L’uomo e il lavoro
1. La fatica del lavoro e la fatica di vivere
Nella Bibbia non troviamo un discorso compiuto sul lavoro. Manca persino un termine specifico per significare il lavoro come noi oggi lo intendiamo. E tuttavia si parla molto dell'uomo che si affatica nel lavoro. La profonda e originale esperienza religiosa che Israele ha vissuto, non poteva non investire e trasformare anche questa profonda esperienza umana. E così le suggestioni per una comprensione del lavoro non mancano, e sono di un'efficacia esistenziale e religiosa che non è facile trovare altrove.
Israele ha conosciuto tutti i tipi di lavoro che erano comuni nel mondo antico. Molto diffuso, naturalmente, il lavoro agricolo. Nella Bibbia si parla con frequenza di contadini, falciatori e mietitori, vignaioli e allevatori. La vita urbana ha poi creato, e via via allargato, il lavoro artigianale: mugnai, panettieri, tessitori, barbieri, vasai, lavandai, carpentieri. Ad un livello più alto si collocano i mercanti e i vari funzionari dello Stato.
Oltre i molti mestieri, Israele ha conosciuto anche le diverse condizioni sociali del lavoro: il lavoratore proprietario che coltiva il suo campo o lavora nella sua bottega, il salariato, le molte forme di dipendenza e di sfruttamento (il lavoratore straniero, l'israelita indebitato, lo schiavo).
L'uomo biblico come ha vissuto la fatica del lavoro? Come ha saputo leggerla e interpretarla? Naturalmente non possiamo illustrare qui, ne sarebbe utile, tutte le reazioni dell'uomo biblico che vanno, come in ogni altra cultura, dalla gioia alla fatica, dal gusto alla noia, dall'esaltazione per le conquiste della tecnica alla paura di fronte alle minacce che queste stesse conquiste comportano.
Per la nostra lettura scegliamo, anzitutto, una prospettiva esistenziale, già di per sé carica di significato religioso: la fatica del lavoro come parabola della fatica di vivere.
1.1. Il vocabolario
Un primo punto di osservazione, che già può farci intravvedere la reazione fondamentale dell'uomo biblico, è il vocabolario. Non ci permette, ovviamente, di osservare l’intero panorama, ma è un ottimo punto di partenza.
Fra i diversi vocaboli ne scegliamo cinque, i più significativi: aboda (lavoro, servizio, lavoro duro e faticoso), mas (lavoro forzato), amai (fatica), jegia (fatica), issabon (fatica). È facile concludere che l'esperienza dominante è la fatica: il lavoro dell'uomo è duro e penoso. Più nascosto, ma non meno importante, un secondo rilievo: i termini elencati non servono unicamente per significare il lavoro in senso stretto, ma una gamma più vasta di attività e di situazioni. Aboda, per fare un esempio, non significa solo la fatica del lavoro, ma anche il servizio cultuale.
L'uomo biblico non vede il lavoro come una realtà a sé stante e isolabile (abbiamo già notato che manca perfino un termine specifico per indicarlo), ma come un'attività inserita nella più vasta gamma delle relazioni che delineano il quadro complessivo della vita (le relazioni con Dio, con gli altri uomini e con le cose).
1.2. Le tentazioni del lavoro
E così l'uomo biblico ha capito ben presto che il lavoro, come può generare benessere, così può facilmente trasformarsi in prepotenza e ingiustizia, e può perfino far dimenticare Dio. Israele ha sperimentato lucidamente tutte e tre gli aspetti negativi del mondo del lavoro. La prima è che spesso l'uomo non lavora per se stesso, per godere i frutti della sua fatica, ma per altri: operai privati di salario (Ger 22,13; cfr. Gc 5,4), contadini immiseriti dalla tasse (Am 5,11), faticosi lavori di corvée (2Sam 12,31; Sir 33,25-29), soprattutto (condizione mai dimenticata) il lavoro da schiavi in Egitto (Es 1,11-14; 2,23).
