sabato 27 giugno 2026

Settimana 13 T.O.

Domenica 13

2 Re 4,8-16

La donna riconosce in Eliseo un uomo di Dio e, insieme al marito, gli prepara una stanza dove possa fermarsi durante i suoi viaggi. La donna non offre ospitalità per interesse personale ma accoglie il profeta perché riconosce la sua missione. La sua generosità è discreta e concreta; l'accoglienza del messaggero di Dio equivale spesso ad accogliere Dio stesso. La donna non cerca il miracolo; cerca semplicemente di fare il bene. La religiosità autentica si manifesta spesso nella cura concreta degli altri e che Dio sa trasformare la generosità nascosta in una sorgente di vita nuova.

Per ricompensare la generosa ospitalità, Eliseo annuncia che, nonostante la sterilità della coppia, la donna avrà un figlio entro l'anno successivo. Dio porta vita dove essa sembra impossibile. La sterilità, nella mentalità biblica, rappresentava una situazione umanamente senza sbocco. L'annuncio della nascita di un figlio richiama altri racconti biblici, come quelli di Sara o di Anna: Dio può aprire un futuro anche quando ogni speranza sembra morta. Il cristiano crede in un Dio che risuscita da morte. Ciò che ha operato a favore della donna di Sunen, lo ha fatto e continua a farlo per noi: «Sia benedetto Dio e Padre del Signore nostro Gesù Cristo, che nella sua grande misericordia ci ha rigenerati, mediante la risurrezione di Gesù Cristo dai morti, per una speranza viva» (1 Pt 1,3). 

La donna fa spazio a Eliseo nella sua casa, e Dio fa spazio a una vita nuova nella sua esistenza. «A colui che in tuttoha potre di fare molto di più di quanto possiamo domabdare o pensare, secondo la potenza che opera in noi, a lui la gloria nella Chiesa e in Cristo Gesù per tutte le generazioni, nei secoli dei secoli» (Ef 3,20). 

Rom 6,3-11

Nella prima parte della lettera ai Romani, Paolo ha detto che Dio ha giustificato (o perdonato) gli empi tramite la santità di Gesù, la sua carità infinita, la sua obbedienza fino alla croce. Così si è presentatato un uomo nuovo, un nuovo Adamo. Non basta però essere perdonati ma è necessario essere salvati, diventare giusti realmente. Per fare questo possiamo e dobbiamo partecipare alla santità di Gesù. Possiamo e dobbiamo essere Cristo. Questo, prima di essere uno sforzo morale, è un dono. Gesù, mediante il Battesimo, ci unisce a sé, partecipiamo alla sua pasqua. Moriamo (al peccato) e risorgiamo con Lui. Per il momento risorgere con Cristo significa camminare in una vita nuova. La vita nuova non incontra la morte. Chi è risorto, riceve una vita eterna (a differenza di chi è stato soltato rivivificato come Lazzaro, come il figlio della vedova, come la ragazza in Mc 5,41)

Mt 10,37-42

 Abbiamo nuovamente davanti a noi la parola di Gesù approfondita alla luce dell'esperienza della Chiesa. Gesù chiede una lealtà e una fedeltà assolute alla sua persona, lealtà e fedeltà superiori a quelle che dobbiamo praticare verso le persone più amate. Gesù, del resto, aveva insistito sugli obblighi verso i genitori (Mc 7,10-13). Può avvenire, però, che i vincoli più stretti si trasformino in un ostacolo per i legami con Cristo e le esigenze che essi comportano. Questo è stato messo in rilievo, particolarmente in tempi di persecuzione. In casi di concorrenza o di conflitto deve prevalere, nella gerarchia dei valori, quello supremo.

Sicuramente Gesù è la persona che, per il suo estremo valore, per la sua bontà infinita, può e deve essere amato al di sopra di tutto. Anzi, Egli è l’unico che merita d’essere amato infinitamente. Chi lo ama, ha trovato il tesoro, che prima era nascosto, ma che, una volta scoperto, merità di perdere tutti gli altri beni per acquistarlo. Le richieste di Gesù presuppongono questo sentire profondo. 

La fedeltà totale nella sequela di Cristo comporta spesso difficoltà e anche persecuzioni. Accettare il discepolato cristiano senza condizioni, con tutte le implicazioni che porta con sé, è prendere sulle spalle la croce. Si tratta dei discepoli d'un uomo che morì sulla croce. Se i discepoli non possono aspirare a essere da più del Maestro, devono essere disposti a morire come lui.

