REGOLE DELDISCEPOLO 1
L’accoglienza nella fede della sovranità di Dio annunciata e introdotta da Gesù richiede dal discepolo un comportamento adeguato alla sua fede.
chiunque si adira con il proprio fratello (mt 5,21-22)
All'interno del discorso della montagna, le sei cosiddette antitesi (Mt 5,21-48) formano una sezione veramente avvincente: «Avete inteso che fu detto, ma Io vi dico».
Accostiamo la prima antitesi che dice:
«Avete inteso che fu detto agli antichi: Non ucciderai: chi avrà ucciso dovrà essere sottoposto al giudizio. Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello dovrà essere sottoposto al giudizio. Chi poi dice al fratello rako, dovrà essere sottoposto al sinedrio: e chi gli dice: pazzo, sarà destinato al fuoco della Geènna» (Mt 5,21-22).
Gli «antichi» sono la generazione del deserto, quella che aveva ricevuto la Torà sul monte Sinai. A tale generazione «è stato detto...». La forma passiva in questo passo vuole alludere a "Dio", e pertanto sottintende: in occasione della proclamazione della Tora al Sinai Dio ha detto a Israele: «Non ucciderai». Qui viene citato alla lettera il comandamento di non uccidere (Cfr Es 20,13; Dt5,17). E poi viene aggiunto: «Chi avrà ucciso dovrà essere sottoposto al giudizio». Chiunque uccida una persona è condannato a morte (cf Lv 24,17). Il «tu» usato nei dieci comandamenti non si riferisce direttamente al singolo israelita, bensì a Israele nel suo insieme ― e in mezzo a questa totalità, naturalmente, anche all'individuo.
Con questo, Gesù ricorda semplicemente quel che allora era una cosa ovvia per ogni israelita. L'hanno sentito, nelle loro sinagoghe, quando veniva letta la Tora. Poi però viene l'antitesi, in netto contrasto: Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello dovrà essere sottoposto al giudizio.
Questo «ma io vi dico» è inquietante. Se infatti prima aveva parlato Dio, allora il successivo «ma ío...» può solo signíficare: "Io adesso parlo con la stessa autorità con cui allora ha parlato Dio. Parlo al posto di Dio". E che cosa dice Gesù? Che cosa proclama con la stessa autorità con cui una volta Dio ha parlato al Sinai? Egli dice: l'ira nutrita contro il fratello, cioè contro il correligionario nel popolo di Dío, equivale a un assassinio. Come l'assassino finisce sotto processo e viene condannato a morte, così anche colui che semplicemente si adira contro il proprio fratello viene sottoposto a giudizio e condannato a morte.
Ora, il verbo "adirarsi" non è del tutto univoco, così come può essere ambivalente il termine "ira". C'è un'ira giusta e c'è anche un'ira santa. In tal caso l'ira sfocia nell'indignazione e nello sdegno, in un profondo risentimento di fronte, ad esempio, a gravi ingiustizíe o condizioni disumane. L'ira può quindi essere l'esito di una volontà incondizionata di portare un cambiamento in meglio. In questo senso anche il Nuovo Testamento ci può parlare dell'ira dí Gesù (cf. Mc 3,5). Ma, appunto, in quel caso l'ira e frammista a tristezza.
Per come è impostata l'antitesi, l'ira contro íl fratello (o la sorella) nella fede non può essere ne giusta né santa. Inoltre ― e questo è l'aspetto fondamentale ― si deve di certo trattare di un'ira che non e ancora diventata manifesta, ma che sta già montando come indignazione nel cuore e vorrebbe colpire l'altro. Si tratta quindi di un'ira per la quale non si finisce affatto in tribunale, perché non giudicabile. Altrimenti l'antitesi non funzionerebbe. Gesù dice infatti: Dio ha ordinato che per un assassinio si venga processati. Io però ordino adesso che si finisca in tribunale già semplicemente per l'ira nutrita nel cuore.
Per qualsiasi uditore doveva subito essere chiaro, oppure, dopo lo shock iniziale, doveva diventare chiaro: Gesù adopera un linguaggio giuridico, ma in realtà si serve di tale linguaggio solo per mostrare che cosa significa adirarsi contro il proprio fratello nella fede. Ciò è come un assassinio.
Proprio questo gioco con il linguaggio portato fino all'estremo è caratteristico di Gesù. Egli e capace di adoperare immagini difficili da sostenere, come quando parla della trave nell'occhio. La profonda lacerazione presente nel popolo di Dio, la quale impedisce che questo popolo diventi segno per il mondo, comincia già con l'ira contro il fratello o la sorella. No, non solo comincia. Con l'ira e già presente la distruzione. Con l'ira interiore si commette già un omicidio contro il fratello, un omicidio contro il popolo di Dio.
Ma che significato ha Mt 5,21-22a per l'atteggiamento di Gesù rispetto alla legge del Sinai? Ha forse Gesù abolito la Tora o il quinto comandamento del decalogo? Niente affatto! Ha sostituito la Tora con un nuovo comandamento? Nemmeno questo! Ha lasciato stare il quinto comandamento così come esso è, ma l'ha interpretato fin nelle sue radici alla luce della signoria di Dio. Nel popolo di Dio gli omicidi cominciano già nel cuore e nella testa. Cominciano già con l'odio verso l'altro, anche se non ancora manifesto.
E adesso la cosa decisiva: questa messa a nudo delle radici del quinto comandamento avviene già nella Tora stessa. Ciò che Gesù dice non è necessariamente una novità. Quando Caino comincia a invidiare suo fratello Abele, quando sí irrita nel profondo e il suo volto è abbattuto, Dio gli dice: «Se agisci bene, non dovresti forse tenerlo alto? Ma se non agisci bene, il pec cato e accovacciato alla tua porta; verso di te e il suo istinto, e tu lo dominerai» (Gen 4,7).
Anche questo testo vuole dire: l'omicidio comincia nella testa. Dal punto di vista esterno, Caino non ha ancora commesso nulla. Però e già sul punto di uccídere il fratello. La cattiva intenzione lavora dentro dí lui. Il pec cato è già in agguato.
I giudici umani non sono in grado di giudicare í pensieri. Ma davanti a Dio l'uomo e un'unità, non è scindibile, non e divisibile. Per questo egli deve amare Dio «con tutto il cuore, con tutta l'anima e con tutte le forze» (Dt 6,4). La triade «cuore, anima, forze» abbraccia tutto ciò che lo costituisce: dal cuore, dalla sua sfera più intima, fino alla sfera materiale esteriore e ben oltre, vale a dire fino a dove si offre attivamente aiuto al fratello nella fede o fino a dove scorre il sangue.
A ben vedere, nella prima antitesi del discorso della montagna Gesù non ha fatto altro che porre davanti agli occhi dei suol ascoltatori questa conoscenza fondamentale della Tora a proposito dell'indivisibilità dell'essere umano. Così facendo egli ha di certo provocato e parlato in maniera estremamente radicale, però l'ha fatto proprio perché si trattava precisamente della Tora del Sinai.
niente culto senza riconciliazione (mt 5,23-24)
«Se dunque tu presenti la tua offerta all'altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia il tuo dono lì davanti all'altare, va' prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna a offrire il tuo dono» (Mt 5,23-24).
