1. La cerchia dei discepoli
Tra gli abitanti di Israele che ascoltano Gesù e gli credono dobbiamo distinguere, in linea di principio, due gruppi.
Abbiamo anzitutto coloro che accolgono il messaggio di Gesù ma rimangono nel loro villaggio o nella loro città per attendervi il Regno di Dio. «Dove Gesù passa, lascia dei seguaci, che con le loro famiglie attendono il Regno e che accolgono lui e i suoi messaggeri; si trovano in tutto il paese, soprattutto in Galilea, ma anche in Giudea, per es. a Betania e nella Decapoli» (Mc 5,19s.). Così di Giuseppe di Arimatea, un membro autorevole del sinedrio, leggiamo che aspettava il Regno di Dio (Mc 15,43). Non lo faceva certamente a prescindere dal messaggio di Gesù. Deve aver apprezzato e rispettato Gesù, come mostra l'episodio del sepolcro (Mc 15,42-47). In questo contesto dobbiamo ricordare anche Zaccheo a Gerico, trasformato in un uomo nuovo dall'incontro con Gesù. Egli promette di dare in futuro la metà dei suoi beni ai poveri, e di restituire quattro volte tanto ciò che ha frodato; e Gesù parla della salvezza che è entrata «in questa casa», cioè in Zaccheo e nella sua famiglia (Lc 19,8s.). Ma l'esempio più bello di seguace «sedentario» di Gesù è Lazzaro, che abita a Betania (Gv 11,1). Egli viene chiamato discepolo e amico di Gesù (Gv 11,11).
Dai seguaci di questo tipo vanno invece distinti i «discepoli» in senso proprio. Il termine greco corrispondente (mathetes) dovrebbe essere tradotto propriamente in italiano con «allievi»; in questo modo apparirebbe subito evidente che — almeno per quanto riguarda la terminologia — sullo sfondo c'è il rapporto rabbinico maestro-allievo. Lo stesso vale del termine «seguire». Ogni volta che nel vangelo leggiamo che i discepoli «seguono» Gesù, la parola va intesa alla lettera: quando egli si spostava, essi camminavano alcuni passi dietro di lui, esattamente come gli allievi della Torà si muovevano dietro il loro rabbi, sempre a rispettosa distanza.
La cerchia dei discepoli che seguono Gesù è un gruppo ben circoscritto. Quando un sabato i discepoli strappano delle spighe, viene chiesto a Gesù: «Vedi, perché essi fanno di sabato quel che non è permesso?» (Mc 2,24). Agli occhi dei sorveglianti Gesù è dunque responsabile dei propri discepoli come ogni dottore della legge è responsabile dei propri allievi.
E tuttavia i discepoli di Gesù si distinguono sotto molti punti di vista da quelli dei rabbini. Non lo seguono perché vogliono imparare la Torà, ma perché hanno udito il messaggio di Gesù sulla vicinanza del Regno di Dio. E non sono loro a scegliersi il maestro, come fanno di solito gii allievi dei rabbini: è Gesù a chiamare loro (cfr. Lc 9,59). Li chiama a una sequela che esige da lóro la rinuncia al lavoro finora condotto e l'abbandono della famiglia (cfr. Mc 1,16-20). La durezza di questa richiesta appare in piena luce in un detto di Gesù, che originariamente doveva suonare così: «Chi non odia padre e madre non può essere mio discepolo. Chi non odia figlio e figlia non può essere mio discepolo».
Gesù esige quindi dai suoi discepoli il distacco deciso dalla famiglia: questo vuoi dire «odiare». Alla famiglia e ai legami finora coltivati subentra la comunione di vita con Gesù. Questa comunione di vita significa qualcosa di più che un essere-attorno-al-maestro, ascoltarlo e osservarlo, per imparare la Torà in base ai suoi insegnamenti e al suo stile di vita. La comunione di vita del discepolo con Gesù è comunione di destini. Essa arriva al punto che il discepolo dev'esser pronto a subire la stessa sorte di Gesù, se è il caso perfino la persecuzione o l'esecuzione capitale: «Chi non prende la sua croce e non mi segue non è degno di me» (Mt 10,38).