Segue il proverbio paradossale di dare o perdere la vita per ritrovarla. Il gioco di parole del proverbio è giustificato dal duplice significato del termine « vita ». Si parla di dare o perdere la vita « corporale » – nel discepolato, si suppongono le persecuzioni e anche il martirio – per trovare o assicurarsi la vita « spirituale ». Il discepolo di Gesù non appartiene a se stesso: appartiene alla famiglia di Gesù, a Colui che è venuto perché abbiamo la vita nella sua pienezza. Così, la vita « corporale » acquista tutta la sua dimensione nella vita eterna, trovandosi nella vita di colui al quale ci siamo dati. Al contrario, aggrapparsi alla vita corporale, uscendo dalla sfera della vita inestinguibile, significa entrare nel circolo inesorabile della morte.

Il discorso sul vero discepolato – il secondo nel vangelo di Matteo – ha trattato costantemente di esigenze, di rinunzie e persino di dare la vita per ragioni di fedeltà al Maestro. Vi dev'essere una buona ragione perché l'uomo prenda una decisione di fronte a un programma come questo. E questa ragione – quella che qui è ricordata come conclusione del discorso sul discepolato – è il premio che egli attende come contropartita. Tuttavia il premio consiste già da ora nel fatto stesso di amare, e di amare grandemente. Non c’è premio più grande del Signore stesso. 

La menzione di due casi particolari di solidarietà può essere motivata dalla situazione della Chiesa nel momento cui Matteo scrisse il vangelo. Erano numerosi i profeti « itineranti » e i giudei o i cristiani perseguitati che dovevano andare di città in città, sia come annunziatori di parola di Dio e sia semplicemente per sfuggire ai loro secutori. Chi li riceve e pratica l'ospitalità verso di loro avrà il giusto premio. Anche la cosa più piccola in fa del prossimo, come quella di dargli un bicchiere d'acqua fresca, avrà la sua ricompensa.

Lunedi 13

Amos 2,6-16

Il profeta denuncia varie gravi trasgressioni dell’Alleanza stipulata con Dio; Mostra vivo orrore per il trattamento riservato ai poveri. Israele non ricorda più la solidarietà che il Signore aveva manifestato nei suoi confronti quando loro venivano oppressi da padroni spietati in Egitto. Non ricorda la pedagogia paziente con cui li aveva istruiri e sopportati per lungo tempo nel cammino verso la terra. Egli costringerà il popolo a riconoscere la sua impotenza e la sua miseria. Nessuno potrà più presumere di salvarsi da solo, contando sulla propria energia. «Il re non si salva per un forte esercito né il prode per il suo grande vigore. Ecco, l'occhio del Signore veglia su chi lo teme, su chi spera nella sua grazia. L'anima nostra attende il Signore, egli è nostro aiuto e nostro scudo. In lui gioisce il nostro cuore e confidiamo nel suo santo nome. Signore, sia su di noi la tua grazia, perché in te speriamo» (Sal 34,16.18. 19-22). «Poiché dice il Signore Dio, il Santo di Israele: “Nella conversione e nella calma sta la vostra salvezza, nell'abbandono confidente sta la vostra forza”. Ma voi non avete voluto, anzi avete detto: “No, noi fuggiremo su cavalli”.- Ebbene, fuggite! - Più veloci saranno i vostri inseguitori» (Is 30,15-16).

Mt 8,18-22

Gesù ha appena compiuto diversi miracoli. La sua fama cresce e molta gente lo cerca. Matteo inserisce questo episodio per chiarire che seguire Gesù non significa semplicemente ammirarlo o beneficiare delle sue opere, ma entrare in una relazione che richiede una scelta radicale. Uno scriba dichiara: «Ti seguirò dovunque tu vada».

La risposta di Gesù sembra scoraggiante: «Il Figlio dell'uomo non ha dove posare il capo». Non rifiuta il discepolo, ma gli mostra il costo della sequela. Seguirlo non garantisce sicurezza, prestigio o comodità. Il Regno di Dio richiede disponibilità a vivere nell'incertezza e nell’affidamento a Dio. Seguo Cristo per ciò che mi dà o perché riconosco in lui la verità? Un altro interlocutore chiede: «Permettimi prima di andare a seppellire mio padre». Forse voleva chiedere: "Lasciami restare a casa finché mio padre non morirà". Nella cultura ebraica, seppellire il padre era uno dei doveri più sacri. Per questo la risposta di Gesù appare dura: «Seguimi, e lascia che i morti seppelliscano i loro morti». In ogni caso, il punto centrale non è il disprezzo per la famiglia, ma l'urgenza della chiamata. I "morti" che seppelliscono i morti sono coloro che non hanno ancora accolto la vita nuova del Regno. Chi è chiamato da Gesù è invitato a riconoscere che nulla può avere priorità assoluta rispetto a questa chiamata.

