Nella seconda parte del detto di Gesù i padri vengono intenzionalmente omessi perché nella nuova famiglia non vi devono più essere; «padri». Essi sono pesantemente il simbolo del dominio patriarcale. La comunità dei discepoli di Gesù e, con essa, il vero Israele devono avere un unico padre: colui che sta nei cieli! È quanto ci dice Mt 23,9.
Nel suo ampio discorso contro i dottori della legge e i farisei (23,1-36) Matteo inserisce una sezione che è una specie di catechesi per coloro che dirigono le comunità cristiane. Il discorso viene suggerito dalla costatazione che i dottori della legge si fanno chiamare volentieri Rabbi ( = mio signore!) (23,7), e con voluta antitesi prosegue: «Ma voi non fatevi chiamare rabbi perché uno solo è il vostro maèstro e voi siete tutti fratelli. E non chiamate nessuno padre sulla terra perché uno solo è il Padre vostro, quello del cielo. E non fatevi chiamare maestri perché uno solo è il vostro Maestro, il Cristo. Il più grande tra voi sia vostro servo. Chi invece si innalzerà sarà abbassato e chi si abbasserà sarà innalzato» (Mt 23,8-12).
È chiaro che qui ci troviamo già di fronte alle formulazioni di Matteo o della tradizione che le ha preparate; a garantircene basta il titolo cristologico nel terzo detto. È non meno chiaro che qui trovano già espressione problemi consistenti della chiesa primitiva. La tentazione di fruire di onori ecclesiastici in forma di titoli onorifici deve aver giocato già nel primo secolo. Contro tutto ciò Matteo prende posizione con forza straordinaria. Egli proibisce a coloro che esercitano ministeri nella chiesa non soltanto titoli onorifici come «padri» o «rabbi» — rabbi (alla lettera: mio grande!) poteva allora essere indirizzato in Israele a ogni persona distinta — ma persino designazioni funzionali come «maestro».
In che modo Matteo poteva essere così sensibile su un problema su cui purtroppo la chiesa non avrebbe mai più mostrato la stessa sensibilità? Essa ha creato un gran numero di designazioni di funzione e di titoli onorifici. Allora, dove ha attinto Matteo la sua sensibilità tutt'altro che ovvia in questa faccenda? Non può averlo fatto che da Gesù stesso. Certo, la catechesi di Mt 23,8-12 è già in parte redazionale (soprattutto nei detti 1 e 3); tuttavia in ogni riga vi sentiamo esprimersi lo spirito di Gesù. Sostiamo un momento sui particolari.
Anzitutto il problema dei titoli onorifici (detti 1 e 3). Gesù veniva chiamato rabbi da tutti, anche dai suoi discepoli. Ma si trattava semplicemente di una formula di cortesia, che Gesù tollerava. Bastava intensificare anche solo di poco questo linguaggio di rispetto allora abituale, e Gesù prendeva subito le distanze. Quando una volta un tale gli si rivolge con «Maestro buono» (in italiano pressapoco: «Maestro emerito»), egli lo prende in parola e lo corregge in maniera così brusca da essere quasi scortese: «Perché mi chiami buono? Nessuno è buono, se non Dio solo» (Mc 10,17s.). Questa espressione, che Matteo rielabora per motivi cristologici! e quindi annacqua (cfr. 19,16s.), dimostra a sufficienza che Gesù blocca subito i suoi interlocutori quando vanno oltre il limite della cortesia abituale sul posto.
