sabato 11 marzo 2023

Gregorio di Nissa Omelie sul Cantico dei cantici 10.11.12

 

  1. OMELIA X

G. si diffonde sul tema dell’incompatibilità tra il bene e il male, un argomento a cui pare molto interessato ( Cf. Omelia XII B 1316.1318) e che ha elaborato anche in altre opere. «Non è possibile far crescere insieme, nella stessa anima, malvagità e onestà, né suddividere il comportamento coltivando insieme cose del tutto opposte. La Sposa di Cristo non può fornicare con i nemici di Cristo, concepire luce e generare tenebra. Non è vero forse che, sempre, un principio non può combinarsi con il suo opposto né vuole avere qualche relazione con ciò che l’avversa?» (De Insituto christiano GNO,VIII,1 p. 56-57 passim). 

In seguito spiega come noi possiamo diventare un dono, un alimento per il Signore che, per primo, ci nutre con abbondanza. Parla, infine, della necessità di sviluppare una nuova sensibilità di carattere spirituale per poter godere dei doni di Dio. 

Allontanati, o vento del nord, vieni vento del sud!

(Ct 4,16). L’invito rivolto al vento propizio evidenzia come la ragazza voglia risvegliarsi e aprirsi all’esperienza dell’amore. 

Secondo G., la Sposa di Cristo allontana il vento cattivo del male e ordina a quello buono di avvicinarsi, poiché esiste una totale incompatibilità tra il bene e il male. Chi si protende al bene, deve escludere in modo radicale ciò che gli è contrario. «Essere, per un aspetto, ciò che viene richiesto dal nome di cristiano, ma per altri aspetti, invece, strisciare verso ciò che è contrario ad esso, altro non è che separare da sé una parte di sé, considerandola un nemico. Mentre permette che dentro di sé il bene combatta contro il male, non gode di alcuna tregua, fino a condurre una vita impossibile. Quale intesa può esservi tra la luce e la tenebra? È la domanda dell'apostolo (2 Cor 6,14). Poiché la luce non si mescola con la tenebra e tale contrasto non tollera alcun compromesso, chi ospita entrambe e non allontana nessuna delle due, in considerazione dell'ostilità reciproca dei contendenti, si troverà dilacerato in se stesso, per forza. È impossibile e impraticabile unire tra loro luce e tenebra, perciò chi accoglie entrambi i contendenti, diventa nemico di se stesso. Il bene infatti non potrà vivere in noi, se non viene vivificato dalla morte del nemico. Finchè accoglieremo i due opposti, servendoci dell'uno e dell'altro, sarà impossibile nello stesso tempo partecipare ad entrambi. Mentre cercheremo di afferrare la malvagità, la virtù lascerà la nostra presa» (Cf. De Perfectione, GNO, VIII,1 pp. 180-18). 

«Osserva quale potere detenga la Regina! Riconosci la sua autorità dal genere di ordini [impartiti], come manifesti un dominio assoluto nei suoi comandi. […] Ottiene dai due venti ciò che vuole, come fosse loro sovrana; con un ordine allontana la tramontana mentre, con voce amica, chiama lo scirocco, e lo invita a giungere presso di lei. Leggiamo, infatti, nel testo: “Allontanati, vento del nord e vieni, vento del sud!” (B 1238.1241). 

A mio parere, da questi interventi, dobbiamo apprendere un insegnamento ben preciso: due entità che, per definizione, si oppongono tra loro, non possono stare insieme simultaneamente, l'una accanto all'altra. Non c'è alcuna relazione tra luce e tenebra, dichiara l’apostolo (2 Cor 6,14). Anzi, accade di necessità che non appena la tenebra si sia dissolta, al suo posto compaia subito la luce; allontanato il vizio, subentra la virtù. Qualora si sia verificata una simile condizione, la sapienza della carne non si oppone più allo spirito (Rm 8,6; Gal 5,17) (non sarebbe più in grado di farlo, poiché la sua forza di resistenza sarebbe venuta meno); al contrario, essa si rende disponibile per ogni mansione opportuna, essendo ormai obbediente e sottomessa al dominio dello Spirito. Espulso il soldato alleato del male, subentra il combattente della virtù, rivestito della corazza della giustizia, armato della spada dello spirito e dotato di armi di difesa, ossia dell'elmo della salvezza e dello scudo della fede (Ef 6,13-17). Qualora sia stata indossata tutta l'armatura spirituale, allora il servo, il corpo, nutre timore per il suo signore, l'anima, ed esegue prontamente gli ordini del suo superiore; in questo modo la virtù si consolida grazie alla sottomissione servizievole del corpo. Questo è il vero senso del discorso del centurione [del Vangelo]: “Dico al mio servo: Fa’ questo ed egli lo fa” (Mt 8,9)» (B 1242). 


La “sapienza della carne”, secondo l’Apostolo, non corrisponde agli stimoli del corpo ma all’egoismo. Gregorio, invece, interpreta l’espressione in una visione dualistica e, così, la sapienza della carne viene intesa come sapienza del corpo. Riconosce, in ogni caso, che corporeità e spiritualità dell’uomo possono, ad un certo momento, pacificarci ed armonizzarsi. 

Discenda il mio amato nel suo giardino e mangi i frutti della sua piantagione

(Ct 4,16). L’innamorata invita il suo diletto ad entrare nel giardino, una metafora che allude al suo corpo, per gustarne i frutti. 

G. dapprima parla dei frutti di cui si nutre lo Sposo, il Cristo, e solo successivamente si sofferma sul verbo discendere. Il nutrimento di Cristo è la fede dei credenti. Egli si nutre nel compiere la volontà di Dio, la quale consiste nella nostra salvezza; quindi si nutre di noi quando verifica che noi siamo stati salvati da Lui. Paradossalmente noi nutriamo, così, il Colui che, in precedenza, ci ha nutrito. Un altro modo ancora con cui possiamo ringraziare e alimentare il Signore ed è quello di nutrirlo soccorrendo i bisognosi nei quali si identifica (Mt 25,25). G. cita più volte questo passo del Vangelo di Matteo (25,25): Omelie sulle Beatitudini, V,7, Paoline, Milano 2011, p. 281; De Instituto Christiano, G. VIII/1, p. 88; Omelie su Qoelet, VIII,9, cit., pp. 447-448.

«Chi intende accogliere [la Sposa] per fargli gustare i suoi frutti? A chi prepara, con suoi beni, un ricco banchetto? Chi invita a consumare i cibi offerti? Colui dal quale, grazie al quale e per il quale sono tutte le cose, [il Signore] che dona a tutti il cibo in tempo opportuno, mentre apre la sua mano e sazia di benevolenza ogni vivente (Sal 145,15-16), Colui che è il pane disceso dal cielo che da la vita al mondo (Gv 6,41), Colui che, dalla sua fonte, fa scaturire la vita per tutti gli esseri viventi. Proprio a costui la sposa prepara il banchetto, la mensa è il giardino stesso, rigoglioso  d’alberi viventi. Siamo noi questi alberi, perché anche noi offriamo a lui in cibo la salvezza delle nostre anime. È stato proprio lui a dire che si nutre della nostra vita: “Mio cibo è fare la volontà del Padre” (Gv 4,34). È chiaro poi in che cosa consista il volere di Dio: “Che tutti gli uomini siano salvi e giungano alla conoscenza della verità” (1 Tm 2,4). Questo è il cibo che gli è stato preparato: la nostra salvezza» (B 1250). 

«Sappiamo in che modo gli alberi viventi del giardino si offrano come alimento al suo padrone; lo attesta il giudice assise in trono: Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare. (La solidarietà è un pane che infonde gioia poiché viene addolcito col miele dell'obbedienza ai comandamenti)» (B 1256.1258). 

La discesa del Verbo

Nell’esporre la prima parte del versetto, G. si sofferma sul significato del verbo discendere (katabaino). La discesa (katabasis) è un’opera di filantropia divina (B 1252). Egli è molto sensibile all’evento dell’accondiscendenza del Verbo, per la quale lascia una condizione di privilegio per condividere la nostra situazione di miseria ed elevarci fino a Lui. È il tema che compendia tutto il significato del Vangelo: il Figlio di Dio diventa uomo affinchè l’uomo diventi figlio di Dio. «L’uomo esce dalla propria natura, divenendo immortale da mortale, incorruttibile da corruttibile, eterno da effimero, e insomma Dio da uomo qual era», Omelie sulle Beatitudini, VII,2, p. 327. Il tema dell’accondiscendenza, molto amato presso i Padri, rappresenta uno sviluppo di un pensiero ebraico (Cf. F. Manns, Il giudaismo e l’Israele di Dio, EDB, Bologna 2013, pp. 291-295). 

Scendendo presso di noi per procuraci la salvezza, il Signore moltiplica i suoi doni, andando ben oltre le nostre attese: 

«Nella discesa viene indicata l'opera d'amore per gli uomini. Non avremmo potuto in alcun modo essere sollevati in alto, se il Signore, che innalza gli umili, non si fosse abbassato fino a terra. Per questo l'anima che si protende al cielo, chiede di essere condotta per mano da Colui che sta in alto e lo supplica affinchè discenda dalla sua altezza e possa essere incontrato da noi che ci troviamo in basso» (B 1252). 

«Il Signore che ha detto per mezzo del profeta: “Implorerai aiuto ed egli dirà: Eccomi!” (Is 58,9), prima che la sposa abbia formulato la sua preghiera, ha già accolto i suoi desideri e ha già cominciato a predisporle il cuore. […] Vedi come la grandezza del dono oltrepassi la richiesta? La sposa desiderò che gli alberi del suo giardino percorsi dal vento che soffia da Sud, diventassero fonte di profumi e l'agricoltore potesse essere accolto con i prodotti del frutteto. Ma il Signore, disceso nel suo giardino, ha cambiato quel genere di frutti in una qualità migliore e più apprezzabile e raccoglie dal giardino la mirra che ha trovato insieme ai suoi profumi» (B 1252). 

Il nutrimento donato dal Verbo

Il cristiano offre al Signore i beni (le virtù) che Egli ha già prodotti in lui, perché è Lui la fonte di ogni bene. Anzi, nella sua misericordia, si trasforma in tutto ciò di cui noi abbiamo bisogno. G. compone un passo del libro della Sapienza, che parla di questa versatilità della manna (16,20-21), con un altro passo della lettera ai Corinzi là dove l’Apostolo attesta che la predicazione si adatta alla capacità di comprensione dei fedeli (1 Cor 3,2; cf Eb 5,12). 

Le erbe amare sono un dono per la vita presente; il miele è un cibo proprio della vita eterna e della risurrezione. G. si appoggia sopra un dato tradizionale. Alcuni codici del Vangelo di Luca, infatti, aggiungono che Gesù Risorto, incontrando gli apostoli nel Cenacolo, la sera di Pasqua, abbia mangiato con loro non solo del pesce ma anche del miele (Lc 24,42-43) (Cf Nestle-Aland, Nuovo Testamento, XXVII ed., Roma 1996, p. 245). Secondo Origene, Gesù «lui stesso miele, ne mangiò per largire a noi miele e dolcezza affinché coloro che nella Legge avevano bevuto l’amaro, in seguito, nel Vangelo, mangino il miele del Vangelo» (Sal 80,17 in Origene-Gerolamo, 74 Omelie sul Libro dei Salmi, Edizioni Paoline, Milano 1993, p. 205).

«La parola dei profeti annuncia che il bene, là dove si trova, proviene da Lui. “Da lui, grazie a lui e per lui sono tutte le cose” (Rm 11,36). Beati questi giardini! Le loro piante, come viene testimoniato producono frutti veramente straordinari e li trasformano pefettamente in qualsiasi cibo a seconda del desiderio di chi se ne nutre. Per chi vuole il profumo, egli diventa mirra ed altri unguenti ancora; in altre parole dando loro la possibilità di mortificare le membra terrene, li aiuta a condurre un'esistenza pura e profumata, ottenuta mescolando molteplici e diversi unguenti di virtù. Per chi cerca un cibo completo, Egli diventa pane, un pane che non viene più consumato con erbe amare, come ordina la Legge. (La lattuga amara vale per il presente). Come companatico, aggiunge piuttosto il miele e questo avverrà a suo tempo, quando il frutto delle virtù rallegrerà i sensi spirituali (ne rende testimonianza il Pane apparso ai discepoli dopo la risurrezione del Signore)» (B 1254.1256). 

L’ebbrezza

[Cf Origene, Commento al Cantico dei Cantici, I, 11-16 B 255-259]. Continuando a parlare del cibo offerto dal Signore ai suoi fedeli, G., nell’invito a mangiare e bere, coglie una prefigurazione dell’Eucarestia. Riguardo a questo rito, privilegia l’assunzione del calice e parla degli effetti del vino, ossia dell’ebrezza. Chi segue il Signore con radicalità, opera delle scelte che possono essere valutate come manifestazioni di pazzia, simili ai comportamenti delle persone ebbre. 

G. cita all’affermazione di Paolo: «Se siamo stati fuori di senno, era per Dio» (2 Cor 5,13) e la spiega con queste parole: «era emigrato nell’estasi verso di Lui» (D 176). Spiega in modo corretto perché questo è l’unico passo nel Nuovo Testamento nel quale l’estasi non significa semplicemente sbigottimento o stupore, ma proprio qualcosa di più forte, un’esperienza estatica. (Cf. J. Lambrecht, «existhemi», Dizionario esegetico del Nuovo Testamento, I, Paideia, Brescia 2004, p. 1255).

Il tema ritorna con una certa insistenza nella tradizione mistica. Scrive Teodoreto di Cirro: «Questa l’ebbrezza che procurò [a Mosé] l’amore divino e tale ebbrezza non placò la sete ma la rese più forte. Quanto più beveva, tanto più in lui ne cresceva il desiderio. Come il fuoco quanto più alimento riceve, tanto maggior vigore dimostra. Quanto più uno si consacra alle cose divine, tanto più in lui arde la fiamma della carità» (Storia religiosa e discorso sulla carità, a cura di S. Di Meglio, Edizioni Messaggero, Abbazia di Praglia, Padova 1986, p. 229-230 (= PG 32, 1501 D-1504 A). Cf. Isacco il Siro: «[Il contemplativo al pensiero dell’amore di Dio] finisce per inebriarsene completamente come di vino, le sue membra si sciolgono, la sua mente rimane sbigottita, e il suo cuore è fatto prigioniero da Dio. Egli diventa così quasi fosse ebbro di vino» (Disc. 39, Discorsi ascetici cit., p. 613).