Questo testo è estremamente descrittivo. Dal punto di vista formale si presenta come un'istruzione o un ammonimento, ma nella sua sottostruttura è invece una breve narrazione. Il testo ci permette quindi di visualizzare concretamente la narrazione implicita.
C'è una persona che vuole rendere onore a Dio e si reca in pellegrinaggio al tempio. Possiamo ipotizzare che Gesù abbia pronunciato il nostro testo in Galilea. Si tratta pertanto di un abitante della Galilea che cammina per tre giorni su strade polverose; ora giunge a Gerusalemme e lo vediamo portare la sua offerta privata all'altare per consegnarla al sacerdote di turno in servizio.
Questa e la situazione di partenza. Tutti gli ascoltatori la conoscono. E ognuno di essi deve essersi sentito toccato quando Gesù prosegue: forse sei già sul punto di consegnare la tua offerta e, all'improvviso, scopri che nel villaggio qualcuno ha qualcosa contro di te. Quando ti giunge questa consapevolezza ― dice Gesù ― lascia la tua offerta presso l'altare, torna a casa e riconciliati con il tuo fratello (o la tua sorella) nella fede. Solo allora torna al tempio e presenta la tua offerta!
Questo e il significato manifesto: la persona in questione deve percorrere il lungo tragitto per ben quattro volte. Fatti due conti, gli occorrono circa due settimane di tempo. Con questo Gesù vuole dire ai suoi ascoltatori: "Non c'è niente di più importante che vivere riconciliati gli uni con gli altri. Per questa riconciliazione dovete impegnarvi con ogni sforzo, per quanto gravoso possa essere. Se non lo fate, la frequentazione del tempio e le offerte non hanno alcun senso". In questo modo Gesù si ricollega di rettamente alla critica del culto mossa dai profeti. In un discorso riportato da Amos il Signore dice:
Io detesto, respingo le vostre feste solenni e non gradisco le vostre riunioni sacre; anche se voi mi offrite olocausti, io non gradisco le vostre offerte, e le vit time grasse come pacificazione io non le guardo. Lontano da me il frastuono dei vostri canti: il suono delle vostre arpe non posso sentirlo! Piuttosto come le acque scorra il diritto e la giustizia come un torrente perenne (Am 5,21-24).
Qui Gesù la pensa esattamente come Amos e altri profeti: se il sacrificio di pingui animali e le funzioní solenni non sono uniti alla riconciliazione e alla giustizia sociale, sono inutili. Ciò che colpisce, tuttavia, è il modo in cui Gesù mette in scena l'esempio che giustifica queste affermazioni. Non dice: "Se davanti all'altare ti rendi conto di aver offeso o di aver ferito un tuo fratello nella fede, torna subito a casa e chiedi perdono a colui al quale hai arrecato offesa". Dice piuttosto: «Se ti viene ín mente che tuo fratello (o tua sorella) ha qualcosa contro di te...».
La domanda su chi sia effettivamente il colpevole non interessa affatto, tanto che è lasciata deliberatamente aperta. Non deve dire: "Ha iniziato l'altra persona, quindi ora deve essere lei a fare il primo passo verso la pacificazione. Deve prima venire a scusarsi con me, e poi possiamo guardare avanti". Questo modo di pensare è basato su una morale borghese, non sull'éthos del regno di Dio.
Il modo in cui Gesù intende la riconciliazione getta luce sulla differenza tra la mera religione e la fede giudeo-cristiana: i sacrifici offerti agli dèi sono un elemento presente in quasi tutte le religioni, così come le feste, í pellegrinaggi, i santuari, gli altari, il culto, la preghiera, i rituali, il digiuno, l'elemosina: tutto questo fa parte dell'essenza di quasi tutte le religioni, e la religione esiste ovunque. Ma la fede biblica arriva a dichiarare con incorruttibile sobrietà: tutte le preghiere, tutti i sacrifici, tutte le celebrazioni davanti a Dio vengono dal maligno se non generano una nuova convivenza. Nella liturgia Dio si riconcilia con noi, prendendo lui stesso l'iniziativa; quindi. anche noi dobbiamo riconciliarci tra di noi e fare il primo passo come ha fatto lui.
adulterio già con gli occhi (mt 5 ,27 -28)
Passiamo ora alla seconda antitesi presente nel discorso della montagna:
«Avete inteso che fu detto: Non commetterai adulterio. Ma io vi dico: chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel proprio cuore» (Mt 5,27.
Nella prima frase, cioè nella tesi, è menzionato alla lettera il sesto comandamento di Es 20,14 e Dt 5,18. Anche in questo caso l'antitesi introduce un drammatico crescendo. Come in Mt 5,21-22 il semplice odio è già equiparato all'assassinio, qui lo sguardo con desiderio è messo sullo stesso piano dell'adulterio. E un crescendo drammatico perché, secondo la Tora, anche l'adulterio è punito con la morte (Lv 20,10).
Prima di tutto, qui non si sta assolutamente parlando di un semplice sguardo rivolto a una donna. Questo rigorismo, che in alcune culture ha comportato per le donne l'obbligo di coprirsi completamente in pubblico, era del tutto estraneo a Gesù. Non si tratta di uno sguardo normale ma, come dice letteralmente il testo, di uno sguardo «di desiderio verso la donna», vale a dire uno sguardo consapevolmente associato a fantasie dí natura sessuale.
Questa antitesi riguarda una donna sposata. Questo presupposto è già presente nel Decalogo. E, qui come là, si presuppone che si trattí di un'ingerenza nei rapporti di proprietà del marito di questa donna. In Oriente la donna era considerata proprietà del marito. Se un altro uomo commette adulterio con lei, si è di fronte a una profonda intrusione nella proprietà del marito. Il fatto che l'adultero, nel caso in cui fosse sposato, infrangesse anche il proprio matrimonio non era preso in considerazione. Ma proprio per il modo in cui difende e santifica l'istituzione del matrimonio in questo brano e per il rigoroso divieto di ripudiare la moglie, Gesù va ben oltre ogni mera considerazione patrimoniale, per conferire al matrimonio una dignità elevata.
Anche qui dobbiamo constatare che la frase di Mt 5,28 («chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel proprio cuore») è dal punto di vista formale una sentenza legale. Ma Gesù non vuole introdurre un diritto nuovo. Come in Mt 5,21-22, gioca piuttosto con la retorica giuridica per provocare: anche il semplice sguardo con desiderio e un delitto capitale. Gesù vuole deliberatamente spaventare e indurre a riflettere. Ancora una volta, l'attenzione è rivolta alla persona nella sua unitarietà. L'atto con cui si annienta la dignità del matrimonio non si compie solo con l'adulterio vero e proprio. Inizia molto prima. Inizia già con sguardi che spogliano la donna per trasformarla in oggetto sessuale.
Gesù non era il solo a pensarla così. Proprio nel giudaismo ellenistico si era evidentemente diffuso da tempo un simile giudizio sullo sguardo lussurioso. Gesù poteva quindi attingere già alle correnti etiche del proprio tempo e del proprio ambiente. Ciò che in lui e particolare è la durezza straordinaria con cui protegge il matrimonio: attraverso una proposizione giuridica in cui dichiara che uno sguardo lussurioso è un crimine punibile con la morte.
