Paolo Scquizzato «Trasformazione. Tu sei ciò che cerchi».
Diventa ciò che sei! È il motivo guida di tutta l’opera. Il vantaggio di questa prospettiva sta nel fatto che la ricerca spirituale non viene innescata da costrizione esterna ma deriva da un profondo impulso interiore (Questo era anche il punto di partenza suggerito dai Padri).
Ma che cos'è questo «io profondo» al quale ogni persona deve riferirsi per ottenere la maturazione sperata? Scquizzato non offre un’idea precisa sulla natura del fondo. «Alcuni lo chiamano coscienza, altri appunto Sé autentico, altri anima, alcuni Dio o Spirito» (p. 19). Non sceglie tra queste definizioni ma altrove precisa:
«In noi abita una voce antica, un dàimon che non grida, ma orienta e illumina senza imporre» (p.5). Quindi occorre «fedeltà all'essere, fioritura del Sé autentico, laddove la vita finalmente coincide con il nostro volto più autentico» (p.6).
Che cos’è il nostro volto più autentico visto che in realtà l’uomo è ambivalente? Nella persona emerge una tendenza che lo spinge a compiacersi del bene ma, nello stesso tempo, una forte spinta al contrario (Rm 7,23). «Quando voglio fare il bene, il male è accanto a me» (Rm 7,21).
Scquizzato identifica l’io profondo dell’uomo con la sua parte positiva, quella che si compiace del volere del Signore. L’altra, quella negativa, sarebbe più superficiale e provvisoria.
Dal momento però che l’uomo è relazione, l’io profondo nasce e si sviluppa in base ad una relazione costitutiva. Dal punto di vista cristiano, è l’eco della chiamata incessante di Dio che pronuncia il nostro nome per costituirci come una creazione «molto buona». L’«io profondo» quindi non può essere una sostanza già costituita, presente in noi. È la nostra risposta attuale e continua alla voce di Dio. Se esso perdura e finisce col formare la nostra identità permanente, ciò deriva dal fatto che il Signore non abbandona, né si stanca mai di alcuno. Per richiamare questa verità di estrema importanza, i Padri ricordavano che l’uomo è stato costituito ad immagine di Dio e che questa icone può essere deturpata ma mai cancellata.
L’io profondo, quindi, non è una sostanza immutabile, innocente, immortale, indistruttibile, preservato dalle colpe e dalle intemperie dell’esistenza. Se esistesse davvero, un «fondo», come questo ipotizzato ora, potremmo evitare di relazionarci con Dio e realizzare un’autosalvezza. Saremmo un dio che non ha bisogno di cercare un altro «dio improbabile» per dilatare le nostre potenzialità. Scquizzato attesta correttamente che l’io profondo è «fragile e luminoso» (p.159).
Una persona matura non si identifica mai soltanto con la sua positività. La verità ci costringe a riconoscere che accanto alla spinta al bene, emerge in noi l’attrattiva verso il male. Gesù dice che dal cuore dell’uomo escono desideri e pensieri che lo contaminano (Mc 7,15.21-23). Ogni uomo, perciò, ha bisogno di essere salvato dal Peccato che lo «abita» e lo domina (Rm 7,17).
***
Scquizzato introduce una contrapposizione netta tra «cambiamento» e «trasformazione». La trasformazione avverrebbe in modo spontaneo, al modo del seme che, per divenire rosa, grano, albero non cambia natura: attraversa semplicemente il tempo dell’attesa. Evita di uniformarsi a qualche imperativo etico (p.8). Il cambiamento, al contrario, seguendo l’imperativo etico «tu devi», comporterebbe di necessità una violenza verso se stessi. Consisterebbe nella costrizione a realizzare un ideale imposto da altri.