«Il Verbo, dopo aver parlato in questi termini, offre agli amici i misteri del vangelo: “Mangiate e bevete, amici miei! Inebriatevi fratelli miei!”. Chi comprende bene le mistiche parole del Vangelo non noterà alcuna differenza tra le frasi pronunciate qui [nella Cantica] e la mistagogia offerta là ai discepoli. In questo e in quel passo, in modo identico, il Verbo ordina di mangiare e bere. L'esortazione all'ebbrezza, rivolta dal testo [della Cantica] ai fratelli, a molti potrebbe sembrare più ricca di quella che viene presentata nel Vangelo; ma se il testo verrà esaminato accuratamente si troverà che anch'esso è in corrispondenza con le parole del Vangelo. Quello che qui veniva suggerito agli amici ora avviene realmente, poiché ogni ebbrezza suole operare un'estasi della mente negli uomini che sono in preda al vino. Orbene, ciò che viene raccomandato in questo versetto, avvenne allora mediante l'offerta di un cibo e di una bevanda divini ma accade anche adesso di continuo, poiché si verifica un cambiamento, un'estasi, da un comportamento peggiore ad uno migliore, grazie al cibo e alla bevanda. Come suggerisce la profezia, si inebriano così coloro che attingono all'abbondanza della casa di Dio e bevono al torrente delle delizie (Sal 36,9)» (B 1258.1260). 

Io dormo ma il mio cuore veglia

(Ct 5,2). La donna è in stato di dormiveglia ma il suo cuore è sempre disposto ad amare.  

G. attesta l’importanza della veglia e dell’assopimento degli attaccamenti mondani. Il credente che è stato catturato veramente dal fascino del Vangelo e del Signore, si lascia assorbire totalmente da questa novità. Non appare più interessanto ai godimenti legati ai sensi ma piuttosto a quelli dello spirito. G. sostiene che è impossibile essere schiavi dei piaceri corporei e nello stesso tempo godere dei beni divini Cf La Verginità, XX, Città Nuova Editrice, Roma 1976, pp. 102-105. È un luogo comune della tradizione spirituale: «L’uomo interiore può godere di delizie. Nessuno, però, può godere di delizie sia nella carne sia nello spirito», Origene, Commento al Salmo 36, 4 PG 12,1326. «Il cuore viene distolto dal gaudio di Dio quando serve ai sensi», Isacco di Ninive, Disc.1, Discorsi Ascetici, cit., p. 93.

La purificazione dei sensi corporei e, soprattutto, l’attivazione della sensibilità dello spirito, ci consentono di accogliere la manifestazione di Dio nella nostra esistenza: «Quando l'anima trova la sua gioia soltanto nel contemplare l'essere che veramente è, perde interesse per le attività volte al piacere mediante l'esercizio dei sensi. Dopo aver intorpidito ogni movimento connesso al corpo, dedita ormai alla veglia spirituale, riceve la manifestazione di Dio  nel suo intimo, nudo e puro. Anche noi speriamo di diventarne degni» (Omelia X, B 1268). «All’uomo che ha purificato da ogni specie di vizio tutte le facoltà della propria anima si rivela Colui che è bello unicamente grazie alla sua natura e che è la causa di ogni bellezza e di ogni bene», La Verginità, XI, cit, p. 75. 


«[La sposa], quando in seguito alla contemplazione dei veri beni, disprezza tutte queste cose [mondane], l'occhio del corpo diventa come paralizzato, poiché l'anima perfetta non viene più attratta da nessuna delle cose che esso gli mostra, ma presta attenzione soltanto ai beni invisibili che la sovrastano. Anche l'udito muore e diventa inattivo, poichè l'anima si dedica ai beni dello spirito, superiori alla ragione. Per quanto riguarda i sensi più bestiali, non conviene neppure parlarne poiché da questo momento sono respinti dall'anima come fossero puzza cadaverica; non si cura più ne dell'olfatto che aspira gli odori per le narici, né del gusto, schiavo dell'idolatria del ventre, né del tatto, un senso servile e cieco, reso potente dalla natura soltanto per i ciechi. Mentre tutti questi sensi si trovano allentati, come se fossero stati presi dal sonno a causa della loro inattività, la potenza del cuore rimane integra e il suo pensiero si dirige verso l'alto, rimanendo intangibile e imperturbabile al movimento dei sensi. 

Nell'uomo riscontriamo due forme di piacere: c'è quello che agisce nell'anima grazie alla libertà dalle passioni e c'è quello che opera nel corpo servendosi di esse; il libero arbitrio sceglie una delle due forme e questa prende il potere sull'altra. Se qualcuno si lascia condizionare dal senso che è connaturale al corpo, travolto dal piacere, vivrà senza aver gustato la gioia divina, poiché naturalmente ciò che possiede di migliore viene oscurato dall'elemento peggiore. Al contrario, per le persone che desiderano Dio, il bene rimane senza ombra di tenebre, poiché ritengono che sia da fuggire tutto ciò che solletica la sensibilità» (B 1266.1268). 

  1. Sintesi

G. si diffonde sul tema dell’incompatibilità tra il bene e il male. Chi si protende al bene, deve escludere in modo radicale ciò che gli è contrario. 

L’innamorata, poi, invita il suo diletto ad entrare nel giardino per gustarne i frutti. G. dapprima parla dei frutti di cui si nutre lo Sposo, il Cristo, e solo successivamente si sofferma sul senso del verbo verbo discendere. Il nutrimento di Cristo è la fede dei credenti. Egli si nutre nel compiere la volontà di Dio, la quale consiste nella nostra salvezza; quindi si nutre di noi quando verifica che noi siamo stati salvati da Lui. Paradossalmente noi nutriamo, così, il Colui che, in precedenza, ci ha nutrito. Un altro modo ancora con cui possiamo ringraziare e alimentare il Signore ed è quello di nutrirlo soccorrendo i bisognosi nei quali si identifica. In seguito, G. si sofferma sul significato del verbo discendere. La discesa è un’opera di filantropia divina. G. è molto sensibile all’evento dell’accondiscendenza del Verbo, grazie alla quale lascia una condizione di privilegio per poter condividere la nostra situazione di miseria ed elevarci fino a Lui. È il tema che compendia tutto il significato del Vangelo: il Figlio di Dio diventa uomo affinchè l’uomo diventi figlio di Dio. 

Il cristiano offre al Signore i beni che Egli ha già prodotti in lui, perché è Lui la fonte di ogni bene. Anzi, nella sua misericordia, si trasforma in tutto ciò di cui noi abbiamo bisogno. G. compone un passo del libro della Sapienza, che parla di questa versatilità della manna (16,20-21), con un altro passo della lettera ai Corinzi là dove l’Apostolo attesta che la predicazione si adatta alla capacità di comprensione dei fedeli (1 Cor 3,2; cf Eb 5,12). 

Continuando a parlare del cibo offerto dal Signore ai suoi fedeli, G. coglie una prefigurazione dell’Eucarestia. Riguardo a questo rito, privilegia l’assunzione del calice e parla degli effetti del vino, ossia dell’ebrezza. Chi segue il Signore con radicalità, opera delle scelte che possono essere valutate come manifestazioni di pazzia, simili ai comportamenti delle persone ebbre.


  1. OMELIA XI

L’omelia inizia richiamando, ancora una volta, il compito della vigilanza, la quale non deve essere attivata soltanto in vista dell’ultimo avvento di Cristo, ma anche nei confronti della sua venuta nel tempo presente. 

Chi resta vigilante, imita la vita propria degli angeli. Queste creature celesti non vengono posti come modelli a motivo della loro incorporeità (come se il cristiano dovesse aspirare ad essere incorporeo in modo simile ai filosofi platonici) ma per la loro santità e la loro prontezza nel porsi a servizio di Dio (Cf. Omelia I, B 800; Omelia IV B 972). La santità degli angeli è caraterizzata dalla libertà dalle passioni e proprio per questo motivo diventano i modelli dei monaci e degli asceti e di quanti, già al presente, anticipano la vita futura: «Se [nella comunità] agirete in questo modo, potrete condurre sulla terra la vita degli angeli», De Instituto christiano, GNO, VIII,1 p. 70 (19).


La voce del mio diletto bussa alla porta

(Ct 5,2). Mentre la ragazza è in stato di dormiveglia, sente il richiamo dell’amato che si è avvicinato alla sua casa. Non si era abbandonata al sonno del tutto. 

In modo analogo il cristiano deve vegliare ed attendere l’arrivo dello Sposo, imitando gli angeli. 

«Il testo dice che dobbiamo assomigliare a questi esseri per la nostra condotta. Come quelli, vivendo lontano dal male e dalla falsità sono pronti ad assistere all'arrivo del loro padrone, così anche noi, rimanendo vigili alle porte delle nostre abitazioni, ci renderemo disponibili a obbedirgli non appena, busserà alla porta [...] perciò l'anima che aspira alla beatitudine avverte la presenza dell'amato che si sta avvicinando alla porta; ella è tutta intenta al suo tesoro e così esclama: La voce del mio diletto bussa alla porta» (B 1274.1276). 

«Vedi quanto sia infinitamente esteso il cammino che deve essere percorso dagli uomini che si dirigono verso Dio e come ogni tappa raggiunta sia, di volta in volta, solo il primo passo dell'ascesa? […] L'anima conobbe il Verbo nella misura in cui ne fu capace, ma ciò che non è stato ancora conosciuto è sempre infinitamente più vasto di ciò che è possibile afferrare. Sebbene lo sposo sia apparso all'anima più volte, ciò nonostante promette di mostrarsi ancora alla sposa, mediante la sua parola, come se non si fosse mai offerto alla sua vista» (B 1278). 

Aprimi, sorella mia, amica mia, colomba mia, mia perfetta, poiché il mio capo è intriso di rugiada e i miei riccioli dell'umidità della notte 

(Ct 5,2). Il ragazzo chiama con insistenza la sua amata perché gli permetta d’entrare in casa. 

Prima di commentare la richiesta dell’innamorato di farsi aprire, G. si sofferma ad illustrare il significato del momento in cui avviene questo dialogo, ossia nel culmine della notte, mentre l’uno e l’altra si trovano immersi nella tenebra. Attribuendo ad essa un senso simbolico, non pensa alla tenebra come ad un elemento negativo, ma come un simbolo adatto a richiamare la trascendenza di Dio, la quale rimane anche nell’atto stesso della sua rivelazione. 

Questo passo è tra i più caratteristici, fra quelli in cui compare la sua teologia negativa. G. elabora la medesima dottrina ne La vita di Mosé: «Quanto più l’uomo si avvicina a questa conoscenza [di Dio], tanto più vede l’invisibilità della natura divina. Mosé, dopo essere diventato più grande per la conoscenza, afferma allora di conoscere Dio nelle tenebre. Ha conosciuto che la divinità trascende ogni conoscenza» (Vita di Mosé, II, 163-164, Edizioni Lorenzo Valla, p. 153). Il fedele che si avvicina a Dio, s’addentra in un’oscurità sempre più fitta. Questa notte non produce angoscia o terrore; non è assimilabile alla sensazione dell’essere abbandonati da Dio, non è altro che la scoperta dell’infinita trascendenza di Dio, inacessibile ai sensi e alla ragione. «La tenebra significa l’oscurità che avvolge i sensi e l’inaccessibilità di Dio alla ragione umana. Le tenebre entro le quali Dio si nasconde sono il suo mistero infinito» (C. Moreschini, «Introduzione» B pp. 124-125).

L’incomprensibilità non esclude, però, una possibilità di conoscenza del Signore. Il Verbo, sebbene non possa rivelarsi appieno con concetti razionali o con immagini sensibili, non rinuncia a farsi conoscere dal fedele e ad entrare in contatto con lui. Si serve, allora, di una comunicazione che trascende parole e concetti ed avviene tramite eventi di carattere mistico: la percezione della presenza.

 G. non spiega il significato preciso di tale espressione, variamente interpretata, usata soltanto in questo passo nell’intera sua opera. In ogni caso, essa esprime un modo reale di relazionarsi con Dio che prescinde dalla mera conoscenza razionale, superandola alquanto. 

Con essa, allude a fenomeni diversificati che verranno rilevati e classificati dai mistici posteriori. «I testi chiariscono che sarebbe meglio parlare al singolare piuttosto che al plurale, giacché i sensi spirituali non sono separati tra loro ma costituiscono la molteplicità modale dell’unica percezione…» in B. Petrà, “Vita nello Spirito e Sensi spirituali: la questione della modernità di Simeone il Nuovo Teologo”, in Simeone il Nuovo Teologo e il onachesimo a Costantinopoli, Qiqaion, Magnago 2003, p. 240. Diadoco di Foticea amerà condensare nel termine percezione le esperienze mistiche da lui sperimentate: «Chi ama Dio nella percezione del cuore, costui è da lui conosciuto. Quanto più ama Dio, tanto più riceve l’amore di Dio nella percezione dell’anima. Costui è pervaso dal desiderio ardente dell’illuminazione della conoscenza fino ad avvertire la percezione delle sue ossa. Anzi non avverte neppure se stesso, trasformato qual è del tutto dall’amore di Dio» (Diadoco di Foticea, Opere Spirituali, 14, cit., p. 119). Percezione del cuore o dell’anima sono termini equivalenti. Questa percezione, che è una grazia particolare di Dio, viene donata a chi ha già vissuto a lungo nel suo amore. Essa corrisponde al possesso di un amore ardente che libera la persona dal suo ego e le fa desiderare una relazione con Dio ancora più profonda. 

Nell’Omelia XII, tuttavia, attesta che questa comprensione può venir meno (B 1332) e, così, allude anche ai fenomeni di desolazione sperimentati da molti uomini spirituali. 

«Dopo un attento esame si potrebbe capire in questo modo il senso di una simile chiamata: il grande Mosè cominciò a vedere Dio nella luce e più tardi conversò con lui nella nube; ma quando divenne più sublime e più perfetto vide Dio nella tenebra. Ecco il messaggio che cogliamo da questa [progressione]: il distacco del principiante dai concetti falsi e ingannatori su Dio corrisponde al passaggio delle tenebre alla luce, ma la comprensione più profonda delle realtà misteriose, conducendo l'anima dalle cose invisibili alla natura infinita, la fa entrare come in una luce che ottenebra quanto ha compreso; guida l'anima a contemplare l'occulto e la abitua a questa esperienza. Quindi l'anima che si protende verso i beni celesti passando attraverso queste fasi, dopo aver abbandonato tutto ciò che appartiene alle possibilità conoscitive della natura umana, penetra nei recessi della conoscenza di Dio, incontrando ovunque la tenebra divina» (B 1280.1282). Trovandosi in questa fitta oscurità, dopo aver lasciato all'esterno tutto ciò che appartiene all'esperienza sensibile e all'indagine conoscitiva, le rimane soltanto, nella sua ricerca, l'impatto con l'infìnito e con l'inaccessibile nel quale è presente Dio. La Bibbia, infatti, narra, riguardo al legislatore: “Mosè avanzò verso la nube oscura, nella quale era Dio”» (B 1280. 1282). 

