di chiamarlo: Yasu'-'Isā ibn Maryam, cui ha aggiunto ibn Allah al-Hayy, figlio del Dio Vivente. In tal modo la sua preghiera risuona così: «Cristo Gesù-'Isā figlio di Maria, figlio del Dio Vivente, perdona me peccatrice e abbi misericordia di noi». Deema mi ha regalato un piccolo disegno della sua preghiera del cuore che ha fatto durante l’ultimo ritiro a Mar Musa. Io invece non sono mai riuscita a far adottare questa preghiera al mio cuore. A volte andavo nel deserto ripetendo: al-Masīh 'Isā ibn Maryam, ighfìr lì anā l-khati'a wa-rhamnā. M sono troppe parole per chi ama il grande silenzio. Nel 2013, nei giorni dopo il rapimento di padre Paolo, praticamente tutti noi membri della comunità in Siria e in Iraq abbiamo sentito le parole della sua preghiera del cuore emergere come una fonte sotterranea dai nostri cuori. Io ero in Kurdistan. Ci sembrava che padre Paolo pregasse senza sosta la sua preghiera del cuore, e noi la pregavamo in comunione con lui.
L’esperienza di p. Jacques
Due anni dopo il rapimento di padre Paolo, nel maggio 2015, padre Jacques, il nostro co-fondatore, è stato a sua volta rapito dallo Stato Islamico nel monastero di Mar Elian in Siria. Grazie a Dio è di nuovo tra di noi. Ho ascoltato di recente la sua testimonianza in arabo sulla preghiera del cuore prima, durante e dopo la prigionia. L'ho tradotta in italiano per poterla condividere integralmente con tutti coloro che leggeranno questa mia testimonianza:
«Quando da seminarista sono andato a Mar Musa, il silenzio mi sembrava essere il battito del cuore di una preghiera interiore intensa in armonia con la vastità, la profondità e l'orizzonte del deserto. Ero ancora giovane, senza grande esperienza spirituale. Uno dei primi libri che ho letto, dopo le vite dei santi, è stato i Racconti di un pellegrino russo, che mi ha spinto a praticare la preghiera del cuore. Secondo Fautore, la preghiera del cuore doveva entrare in armonia con il ritmo dei battiti del cuore nella vita ordinaria, naturalmente e gradualmente. Questo non l'avevo mai sperimentato e nemmeno lo capivo fino in fondo, ma sentivo che la preghiera del cuore mi aiutava a rimanere fedele a Gesù mentre svolgevo le faccende quotidiane, e che si sposava bene con il silenzio del deserto. Come una sorgente dissetava il mio piccolo cuore desideroso di incontrare Dio e di consacrarsi interamente a Lui. Insieme alla liturgia e alle altre preghiere legava le dimensioni della contemplazione, del lavoro e dell'accoglienza con un unico filo che mi aiutava a essere vigile d'animo. Nella mia vita di allora c'erano tante cose che ostacolavano quella preghiera, sottraendomi alla vigilanza e alla fedeltà: crisi, tiepidezza, depressione, collera, ma la preghiera del cuore mi rendeva la pace, mentre preparavo il cibo o trasportavo le pietre per la costruzione o facevo pascolare le capre... Questa preghiera che sorge dalla realtà della nostra debole natura umana ci può accompagnare in qualsiasi situazione: è come un filo sottile ma potente che ci lega a Gesù e al Suo santo nome.
La preghiera del cuore aveva l'attrazione del latte per me che ero principiante nella vita spirituale (vedi 1 Cor 3,2). Dopo un po' di tempo però ho praticamente trascurato questa preghiera con il pretesto delle molte occupazioni e responsabilità. L'unico momento in cui la praticavo ancora erano i viaggi in macchina tra Mar Musa e Mar Elian, i due monasteri della comunità in Siria. La solitudine e il deserto mi aiutavano a non disperdermi troppo. Sentivo comunque nostalgia della preghiera del cuore e il bisogno di tornare a essa: la mia lontananza da questa preghiera mi faceva perdere il filo della relazione continua con Gesù. In qualche modo mi arrendevo ai miei diversi stati d'animo: la tiepidezza, il lassismo, il nervosismo, il rifiuto. La bellezza della preghiera del cuore è che fa da recinto e da tutela, ancorando l'uomo al pentimento continuo perché non cada in tentazione. Non è quindi una preghiera solo per monaci o eremiti, ma è una preghiera per l'uomo, poiché ognuno di noi ha bisogno di un tale recinto e di custodire l'equilibrio umano e spirituale.
Quando sono stato rapito, la prigionia ha segnato la mia preghiera del cuore: c'è stato chiaramente un prima e un dopo nel mio modo di pregarla. Mentre prima della prigionia, la praticavo come una tradizione ricevuta, in prigione la riscoprivo come innata e sgorgava naturalmente come un grido del cuore, dando la cadenza ai miei giorni. Era il mio rifugio e la mia protezione, un modo per ristabilire l'equilibrio ferito e per farmi gustare ogni tanto un po' di pace. C'è un'altra differenza tra il prima e il dopo la prigionia. In prigione non sempre riuscivo a pregare con le parole che utilizzavo prima: «Signore Gesù Cristo abbi misericordia di me, peccatore». A volte mi venivano altre parole, in accordo con il mio stato d'animo di allora, parole che chiamavano la grazia di Gesù su di me in quegli istanti difficili. Oggi non saprei darne nessun esempio; le ho dimenticate tutte, ovvero le ho volute dimenticare, poiché sono strettamente legate a un'esperienza molto dura. In prigione inoltre ho capito l’importanza dell’ascesi per praticare la preghiera del cuore; ho toccato con mano quanto le ristrettezze e lo sforzo ascetico aiutino a vivere quella preghiera. Prima della prigionia non praticavo più l’ascesi e mangiavo troppo. In prigione il digiuno con le altre ristrettezze e la pazienza hanno aperto il mio cuore: è necessario che il cuore diventi Passe portante della vita quotidiana dell’uomo, e così la preghiera del cuore diventa l'oasi di riposo dalle fatiche, dagli sforzi, dalla fame, e questa non ha più il potere di schiacciare l’uomo. La prigionia è stata il terremoto che mi ha richiamato all’essenziale, alla roccia su cui costruire l’edificio della mia vita. In quel terremoto, la preghiera del cuore mi ha fatto da guida spirituale, da lampada e da metronomo, indicandomi la via retta e la meta. Mi sono accorto che alla fin fine rimane solo il nome di Gesù, sigillo indelebile. I primi giorni del rapimento, percepivo una gioia interiore e mi sentivo dire: «Sono in partenza per la libertà». Infatti nella mia vita di prima ero prigioniero di tante cose. Nella solitudine della cella. Gesù era l'unico compagno rimasto, ed è lì che l'uomo capisce quanto cara è la fedeltà. In prigione ho anche scoperto il rosario come preghiera del cuore. Prima della prigionia, il rosario era per me un rituale legato alla vita parrocchiale. In prigione è affiorato come l’unica preghiera rimasta impressa nella memoria del cuore. Tramite il rosario sentivo la vicinanza della Madonna, mentre meditavo su Dio, infinitamente grande e intimamente vicino all’uomo. Dopo la liberazione, la mia preghiera del cuore è di nuovo cambiata come è cambiata la mia vita spirituale, sempre sottoposta a molti «alti e bassi», nei quali però faccio sempre ritorno al nome di Gesù. In me il nome di Gesù non tramonta mai, nemmeno nei «bassi». Nell’aridità esistenziale e spirituale che sperimento, la preghiera del cuore è la potente fonte sotterranea che cerca di aprirsi una strada attraverso la roccia del deserto per farne un grande fiume (vedi Es 17,6). Sento che sono chiamato a fare la preghiera del cuore con grande pazienza, lottando interiormente e accogliendo il dolore che mi brucia dentro. È essenziale ancorarmi in questo modo per non disperdermi e allontanarmi dalla strada giusta.