Nei Testamenti dei dodici patriarchi sí trova ad esempio l'espressione "commettere impudicizia alzando gli occhi" (Testamento di Issacar 7,2). Qui il patriarca parla prima della sua morte «Eccetto mia moglie, non ho conosciuto altra donna. Non ho commesso impudicizia, alzando i miei occhi» [ed. it., Apocrifi dell'Antico Testamento, vol. 1, UTET, Torino 1989, 835].
divorzio… un delitto capitale (mt 5,31-32)
La terza antitesi del discorso della montagna si ricollega tematicamente alla seconda: il suo oggetto è il ripudio della moglie. La versione presente nel discorso della montagna recita:
«Fu pure detto: chi ripudia la propria moglie, le dia,l'atto del ripudio. Ma io vi dico: chiunque ripudia la propria moglie, eccetto il caso di unione illegittima, la espone all'adulterio, e chiunque sposa una ripudiata, commette adulterio» (Mt 5,31-32).
Se confrontiamo questo testo con le tradizioni parallele di Luca e Marco, notiamo subito che li manca la forma dell'antitesi. E quindi probabile che Matteo l'abbia formulata personalmente, secondo lo schema della prima e della seconda antitesi. Pure la clausola che permette il divorzio in caso di adulterio e inserita da Matteo o dalla tradizione prematteana. Senza queste aggiunte, il divieto di ripudiare la moglie dovrebbe aver avuto questa forma:
Chiunque ripudia la propria moglie, la espone all'adulterio, e chiunque sposa una ripudiata, commette adulterio.
Il detto forma un chiaro parallelismo e respira la radicalità di Gesù. Ma cosa dice esattamente? Lo sí comprende solo se si conosce il diritto del giudaismo palestinese in fatto di divorzio: Il divorzio è permesso, e precisamente all'uomo, facendo appello a Dt 24,1-42. Il ripudio della moglie gli è permesso qualora «ella non trovi grazia ai suoi occhi, perché egli ha trovato in lei qualche cosa dí vergognoso» (Dt 24,1). Con questa formula molto generica per l'uomo era relativamente facile, almeno dal punto di vista giuridico, sciogliere il matrimonio con la propria moglie. Non aveva che da pronunciare la formula di ripudio (cf. Os 2,4) davanti a testimoni: Tu non sei più mia moglie, io non sono più tuo marito e poi consegnare la lettera di ripudio. Per gli uomini di classe sociale inferiore, tuttavia, questo comportava alcune difficoltà, perché ciò che la moglie aveva portato ín dote doveva essere ripagato.
Per quanto riguarda la lettera di ripudio, invece, certamente serviva per consentire alla donna di risposarsi con un altro uomo. Ciononostante, permetteva comunque all'uomo ― e soprattutto all'uomo benestante ― di mandare la moglie via da casa con estrema facilità. Bisogna immaginare la pressione a cui potevano essere sottoposte le donne sposate. Non c'è dubbio: da un punto di vista puramente giuridico, la donna era trattata in maniera disuguale.
Lo mostrano anche altri aspetti di questo diritto matrimoniale: come abbiamo già visto, il marito che aveva rapporti sessuali con una donna straniera non scioglieva affatto il proprio matrimonio; egli tutt'al più, qualora la donna straniera fosse sposata, scioglieva il matrimonio del marito di lei. Diverso era invece il caso della moglie. Commettendo adulterio, ella scioglieva il proprio matrimonio. Emerge qui con chiarezza che la donna non era considerata una partner, ma un elemento della proprietà del marito, che possedeva quasi un diritto di disporre di lei come di un oggetto. Con un adulterio la donna diminuiva la proprietà del marito; questi invece, con un adulterio, poteva al massimo diminuire il valore della proprietà di un altro marito. Solo se si tiene presente questo retroterra sociale si comprende perché Gesù formuli il proprio detto riguardante il divorzio esclusivamente dal punto di vista del marito. Laddove il giudaismo era più fortemente influenzato dall'ellenismo o da Roma, sono attestati anche divorzi su iniziativa di donne (Cf. Mc 10,12).
La moglie non aveva infatti íl diritto di ripudiare il marito. Gesù si rivolge quindi al marito e gli ricorda che chi ripudia la moglie, la costringe forse a cercarsi un altro marito, perché altrimenti non riuscirebbe a sostenersi economicamente. Ella infrange quindi con il nuovo marito il suo primo matrimonio, e la colpa di ciò ricade sul primo marito che, ripudiandola, l'ha messa in questa situazione. E pure il nuovo marito infrange il matrimonio, cioè il primo matrimonio, da cui la donna è stata allontanata. A noi il divieto del divorzio nella versione matteana sembra molto complicato e circostanziato. Ma di fronte al diritto matrimoniale giudaico-palestinese di quel tempo Gesù doveva parlare così.
Con questo siamo però ancora ben lontani dall'aver detto tutto. Anzitutto dobbiamo chiarire che cosa significa il fatto che Gesù dichiara adulterio il ripudio della moglie o il matrimonio di una donna ripudiata. Come abbiamo già visto, secondo la Tora l'adulterio era uno dei delitti capitali da punire e comportava la pena di morte (Lv 20,10; Dt 22,22-24): E questo significa: Gesù dice che quanto la Tora presuppone come lecito, è un delitto capitale punibile con la pena di morte. Questo era già di per sé un affronto provocatorio. Ma tale provocazione diventa ancora più grave, perché Gesù esprime quanto dice a proposito del divorzio nella forma di una proposizione giuridica. Anche qui vale quanto detto sull'argomentazione con una proposizione giuridica in merito alla prima antitesi (cf. sopra, cap. 30). Alla luce di quanto già commentato, anche il divieto di divorzio pronunciato da Gesù è una proposizione giuridica. Innanzitutto, nella protasi viene definito lo stato dei fatti: «Chiunque ripudia la propria moglie...» o «Chiunque sposa una ripudiata...». Tale stato dei fatti viene poi dichiarato nell'apodosi una colpa grave, cioè causa dell'adulterio: «… la espone all'adulterio» o «... commette adulterio». In questo caso la definizione della pena non ha bisogno di essere specificamente menzionata. Essa e nota a chiunque: su un adulterio dimostrato pende la pena di morte.
Gesù quindi provoca ricorrendo a una proposizione giuridica. Così facendo, però, intende veramente stabilire una norma giuridica? Niente affatto. Non intende decretare una norma giuridica, così come non intende stabilirla quando dice: «Chiunque si adira con il proprio fratello dovrà essere sottoposto al giudizio». Con questo modo di parlare Gesù vuole scuotere, vuole smascherare l'ingiustizia nei confronti della donna, vuole mettere a nudo la mancanza di umanità presente nella prassi di quel tempo in fatto di divorzio. Sul piano linguistico la frase è formulata come una norma legale, ma il suo obiettivo non è quello di creare una legge nuova.
E così facendo come si comporta Gesù con la Tora? La distrugge? Niente affatto! Anzitutto bisogna prendere atto del fatto che nella Tora non esiste alcuna legge esplicita a proposíto della liceità del divorzio. Dt 24,1-4 vieta al primo marito di risposare una moglie divorziata che si era risposata. Qui si parla piuttosto incidentalmente della procedura del divorzio mediante un libello di ripudio, e precisamente come presupposto di tutto il problema giuridico. Gesù non si schiera quindi contro una disposizione o addirittura contro un comandamento della Tora, ma contro un vecchio diritto consuetudinario, a proposito del quale la Tora nulla ha da obiettare.