«Ora ella si trova avvolta dalla notte divina, dove lo sposo fa percepire la sua vicinanza senza farsi vedere. Come potrebbe farsi scorgere nella notte ciò che di per sé è invisibile? Ciò nonostante Egli fa percepire all'anima il senso della sua presenza e, continuando a restare nascosto nell'invisibilità della sua natura, sfugge a ogni conoscenza piena» (B 1284). 

G. commenta soltanto adesso la richiesta rivolta dal giovane all’amata di aprirgli la porta perché possa entrare nella sua casa. 

A suo parere, l’ingresso nella casa equivale ad una iniziazione misterica. Tuttavia, a differenza dei misteri ellenistici dove bastava svolgere un’azione rituale per aprire una relazione amicale con la divinità, in questo caso, non è affatto sufficiente officiare un rito ma è indispensabile attuare una conversione di carattere etico. Solo chi ha ben operato, possiede le chiavi per aprire la propria abitazione al Verbo che sollecita l’anima di ogni persona. 

«In che cosa consiste, quindi l'iniziazione al mistero che si compie per l'anima lungo questa notte? Il Verbo batte alla porta; la porta rappresenta la conoscenza parziale delle realtà indicibili mediante la quale entra colui che cerchiamo. La verità, dunque, rimane al di là delle nostre capacità naturali poiché viene conosciuta soltanto in modo limitato, in congetture e in ipotesi confuse, come insegna l'apostolo; essa bussa alla porta del nostro cuore chiedendoci di aprire e facendoci premura, ci suggerisce il modo come convenga schiudere la porta, consegnandoci, come se fossero delle chiavi, tutti quei begli epiteti coi quali è possibile aprirla. I significati di questi nomi, sorella, amica, colomba e perfetta, sono certamente delle chiavi che ci dischiudono realtà misteriose. Se vuoi che venga spalancata la porta e siano sollevati i frontali della tua anima, affinchè entri il Re della gloria, bisogna che tu divenga amica mia, accogliendo nella tua anima i miei comandamenti […] Questo significa che devi evitare ogni negligenza e apparire integra e pura da ogni male. Conseguiti questi risultati, o anima, dischiudi il senso di questi nomi come se tu girassi delle chiavi per permettere l'ingresso alla verità, meritando ormai di essere sorella, amica, colomba e perfetta» (B 1284.1286). 

Mi sono levata la tunica, come indossarla ancora? Mi sono appena lavati i piedi, come ancora sporcarli?

(Ct 5,3). La ragazza cerca dei pretesti per fare la preziosa; vuole ricordare al suo innamorato che l’amore deve esser sempre richiesto e riconquistato. 

G. vede ribadita qui la necessità di un cambiamento di vita ma tale esigenza non è circoscrivibile nell’ambito etico, ma proviene da un evento sacramentale. Cambiare vita significa rivestirsi di Cristo stesso. La metafora del nuovo abito rinvia al Battesimo, dove, col rito della spogliazione dell’abito vecchio e nell’assunzione di quello nuovo, si indicava l’azione trasformante di Cristo, operante nel battezzato. 

«Ella ha obbedito con precisione al Signore che le aveva ordinato di diventare sorella, amica, colomba e perfetta per rendere possibile nella sua anima l'ingresso della verità. Eseguì quanto le era stato richiesto: si è tolta quella tunica di pelli di cui si era ricoperta dopo il peccato» (B 1290)

 Quest'anima, poi, dopo averlo lasciato entrare, si riveste di lui, secondo l'avvertimento di Paolo il quale ci ordina di spogliarci dall'abito carnale dell'uomo vecchio e di rivestire l'abito nuovo, creato secondo Dio nella giustizia e nella santità (Col 3,9). Questo nuovo indumento è Gesù stesso. La sposa, avendo deciso di sottomettersi al comandamento dato ai discepoli di non rivestirsi più dell'abito che si è tolta ma di accontentarsi di una sola veste — quella che indossò quando venne rinnovata mediante la rigenerazione celeste —si mantiene fedele alla parola del Signore. Egli chiede agli uomini che si sono adornati una volta per sempre dell'abito divino, di non indossare mai più quello del peccato, né di usare due vestiti ma uno soltanto per impedire che ci si serva di due abiti assolutamente discordanti tra loro. Quale relazione ci può essere tra la veste tenebrosa e quella luminosa e spirituale? […] Per questo dice: Mi sono levata la tunica, come indossarla ancora? Chi, dopo aver visto su di sé la veste del Signore, luminosa come il sole, tessuta con la purezza e l'incorruttibilità, quella veste che egli mostrò sul monte della trasfigurazione, accetta in seguito di indossare un abito misero e logoro?» (B 1290.1292. Cf Omelia I (D 31). 

Il mio amato ha fatto passare la mano per la fessura, il mio ventre si commosse

(Ct 5,4). Il ragazzo, premuroso d’entrare, tenta di togliere il chiavistello della porta; la ragazza s’intenerisce ed avverte il profumo lasciato da lui. 

Secondo G., nonostante la sposa abbia cercato infine di corrispondere alle richieste dello sposo, questi, il Verbo, non entra nella casa ma si limita a mostrarle la sua mano. La mano è simbolo dell’operatività solerte. Il Verbo si manifesta non nella sua persona ma mediante le sue opere: la creazione e la redenzione operata da Gesù. Rimanendo incomprensibile nella sua essenza divina, Egli, proprio mediante si è fatto conoscere agli uomin per il suo agire. L’apparizione della mano sta a significare questo genere di comunicazione. Questa conoscenza di Dio, vera ma molto parziale, sarà trascesa in futuro, nella vita eterna, da una conoscenza molto più completa e portatrice di gioia. 

«Udì la sua voce e obbedì al comando […] La porta dell'anima venne spalancata per fare entrare il Re della gloria, ma l'intera ampiezza della porta risultò un passaggio piccolo, stretto e basso, e così lo Sposo non potè passare per essa; a stento riuscì a penetrare soltanto con la mano, ma in modo tale da toccare colei che desiderava vedere lo sposo. Ella ricava il solo vantaggio di sapere che quella mano appartiene allo sposo desiderato» (B 1298.1300). 

L'anima umana si trova al confine di due nature, delle quali l’una è incorporea spirituale e incontaminata, mentre l'altra è corporea, materiale e irrazionale. Non appena si è purificata da un tipo di vita rozza e materiale acquistando la virtù, l'anima si rivolge verso ciò che le è affine, verso il divino e da quel momento non cessa di scrutare e di cercare il principio da cui derivano tutti gli esseri, chi sia la sorgente della bellezza delle creature, da dove scorra tanta forza, chi sia la fonte da cui promana la sapienza che appare nelle cose create. Ammira la bellezza del firmamento, lo splendore degli astri, il movimento veloce dell'asse del globo; ammira la terra che, disponendosi in armonia con l'universo che la circonda, adatta i suoi movimenti in sintonia con le mutazioni dei corpi celesti; ammira gli svariati generi di animali; ammira i diversi generi di piante e le molteplici specie delle erbe, differenti le une dalle altre per la qualità, l'utilità e la forma, le proprietà particolari dei frutti e dei sapori. L'anima, mentre osserva tutte queste e anche, altre meraviglie, tramite le quali si rivela la potenza di Dio, proprio basandosi sulla grandezza di queste creature, si forma un'idea nella sua mente di colui che viene percepito come esistente attraverso le sue opere (B 1300.1302).

«Forse, nel secolo futuro, quando tutto ciò che si vede sarà passato, stando al preannuncio del Signore là dove dice: “il cielo e la terra passeranno (Mt 24,35), quando saremo trasferiti in quella vita che supera le possibilità della vista, dell'udito e del pensiero, allora non conosceremo più il Bene soltanto parzialmente, in base alle sue opere, come accade ora, e neppure comprenderemo la natura trascendente soltanto mediante le qualità delle creature visibili. Al contrario, l'immagine della beatitudine incorruttibile sarà colta pienamente in un modo ben diverso, e in un altro modo parteciperemo a quella gioia che ora non può entrare in cuore di uomo. Per ora la ricchezza insita nelle creature è l'ambito limitato da cui l'anima prende le mosse nella conoscenza dell'essere incorruttibile e noi l'abbiamo vista simboleggiata nella mano. Le opere della potenza creatrice, fanno tremare il suo cuore di fronte alla potenza divina. Allora, se l'uomo non può comprendere tutte queste cose, come potrà conoscere quella natura che le trascende tutte?» (B 1302.1304). 

In secondo luogo la mano richiama l’azione salvifica di Cristo sulla terra. G. accenna alla paradossalità dell’azione di Dio e alla sua complessità: 

«Forse qualcuno, interpretando diversamente il messaggio misterioso di questi versetti, produrrà un'esegesi altrettanto fondata. Da parte mia ritengo che la casa della sposa significhi tutta la vita umana. La mano creatrice di tutte le cose andò a risiedere in questa per un certo tempo e restrinse se stessa nell'impotenza della vita umana partecipando alla nostra condizione, divenendo in tutto simile a noi, escluso il peccato. Venuto tra noi, provocò uno sconvolgimento e un turbamento nei cuori: come può Dio manifestarsi nella carne? Come è possibile un parto verginale e una verginità feconda? Come può la luce mescolarsi con la tenebra e la morte unirsi con la vita? Come è possibile che lo stretto passaggio della vita riesca ad accogliere in sé la mano creatrice di tutte le cose con le quali egli misura l'estensione intera del cielo, contiene la mole della terra e la massa delle acque? Perciò è probabile che la sposa voglia indicare a noi profeticamente, mediante il segno della mano, la grazia del vangelo. Quando il Signore apparve sulla terra e dimorò con gli uomini, noi conoscemmo la bellezza pura e immateriale dello sposo, il valore divino del Verbo e lo splendore della vera luce mediante la mano che compiva questi prodigi. Per mano intendo la sua potenza che opera meraviglie, grazie alla quale i morti risorgono, i ciechi recuperano la vista, la piaga della lebbra viene scacciata e ogni malattia grave e mortale viene allontanata dal corpo con un solo  ordine» (B 1306.1308). 

«Ho proposto, riguardo alla mano, questa duplice interpretazione: la prima suggerisce che essa significhi la natura divina del tutto incomprensibile e inafferrabile alla mente, conoscibile soltanto in base alle sue opere; la seconda interpretazione sostiene, invece, che le dichiarazioni della sposa preannunziavano con grande anticipo la grazia del vangelo. Lascio all'ascoltatore la possibilità di scegliere, tra le due, quella più opportuna, che sembri accordarsi maggiormente con l'esegesi proposta in precedenza. Tuttavia quella che verrà considerata più utile, diventi per noi una guida sufficiente a condurci verso il bene» (B 1308).

Al termine di questo paragrafo si mostra incerto sul tipo di esegesi espresso. Ritiene di aver interpretato correttamente ma si mostra aperto ad altre spiegazioni migliori. A suo parere è importante che la meditazione della Scrittura risulti utile al fedele. In genere affronta con grande umiltà il testo biblico (Cf Omelie X, B 1236; XII, B 1314). Si esprime con esitazione e chiede spesso il soccorso della preghiera: «Colui che ci ha dato il comando di scrutare, darà anche la capacità di farlo» (Omelie su Qoelet, 1,1, cit., p. 129). 

Il tema è presente nella tradizione spirituale: «Considera la preghiera come la chiave del vero senso di ciò che è nelle Sacre Scritture» (Isacco di Ninive, Discorso 37 in Discorsi ascetici, cit. p. 597). 

  1. Sintesi

G. richiama, ancora una volta, il compito della vigilanza, la quale non riguarda soltanto l’ultimo avvento di Cristo, ma anche la sua venuta nel tempo presente. Chi resta vigilante, imita la vita propria degli angeli. Queste creature celesti non vengono posti come modelli a motivo della loro incorporeità  ma per la loro santità e la loro prontezza nel porsi a servizio di Dio. La santità degli angeli è caraterizzata dalla libertà dalle passioni  e proprio per questo motivo diventano i modelli dei monaci e degli asceti e di quanti, già al presente, anticipano la vita futura. Mentre la ragazza è in stato di dormiveglia, sente il richiamo dell’amato che si è avvicinato alla sua casa. In modo analogo il cristiano deve vegliare ed attendere l’arrivo dello Sposo, imitando gli angeli. 

G. si sofferma ad illustrare il significato del momento in cui avviene questo dialogo, ossia nel culmine della notte, mentre l’uno e l’altra si trovano immersi nella tenebra. Egli l’interpreta come un simbolo adatto a richiamare la trascendenza di Dio, la quale rimane anche nell’atto stesso della sua rivelazione. L’incomprensibilità non esclude, però, una possibilità di conoscenza del Signore. Il Verbo, sebbene non possa rivelarsi appieno con concetti razionali o con immagini sensibili, non rinuncia a farsi conoscere dal fedele e ad entrare in contatto con lui. Si serve, allora, di una comunicazione che trascende parole e concetti ed avviene tramite eventi di carattere mistico: la percezione della presenza. 

G. commenta poi la richiesta rivolta dal giovane all’amata di aprirgli la porta perché possa entrare nella sua casa. A suo parere, l’ingresso nella casa equivale ad una iniziazione misterica ma soltanto chi ha ben operato, possiede le chiavi per aprire la propria abitazione al Verbo che sollecita l’anima di ogni persona. G. vede ribadita qui la necessità di un cambiamento di vita ma tale esigenza non è circoscrivibile nell’ambito etico, ma proviene da un evento sacramentale. Nonostante la sposa abbia cercato infine di corrispondere alle richieste dello sposo, questi, il Verbo, non entra nella casa ma si limita a mostrarle la sua mano. La mano è simbolo dell’operatività solerte. Il Verbo si manifesta non nella sua persona ma mediante le sue opere: la creazione e la redenzione operata da Gesù. Rimanendo incomprensibile nella sua essenza divina, Egli, proprio mediante si è fatto conoscere agli uomini con il suo agire. Questa conoscenza di Dio, vera ma molto parziale, sarà trascesa in futuro, nella vita eterna, da una conoscenza molto più completa e portatrice di gioia. 