Mi chiedo: se l’abbandonarsi alla corrente della trasformazione, come energia interiore, fragile e luminosa, fosse un sentimento sufficiente per far crescere fino alla maturazione, allora qualsiasi persona, nel passare del tempo, dovrebbe raggiungere il traguardo aspirato. Non sarebbe possibile che il seme d’un ortaggio producesse un cereale. Scquizzato lamenta, invece, che per molti non avviene affatto questa metamorfosi ma rimangono soltanto seme, una possibilità incompiuta (p.7). In realtà non c’è da stupirsi. L’io profondo è fragile. Siamo pieni di ottime aspirazioni ma rimaniamo poveri uomini (detto altrimenti: «Lo spirito è pronto ma la carne è debole» (Mt 26,41).
La persona umana non è come il seme d’un vegetale che cresce e si espande in modo automatico, ma deve volere la sua metamorfosi relazionandosi con il bene, migliorando quindi dal punto di vista etico, che è l’elemento decisivo. Non esiste vera trasformazione che non accolga anche il «tu devi». Privo di carità, l’uomo non è nulla ma la carità si crea delle regole. Il principio del cambiamento non ha mai inteso soffocare ma consolidare il movimento innato di trasformazione.
Non bisogna confondere la sfera psichica con quella morale. È vero che l’uomo deve restare e rimane ciò che è nelle sue caratteristiche personali ma l’imperativo etico non vuole affatto eliminarle. Agendo sulla sfera del nostro agire, qualunque cosa noi siamo, vuole eliminare solo ciò che ci aliena.
Proprio come suggerisce Scquizzato in una formula magnifica, «l'uomo Gesù è diventato così profondamente umano da lasciar trasparire in sé il divino. E il nostro cammino è ora il medesimo: diventare divini attraverso un processo di umanizzazione, riconoscere la luce solo imparando a sostare nelle nostre ombre, ritrovare il divino solo diventando veri, semplicemente veri. Diventare pienamente umani: ecco il cuore del cammino spirituale» (pp. 25-26). Ottimo! È possibile, tuttavia, pensare a Gesù come ad uno che ha trascurato o si è opposto all’imperativo etico?
Il rischio di confondere la prospettiva psichica ed etica rimane anche circa la questione dell’«ombra». L’ombra è una dimensione psichica, la tenebra è una dimensione morale. Le due sfere si toccano senza mai identificarsi.
San Paolo suggeriva: «Eravate un tempo tenebra, ma ora siete luce nel Signore» (Ef 5,8). Del resto è quello che, secondo Scquizzato, la Chiesa avrebbe dovuto fare: «La Chiesa, a partire da lui [Gesù], avrebbe dovuto essere anzitutto questo: memoria vivente di un amore che non si arrende di fronte al peccato, ma lo attraversa, lo risana, lo trasforma» (p.106). Gesù, infatti, richiede il cambiamento etico: «Neanch’io ti condanno; và e d’ora in poi non peccare più» (Gv 8,11).
«Diventa ciò che sei!» è sicuramente il principio di base anche dell’esistenza cristiana. Si direbbe meglio: «lasciati trasformare!». «Noi tutti, a viso scoperto, riflettendo come in uno specchio la gloria del Signore, veniamo trasformati in quella medesima immagine, di gloria in gloria, secondo l’azione dello Spirito del Signore» (2 Cor 3,17-18). Bene afferma Scquizzato: «Gesù non voleva essere creduto [sarebbe stato preferibile dire non voleva “soltanto” essere creduto], voleva essere vissuto. Non è il credere in Dio che salva, ma il diventare uno con lui, lasciandoci trasfigurare dalla sua stessa luce» (p.99).
A partire dal Battesimo, il principio di trasformazione del cristiano non consiste solamente nella bontà naturale dell’io profondo ma nell’energia dello Spirito Santo, l’unico capace di conformarci a Cristo. Lo ribadisce Scquizzato stesso: «Come in ogni autentica esperienza mistica, non è l'essere umano che apre il cielo, ma è il cielo che si apre sull'essere umano» (p.116).