Non si può seguire Gesù cercando sicurezza e vantaggi. Egli chiede il primo posto: non perché svaluti gli affetti o i doveri, ma perché da lui deriva il senso di ogni altra relazione.

Martedi 13

Amos 3,1-8; 4,11-12

1-2: Chi ha ricevuto di più, ha maggiore responsabilità. Israele è stato privilegiato fra tutti gli altri popoli e, perciò, dovrà anche rispondere al modo con cui ha accolto o dissipato questo dono: «Il servo che, conoscendo la volontà del padrone, non avrà disposto o agito secondo la sua volontà, riceverà molte percosse; quello invece che, non conoscendola, avrà fatto cose meritevoli di percosse, ne riceverà poche. A chiunque fu dato molto, molto sarà chiesto; a chi fu affidato molto, sarà richiesto molto di più» (Lc 12,47-48).

3-8. Ogni evento è determinato da una causa: il leone ruggisce perché ha trovato una preda, l'uccello cade nella trappola perché c'è un laccio che lo insidia... anche il ministero profetico è effetto di una causa, ossia dalla chiamata divina. Non nasce, perciò, da un'iniziativa personale. Amos non può tacere, perché la parola di Dio esercita su di lui una forza irresistibile. Come il ruggito del leone segnala la presenza della preda, così la sua profezia avverte che Dio sta per intervenire nella storia. 

Mt 8,23-27

« I suoi discepoli lo seguirono ». Questa frase, che non si trova in Marco, ha una grande importanza nel racconto di Matteo: presenta il tratto essenziale che definisce il discepolo di Gesù: seguirlo. E come quei discepoli, così tutti i discepoli, la Chiesa. Effettivamente nei vangeli il verbo « seguire » è usato unicamente quando l'oggetto del verbo è Gesù, e sta a indicare l'unione del discepolo col Gesù della storia, la partecipazione al suo destino, l'entrata nel regno mediante l'appartenenza a Cristo attraverso l'ubbidienza e la fiducia.

La fiducia nasce dalla fede o, forse meglio, la fede ha una dimensione essenziale nella fiducia. I discepoli che si trovano sulla barca non hanno fiducia, sono « uomini di poca fede ». Ma il racconto non raccoglie solo quel momento: tiene conto anche del tempo in cui Matteo scrive. La Chiesa era perseguitata, lottava coraggiosamente come la barca fra le onde d'un mare infuriato per non andare a fondo; e in molte occasioni si fece sentire lo scoraggiamento, la sfiducia e giunse persino la defezione. Essendo parola di Dio, il racconto, partendo da quello che avvenne, continua a parlare in tutti i tempi e in tutte le circostanze a ognuno dei discepoli. L'atteggiamento dei discepoli è sconcertante. Da una parte, credono che Gesù ha il potere di calmare il -mare e impedire che inghiottisca la barca; dall'altra, temono di affondare. Il potere di Dio è in Gesù: essi lo sanno, e tuttavia si meravigliano quando si manifesta. Questo non è il modo di comportarsi del discepolo. Forse per questo Matteo cerca di attenuare l'antinomia nella condotta dei discepoli e, al termine del suo racconto, parla di « quegli uomini », e non dice « discepoli ». Lo stupore e lo sconcerto di fronte a un fatto che non si attendevano — e che, tuttavia, sapevano che poteva avvenire — non sono l'atteggiamento del discepolo, bensì di chi ha poca fede o di colui che vive praticamente lontano da Dio. Il potere di Dio agisce in Gesù, ma essi non sono uomini aperti a questo potere di Dio. Caratteristica del discepolo è la fede, la fiducia e il coraggio di fidarsi del potere di Dio, che è al di sopra del furore del mare. Così questo miracolo afferma che Dio è presente, particolarmente in Gesù, con tutto il suo potere di vittoria sulla morte e sui pericoli mortali. È la convinzione profonda che devono avere i discepoli di Gesù e la Chiesa come tale. L'interrogativo finale: « Chi è mai costui? » sta a indica- re l'atteggiamento d'incredulità di colui che vuole spiegare tutto razionalmente. O forse l'evangelista intendeva dire che chi interrogava aveva la risposta dall'insieme del racconto. In questo caso sarebbe una confessione di fede.