Il secondo aspetto negativo è che il lavoro può generare ingiustizia, dominio, arroganza. L'origine e la radice di questo stravolgimento del lavoro è sempre l'idolatria. In una pagina antica (Gen 4,17-22) si racconta che i discendenti di Caino progredirono nel lavoro e nella tecnica, ma parallelamente anche nell'orgoglio e nella violenza: «Caino... divenne costruttore di una città, che chiamò Enoch, dal nome del figlio...; Ada partorì Jabal, che fu il padre di quanti abitano sotto le tende presso il bestiame; suo fratello si chiamava Jubal e fu il padre di tutti i suonatori di cetra e di flauto; Ziila partorì Tubalkain, il fabbro, che fu il padre di quanti lavorano il rame e il ferro». Commenta L. Alonso Schokel: «L'uomo si costruisce città (homo politicus), lavora il ferro (homofaber) e costruisce strumenti musicali (homo ludens), ma tutto questo lo riempie di arroganza e lo trasforma in un essere violento: "Ho ucciso un uomo per una mia scalfittura e un ragazzo per un mio livido!"».
L'orgoglio del lavoro non solo conduce alla violenza e al-l'ingiustizia, ma anche alla dimenticanza di Dio, come avviene quando l'uomo attribuisce a se stesso ciò che invece è dono. Si legge nel Deuteronomio (8,11-18): «Guardati dal dire nel tuo cuore: la mia forza e la robustezza della mia mano mi hanno procurato questo benessere. Ricordati del Signore tuo Dio, poiché Lui ti ha dato la forza di procurarti tale benessere».
1.3. La parabola della vita
Più profondamente, infine, l'uomo biblico ha capito che il lavoro - quasi parabola di tutto l'agitarsi dell'uomo sulla terra - è una fatica spesso delusa, uno sforzo perennemente incompiuto. Nessuno ha approfondito questo tema meglio del saggio e disincantato Qohelet, che inizia la sua inchiesta alla rovescia, prima la risposta e poi l'interrogativo: «Vanità delle vanità, dice Qohelet, vanità delle vanità: tutto è vanità. Che senso ha tutta la. fatica dell'uomo sulla terra?» (1,1-3). La parola vanità è molto forte: significa inconsistenza, nullità, vuoto e non senso. Qohelet non sta pensando al profìtto del lavoro, ma al senso. Il lavoro può avere un suo risultato, e Qohelet lo riconosce ampiamente, ma mai tale da dare un senso alla vita. Proprio per questa sua incapacità di soddisfare pienamente l'uomo, la fatica del lavoro diventa una parabola dell'intera esistenza: un'esistenza incompiuta e, alla fine, senza senso. Così è l'agitarsi dell'uomo sotto il sole. Fatica sempre incompiuta, il lavoro diventa lo specchio della verità dell'uomo. Il lavoro non è il senso della vita. L'uomo non è fatto per il lavoro, ma per qualcosa che sta oltre. Concepire il lavoro e i suoi frutti come il tutto dell'uomo è idolatria. Idolatra è l'uomo che cerca la spiegazione in se stesso, nelle sue opere, anziché in Dio e nel suo dono. Perennemente insoddisfatto, l'uomo cade nell'esasperazione del lavoro («II suo cuore non riposa nemmeno di notte», dice Qohelet) e, fatalmente, nella schiavitù dell'accumulo (cercando un'illusione di pienezza nella quantità delle cose: cfr. Mt 6,24-34), che definitivamente lo spoglia della gioia di vivere. L'uomo deve invece sapere che la pienezza che va cercando non sarà mai una conquista sua, ma un gratuito dono di Dio.
L'acuta percezione dell'incompiutezza della fatica non ha però impedito all'uomo biblico, uomo profondamente sano e amante della vita, di sperimentare anche la gioia del lavoro (e la gioia di vivere). Le testimonianze sono numerosissime: la gioia del lavoro fecondo, del raccolto dei frutti, della benedizione di Dio che accompagna il lavoro (Sal 128,1-3;Es 34,22; Lv 23,9 ss.; Nm 28,26 ss.; Dt 16,9-15). Il Salmo 104 elenca fra le meraviglie del creato, dono di Dio, anche il lavoro dell'uomo: «Esce l'uomo per il suo lavoro, per la sua fatica fino alla sera». Ma si tratta di una meraviglia che nasce da un'altra meraviglia: lo stupore per la grandezza di Dio («Signore, mio Dio, quanto sei grande!») e per la generosità dei suoi doni (il vino, l'olio e il pane sono dono di Dio, non semplicemente frutto della fatica dell'uomo: v. 15).
1.4. Dentro la contraddizione dell'esistenza
Le cose sin qui dette non costituiscono ancora una vera e propria riflessione teologica. Sono spunti esistenziali e religiosi di rara efficacia, ma non ancora propriamente teologici. Una riflessione teologica già robusta compare nei primi tre capitoli del libro della Genesi.
