giovedì 17 marzo 2011

SPIRITUALITA' 1




I fondamenti della spiritualità cristiana


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Gesù non è solo un uomo del passato, per quanto insigne, ma un Vivente, è Spirito o potenza di Dio in noi. Il Vangelo non è, in primo luogo, possedere una dottrina etica eccellente e neppure godere di mezzi di grazia, ma è essere una cosa sola col Cristo, il Vivente, rendersi disponibili all’azione continua con cui egli forma se stesso in noi, e così trasferire in noi la sua stessa esperienza [1].

Mistero nella Bibbia

Tra le molteplici denominazioni utilizzate per parlare dell'esperienza di fede vissuta (la “via”, avere la vita eterna, accogliere il regno), la tradizione cristiana, liturgica e mistica, ha preferito la locuzione conoscere il mistero. Proprio questa categoria è apparsa la più significativa per illustrare ciò che la Chiesa vedeva realizzarsi in se stessa. Cerchiamo allora, in primo luogo, di scoprire il senso di l'espressione biblica mistero del Vangelo.

In che cosa consiste il mistero del Vangelo? Quando oggi sentiamo parlare di vangelo, pensiamo spontaneamente al libro che contiene gli scritti dei quattro evangelisti. Al tempo della predicazione degli apostoli, invece, il termine non significava un testo scritto ma l’annuncio di un evento lieto in fase di realizzazione. Il Vangelo richiama in primo luogo un movimento in atto non soltanto una dottrina; è la proclamazione solenne e gioiosa che rende noto lo svolgersi dell'azione decisiva di Dio a favore degli uomini, grazie alla persona di Gesù Cristo. Il vangelo parla quindi di Dio che agisce per mezzo Cristo[2].

Già nel Primo Testamento, il ritorno dall'esilio, la riunificazione del popolo e la ricostruzione di Gerusalemme, opere che sono attribuite al volere di Dio, sono annunciate come un vangelo[3]. I destinatari di questi vangeli, più che ricevere degli insegnamenti, vengono a conoscenza di avvenimenti che Dio sta realizzando.

Nella riflessione di S. Paolo, l'autore che tratta questo tema con maggior estensione, vangelo è la predicazione che non solo attesta ma anche realizza l'avvenimento decisivo che Dio sta attuando a favore degli uomini per mezzo di Gesù (Rm 16, 25-26).

Conclusione: il termine vangelo, sia nel Primo come nel Nuovo Testamento, significa l'agire salvifico di Dio ma nel Nuovo indica l'azione definitiva di salvezza che Dio opera per mezzo di Cristo, nel presente.

L'uso della categoria di mistero, associata a quella del vangelo, ribadisce la convinzione che la missione di Gesù sia da interpretare come l’azione decisiva di Dio. Il mistero è un progetto segreto di Dio che, dopo essere stato ignorato a lungo, è svelato ora, nel corso della sua attuazione. L'intenzione profonda che anima questo progetto è la volontà di donare se stesso interamente in Cristo[4].

Ora Cristo è il fulcro del progetto misterioso elaborato da Dio. La lettera ai Colossesi enuncia tutta questa novità in una sola parola: «Cristo in voi, speranza della gloria» (Col 1,27). Ci troviamo di fronte ad un messaggio davvero paradossale: un avvenimento che si concentra in una persona; oppure una persona che pretende di porsi come il fatto decisivo.

Il mistero del Vangelo ha un carattere di attualità perché esso si dispiega in modo che tutti gli uomini vi possano partecipare: «Cristo in voi... »[5].

Il vangelo e il mistero si riferiscono a ciò che Dio sta operando nel presente. Attualità e possibilità di partecipazione sono i due cardini per la comprensione dell'evento Cristo.

Nel cuore del mistero

«La durata della vita di Abramo fu di centosettacinque anni. Poi Abramo spirò e morì in felice canizie, vecchio e sazio di giorni e si unì ai suoi padri (Gn 25, 7-8). «Mosè salì dalle steppe di Moab sul monte Nebo. Il Signore gli mostrò tutto il paese […] Mosè, servo del Signore, morì in quel luogo, secondo l’ordine del Signore» (Dt 34, 5).

Gli uomini di Dio muoiono di solito tranquilli e felici, contenti soprattutto del risultato ottenuto dal loro impegno religioso. Buddha viene ritratto in una posizione pacificata, solcato da un sorriso. Anch’egli fu un uomo riuscito. Secondo le tradizione morì all’età di 80 anni, circondato dai suoi seguaci, tra i quali il discepolo prediletto Ananda, al quale lasciò le sue ultime disposizioni. Maometto muore, circondato dalle mogli premurose, dopo aver vinto numerose battaglie, certo di aver convertito l’Arabia e che la sua dottrina si sarebbe diffusa ovunque.

Riguardo a Gesù la sua morte in croce può impressionare sfavorevolmente. Di fatto i suoi discepoli ne rimasero turbati; la comunità primitiva, pur parlando della sua morte, era imbarazzata nel riferire le modalità con cui era avvenuta. Egli muore come un criminale sul patibolo della croce, alla stregua di chi viene condannato (o «maledetto») da Dio. Sembra fare l’esperienza di chi si sente abbandonato da Dio e sicuramente viene lasciato dai discepoli. Pur immerso in tanta sofferenza, egli continua ad affidarsi a Dio Padre e a trattare benevolmente il suo prossimo, fino al perdono dei nemici. È chiaro, comunque, che, nel corso della sua passione e morte, Gesù ha manifestato una straordinaria capacità di carità.

Paolo, nell’aderire al Vangelo, è stato colpito in primo luogo dall’altruismo di Cristo. Vincendo la ritrosia della Chiesa, egli ha capito che la vicenda che sembrava estremamente sfavorevole per Gesù, era in realtà la rivelazione della sua grandezza.

Nella concezione ebraica il Messia non avrebbe dovuto morire. La morte infatti è una conseguenza del peccato ma il Messia, essendo del tutto innocente, non avrebbe dovuto essere sottoposto a questa pena. Ne consegue che, se egli è morto, ha fatto questo volontariamente. Mentre tutti gli uomini devono rassegnarsi alla morte, Gesù non era sottoposto a questa regola ma la sua morte dipese da una sua decisione personale. Per Paolo, quindi, Gesù è «Colui che diede se stesso per i nostri peccati» (Gal 1, 4). La ragione per cui aveva scelto di essere crocifisso era fare del bene a persone inconsapevoli e indifferenti. «Paolo rimase talmente sopraffatto da questa intuizione che non riusciva a pensare alla morte di Cristo senza volere che anche altri apprezzassero la straordinaria profondità e forza dell’amore che essa rivelava» [6].

Possiamo ora capire perché la morte sia l'unico "evento" della vita di Gesù sul quale egli torna in continuazione nelle sue lettere. «Per Paolo era di grande importanza che la gente da lui convertita conoscesse quello che Gesù aveva detto e fatto, e così egli lo trasmetteva loro nella sua predicazione orale (2 Corinzi 11,4). Ma in ultima analisi non era questo a rendere unico Gesù. Anche altri maestri trasmettevano profondi insegnamenti teologici ed etici. E ce n'erano anche altri che avevano la fama di operare miracoli. Per Paolo, il fatto che Gesù avesse avuto la possibilità di scegliere se morire o meno lo distingueva da tutti gli altri, per i quali la morte era inevitabile. Per questo la morte di Gesù divenne la chiave che schiudeva il senso della sua vita. Essa rivelò a Paolo che quello che rende una persona autenticamente umana è l'amore che sacrifica se stesso, così come mostrato da Cristo. Ed egli voleva che i suoi lettori prendessero a cuore soprattutto questo» [7].

Credo che questa valorizzazione della morte di Cristo compiuta da Paolo sia uno dei fatti fondamentali, anzi l’evento più decisivo, della storia della spiritualità cristiana.

La manifestazione della fedeltà e della generosità del Crocifisso, operata nella sua morte, sia stato considerata da Paolo come il punto di svolta di tutta la storia.

Nella tradizione prepaolina (per esempio, I Cor 15, 3 - 4), croce e risurrezione sono trattate come eventi in sequenza, ma Paolo ha capovolto questo modo di vedere dando valore primario alla morte di Gesù. Prima di lui, la croce era pensata come il presupposto necessario della risurrezione (in quanto, senza la morte di Cristo, non potrebbe essererci risurrezione), ma quest'idea non era significativa dal punto di vista teologico. «Non è che la croce sia un capitolo nella storia della risurrezione, in cui la risurrezione supera in importanza la croce. Piuttosto, la risurrezione da significato alla croce, che è il vero centro di gravità. Si potrebbe quasi dire che la risurrezione sia un capitolo in un libro sulla teologia della croce» [8]. Avverte John Stott: «Dobbiamo essere chiari riguardo alla natura della relazione tra la morte e la risurrezione di Gesù, e attenti a non attribuire un’efficacia salvifica ad entrambe in misura eguale […] Persino nel più antico kerigma apostolico, Paolo scrive che Cristo morì per i nostri peccati. In nessuna parte del Nuovo Testamento troviamo scritto che Cristo risuscitò per i nostri peccati. Ma non fu forse per mezzo della sua risurrezione che Cristo vinse la morte? No, per mezzo della sua morte egli distrusse colui che aveva il potere sulla morte (Eb 2, 14)» [9].

Il mistero della croce getta una nuova luce sulla spiritualità cristiana.

In primo luogo viene messo in risalto che cosa sia veramente amore. L’evento della croce è rivelazione di una realtà del tutto nuova e paradossale: l’amore gratuito di Cristo e di Dio Padre.

Gesù nella sua autodonazione presenta l’amore di Dio come un bene del tutto gratuito. «Mentre eravamo ancora peccatori, deboli, empi, impotenti... così è descritto l'uomo non giustificato, incapace di qualsiasi azione per essere giusto davanti a Dio, degno del suo amore. Come può l'uomo, lasciato a se stesso, essere degno di Dio? Nel testo greco è ripetuto eti (ancora), per sottolineare il perdurare di queste incapacità. È un'impotenza perdurante: e qui si inserisce la morte di Cristo. La Croce mostra un amore paradossale. E tuttavia anche vero, logico: anche l'amore umano, se vuole essere autentico, è amore gratuito»[10].

«La Croce non dice soltanto che Dio ha donato il Figlio. Nella Croce Gesù ha svelato come è fatto l'amore di Dio: la sua profondità, la sua gratuità, le sue qualità. Tutto questo si è svelato nel modo in cui Gesù - nella sua esistenza e nella sua Croce - ha mostrato. È già difficile morire per qualcuno. In ogni caso qualcuno può morire per persone giuste e buone. Il paradosso dell'amore di Dio è che Cristo è morto per noi quando eravamo ancora peccatori. L'amore di Dio è il dono della vita da parte di Cristo, proprio così. La Croce è lo specchio dell'amore di Dio, non solo di Gesù»[11].

1. Ora, ne deriva come ovvia conseguenza, che la persona spirituale dovrà, nel corso della sua maturazione, mostrare anch’essa di aver guadagnato il livello della gratuità della carità.

2. La spiritualità non ha carattere teorico ma pratico. La spiritualità si differenzia dalla teologia in quanto essa è dottrina vissuta. Quanto il teologo conosce in astratto, il mistico lo sa per esperienza. È quanto riappare nel concetto di esemplarità espresso ancora da S. Paolo. Nella prima lettera ai Tessalonicesi egli «insiste sull'esemplarità dell'Apostolo e della comunità cristiana come modalità privilegiata di trasmissione della fede in Cristo. In 1 Ts 1,6 i cristiani di Tessalonica sono definiti dai mittenti della Lettera «imitatori nostri e del Signore». Più avanti, è presentato un altro modello di vita cristiana che la Chiesa tessalonicese, durante le persecuzioni, è stata capace di imitare, cioè le comunità cristiane, anch'esse perseguitate, della Giudea (cf 2,14). Ma, a loro volta, pure i cristiani di Tessalonica diventano così esemplari da suscitare la stessa dinamica in altri cristiani della Macedonia e dell'Acaia (1,7)» [12]. Una Chiesa impara il vangelo da una maniera di vivere (o meglio di essere) proposta da un’altra comunità.

Si può riassumere così il principio di esemplarità prospettato da Paolo: «Solo perché Paolo vive in prima persona un'esperienza di gioia e di sofferenza ad imitazione del mistero di morte e di risurrezione di Cristo (cf 2 Cor 1,3-7; 4,10-16), può diventare a sua volta oggetto di imitazione da parte dei cristiani, in modo da favorire l’accoglienza da parte loro della «parola (di Dio) in mezzo ad abbondante tribolazione con gioia di Spirito Santo» [13].

3. La spiritualità è una vita efficace per se stessa. Si evidenzia così un terzo aspetto, il più paradossale ma anche il più decisivo. Soltanto chi diviene carità, evangelizza in verità e diffonde vita.

La croce toglie ogni illusione: solo essa è l’atto decisivo della redenzione. Gesù ha redento il mondo non con l’insegnamento, con i miracoli e con le esperienze mistiche ma con il dono totale di sé. L’evangelizzatore che riproduce in sé l’evento pasquale del Signore, massima prova di carità, diffonde la vita del Signore. Ritorniamo di nuovo alla vicenda dell’apostolo Paolo. Egli è stato sorpreso che dal fatto che Dio non trasformasse in un corteo trionfale il suo pellegrinaggio evangelizzatore. Al contrario, ovunque trovò difficoltà, che spesso gli apparvero come schiaccianti. Egli stesso le elenca. I problemi danno sempre fastidio e ognuno di noi istintivamente cerca di rimuoverli, anzi chiede a Dio che gli vengano rimossi. Così si è comportato Paolo. Per «tre volte» ha chiesto di Dio di essere liberato da tutto ciò che chiama, con un’immagine vivace, la spina infitta nella sua carne. La risposta di Dio è stata ben diversa da come l’apostolo si attendeva: «La (mia potenza) si compie nella debolezza». Nella prassi normale degli uomini le difficoltà avviliscono e fanno perdere, mente la forza inorgoglisce e consente la vittoria. Cristo però ha vinto, ossia ha modificato le sorti dell’umanità, proprio nello sperimentare una vicenda che, umanamente, è percepibile come il massimo dell’impotenza e dell’inefficacia. Ora l’apostolo si accorge di essere efficace nella sua azione e vitale proprio quando vede riapparire in sé la vicenda stessa di Gesù. Nel capitolo precedente avevo detto che il cristiano non può sussistere come tale se in lui non si rende presente Cristo. Ora và aggiunto che Cristo vuole operare nel suo discepolo il suo massimo evento d’amore.