Mercoledi 13

Amos 5,14-15.21-24

La proposta è molto semplice e netta: cercare il bene e odiare il male. «La carità non sia ipocrita: detestate il male, attaccatevi al bene» (Rm 12,9). «Se non proviamo odio per il male, non possiamo amare il bene» (Gr Lettera CXXV, 14). «Forse mi dirai: Io sono un fedele; anche se spesso mi vengono pensieri cattivi, non mi farò vincere dalla concupiscenza. Ma non sai che una radice non estirpata, spesso spacca anche la roccia? Non accogliere dal primo momento quel seme che a lungo andare finirà col fiaccare la tua fede. Strappa dalle radici il mal seme prima che germogli. Comincia dagli sguardi morbosi, cura per tempo la vista per non dover ricorrere al medico quanto già fossi divenuto cieco» (Cirillo di Gerusalemme, Catechesi, 2,3). È facile pensare “Dio è con noi” ma Egli è presente soltanto là dove si opera il bene nei confronti del prossimo.

Amos spera che il Signore decida di avere pietà, ma non offre alcuna assicurazione e non sa quale atto pedagogico Dio sceglierà per educare il suo popolo. «Del resto noi abbiamo avuto come educatori i nostri padri terreni e li abbiamo rispettati; non ci sottometteremo perciò molto di più al Padre celeste, per avere la vita?» (Eb 12,9). 

Il culto nel tempio deve proseguire nel perseguire una vita fraterna. Il culto, separato dalla carità, viene detestato dal Signore: «Chiunque mangia il pane o beve al calice del Signore in modo indegno, sarà colpevole verso il corpo e il sangue del Signore. Ciascuno, dunque, esamini se stesso e poi mangi del pane e beva dal calice; perché chi mangia e beve senza riconoscere il corpo del Signore, mangia e beve la propria condanna. È per questo che tra voi ci sono molti ammalati e infermi, e un buon numero sono morti. Se però ci esaminassimo attentamente da noi stessi, non saremmo giudicati; quando poi siamo giudicati dal Signore, siamo da lui ammoniti per non essere condannati insieme con il mondo» (1 Cor 11,27-32).

Mt 8,28-34

Compare la lotta di Gesù col demonio: è un'intenzione chiara in altri passi del vangelo, e non solo nelle storie in cui compare esplicitamente il demonio (4,24; 9,33-34; 12,22ss), ma in tutti gli interventi di Gesù destinati a superare il dolore, la malattia e la morte. Si commetterebbe un'ingiustizia contro il vangelo, tentando di spiegare questi racconti partendo dal campo della psicologia e della psicoterapia. Qui si tratta di poteri misteriosi ostili all'uomo. I demoni conoscono il nome di Gesù, che è « Figlio di Dio »; sanno di essere soggetti a lui e gli si riconoscono inferiori. E con le parole. « Sei venuto qui prima del tempo a tormentarci? » esprimono la realtà evangelica più profonda: con Gesù, è giunta quella fine dei tempi nella quale Dio sarebbe intervenuto in un modo unico a favore degli uomini. Sono cominciati gli ultimi tempi, la fase escatologica. Noi viviamo in essa e non attendiamo che il suo compimento. I demoni scacciati e vinti vogliono fare ostentazione del loro potere, affermare che questa fine dei tempi non è ancora giunta a porre fine alla loro attività. La loro sconfitta è la liberazione dell'uomo e, per rendere visibile la loro uscita dall'uomo, si cerca per essi un nuovo luogo. La scena dei porci da un lato rende visibile la liberazione dell'uomo, e dall'altro, dimostra che i demoni hanno ancora un tremendo potere distruttore (annientano la mandria dei porci). 

Riappare un incontro di Gesù con i pagani, come era avvenuto col centurione. Tuttavia vi è una differenza radicale: il centurione crede ed accetta Gesù; i gadareni non credono e lo rigettano, perché pensano che quel taumaturgo costituiva un danno per la loro economia.