Nella catechesi di Mt 23,8-12, insieme alla proibizione dei titoli onorifici cristiani, ha un peso notevole anche il problema della corretta gestione del ministero. Nella comunità il più grande dev'essere servo di tutti (detto 4). Anche qui è chiaro che sullo sfondo si profila il comportamento di Gesù. In generale Gesù ha tollerato il titolo di rabbi, ma ha messo in questione la prassi abituale tra i rabbini di farsi servire dai propri allievi. Dietro questa prassi stava un'idea in se stessa buona: gli allievi dei rabbini dovevano imparare la Torà non solo dalle lezioni del maestro ma anche dal rapporto quotidiano con lui. Ma il rapporto quotidiano voleva dire in concreto che gli allievi servivano il maestro come degli attendenti. Vigeva la regola: non si può acquistare la conoscenza della Torà senza servire coloro che vi sono istruiti. Rabbi Jochanan scriverà più tardi: «Chi impedisce ai propri allievi di servirlo è come chi nega loro l'amore». Ma è esattamente questo che Gesù ha fatto all'ultima cena: ha impedito ai suoi allievi di servirlo. Non si lascia lavare i piedi da loro, ma è lui stesso a rendere loro questo servizio che fa parte del pasto (Gv 13,1-20). Egli è in mezzo a loro come uno che serve (Lc 22,27). Non è venuto per farsi servire ma per servire (Mc 10,45). Il detto sul servizio appartiene, all'interno della tradizione di Gesù, alla parte più ampiamente documentata. Tutto ciò mette a fuoco un secondo punto su cui la catechesi di Mt 23,8-12 ha conservato lo spirito di Gesù con la più grande sensibilità. «Il più grande tra voi sia vostro servo» (23,11). Il fatto che Gesù — e non solo nell'ultima cena — non si facesse servire ma fosse lui stesso a servire deve aver lasciato un segno così profondo nella comunità dei discepoli, che più tardi essi chiameranno le loro funzioni diaconiai, servizi.
Ma nel nostro contesto la parte più importante della catechesi comunitaria è il secondo detto: «Non chiamate nessuno padre sulla terra perché uno solo è il Padre vostro, quello del cielo».
Qui non solo si sente aleggiare lo spirito di Gesù; qui parla lo stesso Gesù storico. Come dimostra il contesto, Matteo ha inteso la parola «padre» come titolo onorifico: nella comunità cristiana nessuno deve farsi dare il titolo di «padre». Così Matteo attualizza in maniera del tutto pertinente il detto originario di Gesù. Ma personalmente Gesù va più in profondità.
In questo detto egli usa quasi sicuramente abba, che nell'aramaico palestinese era allora il modo familiare di rivolgersi al padre, usato già dai bambini ma poi anche dagli adulti. Non dovete chiamare nessuno sulla terra abba, «padre caro»! Gesù proibisce allora in generale questa maniera tenera e amorevole di rivolgersi al padre nelle famiglie ebree? La cosa sembra così assurda, che molti esegeti non considerano più Mt 23,9 come detto autentico di Gesù. Altri formulano l'ipotesi che dietro questo detto vi fosse un ammonimento di Gesù a non richiamarsi ai padri antichi della storia di Israele — come per esempio aveva ammonito anche il Battista: «Non dite: Abbiamo Abramo per padre...». A prima vista una costruzione strabiliante e ingegnosa! Ma niente affatto necessaria.
Se vogliamo capire Mt 23,9, dobbiamo prendere seriamente il fatto che qui si tratta originariamente di una parola dell'ethos radicale della sequela, che inizialmente era indirizzato soltanto alla cerchia dei discepoli. I discepoli di Gesù hanno abbandonato tutto, lavoro e famiglia. Ma della famiglia — che non va messa sullo stesso piano della nostra famiglia mononucleare — faceva parte anche il padre (cfr. Me 1,20). I discepoli di Gesù sono lontani dal padre, che finora chiamavano con fiducia e amorevolmente abba. In questa situazione Gesù dice loro: sulla terra non chiamerete più nessuno abba, e non dovrete più farlo. Chi infatti non compie questa separazione radicale dalla famiglia non può essere mio discepolo (Lc 14,26). Ma non avete neppure più bisogno di chiamare qualcuno padre sulla terra, poiché avete un altro abba, quello in cielo.