  1. OMELIA XII

Mi sono alzata per aprire al mio diletto. Le mie mani stillavano mirra, fluiva mirra dalle mie dita

(Ct 5,5), Il diletto insiste a voler entrare nella casa della sua innamorata e cerca di smuovere il chiavistello. Quando la ragazza, finalmente, corre ad aprirgli, egli si è già allontanato. Profumato di mirra, ha lasciato una traccia del suo profumo. 

G. commenta in seguito questo dramma di sfasutura dei sentimenti e si sofferma, subito, sul simbolo della mirra. Sapendo che fu l’unguento usato per la sepoltura di Cristo (Gv 19,39), menziona il Battesimo quale inizio della nostra partecipazione alla Pasqua di Cristo. Consentendo la nostra partecipazione alla morte del Signore, questo Sacramento mostra la sua efficacia completa quando facciamo morire in noi tutti i germi del male. 

Il timore che il cristiano coltivi solo qualcuna delle virtù e lasci spazio al peccato in qualche settore, è costante nella pastorale di questo vescovo (Cf Omelia X B 1242). «Essere, per un aspetto, ciò che viene richiesto dal nome di cristiano, ma per altri aspetti, invece, strisciare verso ciò che è contrario ad esso, altro non è che separare da sé una parte di sé, considerandola un nemico. Mentre permette che dentro di sé il bene combatta contro il male, non gode di alcuna tregua, fino a condurre una vita impossibile. Quale intesa può esservi tra la luce e la tenebra? È la domanda dell'apostolo (2 Cor 6,14). È impossibile e impraticabile unire tra loro luce e tenebra, perciò chi accoglie entrambi i contendenti, diventa nemico di se stesso. Diviso in due parti, tra la virtù e la malvagità, accetta di diventare un avversario di se stesso. La virtù otterrà la vittoria sul male, quando ogni suo nemico, grazie all'aiuto prestato dai pensieri, sarà ridotto al nulla. Allora si compirà ciò che era stato predetto nel nome di Dio da parte del profeta: Faccio morire e faccio vivere (Dt 32,39)», De Perfectione, GNO, VIII,1, pp. 180-181. Cf De Instituto christiano, GNO, VIII,1, pp. 56-57. 

«Il modo con cui la sposa apre la porta allo sposo, sta a significare questo: sono risorta perché, nel battesimo, ero già stata sepolta con lui nella morte. La risurrezione non avrebbe potuto aver luogo se non fosse stata preceduta da una morte volontaria; le gocce di mirra che stillano dalle sue mani e le sue dita intrise di unguento attestano la volontarietà dell'evento. […] Ella attesta che le sue mani sono piene di mirra — le mani indicano le attività dell'anima — e allude alla morte alle cose temporali ottenuta per libera scelta, grazie al suo impegno. In base a questo può affermare di avere le dita intrise di mirra. L'immagine delle dita è un simbolo delle qualità spirituali, una per una, perseguite con convinzione, una dopo l'altra, vivendo rettamente. In conclusione, il discorso svolto contiene questo messaggio: Partecipo alla potenza della risurrezione per aver fatto morire le mie membra terrene, liberamente ho dato alla morte queste mie membra; non ho ricevuto da altri la mirra contenuta nelle mie mani ma essa fluisce in conseguenza di una mia libera scelta. La fatica che ho durato per vivere rottamente, simboleggiata dalle dita, prova la mia determinazione, intensa e decisa. 

Chi si esercita nella virtù in maniera imperfetta è morto ad alcune passioni, ma per altre rimane ancora ben vivo. Si può notare come qualcuno sia morto all'intemperanza ma, ad esempio, alimenta con grande cura la vanità, oppure qualche altro vizio pericoloso per l'anima, come l'avidità, l'iracondia, l'ambizione, il desiderio di gloria o altri ancora. Tuttavia, se l'anima vive nel male non è possibile che le sue dita si riempiano di mirra perché il suo comportamento non mostra ancora una completa estinzione del peccato e un estraneamente da esso. Quando tutte le dita avranno assorbito questa mirra — ormai sappiamo che cosa questo significhi — allora l'anima potrà risorgere e aprire la porta allo sposo. Il grande Paolo dimostra di aver compreso bene l'affermazione del Signore quando scrive: “Non è possibile che la spiga germogli se il chicco non viene prima abbandonato alla morte” (Col 3,5). La Chiesa ribadisce, proclamandolo, questo annuncio: bisogna che la morte preceda la vita; la vita penetra l'uomo solo attraverso l'esperienza della morte» (B 1316.1318).

«Dentro di noi coesistono due nature, l'una, provvista di ragione, è lieve e sottile mentre l'altra è grossa, materiale e pesante. Necessariamente in ciascuna di esse è presente una disposizione particolare e irriducibile a combattere l'altra. Ciò che in noi è leggero e pervaso dalla ragione si muove verso l'alto; ciò che invece è pesante e materiale rimane inclinato e trascina verso il basso. Poiché il movimento naturale di ognuna va in senso contrario a quello dell'altra, non è possibile che l'una proceda speditamente se non riesce a reprimere il corso spontaneo dell'avversaria. In mezzo a queste due nature se ne sta la nostra capacità di essere persone provviste di indipendenza e di autodeterminazione. La nostra scelta è in grado di rinvigorire la natura che si trova affaticata o può indebolire quella che sta prevalendo. Trovandosi, dunque, in mezzo alle due, fornisce all'una la corona della vittoria contrastando l'altra. […] Veramente la prosperità del male causa un duro colpo alla vita virtuosa. In base a questo faremo bene a imitare il comportamento del salmista, disponendoci ogni mattina a uccidere tutti i peccatori della terra e a sterminare dalla città del Signore (la città è la nostra anima) tutti i progetti intenti alla trasgressione della legge, perché la loro morte è la vita dei progetti positivi. Noi viviamo passando attraverso la morte, quando il Verbo che ha detto: “Io ucciderò e vivificherò” (Dt 32,39) uccide gli elementi negativi e vivifica quelli positivi che si trovano in noi, come aveva preannunziato il salmista» (B 1318.1320.1322). 

«[L’uomo] aveva ricevuto in possesso anche il paradiso divino rigoglioso di vita grazie alla produttività degli alberi; il comando di Dio era una legge di vita, una legge che impediva di morire. In mezzo agli alberi del paradiso c'era l'albero che donava la vita, ma bisognava saper bene quale tra questi portava il frutto della vita, poiché l'albero che portava la morte non lasciava intuire che il suo frutto era bello ma anche letale nello stesso tempo, e anch'esso sorgeva in mezzo al paradiso. Neppure era possibile che in mezzo ai due alberi ci fosse un vasto spazio intermedio. Se fosse stato concesso che fra i due si estendesse un vasto spazio, necessariamente l'altro sarebbe stato escluso da questa zona mediana. Infatti in uno spazio a forma circolare la posizione esatta del centro viene ottenuta quando tale punto dista dalla circonferenza a intervalli uguali, da tutte le parti. Dopo che è stato deciso quale debba essere l'unica pianta situata perfettamente al centro, non è possibile che in questo stesso cerchio si possa trovare spazio per due centri, entrambi posti in maniera precisa nel mezzo. Se viene costituito un altro centro al posto di quello fissato precedentemente, necessariamente anche il cerchio subisce un totale cambiamento. Di conseguenza anche il primo punto fissato si trova a essere fuori centro rispetto alla circonferenza disegnata dal nuovo cerchio tracciato. Ciò nonostante il testo biblico dice che al centro del paradiso stavano sia l'uno che l'altro albero, sebbene ognuno di essi fosse provvisto di una qualità opposta a quella dell'altro, uno infatti era un albero di vita mentre l'altro produceva un frutto letale. Paolo chiama questo frutto peccato: “II frutto del peccato è la morte” (Rm 6,23)» (B 1324.1326). 

Conviene conoscere questo insegnamento, scrutare la sapienza che si trova nei versetti esaminati: Dio ha posto la vita al centro del suo giardino, mentre la morte non era stata piantata né aveva radici, non aveva alcuno spazio; essa potè crescere nell'assenza di vita, quando gli uomini trascurarono il possesso di quel che era il bene migliore per loro. In mezzo agli alberi piantati da Dio si trovava la vita e la morte potè radicarsi solo quando quella venne meno. Questo è il motivo per cui il testo che stiamo esaminando, il quale ci comunica la sapienza servendosi di alcune immagini allusive, colloca al centro del paradiso anche l'albero portatore di morte e dichiara che il suo frutto contiene proprietà che provengono da potenze contrarie al bene. […] Così l'uomo dopo essersi allontanato da tutti i frutti del bene, si saziò del prodotto corruttore della disubbidienza (un frutto di tal genere si chiama «peccato che conduce alla morte»). Infatti subito morì alla vita migliore, scambiando la vita divina con un'altra priva di ragione e propria degli animali. Dopo che la morte si unì alla nostra natura una volta per tutte, la mortalità venne trasmessa ai discendenti nei loro figli. Di conseguenza noi ricevemmo una vita ormai spenta, poiché anche la nostra stessa vita era intrisa di morte a quel modo. La nostra vita, privata ormai dell'immortalità, senza dubbio è morta. «Chi verrà conosciuto tra queste due forme di esistenza»,17 l'uomo, si trova come arbitro tra due tipi di vita e così, se toglie vigore a quella peggiore, da la possibilità di vivere a quella che è rimasta incorrotta. Se l'uomo, facendo illanguidire la vera vita, decade in questa spenta esistenza, quando invece provoca la morte a questa esistenza segnata dalla morte e degna degli animali, passa alla vita che non avrà fine. Allora, senza dubbio, non è possibile che pervenga alla vita beata chi non è morto al peccato. Per questo motivo ci viene insegnato dal testo biblico che entrambi gli alberi erano nel paradiso, proprio al centro; uno stava là per natura, l'altro è stato aggiunto a quello che già c'era, a causa del venir meno della vita. Per mezzo dello stesso albero si verifica il medesimo evento: avviene uno scambio tra vita e morte mediante la partecipazione alla vita o la privazione di essa. In questo senso, chi è morto al bene, vive per il male, e chi è morto al male riprende a vivere per ottenere la virtù» (B 1326.1328.1330).

Aprii al mio diletto ma il mio diletto se n'era andato. La mia anima uscì seguendo la sua chiamata

(Ct 5,5). La ragazza si sente morire per aver causato l’allontanamento del suo amato e si mette subito alla sua ricerca. 

La ricerca di Dio non consente tregua. Compare ora una nuova menzione della corsa continua verso il bene (epektasis), il tema più ricorrente di queste Omelie, al punto da costituire il messaggio principale dell’opera. Menziona poi di nuovo l’esperienza della percezione della presenza, questa volta però in senso negativo: il Signore si sottrae all’anima che lo cerca. La mistica successiva conoscerà l’esperienza dell’abbandono di Dio (Cf. Diadoco di Foticea, Opere spirituali, 87 e 90, cit., pp. 229-231 e 237-241. Isacco di Ninive, Disc. 40, Discorsi ascetici, cit., p. 615. Per gli autori spirituali moderni, cf M. Paradiso, Mistica e nichilismo in Europa, Cittadella Editrice, Assisi 2020, pp. 95-103 e 185-194).

«Così dicendo, ci insegna che la potenza che supera ogni comprensione può essere conosciuta solo a quel modo. Bisogna non accontentarsi mai della percezione ottenuta, ma al contrario, cercare sempre il meglio, senza fermarsi nel cammino della conoscenza. Infatti la sposa, che è piena di mirra, attesta di aver ottenuto la morte al male con gli sforzi di tutta la sua esistenza chiamati metaforicamente dita, e dopo aver mostrato la mirra che stilla dall'interno delle sue mani, come un'immagine della volontarietà della vita virtuosa, afferma di aver appoggiato le mani sul chiavistello e di essersi avvicinata, mediante le sue opere, a quell'ingresso stretto e angusto; la chiave di questo luogo viene consegnata dal Verbo a coloro che sono diventati come Pietro. La sposa apre per sé la porta del Regno con entrambe le chiavi, con quella che rappresenta le mani (che sono un segno a loro volta delle opere) e con quella che rappresenta la fede. Con queste chiavi, quella delle opere e quella della fede, il Verbo ci procura l'accesso al Regno. Ma proprio quando potè sperare, come accadde a Mosè, che le fosse manifestato chiaramente il volto dello sposo, proprio allora, colui che lei desiderava fece svanire la percezione della sua presenza. Esclama infatti: “II mio diletto se n'era andato”. Tuttavia non ha abbandonato l'anima che lo seguiva ma l'ha attirata dietro di sé: “L'anima mia uscì, seguendo la sua chiamata”. È veramente encomiabile questa decisione dell'anima disposta a uscire seguendo la parola udita!» (B 1332).  

Lo stesso accadde anche a Mosè quando vide sparire il volto desiderato del Signore e perciò l'anima di questo legislatore si allontanò di continuo dal luogo dov'era, seguendo il Verbo che la precedeva. Chi non conosce le ascese percorse da Mosè che divenne sempre più grande e mai smise di ascendere alla perfezione? Divenne più grande di quanto lo era all'inizio, quando valutò l'obbrobrio di Cristo più prezioso del regno di Egitto e preferì soffrire insieme al popolo di Dio che godere il piacere passeggero del peccato. […] Ancora di più Mosè diventò migliore quando condusse una vita solitària, rimanendo nel deserto lungo tempo per acquistare la sapienza. In seguito viene illuminato dal fuoco del roveto e lascia che il suo udito venga rischiarato dalla luminosità splendida della Parola. Toglie dai piedi la calzatura di morte. Il suo bastone consuma i serpenti egiziani. Libera il popolo dalla tirannia del Faraone. Lo guida sotto l'ombra della nube; divide il mare. Sommerge il tiranno; addolcisce le fonti di Mara. Fa rigonfiare di acqua la pietra; si sazia del cibo degli angeli. Ascolta il suono della tromba. Affronta il monte infuocato; ascende alla vetta, entra nella nube, si inoltra nella tenebra dove sta Dio; accoglie il patto. Diventa come un sole, inaccessibile alle persone vicine, a causa del volto splendente di luce. […] Non di meno un uomo come questo, così grande, capace di simili esperienze e innalzato fino a Dio per mezzo di esse, nutre un desiderio insaziabile di ottenere ancora di più e di poter vedere il volto di Dio. Sebbene la Bibbia attesti che egli era stato stimato degno di conversare con lui familiarmente, né il colloquio amichevole, né la conversazione con Dio avvenuta faccia a faccia, placano il suo desiderio dei beni celesti. Egli supplica invece: «Se ho trovato grazia ai tuoi occhi mostrati a me chiaramente» (Es 34,9). Dio promette di concedergli la grazia richiesta, e dopo avergli detto: «Ti ho favorito più di tutti», gli passa vicino in un luogo segreto posto nella roccia, coprendolo con la sua mano divina. E così, a stento, potè vederlo di spalle dopo che egli era passato (Es 33,23). Dall'episodio apprendiamo questo insegnamento: chi desidera contemplare Dio, lo vede solo se continua sempre a seguirlo. Vedere il suo volto significa camminare instancabilmente dietro di lui, mantenendosi al seguito del Verbo, andandogli dietro. Così anche adesso l'anima, risorta passando attraverso la morte, e ricolma di mirra, dopo essersi avvicinata alla serratura con l'aiuto delle opere buone, viene presa dalla brama di far entrare il Desiderato. Mentre le passa accanto, lei esce e non se ne sta ferma al punto dov'era, ma tocca appena il Verbo che la conduce ancora più avanti» (B 1334.1336.1338). 