A ciò si aggiunge quanto segue: egli si appella, contro tale diritto consuetudinario, alla reale volontà di Dio e precisamente ― cosa d'importanza decisiva ― alla volontà di Dio così come essa è formulata già all'inizio nella stessa Tora. Ciò avviene in Mc 10,2-12. Qui egli si richiama a Gen 1,27 e 2,24 e dice:
«Dall'inizio della creazione li fece maschio e femmina; per questo l'uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due diventeranno una carne sola. Così non sono più due, ma una sola carne. Dunque l'uomo non divida quello che Dio ha congiunto» (Mc 10,6-9).
Secondo Mc 10, perciò, Gesù si richiama alla stessa Tora per andare contro un diritto consuetudinario così come esso è presupposto dalla Tora. Si richiama infatti al racconto della creazione, che fa parte della Tora. Si richiama all'unità profonda e inseparabile che viene attribuita ai due coniugi.
È pertanto chiaro che, vietando il divorzio, Gesù non si schiera contro la Tora in quanto tale, ma ne chiarisce un aspetto specifico. Con la sua dichiarazione provocatoria, espressa in linguaggio giuridico, egli prende le difese della donna che, abbandonata in balia dei capricci dell'uomo, e ridotta al rango di un oggetto, e prende le difese dell'autentica volontà di Dio che, sepolta sotto il diritto consuetudinario, non è più riconoscibile nella sua intenzione originaria.
Tutto questo è facile a dirsi. Ma vengono considerate anche le ripercussioni sociali del rigoroso intervento di Gesù? Nel suo commento a Matteo, Ulrich Luz scrive:
Questo divieto [ovvero il divieto di Gesù di sposare una donna ripudiata] per la donna divorziata poteva essere devastante. Si tratta di un divieto -- a dirla tranquillamente -- «fuori dal mondo» e comprensibile solo se si ipotizza che Gesù non avesse considerato che, nonostante questa volontà di Dio, in Israele c'erano donne divorziate e sole che si trovavano in una situazione molto difficile.
Questo testo è per me solo in parte sostenibile, perché Ulrich Luz presuppone che «Gesù pensa a partire dalla pura e incondizionata volontà di Dio». Se si prende sul serio questa frase, l'avvento della signoria di Dio non è solo una bella promessa, ma una forza che cambia il mondo. La signoria di Dio crea un Israele escatologico in cui anche il matrimonio cambia -- e diventa un'unione profonda tra uomo e donna che si tengono stretti l'un l'altro in libera fedeltà, proprio come era inteso ín Gen 1-2.
Ma non e solo la relazione tra uomo e donna ad assumere una nuova qualità. Ogni matrimonio sarà allora integrato nella convivenza di tanti fratelli e sorelle della "nuova famiglia", in cui l'uno viene in aiuto dell'altro, condivide insieme í pesi e consola l'altro nel momento del bisogno. Gesù vuole proprio che le coppie sposate non si separíno più con leggerezza e che, quando dò dovesse accadere, i separati trovino aiuto e una casa.
Naturalmente, Luz ha ragione quando dice che all'epoca «c'erano donne divorziate e sole». Spesso non potevano permettersi nemmeno una casa propria. Molte erano costrette a tornare nella casa dei propri genitori, a chiedere l'elemosina o a scegliere la strada della prostituzione. Ora, se Gesù si esprime con tale coerenza contro il divorzio, e ovvio che vuole evitare che tante mogli siano ripudiate dal marito. È «fuori dal mondo»? Al contrario, sarebbe fuori dal mondo trascurare l'indicibile miseria inflitta a bambini e giovani a causa dí divorzi a cuor leggero, così come di matrimoni contratti senza la volontà di rimanere fedeli.
Ancora un'osservazione conclusiva: la tesi di Hans Conzelmann, secondo cui Gesù avrebbe fondato íl suo ethos non a partire dalla signoria di Dio ma dalla creazione, si rivela troppo superficiale proprio alla luce del divieto di divorzio pronunciato da Gesù. Il rigoroso divieto di sciogliere il matrimonio o sposare una persona divorziata presuppone un popolo di Dio nel quale le persone vivono una nuova convivenza alla luce della signoria di Dio. Senza una base sociale di questo tipo, non solo il divieto del divorzio, ma l'intero éthos di Gesù sarebbe disumano. Ma la tesi di Conzelmann è insostenibile anche per il fatto che, in Gesù, non c'è alcuna separazione tra creazione e signoria di Dio. L'avvento della signoria di Dio comporta proprio la restaurazione della creazione. Nel regno di Dio si renderà visibile il senso vero della creazione.
meglio una mano mozzata (mc 9,43-48)
La serie di detti riguardanti l'«automutilazione» per la vita eterna si trova in Mt 5,29-30 e in Mc 9,43.45.47-48. In questo caso scelgo la versione di Marco:
«Se la tua mano ti è motivo di scandalo, tagliala: è meglio per te entrare nella vita con una mano sola, anziché con le due mani andare nella Geènna, nel fuoco inestinguibile. E se il tuo piede ti è motivo di scandalo, taglialo: è meglio per te entrare nella vita con un piede solo, anziché con i due piedi essere gettato nella Geènna. E se il tuo occhio ti è motivo di scandalo, gettalo via: è meglio per te entrare nel regno di Dio con un occhio solo, anziché con due occhi essere gettato nella Geènna, dove il loro verme non muore e il fuoco non si estingue» (Mc 9,43-48).
Dal punto di vista formale, questa serie di detti è strutturata in modo particolarmente chiaro. La prima riga termina sempre con un comando, seguito ogni volta da un parallelismo antitetico. Ciò che, cambia e il riferimento a parti del corpo di una certa importanza: mano, piede, occhio. Diverso e anche l'uso dei termini "vita" e "regno di Dio". Non cambia invece la "Geenna", che viene menzionata tre volte, la terza delle quali ampliata con una citazione di Is 66,24. Già solo a livello di forma e tutto estrema mente suggestivo. Non c'era bisogno di mandare a memoria una serie di detti come questa: bastava sentirla una sola volta e non la si dimenticava più.
Gesù sapeva parlare con questo tono. Cosa voleva dire con questa serie di detti? Più indietro ci siamo già soffermati sull'immagine dello skandalon (cf. sopra, cap. 28). Si tende una trappola agli animali, che vengono così uccisi o catturati. Allo stesso modo anche noi possiamo cadere in trappola. La trappola ci sta già aspettando: í nostri occhi ci trascinano dentro o le nostre mani e i nostri piedi vi rimangono impigliati. E poi, per liberarsi, occorre sacrificare qualche parte di sé.
Forse le immagini utilizzate da Gesù dicevano ancora di più: sono proprio le nostre mani, i nostri piedi, i nostri occhi ad attirarci verso il male. Il male viene sempre e solo da fuori? No, spesso viene da noi stessi. E anche in questo caso dobbiamo sradicarlo o reciderlo. È una decisione tremenda dover rinunciare, in certe circostanze, a interi ambiti della nostra vita. Ma ne va della nostra vita.
Per due volte Gesù dice semplicemente che ne va della vita. Solo la terza scopriamo che questa vita non e altro che la vita nella signoria di Dio; non solo in quella che già ora sta venendo, ma anche nel suo compimento eterno. A tutto ciò si contrappone l'inferno definitivo.