Prima del rapimento la mia vita era in qualche modo stabile e prevedibile, con un orizzonte abbastanza chiaro; anche in prigione avevo un ritmo regolare e mantenevo una certa quiete nel vuoto dei giorni. Oggi invece la mia vita scorre nel mondo in mezzo a mille sfide umane, etiche e spirituali, in un periodo drammatico della storia. Le parole della mia preghiera del cuore sono tornate a essere «Signore Gesù Cristo, abbi misericordia di me, peccatore», ma la loro dimensione è cambiata. Il pentimento e la richiesta di misericordia non sono più soltanto personali, nel senso che non prego più semplicemente per me, ne sono più soltanto io a pregare, in me il cuore prega per tutti, la preghiera del cuore è diventata intercessione per il mondo intero.
Vorrei infine confidarvi una piccola esperienza che ho fatto con la preghiera dei cuore nel 1995 durante un ritiro nell'eremo di La Viale in Francia. L'eremo è situato in un luogo incontaminato, la natura attorno è ricca e molto bella, in contrasto totale con i luoghi del deserto cui sono abituato. Nel tetto dell'eremo le api avevano costruito il loro nido. Il loro ronzio, insieme alla musica del ruscello nell'incanto della natura, ha trasmesso alla mia preghiera del cuore una melodia armonica che l'ha segnata per sempre. Da quel momento in poi, il mio cuore ha sempre cantilenato la preghiera del cuore. Anche quando la recitavo in silenzio, era come se portasse la bellezza e la ricchezza del creato in mezzo al deserto. So che questa è un'esperienza personale e che, tradizionalmente, la preghiera del cuore non viene cantata. Ma ogni preghiera del cuore è unica, perché esprime l'appassionato palpito del cuore umano desideroso di unirsi al cuore del Signore».
L’esperienza di suor Carol
Sono quasi giunta alla fine della triplice testimonianza. Vorrei concludere dicendo che finalmente, due anni fa anch'io, Carol, ho trovato la mia preghiera del cuore. Ne la tradizione spirituale dell’Islam, c'è il cosiddetto dhikr, ricordo di Dio attraverso i Suoi nomi. Per me il dhikr è stato una rivelazione: la preghiera del cuore è diventata in me il nome di Dio. Amo ripetere all'infinito uno dei Suoi bei nomi, in particolare al-Rahman, il Misericordioso, al-Lațif, Buono, al-Salām, la Pace, al-Quddūs, il Santissimo.
Possa Colui che i cristiani d'Oriente e i musulmani chic mano Allah, Dio, trasformare in bene tutto il male, tutto peccato e tutte le mancanze che ci sono nel cuore umano. Possa il Suo santo nome essere scritto sulle nostre fronti (vedi Ap 22,4). Amen.

Tratto da La preghiera del cuore. Tradizioni ed esperienza, Lindau, Torino 2019, 191-200

Preghiera del cuore presso gli ortodossi


La preghiera del cuore, nell'insegnamento degli ultimi tre monaci proclamati santi dal Patriarcato Ecumenico: san Porfirios, san Paisios e sant'Iakovos Tsalikis

di Evangelos Yfantidis, Vicario del Patriarcato Ecumenico per l'Italia
«Voi siete la luce del mondo» (Mt 5,14). Fin dall'inizio dell'era
cristiana, il neofita, dopo aver ricevuto il Sacramento della Santa Illuminazione (Battesimo, Cresima e Santa Eucaristia), veniva considerato colmo della luce divina. Tuttavia, come ben si sa, con il passar del tempo questa luce increata diminuisce e solo attraverso la comunione ai Santi Misteri, dopo la confessione dei propri peccati, tale luce illumina di nuovo il fedele. Il canto dopo la comunione lo conferma in modo chiaro: «Abbiamo visto la luce vera, ricevuto lo Spirito sovraceleste, trovato la fede vera, adorando la Trinità indivisibile: Essa infatti ci ha salvato».
Sicuramente ogni cristiano, dal momento del suo Battesimo, vive nella luce divina. Però il grado d'appropriazione di tale luce, o meglio dello splendore di tale luce, varia non solo da un fedele all'altro, ma addirittura nella stessa persona da un momento all'altro. Sua Santità il patriarca ecumenico Bartolomeo insegna che questo succede perché «la perfezione dei perfetti è in realtà imperfettissima e dunque il nostro cammino verso la luce divina o meglio lo splendore della luce divina in noi è in un progresso infinito». Proprio perciò il fedele è chiamato a una lotta spirituale continua per conservare viva questa luce divina, che illumina particolarmente il suo intelletto.
In questa lotta l'uomo trova nella preghiera la sua arma principale, in quanto, attraverso di essa, lo Spirito Santo viene nel suo cuore. La preghiera autentica, che unisce il fedele all'Altissimo, non è nient'altro che una forza che scende su di lui dal cielo. La vera preghiera a Dio è una comunione con lo Spirito di Dio, che prega in noi. Nella propria vita, infinite volte il cristiano si solleva verso Dio oppure si allontana dalla luce divina. Spesso l'uomo sente la propria incapacità di elevarsi a Dio e per questo motivo c'è bisogno di rimanere in preghiera per più tempo possibile, affinché la potenza invitta di Dio penetri nel fedele.
Il Signore, durante le ultime ore della Sua vita terreste, disse: «Finora non avete chiesto nulla nel mio nome. Chiedete e otterrete, perché la vostra gioia sia piena» (Gv 16,24). E ancora: «Se chiederete qualche cosa al Padre nel mio nome, Egli ve la darà» (Gv 16,23). Queste parole di Cristo sono il fondamento dogmatico e ascetico della preghiera attraverso il Suo nome. Si comprende perché san Paolo possa esclamare: «Nessuno può dire Gesù Signore se non sotto l'azione dello Spirito Santo» (I Cor 12,3).
L'invocazione del nome di Gesù è il fondamento della preghiera del cuore (o preghiera dell'intelletto). Questa preghiera ci unisce a Dio e procura l'illuminazione dell'intelletto. Attraverso il cammino della catarsi, dell'illuminazione e della divinizzazione, L’uomo diventa così partecipe delle energie divine increate che salvano la natura umana.
La preghiera del cuore, la più classica di tutte le preghiere ortodosse, è una preghiera cristocentrica. L'invocazione del nome del Signore Gesù e la richiesta della misericordia divina, espresse con le parole «Signore Gesù Cristo abbi misericordia di me», riflettono l'atto di metanoia, sempre rinnovato, dell'uomo peccatore decaduto. Per recitare la preghiera del cuore non serve la presenza fisica del fedele in un luogo di culto; essa può essere recitata in un qualsiasi luogo e in qualsiasi momento: viaggiando, lavorando, camminando o stando in coda, la notte quando il sonno non arriva, e anche ogni volta che l'intelletto umano non può essere concentrato in un altro tipo di preghiera: essendo recitata nell'interno del tempio del corpo, cioè in segreto, nel nostro intelletto», come sottolinea il patriarca Bartolomeo, la preghiera del cuore ha una mirabile flessibilità. Essa è una preghiera per chi inizia a pregare, ma è anche una preghiera che può condurre il fedele ai misteri più profondi. Molti ortodossi, per essere aiutati a mantenere l'attenzione nella pratica della preghiera del cuore, usano le «corde della preghiera» di diversa lunghezza, che assomigliano al rosario cattolico, ma sono fatte di nodi di lana, oppure di cuoio. All'inizio l'invocazione del nome di Gesù si fa con la bocca o con la ragione, ma dopo un certo periodo di pratica, tale invocazione entra nel cuore umano, e allora viene ripetuta senza alcun pensiero particolare o alcuna fatica e si fa presente anche all'improvviso, per esempio quando il fedele parla, scrive, sogna o si sveglia la mattina.