Tutti questi aspetti determinano in profondità un percorso cristiano di spiritualità. Se, come ho scritto sopra, la spiritualità è azione, ora bisogna precisare che essa non corrisponde tanto ad un qualsiasi operare positivo, ma all’irradiarsi in noi della carità che sta alla radice di ogni nostra azione spirituale. Non basta fare ma bisogna agire per amore. Inoltre è più efficace un’opera arricchita da una profonda stratificazione d’amore, piuttosto che un’azione di grande rilievo ed appariscenza ma povera di carità. Ci sono opere di santità che sono anche vistose, ma non sono tali per il semplice spicco pubblicitario. Questo libera l’uomo spirituale da ogni angosciosa ricerca di scovare opportunità. Il semplice quotidiano basta a santificare, anzi spesso è esso a costituire il banco di prova più duro ed efficace. Anzi – la spiritualità cristiana incontra sempre il paradosso – i fatti svantaggiosi possono diventare i più arricchenti. Questo accade perché essi attivano nel credente energie di fede, di speranza, di carità e di pazienza, impensabili in via ordinaria.

La Bibbia rivela una nuova immagine di Dio rispetto a quella presentata dalle altre religioni. Ne era già cosciente un antico teologo cristiano. In due capitoli della Lettera a Diogneto, ritroviamo l’aspetto essenziale dell’annuncio cristiano. Ripercorriamoli con attenzione.

In un primo passo viene messa in risalto la novità di un Dio che si fa conoscere da se stesso: «Chi fra tutti gli uomini sapeva perfettamente che cosa è Dio, prima che egli venisse? […] Nessun uomo lo vide e lo conobbe, ma egli stesso si rivelò a noi. Si rivelò mediante la fede, con la quale solo è concesso vedere Dio. Dio, signore e creatore dell'universo, che ha fatto tutte le cose e le ha stabilite in ordine, non solo si mostrò amico degli uomini, ma anche magnanimo. Tale fu sempre, è e sarà: eccellente, buono, mite e veritiero, il solo buono».

Nelle religioni asiatiche e greco-romane viene a prevalere la riflessione dell’uomo su Dio ed anche il suo sforzo per cercarlo, sebbene in questa ricerca sia stato preceduto dal suo aiuto e l’illuminazione corrisponda ad una manifestazione libera della divinità; nella Bibbia Dio rivela se stesso, come colui che è appassionato, interessato dell’uomo.

Nel nuovo Testamento, poi, la novità è Gesù Cristo stesso. Continua lo stesso antico teologo: «[Dio Padre] avendo pensato un piano grande e ineffabile lo comunicò solo al Figlio. Finché lo teneva nel mistero e custodiva il suo saggio volere, pareva che non si curasse e non pensasse a noi. Dopo che per mezzo del suo Figlio diletto rivelò e manifestò ciò che aveva stabilito sin dall'inizio, ci concesse insieme ogni cosa, cioè di partecipare ai suoi benefici, di vederli e di comprenderli. Chi di noi se lo sarebbe aspettato?». Il segno che si è colto il significato unico della fede cristiana si trova nel nostro sentimento di stupore: chi di noi se lo sarebbe aspettato?

La missione del Figlio, culminante nella morte di croce, è la rivelazione estrema dell’amore divino. A differenza dell’uomo che può amare solo ciò che è desiderabile e apprezzabile, Dio mostra di amare anche ciò che è vituperevole. Si preoccupa dell’uomo che gli si dimostra indifferente, perfino ostile e cerca di liberarlo dal peccato di cui si è reso schiavo: «Dopo che la nostra ingiustizia giunse al colmo e fu dimostrato chiaramente che come suo guadagno spettava il castigo e la morte, venne il tempo che Dio aveva stabilito per manifestare la sua bontà e la sua potenza. O immensa bontà e amore di Dio. Non ci odiò, non ci respinse e non si vendicò, ma fu magnanimo e ci sopportò e con misericordia si addossò i nostri peccati e mandò suo Figlio per il nostro riscatto; il santo per gli empi, l'innocente per i malvagi, il giusto per gli ingiusti, l'incorruttibile per i corrotti, l'immortale per i mortali».

La morte di Gesù segna il punto di svolta della storia degli uomini, così intrisa di violenza, fino alla crudeltà. Il merito del suo impegno d’amore ci viene attribuito come nostro: «Quale altra cosa poteva coprire i nostri peccati se non la sua giustizia? In chi avremmo potuto essere giustificati noi ingiusti ed empi se non nel solo Figlio di Dio? L'ingiustizia di molti viene riparata da un solo giusto e la giustizia di uno solo rende giusti molti. Egli che prima ci convinse dell'impotenza della nostra natura per avere la vita, ora ci mostra il salvatore capace di salvare anche l'impossibile. Con queste due cose ha voluto che ci fidiamo della sua bontà e lo consideriamo nostro sostentatore, padre, maestro, consigliere, medico, mente, luce, onore, gloria, forza, vita». (A Diogneto, VIII e IX)

In questi due capitoli, ripeto, riscopriamo l’essenziale della fede che diventa il paradigma del cristiano maturo, dell’uomo spirituale in Cristo e il paradigma del nostro comportamento.

Il Vangelo, l’annuncio della novità di Cristo, rimane vincolato per sempre alla rivelazione di Dio nella persona di Gesù, nel suo operare e parlare, soprattutto alla sua capacità di attraversare la durezza della sua vicenda umana trasformando dall’interno un’esistenza contrassegnata dalla povertà e dal rifiuto.

Vediamo come san Massimo il Confessore sintetizzi l’intera esperienza di Gesù. Questo grande Padre vede in Gesù Colui che in tutta la sua esistenza ha lottato per salvaguardare nella concretezza della sua persona il comandamento dell’amore verso Dio e verso gli uomini:

«Se vuoi conoscere lo scopo del Signore, ascolta attentamente. Orbene, il nostro Signore Gesù Cristo, essendo per natura Dio ed essendosi degnato di diventare uomo per amore degli uomini, generato da una donna divenne sottoposto alla legge, secondo il divino Apostolo, affinché, osservando il comandamento come uomo, eliminasse l'antica maledizione di Adamo. Ora sapendo il Signore che tutta la legge ed i profeti consistono in questi due comandamenti: Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore ed il prossimo come te stesso, si sforzò di osservarli dal principio e sino al termine in modo umano. Invece colui che aveva ingannato dall'inizio l'uomo e per questo aveva il potere della morte, il diavolo, avendolo visto testimoniato dal Padre durante il battesimo e mentre riceveva dai cieli come uomo lo Spirito Santo a lui congenito e quando si recava nel deserto per essere da lui tentato, scatenò tutta la sua guerra contro di lui, se per caso potesse fare in modo che anch'egli preferisse il mondo materiale all'amore di Dio. Ora il diavolo sapendo che questi sono i tre motivi per cui si muovono tutte le cose umane, intendo cibi, ricchezze e gloria, per mezzo dei quali riuscì sempre a spingere l'uomo nel baratro della sua rovina, lo tentò nel deserto in queste tre cose, ma nostro Signore, mostratesi più forte di esse, ordinò al diavolo di retrocedere.

Questo dunque è il segno dell'amore per Dio. Ora non potendo indurlo a trasgredire questo comandamento mediante ciò che prometteva, si sforzava con le sue macchinazioni di fare in modo che egli trasgredisse almeno il comandamento dell'amore per il prossimo, una volta tornato in società, agendo per mezzo degli ingiusti Giudei. Per questo motivo mentre egli insegnava le vie della vita e con i fatti mostrava la condotta celeste ed annunziava la risurrezione dei morti e prometteva ai credenti la vita eterna ed il regno dei cieli, minacciando invece l'eterno castigo agli increduli e presentando a conferma delle sue parole mirabili segni divini ed invitando alla fede le turbe, spingeva gli ingiusti farisei e scribi a varie insidie contro di lui, affinché egli, come credeva, non potendo sopportare le tentazioni, si volgesse all'odio verso coloro che lo insidiavano ed in questo modo il malvagio raggiungesse il suo scopo, mostrandolo trasgressore del comandamento dell'amore del prossimo.

Ma il Signore, ben conoscendo come Dio le loro intenzioni, non odiò i farisei istigati da lui — come infatti avrebbe potuto, essendo buono per natura? —, ma si vendicò del loro istigatore mediante l'amore per essi. Ammoniva, rimproverava, biasimava, commiserava quelli istigati come se, pur potendo non essere istigati, per debolezza sopportassero volontariamente l'istigatore; non cessava di fare loro del bene; ingiuriato, era magnanimo; soffrendo, sopportava; mostrava ad essi tutte le opere dell'amore. Si vendicò dell'istigatore con la benevolenza verso gli istigati: oh, lotta paradossale!, invece dell'odio mostrando l'amore e colpendo con la bontà il padre della malvagità. Per questo avendo sopportato tali mali da parte loro, o meglio, per dirla più esattamente, per causa loro, lottò sino alla morte secondo la natura umana per il comandamento dell'amore e, riportata la vittoria perfetta sul diavolo, consegui per noi la corona della risurrezione. E cosi il nuovo Adamo rinnovò l'antico. Questo è ciò che afferma il divino Apostolo: Sia in voi questo sentimento che fu pure in Cristo Gesù, ed il seguito»[14].

Queste due testimonianze richiamano l’essenziale del Vangelo: Dio si prende cura dell’uomo e mostra pietà dell’umanità colpevole. La sua iniziativa non consiste in ulteriori richiami profetici ma nell’invio dello stesso Figlio. L’essenziale della missione di Gesù non sta nel suo insegnamento ma nella sua persona, in quello che Egli è. Il suo amore verso Dio lo dimostra nel suo amore verso gli uomini, particolarmente nel travaglio della sua passione. La sua spiritualità consiste nell’attraverso dell’esperienza del male vincendolo con il bene.

Tutto ciò che Egli ha compiuto lo ha fatto per noi affinché, abbandonando la nostra miseria, diventassimo ricchi della sua pienezza: «[Cristo si consegnò volontariamente alla morte] per glorificarci, facendoci rifulgere con la bellezza della propria divinità, tanto quanto, in proporzione, egli stesso accettò di essere disonorato con i patimenti dovuti a noi»[15].

I primi passi della mistica cristiana

Abbiamo compiuto così il primo passo per spiegare il termine mistica cristiana: bisogna risalire al mistero biblico, quindi all’evento Cristo che deve realizzarsi in noi.

Tuttavia è necessario un altro riferimento di carattere storico. Sono stati i Padri della Chiesa a definire la vita cristiana come mistica. Essi hanno usato la parola mistero in un contesto culturale in cui era dominante la relazione coi misteri pagani. In questo modo essi potevano da una parte entrare in sintonia con questa cultura e dall’altra anche contrapporsi ai misteri pagani, pur recuperando e trasferendo in ambito di fede la motivazione che li rendeva così attraenti.

Mistica cristiana e misteri

Nei primi secoli del cristianesimo[16], il fenomeno mistico ottenne accoglienza nella chiesa già dal terzo secolo (a partire da Clemente Alessandrino)[17] e fu interpretato utilizzando categorie culturali attinte in primo luogo dalla Sacra Scrittura ma anche dai misteri greci. I Padri, pur ricevendo dalla Sacra Scrittura sia il termine mistero come anche il suo contenuto, lo hanno esposto tenendo conto degli orientamenti culturali dell’epoca, accogliendo o respingendo ciò che sembrava conforme o difforme alla dottrina cristiana[18].

Ciò non significa, tuttavia, che i misteri ellenistici siano stati la culla della mistica, né di quella pagana, né di quella cristiana. Infatti, la ricerca di unità con l’Assoluto ha radici più profonde delle celebrazioni misteriche e i Padri, come ho detto, attingono il contenuto della fede dalla tradizione apostolica.

I riti iniziatici ellenistici presupponevano un evento originario atemporale (mito), illustrato da un racconto mitico e rievocato da un rito. Nei misteri più celebri dell’antichità, quelli celebrati ad Eleusi, l’evento originario era costituito dal periodico ritorno alla vita di Persefone (o Kore). Rapita dal dio degli inferi, Ade (o Plutone) è cercata disperatamente dalla madre Demetra. Costei, rivoltasi al padre degli dei per avere giustizia, ottiene da Zeus che la figlia, pur sposando il dio rapitore, ritorni semestralmente presso la madre. Dalla congiunzione di Kore col suo sposo e poi dal suo ritorno alla madre celeste nascono e poi crescono le messi. Questo accadimento atemporale era ricordato dal racconto mitologico e rievocato nella celebrazione a cui partecipavano l’iniziato e il neo adepto (mystes o myoumenos)[19].

Il fascino esercitato dalla celebrazione misterica stava nel fatto che essa garantiva una relazione personale e permanente con la divinità. Il miste veniva accolto personalmente dalla divinità e poteva rivivere la sua vicenda divina. La salvezza promessa riguardava l’attuale esistenza terrena, ma toccava anche quella ultraterrena, garantendo l’immortalità[20].

Il valore della categoria di mistero, sta nell'aver percepito la necessità di un trascendimento, - certo non del rifiuto -, della sfera morale o dell'apparato dottrinale, a favore di un contatto diretto con la sfera divina, e, quindi, nell'aver aspirato alla possibilità di incontrare dal vivo una divinità e di partecipare alla sua sorte.

Accogliendo termini e concetti dalle religioni misteriche, i Padri, proseguirono un processo di rielaborazione dei riti misterici già intrapreso dalla filosofia (platonismo e neoplatonismo). Plotino, particolarmente, aveva sostenuto che l'anima, nel processo di ritorno all'Uno, vive un reale processo iniziatico. Questo il senso del suo messaggio: i benefici che gli adepti cercavano di conseguire partecipando ai riti iniziatici, erano ottenuti con maggior sicurezza dai cultori della sapienza filosofica, i quali si impegnavano nella ricerca razionale e nella purificazione etica[21].

Come ho già rilevato, la fede e, quindi, la mistica cristiana si fondano sul fatto che Gesù non è solo una grande personalità religiosa della storia né un grande maestro spirituale ma un mistero, un evento divino eterno che apre ad ogni credente la prospettiva di una gnosi, di una sapienza integrale che è deificazione.

Questa operazione culturale è evidente, ad esempio, nella riflessione di Gregorio di Nissa. J. Daniélou ha individuato quattro sensi principali di mysterion nel suo pensiero[22].