Così Gesù ha parlato anche dell'inferno. Non ha avuto paura di chiamarlo per nome ― e non ha utilizzato perifrasi per evitare di dire la parola "inferno". Diversi commentari biblici, infatti, citano doverosamente il detto, ma non si soffermano più di tanto su tale questione, ben poco allettante. Con l'illustrazione e la minaccia di punizioni infernali si è abusato decisamente per troppo tempo, in maniera eccessiva e spesso, in modo sadico. Ma possiamo tacere su questa terribile possibilità quando ne ha parlato anche Gesù in persona? Forse sì! Ma solo se, anche senza usare questa parola, diciamo ciò che Gesù intendeva dire quando la utilizzava. Dovremmo quindi parlare della gravità della situazione in cui ci troviamo e della radicalità della decisione che ci viene richiesta.
Giustamente, pero, la dogmatica odierna afferma che, quando parliamo dell'inferno o di ciò che si intende con questo termine, non bisogna mai farlo senza aver prima parlato della dedizione incondizionata di Dio verso la sua creazione, del suo desiderio che la creazione abbia esito positivo, della sua chiara volontà che tutti gli uomini siano salvati (1 Tm 2,4).
Nell'annuncio di Gesù, tutto è dominato da questa dedizione definitiva di Dio al mondo. Il centro del suo messaggio è proprio la venuta del regno di Dio come messaggio di gioia e non come minaccia di giudizio. E Gesù non parla solo dell'amore incommensurabile di Dio ― lui vive anche la sua dedizione verso i perduti, i disperati e gli smarriti.
L'inferno è quindi sinonimo di ciò che Dio non vuole. L'inferno è proprio il non voluto da Dio. L'inferno come condizione definitiva può esistere solo quando una persona rifiuta Dio con tutto ciò che pensa, ciò che sente e che la costituisce. Ma dal momento che esistono talmente tante immagini false e fuorvianti dí Dío che le persone ragionevoli giustamente rifiutano, dobbiamo formulare la questione in modo diverso: l'inferno come condizione definitiva può esistere solo quando una persona non vuole il bene, ma il male ― e lo vuole proprio in quanto mode. L'inferno può esistere solo laddove una persona non vuole la verità, ma la menzogna, e la vive fino alle radici della sua esistenza. Infine, può esistere solo quando una persona ha definitivamente detto: "Io basto a me stesso. Voglio solo me stesso, esclusivamente me solo".
Se esistesse una persona che, con una decisione radicale della sua intera esistenza, volesse sempre e solo se stessa e nessun altro, allora Dio dovrebbe lasciarla a se stessa. Dio non potrebbe violare la sua volontà,. Una persona così avrebbe davvero solo se stessa, ed esattamente questo sarebbe l'inferno. Possiamo solo sperare e pregare che tale persona non esista o, meglio, che anche in questo caso la grazia di Dio risulti vittoriosa e, prima della morte, irrompa nella prigione che questa persona si è creata intorno alla propria esistenza.
Questa «grazia vittoriosa» di Dio fa però appello alla nostra cooperazione, alla nostra speranza e alla nostra compassione, non solo perché gli inferni creati dall'umanità nel corso della storia possano essere respinti, ma anche perché glí inferni eterni non possano nemmeno sorgere.
Eppure l'inferno rimane una terribile possibilità lasciata alla libertà umana. Parlandone, Gesù vuole mostrarci che la nostra vita non è un passatempo a buon mercato, privo di conseguenze. Affinché il regno di Dio e non il regno del male conquisti il potere nel mondo, ci è richiesto tutto, anche la capacita di separarci da ciò che nella nostra vita è al servizio del male, anche se, metaforicamente parlando, si tratta di una mano, di un piede o persino di un occhio.
rinuncia alla violenza (mt 5,38-42)
Come testo base scelgo la versione di Matteo:
«Avete inteso che fu detto: Occhio per occhio e dente per dente. Ma io vi dicodi non opporvi al malvagio; anzi, se uno ti da uno schiaffo sulla guancia destra, tu porgigli anche l'altra, e a chi vuole portarti in tribunale e toglierti la tunica, tu lascia anche il mantello. E se uno ti costringerà ad accompagnarlo per un miglio, tu cori lui fanne due. Dà a chi ti chiede, e a chi desidera da te un prestito non voltare le spalle».
Probabilmente Matteo ha qui conservato la formulazione originale della fonte dei detti meglio di Luca. Lo mostrano le seguenti osservazioni.
Eliminando la figura dell'antitesi, il testo matteano risulta composto da quattro frasi che formano un anticlimax:
nessuna resistenza in caso di colpo al viso,
nessuna resistenza in caso di discussione sull'unica tunica,
nessuna resistenza in caso di costrizione a effettuare un tragitto,
nessuna resistenza in caso di richieste insistenti.
Mentre in un climax l'apice è costituito dall'ultimo elemento di una serie linguistica (sequenza di parole o frasí), in un anticlimax l'enfasi e posta immediatamente all'inizio ― nel nostro caso sul colpo in faccia ― ed e proprio questo inizio che viene enfatizzato come estremo attraverso la graduale attenuazione della violenza nelle frasi successive. In Matteo la situazione concreta e descritta nel modo seguente. Al termine dell'anticlimax si parla di prestito. Qualcuno viene e chiede denaro in prestito, ma forse anche sementi o cibo. Non si tratta certo di un'ingiustizia né tanto meno di violenza, ma è comunque una situazione spiacevole. Verosimilmente gli ascoltatori di Gesù si immaginano che il postulante stia esercitando una "delicata" pressione morale. La richiesta di denaro potrebbe persino essere percepita come un'imposizione, dato che in Israele non era permesso chiedere interessi ai fratelli nella fede (Dt 23,20-21; a 18,8). Gesù invece dice: «E a chi desidera da te un prestito non voltare le spalle».
Prima di questo si parla di "chiedere". La situazione concreta non viene descritta. Forse gli ascoltatori stanno pensando a dei mendicanti. Se si tiene presente quanto diffusa e penetrante potesse essere la pratica del chiedere elemosine in Oriente, allora si può intuire il senso della richiesta. Anche in questo caso, il contesto presuppone una certa pressione da parte del questuante. Questi arriva a essere fastidioso. Gesù invece dice: «Dà a chi ti chiede».
Al livello precedente dell'anticlimax ha inizio la costrizione. Aggaréuein (costringere) e termine tecnico usato per estorcere prestazioni. Tutto lascia supporre che qui ci si apra davanti la situazione della Palestina sotto il dominio romano. Le coorti romane si arrogavano il diritto di costringere un ebreo ad andare insieme a loro per fare da guida o portatore di carichi senza compenso (cf Me 15,21). Gesù dice: «E se uno tí costringerà ad accompagnarlo per un miglio, tu con luí fanne due».
Il caso che precede e ancora più pesante. A qualcuno deve essere stata estorta la tunica con un atto di coercizione tale da arrivare alla minaccia del giudizio. È chiaro: tutto avviene in un contesto di povertà, tra persone che possiedono pochissimi beni. Forse si tratta di riscuotere un pegno, forse un risarcimento: quale sia la situazione concreta non lo sappiamo. In ogni caso, si tratta di una persona che possiede un'unica tunica e un solo mantello. Non era lecito sottrarre il mantello a un correligionario- questa norma era già stata legalmente stabilita in Es 22,25-26 ― perché serviva proprio agli indigenti per coprirsi la notte e ripararsi dal freddo. Non avevano nient'altro. Gesù dice: "Non litigare in giudizio per la sottotunica! Lascia che ti venga tolta! Si, e in più dai anche il tuo mantello".