Possiamo considerare gli spunti presenti nei capitoli 2-3 della Genesi come la più antica teologia del lavoro. Dobbiamo, dunque, prendere nuovamente in esame i capitoli sulla creazione e sull'uomo e la donna. È necessario farlo, anche se con inevitabili ripetizioni, forse però non del tutto inutili. Queste pagine non sono una riflessione astratta, teorica, sul lavoro, ma un'interpretazione attenta dell'esperienza quotidiana del lavoro, alla luce della fede. Non si interrogano anzitutto sul lavoro, ma sull'esistenza.
Ma proprio in questo contesto in cui ci si interroga sul-l'ambivalenza della storia - amata da Dio eppure contraddittoria - le nostre pagine si interrogano anche sull'ambivalenza del lavoro. Come altre grandi realtà della vita, il lavoro ha un volto positivo e negativo, rivela il progetto di Dio e insieme lo nasconde. L'esperienza del lavoro fa parte di quel numero di esperienze fondamentali nelle quali l'uomo raggiunge il fondo dell'esistenza: da una parte il disegno di Dio, dall'altra la forza del peccato che lo contraddice.
Narrativamente le due facce del lavoro sono poste come un prima e un poi, ma nella realtà della vita l'uomo le sperimenta contemporaneamente.
Nel racconto di Genesi 2 l'uomo è posto nel giardino per «coltivarlo» e «custodirlo». Il narratore intende esplicitamente riferirsi al lavoro del contadino, ma indirettamente ciò che dice riguarda anche ogni altro lavoro. Il lavoro non viene dal peccato e non è un castigo: appartiene all'uomo prima del peccato (2,15).
Il lavoro dell'uomo è un dono di Dio. Ma è anche un comando, un compito che Dio ha assegnato all'uomo posto nel giardino. Israele lo sa molto bene, tanto che il dovere di lavorare è stato inserito nel decalogo: «Sei giorni faticherai e farai ogni lavoro» (Es 20,9; Dt 5,13). Si noti, però, come anche qui nel decalogo la fatica del lavoro - come ogni altro comando - è inserita nel quadro dell'alleanza (Es 20,2) e fa parte della risposta dell'uomo al suo Dio. Ma la risposta che sale dall'uomo a Dio è a vantaggio dell'uomo, non di Dio. Il lavoro è per l'uomo, non per gli dei come nel mito.
Genesi 2 ha delineato soltanto una faccia del lavoro, il progetto. L'altra è delineata in Genesi 3. La tradizione biblica racconta come il dramma si sia insediato nelle fibre più profonde dell'uomo e nei suoi rapporti essenziali, fra cui quello con il lavoro (3,17-19). La causa del dramma non va cercata fuori dall'uomo, nel progetto di Dio, e nemmeno nella costituzione dell'uomo, ma nella sua volontà di sottrarsi al comando divino. L'uomo ha voluto farsi arbitro del bene e del male, arrogandosi un diritto di Dio. Scardinata la relazione con Dio, si è scardinata anche la relazione dell'uomo con la terra. E così il lavoro è ormai irrimediabilmente segnato dalla fatica («mangerai il pane con il sudore della fronte») e, spesso, anche dalla sterilità (la terra «farà spuntare spine e cardi»).
Il peccato, che ha introdotto il disordine nel rapporto dell'uomo col mondo, è descritto ancora più chiaramente nel racconto della torre di Babele (Gen 11,1-9). E l'idolatria che rovina il lavoro, cioè il tentativo prometeico dell'uomo di costruirsi da solo e di fare come gli piace. Gli uomini di Babele vogliono costruire un'unità politica (una città), un'unità religiosa (una torre alta sino al cielo), una potenza (un nome) e un'unità culturale (una lingua). Ma tutto questo da soli, per volontà propria, al di fuori del progetto di Dio.
A conclusione di questa brevissima lettura dell'Antico Testamento, ripropongo un'immagine già considerata ma che ora possiamo comprendere con maggiore chiarezza: la fatica del lavoro è una parabola dell'esistenza2. Lo faccio rinviando al capitolo primo, là dove si parla del settimo giorno. Da una parte, il lavoro è un dono, in quanto esprime il dominio dell'uomo su una creazione che Dio ha fatto per lui; dall'altra, in quanto fatica sempre insoddisfatta, esprime il desiderio dell'uomo che non può rinchiudersi nel mondo e nei suoi prodotti, sempre in cerca di una pienezza che non sta nelle cose.