Il significato fondamentale coincide con quello biblico: il mistero corrisponde a Cristo Signore. Compare tuttavia un aspetto di novità: in modo più specifico tutti gli eventi della vita di Cristo, dal concepimento alla risurrezione, vengono chiamati misteri. Qui la cultura cristiana opera un capovolgimento del concetto di mistero: se nel pensiero greco, il termine significa qualcosa di segreto e di sconosciuto, nell’ambito cristiano si indica, invece, ciò che passa all’oscurità alla rivelazione. In un secondo significato, il mistero corrisponde alla prassi sacramentale della Chiesa. Il terzo ambito nel quale questo termine compare rientra nel campo dell’esegesi biblica; anche in questo caso avviene un passaggio tra ciò che inizialmente appare nascosto ma in seguito viene invece rivelato. Il contenuto profondo del testo biblico deve essere rivelato dallo Spirito e la conoscenza penetrante della Scrittura è un dono che viene da Dio. L’ultimo senso è quello relativo all’esperienza mistica. In quest’ambito, il mistero corrisponde al grado più elevato della vita spirituale ove si riceve una conoscenza sperimentale di ciò che prima si credeva soltanto per fede. Tutti questi sensi indicati reagiscono tra loro e convergono in un’unica concezione. Faccio un esempio. Secondo Gregorio di Nissa, un evento della vita di Cristo come l’ultima cena, che fonda il sacramento eucaristico, viene annunciato già nel libro del Cantico dei Cantici, là dove compare l’invito: mangiate, amici miei, bevete, inebriatevi, fratelli miei (5, 1). Il cristiano che si accosta all’Eucaristia non soltanto aderisce a quest’invito ma ne sperimenta la verità. In altre parole, cibandosi del Cristo, viene inebriato da Lui, vive una ebbrezza che lo aliena dalle falsità della vita presente e lo introduce nei beni divini. L’eucaristia trasforma il credente in un mistico; egli appare come tale perché sperimenta nella sua esistenza sia il contenuto segreto della Scrittura quanto l’efficacia del sacramento.

Mistero riguarda prima di tutto la persona di Gesù ma il linguaggio misterico fu utilizzato dai Padri della Chiesa, che furono gli iniziatori della mistica cristiana, anche per parlare delle modalità più significative con cui esso si rende accessibile al credente: Culto liturgico (sacramenti) e Sacra Scrittura. La spiritualità cristiana è stata considerata un’esistenza mistica proprio perché si fonda su questi misteri.

La liturgia è mistica, la Scrittura è mistica. Sono tali perché permettono al credente di assimilare il Verbo di Dio che si comunica per loro mezzo fino a trasformare la vita stessa in una realtà di esistenza che diventa, a sua volta, mistica. Il cristiano diventa così un altro Cristo, oppure, in altre parole, diventa Eucarestia e Scrittura viventi. Gli elementi menzionati (culto, Scrittura, esistenza coerente alla fede), inoltre, sono strettamente connessi tra loro: il Signore si rende presente nel culto per rendere tutta la chiesa partecipe, nella sua esistenza, di ciò che si annunzia nella Scrittura, e di ciò che Egli è. È questo il dato essenziale della sapienza cristiana, ciò a cui si allude parlando dell'oggettività del mistero cristiano.

In questa parte del mio lavoro vorrei riesaminare il loro insegnamento su ognuno di questi aspetti specifici. Vedremo come in ognuna di questa realtà si sperimenta la presenza permanente del Signore che offre a tutti la possibilità di diventare ciò che Egli è.

La Liturgia è una realtà mistica

Il processo di deificazione o di conformazione a Cristo prende avvio e acquista un consolidamento dalla partecipazione ai misteri o sacramenti. Non possiamo salire fino a Dio, se Egli non scende ad incontrarci. Nel nostro cammino Dio ci precede sempre e ci accompagna. La purificazione e la somiglianza con Lui, prima ci vengono offerte come possibilità. Solo dopo aver accolto il dono, può in iniziare il nostro impegno di collaborazione. Osserva giustamente O. Casel: “Tutta la mistica cristiana si fonda sull’azione salvifica di Cristo che si effettua nella liturgia e da questa trae il suo contenuto e la sua forza. Non è certo lo spirito dell’uomo, che può innalzare l’anima all’altezza di Dio, ma solo il sacro Spirito divino, che non è altro che lo spirito di Cristo”[23].

Gregorio di Nazianzo interpreta la festa cristiana come un’evocazione misterica: “Ritorna il mio Gesù e ritorna il mistero – un mistero non ingannevole né indecoroso, che non ha niente a che fare con gli errori né con l’ebbrezza della Grecia si tratta di un mistero sublime, divino, che preannuncia lo splendore superno”[24].

Il mistero del Signore, rimanendo sempre vivo ed attuale, è offerto ad ogni credente perché possa parteciparvi: “Per l’uomo è stata data ogni parola e istituito ogni mistero…”[25]. “Tu devi passare attraverso tutte le varie età di Cristo e le sue virtù…”[26]. “Quante sono le feste avrei per celebrare ognuno dei misteri di Cristo! Ma in tutti il punto fondamentale è la mia perfezione”[27].

Il Signore, dunque, vuole includere la Chiesa intera, di ogni tempo e luogo, in ciò che egli è e in ciò che ha vissuto ed essa ha ricevuto la possibilità di partecipare al grande evento della salvezza attuato da Gesù. “Non senza motivo, carissimi, vi abbiamo esortato a partecipare alla passione di Cristo”, avverte S. Leone, “affinché la vita dei credenti attui in se stessa il mistero pasquale, e ciò che è venerato nella festa, venga celebrato dalla vita”[28].

Agostino per spiegare la relazione tra evento storico, ormai compiuto, e la sua contemporaneità per i credenti d’ogni tempo stabilisce una distinzione tra veritas e sollemnitas. La verità narra che cosa è avvenuto e come è avvenuto; la solennità, invece, non compiendole per la prima volta, ma celebrandole, “non lascia che passino cose già passate”[29]. Se la verità ci fa sapere che la Pasqua di Cristo è già accaduta in un tempo specifico, in quel modo particolare e una volta per tutte, parlando secondo la solennità, si afferma che la Pasqua viene ogni anno.

L’ora della grazia ha una scadenza diversa da quella della cronologia. Secondo Massimo di Torino ciò che Cristo compì, non lo operò soltanto per quelli che aveva davanti a sé allora, ma anche per noi che saremmo venuti dopo, cosicché i nostri antenati, che pure ci precedono nel tempo, non ci precedessero nella grazia dei segni[30]; ed aggiunge, con una formula audace, “noi vediamo ora ciò che è stato fatto un tempo, è cosa che abbiamo visto chiaramente e che vediamo ogni giorno”[31]. La Scrittura proclamata nella liturgia diventa così uno specchio posto davanti alla Chiesa perché possa contemplare ciò che il Signore sta operando in essa[32].

Agostino concentra il senso di tutte le feste cristiane in un unico atto commemorativo, quello dell’incontro nuziale di Cristo con la sua Chiesa: “ogni celebrazione liturgica è, infatti, una festa nuziale; la festa delle nozze della Chiesa […] Coloro che nella Chiesa assistono alle celebrazioni liturgiche, se vi partecipano bene, diventano la sua sposa”[33]. Al di là dell’annunzio specifico delle singole festività, permane un unico riferimento costante: la comunità ricorda e riceve l’amore sponsale del Signore che si dona nuovamente ad essa, per santificarla e renderla una sposa splendente e immacolata.

Alle nozze di Cana, cambiando l’acqua in vino, Gesù “inaugurò i sacramenti della Chiesa”. Siamo posti così di fronte ad un archetipo. Sebbene questo miracolo fosse commemorato all’Epifania, la circostanza è sfruttata per dare uno sguardo unitario all’opera della salvezza, rievocata nella varie festività che in quel tempo si stavano costituendo: “Quando il Signore fu battezzato e istituì il sacramento del battesimo mutò anche il genere umano come vile acqua in eterna sostanza, con il sapore della divinità”[34].“Da questo miracolo è contenuto per intero il mistero della risurrezione”, infatti, la trasformazione dell’acqua in vino “sta a significare, che la sostanza dell’uomo… deve essere mutata nella gloria della risurrezione”[35].

Nella teologia dei Padri il punto di riferimento centrale della fede è il mistero della Pasqua. Ogni azione compiuta da Cristo dà luogo ad un mistero[36] ma quello centrale è la Pasqua.

“Questa è la Pasqua del Signore […] Questa è, per noi, la festa di tutte le feste, la celebrazione di tutte le celebrazioni, al di sopra, tanto quale il sole lo è rispetto alle stelle”[37].

In modo analogo si esprime s. Leone: “Fra tutti i giorni che la devozione cristiana celebra con onore in molti modi, nessuno è più importante della festa di Pasqua, dalla quale tutte le altre festività della Chiesa di Dio attingono la loro sacra solennità. Lo stesso Natale del Signore è legato al mistero pasquale, perché il Figlio di Dio non nacque se non per essere confitto in croce”[38]. Nella Pasqua, infatti, con il corpo preso dalla Vergine, Gesù diventa redenzione e principio di risurrezione. Come si vede, evita di isolare un mistero dall'altro o di svincolarli dal loro sviluppo culminante che corrisponde al compimento pasquale.

Le feste liturgiche celebrano il farsi del mistero di Cristo nella Chiesa lungo la storia. Manca il concetto di un anno liturgico parallelo a quello civile (esiste piuttosto il concetto di ciclo liturgico), ma in ogni festività, lungo il trascorrere dell'unico tempo storico, la comunità si unisce al Signore per partecipare alla sua gloria, attuando nella vita la carità manifestata sulla croce. Tutti gli eventi della vita del Signore, annunciati nella varie feste liturgiche, sono atti in cui Egli non fa altro che preannunziare quanto compirà nella Pasqua e in tutti questi episodi egli comincia a mostrare quella carità efficace che manifesterà in pienezza sulla croce. In questo modo il cristiano vive un unico mistero, quello del Signore, glorioso per la forza del suo amore, nell'unico tempo della storia, divenuto ormai, storia di salvezza.

Un modo di pensare analogo si riscontra anche nella riflessione sui sacramenti: anch'essi rinviano ad un fatto storico archetipale che intende rinnovarsi, ossia la Pasqua del Signore.

Cirillo di Gerusalemme, seguendo le orme di s. Paolo, spiega ai neobattezzati che l'immersione nell'acqua battesimale, è imitazione di quanto è accaduto a Gesù: l'immersione richiama un seppellimento. Il riferimento essenziale è costituito dalla morte e sepoltura del Signore. Il battezzato, imitando nel rito quei fatti, ottiene la realtà di salvezza comunicatagli dal Signore che lo unisce a sé[39].

In modo analogo, per Gregorio di Nissa, “la triplice immersione nell'acqua” battesimale riproduce fedelmente “la grazia della risurrezione dopo i tre giorni”[40]. Si tratta di accogliere in se stessi quanto è stato vissuta da Gesù.

Il culto, particolarmente l’Eucaristia, rappresenta la modalità massima della presenza del Signore, l’irruzione del Regno e del mistero di Dio. Esso si colloca, allora, come la sorgente della vita cristiana, fino al suo sviluppo nell’unione mistica. Una dichiarazione di Clemente, evoca questo nucleo essenziale dell'esperienza cristiana: “il Salvatore... spezzò il pane e lo porse. Questo perché noi mangiassimo con atteggiamento razionale e governassimo la nostra vita secondo obbedienza con la conoscenza delle Scritture»[41]. Gesù consegna se stesso nell'Eucaristia per trasferirsi nella nostra vita grazie all'attuazione della sua parola. Sacramento, Scrittura e vita, le tre modalità in cui si attua il mistero, concorrono nel realizzare lo stesso evento.

2. La Scrittura è una realtà mistica

Assieme al culto, i Padri denominano come realtà mistica il contenuto cristico della Sacra Scrittura. Per poter concepire la Scrittura come mistero, bisogna aver elaborato due convinzioni: che Cristo sia il fine della Scrittura e che ora essa possa essere rivissuta in lui.

Gi episodi della Sacra Scrittura sono misteri in quanto sono dei fatti esemplari che, preannunziando, dapprima, o proclamando, poi, il Cristo, svelano il progetto di salvezza pensato da Dio, in modo tale che possa essere attuato nuovamente dalla Chiesa.

1. Cristo è il contenuto profondo della sacra Scrittura. I cristiani attribuiscono a Cristo quel valore primario che Israele attribuisce alla Legge. Gli autori sacri cristiani proclamano l'esistenza di un modello originario, presente nel cielo, trascendente il tempo, forma ideale per l'agire di ogni creatura, per ogni fatto storico salvifico e per ogni atto di culto: questi è il Signore Gesù, l'Agnello immolato prima della fondazione del mondo[42].

A sua immagine e per sua opera è stato creato ogni uomo. Tutti gli uomini retti si sono ispirati a lui quando si sono incamminati nell'obbedienza a Dio. Il suo Spirito ha animato i giusti e i profeti di Israele, i quali, sotto la sua guida, predissero e compirono, limitatamente alle loro possibilità, ciò che avrebbe compiuto in futuro. Lo stesso Spirito parla ora tramite gli apostoli per rendere ancora possibile l'adempimento di quelle prefigurazioni nella vita della Chiesa. “Tutto nelle Scritture parla di Cristo...”, ripete Agostino[43], testimoniando la comune convinzione della Chiesa. Il cristiano, a sua volta, deve cercare di “percepire il suo pensiero”, “il suo modo di intenderla”[44]; deve ricevere in sé il Verbo fatto carne ed essere come “imbevuto dei misteri evangelici”[45].

2. Il mistero cristiano, rivivendo Cristo, attua di nuovo, tutta la Sacra Scrittura che è compresa in Lui. Se Cristo è il centro della Sacra Scrittura, quando la Chiesa, e il mistico cristiano in essa, quale sua migliore realizzazione, imitano il Signore e lo ripresentano nell’oggi, danno origine a fatti che sono in analogia con quelli narrati dal testo sacro. Di conseguenza, gli eventi biblici sono dichiarati misteri perché tornano a ripetersi e annunciano ciò che la Chiesa vede accadere in essa, nei suoi membri più qualificati, per opera del Signore. Quanto è accaduto nel passato torna a ripresentarsi nell'oggi. Lo abbiamo già visto a proposito dei sacramenti. In questo modo appare evidente come Cristo sia “il mistero della Chiesa”, e che “da Cristo viene descritta la Chiesa”[46], come proclama Origene[47].

3. Lasciandosi dominare dalla Parola, il cristiano comprende e conosce il Signore stesso. La tradizione dei Padri coglie una stretta relazione tra esperienza mistica e Sacra Scrittura, in quanto riconosce che l'obbedienza alla Parola del Signore consente l'esperienza di una comunione profonda con lui. A partire da questa convinzione, s. Massimo stabilisce una viva relazione tra comunione col Cristo e conoscenza mistica della Bibbia.