Attesta infatti: «Lo cercai e non lo trovai». Come avrebbe potuto trovare l'essere che non si rende noto fra le cose che conosciamo? Non c'è forma, né colore, né quantità, né luogo, né figura, né ipotesi, né somiglianzà, né proporzione che lo rivelino. Al contrario, colui che viene sempre riscoperto è al di là di ogni tentativo che si proponga di afferrarlo e perciò costringe i ricercatori a rinunciare a ottenere risultati. Allora la sposa confessa: l'ho cercato servendomi delle facoltà razionali della mente, con ragionamenti e concetti, ma egli era ben lontano, inafferrabile alla presa dell'intelligenza. L'essere che viene considerato superiore a ogni definizione conoscitiva, come potrebbe venire racchiuso da un nome che lo esprima? Ella escogita ogni mezzo per scoprire un nome che valga a racchiudere la grandezza del bene immortale, ma tutta la forza espressiva della sua loquela risulta vinta e si persuade di essere inferiore al vero. Per questo afferma: «L'ho chiamato quanto potevo, ho escogitato dei nomi che esprimessero la beatitudine immortale ma egli era ben più grande di ogni termine significante». Anche il grande David fece una cosa simile, chiamò Dio con una varietà infinita di nomi, ma ammise di non aver colto la verità. — «Tu, o Dio», — egli attesta — «sei misericordioso, pietoso, paziente, molto compassionevole, veritiero, forte, sei una fortezza, un rifugio, una potenza, un aiuto, una protezione, una fonte di salvezza e altre qualità simili». Tuttavia confessa che il suo nome non è ancora conosciuto in tutta la terra ma che esso suscita stupore. […] Colui che viene chiamato non può essere afferrato dalla presa di chi lo cerca, e allora la sposa conclude: «Lo chiamai ma non mi udì» (B 1340).

Mi scopersero i custodi che girano per la città, mi percossero e mi ferirono; i custodi della città mi sottrassero il velo

(Ct 5,7). La giovane parla della disavventura incontrata mentre, di notte, cercava il suo innamorato per le vie della città. Alcuni custodi, scambiandola, forse, per una prostituta, l’hanno percossa e le hanno tolto il velo dalla fronte. 

Nel commento di G. le umiliazioni, dal lato spirituale, finiscono per ottenere un risultato positivo. 

«Come mai colei che si era spogliata di ogni indumento porta ancora quel velo, sottrattole ora dai custodi della città? Quindi doveva ancora levarsi qualche cosa anche dopo quella spoliazione, e così ora se lo è tolto. Infatti l'ascesa a Dio fa scoprire sempre nuove grossolanità da togliere. Perciò la spoliazione dell'abito che era stata riferita prima, viene messa a confronto con la purezza conseguita ora, così che un velo ancora le viene tolto da coloro che l'hanno scoperto. Questi sono i guardiani che si aggirano per la città. La città è l'anima. Percuotendola e ferendola le tolgono il velo, ed essi devono svolgere questa mansione allo scopo di custodire le mura. La sottrazione del velo è allora una buona azione, perché l'occhio, libero da ogni velo, può guardare senza alcun ostacolo la bellezza sospirata. Nessuno potrà avere dubbi sulla validità di questa interpretazione se presterà attenzione alla dottrina dell'apostolo. Guidato dalla potenza dello Spirito, parla della sottrazione di questo velo, là dove scrive: “Quando ci sarà la conversione al Signore quel velo sarà tolto; il Signore è lo Spirito” (2 Cor 3,16-17). Chi, fra gli esperti presta attenzione all'ordine dell'esposizione, ammetterà che tutto ciò che predispone il bene, è già un bene. Se la spoliazione del velo è un bene, allora, necessariamente saranno un bene anche le ferite e le battiture con le quali si ottiene questo spogliamento» (B 1344.1346). 

È possibile scoprire anche un altro significato ai versetti precedenti, senza che contrasti per nulla con quanto abbiamo esposto. L'anima, uscita per seguire la chiamata del Verbo, dopo aver cercato colui che non è possibile trovare e aver chiamato colui che supera la possibilità di ogni nome, impara dai custodi ad amare l'Incomprensibile e a desiderare l'Ineffabile. Da questi viene percossa e ferita per aver disperato di raggiungere l'amato e aver creduto che la sua brama fosse inconcludente e che non avrebbe mai potuto godere dell'altro. Ma poi le viene tolto il velo del lutto perché impari a persistere sempre nella ricerca e a non ritirarsi mai dall'impegno dell'ascesa e impari che in questo sta il vero godimento del Desiderato e che il soddisfacimento del suo desiderio deve generare la brama di un bene migliore. Rimasta priva del velo della disperazione e dopo aver visto la bellezza dell'amato, superiore a ogni attesa e impossibile a essere descritta, lo scopre sempre migliore in tutta l'eternità; dilatata la sua brama alla massima intensità, rivela alle fìglie di Gerusalemme la passione del suo cuore verso l'Amato e spiega a loro come, avendo ricevuto in se stessa una freccia scelta da Dio, resa appuntita dalla sua fede, sia rimasta ferita nel cuore, scossa dal colpo infertole dall'amore. “Dio è amore”, insegna Giovanni (1 Gv 4,8), a lui sia gloria, potenza in tutti i secoli dei secoli. Amen» (B 1360.1362). 

  1. Sintesi 

Il diletto insiste a voler entrare nella casa della sua innamorata e cerca di smuovere il chiavistello. Quando la ragazza si decide ad aprirgli, egli si è già allontanato. Profumato di mirra, ha lasciato una traccia del suo profumo. 

G. commenta in seguito questo dramma di sfasutura dei sentimenti e si sofferma, subito, sul simbolo della mirra. Sapendo che fu l’unguento usato per la sepoltura di Cristo (Gv 19,39), ricorda che il Battesimo rappresenta l’inizio della nostra partecipazione alla Pasqua di Cristo. Consentendo la nostra partecipazione alla morte del Signore, questo Sacramento mostra la pienezza della sua efficacia quando facciamo morire in noi tutti i germi del male. La ragazza, sentendosi come morire per aver causato l’allontanamento del suo amato, si mette subito alla sua ricerca. Compare ora una nuova menzione della corsa continua verso il bene (epektasis), il tema più ricorrente di queste Omelie, al punto da costituire, forse, il messaggio principale dell’opera. Menziona poi di nuovo l’esperienza della percezione della presenza, questa volta però in senso negativo: il Signore si sottrae all’anima che lo cerca. (La mistica successiva conoscerà l’esperienza dell’abbandono di Dio). 

La giovane parla della disavventura incontrata mentre, di notte, cercava il suo innamorato per le vie della città. Alcuni custodi, scambiandola, forse, per una prostituta, l’hanno percossa e le hanno tolto il velo dalla fronte. Nel commento di G. le umiliazioni, dal lato spirituale, finiscono per ottenere un risultato positivo.


mercoledì 8 marzo 2023

Gregorio di Nissa Omelie sul Cantico dei cantici 7.8.9

 

  1. OMELIA VII

Compare un’interpretazione teologica (allegorica) dell’elogio delle membra del corpo dell’amato e dell’amata. Considerevole è la celebrazione della Sposa/Chiesa per essere stata capace di assimilare la carità di Cristo. Vengono elogiati i ministri della Chiesa che svolgono in modo egregio il loro compito ma anche il movimento ascetico (pre-monastico) è intento a realizzare le virtù proprie di ogni battezzato. 

Una lettiga si è fatta il re Salomone con legno del Libano. Le sue colonne le ha fatte d'argento, d'oro la sua spalliera, il suo seggio di porpora.

(Ct 3,9). L’amato, stimato come il re Salomone, ha costruito per la sua innamorata una lettiga. In ebraico (TM) ‘appiryon significa lettiga nuziale ma anche stanza del trono; in greco (LXX), phoreion è, invece, soltanto una lettiga. Il battezzato deve diventare il luogo che accoglie il Signore, lo porta in se stesso e lo dona a tutti gli uomini. 

«Nei versetti precedenti, che si riferivano a Salomone, la nostra interpretazione riuscì a cogliere quei tratti che preannunziavano nella sua persona il mistero del Signore. Ora l'immagine della costruzione della portantina prefigura l'azione salvifica del Signore a nostro favore. Dio abita in modi diversi alle persone che sono degne di lui, si rende presente in loro a seconda della disponibilità e del merito di ciascuno. Uno diventa il luogo dove Dio abita, un altro la sua dimora, un terzo il suo trono, un altro ancora il suo sgabello. […] Come ora stiamo apprendendo, qualcuno diventa anche la sua portantina, costruita, grazie alla sua sapienza, non soltanto con legno del Libano, ma anche con oro e argento, con porpora e gemme preziose, ornata convenientemente in ogni parte. Realizzando queste opere, il suo amore diventa effettivo; non tutti infatti sono capaci di possedere la forza dell'amore, ma solo chi è una figlia di Gerusalemme di lassù, che è libera ed è riconoscibile come tale dal suo comportamento. Chi porta Dio in se stesso, diventa una portantina del Signore che abita e risiede in lui. Questo è evidente, anche senza che lo spieghi. Il cristiano che — per usare le parole di san Paolo — non è più lui a vivere ma porta in sé Cristo vivente in lui (Gal 2,20) e prova che in lui parla Cristo (2 Cor 3,12), giustamente viene considerato — ed è realmente — una lettiga del Signore. Egli lo porta dentro di sé ma, a sua volta, viene portato da lui» (B 1088). 

G. si dilunga nell’allegorismo indicando un particolare significato ad ogni materiale di cui è fatto la portantina (B 1090-1096). 

Figlio di Gerusalemme uscite e guardate il re Salomone, ornato della sua corona con cui lo incoronò sua madre nel giorno delle sue nozze, nel giorno della gioia del suo cuore

(Ct 3,11). Le ragazze sono invitate a recarsi ad ammirare il suo amato; è paragonato a Salomone, ornato della corona regale procuratagli dalla madre [Betsabea] ( cf. 1 Re 1,15-31.

L’invito diventa l’occasione par parlare della natura divina che presenta le caratteristiche della paternità e della maternità, pur trascendendo il genere. La corona di cui si adorna la Sposa/Chiesa è la carità. L’amata ha acquisito la stessa carità del Cristo; in questo consiste la sua bellezza e per questa virtù è amata particolarmente dallo Sposo/Cristo. 

«Il testo seguente presenta l'esortazione rivolta dalla sposa alle figlie di Gerusalemme. Voi, divenute fìglie di Sion, ammirate la corona posata sul capo del re! Gliel'ha posta la madre, come preannunzia il salmista: Gli poni sul capo una corona di gemme preziose (Sal 20,4). Nessuno studioso della Scrittura si metterà a disquisire sul significato di questo termine, chiedendosi come mai si faccia menzione della madre, anziché del padre, poiché in questo caso il senso dei vocaboli è identico. Dio non è né maschio né femmina. (Come pensare una cosa simile a proposito della divinità, quando neppure per noi uomini questa distinzione varrà per sempre e quando tutti diventeremo una cosa sola con Cristo, ci spoglieremo di questa diversità insieme a tutto l'uomo vecchio). A ogni qualità che attribuiamo al divino, dobbiamo assegnare lo stesso valore che possiede ogni altra caratteristica della natura immortale e la natura purissima non deve essere macchiata con un concetto che introduca la distinzione tra maschio e femmina. Nel Vangelo il padre ordina di preparare le nozze per il figlio (Mt 22,2) e il testo del salmo dice, riferendo a Dio il discorso: Gli poni sul capo una corona di pietre preziose (Sal 20,4). In questo versetto, invece, si afferma che la corona viene imposta dalla madre allo sposo. Se c'è un solo sposalizio e una sola sposa e la corona viene imposta allo sposo da parte di una sola persona, non c'è neppure alcuna differenza, sia che il Dio Unigenito venga chiamato Figlio di Dio, sia che venga detto Figlio del suo amore (Col 1,13) — come fa Paolo —, poiché con l’uno o l’altro vocabolo si fa riferimento all’unica forza che predispone l'evento nuziale, la sua venuta per abitare tra noi» (B 1098). 

«La sposa esorta, allora, le giovani: Uscite e diventate fìglie di Sion affinchè da questa specola elevata (Sion ha questo significato) possiate ammirare la meravigliosa visione: lo sposo cinto di una corona. La corona è la Chiesa che gli cinge il capo con pietre viventi. A intrecciare questa corona è la carità la quale può essere chiamata senza errore sia madre, sia carità, poiché Dio è amore, secondo il messaggio di Giovanni (1 Gv 4,8). La sposa dichiara che egli si rallegra per questa corona e che è tutto gioioso di un simile ornamento nuziale. Veramente esulta il Signore che ha fatto della Chiesa la sua sposa adornandosi delle virtù degli uomini che risplendono in essa, come di una corona (B 100). 

Il Verbo, rallegrandosi nel vedere che la sposa possiede un amore così grande verso gli uomini perché, imitando il Signore, anche lei vuole che tutti gli uomini siano salvi e giungano alla conoscenza della verità (1 Tm 2,4), si adopera per renderla più famosa, mettendosi a svolgere il ruolo di banditore e di pittore della sua bellezza. Non rivolge un elogio alla sua grazia in modo vago e non descrive la sua prestanza genericamente, al contrario, nel corso del suo encomio, egli contempla le sue membra ad una ad una e traccia una lode appropriata a ciascuna, dando dei giudizi e operando dei confronti. Così le dice: Come sei bella, amica mia, come sei bella! Realmente ella ha imitato la volontà benevola del Signore e ha dato alle giovani l'ordine di uscire, come fece Abramo (Gen 12,1), dalla propria terra e dalla propria parentela, quella a cui si sono legate attraverso i sensi, affinchè possano vedere lo sposo puro, colui che si cinge della Chiesa come di una corona. Con questo gesto, si è accostata alla bontà del Signore e mostrando amore per il prossimo si è avvicinata a Dio. Quanto sei bella le dice il Verbo perché ti sei avvicinata alla bellezza con una determinazione positiva (B 1100 e 1102).