Da una parte, il lavoro è il segno della potenza dell'uomo, capace di dominare le cose; dall'altra, è il segno dell’insufficienza dell'uomo, incapace di trovarsi da solo un compimento. Il lavoro si muove pertanto all'interno della benedizione: l'uomo lavora sulla creazione che è dono, e quindi deve sentire gratitudine e rispetto; e attende una pienezza che non può darsi da solo, e quindi si muove nell'orizzonte della speranza. Il comando divino è di accogliere un dono.
2. Il significato cristiano del lavoro
Può forse sorprendere, ma il Nuovo Testamento sembra non aggiungere molto al discorso dell'Antico. Il suo discorso è per lo più indiretto e per cenni. Parla del lavoro in contesti che si preoccupano di altro.
I vocaboli più frequentemente usati sono due: ergon/ergazesthai (lavoro e lavorare, opera e operare) e kopos/kopiao (fatica e faticare). Non sono adoperati soltanto per designare il lavoro in senso stretto: in Paolo kopos significa anche la fatica apostolica; in Giovanni ergon designa anche l'opera della redenzione. Mai però, ci sembra, è assente l'aspetto della fatica.
2.1. Gesù e il lavoro
A fronte della constatazione che la predicazione neotestamentaria non si è particolarmente occupata del lavoro, sta però la sorprendente constatazione che Gesù di Nazareth ha passato gran parte della sua vita come un comune lavoratore (Me 6,3). Così pure i primi discepoli: pescatori chiamati alla sequela mentre attendevano al loro lavoro (Me 1,16-20). In Me 6,3 si legge: «Non è costui il carpentiere (tékton), il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Giuseppe, di Giuda e di Simone?». Tékton è il lavoratore del legno: in un piccolo villaggio come Nazareth, essere falegname significava, soprattutto, costruire e riparare piccoli attrezzi agricoli. Evidentemente i molti anni che il Figlio di Dio ha passato lavorando, non si possono considerare anni vuoti, bensì rivelatori e redentori, come saranno più tardi i pochi anni della vita pubblica. Basta questo a porre il lavoro dell'uomo in una luce nuova. L'Incarnazione ha lasciato - in apparenza - tutto come prima (ancora la fatica, l'incompiutezza, i pericoli del lavoro), ma in profondità ha tutto rinnovato. Il fatto che il Figlio abbia passato gran parte della sua vita in un lavoro umile e faticoso, mostra la sorprendente solidarietà di Dio nei nostri confronti. Il lavoro di Gesù è uno dei segni più chiari che il Figlio ha condiviso pienamente la nostra condizione di uomini. Ma possiamo anche rovesciare la prospettiva: lavorando, noi condividiamo - a nostra volta - resistenza di Gesù, solidarizziamo con la sua fatica e la sua redenzione. Così il lavoro di Gesù ci offre nel contempo una rivelazione e un'opportunità: rivela la solidarietà del Figlio di Dio con noi e ci indica il modo di solidarizzare con Lui.
2.2. Regno di Dio e lavoro
Se è vero che Gesù non ha speso molte parole per parlare del lavoro, è altrettanto vero, però, che ha desunto ampiamente dalla vita dei lavoratori le immagini per parlare del Regno di Dio: il lavoro del seminatore, la pazienza del contadino che attende il frutto, la fatica mai terminata del servo che dopo una giornata piena di lavoro deve ancora servire il padrone a tavola, la preoccupazione del pastore per le sue pecore, i braccianti chiamati a lavorare nella vigna. Non si tratta mai, come si vede, di un discorso sul lavoro. Anzi, tutte le immagini desunte dal mondo del lavoro servono per parlare d'altro. Ma sta proprio qui l'interesse: per Gesù l'esperienza del lavoro (fatto di fatica, sottomissione, preoccupazione, attesa, speranza) è una di quelle essenziali esperienze che permettono all'uomo, se sa leggerle, di aprirsi alla comprensione del Regno di Dio.