Quando il Verbo di Dio sarà in noi chiaro e splendente e il suo volto rifulgerà come il sole, allora anche le sue vesti appariranno candide, cioè le parole della Sacra Scrittura, penetranti e chiare, senza nulla di nascosto[48].

La Parola stessa, quindi, rivela infinite possibilità e cambia aspetto a misura della maturazione spirituale di chi la legge. In altre parole il culmine della comprensione della Scrittura coincide con la perfetta assimilazione del Signore Gesù, e viceversa. Il traguardo finale a cui aspira il mistico cristiano è quello di divenire un esegeta vivente della Scrittura.

3. L'esistenza cristiana è una realtà mistica

Clemente Alessandrino è stato il primo ad illustrare l'esperienza spirituale utilizzando largamente i concetti e la terminologia dei misteri.

Ispirandosi a s. Paolo, egli ritiene che esista una verità presso Dio, sconosciuta agli uomini, ma rivelata ai “perfetti”; nascosta allo stesso Israele, è stata rivelata agli apostoli[49]. Si compiace di rilevare il carattere di segretezza di tale rivelazione, che rimane, comunque, destinata e offerta a tutti, sebbene, di fatto, venga accolta o sviluppata appieno da un numero più ristretto di eletti. «Il mistero trasmesso è Cristo stesso che si consegna alla gnosi della Chiesa» [50].

Il cristiano fa proprio il mistero del Signore e lo accoglie mentre Egli comunica se stesso proprio a lui.

La contemplazione, che può, dunque, essere chiamata meglio unione, è lo scopo stesso dell'esistenza. L'epopteia mistica anticipa la visione futura[51]. Lo gnostico sale alla realtà celeste come già il misto o il filosofo platonico e al termine della vita potrà raggiungere la pienezza della contemplazione[52].

Un altro Padre che ha applicato il linguaggio dei misteri anche alla vita spirituale del credente, è stato Gregorio di Nissa, contribuendo così, a sua volta, a fondare la riflessione teologica sulla mistica cristiana[53].

I misteri sono le esperienze che il cristiano può godere quando raggiunge i gradi più elevati della vita spirituale; sono la contemplazione delle cose invisibili e i segreti rivelati nel terzo cielo, il luogo tipico della rivelazione personale.

L'“adyton” di cui si parla nei misteri greci viene identificato col luogo segreto dell'anima: “Rappresenta la realtà mistica del santuario dell'anima ove Dio abita e dove l'anima deve penetrare per trovarlo e vivere in familiarità con lui”[54].

Un altro termine tipico dei misteri, la “teognosia”, in Gregorio sta a significare la conoscenza vitale di Dio, ossia quella che si ottiene mediante la purificazione del cuore, superiore al semplice livello concettuale.

Conclusione

L'esperienza cristiana è il farsi del Cristo stesso nella vita del discepolo; la nostra partecipazione all'evento pasquale della sua morte e risurrezione. Questo è l'aspetto oggettivo della fede, e a ciò pensano i Padri parlando di mistero.

Ai Padri interessava proporre questo fatto oggettivo e il fenomeno dei culti misterici fornì un quadro di riferimento per una sua trasposizione nella cultura dell'epoca. Attuando quest'azione di evangelizzazione, non hanno contaminato il messaggio evangelico con elementi estranei ma hanno, al contrario, enucleato e ed evidenziato il contenuto essenziale dell'esperienza cristiana.

Odo Casel così sintetizza la loro convinzione:

vedevano in Gesù non semplicemente l'uomo in quanto maestro e modello morale, ma soprattutto il Figlio di Dio divenuto Pneuma, che per noi diventa la luce, la verità e la vita[55].

La conoscenza del Cristo poteva avvenire solo assoggettandosi ad un metodo particolare che esigeva, oltre all'apprendimento intellettuale, una conformazione sempre più corrispondente all'oggetto indagato, anzi alla Persona cercata[56].

Nel cristianesimo il mistico è un credente cristiano: egli cioè resta radicalmente riferito e normato dall'economia storica di salvezza il cui avvenimento definitivo e risolutivo è rappresentato da Gesù di Nazaret. Come tutti i credenti, anch'egli resta riferito e si fa normare da questo singolarissimo avvenimento, mediante la parola ispirata (la Scrittura) e la celebrazione sacramentale, entro quella particolare comunità storica di fede che è la comunità della chiesa[57].

Questa è la conclusione ultima che si deve trarre da questa sommaria esposizione dei fondamenti della mistica cristiana.


[1] Così spiega O. Casel: “non è che il Signore abbia salvato il mondo e poi lo abbia abbandonato a se stesso, guidando al massimo la chiesa dal cielo attraverso i suoi rappresentanti che poi avrebbero distribuito la grazia per suo conto e sotto la sua autorità. No, il Kyrios è, come egli stesso ha predetto, sempre immediatamente presente ed efficace nella sua comunità, “essendo egli sempre vivo per intercedere a loro favore” (Eb 7, 25)”, Cf. Fede, gnosi e mistero. Saggio di teologia del culto cristiano, Messagero, Padova 2001, p. 53.

[2] Cf. A. B. Luter Jr., “Vangelo”, Dizionario di Paolo e delle sue lettere, San Paolo, Milano 1999, pp. 1596-1599.

[3] Il libro di Isaia riporta l’incoraggiamento rivolto ad un “messaggero di liete notizie”, il quale acquista tale titolo perché è incaricato ad annunziare la fine dell'esilio e il ritorno del popolo a Gerusalemme: “Sali su un alto monte, tu che rechi liete notizie in Sion; alza la voce con forza, tu che rechi liete notizie in Gerusalemme. Alza la voce, non temere; annunzia alle città di Giuda: ecco il vostro Dio! Ecco, il Signore Dio viene con potenza, con il braccio egli detiene il dominio. Ecco, egli ha con sé il premio i suoi trofei lo precedono. Come un pastore egli fa pascolare il gregge e con il suo braccio lo raduna; porta gli agnellini sul seno e conduce pian piano le pecore madri (40,9-11)”. In un passo analogo, il profeta riferisce ancora di un messaggero ideale il quale, parlando a nome di Dio, reca un vangelo, un annuncio di pace e di salvezza alla città di Gerusalemme: il ritorno del popolo dall'esilio il quale intraprenderà la ricostruzione della città (52, 7-9).

[4] Cf. P.T. O’Brien, “Mistero”, Dizionario di Paolo…, pp. 1032-1035. Cf. R. Penna, Il mysterion paolino: treiettoria e costituzione, Paideia, Brescia 1978.

[5] L'apostolo Paolo attesta con forza il carattere di attualità di ciò che sta annunziando. Qualora trovi un riscontro di fede alla sua predicazione, ritiene di poter realizzare il vangelo, di attuare il mistero o di introdurre il regno. Accogliendone il messaggio, i suoi fedeli si sottopongono alla forza di un'energia trasformante. Ai romani Paolo dichiara che il vangelo è “un'energia operante di Dio per portare la salvezza a chiunque crede” (Rm 1,16). Infatti, l'apostolo non giunge mai con la sola parola ma con l'accompagnamento dello Spirito (I Ts 1, 5).

La parola del messaggero avvia l'avvenimento che annuncia. Parlando, Dio non espone dei desideri ma agisce; la sua parola è creativa. “Non cessiamo di ringraziare Dio perché, ricevendo dalla nostra voce la parola di Dio, l'avete accolta non come parola di uomini ma, come è realmente, parola di Dio: essa opera in voi che credete” (I Ts 2,13).

[6] J. Murphy O'Connor, Paolo, San Paolo, Cinisello Balsamo 2007, 53.

[7] J. Murphy O'Connor, Paolo…, 53-56

[8] A. E. MacGrath, Teologia della croce, in Dizionario di Paolo e delle sue lettere, San Paolo, Cinisello Balsamo, 1999, 402.

[9] J. Stott, La croce di Cristo, Edizioni GBU, Roma 2001, 323.

[10] B. Maggioni, Lettera ai Romani…, 76.

[11] B. Maggioni, Lettera ai Romani…, 77.

[12] F. Manzi, Imitatori e modelli in 1 Tessalonicesi, in Lettere di Paolo…, 1091.

[13] Ibidem, 1092.

[14] Massimo il Confessore, Discorso ascetico, 10-13, Città Nuova Roma 1979, 30-32.

[15] Massimo il Confessore, Capitoli vari, IV, 50, Filocalia, 2, Gribaudi, Torino 1983, p. 253.

[16] P.T. O’Brien, “Mistero”, Dizionario di Paolo e delle sue lettere, San Paolo, Milano 1999, pp. 1032-1035.

R. Penna, Il mysterion paolino: treiettoria e costituzione, Paideia, Brescia 1978.

R. Arnou, Il desiderio di Dio nella filosofia di Plotino, Vita e Pensiero, Milano 1997.

L. Bouyer, Mysterion. Dal mistero alla mistica, Libreria editrice vaticana, Città del Vaticano, 1998.

O. Casel, Liturgia come mistero, Medusa, Milano 2002

O. Casel, Fede, gnosi e mistero. Saggio di teologia del culto cristiano, Ed. Messaggero, Padova 2001

F -X. Durrwell, Eucaristia ed Evangelizzazione, Qiqajon, Magnano 2000

G. Bonaccorso, Celebrare la salvezza. Lineamenti di liturgia, Edizioni Messaggero, Padova 2003.

[17] Cf. A. Levasti, “Clemente Alessandrino, iniziatore della Mistica cristiana”, Rivista di Ascetica e mistica, 12 (1967) 127-147.

[18] Cf. L. Bouyer, Mysterion. Dal mistero alla mistica, Libreria editrice Vaticana, Città del Vaticano, 1998, pp. 155-218.

[19] Alcune analogie rituali (le abluzioni, i banchetti), la somiglianza tra alcune convinzioni (i passaggi da morte a vita; le ascensioni al mondo celeste), l’uso dei racconti mitici di fronte alle narrazioni del testo sacro, rievocano alla mente le celebrazioni sacramentali cristiane, tanto da lasciar prospettare una contaminazione tra le due forme culturali. S’impongono, però, anche delle differenze nette: la Pasqua di Gesù non è un evento mitico ma un racconto storico, avvenuta una volta per sempre; il culto cristiano, libero da manifestazioni irrazionali e amorali, esige la trasformazione dell’esistenza sul piano etico; cf. J. Jeffers, Il mondo greco-romano all’epoca del Nuovo testamento, S. Paolo, Milano 2004, 127-133.

[20] Cf. Odo Casel, Liturgia come mistero, Medusa, Milano 2002, pp. 33-63.

[21] Cf. R. Arnou, Il desiderio di Dio nella filosofia di Plotino, Vita e Pensiero, Milano 1997, pp. 212-215. Lo stabilire una connessione tra misteri e filosofia o tra misteri e sacramenti cristiani è, talora, considerata impropria, in considerazione anche dei comportamenti immorali e irrazionalistici riscontrabili in questi riti. Per ovviare a queste difficoltà, Arnou suggerisce di operare una distinzione tra mistica e misticismo. Entrambi si somigliano in quanto esprimono un'urgente ricerca di Dio, il desiderio di unione col divino, la persuasione che essa sia possibile. Ciò nonostante “La loro essenza differisce. Poiché il misticismo dipende dal sentimento e per questo è esposto a tutte le deformazioni, a tutti gli eccessi, esso merita, in larga misura, la severità che gli si manifesta. Al contrario, la mistica si presenta priva di questo sentimentalismo sospetto; è unione a Dio di uno spirito molto purificato ed è a riparo da sensazioni” (Op. cit, p. 209).

[22] Cf. G. Maspero, Mistero, in Gregorio di Nissa. Dizionario, Città nuova, Roma 2007, 388-390.

[23] O. Casel, La Liturgia come mistero…, pp. 85-86.

[24] Gregorio di Nazianzo, Discorso 39, 2, Tutte le orazioni, a cura di C. Moreschini, Bompiani, Milano 2000, p. 901.

[25] Gregorio di Nazianzo, Discorso 39, 20, ivi, p. 921.

[26] Gregorio di Nazianzo, Discorso 38, 18, ivi, p. 899.

[27] Gregorio di Nazianzo, Discorso 38, 16, ivi p. 897.

[28] Leone Magno, Sermoni, 71, 1-2, 138 A, 434-436.

[29] Agostino, Discorsi, 220, 1, NBA p. 303.

[30] Massimo di Torino, Sermoni, 103, 1, CTP 168, Città Nuova, Roma 1991, p. 400.

[31] Massimo di Torino, Sermoni, 102, 2, Op. cit., p. 398.

[32] Massimo di Torino, Sermoni, 103, 1, Op. cit. p. 400.

[33] Agostino, Omelie sulla prima lettera di Giovanni, 2, 2.

[34] Massimo di Torino, Sermoni, 65, 1, Op. cit., p. 279.

[35] Massimo di Torino, Sermoni, 101, 3, Op. cit, p. 397.

[36] Cf. Gregorio di Nazianzo, Discorso 39, 14, Op. cit., p. 913.

[37] Gregorio di Nazianzo, Discorso 45, 2, Op. cit., p. 1135.

[38] Leone Magno, Sermoni, 48, 1, 138 A, 279-280.

[39] Cirillo di Gerusalemme, Le Catechesi, XX (mist. II), 5, CTP 103, Città Nuova, Roma, 1993, p.446.

[40] Gregorio di Nissa, La grande catechesi, XXXV, 3-6, CTP 34, Città Nuova, Roma 1982, pp. 125-127.

[41] Stromati, I, 10, Op. cit., p. 111.

[42] Questo modo di pensare viene sviluppato particolarmente nella lettera agli Ebrei, la quale insegna che: “... il mistero di Cristo, il sacrificio che egli compie, la salvezza che apporta, sono ad un tempo le cose celesti, eterne per natura e le cose future, avvenute alla fine dei secoli. [...] Di fatto la prima alleanza ne conteneva soltanto riproduzioni anticipate, ombre, repliche, di un modello che esisteva fin d'allora in cielo, pur non dovendo essere rivelato quaggiù che per mezzo di Cristo. [...] Ora le realtà ecclesiali non racchiudono più soltanto un'ombra dei beni futuri, ma un'immagine che ne contiene tutta la sostanza e permette di parteciparvi misteriosamente”, Cf. P. Grelot, “Figura”, Dizionario di Teologia biblica, Marietti, Casale Monferrato, 1971, c. 420.

[43] Agostino, Commento alla prima lettera di Giovanni, 2, 1, NBA XXIV, Città Nuova, Roma 1968, p. 1666.

[44] HIos, IX, 8.

[45] HLev, VII, 5.

[46] HIer, XVIII, 5.