Giovedi 13

Mt 9,1-8

Gesù ha il potere di perdonare i peccati, come dimostra la guarigione dell'infermo. E, come se questo non bastasse, per fondare la sua autorità, si aggiunge un argomento più forte: Gesù scopre quello che quegli scribi pensavano e che nessuno gli aveva detto. Gesù quindi ha una conoscenza sovrumana, soprannaturale, datagli dallo Spirito. Questa conoscenza soprannaturale di Gesù è un'altra ragione che attesta la sua dignità unica e che giustifica il suo potere, anch'esso unico, di perdonare i peccati. Pare che questa sia l'unica ragione della guarigione dell'infermo: dimostrare che la salute globale della psona — il perdono dei peccati — è più importante di quella fisica. L'evangelista mette in rilievo la fede di quegli uomini che si accostarono a Gesù; una fede così grande da vincere tutti gli ostacoli e tutte le difficoltà (particolare più accentuato nel racconto di Marco, il quale dice che dovettero scoperchiare il tetto); una fede che è fiducia illimitata nel potere di Gesù messo a disposizione dell'uomo. In fine appare lo stupore della gente davanti a un fatto così straordinario: « rese gloria a Dio che aveva dato un tale potere agli uomini ». Il potere che ha Gesù di perdonare i peccati fu comunicato alla Chiesa.

Venerdi 13

Mt 9,9-13

Questa lettura è divisa chiaramente in due parti: la vocazione di Matteo e la disputa originata dalla condotta di Gesù per la sua familiarità con i peccatori e con i pubblicani. La vocazione di Matteo ci è raccontata in funzione della scena seguente, ed è presentata dall'evangelista con due pennellate che raccolgono l'essenziale: Matteo che siede al banco delle imposte ed è, quindi, pubblicano, e la sua ubbidienza senza discussioni alla parola di Gesù che gli chiede di seguirlo. Si dice che era « pubblicano », il che equivaleva a dire che era peccatore, proscritto dalla società giudaica come una delle persone che si erano vendute a Roma. Il centro d'interesse dell'evangelista è tutto nella parola esigente di Gesù: « Seguimi ». Esigenza indiscutibile e inappellabile della parola del Maestro. Gesù chiama con lo stesso tono imperativo con cui Yahveh aveva chiamato nell'AT. Nel corso di tutta la Bibbia, troviamo sempre la stessa legge, la legge dell'amore, senza meriti precedenti che la giustifichino. Insieme con questo imperativo di esigenza, si fa ammirare la risposta data nella piena libertà e ubbidienza, l'ubbidienza della fede. « Lo scandalo farisaico » avvenne quando essi videro Gesù seduto a mensa con i pubblicani. Quali credenziali poteva avere un Maestro che frequentava quelle compagnie pericolose? Così i farisei presentarono il caso ai discepoli del Maestro sulla condotta del quale formulavano i loro dubbi. Non abbiamo qui un inno al peccato né una glorificazione del peccatore. Gesù vuole liberare e perdonare il peccatore, ma non vuole considerarlo come un nemico (come facevano i teologi del suo tempo). Quindi, invece di scomunicarlo e di buttarlo sdegnosamente fuori della società degli uomini e dell'amicizia di Dio, gli lancia una corda di salvataggio per riportarlo tanto nella società degli uomini come nell'amicizia di Dio. Gesù si rivolge ai peccatori non perché disprezza o stima meno i giusti, ma perché sono più bisognosi. Ed è forse necessario ricordare che, in pratica, proprio quelli che si consideravano come giusti — coloro che confidavano nella loro giustizia, quella che viene dalla legge (Fil 3,6) — quelli che lo rigettarono e non lo riconobbero, avevano anch'essi bisogno del redentore ed erano malati incoscienti che credevano di non aver bisogno del medico. 

Sabato 13

Mt 9,9-14

La condotta dei discepoli di Gesù riguardo al digiuno è interpretata dal Maestro come una parabola in azione, e sta a indicare che è giunto quel tempo futuro nel quale si adempiranno le speranze giudaiche, il tempo del regno di Dio. Gesù si presenta implicitamente come il Messia atteso. E questa affermazione è appunto l'insegnamento della prima fra queste tre parabole. Le nozze simboleggiano il tempo della salvezza e i giorni del Messia erano descritti col ricorso ai festeggiamenti propri delle nozze. Cristo si presenta come lo Sposo, il portatore dei beni salvifici. L'immagine del matrimonio non era nuova nella Bibbia: la cosa veramente nuova e sorprendente era che Gesti si presentasse nell'atto di realizzare nella sua persona il contenuto d'un simbolo utilizzato da Dio per descrivere la sua relazione d'amore col popolo eletto (Os 2,18-20; Is 54,5-6). Non era stato annunziato che sarebbe giunto un giorno nel quale egli si sarebbe presentato a Israele come lo sposo fedele, come il vero marito? Ebbene la speranza si è realizzata, la promessa è stata adempiuta. Quello che importa è entrare a far parte degli amici dello sposo per rallegrarsi nelle sue nozze. È tempo di gioia, e non di pianto, di lutto e di digiuno. Quando giunge la pienezza dei tempi, tutti sono invitati alla gioia. 