La preghiera di cui parliamo fu praticata lungo i secoli particolarmente dai monaci. Il patriarca Bartolomeo sottolinea che questa preghiera è per il monaco, che vive isolato dagli altri uomini, «il suo respiro e la sua consolazione», in quanto attraverso di essa egli «vive spiritualmente dentro la Chiesa con il Signore Gesù e con i fratelli in Cristo» . Tuttavia la preghiera di Gesù si è estesa al di fuori del monachesimo ed è praticata comunemente dai fedeli laici che desiderino vivere un'intensa vita di preghiera e ottengano la benedizione del padre spirituale al riguardo: essa percorre i secoli - dai grandi Padri della Chiesa e dagli irreprensibili asceti del monachesimo ai santi di ogni tempo - e attraversa ogni spazio della terra - da Alessandria, da Nitria e da Sinai d'Egitto a Gerusalemme, a Costantinopoli, fino al Monte Athos e ai popoli slavi e romeni, e oggi in tutta l'Europa e l'Africa, fino all'America, all'Asia e all'Oceania - ovunque nel mondo l'Ortodossia abbia messo le radici della sua spiritualità.
Tra i santi che hanno praticato in modo particolare la preghiera dell'intelletto vi sono gli ultimi tre monaci proclamati santi dal Patriarcato Ecumenico: san Porfirios, archimandrita, monaco di Kafsokalyvia sul Monte Athos, che per molti anni visse ad Atene ricoprendo l'incarico di cappellano ospedaliere (proclamato santo il 27 novembre 2013);san Paisios, monaco in una casetta non lontano dal monastero di Koutioumousiou sul Monte Athos (proclamato santo il 13 gennaio 2015); e sant'Iakovos Tsalikis, archimandrita, igumeno del monastero di Osios David a Eubea (proclamato Santo il 27 novembre 2017). Partendo dall'insegnamento di questi tre santi - semplice nel linguaggio ma profondo nel contenuto - cercheremo di capire come si può recitare la preghiera di Gesù e anche di comprendere il suo valore spirituale per il fedele.
Prima di intraprendere la preghiera del cuore, san Paisios consiglia all'uomo di confessare i propri peccati. Ovviamente questo è facile per i monaci che si confessano ogni giorno col proprio geronda, ma per chi vive nel mondo questo è solitamente impossibile: perciò è importante che il cristiano, prima di iniziare a esercitare la preghiera del cuore, riceva la benedizione da parte del proprio padre spirituale, al quale dovrà poi sempre rispondere del progresso nella pratica della preghiera. San Porfirios sottolinea la necessità che chi pratica la preghiera del cuore sia guidato da un padre spirituale: La preghiera del cuore non può essere fatta senza una guida spirituale. C'è pericolo che l'anima sia ingannata. Ci vuole attenzione. È il padre spirituale che vi insegnerà la giusta sequenza nella preghiera. Perché se non seguite la sequenza giusta, correte il rischio di vedere la luce contraria, di vivere nell'inganno e di essere ottenebrati; e in tal caso uno diventa aggressivo, cambia atteggiamento e così via. Ancora Porfirios suggerisce che occorre prepararsi alla preghiera pregando: Preghiera per la preghiera. [...] Nella preghiera entriamo senza che ce ne rendiamo conto. Bisogna trovarsi però nel clima adatto. Lo stare in compagnia di Cristo, la conversazione, lo studio, il canto, il lumino, l’incenso, creano il clima adatto affinché tutto diventi semplice, nella semplicità del cuore. Leggendo con amore le salmodie e le ufficiature diventiamo santi senza che ce ne accorgiamo. Ci allietiamo con le parole divine. Questa letizia, questa gioia, è il nostro sforzo, per entrare facilmente nell'atmosfera della preghiera, il «riscaldamento» come si dice. Il Signore stesso ci insegnerà a pregare. Non lo impareremo da soli ma sarà un altro a insegnarcelo. San Paisios suggerisce di recitare la preghiera facendo piccole e grandi prostrazioni: «Uno può pregare tutta la notte solo con la preghiera di Gesù e con piccole e grandi prostrazioni; ci inginocchiamo per un po' e continuiamo con prostrazioni e con la preghiera dell'intelletto». Egli insiste perché la preghiera di Gesù sia fatta con il cuore, in modo da poter essere ascoltata dal Signore; afferma al riguardo che la cosa più importante è che «inizi a funzionare quell'apparecchio [il cuore], [...] Quando prego con il cuore, sento un calduccio nella parte del cuore che in seguito passa a tutto il corpo». Paisios sconsiglia di recitare la preghiera di Gesù ad alta voce e in fretta, senza attenzione al cuore. Dice al riguardo: «È meglio recitare meno volte la preghiera; basta che sia fatta con il cuore. Non dobbiamo recitare la preghiera meccanicamente, come un orologio, perché ciò non aiuta, ma dobbiamo sentire il nostro stato di peccatori e l'immenso amore di Dio, e così l'anima si muove verso la preghiera».
San Porfirios consiglia di recitare la preghiera di Gesù in silenzio, perché «il modo di preghiera più perfetto è quello silenzioso»; tuttavia - precisa - a volte è bene pronunciarla ad alta voce «per farla sentire anche ai sensi, anche all'orecchio! Siamo insieme anima e corpo e c'è influsso reciproco tra l'una e l'altro». In particolare, Porfirios invita i fedeli a pregare con cuore pulito e sgombro: «Affinché Cristo venga a noi, quando lo invochiamo con il "Signore Gesù Cristo", il cuore deve essere puro, non deve avere alcun impedimento, deve essere libero dall'odio, dall'egoismo, dalla cattiveria». E prosegue: «Dovete recitare la preghiera di Gesù continuamente, con calma, tenerezza, senza fretta, con gioia e con desiderio; dolcemente e con tenerezza dovete invocare il nome del nostro Signore. [...] Caricate supplichevolmente l'espressione "misericordia di me"». Facendo riferimento a questa stessa espressione, san Paisios esorta i suoi figli a chiedere solo la metanoia, durante la preghiera di Gesù e nient'altro: In questo modo possiamo sentire la preghiera del cuore come bisogno e non sentire stanchezza; il nostro cuore sente un dolce dolore quando recita la preghiera e Cristo riempie il nostro cuore con la Sua dolce consolazione. [...] La preghiera di Gesù non stanca, ma ci fa riposare. Quando capiremo il nostro stato di peccatori, allora sentiremo il bisogno della misericordia di Dio e, senza forzarci a pregare, la fame di questa misericordia ci condurrà ad aprire la nostra bocca per pregare come il bambino la apre per ricevere il latte. San Porfirios mette in relazione la preghiera del cuore con l'amore divino, ravvisandovi un ingrediente fondamentale della preghiera: L'amore per Cristo è tutto. Se la vostra anima ripete con dedizione e passione le parole «Signore Gesù Cristo abbi misericordia di me» non si sazia; sono parole non sazianti? [...] L'amore divino ci eleva a Dio, ci dona calma, gioia, pienezza; ogni altro tipo di amore può portare alla disperazione. [...] Quando recitate la preghiera del cuore, ditela lentamente, umilmente, lievemente, con amore divino. Con dolcezza pronunciate il nome del Signore; dite una per una le parole «Signore... Gesù... Cristo... abbi misericordia... di me» lievemente, con tenerezza e amore.