[47] Seguendo la prospettiva biblica, questo maestro, quando parla di misteri, pensa al contenuto cristologico prefigurativo nascosto negli episodi dell'Antica Alleanza oppure al significato più profondo presente nei gesti compiuti da Gesù, che può essere trasferito nella Chiesa. Le vicende, i riti, gli oggetti di culto del primo Testamento sono figure di questi misteri (cf. HLev, V, 6. HLev IX, 1.), ossia sono delle realizzazioni parziali, a modo di anticipazione, di ciò che avrebbero operato Cristo. Il progetto di Dio, avendo di mira la venuta del Cristo, già si esplicava in molteplici eventi e insegnamenti preparatori. Per questo tutta la Scrittura è piena di misteri, ossia di anticipazioni e richiami allusivi alla realtà del Signore, che si sarebbe rivelata solo in una tappa successiva. Stabilisce così il principio che demarca la distinzione netta con l'ebraismo.

[48] Massimo il Confessore, Duecento capitoli, II, 14, Filocalia 2, Gribaudi, Torino 1983, p. 140.

[49] Clemente Alessandrino, Stromati. Note di vera filosofia, V, 10, a cura di G; Pini, Edizioni Paoline, Milano 1985, pp. 594-596.

[50]ivi, VII, 16, p. 863.

[51]McGinn, Storia della mistica in occidente. Le origini, Marietti 1820, Genova 1997, p. 139.

[52]“ La gnosi conduce ad un fine che è senza limiti perfetto, insegnandoci in anticipo lo stile di vita secondo Dio, che sarà nostro quando saremo fra dei…” (Str. VII, 10 p. 41)

[53] Cf. J. Danielou, Platonisme et théologie mystique, pp. 189-201.

[54] Cf. J. Danielou, Platonisme et…, p. 194.

[55] Cf. O. Casel, Fede, gnosi e mistero…, p. 32.

[56] Cf. O. Casel, Fede, gnosi e mistero…, p. 26.

[57] G. Moioli, “Mistica cristiana”, Nuovo dizionario di Spiritualità, Milano 1985, p. 986.

mercoledì 16 marzo 2011

Esperienza mistica e impegno sociale


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1. Il problema del tempo

Non è facile definire che cosa sia il tempo. Tutti ne facciamo esperienza e ne abbiamo un'idea vaga ma poi diventa difficile stabilire con precisione in che cosa consista.

Noi esistiamo ma intanto mutiamo; esistiamo ed intanto qualcosa muore in noi. Non sperimentiamo solo la perdita: qualcosa acquistiamo ma poi questo acquisto avviene dentro una perdita ancora maggiore, quella del consumarsi dell'esistenza. Per questo parlo dell'esperienza del tempo come percezione di estraneità. Per continuare a vivere con una qualità sempre maggiore, dobbiamo lasciar morire qualcosa in noi e intanto verificare che qualcosa è morto al di là delle nostre intenzioni.

Nel frattempo, avvertiamo anche un'estraneità più profonda. Tutto precipita dietro di noi. Dal giorno di ieri (ma potremmo dire fino ad un secondo fa) andando a ritroso fino a quello della nostra nascita, tutto è già diventato nulla ed esiste soltanto per la risonanza che ha nel nostro ricordo. Noi non vogliamo considerarlo nulla e speriamo, come suggerisce san Gregorio di Nissa, che il passare del tempo sia l'occasione con cui intessiamo per noi la veste dell'immortalità, l'abito della risurrezione e della vita eterna. Il precipitare continuo delle cose, della nostra vita ci rende bisognosi di salvezza. La cosa più rilevante dell'esistenza è riuscire a salvaguardarci arricchendoci mentre tutto precipita fino al nostro estraniarci dalla vita stessa.

Seneca parla dell'attenzione alla fugacità del tempo:

«Comportati così, Lucilio mio, rivendica il tuo diritto su te stesso e il tempo che fino ad oggi ti veniva portato via o carpito o andava perduto raccoglilo e fanne tesoro. Convinciti che è proprio così, come ti scrivo: certi momenti ci vengono portati via, altri sottratti e altri ancora si perdono nel vento. Ma la cosa più vergognosa è perder tempo per negligenza. Pensaci bene: della nostra esistenza buona parte si dilegua nel fare il male, la maggior parte nel non far niente e tutta quanta nell'agire diversamente dal dovuto. Puoi indicarmi qualcuno che dia un giusto valore al suo tempo, e alla sua giornata, che capisca di morire ogni giorno? Ecco il nostro errore: vediamo la morte davanti a noi e invece gran parte di essa è già alle nostre spalle: appartiene alla morte la vita passata. Dunque, Lucilio caro, fai quel che mi scrivi: metti a frutto ogni minuto; sarai meno schiavo del futuro, se ti impadronirai del presente. Tra un rinvio e l'altro la vita se ne va. Niente ci appartiene, Lucilio, solo il tempo è nostro. La natura ci ha reso padroni di questo solo bene, fuggevole e labile: chiunque voglia può privarcene. Gli uomini sono tanto sciocchi che se ottengono beni insignificanti, di nessun valore e in ogni caso compensabili, accettano che vengano loro messi in conto e, invece, nessuno pensa di dover niente per il tempo che ha ricevuto, quando è proprio l'unica cosa che neppure una persona riconoscente può restituire» (Lettere I)

Per noi cristiani essere salvati, significa rivestire l'abito della risurrezione. Per un credente è ovvio pensare in questa maniera. Per chi non spera in queste modalità di recupero, salvarsi consiste soltanto nel vivere in pienezza l'attimo fuggente: «Carpe diem», mentre a questo vivere in pienezza si dà un significato contrastante (In che cosa consiste?). La domanda di salvezza totale continua ancora?

Ora in un atteggiamento che ha cominciato a farsi strada soprattutto a partire dall'ottocento non solo si pensa che non vi sia possibilità di salvezza, ossia che la realtà sia costituita nel suo fondo da immane tragedia (riscoperta del tragico), ma si protesta contro le filosofie o le religioni che prospettano attese messianiche raggiungibili nel tempo ma che lasciano sperare in una vita eterna, oltre il tempo.

Tipica è a questo proposito è la posizione di Salvatore Natoli. Stimatore del cristianesimo sul piano etico, si oppone al suo fondamento teologico. Ritenendo che il cosmo e la storia siano privi di fondamento (ossia non dipendano da alcun Creatore che ne stabilisca l'origine e il fine), egli non spera in una salvezza intesa come dispiegamento di una nuova creazione. Di conseguenza l'unica possibilità di intervento è l'elaborazione di un'etica del finito. Grazie ad essa l'uomo «deve essere ... capace di vivere al meglio la propria contingenza, [ossia] servirsi della scienza per realizzare al meglio la propria vita, non dimenticando la propria costitutiva mortalità. Ecco l’etica del finito. L’etica del finito è il governo della propria contingenza. Un tempo bastava essere conformi alla natura, oggi invece devo trovare io le soluzioni, io come singolo, io comunità su ciò che è meglio e che è meglio fare, valutare i rischi limitando la mia presunzione di onnipotenza». In pratica, poi, egli apprezza (e forse propone) alcune istanze della morale cristiana, senza però accoglierne il fondamento teologico. «Per me Cristo non è un Dio che si incarna, ma è un uomo che mostra agli uomini la via da percorrere per diventare dei. L’autosalvazione attraverso la dedizione».

Natoli non spiega perché l'uomo che si sente estraneo nell'universo dovrebbe mirare alla dedizione. Non potrebbe scegliere, invece, la via del piacere orgiastico (- mangiamo e beviamo perché domani moriremo -) oppure quella della sopraffazione in vista del proprio vantaggio (la forza sia la nostra legge). Egli, influenzato com'è da principi cristiani, opta per la dedizione. Non possiamo non compiacercene. Tuttavia, una volta che una proposta morale non sia più considerata corrispondente con la costituzione dell'essere, non ha più il potere di affermarsi ma possono essere sagge opzioni che cercano esclusivamente ciò che è creduto un bene dal punto di vista contingente e parziale. Una proposta etica ha senso perché attua un bene che vale in assoluto (perché almeno pensa di porsi in sintonia con il Bene in assoluto) ma se i nichilisti dovessero prospettare un bene assoluto, non potrebbero più affermare che la realtà ultima del mondo sia caotica.

In ogni caso resta fermo che senza l'intervento d'un giudizio finale divino e l'orizzonte di una nuova creazione, l'etica del finito assume la medesima importanza della casa «bianca, bianca», assalita da una furiosa tempesta, intravista dal Pascoli nella sua poesia sul lampo.

E cielo e terra si mostrò qual era: \ la terra ansante, livida, in sussulto; \ il cielo ingombro, tragico, disfatto: \ bianca bianca nel tacito tumulto \ una casa apparì sparì d'un tratto; \ come un occhio, che, largo, esterrefatto, \ s'aprì si chiuse, nella notte nera. (Myricae Il Lampo IX)

La storia si mostra qual'é, ossia ingombra [di cadaveri], tragica e disfatta. All'interno di questa tragica bufera qualcuno cerca, eroicamente, di costruire un riparo. Può darsi che protegga qualcuno, per un poco, ma per i più non v'è riscatto. L'etica all'interno di una storia tragica impallidisce; non si impone; s'apre e si chiude nella notte nera.

In realtà, non abbiamo nessuna prova decisiva per affermare che l'esistenza cosmica sia una realtà tragica, mentre abbiamo molti indizi per sperare che essa sia una realtà sensata e significativa.

Giustamente altri pensatori ed artisti come Montale si mostrano più cauti. Egli non vuole stampare una parola definitiva (Non chiederci la parola che squadri da ogni lato l'animo nostro informe, e a lettere di fuoco lo dichiari e risplenda come un croco perduto in mezzo a un polveroso prato) ma è sempre in attesa di una parola e di un'esperienza che indichi una via d'uscita.

(Tu chiedi se così tutto vanisce in questa poca nebbia di memorie; se nell’ora che torpe o nel sospiro del frangente si compie ogni destino. Vorrei dirti che no, che ti s’appressa l’ora che passerai di là dal tempo; forse solo chi vuole s’infinita, e questo tu potrai, chissà, non io. Penso che per i più non sia salvezza, ma taluno sovverta ogni disegno, passi il varco, qual volle si ritrovi. Vorrei prima di cedere segnarti codesta via di fuga labile come nei sommossi campi del mare spuma o ruga. Ti dono anche l’avara mia speranza. A’ nuovi giorni, stanco, non so crescerla: l’offro in pegno al tuo fato, che ti scampi. Il cammino finisce a queste prode che rode la marea col moto alterno. Il tuo cuore vicino che non m’ode salpa già forse per l’eterno [da Casa sul mare]).

«Per il poeta la realtà è segnata da una insanabile frattura fra l'individuo e il mondo, che provoca un senso di frustrazione e di estraneità, un malessere esistenziale. Questa condizione umana è, secondo Montale, impossibile da sanare se non in momenti eccezionali, veri stati di grazia istantanei che Montale definisce miracoli, gli eventi prodigiosi in cui si rivela la verità delle cose, il senso nascosto dell'esistenza.[...]. (WIKI).

La speranza di Montale è «avara» ma egli ritiene onesto non chiudere il discorso. Non si può proclamare più di ciò che si può sapere. Come avviene in questi pensatori pessimisti, al pessimismo della ragione, oppongono l'impegno etico. Tuttavia in Montale questo sforzo non è paragonabile all'edificazione di una casa nel mezzo di una bufera, ma è un tentativo di dialogo con la voce imperiosa che chiama all'interno del mistero dell'esistenza:

[Come allora oggi in tua presenza impietro, mare,ma non più degno mi credo del solenne ammonimento del tuo respiro. Tu m'hai detto primo che il piccino fermento del mio cuore \ non era che un momento del tuo; che mi era in fondo la tua legge rischiosa: esser vasto e diverso e insieme fisso: e svuotarmi così d'ogni lordura come tu fai che sbatti sulle sponde tra sugheri alghe asterie le inutili macerie del tuo abisso].

L'impegno etico non è posto dalla persona in modo arbitrario (scegliendo tra prospettive contrastanti) ma è risposta ad una richiesta che viene da una voce misteriosa ma amica, libera dalle lordure della storia.

Abbiamo visto alcune testimonianze dal Novecento su come l'uomo si possa rapportare nei confronti del mistero dell'esistenza. Mi domando esiste una riflessine simile nella Sacra Scrittura? La fede dissolve in modo totale l'incertezza o meglio il male di vivere?

In realtà tra i libri biblici ne scorgiamo uno che sembra avvicinarsi alla sensibilità attuale. E' l'inconsueto libro del Qoèlet. Sorprende il credente per certe sue affermazioni. Sulle prime il testo non sembra scritto da un credente ebreo ma da un filosofo che crede nell'esistenza di Dio al di fuori però di una particolare fede religiosa.

Che cosa sostiene Qoélet: 1) la realtà, pur offrendo molti sostegni e doni assai graditi, è insoddisfacente nella sua interezza 2) l'uomo può accumulare molte conoscenze, ma non può risolvere il mistero di se stesso nel mondo 3) L'uomo, per quanti sforzi faccia non riesce a liberarsi dal peccato 4) Per quanto una persona sia accorta, non sfugge alle apparenti arbitrarietà del caso 5) Alla fine l'uomo non può sfuggire alla morte che appare come massima ingiustizia.

Qoelet non pensa che il mondo sia dominato dal caso o dall'assurdo ma che l'agire di Dio talora sia incomprensibile. Suggerisce comunque delle soluzioni parziali (e in questo modo s'avvicina all'etica del finito): coltivare le gioie dell'esistenza anche se non offrono la pienezza allontanandosi dagli eccessi; coltivare il sapere e la sapienza (anche se non si giunge all'assoluto sapere) perché il sapere vale più dell'ignoranza; cercare di vivere nella massima integrità (anche se non si può ottenere l'innocenza) [oltretutto per garantirsi dal giudizio divino]. Non offre alcuna indicazione sulle sorti della vita e sulla morte. A questi eventi l'uomo deve soltanto sottomettersi alle decisioni incomprensibili di Dio. Dio appare un Signore piuttosto che un Padre. Egli non è interessato alle prospettive messianiche (non crede a novità significative) e neppure aspetta una vita eterna. La sua riflessione è racchiusa in un certo pessimismo: soltanto la prospettiva messianica e l'annuncio della risurrezione potrebbe dilatare gli orizzonti e accendere la speranza.

2. Il tempo verso il riscatto: il Messianismo

Il Dio della Bibbia ma non è tanto un Signore del cosmo ma un Dio della storia. Non è un Sovrano che crea e conserva la struttura fondamentale del cosmo, ma un Dio che cammina con gli uomini, agisce a loro favore. Il tempo deve essere redento. Tutta l’attenzione di Israele si rivolge, allora al futuro: ai tempi escatologici o al tempi messianici.