La seconda parabola ha come base il simbolismo del pezzo di stoffa o del mantello, che era una figura del mondo. I cieli e la terra invecchieranno, e Dio li raccoglierà come un mantello (Eb 1,10-12). Nel grande lenzuolo che scendeva dal cielo, Pietro vede simboleggiato il mondo nuovo, la nuova creazione (At 10,11ss). La religione del tempo di Cristo non poteva essere aggiornata con un rattoppo. Con la comparsa di Gesù, si è adempiuta l'antica promessa: Dio « creerà una cosa nuova sulla terra ». Una creazione che si rinnova ogni giorno. 

La novità radicale che comporta la presenza del regno rompe gli stampi tradizionali. In questa direzione dev'essere cercato anche l'insegnamento della parabola del vino e degli otri. Sia nella Bibbia (Gn 49,8-12; Gv 2,1-12), sia e più ancora nella tradizione talmudica, per descrivere i giorni del Messia si ricorreva spesso al vino che si sarebbe dato in misura favolosa. Novità radicale. L'antico è passato. Questo si poteva intendere nel senso che nell'antico non v'era nulla di valido; ma non era questa l'intenzione di Gesù. Per questo Matteo aggiunge molto giustamente e opportunamente: « Così l'uno e gli altri si conservano ».

Signore della vita

9.18-26.

La lettura raccoglie due scene intrecciate fra loro, che ci sono riferite dai tre sinottici. La relazione fra i sinottici stessi è alquanto complicata. Ancora una volta pare che Matteo abbia utilizzato la storia, tralasciando i particolari aneddotici che non lo interessavano per il suo racconto. La differenza più notevole fra i sinottici è che, secondo Matteo, la ragazza era già morta quando suo padre — che secondo la sua versione era un « capo », mentre, secondo la versione di Marco e Luca, era capo o presidente della sinagoga — ricorre a Gesù per chiedergli aiuto (gli altri due sinottici dicono che la fanciulla era molto grave). A che cosa mirava Matteo introducendo questa variante? Far risaltare meglio la grandezza del miracolo? Probabilmente, in caso che sia lui l'autore del cambiamento, lo fece per ragioni teologiche: fra le opere che il Messia avrebbe compiute e fra i segni per i quali sarebbe stato riconosciuto, figurava la risurrezione dei morti. E, prima di ricordare espressamente questi segni (11,5). Matteo intende presentare alcuni esempi di tutte le opere che il Messia avrebbe compiute. Così sarebbe stato più evidente il messianismo di Gesù.

Sebbene abbia abbreviato la narrazione di Marco, Matte() ci conserva particolari sommamente importanti, perché ci ricordano.le usanze giudaiche. Uno si riferisce alle frange del mantello di Gesù (v. 20). Ogni giudeo pio le portava, perché gli ricordassero i comandamenti del Signore (25,5; Nm 15,38ss). Gesù si adattò alle ur4 al modo di vestire dei suoi contemporanei. L'altro lare ci .è offerto dal ricordo dei flautisti di professio erano chiamati per rendere più solenne il lutto.

Lo scopo dell'evangelista è chiaro: egli ci ha già che Gesù è il vincitore della morte (v. il commett 8,18-22). Il quarto vangelo accentuerà questo DI Gesù è la via, la risurrezione e la vita. Mettendo Ger fronte alla morte, nel caso presente, Matteo ci preson una parabola in azione: Gesù, che è la risurrezione e vita, è il vincitore della morte e ha potere su di no Come Messia, egli è il portatore del regno di Dio quale la morte non è lo stadio finale dell'uomo, per il regno di Dio significa vita, vita inestinguibile o ete come la chiama il quarto vangelo. Da questo punto vista, tutta la vita di Gesù fu una parabola in azion camminò verso la morte per superarla con la risurrezl ne. Dal fatto della risurrezione prende senso tutto quei che egli disse e fece; e dalla risurrezione di Cristo pr de il suo ultimo senso quello che egli fece durante il ministero terreno. Solo tenendo conto di questo è poe bile comprendere la profondità dell'affermazione di Ge che, riferendosi alla fanciulla morta, disse che dormi Nel linguaggio biblico, l'immagine del sonno sta a in care che i morti attendono di essere destati, di esse risuscitati (Is 57,2; Dn 12,2; lTs 4,13-14).