Ancora san Porfìrios insegna che nella preghiera del cuore sono inclusi tutti, vivi e morti: In questo sta la grandezza della nostra fede: nell'unire tutti spiritualmente. [...] Nella preghiera comune tutti sono uniti. Sentiamo il nostro prossimo come noi stessi. E questo è la nostra vita, la nostra gioia, il nostro tesoro. [...] Siamo tutti figli dello stesso Padre, siamo tutti una cosa sola; per questo, quando preghiamo per gli altri, dobbiamo dire «Signore Gesù Cristo abbi misericordia di me», e non «abbi misericordia di loro». In questo modo facciamo diventare gli altri una cosa sola con noi stessi. [...] Pregate per quelli che vi accusano. Dite: «Signore Gesù Cristo abbi misericordia di me», non: «abbi misericordia di lui», e verrà incluso nella preghiera anche chi vi accusa, [...] facendo dell'accusatore una cosa sola con voi stessi. E Dio, conoscendo cosa c'è che tormenta il vostro accusatore nel profondo e vedendo il vostro amore, si affretterà a venire in aiuto. San Paisios sottolinea che la preghiera di Gesù «è un'arma terribile contro il diavolo, perché il nome di Cristo è onnipotente». Insegna anche che obiettivo del fedele che la pratichi non è quello di imparare a pregare continuamente, ma «di essere spogliato dell'uomo vecchio, conoscere sé stesso e purificarsi dalle sue passioni; guardando le nostre passioni chiediamo la misericordia di Dio. Così, dopo rimane la preghiera continua. La catarsi dell'anima si realizza con i pensieri puri, lo studio, la preghiera di Gesù e l'obbedienza». Sant'Iakovos Tsalikis, in particolare, sottolinea la rilevanza della preghiera del cuore per la salvezza dell'uomo: Nessuna preghiera è vana; tutte le preghiere sono sante, ma la preghiera dell'intelletto è la più importante di tutte. Con questa breve ma onnipotente preghiera hanno iniziato il loro cammino tutti i santi Padri. Devi recitare, figlio mio, questa preghiera continuamente, giorno e notte. La preghiera porterà tutto; la preghiera include tutto: richiesta, supplica, fede, professione, teologia ecc. La preghiera deve essere recitata continuamente. La preghiera porterà la pace, la soavità, la gioia e le lacrime. La pace e la soavità porteranno più preghiera, e la preghiera porterà in seguito più soavità e pace. Attraverso la preghiera innanzitutto troverai soavità, pace e gioia e dopo, se Dio vuole, potrai vivere anche altri stati di grazia. Devi sapere, figlio mio, che dove si trova il nome del Signore, là si trova la grazia.
La preghiera del cuore. Tradizioni ed esperienza. A cura di Ferro Garel. Lindau, Torino 2019, 103-112. 

giovedì 20 febbraio 2020

PREGARE I SALMI


Salmi


I salmi, prima di essere una parola dell'uomo a Dio, sono una parola di Dio all'uomo,  ispirati dallo Spirito. «La lingua del profeta era come lo strumento di un altro che se ne serviva, vale a dire dello Spirito Santo» (Eus PG 23,396 A). Prima di essere recitati o (meglio ancora cantati), devono essere meditati, per accogliere con attenzione il messaggio spirituale che contengono.
Bisogna ricordare che sebbene sia stati composti da una determinate persone (Davide,  Idutun, Asaf, Figli di Core), in situazioni storiche particolari, personali o collettive, il messaggio che offrono travalica le occasioni singolari in cui sono nati. Parlano di Dio, di come Egli opera, e parlano dell'uomo, del credente, di come questi debba rapportarsi con Dio. Parlano, quindi, anche di noi. Ad esempio, introducendo il Salmo 43, Eusebio ritiene che l'autore lo abbia composto all'epoca della persecuzione del re Antioco Epifane e della rivolta dei Maccabei. Dopo aver sollevato tale ipotesi, avverte, tuttavia, che «non solo per loro sono state fissate queste parole perché esse si adattano a tutti quelli che ricevono un’ostilità analoga. Anche nelle persecuzioni contro di noi cristiani, molti hanno affrontato sofferenze simili ed essi potevano servirsi di queste espressioni» (Eus PG 23,5-11).
Occorre, in primo luogo, meditarli. Prima di parlare, dobbiamo ascoltare. Si ascoltano, osservando ciò che essi trasmettono. «Impara il salterio parola per parola (discatur psalterium ad verbum)» suggerisce Gerolamo al monaco Rustico (Lettere, CXXV,11 PL 22,1078). Solo allora l'ispirazione passa dall'autore al lettore e la preghiera di un salmista può diventare anche nostra. Il Signore ama sentire sulle nostre labbra le parole che Egli stesso ha suggerito.
Per favorire la meditazione del salterio, ne esamino alcune tematiche essenziali.

La scelta del Signore

Ogni salmo, come del resto, la preghiera in genere, stabilisce e alimenta il rapporto tra l'uomo e Dio, rinsalda l’atto di fede.
Il salmo 15 mette bene a fuoco il nucleo del sentimento di fede: Ho detto al Signore: «Il mio signore sei Tu, solo in te è il mio bene» (v.2). Mentre venivano adorati molteplici dèi e molti israeliti sceglievano l'una o l'altra fra le varie divinità, il salmista predilige JHWH, il Dio di Abramo e di Mosé.
Rende nota a tutti la sua decisione e precisa il motivo di tale scelta: solo in te è il mio bene (v. 2). Con Dio, non manco di nulla (Sal 22,1), dichiara un altro salmista, usando parole simili. Se ha elaborato questa convinzione, significa che, nel passato, aveva già conosciuto Dio e aveva già sperimentato i vantaggi della relazione con Lui. La sua dichiarazione è una conferma di una decisione già presa.
In un primo passo, Dio si fa conoscere e sperimentare come redentore; soltanto dopo questa rivelazione, a chi l'ha conosciuto come tale, chiede d'affidarsi a Lui: Mosè convocò tutto Israele e disse loro: Voi avete visto quanto il Signore ha fatto sotto i vostri occhi, nella terra d’Egitto. Io vi ho condotti per quarant’anni nel deserto; i vostri mantelli non si sono logorati addosso a voi e i vostri sandali non si sono logorati ai vostri piedi. Osservate dunque le parole di questa alleanza e mettetele in pratica, perché abbiate successo in tutto ciò che farete (Dt 29,1-5).
Accade lo stesso al salmista. Avendo sperimentato d'essere stato beneficato, decide di mettersi alla dipendenza di questo benefattore e pensa ai beni a cui potrà godere. Ciò viene chiarito meglio dai versetti successivi, dove compare l'idea che Dio sarà la sua eredità, cioè la sua porzione di terra promessa (v.6).
Troviamo attestazioni simili presso altri salmisti: Hai messo più gioia nel mio cuore di quanta ne diano a loro [agli iniqui o agli idolatri] grano e vino in abbondanza (Sal 4,8); Su pascoli erbosi mi fa riposare, ad acque tranquille mi conduce... Il mio calice trabocca (Sal 22,2.5); Mi sazierò della tua immagine» (16,15).