Vediamo in breve come l’ebraismo ha pensato la figura e l’opera del Messia. Per esporre la dottrina ebraica su questo argomento, mi servo delle parole stesse dei maestri d’Israele. Vi riassumo, rispettando le parole stesse dell’autore, la sintesi sul Talmud proposta dal rabbino Abraham Cohen (A. Cohen, Ebraismo, Il Talmud, Mondadori Milano 2007)

«Mentre gli altri popoli dell'antichità ponevano la loro età dell'oro nella notte del più remoto passato, gli Ebrei la relegarono nel futuro. A più riprese i profeti di Israel alludono agli « ultimi giorni » avvenire come al periodo in cui la grandezza nazionale raggiungerà l'apogeo. Tale speranza mise radici sempre più profonde nell'animo del popolo e, non soltanto si intensificò, ma, in processo di tempo, si arricchì di meravigliose visioni che il suo compimento avrebbe realizzato nel mondo. Il glorioso avvenire gravita intorno alla persona di un Mashiach « unto », destinato da Dio ad inaugurare questa nuova epoca meravigliosa.

Cento e cento volte il Talmud si richiama al Messia e alla sua missione, ma, come vedremo, molte erano le opinioni circa l'identità del futuro Redentore.

L'opinione che prevalse è quella che faceva del Messia un discendente di David, per cui nella letteratura rabbinica il Messia è detto comunemente « il figlio di David ».

La speranza dell'avvento del Messia divenne sempre più fervida nei tempi più tristi della vita nazionale. Quando l'oppressione del conquistatore divenne intollerabile, gli Ebrei si volsero istintivamente alle profezie messianiche contenute nelle Scritture.

Per confortare il popolo nella sua miseria, ed incoraggiarlo ad affrontare con animo forte le più gravi avversità, i Dottori predicarono la dottrina del «dolore del Messia», secondo la quale il suo avvento sarebbe preceduto da gravi sofferenze, al modo stesso che il figlio nasce a prezzo dei dolori materni. E al modo stesso che l'alba è preceduta da una sempre più profonda oscurità, pensavano i Dottori che prima del suo avvento il mondo avrebbe mostrato i segni della più bassa demoralizzazione e le condizioni di vita sarebbero divenute quasi insopportabili.

II figlio di David apparirà solo in una generazione perfettamente innocente o perfettamente colpevole.

Nel Talmud si trovano altri calcoli per determinare l'epoca dell'avvento del Messia, la maggior parte dei quali la fissano per la fine del quinto secolo. La maggior parte dei Dottori riprovarono i tentativi di fissare l'epoca della fine, vale a dire dell’avvento del Messia, in quanto per essi venivano a crearsi delle speranze che in ultima analisi si dimostravano destituite di fondamento.

In opposizione alla dottrina secondo cui Dio avrebbe fissato una data precisa per l'avvento dell'era messianica, un'altra se ne sviluppò che la faceva dipendere dalla condotta del popolo.

L'immaginazione non conobbe limiti nel tentativo di raffigurare il mondo quale apparirà sotto la mano trasformatrice del Messia. La natura diverrà meravigliosamente feconda.

Si insiste naturalmente sulla pace durevole, sulla felicità e sulla gioia che regneranno ai tempi del Messia.

Si credeva fermamente che il Messia opererebbe la riunione delle tribù di Israel. La riunione delle tribù sarà preceduta da un altro evento miracoloso, la restaurazione della Città Santa. La ricostruzione del Tempio fa parte della riedificazione di Gerusalemme.

Sembra, però, che vi sia stata una reazione a questi sogni fantastici. Molti Dottori pensavano che l'era messianica dovesse essere soltanto un periodo di transizione fra questo mondo e il Mondo Avvenire, e non erano concordi nel determinarne la durata.

Come vedete, dai dati biblici non si ricava una dottrina sicura e condivisa. Israele sottolinea l’unanimità nelle osservanze ma lascia molta libertà sulle opinioni teologiche.

Il messianismo cristiano

Molte delle speculazioni ebraiche sul Messia sono state accolte nel cristianesimo ed altre respinte. Il punto di partenza per i discepoli di Gesù è stato naturalmente Gesù stesso nella sua vita, morte e risurrezione. La resurrezione di Gesù è stato il punto di svolta determinante. La risurrezione era compresa come un insediamento messianico. Naturalmente Gesù fu subito considerato qualcosa di molto di più del Messia prospettato dal giudaismo è anche molto diverso. Per questo nei Vangeli Gesù esita a proclamarsi o a farsi proclamare come Messia. Egli era molto di più o molto diverso.

Vorrei ora soffermarmi su un passo particolare, particolarmente significativo

La promessa del regno viene annunciata dal profeta Daniele (cap. 7). Nel corso della notte, quando a regnare sono le tenebre (simbolo del male), il profeta vede quattro bestie terrificanti; le vede emergere da un mare fortemente agitato da venti impetuosi (Dan 7,2-3). Questi esseri mostruosi provengono dal caos evocato dalla tempesta notturna (cf. Gen 1,2), e sono simbolo dei regni terreni che opprimono e massacrano gli uomini. Il profeta continua a guardare, ossia sperare, ed ecco aprirsi un’altra visione questa volta rasserenante: dal cielo, da Dio, viene una figura umana integra, denominata Figlio dell’uomo (7, 13-14). Egli appare come l’uomo ritornato ad immagine di Dio e rappresenta una persona singola ma anche un intero popolo (7, 18. 27). Il profeta vede che Dio consegna al Figlio dell’uomo il dominio del mondo. Gesù, in seguito, s’attribuirà questa figura, modificando però la prospettiva e rifiutando un dominio terreno.

2. Durante la vita di Gesù. Gesù attesta di essere il Figlio dell’uomo (Mt 27, 64). Inutile pensare ad un dominio mondano (Gesù si attribuisce questa figura mentre mentre viene processato dai poteri terreni, bestiali; cf. Gv 19, 1-2). Il regno di Dio non si realizza dopo gli altri, dopo averli soppiantati, ma cresce in mezzo ad essi, come buon grano tra la zizzania (Mt 13, 24-30). Non si impone con la forza o con il dominio del denaro (Gv 18,36). È costituito piuttosto da tutti coloro che vogliono fare la volontà di Dio e si pongono dalla parte della verità (Gv 18,37).

3. Dopo la Pasqua. In modo paradossale, Dio inaugura il suo regno con la morte di Gesù (Lc 22,18). Questi si abbassa fino all’ultimo posto, per amore, e per questo, viene esaltato da Dio (Fil 2,9). La croce diventa la garanzia del dominio di Gesù, come una riserva aurea garantisce il valore di una valuta corrente. Se non fosse concretizzata dal servizio umile della croce, la gloria della risurrezione non sarebbe altro che carta straccia, dominazione mondana. Ora coloro che accolgono il suo regno, diventano anch’essi un regno (Ap 1,6) e partecipano alla gloria del Risorto (Ap 3,21) ma dovranno anche loro morire a se stessi manifestando la forza dell’amore (Ap 5,9-10; 12, 11).

3. Il cristiano nel tempo e nell'eternità

Qoélet, guardando la storia con un certo pessimismo, aveva detto che nel mondo non sussiste niente di nuovo. Questa considerazione viene smentita con la manifestazione al mondo di Gesù. Attraverso di Lui, Dio vuole intervenire nel mondo per porre rimedio ai guasti della storia: «Se Cristo non è risorto, vuota allora è la nostra predicazione, vuota anche la vostra fede. Noi, poi, risultiamo falsi testimoni di Dio, perché contro Dio abbiamo testimoniato che egli ha risuscitato il Cristo» (2 Cor 15,14s). Con queste parole san Paolo pone drasticamente in risalto quale importanza abbia per il messaggio cristiano nel suo insieme la fede nella risurrezione di Gesù Cristo: ne è il fondamento. La fede cristiana sta o cade con la verità della testimonianza secondo cui Cristo è risorto dai morti. Se si toglie questo, si può, certo, raccogliere dalla tradizione cristiana ancora una serie di idee degne di nota su Dio e sull'uomo, sull'essere dell'uomo e sul suo dover essere - una sorta di concezione religiosa del mondo -, ma la fede cristiana è morta. Gesù in tal caso è una personalità religiosa fallita; una personalità che nonostante il suo fallimento rimane grande e può imporsi alla nostra riflessione, ma rimane in una dimensione puramente umana e la sua autorità è valida nella misura in cui il suo messaggio ci convince. Solo se Gesù è risorto, è avvenuto qualcosa di veramente nuovo che cambia il mondo e la situazione dell'uomo. Allora Egli, Gesù, diventa il criterio del quale ci possiamo fidare. Poiché allora Dio si è manifestato» (Ratzinger Gesù di Nazaret /2 269-270)

Gesù introduce il regno di Dio nel mondo. In qualche modo è Lui stesso il Regno di Dio: nei suoi pensieri ed aspirazioni, nelle sue opere ed azioni. Sopratutto la sua risurrezione introduce nel mondo la novità assoluta della nuova creazione. La risurrezione è il mondo futuro ma questo modo futuro è già iniziato in Gesù. «Egli è il vero Dio e la vita eterna» (Gv 5, 19).

Il regno di Dio, allora, è formato da Gesù e da quelli che costituiscono un'unità con Lui. Si può parlare di vite e tralci o di un unico corpo. Il cristiano non è soltanto alla sequela di Cristo, ma è uno che vive in Cristo o che accoglie Cristo dentro di sé. Chi vive in Cristo, è già nella nuova creazione oppure nella vita eterna.

«L'espressione vita eterna non significa come pensa forse immediatamente il lettore moderno - la vita che viene dopo la morte, mentre la vita attuale è appunto passeggera e non una vita eterna. « Vita eterna » significa la vita stessa, la vita vera, che può essere vissuta anche nel tempo e che poi non viene più contestata dalla morte fisica. È ciò che interessa: abbracciare già fin d'ora « la vita », la vita vera, che non può più essere distrutta da niente e da nessuno. Questo significato di «vita eterna» appare in modo molto chiaro nel capitolo sulla risurrezione di Lazzaro: « Chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morrà in eterno» (Gv ll,25s). «Io vivo e voi vivrete», dice Gesù ai suoi discepoli durante l'ultima cena (Gv 14,19), mostrando con ciò ancora una volta che per il discepolo di Gesù è caratterizzante che egli « vive » - che egli quindi, al di là del semplice esistere, ha trovato ed abbracciato la vera vita, della quale tutti sono in ricerca. In base a tali testi, i primi cristiani si sono chiamati semplicemente « i viventi » (hoi zontes). Essi avevano trovato ciò che tutti cercano: la vita stessa, la vita piena e perciò indistruttibile» (Ratzinger 97-98).

La citazione esige un chiarimento. In genere nel NT con vita eterna si indica l'esistenza presso Dio nel mondo futuro: «Maestro buono, che cosa devo fare di buono per avere la vita eterna» (Mt 19,15); «... [Chi avrà lasciato tutto] riceverà cento volte tanto e avrà in eredità la vita eterna» (Mt 19,29); «La vita eterna nel tempo che verrà» (Mc 10,30). Nel Vangelo di Giovanni, invece, l'espressione vita eterna ha il significato segnalato da Ratzinger: vita piena attuale che però avrà compimento nel futuro.

[Gv 3,35: Chi crede nel Figlio ha la vita eterna; Gv 5,24: chi ascolta la mia parola e crede a colui che mi ha mandato, ha la vita eterna e non va incontro al giudizio, ma è passato dalla morte alla vita Gv 3, 14-15: chi crede in Lui, abbia vita eterna; Gv 6,46: chi crede ha la vita eterna; Gv 6,53 chi mangia la mia carne... ha la vita eterna. 1 Gv 5,10: Dio ci ha donato la vita eterna e questa è nel suo Figlio. L'attualità della vita eterna non esclude poi il suo compimento nel futuro: cf: Gv 6,39: chiunque vede il Figlio e crede in lui abbia la vita eterna e io lo risusciterò nell'ultimo giorno. Gv 4,14 l'acqua che zampilla per la vita eterna; Gv 10, 27 Io do loro la vita eterna e non andranno perdute. Infine la vita eterna possiede un aspetto relazionale: Gv 17,2: questa è la vita eterna: che conoscano te, l'unico vero Dio e colui che hai mandato. ]

Nell'epistolario paolino troviamo formule che indicano l'attualità della nostra risurrezione. Già da ora siamo risuscitati con Cristo. Questo significa che, essendo questo evento il nostro ultimo destino, già da ora possediamo ciò che riceveremo. Questo modo di interpretare è corretto ma riduttivo. Paolo pensa che già da ora siamo nuove creature.

Ci si può chiedere se non si crei nella spiritualità cristiana una certa tensione tra il già e il non ancora. Oppure si può chiedere se la nostra vita in Cristo, nella realtà celeste e l'interesse primario per essa non venga a contrastare con il nostro impegno sulla terra.

Osserviamo la reazione di Paolo. Come pone in relazione il desiderio di vivere con Cristo con il suo gravoso impegno missionario? Ce ne rendiamo conto leggendo lo stralcio di una lettera inviata alla comunità cristiana di Filippi. In quel periodo egli era nella condizione di carcerato e nello scritto lascia intendere di essere in attesa di comparire in tribunale per l'udienza definitiva, nel corso della quale egli correva seriamente il rischio di subire una condanna alla pena capitale. È chiaro che egli si trova in faccia alla morte. Qual'è la reazione dell'apostolo di fronte a tale prospettiva?

«Per me infatti il vivere è Cristo e il morire un guadagno. Ma se il vivere nel corpo significa lavorare con frutto, non so davvero che cosa debba scegliere. Sono messo alle strette infatti tra queste due cose: da una parte il desiderio di essere sciolto dal corpo per essere con Cristo, il che sarebbe assai meglio; d’altra parte, è più necessario per voi che io rimanga nella carne. Per conto mio, sono convinto che resterò e continuerò a essere d’aiuto a voi tutti, per il progresso e la gioia della vostra fede».

Per un normale lettore risulta sorprendente che egli avverta la morte come una prospettiva vantaggiosa, dal momento che, morendo, egli ha la possibilità di raggiungere Cristo. Ragionando in questo modo, l'apostolo rivela chiaramente quanto egli fosse identificato col Cristo. Come egli stesso dichiara apertamente, la sua vita ormai è Cristo. Tutto il mondo passa in seconda linea rispetto al grande vantaggio ritrovare la persona che è oggetto del suo amore. Un filosofo platonico avrebbe potuto comprendere bene questa urgenza di incontrare quel Bene, ora identificato nella persona del Cristo, che da solo costituisce la pienezza di ogni desiderio.