Lo Spirito ravviva la tendenza spontanea al bene che già possediamo come uomini. Opera tutto questo, «scrivendo» le istanze della Legge nei nostri cuori, talora rese quasi indecifrabili dalla trascuratezza. Non esercita alcuna violenza. Egli vuole che le imposizioni diventino un nostro desiderio. Di fronte ai cedimenti etici non infierisce. «Gli uomini non possono essere costanti nel bene ma possono diventare capaci di fare il bene, anche con eroismo. Sono soggetti al mutamento a causa di tanti fattori, e per questo scivolano nel peccato. Tuttavia Dio non è un giudice severo della nostra mutevolezza. Si lascia placare da ciò che vorremmo [ossia dal nostro proposito], più di quanto non si lasci irritare da ciò che non siamo stati in grado di fare. Altro è non volere, altro è non potere» (Ilario di Poitiers). Le angosce di fronte ai fallimenti, che preoccupano giustamente Scquizzato, non derivano dalla pesantezza del «tu devi» ma dal nostro orgoglio.
***
Scquizzato afferma: «Personalmente non riesco più a stare dentro a questa interpretazione che considera la croce di Gesù come strumento di salvezza. Un Gesù che accetta di andare a morire su un patibolo infame per dare compimento al progetto del Padre, ovvero quello di riacquistare a sé l'umanità andata perduta a causa d'un peccato originale, non è il mio Gesù, semplicemente perché non è evangelico» (p. 598). Qui Scquizzato forse si espime male rispetto a ciò che vorrebbe dire, almeno è quello che mi auguro. Forse intende opporsi ad una teologia della croce nefasta.
Presa così come è scritta, l’asserzione contraddice lo stesso annuncio fondamentale della fede (kerigma): «Cristo è morto per i nostri peccati secondo le Scritture» (1 Cor 15,3). Contraddice il desiderio del Gesù storico: «C’è un battesimo che devo ricevere; e come sono angosciato, finché non sia compiuto!» (Lc 12,50). Contraddice la speranza di Gesù (storico) quando testimonia di essere convinto che proprio la sua morte aprirà il Regno che ha annunciato e cercato invano d’introdurre («Questo è il mio sangue, il sangue dell'alleanza versato per molti. In verità vi dico che io non berrò più del frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo nel regno di Dio» Mc 14,24-25). Qui sembra condividere la reazione scandalizzata di Pietro quando «si mise a rimproverare [Gesù] dicendo: “Dio non voglia, Signore; questo non ti accadrà mai”» (Mt 16,22). In realtà Gesù è l’Agnello che toglie il peccato e i giusti lavano e candeggiano le loro vesti nel suo sangue (Ap 7,14).
***
Scquizzato dichiara: «Nelle Scritture la categoria del merito semplicemente non esiste: è un'invenzione posticcia, un'aggiunta tardiva, un moralismo che abbiamo trapiantato nel messaggio evangelico fino a farlo diventare irriconoscibile» (p. 71).
In realtà, nel Nuovo Testamento, merito (misthòs) compare “soltanto” 29 volte (sena contare i termini e le frasi sinonimi).
Il merito non è la condizione per ottenere l’amor di Dio o il prezzo da dare per acquistare la sua salvezza, ma, al contrario è il risultato che deriva dall’essere stati salvati per pura grazia: «Siamo infatti opera sua, creati in Cristo Gesù per le opere buone che Dio ha predisposto perché noi le praticassimo» (Ef 2,10). I nostri meriti sono dapprima suoi doni: «Dio vuole che i suoi doni diventino nostri meriti» (come si esprimono i Sinodi antichi), perché ci vuole persone cresciute, mature. Non siamo mendicanti lasciati sulla strada, persone da compatire,ma operai della vigna chiamati indegnamente all’onore della fatica.
Il merito riceve un compenso ma esso è un compenso di grazia perché il Signore ricompensa le nostre azioni con un salario che supera il valore reale delle nostre prestazioni.