Sentiamo parlare di sazietà e di un godimento presente che, come si spera, non verrà meno neppure in futuro. Anche Gesù dirà che partecipare al regno, che viene ad inaugurare, è come accedere ad un lauto banchetto (Cf. Lc 14,15 ss). Si gusta un vino prelibato, versato in estrema abbondanza (Cf. Gv 2,1-11) e per un figlio indegno viene allestito un pranzo festoso (Cf. Lc 15,23).
 Lo Spirito rinvia, quindi, ad un'esperienza umana basilare e si esprime in termini di estrema concretezza. La prima esperienza umana della vita è un'immersione nel mondo dei sensi; dal punto di vista spirituale, questa dimensione và superata ma non eliminata. La comunione con Dio è godimento: «Che cosa c'è infatti meglio del Signore? Non vedi che quando torni a te stesso, scendi a un oggetto più misero? Credete forse, fratelli, che coloro che temono Dio, adorano Dio, amano Dio, non provino alcuna emozione? Davvero crederai, avrai il coraggio di credere che suscitino affetti il tavolo da gioco, il teatro, la caccia, la pesca; e non ne suscitino le opere di Dio?» (Agt 76,13-14 PL 36,978).
Il salmista che ha scelto di radicarsi in Dio e si protende con fiducia ai beni divini futuri, compie questa scelta dopo essersi ravveduto, in quanto, in precedenza, aveva scelto anch’egli le divinità: agli dei potenti andava tutto il mio favore (15,3). Ha conosciuto, però, il travaglio di chi le serve: Moltiplicano le loro pene quelli che corrono dietro a un dio straniero (Cf. 15,4). Abbandonato Dio, non aveva trovato alcuna libertà né alcun sollievo, ma era incorso sotto la dominazione di padroni tirannici. Non era più servo di uno solo, ma di molti signori e tutti costoro si erano rivelati degli sfruttatori. Perdendo Dio, aveva perso anche se stesso.
Altri salmisti alludono a questa conversione al Signore, provenendo da altrove e dichiarano di essersi rivolti a Dio soltanto dopo aver gustato l'amarezza della lontananza da lui e proprio per evitare il peggio.
Il peggio, poi, non necessariamente corrisponde all'esperienza del male o alla conseguenze nefaste del peccato ma si incontra, ad esempio, sperimentando semplicemente la limitatezza della vita umana e della povertà dell'uomo. Ecco, di pochi palmi hai fatto i miei giorni, è un nulla per te la durata della mia vita. Sì, è solo un soffio ogni uomo che vive. Sì, è come un’ombra l’uomo che passa. Sì, come un soffio si affanna, accumula e non sa chi raccolga.  Ora, che potrei attendere, Signore? È in te la mia speranza (Sal 38,6-8).
Oppure si conosce nel tentativo presuntuoso di fare affidamento a stessi, vivendo come se Dio non esistesse: Ho detto, nella mia sicurezza: «Mai potrò vacillare!». Nella tua bontà, o Signore, mi avevi posto sul mio monte sicuro; il tuo volto hai nascosto e lo spavento mi ha preso (Sal 29,7-8). Conosciuto il turbamento dell'assenza di Dio, l'orante ha deciso di cambiare rotta e di cercare di nuovo la comunione con il suo Signore.
Può accadere che il fedele, anziché sentirsi in una posizione invidiabile, ritenga di condurre un'esistenza immiserita e provi invidia per chi gode del mondo senza darsi alcun pensiero del Signore. In seguito, ragionando meglio, riconosce di aver ragionato con stoltezza. Ecco qual'era stata la sua tentazione: Per poco non inciampavo, quasi vacillavano i miei passi, perché ho invidiato i prepotenti, vedendo il successo dei malvagi. Invano dunque ho conservato puro il mio cuore, e ho lavato nell’innocenza le mie mani! Quando era amareggiato il mio cuore e i miei reni trafitti dal dolore, io ero insensato e non capivo, stavo davanti a te come una bestia. Non aveva ancora capito che non c'è nulla che valga quanto la comunione con Dio.
I salmisti precedenti avevano riferito dei beni di cui è possibile usufruire vivendo in amicizia con il Signore ma questo fedele, che si era confuso e traviato, ora riconosce, meglio di tutti gli altri, che l'amare Dio per se stesso è già un grande bene, una piena ricompensa: Chi avrò per me nel cielo? Con te non desidero nulla sulla terra. Per me, il mio bene è stare vicino a Dio (Sal 72,2-3; 13-28). Il suo bene consiste, quindi, nel vivere con il Signore ed è certo che nessuna fortuna è maggiore di questa.
Nel salterio troviamo un’espressione di adesione a Dio ancora più audace: a Te si stringe l’anima mia (dbq) (Sal 63,9). Il verbo significa: seguire da vicino, incollarsi, innamorarsi (Schökel 166-167). Quale a questi significati avrà pensato l’autore? I traduttori greci della LXX hanno usato il verbo kollaô (ekollêthê) pensando ad un tipo d’unione molto stretta. S. Paolo, a sua volta, usa lo stesso verbo per parlare della comunione del fedele con Dio: Chi si unisce (kollômenos) al Signore forma con lui un solo spirito (1 Cor 6,17). I mistici cristiani di lingua greca, appoggiandosi sul Salmo e su Paolo, si serviranno dello stesso termine per parlare dell’esperienza di comunione con Dio. «L’amore perfetto appartiene a quelli che sono già purificati, nel quale non c’è ombra di timore, ma l’ardore incessante e l’adesione (kollêsis) dell’anima a Dio grazie all’operazione dello Spirito Santo, come sta scritto: Ha aderito l’anima mia a te» (Diadoco di Foticea, Cento Capitoli,16 PG 65,1172 D. Cf. Gregorio di Nissa, De Instituto christiano PG 46,305 A).
Il salmista ha scoperto che il vivere in una comunione con Dio, così stretta, ha un enorme valore anche se il fedele non godesse di altri beni di cui si vantano i malvagi. L’amore maturo richiede gratuità. Questo modo di pensare apparirà anche nella spiritualità cristiana, come viene attestato da Giuliano Pomerio: «Dio, di cui non c'è nulla di più grande né di migliore da amare, è amato perfettamente [quando viene amato] per se stesso. Ma se è amato solo per le cose che dona, non è certo amato gratuitamente, che ciò per cui è amato viene anteposto a Lui: cosa delittuosa (anche solo) a dirsi. Egli stesso è, infatti, la beatitudine per coloro che lo amano, e la salvezza eterna, e il regno, e la gioia senza fine. Questi beni otterranno coloro i quali amano Dio, poiché da solo sarà per essi tutto, quando Egli stesso sarà diventato tutto in tutti» (De vita contemplativa, III,25 PL 59, 508 A).
Il ritorno a Dio può essere però insincero, ambiguo. Talora appare evidente che il popolo si stabilisce in Dio e nella sua alleanza, dopo diversi ripensamenti e ripetute conversioni: Quando li uccideva, lo cercavano e tornavano a rivolgersi a lui, ricordavano che Dio è la loro roccia e Dio, l’Altissimo, il loro redentore; lo lusingavano con la loro bocca, ma gli mentivano con la lingua: il loro cuore non era costante verso di lui e non erano fedeli alla sua alleanza (Sal 77,34-37).
Il risultato positivo finale è dipeso dalla fedeltà di Dio. È il Signore a rendere possibile il nostro orientamento verso di Lui, a sostenerci nel ritorno, ad accoglierci sempre di nuovo dimenticando i nostri traviamenti.