Nello stesso contesto, tuttavia, Paolo si rende immediatamente disponibile a rinunciare a questo suo bene, se ciò risultasse vantaggioso per i Filippesi. Paolo dichiara di essere tiranneggiato da due esigenze contrarie ed ugualmente legittime: egli desidera incontrare Cristo nella beatitudine della vita eterna e contemporaneamente, con un desiderio di pari intensità, è ben disposto a rinunciare al suo vantaggio personale per essere utile ad altri.

Ora, pur mostrando una certa esitazione, lascia intendere di essere disposto a proseguire la sua faticosa attività apostolica, come se venisse trascinato da una sua costrizione interiore. Prima ancora che siano le circostanze stesse a dire l'ultima parola, egli nel suo cuore ha già deciso in conformità alle esigenze della carità. Il cristiano Paolo, anche quando propende per la sua salvezza personale, alla fine si lascia determinare dalle esigenze della carità. Così la disponibilità a fare la volontà di Dio, qualunque essa sia, diventa il segno dell'autentica conoscenza di Lui.

La relazione tra desiderio di Dio e disponibilità di donazione agli uomini, nel modo in cui viene vissuta da Paolo, può essere espressa in questo modo: chi possiede realmente l'agape a tal punto da relativizzare il fatto stesso della morte (che diventa un atto di distacco supremo), è capace anche di rinunciare al suo vantaggio personale e al godimento di Dio per donarsi al prossimo. Paradossalmente soltanto chi è capace del totale distacco, si mostra capace di una piena immersione nel mondo.

Paolo, rinunciando al suo vantaggio, non distrugge tuttavia la sua persona: mentre si dona interamente agli altri per il Cristo, si ritrova interamente in Lui. Ecco un altro paradosso: rinunciando a tutto, ritrova interamente se stesso per il fatto stesso di amare.

Il sentire di Paolo, nella sua duplice aspetto (desiderio di Dio e amore degli uomini) è stato condiviso anche da altri mistici o il suo è rimasto un caso isolato? Una breve indagine è sufficiente per rendersi conto che esso è stato largamente condiviso. Più ancora i mistici hanno amato questi passi della lettera paolina sentendosi come interpretati da essi, così che questo testo può essere preso come una sintesi della mistica cristiana e quasi un modello per discernere la sua autenticità.

L’imitazione di Paolo nella mistica cristiana

Guglielmo di saint Thierry

Iniziamo l'indagine da Guglielmo di saint Thierry. Egli insegna che la comunione con Dio è l'unica vera sorgente di felicità per l'uomo ma la ricerca di felicità nella comunione con Dio non distrae affatto il cristiano dal suo impegno a favore della terra. A creare gioia è il fatto di amare; più precisamente ancora, di essere, per quanto possibile all'uomo, ciò che Dio è: amore disinteressato, fedeltà a tutta prova, accondiscendenza misericordiosa.

La contemplazione (o visione di Dio), avvertita come una forma anticipata della condizione futura, consiste nel vivere questa somiglianza di carità nella maniera più perfetta possibile. Il contemplativo, condotto da un sentimento d'amore totale, riesce ad intuire, a leggere sul volto di Dio i pensieri e i desideri che lo riguardano. Questo non significa che egli deve sviluppare delle considerazioni astratte ma discernere la propria missione. Contemplativo è, allora, colui che comprende con chiarezza il volere di Dio su di sé e che poi vi si conforma in totale fedeltà. «La trova dolce rivolgere sempre verso quel volto e, come su un libro di vita, leggervi le leggi della vita per sé, e comprenderle, illuminando la fede, consolidandola speranza e risvegliando la carità» .

Ciò che è possibile scrutare di Dio è la visione della sua volontà per noi, a favore del mondo e chi è divenuto perfetto nell'amore, osserva tutta la realtà creata con lo sguardo di accondiscendenza proprio di Dio. Aderendo a Dio senza riserve sotto ogni riguardo, la contemplazione «considera tutta la creazione che si trova al di sotto di Dio non diversamente da come Dio , disponendo e ordinando ogni cosa nella luce e nella virtù della sapienza».

Il fatto di gustare Dio fa sgorgare nell'amante il desiderio di partecipare all'amore che lo riempie di gioia stupita. L'anima sapiente, gustando solamente Dio, «spoglia l'uomo dell'uomo», ossia, mentre ammira l'amore di Dio, lo assimila e, di conseguenza, elimina da sé ogni traccia di meschinità che si oppone ad esso.

Se questo è il sentire di Guglielmo, non stupisce che egli, a sua volta, condivida e faccia sua la scelta già compiuta dall'apostolo Paolo. Questi, pur aspirando alla gioia della comunione con Dio, sceglieva di rimanere nella carne e di condividere le angustie delle sue comunità. «Anche se la vita di Paolo si svolgeva tutta nei cieli, egli non si negava ogni volta che era necessario stare accanto agli uomini sulla terra», osserva Guglielmo.

Il mistico cristiano, quando si estranea dal mondo e contempla Dio, avverte dentro di sé la necessità della carità che lo costringe a ritornare dai fratelli: «La carità nei confronti di Dio lo portava verso l'alto, mentre la carità per il prossimo lo spingeva verso il basso, come se fosse appeso per il collo». La crudezza dell'immagine contribuisce a far comprendere l'intensità con cui l'amico di Dio, mentre gode della comunione con lui, avverte anche il bisogno di donarsi agli altri. Nella dottrina di Guglielmo, quindi, il sentimento di eros non contraddice affatto l'agape. Entrambi i sentimenti vengono infusi da Dio e il primo favorisce l'insorgere del secondo.

Riccardo di san Vittore

Esponendo ciò che avviene nel cristiano quando è pervaso da un amore perfetto, Riccardo parla di quattro gradi della carità violenta. Vediamo che cosa egli attesta per quanto riguarda il quarto grado, quello proprio della maturità.

Il dinamismo della crescita nell'amore viene illustrato attraverso la metafora della sete. Agli inizi del cammino il principiante ha sete di Dio e desidera andare verso di lui. In pratica si tratta di quello che ho individuato come il fenomeno tipico di eros. Nella maturità spirituale invece, ha sete secondo Dio. Che significa ciò? Questo atteggiamento interiore implica la rinuncia totale al proprio vantaggio e la disponibilità a porsi al servizio di Dio per collaborare al suo disegno. «Ha sete secondo Dio l'anima quando di sua volontà, non solo nei desideri carnali, ma anche in quelli spirituali, non lascia nulla alla sua libertà ma affida tutto a Dio, non pensando più a “quali sono i suoi vantaggi ma a quelli di Gesù Cristo».

Il grado massimo della comunione con Dio non si ha nel godimento di Lui, ma nel ricevere una forza creativa tale da poterlo imitare, divenire utili al prossimo ed effondere la vita ricevuta da lui. A questo livello, infatti, l'uomo ha sete secondo Dio.

Nel paragrafo successivo, Riccardo presenta lo stesso fatto con altri argomenti. L'uomo dapprima ritorna a se stesso (primo grado) per salire, poi, fino a Dio (secondo grado) ed immergersi nella gioia (terzo grado). In seguito, però, non vuole rimanere sempre nel godimento della comunione ma preferisce uscire da sé di nuovo. Questa volta (quarto grado), «esce a causa del prossimo», spinta dalla solidarietà (ex compassione).

Nel seguito dell'opera, Riccardo cerca di penetrare all'interno dell'evento già annunciato. Egli non solo mostra come l'agape rappresenti il momento culminante della maturazione cristiana ma spiega anche per quale motivo si passi dall'eros alla agape.

La spiegazione viene proposta attraverso un'immagine molto efficace. L'uomo viene paragonato ad un pezzo di ferro che deve perdere la durezza ed essere reso malleabile nelle mani di Dio. Il ferro ha bisogno di percorrere diverse fasi di trasformazione e di lavorazione: riscaldarsi, arroventarsi, liquefarsi. Ora, tutte le esperienze spirituali gratificanti, quali la scoperta dello splendore di Dio, la seduzione, la comunione con lui vissuta come un fidanzamento oppure la comunione estatica simboleggiata dall'unione nuziale, sono tutte modalità con Dio cerca di riscaldare e arroventare il cuore dell'uomo che, al principio appare rigido come un pezzo di ferro. Alla fine, però, esso si liquefa per assumere la forma, ossia la missione, assegnatagli da Dio. Questo avviene quando si raggiunge il terzo passaggio o grado dell'amore: «Come i fonditori, dopo aver liquefatto i metalli e preparato gli stampi, modellano come vogliono qualsiasi figura [...], così l'anima in questo stato si adatta facilmente a qualsiasi cenno della volontà divina, anzi, per un desiderio spontaneo, si dispone ad ogni sua decisione e piega ogni sua volontà all'approvazione di Dio».

Solo dopo aver vissuto questa liquefazione interiore, l'uomo diventa capace di assomigliare a Dio. Ogni grado mistico non è fine a se stesso ma prepara il trasferimento della stessa carità di Dio nel cuore dell'uomo. Il più alto livello di perfezione consiste sempre nel saper amare come Lui. Il santo è colui che si presenta come un altro Cristo; capace di condividere i suoi sentimenti, è disposto a vivere ciò che viene richiesto dall'amore.

Hanno raggiunto il culmine dell'amore e già si trovano al quarto grado della carità coloro che sono in grado di offrire la loro vita per gli amici e di portare a compimento quelle parole dell'Apostolo: «Siate gli imitatori di Dio come figli amatissimi e vivete nell'amore come anche Cristo vi ha amato e ha sacrificato se stesso per voi a Dio, quale oblazione e sacrificio di soave profumo».

A questo punto Riccardo fa riferimento anch'egli al dissidio vissuto da s. Paolo - stare con Cristo o rimanere nella carne per amore degli uomini? -; condivide interamente la scelta già compiuta dall'apostolo e ripensa con ammirazione a Mosé che rifiuta di essere accolto da Dio da solo mentre il popolo viene destinato alla rovina (Es. 32, 32)50.

In conclusione, i vantaggi cercati e goduti dall'eros spirituale sono necessari per accedere alla pienezza dell'agape. Ripensiamo all'immagine della liquefazione: ciò che conduce la persona umana allo scioglimento in Dio nella gioia piena dell'unione è anche la condizione che permette all'amante divino di scorrere facilmente verso il basso (facile ad inferiora currendo), nella piena disponibilità alla solidarietà più impegnativa.

Teresa d'Avila

La compresenza del godimento supremo in Dio e della piena disponibilità al servizio per i fratelli compare anche in Teresa d'Avila. Questa mistica ha descritto il cammino spirituale come un percorso all'interno di un castello; passando attraverso sei stanze (o mansioni), si giunge fino a quella più interiore, la settima, dove si vive il matrimonio spirituale.

Che cosa avviene quando l'anima raggiunge tale condizione di sposa? In primo luogo, Teresa ritiene che Dio voglia manifestarle in anticipo qualcosa della beatitudine celeste e, di conseguenze, le consente di vivere un legame d'unione così intenso da diventare una cosa sola con lui.

Leggendo questo resoconto, è facile avere l'impressione di trovarsi di fronte ad una chiara manifestazione di eros. Teresa vive una pienezza così gratificante ed assorbente da indurla a disinteressarsi del fratello e renderla indisponibile ad accettare la fatica quotidiana del vivere. Eppure non è così. Infatti, sebbene si serva di molteplici immagini nell'intento di far conoscere la qualità di questo evento di comunione, lo considera in primo luogo come l'atto culminante della partecipazione alla morte e risurrezione del Signore: “Per me il vivere è Cristo e il morire un guadagno” (1, 21). «Altrettanto, mi pare, può ora dire l'anima, perché è qui dove la farfallina muore, e con estrema gioia, essendo ormai Cristo la sua vita».

Infatti, quando, dopo aver illustrato, si pone a mostrare gli effetti che derivano dallo stato di gioia profonda del matrimonio spirituale, emerge una solidarietà vivissima col prossimo e una disponibilità piena ad affrontare le contrarietà relative alla sua missione.

Il primo «effetto» è un oblio di sé, tale da farle sembrare che realmente «l'anima non esista più, perché è così trasformata che non si riconosce, né pensa al cielo che l'attende, né alla vita, né all'onore, essendo tutta intesa a procurare la gloria di Dio».

Come già abbiamo scorto in altri mistici, il primo effetto della piena comunione con Dio è la totale dimenticanza di sé e la piena disponibilità a consegnarsi a Dio per realizzare quanto Egli vuole fare. La persona non esiste più per se stessa. Infatti, precisa Teresa, pur costatando la propria impotenza, l'anima sposa non tralascerebbe mai di fare per nessuna cosa al mondo tutto ciò che può fare, se risulta essere un servizio a Dio.

In connessione stretta a questi due atteggiamenti, annullamento di sé e disponibilità a tutto, troviamo due effetti che richiamano ancora più da vicino la figura di Gesù crocefisso: la disponibilità, anzi il desiderio di soffrire, se questo risultasse necessario, e il perdono dei nemici. È evidente, allora, che dal matrimonio spirituale scaturisce un sentimento squisito di agape. La massima gratificazione d'amore non solo accompagna ma rafforza al massimo uno spirito di disinteresse.

Infine Teresa, senza citare l'esperienza di s. Paolo e senza neppure pensare ad essa, mostra di riviverla pienamente: il desiderio impellente di vedere Dio viene vinto dal desiderio di essere utile agli uomini rinunciando totalmente al suo vantaggio personale: «Ciò che più di tutto mi sorprende è questo. Voi avete visto i travagli e le afflizioni causati a queste anime dal desiderio di morire per andare a godere di nostro Signore. Adesso, invece, è così grande l'ansia che hanno di servirlo, di lodarlo e, se possono, di giovare a qualche anima, che non solo non si augurano di morire, ma desiderano di vivere lunghi anni, anche in mezzo a enormi travagli, nel tentativo di far sì che il Signore venga glorificato a causa del loro sacrificio, sia pure solo di poco [....]. La loro beatitudine consiste nel tentare di aiutare in qualche modo il nostro Dio crocifisso».

Osserva F.R. Wilhélm: “L'unione mistica con Cristo non si definisce unicamente con le delizie che l'accompagnano, ma anche con la comunione alle sofferenze del Redentore”.

Tutte queste testimonianze, fra le altre che si potrebbero riportare (ad es. s. Bernardo, Giovanni di Ruusbroek, Francesco di Sales), attestano che il godimento dell'amore spirituale non solo non costringe alla fuga mundi, ma appare come il primo movimento spirituale da cui, dopo lunga maturazione, scaturirà in seguito anche lo stesso impegno d'amore per i fratelli.