Qualcosa di simile si può dire dell'emorroissa. Il vinci. tore della morte può vincere l'infermità. Chi può il più, può anche il meno. E non possiamo leggere con leggesti. za una storia come questa, pensando che l'azione di Dio si limiti sempre all'intimo dell'uomo: essa tocca l'uomo nella sua totalità. E la rottura che noi abbiamo stabilita — anima e corpo come realtà distinte e distanti — non corrisponde alla mentalità biblica.

Un altro motivo presente in queste due storie è la lede, fede nel potere di Gesù sulla morte, come quella che ha Giairo (così Marco e Luca chiamano il padre della bambina), e fede nel potere di Gesù sull'infermità (come nel caso dell'emorroissa). Dove si trova questa fede, è possibile che si compia il miracolo. Gesù non è un « mi• racolista », ma è tuttavia chiara una cosa: che sarà conosciuto tanto meglio quanto più saranno conosciuti i suoi miracoli.



Guarigione di due ciechi

9,27-3/.

lo sono venuto in questo mondo... perché i ciechi vedano e quelli che vedono diventino ciechi (Gv 9,39). La storia dei due ciechi è un'illustrazione pratica di queste parole di Gesù riferite nel vangelo di Giovanni. Là è usato un paradosso: coloro che vedevano, i dottori della legge, non vedono, non scoprono la dignità e il mistero di Gesù. Colui che non vedeva, per il fatto che non conosceva la legge, vide Gesù, scoprì chi era. Qui, abbiamo qualcosa di simile, un'altra specie di paradosso, sebbene lo troviamo in un contesto che non è polemico, come avveniva nel vangelo di Giovanni: i due ciechi vedono in

Gesù il Figlio di Davide.

La storia della guarigione di questi due ciechi ha una grande importanza nel vangelo di Matteo. Da un lato è necessario notare che il nostro evangelista ha raddoppiato il miracolo: al posto d'un cieco (come ci racconta Marco in 10,46ss), egli ne mette due; e, non contento di questo, ripete la scena prima di cominciare il suo racconto della passione (20,29-34). Per spiegare l'interesse e l'importanza che Matteo dà a questo racconto, è necessario tener presente che: a) la cecità era una delle infermità più estese e temute in Oriente; b) quando si sente profondamente una necessità, nasce l'ansia di soddisfarla, specialmente quando soddisfare questa necessità equivale a ricuperare la salute; c) l'AT aveva incluso la guarigione dei ciechi fra i beni che il Messia avrebbe portato (Is 29,18; 35,5); d) dalla cecità corporale si passò a quella spirituale. Anche la salvezza degli ultimi giorni fu presentata come « luce delle nazioni, perché tu apra gli occhi ai ciechi » (Is 42,6-7). Questi precedenti portano necessariamente alla conclusione seguente: Gesù è il portatore della salvezza, che realizzerà tutte le speranze d'un futuro — che è ormai presente — nel quale Dio interverrà definitivamente; e) Matteo decide in questo momento di affermare chiaramente, esplicitamente e decisamente la messianità di Gesù. Fino a questo momento lo aveva fatto varie volte, ma sempre in modo implicito, in immagini e nell'oscurità, come quando applica a Gesù il titolo di « Figlio dell'uomo ».

Perché Matteo manifesta con tanta chiarezza la dignità messianica di Gesù appunto in questo momento?

906 VANGELO SECONDO MATTEO

La risposta deve partire dai fatti seguenti: 1) I cc. mirano a presentarci un quadro del Messia dei fatti (

i cc. 5-7 ci avevano presentato l'immagine del Messia • e la parola). Orbene, terminando il quadro, Matteo dà pennellata più chiara e profonda, perché non resti potim bilità di dubbio sull'identità di Gesù. Egli è il Figlio di Davide, il Messia che doveva nascere dalla discendermi di Davide (v. il commento a 1,1-25). 2) Deve preparali il lettore perché, quando leggerà « i ciechi ricuperano vista » (11,3-5), possa concludere con fondamento chi Gesù è « colui che deve venire »: ha guarito due ciechi 3) Vuole anticipare la dignità di Gesù, Figlio di Davide, che dev'essere come il culmine dei racconti evangelici pii ma di cominciare il racconto della passione. In quel momento, sarà ripetuta la scena (20,29ss), affinché sia chiaro chi è colui che si avvia alla passione.