I meriti non servono ad ottenerci il Paradiso. Il banchetto di nozze è già stato allestito, ma essi sono la veste nuziale ossia la grazia accolta e il perdono ottenuto. Nel Canone primo, parlando dei santi nel cielo, la Chiesa chiede: «Ammettici a godere della loro sorte beata non per i nostri meriti, ma per la ricchezza del tuo perdono».
***
Scquizzato parla della croce. Il Vangelo non propone un semplice di portare la croce ma di seguire Gesù portando la croce, ossia affrontando le difficoltà che incontriamo nel seguirlo seriamente. Non consiste soltanto nel coltivare l’arte di stare nella realtà (p. 135). La realtà prevede di assumere un impegno civile doloroso, come quello sostenuto da quei cristiani che, portando la croce dietro Gesù, hanno lottato contro la mafia (Rosario Livatino, don Puglisi). È un aspetto piuttosto ignorato nel libro che si limita a guarire le ferite interiori.
***
Infine, come comporre queste due affermazioni che suonano irriducibili tra loro?
a) « La morte non è l'opposto della vita: è il suo movimento, la sua trasformazione, la sua curva necessaria. Noi siamo convinti che con la morte la vita finisca, ma per Gesù la vita non finisce: si trasforma per continuare in un'altra modalità. Quale? Non lo sappiamo; non possiamo saperlo. Ma non finiremo: saremo trasformati» (p.130).
b) «Ogni organismo, dissolvendosi, restituisce le proprie cellule, le proprie molecole, i propri atomi, la propria energia: tutto ciò che ha ricevuto, lo ridona. Ma allora — ed è qui che la domanda diventa nostra, personale — che ne è di noi? Che ne è di queste forme che siamo, di questo "sé" fragile e luminoso che, morendo, consegna tutto: carne, energia, respiro, memoria, storia? Scompare per sempre? Si dissolve come una goccia nell'oceano? Non lo sappiamo. E forse, radicalmente, non è necessario saperlo. Perché anche se l'"io" cosciente dovesse dissolversi del tutto, nulla potrebbe cancellare il valore dell'essere stati. La grazia di aver vissuto» (p. 158-159).
***
Se papa Francesco proponeva una Chiesa che fosse un ospedale da campo, Scquizzato va ben oltre e tende a volere una Chiesa che sia piuttosto una clinica. Con un linguaggio fascinoso e fornendo cure accattivanti, tende a trasformare la spiritualità, esclusivamente, in una cura psicologica, ove i comandamenti e i sacramenti non valgono neppure come cure palliative, perché i primi sono una terapia controproducente e i secondi dei placebo (al punto che non se ne parla). L’io profondo si cura da sé comunicando con la sua ombra?
È un libro che tende ad essere apologetico. Tenendo conto degli umori dei malati (gli uomini del nostro tempo, poco disponibili a considerarsi tali), presenta del Vangelo ciò che potrebbe essere accolto con piacere, cancellando ciò che potrebbe, invece, urtare la sensibilità. Nessuna medicina deve essere amara. Nel supermercato del vangelo, ormai i prezzi sono bassi e fissi.
Il libro, di facile lettura, affascinante e realmente denso di perle da raccogliere, corrisponde a ciò che nella letteratura patristica si chiamava Prottretico, un invito (pubblicitario) alla fede, condotto con entusiasmo ma ancora privo di approfondimento.
La pubbblicità ci offre l’immagine d’una giovane signora, che seduta all’interno di un salotto moderno e lussuoso, vestita con abiti firmati, si dedica allo Yoga, forse per dissipare le ubbie della sua vita insignificante. Se leggesse Trasformazione (un’opera che pare scritta proprio per lei), farebbe di sicuro un passo avanti. Poi, per avanzare, dovrebbe leggere anche altro.

Nessun commento:
Posta un commento