All'inizio, si trova il caso più grave. Mentre prima si trattava dí una costrizione di intensità crescente, forse già anche di violenza occulta, ora siamo di fronte a un'esplosione dí violenza manifesta e brutale, al tempo stesso considerata un oltraggio, grave perché, come viene detto espressamente, il colpo e infetto sulla guancia destra e non sulla sinistra. Quindi il colpo non viene dato con il palmo della mano destra, bensì con il dorso. E un colpo dato con il dorso della mano era considerato un'offesa estremamente grave, sia nel mondo greco-romano che in quello ebraico. Colpendo con il dorso della mano sí voleva dire all'altra persona: "Sei un codardo, una nullità inerme. Con uno come te non c'è nemmeno bisogno di dare il colpo giusto". E Gesù dice: "Lasciati insultare brutalmente! Porgi al tuo avversario anche l'altra guancia!".
L'anticlirnax, dunque, in maniera decrescente, passa dalla violenza brutale, che costituisce un disonore per l'altro, fino alla richiesta fastidiosa al la quale e difficile sottrarsi. Il tutto ― almeno in Matteo ― e una composizione costruita con maestria, formata da singoli lóghia che Gesù può aver detto ín situazioni completamente diverse. In ogni caso, ognuno di questi lóghía riflette il linguaggio provocatorio e l'ethos radicale di Gesù di fronte alla violenza o alla coercizione. L'intenzione di queste frasi e univoca. Agli ascoltatori viene impresso il messaggio seguente: rinunciate ai vostri diritti! Rinunciate a qualsiasi tipo di rivalsa! Non rispondete mai alla violenza con altra violenza!
Le sollecitazioni presenti nel nostro testo diventano ancora più incisive per il fatto che descrivono casi tutt'altro che insoliti e rari. Anzi, sono desunte dalla vita reale e quotidiana degli uditori di Gesù e presuppongono un'intera gamma di possibilità di violenza velata o manifesta che vanno, appunto, dalla semplice scocciatura all'atto di violenza diretto.
Certo, questi inviti a rinunciare alla violenza ― come pure altre richieste presenti nel díscorso della montagna ― ci pongono di fronte a una serie di problemi. Quando leggo la frase: «Da' a chi ti chiede», vedo sempre davanti a me una scena in un supermercato: un bambino aveva infilato la mano in uno di questi scomparti volutamente profondi e aveva tirato fuori un mucchio di barrette di cioccolato colorate. Le voleva tenere. Al no della madre il bambino aveva dapprima cominciato a implorarla fino a cercare di ricattarla con pianti e lacrime. Quella madre avrebbe dovuto seguire il discorso dí Gesù (partiamo dal presupposto che conoscesse il discorso della montagna) «Da' a chi ti chiede»? Non doveva opporsi alla richiesta, proprio per amore del figlio?
Un altro esempio: il 25 giugno 2021 un uomo ha improvvisamente aggredito delle donne con un coltello in un grande magazzino di Wiirzburg. Ci sono stati diversi feriti gravi e tre morti. L'uomo aveva chiesto a una commessa di mostrargli l'arma del delitto, un grande coltello appuntito, ed era poi passato ad aggredirla con lo stesso mezzo. La commessa fu la prima delle tre vittime. Evidentemente la donna aveva dapprima opposto resistenza. Avrebbe dovuto offrire all'assassino anche il suo collo, come prescrive la frase: «Non opporvi al malvagio»?
Da questi due esempi emerge con chiarezza che gli appelli di Gesù a rinunciare alla violenza non possono essere applicati come norme vincolanti in ogni singolo caso. Rispondere che non bisogna prendere tali richieste "alla lettera" sarebbe discutibile. Tutto ciò che Gesù dice e tutto ciò che è scritto nella Bibbia deve essere inteso "alla lettera". L'unica domanda da porsi è cosa intendere per "lettera" o quale tipo di "linguaggio" abbiamo di fronte. Tutto sarebbe più chiaro se qualcuno dicesse che qui si parla in senso figurato, qui il linguaggio è "metaforico" o "per immagini". Ma anche questo sarebbe comunque opinabile.
Come in molti altri passaggi, Gesù parla in modo provocatorio ed estremo. Lo scopo dí questo linguaggio non e tanto quello di istruire, bensì quello di scuotere le coscienze, aprire gli occhi, far riflettere e strapparle da un'indifferenza viscerale. Anche così, però, con il suo discorso provocatorio che invita a rinunciare alla violenza, Gesù pensa comunque a comportamenti reali che devono essere presi come tali e che, come modelli, gettano luce su casi simili. Gesù proibisce davvero l'uso della violenza ed e convinto che chiunque accolga la sua parola all'interno del popolo di Dio possa rinunciare alla vendetta e alle rivalse.
Nelle interpretazioni più recenti delle frasi di Gesù sulla rinuncia alla violenza si sottolinea spesso che non si tratta pura passività, ma di un agire attivo attraverso il quale indurre l'altro a cambiare. Porgere l'altra guancia, ad esempio, sarebbe una risposta che sorprende e disarma l'avversario, una reazione che «non intende mettere in cattiva luce l'aggressore, ma indurlo a rinunciare alla violenza e in definitiva a riconciliarsi»l.
In ogni caso, questa è la speranza che sta alla base dell'atteggiamento della non violenza, che non scaturisce da un'ingenuità fuori dal mondo, ma segue piuttosto un'intenzione voluta: interrompere la spirale della violenza in modo che l'avversario sbalordito possa tornare sui suoi passi di fronte alla reazione inattesa della propria vittima. [...] Di fronte alla mancata violenza, che uno invece si aspetterebbe in risposta, l'aggressore dovrebbe sentirsi completamente spiazzato, tanto da fermarsi e astenersi dall'agire in modo violento.
Tutte queste considerazioni intravedono qualcosa di corretto. Quando qualcuno consegna la propria tunica senza opporre resistenza, quando aggiunge anche l'abito e resta nudo, mette in atto un gesto sconvolgente di fronte al quale nessuno può restare indifferente. Lo stesso vale per la presentazione dell'altra guancia. Porgere il proprio collo all'interno di un branco di lupi funziona davvero: si inibisce il riflesso che spinge il più forte ad azzannare. Non e però certo che tali riflessi funzionino anche nell'uomo perché qui, diversamente dai lupi, c'è una lunga storia dí violenza, qui si aggiunge un crescente potenziale di male. Ecco perché la dimostrazione di non violenza può avere anche esattamente l'effetto opposto: il male che si scatena in modo quasi sadico.
Gesù non intendeva queste richieste come un ethos generale per l'umanità, la società, l'individuo o lo Stato. Valevano per Israele. Ancor più precisamente: valevano per i discepoli di Gesù, inizio e strumento di diffusione dell'Israele escatologico. E qui che deve avere inizio la novità che un giorno cambierà il mondo intero.