In fine Gesù cerca esplicitamente la fede in quelli che gli chiedevano la guarigione; e ordina loro di non divulgare la notizia (cosa che starebbe meglio nel vangelo di Marco per il suo celebre « segreto messianico »). Il mistero di Gesù resta nascosto a tutti fuorché alla fede.

Il sordomuto

9,32-38 (9,35-38; [9,35-10,1]; [9,35-10,1.6-8]).

Questo brevissimo racconto della guarigione d'un sordomuto ha uno scarso interesse storico. Per Matteo però ha una grande importanza teologica, un interesse funzionale. Nel racconto del miracolo, è anticipata quella che sarà la lotta più accanita di Gesù con i suoi nemici. Il potere di Gesù, secondo loro, dev'essere spiegato dal suo collegamento con il principe dei demoni. La questione ci è presentata ampiamente nel capitolo 12: qui si vuole solo anticipare quella discussione, preparare il lettore, perché non si meravigli per la reazione ostile dei nemici di Gesù, di fronte alle manifestazioni straordinarie del suo potere. Una ragione pedagogica, dunque.

Inoltre vi è una ragione teologica: era stato annunziato che il Messia avrebbe compiuto ogni genere di prodigi, che avrebbe fatto udire i sordi e parlare i muti. Dobbiamo tener presente che la mutezza e la sordità sono generalmente unite. Marco le presenta unite (7,31; 8,22ss), e sono unite anche nelle profezie (Is 29,18; 35,5) e le tro-

VANGELO SECONDO MATTEO 907

viamo insieme anche nel nostro linguaggio. Chi avesse compiuto quelle opere straordinarie, liberatrici dalla schiavitù e dai limiti umani, avrebbe dovuto essere necessariamente il Messia. t la ragione teologica. Come è abituale nella mentalità antica, la mutezza, cofne anche la cecità, sono attribuite al demonio, a un potere ostile all'uomo, che lo limita o lo rende schiavo. L'opera di Gesù è destinata a spezzare questo potere di satana e a liberare l'uomo.

La reazione della gente, molto logica, è quasi una confessione di fede: « Non si è mai vista una cosa simile in Israele ». Vuol dire che quello che Israele attendeva è ormai giunto? Al contrario, la reazione dei nemici è l'odio mortale verso Gesù, che si scatenerà nella discussione registrata nel capitolo 12.

Con questo racconto Matteo chiude un altro capitolo: il quadro del Messia dei fatti. Subito dopo, ne apre uno nuovo, il discorso della missione, che è introdotto, a modo di sommario, con la stessa frase sintetica che già abbiamo letta in 4,23. Naturalmente qui la frase è completata col riassunto di quanto è stato narrato nei capitoli precedenti. L'attività di Gesù, la sua predicazione e le sue guarigioni (cc. 5-7 e 8-9) offrono l'occasione per il discorso della missione: quello che Gesù ha detto e ha fatto dev'essere prolungato nei suoi discepoli; e per questo sono mandati.

I destinatari del vangelo sono presentati, con l'immagine biblica del gregge, come figura del popolo di Dio; ma si tratta d'un gregge privo di veri pastori, e quindi esposto a ogni genere di pericoli che lo possono portare alla rovina. Gesù sente nella sua carne le necessità di quel popolo, necessità che egli esprime con l'immagine della mietitura. Parlare di mietitura vuol dire parlare dell'azione di Dio e della corrispondente reazione dell'uomo (Is 9,2-3; Os 6,11). La mietitura è un'opera decisiva per la quale sono necessari gli operai. Il giudizio futuro, la decisione ultima è realizzata e anticipata nella decisione umana di fronte alla parola di Dio. Sorprendentemente Gesù non dice « lavorate », ma « pregate il padrone della messe... ». t Dio che sceglie e manda gli an-nunziatori della parola (Is 6,8; Gal 1,15-16). Dio resta sempre l'agente principale. Con questi precedenti si può ormai passare al nuovo discorso, quello della missione.



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