Malgrado queste esigenze radicali, non dobbiamo immaginarci la cerchia dei discepoli di Gesù come un gruppo molto ridotto. In ogni caso, è molto più ampia del gruppo dei Dodici. L'equivalenza tra cerchia dei discepoli e gruppo dei Dodici è una schematizzazione di Matteo. Conosciamo il nome di almeno tre persone che appartenevano alla cerchia dei discepoli di Gesù, ma non al gruppo dei Dodici: Cleofa (Le 24,18), Giuseppe Barsabba e Mattia (At 1,23). Sono pure conosciute nominalmente cinque donne che seguivano Gesù e lo assistevano con i loro beni: Maria di Magdala; Giovanna moglie di Cusa; Susanna; Maria madre di Giacomo e Salome (Lc 8,1-3; Mc 15,40s.). È dunque opportuno non ridurre troppo la cerchia dei discepoli di Gesù.
Ma molto più importante è l'interrogativo seguente: perché Gesù, oltre ai Dodici, ha chiamato dei discepoli? La risposta migliore ci viene data da Lc 10,2 (par. Mt 9,37s.): «La messe è molta ma gli operai sono pochi. Pregate dunque il padrone della messe perché mandi operai per la sua messe».
Il «padrone della messe» è ovviamente Dio. La messe è un'immagine biblica antichissima per esprimere il giudizio ma anche il tempo escatologico della salvezza. Raccogliere la messe significa riunificare Israele come popolo di Dio della fine dei tempi. Gli uomini che collaborano a questo movimento di raccolta, dice Gesù, non potranno mai essere sufficienti: infatti il tempo incalza come nei giorni del raccolto.
Lc 10,2 ci dice che la proclamazione del Regno di Dio e la riunificazione del popolo di Dio sono l'evento della fine dei tempi. È su questo sfondo che possiamo capire come mai Gesù abbia chiamato a collaborare non soltanto i Dodici ma anche altri discepoli. Costoro sono dunque, esattamente come i Dodici, anzitutto collaboratori al servizio del Regno di Dio e cooperatori nella riunificazione di Israele.
Quando però Israele nel suo insieme rifiuta il messaggio di Gesù, alla cerchia dei discepoli viene assegnata un'altra funzione. Essa riceve ora il compito di rappresentare a modo di segno ciò che propriamente sarebbe dovuto avvenire nell’insieme di Israele: dedizione completa all'evangelo del Regno di Dio, conversione radicale a un nuovo progetto di vita, unione in una comunità di fratelli e di sorelle. L'intenzione di Gesù è evidentemente che la cerchia dei discepoli non si chiuda nei confronti di Israele e soprattutto non si coalizzi contro Israele, ma resti aperta e costantemente orientata verso tutto Israele.
La cerchia dei discepoli non costituisce dunque una nuova comunità all'infuori dell'antico popolo di Dio, una comunità che Gesù avrebbe convocata per sostituire Israele o per succedergli. Questo modo di vedere le cose sarebbe del tutto estraneo alla bibbia.
Sulla linea biblica sarebbe al più l'idea di un «santo resto» (cfr. 1Re 19,18; Is 10,20-22). Gesù ha forse inteso la comunità dei discepoli come il santo resto di Israele?
Oggi sappiamo che proprio questa idea era teologicamente di grande attualità ai tempi di Gesù. Gli esseni di Qumran interpretavano resistenza della loro comunità in mezzo a Israele sulla falsariga dell'idea del «resto»: erano convinti di essere il santo resto di Israele eletto da Dio; tutti gli altri giudei, che non appartenevano alla loro comunità e non si santificavano insieme con loro, erano considerati massa dannata. Gli esseni consideravano se stessi «figli della luce», tutti gli altri «figli delle tenebre».
Orbene, è certamente significativo che Gesù, per interpretare il proprio modo di agire nei confronti del popolo di Dio, non abbia ripreso l'idea di «resto» coniata da Isaia. Egli continua a rivolgere il suo appello a tutto Israele. Pensare a un santo resto e a una comunità a parte all'interno di Israele per interpretare la cerchia dei Dodici è fuori luogo; basti pensare che Gesù non presenta mai l'appartenenza alla cerchia dei suoi discepoli come condizione per entrare nel Regno di Dio. Ma egli fa della sequela il presupposto generale della salvezza. Perciò non è lecito intendere la comunità dei discepoli di Gesù sul modello di Qumran. La comumtà dei discepoli di Gesù può essere capita soltanto nel suo rapporto e nella sua funzione di segno nei confronti dell’insìeme di Israele. Essa deve prefigurare il popolo di Dio della fine dei tempi: è questo l'interesse di Gesù. Deve rappresentare a modo di segno ciò che Israele dovrà diventare. Deve iniziare già ora resistenza escatologica di Israele.

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