I tuoi occhi sono colombe

(Ct 4,1). Il giovane esprime grande ammirazione per la sua amata. 

Nell’interpretazione allegorica delle varie membra del corpo, risalta il valore degli occhi, poiché la vista richiama il carisma profetico dell’annuncio della Parola e della vigilanza pastorale delle autorità ecclesiali. Chi svolge questi servizi deve essere una persona spirituale, guidata dallo Spirito, simboleggiato dalla colomba. Il tema, già presente nell’Omelia IV (B 920), viene sviluppato a lungo nell’Omelia XIII (B 1402.1404).

«Tutta la Chiesa costiuisce l'unico corpo di Cristo (cf 1 Cor 12,12-17 ma in quest'unico organismo, come dice l'apostolo, ci sono molte membra, sebbene tutte le membra non svolgano il medesimo compito. Dio stabilì nel corpo di Cristo delle persone che esercitassero la funzione di occhio, altre le pose come orecchio, altre ancora fungono da mani per l'efficacia delle loro opere. Alcuni possono essere considerati come i piedi perché sostengono i pesi [....] (B 1102).  

Voi che mi ascoltate, comprendete chiaramente a quali membra della Chiesa spetti l'elogio proprio degli occhi. Occhio era Samuele, «colui che guarda» (così veniva chiamato) (cf 1 Sm 9,9), era occhio Ezechiele, posto da Dio come sentinella per salvare gli uomini che gli erano stati affidati (Ez 3,17). Era occhio anche Michea, colui che vede, Mosè il contemplante e per questo fu detto Dio (cf Es 7,1). Furono occhi tutti i profeti stabiliti come guida del popolo e gli uomini di quel tempo li chiamarono veggenti. Anche ora quelle persone che nel corpo della Chiesa esercitano quel compito e vengono stabilite per la sorveglianza, sono chiamate giustamente occhi purché contemplino attentamente il Sole di giustizia, non permettano che la loro vista venga offuscata dalle opere delle tenebre e distinguano ciò che ci appartiene da ciò che ci è estraneo, sapendo che sono estranee alla nostra natura le cose che appaiono ai sensi e sono transitorie, mentre ci appartengono i beni che sono posti davanti alla nostra speranza e il cui possesso rimane per noi duraturo, senza che ci possa essere tolto. È compito degli occhi distinguere tra ciò che giova e ciò che nuoce, affinchè amiamo l'Amico vero con tutto il cuore, con tutta l'anima e tutte le forze e mostriamo, invece, un odio pieno contro il nemico della nostra vita. La persona che esercita con diligenza il compito proprio di un occhio puro e sano, ci custodisce nel cammino verso Dio, come farebbe l'occhio fisico, mostrandosi superiore agli altri grazie al suo comportamento. Per questo il testo elogia la bellezza della sposa cominciando da questo particolare: “I tuoi occhi sono colombe”. Verifìcando che i sorveglianti, posti a fungere da occhi, sono puri dal male, li chiama colombe, approvando la semplicità e la purezza del loro comportamento; la colomba rappresenta, infatti, l'innocenza. O forse il Verbo celebra gli occhi con questo paragone per la motivazione che ora espongo. Quando le immagini delle cose viste penetrano nella pupilla tersa, allora si realizza l'atto del vedere. È necessario, quindi, accogliere nell'occhio la forma di tutto ciò che si osserva, lasciando che gli si imprima l'impronta di ciò che si è visto, come accade a uno specchio. L'autorità che ha ricevuto il compito di sorvegliare sulla comunità rafforza la sua vitalità spirituale se non si interessa di nessuna cosa terrena. Chi vive in questo modo, si conforma alla grazia dello Spirito Santo. L'elogio più grande che si possa rivolgere a queste persone che fungono da occhi, è riconoscere che la loro vita si è conformata alla grazia dello Spirito Santo; la colomba rappresenta lo Spirito Santo» (B 1104.1106.1108). 

Le tue chiome come greggi di capre mentre scendono dalle pendici del Galaad

(Ct 4,1). I capelli «qui appaiono sciolti e disordinati, selvaggi e indomabili… l’amore è qualcosa di vitale, di misterioso come le forze della natura». 

L’elogio della capigliatura, paragonata a quelle delle capre del Galaad, spinge G. a ricordare la figura del profeta Elia che proveniva da quella regione (1 Re 17,1). Elia era un personaggio a cui si ispirava il movimento ascetico contemporaneo a Gregorio, molto stimato da lui (cf. Omelia XV B 1502.1504). 

«Il Verbo vuole elogiare la vita virtuosa. Conviene, allora, aggiungere anche un altro motivo a questo discorso sui capelli: essi non possiedono alcun senso vitale — è un particolare piuttosto rilevante che aggiunge pregio ai capelli — non si trova in loro né la sensazione del dolore, né quella del piacere. Il corpo a cui appartengono sente dolore se uno di essi viene strappato, ma il capello, anche se viene tagliato, se viene bruciato o se viene acconciato nei trattamenti estetici, non avverte nulla di quanto gli accade. L'insensibilità completa è una peculiarità dei morti. Di conseguenza, chi rimane indifferente verso ciò che in questa vita suscita grande impressione, non si esalta nella gloria e nell'onore, ne si lascia andare all'abbattimento nell'umiliazione e nel disonore, ma riesce a mantenere se stesso nel medesimo stato d'animo in entrambe queste circostanze opposte, questi è la chioma della sposa, tanto celebrata. Egli è diventato in tutto come un morto, totalmente impassibile alle cose del mondo, in questa o in quella circostanza (B 1110-1112). 

Come mai i capelli, nei pregi che presentano, vengono paragonati a un gruppo di capre che scendono dal Galaad? Nell'interpretare il simbolo delle capre, forse viene a proposito il ricordo di Elia, che condusse a lungo, sul monte Galaad (1 Re 1,8) una vita sapiente e in particolare diede esempio di austerità: era terribile a vedersi, irsuto nei capelli, ricoperto di una pelle di capra anziché di una morbida veste. Tutti quelli che conducono la loro vita a imitazione di quel profeta diventano un ornamento della Chiesa; disposti in piccoli greggi secondo lo stile di quella vita sapiente che si trova condotta attualmente, cercano con sforzo di conseguire la virtù vivendo insieme. II fatto che tali capre provengano da Galaad, rende ancora maggiore la grandezza del prodigio, poiché, pur avendo condotto un'esistenza da pagani, avvenne per noi uno straordinario cambiamento, tale da essere capaci di assumere una condotta sapiente secondo il volere di Dio. Questo nuovo essere non ebbe origine da Sion, il suo monte santo, ma un popolo dato agli idoli fu capace di un cambiamento così significativo e in tal modo il capo della sposa potè adornarsi di questi successi nel campo della virtù» (B 1114).

Me ne andrò al monte della mirra e alla collina dell'incenso

(Ct 4,6) l giovane esprime il vivo desiderio di recarsi dalla sua amata. 

Per G., la mirra richiama la morte del Signore. Il tema della conformazione a Cristo del battezzato si appropondisce con il riferimento alla partecipazione alla sua Pasqua. Solo Cristo libera l’uomo dal male.  

«Il Verbo, fino a questo momento, ha pronunziato una lode alle singole membra della Chiesa ma nel testo che segue si propone di elogiare l'intero corpo, dopo che con la sua morte avrà distrutto colui che ha il potere sulla morte e di nuovo avrà ricondotto se stesso alla medesima gloria divina, quella che aveva all'inizio, prima della creazione del mondo. Infatti, con l'espressione: Me ne andrò al monte della mirra e alla collina dell'incenso allude alla sua divinità ma poi aggiunge: “Tutta bella sei amica mia, in te nessuna macchia”. Con questo insegna che nessuno può strappargli la vita; soltanto chi si reca al monte della mirra ha il potere di dare la vita e di riprenderla di nuovo (Gv 10,18). Questo accadrà non in base alle nostre opere - affinchè nessuno se ne possa gloriare (Ef 2,8-9) - ma per la grazia del Signore che ha ricevuto la morte per i peccatori. Nessun altro può purificare la natura umana dalla sua macchia se non l'Agnello che toglie i peccati del mondo (Gv 1,29) ed elimina totalmente la colpa con la sua opera. […] Dopo aver richiamato il mistero della sua passione attraverso il simbolo della mirra e menzionato l'incenso, con il quale manifesta la sua divinità, ci insegna che l’uomo che prende parte alla mirra, parteciperà in modo completo anche all'incenso. Chi prende parte alla passione, si troverà totalmente unito a lui nella gloria. Chi si è trovato, definitivamente, nella gloria divina, diventa tutto bello e libero da qualsiasi macchia nociva. Anche noi dobbiamo liberarci da esse per Gesù Cristo nostro Signore, che è morto e risorto per noi, a lui si deve gloria e potenza, per tutti i secoli dei secoli. Amen» (B 1146.1148.1150). 


  1. Sintesi

Compare un’interpretazione teologica (allegorica) dell’elogio delle membra del corpo dell’amato e dell’amata. 

Le amiche della giovane, sono invitate a recarsi ad ammirare il suo amato; è paragonato a Salomone, ornato della corona regale procuratagli dalla madre. L’invito diventa l’occasione par parlare della natura divina che presenta le caratteristiche della paternità e della maternità, pur trascendendo il genere. La corona di cui si adorna la Sposa/Chiesa è la carità. L’amata ha acquisito la stessa carità del Cristo; in questo consiste la sua bellezza e per questa virtù è amata particolarmente dallo Sposo/Cristo. Nell’interpretazione allegorica delle varie membra del corpo, risalta il valore degli occhi, poiché la vista richiama il carisma profetico dell’annuncio della Parola e della vigilanza pastorale delle autorità ecclesiali. Chi svolge questi servizi deve essere una persona spirituale, guidata dallo Spirito, simboleggiato dalla colomba. 

I capelli sciolti e disordinati, ricordano che l’amore è qualcosa di vitale, di misterioso come le forze della natura. L’elogio della capigliatura, paragonata a quelle delle capre del Galaad, spinge G. a ricordare la figura del profeta Elia che proveniva da quella regione (1 Re 17,1). Elia era un personaggio a cui si ispirava il movimento ascetico contemporaneo a Gregorio, molto stimato da lui.



Omelia VIII


G. si sofferma a lungo a parlare dell’inconprensibilità, inacessibilità e infinità di Dio. L’uomo può conoscerlo e comunicare con Lui perché Egli, nella sua bontà, ha voluto rivelarsi a lui ma, mentre lo conosce, non può né afferrarne l’essenza mediante il concetto, né comprendere appieno le ragioni della sua provvidenza. Tuttavia l’inafferrabilità della conoscenza di Lui, non deve essere avvertita dall’uomo come uno smacco o un’umiliazione ma come un’opportunità, perché egli può crescere di continuo nella ricerca e, a sua volta, dilatarsi all’infinito per grazia. 

Il concetto dell’infinità di Dio si unisce, quindi, a quello della crescita permanente possibile all’uomo (epektasis). È questo l’argomento principale dell’Omelia. Il termine deriva dal verbo epekteino (mi protendo, mi slancio) usato da Paolo, il quale si sente come un corridore sbilanciato in avanti, nello sforzo della gara. G. conferma il tema, tipico della suo pensiero, del progresso continuo nel bene e nell'avanzamento verso Dio. Una trattazione più esauriente sul tema dell'epektasis si trova nel Prologo alla Vita di Mosè: «Per Gregorio, Dio e l'uomo fanno parte del mondo intelligibile. Ora lo spirito di per sé è illimitato. Da questo punto di vista Dio e l'anima fanno parte del medesimo ordine. La differenza essenziale, tuttavia, sta nel fatto che Dio è infinito in atto, mentre l'anima lo è in divenire... Come infinito in divenire, la creazione deve assumere lo stato della crescita» Cf J. Daniélou, Platonismo et Théologie mystique, Paris 1944, 317: «L'épectase». G. s’ispira all’Omelia sui Numeri (17,4) di Origene.

«È sempre notevole ciò che scopriamo di [Dio], la Natura beata, colma di bene. Tuttavia [il bene] che ci trascende è sempre molto più esteso di quanto abbiamo afferrato; questo vale in continuità per l'uomo che partecipa di Lui nell'intera estensione dei secoli. Chi partecipa, infatti, riceve beni sempre maggiori. Il puro di cuore, secondo la parola veritiera del Signore, vede Dio. Sempre, nella misura di quanto può contenerlo, altrettanto diventa capace di conoscerlo. Ciò nonostante, l'essenza infinita e inafferrabile della natura divina rimane superiore a ogni nostra comprensione. [...]. “Tu sei l’Altissimo in eterno, Signore!” (Sal 101,13). Il salmista, voleva dire, forse, che l'uomo che si affretta verso di te, per tutta l'estensione dei secoli, sempre cresce e sempre ascende, crescendo a misura della sublimità dei beni [ottenuti]» (B 1154 e 1156). 

Tuttavia, o Altissimo, rimani il medesimo in eterno e perciò sei sempre più sublime e più eccelso di quanto possano giungere gli uomini più elevati. Ritengo che l'apostolo Paolo intendesse insegnare queste cose quando ci parlava della natura divina ricca di qualità ineffabili, là dove parla di quel bene che nessun occhio mai vide, sebbene lo si possa contemplare sempre (non viene visto in tutta la sua vastità ma solo per quanto l'occhio è capace di riceverlo); di ciò che nessun orecchio mai udì, sebbene, limitatamente a quanto egli si comunichi, possa percepirne qualche suono, con la sua forza auditiva; di quel bene che mai entrò in cuore di uomo, sebbene l'uomo dal cuore puro lo contempli nella misura in cui lo può intravedere (cf 1 Cor 2,9)».

Il versetto (di 1 Cor 2,9) è stato molto amato e citato nella tradizione mistica. In realtà secondo l’attuale esegesi, Paolo intende parlare di quell’evento sorprendente che è stato la crocifissione del Messia. Molti autori mistici, invece, come anche G., lo leggeranno come un’anticipazione profetica delle loro esperienze spirituali particolari. G. stesso lo cita, in questo senso mistico, anche altrove: «Non è possibile svelare agli uomini quei beni che superano la percezione e la conoscenza umane. Né infatti occhio vide, né orecchio udì…».