Questo, però, è solo un aspetto della stretta connessione fra Regno di Dio e lavoro dell'uomo. Se è vero che l'esperienza del lavoro umano serve a Gesù per aprire l'uomo alla comprensione del Regno, è ancora più vero - a rovescio - che la rivelazione del Regno diventa per il discepolo l'unico criterio per valutare il lavoro, cioè per scoprirne il senso e i rischi. Qui il discorso potrebbe farsi lungo. Ma ci accontentiamo di tre parole del Signore che ci sembrano particolarmente chiare e attuali.
«Non affannatevi dicendo: che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Oppure: di che cosa ci vestiremo? Tutte queste cose le ricercano i pagani... Cercate prima u regno di Dio e la sua giustizia» (Mt 6,31-33). Il lavoro, qualsiasi lavoro, deve sottomettersi al primato del Regno, non rinnegarlo ne oscurarlo, come avviene invece quando esso si trasforma m affanno (merimnan). Il lavoro si snatura non soltanto per Pavidità di possedere, e neppure soltanto per una cattiva gerarchla di valori (il vestito e il cibo prima del Regno), ma soprattutto per mancanza di fede. Ciò rovina il lavoro è la persuasione che tutto dipenda da noi. Di qui l'esasperazione del lavoro (che si trasforma in affanno) e l'ansia dell'accumulo («mammona»), segno inequivocabile di una ricerca deviata: si cerca sicurezza nelle cose anziché in Dio.
«Se qualcuno vuole essere mio discepolo, rinneghi se stesso, prenda ogni giorno la sua croce e mi segua» (Lc 9,23). In quel ogni giorno, che il confronto con Matteo (16,24) e Marco (8,34) rivela essere proprio di Luca, è difficile non vedere la fatica quotidiana del lavoro. La fatica del lavoro è luogo di sequela, è la normale condivisione della Croce di Cristo.
«Marta, Marta, tu ti preoccupi e ti agiti per troppe cose, ma una sola è la cosa necessaria» (Lc 10,41-42). C'è anche il pericolo, per la troppa premura verso l'ospite, per il troppo lavoro (anche per Cristo), di non trovare più lo spazio e la calma per l'ascolto della Parola. L'uomo non è nel mondo soltanto per produrre, e nemmeno solo per servire, ma per ascoltare e contemplare, cioè per trovare le tracce di Dio e il senso di se stesso.
2.3. La serietà professionale del cristiano
Paolo pone il dovere del lavoro fra i compiti della vita cristiana. Rivolgendosi a cristiani dissipati e disimpegnati (forse distratti dal loro lavoro da una malintesa spiritualità che invitava a trascurare le «cose di questo mondo», o forse dispersi in mille cose con la scusa dell'apostolato!), Paolo raccomanda di «attendere ai propri affari e lavorare con le proprie mani» (ITs 4,11). Al primo posto, dunque, la serietà nel lavoro, la serietà professionale. Che è il segno della serietà della vita.
Nella seconda lettera ai Tessalonicesi Paolo ritorna sul-l'argomento, formulando addirittura una specie di regola generale: «Chi non lavora non deve neppure mangiare» (3,10). Ma non è tutto: per Paolo il lavoro è anche la via ordinaria per praticare la grande legge cristiana della carità. Non a caso già in ITs 4,9-12 il precetto della carità e quello del lavoro sono accostati. Il legame fra lavoro e carità è, poi, implicitamente affermato in 1 Ts 5,13. E in Efesini 4,28 è del tutto esplicito: «Ognuno lavori con le proprie mani, per farne parte a chi si trova in necessità».
2.4. Paolo e il suo lavoro
Come ogni giudeo, Paolo ha imparato fin da ragazzo un lavoro manuale, continuando poi ad esercitarlo anche durante la sua fatica missionaria: «Non abbiamo vissuto oziosamente tra voi, ne abbiamo mangiato gratuitamente il pane di alcuno, ma abbiamo lavorato con fatica e sforzo notte e giorno per non essere di peso ad alcuno» (2 Ts 3,7-8). Di questo suo lavoro Paolo parla anche ai fedeli di Corinto (1 Cor 4,12), e persino il suo biografo Luca ne fa menzione in due passi (At 18,3; 20,34). Perché tanta importanza? Quale significato 'cristiano' Paolo ha attribuito al suo lavoro?
Sono rintracciabili, ci sembra, tre motivazioni, le prime due sicure, mentre la terza è solo una ragionevole supposizione.