Gli Stati, ad esempio, non possono e non devono attenersi alla non violenza richiesta nel discorso della montagna. Senza il monopolio dello Stato sull'uso della forza, senza la polizia, senza giudici e forze dell'ordine, in qualsiasi società scoppierebbero rapidamente il caos e l'anarchia. Torniamo per un attimo all'attacco di Wiirzburg: gli uomini che hanno circondato l'aggressore del 25 giugno 2021 tenendo in mano le sedie del ristorante fino all'arrivo della polizia hanno agito non solo in modo coraggioso, ma anche corretto. Hanno impedito altri omicidi.
Con il suo appello alla non violenza Gesù ha ín mente persone che, all'interno del popolo di Dio e sostenute da fratelli e sorelle, rinunciano alla violenza e, soprattutto, alla ritorsione, affinché si comprenda in modo simbolico come sarà la nuova società del regno di Dio. È una società alternativa, fondata sul "per gli altri", basata su una decisione libera. In questa libertà Gesù ha preferito lasciarsi uccidere piuttosto che tradire il suo messaggio e la sua missione. E i suoi avversari hanno azzannato. Non li ha fermati nessun riflesso. Ma dalla sua morte e nata la chiesa, che sarebbe il luogo reale in cui dovrebbe essere vissuto il discorso della montagna.
amore per i nemici (lc 6,27-28)
L'amore peri nemici è concetto di importanza fondamentale per Gesù.
«Amate i vostri nemici, fate del bene a quelli che vi odiano, benedite coloro che vi maledicono, pregate per coloro che vi trattano male» (Lc 6,27-28).
Ribadito di continuo, dapprima nel Nuovo Testamento stesso e poi nella chiesa primitiva, ben presto è diventato la quintessenza del messaggio dí Gesù e del cristianesimo.
Molti studiosi hanno cercato di scoprire se il comandamento di amare i nemici fosse qualcosa di specificamente gesuano oppure se anche altrove esistesse qualcosa di analogo.
L'ambiente più importante, anzi assolutamente fondamentale, del Nuovo Testamento è Israele. Le espressioni più importanti per questo comandamento si trovano in Lv 19,17-18:
«Non coverai nel tuo cuore odio contro il tuo fratello; rimprovera apertamente il tuo prossimo, così non ti caricherai di un peccato per lui. Non ti vendicherai e non serberai rancore contro i figli del tuo popolo, ma amerai il tuo prossimo come te stesso. Io sono il Signore».
La prima domanda che poniamo a questo testo deve essere: che cosa significa qui «il prossimo»? La risposta è chiara il «prossimo» è come dire «membro del clan» e «membro del tuo popolo». Quindi, in questo testo, «prossimo», esattamente come «fratello», può significare solo membro del popolo di Dio, fratello e sorella nella fede. La questione diventa ancora più chiara nelle attestazioni di Lv 19,33-34:
«Quando un forestiero dimorerà presso di voi nella vostra terra, non lo opprimerete. Il forestiero dimorante fra voi lo tratterete come colui che è nato fra voi; tu l'amerai come te stesso, perché anche voi siete stati forestieri in terra d'Egitto. Io sono il Signore, vostro Dio».
Questo testo dí grande attualità ai nostri giorni mostra che l'amore verso il prossimo deve valere anche per lo straniero che si e insediato nel Paese. Diverso è il caso dei viaggiatori di passaggio, come ad esempio un forestiero che pratica il commercio e per questo viaggia nel Paese. A lui non si applica il comandamento dell'amore verso il prossimo, ma piuttosto l'alto stile dell'ospitalità, che richiede un impegno straordinario da parte dell'ospite.
È quindi chiaro che, nell'Antico Testamento, l'amore verso il prossimo non è un amore universale verso l'umanità; si applica aí membri del clan, ai figli e alle figlie del proprio popolo, ma anche a tutti coloro che vivono come stranieri nel Paese, ai quali si riferisce il «presso di voi» o il «fra voi» di Lv 19,33-34.
A partire da qui si deve interpretare anche «l'amerai come te stesso».
Attualmente va di moda riferire questo te stesso» all'individuo, al proprio "io": «Ama prima te stesso senza riserve, solo così avrai anche la forza di amare il tuo prossimo». Ciò non ha assolutamente nulla a che fare con la Bibbia. Nell'antico Israele, che non conosceva affatto il nostro individualismo, «te stesso» era la famiglia, era il proprío clan. L'individuo doveva obbedienza e solidarietà, a questa comunità ristretta. In cambio, veniva da essa sostenuto e protetto. Ognuno doveva amare la propria famiglia, il proprio clan, dove per amore non si intendeva certamente un sentimento romantico, ma una vera e propria solidarietà reciproca.
Una delle grandi conquiste teologiche d'Israele e stata quella di superare questa solidarietà all'interno del proprio clan e di estenderla all'intero popolo di Dío, a tutti i fratelli e le sorelle nella fede (e anche agli stranieri viventi nel Paese). Il comandamento dell'amore per il prossimo vuole quindi dire esattamente questo: "Dovrai donare al tuo prossimo, cioè a tutti quelli che fanno parte del popolo di Dio, esattamente lo stesso aiuto e la stessa cura come a quelli che fanno parte della tua famiglia e della tua parentela! Dovrai amare tutti in Israele come ami la tua famiglia!". Era un passo degno di nota nella comprensione dell'esistenza del popolo di Dio.
Che dire dell'amore verso i nemici? L'estensione dell'antica solidarietà familiare non arrivava solo aí fratelli unanimi nella fede, ma anche al nemico presente nel popolo di Dio, perché nel già citato testo di Lv 19,17-18 e ovviamente incluso anche il nemico. Lì si dice infatti: «Non coverai nel tuo cuore odio contro il tuo fratello». E ancora: «Non ti vendicherai e non serberai rancore contro i figli del tuo popolo».
Colui contro il quale si nutre odio nel proprio cuore è il nemico. E colui contro il quale si cerca di vendicarsi non può essere che il nemico. Eppure anche il nemico è in Israele "fratello", e quindi non si può odiare neppure lui. Il nemico e pertanto incluso nel comandamento dell'amore del prossimo di Lv 19. Esodo (21,1-23,33) lo dice ancora più chiaramente: «Quando incontrerai il bue del tuo nemico o il suo asino dispersi, glieli dovrai ricondurre. Quando vedrai l'asino del tuo nemico accasciarsi sotto il carico, non abbandonano a se stesso: mettiti con lui a scioglierlo dal carico» (23,4-5).
Qui vengono descritti a mo' d'esempio due casi, il secondo dei quali segna un crescendo rispetto al primo. Primo caso: già il fatto di ricondurre al padrone il bue o l'asino richiede del tempo e non è sicuramente cosa piacevole. Uno potrebbe lasciare che l'animale continui a vagare e danneggiare così il nemico. Ma non deve avere la volontà di danneggiarlo. Deve aiutarlo. Secondo caso: qui si tratta dí collaborare, bisogna darsi da fare insieme per rimettere in piedi l'asino e suddividere meglio il pesante carico. E tutto questo mano nella mano, collaborando con l'uomo da cui si è odíati o che si odia! Questo potrebbe costituire un passo in avanti verso la riconciliazione. È vero che il termine "amore" qui non compare, non di meno è altrettanto vero che è qui del tutto evidente cosa si intenda per amore nella Bibbia. L'amore non è in primo luogo un forte sentimento, ne un'emozione sconvolgente, ma è aiuto effettivo.