Se quest'interpretazione tiene, vuol dire che Gesù è convinto che con la loro sequela i suoi discepoli sono entrati in una nuova relazione con Dio. Dio è ora diventato loro padre in luogo del padre terreno, ed essi possono — come fa Gesù stesso ma urtando contro le usanze del linguaggio religioso di allora — chiamarlo con il termine familiare abba. Proprio qui, in questa nuova situazione dei discepoli di Gesù, avrebbe la sua collocazione anche la formula gesuana «Padre vostro», che originariamente non si riferisce mai agli esterni ma sempre ai discepoli. Con questa formula Gesù vuole evidenziare che i discepoli abbandonando le loro famiglie hanno acquisito come padre Dio in un senso nuovo e radicale. Non hanno più il loro padre terreno, che progettava e vegliava con lo sguardo lungimirante dell'uomo esperto, ma a questo scopo hanno ora Dio stesso: «Non affannatevi dunque dicendo; che cosa mangeremo, che cosa berremo? Che cosa indosseremo? Di tutte queste cose si preoccupano i pagani; il Padre vostro celeste infatti sa che ne avete bisogno. Cercate primi il Regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta» (cfr. Mt 6,31-33; par. Lc 12,29-31).
E proprio qui, in questa situazione speciale della cerchia dei discepoli, avrebbe la sua collocazione più antica anche il Padre Nostro, originariamente una preghiera per i discepoli che hanno lasciato tutto. In questa preghiera essi si rivolgono a Dio come al loro abba, al loro padre caro, a cui chiedono il pane per ogni giorno.
Così Mt 23,9 acquista il suo senso preciso. I discepoli non debbono chiamare nessuno abba al di fuori di Dio, e non hanno bisogno di farlo. In Dio essi hanno acquisito un padre sollecito e buono, di cui possono fidarsi senza riserve.
Ma il detto ha anche il rovescio della medaglia. Potere e signoria appartengono soltanto a quel Dio che i discepoli possono chiamare abba. Se per essi non ci sono più i padri solleciti e buoni di prima ma c'è soltanto l'unico Padre che è in cielo, a maggior ragione non vi sono più i padri che dominane ed esercitano il potere. Sarebbe paradossale lasciare i padri pieni di tenerezza e trovare nell'ambito dei discepoli padri signori. È questa la ragione precisa per cui in Me 10,30 Gesù non nomina più i padri. Nella nuova famiglia di Dio i discepoli ritroveranno tutto, fratelli e sorelle, madri e figli, ma non ritroveranno padri. Nella nuova famiglia non si può più dare il dominio, patriarcale ma soltanto la maternità, la fraternità e la figliolanza di fronte a Dio Padre.
Con quale serietà Gesù intendesse questo punto ce lo lascia indovinare la pericope Mc 10,35-45, dove viene narrata la richiesta dei figli di Zebedeo. La pericope si conclude in Marco con un piccolo discorso redazionale, che ha carattere programmatico: «Voi sapete che coloro che sono ritenuti capi delle nazioni le dominano, e i loro grandi esercitano su di esse il potere. Fra voi però non è così; ma chi vuoi essere grande fra voi si farà vostro servitore, e chi vuol essere il primo tra voi sarà il servo di tutti. Il Figlio dell'uomo infatti non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti» (Mc 10,42-45).
Il testo, in cui dietro ogni riga si delinea il pensiero e l’azione di Gesù, si riferisce esattamente a quelle che oggi noi chiameremmo strutture di dominio. Esse sono normali nelle società di questo mondo. Ma nella comunità dei discepoli non vi debbono più essere rapporti di dominio. Qui colui che vuol essere il primo dev'essere lo schiavo di tutti. E il più grande deve diventare come il più piccolo (cfr. Lc 22,26). Gesù esige quindi dai suoi discepoli uno stile di rapporti del tutto diversi da quello che è abituale nella società. Ma questo significa che egli esige una società alternativa : l'esigenza della rinuncia alla violenza.
G. Lohfink

Nessun commento:
Posta un commento