Ciò che viene colto, di volta in volta, è sempre migliore di quanto era già stato afferrato. Ciò che viene cercato non ha limiti in sé. [Perciò] quanto è stato conseguito, diventa [soltanto] una tappa iniziale in vista d’una scoperta ben più estesa, riservata a quanti salgono. Di conseguenza, la persona che sta salendo, non desiste mai e ricomincia da capo senza posa, come neppure si esaurisce la sorgente di doni sempre più preziosi (B 1156). 

«Vieni dal Libano, o sposa, vieni dal Libano. Arriverai e passerai dal principio della fede, dal capo del Sanir e dell'Ermon, dalle tane dei leoni, dai monti dei leopardi».

(Ct 4,8). Lo Sposo rinnova l’invito all’amata di recarsi da Lui. Ormai la giovane non è più soltanto una fidanzata ma una vera sposa (ouketi mneste alla nymphe) (B 1160). Di nuovo compare il tema della crescita perenne nel bene. In questo passo tale disponibilità non sorge dalla bontà originaria della Sposa ma dalla continua chiamata del suo Amato che la cerca senza dimenticarsi mai di lei; ha cominciato ad invitarla a partire dal battesimo. 

«Che cosa scorgiamo in questo invito? La Fonte del bene attira sempre a sé gli assetati, come dichiara nel testo evangelico la Sorgente: “Chi ha sete venga a me e beva” (Gv 7,37). Con questa esortazione [Cristo] non pone limiti alla sete, né allo slancio verso di lui né al ristoro dell'appagamento. Al contrario, la forza persuasiva del suo comando lo rende duraturo, stimola la sete, ci spinge a bere e a desiderarlo. Quelli che hanno già assaporato apprendendo per esperienza la bontà del Signore, sentono che il loro gusto li stimola a una partecipazione più intensa. Continua a echeggiare, all'interno dell'uomo che sta ascendendo, questo invito che gli è stato rivolto e lo attrae di continuo a una tappa ulteriore. Ricordiamo l'esortazione del Verbo indirizzata alla sposa; l'abbiamo ritrovata più volte anche nei dialoghi precedenti: Vieni mia vicina!» (B 1158). 

«Vieni dal Libano, sposa! È come se le dicesse: Finora mi hai seguito molto bene, sei salita con me sul monte della mirra (fosti sepolta con me nella morte mediante il battesimo), sei salita con me sul monte dell'incenso (sei veramente risorta con me e sei stata innalzata alla partecipazione della vita divina, come viene significato dal termine incenso). Elevati ancora verso di me! Da queste, slanciati verso altre vette e continua a progredire e a salire mediante una conoscenza viva; vieni, dunque, al monte del Libano, perché non sei più una fidanzata ma una sposa. Non è possibile che qualcuno possa condividere la mia vita senza passare prima attraverso la morte (la mirra) allo scopo di giungere alla deificazione (l'incenso). Se sei pervenuta a tale altezza non venir meno nel tuo slancio come se ormai, a questo punto, avessi raggiunto il traguardo […]. Partendo da questo principio che è la fede, ti muoverai e passerai oltre; in altri termini: anche tu arriverai fin qui e, ritornandovi ancora, in un movimento senza sosta, non terminerai mai il tuo viaggio» (B 1160). 

Il testo si presenta così: “Arriverai e passerai, dal principio della fede, dal capo di Sanir e dell'Ermon”. In questo preannunzio viene presagito il mistero della rinascita dall'alto. Si dice, infatti, che scaturiscano da questo luogo le sorgenti del Giordano, sovrastate da un monte diviso in due vette, alle quali sono stati assegnati i nomi di Sanir e dell'Ermon. Il corso d’acqua scaturito da queste sorgenti divenne per noi il principio della nostra trasformazione nella vita divina e, a motivo di questo, ella ascolta il Signore che la chiama a sé dicendole: Vieni dal Libano, dal principio della fede e dalla vetta di questi monti da dove sono sgorgate per te le sorgenti del mistero. In modo opportuno menziona, poi, i leoni e i leopardi: il richiamo del pericolo trascorso rende più dolce il godimento dei piaceri. L'uomo, avendo deposto un tempo l'immagine divina, abbrutì a causa delle sue malvage inclinazioni e assomigliò al leone e al leopardo. […] Ma, in seguito, per mezzo del lavacro del Giordano, per mezzo della mirra e dell'incenso, l'uomo venne elevato a tale altezza da poter spaziare con Dio nelle regioni celesti. Ecco perché il testo biblico intensifica la letizia dei piaceri presenti ricordando, in controluce, la situazione dolorosa di un tempo, richiamando in quali condizioni si trovava l'anima, prima dell'esperienza dell'incenso e del principio della fede, e prima dei misteri che noi abbiamo conosciuto al Giordano» (B 1162.1164). 

Tu hai incoraggiato il nostro cuore, sorella nostra sposa

La Sposa/Chiesa, avendo ottenuto una bellezza stupenda, suscita l’ammirazione degli angeli poiché ormai è simile a loro. Il dominio delle passioni la rende congenere degli spiriti celesti, ed ha raggiunto questo obiettivo mentre è carne (B 1168). 

Gli angeli, stupiti, si sentono toccati in profondità. Per esprimere questo loro sentimento, G. usa il verbo kardioo, ossia essere feriti nel cuore ma, in questo caso, in senso postivo: hai posto in noi il cuore (B 1168), ci hai incoraggiato, ci hai reso ancora più convinti. 

«La voce del Verbo è sempre una parola potente. L’abbiamo visto all'inizio, nell'evento della creazione, quando brillò la luce a un suo comando e quando con un suo ordine imperioso venne posto il firmamento; ogni altra creatura venne condotta all'essere in modo simile, grazie alla sua parola creatrice. Allo stesso modo anche ora, non appena il Verbo ha dato all'anima l'ordine di avvicinarsi a lui migliorando la sua condotta, rafforzata da questo comando, ella diventa così come lo sposo la vuole; assomigliando di più alla natura divina, e tornando a operare il bene, è migliorata. E passata da quella gloria in cui si trovava a una gloria ancora più fulgida. Ella suscita meraviglia al coro degli angeli che stanno presso lo sposo, fino a farli uscire tutti insieme, dolcemente, in un grido stupito: Tu hai incoraggiato il nostro cuore, sorella nostra sposa. L'impronta della libertà dalle passioni brilla allo stesso modo in lei e negli angeli; rende familiare e sorella degli esseri spirituali colei che ha acquisito l'impassibilità pur essendo carne. Per questo le dicono: Tu hai incoraggiato il nostro cuore, sorella nostra sposa; ti puoi vantare a ragione di ogni titolo che ti attribuiamo; sei nostra sorella perché, avendo conseguito la libertà dalle passioni, sei diventata quello che noi siamo; sei sposa per la tua relazione con il Verbo» (B 1166 e 1168). 

Un pensiero, a mio parere stupendo, che G. stesso definisce audace (tolmeron B 1172): gli angeli per comprendere Dio venerarlo nel modo dovuto, devono volgere il loro sguardo sulla terra e considerare le opere paradossali che Dio ha compiuto a favore degli uomini, grazie all’Incarnazione del Verbo. Dio è manifestato più grande nell’operare la salvezza che nel creare l’universo. Il suo capolavolo è la costituzione della Chiesa sulla quale si riflette la bellezza del suo Sposo: 

«In un passo delle sue lettere, in quella inviata agli Efesini, quando annuncia il grande progetto di misericordia realizzato grazie alla manifestazione di Dio nella nostra carne, egli dichiara che non soltanto gli uomini al compiersi di questi eventi di misericordia hanno appreso i misteri divini, ma che anche i principati e le potenze celesti, mediante il progetto di salvezza compiuto in Cristo, hanno conosciuto la multiforme sapienza di Dio apparsa tra gli uomini» (B 1168). 

Veramente per mezzo della Chiesa, viene fatta conoscere alle potenze celesti la multiforme sapienza di Dio che ha compiuto opere grandiose in prodigi contrastanti: la vita rifiorì dalla morte, la giustizia dal peccato, la benedizione scaturì dalla maledizione, la gloria dall'ignominia e la forza dalla debolezza; infatti negli altri periodi storici precedenti a questo, le potenze celesti conobbero soltanto quell'attività della sapienza di Dio semplice e uniforme che opera meraviglie in modo conforme al suo essere (Dio, essendo potente, portava a compimento ogni creatura con autorità, con il solo atto di volontà, dando esistenza agli esseri e li creava molto buoni perché li faceva scaturire dalla sorgente del bene). Ma ora queste potenze celesti vengono a conoscere chiaramente, grazie al ministero della Chiesa, che la sapienza divina è multiforme; così essa appare in seguito all'unione di realtà tra loro contrastanti: il Verbo diventa carne, la vita si unisce alla morte, la sua ferita risana la nostra piaga, la debolezza della croce sconfìgge la potenza dell'avversario, l'invisibile si manifesta nella carne e a riscattare i prigionieri è proprio colui che fa da compratore ma che da anche se stesso come prezzo del riscatto (si consegna alla morte per la nostra redenzione); egli viene consegnato alla morte ma non si separa dalla vita, vive come un servo e continua a regnare. Tutte queste grandi opere della sapienza, così mirabili, sono multiformi e non semplici. Se non è troppo audace affermarlo, forse anch'essi si meravigliano di poter vedere la bellezza dello sposo, invisibile e inaccessibile a tutte le creature, riflessa nello splendore della sposa. Il Signore, che non è stato visto da alcun uomo, come insegna Giovanni (Gv 1,18) e mai potrà essere contemplato da alcuno, come dichiara Paolo (1 Tm 6,16), ha creato la Chiesa come suo corpo e continua a edificare se stesso nell'amore, aggregando ad essa altri salvati finché giungano tutti all'uomo perfetto secondo la misura della pienezza del Cristo (Ef 4,12-16). La Chiesa è il corpo di Cristo; egli è la testa di questo corpo e imprime nella fisionomia della Chiesa il suo proprio aspetto. Forse, a motivo di questo, gli amici dello sposo, nell'ammirarla, rimangono estasiati per il fatto che in lei vedono l'invisibile più chiaramente. Gli uomini, non potendo fissare il sole direttamente, lo contemplano riflesso nell'acqua. In modo analogo anche gli angeli ammirano il Sole di giustizia così come appare nello specchio terso della Chiesa e lo conoscono in questo segno» (B 1170.1172). 

  1. Sintesi

G. celebra l’inconprensibilità e infinità di Dio. L’uomo può conoscerlo e comunicare con Lui perché Egli, nella sua bontà, ha voluto rivelarsi a lui ma, mentre lo conosce, non può né afferrarne l’essenza mediante il concetto, né comprendere appieno le ragioni della sua provvidenza. Tuttavia l’inafferrabilità della conoscenza di Lui, non deve essere avvertita dall’uomo come uno smacco o un’umiliazione ma come un’opportunità, perché egli può crescere di continuo nella ricerca e, a sua volta, dilatarsi all’infinito per grazia. Il concetto dell’infinità di Dio si unisce, quindi, a quello della crescita permanente possibile all’uomo (epektasis). Tale disponibilità non sorge dalla bontà originaria della Sposa ma dalla continua chiamata del suo Amato che la cerca senza dimenticarsi mai di lei. Dopo aver infuso il desiderio del bene nell’atto stesso della creazione, ha cominciato ad invitarla a partire dal battesimo. 

La Sposa/Chiesa, avendo ottenuto una bellezza stupenda, suscita l’ammirazione degli angeli poiché ormai è simile a loro. Il dominio delle passioni la rende congenere degli spiriti celesti, ed ha raggiunto questo obiettivo mentre è carne. 

Gli angeli, stupiti, si sentono toccati in profondità. Per esprimere questo loro sentimento, G. usa il verbo kardioo, ossia essere feriti nel cuore ma, in questo caso, in senso postivo: hai posto in noi il cuore ci hai incoraggiato, ci hai reso ancora più convinti. Gli angeli per comprendere Dio venerarlo nel modo dovuto, devono volgere il loro sguardo sulla terra e considerare le opere paradossali che Dio ha compiuto a favore degli uomini, grazie all’Incarnazione del Verbo. Dio è manifestato più grande nell’operare la salvezza che nel creare l’universo. Il suo capolavolo è la costituzione della Chiesa sulla quale si riflette la bellezza del suo Sposo. 



  1. OMELIA IX

Quanto sono diventate belle le tue mammelle, sorella, mia sposa: sono migliori del vino

(Ct 4,10). Nel testo ebraico si parla di tenerezze, anziché mammelle: «Quanto sono dolci le tue tenerezze (dodayich)! Quanto più deliziose del vino» (tr. Mazzinghi). «Quanto è soave il tuo amore, quanto pià inebriante del vino» (tr. CEI 2008). 

«Esaminando il contenuto di queste parole, m’accorgo che non si tratta di un elogio di poco conto, quello rivolto dal Verbo alla sposa, dal momento che la chiama col titolo di [sorella].  Lo sposo espone i motivi per i quali è diventata sempre più bella. Non si è resa più avvenente solamente per aver attinto alla fonte dei buoni insegnamenti, chiamata mammella in senso spirituale, ma per essere diventata, in primo luogo, sorella del Signore compiendo il bene. Inoltre ha rinnovato la sua verginità, rinascendo dall'alto. Solo allora ha potuto fidanzarsi e poi maritarsi con chi l’ha conformata a  sé (B 1182-1184). 

[Il Verbo] che l'ha considerata quale sorella e sposa, ora spiega come mai le sue mammelle abbiano conseguito un miglioramento tanto considerevole. Da esse non scaturisce più latte, il cibo adatto alle persone semplici, ancora bambine nella fede (1 Cor 3,1-2), ma fluisce dell'ottimo vino che rallegra le persone divenute perfette. Il versetto proposto contiene una specie di dialogo amoroso, simile a quello che viene intrecciato tra due innamorati quando l'uno contraccambia all'altro un sentimento appassionato, in risposta a quello ricevuto. Lo sposo accoglie la Chiesa con espressioni analoghe, ma quest'ultima già l'aveva preceduto e ne aveva celebrato la bellezza fin dai primi versetti del libro. Dall'inizio, dalle prime parole pronunciate, quando chiese che il Verbo uscisse dalla bocca divina e si avvicinasse alla sua — a tanto mirava l'immagine del bacio — confessò che il motivo di un desiderio così intenso consisteva nel fatto che le mammelle dello sposo erano migliori del vino, a ragione della loro fecondità e valevano più di qualsiasi profumo di aromi e di unguenti. Aveva detto infatti: “Le tue mammelle sono migliori del vino e il profumo dei tuoi unguenti superiori a qualsiasi aroma” (Ct 1,2-3)» (B 1184). 