A questo punto si solleva la domanda: Gesù supera ancora una volta tutto questo? Allarga di nuovo i confini? Allarga l'amore verso il prossimo fino a farlo diventare universale? Io non trovo spunti in questo senso nel comandamento di amare il prossimo e il nemico. Gesù rimane fedele al comandamento di Lv 19,18.34. E così facendo ― questo è l'aspetto decisivo ― tiene fede alla collocazione del comandamento dell'amore nel popolo di Dio.
L'unica cosa che è cambiata è al massimo la seguente: il comandamento dell'amore verso il prossimo (che, come si e visto, include anche quello dell'amore per il nemico) si colloca ora direttamente accanto al comandamento dell'amore per Dio di Dt 6,5 e occupa così una posizione centrale. Lo mostra la risposta data da Gesù alla domanda su quale sia il comandamento più importante (Cfr. Mc 12,28-34 Mt 22,34-40// Lc 10,25-28). Ciò che risulta più evidente con Gesù è il legame saldo e indissolubile tra l'amore verso il prossimo e l'amore per Dio (cioè il legame tra Lv 19,18 e Dt 6,5). Non si deve dire che, nella Torà il comandamento di Lv 19 sia in qualche modo marginale ma è significativo che ora, con Gesù, sia collocato definitivamente al centro. Inoltre, Egli parla direttamente di amore verso i nemici.
Possiamo però forse aggiungere ancora una cosa: nell'amore verso il prossimo e verso il nemico Gesù ha radicalmente bandito qualsiasi idea di contraccambio (Mt 5,46-48 e Lc 6,32.34.36):
«Se amate [solamente] quelli che vi amano, quale ricompensa ne avete? Non fanno così anche i pubblicani? E se prestate [soltanto] a coloro da cui sperate di ricevere, quale ricompensa ne avete? Non fanno così anche i pagani?»
Con ciò Gesù sta dicendo: se tutto è basato solamente su una reciprocità contabile, “sull’aiutami che io ti aiuto” o “io ti aiuto, ma naturalmente alla tacita condizione che tu aiuti anche me qualora dovessi, averne bisogno”, ovvero se tutto si svolge solo secondo il principio della reciprocità etica, allora ci troviamo ín un mondo spietato e privo di attrattiva. La società del popolo di Dio deve invece essere animata dalla spontaneità libera e dalla gratuità assoluta. Perché il popolo di Dio deve rispecchiare la benevolenza di Dio. Ecco perché la serie di detti appena citati si conclude con la frase: «Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso!» (Lc 6,36).
La messa al bando di qualsiasi aspettativa di ricompensa ci conduce direttamente nel mondo delle religioni antiche, dove era esattamente il contrario. «La mentalità comune dei Greci e pervasa dall'idea che bisogna aiutare i propri amici e danneggiare i propri nemici. Questi principi fondamentali affiorano di continuo da Omero in poi e perdurano fino al tempo dei Romani» (Mary Blundell, in Helping Friends and Harrning Enemies).
Gesù non si è affatto lasciato alle spalle l'amore verso il prossimo o l'amore verso il nemico annunciati nella Torà. Proprio in base ad essa egli sa chi è Dio e come deve essere anche l'uomo in Israele.
Solo in Israele? Davvero Gesù è rimasto concentrato solamente su Israele? Non ha forse superato le barriere nazionali d'Israele? Non ha forse esteso il comandamento dell'amore di Lv 19 a tutte le persone, tanto che ora il «prossimo» sono tutte le persone del mondo intero? Come sembra suggerire la parabola del buon samaritano (Lc 10,30-35).
Questa interpretazione però non coglie ciò che Gesù intende dire in questa parabola. Già la scelta dei personaggi parla da sé, e ancora di più la constatazione che questa è l'unica parabola di Gesù con una collocazione reale: «Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico» (Lc 10,30). Il sacerdote e il levita rappresentano il tempio di Gerusalemme su un piano per così dire "professionale" e anche il malcapitato lo rappresenta da "laico". Se percorreva il Wadi Qelt per andare verso Gerico, significa che stava venendo anche lui da una visita al tempio. Aveva praticato il culto nel tempio di Gerusalemme. Il samaritano, invece, è la controfigura che rappresenta il culto di Dio praticato sul Monte Garizim. In entrambi i luoghi di culto, sul Monte del Tempio a Gerusalemme come pure sul Monte Garizim, si adorava YHWH ma ― intende dire Gesù ― ciò che conta e che l'adorazione del vero Dio deve corrispondere all'amore verso il prossimo. Altrimenti l'amore per Dio e fragile e incoerente.
Inoltre, il fatto che Gesù scelga un samaritano come controfigura per i fedeli di Gerusalemme ha un ulteriore obiettivo: Gesù vuole rammentare che i samaritani, disprezzati dai giudei, non sono forestieri ma, nonostante l'odio reciproco, fanno anch'essi parte del popolo di Dío (cf. il racconto in Lc 9,51-56). Si serve della meravigliosa figura di questo samaritano per mostrare come si deve agire da fratelli e sorelle all'interno del popolo di Dio. La parabola rientra quindi nella grande tematica del "raduno del popolo d'Israele". La posta in gioco qui ― e in generale nella Bibbia ― è innanzitutto il realizzarsi della solidarietà vissuta nel popolo di Dio, così come viene richiesta in Lv 19,1834 o Es 23,4-5 e già illustrata in modo esemplare in 2 Cr 28,5-15: qui i samaritani fasciano le ferite dei giudei gravemente colpiti nella battaglia fratricida, li vestono, li nutrono, danno loro da mangiare, li mettono in sella e li riportano in patria.
Gesù, come tutta la Bibbia, pensa esattamente nella prospettiva d'Israele e in maniera penetrante in quella del popolo di Dio. Il cambiamento del mondo avviene a partire da un luogo specifico e questo luogo e il popolo che Dío si è scelto. Solo nella misura in cui questo popolo vive l'alternativa di Dio, la novità e l'alterità sí potranno propagare nel mondo. Nell'Antico Testamento questo propagarsi e concepito secondo lo schema del pellegrinaggio dei popoli: i popoli si recano a Sion per imparare da Israele in che modo la non violenza e la pace possono trovare casa nel mondo (cf in particolare Is 2,1-5). Per Gesù, il pellegrinaggio dei popoli è cosa ovvia. Applicato alla domanda appena sollevata, vale quindi: se il popolo escatologico di Dio vivrà l'amore verso il prossimo e l'amore per il nemico, allora accadrà che questa dedizione che porta a dimenticarsi di sé toccherà molte persone nel mondo e le indurrà ad agire nello stesso modo.
Certo, l'idea del pellegrinaggio delle nazioni può essere formulata anche al contrario. Si potrebbe anche dire che, nella misura in cui l'amore verso il prossimo e verso il nemico è vissuto all'interno del popolo di Dio, lì in molte occasioni e sempre di nuovo arriverà a superare i confini dello spazio interiore per andare verso coloro che sono "fuori". Allora tutti quelli che sono "dentro", tutti quelli che hanno bisogno e persino tutti quelli che sono ostili, diventeranno fratelli o sorelle. Allora l'amore per i propri nemici si estenderà davvero oltre i confini del popolo di Dio. Ma perché ciò sa possibile, sono necessarie le risorse del popolo di Dio, di un popolo di Dio che non sia autoreferenziale, ma che faccia affidamento sulla volontà salvifica di Dio che tutto abbraccia.
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