Da questa convinzione nasce la richiesta pressante di essere guidati da lui stesso per poter ritrovare il sentiero che porta fino a lui: Scrutami, o Dio, e conosci il mio cuore, provami e conosci i miei pensieri; vedi se percorro una via di dolore e guidami per una via di eternità (Sal 138,23-24). Ancora: Tu conosci la mia via: nel sentiero dove cammino mi hanno teso un laccio (Sal 141,4; Cf. Sal 24,4-5).
Torniamo al salmo 15 per cogliere un altro aspetto fondamentale della composizione. Il salmista accetta che Dio sia il suo Signore (‘adon). Ora perché Dio possa interamente essere suo, egli dovrà essere interamente di Dio. Quanto più il Signore sarà nostro padrone, tanto più potrà essere il nostro bene (Cf. Giuliano Pomerio, De Vita Contemplativa, II, 2 PL 59,460 A-B).
Che cosa comporta tutto questo? Ho già detto che egli è certo che Dio sarà la sua porzione di terra promessa (naĥalâth) (vv. 5-6), ma che significa questo in pratica? Lo precisa affermando: Nelle tue mani è la mia vita (v.5). Si farà, quindi, condurre dal Signore ove questi vorrà portarlo. È il sentimento estremamente prezioso (e il più arduo da ottenere) che caratterizza l'uomo spirituale.
Certamente dove Dio vuole condurre il suo fedele, in primo luogo, è la via dell'obbedienza ai suoi comandamenti: gli farà avere mani innocenti e cuore puro (Sal 23,4; cf. Sal 14,2-5). Questa è la condizione per poter salire il monte santo ed entrare nel santuario. Tutto questo è noto ma il salmista pensa a qualcosa di più profondo e di più sottile. Non basta conoscere in generale i comandamenti né proporsi di seguirli in modo generico. È necessario sapere, come per istinto, ciò che dobbiamo fare e come applicarsi nelle molteplici situazioni della vita. Il salmista riconosce allora che il Signore lo consiglia e istruisce il suo animo soprattutto nel corso della notte (v.7). Seguendo queste delicate istruzioni, dettate nell'intimo, tutte le azioni della sua vita mostreranno una vera validità e consistenza (v.8).
In conclusione, chi accoglie Dio, come suo Signore, dovrà disporsi a fare ciò che lui gli chiede. Questo è il nucleo dell'Alleanza per il popolo e per il singolo membro del popolo di Dio. Nel momento della stipula dell’Alleanza, mediata da Mosè, Tutto il popolo rispose insieme e disse: «Quanto il Signore ha detto, noi lo faremo!» (Es 19,8). Questa attestazione assume un'esplicitazione più radicale nel Vangelo: Qualsiasi cosa vi dica, fatela ! (Gv 2,5).
L'ultimo aspetto evidenziato dal salmista riguardo alla comunione di Dio è la sua durata nel tempo ed oltre la morte. Il suddito è, infine, riconosciuto come fedele e amico (ĥasîd). Il salmista è certo che Dio (che lo ha ripetutamente cercato e ricondotto a sé) non lo abbandonerà alla morte e che gli farà gustare sazietà di gioie presso il suo volto (v.11). Di nuovo si parla di sazietà. La caratteristica di questo signore è una estrema generosità. É più Lui un fedele del suo servo, di quanto il servo sia un fedele di Lui. Nella rilettura cristiana, in questa promessa, viene preannunciata la risurrezione di Gesù: «Dopo averlo fatto risorgere da morte, il Padre gli ha concesso di godere delle delizie del cielo, alla sua destra» (Herb PL 142,85 B). I godimenti annunciati dal salmista sono, in ultima analisi, la nostra partecipazione alla vita gloriosa del Risorto. Anche l’autore del salmo 72 (colui che aveva invidiato i malvagi e poi s’era ricreduto) aspetta che il Signore gli doni una vita gloriosa dopo la morte. Tuttavia la gioia della comunione con lui viene sperimentata già nel presente: io sono sempre con te: tu mi hai preso per la mano destra. Mi guiderai secondo i tuoi disegni e poi mi accoglierai nella gloria (v.24).


LODE

La lode, pur costituendo una parte parziale del salterio, ne esprime la dimensione più ricca e più profonda, al punto che, presso gli ebrei, i salmi vengono denominati non preghiere ma lodi (tehillim).
La lode appartiene all’essenza della fede. Essa predispone all’amore di Dio, il quale ci ha amati per primo, perché noi lo amassimo. Non aveva bisogno del nostro amore, ma noi non potevamo essere ciò per cui ci aveva creati, se non amandolo. Il nostro amore per Dio, poi, non poteva esserci imposto, ma bisognava semplicemente stimolarlo. Nella lode, il fedele impara ad amare il Signore, col risultato che quanto più amerà Dio, tanto più godrà nel lodarlo.
Sia benedetto il nome del Signore, da ora e per sempre. Dal sorgere del sole al suo tramonto sia lodato il nome del Signore (Sal 112,2-3). «Solo a Dio si addice essere glorificato sempre e dovunque; si proclami quindi in ogni tempo: Sia benedetto il nome del Signore; e in ogni luogo si ripeta: dall'oriente all'occidente lodate il nome del Signore» (Agt 112,1 PL 37,1471). «Parole simili sgorgano da un affetto immenso, da un grande amore e da un intenso desiderio! Quanto più si ama Dio, tanto più si gode nel lodarlo» (Sign PL 164,1134 C). Nell’amare Dio non vi può essere alcun limite: «Davide promette che amerà Dio, non tanto perché si sia reso conto di non aver ancora raggiunto il massimo dell’amore, ma perché non accetta che vi possa essere un limite a questo sentimento, un limite di saturazione» (Tdt PG 80,973 A). Se non c’è alcun limite all’amore, non c’è alcun limite alla lode ma e perciò essa rimane per sempre (Sal 110,10).
La celebrazione, come invade spazio e tempo, coinvolge anche tutta la persona dell'orante. Si loda con tutto il cuore (Sal 110,1); con tutto quanto è in noi; finché si è vivi (Sal 146,2) e in ogni circostanza, lieta e triste (Sal 33,2). Questo atto di culto vale quanto un sacrificio, anzi di più: loderò il mio Dio con un canto, che per il Signore è meglio di un toro, di un torello con corna e zoccoli (Sal 68,31-32).
Si loda Dio per le sue opere nella creazione (Sal 103) e per quelle profuse nel corso della storia (Sal 135), sapendo che è impossibile ringraziarlo in modo adeguato (Sal 39,6): se voglio proclamare i tuoi prodigi, sono troppi per essere contati (Sal 39,6).
Le opere e le azioni stesse di Dio lo celebrano perché mostrano, rendono visibili le sue qualità che, altrimenti, rimarrebbero invisibili (Sal 148 e 18). L’opera più grande, l’uomo, non soltanto gode della possibilità di celebrare il Signore ma può diventare lui stesso uno strumento musicale di lode; il suo respiro (da cui trae le parole di encomio) lo rende simile ad un flauto vivente, insieme a tutti gli altri esseri dotati di soffio vitale: ogni vivente, ciò che respira, dia lode al Signore (Sal 150,6).
Dio viene celebrato per il suo regnare, l’atto con cui esercita una particolare tenerezza nei confronti delle sue creature, soprattutto verso quelle più umili, fragili ed esposte alla opressione (Sal 144).
Dalla glorificazione di Dio a motivo delle su opere, si passa a cebrare il Signore per se stesso e per i suoi molteplici attributi. Il più significativo è quello della fedeltà, dovuta alla sua misericordia. Alcune qualificazioni sembrano voler riassumerle tutte in un unico concetto: grande, santo, terribile: Grande è il Signore in Sion, eccelso sopra tutti i popoli.  Lodino il tuo nome grande e terribile. Egli è Santo (Sal 98,2-3).