Anzitutto, Paolo continua a vivere del proprio lavoro per rendere più credibile il vangelo che annuncia. Non vuole essere in alcun modo confuso con i molti retori, propagatori di religioni e ciarlatani che pullulavano nel mondo greco e tenevano le loro lezioni a pagamento. Paolo desidera che il suo disinteresse sia chiaro a tutti: lui predica unicamente per amore di Cristo, non per un proprio vantaggio, neppure indiretto (cfr. 2Cor 9,16-18).
La seconda ragione è la carità, come Paolo stesso ha raccomandato ai cristiani di Tessalonica e di Efeso, e come Luca riporta nel discorso ai presbiteri di Efeso: «In tutte le maniere vi ho dimostrato che lavorando così si debbono soccorrere i deboli, ricordandoci delle parole del Signore Gesù che disse: vi è più gioia nel dare che nel ricevere» (At 20,35).
Una terza ragione possibile è il desiderio di Paolo di condividere la condizione della stragrande maggioranza dei suoi fedeli, umili lavoratori. Nel mondo greco il lavoro manuale era per lo più disprezzato, lasciato agli schiavi e alle classi inferiori. Degna dell'uomo libero era l'attività intellettuale e politica. Paolo non si vergogna di presentarsi come un lavoratore manuale.
2.5. Il gemito dell'intera creazione
Ma vogliamo concludere queste note necessariamente frammentarie (abbiamo detto che la Bibbia non fa un discorso diretto e compiuto sul lavoro) con un passo paolino di sorprendente densità teologica. Non vi si parla del lavoro, tuttavia costituisce una pietra di primaria importanza per una qualsiasi teologia del lavoro: Rm 8,19-22. Condannata dal peccato dell'uomo alla nullità, al vuoto e all'insignifìcanza - questo è il significato del termine «vanità» - la creazione intera «nutre la speranza di essere liberata dalla schiavitù della corruzione». Solidale con l'uomo nella rovina, la creazione è solidale con l'uomo anche nel cammino della salvezza. Ora la creazione «geme» e «soffre nelle doglie del parto»: non, dunque, il gemito del disperato, ne la sofferenza della sterilità, bensì la sofferenza carica di senso della donna che partorisce una vita. Questa visione non è senza significato per il lavoro dell'uomo. Da una parte, infatti, mostra che l'intera creazione condivide la fatica dell'uomo, nell'incompiutezza e nell'apertura alla speranza. Dall'altra, fa intuire che il lavoro dell'uomo, lo sforzo di estendere il suo 'dominio' sulle cose, la fatica di ricostituire l'armonia del mondo, tutto questo si inserisce in un cammino di salvezza che non riguarda solo l'uomo ma l'intera creazione.
3. Conclusione
Anche la conclusione di questo capitolo è semplice. La Parola di Dio non fa un discorso sul lavoro come se si trattasse di un fenomeno a sé stante, uno dei tanti ambiti, anche se importanti, in cui si svolge la vita dell'uomo. Neppure una riflessione semplicemente moralistica. Ancor meno un discorso ascetico, indugiando sulla fatica del lavoro come penitenza e riscatto. Più ampiamente invita l'uomo a pensare il proprio lavoro come uno specchio in cui gli è dato vedere il 'fondo' dell'esistenza: davanti a Dio, alle cose, agli altri e a se stesso. Nell'esperienza del lavoro, comein altre grandi esperienze, l'uomo è chiamato a vivere secondo quella logica che caratterizza l'intera esistenza del credente: l'accoglienza del dono di Dio che gli permette di godere del mondo e, insieme, il ricordo della solidarietà verso i più deboli, perché il mondo è di tutti; la gioia del frutto raggiunto e, insieme, la constatazione dell'incompiutezza. Non si vive il lavoro come una logica differente rispetto a quella con cui si vive negli altri ambiti dell'esistenza: nel lavoro l'idolatria del possesso e l'illusione di essere padrone del mondo, e altrove (al tempio, davanti a Dio, o in ambiti più personali, spesso chiamati spirituali) l'illusione di affidarsi a Dio e di aprirsi alla carità.
Non si introduce nel proprio tempo una parentesi di volontariato, per poi permettersi di essere esosi nella professione, ma per imparare quei valori che anche (e soprattutto) nella professione si devono vivere. Non si introducono nel proprio tempo alcuni momenti per Dio, per poi avere il diritto negli altri di porre al centro se stessi, ma per capire la bellezza e la verità di porre sempre Dio al primo posto.

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