«Dio si manifesta a noi nel modo con cui noi ci offriamo a lui liberamente. David attesta in un salmo che il Signore è buono con i buoni (Sal 17,26), mentre un profeta, parlando a uomini che vivevano come animali, dice che egli sarà come un orso e un leopardo (Os 13,7-8). Così dicendo, precorre il racconto del Vangelo, là dove il tono della sentenza del Re viene percepito in un certo modo dagli uomini che stanno alla destra e in un altro ancora da quelli che si trovano alla sinistra; è per gli uni dolce e soave, per gli altri è spaventoso e triste, conformandosi alla libera scelta di chi entra in giudizio (Mt 25,34-46). Ora risulta vantaggioso alla sposa il dono offertole dal Verbo. Egli le ricambia l'elogio usando espressioni simili a quelle già trovate da lei per celebrarne la bellezza» (B 1186). 

II profumo dei tuoi unguenti è migliore di qualsiasi aroma

(Ct 4,10). «Abbiamo colto questo [particolare]: tutte quelle cose buone che emanano buon odore, in tutte [le pagine della Sacra Scrittura], dal testo stesso vengono denominate profumi. Ad esempio: “Noè offrì a Dio il sacrificio e il Signore ne odorò la soave fragranza” (Gen 8,21). Allora i sacrifìci offerti a Dio sono profumi. […] Quando sentiamo annunciare [nel testo] che il l’unguento della sposa è gradito all'olfatto più di tutti gli altri prufumi, apprendiamo allora che il mistero della verità, giunto a compimento con l'annuncio del vangelo, è il solo gradito a Dio, preferibile a tutti gli altri profumi predisposti dalla Legge. Non viene più nascosto nell'immagine tipologica o nell'ombra prefìguratrice ma emana la sua fragranza nella manifestazione della verità (B 1188). 

Anche se il Signore gradì come profumo soave qualcuno degli aromi offerti in precedenza, questi furono degni di essere accolti grazie alla persona del Verbo prefigurata in quei gesti, non certo per il loro significato immediato e materiale. Questo appare chiaramente nell'insegnamento convinto del salmista: “Non prenderò giovenchi dalla tua casa, ne capri dai tuoi recinti... Mangerò forse la carne dei tori, berrò forse il sangue dei capri?” (Sal 50, 9.13). Ciò nonostante, in antico, per lungo tempo e molte volte, furono offerti sacrifici di animali. Sebbene sia avvenuto questo, era un'altra l'offerta che ti veniva richiesta, per mezzo di quelle figure: devi immolare le passioni dentro di te. “Uno spirito contrito è sacrifìcio a Dio, un cuore affranto e umiliato, Dio, tu non disprezzi” (Sal 51,19). In questo consiste il nostro sacrifìcio di lode ed esso glorifica chi espande un simile profumo. Seguendo l'insegnamento di Paolo, il buon odore di Cristo, l'anima impregnata di profumo spirituale espande un odore più gradevole di tutti gli aromi di cui parla la Legge, in senso tipologico; lei stessa è diventata un unguento sacerdotale e un sacrificio di comunione grazie alla vita che conduce ed espande un buon odore per l'abbondanza e la composizione di molteplici virtù. La sua vita è risultata gradevole all'odorato dello sposo, come profumo soave. Veramente la percezione divina — come viene chiamata da Salomone —ai profumi materiali della Legge, preferisce il profumo spirituale e puro ottenuto con la virtù: iI profumo dei tuoi unguenti è migliore di ogni aroma» (B 1190.1192). 

Le tue labbra stillano miele, o sposa, miele e latte stanno sotto la tua lingua

(Ct 4,11). Nel testo ebraico troviamo: và dalla formica o pigro, guarda le sue abitudini e diventa saggio (Pr 6,6), ma G. cita un versetto aggiunto nella LXX, dove l’insetto da imitare è, invece, l’ape. Essa simboleggia l’uomo sapiente che trae il nettare della dottrina dai vari passi biblici e dagli insegnamenti degli uomini virtuosi e può porgere il frutto della sua fatica adattandolo alle esigenze delle varie persone. 

Un ragionamento analogo appare in Teodoreto di Cirro: «Indica i maestri della Chiesa che impartiscono il pio insegnamento, quasi recassero sulle labbra favi d’api e stillassero gocce di miele. E non hanno solo il miele, ma anche latte e somministrano a ciascuno il nutrimento adeguato, quello adatto ai fanciulli e quello che conviene agli adulti», Commento al Cantico dei Cantici, III, 4,11, Città Nuova, Roma 2010, p. 125. Paolino narra che Ambrogio, da bambino, fu circondato da uno sciame d’api e spiega: «Quello sciame d’api ci avrebbero generato i favi dei suoi scritti…», Vita di Ambrogio, 3, Città Nuova. Roma 1997 p. 71.

«Il libro dei Proverbi ordina al discepolo della sapienza di recarsi dall'ape […] e comanda agli amanti della saggezza: “Và dall'ape e osserva quanto essa sia operosa (e compra il suo prodotto, così famoso, ricercato da re e da privati per ottenere la guarigione” (Pr 6, 8a-8b LXX). […] II libro dei Proverbi esorta il discepolo a non allontanarsi da alcun buon insegnamento e di volteggiare, invece, sul prato della dottrine ispirate, scegliendo da ogni fiore qualcosa che sia utile all’acqisto della sapienza, per costruire per sé un favo e riporlo infine nel cuore, come in un alveare, opera solerte delle api. Costruirà nella memoria, ben ordinati, depositi di svariati insegnamenti, come le cellette di un favo. Imitando quell'ape sapiente che possiede un favo dolce e un pungiglione innocuo, trafficherà senza posa il suo insigne prodotto, le sue virtù (B 1192). 

Traffica davvero chi scambia le fatiche del tempo presente coi beni eterni e distribuisce ai re e ai privati i frutti delle sue fatiche per salvare le loro anime. Un tale anima diventerà gradita allo sposo, degna di gloria al cospetto degli angeli, mentre manifesta pienamente la sua forza, pur nella debolezza, grazie al valore della sapienza. Quel che si racconta di quell'ape saggia è un esempio di dedizione e di diligenza e poiché i doni spirituali, nella loro molteplice varietà, vengono assegnati alle persone che si sono affaticate in proporzione al loro impegno, per questo egli dice alla sposa: II tuo cuore è diventato pieno del miele di ogni scienza, perciò puoi estrarre dal tesoro del tuo intimo le gocce soavi dell'istruzione, così che le tue parole siano miele mescolate col latte. “Le tue labbra stillano miele, o sposa, miele e latte stanno sotto la tua lingua”. Tu sei pronta a parlare. Non rivolgi agli ascoltatori il medesimo discorso istruttivo ma adatti quest'ultimo alla capacità di chi lo riceve, tanto da renderti utile ai perfetti come ai semplici. I perfetti ricevono il miele, i semplici il latte. 

Paolo si comportava in questa maniera; nutriva i neonati con discorsi semplici ma parlava con sapienza ai perfetti rivelando il mistero nascosto da sempre, incomprensibile al mondo e alle sue potenze (1 Cor 2,6-8). Questo mirabile prodotto, il miele col latte, giace sotto la lingua della sposa: sono i discorsi tenuti in serbo per il momento opportuno. Chi sa come bisogna rispondere a ciascuno, poiché conserva sotto la lingua la capacità di offrire una parola adatta, dona, in modo conveniente, ad ogni suo uditore, quel che gli è utile» (B 1194.1196). 

L'odore delle tue vesti è come profumo d'incenso

(Ct 4,11). Il traguardo della vita virtuosa sta nel raggiungere la somiglianza con Dio (B 1196). Acquisire le virtù è come tessere per sé la veste dell’immortalità. La tunica realizzata profuma d’incenso, l’odore che simboleggia la divinità, perché le virtù umane imitano il modo d’essere di Dio. 

«Il versetto contiene una vera filosofia poiché fa sapere agli uomini il traguardo a cui mira la vita virtuosa. Il fine della vita retta è la somiglianza con il divino. Per raggiungere uno scopo così grande i giusti si sforzano con impegno di purificare l'anima e di separarsi da ogni attaccamento passionale fino a ottenere in se stessi, mediante un nobile comportamento, qualche qualità propria della natura sovraeminente. La vita virtuosa non è uniforme e ripetitiva ma assomiglia, piuttosto al lavoro di preparazione dei tessuti. Chi esercita la tessitura fabbrica un vestito intrecciando molti fili, alcuni posti in verticale e altri invece in orizzontale. Bisogna fare altrettanto per raggiungere la rettitudine: è necessario mettere insieme diverse qualità, grazie alle quali risplende una nobile vita. 

Il divino apostolo enumera questi fili coi quali si compie la tessitura delle opere buone e parla dell'amore, della gioia, della pace, della pazienza, della benevolenza e di tutte le altre qualità simili a queste con le quali si adorna l'uomo che si riveste dell'immortalità celeste, dopo aver deposta la vita terrestre e mortale (B 1196). 

Infine appreza l’ornato della veste della sposa, e lo paragona all’incenso per il suo profumo. Sebbene, in precedenza, avesse detto di preferire a tutti i profumi quello dell'unguento della sposa, tanto da dare l'idea di ritenere impossibile un confronto (era stata dichiarata superiore a qualsiasi aroma), ora viene paragonata a un solo profumo e il Verbo le dichiara: “l'odore delle tue vesti è come profumo d'incenso”. Il fumo dell'incenso compare nel culto divino, perciò l'anima che era stata valutata superiore a tutti i profumi viene anche giudicata degna di essere paragonata a questa essenza, la sola che viene offerta a Dio e allora diventa chiaro il significato di un'immagine tanto solenne: o sposa, la ricchezza delle tue virtù imita la beatitudine divina, poiché sei diventata simile alla natura inaccessibile mediante la tua purezza e la tua libertà dalle passioni. Il profumo delle tue vesti, infatti, è così intenso da poter essere comparato all’incenso offerto per il culto divino» (B 1198).

Sei sorgente da giardino e pozzo di acqua viva, scorrente dal Libano

(Ct 4,12). G. approfondisce il tema della deificazione dell’uomo, già proposto in precedenza nella metafora della veste profumata d’incenso. Ora la Sposa/Chiesa è diventata così simile al Signore da essere paragonata ad una sorgente d’acqua viva, un titolo proprio di Dio. Non azzarda, però, ad affermare un annullamento della differenza tra Dio e l’uomo, tra l’increato e la creatura, tra l’infinito e il finito. «Secondo Gregorio, è di grande importanza che la somiglianza dell’uomo con Dio non sia intesa come identità dell’anima con Dio» (A. Nygren, Eros e Agape, EDB. Bologna 1990, p. 439). 

La Sposa appare una sorgente d’acua perché porta in sé il Signore che la rende sempre più simile a lui. Un passo de De Perfectione espone con più precisione il senso di questa metafora: «Chi avrà attinto da lui [da Cristo] le sue qualità, come da una fonte pura e incorruttibile, mostrerà di possedere in se stesso, nei confronti del modello, la stessa somiglianza che esiste tra la semplice acqua e l'acqua che sgorga dalla fonte e che da essa si riversa nell'anfora. La purezza di Cristo e quella che si osserva in chi è partecipe di lui, sono per natura un'unica cosa, anche se il primo la fa scaturire, mentre chi ne è partecipe l'attinge, trasferendo nella propria vita la bellezza dei vari nomi [di Cristo]», De perfectione, GNO VIII/1 p. 212 (4-13). 

«Infine il Verbo innalza la sposa alla vetta più eccelsa e la magnifica nella lode, la chiama “pozzo di acqua viva, scorrente dal Libano”. La Scrittura attribuisce tali caratteristiche alla natura vivificante: il profeta, parlando a nome di Dio, dichiara: “Hanno abbandonato me, sorgente di acqua viva” (Ger 2,13). Anche il Signore stesso, conversando con la samaritana, afferma: “Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è che ti dice: Dammi da bere!, tu stessa gliene avresti chiesto ed egli ti avrebbe dato dell'acqua viva” (Gv 4,10) e in un altro passo: “Chi ha sete venga a me e beva; chi crede in me, come dice la il Scrittura, vedrà scaturire dal suo seno fiumi di acqua viva. Questo egli disse riferendosi allo Spirito che avrebbero ricevuto i credenti in lui” (Gv 7,37-39). Troviamo allora che ovunque per acqua viva si intende la natura divina e qui la testimonianza veritiera del testo dichiara che la sposa è un pozzo di acqua viva, il cui corso proviene dal Libano. Questo, tuttavia, è ancora più mirabile: mentre tutti i pozzi contengono l'acqua raccolta al modo delle cisterne, solo la sposa possiede in se stessa un’acqua che scorre e possiede la vena stessa del pozzo, la scaturigine del torrente. Chi potrebbe parlare degnamente delle meraviglie mostrate se non colui che è diventato simile a lei? Forse non può essere innalzata ancora di più avendo raggiunto in tutto la bellezza dell'archetipo: la fonte ha imitato accuratamente la Fonte, la vita ha imitato la Vita e l'acqua l'Acqua. Viva è la parola di Dio e vive anche l'anima che ha accolto la parola. Quell'acqua scaturisce da Dio come dichiara la Sorgente stessa: Da Dio sono uscita, da là provengo (Gv 8,42)» (B 1230.1232). 

  1. Sintesi

Il traguardo della vita virtuosa sta nel raggiungere la somiglianza con Dio (B 1196). Acquisire le virtù è come tessere per sé la veste dell’immortalità. La tunica realizzata profuma d’incenso, l’odore che simboleggia la divinità, perché le virtù umane imitano il modo d’essere di Dio. G. approfondisce il tema della deificazione dell’uomo, già proposto in precedenza nella metafora della veste profumata d’incenso. Ora la Sposa/Chiesa è diventata così simile al Signore da essere paragonata ad una sorgente d’acqua viva, un titolo proprio di Dio. Non azzarda, però, ad affermare un annullamento della differenza tra Dio e l’uomo, tra l’increato e la creatura, tra l’infinito e il finito. La Sposa appare una sorgente d’acua perché porta in sé il Signore che la rende sempre più simile a lui.