Nel lodare Dio, riaffiorano alcune esperienze che ho già rilevato parlando dell’atto di fede. La lode è bella perché è gradevole e infonde gioia (Sal 93,1). Anzi, è proprio nella lode che il fedele scopre di nutrirsi di Dio e di saziarsi: Come saziato dai cibi migliori, con labbra gioiose ti loderà la mia bocca (Sal 62,4-6).
Essa è un atto gratuito; nel lodare il fedele dimentica se stesso e si trasfonde in Dio, ma proprio l'atto più gratuito, diventa anche il più vantaggioso. Nel lodare il cuore si riscalda e si dilata, come avviene ad un pezzo di ferro a contatto con il fuoco. Nel dilatarsi accoglie Dio e questi lo allarga in ogni dimensione perché possa ricevere immensamente di più. «L’uomo interiore non soltanto può sfamarsi, ma anche godere di delizie. Nessuno, però, può godere di delizie sia nella carne sia nello spirito. Il Signore è verità, è sapienza, è giustizia, è santificazione; se avrai in abbondanza queste qualità, allora troverai la gioia nel Signore, in modo totale e completo» (Or PG 12,1326 C).
Nel salterio lodare è sinonimo di salmeggiare, benedire, cantare, glorificare. Alla voce si accompagna il suono di strumenti musicali (cetre, arpe, trombe, cembali) che prorompe, talora, in un grido d’acclamazione (rw‛). Questo grido è stato tradotto in latino col termine jubilum ed esso ha ispirato una profonda riflessione di Agostino: «Chi giubila non pronunzia parole ma emette dei suoni indicanti letizia, senza parole. Il giubilo è la voce di un cuore inondato dalla gioia, d'un cuore che, per quanto gli riesce, vuol manifestare i suoi sentimenti, pur senza comprenderne il significato. L'uomo che in preda alla gioia si mette ad esultare, da parole che non si riesce né a dire né a comprendere passa a delle grida di esultanza ove non ci sono più parole. Dai suoni che emette si vede benissimo che egli è contento ma anche che, sopraffatto dalla gioia, non riesce a dire a parole ciò che lo fa godere. Quand'è dunque che noi giubiliamo? Quando lodiamo ciò che è ineffabile» (Agt 99,4.5 PL 37,1272).


Ricerca

Dio, pur essendo fedeltà assoluta, talora sembra allontanarsi dal fedele, dimenticarlo, perfino abbandonarlo, lasciando sorgere in lui sconcerto e turbamento. Questo accade al singolo credente ma anche alla comunità. Spesso troviamo allora invocazioni come questa da parte di un singolo: Fino a quando, Signore, continuerai a dimenticarmi (ŝkĥ)? Fino a quando mi nasconderai il tuo volto? (Sal 12,2); oppure da parte del popolo: Non abbandonare ai rapaci la vita della tua tortora, non dimenticare (ŝkĥ) per sempre la vita dei tuoi poveri (Sal 74,19). Vediamo alcuni casi.
1. L’autore del salmo 26 è minacciato da falsi testimoni che soffiano violenza (v.12). In quel tempo, la dichiarazione di testimoni in una controversia giudiziaria era decisiva, dal momento che non c’erano molti altri modi per appurare la verità.
Prima di tutto, egli cerca, allora, di calmare la sua angoscia consolidando la sua fede in Dio: Se contro di me si accampa un esercito il mio cuore non teme; se contro di me si scatena una guerra, anche allora ho fiducia (v.3). Immagina poi di trovare rifugio nel tempio e di riuscire a rasserenarsi in Dio che lo nasconda nel segreto della sua tenda (v.5). Nel suo cuore, infatti, ha avvertito l’invito a cercare il Signore. È stato Dio stesso a infondergli questo stimolo. Può allora prorompere nella supplica: non abbandonarmi (zbh), Dio della mia salvezza (v.9). Temeva infatti di essere stato respinto e rigettato ma ora si è di nuovo persuaso che Dio lo ami più ancora dei genitori (v.10). Forte di questa ceretezza incita se stesso a sperare (vv. 13-14). Il salmo non percorre l’arco dall’angoscia iniziale fino al dono ricevuto, ma descrive il movimento interiore dal turbamento iniziale  fino all’ottenimento di un certa pacificazione. La preghiera ha consolidato la sua fede, ha operato un cambiamento in lui, infondendogli nuove ceretezze o rianimando quelle che già aveva. In questa composizione l’abbandono da parte di Dio è soltanto temuto e l’orante può ancora scongiurare un evento simile.
2. Un orante (salmo 42) si paragona ad una cerva che, assetata per la calura, si reca là dove è solita trovare acqua ma scopre che il torrente, ora, non è altro che un arido greto (v.2). Nella terra d’Israele la sparizione di un corso d’acqua per la siccità, non era un fenomeno raro. L’immagine è usata in altri contesti. Il profeta Germia rimprovera il Signore di essere diventato per lui un torrente che si è disperso: Perché il mio dolore è senza fine e la mia piaga incurabile non vuole guarire? Tu sei diventato per me un torrente infido, dalle acque incostanti (Ger 15,18).
L’orante si paragona alla cerva assetata perché non ha più la possibilità di recarsi a celebrare il culto nel tempio, dove veniva dissetato dal Signore. Proprio lui che, animato da particolare fervore, era solito precedere il gruppo di pellegrini (v.5), ora si è chiuso in se stesso e nel ricordo nostalgico. Alcuni suoi conoscenti che non condividono per nulla il suo interesse religioso, lo deridono in continuazione insinuando che, affidandosi a Dio, si era appoggiato sul nulla (proprio la critica che i fedeli in JHWH rivolgevano ai cultori delle divinità; v. 4). Si paragona, allora, ad un masso posto sotto una cascata, percosso dall’insistente seguirsi delle ondate (v.8). La sua anima è colma di tristezza e si domanda perché il Signore lo abbia dimenticatov. 10). Gradualmente, però, si riprende. Pregando, acquista coraggio e speranza; anziché chiudersi nel passato ormai perduto, si apre alla speranza del futuro (Sal 43,4). Dio manderà due scorte ad accompagnarlo: la sua Luce e la sua Fedeltà. La soluzione non appare ancora prossima ma viene avvertita come certa in quanto garantita dalla fedeltà di Dio. Potrà infine riprendere a celebrare il culto nel tempio. Anche in questo caso la preghiera opera un passaggio dalla tristezza alla speranza.
3. Come abbiamo visto, il salmista si era sentito trascurato da Dio. Nella composizione successiva (Salmo 43), la vicenda personale assume un carattere collettivo ed è il popolo intero, che ha subito una clamorosa sconfitta, a sentirsi dimenticato da Dio. Gli accenti di sgomento ora si fanno più acuti. Israele si sentiva certo di poter sconfiggere i nemici, come era accaduto altre volte, poiché Dio avrebbe riconosciuto e premiato la sua devozione. È avvenuto, invece, il contrario: Ci hai fatto fuggire di fronte agli avversari e quelli che ci odiano ci hanno depredato. Ci hai consegnati come pecore da macello, ci hai dispersi in mezzo alle genti (Sal 43,11-12). Di solito sono gli uomini ad abbandonare Dio e a dimenticarlo, invece, in questo frangente, sembra che sia il Signore ad abbandonare la sua gente, agendo in modo inspiegabile: perché nascondi il tuo volto, dimentichi (ŝkĥ) la nostra miseria e oppressione? (v. 25).