Dal punto di vista soggettivo, ci dobbiamo chiedere di nuovo in che modo avviene il movimento dal desiderio di soddisfacimento alla disponibilità piena al dono di sé, fino ad accettare la sofferenza che una missione può comportare? In altre parole che cosa accade nel cuore del mistico?

Francesco di Sales contribuisce a chiarire come avviene questo processo di scioglimento nella carità. A suo giudizio, il compiacimento o la compiacenza ha un ruolo fondamentale nella passione d'amore. La nativa propensione per il bene, si trasforma subito in viva attrazione per esso (compiacimento) non appena sia stato trovato e l'attrazione perdura come tensione vigorosa nei tentativi per raggiungerlo. Tale movimento, sempre più ardito, si placa soltanto nell'unione col bene cercato.

Ora è proprio la compiacenza a spiegare il passaggio dall'amore di interesse a quello disinteressato. L'amante, spinto dal desiderio di continuare a provare piacere nella relazione instaurata o dalla riconoscenza per il bene ricevuto, desidera essere di gradimento alla persona con cui è in relazione. A questo scopo, cercherà di fare suo il mondo dell'amato ed assimilare tutto ciò che egli è. «Non è possibile che ci piaccia qualcuno senza che, da parte nostra, desideriamo piacergli». Allo stesso risultato si perviene a motivo dell'ammirazione che si ha per la persona amata: attraverso l'imitazione si cercherà di assimilare le qualità di ciò che ha suscitato il nostro stupore.

Che cosa avviene quando l'oggetto del nostro amore è Dio stesso? Nella relazione con Lui, così come negli altri amori, il punto di partenza sta nel sentimento di compiacenza. Dio è il bene massimo; è la bellezza suprema che può suscitare fascino ed ammirazione sopra ogni altra cosa. I beni che si ricevono da Lui rafforzano il sentimento di riconoscenza e, quindi, la disponibilità a mettersi a sua disposizione, mentre lo stupore per la sua grandezza, manifestata in Gesù, fa insorgere il desiderio di imitazione.

In sintesi: «Chiunque si compiace veramente in Dio, desidera fedelmente piacere a Dio e, per piacergli, conformarsi a lui». Il trapasso dall'amore di compiacenza (o eros) a quello di benevolenza (o agape) avviene in base a questo principio: «Il vero amore non è mai ingrato, cerca di piacere a coloro che gli piacciono...»; «non è possibile che ci piaccia qualcuno senza che, da parte nostra, desideriamo piacergli». Nella compiacenza sono compresenti un elemento di gratifica e uno di superamento di sé; in essa permane la tensione tra il cercare piacere e il desiderio di piacere. Nel caso in cui la compiacenza venga riposta in Dio, la possibilità di auto trascendimento diventa inevitabile: «...la compiacenza ci trasforma in Dio che amiamo, e quanto sarà la sua dimensione, tanto più perfetta sarà la trasformazione». Nel nostro linguaggio, possiamo parafrasare in questo modo: quanto maggiore è l'appagamento ottenuto da eros, altrettanto si dilaterà la forza di agape. Qui possiamo scorgere il motivo cruciale per il quale una netta opposizione tra di essi sia fuorviante. Piuttosto che contrapporre tra loro queste due forme di amore, è utile rimarcare la differenza tra l'amore di Dio e quello degli uomini: Dio vive sempre un amore di totale gratuità. Egli, come Creatore ed Amico, prende l'iniziativa dell'amare e previene ogni risposta. L'uomo, al contrario, impara ad amare e risponde nella gratuità solo dopo aver fatto l'esperienza dell'essere stato amato.

venerdì 11 marzo 2011

PACE E PERDONO

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150 anniversario dell’unità d’Italia.

COME UN PATRIOTA RITROVA LA PACE IN DIO

Scorrendo le pagine del racconto autobiografico Le mie prigioni, possiamo verificare il cammino di fede vissuto da Silvio Pellico, nel corso della sua giovinezza, in seguito al periodo di prigionia trascorsa nelle carceri asburgiche. Il racconto è anche una sorta di diario spirituale e tra gli argomenti offerti al lettore è presente anche l’invito alla sottomissione a Dio, per liberarsi da ogni turbamento.

Nel carcere a Milano, nel 1820, dopo un periodo di indifferenza religiosa, torna a fare riferimento a Dio, avvertito come il Signore dei sofferenti. A trascinarlo a questa convinzione non fu il ragionamento ma un sentire immediato. Come è avvenuto? Nel primo periodo di prigionia, nel momento in cui pensa con sgomento al dolore che il suo arresto sicuramente provocherà ai familiari, egli avverte la voce di Dio in lui.

In quell'assenza totale di distrazioni, l'affanno di tutti i miei cari, ed in particolare del padre e della madre allorché udrebbero il mio arresto, mi si pingea nella fantasia con una forza incredibile. […] “Chi darà loro la forza di sostenere questo colpo?" Una voce interna parea rispondermi: "Colui che tutti gli afflitti invocano ed amano e sentono in se stessi! Colui che dava la forza ad una Madre di seguire il Figlio al Golgota, e di stare sotto la sua croce! l'amico degl'infelici, l'amico dei mortali!". Quello fu il primo momento, che la religione trionfò del mio cuore, ed all'amor filiale debbo questo benefizio. (III)

Pellico non era mai stato ateo ma aveva vissuto con la religione una relazione fredda. Ora non passa dall’incredulità alla fede, ma per la prima volta aderisce in modo convinto alle convinzioni che lo avevano interessato soltanto in modo marginale. La supplica ardente e drammatica del nostro ricorda quella della biblica Giuditta (9,11): «Tu sei il Dio degli umili, sei il soccorritore dei derelitti, il rifugio dei deboli, il protettore degli sfiduciati, il salvatore dei disperati». Dio si è manifestato nella sua esistenza con le caratteristiche proprie del Dio biblico: come soccorritore dei sofferenti e degli oppressi in quanta tali (quindi a prescindere dai loro meriti morali).

Seguiamo il filo del racconto, tornando al principio, nel periodo vissuto in carcere a Milano.

L’arresto, improvviso ed inaspettato, lo sconvolge. Pervaso da forte rancore, si sente prossimo alla disperazione. Fortunatamente la sua passione per la letteratura lo aiuta. Tenta di leggere Dante e la Bibbia:

Un giorno avendo letto che bisogna pregare incessantemente, e che il vero pregare non è borbottare molte parole alla guisa de' pagani, ma adorar Dio con semplicità, sì in parole, sì in azioni, e fare che le une e le altre sieno l'adempimento del suo santo volere, mi proposi di cominciare davvero quest'incessante preghiera: cioè di non permettermi più neppure un pensiero che non fosse animato dal desiderio di conformarmi ai decreti di Dio (VII).

Egli ottiene già un dono significativo ed essenziale, ricco di ulteriori sviluppi. La preghiera, divenuta più frequente con l’andar del tempo, lo inonda di pace ed anche di gioia:

L'intento di stare di continuo alla presenza di Dio, invece di essere un faticoso sforzo della mente, ed un soggetto di tremore, era per me soavissima cosa. Non dimenticando che Dio è sempre vicino a noi, ch'egli è in noi, o piuttosto che noi siamo in esso, la solitudine perdeva ogni giorno più il suo orrore per me. (VII)

Passare dal dolore alla pace non è un miglioramento che avvenga in modo troppo facile e ogni risultato ottenuto ha bisogno di essere consolidato. Infatti, sempre nel corso del periodo di prigionia a Milano, riceve la visita del padre. Durante il colloquio cerca di essere sereno ma, tornato in cella, il ricordo della sofferenza che il padre sta patendo, lo sconvolge. La serenità recuperata viene scossa da un profondo turbamento. In questa frangente il giovane Sivio riceve una grazia particolare:

Ci dividemmo senza lagrime. Ma ritornato nel carcere, fui angosciato come l'altra volta, o più fieramente ancora; ed invano pure invocai il dono del pianto. […] Mi prostrai allora in terra con un fervore quale io non aveva mai avuto si forte, pronunciai questa preghiera: «Mio Dio, accetto tutto dalla tua mano; ma invigorisci sì prodigiosamente i cuori a cui io era necessario, ch'io cessi d'esser loro tale, e la vita d'alcun di loro non abbia perciò ad abbreviarsi pur d'un giorno!» Oh beneficio della preghiera! Stetti più ore colla mente elevata a Dio, e la mia fiducia cresceva a misura ch'io meditava sulla bontà divina, a misura ch'io meditava sulla grandezza dell'anima umana, quando esce del suo egoismo e si sforza di non aver più altro volere che il volere dell'infinita Sapienza (XV).

Da Milano viene trasferito a Venezia in vista d’altri interrogatori e del processo. Rinchiuso nel carcere dei Piombi, consunto dall’afa e molestato da un nugolo di zanzare, prova un’afflizione e una tentazione ben più gravi di quella appena descritta nel periodo milanese. In quel periodo, inoltre, subiva frequenti e sfibranti interrogatori da parte dei giudici inquisitori. La tensione mentale e lo sforzo fisico lo inducono ad una tristezza sempre più pesante. Egli sembra aver perso ogni fiducia in un soccorso da parte di Dio: «L'abitudine di tranquillità, che già mi pareva a Milano d'avere acquistato, era disfatta. Per alcuni giorni disperai di ripigliarla, e furono giorni d'inferno. Allora cessai di pregare, dubitai della giustizia di Dio, maledissi agli uomini ed all'universo, e rivolsi nella mente tutti i possibili sofismi sulla vanità della virtù» (XXIV). La difficoltà a nutrire fiducia in Dio lo rende astioso verso la vita stessa e verso gli uomini. La sfiducia gli fa sospendere la preghiera e l’assenza di questa lo espone all’invasione della tenebra, altre volta validamente respinta.

Al racconto di questo fatto aggiunge una riflessione più ampia, maturata – penso – in tempi successivi che attesta con quale finezza egli sappia penetrare gli abissi dell’animo umano e gli abissi del male (XXIV):

L'uomo infelice ed arrabbiato è tremendamente ingegnoso a calunniare i suoi simili e lo stesso Creatore. L'ira è più immorale, più scellerata che generalmente non si pensa. Siccome non si può ruggire dalla mattina alla sera, per settimane, e l'anima, la più dominata dal furore, ha di necessità i suoi intervalli di riposo, quegli intervalli sogliono risentirsi dell'immoralità che li ha preceduti. Allora sembra d'essere in pace, ma è una pace maligna, irreligiosa; un sorriso selvaggio, senza carità, senza dignità; un umore di disordine, d'ebbrezza, di scherno. In simile stato io cantava per ore intere con una specie d'allegrezza affatto sterile di buoni sentimenti; io celiava con tutti quelli che entravano nella mia stanza; io mi sforzava di considerare tutte le cose con una sapienza volgare, la sapienza de' cinici. Quell'infame tempo durò poco: sei o sette giorni» .
I pochi giorni ch'io aveva passati nel cinismo m'aveano molto contaminato. Ne sentii gli effetti per lungo tempo, e dovetti faticare per vincerli. Ogni volta che l'uomo cede alquanto alla tentazione di snobilitare il suo intelletto, di guardare le opere di Dio colla infernal lente dello scherno, di cessare dal benefico esercizio della preghiera, il guasto ch'egli opera nella propria ragione lo dispone a facilmente ricadere. Per più settimane fui assalito, quasi ogni giorno, da forti pensieri d'incredulità; volsi tutta la potenza del mio spirito a respingerli. Quando questi combattimenti furono cessati, e sembrommi d'esser di nuovo fermo nell'abitudine di onorar Dio in tutte le mie volontà, gustai per qualche tempo una dolcissima pace (XXV-XXVI).

Il momento vertice è raggiunto nel racconto dell’amputazione della gamba di Pietro Maroncelli, un forlivese repubblicano, poi simpatizzante del socialismo utopistico.

«…Il malato fu portato in una stanza più grande; ei dimandò ch'io lo seguissi. «Potrei spirare sotto l'operazione;» diss'egli «ch'io mi trovi almeno fra le braccia dell'amico.» La mia compagnia gli fu conceduta. L'abate Wrba, nostro confessore venne ad amministrare i sacramenti all'infelice. Adempiuto questo atto di religione, aspettavamo i chirurgi, e non comparivano. Maroncelli si mise ancora a cantare un inno. I chirurgi vennero alfine: erano due.
Il malato fu seduto sulla sponda del letto colle gambe giù: io lo tenea fra le mie braccia. Al di sopra del ginocchio, dove la coscia cominciava ad esser sana, fu stretto un legaccio, segno del giro che dovea fare il coltello. Il vecchio chirurgo tagliò tutto intorno, la profondità d'un dito; […] Il sangue fluiva a torrenti dalle arterie, ma queste vennero tosto legate con filo di seta. Per ultimo, si segò l'osso. Maroncelli non mise un grido. Quando vide che gli portavano via la gamba tagliata, le diede un'occhiata di compassione, poi, voltosi al chirurgo operatore, gli disse: «Ella m'ha liberato d'un nemico, e non ho modo di rimunerarnela.» V'era in un bicchiere sopra la finestra una rosa. «Ti prego di portarmi quella rosa» mi disse. Gliela portai. Ed ei l'offerse al vecchio chirurgo, dicendogli: «Non ho altro a presentarle in testimonianza della mia gratitudine.» Quegli prese la rosa, e pianse. (Cap. 87)

La scena è narrata nello spirito di pacificazione ormai guadagnato dal Pellico. La brutalità dell’operazione è descritta senza ombra di rancore e senza indulgere ai particolari raccapriccianti, in analogia ai racconti della passione di Gesù. La rosa offerta al chirurgo, medico aguzzino, è segno di questo guadagno interiore. Si può perdere un arto, ma non la dignità umana. Non bisogna temere chi uccide il corpo, ma piuttosto temere di chi può spegnere l’anima.

Per un cristiano la rosa è simbolo dei beni del mondo nuovo, inaugurato dalla visita del Signore. Ogni credente può lasciarla fiorire nella sua vita.

Lo ricorda anche Dante: ch’io ho veduto tutto il verno pria, lo prun mostrarsi rigido e feroce; poscia portar la rosa in su la cima (XIII)

S'io fossi predicatore, insisterei spesso sulla necessità di bandire l'inquietudine: non si può esser buono ad altro patto. Com'era pacifico con sé e cogli altri Colui che dobbiamo tutti imitare! Non v'è grandezza d'animo, non v'è giustizia senza idee moderate, senza uno spirito tendente più a sorridere che ad adirarsi degli avvenimenti di questa breve vita (XVII).