Il salmista non azzarda nessuna spiegazione circa il silenzio o inerzia di Dio e non afferma neppure che la soluzione sia prossima a venire. La sua ultima parola è un’esortazione a Dio a scuotersi, a ridestarsi. La preghiera lo rende capace di sperare e di continuare a mantenere viva la relazione con un Dio che gli appare incomprensibile. L’orante è autorizzato a interrogare il Signore; perfino, a lamentarsi con Lui, ma poi apprende a restare nell’attesa, lasciando a Lui i tempi e i modi d’intervenire. La preghiera è pedagogia della fede: insegna come essere credenti.
4. Nel salmo 21, il fedele è animato da un sentimento analogo a quello dei salmisti precedenti. Pur vivendo una relazione con Dio molto profonda, di lunga durata (dal grembo di mia madre sei tu il mio Dio v.11), ora si sente abbandonato da lui (zbh), non soltanto dimenticato. Il Signore non risponde più alle sue invocazioni. Ciò nonostante, sebbene sia circondato da persone che lo detestano e deridono la sua religiosità, non perde la fiducia in Dio ma continua ad invocarlo (v. 20). A sorpresa, l’orante, che era in preda all’angoscia, d’improvviso innalza un’espressione viva di lode. La situazione è davvero cambiata o vuole anticipare, ringraziando anzi tempo, la soluzione che considera certa? È animato dalla profonda sicurezza che il Signore non soltanto non disprezza la supplica del povero ma che si prende cura di lui.
Dio non spiega il senso del suo agire ma invita il fedele a dialogare e ad attenderlo con fiducia. Se non ricorre a lui, l’uomo viene soffocato dalle sue angoscie e dai travagli dell’esistenza. Da qui l’invito: Affida al Signore il tuo peso ed egli ti sosterrà (Sal 54,23); Confida in lui, o popolo, in ogni tempo; davanti a lui aprite il vostro cuore: nostro rifugio è Dio (Sal 61,9). Nel mio intimo, fra molte preoccupazioni, il tuo conforto mi ha allietato (Sal 93,19). A creare turbamento più che il dolore in se stesso, è il dolore avvertito come realtà priva di senso. Il salmista non sa né può dare senso alla sua sofferenza, ma sa che essa ne ha certamente per Dio. Pregare Dio nell’angoscia è ristorarsi al significato che Dio attribuisce ad ogni fatto della vita e della storia.
Nella rilettura cristiana, la situazione angosciosa dei salmisti, prefigura quella che vivrà Gesù nel corso della passione. «Cominciò a provare tristezza e angoscia. E disse loro: “La mia anima è triste fino alla morte”» (Mt 26,37-38). Già il salmista aveva parlato di tristezza: in me si rattrista l’anima mia (v.7); perché ti rattristi anima mia e ti agiti in me? (v.12). In croce si rivolse a Dio chiedemdogli: perché mi hai abbandonato? (Mt 27,46). Anche Gesù trovò sostegno nella preghiera ma la soluzione non venne nell’immediato. Dio lo ascoltò, fu vicino a lui nella forma della tenebra e non rimase lontano (indifferente, come si credeva) ma lo esaudì a suo tempo e nella modalità prevista. Intanto Gesù non pretese di essere salvaguardato e imparò l’obbedienza. L’abate Gero di Reichsberg immagina che Gesù abbia detto a Dio: «Padre, mi hai messo alla prova nel fuoco della passione, nel corso della quale il coccio della mia carne è stato incrinato ma non si è frantumato, come capita a quelli che vengono meno nella fede, quando sono colpiti dalle sventure. Nel fuoco della passione, rimasi così fermo, al punto da risplendere. Il coccio della mia carne si trasformò in oro» (Gero PL 197, 915 C-D). San Paolo, riprendendo il salmo 43, individua se stesso tra le pecore destinate al macello. È convinto che Dio non debba necessariamente liberarlo dai travagli ma, passando attraverso di essi, sa che diventarà puro amore, come lo fu Gesù.
Il salmo 87, invece, sembra svilupparsi per intero senza alcun accento di speranza. Il salmista dà molto spazio alla lamentazione: sono sazio di sventure, la mia vita è sull’orlo degli inferi (v.4). Si ritiene punito in modo ingiusto (v.8). La situazione di dolore dura da molto tempo, anzi tutta la sua vita è stata segnata dalla sofferenza (v.16). Gli amici lo hanno abbandonato e disprezzato (vv. 9 e 19). La sua compagnia è costituita ormai soltanto dalla tenebra nella quale è immerso.
La sua condizione di morto vivente sembra testimoniare a sfavore della bontà di Dio. Il Signore è una roccia per il fedele ma la presenza del male è una roccia per l’ateo, è un argomento forte per contrastare la convinzione che esista una provvidenza divina. Se nella composizione non compare alcun accenno diretto alla speranza, l’invocazione incessante dell’orante presuppone che egli continui a confidare in Dio. Forse il messaggio del salmo sta tutto nel fornire un esempio di fedeltà e di speranza contro ogni speranza. Il salmo è la preghiera di chi non può ottenere nessun risarcimento in questa vita. Ci ricorda che la storia in sé non ha un significato compiuto senza un risarcimento che può venire soltanto da Dio.
Il vivere in una tenebra senza alcuna prospettiva, è sperimentata anche a livello comunitario. Il salmo successivo (88) è stato composto in uno dei momenti più drammatici della storia del popolo di Dio: il tempio è stato distrutto, parte della popolazione è stata trascinata in esilio e la dinastia regale di David sembra sul punto di sparire, nonostante l’assicurazione profetica che garantiva la sua perennità. La composizione termina con un secco rimprovero: dov’è, Signore, il tuo amore di un tempo, che per la tua fedeltà hai giurato a Davide? (v. 50). Che la fedeltà di Dio e la veridicità della sua promessa possano essere smentite è il trauma più sconcertante che possa colpire il credente israelita.
Per i Padri questi salmi della tenebra, preannunciano la vicenda di Gesù, messia discendente di Davide. Che abbia sofferto e che sia stato perfino eliminato, tutto ciò non ha infranto il disegno di Dio, anzi l’amore dimostrato nella sua passione è stata la causa della sua glorificazione e della salvezza di tutti. Il tempo di Dio è più vasto di quello degli uomini. Il cristiano, poi, partecipa al pianto di Cristo sugli uomini e si libera dall’indifferenza verso la presenza del male: «Cristo piangeva sempre le miserie degli uomini; piangeva sulla rovina di quelli che non l’accoglievano. Ha pianto su Gerusalemme (cf. Lc 19,41) e sulla triste sorte di coloro che si perdono, perché era amico degli uomini e Figlio del Padre, pieno di bontà» (Eus PG 23,1061 A).
Questi salmi dell’(apparente) abbandono sono quelli più adatti ad esercitare il credente alla speranza, non perché forniscano nuove informazioni o motivazioni più plausibili all’agire di Dio, ma perché permettono a chi dialoga con lui di essere potentemente corroborati da lui. Invitano a vivere l’esperienza della vicinanza di Dio proprio là dove potrebbe apparire il contrario. In questo caso è l’esperienza dell’essere corroborati da un’infusione di luce a valere, non le speculazioni teoriche, neppure quelle più devote, che tentano di giustificare l’agire di Dio. Dio giustifica se stesso in noi nel dialogo con Lui. A quest’esito allude Paolo, scrivendo ai Filippesi: «Non angustiatevi per nulla, ma in ogni circostanza fate presenti a Dio le vostre richieste con preghiere, suppliche e ringraziamenti. E la pace di Dio, che supera ogni intelligenza, custodirà i vostri cuori e le vostre menti in Cristo Gesù» (Fil 4,6-7).
(segue)